<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Archivio &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<atom:link href="https://rivistapaginauno.it/categoria/archivio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 07 Aug 2024 15:37:51 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/favicon.ico</url>
	<title>Archivio &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Expo 2015: il bilancio finanziario</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-il-bilancio-finanziario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 12:50:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=251</guid>

					<description><![CDATA[I 66 milioni che ballano tra Expo spa e Arexpo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 47, aprile – maggio 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I 66 milioni che ballano tra Expo spa e Arexpo</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Un altro passo è stato realizzato verso la definizione del futuro dell’area dell’Esposizione Universale: il post Expo sarà gestito da Arexpo spa, la società proprietaria dei terreni su cui sorgeva il sito espositivo. Come era stato annunciato da tempo, lo scorso 18 febbraio il governo ha fatto il suo ingresso ufficiale in Arexpo, rilevando il 40% delle quote e promettendo la sottoscrizione di un aumento di capitale di 50 milioni di euro. Con questo cambiamento dell’assetto societario Regione Lombardia e Comune di Milano passeranno rispettivamente dal 34 al 25 per cento a testa, e a Fondazione Fiera resterà il rimanente 10%.</p>



<p>Il primo marzo 2016 è stato nominato ai vertici della società Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano indicato da Palazzo Marino, e Giuseppe Bonomi nel ruolo di amministratore delegato, segnalato da Regione Lombardia. Ora manca la nomina dei due membri del governo e il consiglio di amministrazione sarà operativo.</p>



<p>Queste novità ci riportano ai timori che avevamo già palesato sulla questione dei contenziosi aperti tra Arexpo spa ed Expo spa (1). La seconda infatti ha in bilancio 86,8 milioni di euro di crediti nei confronti della prima per l’infrastrutturazione del sito, l’acquisto di aree minori e i costi delle bonifiche, e a questi vanno sommati i 66 milioni di sovraccosto finiti nel capitolo delle bonifiche – su 6 milioni preventivati – che però Arexpo non riconosce. In totale quasi 153 milioni di euro. Se Arexpo pagasse i suoi debiti i bilanci degli enti soci, Comune di Milano e Regione Lombardia in primis, rischierebbero di registrare una posta negativa – visti i risicati numeri del bilancio di Arexpo dovrebbero metterci loro i soldi – se Expo spa rinunciasse al credito sarebbe il suo bilancio a risentirne, chiudendo addirittura in perdita, e allora sarebbe deleterio per la campagna elettorale di Giuseppe Sala – che nel frattempo dismessi i panni di commissario unico si è candidato a sindaco di Milano – e per l’immagine di “volano dell’economia italiana” che si è costruita intorno a Expo in questi anni.</p>



<p>Resta l’ipotesi già ventilata dell’intervento straordinario del governo, con i suoi 50 milioni di aumento di capitale. In ogni caso, si conferma l’analisi sulle logiche che muovono la politica del Grande Evento, e su come gli oneri di queste manovre finiscano sempre per essere scaricate sulla collettività.</p>



<p>Intanto Giuseppe Sala festeggia. Lo scorso 17 gennaio la società Expo ha presentato il cosiddetto preconsuntivo di bilancio. L’ex commissario unico ha dichiarato che i ricavi ammonterebbero a 736 milioni di euro e i costi di gestione a 721, e che l’Esposizione Universale prevede di chiudere la sua attività con un patrimonio netto di 14,2 milioni: la stessa cifra indicata nei dati preliminari del bilancio 2015. È chiaro che i conti non tornano.</p>



