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	<title>Sergio Segio &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Sergio Segio &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Il mondo malato e quelli di sotto*</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Segio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
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		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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					<description><![CDATA[tato dell’impunità nel mondo. Il 19° Rapporto sui Diritti Globali: dalla crisi climatica all’epidemia, dai conflitti alle migrazioni: focus su impronta climatica, diseguaglianze, lobby e Green Deal]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 76, febbraio – marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stato dell’impunità nel mondo. Il 19° Rapporto sui Diritti Globali: dalla crisi climatica all’epidemia, dai conflitti alle migrazioni: focus su impronta climatica, diseguaglianze, lobby e Green Deal</p></blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">1. Il pianeta che brucia. 2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro. 3. L’estrattivismo assassino e suicida. 4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica. 5. Senza giustizia ambientale non c’è pace. 6. Alle radici del Covid-19. 7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze. 8. Lobby e think-tank contro il clima. 9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano. 10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano. 11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano. 12. Il vaccino diseguale. 13. L’economia pandemica. Grandi ricchezze crescono. 14. Pandemia, guerre e pericoli per la democrazia. 15. L’orologio dell’apocalisse al tempo del Covid-19. 16. Afghanistan: vent’anni di morte e distruzione, nessun risultato. 17. Il ritorno dell’Isis e la spirale della rappresaglia. 18. Biden e la polpetta afghana, avvelenata da Trump. 19. I veri conti e costi della guerra in Afghanistan. 20. Afghani senza asilo, l’Europa rimane fortezza. 21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex. 22. Partire è sempre più morire.</pre>



<h4 class="wp-block-heading">4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica</h4>



<p>Di record in record, da un crimine ambientale all’altro, da un presidente negazionista come Donald Trump a uno come Jair Bolsonaro, alle decine e decine di altri Paesi che hanno comunque sottovalutato il problema e accuratamente evitato di contrastare gli interessi delle lobby delle energie fossili, si è arrivati quasi senza resistenze – che non fossero quelle dei movimenti e delle ONG – alla situazione documentata nell’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), diffuso ad agosto 2021, che costituisce la prima parte del Sesto Rapporto di Valutazione previsto per l’anno seguente. In mezzo ci sarà la nuova sessione della Conferenza della Parti (COP26) dell’1-12 novembre 2021 a Glasgow. In pratica, dalle evidenze ribadite ora dall’IPCC, è quella l’ultima scadenza utile per prendere, pur in extremis, le decisioni politiche e operative per implementare le misure necessarie non a impedire – per quello il tempo è stato irresponsabilmente fatto scadere – ma almeno a limitare l’irreversibilità della catastrofe climatica comunque in atto e i suoi effetti globali, compresi quelli sugli oceani, sulle regioni ghiacciate, sulle risorse alimentari e idriche mondiali, e a investire nell’adattamento, dato che il riscaldamento del clima continuerà per i prossimi decenni, indipendentemente dal successo nella sua mitigazione.</p>



<p>Gli effetti negativi presenti e futuri sono diseguali a seconda della posizione geografica e anche del censo. Il che potrebbe rassicurare i cinici e gli stolti, ma a loro va l’ammonimento di Mohamed Nasheed, l’ex presidente delle Maldive, una nazione insulare ad alto rischio per l’innalzamento del livello del mare. Nell’esprimere solidarietà – a nome di un gruppo di Paesi che si definiscono Climate Vulnerable Forum – alla Germania e al Belgio colpiti dalle inondazioni che nel luglio 2021 hanno provocato quasi 200 vittime, ha rimarcato che, sebbene non tutti siano colpiti allo stesso modo, questi eventi estremi dimostrano che nell’emergenza climatica nessuno è al sicuro (Sengupta, 2021).</p>



<p>È da sperare che qualche governo, compresi quelli di Belgio e Germania, si decida a dargli maggiormente retta. Lo stesso Nasheed già nel 2009 decise un atto simbolico forte: convocò un Consiglio dei ministri sottomarino, con lui e il suo vicepresidente altri undici ministri con scafandri e maschere si erano tuffati e seduti a un tavolo a 3,8 metri sott’acqua. L’intento era di comunicare un grido di aiuto per l’innalzamento del livello del mare che minaccia l’esistenza dell’arcipelago tropicale e, in forme anche diverse, il mondo intero. Nella dichiarazione conclusiva venne ribadito: “Il cambiamento climatico sta avvenendo e minaccia i diritti e la sicurezza di tutti sulla Terra” (Omidi, 2009).</p>



<p>Sono passati già dodici anni da quell’appello rimasto inascoltato, mentre i continui disastri ambientali e l’innalzamento delle temperature ci ricordano quanto esso fosse e sia drammaticamente fondato.</p>



<p>I dati sono inequivocabili e dovrebbero atterrire, se la classe politica globale non mostrasse di essere, in larga maggioranza, affetta da una sorte di fatale <em>cupio dissolvi</em>. La temperatura media globale della Terra è cresciuta di 1,2 °C rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale, nei prossimi 20 anni dovrebbe raggiungere o superare 1,5 °C; gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi dal 1850 a oggi. L’attuale concentrazione dei principali gas serra è la più elevata degli ultimi 800.000 anni; attualmente vengono prodotti circa 2,6 milioni di libbre di anidride carbonica al secondo. Negli ultimi 120 anni, dall’inizio del Novecento, il livello dell’innalzamento del livello del mare è stato in media di 20 centimetri, con una rapidità mai osservata in tremila anni; eventi estremi relativi al livello del mare che prima si verificavano una volta ogni cento anni, entro la fine di questo secolo potrebbero verificarsi annualmente. Anche il ritrarsi dei ghiacciai non ha precedenti negli ultimi duemila anni. Ancor più eloquente e preoccupante è la conseguente previsione secondo cui le temperature continueranno ad aumentare fino alla metà del secolo, indipendentemente dalla riduzione delle emissioni. Si potrà evitare di raggiungere l’aumento di 2 °C alla fine del secolo solo se le emissioni nette saranno azzerate entro il 2050 (IPCC, 2021).</p>



<p>Uno scenario catastrofico sia per ciò che descrive (in ben 3.949 pagine di dati, simulazioni e proiezioni, che a loro volta si basano su migliaia di ricerche, con oltre 14.000 citazioni e quasi 80.000 commenti), che è già visibilmente e drammaticamente in atto con il susseguirsi di eventi estremi, sia per ciò che prevede e ipotizza. Tenuto conto di quanto poco si è fatto da quando, ben trentuno anni addietro, quell’organismo che riunisce i massimi esperti mondiali e migliaia di scienziati, aveva lanciato l’allarme con il primo Rapporto del 1990. Ci sono voluti venticinque anni per arrivare al fondamentale Patto di Parigi nel 2015, un evento nel quale 196 Paesi avevano faticosamente e lungamente discusso per due settimane sino a pervenire a un accordo, ancorché limitato negli impegni fissati (contenimento del riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C e auspicabilmente a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali). Entrato in vigore l’anno seguente, già nel 2017 l’Accordo aveva visto – dopo la sciagurata elezione di Donald Trump – la defezione degli Stati Uniti e il boicottaggio del presidente brasiliano, il primo piegato (come non pochi dei suoi predecessori) agli interessi dei petrolieri, il secondo a quelli dell’agribusiness, della deforestazione selvaggia e dell’industria estrattiva.</p>



