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	<title>Rivista Paginauno &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Thu, 15 Jan 2026 20:32:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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	<title>Rivista Paginauno &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
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	<item>
		<title>Workshop OSINT: Open Source Intelligence. Investigazioni nel surface e deep web</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/workshop-osint-open-source-intelligence-investigazioni-digitali-nel-surface-deep-e-dark-web/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Aug 2025 10:54:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CORSI & WORKSHOP]]></category>
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					<description><![CDATA[Nata come una branca dell’Intelligence, con la diffusione di internet l’attività di Osint è divenuta contemporaneamente una tecnica di ricerca e analisi sempre più efficace, e una pratica accessibile ai non addetti ai lavori. Generalmente sottovalutate, al contrario le fonti aperte, se ben indagate, incrociate e vagliate, anche con l’aiuto di particolari tool, consentono indagini [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nata come una branca dell’Intelligence, con la diffusione di internet l’attività di Osint è divenuta contemporaneamente una tecnica di ricerca e analisi sempre più efficace, e una pratica accessibile ai non addetti ai lavori. Generalmente sottovalutate, al contrario le fonti aperte, se ben indagate, incrociate e vagliate, anche con l’aiuto di particolari tool, consentono indagini e verifiche approfondite su siti, aziende, persone e, non ultime, sulle notizie diffuse dai media. Se fino a ieri l&#8217;Open Source Intelligence era riservato al giornalismo investigativo, oggi è uno strumento necessario a tutti i cittadini.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Programma</h3>



<p>Il workshop mostra l&#8217;utilizzo di strumenti e l&#8217;uso di tools che consentono di:</p>



<p>indagare e analizzare</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>un sito: chi c’è dietro, proprietà dominio, geolocalizzazione server, indirizzo IP, cronologia storica</li>



<li>un’impresa: database e documenti societari</li>



<li>una persona: database e registri pubblici</li>



<li>social media: profilazione e data analysis</li>



<li>file multimediali: metadati</li>
</ul>



<p>fare ricerca</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>ricerca avanzata in Google</li>



<li>motori di ricerca tematici/specialistici</li>



<li>letteratura grigia e documenti della pubblica amministrazione (FOIA)</li>



<li>privacy e navigazione anonima</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Informazioni generali</h3>



<p>Workshop condotto da Giovanna Cracco, direttrice di Paginauno</p>



<p><strong>Modalità</strong>: piattaforma Zoom. In caso di indisponibilità a partecipare sarà resa accessibile la registrazione del workshop</p>



<p><strong>Quando</strong>: domenica 19 ottobre 2025, dalle ore 12:00 alle ore 16:00</p>



<h3 class="wp-block-heading">Iscrizioni e informazioni</h3>



<p>email <a href="mailto:redazione@rivistapaginauno.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">redazione@rivistapaginauno.it</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Corso online di giornalismo d&#8217;inchiesta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/corso-di-giornalismo-dinchiesta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Aug 2024 15:01:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CORSI & WORKSHOP]]></category>
		<category><![CDATA[corso]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Fare un&#8217;inchiesta giornalistica significa andare alle fonti primarie: leggere documenti, intervistare soggetti, approfondire, incrociare, verificare e, per poi tirare le conclusioni, analizzare. Significa avere una chiave di lettura degli avvenimenti e possedere la tecnica per esporli con chiarezza. Infine, sviluppare un’inchiesta richiede tempo e autonomia da qualsivoglia potere – compreso quello dalle grandi testate d’informazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fare un&#8217;inchiesta giornalistica significa andare alle fonti primarie: leggere documenti, intervistare soggetti, approfondire, incrociare, verificare e, per poi tirare le conclusioni, analizzare. Significa avere una chiave di lettura degli avvenimenti e possedere la tecnica per esporli con chiarezza. Infine, sviluppare un’inchiesta richiede tempo e autonomia da qualsivoglia potere – compreso quello dalle grandi testate d’informazione soggette, soprattutto in Italia, al controllo di proprietà con interessi industriali, finanziari o partitici. Per questo il giornalismo investigativo si sta facendo sempre più strada nella rete ed è svolto sia da giornalisti freelance che da attivisti, non necessariamente iscritti all’Ordine dei giornalisti.<br>Il corso è quindi rivolto a tutti e non ha prerequisiti d’ingresso. “Il giornalismo è sempre una forma di attivismo” ha dichiarato Glenn Greenwald, “e l&#8217;unico metro di giudizio è quello dell&#8217;accuratezza e dell&#8217;affidabilità”. È il giornalismo di matrice anglosassone, che dà al giornalista il ruolo di <em>watch dog</em> dei diritti della collettività, al servizio del cittadino: è un mestiere che implica una responsabilità sociale. Vale per tutte le forme di giornalismo, ancor più per l&#8217;inchiesta. Verità, completezza, rilevanza, responsabilità e libertà. E alla base di tutto, fonti primarie. Senza, non esiste inchiesta.</p>



<p>p.s. Quello che NON insegniamo: come fare una indicizzazione SEO di Google dell&#8217;articolo, come scrivere una newsletter, come promuovere il proprio articolo sui social network. Non è questo per noi il giornalismo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Programma</h3>



<p>Obiettivo del Corso è offrire sia strumenti pratici, indispensabili per la stesura di un&#8217;inchiesta, che spunti di analisi, necessari per iniziare a sviluppare una propria chiave di lettura sulla società. Il piano di studio comprende la scrittura di un&#8217;inchiesta, allo scopo di mettere in pratica quanto imparato durante le lezioni. Saranno forniti materiali a supporto delle lezioni.<br>Il programma, in breve:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>il concetto di ‘notizia’, rappresentazione e contrapposizione, come nasce l’idea di un’inchiesta</li>



<li>l&#8217;inchiesta conoscitiva
<ul class="wp-block-list">
<li>fenomeno sociale</li>



<li>realtà sociale</li>



<li>legislativa</li>
</ul>
</li>



<li>focus, incipit e struttura di un&#8217;inchiesta</li>



<li>tecniche di scrittura
<ul class="wp-block-list">
<li>features</li>



<li>new journalism</li>



<li>scrittura classica</li>
</ul>
</li>



<li>le fonti e il loro accesso
<ul class="wp-block-list">
<li>aperte e chiuse, primarie e secondarie, dirette e indirette</li>



<li>sistemi informativi e loro contenuti: ricerca dati su persone fisiche e società</li>
</ul>
</li>



<li>il campo di potere dell&#8217;informazione
<ul class="wp-block-list">
<li>mainstream: proprietà, relazioni e interessi</li>



<li>&#8216;controinformazione&#8217; e testate online: come comprenderne attendibilità, proprietà e linea editoriale</li>
</ul>
</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Informazioni generali</h3>



<p>Corso condotto da Giovanna Cracco, direttrice di Paginauno</p>



<p><strong>Modalità</strong>: 15 lezioni online (piattaforma Zoom) di 2 ore ciascuna (totale 30 ore). Le lezioni si tengono a cadenza settimanale. In caso di indisponibilità a partecipare, sarà resa accessibile la registrazione della lezione.</p>



<p><strong>Numero massimo di partecipanti</strong>: 10 persone</p>



<p><strong>Data di partenza</strong>: al momento non in programmazione</p>



<h3 class="wp-block-heading">Iscrizioni e informazioni</h3>



<p>email <a href="mailto:redazione@rivistapaginauno.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">redazione@rivistapaginauno.it</a> </p>



<h3 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e14cefdedcb7d68cdcfa5561cc6e2624">Le inchieste degli allievi pubblicate su Paginauno</h3>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/laltro-carcere-la-detenzione-femminile-tra-doppia-trasgressione-e-aggravio-di-pena/" data-type="post" data-id="9012" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’altro carcere. La detenzione femminile tra doppia trasgressione e aggravio di pena</a></strong><em><br></em><em>Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna<br></em>Caterina Cazzola<em><br></em>(novembre 2025)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/la-lente-del-papilloma-virus-vaccini-e-interessi-paure-e-abusi/" data-type="post" data-id="6888" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La lente del Papilloma Virus: vaccini e interessi, paure e abusi</a></strong><br><em>Papilloma Virus, interessi e biopotere. La logica del profitto dietro le campagne globali di vaccinazione: gli abusi in India, la manipolazione della comunicazione, la strumentalizzazione della paura, il fenomeno della “cancerizzazione”<br></em>Francesca Faccini<br>(aprile 2023)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/estrattivismo-devastazione-ambientale-militarizzazione-e-miseria/" data-type="post" data-id="6775" target="_blank">Estrattivismo: devastazione ambientale, militarizzazione e miseria</a></strong><br><em>Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato<br></em>Alessandro Rettori<br>(febbraio 2023)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/cavi-sottomarini-big-tech-aumenta-il-controllo-su-internet/" data-type="post" data-id="6657" target="_blank">Cavi sottomarini. Big Tech aumenta il controllo su Internet</a></strong><br><em>Dopo gli algoritmi, i dati e i server, Google, Meta, Amazon e Microsoft si fanno padroni anche dell’infrastruttura di Internet<br></em>Alessandro Rettori<br>(dicembre 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/transizione-ecologica-laltra-faccia-dei-veicoli-elettrici-le-miniere-di-litio/" data-type="post" data-id="6476" target="_blank">Transizione ecologica? L’altra faccia dei veicoli elettrici: le miniere di litio</a></strong><br><em>Il futuro ‘ecologico’ si regge sull’estrattivismo e la devastazione ambientale delle miniere di litio: viaggio nella roccia dell’Australia e nelle saline del Cile<br></em>Alessandro Rettori<br>(ottobre 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-non-indipendenza-della-corte-penale-internazionale-stati-uniti-russia-e-interessi-geopolitici/" data-type="post" data-id="6026" target="_blank">La (non) indipendenza della Corte penale internazionale. Stati Uniti, Russia e interessi geopolitici</a></strong><br><em>Crimini di guerra in Ucraina: le richieste degli Stati Uniti, le risposte della Russia. Il funzionamento della Corte penale internazionale e il suo rapporto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: come e perché non può dirsi indipendente<br></em>Alessandro Rettori<br>(giugno 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/delocalizzazioni-numeri-leggi-collettivo-gkn-stato/" data-type="post" data-id="5910" target="_blank">Delocalizzazioni: i numeri e le leggi. Collettivo GKN vs Stato</a></strong><br><em>Ristrutturazioni aziendali, occupazione e tessuto produttivo: i posti di lavoro persi in Italia e in Europa negli ultimi vent’anni, in quali settori, le norme europee e italiane che lo consentono e la proposta di legge del Collettivo GKN<br></em>Alessandro Rettori<br>(aprile 2022)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/gli-stati-uniti-contro-julian-assange/" data-type="post" data-id="5798" target="_blank">Gli Stati Uniti contro Julian Assange</a></strong><br><em><em><em>Collateral murder</em> e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(febbraio 2022)</p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/vaccini-covid-lipocrisia-dei-paesi-ricchi/" data-type="post" data-id="5638" target="_blank"><strong>Vaccini Covid. L’ipocrisia dei Paesi ricchi</strong></a><br><em>I numeri della campagna vaccinale nel mondo, di Covax e degli interessi di Big Pharma: dentro un data journalism la logica economicistica che governa le decisioni<br></em>Elika Bussetti<br>(dicembre 2021) </p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank">Galassia HPoint: come fallisco senza fallire</a></strong><br><em><em>Dentro i bilanci annuali di Ho Group: milioni di debiti, IVA e Irpef/Inps dipendenti non pagate, ma a fallire sono i (presunti) prestanome. Una ‘curiosa’ gestione societaria su cui dovrà far luce il commissario liquidatore</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(agosto 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Venus: “Non c’è stato affitto di ramo d’azienda”</a></strong><br><em><em>Prosegue l’inchiesta HPoint: dichiarazioni di Venus, fallimenti e liquidazioni coatte amministrative che iniziano a fioccare e bilanci aziendali ricchi di interessanti dettagli</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(luglio 2021)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/big-pharma-e-commissione-europea-rapporto-sullo-stato-delle-lobby/" data-type="post" data-id="4962" target="_blank">Big Pharma e Commissione europea. Rapporto sullo stato delle lobby</a></strong><br><em>Chi sono, quanto spendono e come influenzano le decisioni europee: il modello sistemico di EFPIA e il caso IMI<br></em>Elika Bussetti<br>(luglio 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/oms-la-salute-globale-che-piace-ai-ricchi-profitti-con-la-beneficenza/" data-type="post" data-id="4688" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OMS. La salute globale che piace ai ricchi. Profitti con la beneficenza</a></strong><br><em>I privati dentro l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quanto finanziano e cosa finanziano? Che potere decisionale hanno all’interno dell’Agenzia? Perché danno denaro all’OMS? Data journalism: leggiamo i numeri<br></em>Elika Bussetti<br>(aprile 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">HPoint/X*/Venus: coop, appalti, debiti, prestanome. Come sparisco senza sparire</a></strong><em><br></em>Alessandro Rettori<br>(gennaio 2021)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/manifattura-appalto-di-manodopera-lavoratori-usa-e-getta-il-caso-maschio-n-s/" data-type="post" data-id="4137" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Appalto di manodopera: lavoratori usa e getta</strong>. <strong>Il caso Maschio N.S.</strong></a></strong><br><em>L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. In fabbrica assume i connotati del caporalato<br></em>Elisa Simoncelli<br>(dicembre 2020)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti/" data-type="post" data-id="4073" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, hotel Gallia: chi c&#8217;è dietro gli appalti?</a></strong><br><em><em>Lavoro a cottimo, titolari di imprese che spariscono e prestanome che compaiono, lavoratori lasciati nel nulla</em><br></em>Alessandro Rettori<br>(novembre 2020)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/gli-euroleaks-di-varoufakis-la-verita-sui-negoziati-tra-la-grecia-e-la-troika/" data-type="post" data-id="3017" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli euroleaks di Varoufakis. La verità sui negoziati tra la Grecia e la Troika</a></strong><br><em>Cosa si sono detti nelle riunioni riservate la Troika, i ministri delle Finanze europei e la Grecia? Cosa significa negoziare con l’Unione europea? Cosa significa sottoscrivere un prestito con la Ue e l’FMI? E che posto ha nelle trattative la sovranità democratica? E la situazione sociale di un Paese? Abbiamo tradotto tutti gli euroleaks e ricostruito i passaggi di quei cruciali sei me-si del 2015, perché ci parlano anche di oggi e per capire come, nelle chiuse ‘stanze del potere’, vengono prese le decisioni che cambiano la vita dei cittadini</em><br>Raffaella Berardi, Michele Biella, Erika Bussetti, Gian Mario Felicetti, Beatrice Fossati, Elisabetta Groppo, Alessandro Rettori, Elisa Simoncelli<br>(luglio 2020)</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-agri-covid-cose-cambiato-dai-consumi-alla-filiera-agroalimentare/" data-type="post" data-id="3299" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Agri-covid: cosa è cambiato? Dai consumi alla filiera agroalimentare</a></strong><br><em>Cosa è cambiato, le problematiche, chi resiste e chi rischia di non farcela<br></em>Beatrice Fossati<br>(aprile 2020)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/log-in-fenomeno-rider/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Log in. Fenomeno rider</strong></a><br><em>Vita da rider, incollati a una app: chi sono, chi glielo fa fare, come funziona un lavoro che è cercare lavoro ogni giorno: inchiesta dentro il cottimo, il ranking, il caporalato, e cambierà qualcosa con la nuova legge?</em><br>Michele Biella, Gian Mario Felicetti<br>(dicembre 2019)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/milano-ho-visto-un-povero-te-vist-cuse/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Milano. Ho visto un povero. T&#8217;è vist cus&#8217;è?</strong></a><br><em>Essere poveri a Milano: come ci si ritrova tra le fila dei senzatetto e a bussare alle porte della Caritas? Quante risorse spende il Comune? Inchiesta tra chi dorme per strada, chi vive in una casa popolare e mangia alle mense dei poveri, chi trova posto a Casa Jannacci</em><br>Raffaella Berardi, Daria Diotallevi, Elisa Simoncelli<br>(ottobre 2019)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/smart-city-sorveglianza-mercificazione-alienazione-ricatto-tecnocrazia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Smart city<br>Sorveglianza, Mercificazione, Alienazione, Ricatto, Tecnocrazia</strong></a><br><em>Smart city, progetto globale: quando e perché le multinazionali iniziano a investire in tecnologia per le città, come viene costruita una narrazione positiva e cosa ci aspetta</em><br>Elisabetta Groppo<br>(ottobre 2019)</p>



<p><strong>Metti un Primo Maggio al corteo del SI Cobas&#8230;</strong><br><em>Interviste, i lavoratori raccontano: appalti, subappalti, cooperative che chiudono ogni due anni, buste paga non regolari: uno sguardo nel mondo della logistica, trasporto e pubblico settore</em><br>Raffaella Berardi, Michele Biella, Elisabetta Groppo, Gian Mario Felicetti, Beatrice Fossati, Elisa Simoncelli<br>(luglio 2019)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/casa-diritti-dignita-milano-alloggi-popolari-e-occupazioni/" target="_blank">Casa Diritti Dignità<br>Milano: alloggi popolari e occupazioni</a></strong><br><em>Situazione e prospettive: la parola a chi occupa, al comitato di lotta Abitanti di San Siro e all’assessore Gabriele Rabaiotti; e le disposizioni punitive dell&#8217;art. 5 del Piano casa Lupi-Renzi</em><br>Christian Caurla<br>(ottobre 2017)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/sessualita-femminile-tremate-le-streghe-son-quasi-tornate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sessualità femminile<br>Tremate, le streghe son (quasi) tornate!</a></strong><br><em>Sex toys, gigolò, pornografia al femminile e Cinquanta sfumature di grigio: come vivono oggi le donne la sessualità?</em><br>Paolo Cerboneschi e Eugenia Greco<br>(giugno 2017)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/milano-citta-metropolitana-la-gestione-ombra-del-centro-studi-pim/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, Città metropolitana:<br>la gestione ombra del Centro Studi PIM</a></strong><br><em>Chi governa la città metropolitana? La farsa democratica: politica paralizzata e gestione in mano al Centro Studi PIM</em><br>Alice Quintini e Chiara Vimercati<br>(ottobre 2015)</p>



<p><strong><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/milano-citta-metropolitana-democrazia-abolita-intervista-a-marco-cappato/" target="_blank">Milano, Città metropolitana: democrazia abolita<br>Intervista a Marco Cappato</a></strong> (consigliere della Città metropolitana di Milano)<br>Daniela Cuccu, Tania Righi, Chiara Vimercati<br>(marzo 2015)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/milano-citta-metropolitana-democrazia-abolita-intervista-a-marco-cappato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Città metropolitane: la democrazia non passa da qui<br>Le elezioni a Milano</a></strong><br>Daniela Cuccu, Tania Righi, Chiara Vimercati<br>(dicembre 2014)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/pubblica-amministrazione-il-merito-tra-concorsi-propaganda-e-tagli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Pubblica amministrazione:</strong><br><strong>il &#8216;merito&#8217; tra concorsi, propaganda e tagli</strong></a><br>Chiara Vimercati<br>(ottobre 2014)</p>