<p>Malgrado formalmente la società Expo spa sia stata messa in liquidazione lo scorso 9 febbraio, quando il presidente Diana Bracco e il commissario unico Giuseppe Sala hanno lasciato l’incarico, l’operazione Expo 2015 si concluderà solamente a giugno 2016, quando verranno smantellati tutti i padiglioni e il sito sarà riconsegnato ad Arexpo. La spesa prevista per questi sei mesi è di 58,3 milioni, quindi in ogni caso il bilancio finale dell’evento non potrà più essere a patrimonio netto positivo, e ancora si devono aggiungere gli oneri per la liquidazione del personale. Ma su questo argomento Sala ha dichiarato che l’oggetto sociale della società Expo è da considerarsi concluso al 31 dicembre 2015, con la chiusura delle porte dell’Esposizione, e che le attività di questi mesi sono un anticipo di Arexpo e dunque non lo riguardano; peccato che la Corte dei Conti la pensi diversamente, includendo l’opera di smantellamento dei padiglioni sotto la gestione di Expo spa.</p>



<p>A questo stato di febbrile confusione si aggiunge il progetto Fast Post Expo, voluto da Roberto Maroni e promosso dal presidente della Triennale Claudio de Albertis, e che prevede a fine maggio l’inaugurazione di due ex padiglioni di Expo che faranno da vetrina alla ventunesima Esposizione internazionale Design after design. Una bella sfida per Arexpo, una società che allo stato attuale è ancora impegnata nella nomina del consiglio d’amministrazione.</p>



<p>Il balletto delle responsabilità e dei numeri è incominciato, l’ultimo pronunciamento della Corte dei Conti è previsto per il prossimo maggio. Non resta che attendere le cifre ufficiali e che il cda di Arexpo diventi operativo per comprendere soprattutto come verranno sciolti i contenziosi con Expo spa, e se quest’ultima dovrà mettere a bilancio negativo i 66 milioni di sovraccosti delle bonifiche; allora sì che ci sarà ballare.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Domenico Corrado, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-il-grande-evento-non-chiude/" data-type="post" data-id="1563">Expo 2015: il Grande Evento non chiude</a></em>, Paginauno 45/2015</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015: lo spettacolo, il kitsch, la violenza</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-lo-spettacolo-il-kitsch-la-violenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2015 09:53:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1568</guid>

					<description><![CDATA[Dietro il successo di Expo: dalla surmodernità al kitsch, la società dei consumi e la rimozione della violenza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-45-dicembre-2015-gennaio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 45, dicembre 2015 &#8211; gennaio 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dietro il successo di Expo: dalla surmodernità al kitsch, la società dei consumi e la rimozione della violenza</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse"><em>“Il kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.”</em><br>Milan Kundera,&nbsp;<em>L’insostenibile leggerezza dell’essere</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>L’Expo di Milano si è concluso. Prima dell’inaugurazione e durante l’apertura è stato criticato, seppur da una minoranza di persone e dell’opinione pubblica, da diverse angolazioni: le inchieste della magistratura per corruzione, la quantità di denaro pubblico speso, la gestione del lavoro, con la creazione della figura del ‘lavoratore volontario’. Dopo sei mesi, la chiusura ha registrato un trionfo di dichiarazioni positive, per il numero di biglietti staccati e la carrellata di ospiti illustri, politici e non, che nei 180 giorni hanno varcato l’ingresso, e la Rai non si è fatta mancare uno spot finale celebrativo. Di fatto, Expo è stato politicamente, culturalmente e mediaticamente un successo: che i visitatori siano stati realmente 21,5 milioni oppure meno, che l’incasso della vendita dei biglietti abbia davvero coperto i costi o prodotto una perdita, non ha importanza. Una enorme massa di persone ha innanzitutto deciso di andarci, e in secondo luogo ne è uscita, nella grande maggioranza, entusiasta. Ogni criticità legata all’Esposizione (che anche Paginauno ha espresso sulle sue pagine), ogni pensiero negativo opposto alla sua stessa realizzazione, sul piano valoriale o economico, sono stati spazzati via dal consenso che ha raccolto.</p>



<p>Non è semplice sfuggire alla banalità quando si cerca di analizzare Expo. A cui si aggiunge quella sensazione di disarmo che si percepisce nel momento in cui, parlandone con una delle milioni di persone entusiaste, si afferma: è una enorme operazione commerciale travestita con un falso abito etico, e si riceve come risposta: certo,&nbsp;<em>e allora?</em>&nbsp;E intorno a quel&nbsp;<em>allora</em>&nbsp;è drammaticamente esposta la società in cui viviamo.</p>



