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	<title>Fabio Damen &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Fabio Damen &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Riflessioni su coronavirus e crisi economica*</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/riflessioni-su-coronavirus-e-crisi-economica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 12:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa rivela la pandemia di un sistema mondiale che era già al collasso, dal punto di vista ambientale, finanziario e produttivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-68-luglio-settembre-2020/" data-type="post" data-id="2727">(Paginauno n. 68, luglio – settembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa rivela la pandemia di un sistema mondiale che era già al collasso, dal punto di vista ambientale, finanziario e produttivo</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Pur tralasciando, per il momento, di verificare quanto di fake news e di teorie complottiste stia circolando nell’etere sulle origini ingegneristico-genetiche del virus, o sulla possibilità che dai laboratori americani o cinesi, per errore o volontariamente, sia uscito il ‘regal corona’ con tutti gli annessi e connessi del caso sugli scenari imperialistici internazionali, un paio di cose ci sentiamo in dovere di dirle.</p>



<p>Innanzitutto, quale <em>condicio sin qua non</em>, va denunciata la variegata rottura tra la forma produttiva capitalistica e il mondo della natura. Il fenomeno non è certamente nuovo, dura almeno da un paio di secoli, ma mai come in questo periodo si è espresso in tutta la sua devastante nocività. Il tanto decantato sviluppo produttivo è consistito sì nell’aumento della produzione, nell’innovazione tecnologica, nel produrre di più in tempi e costi minori, ma in regime capitalistico tutto questo ‘progresso’ si è trasformato in un maggiore arricchimento della classe dominante e nell’impoverimento di enormi masse lavoratrici. Il medesimo ‘progresso’ invece di favorire, attraverso lo sviluppo delle forze produttive, tempo libero da dedicare a una migliore qualità della vita, ha imposto una maggiore disoccupazione, l’allungamento della giornata di lavoro, maggiore sfruttamento, salari di fame per la stragrande maggioranza dei lavoratori e un progressivo impoverimento della società. Per un altro verso la spasmodica ricerca del massimo profitto, in tempi recenti resa più difficile e per questo più cattiva, dalle maggiori difficoltà di valorizzazione del capitale sulla base della caduta del saggio medio del profitto, ha finito per intaccare pesantemente anche il rapporto tra società e natura. La rottura di questo equilibrio sta avendo effetti dirompenti a tutti i livelli, da quello eco (in)sostenibile dell’inquinamento alla deforestazione. Dagli allevamenti intensivi alle pandemie degli ultimi trent’anni. Gli scarti organici della produzione chimica, o quelli genericamente industriali, hanno inquinato le falde acquifere ai quattro angoli del mondo, dando in mano il trasporto e lo scarico del materiale, a volte radioattivo, alla mafie di turno. Il che sta rendendo pericolosa la coltivazione degli ortaggi e della frutta provenienti da quelle zone, per non parlare degli allevamenti che di quelle acque hanno bisogno e dei prodotti di derivazione come il latte e i formaggi. Alla base del fenomeno la necessità da parte dei produttori (cioè dei capitalisti) di risparmiare sui costi di smaltimento, scaricando le conseguenze del lo-ro criminale comportamento sul resto della popolazione.</p>



<p>La deforestazione che avviene nelle zone verdi del mondo, veri e propri produttori di ossigeno, in esclusiva funzione del profitto dei proprietari terrieri (coltivazioni di mais, soia segale ecc.) e degli allevatori di bovini, produce due effetti pesantemente negativi. Il primo è quello di favorire la distruzione di un ecosistema in equilibrio, con la conseguenza che alcuni animali, naturalmente portatori di virus, pur di resistere in un ambiente naturale che non è più il loro, sono costretti a modificare le loro abitudini e a invadere altri habitat, con il risultato di avvicinarsi all’ambiente antropizzato, diventarne preda e, attraverso la catena alimentare, arrivare nell’organismo umano infettandolo. Se il salto traumatico ambientale comporta una contiguità prolungata con le società umane, i ‘nuovi’ batteri e virus possono diventare l’innesco di un ciclo infettivo mortale, che ha trovato nella deforestazione e nella rottura dell’ecosistema il suo innesco inevitabile. Da cui la facile connessione tra l’interesse economico, la traumatica mutazione eco-ambientale e la diffusione di virus che il capitalismo non produce ma che non è in grado di gestire adeguatamente, favorendone, invece, la diffusione.</p>



<p>Il riscaldamento climatico e le glaciazioni sono fenomeni naturali e ciclici, ma quando all’interno di questi meccanismi spontanei dell’evolversi della natura si innesta il ‘virus’ del profitto, gli effetti vengono decuplicati, esasperati e molto spesso in maniera colpevolmente incontrollabile. Le emissioni di gas serra, i buchi nell’ozono, che consentono ai raggi solari di penetrare nell’atmosfera sino a surriscaldarla di oltre due gradi, hanno come effetto immediato lo scioglimento dei ghiacciai millenari. Dal loro scioglimento, oltre al fenomeno dell’innalzamento delle acque con conseguenze gravi per l’ecosistema precedente, possono emergere e riprendere vita batteri e virus la cui nocività potrebbe essere letale. Al riguardo si sono tenute una ventina di Assise Internazionali per contenere gli effetti negativi di questi fenomeni umani. Risultato zero. La paura dei mutamenti climatici è stata nettamente inferiore alla voracità di quegli interessi capitalistici che li hanno prodotti. </p>



<p>Nello scontro tra ‘belle’ dichiarazioni e i pressanti interessi dei capitalismi internazionali, non c’è stata lotta, hanno stravinto i secondi. Lo stesso dicasi per l’allevamento intensivo, soprattutto dei bovini, che vengono gonfiati dall’ormone della crescita, da una alimentazione a base di carne e/o di pesce e di quel mais transgenico che proviene in larga misura proprio dalla deforestazione dei polmoni verdi del mondo. Questi fattori contribuiscono alla produzione di emissioni di metano, al surriscaldamento e all’inquinamento dell’aria. In più, gli allevamenti intensivi comportano la somministrazione di antibiotici, di antiparassitari e, quando va bene, di anabolizzanti che finiscono sulle tavole degli umani consumatori, ignari di ciò che son costretti a mangiare. In via subordinata, va anche denunciato l’incredibile spreco di acqua che questi allevamenti intensivi di bovini impongono. Basti un dato per tutti. Per produrre una bistecca da un chilogrammo occorrono complessivamente 12 mila litri di acqua. </p>



<p>Per non parlare delle varie modificazioni genetiche (fatte passare per ibridazioni) degli animali d’allevamento intensivo che, sempre in nome del profitto, devono essere sempre più pesanti (per vendere più carne), devono produrre sempre più latte (in poche generazioni si è passati da vacche che producevano spontaneamente 18 litri di latte al giorno, a 35 con punte massime di 40). Se poi qualcuno ha visto qualche allevamento intensivo dei polli, o si ricorda degli esperimenti di clonazione della pecora Dolly e quelli genetici sulla mucca pazza, e i pericolosi esperimenti che hanno portato alla meningite bovina, abbiamo quadrato il cerchio di un perverso percorso alla cui base c’è sempre l’inquietante presenza del dio profitto. È pur vero che oggi gli ambienti di allevamento sono curati molto meglio di prima. I capi di bestiame sono più controllati e la pulizia degli ambienti è fatta di norma. Ma, paradossalmente, è proprio l’uso di queste molecole chimiche di contrasto che possono costringere qualche batterio o virus a trovare il modo di resistere ai trattamenti igienizzanti per mezzo di una mutazione genetica, e a diffondersi, via alimentazione, nell’ambiente umano, con le conseguenze che sappiamo. </p>



<p>Senza contare le numerose ‘devianze’ alle più banali norme di sicurezza per gli animali perché troppo costose. Così, nelle vaste aree nelle quali gli animali sono industrialmente allevati vengono inquinati con i loro liquami estesi tratti di territorio, le falde acquifere e quelle di superficie, liberando oltretutto nell’aria metano e altri gas serra. Così è avvenuto che negli enormi spazi dedicati all’industria dell’allevamento intensivo, come nelle pianure del Brasile, dell’Argentina, degli Usa e dell’Australia, gran parte delle superfici agricole è occupata da monoculture di mais e soia geneticamente modificati, che sottraggono terre ai contadini tradizionali, inquinano il suolo e contribuiscono al riscaldamento globale. Il dato impressionante è che, in nome del solito</p>



<p>profitto, le moderne metodiche di allevamento intensivo hanno ingigantito il numero dei capi di bestiame moltiplicando tutti gli effetti nocivi che abbiamo precedentemente citato. Si calcola che il numero degli animali allevati nel mondo, sia passato dai 7 miliardi del 1970 agli oltre 24 miliardi del 2011 (dati FAO), i dati più aggiornati ci dicono che oggi sono quasi raddoppiati.</p>



<p>Per concludere, c’è il più grande business del mondo, quello che da decenni innesca lotte civili, tensioni internazionali e guerre. Quello che fa correre il mondo verso la sua distruzione, ovvero il petrolio e tutti i suoi derivati (plastica), al pari del carbone e di tutti i combustibili prodotti da fonti non rinnovabili. Il risultato del loro enorme consumo ha trasformato l’atmosfera dei centri industriali, delle grandi metropoli, ma più in generale di tutto il pianeta (hanno trovato tracce di gas combusti da petrolio nei ghiacciai alle falde dell’Himalaya) in una bolla tossica e irrespirabile, con vittime all’interno delle comunità particolarmente colpite, che vanno da Taranto a Pechino, passando per il resto del pianeta sotto forma di piogge acide, inquinamento dell’aria, surriscaldamento dell’atmosfera. I morti che tutto ciò lascia dietro di sé non sono mai considerati come vittime del ‘progresso di estorsione del plusvalore’, ma come nascosti martiri ‘dell’evoluzione sociale’. </p>



<p>È proprio l’inquinamento che, secondo autorevoli scienziati borghesi, fungerebbe in questa crisi da coronavirus come vettore nella trasmissione del virus stesso, che trova nelle polveri sottili (PM10) un comodo mezzo di trasporto. Per cui non è azzardato lanciare lo slogan che “il vero virus è il capitalismo” e che solo dalla sua estinzione è possibile salvare una umanità sempre più stritolata dalla ferrea morsa di una società mortalmente decadente. Un esempio chiarificante sta nella decisione di Trump di tagliare gli investimenti sulla ricerca dei virus. Sino a un paio di anni fa il governo americano aveva sostenuto il programma Predict, finanziato dalla Usaid, l’Agenzia americana per la cooperazione internazionale. In funzione di queste ricerche della Predict sono stati identificati 900 nuovi virus da animali, compresi ben 160 nuovi ceppi di coronavirus. Ma Trump, nell’ottobre 2019, ha deciso di chiudere Predict, ritenuto troppo favorevole alle istanze ambientali ed ecologiste.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Come la scienza economica borghese affronta il problema coronavirus</h4>



<p>Ora possiamo affrontare il problema in termini semplici appoggiandoci a quanto sentenziano i teorici dell’uscita da questa ulteriore crisi economico-finanziaria che il coronavirus ci ha confezionato. I ‘guru’ dell’economia internazionale stanno approcciando il problema della crisi da coronavirus da un punto di vista finanziario, ‘bancario centrico’, e non poteva essere diversamente, commettendo una serie di errori valutativi dell’intero sistema e-conomico-finanziario mondiale che cercano di dominare, non accorgendosi di esserne dominati.</p>



<p>Per loro la crisi, e intendiamo tutte le crisi sin qui avvenute negli ultimi decenni, sarebbero dovute alla mancanza di domanda. Di questo se ne discuteva già nell’Ottocento all’interno degli schemi dell’economia classica di Ricardo e Smith. Da buon marxista, gli rispondo che la teoria delle crisi dovute alla mancanza di una sufficiente domanda, crisi ineluttabilmente intrinseca al sistema capitalistico basato sull’iniquo rapporto tra capitale e forza lavoro, è falsa, come imprecisa e fuorviante l’altra definizione che al sostantivo crisi aggiunge l’aggettivo finanziaria. È falsa, perché è solo una parziale osservazione delle contraddizioni all’interno del sistema capitalistico. È falsa perché nella sua unicità di analisi perde di vista ben altre contraddizioni che segnano pesantemente l’attuale crisi. È falsa perché vede solo nel fenomeno finanziario, dei movimenti dei capitali fittizi e speculativi l’essenza di queste crisi. Ciò detto, va da sé che si produce ‘sempre troppo’ sotto forma di merci e servizi in rapporto a una progressiva diminuzione del costo del lavoro (salari e stipendi), il che non riesce a supportare completamente la domanda. </p>



<p>Lo sviluppo delle forze produttive ha come scopo quello di produrre di più a costi inferiori, dove i costi inferiori sono, in larga parte, proprio i salari e gli stipendi che concorrono a formare la domanda. Quindi meno domanda equivale a una minore realizzazione dei profitti per l’apparato produttivo di merci e servizi, e i capitali non vanno più prevalentemente all’investimento produttivo ma verso la speculazione. Meccanismo perverso che, nel breve periodo, può produrre dei vantaggi per alcuni capitali, ma che alla fine crea bolle speculative sempre più grandi sino a farle scoppiare. Scoppi che inceppano ulteriormente sia il sistema finanziario sia quello produttivo sottostante che, in ultima analisi, è alla base della speculazione stessa nel momento in cui i saggi del profitto, che latitano sempre di più, spingono i capitali verso l’avventura speculativa in cerca di extra profitti. Allora non è all’interno del mercato, del suo muoversi in termini di merci e di capitali che vanno ricercati i motivi degli squilibri del sistema, ma è nei meccanismi che presiedono alla valorizzazione del capitale, alla formazione del profitto e alle forme contraddittorie che li regolano che bisogna andare, per comprenderne le cause. Non è sufficiente rimanere all’interno del mercato (crisi di domanda o di offerta, di sovrapproduzione o di sottoconsumo) in cui si manifestano solo gli effetti di quei meccanismi economici che operano contraddittoriamente all’interno della forma produttiva e, quindi, distributiva del capitalismo.</p>



<p>Infatti, la causa prima della crisi strutturale attuale è il frutto di una cronica insufficienza di valorizzazione dei capitali produttivi dovuta alla legge della caduta del saggio del profitto. Detto in termini semplici, lo sviluppo delle forze produttive, cioè i maggiori investimenti tecnologici in capitale costante (macchinari, materie prime ecc.) rispetto agli investimenti in forza lavoro, consente di produrre più merci, ma alla condizione di togliere posti di lavoro e, di conseguenza, di restringere inevitabilmente l’ambito della estrazione di plusvalore. È il rimpicciolirsi della fonte di formazione del profitto, che finisce per contrarre ulteriormente la domanda stessa, diminuendo il numero dei percettori di reddito. Siamo in presenza di una delle tante contraddizioni del sistema produttivo-distributivo capitalistico in cui, per massimizzare i profitti, si produce sempre di più a fronte di una riduzione assoluta o parziale del numero dei lavoratori e, quindi, di una quota parte della domanda. Per cui la caduta del saggio del profitto è contemporaneamente sinonimo di una diminuzione del saggio di valorizzazione del capitale e della contrazione della massa dei redditi da lavoro, che sul mercato ha l’effetto di diminuire la domanda costringendo i capitali a imboccare altre strade per rimpinguare i sempre più magri ‘bottini’ dell’estorsione del plusvalore. Ecco perché la speculazione è direttamente proporzionale alla diminuzione del saggio del profitto. Più i processi di valorizzazione del capitale tendono a rallentare più la speculazione aumenta sino a creare una massa enorme di capitale speculativo internazionale pari, oggi, a 13 volte il prodotto mondiale lordo.</p>



<p>Ciò nonostante, per i ‘guru’ la soluzione a questa crisi sarebbe semplice: ancora nuovo danaro pubblico che viene dato quasi gratuitamente alle banche le quali, a loro volta, lo dovrebbero dare alle imprese sotto forma di finanziamenti produttivi, per riprendere il ciclo ‘normale’ di finanziamento-produzione-distribuzione (quest’ultima iniqua, come da precedente richiamo al rapporto capitale-forza lavoro, e penalizzata da una progressiva diminuzione del potere d’acquisto). Evidentemente, non è bastata l’esperienza della crisi del 2008 all’interno della quale, in Europa come negli Usa, sono caduti a pioggia migliaia di miliardi nelle casse degli istituti di credito con scarsi risultati sul piano della ripresa economica. Le banche, gonfie di capitali freschi, hanno prima messo a posto i bilanci interni, hanno scaricato i titoli tossici, venduto una parte di crediti non più esigibili per il fallimento delle imprese debitrici, poi hanno continuato a investire prevalentemente sul terreno della speculazione, e le imprese sono rimaste al palo, o quasi. La sola differenza con la crisi del 2008 è che oggi la cascata di miliardi di euro – 750 in prima battuta, in seguito si sono aggiunti 2.700 da parte della Bce, più 100 miliardi come fondo contro la disoccupazione, e oltre 2.770 miliardi di dollari da parte della Federal Reserve con l’aggiunta di altri 2.300 – sono soldi che stanno arrivando durante la crisi e non dopo, sia alle banche che direttamente alle imprese, proprio per evitare il fatale ingorgo tra il capitale finanziario gestito dalle banche e le imprese che non lo ricevono a sufficienza. Queste ultime, peraltro, nella situazione ex post della crisi da coronavirus, saranno costrette a chiudere o a lavorare al rallentatore. </p>



<p>Anche se, va detto, tutti questi soldi sono potenziali e non tutti finiranno nelle tasche delle aziende e della popolazione. Il commercio subirà la stessa situazione, così come la logistica e tutto l’indotto produttivo-distributivo, compresa una parte dei servizi. Il che comporta inevitabilmente un aumento della disoccupazione e l’ennesima politica dei sacrifici già invocata da Confindustria con il placet dei sindacati. E certamente, a salvare il sistema creditizio non sono sufficienti le forme assicurative di cui si doterebbero le banche per non correre il rischio di fallire come nel 2008. Per cui il sistema creditizio, come è già avvenuto in questi ultimi dieci anni senza grandi successi, prende dallo Stato soldi a costo zero, se non sottocosto, solo in parte li investe produttivamente sotto forma di crediti esigibili nei confronti di imprese ‘garantite’, il resto va ancora alla speculazione sui mercati delle azioni più appetitose o verso il mercato monetario (dollaro in primis, ma anche renminbi, yen e rublo, a seconda degli andamenti imperialistici monetari mondiali).</p>



<p> Andrà anche verso il mercato obbligazionario, se garantisce tassi di interesse congrui alla massa degli investimenti speculativi fatti e a condizione dell’affidabilità dell’ente, ovvero dello Stato che li emette. Conclusione, con simili politiche finanziarie ci sarà un aumento del debito pubblico, una diminuzione per la fine del 2020 di 10/15 punti del Pil mondiale, un progressivo indebitamento di tutta l’economia mondiale. Nonostante il secondo diluvio di capitali, non si eviterà la chiusura di quelle fabbriche che non reggeranno le difficoltà di un mercato sempre più ristretto e competitivo e l’ingigantirsi di una speculazione spaventosa che rischia di ripetere, nonostante le nuove instillazioni di capitali, una crisi finanziaria maggiore di quella da cui non siamo ancora usciti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le prime conseguenze economiche</h4>



<p>Un’altra differenza con la crisi del 2008 sta nel tragico fatto che quella del coronavirus non solo si sovrappone alla precedente sommando disastri economici a disastri finanziari, ma mette in evidenza l’impoverimento delle famiglie che in questi dieci anni hanno dovuto sopperire alla mancanza di un welfare in disarmo, proprio nei settori chiave del sostegno alla povertà. Per restare sempre negli Usa quale osservatorio privilegiato della nascita di tutte le ultime crisi, è pur vero che il governo Trump ha previsto un fondo per la disoccupazione, ma all’interno di un trend che, in soli due mesi (febbraio e marzo) ha visto un calo della produzione del 5,6%, e si prevede una diminuzione a fine anno del 16%, con una perdita media del quasi 12%. Per cui c’è poco da sperare, anche perché il peggio deve ancora venire. La chiusura di centinaia di migliaia di fabbriche e aziende in genere ha già portato a moltiplicare le richieste dei sussidi di disoccupazione, arrivate a 16 milioni. Gli stanziamenti previsti, anche se nominalmente ingenti, non saranno in grado di tappare tutte queste nuove falle che si sommano a quelle della ‘vecchia’ crisi. Prima ancora dello scoppio di questa crisi, il Bureau of Labor Statistics forniva dati secondo i quali risultava che oltre il 20% delle famiglie americane era composto da disoccupati. (Va ricordato per l’ennesima volta che il trucco, per rendere ‘positivi’ i dati statistici, è sempre consistito nel calcolare solo i disoccupati ufficiali, cioè quelli che cercano un lavoro fino a quattro settimane dopo la perdita del loro impiego, dopo di che escono ufficialmente dalle statistiche.) </p>



<p>Quasi il 90% dei nuovi posti di lavoro, di cui l’amministrazione Trump si vantava durante i primi due anni della sua amministrazione, era soltanto a part time (dai 3 a un massimo di 6 mesi di contratto, soprattutto, ma non solo, nella ristorazione e nei fast food, con una retribuzione media di 350 dollari settimanali). Senza contare che nel computo degli occupati rientrano anche quelli che lavorano una o due settimane al mese, e non tutti i mesi, con contratti a termine e salari di fame. In questo modo almeno 90 milioni di proletari e di piccola borghesia americani si sarebbero dovuti considerare disoccupati o sottoccupati, invece di figurare come occupati a tutti gli effetti nei calcoli statistici ufficiali. Se poi aggiungiamo che all’interno di questi 90 milioni ci sono 50 milioni di diseredati (homeless, lavoratori poverissimi, che vivono in case-roulotte, in macchina o in case fatiscenti) che sono sotto la soglia della povertà e, come s’è detto, l’aggiunta di 16 milioni di disoccupati in tre sole settimane tra la fine di marzo e i primi di aprile, il quadro è completo. Questo a testimonianza che già prima della crisi del ‘corona’ l’economia americana, al pari di quella internazionale, era ben lontana dall’aver superato quella dei ‘subprime’ e che la seconda si è sommata alla prima in un percorso di crisi permanente di cui non si vede la fine.</p>



<p>Queste manipolazioni statistiche fraudolente, artatamente confezionate e messe a ‘disposizione’ dell’opinione pubblica, avvengono anche nel calcolo del Pil (con opportuni aggiustamenti, i quali prendono come base il Pil trimestrale più alto trasformandolo in annuale). Inoltre, si fanno passare per “investimenti fissi” le spese militari e quelle cosiddette di “ricerca e sviluppo”. Il tutto ancora una volta spacciato per ‘crescita’ nel solito tentativo di gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica, che deve essere rassicurata e deve stare tranquilla per non rompere la pace sociale in un clima di crescente incertezza. Ciliegina sulla torta di menzogne, va aggiunto che, in queste fraudolenti operazioni contabili, avviene anche che le polizze assicurative contro le malattie sono trasformate in “spese per investimenti per beni di largo consumo”. </p>



<p>Non da ultimo, va detto che soltanto un 20% dei salari (dati del Bureau of Labor Statistics) ha avuto negli ultimi anni aumenti, peraltro molto contenuti, mentre per l’80% dei lavoratori il salario è fortemente diminuito, rimanendo, come potere d’acquisto, agli anni 1980. Già agli inizi di questa crisi non sono però mancate le grida di allarme da parte di alcuni autorevoli analisti americani, che della situazione interna conoscono anche le pieghe più recondite, pur rimanendo vittime della falsità statistiche di cui abbiamo fatto cenno. Per esempio, Mickey Levy, economista della Banca Berenberg, ex capo economista della Bank of America, afferma che “l’economia statunitense è in recessione”, e lo dice sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari economici. “Avremo una dura contrazione dell’attività economica e del Pil nella prima metà dell’anno, con un calo del 4,5% nel primo trimestre e dell’11,7% nel secondo”. Ma non è il solo a temere per il futuro crisi più profonde. Citigroup dà il 40% di probabilità di una debacle dell’intero sistema, in tempi lunghi ma non lontani.</p>



<p>Se questo è il quadro agli esordi della crisi, gli scenari che ci aspettano non sono certo confortanti, nemmeno sul piano ‘del quieto vivere’, nonostante il tentativo di comprare con pochi spiccioli la pace sociale che, se terminasse, finirebbe per stravolgere ulteriormente i piani di rilancio dell’economia capitalistica sia negli Usa che in Europa. Piani che, accanto agli investimenti promessi ai settori chiave dell’economia e anche alle piccole e medie industrie, devono forzatamente prevedere un lungo periodo di lacrime e sangue per la forza lavoro. Nel frattempo, e siamo soltanto al 20 marzo, molte delle majors americane prevedono il ricorso al nuovo Quantitative easing. Secondo le stime di Bloomberg, dopo i rifinanziamenti di CEC Entertainment, Metropolitan Transportation Authority, Diamondrock Hospitality, Tailored Brands, J Jill, Boyd Gaming e National Vision, sono seguite a breve quelli dati alla Ford (15,4 miliardi), Kohl’s (1 miliardo) e TJX (1 miliardo) per un controvalore di giornata di 21 miliardi di dollari, a seguire AT&amp;T (3 miliardi), Delta Airlines (2-4 miliardi), Edison International (800 milioni) e Pioneer Natural Resources (1 miliardo). Ma l’aspetto più preoccupante è che siamo in presenza, nella stragrande maggioranza dei casi citati, delle stesse aziende che, dopo aver usufruito della fase monetaria più lunga e favorevole della storia americana (2009-2019), dopo aver operato il buybak (remunerazione degli azionisti tramite il riacquisto di azioni e aumento dei dividendi) per centinaia di miliardi (2016-2019), dopo aver usufruito del più ampio taglio fiscale dal secondo dopoguerra a oggi (2017) e aver registrato profitti da record (2018), ora sono costrette (vedi recentemente il caso Boeing) a ricorrere al salvataggio pubblico, pena il rischio fallimento.</p>



<p>Questo negli Usa, ma non diversamente dall’Europa e dall’Italia che già erano in recessione tecnica alla fine dell’anno precedente. Per cui, mentre sulle imprese e sulle banche caleranno ancora migliaia di miliardi di dollari e di euro, sulla classe lavoratrice arriveranno, insieme alle briciole, misure pesantissime, erogate in nome dell’emergenza e della necessità di sacrificarci tutti (?), perché la barca è una e va salvata a tutti i costi. Dimenticando di dire, come al solito, che in quest’unica barca c’è chi rema e chi batte il tempo.</p>



<p>Inoltre, la crisi da virus sta mettendo in luce quanto il sistema capitalistico sia da anni alla frutta. Lo smantellamento del welfare è avvenuto su tutti i fronti, da quello pensionistico a quello dell’istruzione, dai tagli ai servizi a quelli dei finanziamenti della ricerca scientifica. E quello che oggi drammaticamente risalta sono soprattutto i tagli nella sanità, che mostrano tutta la loro tragica carenza e criticità nei confronti della pandemia. Spagna e Inghilterra hanno già dichiarato di non avere i mezzi sanitari per affrontare adeguatamente l’emergenza, oltretutto partendo colpevolmente in ritardo nell’affrontare la crisi coronavirus. Negli Usa le cose non vanno meglio. A parte il ritardo provocato dell’incoscienza criminogena del presidente, il sistema sanitario degli Usa, stoppato il tentativo di Obama di estendere la sanità anche ai meno abbienti, e abortito per la tenace resistenza della lobby delle assicurazioni, si trova al centro dell’emergenza, con strutture non adeguate ad affrontare una situazione così grave e vasta.</p>



<p>Manca di tutto, dai macchinari per la respirazione assistita, ai tamponi e ai reagenti chimici per verificare la positività dei tamponi stessi. Il governo Usa è stato addirittura costretto a importare dalla Cina qualche milione di mascherine, perché il suo sistema sanitario ne era sprovvisto e nessuna fabbrica è stata in grado di riconvertire la produzione in materiali sanitari e in tempi utili. Come al solito, chi è ricco può sperare di salvarsi usufruendo degli ospedali di eccellenza, chi è povero muore. Un esempio è dato dalle recenti statistiche che sono uscite in America riguardo alla differenza di morti tra la popolazione bianca e quella nera che, per definizione, appartiene alle stratificazioni più povere. Per esempio, in Illinois gli infettati bianchi sono al 27,5% e i neri al 29,4%, mentre i deceduti da Corona sono neri al 42% e i bianchi al 37%. Si potrebbe dire un divario relativamente modesto. Ma se disaggregassimo i dati ne uscirebbe che gli afroamericani sono soltanto il 13,8% dell’intera popolazione, che è in maggioranza bianca. A Chicago (siamo all’8 aprile), abbiamo che il 70% dei decessi è tra la popolazione di colore. </p>



<p>E i neri rappresentano solo il 29% dell’intera popolazione metropolitana. In North Carolina i contagiati sono di colore nel 37% dei casi a fronte di un 21% del resto della popolazione, ovviamente bianca. In Michigan poi, dove la popolazione dello Stato è composta per il 14% da neri, gli afroamericani infetti sono il 35% dei casi complessivi e il 40% dei morti. Nella città di New York, i casi di maggior contagio si contano nelle zone con i redditi più bassi, nelle periferie dove ‘abitano’ gli homeless, nel South Bronx meridionale o nel Queens, dove abitualmente vivono i meno abbienti, i disoccupati e parte di quei 16 milioni di disperati che hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione. Nessuna meraviglia. Non è il coronavirus che è razzista, ma la società americana che non concede protezione sanitaria alle stratificazioni sociali più povere che, come si diceva poc’anzi, se non ha i soldi per farsi un’assicurazione, muore. In Italia, negli ultimi dieci anni, sono pesantemente diminuiti i finanziamenti alla sanità per 37 miliardi di euro. Si sono tagliati migliaia di posti di lavoro (medici, infermieri e addetti ai laboratori di ricerca). Si sono chiusi i presidi sanitari periferici con la perdita di 70 mila posti letto, arrivando così al fatidico appuntamento con la ‘crisi virale’ in condizioni di alta precarietà sanitaria. Negli istituti per anziani manca praticamente tutto e il tasso di mortalità dei degenti è impressionante, ed è così alto che sono in atto alcune indagine della magistratura milanese sui maggiori nosocomi della Lombardia, tra i quali la ‘mitica Bagina’ meno conosciuta come Pio Albergo Trivulzio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le seconde conseguenze economiche</h4>



<p>Questo è il tragico scenario se la crisi da Corona durerà solo quattro o sei mesi, perché se dovesse durare di più le cose andrebbero molto, ma molto peggio. Gli effetti rebound nel settore finanziario quale conseguenza di una ripresa economica, che i soliti ‘guru’ si aspettano già a partire dagli inizi del quarto trimestre del 2020, sono una pia illusione. Le statistiche fornite al riguardo sono una proiezione basata sul nulla, come le analisi dell’andamento positivo dell’economia mondiale prima della crisi del 2008, che nessuno degli analisti aveva preannunciato, fatte salve pochissime eccezioni. La ripresa economica, se ci sarà, avrà tempi lunghi e sarà solo temporanea e non risolutiva in questa fase di decadenza del sistema economico capitalistico. Non è che passato, ipoteticamente e sperabilmente, lo spettro del Corona, dalla settimana successiva tutto riprenderà come prima.</p>



<p>La Cina è economicamente in ginocchio. Gli ultimi dati sull’incremento del Pil davano un misero 2,8%. Gli Usa sono pieni di debiti e di deficit sino alla cima dei capelli e si basano solo sulla supremazia del dollaro e sull’esercito più potente del mondo per sopravvivere. Mezza Europa è in recessione tecnica, Germania compresa, e il futuro è sempre più grigio. I nuovi soldi che la Bce starebbero erogando dovrebbero servire, in minima parte, a mantenere i redditi delle famiglie, la cassa integrazione nel caso dei lavoratori dipendenti, o i sussidi diretti nel ca-so degli autonomi. Ma, soprattutto, dovrebbero fornire alle imprese la liquidità necessaria per pagare debiti e fornitori ed evitare che falliscano o che siano costrette a licenziare i dipendenti. Mentre, come già detto, le <em>tranche</em> più consistenti andranno a gonfiare le casse delle banche e di conseguenza, le bolle speculative, sino a quando i saggi del profitto delle imprese saranno così bassi da non giustificare nuovi investimenti, sempre fatte salve le solite eccezioni quali le grandi majors che godono dell’intervento diretto dello Stato quando i finanziamenti delle banche non risultano essere sufficienti o addirittura assenti.</p>



<p>In una relazione realizzata dall’Organizzazione del Lavoro (OIL, che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) si ipotizza che la crisi da pandemia rischierebbe di provocare, a scala internazionale, la perdita di 25 milioni di posti di lavoro almeno, andando a incidere su di un tessuto produttivo in cui, già a partire dal 2019, si contavano 188 milioni di disoccupati nel mondo. Un numero nettamente superiore a quello che si è verificato dopo la crisi economica del 2008, che determinò un incremento della disoccupazione mondiale di 22 milioni di unità. Sempre secondo le stime dell’Organizzazione del lavoro saranno le vecchie economie capitalistiche occidentali quelle più funestate dalla crisi, con una perdita di guadagni che si prevede sfiorerà i 3.100 miliardi di euro entro la fine del 2020. Senza contare che l’OIL non tiene minimamente conto delle condizioni economiche e finanziarie devastate dei Paesi della periferia del capitalismo, come il Brasile, il Venezuela, l’India e la stessa Russia che parzialmente si salva con i giacimenti di gas e petrolio, pur subendo i danni del crollo del prezzo del greggio. Inoltre prevede che “tra 8 e 35 milioni di persone rientreranno nella categoria dei cosiddetti ‘lavoratori poveri’ (che sono quelli che guadagnano meno di 2,90 euro al giorno)”, mentre si pensava che nel 2020 la cifra totale di questi, pari a 630 milioni di persone, sarebbe diminuita di 14 milioni di persone.</p>



<p>Più allarmante è l’Agenzia delle Nazioni Unite con sede a Ginevra, che aveva anticipatamente pubblicato un rapporto il 18 marzo, in cui prevedeva che la crisi producesse almeno 25 milioni di disoccupati, ma soltanto a livello europeo. Nell’ultima sua stima, le proiezioni sugli effetti del coronavirus a livello internazionale e per gruppi di regioni economiche sono peggiorate di molto. L’Agenzia prevede infatti che la crisi ridurrà drasticamente il numero di ore lavorate nel mondo del 6,7%, già a partire dal secondo trimestre del 2020, il che equivale a un esubero (licenziamenti) di 195 milioni di lavoratori. Secondo una ulteriore stima della medesima Agenzia, nei settori trainanti dell’economia mondiale potrebbero essere “circa 1,25 miliardi i lavoratori ad alto rischio per l’incremento drastico e devastante dei licenziamenti, delle riduzioni dei salari e dell’orario di lavoro”.</p>