<p><strong><a href="http://rivistapaginauno.it/donne-di-ndrangheta-vecchi-stereotipi-e-questione-di-genere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Donne di ‘ndrangheta: vecchi stereotipi e questione di genere</a></strong><br><em>Il mutamento del ruolo femminile nell’organizzazione mafiosa e l’incapacità dei media di coglierlo</em><br>Federica Beretta<br>(giugno 2013)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/ngc-e-sanita-lombarda-comunione-e-liberazione-in-global-service/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Ngc e sanità lombarda: Comunione e liberazione in global service</strong></a><br>Luce Aletti<br>(ottobre 2012)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/benvenuti-al-nord-2a-parte-la-mafia-in-lombardia-piemonte-liguria-emilia-romagna-e-veneto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Benvenuti al nord (2ª parte)<br></strong>La mafia in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto</a><br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(giugno 2012)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/benvenuti-al-nord-1a-parte-la-mafia-in-lombardia-piemonte-liguria-emilia-romagna-e-veneto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Benvenuti al nord (1ª parte)</strong><br>La mafia in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Veneto</a><br><em>Fra passato e presente, dal soggiorno obbligato al controllo del territorio alla collusione con la politica locale</em><br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(aprile 2012)</p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/giulio-cavalli-il-teatro-partigiano-la-politica-e-la-lotta-alla-mafia/" target="_blank"><strong>Il teatro partigiano, la politica e la lotta alla mafia</strong><br><strong>Intervista a Giulio Cavalli</strong></a><strong> </strong>(consigliere Regione Lombardia)<br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(aprile 2012)</p>



<p><a href="http://rivistapaginauno.it/il-governo-monti-che-tanto-piace-a-chi-favori-forbici-e-rosario-gli-ingredienti-dei-tecnici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il governo Monti che tanto piace&#8230; a chi?<br>Favori, forbici e rosario: gli ingredienti dei ‘tecnici’</strong></a><br><em>I ministri ‘tecnici’: facce nuove? Non sembra. Da dove vengono, chi rappresentano e quale continuità garantiscono</em><br>Daniela Bettera e Lara Peviani<br>(febbraio 2012)</p>
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		<title>Numero 85 &#124; Febbraio-Marzo 2024</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 17:10:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[tutti i numeri]]></category>
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					<description><![CDATA[ISRAELE E PALESTINA. Il Report 2023 di Human Rights Watch. Cosa accadeva prima del 7 ottobre: l’approvazione di 12.885 nuove unità abitative di coloni israeliani in Cisgiordania, 13 ore al giorno senza elettricità a Gaza, 11.000 palestinesi isolati dal Muro in costruzione tra Israele e la Cisgiordania. E poi la politica israeliana di chiusura del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>ISRAELE E PALESTINA. </strong><strong>Il Report 2023 di Human Rights Watch.</strong> Cosa accadeva prima del 7 ottobre: l’approvazione di 12.885 nuove unità abitative di coloni israeliani in Cisgiordania, 13 ore al giorno senza elettricità a Gaza, 11.000 palestinesi isolati dal Muro in costruzione tra Israele e la Cisgiordania. E poi la politica israeliana di chiusura del valico di Erez in atto dal 2007, la carcerazione dei palestinesi e le 1.400 denunce di tortura presentate dal 2001.</p>



<p><strong>PATRIARCATO.</strong><strong> Lo sguardo millenario dell’antropologia.</strong> Dalle società matrilineari a quelle patrilineari al patriarcato: dove eravamo per capire dove siamo e come ci siamo arrivati. <strong>Le ragazze stanno bene? L’indagine di Save the Children e IPSOS tra gli adolescenti. </strong>Il 29% ritiene che il modo di vestire e/o comportarsi di una ragazza possa contribuire a provocare la violenza sessuale e il 43% afferma che se una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale il modo di sottrarsi lo trova.</p>



<p><strong>AMBIENTE. Geoingegneria solare, l’ultima follia.</strong> La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione.</p>



<p><strong>LAVORO.</strong><strong> Morti, infortuni e malattie professionali: i dati globali.</strong> Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale.</p>



<p><strong>NUOVE TECNOLOGIE.</strong><strong> IA e privacy, il diritto calpestato e la visione di Chel</strong><strong>sea Manning.</strong> I limiti dell’AI Act europeo, le fumose privacy policy, la Black Box, la questione spinosa dei deepfake: crittografia e matematica avanzata ci potranno proteggere?</p>



<p><strong>CULTURA. </strong>L’antimilitarismo nelle canzoni di <strong>Fabrizio De Andrè</strong>. Il rifiuto della guerra nelle imperdibili <strong>pillole cinematografiche</strong>. Il tempo della Storia e quello circolare, la gentilezza e il conflitto ne <strong>Gli spiriti dell’isola</strong> di Martin McDonagh. <strong>Mark Fisher</strong>, il capitalismo, l’hauntologia e gli universi musicali paralleli che resistono.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sommario</h4>



<p><strong>RESTITUZIONE PROSPETTICA</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/geoingegneria-solare-lultima-follia/" data-type="post" data-id="7506" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Geoingegneria solare. L&#8217;ultima follia</a></strong><br>Giovanna Cracco</p>



<p><strong>POLEMOS</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/ia-e-privacy-il-diritto-di-essere-lasciati-soli/" data-type="post" data-id="7528" target="_blank" rel="noreferrer noopener">IA e privacy. Il diritto di essere lasciati soli</a></strong><br>Beatrice Fossati</p>



<p><strong>REPORT</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/israele-e-palestina-eventi-del-2023/" data-type="post" data-id="7509" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Israele e Palestina. Eventi del 2023</a></strong><br>Human Rights Watch</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/lavoro-morti-infortuni-e-malattie-professionali-uno-sguardo-globale/" data-type="post" data-id="7524" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lavoro: morti, infortuni e malattie professionali. Uno sguardo globale</a></strong><br>International Labour Organization (ILO)</p>



<p><strong>L’INTERVENTO</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/antropologia-dalle-societa-matrilineari-al-patriarcato/" data-type="post" data-id="7512" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Antropologia. Dalle società matrilineari al patriarcato</a></strong><br>Jacques Dupuis</p>



<p><strong>L’INDAGINE</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/le-ragazze-stanno-bene/" data-type="post" data-id="7515" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le ragazze stanno bene?</a></strong><br>Save the Children e IPSOS</p>



<p><strong>DISCANTO</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/se-verra-la-guerra-esempi-di-libertarismo-e-antimilitarismo-nelle-canzoni-di-fabrizio-de-andre/" data-type="post" data-id="7531" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Se verrà la guerra. Esempi di libertarismo e antimilitarismo nelle canzoni di Fabrizio de Andrè</a></strong><br>Mario Bonanno</p>



<p><strong>CINEFORUM</strong><br><a href="https://rivistapaginauno.it/il-cerchio-e-la-retta/" data-type="post" data-id="7534" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il cerchio e la retta</strong><br><strong>Gli spiriti dell&#8217;isola</strong> di Martin McDonagh</a><br>Iacopo Adami</p>



<p><strong>LE INSOLITE NOTE</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/hauntology-belbury-poly-the-focus-group-e-il-realismo-capitalista/" data-type="post" data-id="7537" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hauntology: Belbury Poly, The Focus Group e il realismo capitalista</a></strong><br>Augusto Q. Bruni</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-85/" data-type="post" data-id="7540" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ZONA FRANCA</a></strong><br><strong>E Johnny prese il fucile</strong> di Dalton Trumbo<br><strong>Berretti verdi</strong> di John Wayne<br><strong>Il cacciatore</strong> di Michael Cimino<br>Andrea Cocci</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="154" height="221" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/02/copertina-85.jpg" alt="" class="wp-image-7493"/></figure>
</div>


<p>anno XVIII, numero 85<br>febbraio &#8211; marzo 2024<br>Edizioni paginauno<br>formato: 16 x 23 – pagg. 90<br>ISSN: 1971343640085</p>



<p>copia digitale PDF: <strong>3,00 euro</strong><br>copia cartacea: <strong>12,00 euro</strong></p>



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			</item>
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		<title>Israele e Palestina. Eventi del 2023</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/israele-e-palestina-eventi-del-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa accadeva prima del 7 ottobre: l’approvazione di 12.885 nuove unità abitative di coloni israeliani in Cisgiordania, 13 ore al giorno senza elettricità a Gaza, 11.000 palestinesi isolati dal Muro in costruzione tra Israele e la Cisgiordania. E poi la politica israeliana di chiusura del valico di Erez in atto dal 2007, la carcerazione dei palestinesi e le 1.400 denunce di tortura presentate dal 2001]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Human Rights Watch*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa accadeva prima del 7 ottobre: l’approvazione di 12.885 nuove unità abitative di coloni israeliani in Cisgiordania, 13 ore al giorno senza elettricità a Gaza, 11.000 palestinesi isolati dal Muro in costruzione tra Israele e la Cisgiordania. E poi la politica israeliana di chiusura del valico di Erez in atto dal 2007, la carcerazione dei palestinesi e le 1.400 denunce di tortura presentate dal 2001</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel 2023 i civili sono stati presi di mira, attaccati e uccisi, a un livello senza precedenti nella storia recente di Israele e Palestina. Il 7 ottobre, uomini armati guidati da Hamas hanno lanciato un attacco dalla Striscia di Gaza nel sud di Israele, uccidendo deliberatamente civili, sparando sulla folla, uccidendo persone nelle loro case e riportando ostaggi a Gaza, compresi anziani e bambini; atti che equivalgono a crimini di guerra. Secondo le autorità israeliane, più di 1.200 persone, la maggior parte delle quali civili, sono state uccise dal 7 ottobre e 133 erano tenute in ostaggio al 15 dicembre. Poco dopo, le autorità israeliane hanno tagliato i servizi essenziali, tra cui acqua ed elettricità, alla popolazione di Gaza e hanno bloccato l’ingresso di tutto tranne un filo di carburante e di aiuti umanitari essenziali; atti di punizione collettiva che equivalgono a crimini di guerra, ed erano in corso al momento della stesura di questo articolo. Gli attacchi aerei israeliani martellano incessantemente Gaza, colpendo scuole e ospedali e riducendo in macerie gran parte dei quartieri, anche nel corso di attacchi apparentemente illegali. Le forze israeliane hanno inoltre utilizzato illegalmente il fosforo bianco in aree densamente popolate. Hanno ordinato l’evacuazione di tutte le persone dal nord di Gaza e hanno sfollato circa l’85% della popolazione della Striscia – 1,9 milioni di persone – a partire dall’11 dicembre. Più di 18.700 palestinesi, la maggior parte dei quali civili, tra cui più di 7.800 bambini, sono stati uccisi tra il 7 ottobre e il 12 dicembre, secondo le autorità di Gaza.</p>



<p>Il blocco ha esacerbato la situazione umanitaria derivante dalle radicali restrizioni israeliane, che durano da sedici anni, sulla circolazione di persone e merci dentro e fuori Gaza. La chiusura prolungata, così come le restrizioni egiziane al confine con Gaza, hanno privato i 2,2 milioni di palestinesi della Striscia, con rare eccezioni, del diritto alla libertà di movimento e  dell’opportunità di migliorare la propria vita; hanno fortemente limitato il loro accesso all’elettricità, all’assistenza sanitaria e all’acqua; e devastato l’economia. </p>



<p>Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), in Cisgiordania, tra l’inizio del 2023 e il 12 dicembre, le forze israeliane hanno ucciso 464 palestinesi, tra cui 109 bambini: più del doppio rispetto a qualsiasi altro Paese a far data dal 2005, quando l’ONU ha iniziato a registrare sistematicamente le vittime. Il dato ha incluso uccisioni illegali derivanti dall’uso regolare da parte di Israele di una forza letale eccessiva, e alcuni casi di esecuzioni extragiudiziali.</p>



<p>Secondo i dati dei servizi carcerari israeliani, al 1° dicembre le autorità israeliane trattenevano anche 2.873 palestinesi in detenzione amministrativa, senza accusa né processo, sulla base di informazioni segrete. Questa cifra rappresenta il massimo in tre decenni, secondo il gruppo israeliano per i diritti umani HaMoked.</p>



<p>Durante la prima metà del 2023, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 12.855 nuove unità abitative negli insediamenti della Cisgiordania occupata. È il numero più alto mai registrato dal gruppo israeliano Peace Now, che monitora sistematicamente i piani dal 2012. Il trasferimento di civili nei territori occupati è un crimine di guerra.</p>



<p>Durante i primi otto mesi del 2023, gli episodi di violenza dei coloni contro i palestinesi, e le loro proprietà, hanno raggiunto la media giornaliera più alta da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a registrare questi dati, nel 2006: tre incidenti al giorno di media rispetto ai due del 2022 e all’uno del 2021. Questi dati includono le furie di folle di coloni a Huwara e Turmus Ayya. Il numero è aumentato a oltre cinque incidenti giornalieri dopo il 7 ottobre.</p>



<p>Importanti organizzazioni della società civile palestinese rimangono fuori legge in quanto considerate organizzazioni “terroristiche” e “illegali”. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nei loro uffici nell’agosto 2022.</p>



<p>La repressione dei palestinesi da parte delle autorità israeliane, intrapresa come parte di una politica volta a mantenere il dominio degli ebrei israeliani sui palestinesi, equivale ai crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione. </p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-4c4230a44dd578d5a2629234acbbc262">Striscia di Gaza</h4>



<p>Secondo le organizzazioni umanitarie, tra il 7 ottobre e il 24 novembre, nel corso delle intense operazioni militari israeliane, più di 46.000 unità abitative sono state distrutte e altre 234.000 danneggiate, pari al 60% del patrimonio abitativo di Gaza. Per l’OCHA, almeno 342 scuole sono state danneggiate, e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono stati effettuati 187 “attacchi all’assistenza sanitaria”, danneggiando ventiquattro ospedali.</p>



<p>Gli attacchi aerei israeliani e il blocco hanno causato la chiusura della maggior parte degli ospedali. La mancanza di elettricità e carburante ha costretto a chiudere le acque reflue, gli impianti di desalinizzazione e i panifici, e ha contribuito ai blackout delle telecomunicazioni. La mancanza d’acqua ha creato una crisi sanitaria pubblica. Sebbene alcuni camion umanitari abbiano iniziato a entrare a Gaza il 21 ottobre, e altri ancora ne sono entrati durante un cessate il fuoco di più giorni iniziato il 24 novembre, gli aiuti non sono riusciti a soddisfare i bisogni della popolazione della Striscia.</p>



<p>L’ordine israeliano di evacuare il nord di Gaza non ha tenuto conto dei bisogni degli anziani, delle persone con disabilità e dei pazienti, molti dei quali non possono andarsene. La mossa rischia lo sfollamento forzato, un crimine di guerra.</p>



<p>Secondo l’OCHA, una precedente tornata di ostilità a maggio, caratterizzata da attacchi israeliani su Gaza e attacchi missilistici contro Israele da parte di gruppi armati palestinesi a Gaza, ha provocato la morte di almeno 33 palestinesi a Gaza, tra cui almeno 12 civili, e di due civili in Israele.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Politica di chiusura israeliana</h4>



<ol class="wp-block-list"></ol>



<p>Dal 2007, le autorità israeliane hanno impedito alla maggior parte della popolazione della Striscia di attraversare il valico di Erez, l’unico transito per passeggeri da Gaza a Israele, attraverso il quale i palestinesi possono viaggiare verso la Cisgiordania e all’estero. Le autorità israeliane spesso giustificano la chiusura – avvenuta dopo che nel giugno 2007 Hamas ha preso il controllo politico di Gaza – per motivi di sicurezza. Tuttavia, la politica di chiusura non si basa su una valutazione individualizzata del rischio: un divieto di viaggio generalizzato si applica a tutti, tranne a coloro che le autorità israeliane ritengono presentino “circostanze umanitarie eccezionali” (per lo più persone che necessitano di cure mediche vitali e i loro accompagnatori), nonché importanti uomini d’affari.</p>



<p><a></a> Anche coloro che cercano cure mediche urgenti al di fuori di Gaza a volte devono affrontare dinieghi o ritardi nelle approvazioni. L’OMS ha riferito&nbsp;che tra il 2008 e il 2021, 839 palestinesi a Gaza sono morti mentre aspettavano una risposta alle loro richieste di permesso.</p>



<p>Secondo il gruppo israeliano per i diritti Gisha, durante i primi otto mesi del 2023, una media di 1.653 palestinesi di Gaza sono usciti via Erez ogni giorno. Un dato che ha segnato un aumento rispetto agli anni precedenti, in gran parte determinato dai permessi di lavoro, ma che rimane inferiore al 7% della media giornaliera di oltre 24.000 persone prima dell’inizio della Seconda Intifada, o rivolta palestinese, nel settembre 2000.</p>



<p>Secondo Gisha, le esportazioni di Gaza durante i primi otto mesi del 2023, principalmente prodotti destinati alla Cisgiordania e a Israele, sono state in media di 607 camion al mese, meno della media mensile di 1.064 camion prima dell’inasprimento della chiusura del giugno 2007. Le autorità hanno severamente limitato l’ingresso di materiali da costruzione e altri articoli considerati “a duplice uso”, ossia che potrebbero essere utilizzati anche per scopi militari. L’elenco di tali articoli comprende apparecchiature a raggi X e di comunicazione, pezzi di ricambio e batterie per dispositivi di assistenza per persone con disabilità, e altri articoli civili vitali.&nbsp;</p>



<p>Dal 7 ottobre e fino al momento in cui scriviamo, le autorità israeliane hanno sigillato i valichi&nbsp;di Gaza, impedendo l’ingresso di persone e merci, compresi i residenti che necessitano di cure mediche urgenti. Le autorità israeliane hanno fatto regolarmente ricorso a tali misure, che prendono di mira i civili e costituiscono una&nbsp;punizione collettiva illegale.</p>



<p>La chiusura limita l’accesso ai servizi di base. Secondo l’OCHA, tra gennaio e settembre 2023, le famiglie di Gaza sono rimaste senza elettricità, fornita centralmente, per una media di&nbsp;13 ore al giorno. Le interruzioni croniche e prolungate di energia gravano su molti aspetti della vita quotidiana, tra cui il riscaldamento, il raffreddamento, il trattamento delle acque reflue, l’assistenza sanitaria e gli affari. Le interruzioni hanno imposto particolari difficoltà alle persone con disabilità, che fanno affidamento sulla luce per comunicare utilizzando il linguaggio dei segni o su apparecchiature alimentate dall’elettricità per muoversi, come ascensori o sedie a rotelle elettriche. Secondo l’Autorità Palestinese per l’Acqua e&nbsp;l’OCHA, oltre il 96% delle acque sotterranee di Gaza, l’unica fonte d’acqua naturale rimasta, è “non adatta al consumo umano”. Ciò lascia la maggior parte dei residenti della Striscia a fare affidamento sulla desalinizzazione e sull’acqua che arriva attraverso Israele, che è stata interrotta durante le ostilità. Prima del 7 ottobre,&nbsp;secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), circa l’80% dei residenti di Gaza faceva affidamento sugli aiuti umanitari.</p>



<p>L’Egitto inoltre limita la circolazione di persone e merci attraverso il valico di Rafah, a volte sigillandolo completamente. Secondo Gisha, nei primi otto mesi del 2023 una media di 27.975 palestinesi l’ha attraversato mensilmente in entrambe le direzioni, un dato inferiore alla media di oltre 40.000 prima del colpo di Stato militare del 2013 in Egitto. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Abusi di Hamas e dei gruppi armati palestinesi</h4>



<p>Il 7 ottobre Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno deliberatamente ucciso civili e commesso una serie di altri abusi, tra cui prendere in ostaggio civili e lanciare migliaia di razzi indiscriminati contro le comunità israeliane; tutti crimini di guerra. Durante l’offensiva del 7 ottobre, i combattenti guidati da Hamas hanno invaso le case e attaccato il festival musicale all’aperto “Supernova Sukkot Gathering”, uccidendo almeno 260 persone, secondo i servizi di soccorso israeliani. Gruppi armati hanno minacciato di giustiziare gli ostaggi. Ne hanno rilasciato alcuni alla fine di novembre, in cambio della liberazione da parte di Israele di prigionieri palestinesi, come parte di un accordo di cessate il fuoco a breve termine.</p>



<p><a></a> Human Rights Watch ha indagato su un’esplosione del 17 ottobre presso l’ospedale al-Ahli di Gaza City, che ha causato decine di vittime, e ha scoperto che era il risultato di un apparente ordigno con propulsione a razzo, come quelli comunemente usati dai gruppi armati palestinesi.</p>