<p>La guerra all’ambiente e alla natura, di cui il cambiamento climatico è uno dei capitoli principali – che rischia anche di essere quello tragicamente conclusivo –, è in realtà un epocale suicidio di massa. Non fosse che, evidentemente, una parte dei decisori globali e la classe dei potenti della Terra hanno qualche fondata aspettativa di riuscire a far pagare i prezzi più alti della catastrofe prossima ventura a ‘quelli che stanno in basso’. Di affidarsi cioè, anche in questo caso, a quei meccanismi produttivi di diseguaglianze che così efficacemente hanno funzionato negli ultimi quarant’anni nel drenaggio di ricchezza sociale verso l’alto e, nell’ultimo quarto di secolo, nello scaricare sui più deboli i costi della crisi economica e finanziaria così come, più di recente, della crisi pandemica.</p>



<p>Si tratta anche di una guerra delle generazioni precedenti contro quelle cui viene sottratto il futuro, ma pure, prima e assieme, una guerra di una classe contro un’altra e di una parte del pianeta rispetto all’altra.</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze</h4>



<p>L’Earth Overshoot Day, vale a dire la data in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un dato anno supera ciò che la Terra è un grado di rigenerare in quell’anno, nel 2021 è caduto il 29 luglio. Nel 1970 era stato il 29 dicembre: e questo ci dice l’incredibile e irresponsabile velocità e intensità con la quale vengono dilapidate le risorse naturali. In solo mezzo secolo l’umanità è arrivata ad aver bisogno di 1,7 pianeti per soddisfare annualmente le proprie attuali necessità. A evidente discapito delle generazioni future, cui vengono sottratti diritti e possibilità, ma anche di chi, vivendo in questo tempo, subisce gli effetti dannosi e letali di questo modello di sviluppo, di cui il Covid-19 è solo l’ultimo, ancorché più grave e generalizzato e, al solito, inegualmente distribuito, giacché terapie e vaccini sono accessibili da una piccola minoranza della popolazione mondiale.</p>



<p>Diseguale è anche l’incidenza nella cosiddetta impronta ecologica, in quanto 1,7 è la media, ma i Paesi con maggior deficit ecologico sono gli Stati Uniti, che consumano le risorse corrispondenti a quelle di 5 pianeti, l’Australia di 4,6, la Russia di 3,4, Francia, Germania e Giappone di 2,9, Italia, Portogallo e Svizzera di 2,8, il Regno Unito di 2,6, la Spagna di 2,5, la Cina di 2,3, il Brasile di 1,8, l’India di 0,7 (Global Footprint Network, 2021; Earth Overshoot Day, 2021).</p>



<p>Così come diseguale e assai differenziato è il contributo che le diverse aree mondiali danno al riscaldamento globale. Tra il 1990 e il 2015 il 10% più ricco della popolazione mondiale (circa 630 milioni di persone) è stato responsabile del 52% delle emissioni cumulative di carbonio. L’1% più ricco, da solo, è responsabile del 15% delle emissioni, più di quante non ne abbia prodotte l’intera Unione europea. Il 50% più povero (circa 3,1 miliardi di persone) è stato responsabile solo del 7% delle emissioni e ha usato appena il 4% del bilancio di carbonio disponibile (Oxfam, Stockholm Environment Institute, 2020).</p>



<p>Anche riguardo al clima, insomma, vige la più classica e indiscutibile regola del capitalismo: i profitti sono privatizzati e concentrati, mentre i costi sono distribuiti e convogliati verso i ceti – o, in questo caso, le aree geografiche – più deboli. E i più forti tra i forti dettano la legge assoluta. Come apertamente ebbe a dire il presidente americano George H.W. Bush al Summit della Terra a Rio de Janeiro del 1992: “Lo stile di vita americano non è negoziabile”. Tutto il resto ne consegue.</p>



<h4 class="wp-block-heading">8. Lobby e think-tank contro il clima</h4>



<p>Anche sulle cause della pandemia, proprio come sui cambiamenti climatici, la ricerca più qualificata e gli allarmi degli scienziati più autorevoli nulla o poco sembrano potere di fronte alla potenza e ai condizionamenti degli interessi economici più strutturati, in particolare di quelli delle imprese multinazionali. Il negazionismo climatico, che ha avuto nel passato presidente degli Stati Uniti uno dei massimi interpreti e rappresentanti, è una delle espressioni di quel potere e della sua capacità – o comunque della pervicace volontà – di modificare non solo le decisioni politiche, volgendole a proprio favore, ma anche la percezione diffusa della realtà. Significativa al riguardo una ricerca che documenta come l’industria petrolifera e del gas stia utilizzando massicciamente i social media per pubblicare annunci che promuovono l’uso di combustibili fossili, diffondono disinformazione sui cambiamenti climatici minimizzandone gli effetti, accreditano i consumi di gas fossile come ‘verdi’, alimentano campagne fraudolente di <em>greenwashing</em>.</p>



<p>I ricercatori hanno rintracciato su Facebook ben 25.147 annunci pubblicati nel 2020 da appena 25 organizzazioni del settore Oil &amp; Gas, che sono stati visti oltre 431 milioni di volte. La tecnica utilizzata, differentemente dal passato, non è più la negazione totale, dato un crescente controllo da parte di investitori, autorità di regolamentazione e pubblico. Ora, riferisce il report, quelle compagnie hanno sviluppato tecniche di messaggistica più subdole e fuorvianti, quali la promozione del gas come soluzione climatica a basse emissioni di carbonio, tentando di accreditare la compatibilità climatica di petrolio e gas, il cui utilizzo è indicato come necessario per mantenere un’alta qualità della vita.</p>



<p>A remare contro le politiche sul clima attuative dell’Accordo di Parigi non sono solo le industrie petrolifere e i gruppi di pressione statunitensi conservatori e negazionisti. In Europa sono anche le associazioni di settore che rappresentano i trasporti e l’industria pesante a essere maggiormente disallineate con i tentativi della Commissione europea di attuare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale e, in particolare, con l’accelerazione contenuta nel pacchetto “Fit for 55”, adottato il 14 luglio 2021, con il quale gli Stati membri si sono impegnati a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 (InfluenceMap, 2021 a; 2021 b).</p>



<p>I giganti del capitalismo digitale, dunque, guadagnano anche diffondendo disinformazione sul clima. Ma è vero e dimostrato pure l’inverso, vale a dire il finanziamento ricevuto da decine di organizzazioni non profit conservatrici e think-tank negazionisti da parte di piattaforme come Google, come rivelato già negli anni scorsi. Tra i beneficiati, il Competitive Enterprise Institute, un gruppo politico conservatore, che ha ricevuto sponsorizzazioni anche da Amazon, considerato determinante nel convincere l’Amministrazione Trump a uscire dall’Accordo di Parigi sul clima e a smantellare le precedenti normative ambientali di Barack Obama (Kirchgaessner, 2019). La scelta opposta, immediatamente dichiarata, di Joe Biden di rientrare nell’Accordo ha subito innescato le contromisure dei giganti petroliferi.</p>