<p>Ma i saggi del profitto, al di là delle inevitabili fluttuazioni di breve periodo, non sono destinati ad aumentare, se non a costi immani di supersfruttamento dei lavoratori. Troppo e irreversibilmente alta è la composizione organica del capitale (rapporto tra la massa del valore del capitale costante e il numero/valore delle unità della forza lavoro impiegate nel ciclo produttivo). Si stima che nel settore metalmeccanico (produzione di automobili, autocarri e macchinari di movimento terra), la forza lavoro sia, in rapporto al capitale costate, del solo 7%. Rimanendo in tema di previsioni, e torniamo all’ultimo trimestre del 2019 quando la crisi del coronavirus non era all’orizzonte, lo status dell’economia mondiale era già sull’orlo del tracollo. Con questa crisi si sommeranno disastri economici su disastri economici, con effetto moltiplicatore su tutto lo scenario internazionale.</p>



<p>Dai già citati dati economici e finanziari, ora passiamo a quelli dell’indebitamento globale, sintomo di una economia malata che cerca di sopravvivere oscillando tra speculazione e indebitamento, sperando di ripagare prima o poi i debiti contratti e di ‘sanare’ con la speculazione le falle che la crisi da saggio del profitto sta facendo all’interno dell’economia reale. Speranze destinate solo ad aggravare la situazione e non a risolverla. Secondo l’Institute of financial finance, i debiti accumulati sino al terzo trimestre del 2019 dalle famiglie, dalle imprese non finanziarie e dagli Stati ammontavano all’astronomica cifra di 253 mila miliardi di dollari, il 322% del Pil mondiale. Un costo basso del danaro e un dollaro debole, oltre alla vitale necessità di reperire finanziamenti sul mercato internazionale, hanno spinto all’indebitamento anche i Paesi emergenti, che hanno raggiunto il record nominale di 72 mila miliardi di dollari. In forte crescita soprattutto il debito in valuta estera, il che ha creato un’esposizione finanziaria potenzialmente esplosiva, sopratutto se in futuro gli Usa dovessero procedere a una ‘normalizzazione’ dei tassi di interesse (aumento). </p>



<p>E, come sta accadendo, la crisi ‘virale’ farà il suo corso nel destabilizzare ulteriormente queste deboli economie, strozzate da un debito pubblico insostenibile, dalla recessione internazionale e dallo spauracchio che il servizio sui loro debiti in dollari possa essere aumentato da un rialzo dei tassi di interesse americani. Sta di fatto che il debito dei Paesi ‘emergenti’, calcolato in valuta pregiata (quasi esclusivamente in dollari), ha raggiunto il picco di 8.300 miliardi di dollari ed è praticamente più che raddoppiato in appena 10 anni. Nel complesso, il debito dei Paesi emergenti, escluso il settore finanziario, ha raggiunto il 187% del Pil, con una punta incredibile a Hong Kong (365%). Gli anni a venire non potranno che peggiorare la situazione, gettando nel baratro le loro economie e trascinando con sé centinaia di milioni di proletari.</p>



<p>Se questo è il quadro generale attraverso il quale si presenta la situazione economica mondiale di fronte a una crisi, due sono le prospettive possibili di ‘salvezza’ dell’intero mondo capitalistico.</p>



<p>La prima consiste in un supersfruttamento basato sull’allungamento della giornata lavorativa, sull’aumento dei ritmi di produzione, sul contenimento dei salari e sul decurtamento delle pensioni e, più in generale, sull’ulteriore smantellamento del welfare. Operazioni già in atto, ma non ancora in termini sufficienti. Rimanendo però all’interno della fase attuale, per i lavoratori che lavorano nelle strutture produttive strategiche (quelle che non possono essere sospese o rallentate) la situazione diventerebbe insostenibile. La mancanza di condizioni igieniche-sanitarie adeguate, la forzata vicinanza tra lavoratore e lavoratore, la scarsa reperibilità di mascherine e tute, per non parlare della necessità della costruzione ex novo di docce e di altri sistemi di decontaminazione, potrebbero favorire una epidemia interna – e quindi poi esterna – ai luoghi di lavoro, come per altro si è verificato: vedi le province di Brescia e di Bergamo, in cui il padronato locale si è opposto all’istituzione di “zone rosse” quando il contagio era già diffusamente in corso. Allora, ai sacrifici già in atto e a quelli che verranno, si sommerebbe la paura dell’infezione, con il rischio di perdere la vita e non più soltanto il posto di lavoro. Per cui il capitale si troverebbe di fronte a una probabile, quanto determinata, risposta di classe fatta di scioperi, rivendicazioni economiche e di sicurezza sul lavoro di difficile gestione. In questo caso la ‘militarizzazione’, che oggi, in maniera soft, si presenta come necessario aiuto all’amministrazione dell’ordine comportamentale della popolazione in regime di emergenza sociale, si trasformerebbe immediatamente in militarizzazione vera e propria contro le rivolte operaie in nome della pace sociale.</p>



<p>Altrimenti la soluzione delle soluzioni (la seconda) sarebbe una ‘bella’ guerra che tutto distruggerebbe per tutto ricostruire, dando al sistema capitalistico gli spazi economici per un nuovo ciclo di accumulazione.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato su Prometeo, 10 aprile 2020</p>
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		<title>A dieci anni dallo scoppio della crisi, a che punto è l&#8217;economia mondiale *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/a-dieci-anni-dallo-scoppio-della-crisi-a-che-punto-e-leconomia-mondiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 15:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[La situazione dell’economia mondiale, tra finanziarizzazione, svalutazione competitiva, debiti e conflitti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-62-aprile-maggio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 62, aprile &#8211; maggio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La situazione dell’economia mondiale, tra finanziarizzazione, svalutazione competitiva, debiti e conflitti</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">La situazione mondiale continua a essere dominata dalle stesse cause che hanno determinato la crisi della fine del primo decennio degli anni Duemila e dal solito ruolo che in essa hanno svolto gli Stati Uniti d’America. È da lì che è partita l’esplosione della bolla speculativa del 2007, nella quale i titoli cosiddetti subprime si sono svalutati dal 60 al 100%. Titoli che erano stati preventivamente e proditoriamente sparsi – come abbiamo ampiamente visto e descritto – nelle pance delle banche di tutto il resto del mondo, nei fondi speculativi, dando vita alla più devastante crisi finanziaria dal secondo dopoguerra a oggi.</p>



<p>In quella occasione, come ancora oggi, si parla di bolla speculativa esplosa, di crisi finanziaria che ha colpito i principali istituti di credito americani e poi, a cascata, il mercato finanziario mondiale. Noi ci siamo sforzati di dimostrare che quella crisi trovava le sue origini non nel mondo della finanza, che ne è stato solo una conseguenza, ma in quello dell’economia reale. Negli Usa, come nei settori del capitalismo più avanzato, da decenni, anche se con un andamento sinusoidale, cioè con alti e bassi, più bassi che alti, la redditività degli investimenti andava calando nonostante un aumento della produttività.</p>



<p>I saggi del profitto erano in costante diminuzione e masse sempre più consistenti di capitali lasciavano l’economia ‘reale’, quella che produce beni e servizi, che crea valore sulla base dello sfruttamento della forza lavoro, per rincorrere il miraggio di facili guadagni nel settore della speculazione che, in qualche modo, ripagasse il capitale dei mancati profitti del settore produttivo con quelli speculativi. Con la conclusione di deprimere ulteriormente la produzione reale attraverso la fuga dei capitali e di andare a ingigantire un meccanismo parassitario che partiva dalla finanziarizzazione della crisi stessa, attraverso la formazione di capitale fittizio, ovvero di credito facile, grazie al basso costo del danaro, inondando l’economia americana di un mare di debiti, sia da parte dello Stato, delle imprese e persino delle famiglie.</p>



<p>Capitale fittizio che, al primo rincaro dei tassi di interesse, imposto dalla Federal Bank, avrebbe fatto esplodere il tutto con le conseguenze planetarie che abbiamo visto. Esplosione che si è abbattuta sui meccanismi finanziari, sulle banche da salvare a ogni costo (too big too fail), ricadendo poi pesantemente sul già fragile tessuto produttivo che l’ha generata, e peggiorando le condizioni salariali e di sfruttamento dei lavoratori.<br>Oggi la situazione, non solo non è migliorata, ma è cambiata in peggio.</p>



<p>La ‘crescita’ degli Stati Uniti, annunciata a tutto il mondo come il miracolo economico che è ‘scoppiato’ dopo i disastri della crisi, in tempi e modi prodigiosi, con un Pil che raggiungerebbe nel 2019 il 3% – ma, si dimentica di dire, con una bilancia dei pagamenti con l’estero che ha raggiunto vertici inimmaginabili – è avvenuta nelle sabbie mobili di un incredibile innalzamento del debito pubblico e privato, delle aziende e delle società finanziarie, con cifre da capogiro per il deficit federale e dei singoli Stati che, complessivamente, ha raggiunto la cifra record di 237 mila miliardi, pari al 390% del Pil. L’unico vero successo è quello dell’incremento di alcuni settori produttivi grazie all’abbassamento del 30% delle tasse voluto da Trump. Abbassamento pagato dallo Stato anche con i soldi degli operai e degli impiegati che si somma ai circa 10.000 miliardi di dollari che sempre lo Stato ha sborsato nel solo 2008 per salvare il salvabile nel settore produttivo (mentre per l’economista Stigliz si arriverebbe tranquillamente ai 20.000 miliardi di dollari versati dalla Banca centrale per tamponare i debiti di banche e soprattutto delle imprese).</p>



<p>Per tamponare invece l’emorragia finanziaria con il Quantitative easing è stato fatto un regalo di oltre 12.000 miliardi a favore delle sole banche (oltre i 20 miliardi sempre per Stigliz). Il millantato milione di posti di lavoro che Trump sventola come una bandiera, a testimonianza della presunta ripresa economica, in realtà si è concretizzato in qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro, con contratti ultra precari, persino di una settimana, sottopagati, senza nessuna copertura sanitaria e sindacale. Mentre ‘l’economia del debito’ si dilata progressivamente a preoccupante dismisura. In un anno, dal 2016 al 2017, il debito è aumentato del 10,2%, il debito delle società non finanziarie (imprese) è cresciuto dell’11,1%, il debito pubblico è aumentato del 6,7%, il debito delle famiglie è cresciuto del 12,5% e il debito del settore finanziario è cresciuto dell’11,3%.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il macigno dei debiti</h4>



<p>La grande recessione del 2007-8 e la conseguente lunga depressione che dura tuttora, hanno modificato il quadro economico generale rendendolo più debole. Siamo in presenza di una economia capitalista mondiale stagnante, dove il tasso di crescita della produttività è basso. L’aumento degli scambi commerciali si è rallentato e, soprattutto, la redditività dei capitali a investimento produttivo non si è ripresa e la cooperazione è stata sostituita da una concorrenza sempre più crudele (vedere la politica dei dazi di Trump). Secondo le proiezioni degli economisti della Banca mondiale, c’è da aspettarsi che la crescita economica mondiale diminuisca al 2,9% entro il 2020 e che, quindi, la lunga depressione iniziata nel 2008 non solo non è finita ma continuerà con il suo pericoloso fardello di guerre commerciali, guerre economiche e guerre di rapina sempre più violente e generalizzate.</p>



<p>Il debito pubblico che nel 2007 era di circa 9.000 mld di dollari (il 75% del Pil) era arrivato a 19.200 miliardi nel 2016, il 105% del Pil; negli ultimi anni, sotto Trump, non ha fatto altro che peggiorare e in futuro andrà ancora peggio. Con l’accelerazione delle politiche di Trump, si è forse arrivati al 130%. Secondo il Ministero del Tesoro il deficit di bilancio per il 2018 è aumentato del 17% ed è il più elevato dal 2012. Le entrate sono aumentate dello 0,4% mentre le spese hanno superato il 3,2%. Il Congressional Budget Office prevede per il 2019 che il deficit di bilancio arrivi a un trilione di dollari (mille miliardi). Con la politica di Trump, che ha previsto spese straordinarie come i 700 miliardi di dollari per la difesa, il taglio delle tasse del 31% per le imprese, a fronte (va detto) di un incremento delle imposte ai privati del 6,1%, il deficit federale aumenterà di ulteriori 214 miliardi di dollari, ‘grazie’ all’aumento dei costi dovuti agli incrementi degli interessi sul debito che si sommano ai già citati tagli delle tasse e alle spese militari per la difesa.</p>



<p>Nel frattempo il debito federale è schizzato a 22.000 mld contro circa 18 di entrate. Il bilancio di oltre la metà degli Stati federali è in deficit e sostenuto sempre dalla politica in deficit dello Stato federale americano.<br>In aggiunta ci sono i debiti contratti dagli studenti per iscriversi ai college e alle università che hanno toccato i 1.300 miliardi di dollari; i debiti delle carte di credito ammontano a 1.600 mld; 1.100 mld per le auto e ben 11.800 mld i debiti delle imprese. A questi va aggiunta una cifra enorme, ma non data, riguardante i debiti per l’acquisto di immobili, come non è dato l’ammontare del debito complessivo dei singoli Stati. Il dato più preoccupante però è quello relativo al debito delle imprese.</p>



<p>Se è vero che nel primo trimestre del 2018, le più importanti 500 imprese statunitensi hanno realizzato un aumento del 26% dell’utile per azione, è anche vero che ciò è stato reso possibile esclusivamente da un’enorme riduzione delle tasse proposta e realizzata dall’Amministrazione Trump. Se si considerassero i profitti dell’intero settore aziendale prima delle riduzioni delle imposte, abbiamo che nel primo trimestre del 2018 si sarebbe registrato non un guadagno, ma un calo dello 0,6%, immediatamente preceduto da un primo calo nel quarto trimestre 2017 dello 0,1%. Con le riduzioni fiscali, i profitti sono aumentati del 6%, mentre la produttività è rimasta al palo e la redditività media degli impianti in America e nelle economie del G7 rimane ben al di sotto dei livelli pre-crisi, anche dopo dieci anni di presunta ripresa e nonostante le potenti iniezioni di capitale da parte dalla Banca federale come delle altre Banche centrali dei maggiori Paesi industrializzati.</p>



<p>La vera questione della difficoltà di uscita dalla crisi è nella mancanza di un sufficiente tasso di valorizzazione del capitale, con lo spauracchio che la prossima crisi, ampiamente annunciata dagli stessi analisti a-mericani, si manifesterà nella esplosiva combinazione tra il debito delle imprese produttive negli Usa, come in tutte le economie del G7, e la massa dei debiti contratti. Per esempio, il debito delle società non finanziarie americane ha toccato un massimo nel ‘dopo-crisi’ del 72% del Pil, pari a 14,5 trilioni nel 2017, lo stesso debito nel medesimo settore delle società non finanziarie, ovvero di quelle società che agiscono nel settore produttivo di merci e servizi, è stato superiore di 810 miliardi rispetto all’anno precedente, con un 60% dell’incremento derivato dall’aver contratto ulteriori debiti con le banche e con altri istituti finanziari.</p>



<p>Allo stato attuale, i soli finanziamenti obbligazionari rappresentano il 43% del debito in essere, con una scadenza media di 15 anni rispetto alla scadenza precedente di 2,1 anni, sempre per prestiti alle imprese americane. Il che implica che circa 3,8 trilioni di dollari andranno come rimborso annuo per il prestito contratto. Una valanga di debiti non può che prevedere tante slavine di rimborsi sui capitali ricevuti in prestito, anche se al momento a tassi d’interesse bassi. In ogni caso il dato complessivo che emerge è il seguente: “Tutte le società, sia d’investimento produttivo che speculative, hanno aumentato significativamente l’uso della leva finanziaria. Alcune società hanno contratto debiti non per investire produttivamente ma per finanziare i riacquisti di azioni, di obbligazioni e di titoli di Stato, creando un ampio flusso finanziario di cassa e di riserva. In sostanza, la mancanza di remuneratività delle imprese agenti nel settore produttivo, le ha costrette a un indebitamento progressivo ma orientato più verso la speculazione che verso la produzione” (1).</p>



<p>Questo vale soprattutto per le grandi aziende, mentre le piccole non hanno a disposizione nemmeno questa opzione, a meno di non correre grossi rischi sino al fallimento. Per cui sono rimaste ferme in balia del mercato che, in più di un’occasione, le ha definitivamente eliminate. Sembra lo schema della finanziarizzazione della crisi che ha preceduto lo scoppio della bolla dei subprime. Gran parte di tale debito è valutato BBB, il rating più basso delle imprese a investimento produttivo. Ciò significa che sono solo un pelo al di sopra delle valutazioni indesiderate (spazzatura) e che il loro destino è legato al minimo aumento dei tassi di interesse, che finirebbe per gonfiare i debiti contratti, aumentare il servizio sul debito e ad accrescere i costi di produzione. Il numero di società con rating BBB è aumentato del 50% dal 2009 e non sembra fermarsi.</p>



<p>Questa è la vera situazione dell’economia americana ‘uscita’ dalla crisi. Debito pubblico, deficit federale, deficit nella bilancia dei pagamenti con l’estero, debiti di metà degli Stati americani. Debiti pubblici a cui si sommano i debiti privati e quelli delle imprese. Una montagna di debiti e di deficit che renderebbe l’economia americana tra le più precarie al mondo, se non fosse per il ruolo egemone del dollaro e per la forza del suo esercito, pronto a intervenire ai quattro angoli del mondo al minimo rischio di interferenze nei confronti delle sue mire strategiche e necessità finanziarie.</p>



<p>Ma come dice Michael Roberts nel suo The long depression, “il grande rischio è la combinazione di una redditività in calo e di un debito elevato in aumento nei settori aziendali, non solo americani, ma di tutto il G7. Se i profitti dovessero continuare a scivolare verso il basso, mentre il costo del servizio sul debito dovesse aumentasse con l’aumentare dei tassi di interesse, allora questa sarebbe una pericolosa ricetta per fallimenti aziendali a catena e una nuova, devastante crisi del debito. Il debito globale, in particolare il debito societario, è ai massimi storici”. E noi aggiungiamo: la bomba è innescata, a quando lo scoppio?</p>



<p>Anche alla periferia del capitalismo, nei cosiddetti Paesi emergenti, il fenomeno si riproduce nelle medesime condizioni. La maggioranza delle aziende produttive e società finanziarie dei paesi ‘emergenti’ si è pesantemente indebitata in dollari, dato che il corso del dollaro, allora (prima della crisi) era ed è relativamente basso e i tassi di interesse praticati sulla divisa verde dalla Federal Bank sono stati volutamente tenuti quasi nulli. Buona parte dell’enorme flusso di capitali che si è trasferito nelle economie emergenti non era destinata a investimenti produttivi, ma in prestiti e obbligazioni per attività speculative. Mentre i flussi di capitali a lungo termine per investimenti produttivi verso le economie emergenti (IED) sono in precipitoso declino da almeno una decina d’anni, ovvero dall’inizio della crisi dei subprime. Le conseguenze sono evidenti: in tutti i Paesi che sono stati coinvolti da crisi finanziarie, l’innalzamento dei tassi di interesse dei loro titoli di Stato è stato una costante.</p>



<p>Questo è il quadro delle svalutazioni a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo. Titoli di Stato: in Turchia i tassi d’interesse che lo Stato deve pagare ai sottoscrittori dei titolo pubblici sono passati dal 12 al 20, in Argentina dal 6 al 12, in Russia dal 4 all’8, in Indonesia dal 3 al 9, in Brasile dal 10 al 267 in Libano dal 20 al 281, in Sudafrica dal 12 al 112 (a esclusione della Cina tutti i BRICS). Svalutazione delle divise, ovvero la perdita del potere d’acquisto: Argentina, pesos -46%, Turchia, lira -45%, Sudafrica, rand -22%, Brasile, real -21%, Russia, rublo -19%, Giappone, yen -5,5%.</p>



<p>Sembra un film già visto, un film dell’orrore con devastazioni economiche e sociali, quando il dio profitto perde il suo ruolo egemone nella produzione di plusvalore, fa scappare i capitali a investimento produttivo verso la speculazione, verso una enorme produzione di capitale fittizio, a causa di una redditività dei capitali sempre più bassa. La politica del debito su cui ‘regge’ l’economia americana ne è un esempio. Tutti i dati fondamentali dell’impianto economico americano sono – come abbiamo visto – in rosso, i debiti soffocano le attività produttive e le stesse imprese, ai limiti della sopravvivenza sul mercato interno, mimano le grandi concentrazioni di capitali speculativi nella speranza di sopravvivere alla diminuzione dei saggi del profitto.</p>



<p>È per tutelare queste imprese, sommerse dai debiti e dalla mancanza di remuneratività dei loro investimenti (metà delle quali godono appunto di un rating da BBB appena sopra il livello spazzatura), che Trump ha pensato di innalzare i dazi contro mezzo mondo e in particolare la Cina, senza considerare che la Cina, con le sue merci a bassissimo costo, finora ha permesso agli oltre 80 milioni di poveri americani che vivono sotto la soglia di povertà, di sopravvivere. Senza contare le inevitabili reazioni di quella parte del mondo messo sotto il peso dei dazi doganali eretti come un muro contro le merci e la maggiore competitività estera.</p>



<p>In realtà – detto qui per inciso – la Cina, come nuova potenza in piena emersione, ma con problemi di bilancio (anch’essa sotto il peso di un aumentato debito pubblico), pur essendo stata, al netto delle sanzioni di Trump, il principale partner commerciale degli Usa, sta adottando una politica del tutto differente, ossia orientata a sviluppare la nuova Via della Seta e a creare un nuovo canale diretto di comunicazione e traffico di merci e capitali verso Occidente, attraversando le vecchie Repubbliche sovietiche orientali e verso l’Africa, via terra e via mare con l’obiettivo di arrivare al Mediterraneo, dopo essere riuscita ad avere il controllo commerciale del porto greco del Pireo.</p>



<p>Un canale nel quale le compravendite non avvengono più in dollari ma in renmimbi. Chiaro atto di ‘guerra’ della Cina, non solo contro la politica americana dei dazi, ma come tentativo di fare della propria divisa un serio concorrente al dollaro sui mercati commerciali mondiali, con l’obiettivo di partecipare all’accaparramento di capitali esteri e del plusvalore che essi contengono. Se ciò avvenisse, saremmo in presenza di un ‘nuovo’ terreno di scontro tra imperialismi, più sofisticato nella forma in cui si esprime ma non meno dirompente di altri che sono ancora in corso.</p>



<p>È cresciuta pure la contesa contro la Russia. Anche in questo caso uno dei contenziosi riguarda la possibilità di commerciare in rubli il gas naturale, e magari il petrolio, dopo la feroce lotta degli ultimi anni in cui hanno tentato (Russia e Arabia Saudita) di mettere fuori gioco gli Usa, che puntavano sullo shale oil, molto più costoso di quello saudita. Il rinnovo delle sanzioni e la politica dei dazi contro Putin rientrano nella logica di ‘difesa’ degli interessi americani almeno per tre ragioni fondamentali: impedire alla Russia di stabilirsi nel Mediterraneo salvando il regime siriano di Assad; staccare l’Europa dalla dipendenza energetica con Mosca, dando vita a una serie di pipeline in sostituzione di quelle russe esistenti e da costruire; non concedere in tutti i modi l’opportunità a Mosca di commercializzare i suoi ‘tesori energetici’ siberiani in rubli, dopo che la minaccia di sostituire il dollaro è arrivata dalla Cina e dal Venezuela di Maduro.</p>



<p>A questi scenari, già gravidi di tensioni al limite dello scontro quasi diretto, si aggiungono i dazi contro l’Iran e la Corea del Nord, ma anche contro il Venezuela e il Canada, oltre che la minaccia di un innalzamento delle tasse commerciali per Germania e Italia. Nel caso del Venezuela, la politica dei dazi commerciali di Trump tende a due obiettivi: il primo è destabilizzare il governo Maduro, già messo male dalla devastante crisi economica che sta attraversando il Paese, favorendo politicamente e finanziando l’opposizione di destra. Il secondo, come già accennato, consiste nell’impedire a Maduro di vendere il suo petrolio con una nuova divisa (il petro) che dovrebbe sostituire il dollaro, almeno nell’area dell’America latina (2).</p>



<p>Quella dei dazi imposti dagli Usa è lo sbocco di una politica di vecchissimo corso, che data all’agosto 1971, quando si verificò il primo deficit della bilancia commerciale Usa (2,5 milioni di dollari, oggi è di 556 miliardi di dollari). Quegli Usa che, nel secondo dopoguerra, avevano letteralmente inondato con le loro merci il mondo intero, si erano trovati, nemmeno trent’anni dopo, a essere importatori netti di merci e servizi. Il deficit in sé non era elevato, ma era rivelatore della diminuita competitività delle merci americane e di una pericolosa inversione di tendenza nei rapporti con Europa (Germania) e Giappone.</p>



<p>L’allora presidente Nixon fu costretto a prendere le tre storiche misure nel tentativo di salvare le imprese americane dalla agguerrita concorrenza estera: aumentare le tasse sull’importazione del 12%; la contemporanea svalutazione del dollaro (da 35 passa a 38 dollari oncia oro) di un altro 12%; con il guadagno, in un colpo solo, di un 24% di margine commerciale sul resto del mondo; la dichiarazione di incontrovertibilità del dollaro in oro.</p>



<p>Come dire, noi eravamo liberisti fintanto che dominavamo il mercato commerciale, nel momento in cui abbiamo perso questo predominio imponiamo tasse e dazi alle merci d’importazione senza alcun riguardo per i trattati di libero scambio ai quali abbiamo sempre fatto riferimento. Per il dollaro è valsa la medesima legge. La sua svalutazione competitiva del 12% dava temporaneamente margini di sopravvivenza alle industrie americane e tanto bastava. Per lo sganciamento del dollaro con l’oro il discorso era duplice.</p>



<p>Da un lato i forzieri americani non erano più in grado di sostenere con le loro riserve auree, peraltro in continua diminuzione, l’enorme massa di dollari in circolazione sul mercato internazionale, massa in continua espansione. Dall’altro, con un dollaro svalutato e sganciato dalla parità aurea, chi ci rimetteva erano gli speculatori, i risparmiatori e tutti gli istituti di credito internazionali che, negli anni precedenti, avevano investito sul dollaro come bene-rifugio. Ma le Amministrazioni successive hanno fatto in modo di continuare a fare del dollaro, pur sganciato dall’oro, la divisa universale degli scambi mondiali, il bene di rifugio per eccellenza, una merce di vendita il cui costo di produzione era vicino allo zero, lo strumento monetario per tutte le speculazioni, il mezzo attraverso il quale convogliare verso l’economia americana enormi flussi di capitali.</p>



<p>Ma un dollaro forte avrebbe inevitabilmente penalizzato la competitività delle merci americane, creando di anno in anno voragini all’interno del deficit commerciale. A questa semplice constatazione le varie Amministrazioni hanno fatto di tutto per rendere il dollaro sempre più forte, tentando di ridurre i danni commerciali. Era più importante che il dollaro continuasse a dominare sul mercato monetario internazionale, facendo confluire nell’economia americana fiumi di capitale finanziario che servivano a finanziare i vari deficit, e quello che rimaneva poteva essere esportato sotto forma di capitali a investimento nei Paesi dove il costo del lavoro fosse di gran lunga inferiore di quello a cui veniva comprata la ‘capacità lavorativa’ dei lavoratori americano.</p>



<p>Era talmente importante questo ruolo del dollaro, che dopo le crisi petrolifere degli inizi degli anni Settanta, i governi americani non hanno esitato a inscenare episodi di guerra, sia per mettere le mani sulle materie prime energetiche, sia per fare in modo che i produttori petroliferi e di gas non osassero pretendere dai loro clienti, divise diverse dal dollaro. Le cosiddette guerre del petrolio o ‘dei tubi’ – intendendo per ‘tubi’ le vie di commercializzazione (pipeline) – nonché il ‘perenne’ dominio del dollaro, sono ancora attuali dagli anni Settanta, sono solo cambiate e ampliate la loro cornice geografica, l’intensità e la ferocia.</p>



<p>L’Amministrazione Trump sembra tentare la quadrature del cerchio, ovvero continuare ad avere un dollaro forte e una bilancia dei pagamenti con l’estero, se non in positivo, almeno con un deficit accettabile. La politica dei dazi, oltre alla sua valenza politica di contrapposizione imperialistica con nemici giurati e con avversari commerciali, tende proprio a questo, avere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè un dollaro forte e una bilancia dei pagamenti che non sia il frutto di una perenne penalizzazione di quanto prodotto negli States.</p>



<p>In estrema sintesi, dazi doganali a parte, le guerre, di volta in volta, generate dalle crisi economiche, oltre a distruggere valore capitale per ricostruire, sono il pane quotidiano del capitalismo, che deve raggiungere con la forza delle armi quegli obiettivi economici e strategici che, con la forza della diplomazia e della ‘normale’ concorrenza, non è in grado di raggiungere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La guerra permanente</h4>



<p>Ecco perché le guerre, che dal 1945 non si sono mai fermate, esprimono oggi la tensione tra gli Usa e le altre potenze imperialiste su di un piano che trasferisce il livello del confronto produttivo, commerciale, monetario, nonché strategico, su quello apertamente militare. Ma il motore, oggi, è e rimane però quello della crisi economico-finanziaria, della scarsa redditività degli impianti, della crisi dei profitti e della conseguente speculazione, degli immensi debiti contratti e del rischio che un aumento dei tassi d’interesse negli Usa crei una crisi debitoria insanabile e le premesse per una nuova crisi mondiale peggiore di quella che, gli ottimisti, definiscono passata.</p>



<p>È stato sufficiente che l’andamento dei tassi al rialzo – per quanto riguarda i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi, sia nominali che reali a 10 anni – si siano spinti rispettivamente al 3,25% e all’1%, sui massimi del 2011, per scatenare un putiferio sui mercati finanziari di New York, il 10 ottobre del 2018. Per cui, i rinnovati timori per un ulteriore aumento dei rendimenti dei Treasury e il rischio di una guerra commerciale con la Cina, ha portato il Dow Jones (-3,155) e lo Standard &amp;Poor 500 (-3,29%) a chiudere la giornata peggiore dall’8 febbraio 2018. Il terrore dei mercati – e le relative vendite che hanno colpito particolarmente i titoli del comparto tecnologico (Nasdaq) – ha riguardato anche la guerra dei dazi contro la Cina.</p>



<p>Ma il detonatore più forte è stato il timore che con tassi di interesse più alti, l’indebitamento di interi settori produttivi, tra cui quelli tecnologici, li facesse saltare. Titoli come quelli di Facebook, di Twitter e di Netflix hanno perso in un attimo il 20% del loro valore. Persino Trump ha accusato violentemente la politica monetaria della Fed – “pazza” secondo il tycoon – per aver operato il terzo rialzo consecutivo dei tassi nell’arco del 2018. Il tutto è indice indiscutibile di una crisi permanente del capitale che si mostra alla superficie con i crolli finanziari e, nella sostanza, nella ormai endemica mancanza di rendimenti nel mondo dell’economia reale, che spinge i capitali stessi a fuggire l’investimento per imboccare l’inutile, se non più rischiosa, strada della speculazione.</p>



<p>Ecco allora che l’unica via per tentare di uscire dalla crisi economica-finanziaria è, nel breve periodo, la svalutazione competitiva, la speculazione, la politica dei dazi, l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro, lo smantellamento dello Stato sociale; ma, alla lunga, solo una consistente distruzione di valore capitale può risolvere i problemi di crisi da profitti del capitale. Non è un caso che la seconda guerra mondiale abbia devastato innanzitutto tutto i settori produttivi di quella parte del pianeta in guerra, concedendo all’imperialismo Usa di investire produttivamente nelle infrastrutture e nella ricostruzione degli impianti industriali europei localizzati principalmente in Italia, Francia, Germania, e anche nel lontano Giappone, e di esportare il suo surplus di capitale finanziario nei settori chiave dell’economia dei Paesi sconfitti.</p>



<p>Facendo così dei vinti e degli alleati un enorme spazio in cui inserire un nuovo ciclo di accumulazione. Ma la chiusura della seconda guerra mondiale non ha fermato la furia dell’imperialismo, sia americano che russo, che in termini strategici diversi hanno continuato a confrontarsi. Non perché la seconda tragedia mondiale non avesse distrutto abbastanza, ma perché, oltre a distruggere per ricostruire, l’imperialismo ha bisogno di esportare capitali, di investire all’estero, di controllare e sfruttare i territori ricchi di materie prime funzionali al processo di valorizzazione del capitale e, non da ultimo, di usufruire delle materie energetiche, di gestirne i percorsi commerciali, di parteciparne, possibilmente in termini monopolistici, alle rendite.</p>



<p>In effetti, all’indomani della seconda guerra mondiale non ha fatto che susseguirsi una lunga serie di guerre denominate ‘fredde’, ossia combattute solo indirettamente dalle due grandi centrali dell’imperialismo uscite vincitrici dalla guerra. Da quelle che hanno attraversato la Cina nel periodo 1937/49 con un Partito Comunista Cinese schierato con i russi e un Kuomintang filo americano, la cui conclusione è stata la spartizione del Paese dopo il 1949 in due parti, quella continentale, caduta sotto l’influenza russa, e quella insulare (Taiwan) americana. Solo un anno dopo il confronto si sposta in Corea (1950/53).</p>



<p>Seguì il conflitto in Vietnam nel (1962/75) e i fatti bellici che insanguinarono il centro America, in Honduras e Nicaragua con e contro i sandinisti. Come al solito, da una parte l’imperialismo russo a difesa delle ‘sue nuove colonie’ americane, dall’altra gli Usa che si ‘offrivano’ dei servigi del panamense e narcotrafficante Noriega per sconfiggere i sandinisti. Quest’ultimo personaggio, che scaricava in America tonnellate di droga proveniente dai cartelli colombiani, in un apposito reparto dell’aeroporto di Los Angeles vietato agli stessi servizi americani, faceva il viaggio di ritorno, carico di armi fornitegli dalla Cia da distribuire ai Contras operanti in centro America.<br>Potremmo continuare con lo scontro Urss-Usa nel contenzioso nazionalistico tra Israele e palestinesi, la crisi dei missili a Cuba, l’affaire Panama, con relativo sbarco americano ecc. Una guerra infinita interrotta non da una soluzione di pace ma da un necessario abbandono da parte di uno dei due contendenti.</p>