<p>È la società dello spettacolo di Guy Debord, nella quale “lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” e l’epoca in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale; la società dell’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, il processo di mimesi che ha prodotto una identificazione totale e immediata dell’individuo con la società, rendendolo incapace di sviluppare un pensiero negativo che si oppone all’esistente; la società della surmodernità di Marc Augé, caratterizzata dall’eccesso di tempo – che rendendo egemone il presente impedisce di leggerlo come il risultato di una lenta trasformazione del passato e non lascia più spazio all’immaginazione del futuro – di spazio, creato dalla globalizzazione, di ego – l’individuo divenuto autoreferenziale, costretto dalla scomparsa delle grandi narrazioni ideologiche, di per se stesse collettive, universali e finalistiche e dunque produttrici di senso, politico o religioso, a interpretare da sé e per sé il mondo; la società dei consumi, della cosmotecnologia nella quale l’immagine rimanda all’immagine e il messaggio al messaggio, da consumare ma non da pensare; la società dei non luoghi, astorici, non relazionali e non identitari, che creano solitudine e similitudine.</p>



<p>Expo è tutto questo, perché rappresenta la società che lo produce; e ne rappresenta anche gli individui, che si sono sentiti&nbsp;<em>in dovere</em>&nbsp;di divorarlo, in quella dinamica di consumo alienato che Debord pone in diretta correlazione con la produzione alienata creata dal sistema capitalistico. Individui unidimensionali per i quali l’assuefazione al sistema merce ha inscritto nel codice della normalità la mercificazione di ogni cosa –<em>&nbsp;e allora?</em></p>



<p>Solo nella società dei consumi un tema come “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, che va ben oltre la categoria dell’alimentazione umana, può essere trasformato in ‘cibo’ e nulla più, confinando in cantina, come oggetti superflui, i concetti di ambiente, ecologia, sostenibilità. Temi ben più complessi da mercificare, rispetto a un bene divenuto da anni prodotto di consumo, brand, oggetto di format televisivi di ogni tipo, e che per il mondo occidentale ha assunto, per usare le parole di Jean Baudrillard, un valore di segno – la merce come riconoscimento sociale. Mentre la dinamica del non luogo permette l’eliminazione della storia, trasformando il cibo in ‘luogo della memoria’ dentro i padiglioni, e il meccanismo dello spettacolo e l’egemonia del presente consentono al Capitale di mettere in piedi un’operazione commerciale che l’individuo riconosce, fa propria, accetta e riproduce, come se la sua costruzione fosse priva di conseguenze, non collegata alla violenza intrinseca al capitalismo, un modello economico che produce disuguaglianza, a partire proprio dall’accesso al cibo.</p>



<p>È questa rimozione che ha permesso a milioni di individui di fare ore di coda, all’ingresso e ai padiglioni; acquistare e consumare cibo, in vendita ogni dove dentro l’Esposizione, chioschi, bancarelle di street food, bar, ristoranti, self service; giocare con i touch screen interattivi sparsi ovunque, che rimandavano la loro immagine, fare selfie, fotografare se stessi riflessi nelle pareti a specchio degli edifici e in tempo reale pubblicare ogni scatto sul proprio profilo facebook (nell’era della cosmotecnologia, consumare lo spettacolo è anche <em>apparire</em> nello spettacolo); fare «Oooh!» in coro davanti alla rappresentazione di luci e musica dell’Albero della Vita; vagare per il Decumano, entrando alternativamente in padiglioni di Paesi e padiglioni di aziende, senza che questo generasse un interrogativo: che ci fa la Kinder tra il Regno Unito e il Kazakhstan? Perché minigelaterie ambulanti su due ruote della Algida scorrazzano dappertutto? Perché ci sono cubi trasparenti della Technogym a ogni passo? Perché lo spettacolo deve essere interrotto a più riprese per annunciare: “L’Albero della Vita si accende grazie a Pirelli, Coldiretti, Orgoglio Brescia”?</p>