<p>Nell’estate 2021 un’inchiesta di Greenpeace UK ha rivelato le strategie di ExxonMobil tese a ostacolare l’azione a favore del clima attraverso il lobbying a livello governativo. Una strategia non nuova, dato che già nel corso degli anni Novanta e, successivamente, all’inizio degli anni Duemila, la compagnia statunitense aveva organizzato e finanziato una campagna di disinformazione per alimentare dubbi sul legame tra il riscaldamento globale e i combustibili fossili. Exxon ha anche contribuito a fondare e guidare un potente gruppo intersettoriale, la Global Climate Coalition (GCC), che ha speso decine di milioni di dollari per contrastare un accordo globale vincolante sul clima già a ridosso del Vertice delle Nazioni Unite sul clima del 1997 a Kyoto. Soldi investiti con successo, dato che gli Stati Uniti non ratificarono il Protocollo. Ancora tra il 1998 e il 2014 la compagnia ha versato almeno 30 milioni di dollari per finanziare gruppi di negazione degli effetti delle fonti fossili sul clima, come l’Heartland Institute, il Competitive Enterprise Institute e la Heritage Foundation.</p>



<p><a></a> C’è, insomma, una fitta rete di centri studi che campa falsificando i dati e le risultanze scientifiche e promuovendo disinformazione sul clima. Lo stesso fanno gruppi di pressione che operano su governi e partiti, facilitati dal sistema di porte girevoli tra società petrolifere e politica. Uno degli esempi più macroscopici riguarda l’allora amministratore delegato di Exxon, Rex Tillerson, divenuto Segretario di Stato con Donald Trump.</p>



<p>L’intendimento di Biden di stanziare miliardi di dollari in energie rinnovabili per affrontare il cambiamento climatico ha rinvigorito l’azione di pressione di Exxon, che pare aver di nuovo conseguito risultati, dato il ridimensionamento della proposta del presidente, che inizialmente includeva oltre cento miliardi di dollari di sussidi per i soli veicoli elettrici, da finanziarsi anche attraverso una maggiore tassazione delle aziende del fossile (Greenpeace-Unearthed, 2021).</p>



<p>Quello che ormai è emerso con evidenza inoppugnabile è che le compagnie petrolifere sono a conoscenza degli effetti dei combustibili fossili sul riscaldamento globale da oltre mezzo secolo, ben prima che la questione arrivasse alla consapevolezza pubblica e cominciasse a preoccupare i decisori politici. C’è quindi un dolo che dovrebbe far parlare di crimini ambientali consapevoli di enorme portata e che in effetti stanno moltiplicando le cause legali contro l’industria fossile (Pattee, 2021).</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano</h4>



<p>I due presidenti che più hanno rappresentato e sostenuto il negazionismo climatico e avversato le misure contro il riscaldamento globale, Donald Trump e Jair Bolsonaro, si sono anche contraddistinti per la negazione e sottovalutazione della pandemia da coronavirus. Secondo gli ex presidenti del Brasile Dilma Rousseff e Luiz Inácio Lula da Silva, Bolsonaro va considerato responsabile quanto meno di una parte dei morti di Covid-19 nel loro Paese, che è stato particolarmente colpito. Proprio per questo entrambi lo definiscono senza remore “un genocida”. La stessa accusa gli rivolgono le comunità indigene, che lo hanno denunciato alla Corte Penale Internazionale per le politiche di deforestazione.</p>



<p>Al 18 agosto 2021 Stati Uniti e Brasile erano il primo e terzo Paese a livello globale con 37.023.466 casi di contagio e 623.338 morti il primo e 20.416.183 casi e 570.598 vittime il secondo (Johns Hopkins University, 2021).</p>



<p>Le cifre ufficiali sulla mortalità da Covid-19, peraltro, vengono sempre più spesso considerate significativamente sottostimate. Sia riguardo gli Stati Uniti (Lewis, Montañez, 2021), sia in generale. Da ultimo, secondo gli analisti di <em>The Economist</em>, il bilancio reale potrebbe essere addirittura più di tre volte superiore ai 4,6 milioni ufficialmente censiti a inizio settembre 2021, arrivando a un conteggio di 15 milioni di morti. Ma già l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, a fronte dei 1.813.188 ufficialmente deceduti al 31 dicembre 2020, riteneva che il vero bilancio delle morti attribuibili direttamente e indirettamente al Covid-19 a quella data arrivasse almeno a tre milioni (The Economist, 2021; WHO, 2021).</p>



<p>A differenza di Donald Trump, Jair Bolsonaro continua a essere in carica e ad attuare politiche di grandissimo danno – attuale e futuro – per il suo popolo e per il suo Paese, che nel 2021 ha visto approfondita la crisi istituzionale, con continui cambi di ministri, richieste di impeachment, esplicite tentazioni di golpe, conflitti tra poteri, con il presidente messo sotto inchiesta su disposizione della Corte Suprema dell’aprile 2021 per la gestione disastrosa della pandemia, con generali che minacciano la stessa Corte apertamente e senza conseguenze o freni. Con lo stesso Bolsonaro che convoca manifestazioni dei propri sostenitori davanti alle sedi istituzionali e attacca personalmente il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes nonché il presidente del Tribunale superiore elettorale Luis Roberto Barroso, accusandolo di aver ostacolato la sua offensiva per l’introduzione del voto cartaceo in vista delle presidenziali del 2022, escamotage per ovviare al vistoso calo dei consensi.</p>



<p>Il governo di Bolsonaro, capitano dell’esercito in pensione e nostalgico della dittatura, vede un record mondiale quanto a presenza di ministri militari: sette su ventitré. Un fatto poco rassicurante, specie in un Paese che ha vissuto per vent’anni sotto un sanguinoso regime militare, dopo il colpo di Stato del 1964. Dai ministeri oggi presieduti da ufficiali delle forze armate dipendono sedici delle quarantasei imprese statali, compresa quella principale, la società di idrocarburi Petrobras. 6.157 militari, di cui più della metà in servizio attivo, occupavano nel 2020 posizioni normalmente riservate ai civili. Due dei fronti più importanti e delicati, come quello del contrasto alle deforestazioni amazzoniche e della pandemia da Covid-19, sono affidati a militari: il primo al vicepresidente e generale della riserva Hamilton Mourão e il secondo al generale Eduardo Pazuello, sino a marzo 2021 ministro della Salute. In entrambi i casi i risultati sono disastrosi (Vigna, 2021; Vandenberghe, Pereira, 2021).</p>



<p>Mentre la popolarità di Bolsonaro è in picchiata, con il crollo dei consensi inversamente proporzionale alla crescita dei morti per Covid-19, ogni suo sforzo è mirato alle elezioni presidenziali del 2022 e, anche a tal fine, alla manomissione della Costituzione. Pure in questo somigliante a Donald Trump, il presidente brasiliano non si rassegna davanti allo sfacelo politico e sociale del Paese e alla volontà popolare. Così, il 10 agosto 2021, mentre al Congresso era in discussione un emendamento costituzionale per revisionare il sistema elettorale, davanti al palazzo venivano fatti sfilare i carri armati.</p>