<p>Venne infatti l’implosione dell’Urss. Implosione dovuta a una decrescente competitività, a un incremento spropositato degli investimenti in beni strumentali a fronte di una forza lavoro che rimaneva sempre la stessa e di una produttività decrescente, favorendo così una modificazione della composizione organica del capitale e una inesorabile caduta dei saggi del profitto. Gli ingenti investimenti in capitale costante si facevano, nonostante la loro scarsa produttività e remuneratività, perché funzionali alla potente oligarchia di Stato, che dagli stanziamenti finanziari all’industria e all’agricoltura ricavava la sua ‘quinquennale’ tangente.</p>



<p>Più lo Stato investiva in capitale costante sotto forma si investimenti, anche se scarsamente produttivi, più l’oligarchia russa aveva la possibilità di stornare quote di capitale da deviare nelle proprie tasche. Nella crisi economica del sistema sovietico, ancora una volta c’è stato lo zampino degli Usa che, concentrando la competizione sul piano della rincorsa alle innovazioni tecnologiche militari, obbligarono il governo dell’Urss a indebitarsi pesantemente nel settore degli armamenti, il quale governo arrivò a spendere per tale voce il 23% del proprio Pil, contro il 7-8% che spendevano gli Usa.</p>



<p>Questa enorme sproporzione portò a un deficit spropositato nelle casse dello Stato russo, che aprì le prime brecce nel sistema economico sovietico a capitalismo di Stato, già minato dalla piaga di un saggio del profitto in costante caduta, e alla periferia del suo impero. Situazione nella quale la Cia e il Vaticano furono abili nell’inserirsi, specie in Polonia con l’esperienza di Solidarnosc. L’implosione cancellò la ‘fugace’ esperienza di un falso socialismo nato dalla sconfitta della rivoluzione d’Ottobre, primo e unico (per il momento) esempio storico di rivoluzione proletaria.</p>



<p>Seguirono dieci anni di mono imperialismo, che consenti agli Usa, di entrambe le Amministrazioni, di fare il bello e il cattivo tempo sullo scenario internazionale. Era l’epoca delle ‘prime’ guerre del petrolio, del suo controllo e dei business collaterali, quali la costruzione di pipeline, di centri di stoccaggio e di raffinerie che, ovviamente, dovevano cadere nelle esose mani delle compagnie petrolifere americane e delle imprese specializzate nelle grandi opere, legate alle prime, sia per questioni di logistica ingegneristica, sia perché partecipi sodali alla sfruttamento della medesima rendita petrolifera. È il periodo in cui l’imperialismo americano si ‘è esibito’ nella guerra in Iraq del 1990/91, in quella dell’Afghanistan e poi nella seconda guerra in Iraq del 2003. Dieci anni inframmezzati anche da guerre ‘minori’ ma strategicamente importanti, come quelle nell’area del Sahel in Africa e quella che ha distrutto la Jugoslavia, ultimo baluardo europeo del falso socialismo titoista.</p>



<p>Nel frattempo la Russia post sovietica, grazie ai giacimenti siberiani di petrolio e di gas, ha riguadagnato posizioni nella graduatoria dell’imperialismo internazionale, riproponendosi, con la Cina, quale controparte allo strapotere americano, dando vita a una sorta di seconda guerra fredda. A questo punto (2011), dopo l’esplosione delle ‘primavere arabe’, il conflitto si è spostato in Siria e Libia. In Siria la Russia, appoggiando Bashar el Assad, difende i suoi interessi tanto verso il Mediterraneo, con il mantenimento dei porti militari e commerciale di Tartus e Latakia, quanto verso il Medio Oriente contro l’Arabia saudita, Israele e il loro mentore imperialistico americano.</p>



<p>Quella che si sta svolgendo sotto i nostri occhi può essere definita una guerra generalizzata condotta da tutte le più potenti centrali imperialiste presenti nell’area. Sul campo troviamo la Russia e gli Usa con i loro alleati. Insieme alla Russia si muove l’Iran, si muovono l’Iraq, il Libano e gli Hezbollah libanesi. Ovvero l’asse sciita del Medio oriente. Con gli Usa l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar che costituiscono l’asse sunnita, fedele, ma non troppo, alle ambizioni di Trump.<br>In Libia sono operativamente presenti Francia, Italia, Inghilterra e Usa. Francia e Inghilterra sono state alla base della spedizione militare contro Gheddafi, spalleggiati dall’onnipresente imperialismo americano, con il doppio scopo di togliere all’Eni il controllo del 40% del petrolio libico (Francia) e di impedire a Gheddafi di vendere il suo petrolio in eu-ro, rubli o yuan.</p>



<p>In Siria abbiamo avuto la presenza massiccia di tutti i maggiori interpreti di questi massacri. Con interessi diversi, a volte contrastanti, si sono formate nuove alleanze, sciolte delle vecchie, in un susseguirsi di episodi che hanno visto la rovina di un intero Paese con due milioni di morti e oltre quattro milioni di profughi. La Turchia, la Russia, l’Iran e l’asse sciita da una parte. Gli Usa, Israele e l’asse sunnita dall’altra. Ognuno con i suoi interessi da difendere; in mezzo, il variegato campo dei nazionalismi curdi, diventato lo strumento di guerra di alcuni imperialismi e l’obiettivo da abbattere per altri, pur facendo parte, a volte, della stessa coalizione.</p>



<p>Se contassimo gli imperialismi presenti, le loro aree di influenza, la loro operante presenza bellica, dovremmo concludere di essere in presenza dii una ‘strana’ guerra mondiale dove, salvo rari casi, definiti incidenti, tutto il quadro imperialistico, fatta eccezione per la Cina, si scontra in una delle zone a più alta intensità strategica. Non è illusorio pensare che una simile guerra generalizzata, al deflagrare della nuova bolla finanziaria, spinta da un aumento dei tassi di interessi, possa determinare un peggioramento degli andamenti economici in tutto il mondo e l’intensificarsi degli attuali focolai di guerra o la creazione di nuovi.</p>



<p>Oltre all’analisi dell’esistente, negli aspetti legati alla denuncia politica va affermato con forza che la crisi non è un accidente, un inevitabile incidente naturale o una maledizione divina di qualsivoglia genere, ma il prodotto di questo modo di produzione, del capitalismo in pesante crisi economica dalla quale non riesce a uscire, che sta generando una massa finanziaria 12/14 volte il prodotto interno lordo mondiale, che fugge la produzione per dedicarsi al palliativo della speculazione, perché nella economia reale non ha più sufficienti margini di profitto per i suoi investimenti produttivi. È la caduta del saggio del profitto, che accelera la concorrenza tra capitali e lo scontro tra gli imperialismi.</p>



<p>In questo quadro la tendenza alla guerra non è uno spauracchio, ma la realtà concreta che caratterizza tutte le relazioni internazionali e uno stato di fatto che vede coinvolte tutte le principali potenze imperialiste del pianeta in vari luoghi del mondo.</p>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato su Prometeo, dicembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">1) Fabio Damen, <em>La crisi dei profitti alla base della finanziarizzazione dell’economia</em>, Prometeo, novembre 2009</p>



<p class="has-small-font-size">2) Il 23 gennaio 2019 è poi scattata l’operazione Guaidò, supportata dagli Usa (n.d.r.)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La situazione internazionale tra Obama e Trump *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-situazione-internazionale-tra-obama-e-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 12:58:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1896</guid>

					<description><![CDATA[Due imperialismi a confronto: a guidarne le mosse sempre le esigenze dell’economia Usa
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-57-aprile-maggio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 57, aprile &#8211; maggio 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Due imperialismi a confronto: a guidarne le mosse sempre le esigenze dell’economia Usa</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il confronto è inevitabile. Il primo Democratico, il secondo Repubblicano. Uno riformista e l’altro conservatore. Obama schivo e riservato, Trump arrogante e dirompente. Nulla di più diverso, ma è proprio così? La guerra in Siria ci dà qualche indicazione sul denominatore comune che è quello di presiedere il più potente Paese imperialista del mondo. L’insistente vulgata che con grande preoccupazione si è impadronita dell’opinione pubblica internazionale recita che con Trump la ricreazione dell’amministrazione obamiana è finita, da oggi in avanti vedremo pericolosamente esprimersi il revanscismo imperialistico degli Usa, ammorbidito, se non annullato, da otto anni di presidenza democratica.</p>



<p>Detto in altri termini, l’assunto&nbsp;<em>America first</em>&nbsp;ci presenterà uno scenario imperialistico del tutto nuovo, con un ‘condottiero’ che saprà riportare in auge il ruolo egemone degli Stati Uniti, come ai tempi di Reagan, di Bush padre e figlio. Come dire, che l’imperialismo non solo è una scelta comportamentale da un punto di vista politico, una scelta militare sul terreno dell’uso della forza, ma è anche l’impronta che un singolo individuo può dare al suo mandato presidenziale. In sintesi, il ‘democratico Obama’ si è ritirato dai teatri di guerra, ha fatto la pace con Castro e con l’Iran e ha ridotto gli Usa a uno dei poli internazionali rinunciando a essere il polo dominante. Il ‘rampante’ Trump farebbe esattamente il contrario, aggredendo chiunque si palesi come avversario diretto o indiretto degli interessi americani in qualunque punto del globo.</p>



<p>Certo, le personalità e il background politico possono giocare un ruolo all’interno del quadro politico strategico di un governo. Si possono prendere decisioni in tema di politica estera e di politica economica diverse a seconda delle situazioni interne ed esterne, ma anche a seconda di inclinazioni personali derivanti da impostazioni politiche pregresse. Vale però il discorso che a dettare le scelte di fondo, le strategie da seguire sono, al dunque, le pressanti condizioni economiche di vita del capitale, le ricette più opportune per curare le sue crisi e l’assecondare a ogni costo le sue necessità di valorizzazione, sia sul fronte interno (contenimento del costo del lavoro e maggiore sfruttamento) sia su quello internazionale (guerre per procura, condizionamento di governi e delle loro politiche, conquista dei mercati della materie prime, energetici e finanziari).</p>



<p>Altrettanto certo è che si può sbagliare a interpretare le necessità del capitale mettendo in atto politiche economiche errate e strategie internazionali controproducenti, ma rimane il fatto che il capitale ha le sue leggi di vita e di sopravvivenza che non possono essere evitate da nessuno, nemmeno da un presidente o da un governo degni di questo nome e responsabili verso la fonte irrinunciabile dei profitti. E a ben vedere la differenza tra il mandato Obama e l’incipiente amministrazione Trump, al di là di evidenti diversità di stile e di capacità comunicative, non è poi così profonda: in entrambi i casi le due amministrazioni si sono poste al servizio dell’imperialismo americano a seconda delle due fasi storiche che, per semplicità di discorso, definiamo: prima e dopo la crisi dei subprime.</p>



<p>Quando Obama sale alla Casa Bianca nel 2008 con il suo programma di riforme, le priorità erano ben altre, erano quelle dettate dalla deflagrazione della crisi finanziaria, quelle di ‘bonificare’ un’economia al collasso e di creare una serie di salvagenti in grado di far galleggiare un colosso economico-finanziario alla deriva. L’amministrazione Obama si è messa immediatamente al lavoro. Innanzitutto ha avallato, coperto e accelerato quel processo di esportazione della crisi ‘finanziaria’ consentendo a banche, fondi di investimento, società di assicurazione ecc. di disfarsi dei titoli ‘tossici’, investendo dei loro miasmi il mercato finanziario mondiale.</p>



<p>Un’operazione che era già cominciata qualche mese prima, ma che il primo presidente afroamericano ha portato sino in fondo, in collaborazione con la banca centrale, scaricando così, attraverso una vera e propria azione di criminalità finanziaria, buona parte della propria crisi sugli istituti di credito mondiali. Contemporaneamente, ha salvato le banche americane più esposte dal fallimento, per poi tentare, non riuscendoci, di ricollegare i fili che legano il capitale all’economia reale. La manovra (Quantitative Easing) è costata migliaia di miliardi di dollari, presi dalle casse dello Stato, cioè dai contribuenti, ovvero dalle tasche di quei cittadini che, nel frattempo, perdevano il posto di lavoro e aumentavano la loro precarietà lavorativa e sociale.</p>



<p>Sul fronte della presenza imperialistica a scala internazionale, se è vero che Obama ha dato il via al promesso ritiro della truppe americane dall’Iraq e dall’Afghanistan, ritiro dovuto alla preoccupazione di non essere coinvolto nei disastri bellici che la precedente amministrazione Bush aveva proditoriamente inscenato, abbassando l’indice di gradimento all’interno dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, è pur vero che non è rimasto con le mani in mano a contemplare l’aggravarsi degli scenari mondiali investiti dalla crisi e percorsi da venti di guerra. Obama ha contribuito eccome a rilanciare il ruolo imperialistico degli Usa, ma usando tattiche a intensità variabile.</p>



<p>All’interno di un inusitato involucro di politica estera, quello del&nbsp;<em>soft power</em>, Obama ha alternato l’uso delle manovre delle&nbsp;<em>intelligence</em>&nbsp;a quello dello stimolo esterno allo sviluppo di tensioni sociali e guerre civili, all’intervento mediato attraverso l’appoggio a fazioni belligeranti, o all’intervento diretto nei casi di maggiore necessità. L’operatività delle intelligence si è prodotta nel ruolo che gli Usa hanno avuto nello stimolo e nella gestione politica delle ‘rivoluzioni arancioni’ nell’Est dell’Europa in chiave anti-russa. In Ucraina in modo particolare, ma anche nei confronti di altri Paesi appartenuti alla defunta Unione Sovietica, come Ungheria e Polonia. Il soft power, con l’ausilio delle intelligence diplomatiche, ha operato nei confronti dell’Iran (accordi per l’arresto del programma nucleare, in cambio dell’annullamento delle sanzioni commerciali e politiche) in funzione di un tentativo, peraltro non riuscito, di staccare il Paese degli Ayatollah dall’influenza russa, con l’obiettivo di rompere l’asse petrolifero e militare che opera in Medio Oriente in aperto contrasto con gli interessi delle corporation petrolifere americane.</p>



<p>Le stesse sanzioni comminate alla Russia di Putin portano il marchio della diplomazia obamiana, che ha fatto di tutto per isolare la Russia dal resto del contesto europeo, sia in termini di dipendenza energetica dell’Europa (Ucraina), sia in termini militari (allargamento della Nato tra i Paesi dell’Europa dell’Est), costringendo Putin a drastiche contromisure quali l’annessione della Crimea camuffata da referendum e lo stato di belligeranza con l’Ucraina stessa. In alternativa al soft power basato sul ruolo delle intelligence e della diplomazia d’assalto, Obama è ricorso anche all’uso aperto della forza, sebbene in maniera indiretta, operando dietro le quinte di scenari bellici o di guerre civili il più delle volte direttamente fomentati o adeguatamente sfruttati come scenari che richiedessero l’intervento salvifico della potenza a stelle e strisce. Tre esempi su tutti: 2011 Libia e Siria, 2015 guerra contro l’Isis.</p>



<p>Nel caso libico gli Usa hanno acconsentito alla Francia e all’Inghilterra di intervenire contro il governo di Gheddafi, di creare una situazione di guerra e di crisi umanitaria dai contorni internazionali che dura ancora adesso. Non solo, ma in una seconda fase hanno collaborato con la propria aviazione alla violenta destituzione del Colonnello, loro antico nemico, in una sorta di regolamento di conti che per la Francia aveva il sapore della speranza di arrivare a una sorta di monopolio della gestione del petrolio libico. Per l’Inghilterra era l’opportunità di essere ben più presente nei destini del Mediterraneo e per gli Usa di sbarazzarsi definitivamente di uno scomodo personaggio e di ribadire che da Gibilterra a Malta nulla avviene, guerre comprese, senza l’avallo o la partecipazione del primo polo imperialistico mondiale.</p>



<p>La crisi siriana e la conseguente guerra civile tra lealisti e oppositori del governo di Assad ha visto i suoi esordi avallati prima, sviluppati poi, dall’aiuto economico, militare e logistico degli Usa in stretta collaborazione con la Turchia, l’Arabia saudita e i Paesi del Golfo. Lo stesso discorso vale per la nascita e la crescita dell’Isis. Obama, in chiave anti-Assad e contro la presenza navale della Russia nel Mediterraneo, non ha esitato a finanziare e armare le milizie di al Baghdadi sino a farle diventare una piccola potenza dell’area compresa tra l’Iraq e la Siria, per poi tentare di sbarazzarsene quando la ‘diabolica creatura’ gli è scappata di mano assumendo una parziale e contrastata autonomia. In questo ‘secondo tempo’ Obama ha addirittura pensato e organizzato una coalizione che si prendesse carico di eliminare fisicamente il Califfato nero, ormai più ostacolo ai progetti imperialistici americani che malleabile strumento da usare contro gli avversari russo-alawiti.</p>



<p>Beninteso, senza che i militari americani mettessero piede sui territori degli scontri; il loro ruolo era quello di bombardare le postazioni dell’Isis e degli alleati di Assad, lasciando il lavoro sporco ai curdi siriani e iracheni. Lo stesso dicasi per l’intensificazione dei bombardamenti in Siria, con tanto di morti civili che hanno costretto il governo Obama alle scuse ufficiali in più di una occasione. Per cui sostenere che gli otto anni dell’amministrazione Obama siano stati caratterizzati da una linea politica di ritiro dagli scenari di guerra in una sorta di ‘ripensamento’ degli orrori perpetrati dall’amministrazione Bush e oggi in via di essere ripercorsi da quella di Trump, non risponde a verità.</p>



<p>Si può discutere sulla validità o meno delle rispettive scelte di politica estera, sulla capacità di interpretare al meglio le strategie d’intervento, sulle condizioni interne e internazionali che hanno determinato le suddette scelte e strategie, ma non si discute sul fatto che il filo rosso degli interessi imperialistici americani non si sia mai spezzato, annodando una serie di episodi che hanno rappresentato una continuità di aggressione e di uso della forza proporzionale solo alla gravità della crisi internazionale e alle necessità di dare ‘soluzioni idonee’ alla feroce predazione dell’imperialismo americano.</p>



<p>È pur vero che l’irrompere di Trump sullo scenario politico internazionale è stato stravolgente, atipico per modalità e tempistiche, determinato e contraddittorio. Ma è pur vero anche che le sue mosse, con una minore enfasi mediatica, sarebbero state prese da un governo capeggiato della signora Illary Clinton come dal precedente presidente Obama, per il semplice motivo che la guerra di Siria e le manovre della Corea del Nord non lasciavano molti spazi ai ‘faraonici deficit’ dell’economia e della finanza americane, e che i messaggi di avvertimento alla Russia e alla Cina dovevano essere inviati per forza di cose in virtù di un’accelerazione delle tensioni imperialistiche dovuta al permanere della crisi sui mercati commerciali, delle materie prime, su quelli finanziari.</p>



<p>Non si tratta, dunque, solo di ‘sortite estemporanee’ da addebitare al presidente di turno, anche se Trump sta facendo di tutto per accreditare la tesi della responsabilità personale delle ultime scelte in contrapposizione alla presunta staticità del precedente presidente. Per cui non deve destare grande sorpresa, fatta eccezione per i tempi molto ristretti e i modi da bullo di quartiere, se pochi mesi dopo essersi insediato, nella notte tra il 6/7 aprile, il presidente americano Trump, senza l’assenso del Pentagono, senza che l’Onu finisse la sua indagine per verificare se la strage di 72 civili nel Paese siriano di Khan Sheikhun fosse da imputare ad Assad o a un effetto ‘collaterale’, ha dato ordine di lanciare 59 missili contro la base aerea siriana da cui sarebbero partiti i raid chimici. Aeroporto distrutto, rifornimenti di petrolio e di armi saltati in aria e almeno 5 morti tra i militari di Assad, il quale ha denunciato anche vittime civili.</p>



<p>Il decisionismo di Trump avrebbe avuto come prima giustificazione l’insopportabile orrore subìto alla vista dei venti bambini morti nell’operazione incriminata, in una sorta di impeto vendicativo scaturito all’interno di un animo particolarmente pietoso e timorato di Dio. Poi però vengono ammessi, a mezze parole, altri motivi che con l’umanitarismo hanno poco a che fare. Intanto il presidente americano si è pesantemente lamentato con il suo predecessore Obama accusandolo di non aver avuto gli attributi per portare a compimento la missione militare contro il dittatore Assad. Un po’ come dire, “ora tocca a me fare quello che tu non hai saputo fare prima”. In seconda battuta emerge un altro motivo. Quest’ultimo consisterebbe nella difesa degli interessi americani, che la prosecuzione della crisi siriana, nei termini imposti dal duo Russia-Iran, metterebbe seriamente a rischio. Rischio dovuto anche alla ‘selvaggia’ migrazione di siriani verso gli Usa, con il rischio di importare terroristi oltre che di dare spazio a ‘ladri’ di posti di lavoro.</p>



<p>Niente o quasi di tutto questo, ovviamente. La drastica presa di posizione di Trump ha ben altre radici, interne e internazionali. Quelle interne risiedono nel fatto che, con il più basso indice di gradimento che un neo-eletto presidente americano abbia mai avuto, occorreva che facesse qualcosa di ‘straordinario’ per dare credibilità alle sue ‘sparate’ vocali. Per di più, il tanto strombazzato superamento della crisi economica lascia dubbi e pesanti perplessità agli stessi analisti americani. L’economia Usa si è mossa ma a ritmi bassi, troppo bassi per le aspettative facilmente suscitate e per i numeri pesantemente negativi che l’accompagnano. Quando è arrivato alla Casa Bianca, Trump ha trovato una situazione ancora critica.</p>



<p>Il debito pubblico di 19.200 miliardi di dollari è pari al 105% del Pil. Era di 18.992 miliardi nel 2015, dopo anni di Quantitative Easing. Mentre era ‘soltanto’ di 9.267 miliardi nel 2007 agli esordi della crisi che, non dimentichiamolo, è partita proprio dalle contraddizioni economiche e finanziarie dell’economia Usa. Se dovesse passare la riforma Trump sull’abbassamento delle tasse (poi passata nel dicembre 2017, <em>n.d.r.</em>) il debito pubblico salirebbe al 135%. La ripresa economica, o presunta tale, sconta inoltre un fortissimo decentramento produttivo, interi settori come il manifatturiero e il siderurgico sono da anni nelle mani di Cina e Giappone e invertire la rotta è praticamente impossibile.</p>



<p>La concorrenza tedesca nel metalmeccanico (automobilistico ma non solo) è a livelli altissimi. Il deficit nella bilancia dei pagamenti con l’estero ha raggiunto il record storico di 500 miliardi di dollari. I milioni di posti di lavoro, peraltro creati dall’amministrazione Obama e solo 600 mila nei cento giorni della sua amministrazione, sono fasulli perché basati su statistiche improbabili, in base alle quali basta lavorare 15 giorni all’anno per essere considerato occupato. In aggiunta, i nuovi posti sono molto spesso al nero, o con contratti temporanei a brevissimo termine e sottopagati (in molti casi si arriva ai tre dollari ora). Sono, come detto, i dati dell’economia americana a fare chiarezza sullo stato del mercato interno in termini di produzione di merci e di circolazione di capitali.</p>



<p>Il prodotto interno lordo Usa è cresciuto nel primo trimestre 2017 solo dello 0,7%, a un passo molto più lento delle attese degli analisti, che prevedevano un +1%. Si tratta del peggior incremento da inizio 2014. In particolare, nel primo trimestre del 2017 la spesa al consumo in Usa è cresciuta solo dello 0,3%, ben al di sotto del 3,5% del trimestre precedente. In questo caso si tratta del dato peggiore dal 2009. In aggiunta sono diminuiti i flussi finanziari verso l’economia americana nonostante gli sforzi, non riusciti, di mantenere un dollaro ‘alto’ capace di attirare investitori e speculatori. I flussi calcolati percentualmente rispetto al prodotto interno lordo sono passati dal 57% del 2007, anno di inizio della crisi dei subprime, al 36% del 2015. Così come si è registrata una caduta verticale degli investimenti esteri che, nel medesimo periodo, si sono ridotti del 50%.</p>



<p>Ultimo ma non meno importante è il debito estero, che a fine 2015 ha toccato la cifra record di oltre 6.000 miliardi di dollari. A latere bisognerebbe aggiungere i debiti delle famiglie, delle imprese e di molte amministrazioni statali che sopravvivono grazie ai sussidi dello Stato centrale. Negli Usa del ‘dopo crisi’ si avverte un pesante malcontento sia negli ambienti della piccola borghesia in avanzato stato di proletarizzazione, che nel mondo del lavoro dipendente. I dati ufficiali parlano di salari reali che sono fermi da quarant’anni. Dal 1979 al 2015 l’ammontare dei salari è passato da un valore di 528.524 miliardi di dollari ai 533.297 del 2015, mentre i redditi dell’1% più ricco della popolazione, negli stessi anni, sono passati dai 269.102 ai 671.061 allargando ulteriormente l’abisso retributivo tra i detentori di capitale e la forza lavoro.</p>



<p>Il risultato è che due tra le famiglie più facoltose degli Stati Uniti, Walton e Koch, detengono un patrimonio pari a quello complessivamente posseduto da 150 milioni di cittadini americani a reddito dipendente. Non a caso, 90 milioni di aventi diritto al voto nelle ultime elezioni presidenziali hanno pensato bene di starsene a casa perché non più in grado di illudersi che qualsiasi classe dirigente, di destra o di sinistra, potesse dare anche una parziale soluzione ai loro gravi problemi economici e sociali. Il 50% di quei 90 milioni vive sotto la soglia di povertà, non ha un lavoro fisso da anni, sopravvive con i buoni pasto, non ha nessuna copertura sanitaria, si accalca alla periferia delle grandi città e sopravvive nel crescente degrado sociale.</p>



<p>Tutti fattori che prima o poi potrebbero scoppiare all’interno del Paese capitalisticamente più avanzato del mondo. Per cui un richiamo alla necessità di ‘difendersi’ dai nemici esterni, intesi come concausa dei mali interni, richiamo sorretto da una plateale azione di forza che desse degno seguito alle parole, ci può stare nelle strategie della conservazione, come quella di promettere mari e monti al depresso popolo americano. Due esempi su tutti. Il primo riguarda la promessa di abbassare drasticamente le tasse, il secondo riguarderebbe uno sviluppo dell’occupazione con tanto di aumento dei salari; la promessa è di ‘rilanciare l’economia reale’, diventare competitivi con le buone (investimenti ad alta tecnologia) o con le cattive (tassazione e protezionismo) sul mercato internazionale. Più produzione, più occupazione, più competitività, più profitti e più alti salari. A corollario, per favorire le imprese, meno tasse alla produzione di merci e meno aliquote fiscali sui redditi da investimento produttivo.</p>



<p>Detto e fatto? No. Perché il progetto presenta non poche falle. La prima e più evidente è quella relativa al convincere solo con una detassazione, anche se consistente (la riforma fiscale approvata dal Congresso ha ridotto le imposte sulle imprese dal 35% al 21%, <em>n.d.r.</em>), una massa enorme di capitali che da anni si è data alla speculazione proprio perché i profitti e i saggi del profitto sono troppo scarsi, a ritornare nella economia reale. Per quelli che già ci sono la detassazione sarebbe una grande boccata d’ossigeno, ma che con un dollaro alto, per richiamare capitali dai quattro angoli del mondo, vanificherebbe buona parte dei vantaggi della detassazione stessa. Senza dimenticare di come la manovra, calcolata tra un minimo di 2.500 miliardi di dollari e un massimo di 5.000 che non entrerebbero più nelle casse dello Stato, finirebbe per pesare su di un debito pubblico già ampiamente debordante.</p>



<p>Che poi il presunto rilancio economico crei nuovi posti di lavoro, più reddito, più salari e maggiore domanda per far girare la ruota capitalistica dell’economia nazionale, è tutto da verificare. Primo perché i futuribili investimenti sarebbero ad alto contenuto tecnologico con la creazione di pochi posti di lavoro e la cancellazione di buona parte di quelli che ci sono. Secondo perché i salari dovrebbero essere compatibili con i nuovi ingenti investimenti, ovvero il più bassi possibile, contraendo e non dilatando la domanda interna.</p>



<p>Sullo scenario internazionale Trump ha capito che rimanere a guardare, come in parte pensa abbia fatto l’amministrazione precedente, poteva arrecare danni consistenti all’imperialismo Usa, che vedeva ingigantire a dismisura l’iniziativa degli imperialismi concorrenti. A partire dalla questione commerciale, nella quale il neo-presidente ha minacciato di stracciare tutti i trattati internazionali come il NAFTA con Canada e Messico, il TPP e il TTIP, per non parlare della Cina accusata di concorrenza sleale e minacciata a sua volta di subire l’imposizione di pesanti tasse doganali al pari dell’Europa (leggi Germania), per recuperare un impossibile terreno all’interno del deficit della bilancia commerciale con l’estero (una ‘guerra dei dazi’ che Trump ha poi iniziato nel marzo 2018,&nbsp;<em>n.d.r.</em>). Non ha importanza se sul NAFTA c’è stato un ripensamento, se sulla Cina Trump ne ha dette e contraddette sin troppe.</p>



<p>Lo stesso vale per la Russia: prima delle elezioni Putin era l’amico fraterno dell’aspirante presidente degli Stati Uniti, tre mesi dopo un nemico da tenere a bada sia sul fronte europeo, zona est, sia su quello mediorientale. Atteggiamento contraddittorio che Trump ha avuto anche nei confronti del presidente nord coreano, che da elemento da punire con un immediato bombardamento si è trasformato in un interessante interlocutore, tanto da dichiarasi “onorato” di avere un incontro con lui. Non sono in gioco i pensieri e i contro-pensieri di Trump che vale quello che vale. Ciò che al momento maggiormente preme alla nuova amministrazione americana è il ritorno, forte e visibile, del braccio armato dell’imperialismo americano nelle aree più calde dello scacchiere internazionale, il Medio Oriente, la Siria, l’agibilità nel Mediterraneo e tutto ciò che concerne nel mar del Giappone, il ruolo della Cina e del suo alleato coreano.</p>



<p>Un esempio chiaro e lampante è rappresentato dalla visita di Trump a Riad nel maggio 2017 presso il re saudita Salman, nella quale il governo americano ha sottoscritto un accordo in base al quale si impegna, oltre a prestare 300 miliardi di dollari per infrastrutture, a vendere al ‘clan’ saudita armi per 100 miliardi di dollari, ufficialmente in funzione anti-Isis, in realtà per contrastare l’asse Iran-Russia sul solito fronte medio Orientale. La manovra oltre ad avere un senso di strategia internazionale, ovvero di riannodare l’antica alleanza con i Saud non sempre lineare sul piano dell’affidabilità e oggi in pesante crisi economica e finanziaria, ha anche una valenza interna. Lo stesso Trump in una ‘mirabile’ sintesi dal maleodorante sapore imperialistico, ha promesso di vendere all’estero armi per comprare sul mercato interno forza lavoro. In termini concreti posti di lavoro promessi in cambio di guerre minacciate. Sfruttamento e morte messe assieme in un delirio capitalistico che non ha mai fine.</p>



<p>Ritornando alla ‘questione Assad’ essa sarebbe irrilevante, se legata solo alla figura dittatoriale del personaggio in questione, il vero problema per Trump, come per Obama, è di impedire alla Russia di sostenere il regime del “dittatore di Damasco” e con esso la possibilità di Putin di mantenere la sua flotta commerciale e, soprattutto, quella militare nei porti siriani di Lattakia e Tartus. Gli Usa vogliono il controllo commerciale e militare di tutti i mari. In teoria la Usa Navy è in grado di interdire la navigazione e l’attracco nei porti strategici a chiunque, attraverso l’indiscussa superiorità della sua marina militare. La III, la IV, la V, la VI e VII flotta sono presenti rispettivamente nell’Atlantico, nel Mediterraneo, nell’Indiano e nel Pacifico da cui passa il 90% del traffico commerciale mondiale.</p>



<p>Normalmente sono gli ammiragli Nora Tyson, Sean Buk e Kevin Donegan a stabilire l’accesso alla rotte internazionali di navigazione, accesso che può benissimo essere negato o revocato con la forza qualora l’imperialismo americano lo ritenesse opportuno. Per cui concedere all’avversario russo mano libera nella questione siriana, significherebbe rischiare di avere nel Mediterraneo una concorrenza navale di primo livello e di enorme disturbo per le strategie del Pentagono, quel Ministero della Difesa a cui Trump ha aumentato il bilancio di un buon 10% (52 miliardi di dollari circa) in funzione di operazioni belliche immediate e per un programma di riarmo a breve scadenza e ad alto contenuto tecnologico.</p>



<p>Non meraviglia, dunque, l’operazione siriana dell’aprile 2017, in piena notte, all’improvviso, ma precedentemente pianificata, senza il consenso del Congresso, dell’Onu e senza che una qualsiasi Commissione d’Inchiesta di diritto internazionale facesse luce sull’uso di materiale chimico. È un monito a chi di dovere. Alla Russia per l’egemonia militare nel Mediterraneo, alla Cina perché tenga a freno la Corea del Nord e il suo ‘estroverso’ presidente Kim Jong-un: “Altrimenti ci pensiamo noi”.</p>



<p>Ma anche alla stessa Cina a cui è dedicata la costruenda barriera missilistica nella Corea del Sud. A rafforzare il monito, il ‘solito’ Trump ha inviato una portaerei e un sommergibile atomico nelle acque della Corea del Sud per impressionare il bellicoso omologo nord coreano. Anche in questo caso non ha molta importanza che abbia poi fatto marcia indietro dichiarandosi disposto e “onorato” a incontrare Kim Jong-un, l’importante era far sentire la voce del ‘padrone’, pur creando una situazione di tensione internazionale e di pericolo nucleare che non si vedeva dalla crisi cubana dei missili del 1962. All’Iran, che prende direttamente parte alla guerra contro l’Isis, cercando di occupare una spazio imperialistico d’area sia in campo territoriale che petrolifero contro l’alleato saudita. Al fronte sciita, che è andato costituendosi durante questa crisi bellica che dura ormai da sei anni.</p>



<p>Fronte che annovera oltre all’Iran, l’Iraq e gli alawiti siriani. Agli Hezbollah libanesi, all’asse sciita-petrolifero iracheno-iraniano che difende Assad sotto la guida dei russi che, oltretutto, combattono in Ucraina dopo essersi impossessati dalla penisola di Crimea. Ai talebani, ai quali Trump ha dedicato l’esperimento del lancio del più potente ordigno bellico non nucleare mai progettato e mai esploso dalla seconda guerra mondiale. Anche se, va detto, l’atto è stato più dimostrativo che efficace perché il possente ordigno è stato lanciato contro le pareti rocciose dell’Hindu kush e non contro un qualificato obiettivo militare o bersaglio strategico. Dietro a tutto questo c’è la solita guerra dei ‘tubi’, il recente e precario progetto russo turco del Turkish Stream, i gasdotti russi e azeri verso l’Europa e verso l’Asia, la lotta per il prezzo del greggio e il controllo delle vie di commercializzazione del gas asiatico, la continuazione della supremazia monetaria e finanziaria del dollaro su cui si basano tutte le ambizioni di dominio degli Usa.</p>