<p>“L’oggetto-kitsch è comunemente tutta quella massa di oggetti ‘senza gusto’, in stucco, fasulli, di accessori, di ninnoli folkloristici, di souvenir, di abatjour o di maschere negre, tutto il museo di paccottiglia che prolifera dappertutto, con una preferenza per i luoghi di vacanza e di divertimento. Il kitsch è l’equivalente del ‘cliché’ nel discorso. […] è una&nbsp;<em>categoria</em>&nbsp;culturale […] ha il suo fondamento, al pari della cultura di massa, nella realtà&nbsp;<em>sociologica</em>&nbsp;della società dei consumi. […] All’estetica della bellezza e della originalità, il kitsch oppone la sua&nbsp;<em>estetica della simulazione</em>&nbsp;[…]”, scrive Baudrillard. Kitsch è l’Albero della Vita e il suo spettacolino, kitsch è l’intero Expo. Il kitsch elimina dal campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile, scrive Milan Kundera. E anche il kitsch, l’estetica della simulazione, ha contribuito alla rimozione della umanamente inaccettabile violenza del capitalismo, permettendo a milioni di individui di consumare lo spettacolo del ‘grande evento’.</p>



<p>Paradossalmente, è nell’abito etico indossato da Expo che la violenza si è manifestata senza veli: la Carta di Milano. Scritta insieme da associazioni, fondazioni, imprese e politica, documento di cui il governo si è fatto vanto, consegnato con grande enfasi nelle mani di Ban Ki-moon durante la sua visita all’Esposizione, la Carta è stata definita l’eredità culturale di Expo. Di fatto, il suo peso è irrilevante, poiché non ha il potere di vincolare in alcun modo le politiche dei Paesi e delle multinazionali. L’elenco di valori e buone intenzioni che contiene dunque, poteva spingersi fino a immaginare un futuro diverso, dato che nessuno le avrebbe potuto presentare il conto della sua mancata realizzazione. Ma il conto l’ha presentato immediatamente il Capitale: il documento non contiene il minimo accenno ad argomenti quali la proprietà dei semi, gli ogm, l’acqua come bene comune, il land grabbing, la speculazione finanziaria sulle materie prime.</p>



<p>Anche la presenza dei padiglioni aziendali mescolati a quelli dei Paesi rappresenta uno dei rari momenti di sincerità della società dello spettacolo, se solo l’individuo unidimensionale fosse in grado di coglierlo nel suo reale significato. Dal momento che i Trattati di libero scambio – il NAFTA, il CAFTA, il recente TTP, il futuro TTIP – sottoscritti tra i Paesi consentono alle multinazionali di fare causa a uno Stato nel caso in cui le sue leggi limitino i <em>diritti</em> del libero mercato e del profitto, le imprese hanno tutte le ragioni di rivendicare per i propri padiglioni il posto accanto a quello riservato agli Stati: il loro potere decisionale sulla vita umana, sul piano quantitativo e qualitativo, nell’attuale fase storica è superiore a quello della politica. È il neoliberismo, <em>bellezza</em>, in tutta la sua violenza.</p>



<p>E quindi è&nbsp;<em>giusto</em>&nbsp;che McDonald’s stia tra il Turkmenistan e il Qatar, Birra Moretti di fianco al Marocco, Franciacorta vicino a Emirati Arabi Uniti, Perugina tra Moldova e Lituania, Algida accanto alla Repubblica Ceca, Lindt a fianco del cluster Cacao e cioccolato; che Enel, Banca Intesa, Corriere della sera e Technogym siano vicini a Repubblica di Corea, Polonia, Uruguay, Cina; che Coop, travestita da ‘Area tematica’ con il Future Food District, troneggi alle spalle di Spagna, Romania e Messico, e Eataly, catalogato come ‘Area di servizio e ristorazione’, occupi due padiglioni di 4.000 metri quadrati ciascuno tra Azerbaigian e il cluster del Caffè.</p>