<p>Dieci giorni dopo Bolsonaro rilanciava su Whatsapp un messaggio più che esplicito, nel quale si parlava di un “contro-golpe abbastanza probabile e necessario” contro la Corte Suprema e il Congresso e “una Costituzione comunista che ha in gran parte sottratto i poteri al presidente della Repubblica”, invitando poi i suoi sostenitori a scendere in piazza il 7 settembre, festa dell’Indipendenza, e già paventando – di nuovo imitando l’ex presidente degli Stati Uniti – brogli alle future elezioni, dove i sondaggi danno per più che favorito l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Esattamente come nel voto del 2018, dal quale Lula era stato però escluso poiché arrestato in quello che è, infine, risultato un vero e proprio complotto. Liberato nel novembre 2019, dopo 580 giorni di ingiusta carcerazione, la Corte Suprema ha riconosciuto a Lula la candidabilità, un fatto che ha vieppiù accresciuto i timori di Bolsonaro di perdere il potere e ha alimentato minacciosi ‘tintinnar di sciabole’. Con il generale in pensione Augusto Heleno, ora membro del governo e a capo della sicurezza istituzionale, che il 16 agosto 2021 ha dichiarato: “Attualmente non ci sono motivi per l’intervento delle forze armate in Brasile, ma questa possibilità è prevista dalla Costituzione e può essere utilizzata”.</p>



<p>Nonostante questi segnali espliciti da parte dei militari, alcuni osservatori ritengono però che la minaccia maggiore alla democrazia potrebbe venire piuttosto dalle forze di polizia brasiliane, un’istituzione particolarmente violenta, che uccide quasi 6.000 persone all’anno e gode di sostanziale impunità, che Bolsonaro ha spesso favorito (Waldron, 2021).</p>



<p>Il quadro politico e istituzionale del Brasile è, dunque, in rapido deterioramento e desta grande preoccupazione a livello internazionale e notevoli tensioni nel Paese, seriamente ferito dalla crisi economica e dalla povertà, oltre che dai morti per il Covid-19.</p>



<h4 class="wp-block-heading">11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano</h4>



<p>Nel luglio 2021 la Commissione europea ha adottato il Green Deal, una serie di misure e politiche riguardo clima, energia, trasporti e fiscalità finalizzate a ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Un obiettivo ambizioso – rispetto ai ritardi accumulati – e un passaggio necessario per arrivare a un impatto climatico zero entro il 2050. A disposizione vi sono un terzo delle risorse del Recovery Fund e il bilancio settennale dell’Ue (European Commission, 2021 a).</p>



<p>Nel luglio 2020 il Consiglio europeo aveva invece approvato il Next Generation EU, chiamato anche Recovery Fund o Recovery Plan, per sostenere i Paesi dell’Unione nella difficile uscita dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia, anche in direzione della transizione ecologica. A disposizione del piano 806,9 miliardi di euro (importo espresso a prezzi correnti, equivalente a 750 miliardi di euro a prezzi del 2018).</p>



<p>Nel complesso, per costruire il dopo pandemia, l’Europa ha così messo a disposizione il bilancio a lungo termine dell’Ue, unito a Next Generation EU, costituendo il più ingente pacchetto di misure di stimolo mai finanziato, per un totale di 2.018 miliardi di euro a prezzi correnti (European Commission, 2021 b).</p>



<p>Un fiume di denaro per ricostruire, sopra e dopo le macerie, un’Europa “più verde, digitale, resiliente”. Naturalmente non potevano mancare appetiti e manovre da parte delle lobby, dei poteri e delle imprese che si sentono minacciate da una transizione e una svolta davvero ‘verdi’, cioè ecologicamente compatibili.</p>



<p>Significativo il caso dell’Italia, destinataria di una parte consistente del Recovery Fund, essendo tra i Paesi più feriti dagli effetti della pandemia. A partire dall’estate 2021, destinataria di oltre 200 miliardi per investimenti da completare entro il 2026, dei quali circa 70 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Più di un terzo dovrà essere destinato alla cosiddetta transizione ecologica. Per accedere ai fondi il governo italiano ha predisposto un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), articolato in sei missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. L’Italia è il Paese che in Europa ha avuto il maggior numero di vittime per il Covid-19, come ricorda la premessa a firma del premier Mario Draghi del documento approvato; eppure, paradossalmente, nella ripartizione delle risorse l’ultima voce è la cenerentola della situazione con soli 15,63 miliardi, di cui 7 destinati a reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e i rimanenti 8,63 a innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale (Governo italiano, 2021). Una somma dunque complessivamente esigua, peraltro in parte a forte rischio – tanto per cambiare – di finire a finanziare la sanità privata.</p>



<p>La gestazione e messa a punto del PNRR ha attraversato due esecutivi: il secondo governo Conte e quello che lo ha poi seguito, retto da Mario Draghi e in carica dal 13 febbraio 2021. Tre le versioni in corso d’opera, per arrivare alla quarta, quella definitiva, dopo che a giugno 2021 la Commissione europea ne ha cassate alcune parti ambientalmente discutibili relative a investimenti per l’idrogeno prodotto da gas fossile, fortemente sostenuti da Eni.</p>



<p>L’associazione ReCommon ha dedicato un dettagliato report all’arrembaggio delle compagnie fossili ai fondi concessi all’Italia: “Multinazionali come Eni e Snam hanno letteralmente invaso i centri decisionali dello Stato, riuscendo, complice anche una mancanza di visione e politica industriale, ad abbindolare i governi con chimere e false soluzioni come l’idrogeno, la cattura dell’anidride carbonica e il biogas. Specchietti per le allodole dietro cui si cela il tentativo di prolungare la vita al gas e alle infrastrutture fossili”.</p>



<p>Tra il luglio 2020, data in cui il Recovery Plan è stato varato, e l’aprile 2021, in cui il PNRR italiano è stato trasmesso alla Commissione europea, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano. Eni è riuscita a far sì che le successive versioni del PNRR “collimassero sempre più con il suo piano industriale”. La pressione lobbistica, che “ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi”, ha avuto come obiettivo “non solo un consistente accesso alle risorse del Piano, ma anche lo smantellamento capillare di quei pochi strumenti legislativi a cui le comunità potevano ricorrere per opporsi ai progetti imposti sui loro territori” (ReCommon, 2021). Obiettivi sostanzialmente raggiunti, pur in parte ridimensionati dall’intervento correttivo della Commissione europea.</p>



<p>Il PNRR italiano, insomma, rimane interno alle logiche di politica economica basate sulla centralità delle misure di stimolo e sulla crescita, e al modello di sviluppo precedenti la pandemia, rimuovendo il fatto che quei modelli sono, anche, alla radice della stessa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dall’introduzione del 19° Rapporto sui Diritti Globali, “Stato dell’impunità nel mondo. Un altro mondo è possibile”, Ediesse Edizioni, novembre 2021. Studio Promosso da Association Against Impunity and for Transitional Justice, Curato da Associazione Società INformazione Onlus, con la partecipazione di Cgil. Sergio Segio è il curatore del Rapporto. Qui i dettagli <a href="https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/</a>. Per i riferimenti bibliografici contenuti in questo estratto, vedi l’introduzione completa pubblicata nel Rapporto</p>
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		<item>
		<title>19° Rapporto sui diritti globali</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/19-rapporto-sui-diritti-globali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Segio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 11:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Rapporto sui diritti globali è una pubblicazione annuale sui processi connessi alla globalizzazione e alle sue ricadute, sotto i vari profili economici, sociali, geopolitici e ambientali. Lo studio è realizzato dalla Associazione Società INformazione Onlus, con la partecipazione della CGIL nazionale e l’adesione delle maggiori associazioni, italiane e non solo, impegnate a vario titolo [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-drop-cap">Il Rapporto sui diritti globali è una pubblicazione annuale sui processi connessi alla globalizzazione e alle sue ricadute, sotto i vari profili economici, sociali, geopolitici e ambientali. Lo studio è realizzato dalla Associazione Società INformazione Onlus, con la partecipazione della CGIL nazionale e l’adesione delle maggiori associazioni, italiane e non solo, impegnate a vario titolo sui grandi temi trattati nel Rapporto. </p>