<p>A giugno 2022 e a gennaio 2023 le autorità di Hamas hanno pubblicato filmati che sembravano mostrare Avera Mangistu e Hisham al-Sayed, due civili israeliani con disabilità psicosociali che sarebbero stati tenuti in custodia per più di otto anni, dopo che i due uomini erano entrati a Gaza. La loro detenzione in isolamento è illegale.</p>



<p>Secondo due organizzazioni con sede a Gaza, il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) e al-Mezan, da giugno 2007 – quando le autorità di Hamas hanno preso il controllo della Striscia – i tribunali di Gaza hanno condannato a morte 203 persone, tra cui 14 tra gennaio e settembre 2023. Dalla stessa data, le autorità di Hamas hanno eseguito 33 esecuzioni per reati comuni e “collaborazione” con Israele; nessuna si è verificata durante i primi nove mesi del 2023.</p>



<p>Secondo PCHR e al-Mezan, le autorità di Hamas hanno disperso con la forza le persone durante le manifestazioni estive “Vogliamo vivere”, contro le difficili condizioni di vita, malmenando e arrestando alcuni manifestanti e giornalisti. Tra gennaio e agosto 2023, l’organismo di vigilanza palestinese, la Commissione Indipendente per i Diritti Umani (ICHR), ha ricevuto 56 denunce di arresti arbitrari e 81 denunce di tortura e maltrattamenti contro le autorità di Hamas.</p>



<p>Le autorità di Hamas hanno impedito ad alcune donne di viaggiare in base alle norme emanate nel febbraio 2021, che consentono ai tutori maschi di rivolgersi ai tribunali per impedire alle donne non sposate di lasciare Gaza quando tale viaggio possa causare “danno assoluto”: un’ampia definizione che consente agli uomini di limitare i viaggi delle donne ogni volta che lo vogliano. A gennaio, le autorità di Hamas hanno rintracciato e restituito al padre, con la forza, due donne, Wisam e Fatma al-Tawil; padre da cui erano precedentemente fuggite, dopo aver denunciato gravi violenze domestiche, comprese minacce di morte.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-48526a96b90d2a90cab1cc75bac1f303">Cisgiordania</h4>



<p>La repressione israeliana dei palestinesi in Cisgiordania si è intensificata nel 2023, soprattutto dopo il 7 ottobre.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Uso della forza da parte di Israele</h4>



<p>Le forze israeliane hanno effettuato diversi raid su larga scala nel 2023, prendendo di mira in particolare la città di Nablus e il campo profughi di Jenin. Quest’ultimo, secondo l’OCHA, il 3 e 4 luglio è stato teatro della più grande e sanguinosa operazione avvenuta in Cisgiordania dal 2005, che ha provocato l’uccisione di 12 palestinesi, tra cui 4 bambini, lo sfollamento temporaneo di 3.500 persone e il danneggiamento di 460 unità abitative.</p>



<p>Tra gli oltre 460 morti nel 2023 – il numero più alto registrato in 18 anni – figurano palestinesi che hanno attaccato israeliani, o lanciato bombe molotov o pietre contro le forze israeliane, i passanti, coloro che aiutavano i feriti e altri non coinvolti nei combattimenti. L’OCHA ha riferito che più della metà delle vittime dal 7 ottobre sono avvenute durante operazioni israeliane che non hanno comportato scontri armati.</p>



<p>Secondo l’OCHA, i coloni israeliani hanno ucciso 15 palestinesi il 7 dicembre. Il gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din ha scoperto che tra il 7 ottobre e il 28 novembre i coloni hanno attaccato 93 comunità palestinesi.</p>



<p>Raramente le autorità israeliane hanno ritenuto responsabili le forze di sicurezza che hanno usato una forza eccessiva, o i coloni che hanno attaccato i palestinesi. Secondo Yesh Din, meno dell’1% delle denunce di abusi da parte delle forze israeliane presentate da palestinesi in Cisgiordania tra il 2017 e il 2021, e il 7% delle denunce di violenza da parte dei coloni tra il 2005 e il 2022, hanno portato a un atto d’accusa. Anche durante la furia dei coloni di Huwara, le autorità israeliane hanno rilasciato in pochi giorni la maggior parte dei 17 uomini arrestati perché sospettati di coinvolgimento. A luglio, il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha assolto l’ufficiale che nel 2020 uccise Eyad al-Hallaq, un palestinese disarmato di 32 anni affetto da autismo che non aveva minacciato nessuno; la Corte ha definito un “errore onesto” la sparatoria fatale.</p>



<p>La violenza e le intimidazioni incontrollate dei coloni, continuano. Secondo l’OCHA, 1.105 palestinesi – tra cui quattro intere comunità – sfollati dall’inizio del 2022, citano la violenza dei coloni e l’impedimento dell’accesso ai pascoli da parte dei coloni come motivo principale per cui sono stati costretti a lasciare le proprie case. Tra il 7 ottobre e il 13 dicembre sono state&nbsp; sfollate 1.257 persone.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Attacchi palestinesi</h4>



<p>Al 30 novembre, secondo l’OCHA, i palestinesi hanno ucciso 24 civili israeliani durante attacchi mortali in Cisgiordania, il numero più alto da oltre 15 anni. Il dato ha incluso un incidente a gennaio nel quale un palestinese ha ucciso sette civili, tra cui un bambino, nell’insediamento israeliano di Neve Yaakov, nella Gerusalemme Est occupata. Hamas ha elogiato molti degli attacchi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Detenzione, tortura e maltrattamenti israeliani dei palestinesi</h4>



<p>Le autorità israeliane applicano la legge civile israeliana ai coloni, ma governano i palestinesi della Cisgiordania secondo una dura legge militare. Così facendo negano loro un giusto dibattimento e li processano in tribunali militari, registrando un&nbsp;tasso di condanna quasi del 100%.</p>



<p><a></a> &nbsp;Secondo i dati dei servizi carcerari israeliani, al 1° dicembre Israele deteneva in custodia 7.677 palestinesi per reati di “sicurezza”. Ciò include 200 bambini, al 6 novembre, secondo il gruppo per i diritti dei prigionieri palestinesi Addameer. Israele incarcera all’interno di Israele molti palestinesi dei Territori Palestinesi Occupati (OPT), complicando le visite dei familiari e violando il divieto del diritto umanitario internazionale contro il loro trasferimento fuori dai territori occupati.</p>



<p>A maggio, Khader Adnan, 45 anni, è morto nella sua cella durante l’86esimo giorno di sciopero della fame contro le pratiche di detenzione israeliane. Adnan ha trascorso circa otto anni in carcere, gran parte dei quali in detenzione amministrativa, e nei mesi precedenti aveva lanciato scioperi della fame per sfidare la repressione israeliana.</p>



<p>Secondo il gruppo per i diritti israeliani Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, più di 1.400 denunce di tortura, tra cui dolorose catene, privazione del sonno ed esposizione a temperature estreme, commesse in Israele e nei territori occupati dalla Shabak (l’Agenzia per la sicurezza israeliana), sono state depositate presso il Ministero della Giustizia israeliano dal 2001, dando luogo a tre indagini penali e a nessuna accusa. L’organizzazione Military Court Watch ha riferito che in 26 casi di detenzione di bambini palestinesi documentati nel 2023, il 69% ha affermato di aver subito abusi fisici da parte delle forze israeliane e il 73% è stato perquisito.</p>



<p>Gruppi per i diritti dei palestinesi hanno anche segnalato un deterioramento delle condizioni dei prigionieri palestinesi, tra cui isolamento, raid violenti, trasferimenti carcerari di ritorsione, minore accesso all’acqua corrente e al pane e minori visite familiari. Le condizioni sono peggiorate dopo il 7 ottobre.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Insediamenti e demolizioni di case</h4>



<p>Le autorità israeliane forniscono sicurezza, infrastrutture e servizi a oltre 710.000 coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.</p>



<p>Secondo l’OCHA, a partire dall’11 dicembre 2023 le autorità israeliane hanno demolito 1.004 case palestinesi e altre strutture in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, provocando lo sfollamento di 1.870 persone, numero che supera quello del 2022. La maggior parte degli edifici sono stati demoliti per mancanza di permessi di costruzione, che le autorità rendono quasi impossibile ottenere in queste aree, per i palestinesi.</p>



<p>La difficoltà nell’avere i permessi di costruzione a Gerusalemme Est e nel 60% della Cisgiordania sotto il controllo esclusivo di Israele (Area C), ha spinto i palestinesi a costruire strutture che sono a costante rischio di demolizione o confisca perché non autorizzate, comprese dozzine di scuole. In aree come le colline a sud di Hebron, intere comunità palestinesi si trovano ad alto rischio di sfollamento. Il diritto internazionale vieta a una potenza occupante di distruggere proprietà, a meno che non sia “assolutamente necessario” per “operazioni militari”.</p>



<p>Le autorità hanno anche sigillato le case delle famiglie dei palestinesi sospettati di aver attaccato gli israeliani, atti illegali di punizione collettiva.</p>



<p>Dopo una battaglia legale durata decenni e dopo che la Corte Suprema israeliana, a marzo, ha negato l’appello finale, a luglio la polizia israeliana ha sgomberato con la forza due palestinesi anziani, Nora Ghaith (68 anni) e Mustafa Sub-Laban (72 anni), dalla loro vecchia casa di famiglia nella Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata, per far posto ai coloni israeliani. L’ha fatto in base a una legge discriminatoria che consente alle organizzazioni di coloni di rivendicare le terre che, secondo loro, gli ebrei possedevano a Gerusalemme Est prima del 1948: una strategia utilizzata particolarmente a Sheikh Jarrah e Silwan. Nel frattempo, ai palestinesi è impedito dalla legge israeliana di reclamare le proprietà che possedevano in quello che divenne Israele, e da cui fuggirono o furono espulsi nel 1948.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Libertà di movimento</h4>



<p>Le autorità israeliane hanno continuato a richiedere ai titolari di documenti d’identità palestinesi, con rare eccezioni, di essere in possesso di permessi limitati nel tempo, difficili da ottenere, per entrare in Israele e in gran parte della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. B’Tselem lo descrive come “un sistema burocratico arbitrario e del tutto non trasparente” nel quale “molte domande vengono respinte senza spiegazione, senza alcuna reale possibilità di appello”. Dall’inizio di quest’anno, secondo l’OCHA, le autorità israeliane hanno mantenuto 645 posti di blocco e altri ostacoli permanenti all’interno della Cisgiordania, oltre a checkpoint ‘volanti’ ad hoc. Le forze israeliane regolarmente mandano indietro, senza spiegazioni, o ritardano e umiliano i palestinesi ai posti di blocco, consentendo al tempo stesso un movimento in gran parte libero ai coloni israeliani.</p>



<p>Israele ha continuato la costruzione della barriera di separazione iniziata più di vent’anni fa, apparentemente per ragioni di sicurezza, ma secondo l’OCHA l’85% di essa si trova all’interno della Cisgiordania piuttosto che lungo la linea verde che separa il territorio israeliano da quello palestinese. La barriera taglia fuori migliaia di palestinesi dalle loro terre agricole, ne isola 11.000 che vivono sul lato occidentale del muro ma non sono autorizzati a recarsi in Israele, limitando fortemente la loro capacità di attraversare la barriera per accedere alle proprie proprietà e ai servizi di base. Una volta completato, il 9% della Cisgiordania sarà isolato oltre la barriera di separazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Abusi da parte dell’Autorità Palestinese</h4>



<p>A settembre lo Stato di Palestina ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale la Convenzione contro la tortura e il suo Protocollo facoltativo, rendendola di fatto legge palestinese. Sempre a settembre, la sottocommissione delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura ha visitato i luoghi di detenzione in Cisgiordania. Tuttavia, l’Autorità Palestinese ha continuato la sua pratica sistematica di detenzione arbitraria di oppositori e critici, compresi studenti. Avvocati per la Giustizia, un gruppo che rappresenta i palestinesi prigionieri dell’Autorità Palestinese, ha documentato che 726 palestinesi sono stati detenuti arbitrariamente tra gennaio e il 17 agosto, generalmente per periodi di giorni o poche settimane. Tra gennaio e agosto 2023, l’organismo di vigilanza palestinese ICHR ha ricevuto 162 denunce di arresti arbitrari, 86 denunce di tortura e maltrattamenti e 13 denunce di detenzione senza processo o accusa in seguito agli ordini di un governatore regionale contro l’Autorità Palestinese.</p>



<p>Ad agosto, l’Autorità Palestinese ha registrato Avvocati per la Giustizia dopo averne bloccata la registrazione per mesi.</p>



<p>Le leggi sullo status personale, sia dei musulmani che dei cristiani, discriminano le donne, anche in relazione al matrimonio, al divorzio, alla custodia dei figli e all’eredità. La Palestina non ha una legge completa sulla violenza domestica. L’Autorità Palestinese sta valutando da tempo un progetto di legge sulla protezione della famiglia, ma i gruppi per i diritti delle donne hanno espresso preoccupazione sul fatto che non sia sufficiente per prevenire gli abusi e proteggere le sopravvissute.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-138db2a814f3a58c615a6ff5e7063a18">Israele</h4>



<p>Per gran parte dell’anno, gli israeliani sono scesi in piazza in proteste settimanali senza precedenti in tutto il Paese per opporsi al piano del governo di indebolire l’indipendenza della magistratura. A luglio, il governo ha attuato parte del suo piano quando la Knesset ha approvato una legge che vieta alla Corte Suprema di valutare la “ragionevolezza” delle decisioni governative. La Corte Suprema sta rivedendo la legge in risposta alle petizioni che la contestano.</p>



<p>La Knesset ha rinnovato a marzo un ordine temporaneo che vieta, con poche eccezioni, la concessione di uno status legale a lungo termine, all’interno di Israele, ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che sposano cittadini o residenti israeliani. Tale restrizione, in vigore dal 2003, non esiste per gli individui di praticamente qualsiasi altra nazionalità che sposano cittadini o residenti israeliani.</p>



<p>A febbraio la Knesset ha approvato una legge, ora in vigore, che autorizza la revoca della cittadinanza o della residenza permanente, e la conseguente deportazione in Cisgiordania, dei palestinesi che commettono un “atto terroristico”, e che ricevono un risarcimento dall’Autorità Palestinese per tale atto.</p>



<p>A settembre, Netanyahu ha chiesto la deportazione dei richiedenti asilo africani coinvolti in violenti scontri a Tel Aviv. Le autorità israeliane hanno continuato a negare sistematicamente le loro richieste di asilo – secondo quanto stimato dalla Hotline per i rifugiati e i migranti, sono 34.500 e in gran parte eritrei, etiopi e sudanesi – mentre consente l’ingresso di decine di migliaia di rifugiati ucraini. Nel corso degli anni, il governo ha imposto restrizioni alla circolazione dei richiedenti asilo africani, ai permessi di lavoro e all’accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione, per fare loro pressione affinché se ne vadano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Principali attori internazionali</h4>



<p>Molti Stati hanno condannato gli attacchi del 7 ottobre guidati da Hamas. Molti meno, però, hanno condannato i gravi abusi delle autorità israeliane. Gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno fornito armi o sostegno militare a Israele, mentre altri Stati hanno fornito aiuti militari a gruppi armati palestinesi; di fronte ai gravi abusi in corso, ciò rischia di renderli complici di crimini di guerra.</p>



<p>Il presidente Joe Biden e altri funzionari statunitensi si sono recati in Israele diverse volte, per sollecitare la protezione dei civili e per esercitare pressioni sui funzionari israeliani affinché consentissero aiuti a Gaza; tuttavia, al momento della stesura di questo articolo, gli Stati Uniti non hanno condizionato il proprio sostegno militare a Israele al rispetto di tali richieste. Dopo il 7 ottobre, l’amministrazione Biden ha chiesto 14,3 miliardi di dollari per ulteriori armi a Israele, oltre ai 3,8 miliardi di aiuti militari statunitensi che Israele riceve ogni anno. Gli Stati Uniti hanno inoltre fornito, o annunciato di voler fornire, bombe di piccolo diametro, kit di guida JDAM (Joint Direct Attack Munition), proiettili di artiglieria da 155 mm e 1 milione di munizioni; tuttavia, hanno bloccato le spedizioni di armi leggere per paura che potessero essere trasferite ai coloni.</p>



<p>A settembre, gli Stati Uniti hanno ammesso Israele nel loro programma di esenzione dal visto, consentendo ai cittadini israeliani l’ingresso senza visto, nonostante Israele non abbia eliminato completamente la discriminazione contro i cittadini statunitensi di origine palestinese, araba o musulmana, quando viaggiano in Israele e nei territori occupati.</p>



<p>A dicembre, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno emesso divieti di viaggio contro i coloni violenti in Cisgiordania.</p>



<p>A metà ottobre, gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione che chiedeva una pausa umanitaria a Gaza, ma si sono astenuti su una risoluzione simile a novembre. Come la risoluzione su cui gli Stati Uniti hanno posto il veto, quella adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiedeva a Israele, e ai gruppi armati palestinesi, di proteggere i civili e rispettare il diritto umanitario internazionale. Si è trattato della prima risoluzione adottata dal Consiglio su Israele e Palestina dal 2016. Ma ancora una volta, a dicembre, gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva un cessate il fuoco tra le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi. L’Assemblea Generale ha approvato due risoluzioni per chiedere il cessate il fuoco, una in ottobre e l’altra in dicembre.</p>



<p>Le divisioni tra gli Stati membri dell’Unione europea hanno impedito al blocco di raggiungere l’unanimità necessaria per adottare posizioni forti e misure concrete in risposta agli abusi israeliani. Ciò è stato particolarmente evidente dopo il 7 ottobre, anche attraverso i voti divergenti degli Stati membri dell’Ue alle Nazioni Unite. Pur condannando Hamas, i Paesi europei non sono riusciti ad accordarsi all’unanimità nel denunciare i crimini di guerra di Israele. L’alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, ha proposto un pacchetto di sanzioni mirate per gli abusi dei coloni in Cisgiordania, ma le prospettive per la sua adozione sono rimaste scarse, alla luce del requisito dell’unanimità.</p>



<p>A giugno l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha aggiornato il database delle imprese che operano negli insediamenti. A luglio, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per garantire i finanziamenti per il continuo aggiornamento del database.</p>



<p>Le indagini sulla Palestina della Procura della Corte Penale Internazionale (CPI) sono ancora in corso. Il pubblico ministero ha parlato dal valico di Rafah e ha visitato Israele e Palestina nel mezzo delle ostilità. Ha segnalato alle parti il ​​mandato in corso della CPI e ha chiarito che qualsiasi crimine grave commesso nelle attuali ostilità rientra nel mandato della Corte.</p>



<p>A luglio, 54 Stati e tre organizzazioni intergovernative hanno presentato osservazioni alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) sul parere consultivo sullo status giuridico dell’occupazione prolungata da parte di Israele, e sulle conseguenze legali dei suoi abusi contro i palestinesi, richiesto nel dicembre 2022 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le udienze pubbliche si apriranno presso l’ICJ il 19 febbraio 2024.</p>