<p>Certamente l’arrogante e rozzo protagonismo di Trump potrebbe stupire, ma non più di tanto, se si prendono in considerazione i fattori che sinteticamente abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento: come la crisi che fa sentire ancora le sue nefaste conseguenze, nonostante le insistite dichiarazioni di superamento delle sue cause. Semmai si è agito su alcuni effetti della ‘sovrastruttura’ economica ma non sui fattori che l’hanno determinata, che ne continuano a rallentare l’uscita, come l’elevato rapporto tra capitale costante e capitale variabile, come la permanente mancanza di soddisfacenti saggi di profitto nell’economia reale, come l’aumento della conseguente speculazione che è sempre in agguato con il rischio di ricreare bolle speculative ancora maggiori e più devastanti rispetto a quella dei subprime, da cui il capitalismo internazionale non riesce a uscire.</p>



<p>È in questo scenario che gli imperialismi si mobilitano con una velocità e determinazione preoccupanti, inscenando episodi di guerre guerreggiate e minacciando conflitti ben più generalizzati. È sempre lo stesso scenario che impone l’uso indiscriminato della violenza e il rischio che il tutto si trasformi in una carneficina globale su più terreni di scontro, quelli più sensibili da un punto di vista strategico, sia in termini economici che in termini di posizionamento militare.</p>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato su Prometeo, giugno 2017</p>
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		<title>Sulla presunta ripresa economica internazionale *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sulla-presunta-ripresa-economica-internazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2016 08:24:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bolla finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<category><![CDATA[quantitative easing]]></category>
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					<description><![CDATA[La ripresa economica che non c’è: il fallimento del Quantitative Easing: quando le iniezioni di denaro continuano ad alimentare il capitalismo finanziario speculativo]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-46-febbraio-marzo-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 46, febbraio &#8211; marzo 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La ripresa economica che non c’è: il fallimento del Quantitative Easing: quando le iniezioni di denaro continuano ad alimentare il capitalismo finanziario speculativo</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Si parla tanto di ripresa internazionale. I dati ci mostrano soltanto dei piccoli incrementi in alcuni settori della produzione, mentre tutto il resto rimane inchiodato sul binario morto della speculazione. In più, il capitalismo mondiale sta mettendo in campo una serie di tentativi di soluzione alla crisi che vanno dal Quantitative Easing all’erogazione di tassi negativi. In questa perversa situazione della crisi del capitalismo, dove l’economia reale stenta a produrre nuove remunerazioni e dove la speculazione continua a farla da padrone, anche il risparmio gestito è finanza a tutti gli effetti e la continua individuazione di ‘sicuri’ ambiti finanziari mette in drammatica evidenza come lo stimolo speculativo, nato dalla crisi dell’economia reale strozzata da bassi saggi del profitto, continui a stare alla larga dalla produzione, aggravando il rischio di collasso del sistema economico globale.</p>



<p>Quegli stessi analisti che ieri non hanno individuato il manifestarsi della crisi né, tanto meno, le sue cause, oggi ci informano che il peggio è passato, che la crisi è finita e che, con un po’ di buona volontà (leggi ancora sacrifici per i lavoratori), il futuro è roseo come un cielo in un tramonto senza nubi. È pur vero che la borghesia internazionale le ha tentate tutte pur di sopravvivere alle devastanti conseguenze della crisi economica che essa stessa ha prodotto, inasprendo le peggiori contraddizioni del sistema capitalistico. È anche vero che, dopo aver messo sul lastrico decine di milioni di persone, dopo aver ridotto considerevolmente il già scarso stato sociale e reso la precarietà lavorativa l’unica certezza di questo mondo, al pari dell’aumentato sfruttamento per chi il lavoro ce l’ha, la borghesia internazionale si è rivolta in tutti i modi alla finanza per far riprendere la macchina produttiva, ferma ormai da più di sette anni. In termini semplici, si è tentato di far riprendere la marcia alla inceppata macchina della produzione di plusvalore agendo sulla svalorizzazione della forza lavoro e sul ritorno dei capitali all’interno dell’economia ‘reale’.</p>



<p>Mentre sul primo dei fattori l’azione è stata veloce e profonda (decurtazione dei salari diretti e indiretti, aumento delle tasse, meno stato sociale, meno garanzie sul lavoro e sul posto di lavoro, maggiore disoccupazione e intensificazione dello sfruttamento), sul secondo i tentativi sono rimasti al palo, producendo ben pochi o nulli risultati. Nel circuito perverso dei meccanismi economici del capitalismo si investe solo se ci sono prospettive di guadagno per il capitale, se ci sono profitti in grado di soddisfare le esigenze di valorizzazione del capitale investito. Se queste prospettive non ci sono, il capitale fugge dall’economia reale, non si investe e si indirizza verso la speculazione, nella speranza di trovare in quell’area quelle ‘soddisfazioni’ economiche che la produzione non gli garantisce più o gli garantisce solo in termini insufficienti.</p>



<p>È esattamente quello che è successo nella recente crisi. I bassi saggi del profitto hanno spinto i capitali, americani soprattutto ma non solo, a fuggire dalla produzione per andare a gonfiare le bolle speculative che, una volta scoppiate, hanno travolto la già precaria economia mondiale. Per gli analisti di cui sopra l’insegnamento è stato folgorante. Per loro e per tutti gli addetti ai lavori è invalsa l’abitudine di usare un’espressione sintetica di cui lo stesso Obama ha voluto fare largo uso all’indomani dello scoppio della crisi: “Mai più un’economia di carta, mai più rincorrere i falsi miraggi della speculazione, occorre ritornare all’economia reale”.</p>



<p>Ma a danni fatti e fermi restando tutti i termini dell’economia capitalistica, la domanda è: che cosa può convincere i capitali ad abbandonare il mondo della speculazione per ritornare a quello della produzione? Semplice, risponderebbe lo stesso presidente degli Stati Uniti all’unisono con il capo della Federal Reserve, seguito dal codazzo dei soliti analisti: aiutando in tutti i modi possibili i capitali e chi li gestisce (banche centrali, banche d’interesse nazionale, fondi d’investimento, compagnie di assicurazione, istituzioni finanziarie e finanziatori di ogni risma) a ritornare a essere, attraverso ingenti finanziamenti statali e agevolazioni normative, il motore propulsore dell’economia.</p>



<p>Detto e fatto. Prima negli Usa poi in Giappone e infine anche nell’Europa dell’euro, le banche centrali hanno cominciato a sostenere la sfera finanziaria in pesante crisi di liquidità e in sofferenza da inesigibilità di molti crediti, con il ripulire le sue casse dalla presenza dei titoli tossici da essa stessa prodotti, con il ripianare i suoi bilanci e con il favorire la ricapitalizzazione dei maggiori istituti di credito. Il tutto ovviamente a spese del contribuente. La fase successiva è consistita nel drastico abbassamento dei tassi d’interesse con lo scopo di riattivare i canali del credito che, a loro volta, avrebbero dovuto finanziarie la ripresa degli investimenti e, quindi, a cascata, dell’intero sistema economico.</p>



<p>In terza battuta, le banche centrali hanno cominciato ad acquistare titoli pubblici con lo scopo di immettere ulteriore liquidità nei soliti istituti di credito che li detenevano. Il risultato sperato era che, attraverso queste manovre, si aumentasse il prezzo dei titoli a lunga scadenza diminuendone il rendimento e si contenessero ulteriormente i tassi di interesse. Checché se ne dica, il disposto combinato di questi tre fattori ha sortito risultati scarsi, in alcuni casi quasi nulli.</p>



<p>Negli Usa, che sono partiti abbondantemente per primi, così come nell’area euro, dove le misure sono partite in ritardo perché ‘appesantite’ da politiche restrittive, la prima ondata di iniezioni di capitale fresco verso le banche non si è trasformata in un inizio di ripresa dei finanziamenti verso le industrie ma, al contrario, la nuova disponibilità finanziaria è servita a gonfiare ancora di più la speculazione, sia verso titoli di Stato esteri, particolarmente appetibili dati i loro alti tassi di interesse, sia verso il mercato delle materie prime, petrolio innanzitutto, sino al tracollo del suo prezzo. Il che non significa che nessuna quota di questo capitale sia andata all’economia reale, significa soltanto che c’è andata con il contagocce e a tassi di interesse elevatissimi, nonostante il bassissimo costo del danaro.</p>



<p>Il che ha lasciato le cose sostanzialmente come stavano. Il perdurare della stagnazione ha costretto la Federal Reserve ad accompagnare le misure prese con un ulteriore incentivo finanziario che va sotto il nome di Quantitative Easing, alleggerimento quantitativo (QE), che consiste in uno dei modi indiretti di creazione di moneta da parte della banca centrale, con relativa immissione di liquidità, attraverso operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario, prima, e nella solita speranza che arrivi, poi, nella sfera della produzione di merci e servizi.</p>



<p>Nel caso di uso del QE, la banca centrale acquista, per una somma di capitale predeterminata e precedentemente annunciata, attività finanziarie dagli istituti di credito come azioni, obbligazioni o titoli di vario genere, inizialmente soprattutto quelli tossici, per incidere positivamente sulle loro strutture di bilancio. Passa poi all’acquisto di titoli di Stato che, di solito, avviene attraverso l’indizione di apposite aste. In realtà, nulla di nuovo rispetto alle tre misure di cui abbiamo fatto cenno in precedenza, solo che il QE finisce per avere la precedenza rispetto ad altri interventi finanziari e a essere più diretto e veloce.</p>



<p>Anche in questo caso la Federal Reserve ha anticipato la Bce. Sin dagli inizi della crisi fino al 2014, l’istituto americano ha sborsato, nell’arco di tre fasi, la bellezza di 3.500 miliardi di dollari per immettere liquidità, per deprezzare il dollaro, per diminuire i tassi di interesse sui buoni del Tesoro, nell’intento di far ripartire l’economia e la domanda interna. Misure ‘necessarie’, ma che in realtà avevano come scopo principale quello di far sì che il dollaro continuasse a essere la divisa guida negli scambi commerciali e rafforzasse il suo ruolo di bene di rifugio da un punto di vista speculativo. In altri termini, l’immissione di 3.500 miliardi di dollari nella sfera finanziaria doveva sì contribuire a far riprendere l’attività creditizia a favore dell’economia, ma, soprattutto, a ‘convincere’ i mercati finanziari che il dollaro era sempre il dominus monetario di cui l’economia internazionale non poteva fare a meno.</p>



<p>La Bce ne ha seguito le orme solo a partire dalla seconda metà del 2014, quando l’esperimento americano andava esaurendosi. Quali i risultati dell’intenso ricorso al QE? Negli Usa la ripresa si è espressa soltanto parzialmente e con gravi problemi di ordine sociale ed economico. Intanto l’enorme esborso di capitale finanziario effettuato dalla Fed ha avuto come risultato quello di creare un innalzamento del debito pubblico, che è arrivato a toccare ufficialmente il 105%, con un incremento del 72%. Per altri analisti, non appiattiti sulle cifre propaganda del governo, si sarebbe arrivati al 120%, perché l’esborso di miliardi effettuato dalla Fed sarebbe di molto superiore a quello dichiarato, grazie a una serie di finanziamenti occulti o comunque non ufficiali, quindi non a bilancio, verso imprese e istituti di credito di seconda fascia.</p>



<p>Molti Stati, soprattutto quelli del sud, sono sull’orlo della bancarotta e hanno potuto erogare gli stipendi ai dipendenti pubblici solo grazie all’intervento del governo che ha innalzato per legge il tetto del debito federale. E a proposito di debiti, se si sommano quelli privati a quelli pubblici, si arriverebbe all’astronomica percentuale del 520% del Pil, il che ha comportato la stampa di un’enorme quantità di biglietti verdi, che ormai non valgono nemmeno la carta su cui sono stampati. Ma la cosa è possibile alla sola condizione che la divisa americana sia sostenuta con la forza del ruolo imperialistico degli Usa. Solo così si spiega come, a fronte di un enorme indebitamento interno e con l’estero, riescano a imporre l’egemonia del dollaro sul mercato monetario internazionale, a convogliare al proprio interno miliardi di dollari sotto forma di investimenti speculativi sul dollaro stesso e sui migliori asset dell’economia americana, nonostante essa sia stata alla base della crisi internazionale e che, ancora oggi, abbia voci di deficit enormi che la collocherebbero tra i Paesi a più alto rischio.</p>



<p>Solo a queste condizioni è potuto accadere che, in piena crisi, tra il 2009 e il 2013, si sono riversati negli Usa 2.510 miliardi di dollari a fronte dei 2.600 stampati dalla Fed per le prime due quote del QE. In pratica, gli Usa, in quella fase, non hanno speso un soldo per tentare di rivitalizzare la propria economia e per risanare i gravi dissesti dell’apparato finanziario messo in crisi dall’esplosione della bolla speculativa dei subprime tossici. Nello stesso periodo, 2009-2013, tra i maggiori finanziatori del debito federale Usa, oltre alla Cina con 543 miliardi di dollari per l’acquisto di bond, ci sono i 556 miliardi del Giappone 129 del Brasile, 60 dell’India, 32 del Regno Unito e a scalare un altro miliardo di dollari tra una ventina di Paesi minori. Senza il ruolo egemone del dollaro, non solo tutto ciò non sarebbe stato possibile, ma gli Usa si sarebbero trovati nella condizione di creare una voragine debitoria che li avrebbe messi in una situazione di non ritorno.</p>



<p>Intanto il governo Usa sbandiera un aumentato numero di occupati che avrebbe portato il tasso di disoccupazione al 5,4 sulla base di un poco credibile incremento medio di 200 mila posti di lavoro al mese. Il dato è assolutamente falso. A fronte delle cifre appena citate, vanno evidenziate quelle relative alla perdita di posti lavorativi, perché il dato di 200 mila non è il saldo attivo tra le due voci, ma è relativo soltanto a quelli creati ex novo a cui vanno sottratti gli altri. Per cui l’incremento ci può anche essere, ma in termini decisamente più contenuti.</p>



<p>In più, va aggiunto che, ormai da anni, sono centinaia di migliaia i (ex)lavoratori che hanno rinunciato a trovare un lavoro e che non appartengono a nessuna lista di disoccupazione, in altri termini sono completamente scomparsi dalle statistiche e, quindi, non risultano alla voce ‘disoccupati’. Un altro dato che va a confutare lo strombazzato 5,4 è fornito dal fatto che vengono considerati a tutti gli effetti come occupati quei lavoratori che sono impiegati a part time e lavoratori stagionali o, addirittura, lavoratori che prestano il loro servizio lavorativo, tra l’altro a salari di fame, soltanto qualche settimana all’anno. Più di un analista americano ha calcolato che la disoccupazione effettiva non è inferiore al 15% e che, nelle ipotesi più pessimistiche, potrebbe arrivare a sfiorare il 20%. Sempre secondo questi analisti, l’attuale livello di occupazione negli Stati Uniti è pari a quello che c’era nel 1978, ovvero la crisi avrebbe portato indietro il livello occupazionale di quasi quarant’anni.</p>



<p>Per quanto riguarda l’impatto sociale della crisi sulla distribuzione del reddito, dopo le dispendiose iniezioni di capitali a favore delle banche, secondo un’indagine dell’Università di Berkeley, il 95% degli aumenti di reddito tra il 2009 e il 2012 ha riempito le tasche dell’1% più ricco della popolazione. Mentre le entrate del rimanente 99% sono rimaste bloccate o, addirittura sono diminuite. Infatti, nella seconda metà degli anni ‘60 i salari rappresentavano il 51% del reddito lordo, nel 2007 erano già scesi al 45% e attualmente sono al 42%. Sempre secondo statistiche interne, ben 46 milioni di americani sopravvivono grazie alla carità di associazioni assistenziali che forniscono pasti e un minimo di prime cure a chi ne ha bisogno e non ha un centesimo per curarsi. Per cui quel poco di ripresa economica sta costando enormi quantità di capitali pubblici, un aumento della disparità sociale, maggiore sfruttamento e disoccupazione tra i lavoratori oltre a un significativo aumento della miseria, vero e proprio processo di pauperizzazione, in quella che viene considerata la punta avanzata del capitalismo occidentale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Adesso tocca a noi ma senza il potere del dollaro</h4>



<p>Nell’area Ue, con qualche anno di ritardo, si sono fatte le stesse cose: abbassamento dei tassi di interesse, sostegno agli istituti di credito e poi il QE (dalla fine del 2014 per un ammontare di poco più di 1.100 miliardi di euro) per raddrizzare una situazione economica che non ne voleva sapere di ripartire. Conclusioni? Zero o quasi, a parte la Germania, sempre stata al di sopra della media degli altri Stati europei per competitività economica-commerciale e per capacità finanziarie, che è riuscita a galleggiare un po’ meglio nelle acque torbide della crisi. Galleggiamento dovuto anche a una riforma del mercato del lavoro che risale a dieci anni fa e all’invenzione dei mini job ovvero di lavori precari, pagati pochi euro all’ora, con contratti a tempo determinato, che sono serviti al Capitale tedesco ad avere a disposizione una mano d’opera sottopagata e facilmente ricattabile, e alle statistiche governative per confezionare dei dati sulla disoccupazione confortanti, anche se falsi, quasi come quelli statunitensi.</p>



<p>La ricetta Draghi del QE, al momento, non ha sortito grandi effetti nemmeno sui Paesi più deboli. A parte la Spagna che sembrerebbe ripartire, ma con ritmi molto lenti e grazie, anche in questo caso, a una riforma del mercato del lavoro rispetto alla quale quella di Renzi fa ridere, l’Italia, la Francia, la Grecia e il Portogallo sono ancora al palo. In Italia la tanto auspicata ripresa industriale non si vede, il Pil è diminuito per anni e ora è preoccupantemente stazionario con qualche piccolo sussulto verso l’alto. Secondo gli ultimi dati di maggio 2015, il debito pubblico è ancora aumentato e la disoccupazione, nonostante la falsa propaganda del governo Renzi, non accenna a diminuire, sia in termini assoluti che per il segmento giovanile. L’apparato industriale è fermo, l’unica voce in attivo è quella relativa ad alcuni settori che operano prevalentemente per le esportazioni che da sole hanno portato, nel primo trimestre del 2015, a un più 0,3% grazie al basso costo del dollaro e alla diminuzione del prezzo del greggio. A parte l’industria automobilistica, peraltro la più penalizzata in questi lunghi anni di crisi, che sembra riprendere un filino di fiato, tutto il resto è ancora nella palude della stagnazione.</p>



<p>E allora perché dopo un impiego colossale di capitale finanziario regalato alle banche, dopo che i tassi di interesse del danaro sono arrivati vicino allo zero e dopo che si sono dati parecchi giri di vite alle pensioni, ai salari e a tutti i fattori che ruotano attorno al deprezzamento del costo della forza lavoro, la macchina capitalistica stenta a riprendersi? Per il semplice motivo che i saggi del profitto sono ancora scarsi per giustificare degli investimenti. Perché il livello dei salari è ancora troppo alto per giustificare nuove, vere assunzioni. Perché le imprese stesse preferiscono, quando possono, destinare la quota parte maggiore dei propri investimenti ad attività non produttive limitando alle attività produttive lo stretto necessario.</p>



<p>E perché gli istituti di credito, nonostante nei loro forzieri siano arrivati fiumi di capitali a costo zero, preferiscono non rischiare con incerti finanziamenti alle imprese in crisi, per paura di entrare in una nuova fase di sofferenza creditoria, con un mercato fermo e con profitti industriali bloccati o in discesa libera. Meglio la speculazione, meglio il rischio del “poco, maledetto ma subito” che lo spauracchio, già recentemente vissuto, di investimenti a lunga scadenza che con la crisi si sono trasformati in quella sofferenza creditoria di cui portano ancora i segni. E soprattutto perché la svalorizzazione dei mezzi di produzione e del costo della forza lavoro non ha ancora raggiunto il punto di inversione inferiore, l’unico che potrebbe determinare un minimo di ripresa economica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tassi negativi</h4>



<p>Prima dello scoppio della crisi da carenza di saggi del profitto sufficientemente remunerativi per i capitali investiti, il mercato aveva già prodotto una progressiva separazione tra capitale e produzione che, a sua volta, aveva generato una enorme massa speculativa, pronta a spostarsi su qualsiasi affare che gli consentisse, nel breve periodo, di realizzare quei profitti che la sfera della produzione reale rendeva sempre più difficili. Prima dell’agosto del 2007, la nube tossica della speculazione era pari a 12 volte il Pil mondiale. Oggi, a otto anni di distanza, il Pil mondiale si è ridotto di almeno una decina di unità percentuali, mentre la nube tossica si è ulteriormente ingigantita e, nonostante gli sforzi di governi e banche centrali, il rapporto tra capitale e produzione non è stato riannodato. Le banche continuano a non fare le banche, le imprese non investono e la ripresa latita in quasi tutti i settori produttivi.</p>



<p>Nel perdurare di questa situazione, come un fulmine a ciel sereno, il 5 marzo dello scorso anno il Tesoro tedesco ha messo all’asta un consistente quantitativo di titoli di Stato che, come al solito, hanno immediatamente ricevuto una buona accoglienza da parte degli operatori finanziari. Tutto normale, tutto come al solito, se non fosse che gli interessi praticati non erano bassi o bassissimi, bensì negativi. Il Tesoro tedesco ha praticato verso i sottoscrittori di bond un tasso pari allo -0,08%.</p>



<p>È pur vero che viviamo in una società contraddittoria, che viaggia al contrario rispetto ai bisogni sociali, come nel caso dell’aumento della produttività che, nel lungo periodo, innesca la caduta del saggio del profitto mettendo in crisi gli stessi meccanismi di valorizzazione del capitale. Come una maggiore produttività del lavoro invece di creare tempo libero per i lavoratori ne sancisce un maggiore sfruttamento, un allungamento della giornata lavorativa e una maggiore disoccupazione. Come nel caso dello sviluppo delle forze produttive che, invece di creare un maggiore e migliore benessere sociale, arricchisce solo il 10% della popolazione, mentre il restante oscilla tra una esistenza appena decente e la famigerata soglia di povertà. Come il ‘progresso sociale’ si coniuga sempre di più con la precarietà lavorativa, con lo smantellamento dello stato sociale che è diventato inversamente proporzionale al crescere delle esigenze della popolazione, da quelle sanitarie a quelle pensionistiche.</p>



<p>Ma che si arrivasse a dover pagare per prestare i soldi allo Stato è il colmo. Sembrerebbe un non senso, un ossimoro economico. In realtà tutto ciò che avviene nel capitalismo, contraddizioni e crisi comprese, ha una sua logica, molto spesso perversa, che affonda le sue radici nei tentativi del Capitale di mettere in atto tutti quei meccanismi che abbiano, come fine ultimo, la sua stessa sopravvivenza. Tra gli sconquassi che la crisi ha prodotto, soprattutto nei confronti dei lavoratori, per il Capitale, fatte salve tutte le manovre contro il mondo del lavoro, tre sono gli obiettivi da raggiungere per tentare di rimettere in moto la macchina dei profitti: </p>



<ol class="wp-block-list"><li>mettere in atto tutte quelle misure finanziarie per favorire la ripresa, ovvero riannodare la relazione tra banche ed economia, tra Capitale e lavoro. In tal senso vanno lette la riduzione del costo del danaro e l’abbassamento dei tassi d’interesse e il ricorso al QE;</li><li>allontanare il più possibile lo spettro della deflazione (diminuzione generalizzata dei prezzi) che erode ulteriormente i profitti già abbondantemente penalizzati dal perdurare della crisi. Infatti i prezzi di vendita delle merci, inizialmente, hanno cominciato a non salire più, poi sono diminuiti a causa della mancanza di reddito di una parte consistente della domanda, rendendo così letale per il Capitale l’accoppiata recessione-deflazione che in qualche modo deve essere assolutamente superata;</li><li>abbandonare il credit crunch (la stretta creditizia), per spingere le imprese verso gli investimenti. Ma spingere le imprese verso gli investimenti vuol dire mettere in condizioni il sistema di finanziare famiglie e imprese, rimettere cioè il capitale al suo posto, quale motore propulsore dell’economia reale e, parallelamente, disincentivare i depositi vari o gli acquisti di titoli di Stato, in quanto pericolose premesse a qualsiasi atto di speculazione finanziaria. È in questa prospettiva che è maturata l’iniziativa di abbassare gli interessi del credito sino a renderli negativi.</li></ol>



<p>Al caso della Germania, come abbiamo visto, sono seguiti quelli di Olanda, della Finlandia e della Danimarca. In questo modo, depositare i soldi in banca rappresenta un costo anziché essere un investimento, anche se soltanto con un minimo di remunerazione. Per la stessa ragione le banche dell’Eurozona, che devono pagare la Banca centrale europea per depositare i propri capitali, sono disincentivate dal farlo, o perlomeno questa è la speranza. Anche se soltanto da poco la Bce ha portato a -0,2% il tasso sui depositi e non paga più interessi positivi agli istituti di credito che immobilizzano la propria liquidità presso le sue casse. Al contrario sono le banche che devono pagare lo 0,2 alla Bce perché trattenga i loro depositi. Eccezionale ma vero, è l’ultima spiaggia a cui sono approdate le misure finanziarie per rimettere in piedi una baracca che pencola da ogni lato rischiando un altro rovinoso crollo?</p>



<p>Forse. Ma una cosa è certa, tutto questo è fatto nel tentativo di disincentivare i depositi e gli acquisti di titoli di Stato e, contemporaneamente, di stimolare gli investimenti di liquidità e, quindi, i finanziamenti delle banche all’economia; tale è il senso della politica della Bce dei tassi negativi. Anche il tasso d’interesse interbancario a un mese (Euribor) è arrivato sotto lo zero. In assoluto è la prima volta che succede a partire dal 19 gennaio 2015. È certamente una situazione straordinaria, mai accaduta prima in Europa, che i tassi di interesse ufficiali, quegli stessi che sono normalmente utilizzati come riferimento per i costi dei mutui e per i finanziamenti alle aziende, si esprimono con valori negativi.</p>



<p>Queste manovre estreme non sono altro che il sintomo di una situazione grave, gravissima che non solo stenta a far ripartire l’economia ma che, persino secondo molti analisti borghesi, potrebbe essere il segno premonitore non di una soluzione del problema, ma di una nuova catastrofe economica. Infatti molto spesso i detentori di capitale che sono disposti a pagare una sorta di commissione o di servizio per la giacenza presso le banche dei loro ‘risparmi’, o le banche stesse quando acquistano titoli di Stato, lo fanno in attesa di aspettative di remunerazione dei loro capitali che il più delle volte si collocano ancora nel settore della speculazione, e non in quello asfittico della produzione. Infatti, se il denaro venisse concesso sotto forma di prestito alle attività produttive, come sarebbe nelle strategie della Bce, saremmo in presenza di una situazione di penalizzazione per le banche stesse, perché il prestito all’impresa tramite le forche caudine dei conti correnti si trasformerebbe in deposito presso la Bce stessa e, quindi, sarebbe soggetto alla tassazione dello 0,2% che la Bce ha introdotto già da un anno al solito scopo di disincentivare i depositi inoperanti presso le sue casse e per favorire i finanziamenti alle imprese.</p>



<p>Per cui la norma, invece di avere una funzione espansiva, finisce per giocare un ruolo recessivo costringendo le banche a trovare altre soluzioni.<br>A questo stadio delle cose, due sarebbero le certezze: la prima è quella di vedersi tassare pesantemente il prestito rendendo più oneroso l’investimento, la seconda è che, nell’attuale critica fase in cui versa il mercato, il rischio non vale la candela. Ecco un’altra ragione per cui le banche hanno tutto l’interesse a ridurre le loro esposizioni e a dare con molta parsimonia prestiti alle imprese. Molto meglio impiegare il capitale in investimenti di titoli sovrani acquistandoli da Paesi che garantiscono ancora tassi d’interesse alti o, rischiando ancora di più, investire nel breve periodo, in titoli emessi da governi in profonda crisi che, pur di ricevere finanziamenti dalla Bce, dal Fmi o dalla speculazione, sono costretti a praticare dei tassi altissimi. In questo caso la manovra dei tassi negativi, invece che risolvere il problema dei finanziamenti alle imprese può favorire il suo opposto, ovvero l’intensificazione della speculazione che continuerebbe a fuggire la produzione penalizzando ulteriormente la tanto invocata ripresa economica.</p>



<p>In seconda battuta, la politica degli interessi negativi, se dovesse continuare e allargare la sua portata sui meccanismi finanziari, costringerebbe una serie di investitori istituzionali come le assicurazioni e i fondi pensione, notoriamente meno propensi all’alto rischio, a diversificare i loro investimenti in assenza di rendimenti accettabili, o addirittura di rendimenti negativi, per finanziare le loro attività, come l’erogazione delle pensioni e i premi assicurativi. L’inevitabile risposta che spontaneamente entrerebbe in funzione è che il loro portafoglio verrebbe riempito prevalentemente di azioni che rappresentano sempre un rischio, ma di minore entità. Anche in questo caso i bassi tassi d’interesse non spingono verso gli investimenti produttivi ma si limitano a spostare l’asse della speculazione dai depositi bancari, dai titoli di Stato al mercato azionario. In conclusione: che il capitale vada alla speculazione ad alto rischio o a quella di un rischio meno elevato lo scenario non cambia di molto. Siamo sempre in presenza di movimenti finanziari che difficilmente riescono a spingere il capitale a riprendere la strada della produzione.</p>



<p>In questa perversa situazione della crisi del capitalismo, dove l’economia reale stenta a produrre nuove remunerazioni e la speculazione continua a farla da padrone, anche il risparmio gestito è finanza a tutti gli effetti e la continua individuazione di ‘sicuri’ ambiti finanziari mette in drammatica evidenza come lo stimolo speculativo, nato dalla crisi dell’economia reale strozzata da bassi saggi del profitto, continui a stare alla larga dalla produzione, aggravando il rischio di collasso del sistema economico globale.</p>



<p>Il che non significa che il capitalismo si autodistrugga, ma soltanto che i mezzi messi in campo per superare la ‘contingenza’ sono scarsi e, molto spesso, inefficaci. Perché la macchina del profitto possa ricominciare a muoversi occorre che il processo di svalorizzazione dei beni strumentali e del costo della forza lavoro continui ancora. Solo quando la svalorizzazione avrà toccato il punto di inversione inferiore si potrà parlare di ripresa degli investimenti e della produzione.</p>



<p>Ma di una ripresa parziale, tutta all’interno dei limiti economici e finanziari che hanno creato questa crisi; una ripresa non sarà l’inizio di un nuovo ciclo di accumulazione, ma soltanto la coda del vecchio ciclo che stenta sempre di più a procedere, anche se per piccoli passi. Secondo gli stessi analisti borghesi, se tutto andasse bene, ci vorrebbero vent’anni perché il sistema globale ritorni al livelli di pre-crisi. Nel frattempo, ci sarà una ancora più selvaggia recrudescenza di episodi bellici e un ulteriore assalto alle condizioni di lavoro e di vita delle popolazioni.</p>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato in Prometeo, giugno 2015, serie VII, n. 13<br></p>
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		<item>
		<title>Turchia, Isis, gas e nuovi equilibri imperialistici *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/turchia-isis-gas-e-nuovi-equilibri-imperialistici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2015 09:36:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[In equilibrio fra Usa e Russia, attraverso la Turchia passano le più importanti pipeline tra Oriente e Europa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-45-dicembre-2015-gennaio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 45, dicembre 2015 &#8211; gennaio 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>In equilibrio fra Usa e Russia, attraverso la Turchia passano le più importanti pipeline tra Oriente e Europa</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo la vulgata politologica internazionale, la Turchia avrebbe cambiato atteggiamento nei confronti dell’Isis a causa di un attacco kamikaze avvenuto ai primi di luglio a Suruc, che ha causato la morte di 32 cittadini turchi.<br>Precedentemente, l’atteggiamento della Turchia nei confronti dei jihadisti del Califfato era stato apparentemente quello di ‘non interferenza’ nella questione Siraq, lasciando che le cose scorressero secondo i ritmi voluti da altri interpreti. Di fatto però ha consentito agli uomini del califfo di attraversare le sue frontiere, di contrabbandare petrolio e armi al di qua dei suoi confini, di allestire campi di addestramento, fungendo in pratica da base di appoggio alle operazioni militari e commerciali dell’Isis. L’esercito di Ankara non solo è rimasto spettatore, pur essendo schierato a poche centinaia di metri durante l’assedio di Kobane, ma ne ha consentito la conquista e il massacro di civili che ne è seguito. Inoltre, aveva impedito agli Usa di usufruire delle sue basi aeroportuali per i raid aerei contro le strutture militari dell’Isis. L’unica sua preoccupazione sembrava essere l’abbattimento del regime di al Assad in Siria e, se le milizie dell’Isis stavano combattendo anche per questo, tanto di guadagnato. Poi improvvisamente il cambiamento di fronte. Ankara ha cominciato a bombardare le postazioni dell’Isis, ha concesso la base aerea di Incirlic alle forze aeree americane e, di fatto, si è collocata all’interno della Coalizione contro lo Stato Islamico.</p>



<p>Come al solito, la spiegazione non va ricercata nelle pieghe ideologiche, religiose o, come in questo caso, tragiche dell’atto terroristico che ha causato la morte di 32 cittadini turchi, bensì nel disegno dell’aspirante sultano neo-ottomano, Erdogan, di perseguire obiettivi imperialistici che, con il continuare a sostenere, anche se di nascosto e non ufficialmente, al Baghdadi, non avrebbe mai raggiunto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Problemi interni</h4>



<p>Dalle elezioni del 7 giugno scorso Erdogan è uscito vincitore ma senza la maggioranza assoluta che gli avrebbe permesso, cosa in cui fortemente sperava, di avviare un percorso costituzionale verso una sorta di presidenzialismo ai limiti della dittatura. La parziale, e non sufficiente, vittoria lo ha costretto a rivedere alcune posizioni tattiche, tra le quali quella di accaparrarsi i consensi delle forze politiche e di quei partiti anti jihadisti che, precedentemente, rappresentavano i suoi avversari politici. Una ripresa di credibilità in questo senso gli consentirebbe anche di affrontare con maggior successo lo scontro all’interno del suo stesso partito, lo AKP, con il vice presidente e acerrimo antagonista Arinc e il suo predecessore Abdullah Gull, nonché di ammansire alcune frange dell’esercito che, in alcuni casi, hanno mostrato insofferenza per le scelte di politica estera, e non solo, del presidente. In sintesi, l’obiettivo è quello di trasformare l’esercito in una Forza armata del partito AKP, ovvero in una sorta di milizia privata agli ordini del rinnovato Sultanato ottomano.</p>