<p>Come si evidenzia in numerosi paesi e come il Rapporto documenta, anche nel 2021 la pandemia di Covid­19 si è accom­pagnata a un’accentuazione delle violazioni di diritti fondamentali. Con il pretesto delle misure sanitarie, si sono introdotte misure di eccezione, determinate riduzioni di libertà e peggioramenti nella condizione sociale ed eco­nomica di milioni di cittadini in molte parti del mondo, mentre è emersa con maggior evidenza la pericolosa vul­nerabilità del sistema democratico e dello Stato di diritto. Il Rapporto, oltre alle violazioni dei diritti umani documentate con un Osservatorio sulle impunità, analizza e denuncia crimini che violano e compromettono altre sfere di diritti altrettanto fondamentali, che riguardano le comunità e non solo gli individui, come quelli ambientali, economici, sociali. Crimini di sistema, dei quali nes­suno si sente responsabile, ma che sono invece prodotti da precise scelte politiche, economiche, di governo. Dallo studio dei dati e degli avvenimenti recenti emerge la necessità di cambiamenti radicali e di urgenti inver­sioni di rotta.</p>



<p>Vai<a href="https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/" data-type="URL" data-id="https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> al sito del Rapporto</a></p>
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		<title>SanPa e i buchi nella Storia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sanpa-e-i-buchi-nella-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Segio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[San Patrignano: politica, documentario, Storia: la consegna di una falsa memoria dei fatti e dell’epoca. La legge sulle droghe del 1975, Stato penale vs Stato sociale e la battaglia politico-culturale che si giocò sui diritti civili conquistati negli anni Settanta]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>San Patrignano: politica, documentario, Storia: la consegna di una falsa memoria dei fatti e dell’epoca. La legge sulle droghe del 1975, Stato penale vs Stato sociale e la battaglia politico-culturale che si giocò sui diritti civili conquistati negli anni Settanta</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La Storia è conflitto tra verità, interpretazioni e memorie. Chi ha il potere stabilisce ciò che è da considerarsi verità e impone le proprie interpretazioni come universali. Dentro questo interminabile conflitto, i dominati possono contare solo sulla propria memoria e sulla contronarrazione per poterla comunicare. La rimozione dei contesti e la riduzione delle complessità e dinamiche della Storia sono la premessa di ogni operazione di riscrittura e revisione di ciò che è stato. Una tecnica in Italia più che collaudata in particolare riguardo le vicende degli anni Settanta, ma che funziona in generale. La miniserie <em>SanPa</em>, che tanto sta facendo discutere, non si è sottratta a questa regola e tendenza.</p>



<p>Al filmato disponibile su Netflix, articolato in cinque puntate per una durata complessiva di 301 minuti, va riconosciuto un indubbio merito: quello di aver riaperto la riflessione e il dibattito non tanto e non solo sulla comunità terapeutica fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978 quanto sulla questione delle droghe, da tempo rimossa dall’attenzione pubblica e dall’affrontamento politico e istituzionale. Basti dire che la Conferenza governativa che ha il compito di verificare e indirizzare le politiche in materia non viene più effettuata dal 2009, in violazione della legge che la prevede ogni tre anni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La tossicodipendenza oggi</h4>



<p>Una inadempienza tanto più grave stante la permanenza di drammaticità ed estensione del problema. Secondo le fonti ufficiali, nel 2019 (ultimo dato disponibile) le morti per intossicazione acuta da droghe sono state 373, di cui 169 dovute all’uso di eroina, in aumento del 11% sull’anno precedente, che già aveva visto una crescita del 17% rispetto al 2017. Lo stesso Dipartimento per le politiche antidroga istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, nella propria relazione annuale al Parlamento, specifica peraltro che tale cifra è inferiore alla realtà, in quanto si riferisce solo alle morti attribuite in via diretta all’assunzione di droghe e ai casi per i quali sono state interessate le forze di polizia.</p>



<p>Nel complesso, e con questa avvertenza, negli ultimi vent’anni i decessi correlati agli stupefacenti assommano a 9.718. Si consideri che nel 1985, l’anno del famoso “processo delle catene”, ricostruito nel documentario e che vide imputato e condannato in primo grado Muccioli, i decessi per droga erano stati 242. La questione, beninteso, non riguarda solo o particolarmente il nostro Paese: secondo l’Osservatorio europeo sulle droghe, nel 2018 i decessi per overdose nell’Unione sono stati 8.300. In Italia, nel corso del 2019, i 6.624 operatori dei 562 Servizi Pubblici per le Dipendenze (SerD) hanno assistito complessivamente 136.320 persone, mentre i servizi gestiti dal cosiddetto ‘Privato Sociale’ – ben 821 quelli registrati – al 31 dicembre 2019 avevano in carico 16.352 persone, la maggior parte (11.117) inseriti in strutture terapeutiche residenziali.</p>



<p>Pur nelle differenze anche significative riguardo le sostanze oggi utilizzate, il loro mercato e le modalità di consumo, il quadro attuale delle droghe e delle dipendenze, insomma, ha dimensioni che dovrebbero allarmare, oltre che indurre adeguate risposte a livello politico e sociale. Eppure, il problema rimane pressoché invisibile e non rilevato nella informazione e consapevolezza pubblica.</p>



<p>Benvenuto, dunque, il documentario <em>SanPa</em>, che ha saputo risvegliare l’attenzione del distratto e omissivo sistema mediatico, se riuscirà davvero a provocare una riflessione che vada oltre il soggettivo dosaggio delle ‘luci’ e delle ‘ombre’ e un dibattito che esca dalle personalizzazioni per addentrarsi nella questione droghe (e politiche sulle droghe) in generale e, in specifico, nell’analisi dei modelli e delle culture che presiedevano e presiedono alle risposte terapeutiche.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Di cosa stiamo parlando</h4>



<p>Le premesse non rendono però ottimisti, poiché il racconto che <em>SanPa</em> propone non fornisce alcun elemento di contestualizzazione riguardo il periodo storico, le correnti culturali, la situazione politica, gli apparati normativi di riferimento, le diverse filosofie e metodologie di trattamento delle tossicodipendenze. Uno spettatore giovane o smemorato sarà anzi indotto a ritenere che quella di Muccioli sia stata l’unica struttura preposta alla cura di quanti in quell’epoca fossero stati dediti all’uso di droghe. E, così pure, che l’opera di San Patrignano sia da considerarsi tanto più meritevole stante la latitanza dello Stato e di ogni supporto pubblico. </p>



<p>Una convinzione tanto diffusa quanto errata, come vedremo, da cui non si discosta Carlo Gabardini, che con Paolo Bernardelli è stato coautore della docu-serie ideata e scritta da Gianluca Neri e diretta dalla regista Cosima Spender. In un’intervista parla esplicitamente “dell’assenza dello Stato che bollò la droga come una tematica tabù e creò emarginazione e stigma sociale”. Una persuasione ribadita più volte: “È una serie su tutti noi. Su come decidiamo di risolvere i problemi che travolgono la società e su come ci confrontiamo con l’assenza dello Stato” (1).</p>