<p>A dicembre, il Sudafrica&nbsp;ha presentato un caso alla Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo che Israele, nel contesto delle sue operazioni militari a Gaza, ha violato i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sul Genocidio del 1948. Ha chiesto alla Corte di adottare urgentemente misure provvisorie per proteggere il popolo palestinese e garantire il rispetto della Convenzione da parte di Israele. Le udienze pubbliche sono state fissate per l’11 e il 12 gennaio 2024 (per gli aggiornamenti sul caso vedi il sito della Corte Internazionale di Giustizia, <a href="https://www.icj-cij.org/case/192">https://www.icj-cij.org/case/192</a>, <em>n.d.r</em>).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Human Rights Watch, <em>World Report 2024</em>, 11 gennaio 2024. Pubblicato sotto diritti Creative Commons, traduzione a cura di Paginauno, qui il Report in inglese con link alle fonti <a href="https://www.hrw.org/world-report/2024/country-chapters/israel-and-palestine" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.hrw.org/world-report/2024/country-chapters/israel-and-palestine</a></p>
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		<title>Antropologia. Dalle società matrilineari al patriarcato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/antropologia-dalle-societa-matrilineari-al-patriarcato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo sguardo millenario dell’antropologia. Dalle società matrilineari a quelle patrilineari al patriarcato: dove eravamo per capire dove siamo e come ci siamo arrivati]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Jacques Dupuis</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lo sguardo millenario dell’antropologia. Dalle società matrilineari a quelle patrilineari al patriarcato: dove eravamo per capire dove siamo e come ci siamo arrivati</p>
</blockquote>



<p><em>L&#8217;antropologia, l’etnologia, la storia, lo studio dei miti e delle religioni sono tra i saperi che ci consentono di capire il presente andando a ritroso nel passato – movimento indispensabile per qualunque processo di comprensione. Se è vero che l’attuale società italiana non può essere definita patriarcale – nel significato complessivo, preciso e storico del termine – è altrettanto vero che il patriarcato non è alle nostre spalle; non è alle spalle di alcuna società del XXI secolo.</em></p>



<p><em>Da un lato, non può che essere così: Jacques Dupuis – storico, geografo, etnologo e antropologo – nel suo testo </em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-della-paternita-Jacques-Dupuis.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Storia della paternità<em> (Edizioni Paginauno)</em></a><em> di cui pubblichiamo qui un estratto, ci insegna come i cambiamenti sociali collegati alle credenze in noi radicate – la doxa, direbbe Bourdieu – abbiano ritmi più che secolari: il ruolo maschile nella procreazione fu scoperto intorno al V millennio a.C., eppure le società patrilineari si affermano, sostituendo l’organizzazione matrilineare precedente, solo a partire dal IV e III millennio a.C.; la patriarcalizzazione delle società avviene ancora successivamente, verso il II millennio a.C. Certo le società contemporanee mutano molto più rapidamente di quelle del Neolitico e dell’antichità, ma non così velocemente come si vuole pensare quando si tratta delle strutture identitarie che riverberano nell’organizzazione sociale. Il patriarcato è un sistema millenario, non possiamo certo credere di liberarcene in qualche decina d’anni.</em></p>



<p><em>Dall’altro lato, solo se si comprendere quanto la società odierna, anche se ha mosso i primi timidi passi in una diversa direzione, sia ontologicamente patriarcale, possiamo parlare di patriarcato con onestà intellettuale; perché non si tratta unicamente di una forma mentis penetrata in tutti noi, uomini e donne, ma dell’organizzazione sociale nella sua interezza. “Prima della nascita del concetto di paternità,” scrive Dupuis, “l’Uomo conosceva solamente delle strutture protofamiliari incentrate sulla figura della madre, una vita religiosa ispirata al tema della fecondità della donna e una vita sessuale caratterizzata dal libero appagamento del desiderio; in seguito alla presa di coscienza della paternità, si viene a formare gradualmente la struttura che noi chiamiamo famiglia</em> <em>[e la coppia monogamica], nuovi dei spodestano le teogonie primitive e anche la vita sessuale viene riorganizzata in base a un determinato ordine”. L’intera società si rivoluziona, in Occidente così come in Oriente. Ed è ancora lì che oggi viviamo.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Le società matrilineari</h4>



<p>Risulta evidente che fintanto si ignorò l’esistenza della paternità (scoperta a partire dal V millennio a.C.), fu impossibile organizzare la società in nome del padre. La funzione procreatrice era riconosciuta solamente alla donna e per questo la prima organizzazione sociale fu matrilineare. […]</p>



<p>L’avvento del Neolitico è legato alla nascita dell’agricoltura che ha aperto una nuova era nell’organizzazione delle società. Nel Vecchio Mondo le prime tracce di un’economia agricola appaiono a partire dal VII millennio in Cina, in Egitto, nel Paese dei Sumeri; anche molto prima, nel IX e VIII millennio, in alcune regioni della mezzaluna fertile (Palestina, Mesopotamia). Nel Nuovo Mondo la messa a coltura delle piante avviene in epoca più tarda: comparve infatti in Messico verso la metà del III millennio. […]</p>



<p>Quando le società più avanzate cominciarono a diventare sedentarie, i primi insediamenti umani riunivano delle comunità biologiche, gruppi consanguinei collegati esclusivamente attraverso le madri […]. Questi gruppi biologici, come è stato ben evidenziato da uno dei più acuti storici della famiglia, A. Giraud-Teulon, erano compatti “per abitudine, per necessità, per un istintivo sentimento di fratellanza”. […]</p>



<p>In queste comunità, soggette per necessità alla remota endogamia, i rapporti sessuali erano liberi da ogni divieto: gli storici della famiglia hanno definito questa fase come “promiscuità”. A tale riguardo non abbiamo testimonianze proprie dell’epoca in quanto non esisteva la scrittura; le si ritroveranno più tardi, attestate nell’eredità mitologica […].</p>



<p>La crescente densità demografica sulla terra e i più frequenti rapporti tra i gruppi umani favorirono la rottura degli isolati demografici. È in questo contesto che ebbero inizio le migrazioni tra i clan, che rendevano possibili rapporti sessuali tra individui non consanguinei. […] È probabile che queste migrazioni primitive dessero origine a degli accoppiamenti collettivi. […]</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 85</a></p>



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		<item>
		<title>Le ragazze stanno bene?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/le-ragazze-stanno-bene/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[L’indagine di Save the Children e IPSOS tra gli adolescenti: il 29% ritiene che il modo di vestire e/o comportarsi di una ragazza possa contribuire a provocare la violenza sessuale e il 43% afferma che se una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale il modo di sottrarsi lo trova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Save the Children e IPSOS</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’indagine di Save the Children e IPSOS tra gli adolescenti: il 29% ritiene che il modo di vestire e/o comportarsi di una ragazza possa contribuire a provocare la violenza sessuale e il 43% afferma che se una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale il modo di sottrarsi lo trova</p>
</blockquote>



<p><em>Il</em> <em>13 febbraio Save the Children e IPSOS hanno pubblicato il risultato di un sondaggio condotto a dicembre scorso tra 800 adolescenti fra i 14 e i 18 anni, avente per oggetto le relazioni sentimentali e i comportamenti violenti e di controllo; ne risulta la fotografia di una realtà che ha ancora molti passi da fare per uscire dal patriarcato, ancor più considerando la giovane età degli intervistati. Si aggiunge l’impressione che smartphone, nuove tecnologie e social siano diventati strumenti di una nuova modalità di oppressione e controllo. Pubblichiamo un estratto del comunicato stampa, qui è possibile leggere il Report completo <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-ragazze-stanno-bene" data-type="link" data-id="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-ragazze-stanno-bene" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Le ragazze stanno bene? Indagine sulla violenza di genere onlife in adolescenza”</a> e l’<a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/violenza-onlife-indagine-ipsos-e-save-the-children" data-type="link" data-id="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/violenza-onlife-indagine-ipsos-e-save-the-children" target="_blank" rel="noreferrer noopener">indagine integrale</a>.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Come vengono vissute le relazioni sentimentali nell’adolescenza? Quanto sono considerati normali e accettati comportamenti violenti e di controllo e quanto pesano gli stereotipi di genere, anche negli ambienti digitali? Come interpretano le ragazze e i ragazzi il consenso al rapporto sessuale?</p>



<p>Il 30% degli adolescenti sostiene che la gelosia è un segno di amore e per il 21% condividere la password dei social e dei dispositivi con il partner è una prova d’amore.&nbsp;Il 17% delle ragazze e dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni pensa possa succedere che in una relazione intima scappi uno schiaffo ogni tanto. E in effetti, quando si passa dalle opinioni alle esperienze, quasi uno/a su cinque (19%) di chi ha o ha avuto una relazione intima dichiara di essere stato spaventato dal/lla partner con atteggiamenti violenti, quali schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti. In una dimensione delle relazioni sempre più onlife, al 26% degli adolescenti che hanno o hanno avuto una relazione è capitato che il/la partner creasse un profilo social falso per controllarlo/a. L’11% di tutti gli intervistati ha dichiarato che le proprie foto intime sono state condivise da altre persone senza il proprio consenso.</p>



<p>Sono queste solo alcune delle evidenze emerse dal sondaggio inedito (1) sulla violenza onlife nelle relazioni intime tra adolescenti in Italia, realizzato da Save the Children in collaborazione con IPSOS e pubblicato nel rapporto “Le ragazze stanno bene? Indagine sulla violenza di genere onlife in adolescenza” [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">La violenza sessuale e la colpevolizzazione delle vittime</h4>



<p>Il 43% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che se davvero una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale con qualcuno/a, il modo di sottrarsi lo trova. La percentuale di chi lo dichiara è più alta tra i ragazzi (46%), ma è elevata anche tra le ragazze.</p>



<p>Sulla stessa linea le opinioni rispetto ad altre forme di attribuzione di responsabilità della vittima nella violenza sessuale: ben il 29% degli adolescenti è molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire e/o di comportarsi, mentre il 24% pensa che se una ragazza non dice chiaramente “no” vuol dire che è disponibile al rapporto sessuale (26% tra i ragazzi e 21% tra le ragazze). Infine, il 21% (senza alcuna differenza percentuale tra ragazze e ragazzi) è molto o abbastanza d’accordo con il fatto che una ragazza, seppur sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o di alcol, sia comunque in grado di acconsentire o meno ad avere un rapporto sessuale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il consenso tra percezione e comportamento</h4>



<p>Quanto al consenso a un rapporto sessuale, il 90% ritiene necessario chiederlo sempre anche all’interno di una relazione di coppia stabile, ma per molti questa convinzione teorica non si traduce facilmente in un comportamento, visto che poi il 36% ritiene di poter dare sempre per scontato il consenso della persona con cui si ha una relazione e il 48% ritiene che in una relazione intima sia difficile dire di no a un rapporto sessuale se richiesto dal/la partner.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I comportamenti lesivi e violenti e le dinamiche di controllo</h4>



<p>Passando dalle opinioni all’esperienza diretta, agli e alle adolescenti che hanno o hanno avuto una relazione (il 63% del campione totale) sono state poste domande più specifiche in relazione a forme di controllo o atti violenti messi in atto o subiti nella coppia. Il 65% di queste ragazze e ragazzi dichiara di aver subìto dal partner almeno un comportamento di controllo, come la richiesta di non accettare contatti da qualcuno/a sui social (42%); di non uscire più con delle persone (40%); di poter controllare i propri profili sui social (39%); di non vestirsi in un determinato modo (32%); fino al sentirsi dire, in un momento di difficoltà, che il partner avrebbe commesso un gesto estremo facendosi del male (25%).</p>



<p>Una percentuale quasi analoga di adolescenti (il 63% di chi ha o ha avuto una relazione) dichiara di aver praticato almeno uno di questi comportamenti di controllo nei confronti di altri.&nbsp;</p>



<p>Il 52% degli adolescenti in coppia dichiara poi di aver subìto, almeno una volta, comportamenti violenti, quali essere chiamato con insistenza al telefono per sapere dove ci si trovava (34%); essere oggetto di un linguaggio violento, con grida e insulti (29%); essere ricattati per ottenere qualcosa che non si voleva fare (23%); ricevere con insistenza la richiesta di foto intime (20%), essere spaventato da atteggiamenti violenti (schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti, 19%); condividere foto intime con altri senza consenso (15%). In questo caso, è il 47% a dichiarare di avere, almeno una volta, agito questi comportamenti nei confronti del/lla partner. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le relazioni intime nella dimensione ‘onlife’</h4>



<p>Nella vita relazionale degli adolescenti la dimensione online e quella offline sono ormai intrecciate in modo indissolubile. Il 73% dichiara di aver stretto amicizia online con persone prima sconosciute, il 64% di aver usato i social media per conoscere o avvicinarsi a una persona che piace.</p>



<p>L’ambiente digitale è parte integrante anche delle relazioni intime. Il 28% dei ragazzi e delle ragazze ha scambiato video e/o foto intime con il/la partner o con persone verso le quali aveva un interesse (la percentuale sale al 40% tra chi ha avuto o è in una relazione). Uno su tre degli adolescenti (33%) riporta di aver ricevuto foto/video a sfondo sessuale da amici/che o conoscenti, la percentuale sale al 37% se si considera solo la fascia tra i 16 e i 18 anni. Preoccupante il fatto che un adolescente su 10 dichiara di aver condiviso, almeno una volta, foto/video intimi della persona con cui aveva una relazione senza il suo consenso esplicito e che l’11% abbia subìto una condivisione di proprie foto intime senza aver dato il consenso.</p>



<p>Ritornando alle opinioni, in effetti più della metà degli intervistati (54%) pensa che chi invia foto intime accetta sempre i rischi che corre, compreso quello che le foto possano essere condivise con altri. Il 34% pensa poi che se qualcuno/a ti invia le sue foto intime che non sono state richieste, è un segno che le/gli piaci. Il 27% degli adolescenti pensa infine che non ci sia nulla di male nel richiedere foto intime al/la partner anche più volte al giorno.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lavoro: morti, infortuni e malattie professionali. Uno sguardo globale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lavoro-morti-infortuni-e-malattie-professionali-uno-sguardo-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale]]></description>
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<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel Report dell’ILO i numeri di una strage: 2,93 milioni di lavoratori morti e 395 milioni di lavoratori infortunati nel solo 2019. I decessi rappresentano il 6,71% di tutte le morti avvenute nell’anno a livello mondiale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo le ultime stime elaborate dall’ILO e relative all’anno 2019, oltre 395 milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno subito un infortunio non mortale sul lavoro. Inoltre, circa 2,93 milioni di lavoratori sono morti a causa di fattori legati al lavoro, un incremento di oltre il 12% rispetto al 2000.</p>



<p>Il considerevole aumento del numero assoluto di decessi legati al lavoro è influenzato da diversi fattori, che possono riguardare un aggravamento in termini di esposizioni non protette ai rischi professionali così come ai cambiamenti socio-demografici. Per esempio, la forza lavoro globale è aumentata del 26% tra il 2000 e il 2019, da 2,75 miliardi a 3,46 miliardi. Anche gli strumenti diagnostici sono migliorati in modo significativo negli ultimi due decenni, contribuendo a un aumento del numero di casi rilevati.</p>



<p>I decessi legati al lavoro sono distribuiti in modo diseguale, con il tasso di mortalità maschile (108,3 per 100.000 lavoratori) significativamente più alto di quello femminile (48,4 per 100.000). In termini di distribuzione regionale, l’Asia e il Pacifico detengono la quota più elevata, contribuendo quasi al 63% della mortalità globale correlata al lavoro. Ciò riflette il fatto che la regione possiede la più alta popolazione attiva al mondo.</p>



<p>In termini relativi, i decessi legati al lavoro rappresentano il 6,71% di tutti le morti a livello globale (1). Si stima che la frazione attribuibile dei decessi legati al lavoro sia più alta in Africa (7,39%), seguita da Asia e Pacifico (7,13%) e Oceania (6,52%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="922" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1.jpg" alt="" class="wp-image-9070" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-1-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>La grande maggioranza di questi decessi, ossia 2,6 milioni, sono stati attribuiti a malattie legate al lavoro, mentre gli infortuni hanno provocato 330.000 morti. Le malattie che hanno causato la maggior parte dei decessi sono state quelle circolatorie, le neoplasie maligne e le malattie respiratorie. Insieme, queste tre categorie contribuiscono a quasi i tre quarti della mortalità totale correlata al lavoro.</p>



<p>Esaminando in dettaglio i fattori di rischio professionale più diffusi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’ILO hanno sviluppato una metodologia di stima per produrre le stime congiunte OMS/ ILO relative al carico di malattie e infortuni legati al lavoro. A oggi sono state studiate 42 coppie di fattori di rischio professionale e di esiti sanitari associati (vale a dire una malattia o un infortunio specifico). Queste stime forniscono prove sulla relazione tra l’esposizione professionale a specifici fattori di rischio e i conseguenti esiti negativi sulla salute.</p>



<p>Tra i 20 fattori di rischio professionale considerati (2), quello con il maggior numero di decessi attribuibili nel 2016 è stato l’esposizione a orari di lavoro prolungati (55 o più ore settimanali), che ha ucciso quasi 745.000 persone, seguito dall’esposizione a particolato, gas e fumi con oltre 450.000 decessi e infortuni sul lavoro con oltre 363.000 morti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="418" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2.jpg" alt="" class="wp-image-9071" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-2-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<p>L’OMS e l’ILO hanno inoltre stimato un totale di 90,22 milioni di anni di vita persi a causa di disabilità (DALY) (3), attribuibili alle 42 coppie specifiche di fattori di rischio professionale ed esito sanitario. Gli infortuni sul lavoro sono stati responsabili del maggior numero di DALY persi (26,44 milioni), seguiti dall’esposizione a orari di lavoro prolungati (23,26 milioni) e dai fattori ergonomici (12,27 milioni).</p>



<p>In linea con le stime globali dell’ILO discusse sopra, l’onere di specifici fattori di rischio professionale considerati dalle stime congiunte OMS/ILO mostra un’evoluzione variabile nel tempo. Per esempio, il tasso di tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni attribuibili all’esposizione professionale al cromo è raddoppiato tra il 2000 e il 2016; il mesotelioma attribuibile all’esposizione all’amianto è aumentato del 40%; il tasso di tumore della pelle non melanoma è cresciuto di oltre il 37% tra il 2000 e il 2020. D’altro canto, i decessi dovuti all’esposizione ad agenti asmatici e a particolato, gas e fumi sono diminuiti di oltre il 20%.</p>



<p>L’ILO ha anche collaborato con altre istituzioni per stimare il numero di lavoratori colpiti da cattive condizioni di SSL (Salute e Sicurezza sul Lavoro). Per esempio, l’ILO e l’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità hanno collaborato alla produzione di un rapporto che attira l’attenzione sulla visione sana come parte integrante della sicurezza e della produttività sul lavoro. Secondo il report, oltre 13 milioni di persone in tutto il mondo convivono con problemi alla vista legati al loro lavoro, con circa 3,5 milioni di lesioni agli occhi che si verificano ogni anno sul posto di lavoro. Ciò equivale all’1% di tutti gli infortuni sul lavoro non mortali, e il luogo di lavoro costituisce il terzo fattore di rischio per i problemi alla vista.</p>



<p>Lavorare in settori pericolosi come l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca, l’estrazione mineraria, l’edilizia e l’industria manifatturiera continua a rappresentare il principale rischio per la vita e il benessere dei lavoratori. Ogni anno in questi settori si verificano 200.000 infortuni mortali, che rappresentano il 60% di tutti gli infortuni letali sul lavoro: i settori minerario ed estrattivo, edile e dei servizi pubblici sono i tre più pericolosi a livello globale.</p>



<p>I gravi incidenti industriali rappresentano una minaccia significativa per i lavoratori e per le comunità più ampie. Disastri come l’esplosione di un grande deposito di nitrato di ammonio nel porto di Beirut (Libano) nel 2020 e quella in un centro di gestione dei rifiuti a Leverkusen (Germania) nel 2021 hanno causato morti, feriti, malattie, inquinamento ambientale, interruzioni delle attività commerciali e notevoli danni economici per intere comunità.</p>