<p>Il tutto nella speranza – che si è poi realizzata con le elezioni di novembre – che i piani in atto portino quel consenso popolare che gli permetterebbe di essere il nuovo sultano della ‘nuova’ Turchia ottomana. Il cambiamento di rotta si giustifica anche per altri obiettivi interni altrettanto gravi e pressanti in funzione di una politica di violenta repressione delle opposizioni domestiche. Accanto e durante i bombardamenti alle postazioni dell’Isis in territorio siriano, si sono aggiunti quelli alle postazioni curde siriane, le uniche, con qualche formazione filo iraniana, che al momento contrastano sul territorio l’avanzata del Califfato. Contraddizioni?</p>



<p>Certo, ma sta di fatto che per Erdogan vale il continuare la lotta contro il regime di Bashar el Assad così come il colpire i suoi nemici, gli jihadisti di al Baghdadi e, contemporaneamente, l’indebolire i curdi siriani per lanciare un messaggio a quelli interni perché capiscano che per loro non ci sarà mai un futuro nazionalistico. Erdogan ha subìto, non senza enormi preoccupazioni, la nascita di uno Stato autonomo curdo al nord dell’Iraq voluto dalle strategie petrolifere americane. Ha paura che dal possibile sfaldamento della Siria ne nasca un altro ai confini suoi e dell’Iraq, rinfocolando le mire autonomistiche del ‘suo’ PKK.</p>



<p>All’interno di questo quadro domestico vanno letti altri due episodi di feroce repressione. Il primo riguarda proprio i bombardamenti di alcune postazioni del PKK in territorio turco, che di fatto hanno rotto la fragile tregua del 2012 tra il governo di Ankara e il partito di Ochalan. Le preoccupazioni di Erdogan di un comportamento del PKK più radicale rispetto agli accordi sottoscritti dal suo leader, hanno lasciato lo spazio ad azioni repressive e preventive che si sono concluse, al momento, in una serie di raid aerei sulle postazioni curdo-turche più cruenti di quelle perpetrati ai danni dei miliziani dell’Isis.Il che ha fatto pensare a non pochi osservatori interni e internazionali che la lotta contro l’Isis si configuri più come una buona scusa per combattere l’obiettivo interno, assai più vicino e pericoloso, che non il costituendo Stato Islamico.</p>



<p>Il secondo, sempre sul fronte interno, vede il costruttore del neo-impero ottomano cogliere la palla al balzo per eliminare dalla scena politica interna anche un altro scomodo interlocutore. Il 31 marzo scorso, un membro del sedicente Partito marxista turco (DHKP-C) si è introdotto nel palazzo di giustizia di Istanbul per sequestrare e successivamente uccidere il procuratore della Repubblica Selim Kiraz, responsabile dell’inchiesta sulla morte di un giovane manifestante durante le giornate di Gezi Park. La risposta del governo è stata dura. Mentre fervevano i bombardamenti sui jihadisti dell’Isis, sulle teste dei curdi siriani e dei curdi del PKK, la polizia segreta ha effettuato circa trecento arresti tra militanti di sinistra, aggiungendo anche un morto come effetto collaterale. Il che ha aperto la strada a una serie di attentati sia da parte dei militanti curdi del PKK che di quelli del DHKP-C del 9 agosto, conclusisi con alcuni morti sia tra i militanti delle due organizzazioni che tra le forze dell’esercito. Certamente non saranno questi tragici episodi a fermare le ambizioni di Erdogan che, anzi, li userà a suo piacimento sul tavolo della repressione al terrorismo. O si muovono le masse, il mondo del lavoro e i proletari turchi in chiave rivoluzionaria, oppure l’aspirante despota avrà vita facile per i suoi giochi di politica interna.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Problemi internazionali</h4>



<p>L’altro fattore che ha imposto al governo di Ankara il citato cambiamento di fronte è rappresentato dal mutato quadro internazionale, sia per ciò che riguarda alcune modificazioni degli equilibri imperialistici nell’area, sia per ciò che concerne il ruolo della Turchia all’interno del mutevole e redditizio mondo legato alla distribuzione del gas asiatico e alle sue vie di commercializzazione.<br>La più importante mutazione degli equilibri imperialistici nell’area è certamente rappresentata dai recenti accordi sul nucleare tra gli Usa e l’Iran. Per Obama l’aver convinto l’Iran del nuovo corso a sottoscrivere l’accordo è innanzitutto un successo di politica internazionale che mancava nel carnet del quasi pensionato presidente americano. Stando alle sue parole, l’accordo, che impone all’Iran di non pensare alla bomba atomica per dieci anni, renderebbe il mondo più sicuro, mantenendo inalterato il numero degli aderenti al club atomico. Come dire che la sua diplomazia ha raggiunto un importante risultato che altrimenti avrebbe lasciato le cose come stavano, cioè di crisi permanente. In realtà, il presidente uscente doveva passare il testimone al suo possibile successore democratico con qualche buon risultato in termini di politica estera. In più, la mossa di Obama ha il dichiarato obiettivo, se non di sottrarre l’Iran all’influenza russa, di indebolirne il rapporto con tutti gli effetti del caso sull’intera area. Tra i quali il tentativo di sottrarre l’Iran dall’intreccio strategico gas-petrolifero tra Russia e Cina, indebolendone il segmento caspico.</p>



<p>Per Rohani (presidente dell’Iran) l’accordo con gli Usa è la fine di un incubo. La rimozione delle sanzioni ridarà fiato all’economia degli ayatollah, sia sul piano commerciale sia su quello petrolifero, rilanciando l’Iran come potenza d’area ben oltre il ruolo che già sta giocando in Siria, in Iraq, sulla questione curda, nonché all’interno delle contraddittorie tensioni politiche e militari contro l’espansionismo dell’Isis.<br>Per la Turchia invece la firma degli accordi sul nucleare è l’inizio di un incubo. La prima preoccupazione è quella di perdere l’appoggio, sia pure logoro, contrastato e a volte contraddittorio, degli Stati Uniti. Il che provocherebbe un cambiamento degli equilibri nell’area e dei rapporti di forza a favore dell’Iran e, inevitabilmente, a sfavore della Turchia. È probabilmente alla luce di questa nuova situazione che il governo di Erdogan si sta ponendo, in termini di politica internazionale, nella ‘terra di mezzo’, tentando di ricucire i rapporti con gli Usa e con l’alleato-nemico Israele, rimettendo in piedi il vecchio rapporto di cooperazione militare voluto e realizzato a suo tempo dal Pentagono in chiave anti Russa e contro i suoi satelliti nel Mediterraneo.</p>



<p>Da qui l’inversione di rotta nei confronti dello Stato Islamico, l’ingresso di fatto all’interno della Coalizione anti Isis e la concessione della base aerea agli Usa, pur di alimentare la speranza di non perdere completamente il rapporto con il governo americano, per continuare a lavorare al fine di fare della Turchia il principale hub petrolifero sulle sponde del Mediterraneo. L’ormai più che probabile spostamento della politica americana verso l’Iran sarebbe una battuta d’arresto alle ambizioni di Erdogan e del suo protagonismo imperialista che meritano, almeno, un tentativo di riavvicinamento alle strategie di Washington, anche se comportano concessioni che precedentemente non erano nemmeno all’ordine del giorno.</p>



<p>In linea con la nuova strategia, già nel marzo scorso, quando ormai era chiaro che l’accordo nucleare con l’Iran sarebbe andato in porto, il governo di Ankara si era portato avanti con il lavoro firmando un accordo militare con Riad in base al quale si sarebbero unite le forze contro il regime di Bashar el Assad, armando e finanziando le formazioni militari di opposizione come al Nusra e Ahrar al Sam e, contemporaneamente, combattendo lo jihadismo del Califfato. Mosse che, se vincenti, consentirebbero alla politica neo-ottomana di Erdogan di riavvicinarsi agli Usa, di assorbire con danni accettabili il probabile ritorno sulla scena dell’Iran e, cosa più importante, di continuare a costruire il suo ruolo di fondamentale snodo petrolifero nel Mediterraneo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Turkish Stream</h4>



<p>Le variazioni della politica estera turca non finiscono qui. L’abilità nel tenere un piede in più scarpe ha trovato in Erdogan un interprete di prim’ordine. Dopo aver fatto marcia indietro con l’Isis per non inimicarsi l’imperialismo americano, dopo aver abbassato i toni nei confronti del suo acerrimo nemico del Caspio, l’Iran del nuovo corso sdoganato da Washington, e riaperto il dialogo con Israele, pur di perseguire sino in fondo le sue ambizioni imperialistiche nel bacino del Mediterraneo, la Turchia ha messo un suo piedino anche nello scarpone russo.</p>



<p>La vicenda del Turkish Stream parte dall’impossibilità da parte della Russia di dare il via al vecchio progetto del South Stream, non voluto dall’Europa per non dipendere completamente dal gas russo, boicottato dagli Usa per ovvi motivi di concorrenza e reso impraticabile dal comportamento del governo bulgaro, ben istruito al riguardo dallo stesso governo americano. La Russia non si è persa d’animo. Il 7 maggio 2015, l’amministratore delegato di Gazprom, Aleksej Miller, ha firmato un accordo definitivo con l’omologo della Compagnia turca Botas per la costruzione di un gasdotto (Turkish Stream) che dalle lontane lande della Siberia porterebbe il gas in Turchia attraversando il Mar Nero. Alla Gazprom Russkaja il compito di costruire la struttura, by-passando ‘l’infida’ Ucraina, entro il 2016. Il che significherebbe per la Russia la grande opportunità di ripresentarsi quale affidabile fornitore di gas al sud dell’Europa e per la Turchia la concreta possibilità di costruirsi quale unico hub del Mediterraneo.</p>



<p>Ma le ambizioni di Erdogan vanno oltre le risorse energetiche russe. Sempre per la teoria del piede in più scarpe, le risorse energetiche da amministrare sono anche quelle azere e, perché no, persino quelle del nemico iraniano, se gli Usa ci mettessero un buona parola. Attualmente, attraverso la Turchia passano le più importanti pipeline tra Oriente e l’Europa. In atto ci sono: l’Iraq-Turkish-Ceyhan che trasporta petrolio iracheno proveniente dal Kurdistan di Barzani; il BTC, ovvero il Baku-Tbilisi-Ceyhan; il BTE, Baku-Tbilisi-Erzorum, la Trans Anatolian pipeline, la Trans Adriatic pipeline, oltre al Blue stream. Con il Turkish Stream l’imperialismo turco farebbe scala reale, per cui accordi con tutti, alleanze che mutano a seconda degli accordi gas-petroliferi già stabiliti e quelli in fieri e pugno di ferro contro chiunque possa rappresentare, anche lontanamente, un pericolo per il grande progetto neo-ottomano.</p>



<p>Nonostante le profonde divergenze con Mosca sull’Ucraina, sulla Siria e sul referendum in Crimea, non ancora approvato da Ankara, l’accordo del Turkish Stream, peraltro in aperto contrasto con le aspettative americane a cui, apparentemente e contraddittoriamente, Ankara sembra volersi adeguare, aprirebbe la porta ad altri business di grande interesse. Se la linearità delle aspettative fosse direttamente proporzionale alla contraddittoria oscillazione tra i vari poli imperialistici internazionali, ci sarebbe in cantiere anche la costruzione di una centrale nucleare ad Akkuyu sulla sponde del Mediterraneo, con la collaborazione dell’impresa russa Rosatom, e la firma di una lunga serie di accordi economico-commerciali che porterebbero il livello degli scambi dagli attuali 33 miliardi di dollari ai 100 entro il 2020. Sulla scia di tutto ciò Mosca e Pechino, all’interno di una prospettiva imperialistica ancora più ampia, giocano la carta di inserire la Turchia all’interno della Cooperazione di Shanghai (SCO) nello scontro, ormai dichiaratamente aperto, tra l’asse euro-asiatico russo-cinese e quello euro-americano. Prospettiva che si configurerebbe come uguale e contraria a quella americana di sottrarre l’Iran all’influenza russo-cinese.</p>



<p>All’interno di questo scenario, eterogeneo per il numero e la qualità degli interpreti, altamente composito per gli interessi che li muovono e difforme per le ambiguità che lo caratterizzano, una cosa è chiara. A una Turchia che volesse contenere i danni dell’accordo americano sul nucleare con l’Iran ed esaltare il contratto con la Russia sul Turkish Stream, necessita un’opera di bonifica all’interno della sua struttura politica nazionale e nelle immediate vicinanze dei suoi confini. Non a caso Erdogan ha cambiato fronte sulla questione dello Stato Islamico, quando ha percepito che appoggiarne le ambizioni avrebbe comportato mantenere una pericolosa condizione di precarietà al suo più vicino esterno, sia nell’immediato che per il futuro. E per la stessa ragione ha pensato che, qualora i resti della Siria di Assad esplodessero definitivamente, ci sarebbe il rischio della nascita di uno Stato curdo, il secondo dopo quello iracheno di Massud Barzani, che aumenterebbe le ambizioni nazionalistiche di un PKK più combattivo, nonostante il dietro front di Ochalan.</p>



<p>Per cui indebolire al suo interno la componente curda e qualsiasi altra forma di opposizione è altrettanto importante quanto, se non di più, che combattere l’Isis di al Baghdadi. Le azioni pressoché simultanee contro l’Isis, i curdi iracheni e siriani e contro i partiti della sinistra radicale sono, nei fatti, quel processo di bonifica atto a contenere il possibile allargamento del raggio d’azione dello sciismo iraniano e un atto di prevenzione tattica a difesa del costruendo Turkish Stream che, come tutti i grandi business, non ha bisogno di elementi e situazioni di perturbazione che devono assolutamente essere rimossi radicalmente e al più presto.</p>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato in Prometeo, The internationalists, www.leftcom.org, 29 agosto 2015</p>
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		<title>Iraq, il califfato dell’IS e le grandi manovre dell’imperialismo*</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/iraq-il-califfato-dellis-e-le-grandi-manovre-dellimperialismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 09:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[iraq]]></category>
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					<description><![CDATA[Guerra fra imperialismi occidentali e mediorientali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-41-febbraio-marzo-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 41, febbraio &#8211; marzo 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Guerra fra imperialismi occidentali e mediorientali</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel martoriato Medio Oriente, dopo la perdurante crisi siriana, si è aperto un altro fronte, quello iracheno. L’auto-proclamatosi califfo, Ibrahim Abu Bakr al Baghdadi, jihadista della prima ora, capo incontrastato dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), ha conquistato con le sue truppe, dopo Mossul, nuove posizioni nel nord dell’Iraq. Ha preso, oltre a Zumar, la città di Sinjar e i campi petroliferi di Ain Zalah e Batma, verso il confine con la Siria, dove controllava già la parte est del Paese. In Siria ha messo le mani sui giacimenti gassiferi di Shaer e su quelli petroliferi di Raqqa. L’avanzata e le facili conquiste hanno ispirato il ‘Califfo nero’ a proclamare la nascita dello Stato Islamico (IS) di Iraq e di Siria. Territorio divenuto ‘sacro’, retto dalla più intransigente delle interpretazioni della shariah. ‘Autonomo’ politicamente ed estremamente aggressivo nei confronti dei regimi sciiti circostanti.</p>



<p>La nascita dell’IS sarebbe il primo passo per la (ri)costruzione del Califfato i cui confini andrebbero dal Medio Oriente all’India passando per alcune zone dell’Asia europea. Tali e tante sono state la facilità nelle conquiste territoriali e la forza militare espressa che hanno sorpreso non solo il governo di Nuri al Maliki, ormai ex presidente sciita iracheno, costretto alle dimissioni dopo la disfatta del suo esercito e dalle pressioni politiche internazionali, ma anche quello curdo al nord del Paese e, in termini temporali, ancora prima, lo stesso presidente siriano el Assad.</p>



<p>Riandando alle vecchie cronache dei primi anni del duemila, all’epoca dell’attacco americano al regime di Saddam Hussein nel 2003, si intravedono le tracce della nascita di una serie di organizzazioni politicomilitari sunnite operanti contro la presenza americana e tutti i governi sciiti ‘apòstati’, sino a quello di al Maliki compreso. Tra le organizzazioni che per prime hanno avuto l’appoggio delle tribù locali e i primi finanziamenti dai Paesi del Golfo c’è stata al Queda, succursale irachena di quella nata in Afghanistan, sotto la guida ‘spirituale’ e militare di Al Zarqawi. Quella al Quaeda da cui più tardi, con denominazioni diverse e successive, è nata l’Isis di al Baghdadi.</p>



<p>Al Baghdadi dunque, non è sceso giù dal cielo come una meteora folgorando tutto e tutti. La sua entrata in scena nel tragico teatro mediorientale è anche il frutto di una serie di tensioni e frizioni imperialistiche che, ormai da anni, attraversano l’area sconvolgendone gli assetti economici e politici. L’Isis nasce a Falluja in Iraq nel 2006, come costola ‘impazzita’ di al Qaeda, tre anni dopo l’ingresso americano a Baghdad e la conseguente caduta di Saddam Hussein. Raccoglie la rabbia di centinaia prima, migliaia poi, di disperati, e la incanala all’interno del solito meccanismo nazionalistico-religioso di cui si rivestono, ormai da decenni, le varie fazioni borghesi che lottano nella zona in questione per soddisfare i particolarismi politici ed economici delle proprie ambizioni, molto spesso, se non sempre, sotto le ‘insegne’ degli imperialismi d’area o degli imperialismi che nell’area perseguono le rispettive strategie di dominio in campo energetico e strategico.</p>



<p>Al Baghdadi trasforma una banda di miliziani in un esercito efficiente che si espande nel nord dell’Iraq, nell’est della Siria e con propaggini organizzative anche in Libano e Giordania e, ultimamente, anche in Algeria e Libia. Il tutto grazie a una disponibilità finanziaria e militare notevole.<br>È pur vero che, come sottolineano molti osservatori, l’esercito del fanatismo islamico ha trovato forza e mezzi nelle razzie dei villaggi e delle città conquistate. L’esempio più evidente è che, dopo la conquista di Mossul, il Califfo nero ha dato ordine di ripulire la Banca centrale della città e tutte le succursali nell’arco di 50 chilometri. Risponde a verità che il movimento attinge petrolio nel nord della Siria e nell’Iraq e lo commercializza via camion verso la Turchia, così come ha tratto militarmente vantaggio dallo squagliamento dell’esercito iracheno impossessandosi di una parte consistente delle forniture militari, carri armati americani ed equipaggiamento pesante compresi.</p>



<p>Ma il grosso dei finanziamenti che hanno portato l’Isis a essere quello che è in termini di organizzazione e forza politica, è arrivato sin dagli inizi dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti con il contributo, non indifferente, degli Stati Uniti. È stato un flusso di soldi non facilmente quantificabile, ma certamente sufficiente a mantenere un esercito, a renderlo efficiente e in grado di essere una pericolosa mina vagante in tutta l’area mediorientale. Il beneplacito degli americani aveva lo scopo, in questa apparente ‘faida’ islamista, di usare i suoi, non sempre affidabili alleati, contro l’avversario siriano nel tentativo di sottrarre alla Russia l’agibilità dei porti di Tartus e Latakia e di indebolirne il ruolo nel Mediterraneo, pur sapendo di immergersi in un mare di rischi e di contraddizioni. Il regime di Riad ha, ovviamente, sempre negato di essere una delle fonti di sostegno e di finanziamento dei gruppi, a vario titolo definiti terroristici, dell’area mediorientale. E lo stesso atteggiamento lo ha tenuto anche nei confronti dell’Isis, ma al di là delle dichiarazioni di facciata, l’operatività del regno wahabbita è stata intensa e particolarmente ‘generosa’ in quanto a finanziamenti.</p>



<p>Gestore delle operazioni e motore primo di tutta l’operazione durata anni è stato il capo dei servizi segreti dei Saud, Bandar bin Sultan, ininterrottamente ambasciatore negli Usa dal 1983 al 2005, nonché uomo politico di alto rango a cui erano demandate le relazioni internazionali più delicate con i vari governi americani e gli stabili rapporti con rappresentanti del partito repubblicano. Bin Sultan raccoglieva fondi tra i principi sauditi dediti alla causa islamista e stanziava ingenti somme a nome di società fittizie che facevano capo al governo di Riad. Il malloppo finiva poi nelle casse delle banche del Kuwait e di qualche Emirato, perché non soggette alle leggi internazionali dell’antiriciclaggio, per prendere più facilmente la strada dei finanziamenti ‘occulti’ verso al Nusra in Siria e l’Isis in Iraq. Le operazioni finanziarie hanno avuto per anni degli interessati fan nel solito attivissimo senatore americano McCain e nel suo collega Limdsey Graham, che avevano il compito di seguire il corso dei flussi di denaro, contribuendo alla ‘colletta’ qualora venisse ritenuto necessario dalla super visione dell’intelligence americana.</p>



<p>Lo stesso discorso vale per il Qatar, anche se le modalità di raccolta e i motivi strategici dei finanziamenti rispondevano a logiche politiche diverse, se non contrapposte a quelle saudite. I governi di Riad e di Doha hanno sborsato decine di milioni di dollari a favore dell’Isis sino a farne una organizzazione in grado di scatenare in Siria e in Iraq un ulteriore deterioramento della situazione nella regione medio orientale. A tutt’oggi si ritiene che il potenziale finanziario dell’Isis non sia inferiore ai due miliardi di dollari. La ragione di tanta magnanimità da parte di Arabia Saudita &amp; Company nei confronti di al Baghdadi consiste nel tentativo, soprattutto del regime di Riad, di combattere la Siria di Assad, di indebolire l’Iraq di al Maliki, sia per liberarsi di avversari ostili, sia per estendere la propria supremazia in tutta l’area. In prospettiva per controllare, attraverso futuri governi amici, i flussi petroliferi che dal Medio Oriente vanno sia verso il Mediterraneo che in direzione est. Direzione in cui vive e opera il nemico numero uno di Riad, l’antagonista religioso e petrolifero per eccellenza: l’Iran. Nelle intenzioni dei sauditi, la bandiera religiosa del sunnismo, da brandire contro gli ‘eretici’ sciiti, iracheni, iraniani, o alawiti, come il siriano Bashar el Assad, altro non è che lo strumento religioso con cui combattere la propria battaglia imperialistica per la supremazia petrolifera, finanziaria e politica in tutta quell’area che va dal Mediterraneo al Mar Caspio, passando dalle zone curde di Siria, Iraq e Libano.</p>



<p>Al pari di altre formazioni jihadiste, l’Isis altro non è (era) che uno strumento nelle mani della monarchia wahabbita dei Saud. Il suo destabilizzante agire rispondeva alle logiche imperialistiche di Riad contro Teheran e Damasco, così come il suo potere militare e politico è rimasto tale sino a quando è risultato funzionale a tali logiche. Il che non ha escluso, anzi ha imposto che, nel momento in cui l’Isis ha tentato di agire in proprio, uscendo da queste logiche, gli equilibri imperialistici di zona hanno assunto ben altre direzioni, come gli ultimi avvenimenti di Iraq e Siria stanno a dimostrare. Quando le ambizioni del neo Califfato hanno cominciato a cozzare contro le strategie egemoniche dei Saud e le esigenze imperiali americane, i termini dell’intera questione, finanziamenti compresi, si sono completamente rovesciati.</p>



<p>Sul fronte opposto, per l’Iran del ‘nuovo corso’ del presidente Rohani, vale lo stesso discorso ma in termini completamente ribaltati. Teheran brandisce la bandiera dello sciismo esattamente come i Saud fanno con il sunnismo, consci entrambi di quanto, in questa fase, la trappola della religione, con il suo devastante corollario di integralismo militante, sia funzionale ai loro interessi imperialistici. E non lesinano aiuti, finanziamenti e coperture politiche alle creature militari che inventano dal nulla o che fanno crescere sotto il loro mantello protettivo. Così come nei decenni passati l’Arabia Saudita ha favorito la nascita dei Taliban in Afghanistan e Pakistan, di al Qaeda, come più recentemente dell’Isis in Iraq e Siria, così i regimi che si sono alternati al potere in Iran hanno sostenuto organizzazioni come gli Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e altre di ispirazione confessionale sciita. Obiettivi: 1) uscire dall’isolamento in cui è precipitato l’Iran dopo la rivoluzione khomeinista; 2) stabilire una serie di contatti economici, commerciali e politici con Paesi ‘affini’; 3) proporsi nell’area quale antagonista dell’Arabia Saudita in termini di esportazione di petrolio; 4) favorire la nascita di regimi a propria immagine e somiglianza e politicamente subalterni; 5) difendere anche con la forza Paesi come l’Iraq e la Siria, attualmente oggetto delle attenzioni militari dell’Isis, quindi di Riad.</p>



<p>Senza trascurare il fatto che dentro e ai margini di questa intricata matassa, chi ne tira le fila sono, immancabilmente, le grandi centrali imperialistiche che da decenni hanno trasformato queste terre e i loro abitanti in teatri di continue tragedie da recitare in favore dei loro irrinunciabili interessi economici e strategici.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cambiamento di rotta: l’Isis non serve più. Tutti contro al Baghdadi</h4>



<p>Quando i burattinai perdono il controllo dei burattini le cose si complicano e per i burattini dispettosi arrivano i rimproveri, in questo caso sotto forma di bombe e raid aerei. Sull’onda delle tragiche immagini televisive della decapitazione in diretta degli ostaggi occidentali dell’IS, è stata servita su di un piatto d’argento agli ex protettori e finanziatori di al Baghdadi l’opportunità di ‘redimersi’ e di iniziare a punire l’ex alleato. Per meglio dire, di rendere inoffensivo il letale strumento di cui si sono serviti sino a poco tempo prima e che è clamorosamente sfuggito loro di mano. L’undici settembre 2014, il presidente Obama lancia la ‘crociata’ contro l’IS definendola un’organizzazione terroristica, dedita al crimine sociale, nulla di più di un’accolita di tagliatori di teste da cancellare dalla faccia della terra, in quanto grave minaccia al mondo occidentale e allo stesso mondo musulmano, guardandosi bene dallo spiegare il perché dei rapporti precedenti, come se non fossero mai esistiti o che non riguardassero la sua, ormai, debolissima amministrazione.</p>



<p>All’appello americano rispondono – con Francia, Inghilterra, Italia e qualche altro Paese europeo – ben dieci Stati del Medio Oriente, tra cui, <em>sorprendentemente</em> l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Tutti assieme appassionatamente, ma ognuno con i propri obiettivi da raggiungere o da difendere. Come mai un simile ‘contraddittorio’ cambiamento di strategia, quali nuovi scenari si sono evidenziati con la nascita dello Stato Islamico in terra di Siria e di Iraq che tanto preoccupa gli ex padrini dell’Isis?</p>



<p>Un primo elemento da prendere in considerazione è quello relativo alla decisione dell’Isis di mettersi in proprio, di uscire dalle tutele di chi lo aveva finanziato, per tentare di assumere il ruolo di polo d’aggregazione nel mondo sunnita e, più in generale, di quello islamico. Contro la corruzione occidentale, quella falsamente musulmana, per gestire in prima persona il ricco bottino energetico che il Medio Oriente in parte fornisce alle economie di mezzo mondo, e in parte ancora nasconde sotto forma di giacimenti da mettere in funzione. A questo stadio degli avvenimenti, con la nascita formale dello Stato Islamico, per gli Usa, come per gli altri Paesi dell’area, le cose si sono complicate. Finché al Baghdadi fungeva da guastatore contro i nemici di Washington, di Riad e Doha, aiutandoli a perseguire i rispettivi obiettivi imperialistici, tutto andava bene. Nel momento in cui il Califfo nero ha preso una strada diversa, l’atteggiamento dei patrocinatori è totalmente cambiato.</p>



<p>Per Riad i maneggi petroliferi dello Stato Islamico con l’Iran e con la Turchia non erano assolutamente tollerabili, così come non era nelle aspettative dei Saud che il neonato Stato avesse l’ambizione di ergersi a faro della confessione sunnita, minando il predominio saudita. Per il Qatar la decisione presa da al Baghdadi di non appoggiare la candidatura di Doha per i mondiali di calcio del 2022 è suonata molto male. Non perché al Baghdadi, capo di uno Stato che in realtà non esiste, che non ha confini e che non è riconosciuto da nessun Paese e, tanto meno, da nessuna organizzazione internazionale, contasse qualcosa sullo scenario mondiale del business calcistico (appalti, affari commerciali, sponsor e quant’altro), ma perché il suo rifiuto era l’allarmante dimostrazione che Doha non poteva più contare sull’alleato, nonostante i finanziamenti erogati. Non solo, ma la nascita dello Stato Islamico ha evidenziato una serie di frizioni che già esistevano tra i Paesi del Golfo, divaricando ulteriormente le rispettive strade imperialistiche.</p>



<p>Tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati è scoppiata la ‘guerra’ sulla questione dei Fratelli musulmani nell’esperienza egiziana, mentre il precedente Emiro del Qatar, Halifa al Tani, aveva puntato le sue carte su Morsi sino a proporre a quel governo il business del secolo, 100 miliardi di dollari per cento anni di amministrazione dei beni artistici egiziani. L’Egitto avrebbe incassato subito una ingente quantità di capitale finanziario da impiegare nell’asfittica economia del Paese, il Qatar avrebbe avuto l’opportunità di investire ‘produttivamente’ una parte consistente del suo surplus finanziario derivante dalla rendita gassifera.</p>



<p>Per l’Arabia Saudita e i suoi fedeli Emirati, i Fratelli musulmani erano un’organizzazione terroristica da combattere con tutti i mezzi e hanno appoggiato senza riserve l’esercito egiziano e il suo nuovo condottiero al Sisi sino alla loro cacciata dal governo. Doha ha accusato Riad di essere, a proposito di terroristi, il più consistente finanziatore dell’IS, mentre i sauditi hanno ritorto l’accusa ai qatarioti. Inutile dire che tutti e due negano spudoratamente rimpallandosi le accuse.</p>



<p>A suo tempo, non a caso, Al Maliki, ex presidente iracheno, ha accusato entrambi di essere alla base della costituzione dell’Isis e dei problemi del suo governo. Mentre gli Usa primi artefici e coordinatori del tutto tacciono e, come novella Penelope, disfano la tela che hanno tessuto sino a poco tempo prima a difesa dell’Isis. Normali contraddizioni dell’imperialismo.</p>



<p>A corollario di quanto detto c’è una seconda ragione che turba le notti degli imperialismi sunniti e degli Usa. È la presenza di uno Stato che, sebbene ancora tutto da inventare e da definire sul terreno economico e su quello istituzionale, nessuno ha mai pensato di favorire. Mai voluto, perché non programmato, perché difficilmente controllabile e, soprattutto, perché sfuggito dalle mani di chi, involontariamente, ha contribuito alla sua stessa nascita in una delle aree a maggiore criticità. Stato che ha immediatamente creato una situazione di pesante frizione tra le fila degli ex sostenitori dell’Isis, incrinando ulteriormente i rapporti dei soggetti imperialisti all’interno di un già precario equilibrio.</p>



<p>Infatti ha riaperto vecchie ferite nel mondo islamico, ha riproposto la questione curda dalla Siria all’Iraq sino alla Turchia. Ha messo in crisi vecchie alleanze, ha favorito la nascita di nuove e, soprattutto, ha turbato il sempre delicato quadro energetico regionale che, da almeno due decenni, ha partorito una guerra dietro l’altra.</p>



<p>Sempre a proposito di petrolio, la nascita dell’IS ai confini del Kurdistan iracheno ha messo in allarme tutti gli interpreti di questo ennesimo episodio di barbarie imperialista. In zona curda si produce il 60% del petrolio iracheno sin dai tempi di Saddam Hussein. Lì vi operano le maggiori Company petrolifere internazionali, tra cui quelle americane che si sono giovate dell’invenzione dell’ex presidente Bush della<em>&nbsp;no fly zone</em>&nbsp;prima e della nascita di una Amministrazione curda, sotto la guida del governo filo americano di Massud Barzani, poi. L’operazione doveva salvaguardare gli interessi americani e mettere in riga il governo di Al Maliki, troppo propenso a stabilire buoni rapporti energetici con l’Iran. Nei fatti si è aperto un contenzioso sullo sfruttamento e sulla commercializzazione del petrolio nord iracheno tra l’Amministrazione curda e il governo di Baghdad. E questa è una delle ragioni per cui, inizialmente, l’intelligence americana ha dato soldi e via libera all’Isis in chiave anti-irachena oltre che contro il regime di el Assad. Ma l’Isis diventato Stato a ridosso del Kurdistan ha messo in pericolo il fragile equilibrio faticosamente raggiunto.</p>



<p>In più si è presenta la delicata questione turca. Il governo di Ankara, pur aderendo alla richiesta americana di mobilitarsi, anche con le armi, contro l’esercito del Califfo nero, ha seri problemi a sostenere la formazione militare curda dei peshmerga di Barzani. A parte l’atavica diffidenza nei confronti dei curdi, in prima battuta perché sostenere il ‘nazionalismo’ curdo in Iraq significherebbe spalancare una pericolosissima porta su quello domestico, cosa che il governo turco vorrebbe evitare a tutti i costi. Il che rende ancora più complicati i rapporti all’interno di una alleanza già sufficientemente strumentale, il cui denominatore comune è dato dalla necessità di sgombrare il campo da un ospite diventato scomodo, ma al cui numeratore non c’è nessuna comunanza d’intenti e di interessi da perseguire. L’unico punto fermo è che la nascita dell’IS ha messo in moto le contraddittorie tensioni imperialistiche che solo apparentemente si muovevano e si muovono all’unisono.</p>



<p>Non da ultima c’è la questione petrolifera vera e propria. L’avanzata delle truppe del Califfo nero e la creazione dello Stato Islamico non solo sono avvenuti in un’area strategicamente importante per gli equilibri energetici, ma si è garantita il possesso e la gestione di importanti giacimenti di petrolio e gas nei territori conquistati sia in Siria che in Iraq e ha minacciato quelli del Kurdistan iracheno. Secondo molti analisti, l’IS avrebbe un introito giornaliero di tre milioni di dollari grazie al commercio sul mercato nero del <em>suo</em> petrolio e del <em>suo</em> gas. Scorporando il dato relativo al fatturato, sempre secondo i ben informati analisti di prima, un milione e duecentomila dollari arriverebbero giornalmente dal commercio dei giacimenti siriani, un milione e ottocentomila dollari dal commercio di quelli iracheni. Petrolio e gas che, prendendo la via della Turchia, arrivano un po’ dappertutto, Iran compreso.</p>