<p>Se ci pensiamo, questo è un concetto cardine che ha invaso e colonizzato il discorso pubblico degli ultimi decenni, a consentire e sorreggere la restaurazione liberista oggi dominante, in una sorta di profezia che si autoadempie. La denuncia dell’assenza e dell’inefficienza dello Stato, culla prima del liberismo e poi del populismo, è stata cavallo di Troia delle privatizzazioni, dell’appropriazione dei beni comuni e della demolizione del welfare. “Il privato è meglio e funziona meglio” è lo slogan che ci accompagna da decenni. La sindemia del Covid-19, con il corredo di alta mortalità e le diverse problematiche connesse, derivanti dalla decennale penalizzazione e aziendalizzazione del servizio sanitario pubblico e dal depauperamento della medicina territoriale a favore del sistema privato e convenzionato, sta ora rendendo evidente anche ai più ciechi quanto fosse fraudolenta quella ideologia. Un sistema che, tuttavia, non demorde e che sta utilizzando lo shock pandemico per accentrare poteri e moltiplicare profitti, nella logica rapace e consolidata del capitalismo dei disastri.</p>



<p>Secondo il documentario, dunque, già allora e anche nel campo delle tossicodipendenze l’iniziativa privata colmava il vuoto dovuto alla latitanza e disinteresse delle autorità pubbliche e ‘salvava’ tanti giovani altrimenti condannati. Diversamente, già la legge n. 685 del 1975 aveva istituito i servizi pubblici territoriali, man mano cresciuti di numero, esperienza e di professionalità. Il confronto non era tra un’assenza e una supplenza, ma tra impostazioni diverse e talvolta opposte. Nel pensiero di Muccioli, in realtà, ciò di cui si lamentava la mancanza non era tanto dello Stato in sé, bensì dello Stato forte, dello Stato penale non di quello sociale. Non per niente le forze politiche maggiormente e per prime tifose di San Patrignano sono state quelle con medesima e dichiarata convinzione e con qualche nostalgia per passati regimi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La linea guida della docu-serie</h4>



<p>Fatta salva la bontà delle intenzioni e l’indubbia perfezione tecnica, scontata l’evidente e preventiva ricerca di equilibrio (rivendicata da Gabardini: “Le luci ci sono e le abbiamo mostrate in maniera profonda e senza filtri”), quel che risulta <em>ab origine</em> discutibile è l’architrave, l’assunto fondante sul quale è costruito l’intero documentario. Quello di cui ha espressamente riferito il produttore Gianluca Neri: “La frase che ci eravamo dati noi autori come linea guida era: quanto male sei disposto a giustificare, per fare del bene? Era la chiusura del trailer che proponemmo a Netflix per farci prendere la storia” (2).</p>



<p>Si introduce in questo modo un’affermazione apodittica e fattualmente indimostrabile, ovvero che l’esito di quei trattamenti, pur violenti, sia stato “il bene” dei soggetti in quel modo trattati. La cui alternativa sarebbe stata il permanere nella ‘schiavitù’ della droga e la morte. Un male relativo e contingente per un bene assoluto e definitivo. E qui, a puntello dell’assunto, entra in campo non semplicemente un aspetto non comprovato, ma una vera e propria falsa memoria, una credenza e una disinformazione riguardo ai fatti e ai dati dell’epoca.</p>



<p>Dice ancora il produttore: “Alcuni montatori che avevano 18 anni ci guardavano basiti chiedendo «Ma davvero si facevano con le siringhe?». Gli dovevamo spiegare che i tossicodipendenti li trovavi nei parchi, morti sulle panchine, per spiegare quanto fosse un’emergenza nazionale”. Eppure, questa descrizione non corrisponde alla realtà di quel periodo, ma semmai a quella di un decennio successivo, allorché la risposta politica alle tossicodipendenze era divenuta marcatamente punitiva, anche sulla scia e per risultato dell’approccio e del verbo muccioliniano.</p>



<p>La fotografia che più è rimasta nell’immaginario, condizionandolo, è, in effetti, degli ultimi giorni del 1979: un ragazzo riverso su una panchina di Milano, alla Bovisa, con un prete che ne benedice la salma. Si chiamava Dario Rizzi, aveva 16 anni. Ma, dopo le suggestioni e i fotogrammi rimasti maggiormente impressi, occorre tornare al quadro nel suo insieme e all’obiettività dei numeri e alla corretta datazione degli avvenimenti e del loro sviluppo, guardando in parallelo ai cambiamenti nelle politiche e nelle legislazioni antidroga.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I morti per droga e la nuova legge</h4>



<p>I decessi per sostanze stupefacenti hanno iniziato a essere censiti nel 1973, con un solo morto registrato. Da allora una lenta ma quasi lineare progressione: 8 decessi (nel 1974), 26 (1975), 31 (1976), 40 (1977). Nel 1978, anno di fondazione di San Patrignano, furono 62; in seguito 126 (1979), 206 (1980), 237 (1981), 252 (1982), 259 (1983), 397 (1984), 242 (1985). Nell’anno dell’assoluzione in appello di Muccioli per le catene, il 1987, i morti erano stati 543 e poi hanno continuano a salire progressivamente sino ai picchi dei 1.161 del 1990, 1.383 del 1991, 1.217 del 1992. Picchi che è inevitabile – e corretto – porre in correlazione con la nuova legge sugli stupefacenti introdotta nel 1990, dopo un dibattito lungo e lacerante a livello politico e sociale e tra le diverse comunità terapeutiche, portatrici di pratiche e metodologie assai differenziate. Dallo scontro uscì vincitore Muccioli, principale sostenitore della legge Iervolino-Vassalli (legge 26 giugno 1990 n. 162, poi DPR 9 ottobre 1990, n. 309).</p>



<p>Era allora in carica il VI governo Andreotti, di coalizione pentapartita (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli). La nuova disciplina era fortemente voluta dai due partiti principali della coalizione, il democristiano e il socialista, allo scopo di riformare il criterio della “modica quantità”, caratterizzante la legge n. 685 in quel momento in vigore. Sino al 1990, infatti, era esclusa la punibilità per la detenzione di un modesto quantitativo di sostanza finalizzata al consumo personale.</p>



<p>La legge n. 162 volle invece, programmaticamente, punire chiunque consumasse droghe. Così, il possesso di una quantità inferiore alla “dose media giornaliera” (definita con apposite tabelle ministeriali in 100 milligrammi di principio attivo per l’eroina, 150 milligrammi per la cocaina, 1/2 grammo per l’hashish) comportava sanzioni amministrative (sospensione della patente, del passaporto, obbligo di colloquio in prefettura). Al di sopra di quella soglia, invece, le misure diventavano automaticamente penali; ma anche la reiterazione o l’inosservanza delle sanzioni amministrative comportava – e comporta – l’avvio al circuito penale.</p>



<p>La <em>ratio</em>, insomma, era di escludere ogni discrezionalità da parte della magistratura e delle forze dell’ordine nel valutare caso per caso se la droga fosse destinata all’uso personale o allo spaccio, e dunque di punire severamente anche il semplice consumo e la detenzione a uso personale. In seguito la norma venne addirittura inasprita, con la legge Fini-Giovanardi, n. 49 del 2006, che equiparò droghe pesanti e leggere e moltiplico ulteriormente gli ingressi in carcere, prima di essere, pur tardivamente, dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 32 del 2014.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La war on drugs</h4>