<p>Le crisi e le emergenze, che vanno dai disastri naturali ai conflitti, o le emergenze sanitarie pubbliche, continuano a causare profondi disagi su dove, come e se le persone possono lavorare. Durante la pandemia COVID-19, tutti gli attori del mondo del lavoro sono stati esposti al rischio di infezione da nuovo coronavirus, ma anche a rischi inediti correlati all’emergenza e alle pratiche e procedure lavorative di nuova adozione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="419" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3.jpg" alt="" class="wp-image-9072" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/ILO-85-3-300x210.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>I cambiamenti demografici nella popolazione attiva, anche in relazione all’età, al genere o alla migrazione, hanno importanti implicazioni per la SSL e la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. I giovani devono affrontare sfide significative quando si tratta di assicurarsi un lavoro dignitoso e registrano tassi di infortuni più elevati rispetto ai lavoratori più anziani. D’altro canto, quasi il 43% delle malattie professionali mortali colpisce i lavoratori più anziani di età pari o superiore a 70 anni, a causa degli effetti cumulativi delle esposizioni professionali nel corso degli anni lavorativi, insieme al declino delle funzioni biologiche.</p>



<p>Nonostante sia ampiamente riconosciuto che le differenze fisiologiche e psicologiche tra uomini e donne e la distribuzione di genere nei lavori e nelle occupazioni influenzano l’esposizione ai pericoli e ai rischi professionali e il loro impatto, la prospettiva di genere viene spesso trascurata nelle pratiche di SSL, con disuguaglianze nella partecipazione delle donne ai processi decisionali relativi alla SSL stessa.</p>



<p>Al giorno d’oggi, un numero crescente di lavoratori sono coinvolti in forme di occupazione non standard, che spesso si trovano in cattive condizioni di SSL e prive di tutele. Negli ultimi anni i lavoratori delle piattaforme hanno ricevuto un’attenzione crescente. Il lavoro su piattaforma può offrire opportunità significative sia agli individui che alle imprese, facilitando la transizione dal lavoro informale a quello formale e garantendo ai lavoratori un maggiore controllo sull’orario di lavoro e sull’equilibrio tra lavoro e vita privata. Tuttavia, questo tipo di lavoro è stato associato a un’enfasi eccessiva sulla disponibilità quasi continuativa e a una mancanza di tutela in materia di SSL, con accesso nullo o scarso a congedi per malattia retribuiti, consulenza e formazione in materia di SSL, attrezzature di lavoro o servizi adeguati, dispositivi di protezione individuale.</p>



<p>Circa 2 miliardi di persone lavorano nell’economia informale (più del 60% della popolazione globale occupata), senza un reddito stabile o regolare e adeguate tutele legali o sociali. Il loro lavoro spesso esula dall’ambito della legislazione in materia di SSL e dalla competenza degli ispettorati del lavoro, rendendo tali lavoratori praticamente invisibili in termini di regolamentazione e supervisione in materia di SSL. La percentuale di lavoro informale tra i lavoratori domestici è il doppio di quella degli altri settori (81,2 contro 39,7%). Il lavoro domestico è prevalentemente femminile, con una lavoratrice su 12 che lavora come collaboratrice domestica. Sono esposte a un’ampia gamma di rischi, che vanno da quelli chimici e biologici a quelli fisici ed ergonomici. Sono diffusi anche i rischi psicosociali, come orari di lavoro prolungati, isolamento sul posto di lavoro ed esclusione sociale, nonché violenza e molestie.</p>



<p>Le micro, piccole e medie imprese rappresentano il 90% delle aziende a livello mondiale e generano il 50% del prodotto interno lordo globale. La maggior parte di esse opera nell’economia informale. Comunemente precarie, tali imprese spesso si trovano ad affrontare vincoli relativi alle risorse che limitano la conoscenza e l’osservanza delle normative che tutelano i lavoratori in termini di condizioni di lavoro e di SSL.</p>



<p>Il lavoro da casa è da tempo una caratteristica importante del mondo del lavoro, con circa 260 milioni di lavoratori in tutto il mondo nel 2019. Il telelavoro ha registrato un’impennata a partire dal 2020, in risposta alla pandemia di Covid-19, ed è la forma predominante di lavoro da casa nei Paesi ad alto reddito, mentre nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Asia, i lavoratori a domicilio si trovano in fondo alla classifica delle catene di fornitura, associati a settori quali abbigliamento, elettronica e casalinghi. Spesso, l’ambiente di lavoro e le attrezzature non soddisfano adeguati standard ergonomici, ambientali e di SSL, comportando rischi significativi non solo per il lavoratore a domicilio ma anche per gli altri membri della famiglia. I rischi psicosociali, come l’isolamento e i confini labili tra lavoro e tempo personale, sono abbastanza comuni.</p>



<p>Il cambiamento climatico e il degrado ambientale rappresentano una sfida multidimensionale per la SSL. Eventi meteorologici estremi, stress da calore, radiazioni ultraviolette, incendi boschivi, malattie infettive, comprese le malattie trasmesse da vettori/zoonosi, aeroallergeni, inquinamento atmosferico e uso di pesticidi sono esempi di pericoli che possono essere causati o esacerbati dai cambiamenti climatici. Le industrie e le tecnologie verdi stanno nascendo per rispondere a questa emergenza globale. Tuttavia, le tecnologie verdi possono creare o amplificare pericoli e rischi in materia di SSL in tutte le fasi del loro ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime e dalla produzione di dispositivi tecnologici, al loro trasporto, installazione, funzionamento, smantellamento e smaltimento. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, le attività di riciclaggio sono generalmente svolte dai lavoratori dell’economia informale. Si stima che nel mondo lavorino circa 20 milioni di raccoglitori di rifiuti, che generalmente hanno poca o nessuna protezione sociale, economica o legale e spesso includono donne e bambini. Sono continuamente esposti a sostanze, materiali e agenti patogeni pericolosi, nonché a flussi di rifiuti nuovi, complessi e pericolosi, come i rifiuti elettronici.</p>



<p>Gli sviluppi tecnologici sono riusciti a sostituire molti lavori sporchi, pericolosi e umilianti precedentemente svolti dai lavoratori. Le innovazioni nel campo dell’automazione e della robotica possono prevenire rischi quali rumore, vibrazioni o contatto con macchinari in movimento e ridurre l’esposizione a sostanze pericolose. L ‘innovazione nella movimentazione manuale può supportare movimenti e posizioni ergonomici, consentendo allo stesso tempo l’inclusione di una gamma più ampia di lavoratori in determinati impieghi e compiti. D’altro canto, anche l’uso della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale crea sfide, con possibili effetti negativi sulla SSL. Nuovi rischi possono emergere da maggiori interfacce uomo-macchina, per esempio in relazione a collisioni con apparecchiature, guasti meccanici, pericoli elettrici o errori di programmazione dei robot. I rischi ergonomici possono derivare dal maggiore utilizzo di dispositivi mobili e dal lavoro sedentario. Un elevato carico cognitivo, visivo e/o sensoriale, nonché la perdita di autonomia nello svolgimento del lavoro e la ridotta interazione con i colleghi, possono aumentare lo stress e il senso di isolamento, con conseguenze sulla salute mentale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal Rapporto <em>A call for safer and healthier working environments, </em>Geneva, International Labour Organization, 26 novembre 2023. Traduzione a cura di Paginauno. “This translation was not created by the International Labour Organization (ILO) and should not be considered an official ILO translation. The ILO is not responsible for the content or accuracy of this translation. This is an adaptation of an original work by the International Labour Organization (ILO). Responsibility for the views and opinions expressed in the adaptation rests solely with the author or authors of the adaptation and are not endorsed by the ILO.” Per le note, la bibliografia e il rapporto originale completo qui <a href="https://www.ilo.org/ankara/publications/WCMS_903140/lang--en/index.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/ankara/publications/WCMS_903140/lang&#8211;en/index.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) A titolo comparativo, nel 2019 i decessi legati al lavoro sono stati più del doppio di quelli dovuti agli incidenti stradali (1.286.446 morti)</p>



<p class="has-small-font-size">2) I 20 fattori di rischio sono: l’esposizione professionale ad amianto; arsenico; benzene; berillio; cadmio; cromo; scarichi dei motori diesel; formaldeide; nichel; idrocarburi policiclici aromatici; silice; acido solforico; tricloroetilene; agenti asmatici; particolato, gas e fumi; rumore professionale; infortuni sul lavoro; fattori ergonomici; lunghi orari di lavoro; radiazioni ultraviolette solari</p>



<p class="has-small-font-size">3) Un DALY corrisponde alla perdita dell’equivalente di un anno di piena salute: è una misura universale per calcolare gli oneri sanitari</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>IA e privacy. Il diritto di essere lasciati soli</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ia-e-privacy-il-diritto-di-essere-lasciati-soli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[Il diritto calpestato e la visione di Chelsea Manning. I limiti dell’AI Act europeo, le fumose privacy policy, la Black Box, la questione spinosa dei deepfake: crittografia e matematica avanzata ci potranno proteggere?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Beatrice Fossati</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il diritto calpestato e la visione di Chelsea Manning. I limiti dell’AI Act europeo, le fumose privacy policy, la Black Box, la questione spinosa dei deepfake: crittografia e matematica avanzata ci potranno proteggere?</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Le recenti invenzioni e i metodi commerciali richiamano l’attenzione sul passo successivo che deve essere compiuto per la protezione della persona e per garantire all’individuo il diritto di ‘essere lasciato in pace’ […] Numerosi dispositivi meccanici minacciano di realizzare la previsione che ‘ciò che viene sussurrato nell’armadio sarà proclamato dalle cime delle case’”.
Samuel D. Warren, Louis D. Brandeis, 1890	</pre>



<p class="has-drop-cap">Oggi i sistemi di intelligenza artificiale generativa permettono di creare testi, immagini audio e video pescando a strascico informazioni disponibili nel web o immesse dagli utenti. I deepfake consentono di produrre video o immagini molto credibili e altamente manipolatori che mischiano elementi reali (come il volto o la voce di una persona) con altri contenuti presi da internet o creati artificialmente. A rischio ci sono le nostre identità – più che mai digitali – i dati biometrici come la voce o il nostro volto, che in virtù della loro disponibilità online possono essere presi, saccheggiati, campionati e riutilizzati da applicazioni per gli scopi più svariati, come il caso di Clearview AI, azienda con base negli Stati Uniti che dal 2021 è al centro di polemiche e indagini per aver collezionato oltre 40 miliardi di immagini di persone prese da internet senza consenso, con l’obiettivo di creare una banca dati per la polizia (1). Cosa può essere tutelato a questo punto dei nostri dati e della nostra persona?</p>



<p>La società civile è indubbiamente in balia di una tecnologia che galoppa spesso a briglie sciolte e che in virtù dell’assenza di una regolamentazione puntuale, sovverte i diritti delle persone, spesso in nome del profitto. Parlare di privacy oggi comporta entrare in contatto con diversi saperi: il diritto, la politica, l’economia, la cybersecurity, il funzionamento delle macchine. Il tema è spaventosamente vasto e coinvolge diverse competenze. L’obiettivo di questo articolo è fornire una panoramica dello scenario, certamente non esaustiva, e uscire dal groviglio con una risposta chiara alla domanda: il diritto alla privacy è rispettato?</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’origine della privacy</h4>



<p>Prima di affrontare il presente, è interessante tornare all’epoca in cui è nato il concetto di privacy. È accaduto negli Stati Uniti nel 1890, dove si sono poste le basi per il moderno istituto giuridico della privacy con il documento “The right to privacy”, pubblicato sull’Harvard Law Review dagli avvocati Samuel D. Warren e Louis D. Brandeis. È stato proprio il progresso tecnologico – la stampa quotidiana e il fotogiornalismo – a condurre all’azione i due professionisti, in particolare Warren, colpito dal gossip sulle abitudini mondane della moglie. L’evento portò Warren a ragionare insieme a Brandeis sulla necessità di aggiornare ciò che era consentito per legge, per difendere il diritto alla propria privacy, il diritto a “essere lasciati soli”. In seguito, la Corte Suprema riconobbe la validità del documento e fu posto come base del diritto costituzionale americano. “Il principio che protegge gli scritti personali e tutte le altre produzioni personali, non contro il furto e l’appropriazione fisica, ma contro la pubblicazione in qualsiasi forma, non è in realtà il principio della proprietà privata, ma quello di una personalità inviolata” scrivevano alla fine del diciannovesimo secolo. Oggi si parla di proprietà del dato, ma in ultima istanza ci si riferisce ai diritti della persona.</p>



<p>Le innovazioni tecnologiche hanno sempre preceduto la loro regolamentazione. Ora il fenomeno si è ulteriormente trasformato nel <em>Pacing Problem</em>: la legislazione fatica a stare al passo con l’innovazione. Non a caso, negli ultimi anni le modifiche più importanti in termini di protezione dei dati personali sono avvenute in seguito a eventi tecnologici che hanno preso il sopravvento e che hanno causato sconvolgimenti nel panorama politico e sociale: nel 2016 per esempio lo scandalo di Cambridge Analytica ha portato all’introduzione del GDPR e ad altre leggi locali come il California Consumer Privacy Act AB-375, per tutelare i dati personali degli utenti online e far valere il diritto dei cittadini di opporsi al trattamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuove tecnologie, nuovi regolamenti</h4>



<p>La corsa del digitale e dell’intelligenza artificiale ha portato i governi a lavorare rapidamente su nuove leggi. Nel 2022 l’Europa ha messo in campo il Digital Service Act e il Digital Market Act, per contrastare l’oligopolio in ambito tecnologico, la disinformazione e le azioni illegali nel contesto di vendite online. Mentre in chiusura del 2023, molte sono state le azioni da parte di diversi Stati per regolamentare, delineare i confini e gestire le numerose applicazioni dell’intelligenza artificiale. A distanza di poche settimane, sono stati pubblicati accordi importanti sul tema: a ottobre i leader del G7 hanno varato un codice di condotta per l’intelligenza artificiale generativa (2) e negli Stati Uniti è stato pubblicato un Executive Order per garantire “lo sviluppo, l’uso sicuro, protetto e affidabile dell’intelligenza artificiale” (3); a novembre a Londra è stata firmata la Bletchley Declaration da ventotto Stati, in occasione dell’AI Safety Summit; infine a dicembre il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un “accordo provvisorio sulla proposta relativa a regole armonizzate sull’intelligenza artificiale (IA), il cosiddetto regolamento sull’intelligenza artificiale” (4).</p>



<p>L’AI Act sembra essere al momento il documento più completo al mondo e dovrà passare al vaglio del Parlamento per poi diventare esecutivo nell’arco di ventiquattro mesi. Le scadenze sono ben definite, ma con le elezioni in arrivo l’attuale legislatura auspica una finalizzazione nel breve periodo (5), per poter iniziare a mettere in atto i primi divieti a partire da sei mesi dall’approvazione. In questa fase di transizione, con l’AI Pact, i legislatori hanno invitato gli attori a prendere già provvedimenti su base volontaria, per iniziare a valutare i sistemi più critici.</p>



<h4 class="wp-block-heading">AI Act: giubilo tra dubbi e incertezze</h4>



<p>Il documento dell’AI Act è stato stilato valutando il rischio sistemico nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale e il loro l’impatto, e mira ad affrontare i rischi per la salute, la sicurezza e i diritti fondamentali. “Il regolamento tutela la democrazia, lo stato di diritto e l’ambiente” vi si legge. La norma ha l’obiettivo di salvaguardare i cittadini europei ed è rivolta a tutte le aziende e fornitori di servizi di IA che operano nel territorio.</p>



<p>La Commissione propone un approccio basato sul rischio, quattro i livelli previsti: rischio minimo, limitato, alto e inaccettabile.</p>



<p>Nel rischio minimo ricadono sistemi di raccomandazione (come i servizi di streaming di medie dimensioni) o filtri antispam abilitati dall’intelligenza artificiale – quelli in cui si richiede di riconoscere figure per dimostrare di essere una persona e non una macchina. A queste tipologie di servizi è consentito operare senza particolari controlli, a patto che rispettino dei codici di condotta volontari che garantiscano l’affidabilità.</p>



<p>Nel rischio limitato si trovano sistemi di IA come i chatbot o i deepfake, a cui sono richiesti specifici obblighi di trasparenza: gli utenti devono essere consapevoli che stanno interagendo con una macchina, in modo da poter decidere con cognizione di causa se continuare o fare un passo indietro. Per i deepfake è richiesto l’inserimento di una filigrana (watermark) per consentire all’utente di sapere di essere di fronte a un contenuto creato artificialmente.</p>



<p>Nel rischio alto sono compresi i sistemi che possono ledere i diritti fondamentali delle persone (regolati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue). Tra questi si trovano sistemi legati all’educazione, che monitorano l’apprendimento o gli studenti durante gli esami; gli strumenti per pubblicare annunci di lavoro mirati, per filtrare le domande e valutare i candidati; i modelli che gestiscono l’accesso a servizi pubblici e privati essenziali (per esempio l’assistenza sanitaria, l’accesso al credito o ad assicurazioni); i sistemi utilizzati nei settori dell’applicazione della legge, tra cui il controllo delle frontiere; IA applicata alla valutazione e classificazione delle chiamate di emergenza; i sistemi di identificazione biometrica, categorizzazione e riconoscimento delle emozioni; i sistemi di raccomandazione, ma provenienti da piattaforme online di grandi dimensioni (e-commerce, servizi di streaming ecc.). Tutti questi servizi, prima di essere immessi sul mercato, necessiteranno di una fase di valutazione da parte dell’Unione europea.</p>



<p>La categoria con rischio inaccettabile include strumenti che violano i diritti fondamentali e saranno pertanto vietati. Sono: il punteggio sociale, per finalità pubbliche e private (social scoring); sistemi che sfruttano tecnologie subliminali per la manipolazione delle persone; l’identificazione biometrica remota in tempo reale, in spazi accessibili al pubblico da parte delle forze dell’ordine, fatte salve sedici tipologie di reato; la categorizzazione delle persone fisiche sulla base di dati biometrici per dedurne l’etnia, le opinioni politiche, l’appartenenza sindacale, le convinzioni religiose o filosofiche o l’orientamento sessuale; la polizia predittiva individuale; il riconoscimento delle emozioni sul luogo di lavoro e negli istituti di istruzione, eccetto per motivi medici o di sicurezza (per esempio il monitoraggio dei livelli di stanchezza di un pilota); l’estrazione non mirata di immagini facciali da internet o telecamere a circuito chiuso per la creazione o l’espansione di banche dati.</p>



<p>Viene inoltre riconosciuto un potenziale rischio sistemico ai modelli di IA generativa particolarmente potenti (come GPT-4 o Gemini di Google Deepmind). Considerate diffusione, potenza di calcolo e interdisciplinarità, alcuni di questi modelli sarebbero in grado di causare gravi danni, pertanto prima di approcciare il mercato devono essere sottoposti a una valutazione di conformità, presentata dagli sviluppatori. Per dare un’idea di cosa si intende per rischio sistemico: i modelli più potenti potrebbero essere utilizzati impropriamente per attacchi informatici di vasta portata (per esempio un cyberattacco a banche o istituzioni).</p>



<p>Saranno messi in campo organi di controllo e la contravvenzione al regolamento comporterà sanzioni importanti per i responsabili (in particolare le aziende): si va da 7,5 a 35 milioni di euro.</p>



<p>La documentazione dell’AI Act si presenta molto dettagliata, per dovere di sintesi sono stati riportati solo gli elementi principali. Giungere al risultato finale ha richiesto molto tempo, ore di confronti tra forze politiche ed esperti e la delibera non è stata esente da numerose pressioni da parte delle lobby. Ma nonostante al momento costituisca un benchmark a livello mondiale per aver stabilito dei divieti importanti, restano alcuni dubbi sulla scelta di un metodo basato sul rischio e non sui diritti come era stato per il GDPR.</p>