<p>Un ‘prodotto interno netto’ di circa un miliardo all’anno che, al momento, consente all’IS di poter far fronte alle spese militari e a un piccolo ‘stato sociale’ da gestire sui territori occupati per tenere buona la popolazione. E una liquidità disponibile di due miliardi di dollari che sono, al momento, abbondantemente in grado di sopperire all’improvviso esaurimento delle fonti di finanziamento degli ex alleati.</p>



<p>Quello che ulteriormente preoccupa i governi di Riad per il petrolio e di Doha per il gas, è la concorrenza sleale del neo Stato Islamico. Quando l’IS ha incominciato a commercializzare il&nbsp;<em>suo</em>&nbsp;petrolio, sul mercato internazionale il barile era valutato attorno ai 103-105 dollari. Sul mercato nero il prezzo praticato dei faccendieri dell’IS oscillava tra i 18 e i 40 dollari al barile, con grave nocumento e disappunto da parte di tutto il mondo arabo legato alla rendita petrolifera. L’Arabia Saudita, per esempio, nella persona del re Abdullah, ha fatto prendere tutte le misure possibili dai suoi servizi segreti per impedire ai seguaci del Califfo nero di penetrare ideologicamente e organizzativamente nella Terra santa dell’Islam, e ha spostato ben trentamila soldati ai confini con l’Iraq. Soldati che probabilmente non opereranno mai sul territorio nemico, ma che devono rappresentare un deterrente significativo ai novelli nemici di Riad. Il Qatar, che ha un peso specifico imperialistico ben più leggero di quello dei sauditi, si è limitato a ‘scomunicare’ i seguaci del Califfo attraverso le arringhe del teologo Yusuf al Qaradawi che, dai<em>&nbsp;mirab</em>&nbsp;di Doha, lancia anatemi su chi viola la legge del Corano, commettendo crimini di ogni genere nel nome di Allah.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Per una prima conclusione</h4>



<p>Gli Usa con a fianco tutti, o quasi, i paesi del Medio Oriente, tra cui l’Arabia Saudita e il Qatar in prima linea, anche se con obiettivi contrapposti, e con il supporto di Inghilterra, Francia e Australia – che si sono sommati agli alleati del Golfo – con assoluta disinvoltura hanno compiuto un completo salto mortale carpiato e raggruppato. Chiaro messaggio verso la loro creatura che si è ‘emancipata’, creando una serie di guasti a cui la coalizione sta tentando di porre rimedio.</p>



<p>Dopo la conquista di Mossul, dopo il controllo della maggiore diga sul fiume Tigri nei pressi della stessa città e il possesso di alcuni pozzi petroliferi, nonché di giacimenti di gas da parte dell’Isis, gli Usa hanno pensato bene di intervenire militarmente con dei bombardamenti contro le postazioni militari di al Baghdadi. Inizialmente la scusa ufficiale è stata quella di dare sostegno umanitario ai profughi, soprattutto cristiani, di aiutarli con il lancio di alimenti e acqua, cosa molto funzionale all’immagine di Obama all’interno della opinione pubblica americana in un momento di particolare debolezza nei sondaggi e nei consensi. Poi si è arrivati a una ‘guerra non guerra’, basata sui bombardamenti, ma senza mandare un solo uomo, almeno per il momento, sul terreno del conflitto, lasciando il ‘lavoro sporco’ di difendere e conquistare terreno ai peshmerga curdi contro l’esercito dell’IS, che sta minacciando la città di Erbil, il petrolio del Kurdistan iracheno e tutti gli equilibri energetici sin qui raggiunti dall’imperialismo internazionale.</p>



<p> Intanto la Turchia sta a guardare, o meglio, sarebbe pronta a intervenire con il suo esercito a due condizioni. La prima è che Erdogan chiede alla coalizione di non sostenere le truppe curde di Massud Barzani, di non appoggiare il nazionalismo curdo in terra siriana per non correre il rischio di risvegliare quello domestico del PKK. La seconda, che suona come una sorta di richiesta-ricatto: invoca la necessità di un intervento di terra contro il regime di Bashar el Assad in Siria e contro il nuovo governo iracheno se dovesse continuare una politica di collaborazione energetica con l’Iran, come sotto la guida del regime precedente di Al Maliki. A tal riguardo Ankara dalle parole è passata ai (non) fatti. Non ha mosso un dito quando l’esercito dell’IS ha assediato la città siriana di Kobane a pochi chilometri dal suo confine.</p>



<p>I carri armati di Erdogan, già schierati, non si sono mossi e hanno lasciato che i curdi se la vedessero da soli contro la superiorità militare dei ‘miliziani neri’. In aggiunta ha sollecitato Obama a intervenire duramente in Siria&nbsp;<em>consigliandogli</em>&nbsp;di non limitarsi a sostenere e a finanziare l’opposizione del Fronte Siriano della Rivoluzione, ma di agire direttamente contro il regime di Al Assad. Allora e solo allora la disponibilità turca a combattere l’IS diventerebbe operativa. In contemporanea, dovendo rintuzzare la rabbia di 15 milioni di curdi turchi, migliaia dei quali hanno manifestato a Istanbul e nelle maggiori città della Turchia, lasciando sul terreno una trentina di morti, ha promesso di valutare la possibilità della rimessa in libertà del leader storico del PKK Ochalan.</p>



<p>Persino l’Iran del ‘nuovo corso’ è entrata in questo arcipelago di contorsioni, di rovesciamenti di fronte, di ricatti palesi o occulti, di false promesse tra i vari interpreti della commedia imperialistica. Il neopresidente Rohani si è dichiarato disposto a sostenere l’impegno bellico contro il terrorismo dell’IS a condizione che gli Usa prendano in considerazione la possibilità di annullare l’embargo contro l’Iran, altrimenti ogni atto di guerra contro l’Iraq e la Siria verrebbe considerato da Teheran come una violazione del diritto internazionale.</p>



<p>Sul fronte imperialistico opposto, Russia e la Cina continuano a stare a fianco della Siria, appoggiano con preoccupata discrezione le eventuali contorsioni dell’Iran e delle sue propaggini combattenti sui vari fronti caldi del Medio Oriente, come gli Hezbollah libanesi e Hamas nella striscia di Gaza, perché medesimo è l’obiettivo strategico. Medesima è la necessità del controllo e della commercializzazione delle materie prime energetiche ma orientati verso est, verso la Cina e i mercati asiatici; intanto, però, la partita va giocata lì e subito.</p>



<p>In mezzo a tutto questo cresce enormemente la barbarie capitalistica delle guerra per procura, delle guerre civili, delle ‘rivoluzioni’ a sfondo religioso, delle ‘restaurazioni’ laiche o viceversa. Cresce il contorcersi di un mondo, quello capitalistico, che, oltre a produrre fame e miseria con le sue crisi economiche, è fonte di atrocità e morte ai quattro angoli del mondo con le sue devastanti guerre. Per sopravvivere a se stesso, per tentare di gestire le sue insanabili contraddizioni economiche e sociali, non può che essere sempre più malvagio, aggressivo, devastante per l’ambiente che lo circonda e feroce assassino per intere popolazioni quando, loro malgrado, si trovano a vivere nelle aree del loro interesse economico e strategico.</p>



<p>Soprattutto per questo non bisogna dimenticare che, dietro questi giochi d’area, dietro le solite bandiere dei contrapposti integralismi religiosi o delle pretese libertà democratiche laiche, chi funge da carne da macello per questa o quella borghesia petrolifera, per questi o quegli interessi imperialistici sono sempre i proletari, i diseredati che, senza una guida politica rivoluzionaria, finiscono inevitabilmente per cadere nel solito, tragico tranello degli interessi dell’avversario di classe.</p>



<p>Il primo passo per uscire dalla trappola è quello di non commettere il solito errore di schierarsi, come è ormai abitudine anche di certa ‘sinistra’ italiana e internazionale. Fatale sbaglio che comporta di stare&nbsp;<em>con</em>&nbsp;per andare&nbsp;<em>contro</em>. Di stare con il regime siriano di Bashar el Assad contro gli Usa, perché attaccato o soltanto perché più debole sul piano dei rapporti imperialistici. Di stare con la coalizione capeggiata dagli Usa contro l’IS, perché ‘brutti e cattivi’ e barbari tagliagole, dimenticando i crimini dei membri della coalizione nei confronti delle popolazione violentemente assoggettate.</p>



<p>Di stare con i peshmerga iracheni perché si difendono dall’aggressione dei soliti tagliagole, sottacendo il fatto che i secondi combattono per avere una fetta della rendita petrolifera locale e i primi la difendono come possono in nome della propria borghesia e dei suoi interessi petroliferi nazionali, e nascondendo, inoltre, il tragico fatto che sia gli uni che gli altri sono e sono stati gli strumenti di dominio e di controllo degli interessi dei grandi e piccoli imperialismi energetici di tutta l’area. Di invocare il diritto all’autodeterminazione dei popoli fingendo di non sapere che, nell’epoca del dominio del capitale finanziario, nella fase più completa della globalizzazione, sono i rapporti di forza imperialistici che dettano legge e non c’è spazio per nessuna rivendicazione nazionalistica a meno che non sia funzionale all’imperialismo stesso. Anche il Kurdistan iracheno di Massud Barzani è il prodotto degli interessi americani nella zona petrolifera irachena di maggior interesse. Di rimpiangere il ‘vecchio comunismo’ del PKK e di difendere il nuovo dalle attuali persecuzioni di Ankara dimenticando che i seguaci di Ochalan predicavano una via nazionale al socialismo, e che continuano a essere i figli politici dello stalinismo, ovvero della controrivoluzione in Urss. Che poi Ochalan e il PKK si siano convertiti, come testimoniano informati osservatori delle vicende curde, a una sorta di anarchismo democratico, non cambia di molto la questione.</p>



<p>I recenti fatti di Kobane hanno messo in discussione gli ‘accordi di pace’ del 2009 tra il governo turco e il nuovo PKK, rinfocolando la questione nazionale indipendentemente dalla diversa divisa ideologica di Ochalan e soci. Di impugnare la questione curda, invocando la solita autodeterminazione dei popoli, sul solito terreno borghese e nazionalistico, anche se in chiave democratica e progressista, con l’aggiunta magari di un aggettivo socialista, come nel caso dell’enclave curda di Rojava in Siria. Rinunciando così a priori a qualsiasi tentativo di costruzione di una prospettiva rivoluzionaria; è un autentico suicidio di classe. A furia di scegliere il campo di appartenenza o l’oggetto delle proprie alleanze, questa ‘sinistra’ che, in alcuni casi, ama definirsi rivoluzionaria, non fa altro che oscillare dagli interessi di una borghesia all’altra, da un polo imperialistico all’altro, senza mai porsi il problema della ricomposizione politica di tutto il proletariato dell’area in una prospettiva rivoluzionaria di alternativa sociale oltre che politica.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato in Documents, The internationalists, www.leftcom.org, 13 ottobre 2014</p>
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		<item>
		<title>Siria: una guerra civile annunciata *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/siria-una-guerra-civile-annunciata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2014 08:35:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[siria]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[Colpo di Stato o rivoluzione per la democrazia? Analisi di una scontro tra imperialismi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-36-febbraio-marzo-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 36, febbraio &#8211; marzo 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Colpo di Stato o rivoluzione per la democrazia? Analisi di una scontro tra imperialismi</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’8 febbraio del 2013 su Tm News è comparsa una strana dichiarazione del ministro della Difesa americano, ex capo della Cia, Leon Panetta. Secondo questa pubblica dichiarazione ci sarebbe stato uno scontro di vedute tra il Pentagono e la Casa Bianca, cioè tra lo stesso Panetta e il presidente Obama, su un piano di armamento dell’opposizione al regime di Bashar el Assad nella Siria travagliata da una sanguinosa guerra civile. Per Panetta e Petreus, anch’egli proveniente dalle file della Cia, nonché dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, gli aiuti militari all’opposizione non dovevano fare molti distinguo, mentre per il presidente Obama occorreva valutare nelle mani di chi sarebbero andate le armi fornite dal governo americano. Nulla di più verosimile, succede che all’interno di un governo ci possano essere divergenze di valutazione su un tema particolarmente delicato come questo – era già successo agli inizi degli anni Sessanta tra J.F. Kennedy e il suo ministro della Difesa Mc Namara sulle strategie da tenere in Vietnam – ma un paio di cose lasciano perplessi e ci consentono di introdurre l’argomento della crisi siriana.</p>



<p>La prima riguarda la strana opportunità regalata da Panetta a Obama durante il periodo elettorale delle presidenziali. La dichiarazione, infatti, calata nel contesto elettorale, suona in termini come questi: “Io il cattivo, lui il buono e la bontà ha avuto il sopravvento come era nella logica delle cose”. Una sorta di assist, apparentemente non richiesto, al rieletto presidente. La seconda è che gli aiuti in soldi, armi, tecnici militari ecc. sono cominciati sin dall’esordio della crisi siriana e non a partire dal gennaio 2013. Nell’aprile successivo, per non correre rischi presso l’opinione pubblica, lo stesso Obama ha ufficializzato la vendita di armi ai ribelli per circa 190 milioni di dollari.</p>



<p>Infatti il presunto scontro tra Obama e il Pentagono-Cia non riguardava il distinguo sul tentativo imperialistico americano di abbattere il regime di Assad, ci avrebbero dovuto pensare almeno due anni prima e poi un simile dubbio non è mai stato in programma, ma il comportamento da tenersi con le forze di opposizione (jihadisti e qaedisti) a cui venivano fornite le armi sin dall’inizio della crisi siriana. In altri termini la questione era: continuare a foraggiare questa opposizione con il risultato di ritrovarsi al potere un regime islamista, con tutti i rischi del caso (vedi Egitto, Tunisia e Afghanistan in tempi non lontani) o individuare, semmai creare ex novo, un nuovo soggetto politico ‘laico’ o ‘moderatamente religioso’ che facesse meglio alla bisogna.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’eliminazione degli Stati canaglia</h4>



<p>Nonostante le dichiarazioni dell’amministrazione Obama di dare vita a un processo di distensione internazionale che avrebbe visto progressivamente diminuire l’aggressività dell’imperialismo americano nei ‘segmenti caldi’ dello scacchiere orientale e medio orientale, le cose sono rimaste esattamente come prima, come all’epoca di Bush. I tanto enfatizzati ritiri dall’Iraq e dall’Afghanistan, quale dimostrazione di buona volontà e di coerenza con le promesse elettorali, valgono ben poco. </p>



<p>Nel primo caso la decisione di ritirare le truppe l’aveva già presa Bush, a Obama è spettato solo il compito di proseguirla sino a compimento. La tragica quanto fallimentare campagna di <em>Babilonia</em> si era definitivamente chiusa dopo che il governo di Al Maliki aveva voltato le spalle alle amministrazioni americane trattando, addirittura, con il nemico numero uno degli Usa, il tanto demonizzato Iran. L’ingovernabilità del Paese, nonostante l’impegno militare e le faraoniche cifre sborsate dal Tesoro statunitense, la sconfitta di alcune majors petrolifere americane all’asta di Baghdad (1), avevano fatto il resto.</p>



<p>Premio di consolazione, costruito con ferocia imperialistica e senso pragmatico, è stata la creazione della Repubblica curda del nord dell’Iraq, sotto la gestione di Massoud Barzani, che ha finalmente concesso alla Exxon e alla Chevron di usufruire di quel petrolio per cui, nel 2003, è partita l’operazione di guerra, contrabbandata come operazione di ‘inoculamento forzato della democrazia’ o, se si preferisce, di esportazione forzosa della stessa. Per l’Afghanistan stesso copione di sconfitta ma senza il premio di consolazione, per cui il democratico Obama ha pensato bene di annunciare il ritiro, ma solo nel 2014 e mantenendo una serie di presìdi militari a guardia di un’area che, per molti versi, continua a rivestire un ruolo di grande rilevanza strategica in chiave Pakistan e, in prospettiva, nei confronti dell’Iran.</p>



<p>Archiviate, o quasi, le due ingombranti pratiche, il lavoro sporco di sempre continua. Anche se note, certe dichiarazioni è sempre bene ripeterle. Nel 2007 quando ancora alla Casa Bianca l’ospite era Bush, il generale americano Wesleey Clark, in una intervista rilasciata a Amy Goodman, dichiarava candidamente che l’amministrazione di allora aveva da tempo programmato di eliminare dalla scena politica internazionale sette Paesi in cinque anni perché davano fastidio al perseguimento degli interessi Usa in un’area che parte dal Corno d’Africa al solito Medio Oriente.<br>L’elenco andava dalla Somalia, Sudan, Iraq, Iran, Libia, Libano, alla Siria. Stranamente il generale si era dimenticato dell’Afghanistan ma per il resto gli obiettivi identificati erano stati più o meno intensamente interessati dalle attività belliche e di intelligence di Washington.</p>



<p>Il primo passo verso la Siria è stato mosso nel 2005 partendo dal Libano, il secondo nel marzo del 2011 direttamente contro Damasco, nel mezzo una serie di accadimenti legati ai passaggi petroliferi, ai ricollocamenti strategici, agli allineamenti imperialistici in chiave anti-Iran e anti-Russia.<br>Nel 2005 il ‘Fondo Nazionale per la Democrazia’ del dipartimento di Stato americano inizia a elaborare e a tradurre in pratica una serie di azioni di informazione e disinformazione, di finanziamenti occulti a favore di forze sociali libanesi d’opposizione, con penetrazione di armi e materiale militare informatico, con il dichiarato scopo di innescare un processo&nbsp;<em>rivoluzionario</em>, quello che di lì a poco sarebbe stata la&nbsp;<em>rivoluzione del cedro</em>&nbsp;sotto la direzione del filo occidentale Saad Hariri. Fine ultimo quello di sottrarre il Libano all’influenza siriana e iraniana, propaggini tentacolari della nuove piovra russa che, proprio in quegli anni stava diventando il primo esportatore al mondo di energia (gas e petrolio), grazie alle fonti energetiche del Kazakistan, in concorrenza con l’Occidente europeo e con gli stessi Stati Uniti.</p>



<p>Le vicende legate all’elezione di Rafiq Hariri, alla sua uccisione e alla successiva elezione del figlio Saad Hariri, rientrano nel quadro di destabilizzazione del regime libanese, del ridimensionamento degli Hezbollah, quale primo passo per mettere in crisi la stessa Siria.<br>Sempre nel 2005 un esperto di Medio Oriente e di questioni libanesi-siriane, uno dei più ascoltati esperti del presidente Bush, ebbe modo di dichiarare: “Sia il governo siriano che quello libanese verranno rimpiazzati, piaccia loro o meno, con un colpo di Stato militare o con qualche altra operazione… e ci stiamo lavorando”. In tempi più recenti, ufficialmente a partite dal marzo 2011, anche la Siria è stata interessata dalla valanga della primavera araba.</p>



<p>La crisi economica e i suoi effetti collaterali hanno cominciato a pesare sulle già vuote tasche della popolazione. Normale che, sull’onda di quanto stava avvenendo in altre parti del mondo arabo, l’insoddisfazione di lavoratori, dei proletari e dei piccolo borghesi in via di proletarizzazione, abbia inscenato manifestazioni di protesta contro il regime di Assad che, per le misure economiche prese e per arroganza politico-istituzionale (non va dimenticato come la Repubblica presidenziale siriana sia di fatto ereditaria, una monarchia della famiglia alawita degli Assad), non era dissimile dalle altre dittature dell’area come la Tunisia di Ali, l’Egitto di Mubarak, la Libia di Gheddafi o l’Iraq del rais Hussein. Le proteste per l’arroganza del potere, per la dilagante corruzione e per il processo di pauperizzazione erano elementi comuni alle diverse esperienze del Nord Africa. La differenza parziale, perché anche negli episodi precedenti c’è stato lo zampino della Cia e del Pentagono, è che l’operatività dell’intelligence americana si è spesa in anticipo e con particolare applicazione, in collaborazione con la Nato, come per il precedente episodio libico.</p>



<p>Il Dipartimento di Stato americano come prima mossa ha riciclato il Gruppo Combattente libico islamico, tollerato dalla Nato e dallo stesso governo americano, nonostante venisse considerato come una organizzazione terroristica al numero 27 della speciale graduatoria, affinché iniziasse a operare in territorio siriano. Contemporaneamente la Cia, sotto copertura Nato comme d’abitude, ha finanziato, armato e coperto l’organizzazione di Abdul Hakim Belhadj legato al franchising di Al Qaeda in terra di Damasco e di altre formazioni della galassia anti-Assad. Questo è l’inizio politico e organizzativo di quello che sarà, di lì a poco, battezzato come l’Esercito Libero siriano, all’interno del quale hanno trovato spazio e ruolo le più reazionarie forze legate all’islamismo integralista tra cui l’onnipresente Fratellanza Musulmana di matrice domestica. Armi, logistica varia, soldi e appoggi di ogni tipo sono arrivati anche dall’Arabia Saudita, dal Qatar oltre che dai già citati promotori, gli Stati Uniti.</p>



<p>Le azioni di guerriglia e di disturbo partono immediatamente con obiettivi militari come ferrovie, oleodotti, caserme di polizia ma non mancano attentati contro mezzi pubblici e abitazioni civili. Il regime ha risposto con contro-manifestazioni nelle più importanti città, dando vita anche a pesanti repressioni che hanno colpito indistintamente avversari politici e civili. Ma sullo scenario siriano non va in onda soltanto il tentativo americano di cancellare dalla cartina politica del Medio Oriente il regime di Assad, non c’è soltanto lo strenuo tentativo del piccolo Golia alawita di conservare il suo potere, è anche in atto una partita più ampia che vede presenti e operanti la Cina e, soprattutto, la Russia e l’Iran.</p>



<p>Per l’asse Mosca-Pechino la Siria è, e deve rimanere, un baluardo nel sud est del Mediterraneo che garantisca la compattezza di un’area gassifero-petrolifera che ha il suo vertice nord nel Kazakistan, quello sud-est nell’Iran e quello sud-ovest nella Siria, non perché interessante da un punto di vista estrattivo, ma perché il suo porto di Latakia sul Mediterraneo può svolgere ruoli alternativi alle già tracciate vie di commercializzazione. Non da ultimo, la sua posizione strategica ai confini con l’Iraq, quale percorso obbligato verso l’Iran, e con la poco affidabile Turchia, consente al regime di Damasco di godere della copertura politica di Russia e Cina. Non soltanto i suoi interessati alleati si sono mossi all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu (febbraio 2012) impedendo che uscisse una risoluzione che consentisse un intervento armato contro Assad, in sintonia con quanto successo alla Libia di Gheddafi, ma hanno operato perché Damasco ricevesse armi e sostegno militare via mare, proprio grazie all’agibilità russa del porto di Latakia e di quello di Tartus, da sempre base militare russa sin dai tempi dell’Urss.</p>



<p>In gioco, dunque, non c’è la sopravvivenza del regime della dinastia degli Assad, come non è nella realtà dei fatti che ci sia un movimento che lo voglia rovesciare in nome di una ‘democrazia’ tanto improbabile quanto il regime che combatte, ma il dominio economico e strategico di un’area, nei contorni della quale si muovono i grandi interessi imperialistici internazionali. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Le strategie d’area e il ruolo della Turchia</h4>



<p>Partendo sempre dalle pressioni americane contro il governo di Bashar el Assad, l’imperialismo americano ha, tra le altre disinformazioni, prodotto quella relativa al fatto che, in Siria, si combatterebbe una sorta di guerra di religione tra sunniti, che rappresenterebbero il variegato mondo dell’opposizione e gli sciiti, di cui fa parte la piccola confessione alawita, quella di Assad, per il momento ancora al potere. Il giochino è vecchio quanto la storia del mondo, ma sembra ancora funzionare perlomeno come fumo negli occhi di chi, per inconsapevolezza o interesse, cade nel tranello o lo utilizza al meglio.</p>



<p>Che i fattori di razza, etnia, di appartenenza tribale o religiosa abbiano avuto nel passato e abbiano tuttora, a queste latitudini politiche, svolto un ruolo di aggregazione sociale, e quindi, base per uno schema di operatività all’interno di movimenti sociali e di guerre civili, è un dato di fatto. Ma è altrettanto vero che dietro e dentro simili sovrastrutture operi deterministicamente l’interesse politico ed economico che della religione, o di altro orpello ideologico, coglie l’aspetto esterno, sovrastrutturale, per usarlo ai suoi fini concreti e materiali. Nella fattispecie l’affabulazione pretenderebbe di descrivere uno scontro tra un potere dispotico, quello di Damasco, retto da una minoranza religiosa sciita, e una opposizione democratica di ispirazione religiosa sunnita. Conseguentemente si spiegherebbe anche il fronte internazionale che si è andato costituendo tra Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Giordania da una parte, governo siriano, Iran e Hezbollah libanesi dall’altra.</p>



<p>Dove i&nbsp;<em>buon</em>i da sostenere, aiutare, finanziare e armare sono i primi, mentre quelli da combattere con ogni mezzo, i<em>&nbsp;cattivi</em>, sono i secondi. La stessa affabulazione non dice che le cose andrebbero allo stesso modo a termini rovesciati e, men che meno, che dietro i due blocchi religiosi operano poderosi e ineludibili interessi economici e strategici di enormi proporzioni, legati alla rendita petrolifera, ai rispettivi ruoli di egemonia nell’area di piccoli e grandi imperialismi, che del fattore religioso hanno fatto una potente arma di propaganda e di azione sociale, sia in termini di eversione che di conservazione, a seconda dei ruoli e delle necessità contingenti.</p>



<p>All’interno di queste dinamiche imperialistiche merita un cenno particolare il ruolo della Turchia. Da sempre alleata degli Usa, Ankara ha rivestito un ruolo importante negli equilibri politici e militari nel Mediterraneo, sia come terreno d’appoggio della VI flotta americana, sia come fattore di compensazione nella annosa questione tra lo Stato d’Israele e le varie frange del nazionalismo palestinese. Il suo collocamento all’interno della sfera politica americana era giunto al punto di sottoscrivere un patto di alleanza militare con Israele (1996), creando di fatto un mini blocco che fungesse da baluardo al contro altare degli alleati della Russia, in primis Iran e Siria. Il trattato prevedeva inoltre una serie di accordi economici e finanziari tra i due Paesi, anche se la parte militare aveva un peso specifico maggiore, sia per i soggetti sottoscrittori, sia per gli stessi Stati Uniti.<br>L’equilibrio patrocinato dagli Usa e alimentato dai governi di Ankara e Tel Aviv è sembrato entrare pesantemente in crisi soltanto dodici anni dopo. Un primo elemento di squilibrio è stata l’operazione Piombo fuso del dicembre 2008-gennaio 2009. Un secondo episodio è stata la feroce reazione dello Stato di Israele al tentativo di forzare il blocco navale contro Gaza da parte di una flottiglia di pacifisti internazionali il 31 maggio del 2010, con otto morti turchi e relative rotture diplomatiche.</p>



<p>L’attrito, pur non arrivando a cancellare il trattato del 1996, lo ha messo in forte discussione al punto che, pochi mesi dopo, una esercitazione navale in ambito Nato tra la Turchia e gli Usa, non ha visto la partecipazione di Israele. Rottura dunque, messa in crisi dei rapporti diplomatici, economici e, quello che più conta, di quel mini blocco tanto funzionale alle strategie americane nel Mediterraneo.</p>



<p>In parte questa è stata la dinamica dei fatti anche se, sulle cause, ci sarebbe da aggiungere qualcosa. Se gli episodi prima citati, operazione Piombo fuso ed episodio della flottiglia, sono stati dei fattori scatenanti la crisi tra i due Stati, alla base c’è soprattutto un cambio di atteggiamento da parte del governo turco sugli equilibri e sui ruoli precedentemente difesi e interpretati.</p>



<p>Elemento determinante è la sua posizione strategica per quanto riguarda l’intreccio di realizzazioni e di progetti di vecchie e nuove pipeline dall’Asia centrale verso l’Europa. Sul suo territorio passa il BTC (l’oleodotto che parte da Baku per arrivare a Ceyhan in Turchia, passando per Tbilisi).<br>La Turchia di fatto possiede le più grandi vie energetiche dell’area. Vari gasdotti collegano Istanbul e Ankara con i maggiori centri industriali del Paese. Un gasdotto collega il terminale di Ceyhan con Tel Aviv. Inoltre la Turchia importa il gas dalla Georgia, dal Caucaso e dall’Iran. Il progetto russo del South Stream passerà nelle acque territoriali di Ankara che ha già concesso il permesso di transito a Mosca.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Articolo pubblicato su Prometeo, gennaio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. Fabio Damen,<em><a href="https://rivistapaginauno.it/iraq-lasta-petrolifera-e-la-sconfitta-delle-oil-company-americane/" data-type="post" data-id="1972" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane</a></em>, Paginauno n. 20/2010</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alle radici della crisi: la caduta dei profitti e la finanziarizzazione dell’economia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alle-radici-della-crisi-la-caduta-dei-profitti-e-la-finanziarizzazione-delleconomia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2012 16:41:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[Con Marx, alle radici della crisi: la caduta del saggio medio di profitto e la conseguente finanziarizzazione dell’economia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-28-giugno-settembre-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 28, giugno &#8211; settembre 2012)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Con Marx, alle radici della crisi: la caduta del saggio medio di profitto e la conseguente finanziarizzazione dell’economia</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Sulle cause di questa crisi si è detto di tutto e di più, sia in campo borghese che in quello marxista. Nel secondo campo, quello che a noi più interessa, viene, tra le altre, riproposta la tesi ‘classica’ della sovrapproduzione o del sottoconsumo, con conseguente saturazione dei mercati, quale motore propulsivo della crisi. In questo caso non si prendono in considerazione gli aspetti peculiari che hanno caratterizzato la vita del capitalismo negli ultimi decenni e, quindi, le differenze – rispetto alle ‘normali’ recessioni – che sono all’origine del rigonfiamento e dello scoppio della bolla speculativa, dell’abnorme crescita del capitale fittizio e delle ricadute sull’economia reale, già ampiamente compromessa dalle sue insanabili contraddizioni.</p>



<p>Nell’approfondimento che qui andremo a sviluppare, prenderemo in considerazione gli aspetti generali e di metodo dell’analisi da sovrapproduzione per poi confrontarli e integrarli, sulla base dei dati empirici, con quella della caduta del saggio medio del profitto, affrontando la questione nel lungo periodo, e non soltanto relativamente agli anni immediatamente vicini al 2007, data di inizio della crisi. Un buon punto di partenza potrebbe essere l’enunciazione di Marx nel capitolo quindicesimo, del libro terzo, relativo allo sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge: “D’altro lato in quanto il saggio di valorizzazione del capitale complessivo, il saggio del profitto, è lo stimolo della produzione capitalistica (come la valorizzazione del capitale ne costituiscono l’unico scopo), la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti e appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalistico di produzione; favorisce infatti la sovrapproduzione, la speculazione, le crisi, un eccesso di capitale contemporaneamente a un eccesso di popolazione”.</p>



<p>È proprio la relazione tra la caduta del saggio del profitto, le crisi economiche e la sovrapproduzione di capitali – che non trovando ambiti sufficientemente remunerativi nella produzione vanno verso la speculazione, verso la creazione di capitale fittizio, contribuendo alla formazione di bolle speculative il cui unico approdo è l’esplosione del sistema finanziario con tutte le ricadute del caso sull’economia reale – che è stata la base di partenza.<br>Ma i teorici che non accettano una simile impostazione, in risposta alla nostra tesi che individua nella caduta del saggio medio del profitto la causa prima della crisi dopo una lunga ‘maturazione’ che prende le mosse dalla seconda metà degli anni Settanta, rispondono ‘piccati’: ma come si fa a parlare di crisi del saggio del profitto se, da almeno venticinque anni, nei Paesi ad alta industrializzazione, per non parlare dei Paesi emergenti, il saggio del profitto è aumentato, e tutti i dati statistici sarebbero lì a testimoniarlo?</p>



<p>In prima battuta rispondiamo che, se è vero che a partire dal 1982 sino al 1998, i saggi del profitto nei Paesi di vecchia industrializzazione (Usa, Giappone, Francia, Inghilterra, Germania e Italia) sono aumentati, non sono cresciuti a sufficienza rispetto al picco negativo degli inizi degli anni Ottanta. Secondo i dati riportati da quasi tutti gli analisti, tra il 1965 e il 1982, negli Usa – ma con piccole difformità di ordine temporale e di intensità il fenomeno si è prodotto anche negli altri paesi del G7 – si è avuta una formidabile caduta del saggio medio del profitto, pari al 50-53%. Nei due decenni successivi – e qui occorre affondare l’analisi – si è avuto un consistente recupero per poi continuare la caduta.<br>In termini percentuali, nel primo periodo considerato si è passati da un saggio medio del profitto del 24% al 12%; nel secondo è risalito al 19% per poi ridiscendere al 14%.<br>Prima di prendere in considerazione le cause che hanno prodotto il recupero, va sottolineato che passare da un calo del saggio di oltre il 50% a un più modesto calo di circa il 40% non modifica sostanzialmente il progredire della legge: semmai si può parlare di contenimento della velocità della sua caduta. Non per niente la legge della caduta del saggio del profitto viene indicata come tendenziale, ovvero si esprime sul lungo periodo all’interno del quale si possono verificare fasi, più o meno lunghe, di recupero e di ricaduta a seconda degli antidoti che, temporaneamente, il capitale pone in essere, e a seconda del livello di espressione della lotta di<br>classe. Il che sta a significare che, nonostante il recupero, o rallentamento della caduta, il capitalismo non è riuscito a uscire dalla morsa che lo attanaglia, morsa messa in atto dal suo stesso modo di raggiungere la massimizzazione del profitto, unico scopo del suo essere forma produttiva.</p>



<p>In seconda battuta va denunciato come il recupero sia stato, in buona parte, ‘drogato’ da una serie di fattori finanziari che il capitalismo moderno, in modo particolare dagli anni Novanta in poi, è stato costretto a mettere in atto, dilazionando nel tempo la deflagrazione delle sue contraddizioni che, ben lungi dall’essere superate, si sono ripresentate virulente, mettendo sul lastrico milioni di lavoratori, bruciando in poche settimane miliardi di capitale fittizio, creando le condizioni per l’emergere di tensioni sociali e del rischio di ulteriori guerre per la conquista dei mercati fondamentali, da quello della materie prime a quello energetico, da quello finanziario a quelli della forza lavoro a basso prezzo, e generando lo spaventoso spettro di una maggiore pauperizzazione generalizzata.<br>È proprio sull’aspetto del ‘recupero drogato’ che vanno centrate le analisi per capire, nel lungo periodo, i meccanismi che hanno portato alla più grave crisi del capitalismo moderno dopo quella del 1929. Prima però occorre affrontare il problema della crisi nel suo aspetto complessivo, in termini strutturali e temporali.</p>