<p>La legge repressiva del 1990 aveva un’altra delle sue radici nella fascinazione del leader socialista dell’epoca, Bettino Craxi, per la <em>war on drugs</em> voluta e varata dall’allora presidente statunitense George Bush senior, ma già indirizzata dal predecessore Ronald Reagan. Arrivarono così gli anni della “tolleranza zero” imposta dal sindaco di New York Rudolph Giuliani (che abbiamo ritrovato negli anni recenti in veste di avvocato di Donald Trump). Sia nella versione originale, sia in quella importata in Italia, la <em>guerra</em> e l’<em>intolleranza</em> si sono sviluppate non già contro le sostanze proibite ma verso chi le utilizzava. Cominciò in quel modo e in quel tempo la bulimia del sistema penitenziario.</p>



<p>La filosofia del “fare raggiungere il fondo” ai tossicodipendenti per costringerli poi a risalire, teorizzata e praticata dalle strutture sostenitrici della necessità – anzi del valore – della punizione (non solo San Patrignano, ma anche altre, in particolare le comunità Incontro di don Pierino Gelmini) produsse presto effetti. Nefasti, non salvifici. I dati mostrano che, ben prima di raggiungere quel ‘fondo’ da cui eventualmente risalire, spinti a nascondersi e non rivolgersi ai servizi nel timore di essere denunciati, molti morivano o si infettavano di AIDS e in numero crescente finivano in prigione. In Italia, al 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti detenuti erano 7.299; sei mesi dopo erano già saliti a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre 1992. Cifre mai più reclinate: attualmente (al 31 dicembre 2020) sono 18.757 le persone in carcere per violazione della legge sulle droghe.</p>



<p>Assieme, si intensificò proprio allora il numero di morti, che arrivò nel 1996 al picco storico dei 1.566, favorito dalla clandestinità cui la nuova legge costringeva i tossicomani, laddove anche i medici erano tenuti a segnalarli, a dispetto del rapporto di fiducia e delle regole deontologiche. Il record dei decessi, tuttavia, non portò alcuna resipiscenza. Anzi, la madre della nuova disciplina, la ministra Iervolino, arrivò incredibilmente a dichiarare: “L’aumento dei decessi non rappresenta certo una smentita della validità della legge, anzi secondo me ha il valore di una conferma” (La Repubblica, 8 febbraio 1991). E, di fronte al disastro carcerario, tentò di scaricare l’intera responsabilità sui socialisti di Craxi: “Non siamo stati né io né la Democrazia cristiana a insistere perché chi consuma droga finisse in carcere. Anzi, il testo originario da me presentato non prevedeva questa misura. Poi altri partiti che voi ben sapete hanno insistito su quel punto” (La Repubblica, 10 novembre 1992).</p>



<p>Non è dunque la filosofia coercitiva o il rigore e il furore repressivo teorizzato e praticato da Muccioli e consacrato nella Iervolino-Vassalli ad aver ‘salvato’ i giovani tossici. A parte la discutibilità del termine, rilanciato dal documentario, si potrebbe plausibilmente affermare il contrario.</p>



<p>La ‘linea guida’ e l’idea forza che si è data il documentario, inoltre, condivide e rilancia un’altra falsa credenza – ovviamente e interessatamente accreditata a suo tempo da San Patrignano, ma non solo –, vale a dire che la comunità terapeutica, specie se chiusa e con regole rigide, fosse l’unica soluzione per ‘fare del bene’, per ‘guarire’ e ‘salvare’ dalla tossicodipendenza. Quando invece era, ed è, una sola delle possibili modalità, a fianco di diverse altre, non necessariamente comunitarie e non per forza residenziali. La risposta terapeutica, per essere davvero efficace, deve infatti essere il più possibile mirata e individualizzata, poiché ogni storia di tossicodipendenza è una storia a sé, come insegnano decenni di esperienza dei servizi e come conferma la letteratura scientifica. Imporre soluzioni standardizzate – e magari corredate dall’ergoterapia, ovvero da lavoro gratuito su larga scala come a SanPa –, assieme alla complessiva filosofia punitiva e reclusiva, hanno costituito un approccio ideologico che poteva aggiungere al ‘male’ un ‘male’ di tipo diverso ma egualmente pernicioso per la persona.</p>



<p>Alle fatiche, rischi e sofferenze della condizione che si trovavano a vivere a causa della dipendenza, infatti, per decine di migliaia di persone si aggiunsero allora quelli della stigmatizzazione, della privazione della libertà, del maggior rischio di contrarre l’AIDS e altre malattie trasmissibili.</p>



<p>Maggior facilità di contagio che ha avuto come conseguenza una impennata delle morti. Quelle per AIDS sono rapidamente passate dalle 2 del 1983 al picco di 4.519 nel 1995. In quell’anno più nefasto, su 5.578 casi di contagio 3.386 hanno riguardato tossicodipendenti; dall’inizio della raccolta dei dati, nel 1982, al 1995, su un totale di 32.632 contagiati 21.195 erano consumatori di droghe per via iniettiva. Certo, sono morti per il virus e per le infezioni correlate, ma anche e assieme per la criminalizzazione dei propri comportamenti, per la mancata prevenzione, per il contrasto alle politiche di riduzione del danno, per la difficoltà di trovare siringhe pulite, per la costrizione a nascondersi, per l’imposizione preventiva dell’astinenza, onde poter ricevere cure o qualsiasi sostegno, e della comunità chiusa come unica soluzione valida per tutti. Insomma, per la sottrazione di ogni diritto e per la sciagurata filosofia del “fare toccare il fondo” portata avanti dai padrini dell’ideologia punitiva e tradotta nella legislazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le testimonianze omesse</h4>



<p>Chi entrava nella comunità di San Patrignano trovava non la morte ma la mortificazione, in particolare se di genere femminile. Come ben racconta ancora Gianluca Neri: “Un’altra cosa che mi è dispiaciuto non mettere nel documentario è sempre in quell’intervista al figlio di Villaggio, in cui lui a un certo punto dice: «Avevo un capogruppo che la notte entrava nelle camerate, ne sceglieva sempre una e la violentava»”. Il produttore cita anche l’altra parte del racconto di Villaggio che è stata omessa e che è altrettanto significativa: “C’era un filmato in cui ospite di Red Ronnie criticava alcune cose di San Patrignano, Red Ronnie replicava che quelle erano un po’ le strategie di San Patrignano e lui rispondeva: «Sì, ma queste strategie mi hanno lussato la spalla»”.</p>



<p>Sono numerose e dettagliate le testimonianze di violenze sistematiche che non vengono citate e riprese nel documentario e che sono invece facilmente reperibili sul sito www.lamappaperduta.com, promosso e gestito da persone che così si definiscono: “Alcuni di noi sono stati rinchiusi nelle strutture di cui si parla. Altri sono parenti di chi vi ha passato qualche anno e poi è tornato a casa. E poi ci sono i parenti di chi a casa non è mai tornato, perché ucciso o suicidato in seguito al ‘trattamento rieducativo’ che gli era stato somministrato”. Uccisi e suicidati, morti dopo essere stati mortificati.</p>