<p>AccessNow, organizzazione non profit focalizzata sui diritti civili digitali e coinvolta dall’Ue nel processo decisionale, ha messo in evidenza le falle dell’approccio: impostare la legge sul rischio porta a valutare l’entità e la portata dei rischi rispetto a una determinata situazione o a reali minacce, ed è una metodologia che si presta a contesti aziendali dove le imprese devono valutare questioni operative. “Tuttavia, l’approccio dell’Ue prevede che le aziende valutino i propri rischi operativi rispetto ai diritti fondamentali delle persone” scrive AccessNow sul proprio sito; “si tratta di un presupposto sbagliato di ciò che sono i diritti umani, i quali non possono essere messi sullo stesso piano degli interessi delle imprese. Le società avrebbero anche interesse a minimizzare i rischi per sviluppare i prodotti. Un approccio alla regolamentazione basato sul rischio non è quindi adeguato a proteggere i diritti umani. I nostri diritti non sono negoziabili e devono essere rispettati indipendentemente dal livello di rischio associato a fattori esterni” (6).</p>



<p>Al momento le aziende portano avanti a spron battuto l’innovazione, sgarrano, ricevono ammonimenti e sanzioni, poi attraverso scappatoie continuano comunque ad agire, sorvegliando, sottraendo e trasformando informazioni che non sono di loro proprietà.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli errori della Black Box e le fumose privacy policy</h4>



<p>Come è possibile sapere se l’IA ha usato i nostri dati? È possibile rimuovere le nostre informazioni dai database per esercitare il nostro diritto all’oblio? Sono domande legittime a cui non sempre corrisponde una risposta tempestiva e un’azione risolutiva.</p>



<p>L’intelligenza artificiale generativa in questi ultimi mesi è stata al centro di polemiche per l’uso non chiaro dei dati, sia quelli di training che quelli immessi dagli utenti durante la fruizione del servizio. Questo ha comportato l’intervento di governi e privati per stabilire maggiore chiarezza. Il primo grande terremoto è arrivato a marzo 2023, con lo stop del Garante italiano a Chat GPT/ Open AI, per violazione della legge sulla privacy e mancanza di sistemi per verificare l’età dei minori; in California sono state almeno due le class action per aver violato i diritti di proprietà e i diritti alla privacy dei cittadini, e infine a dicembre scorso il New York Times ha fatto causa a OpenAI per violazioni del diritto d’autore.</p>



<p>Il blocco italiano ha creato un bel precedente legale per OpenAI, e per impedire che accadesse a cascata anche in altri Paesi, in appena un mese l’azienda ha adeguato la privacy policy alle richieste del Garante. Ma restano ancora zone grigie che lasciano spazio ad altri interrogativi.</p>



<p>Sul sito Open AI attesta che “utilizza dati provenienti da diversi luoghi, tra cui fonti pubbliche, dati di terzi autorizzati e informazioni create da recensori umani […] dati delle versioni di ChatGPT e DALL-E per gli individui” (7), e mette anche in guardia gli utenti sull’immissione di dati personali sensibili. Vero, perché poi potrebbero riaffiorare. È quanto hanno dimostrato alcuni ricercatori di Google Deepmind che hanno provocato il sistema portando la macchina a restituire dati di training, tra cui anche dati personali. I ricercatori<em> </em>chiamano questo fenomeno “memorizzazione estraibile”<em>, </em>ovvero un attacco che costringe un programma a divulgare le cose che ha memorizzato (8). Al di là di quella che a primo avviso potrebbe sembrare una lotta tra aziende concorrenti (Google Deepmind ha infatti lanciato la sua piattaforma Gemini, concorrente di GPT-4), con l’IA generativa purtroppo ci troviamo davanti a un buco nero, o a dirla in termini tecnici una Black Box, ovvero un sistema che è descrivibile solo nel suo comportamento esterno: non ci è dato sapere quali siano le logiche che regolano il suo funzionamento interno.</p>



<p>Ma non è solo la tecnologia sottostante a risultare fumosa, anche l’utilizzo del dato personale nelle policy non eccelle in trasparenza. Nella sezione privacy di Open AI sono indicati trasferimenti di dati a terze parti, tra cui si trovano diversi fornitori di servizi non ben specificati (servizi di hosting, cloud ecc.) e autorità governative (per proteggere la piattaforma in caso di una violazione dei termini e per individuare o prevenire attività illegali). La lista è lunga, e al suo cospetto un utente medio clicca e accetta per disperazione o fugge per le possibili implicazioni che l’utilizzo del servizio potrebbe generare.</p>



<p>Non è da trascurare poi il fatto che Open AI è una società con base negli Stati Uniti, e la circolazione di dati dei cittadini europei negli USA è ora regolata dal Transatlantic Data Privacy Framework (TADPF). Secondo Max Schrems, noto avvocato, attivista, fondatore di Noyb &#8211; Centro europeo per i diritti digitali, divenuto celebre per le sue battaglie legali contro Facebook e sul trasferimento dei dati negli Stati Uniti, non sono ancora chiare le regole che determinano l’accesso e l’utilizzo dei dati europei da parte del governo statunitense per ragioni di intelligence.</p>



<p>Se ci fossero ancora dei dubbi sull’invasività del panorama digitale odierno, e sulle barriere in accesso a un servizio, anche i nostri documenti di identità entrano in gioco. Le applicazioni di IA generativa presentano un filtro di accesso in base all’età, che deve essere superiore ai tredici anni. Come viene verificata? Tramite un’app privata, YOTI, la più utilizzata a questo scopo e sembrerebbe anche la più stimata a livello governativo. L’applicazione si presenta come mero intermediario: verifica e comunica al servizio che desideriamo utilizzare che la nostra età è, o non è, idonea. Sono disponibili diversi metodi, tra i quali la scansione del documento d’identità, ma la cosa interessante è che per un’ulteriore validazione viene richiesta anche una ‘prova biometrica’, ovvero un selfie. L’applicazione assicura che l’uso di dati biometrici è utile solo per verificare che non sia in corso un uso fraudolento dell’identità: qualcuno potrebbe averci sottratto il documento e volerlo usare per scopi malevoli. Una volta verificata l’idoneità, i dati condivisi non vengono conservati o venduti, assicura l’azienda, ma eliminati entro massimo venticinque ore. A patto che non ci sia il sospetto di furto di identità o altre frodi in corso: in questo caso i dati possono essere trattenuti per ulteriori verifiche o consegnati alle autorità.</p>



<p>L’applicazione non prevede inoltre di vendere i dati a terzi, ma se lo farà avverrà “in ottemperanza con i propri principi sulla privacy”. Nel caso in cui i dati necessitino di essere trasferiti in un altro Paese (per esempio per trasferimento dei server) dove fossero presenti policy differenti dalla propria, l’azienda promette “che i dati saranno protetti a dovere”. Lasciate ogni speranza voi che entrate, soprattutto gli affezionati al proprio<em> diritto di restare soli.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Codificare l’irreale</h4>



<p>Oggi l’accesso e l’utilizzo dei nostri dati online, travalica la nostra capacità di controllo. Ciò è particolarmente evidente quando un dato personale come il nostro volto o la nostra voce viene utilizzato in modo illecito e senza la nostra autorizzazione per scopi malevoli o manipolativi, come nei deepfake. Già celebri per essere un mezzo per diffondere disinformazione a livello politico e sociale, con la potenza dell’IA generativa è aumentata di molto la loro facilità di sviluppo, oltre all’espandersi degli ambiti di utilizzo.</p>



<p>Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale statunitense, in un documento del 2021, “Increasing Threat of DeepFake Identities”, ha esplorato tutti gli spaventosi ambiti di applicazione: furti di identità, produzione di contenuti con falsi scenari politici e sociali per scatenare reazioni; produzione di contenuti falsi a scopo di estorsione (per esempio rapimenti); creazione di prove false in un procedimento penale; attacchi per affossare la reputazione di aziende e prodotti; bullismo attraverso l’utilizzo di video falsi; deepfake pornography (si stima che il 95% dei deepfake sia costituito da pornografia a soggetto femminile non consensuale); deepfake per raggiro di minori (dove il predatore si finge più giovane per instaurare un legame con la vittima) (9).</p>



<p>Alla luce di queste possibilità e considerando anche il rischio potenziale, ci si chiede come nell’AI Act i deepfake siano stati inseriti nella categoria a rischio limitato, con il solo obbligo dell’inserimento del watermark per il loro riconoscimento. Tra l’altro, come segnala una recente ricerca del Brooking Institute (10), la filigrana potrebbe non essere un rimedio sufficientemente efficace a causa di diversi limiti tecnologici: anche se sarà verificabile solo da un computer, potrà essere comunque contraffatta o elusa da sabotatori motivati; l’adozione comporterebbe una collaborazione tra i diversi sviluppatori e un coordinamento per la verifica, ma non è facilmente realizzabile vista l’aspra concorrenza in atto tra le aziende che stanno sviluppando l’intelligenza artificiale; l’ipotesi alternativa di avere un unico organo indipendente di verifica, potrebbe invece aumentare la vulnerabilità del sistema; i programmi open source potrebbero poi non essere l’ambiente ideale per il watermarking, perché le righe di codice rischierebbero di essere rimosse una volta scaricato il software su computer personali; infine, il watermark potrebbe causare problemi di privacy, se nella sua generazione venissero inclusi, a sua insaputa, i dati di chi ha generato il contenuto. Considerato l’attuale scenario, la strategia più adeguata secondo il Brooking Institute sarebbe quindi quella di implementare il watermarking nei modelli popolari, ovvero quelli da cui proviene la maggior parte dei contenuti, in modo da mappare il più possibile i contenuti falsi; mentre avrà purtroppo un’utilità limitata in contesti ad alto rischio, come la disinformazione durante le elezioni o le catastrofi, dove attori malintenzionati potrebbero usare deliberatamente modelli di IA non marcati.</p>



<p>La sensazione è che siamo ancora distanti da un sistema che aiuti davvero a riconoscere contenuti generati da IA. Siamo certi poi che le persone, anche di fronte a un chiaro avvertimento, sappiano comunque discerne il vero dal falso? Sarà una delle più grandi sfide dei prossimi anni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Chelsea Manning: la cybersicurezza come arma di contrasto</h4>



<p>Chelsea Manning è un’attivista ed ex militare nota alle cronache per essere stata accusata e condannata per aver trafugato e consegnato a Wikileaks documenti militari e diplomatici segreti, durante il suo incarico di analista di intelligence in Iraq. Oggi è consulente nell’ambito cybersecurity, e in occasione della sua presenza al Websummit, nel novembre scorso, abbiamo avuto la possibilità di chiederle il suo punto di vista su come sia possibile tutelare la privacy in un mondo tempestato da minacce manipolatorie come i deepfake. La sua risposta è stata articolata e inaspettata.</p>



<p>“Le informazioni sono ormai ovunque. La quantità di notizie che generiamo ogni giorno è così esaustiva e così grande che persino le grandi istituzioni che cercano di capitalizzare le informazioni, di usarle e analizzarle, con o senza il nostro consenso, faticano a setacciarle tutte. Mentre ci imbattiamo in un’enorme quantità di news che ci vengono condivise e presentate ogni giorno, dobbiamo fare grandi scelte e usare capacità analitiche critiche per essere in grado di scavare in quelle informazioni per scoprire cosa sta succedendo nel mondo. C’è stata molta disinformazione che è stata condivisa” ha evidenziato Manning, “lo sappiamo da diversi anni, a questo si aggiunge la capacità di generare immagini molto convincenti, suoni molto convincenti, video molto convincenti. Ma in realtà credo che l’esistenza della capacità di creare deepfake stia causando ancora più caos degli stessi deepfake. Ora, ogni volta che qualcosa è vero e viene convalidato – e si può dimostrare che è corretto – ci si ritrova con un sacco di <em>cattivi attori</em> che lo mettono in dubbio, semplicemente dicendo che è un deepfake”. E conclude: “Penso che la questione sia molto più profonda della tecnologia sottostante e della capacità di scoprirla. Credo che l’importante sia l’obiettivo di poter verificare le informazioni. E credo che ci sia una sorta di risposta matematica tra l’IA e la crittografia, perché si tratta essenzialmente di forze contrapposte. L’intelligenza artificiale non può ignorare le regole della crittografia. Non può falsificare le firme crittografiche. Si può usare la matematica, molta matematica avanzata per verificare le cose dal punto di vista tecnico. Non abbiamo ancora stabilito le norme sociali per questo, non abbiamo stabilito la tecnologia per questo, ma penso che nei prossimi dieci o quindici anni questo sarà uno dei modi in cui inizieremo a controbilanciare l’inondazione di informazioni da cui siamo sommersi ogni giorno”.</p>



<p>Secondo Manning quindi la crittografia è lo strumento che ci aiuterà a contrastare la megamacchina, ma nell’orizzonte temporale proposto, considerando cosa è successo in un anno, può accadere di tutto. Così come potrà accadere di tutto in Europa nel frattempo che entrerà in azione l’AI Act. Al momento i cittadini possono sempre segnalare scorrettezze e i garanti dei singoli Paesi prendere provvedimenti, come è successo con il caso di Clearview AI; ma le multe e gli ammonimenti colpiscono un attore, e per uno che paga ce ne sono altri cento che fuggono indisturbati, e a volte riescono anche a vincere la causa (11).</p>



<p>C’è però una grande visione nelle parole condivise da Manning. E qui serve fare un breve excursus nel mondo della fisica e della cybersecurity. La seconda legge della termodinamica è in qualche modo coinvolta nell’ambito della sicurezza informatica. La legge è stata sviluppata in un’epoca lontana dai computer, ma con l’avanzare del progresso tecnologico sono seguite alcune varianti tra cui la Teoria dell’Informazione elaborata da Claude Shannon nel 1949, la quale ha molta applicabilità nel mondo informatico. In estrema sintesi e per far comprendere cosa intende Manning quando considera la matematica un metodo per contrastare l’IA: più numeri sono necessari per decifrare un codice, più c’è entropia, così come meno informazioni servono per descrivere un sistema, minore è l’entropia. L’orizzonte temporale indicato da Manning per cui saremo in grado di avere un grado elevato di entropia si riferisce all’ascesa del quantum computing, e di conseguenza della quantum safe-cryptography, tecnologia che permette di generare codici di protezione basati su un alto livello di casualità. La domanda a questo punto però è: ci aspetta un futuro basato solo da macchine che verificano macchine?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Guardare il dito e non la luna</h4>



<p>L’AI Now Institute è un’organizzazione fondata nel 2017 con l’obiettivo di fare ricerca sull’intelligenza artificiale e gettare luce sulla concentrazione di potere nelle aziende tecnologiche. Nel 2023 ha pubblicato un lungo documento (12) che affronta gli aspetti politici, legislativi e sociali dell’IA, con particolare focus sulle Big Tech, partendo dal presupposto che “non c’è niente nell’intelligenza artificiale che sia inevitabile”, nulla deve essere accettato come dato di fatto. Verissimo.</p>



<p>IA e Big Tech è senza dubbio un binomio da miliardi di dollari. Focalizzarsi su queste ultime, secondo AI Now Institute, consente di avere un punto di vista più chiaro sull’intera questione e di generare risposte più efficaci. Le grandi aziende hanno tre grandi poteri nel contesto dello sviluppo di sistemi di IA: hanno i nostri dati, grazie alla sorveglianza e al monitoraggio che avviene nelle piattaforme, pertanto sono in grado di disegnare strumenti in grado di catturare l’attenzione degli utenti; hanno potere di calcolo e accesso a una grande mole di dati per istruire i modelli; hanno potere geopolitico – la loro presenza nei Paesi pesa non solo sull’economia ma produce asset strategici anche per fini legati alla sicurezza nazionale. La ricerca poi approfondisce il tema in diversi ambiti restituendo una fotografia molto accurata rispetto a temi come: processo di auditing delle aziende, problemi di antitrust, necessità di regolamentazione anche sovranazionale, impatto sull’ambiente ecc. Tutte informazioni utili, ma di fatto sembrano tutte dinamiche già viste. Hello Capitalism!</p>



<p>Quello che abbiamo davanti quando parliamo di Big Tech non è altro che il capitalismo in una nuova fase tecnologica: da più di dieci anni sono queste società a guidare la macchina dello sfruttamento, del dominio e delle disuguaglianze. Così come è avvenuto in altre epoche, i protagonisti cambiano, ma di fatto si tratta di un sistema economico che da un paio di secoli muove il mondo per profitto.</p>



<p>Vale la pena chiedersi: si può davvero regolamentare? Chi decide alla fine? La società civile o la classe dominante?</p>



<p><strong>Conclusioni</strong></p>



<p>Di fronte a un meccanismo così grande e complesso è molto facile restare paralizzati o trovarsi nella condizione di chiedersi quanto sia utile opporsi. Quando si parla di privacy, molti fanno spallucce affermando di avere nulla da nascondere. Ma questo consente di lasciare tra le mani di qualcun altro una parte della nostra identità ogni giorno.</p>



<p>Osservando solo quello che si è analizzato in questo contesto, appare lampante che il diritto alla privacy non è rispettato: non lo è nelle legislazioni lacunose che lasciano spazio a scappatoie – le multe certamente non bastano per fermare sorveglianza e sfruttamento –; non è tutelato nei deepfake che consentono ogni tipo di truffa e violazione – anche quando vengono riconosciuti come falsi, è tardi perché hanno già causato danni –; non è tutelato dalle aziende, di ogni tipo, che per profitto prendono o autorizzano l’utilizzo di nostre informazioni o immagini senza consenso; non è tutelato dai sistemi per difenderci dalla tecnologia stessa – perché spesso sono gestiti da privati che ragionano anch’essi per logiche di profitto, oppure perché non hanno sufficiente livello di sofisticazione per contrastarla –; non è tutelato da noi stessi che per la necessità di accedere ai servizi digitali, non leggiamo con attenzione i termini e le condizioni o scegliamo di non rivendicare i nostri diritti, perché troppo complesso o perché pensiamo di non avere alternative.</p>



<p>Prendendo in prestito le parole di Joseph Weinzenbaum (13): “La salvezza del mondo dipende solo dall’individuo di cui è il mondo. O almeno, ogni individuo deve agire come se l’intero futuro del mondo, dell’umanità stessa, dipendesse da lui. Qualsiasi cosa di meno è una fuga dalla responsabilità ed è essa stessa una forza disumanizzante, perché qualsiasi cosa di meno incoraggia l’individuo a considerarsi come un mero attore in un dramma scritto da agenti anonimi, come meno di una persona, e questo è l’inizio della passività e della mancanza di scopo”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://www.wired.it/attualita/tech/2021/03/23/clearview-ai-riconoscimento-facciale-foto/">https://www.wired.it/attualita/tech/2021/03/23/clearview-ai-riconoscimento-facciale-foto/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.mofa.go.jp/files/100573471.pdf">https://www.mofa.go.jp/files/100573471.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/presidential-actions/2023/10/30/executive-order-on-the-safe-secure-and-trustworthy-development-and-use-of-artificial-intelligence/">https://www.whitehouse.gov/briefing-room/presidential-actions/2023/10/30/executive-order-on-the-safe-secure-and-trustworthy-development-and-use-of-artificial-intelligence/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2023/12/09/artificial-intelligence-act-council-and-parliament-strike-a-deal-on-the-first-worldwide-rules-for-ai/">https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2023/12/09/artificial-intelligence-act-council-and-parliament-strike-a-deal-on-the-first-worldwide-rules-for-ai/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Brando Benifei, co-relatore dell’AI Act, in un’intervista a Guerre di Rete afferma: “È importante approvare il regolamento sull’intelligenza artificiale entro la legislatura, mancano meno di dodici mesi, e, se così non fosse, la norma rischia di slittare di anni”; A. Piemontese, Generazione AI, <em>Il dibattito sulla generazione automatica di disinformazione</em> </p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.accessnow.org/eu-regulation-ai-risk-based-approach/">https://www.accessnow.org/eu-regulation-ai-risk-based-approach/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://openai.com/enterprise-privacy">https://openai.com/enterprise-privacy</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://not-just-memorization.github.io/extracting-training-data-from-chatgpt.html">https://not-just-memorization.github.io/extracting-training-data-from-chatgpt.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.dhs.gov/sites/default/files/publications/increasing_threats_of_deepfake_identities_0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.dhs.gov/sites/default/files/publications/increasing_threats_of_deepfake_identities_0.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a href="https://www.brookings.edu/articles/detecting-ai-fingerprints-a-guide-to-watermarking-and-beyond/">https://www.brookings.edu/articles/detecting-ai-fingerprints-a-guide-to-watermarking-and-beyond/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://www.nytimes.com/2023/10/18/technology/clearview-ai-privacy-fine-britain.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2023/10/18/technology/clearview-ai-privacy-fine-britain.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) <a href="https://ainowinstitute.org/2023-landscape">https://ainowinstitute.org/2023-landscape</a> </p>