<p><br>Alla fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta, quando il capitalismo americano prima, seguito dalle altre economie del G7 poi, si è trovato nella pesante e pressante situazione di fare i conti con un saggio del profitto che era sceso di oltre il 50%, ha reagito mettendo in atto una serie di misure che avevano lo scopo di opporsi a quello che sembrava essere, ed era, una sorta di cancro che metteva in seria difficoltà i meccanismi di estorsione del plusvalore e, quindi, della valorizzazione del capitale. Un così basso saggio del profitto, infatti, non solo rendeva sempre più difficoltosa la profittabilità dei capitali nell’economia reale; non soltanto restringeva i margini di profitto per ogni fase di produzione; rendeva altresì problematico il processo di accumulazione, favorendo una sovrapproduzione di capitali che non trovando margini di profittabilità sufficienti nell’ambito della produzione, si videro costretti a prendere la strada della speculazione, con tutte le conseguenze che andremo ad analizzare. Quindi è la crisi da caduta del saggio medio del profitto che ha posto in essere le ‘necessarie’ risposte del capitale. Non a caso il cosiddetto neoliberismo nasce in quegli anni; la deregulation, che ne è stata la spina dorsale, non ha fatto altro che accompagnarne il cammino sulla rotta del tentativo di recupero del ‘profitto perduto’ sulla scorta di tre grandi direttrici:</p>



<p>1) attacco alla forza lavoro sul salario diretto, indiretto, sui contratti, sui ritmi e sull’intensità di sfruttamento ecc.;<br>2) decentramento produttivo verso le aree dove il costo della forza lavoro è minore sino a 10-15 volte;<br>3) finanziarizzazione della crisi.</p>



<p>1) Nel primo caso, complice una quasi inesistente risposta da parte dei lavoratori, il capitale ha avuto buon gioco nel mettere in campo una serie di pesanti misure atte a tentare di riguadagnare margini di profitto. Sul terreno del salario diretto ha posto in essere un contenimento dei salari bloccandoli di fatto per un ventennio. Alle soglie del 2000 i salari reali, cioè il loro potere d’acquisto, erano rimasti quelli degli anni Settanta, nonostante l’incremento della produttività del lavoro.<br>I contratti a termine hanno fatto il resto. Per il capitale non era più possibile mantenere gli stessi livelli di occupazione anche quando la profittabilità del capitale era in diminuzione o nulla. Per cui si sono proposti contratti che avessero lo scopo di usufruire della forza lavoro quando esistevano i termini economici di una buona estorsione di plusvalore, e di allontanarla automaticamente quando queste condizioni venivano meno o erano pressoché inesistenti.<br>Sul salario indiretto ha operato attraverso un progressivo smantellamento dello Stato sociale, tagliando su pensioni, sanità e scuola, ovvero su quegli ‘oneri passivi’ per il capitale che erano – e sono – sempre meno compatibili con la crisi dei profitti. Il che ha rappresentato un recupero, anche se modesto, del saggio del profitto, accentuando la forbice tra profitti e salari come mai era accaduto nei decenni precedenti.<br>Per esempio negli Stati Uniti, come dimostra uno studio di due economisti americani, Bivens e Weller, dal 1975 al 2003 la quota dei profitti, calcolata sul Pil, è cresciuta passando dal 4 al 9,6% mentre è retrocessa quella dei salari di circa il 10%. Analogo è stato il fenomeno all’interno dei maggiori Paesi europei: mentre nel 1976 la percentuale dei salari era del 76% rispetto al Pil, nel 2002 era scesa al 68,5% per poi scendere al 62,2%. Ma, come vedremo più avanti, il recupero dei profitti non si è trasformato in nuovi investimenti, se non per piccole quote, a favore della speculazione.</p>



<p>2) L’altro punto di applicazione del neoliberismo si è concentrato sulla esternalizzazione dei servizi e sul decentramento produttivo verso le aree periferiche. L’obiettivo era quello di accedere ai mercati della forza lavoro il cui prezzo fosse notevolmente inferiore, e lo si è raggiunto tramite l’internazionalizzazione dei mercati e la libera circolazione dei capitali. In sintesi, si è assistito a uno spostamento dei capitali produttivi dalle aree ad alta composizione organica del capitale (più capitale costante e meno capitale variabile), a quelle a più bassa composizione organica (basata proporzionalmente più sul capitale variabile) a costi infinitamente inferiori.<br>Anche in questo caso si è verificato un recupero del saggio del profitto, ma non nelle dimensioni sperate e, comunque, i vantaggi economici del decentramento produttivo sono andati in minima parte agli investimenti produttivi domestici e in larga misura a quelli speculativi. Nei fatti, la risalita del saggio del profitto nei settori non finanziari dell’economia americana è stata ben al di sotto delle remuneratività attesa.<br>Solo nel quasi decennio 1990-98, grazie anche all’introduzione del microprocessore, l’economia reale ha un sussulto e riprendono gli investimenti, ma ben presto il tutto rientra nella linea di discesa e si ricreano le condizioni (aspettative) per una remuneratività dei capitali che passi sempre di più dalla speculazione, dalla creazione di capitale fittizio e non dagli investimenti produttivi. In conclusione, il recupero c’è stato, breve e di piccola intensità, senza mai nemmeno sfiorare i vertici degli anni Sessanta, e rimontando a quota -38% nel picco più alto del 1998, per poi, dopo una breve altalena, ricominciare la discesa.</p>



<p>3) Come dicono i dati empirici noti, la crisi del terzo ciclo di accumulazione si esprime a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, sulla base di uno storico abbassamento del saggio medio del profitto. Il capitale non solo vede rallentare la propria capacità di realizzazione di adeguati profitti in rapporto al capitale investito, ma rallenta la propria crescita e ha sempre maggiori difficoltà a effettuare investimenti, nella cosiddetta economia reale, in grado di sostenere adeguatamente il processo di accumulazione. La via di fuga imboccata è stata la finanziarizzazione dell’economia, ovvero la finanziarizzazione come strumento di tamponamento<br>della crisi epocale. Il che, come vedremo, ha sortito una serie di effetti che, nel breve periodo, hanno dato l’illusione che attraverso la speculazione si potesse raddrizzare la tendenza alla caduta del saggio, ma che nel lungo periodo ha prodotto una sovrapproduzione di capitale fittizio (ossia prefigurazione di valore non ancora creato, e che probabilmente non verrà mai creato) che è letteralmente deflagrata nel momento in cui la catena di Sant’Antonio ha cessato di funzionare. L’illusione è stata che si potesse fare in maniera duratura danaro dal danaro senza passare dalla produzione, come se la speculazione potesse superare la sua funzione di trasferimento di valore (plusvalore) già precedentemente creato nella sfera produttiva, nel rapporto tra capitale e lavoro, pretendendo invece di arrivare alla creazione dello stesso nell’ambito della sfera finanziaria.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>La finanziarizzazione dell’economia e le sue conseguenze</strong></h4>



<p>Il ricorso alla finanza non è certamente una novità nel capitalismo. L’agire in Borsa o sugli altri mercati finanziari da parte degli investitori istituzionali, quali i Fondi d’investimento, Fondi pensioni, assicurazioni e banche, ha sempre fatto parte dell’esprimersi del capitale in cerca di una remunerazione parassitaria. Ma quando il capitale ha problemi di remuneratività nell’economia reale, il ricorso alla speculazione diventa una necessità da perseguire con ogni strumento.<br>Per i detentori di capitale, la scelta di investire produttivamente nell’economia reale o di investire parassitariamente sul mercato finanziario, non è casuale ma in larga misura determinata dal rapporto tra il saggio del profitto e il saggio di interesse. Più il primo è basso, più si va alla ricerca del secondo. I due saggi non vivono di vita autonoma, non sono indipendenti uno dall’altro, ma l’uno, il saggio d’interesse, è vincolato al saggio del profitto, come due anelli costitutivi di una corta ma ferrea catena. Il saggio di interesse certamente varia e le sue variazioni, apparentemente, nulla hanno da spartire con il saggio del profitto. In realtà tutte le attività speculative, di creazione di capitale fittizio:</p>



<p>a) salgono e scendono per intensità al variare del profitto: salgono quando i saggi del profitto diminuiscono, si contraggono quando si determina il fenomeno contrario;<br>b) la speculazione e tutte le variegate forme di finanziarizzazione che creano l’interesse, possono variare entro due limiti, di cui uno è invalicabile: il limite più basso, difficilmente quantificabile e che dipende dall’andamento economico di ciclo, e quello più alto, che non può superare il profitto complessivamente prodotto nell’ambito della produzione.</p>



<p>Il principio è molto semplice: l’interesse non è altro che una quota parte del profitto. È solo un’illusione che il capitale finanziario possa autonomamente creare valore al di fuori della sfera della produzione. Ciò non di meno, quando i profitti latitano, il capitale corre verso altre forme di valorizzazione che tali sembrano, ma che in realtà non sono e che, nel lungo periodo, producono danni maggiori di quelli che avrebbero dovuto sanare. Quello che è successo è che si è dato vita a un sistema di appropriazione parassitaria di plusvalore il cui perno centrale era la produzione di capitale fittizio con la relativa espansione della sfera finanziaria.<br>Il punto di partenza, però, è sempre lo stesso. È la caduta del saggio del profitto che ha spinto quote di capitale sempre più consistenti a percorrere la strada della finanziarizzazione, sino a rendere il fenomeno abnorme e ingestibile, e conducendo l’intero sistema al crollo a cui abbiamo assistito di recente.</p>



<p>Uno degli aspetti della finanziarizzazione, oltre all’enorme incremento di capitale fittizio che si è prodotto nelle attività speculative (era del 15%, rispetto al capitale complessivo, negli anni Sessanta e Settanta, è diventato del 30% negli anni Novanta per poi proseguire la sua ascesa sino al 2002), è rappresentato dal numero di transazioni finanziarie rispetto agli scambi commerciali.<br>Agli inizi degli anni Duemila, le transazioni finanziarie sono ammontate a 1.500 miliardi di dollari al giorno, mentre quelle commerciali sono rimaste a un volume oscillante tra i 40/50 miliardi giorno. Il salto non è stato solo quantitativo ma anche qualitativo, nel senso che la finanziarizzazione non ha riguardato soltanto le imprese finanziarie ma anche quelle produttive, che non si sono limitate a trasferire parte dei loro profitti in ‘sofferenza’ verso la speculazione ma si sono, a loro volta, dotate di strumenti finanziari atti a incrementare la magra remuneratività del loro capitale.<br>Oltre cioè a incrementare notevolmente la quantità di titoli di altre imprese e di società finanziarie nel proprio portafoglio, con lo scopo di favorire gli aumenti di capitale e i flussi di cassa, hanno prodotto esse stesse dei servizi finanziari, aggiungendo al capitale fittizio altro capitale fittizio, in una forsennata rincorsa di ‘profitti’ virtuali che ha ulteriormente depresso il già compromesso meccanismo di valorizzazione del capitale.+</p>



<p>Detto in altri termini, molte imprese, invece di perseguire la strada dei profitti reinvestendo nella produzione di merci e servizi, hanno limitato l’aspetto produttivo per incrementare flussi di rendita parassitaria, giocando in Borsa e offrendo esse stesse servizi finanziari. I casi più evidenti, ma non isolati, vengono ancora una volta dagli Usa, nel settore manifatturiero e metalmeccanico.<br>La General Motors e la General Electrics, negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, hanno realizzato dal 40% al 60% dei loro ricavi da operazioni finanziarie gestite in proprio come: depositi e prestiti, finanziamenti ai clienti per l’acquisto dei propri prodotti, carte di credito e assicurazioni proposte attraverso apposite ‘Divisioni delle imprese’ che si sono comportate come delle vere e proprie finanziarie.<br>In questo caso la correlazione tra un basso saggio del profitto e l’attività finanziaria è palese. L’alta composizione organica del capitale, i bassi saggi del profitto, la conseguente necessità di<br>‘galleggiare’ sempre più precariamente all’interno di un mercato altamente competitivo – con un’enorme capacità produttiva potenziale, anche se gli impianti erano costretti a funzionare al 70% – hanno indotto il capitale di queste majors a scomporsi in quote, proporzionalmente sempre maggiori, che si orientavano verso le attività speculative a danno, nel lungo periodo, della stessa base produttiva, dell’accumulazione e della possibilità di incrementare i profitti nell’ambito della produzione di merci. La crisi le ha colte sull’orlo del fallimento e solo l’intervento dello Stato ha garantito la loro sopravvivenza, ma non quella dei lavoratori che, in attesa di una lontana ripresa, hanno perso decine di migliaia di posti di lavoro. Il loro declino economico, il progressivo indebitamento, il rallentamento dell’attività produttiva, le difficoltà di remunerazione del loro capitale investito produttivamente, sono il prodotto e non la causa della caduta del saggio del profitto. Già molto prima, quando alle soglie del secondo millennio, per la GM, i margini di profitto si erano ridotti al 2-3% (poche centinaia di dollari di guadagno per ogni automobile prodotta), la strada della finanziarizzazione è diventata un percorso obbligato, da percorrere sino in fondo, con l’illusione che i ‘successi’ finanziari ottenuti potessero continuare per sempre.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il capitale fittizio e il processo di accumulazione</strong></h4>



<p>La politica del basso costo del denaro, iniziata a praticare già dalle amministrazioni Clinton e proseguita da quelle Bush, trova in Greenspan l’artefice delle condizioni di una falsa ripresa dei<br>profitti, della crescita della bolla finanziaria, dell’indebitamento delle imprese e dello scoppio finale del settore immobiliare.<br>Con un eccesso di liquidità, con tassi di interessi bassi, praticamente negativi, molte imprese alle prese con saggi del profitto scarsi – anche se in recupero grazie, come abbiamo visto, all’attacco delle condizioni salariali dei lavoratori – e ancora poco remunerativi, avevano tutto l’interesse a indebitarsi a costi irrisori, per poi investire in parte nel settore produttivo e in parte in quello speculativo. Ciò è avvenuto negli Usa proprio in quei settori (automobilistico e dell’alta tecnologia) che già soffrivano di una sovracapacità di produzione, di un’alta composizione organica del capitale e di un mercato particolarmente esposto alla competizione internazionale. La finanziarizzazione ha però toccato, oltre a quello manifatturiero, anche altri settori, come quelli dell’informatica e delle telecomunicazioni.</p>



<p>Che le cose abbiano preso questa strada è constatabile dallo scarto che si è progressivamente prodotto tra il recupero di margini di profitto, anche se ‘drogato’ dalle attività finanziarie condotte dalle stesse imprese, e il tasso di accumulazione dell’intero sistema economico.<br>Negli Stati Uniti, Ue e Giappone, dove il fenomeno si è prodotto prima e in termini di alta intensità, il tasso di finanziarizzazione è ricavabile dalla crescente area che separa le linee dei due tassi.<br>Nel 1982 si arriva a toccare il limite più basso della caduta del saggio del profitto. Da quella data in avanti si assiste all’inizio della finanziarizzazione che, non solo si divarica sensibilmente dall’accumulazione, ma finisce per deprimere la seconda, imponendole tassi di crescita molto bassi, attorno al 3% negli anni Novanta e al 2-2,5% negli anni Duemila, prima dello scoppio della<br>crisi che tutto ha azzerato.</p>



<p>La spiegazione è ancora una volta da ricercare nella difficoltà di contenere la sempre latente, e molto spesso operante, legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. La decisione, da parte del capitale, di orientarsi prevalentemente, o ben più di prima, sul terreno della speculazione, stornando quote di sé dalla produzione reale, ha alla base – è opportuno ricordarlo – una lunga fase storica di bassi saggi del profitto, talmente bassi (scesi di oltre il 50%) da giustificare un minore impiego nell’economia e maggiori investimenti nella sfera finanziaria, nella speranza di ottenere migliori condizioni alla sua valorizzazione. La coincidenza della data non è casuale ma indicativa del fatto che la ‘nuova economia’ muove i suoi primi passi proprio quando la crisi da saggio del profitto ha assunto dimensioni insostenibili per il capitale.<br>In più, quando i capitali soffrono per la crisi da saggio del profitto, tanto più vengono gettati nell’arengo di una maggiore competizione, e sono esasperati da una maggiore concorrenza che li costringe a percorrere anche quelle strade che prima praticavano di tanto in tanto, con il risultato di rendere più consistente l’accumulazione di capitale fittizio rispetto a quella di capitale da investimento produttivo.</p>



<p>A questo punto la risposta alla domanda, anche se retorica, su che fine abbia fatto il drenaggio di plusvalore sotto forma di salari stagnanti o in calo che la contenuta ripresa dei profitti ha implicato, è semplice:<br>a) una quota parte, minima, è andata al processo di accumulazione, così minima da non consentire un significativo aumento del suo tasso;<br>b) un’altra quota parte è andata sotto forma di consumi per la classe borghese, per i rantiers e per tutti coloro che si sono giovati della bolla speculativa nella sua fase montante;<br>c) la quota parte più consistente è rimasta nel circuito della speculazione, andando progressivamente a creare il fenomeno della sovrapproduzione di capitale fittizio.</p>



<p>Ma la vera questione è rappresentata dal rapporto tra lo sviluppo delle attività speculative e il saggio del profitto, ovvero la capacità di estorcere plusvalore nell’ambito della produzione reale.<br>L’eccesso di liquidità nelle Borse che si determina in modo consistente tra il 1993 e il 2000 è sorretto e accompagnato da una ripresa del saggio del profitto, nelle modalità che abbiamo osservato, negli anni che vanno tra il 1993 e il 1997. Poi il saggio del profitto ricomincia a scendere e, con uno scarto temporale di soli tre anni, impone alle attività di Borsa una flessione che dura sino al 2003. Da questa data in avanti, sino a metà del 2006, il saggio del profitto riprende per poi cadere verticalmente nei tre anni successivi sgonfiando la stessa speculazione borsistica.<br>Il senso di questa rappresentazione è che la presunta gallina dalle uova d’oro, la speculazione, essendo parte integrante del profitto che si ottiene nell’atto della produzione reale, non vive autonomamente, ma si gonfia a dismisura nello strenuo quanto inutile tentativo di valorizzazione parassitaria del capitale, e poi si sgonfia quando i meccanismi che regolano la produzione di plusvalore si inceppano. In altri termini, la speculazione nasce come risposta alla crisi dei profitti, alle difficoltà di valorizzazione del capitale, ne droga temporaneamente la ripresa penalizzando però il processo di accumulazione, e quando rallenta quello di estorsione di plusvalore che, a sua volta, asciuga le possibilità di prosecuzione della speculazione stessa, il crollo è inevitabile.</p>



<p>Le banche, gli istituti di credito, le società finanziarie che sono stati gli interpreti primi del fenomeno speculativo, si sono trovate nella condizione di avere a disposizione masse di capitale<br>fittizio sempre più consistenti, sino al punto di doverlo impiegare a ogni costo, rischi compresi, pur di renderlo speculativamente redditizio. La spinta a questo tipo di ‘investimento’ ha fatto sì che si facesse credito a tutti: alle imprese – anche a quelle non affidabili – alle famiglie – anche a quelle con redditi bassi. Prestiti per il consumo, per le carte di credito, per i mutui e per qualsiasi attività che necessitasse di un ‘facile’ indebitamento, il tutto sulla base di bassi tassi d’interesse.<br>L’eccessiva esposizione degli istituti di credito e la ripresa della caduta del saggio tra la fine degli anni Novanta sino alla metà degli anni Duemila, hanno cominciato a rendere difficoltosa la redditività degli investimenti speculativi.<br>Il risultato si è configurato in una diminuzione della capitalizzazione di Borsa. I titoli presenti hanno visto calare le loro quotazioni, le plusvalenze si sono contratte e la bolla ha avuto un primo sgonfiamento. La ripresa del saggio del profitto tra il 2003 e il 2006 ha ridato solo un po’ di fiato alla speculazione, ma con la ricaduta successiva e il rialzo dei tassi di interesse finalizzato a sostenere il ruolo del dollaro sul mercato internazionale – per continuare a finanziare i deficit dell’economia americana – le sofferenze delle banche sono diventate irreversibili, le Borse sono letteralmente crollate. Nello spazio di poche settimane si sono bruciati<br>migliaia di miliardi di dollari di quel capitale fittizio che sino a pochi istanti prima sembrava, nelle ideologie della classe dominante, l’antidoto alla caduta tendenziale del saggio del profitto e alle crisi di ciclo, in una sorta di delirio di onnipotenza del capitalismo, che, come tutti i deliri, finisce in tragedia.</p>



<p>Per concludere, alcune considerazioni.<br>Tutto il ciclo della crisi economica che si è aperto all’inizio degli anni Settanta è caratterizzato dalla progressiva erosione del saggio del profitto.<br>Le risposte che il capitale è riuscito a fornire quali l’intensificazione dello sfruttamento, lo smantellamento dello stato sociale, la delocalizzazione della produzione in aree a costo del lavoro minore, se gli hanno fatto recuperare margini di profitto, la loro intensità non è stata sufficiente. Per cui la finanziarizzazione della crisi si è imposta come nuovo ‘modello di sviluppo’,<br>investendo anche la stessa produzione reale. Ma essendo la speculazione possibile in quanto trasferimento, e non creazione, di plusvalore altrove prodotto, esaurita la sua funzione di drogaggio e di dilatazione temporale delle sue contraddizioni, ha riprodotto i termini della crisi su di un livello più alto e più generalizzato, con le devastanti conseguenze che ancora stiamo subendo.<br>La finanziarizzazione dell’economia, il parassitismo, l’appropriazione parassitaria di plusvalore sono i sintomi della crisi, non la causa. Quest’ultima risiede, non come sostengono insigni economisti di area marxista, nella crescente difficoltà di sfruttamento della forza lavoro, ma nella progressiva riduzione della base di lavoro vivo in rapporto a quello morto (più impianti, macchinari, più capitale costante, in rapporto al capitale variabile, ovvero alla forza lavoro) che innesca una modificazione verso l’alto del rapporto organico del capitale, quindi della caduta tendenziale del saggio medio del profitto.</p>



<p>Questa crisi, comunque vada a finire, è la dimostrazione di come il capitalismo sia una forma produttiva storicamente data, economicamente scandita dai meccanismi di valorizzazione del capitale che, una volta messi in crisi dalle sue stesse contraddizioni, mostra il proprio declino come tutte le forme economiche che l’hanno preceduta.<br>Ciò non significa che il capitalismo si autodistrugga in una sorta di spirale dalla quale gli è impossibile uscire. Le scappatoie esistono e vengono puntualmente messe in atto, quali la distruzione di capitale attraverso le stesse crisi o attraverso le guerre, che servono a ricreare le condizioni per un nuovo ciclo di accumulazione, anche se sulla base delle medesime contraddizioni e a un livello più alto.</p>



<p><br></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Il dopo-Gheddafi Il futuro della Libia nelle mani dell’imperialismo e delle faide tribali</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-dopo-gheddafi-il-futuro-della-libia-nelle-mani-dellimperialismo-e-delle-faide-tribali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 11:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 26, febbrazio &#8211; marzo 2012) Dopo quarantadue anni di dittatura, Muammar Gheddafi è stato violentemente spodestato e ucciso. I media internazionali inneggiano alla vittoria delle forze rivoluzionarie sul dispotismo e prevedono per la Libia un futuro di libertà e democrazia come sarebbe avvenuto per la Tunisia e l’Egitto, sulla via delle rivoluzioni dei [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-26-febbraio-marzo-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 26, febbrazio &#8211; marzo 2012)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Dopo quarantadue anni di dittatura, Muammar Gheddafi è stato violentemente spodestato e ucciso. I media internazionali inneggiano alla vittoria delle forze rivoluzionarie sul dispotismo e prevedono per la Libia un futuro di libertà e democrazia come sarebbe avvenuto per la Tunisia e l’Egitto, sulla via delle rivoluzioni dei gelsomini.</p>



<p>A onor del vero, va sottolineato che in Tunisia le recenti elezioni hanno consegnato il potere alle forze più conservatrici, se non reazionarie, legate ai risorti partiti religiosi. Va anche aggiunto che in Egitto, una volta spodestato Mubarak, il potere è rimasto nelle mani dell’esercito che, a suo piacimento, tra una repressione e l’altra nei confronti dei manifestanti che continuano a protestare, sta preparando una transizione ‘democratica’ in modo che nulla cambi.</p>



<p>Per la Libia le cose sono andate e andranno ancora peggio. Il fattore discriminante che metterà probabilmente in fibrillazione la società libica si chiama petrolio. La Libia è il secondo produttore del continente africano e il dodicesimo a livello internazionale, con buone prospettive di miglioramento nei processi estrattivi e per le interessanti riserve in parte ancora da scoprire nella parte sudoccidentale del Paese.<br>Le maggiori compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia erano la francese Total, l’Eni dell’Italia, la China National Petroleum Corp (CNPC), la British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo Repsol, e poi Exxon Mobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Philps.</p>



<p>In base alle più recenti stime si ritiene che le riserve di petrolio della Libia siano di 60 miliardi di barili. Le sue riserve di gas di 1.500 miliardi di metri cubi. Attualmente la sua produzione è tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno, ben al di sotto della sua capacità produttiva. Le prospettive a<br>più lungo termine, secondo i dati della National Oil Corporation (NOC), sono di tre milioni di b/g e una produzione di gas di 2.600 milioni di metri cubi al giorno. La Libia è tra le dieci economie petrolifere più importanti al mondo. Le sue riserve sono stimate al 3,5% di quelle mondiali, più del doppio di quelle americane.</p>



<p>Sino a ora, la parte del leone l’ha fatta l’Italia. Per l’imperialismo nostrano la posta in gioco va al di là dell’Eni e oltre la pur importantissima questione energetica. Quando era Gheddafi a dominare la scena politica, gli investimenti italiani includevano un miliardo di euro nelle grandi opere (Impregilo), 740 milioni nelle ferrovie (Ansaldo), 125 milioni nelle infrastrutture stradali (Anas), 68 milioni nelle telecomunicazioni (Sirti), 60 milioni da piccole e medie imprese.</p>



<p>È una torta che stimola gli appetiti di Parigi, Londra e Washington, e qui sta il primo punto su cui si gioca il futuro della Libia. A dettarne gli sviluppi saranno quelle stesse forze che hanno scatenato l’intervento militare, prima singolarmente, poi sotto le solite bandiere della Nato. Primo obiettivo, quello di creare le condizioni per una modificazione degli assetti distributivi della rendita petrolifera.</p>



<p>Prima dell’abbattimento del regime, il primo partner era l’Italia, che usufruiva del 28% della produzione complessiva, agente in loco con l’Eni (maggiore produttore straniero di petrolio nel Paese nordafricano prima della guerra civile) fin dal lontano 1959, rapporto ulteriormente rafforzato dopo l’accordo Gheddafi-Berlusconi del 2008. Seguono a scalare, la Francia, con il 15%, la Cina con l’11% e la Germania (10%); le briciole alle compagnie americane.<br>Il governo provvisorio dei ribelli ha già fatto intuire che gli accordi petroliferi saranno rivisti, favorendo le compagnie dei Paesi che hanno militarmente contribuito all’abbattimento del regime. Per esempio, la Francia, che è stata la prima a partire con operazioni militari e a riconoscere il consiglio nazionale transitorio.</p>



<p>Non a caso, il 3 aprile scorso esce la notizia, subito smentita ma non per questo falsa, che tra il CNP libico e il governo francese, grazie alla mediazione dell’Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa, la società francese Total si sarebbe assicurata il 35% di tutto il petrolio libico. Con una quota del 35%, l’azienda francese si accaparrerebbe 400.000 barili giornalieri, superando abbondantemente la parte dell’Eni, ferma a 116.000, ma destinata a scendere ulteriormente.</p>



<p>Seppure in tono minore, l’inglese BP dovrebbe usufruire di quote superiori a quelle precedenti.<br>Anche per gli Stati Uniti, discretamente presenti nella iustum bellum come supervisori Nato delle operazioni militari, l’interesse petrolifero è ben presente a favore delle proprie compagnie quali la Exxon Mobil e la Chevron. Ma non finisce lì.</p>



<p>Essere presenti in Libia, ovvero nel fragile contesto africano, per la sempre più precaria situazione imperialistica americana, significa cavalcare, traendone vantaggio, le ‘rivoluzioni arabe’ e tentare di recuperare, quasi a costo zero, spazi di manovra che le sono stati sottratti o inibiti dalla progressiva, quasi inarrestabile, penetrazione cinese.<br>L’imperialismo di Pechino, in poco più di dieci anni, si è introdotto all’interno della fascia africana che si estende dal Sudan alle coste dell’Atlantico, passando per il Ciad, la Mauritania, il Niger sino alla Nigeria, facendo incetta di miniere di rame, oro, uranio e dello sfruttamento del solito petrolio, dando fastidio al vecchio colonialismo francese, ma anche alle mire di Washington, che non può stare a guardare senza fare qualcosa contro il soft power cinese.</p>



<p>Nel futuro della Libia c’è anche l’ambizione del piccolo emirato del Qatar. Oltre ad avere contribuito diplomaticamente all’accordo franco-libico sulla quota del 35% da concedere alla Francia, ha dato la disponibilità delle sue basi aeree per le azioni militari Nato contro il governo di Tripoli. In cambio, la Qatar General Petroleum Corporation otterrà delle concessioni petrolifere nell’area della Cirenaica che, sommate al proprio oro nero e ai suoi depositi di gas del north west dome, consentirebbero all’emirato della piccola penisola arabica di avere un ruolo maggiore negli equilibri petroliferi della zona e un peso più consistente all’interno della stessa Opec. Per tutti c’è poi il business della ricostruzione post-bellica.</p>



<p>Sul futuro dello scenario libico peseranno, e non poco, le tensioni all’interno del Consiglio nazionale transitorio. Il rabberciato governo, nato ben prima che Gheddafi fosse eliminato dalla scena, e riconosciuto in tutta fretta da quelle potenze che oggi accampano diritti sulla gestione delle ricchezze energetiche dell’ex rais, vede la presenza di forze ibride, ideologicamente contraddittorie, ostili le une alle altre, accomunate solo dalla lotta contro Gheddafi , unite momentaneamente dallo sforzo di mettere le mani sulla rendita petrolifera, ma inevitabilmente divise sul terreno del soddisfacimento dei reciproci egoismi economici.</p>



<p>Dentro c’è di tutto: dai transfughi del vecchio regime come Jalil, ex ministro della Giustizia, ed ex consiglieri di Gheddafi come Abdul Salam Jallud. A seguire, Ali Tarhouni, ministro delle Finanze e del Petrolio e l’attuale leader Mahmoud Jibril.<br>Poi, islamisti di ogni genere, come il predicatore Ali Sillabi, che si rifà alla tradizione dei Fratelli musulmani. Qaedaisti quanto basta e avventurieri di ogni sorta.</p>



<p>Sino a che punto reggerà l’arcipelago degli interessi interni con le pressioni internazionali non è dato a sapere. Nulla cambia con l’elezione del nuovo responsabile del CNT, Abdul al Raheem al Qeeb. Una cosa è certa: per la stragrande maggioranza delle masse libiche, per quelle frange proletarie che si sono battute nell’illusione che qualcosa potesse cambiare, ci saranno le solite brutte sorprese.<br>Cambieranno i padroni interni, cambieranno le presenze imperialistiche internazionali, la loro sfera di influenza sulla rendita petrolifera libica, ma per i soliti noti che lavorano nelle campagne, nell’edilizia, nelle strutture petrolifere, tutto resterà come prima, forse peggio, visti i venti inarrestabili della crisi mondiale.</p>
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		<title>Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/iraq-lasta-petrolifera-e-la-sconfitta-delle-oil-company-americane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 08:09:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1972</guid>

					<description><![CDATA[Il fallimento della guerra, le ragioni della sconfitta delle compagnie petrolifere americane e la conseguente ricomposizione geopolitica mondiale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-20-dicembre-2010-gennaio-2011/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 20, dicembre 2010 &#8211; gennaio 2011)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il fallimento della guerra, le ragioni della sconfitta delle compagnie petrolifere americane e la conseguente ricomposizione geopolitica mondiale</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’11 e 12 dicembre 2009 si è tenuta a Baghdad la seconda asta petrolifera dopo che la prima, nel giugno dello stesso anno, era andata praticamente deserta per le esose richieste del governo iracheno e del suo ministero del Petrolio. All’asta sono state accreditate quarantacinque&nbsp;<em>company</em>&nbsp;di tutti i Paesi, fatta eccezione per quelle che in passato avevano avuto concessioni petrolifere dal governo curdo. Questo a testimonianza dello scontro in atto tra il governo centrale di Al Maliki e quello ‘autonomo’ del Kurdistan iracheno, nato da una soluzione tattica americana che aveva come obiettivo quello di tenere sotto controllo la principale area di produzione petrolifera irachena e che alla fine ha creato più confusione che altro, sia in termini di gestione pseudo nazionalistica, sia in termini di amministrazione delle stesse riserve petrolifere del Paese.<br>Le concessioni rilasciate dal ministero del Petrolio di Baghdad hanno visto prevalere le aziende europee e asiatiche, in alcuni casi riunite in joint venture. Dei dieci giacimenti aggiudicati nel 2009, appena due vedono le compagnie americane impegnate nelle operazioni di sfruttamento e una sola delle due in un giacimento di qualche rilievo. A ottenere i migliori risultati è stata la compagnia statale malese Petronas, la quale ha conquistato i diritti per tre giacimenti, poi l’angolana Sonangol con due. Hanno ottenuto concessioni anche la China National Petroleum Corporation (CNPC), le russe Lukoil e Gazprom, e le europee Shell (Olanda), Total (Francia), Statoil (Norvegia), BP British Petroleum e buon ultima l’italiana Eni.</p>