<p><em>SanPa</em> ricostruisce i suicidi di Gabriele Di Paola e di Natalia Berla accaduti a un giorno di distanza uno dall’altro nel marzo 1989, ma non si addentra su una successiva e tragica vicenda, quella di Fioralba Petrucci, anche lei precipitata da una finestra della comunità ‘satellite’ di Civitaquana nel giugno 1992. Per inciso: quasi un anno prima che venisse alla luce l’omicidio di Roberto Maranzano, avvenuto il 3 maggio 1989 ma rivelato solo nel marzo 1993 – dunque successivamente alla morte di Fioralba – grazie alle rivelazioni di un ex ospite, Franco Grizzardi. Secondo testimonianze, Fioralba è rimasta uccisa il giorno prima di essere riportata a San Patrignano, dove non voleva tornare e dopo essere stata ripetutamente picchiata. La Repubblica del 12 novembre 1994, ricostruendo l’episodio, titolò “Fioralba sapeva troppo” e riferì le dichiarazioni della madre Antonietta: “Mi ha confidato di un omicidio avvenuto a Sanpa”.</p>



<p>Da parte degli autori sono state dunque operate selezioni e scelte tanto più discutibili in un filmato che dura complessivamente ben cinque ore. Sono stati sacrificati materiali che avrebbero spostato in modo probabilmente significativo la percezione e la complessiva immagine che di Muccioli e del sistema San Patrignano si sono potuti fare quanti, specie se giovani, hanno visto e vedranno la serie di Netflix. In Italia e ancor più all’estero: <em>SanPa</em> è uscito in 190 Paesi ed è stato tradotto in una trentina di lingue. Una grande operazione commerciale con investimenti impegnativi, che sicuramente hanno consigliato grande prudenza. Fatto sta che talune importanti ‘ombre’ non sono state portate a conoscenza del pubblico.</p>



<p>Il prodotto cinematografico è sicuramente efficace: lascerà segni duraturi sull’immaginario e sedimenterà informazioni; che però, come stiamo vedendo, sono parziali e decontestualizzate.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Muccioli contro Basaglia, coazione contro libertà</h4>



<p>Contestualizzare vuol dire anche ricordare il dibattito sociale, culturale, politico e scientifico dell’epoca. Il progressivo rafforzamento di San Patrignano, grazie al legame con alcuni partiti e uomini di governo e, ancor di più, per la fortissima sponsorizzazione da parte di quasi tutti i media, ebbe da subito il dichiarato obiettivo di cancellare la normativa sulle droghe del 1975. Di porsi come modello alternativo a quella e ad altre leggi varate negli anni Settanta o subito dopo: dalla legge 13 maggio 1978 n. 180, detta Basaglia, sui trattamenti sanitari, alla legge 22 maggio 1978 n. 194 sull’interruzione di gravidanza; dalla legge 23 dicembre 1978 n. 833, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, alla legge 4 maggio 1983 n. 184 sui minori.</p>



<p>La rivoluzione basagliana aveva dato concretezza a un approccio sintetizzabile nell’affermazione programmatica: “La libertà è terapeutica”. La chiusura dei manicomi fu una potente esemplificazione di quell’approccio, che non era ideologico o astratto ma scientifico e sociale; che aveva trovato radici e implementazione nell’esperienza psichiatrica di Gorizia e Trieste, ma che influenzava pure il campo delle tossicodipendenze e di ogni altro ambito delle istituzioni totalizzanti.</p>



<p>La legge del 1975 era stato l’esito di un percorso di sollecitazione e di battaglie che avevano visto tra i soggetti trainanti il Gruppo Abele di Torino e il suo intervento pionieristico di sostegno e cura delle persone tossicodipendenti. Quell’associazione, sorta già nel 1965, vale a dire 13 anni prima di San Patrignano, aveva aperto un ‘Centro-Droga’, aperto 24 ore al giorno, già nel 1973, vigente la legge sugli stupefacenti n. 1041 del 1954, che prevedeva per i tossicomani il carcere e l’ospedale psichiatrico, quando non l’elettrochoc. La lotta contro di essa, con scioperi della fame, tende in piazza, manifestazioni, incontri con le commissioni parlamentari portò infine alla legge n. 685, improntata a una filosofia diversa, non incentrata sulla risposta penale e psichiatrica ma su quella medica e sociale, educativa e solidaristica.</p>



<p>È contro quella filosofia che Muccioli da subito si scagliò, divenendo in breve l’alfiere, la testa di ponte e lo strumento delle forze politiche più retrive e conservatrici che volevano restaurare la risposta repressiva e contenitiva al consumo di droghe ma anche al disagio psichico e in generale alla devianza sociale. I suoi attacchi, che trovavano sempre ampia e compiacente accoglienza e rilancio da parte dei media, non riguardavano solo la presunta tolleranza verso i consumatori di droghe (“Con l’assistenzialismo e il permissivismo degli anni passati abbiamo fatto troppe volte il gioco del tossicodipendente”, Ansa, 12 settembre 1990), ma pure la legge Basaglia (“Si tratta di fare una legge che non sfoci nell’immoralità come la 180. Basta con la liceità di bucarsi, basta con il compiangere il tossicodipendente e concedergli la modica quantità”, Corriere della Sera, 16 novembre 1988) e persino – si può dire coerentemente con quell’impianto di pensiero – la “cultura garantista ancora presente tra i giudici e tra gli insegnanti” (Ansa, 24 giugno 1991).</p>



<p>In evidenza, a dispetto delle semplificazioni mediatiche, si trattò allora non già della santificazione o demonizzazione di un uomo, ma di una complessiva battaglia politico-culturale, di una resa dei conti delle destre verso i lasciti progressisti e i diritti civili conquistati negli anni Settanta. E anche verso le differenti metodologie terapeutiche e riabilitative praticate dalla gran parte delle altre comunità (di cui nel documentario manca ogni pur minimo riferimento!) intese come ambito educativo e non come contenimento. Che valenza educativa ci poteva mai essere nella giustificazione dello stupro da parte di Muccioli, correttamente ricordata in <em>SanPa</em>?</p>



<p>Iniziò così in quegli anni una restaurazione autoritaria e disciplinare, che ora è da tempo compiuta. E che è ancora dominante, anche perché ha via via trovato sempre meno oppositori, convincendo e coinvolgendo nel corso dei quattro decenni trascorsi pezzi crescenti delle sinistre dell’epoca, convertiti all’ideologia securitaria e <em>law &amp; order</em> di cui Muccioli fu indubbiamente un precursore. L’ordine sociale e la sicurezza dei cittadini, così intesi, presuppongono l’esclusione e il contenimento dei “nemici perfetti”, per dirla con Nils Christie, siano essi matti, tossici, senzatetto, mendicanti, prostitute di strada, giovani delle periferie, sovversivi.</p>



<p>Oggi quell’ordine regna sovrano. Un motivo in più per tornare, anche grazie a questa docu-serie, non già a dividersi tra demolitori ed estimatori di una figura che appartiene al passato bensì a ragionare su come riaprire una stagione di conquiste civili, dove libertà, diritti e dignità siano riconosciuti a tutti e vengano posti a fondamento del vivere collettivo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>F. Canino, <em>SanPa, Carlo Gabardini a FqMagazine: “La storia di San Patrignano è un grande rimosso collettivo: per questo l’abbiamo raccontata senza filtri”, </em>Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>2)</em><strong> </strong>S. Lucarelli, <em>“Così è nata la mia SanPa”: parla Gianluca Neri, ideatore della docu-serie su San Patrignano</em>, TPI.it, 3 gennaio 2021 </p>
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