<p class="has-small-font-size">13) Joseph Weinzenbaum è professore al MIT, famoso per aver inventato il primo chatbot ELIZA e poi aver riconsiderato le conseguenze e i condizionamenti derivati dal rapporto uomo-macchina nel libro “Computer Power and Human Reason: From Judgment to Calculation” </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Numero 84 &#124; Dicembre 2023-Gennaio 2024</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:17:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[tutti i numeri]]></category>
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					<description><![CDATA[GUERRA A GAZA. La denuncia di 900 giornalisti. Una lettera aperta condanna l’uccisione di reporter da parte di Israele e accusa i media occidentali di doppio standard e di utilizzare una retorica disumanizzante che è servita a giustificare la pulizia etnica dei palestinesi. Il conflitto e il lavoro nei Territori Palestinesi Occupati. Nei numeri del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>GUERRA A GAZA.</strong><strong> L</strong><strong>a denuncia di 900 giornalisti. </strong>Una lettera aperta condanna l’uccisione di reporter da parte di Israele e accusa i media occidentali di doppio standard e di utilizzare una retorica disumanizzante che è servita a giustificare la pulizia etnica dei palestinesi.<strong> Il conflitto e il lavoro nei Territori Palestinesi Occupati. </strong>Nei numeri del report dell’International Labour Organization l’impatto della guerra sui redditi da lavoro: interi quartieri distrutti, danni estesi alle infrastrutture, imprese chiuse, sfollamenti interni. Disoccupazione e miseria attendono Gaza e la Cisgiordania.</p>



<p><strong>GUERRA E AMBIENTE.</strong> <strong>L’impatto ambientale degli esperimenti nucleari.</strong> Documenti desecretati rivelano che tra il 1945 e il 1992 gli Stati Uniti hanno effettuato 1.051 test atomici esplodendo in totale 180 megatoni, pari a 11.250 bombe di Hiroshima; 12 test hanno contemplato il lancio di razzi fino a 700 km di quota, nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma. Quali sono state le conseguenze a lungo termine sull’equilibrio terrestre e sul clima? <strong>Le</strong><strong> emissioni di gas serra del comparto militare.</strong> Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta.</p>



<p><strong>RESISTENZA.</strong><strong> Gli scritti dal carcere di Bobby Sands.</strong> Pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico.</p>



<p><strong>CAPITALISMO.</strong><strong> Germania, dalla working class ai working poor.</strong> La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.</p>



<p><strong>CULTURA.</strong>Nel deserto del post-cantautorato, le ballate di fine comunismo di <strong>Davide Geromini. </strong>L’amore, la società dei consumi e Tinder nel film <strong>Newness</strong> di Drake Doremus. Le canzoni fuori dal tempo di <strong>Jackson C. Frank</strong>. Le imperdibili <strong>pillole cinematografiche</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Sommario</h3>



<p><strong>RESTITUZIONE PROSPETTICA</strong><br><a href="https://rivistapaginauno.it/la-guerra-esperimento-terra/" data-type="post" data-id="7369" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>La guerra.</strong> <strong>Esperimento Terra</strong></a><br>Giovanna Cracco</p>



<p><strong>POLEMOS</strong><br><a href="https://rivistapaginauno.it/germania-working-class-la-fine-del-german-dream/" data-type="post" data-id="7397" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Germania, working class:</strong> <strong>la fine del German Dream</strong></a><br>Julia Friedrichs</p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/gaza-lettera-aperta-di-900-giornalisti-media-non-devono-nascondere-ripetute-atrocita-israele-termini-corretti-genocidio-pulizia-etnica/" data-type="post" data-id="7309" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Gaza, lettera aperta di 900</strong> <strong>giornalisti: “I media non</strong> <strong>devono nascondere le ripetute</strong> <strong>atrocità di Israele. I termini</strong> <strong>corretti sono genocidio e</strong> <strong>pulizia etnica”</strong> </a></p>



<p><strong>REPORT</strong><br><a href="https://rivistapaginauno.it/impatto-del-conflitto-israele-hamas-sul-mercato-del-lavoro-e-sui-mezzi-di-sussistenza-nei-territori-palestinesi-occupati/" data-type="post" data-id="7376" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Impatto del conflitto Israele-Hamas sul mercato del lavoro</strong> <strong>e sui mezzi di sussistenza nei</strong> <strong>Territori Palestinesi Occupati</strong></a><br>International Labour Organization (ILO)</p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/" data-type="post" data-id="7379" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Stima delle emissioni globali</strong> <strong>di gas serra del comparto</strong> <strong>militare</strong></a> <br>Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS)</p>



<p><strong>L&#8217;INTERVENTO</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/bobby-sands-scritti-dal-carcere/" data-type="post" data-id="7386" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bobby Sands. Scritti dal carcere  </a></strong><br>Riccardo Michelucci</p>



<p><strong>DISCANTO</strong><br><a href="https://rivistapaginauno.it/ballate-di-fine-comunismo-le-canzoni-di-davide-giromini-nel-deserto-del-post-cantautorato/" data-type="post" data-id="7405" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Ballate di fine comunismo.</strong> <strong>Le canzoni di Davide</strong> <strong>Giromini nel deserto del</strong> <strong>post-cantautorato</strong> </a><br>Mario Bonanno</p>



<p><strong>CINEFORUM</strong><br><a href="https://rivistapaginauno.it/lamore-ai-tempi-di-tinder/" data-type="post" data-id="7413" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>L&#8217;amore ai tempi di Tinder</strong> <br><strong>Newness</strong> di Drake Doremus </a><br>Iacopo Adami</p>



<p><strong>LE INSOLITE NOTE</strong><br><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/jackson-c-frank/" data-type="post" data-id="7416" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jackson C. Frank</a></strong> <br>Augusto Q. Bruni</p>



<p><strong><a href="https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-84/" data-type="post" data-id="7419" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ZONA FRANCA</a></strong><br><strong>Il sacrificio del cervo sacro</strong> di Yorgos Lanthimos<br><strong>Ercole al centro della Terra</strong> di Mario Bava <br><strong>Parasite</strong> di Bong Joon Ho<br>Andrea Cocci</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="154" height="221" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/copertina-84.jpg" alt="" class="wp-image-7356"/></figure>
</div>


<p>anno XVII, numero 84<br>dicembre 2023 &#8211; gennaio 2024<br>Edizioni paginauno<br>formato: 16 x 23 – pagg. 92<br>ISSN: 1971343620084</p>



<p>copia digitale PDF: <strong>3,00 euro</strong><br>copia cartacea: <strong>12,00 euro</strong></p>



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		<title>Stima delle emissioni globali di gas serra del comparto militare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Riepilogo</h4>



<p>Stimare le emissioni totali di gas serra delle forze armate globali è reso intrinsecamente difficile dalla mancanza di rapporti e dalle significative lacune nei dati a disposizione. In questo studio, descriviamo una metodologia innovativa per fornire stime aggiornate a livello mondiale e regionale. In particolare, abbiamo scoperto che l’impronta di carbonio totale del comparto militare è pari a circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Se le forze armate del mondo fossero un Paese, avrebbero la quarta più grande impronta di carbonio al mondo, superiore a quella della Russia. Ciò sottolinea l’urgente necessità di intraprendere un’azione concertata sia per misurare con precisione le emissioni militari, sia per ridurre la relativa impronta di carbonio; soprattutto perché è molto probabile che esse aumenteranno a causa della guerra in Ucraina [e a Gaza, <em>n.d.r.</em>].</p>



<h4 class="wp-block-heading">1. Perché è importante stimare le emissioni militari globali?</h4>



<p>Affrontare la crisi climatica richiede l’azione di tutti i settori industriali ed economici, al fine di ridurre notevolmente il loro impatto sul nostro pianeta. Il settore militare globale, compresa la sua catena di approvvigionamento, è un elemento importante della spesa pubblica e un enorme consumatore di combustibili fossili. Pertanto è essenziale che le emissioni militari di gas a effetto serra (GHG) siano riportate in modo affidabile, e soggette a obiettivi di riduzione; ma non è ciò che avviene attualmente.</p>



<p>In tutto il mondo, i dati sulle emissioni militari GHG sono spesso di bassa qualità – incompleti, nascosti all’interno di categorie civili, o non raccolti affatto. La causa principale di questa situazione viene dalla preoccupazione dei governi di potenziali restrizioni alle attività militari. Attualmente, ai sensi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), i Paesi sono obbligati a fornire un inventario delle loro emissioni di gas serra, e tale obbligo varia a seconda del contributo storico del Paese alla crisi climatica (1). Le linee guida del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) affermano che gli inventari presentati all’UNFCCC devono includere le emissioni di alcune attività militari; nel 2015, invece, l’Accordo di Parigi (2) ha reso volontario il reporting delle emissioni militari. Ciò significa che ci sono lacune significative nei set di dati presentati all’UNFCCC, e nessun dato accurato sulla reale portata del problema. Senza un minimo obbligo di rendicontazione, la maggior parte dei Paesi, compresi quelli con ingenti spese e personale militare, non richiede alle proprie forze armate di fornire alcun rapporto significativo sulle emissioni GHG.</p>



<p>La comunità scientifica sul clima ha ampiamente trascurato questi aspetti: per esempio, l’ultimo (il sesto) rapporto di valutazione dell’IPCC (3) parla a malapena del settore militare. Questo approccio, a sua volta, ha portato i governi a trascurare il comparto quando negoziano obiettivi di riduzione delle emissioni nell’ambito dell’UNFCCC.</p>



<p>Nel tentativo di illustrare la portata del problema, sia a livello nazionale che globale, in questo studio utilizziamo i dati disponibili sulle emissioni militari di un piccolo numero di nazioni, per stimare i totali mondiali e le principali regioni geopolitiche. Ci auguriamo che ciò stimolerà più ricerca – e soprattutto azione – focalizzata sulla riduzione di queste emissioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">2. Dati di alto livello sulle emissioni nazionali di gas serra e le forze armate</h4>



<p>Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci Paesi (4). Si tratta di Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Tutti, a eccezione dell’Indonesia, sono tra i primi venti Stati in termini di spesa militare – si veda l’Appendice 1 (tavola A1a e A1b). In effetti, anche le successive dieci nazioni con le maggiori emissioni di GHG si collocano tra le nazioni con grandi budget militari e/o un gran numero di personale militare attivo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="849" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice.jpg" alt="" class="wp-image-8661" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
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</div>


<h4 class="wp-block-heading">3. Cenni di metodologia</h4>



<p>Sebbene i dati sulle emissioni militari siano generalmente molto limitati, alcuni sono stati raccolti per gli Stati Uniti, il Regno Unito e qualche Paese dell’Ue. A volte le informazioni vengono riportate direttamente da un’agenzia militare e talvolta le emissioni sono state calcolate da ricercatori indipendenti, sulla base dei dati sull’utilizzo di energia/carburante pubblicati dalle agenzie militari. In questo studio, estrapoliamo da questi set di dati per fornire stime globali, un’azione che ha i suoi limiti poiché esistono molte variazioni tra i Paesi, tra cui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>differenze nella struttura militare, compreso il tipo e la quantità di equipaggiamento e il numero del personale;</li>



<li>tassi di mobilitazione, attività operative e di formazione;</li>



<li>accuratezza e divulgazione delle spese militari;</li>



<li>intensità di carbonio delle economie nazionali (5).</li>
</ul>



<p>Abbiamo preso in considerazione diversi punti di partenza per la stima delle emissioni militari globali: le due che sembravano più promettenti erano le emissioni per unità di valuta – basate sulle spese militari nazionali – e le emissioni pro capite – basate sul numero di personale in servizio attivo all’interno delle forze armate nazionali. A causa delle fluttuazioni significative dei dati finanziari (ad es. tassi di cambio delle valute, tassi di inflazione e tassi di crescita del Pil) e della limitata disponibilità di informazioni in alcuni Paesi chiave (ad es. Cina, Arabia Saudita, Corea del Nord e Vietnam), l’opzione basata sulla valuta è stata respinta a favore di quella del personale.</p>



<p>Questo approccio utilizza i seguenti quattro set di dati chiave:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>emissioni operative di gas serra (ambiti 1 e 2 [6]) per persona attiva nelle basi militari, note anche come “emissioni stazionarie” (<em>e</em><sub><em>s</em></sub>);</li>



<li>numero di militari attivi (<em>p</em>);</li>



<li>rapporto delle emissioni operative di gas serra tra attività militari mobili (uso di aeromobili, navi, veicoli terrestri e veicoli spaziali) e attività stazionarie (<em>r</em><sub><em>ms</em></sub>);</li>



<li>moltiplicatore della catena di approvvigionamento, il rapporto tra l’impronta di carbonio (la somma delle emissioni degli ambiti 1, 2 e della componente a monte dell’ambito 3) e la somma delle emissioni degli ambiti 1 e 2 (<em>s</em>).</li>
</ul>



<p>L’impronta di carbonio militare per una data nazione o regione (<em>F</em><sub><em>n</em></sub>) viene quindi stimata moltiplicando questi dati insieme [&#8230;]. E l’impronta di carbonio militare globale (<em>F</em><sub><em>g</em></sub>) è la somma di tutte le impronte nazionali (o regionali).</p>



<h4 class="wp-block-heading"> 3.1 Dataset 1. Emissioni stazionarie pro capite (<em>e</em><sub><em>s</em></sub>)</h4>



<p>Per Regno Unito, Stati Uniti e Germania sono stati trovati dati annuali credibili relativi alle emissioni militari stazionarie; per fornire le cifre pro capite, il dato è stato diviso per il numero di personale militare attivo nei rispettivi Paesi (Tabella 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="276" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-1.jpg" alt="" class="wp-image-8663"/></figure>
</div>


<p>I dati del Regno Unito erano disponibili per oltre dieci anni, e hanno mostrato livelli di consumo energetico pro capite molto consistenti nell’intero periodo, con una riduzione delle emissioni derivante quasi interamente da una riduzione dell’intensità di carbonio nella fornitura nazionale di energia elettrica. Poiché quest’ultima è diminuita notevolmente nel corso del periodo, per la tabella 1 abbiamo utilizzato solo i dati degli anni più recenti.</p>



<p>Confrontando i numeri tra i Paesi, vediamo che il Regno Unito e la Germania hanno livelli di emissioni unitarie simili, mentre il dato per gli Stati Uniti è nettamente più alto. Ci sono una serie di potenziali ragioni per somiglianze e differenze. Per esempio, densità di popolazione più elevate nelle nazioni europee tendono a ridurre gli spazi lavorativi e abitativi, diminuendo significativamente il consumo di energia pro capite; anche l’intensità delle emissioni di gas serra della produzione di energia elettrica è un fattore significativo, con il Regno Unito che registra dati inferiori alla Germania e agli Stati Uniti. Questi ultimi hanno anche gran parte delle loro basi militari all’estero, il che probabilmente comporta l’applicazione di standard ambientali e di efficienza energetica meno severi. È probabile che anche l’intensità dell’attività militare sia un fattore, con i livelli degli Stati Uniti che tendono a essere più alti di quelli del Regno Unito, a loro volta superiori a quelli della Germania. Infine, è significativo anche il livello di sviluppo industriale di un Paese, e se le basi operano in condizioni climatiche estreme.</p>



<p>Sebbene queste cifre coprano solo tre nazioni, collettivamente rappresentano il 45% della spesa militare globale, il 14% delle emissioni mondiali di gas serra e il 9% di tutto il personale militare attivo. Quindi, li consideriamo un ragionevole punto di partenza.</p>



<p>Nell’applicare questi numeri ad altri Stati, assumiamo che i dati statunitensi siano tipici per un esercito con un settore stazionario ad alta intensità di emissioni, e quelli del Regno Unito e della Germania per un esercito all’estremità inferiore della scala. La Tabella 2 mostra i numeri estrapolati per le regioni geopolitiche del mondo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2.jpg" alt="" class="wp-image-8664" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>In primo luogo, assumiamo che gli Stati Uniti siano tipici del Nord America e che il Regno Unito e la Germania rappresentino l’Europa; consideriamo Russia e Eurasia paragonabili al Nord America, poiché le loro economie tendono a essere industrializzate e ad alta intensità di carbonio, e perché un’ampia percentuale di basi militari si trova in aree soggette a condizioni climatiche estreme; la regione Asia e Oceania la stimiamo a metà strada tra i dati nordamericani ed europei, in quanto i Paesi più militarizzati della zona hanno un livello di sviluppo economico medio-alto, o un’economia ad alta intensità di carbonio, o entrambe le cose, e contemporaneamente riteniamo improbabile che raggiungano il livello degli Stati Uniti, data la rete globale di basi militari statunitensi, comprese molte in climi estremi; seguiamo una linea di ragionamento simile per il Medio Oriente e il Nord Africa, anche se le principali nazioni militari in questa regione tendono a essere a un livello di sviluppo economico inferiore, ma hanno un’economia a più alta intensità di carbonio; consideriamo l’America Latina ampiamente paragonabile all’Europa; per l’Africa subsahariana, riteniamo che i bassi livelli di sviluppo economico indichino basse emissioni pro capite, quindi ipotizziamo che siano la metà del livello europeo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.2 Dataset 2. Numeri del personale militare (<em>p</em>)</h4>



<p>La distribuzione stimata del personale militare nelle principali regioni geopolitiche del mondo è riportata nella Tabella 3. Questi dati sono compilati annualmente dall’International Institute for Strategic Studies (IISS) a partire dai dati nazionali (7).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="260" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3.jpg" alt="" class="wp-image-8665" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.3 Datase 3. Rapporto tra emissioni mobili ed emissioni stazionarie (<em>r</em><sub><em>ms</em></sub>)</h4>



<p>Le emissioni di gas serra operative derivanti dalle attività militari mobili dipendono da una serie di fattori: principalmente la quantità, le specifiche (in particolare l’efficienza del carburante e l’autonomia), l’età e la frequenza di utilizzo dei veicoli militari. Questi fattori sono influenzati anche dal ‘dominio’ in cui operano i veicoli militari – terra, mare, aria o spazio – e dalle strutture di forza adottate da un determinato esercito. Le complessità rendono difficile l’estrapolazione dai dati; riuscire a calcolare, per esempio, il rapporto tra il numero di veicoli utilizzati in un dato ramo dell’esercito e il totale delle emissioni mobili di gas serra. Dai dati disponibili, è chiaro che le forze armate con una grande forza aerea o una marina “blue water”, per esempio, tendono ad avere emissioni più elevate, ma oltre a ciò le estrapolazioni diventano difficili.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="278" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-4.jpg" alt="" class="wp-image-8666"/></figure>
</div>


<p>Quel che abbiamo notato è che il livello delle emissioni stazionarie può essere un utile punto di partenza per stimare le emissioni mobili, quindi è un modello che abbiamo adottato. La Tabella 4 fornisce alcuni dati sui rapporti tra emissioni mobili ed emissioni stazionarie per Germania, Unione europea, Stati Uniti e Regno Unito. Queste cifre sono state calcolate utilizzando i dati delle agenzie militari.</p>