<p>Secondo i contratti ventennali firmati a Baghdad, le aziende appaltatrici hanno accettato di ricevere somme che variano tra un minimo di 1,35 e 2 dollari per ogni barile di petrolio estratto in più rispetto all’attuale livello, in modo che qualsiasi (auspicato) aumento del prezzo del greggio andrà a ingrassare le esangui casse del governo iracheno.<br>La posta in gioco, quella più appetitosa, era la concessione dei diritti di sfruttamento dei giacimenti presenti nel sud del Paese, attorno alla città di Bàssora, dove si trova il sito di Al-Zubayr, che dispone di riserve stimate tra i quattro e i sei miliardi di barili e che vede la presenza di una joint venture formata da Eni, Occidental Petroleum e Korea Gas. Sempre nel sud del Paese, quasi ai confini con l’Iran, è situato il più consistente giacimento iracheno, quello di Majnoon. A ottenere i diritti sui 12,58 miliardi di barili stimati sono state Shell e Petronas. Il secondo pozzo potenzialmente più produttivo del Paese, West Qurna 2 (12 miliardi di barili), è stato appaltato a un consorzio guidato dalla russa Lukoil. A scendere, i giacimenti meno importanti e le compagnie meno competitive.</p>



<p>In pratica, per le <em>Big oil</em> americane il bottino è stato, sorprendentemente, quasi nullo. Questo è stato sufficiente perché i corvi della passata amministrazione Bush si alzassero in volo per riprendere il vecchio ritornello secondo il quale gli Usa non avrebbero scatenato due guerre, in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, spinti dalla volontà di mettere le mani sul petrolio iracheno e allo scopo di creare una serie di pipeline che dal Caspio arrivassero in Pakistan, nell’Oceano Indiano. Il loro rinato sinistro canto suonerebbe così: chi ha pensato che la più grande democrazia del mondo avesse scatenato due conflitti per le risorse energetiche è servito. Il governo iracheno ha indetto l’asta per lo sfruttamento dei suoi giacimenti di petrolio in perfetta autonomia, senza pressioni di sorta da parte degli Usa, tant’è che lo svolgimento dell’asta stessa ha finito per favorire tutte le compagnie meno quelle americane. Con tutti i soldi che hanno speso, continua il nero ritornello corvino, gli Usa avrebbero comprato tutto il petrolio di questo mondo, senza impegnarsi personalmente in nessun conflitto. Non avrebbero avuto morti tra i loro soldati, e avrebbero più tranquillamente ottenuto i loro scopi senza spese e senza traumi sociali di sorta.<br>E invece, le cose non stanno in questi termini: ripercorriamo le perverse traiettorie dell’imperialismo americano sulla via di Baghdad.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>I preparativi alla guerra</strong></h4>



<p>Ancora nel 2002, l’Oil and Gas International, un’informata rivista del settore, riportava che il dipartimento di Stato e il Pentagono, in previsione della guerra contro l’Iraq, altro non avevano in testa che allestire gruppi di pianificazione che proteggessero dai bombardamenti le più importanti infrastrutture petrolifere irachene. Nello stesso anno, nel mese di novembre, il dipartimento della Difesa ha fatto pressione presso l’Army Corps of Engineers per l’aggiudicazione di un appalto all’impresa americana Brown &amp; Root addetta allo spegnimento degli incendi nei pozzi petroliferi, alla loro messa in opera dopo aver subito eventuali danni, e alla manutenzione ordinaria e straordinaria di tutto l’apparato estrattivo e commerciale messo in difficoltà dalle prevedibili conseguenze dell’imminente evento bellico.</p>



<p>Secondo il Wall Street Journal del 16 gennaio 2003, poco tempo dopo che il presidente Bush aveva dichiarato l’inevitabilità dell’invasione dell’Iraq, il vice presidente Cheney aveva contattato i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere americane per predisporre un piano di ‘rinascita’ dell’industria petrolifera irachena, rinascita che sarebbe stata finanziata, organizzata e controllata dalle&nbsp;<em>major made in Usa</em>.<br>Lo stesso WSJ precisa che l’amministrazione Bush, sempre nell’imminenza della guerra, e sempre per il diretto interessamento di Cheney, aveva organizzato una riunione informativa con Exxon Mobil, Chevron Texaco, Conoco Philip e Halliburton per predisporre il piano del futuro sfruttamento del petrolio iracheno. Il tutto sotto il patrocinio della Casa Bianca, del Pentagono e del dipartimento di Stato. Peraltro tutta l’amministrazione Bush, dallo stesso presidente a Cheney a Condoleeza Rice, era rappresentativa delle lobby petrolifere di cui facevano parte ancora come azionisti e/o consulenti (Cheney all’Halliburton e la Rice alla Chevron).</p>



<p>Si è data più cura e attenzione ai particolari della pianificazione dello sfruttamento futuro dei giacimenti petroliferi, nonché alla confezione delle menzogne che dovevano tacitare l’opinione pubblica interna e internazionale sull’imminente atto predatorio, che sull’esecuzione militare dello stesso, nonostante la profusione di mezzi, uomini e finanziamenti.<br>Sempre nel 2003, subito dopo la caduta del governo baatista di Saddam Hussein, il New York Times metteva in evidenza come sotto il comando del ‘proconsole’ Bremer e del governo Allawi, già si stessero avviando le prime operazioni legislative per la futura privatizzazione dei giacimenti petroliferi iracheni. Privatizzazione che avrebbe visto la prevalenza delle compagnie americane e inglesi, senza nessuna forma di messa all’asta dei pozzi già esistenti e di quelli da trivellare. Perché il piano potesse prendere corpo, senza troppi problemi da parte dell’opposizione interna e di quella internazionale, l’amministrazione Bush non ha lesinato risorse finanziarie, sotto forma di corruzione, da somministrare ai ministri di turno, ai dirigenti del ministero del Petrolio, a tutti coloro che direttamente o indirettamente potevano essere inseriti nel piano di spoliazione energetica.</p>



<p>L’operazione è stata così evidente e arrogante che alcuni investigatori federali sono stati costretti ad aprire un’inchiesta contro un congruo numero di alti ufficiali ed emissari politici del governo coinvolti nel ‘Programma di ricostruzione in Iraq’. Che poi all’inchiesta sia stato prescritto un periodo molto lungo di (in)sabbiature terapeutiche, rientra nella logica delle cose. Ma le rivelazioni del N.Y. Times e di altri organi di stampa rimangono, così come i resoconti dattiloscritti dei colloqui tra alti funzionari dell’amministrazione e rappresentanti governativi di Allawi.<br>In aggiunta va segnalata la dichiarazione di Chalabi, ai tempi consulente dell’amministrazione Bush prima dell’invasione, poi sottosegretario iracheno al petrolio, rilasciata all’emittente radiofonica <em>To the point</em>, nella quale non fa mistero che la guerra a Saddam altro non era che “una mossa strategica da parte degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito in vista di una presenza militare nel Golfo, al fine di assicurarsi in futuro le forniture petrolifere”. Per poi concludere che ancor prima dell’invasione aveva incontrato gli esponenti delle major americane perché quello del petrolio era “un obiettivo primario”.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>I maneggi prima dell’asta</strong></h4>



<p>Mettendo per il momento da parte l’andamento disastroso della guerra e le implicazioni imperialistiche internazionali (il ruolo dell’Iran, della Siria e della Russia) sul fronte dell’opposizione sunnita e, in parte, sciita – che peraltro hanno complicato non poco la vita ai vari governi fantoccio iracheni – l’amministrazione Bush, un paio d’anni prima della sua scadenza, ha tentato ripetutamente di passare dalla cassa per il ‘rimborso spese’.<br>I termini della questione inizialmente (sino al 2007) erano due: il primo riguardava l’accesso alla trivellazione di nuovi campi, mentre quelli già in attività sarebbero rimasti sotto l’amministrazione irachena in deroga alla vecchia legge sulla nazionalizzazione (1972); il secondo si avvitava sulla necessità di una legge petrolifera che sancisse, una volta per tutte, i diritti di estrazione e le quote di gestione tra la vecchia Iraq National Oil Company e le imprese anglo-americane.</p>



<p>Per gli strateghi Usa la nuova legge avrebbe dovuto mettere in atto un rapporto secondo il quale il 75% dei campi petroliferi già esistenti sarebbe andato alle compagnie straniere e solo il 25% a quella irachena, mentre per i campi che dovevano essere messi in opera, data la necessità di investimenti e di impiego di alta tecnologia, la prelazione sarebbe toccata sempre alle compagnie internazionali.<br>In aggiunta, gli strateghi prevedevano che l’assegnazione dei campi avesse una lunga durata, venti/venticinque anni, e non avvenisse attraverso un’asta internazionale (no bid), ma su chiamata da parte del governo iracheno attraverso il ministero del Petrolio. Nel febbraio del 2007 il presidente Bush premeva insistentemente perché la legge passasse a favore delle solite Exxon Mobil, Chevron, BP &amp; C. In effetti, anche se la legge tanto auspicata non era stata ancora votata per la forte opposizione interna, il nuovo governo iracheno di Al Maliki e del suo ministro del Petrolio Shahristani, nell’estate 2008 prometteva la firma dei contratti su una serie di importanti giacimenti a Exxon, Chevron, Shell, BP e alla francese Total, che rivendicava l’esecuzione di vecchi accordi firmati all’epoca di Saddam Hussein. Dalle intese erano completamente escluse le compagnie russe e cinesi, come da programma. Per gli Usa il gioco sembrava fatto. Le prime aree petrolifere erano state assegnate secondo i desideri di Washington, e si sperava che al più presto la legge petrolifera avrebbe conquistato il voto positivo del Parlamento; la guerra in Iraq sembrava dare i suoi frutti.</p>



<p>L’imperialismo sa fare molto bene le pentole, ma non sempre gli riescono i coperchi. Infatti, la legge così confezionata non passa, nonostante l’iniziale accondiscendenza del governo Al Maliki, la presenza di 140mila uomini americani e di un mini-esercito di tecnici petroliferi inviati da Bush. Le ragioni della bocciatura sono tante e tutte attinenti alla voracità con la quale le varie componenti nazionali e internazionali si sono gettate sui meccanismi di gestione della rendita petrolifera.<br>Innanzitutto, il progetto di concedere il petrolio iracheno a quelle compagnie, le solite (Exxon, Chevron, Shell, BP e Total), quelle che prima della nazionalizzazione rappresentavano la presenza imperialistica in Iraq, aveva sollevato furibonde proteste non soltanto nei partiti dell’opposizione sunnita e dello sciita Moqtada al Sadr, ma persino da parte di un partito sciita di governo. Shatha al Musawi, rappresentante della United Iraqi Alliance, con l’appoggio di una parte consistente del Parlamento ha brandito la bandiera del nazionalismo energetico, denunciando la svendita del petrolio iracheno alle multinazionali estere, dopo che i vari governi che si erano succeduti dalla caduta di Saddam avevano investito nel settore oltre 8 miliardi di dollari; l’obiettivo nazionale, secondo al Musawi, doveva essere quello di portare l’Iraq fuori dalla spaventosa crisi economica e politica in cui la guerra lo aveva gettato, a quindi a produrre nel giro di sei/otto anni quei 10 milioni di barili al giorno che lo avrebbero collocato al terzo posto nella graduatoria internazionale relativa alla produzione e all’esportazione di petrolio. Obiettivi ambiziosi, che sarebbero morti sul nascere se si fossero dati in concessione alle compagnie straniere i maggiori pozzi petroliferi nazionali.</p>



<p>Un altro ostacolo era rappresentato dall’altro nazionalismo energetico, quello curdo. Contravvenendo alla norma generale, quanto generica, che il petrolio iracheno competeva al ‘popolo iracheno’, e che la sua estrazione/commercializzazione sarebbe dovuta essere concordata centralmente, il Kurdistan iracheno aveva già iniziato in proprio una politica di concessioni, oltretutto anche su pozzi contestati dalle due amministrazioni nazionali, come quelli della zona di Arbil, Dahouk, Sulaimaniya e della parte meridionale di Kirkuk ai confini del Kurdistan. La frizione è stata cosi forte, che il governo di Al Maliki ha ritenuto necessario mettere al bando tutte quelle compagnie che avevano fatto contratti con l’amministrazione autonoma curda. Come risposta, il curdo Ali Hussain Balu, presidente della Commissione parlamentare sul petrolio e gas, ha pesantemente criticato il governo e il ministro del Petrolio Shahristani di politiche capitolarde e fallimentari. Lo scontro tra Baghdad e Kirkuk ha sfiorato la secessione da parte del governo curdo, lasciando gli Stati Uniti attoniti e impotenti, nonostante fossero stati proprio loro a inventare una simile situazione nella speranza di avere più opzioni allo sfruttamento dei giacimenti del nord, oltre a quelli del sud nella zona di Bàssora.</p>



<p>A coronamento dell’affossamento della legge ci si sono messi anche i sindacati, che hanno mobilitato i lavoratori delle imprese petrolifere a sostegno degli interessi nazionalistici contro la svendita del petrolio iracheno. Nella zona di Bàssora gli scioperi, accompagnati da alcuni attentati agli oleodotti che dal nord arrivano al terminale dell’isola di Faro, alla foce dello Shatt el Arab nel Golfo Persico, hanno letteralmente creato il panico nei palazzi di Baghdad e, ancora una volta, Al Maliki ha usato il pugno di ferro, minacciando feroci repressioni che in parte si sono pesantemente espresse e mettendo i sindacati fuori legge – benché agissero sul terreno nazionalistico ma, in quel momento, dalla parte sbagliata, ossia in opposizione al governo.<br>Ad affossare ulteriormente il progetto di legge petrolifera ad usum delle Usa company, ci si è messa anche l’opposizione democratica nel Parlamento americano. I deputati e senatori, più per una mal calcolata questione elettorale di contrapposizione al governo repubblicano che per una impostazione critica nei confronti della guerra, hanno impugnato la ‘questione morale’ (daremmo ragione ai detrattori della politica estera americana se così palesemente allungassimo le mani sui giacimenti iracheni, meglio sarebbe agire per il medesimo obiettivo ma in maniera meno rude ed evidente), votando No al progetto della legge petrolifera nei termini voluti dal governo Bush.</p>



<p>Nel computo complessivo dell’operazione bellica in terra di Mesopotamia rientrava anche il ruolo del dollaro come coefficiente di scambio tra le merci, in modo particolare quello relativo agli scambi petroliferi. Se il piano Bush fosse andato a compimento, l’economia americana non solo si sarebbe giovata di un’importante fonte di reperimento della materia prima da un punto di vista energetico, non solo avrebbe diversificato le sue fonti d’approvvigionamento per i prossimi vent’anni, ma avrebbe contemporaneamente ridato fiato all’asfittico ruolo del dollaro in caduta libera dopo l’ingresso dell’euro sul mercato monetario internazionale.<br>Sino alla fine degli anni Novanta, infatti, il 92% degli scambi commerciali, petrolio compreso, erano effettuati in dollari; a metà degli anni duemila si era scesi al 40%. La speculazione internazionale comincia ad abbandonare il dollaro quale bene rifugio per orientarsi sempre di più verso l’euro. Tra il 2006 e il 2008 alcuni fra i maggiori produttori di petrolio e di gas, primi tra tutti la Russia, l’Iran e il Venezuela, hanno iniziato a vendere anche in euro, yen e rubli. Nello stesso periodo i Paesi del Golfo hanno messo in cantiere il progetto Gulf, un paniere di divise legate alla produzione del greggio che in prospettiva, non tanto lontana nel tempo, potrebbe sostituire in parte o in toto il dollaro.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>La nuova legge e la debacle delle compagnie americane</strong></h4>



<p>La nuova legge, peraltro parziale e controversa, frutto di una frettolosa necessità, ispirata al reperimento dei finanziamenti e delle tecnologie funzionali al progetto di fare dell’Iraq, in pochi anni, il secondo o terzo produttore di petrolio al mondo, ribalta i termini della precedente impostazione voluta dal governo americano – praticata in parte nella fase iniziale e poi resa inagibile dagli ostacoli che abbiamo visto. Il suo contenuto prevede l’indizione di aste, la cancellazione dei&nbsp;<em>production sharing agreement</em>&nbsp;e contratti di solo servizio con le compagnie estere. Le licenze sottoscritte sia a giugno, poche, che nei giorni di dicembre, sono infatti particolarmente vantaggiose per Baghdad: pur avendo durata ventennale, non prevedono una condivisione del profitto con le società petrolifere, bensì solo la corresponsione di una tariffa fissa da parte del governo iracheno alla compagnia estrattrice, da elargire per ogni barile portato in superficie oltre il livello attualmente in corso; tariffe che sono risultate inaspettatamente basse, variando da un minino di un 1,30 dollari sino a un massimo di 2 dollari a barile/giorno estratto.</p>



<p>Nonostante la ristrettezza dei margini del futuro guadagno, che comporta peraltro consistenti investimenti finalizzati all’aumento delle capacità estrattive degli impianti già in produzione (current field) e di quelli da attivare, la partecipazione delle company internazionali è stata, come abbiamo visto, elevata, ben quarantacinque, a rappresentanza dei maggiori Paesi a vocazione energetica. Nella prima giornata l’asta ha visto la vittoria della Royal Dutch Shell e della Petronas, che si sono aggiudicate il giacimento di Majnoon nella parte del sud-est dell’Iraq. Il giacimento, ancora vergine, prevede una riserva di 12,6 miliardi di barili ed è considerato uno dei più importanti tra quelli messi all’incanto. Il consorzio anglo-olandesemalese ha firmato un contratto in base al quale riceverà una commissione di gestione dal governo iracheno di 1,39 dollari a barile estratto, impegnandosi a portare, in breve tempo, la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno, duplicando le più ottimistiche aspettative degli stessi tecnici iracheni.</p>



<p>Sempre nella zona sud del Paese, che viene ritenuta quella a minor rischio di attentati e di sabotaggi, il secondo giacimento assegnato è quello di Halfaya, stimato per 4,1 milioni di barili al giorno. A vincere la gara d’appalto è stato un consorzio formato dalla cinese CNPC, che vi partecipa al 50%, e da Total e Petronas, entrambe al 25%. Il contratto si è concluso con una commissione di 1,40 dollari a barile per una produzione futura di 535mila barili/giorno da ottenere entro sei anni.<br>Nella seconda giornata, quella del 12 dicembre 2009, il grande giacimento di West Qurna 2 è stato assegnato alla russa Lukoil e alla norvegese Statoil, con quote dell’85% per la prima e del 15% per la seconda. Il giacimento può contare su riserve pari a 12,9 milioni di barili. Il consorzio delle due compagnie si è impegnato ad aumentare la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, facendo di West Qurna 2 uno dei più importanti&nbsp;<em>currente field</em>&nbsp;di tutto l’Iraq.<br>A scalare, i giacimenti meno importanti sono andati alla malese Petronas, che si è aggiudicata il campo di Gharaf, mentre all’angolana Sonangol sono andati i siti di Najmah e Qaiyarah e quello di Badra alla russa Gazprom.</p>



<p>Le imprese americane sono praticamente rimaste a bocca asciutta. Benché iscritte al pari delle altre quaranta compagnie internazionali, se si fa eccezione per la Occidental, che, all’interno di un consorzio con la Sonangol, la cinese CNPC e la sud coreana Kogas, ha subìto una sconfitta per i giacimenti di Halfaya vinti dalla cinese CNPC con Total e Petronas, per le restanti Exxon, Chevron e &amp;, il risultato è stato quasi nullo. Quasi nullo nonostante il governo iracheno avesse promesso alle company americane che in caso di parità d’offerta, l’asta sarebbe stata loro. Una specie di contentino dopo il cambiamento di rotta di Shahristani e Al Maliki.<br>Le prime giustificazioni addotte a una simile debacle patita dalle compagnie Usa, secondo i soliti frettolosi analisti, risiederebbero nel fatto che per le Big oil, fallito il tentativo di avere in gestione i migliori pozzi attraverso assegnazioni che non passassero dalla competizione dell’asta, il rischio di trovarsi spiazzate sul terreno della sicurezza e dell’ulteriore esborso finanziario per mantenere e gestire i pozzi, le avrebbe messe in una situazione di minore competitività.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Le ragioni del disastro</strong></h4>



<p>Certamente la disaffezione, se non l’odio, nei confronti della presenza delle truppe americane nel Paese non ha giovato alle attese delle company Usa, per il concreto rischio di sabotaggi che avrebbe alzato i prezzi di gestione dei pozzi; ma altre sono le ragioni che hanno determinato la loro sonora sconfitta. Principalmente, come abbiamo visto, vi è stata la questione di politica interna irachena: la scadenza elettorale del 7 marzo 2010 si è giocata prevalentemente, se non esclusivamente, sul terreno del nazionalismo politico, sia in termini di generica propaganda, sia in termini di nazionalismo energetico. La rendita petrolifera è stata presentata come la questione nazionale fondamentale. Il che non ha potuto che enfatizzare gli accenti nazionalistici anti-americani, in termini velati (Al Maliki), moderati (Allawi) o di aperto scontro (sunniti e al Sadr), ben sapendo tutti che il dichiarato ritiro delle truppe americane sarebbe avvenuto solo nelle grandi città; gli Usa tenteranno infatti di rimanere a tempo indeterminato nel Paese, con basi militari, per tenere sotto controllo Damasco e Tehran, per difendere l’alleato di sempre Israele, per essere vicini al sempre più ingovernabile Afghanistan e, non ultimo, per rilanciare quella politica petrolifera in centro Asia che sino a oggi ha fatto acqua da tutte le parti, come le campagne militari che ne dovevano rappresentare la base d’appoggio.</p>



<p>Un altro aspetto va messo in evidenza nella debacle delle oil company statunitensi: la devastante crisi che, ancora una volta, è partita dalle declinante economia americana, ha messo in seria difficoltà le imprese petrolifere.<br>La vecchia Unocal, una delle&nbsp;<em>five oil company</em>, non è arrivata nemmeno all’asta. L’impresa di John Maresca, che tanto si era data da fare presso le Commissioni governative per avere l’appoggio di Bush al fine di gestire monopolisticamente la costruzione della pipeline che dal Caspio, via Afghanistan, avrebbe dovuto trasportare il petrolio kazaco sin sulle sponde dell’Oceano Indiano, in Pakistan, è affogata nei debiti fino al fallimento; e questo dopo aver investito non poco (400 milioni di dollari) in favore dell’ascesa dei talebani a Kabul, nella vana speranza di controllare il territorio.</p>



<p>Complici, oltre alla fallita e dispendiosa avventura afghana, le nefaste vicende nel Myanmar: citata in giudizio per connivenza con il regime al potere, che avrebbe garantito la costruzione e la protezione militare di un gasdotto nella regione di Yadana, al confine con la Thailandia, a colpi di lavori forzati, torture e omicidi, la Unocal ci ha rimesso, oltre alla faccia, una montagna di milioni di dollari in spese per gli avvocati. E così nell’aprile del 2005, dopo una lunga agonia e un debito di 11 miliardi di dollari, la Unocal è stata comprata per 18 miliardi di dollari dalla Chevron Texaco, sfuggendo di poco al tentativo d’acquisizione da parte di una compagnia petrolifera cinese.<br>La stessa Chevron Texaco che nel 2005, all’epoca dell’acquisizione della Unocal, aveva un utile netto di 13,3 miliardi di dollari, nell’ottobre del 2009, alle soglie dell’apertura dell’asta a Baghdad, perde un colossale 51% del suo profitto, arrivato a soli 3,33 miliardi di dollari. Il 29 settembre dello stesso anno, il tribunale ecuadoriano cita la Chevron per danni ambientali chiedendo un rimborso di 27 miliardi di dollari, mettendo la compagnia petrolifera alle corde come nel caso precedente della Unocal.<br>La Conoco Phillips nel 2008 registra un debito di 30 miliardi di dollari per incaute acquisizioni, con una capitalizzazione di soli 74 miliardi. In borsa le sue azioni precipitano da un valore di 100 dollari a 77,439 nello spazio di poche settimane.<br>Nemmeno la più potente delle compagnie americane ha saputo resistere negli anni terribili della crisi. La Exxon Mobil, che, non a caso, solo fuori dal gioco delle aste è riuscita ad accaparrarsi il giacimento di West Qurna 1, ha visto i suoi conti in rosso. Al 30 ottobre 2009 il suo utile netto ha subito una flessione del 68%, arrivando a un misero 4,37 miliardi di dollari; mentre il fatturato è passato da 137,74 miliardi a 82,26.</p>



<p>Il dato rilevante di questa debacle sta nel fatto che le compagnie petrolifere americane hanno prevalentemente operato sul terreno della speculazione, hanno riacquistato le loro azioni nel tentativo di mantenerne alto il prezzo, hanno elargito, finché è stato possibile, lauti compensi ai manager e distribuito dividendi agli azionisti. Mediamente, il 55% degli utili sono andati in acquisizioni e non in investimenti, all’acquisto di azioni delle varie finanziarie e fondi. In molti casi, le stesse compagnie hanno speculativamente operato attraverso le proprie finanziarie, con il risultato di ritrovarsi al centro dello scoppio della bolla coperte di debiti, con i pacchetti azionari dimezzati, con le proprie finanziarie sul lastrico, senza liquidità e con una diminuzione della redditività dei capitali investiti che, sempre mediamente, si è aggirata attorno al 26%. Le compagnie americane sono rimaste vittime di quella crisi finanziaria che loro stesse hanno contribuito a creare sino all’atto della deflagrazione finale.</p>



<p><strong>Crisi e ricomposizione imperialistica mondiale</strong><br>La crisi mondiale del capitalismo sta ridisegnando lo scacchiere imperialistico, in cui la questione energetica continua ad avere un ruolo preminente. Per gli Usa, fallita anche in Iraq l’operazione ‘bonifica’, la battaglia del petrolio in centro Asia sembra essere quasi definitivamente perduta. Da qui la riconferma della decisione del ritiro dall’Iraq, salvo il mantenimento di un contingente di 40.000 uomini a controllo del territorio. Sempre originata dalla sonante sconfitta si fa strada l’idea, già espressa da Bush, di trivellare i ghiacciai dell’Alaska e le coste atlantiche in cerca di petrolio, accanto al ripescaggio del nucleare, alla faccia della tanto evocata green economy sbandierata in campagna elettorale da Obama.</p>



<p>L’unica ‘vittoria’ nella&nbsp;<em>guerra dei tubi</em>&nbsp;gli Usa l’anno parzialmente ottenuta con la costruzione della pipeline che da Baku (Azerbaijan) arriva a Ceyhan (Turchia) passando per Tbilisi in Georgia. Il BTC, costruito con 4 miliardi di dollari, lungo 1.770 chilometri, e il cui percorso è stato studiato in modo da non attraversare né il territorio russo né quello iraniano, ha visto in fase di progettazione e di realizzazione la presenza di un consorzio nel quale l’azionariato di maggioranza è nelle mani della BP (30%), della Socar, impresa statale azera (25%), della Unocal (9%) prima del suo fallimento, e dell’Eni (5%), più compagnie francesi e olandesi con quote minoritarie. Nelle intenzioni, il progetto, finanziato in parte dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale e fortemente voluto dagli Usa, doveva convogliare verso il porto turco non soltanto il petrolio azero ma anche quello del Kazakistan e del Turkmenistan, facendo di questa pipeline l’oleodotto più importante tra i giacimenti dell’Asia centrale e il Mediterraneo, per poi proseguire, via sottomarina, sino al porto israeliano di Ashdod.</p>



<p>Ma i governi azero e kazako, che in una fase iniziale avevano aderito al progetto, si sono parzialmente tirati indietro, concedendo all’oleodotto, inaugurato nel luglio del 2006, solo poche centinaia di migliaia di barili al giorno e preferendo accordi di esportazione di petrolio e gas con gli altri due imperialismi, quello russo e quello cinese. In più, la ‘bretella’ israeliana non è stata ancora costruita. Per l’imperialismo americano il successo è stato molto, molto parziale, anche perché chi gestisce il BTC è la British Petroleum, mentre la Unocal è stata costretta, suo malgrado, a togliere il disturbo. La parte più consistente delle esportazioni kazake va verso nord, in direzione della Russia, usufruendo dei vecchi oleodotti di epoca sovietica per arrivare al porto di Novorossijsk sul<br>Mar Nero.<br>Tre mesi prima (maggio 2006), è stato inaugurato un oleodotto tra il Kazakistan e la Cina. Parte dalla località di Atirav per arrivare ad Alashankou, dando un nuovo assetto alle linee di percorrenza verso l’est della più importante materia prima energetica.</p>



<p>Il 14 dicembre 2009, pochi giorni dopo l’indizione dell’asta di Baghdad, è stato inaugurato il gasdotto Turkmenistan-Cina, struttura cruciale nella geopolitica del gas del Mar Caspio e degli assetti energetici sul continente asiatico. Il presidente cinese Hu Jintao e il collega turkmeno Berdymukhamedov, assieme al capo di Stato kazako Nazarbaev e al presidente uzbeko Karimov, hanno aperto i rubinetti del nuovo gasdotto, lungo 1.883 chilometri, che parte dal nord turkmeno e attraversa Uzbekistan e Kazakistan per arrivare nel Xinjiang. Dovrebbe trasportare in Cina, ogni anno, 30 miliardi di metri cubi di gas, mentre altri 10 miliardi saranno ‘trattenuti’ dal Kazakistan. Insomma, un importantissimo tassello nella distribuzione energetica in Asia, sia perché è la prima tratta che aggira il territorio russo sia, soprattutto, perché elimina le pretese americane nell’area.<br>Il 13 dicembre ad Ashgabad, capitale del Turkmenistan, il capo di Stato cinese ha incontrato il presidente del Turkmenistan; le due parti hanno raggiunto importanti consensi per promuovere ulteriormente lo sviluppo delle relazioni di cooperazione e d’amicizia tra Cina e Turkmenistan. In quella occasione, come riporta una nota d’agenzia, “Hu Jintao ha espresso il suo apprezzamento per le relazioni Cina-Turkmenistan e proposto quattro suggerimenti per il rafforzamento di una concreta cooperazione. Primo, attivare al più presto il meccanismo per la cooperazione Cina-Turkmenistan; secondo, approfondire la cooperazione sulle risorse energetiche; terzo, rafforzare la cooperazione per quanto riguarda le risorse non energetiche; quarto, effettuare al meglio i programmi di credito raggiunti dalle due parti, promuovendone al più presto l’esecutivo”.</p>



<p>Allo stesso tempo, Hu Jintao ha affermato che la parte cinese intende rafforzare gli scambi con il Turkmenistan, cooperando anche alla lotta ai criminali che oltrepassano i confini, mantenendo efficacemente la sicurezza e la stabilità delle regioni. Berdimuhamedov si è dichiarato totalmente d’accordo con le proposte fatte da Hu Jintao sullo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi, e ha ricordato che i rapporti Cina-Turkmenistan si basano su una grande fiducia, rispetto reciproco e amicizia: costituiscono una partnership di cooperazione a lungo termine, ha affermato.<br>Ne consegue che lo scontro imperialistico nell’area vede una netta supremazia di Cina e Russia a scapito degli Usa i quali, non a caso, sono messi a mal partito anche in Kirghizistan, dove i recenti avvenimenti interni, quantomeno appoggiati da Mosca, stanno mettendo in forse la permanenza della base militare americana di Manas, ultimo avamposto in Asia centrale.</p>



<p>A completamento dell’opera di smantellamento della presenza americana, c’è l’ennesima sconfitta sul terreno dello sfruttamento dei giacimenti della zona caspica. I due progetti concorrenti, il South Stream progettato dalla Russia e il Nabucco fortemente voluto dagli Usa, in consorzio con alcuni Paesi europei, hanno come base la necessità di assicurarsi sia le fonti di approvvigionamento del gas, sia il controllo delle vie di percorrenza verso il bacino del Mediterraneo. La sfida, dunque, consiste nel garantirsi i rifornimenti da parte di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. I tre Paesi in questione, a maggio del 2009 a Praga, si sono rifiutati di firare l’accordo sul progetto Ue-Usa per il Nabucco e altri due gasdotti, tra cui il White Stream, che dovrebbe andare dalla Georgia alla Romania con un percorso sotto marino nel Mar Nero e una ‘bretella’ che attraverserebbe Turchia, Grecia e Italia (ITGI) tra la parte ionica della Grecia e quella italiana. Dietro il rifiuto ci sono le pressioni russe e gli accordi bilaterali tra il governo di Mosca e quelli dei Paesi centro asiatici interessati. Prova ne è che Mosca, subito dopo il summit energetico di Praga, ha organizzato una riunione a Soci per rafforzare il progetto South Stream con Grecia, Serbia, Bulgaria e Italia, dopo essersi assicurata del rifiuto dei tre Paesi centro asiatici. La Gazprom ha inoltre dichiarato di essere disposta ad acquistare l’intera produzione di gas dell’Azerbaijan e del Turkmenistan per complessivi 18 miliardi di metri cubi l’anno, con l’evidente obiettivo di assicurasi una posizione monopolistica in campo gassifero contro le ambizioni, uguali e contrarie, degli Usa; anche se, come tutti i progetti, deve fare i conti con la disponibilità di adeguati investimenti, le appropriate tecnologie e, non da ultimo, la duratura affidabilità dei partner.</p>



<p>A mo’ di ciliegina sulle frananti ambizioni americane, il 6 gennaio di quest’anno, l’Iran e il Turkmenistan hanno inaugurato un ennesimo gasdotto nella zona, via Dovletabat-Saralihs-Khangiran, contravvenendo a tutte le pressioni di Washington sul governo di Tehran. Nelle tre settimane successive il governo turkmeno ha deciso di vendere la totalità delle sue esportazioni di gas all’Iran, alla Cina e alla Russia. Quest’ultima ha inoltre l’intenzione di raddoppiare le importazioni di gas dall’Azerbaijan per contenere i rifornimenti di Baku al progetto Nabucco. Inoltre, l’Azerbaijan ha stabilito un altro accordo con l’Iran per un gasdotto (Kazi-Magomed-Astara) lungo ben 1.400 chilometri.</p>



<p>Come si può notare, la&nbsp;<em>guerra dell’energia</em>&nbsp;è in pieno sviluppo. Gli attori non si risparmiano colpi, con le buone o con le cattive (come l’intervento armato russo in Ossezia del sud contro la Georgia filo americana e le tensioni in Kirghizistan anti-americane), oltre alle pluriennali guerre in Iraq e Afghanistan. Gli Usa potranno anche ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan, ma solo perché sconfitti dagli altri imperialismi che, pur non fisicamente presenti, hanno fatto sentire il loro peso all’interno della questione irachena.<br>Gli Stati Uniti hanno subìto prima e perso poi l’asta di Baghdad perché il loro peso imperialistico, in termini di impegno militare e di disponibilità finanziarie, è diventato più leggero rispetto a quello della concorrenza. L’amministrazione Bush ci ha provato con tutti i mezzi, ha però perso su molti fronti nonostante l’impegno economico e militare; l’amministrazione Obama, complice anche la crisi, sta cercando di limitare i danni nell’epicentro asiatico, concentrandosi su obiettivi geopoliticamente ‘periferici’ – ancora Afghanistan, Pakistan e India – per non uscire completamente dal gioco.</p>
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