<p>Il rapporto più basso per la Germania è dovuto al possedere forze aeree e navali più piccole rispetto a quelle terrestri, e al livello inferiore di operazioni militari all’estero; il Regno Unito si colloca all’estremità superiore a causa della grandezza della forza aerea e della marina e all’elevato livello di operazioni militari all’estero, soprattutto se confrontato con il numero relativamente ridotto di personale militare attivo; l’Ue – in media – si trova all’estremità inferiore della scala tedesca, mentre gli Stati Uniti sono all’estremità superiore, ma non così in alto come il Regno Unito a causa dell’elevato livello di emissioni stazionarie pro capite.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.4 Dataset 4. Moltiplicatore della catena di approvvigionamento (<em>s</em>)</h4>



<p>I dati finali si riferiscono alle emissioni di gas serra delle supply-chain militari, e consentono di stimare le emissioni durante il ciclo di vita o l’impronta di carbonio delle attività militari.</p>



<p>Le forze armate hanno catene di approvvigionamento estese e complesse, che comprendono gran parte dell’impronta di carbonio di un esercito; generalmente le loro emissioni superano di gran lunga le emissioni operative della stessa organizzazione (ambito 1 e 2), con stime che variano a seconda del settore. Anche qui i dati sono scarsi, sebbene alcuni, in particolare sull’impronta di carbonio, siano stati pubblicati dalle società di tecnologia militare Thales (8) e Fincantieri (9).</p>



<p>Un’analisi del 2020 della supply-chain per la spesa militare del Regno Unito ha stimato in 3,6 il rapporto tra l’impronta di carbonio e le emissioni operative totali, utilizzando i dati di un modello economico input-output ambientale (10). Tuttavia, ulteriori indagini hanno rilevato che la stima si basava solo sul 62% delle emissioni operative, a causa della sottostima delle emissioni militari nell’inventario nazionale dei gas serra (11); la correzione dell’errore ha portato il dato a 5,8.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="221" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-5.jpg" alt="" class="wp-image-8667"/></figure>
</div>


<p>Un ulteriore modo per stimare questo rapporto è utilizzare i dati aziendali sulle emissioni di gas serra delle catene di approvvigionamento globali. Queste statistiche sono raccolte in indagini periodiche dal Carbon Disclosure Project (CDP); nella Tabella 5 sono riportati alcuni numeri tipici per i settori che hanno punti in comune con quello militare, e come si può vedere, la nostra stima di 5,8 sembra credibile se confrontata con questi dati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">4. Stime per le emissioni militari globali di gas serra</h4>



<p>Utilizzando questi quattro set di dati combinati secondo i calcoli indicati al punto 3., siamo in grado di calcolare le stime per le emissioni operative di gas serra (ambiti 1 e 2) e l’impronta di carbonio del settore militare.</p>



<p>La Tabella 6 fornisce le stime superiori e inferiori dei due tipi di emissioni, per ciascuna delle sette regioni geopolitiche e per il mondo nel suo complesso. La stima superiore utilizza un rapporto tra emissioni mobili e stazionarie di 2,6 (dato del Regno Unito), mentre quella inferiore utilizza 0,7 (dato della Germania). Riteniamo che questo intervallo comprenda la probabile incertezza tra le quattro variabili utilizzate per calcolare le emissioni militari. La stima più alta si basa quindi su una situazione in cui un dato esercito enfatizza lo sviluppo e il dispiegamento di sistemi d’arma ad alta intensità energetica, magari a scapito del numero delle truppe; la stima più bassa si basa su situazioni in cui le forze armate sono più concentrate sul piano del personale, oppure hanno livelli relativamente bassi di dispiegamento a lunga distanza o coinvolgimento in zone di conflitto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="382" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6.jpg" alt="" class="wp-image-8668" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’intervallo globale per le emissioni militari operative di gas serra è compreso tra circa 300 e 600 milioni di tonnellate (Mt) di CO<sub>2</sub>, ovvero tra lo 0,6% e l’1,2% delle emissioni globali totali di gas serra (12).</p>



<p>La stima dell’impronta di carbonio militare globale è approssimativamente compresa tra 1.600 e 3.500 MtCO<sub>2 </sub>, ovvero tra il 3,3% e il 7% delle emissioni globali totali di gas serra. Si tratta di ampie gamme di stime, che sottolineano la scarsità di dati disponibili per questo settore.</p>



<p>Riteniamo non credibili i dati inferiore di questi intervalli, perché presuppongono che tutte le forze armate del mondo si avvicinino all’estremità della scala a più alta intensità di personale, e non è plausibile data la generale attenzione rivolta alla tecnologia militare ad alta intensità energetica. Quindi la nostra migliore stima per le emissioni operative di gas serra delle forze armate è di 500 MtCO<sub>2</sub> – equivalente all’1% delle emissioni di gas serra globali – e di 2.750 MtCO<sub>2</sub> per l’impronta di carbonio, pari al 5,5% del totale mondiale.</p>



<p>Deve essere chiaro che per produrre questi dati abbiamo fatto una serie di ipotesi, e inoltre non abbiamo incluso alcune fonti chiave di emissioni di gas serra: il che significa che le nostre cifre sono prudenti. Tali fattori includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>partiamo dal presupposto che i dati rilasciati dalle forze armate per le loro emissioni di gas serra operative e/o per il consumo di energia siano affidabili e includano tutte le principali fonti;</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>non abbiamo inserito le emissioni di gas serra derivanti dagli impatti della guerra, come incendi, danni alle infrastrutture e agli ecosistemi, ricostruzione postbellica e assistenza sanitaria per i sopravvissuti; stime parziali per alcune di queste fonti – che potenzialmente potrebbero essere molto grandi – sono fornite in un recente rapporto di Perspectives Climate Group (13);</li>



<li>non abbiamo incluso un fattore di forzatura radiativa per le emissioni di gas serra dell’aviazione, per tenere conto degli effetti di riscaldamento aggiuntivi causati dai gas di scarico non CO<sub>2</sub> nella stratosfera; attualmente, alle emissioni di gas serra dell’aviazione viene applicato un fattore di 1,9 per tenere conto di questi effetti (14);</li>



<li>sospettiamo che tenere conto di tutti questi altri effetti, in particolare quelli direttamente correlati ai combattimenti di guerra, potrebbe aumentare la cifra totale significativamente oltre il 5,5%; chiamiamo questo livello totale e generale “l’impronta di carbonio militare globale”.</li>
</ul>



<p>Tuttavia, questi fattori aggiuntivi sono ancora meno conosciuti rispetto alle principali categorie di emissioni discusse in questo documento. Per cercare di migliorare i dati, è stato recentemente sviluppato “Un quadro di riferimento per la rendicontazione delle emissioni di gas serra in ambito militare” (15), che militari e ricercatori possono applicare sul campo. Tuttavia, le difficoltà pratiche nel raccogliere alcuni dei dati relativi alla guerra, e la mancanza di strumenti di misurazione concordati, faranno sì che rimarranno probabilmente lacune significative per un certo periodo di tempo.</p>



<p>Si ricorda infine che i dati utilizzati per tutte le nostre stime sono anteriori al 2020, e quindi non risentono dei cambiamenti indotti dalla pandemia Covid-19, né di eventuali incrementi di spese militari, di personale o di materiale dovuti alla guerra in Ucraina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">5. Ulteriori analisi</h4>



<p>Per comprenderne meglio la portata e il significato più ampio, è utile un rapido confronto delle nostre stime sulle emissioni militari globali di gas serra con altri settori, con i dati a livello nazionale e con i dati militari ufficialmente comunicati all’UNFCCC. Quindi, in questa sezione esaminiamo diversi esempi.</p>



<p>Sebbene gli Stati Parte dell’accordo di Parigi siano tenuti a preparare, comunicare e mantenere i successivi Contributi Nazionali Determinati (NDC) all’UNFCCC, e a stabilire le azioni da intraprendere per ridurre le loro emissioni di gas serra in tutte le categorie principali, la rendicontazione delle emissioni non è semplice o del tutto completa. Poiché i requisiti di comunicazione delle emissioni di gas serra differiscono per le nazioni nelle diverse fasi del loro sviluppo economico (16), l’UNFCCC non fornisce una stima accurata delle emissioni globali totali in un dato anno (17), complicando così qualsiasi confronto che potrebbe essere esplorato.</p>



<p>Le emissioni comunicate all’UNFCCC rientrano in cinque categorie principali: energia; processi industriali e uso dei prodotti; agricoltura; utilizzo di suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura; rifiuti. A causa dell’incertezza e della mancanza di trasparenza nella rendicontazione internazionale di tutte le emissioni di gas serra, si incontrano limitazioni nel confrontare le emissioni tra settori e Stati.</p>



<p>Tuttavia, una ripartizione delle emissioni globali per settore per il 2016 è stata prodotta da Climate Watch (18). Queste cifre possono essere confrontate con i nostri dati sulle emissioni <em>operative</em> delle forze armate, pari all’1%: i settori che hanno una portata simile includono l’aviazione (1,9%), il trasporto marittimo (1,7%), l’industria alimentare e l’industria del tabacco (1%). Occorre tenere presente però che, per esempio, alcune delle emissioni militari sono attualmente classificate negli ambiti dell’aviazione e del trasporto marittimo, il che significa che se si utilizzano le classificazioni dell’aviazione <em>civile</em> e del trasporto marittimo <em>civile</em>, questi settori sarebbero più vicini per dimensioni a quello militare.</p>



<p>Il confronto della nostra stima dell’impronta di carbonio militare – 2.750 MtCO<sub>2</sub>, ovvero il 5,5% del totale globale – con altri settori di attività, è più complicato. Un approccio alternativo consiste semplicemente nel fare confronti con altre statistiche facilmente comprensibili: per esempio, nel 2019, le autovetture del mondo hanno emesso complessivamente circa 3.200 MtCO<sub>2</sub> durante l’uso (19), quindi la nostra stima per l’ambito militare equivale a circa l’85% delle emissioni globali causate dalle autovetture. Un altro confronto può essere effettuato con i dati a livello nazionale: utilizzando le statistiche sulle impronte di carbonio per Paese del Global Carbon Budget (20), vediamo che se le forze armate globali fossero uno Stato, avrebbero la quarta impronta più grande del mondo, superiore a quella della Russia; solo Cina, Stati Uniti e India avrebbero impronte di carbonio maggiori.</p>



<p>Questi confronti mostrano quanto le emissioni militari di gas serra siano significative. Se poi consideriamo la questione in termini di emissioni che possono <em>direttamente</em> essere influenzate dalla politica o dalle decisioni di spesa del governo centrale, diventa ancora più chiaro che il settore militare, un ambito finora trascurato per la riduzione delle emissioni, merita di diventare un obiettivo prioritario.</p>



<p><a></a> Infine, è importante confrontare le nostre stime con i numeri ufficialmente comunicati all’UNFCCC nelle categorie militari. Questi dati sono stati raccolti e presentati in forma accessibile sul sito The Military Emissions Gap (21). Tuttavia, le pratiche di rendicontazioni nazionali seguite sono, in generale, di qualità talmente bassa – con numerose lacune nei dati e, laddove i dati sono riportati, alcuni sono mescolati con fonti civili – che è molto difficile trarre conclusioni utili, oltre a quella ovvia che gli standard di rendicontazione devono urgentemente migliorare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">6. Azione necessaria</h4>



<p>La nuova metodologia presentata in questo documento ha prodotto stime aggiornate per le emissioni operative di gas serra del settore militare, misurandole a circa 500 MtCO<sub>2</sub> annuali pari all’1% delle emissioni mondiali di gas serra, e a 2.750 MtCO<sub>2</sub> per l’impronta di carbonio, pari al 5,5% dell’impronta globale. Se il settore militare globale fosse una nazione, avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo, superiore a quella della Russia. E va ricordato che le nostre stime sono conservative: non includono le emissioni di gas serra dovute ai combattimenti bellici. Queste cifre indicano chiaramente l’entità del contributo del settore militare alle emissioni totali di gas serra a livello globale.</p>



<p>La metodologia si basa su dati limitati e dimostra l’urgente necessità per tutte le forze armate di comunicare le emissioni utilizzando solide metodologie di raccolta dati che devono essere anche coerenti, non ambigui, trasparenti; e di agire per ridurle. Mostra inoltre la necessità che scienziati del clima e analisti politici conducano una ricerca con maggiori dettagli al fine di comprendere l’entità delle emissioni militari a livello nazionale e internazionale, e per esaminare gli sforzi per ridurle. Ciò dovrebbe includere la considerazione delle emissioni della guerra stessa, così come le grandi e complesse catene di approvvigionamento delle forze armate. Il “Framework for military GHG emission reporting” pubblicato di recente, potrebbe essere un utile punto di partenza (22).</p>



<p>In assenza di dati affidabili sulla stragrande maggioranza delle emissioni militari nazionali di gas serra, l’uso dei numeri del personale militare e gli altri fattori ricavati in questo studio sarebbero un utile punto di partenza per colmare le lacune nei dati. Anche dove le emissioni militari vengono comunicate, all’interno del Paese o attraverso la rendicontazione volontaria all’UNFCCC, potrebbe essere utilizzata la metodologia qui applicata per fornire stime di massima e per aiutare a verificare la completezza e la pertinenza dei dati pubblicamente disponibili. Tale analisi sarà oggetto di un futuro documento di ricerca.</p>



<p>Il controllo esterno dovrebbe contribuire a spingere i governi ad agire per ridurre le emissioni di gas serra dei loro settori militari. Nel 2021, un invito congiunto è stato approvato da 225 organizzazioni e ha stabilito un elenco di impegni (23) necessari ai governi per affrontare le emissioni delle loro forze armate. Con la continua escalation delle spese militari, soprattutto a seguito della guerra in Ucraina, è urgentemente necessario che i governi si impegnino ad affrontare la questione del contributo militare alle emissioni globali di gas serra<sub>, </sub>un contributo oggi ampiamente ignorato.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Report <em>Estimating the Military’s Global Greenhouse Gas Emissions</em> pubblicato da Scientists for Global Responsibility (SGR) e Conflict and Environment Observatory (CEOBS) nel novembre 2022, sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; traduzione a cura di Paginauno</p>



<p class="has-small-font-size">1) I Paesi elencati nell’Appendice 1 (industrializzati ed economie in transizione) sono tenuti a presentare annualmente il National Inventory Reports (NIR), quelli non inclusi nell’Appendice 1 devono presentare un inventario nazionale delle emissioni antropogeniche come parte delle loro comunicazioni nazionali e dei rapporti biennali di aggiornamento</p>



<p class="has-small-font-size">2)  UNFCCC (2015) <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement">https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) IPCC (2022) <a href="https://www.ipcc.ch/assessment-report/ar6/">https://www.ipcc.ch/assessment-report/ar6/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Osservatorio sul clima (2022). Dati per il 2019 <a href="https://www.climatewatchdata.org/ghg-emissions?chartType=percentage&amp;end_year=2019&amp;start_year=1990" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.climatewatchdata.org/ghg-emissions?chartType=percentage&amp;end_year=2019&amp;start_year=1990</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Per esempio, Paesi come il Regno Unito e la Francia hanno minori emissioni di gas serra per unità di elettricità (a causa di livelli più elevati di rinnovabili e nucleare) rispetto a Stati Uniti, Cina, India o Arabia Saudita, che hanno una maggiore dipendenza dai combustibili fossili, in particolare dal carbone e petrolio. Vedi <em>Our World in Data</em> (2022a) <a href="https://ourworldindata.org/grapher/carbon-intensity-electricity" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ourworldindata.org/grapher/carbon-intensity-electricity</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Per una definizione degli ambiti 1, 2 e 3, si veda il Capitolo 4 di: GHG Protocol (2015) <a href="https://ghgprotocol.org/corporate-standard" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ghgprotocol.org/corporate-standard</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) IISS (2020). Il bilancio militare 2020 <a href="https://www.iiss.org/publications/the-military-balance/archive">https://www.iiss.org/publications/the-military-balance/archive</a> </p>



<p class="has-small-font-size">8) Talete (2019). Documento di Registrazione Universale (compresa la Relazione Finanziaria Annuale) 2019 <a href="https://www.thalesgroup.com/en/investors">https://www.thalesgroup.com/en/investors</a> </p>



<p class="has-small-font-size">9) Fincantieri (2020). Aspetti ambientali: emissioni di gas serra, 2019<br><a href="https://www.fincantieri.com/en/sustainability/environmental/environmental-aspects/">https://www.fincantieri.com/en/sustainability/environmental/environmental-aspects/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10)  P.16–17 di: SGR (2020) <a href="https://www.sgr.org.uk/publications/environmental-impacts-uk-military-sector">https://www.sgr.org.uk/publications/environmental-impacts-uk-military-sector</a>. Questo studio è stato condotto da uno degli autori di questo documento, Stuart Parkinson</p>



<p class="has-small-font-size">11) Comunicazione personale con Mike Berners-Lee, Lancaster University, 13 luglio 2022. Per ulteriori discussioni sulla sottostima delle emissioni militari di gas serra all’interno delle statistiche ufficiali del Regno Unito, vedere: SGR (2022) <a href="https://www.sgr.org.uk/publications/comparing-official-uk-statistics-military-greenhouse-gas-emissions" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.sgr.org.uk/publications/comparing-official-uk-statistics-military-greenhouse-gas-emissions</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Sulla base di un totale di emissioni globali di gas serra per il 2019 pari a 49,8 GtCO<sub>2</sub>. Si veda Our World in Data (2022b) <a href="https://ourworldindata.org/emissioni-di-gas-serra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ourworldindata.org/emissioni-di-gas-serra</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Prospettive Climate Group (2022) <a href="https://transformdefence.org/publication/military-and-conflict-related-emissionsreport/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transformdefence.org/publication/military-and-conflict-related-emissions-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Si veda, per esempio, la guida del Regno Unito per la rendicontazione aziendale sulle emissioni di gas serra: BEIS (2022) <a href="https://www.gov.uk/government/collections/government-conversion-factors-for-company-reporting" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gov.uk/government/collections/government-conversion-factors-for-company-reporting</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) CEOBS (2022) <a href="https://ceobs.org/report-a-framework-for-military-greenhouse-gas-emissions-reporting/">https://ceobs.org/report-a-framework-for-military-greenhouse-gas-emissions-reporting/</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. nota 1</p>



<p class="has-small-font-size">17) Tali stime sono invece regolarmente compilate da altre organizzazioni, vedi: UNFCCC (2022) <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/transparency-and-reporting/greenhouse-gas-data/frequently-asked-questions#-Do-you-have-estimates-for-global-GHG-emissions-ie-emissions-for-the-whole-world" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://unfccc.int/process-and-meetings/transparency-and-reporting/greenhouse-gas-data/frequently-asked-questions#-Do-you-have-estimates-for-global-GHG-emissions-ie-emissions-for-the-whole-world</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) I dati di Climate Watch sono stati riassunti in Our World in Data (2022c) <a href="https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector">https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Statista (2022) <a href="https://www.statista.com/statistics/1107970/carbon-dioxide-emissions-passenger-transport/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1107970/carbon-dioxide-emissions-passenger-transport/</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) L’impronta di carbonio nazionale della Russia nel 2019 (basata solo sulle emissioni di CO<sub>2</sub>) è stata di 1.430 MtCO<sub>2</sub>. Poiché la CO<sub>2</sub> rappresenta il 74% delle emissioni globali di gas serra, questo dato può essere confrontato con l’equivalente impronta militare globale pari a 2.050 MtCO<sub>2</sub>. Dati da Global Carbon Project (2021) <a href="https://www.icos-cp.eu/science-and-impact/global-carbon-budget/2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icos-cp.eu/science-and-impact/global-carbon-budget/2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Il divario delle emissioni militari (2021) <a href="https://militaryemissions.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://militaryemissions.org/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) CEOBS (2022), op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">23) CEOBS (2021) <a href="https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/</a></p>
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