<p>Ha un senso che i cluster siano costruiti intorno agli sponsor, e che gli spazi riservati ai Paesi, anonimi e uguali, scompaiano dietro gli sgargianti marchi pubblicitari di&nbsp;<em>shop</em>&nbsp;e bar: Illy al cluster del Caffè, la multinazionale cinese Huiyuan per Frutta e legumi e Spezie, Scotti al cluster del Riso, Farine Varvello per Cereali e tuberi, Eurochocolate (marchio dell’azienda Gioform) per Cacao e cioccolato.</p>



<p>È&nbsp;<em>legittimo</em>&nbsp;che Coca-Cola, China Corporate United, New Holland (Fca, ex Fiat), Vanke (multinazionale cinese del settore immobiliare), Alessandro Rosso (turismo e organizzazione di convention e viaggi incentive), Federalimentare, Alitalia-Etihad abbiano un intero spazio, denominato corporate, riservato ai loro padiglioni.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="500" height="333" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/12/svizzera.jpg" alt="" class="wp-image-4254" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/12/svizzera.jpg 500w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/12/svizzera-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Foto by Giulia Zucca</figcaption></figure></div>



<p>E trova la sua motivazione, infine, l’inserimento del caffè in una delle torri del padiglione elvetico. Quattro torri riempite con quattro alimenti, che i consumatori/visitatori potevano prendere gratuitamente; man mano che le torri si svuotano, si modificava la struttura interna del padiglione, rendendo visibile il vuoto dall’esterno. Sulla facciata frontale, una grande scritta: “Ce n’è per tutti?”. Il significato evidente era quello di stimolare la riflessione su un utilizzo ‘responsabile’ del cibo: di quanto ne hai bisogno, quanto ne vuoi consumare, quanto ne resterà per gli altri, per chi arriva dopo, per chi non può essere qui a prenderselo? Acqua, sale, mele, caffè i quattro alimenti inseriti nelle torri. Nell’ottica di bene necessario, perfetti i primi due – sale, in molti Paesi, significa ancora conservazione del cibo –; singolare il terzo, ma giustificato ufficialmente dall’essere un prodotto agro-alimentare elvetico; totalmente insensato il quarto.</p>



<p>A meno di non cambiare la chiave interpretativa: il marchio Nescafé, azienda della multinazionale svizzera Nestlè, invadeva ogni parete e firmava un bar davanti al padiglione stesso. Alla Svizzera va indubbiamente il primato di miglior spettacolo di Expo.<br><em>E allora?</em>, quanto caffè c’è per tutti?</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015: il Grande Evento non chiude</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-il-grande-evento-non-chiude/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2015 09:28:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1563</guid>

					<description><![CDATA[Post Expo, la logica del Grande Evento continua: intorno ai progetti di riqualificazione dell’area l’ombra di interessi speculativi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-45-dicembre-2015-gennaio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 45, dicembre 2015 &#8211; gennaio 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Post Expo, la logica del Grande Evento continua: intorno ai progetti di riqualificazione dell’area l’ombra di interessi speculativi</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Tra celebrazioni e dichiarazioni roboanti che raccontano la storia di un “grande successo”, il 31 ottobre scorso ha chiuso i battenti l’Esposizione universale milanese. “Abbiamo abbracciato il mondo”, ha dichiarato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e abbiamo “dimostrato livelli di eccellenza in una città che è stata laboratorio di buone pratiche di una pubblica amministrazione sempre più efficiente”, ha aggiunto il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca. La Milano di Expo 2015 diventa modello e paradigma di buona gestione, tanto che Tronca è stato inviato a Roma e nominato commissario straordinario per fare in modo che il Giubileo risulti un’altra ‘sfida vinta’. Milano torna a essere la capitale morale del Paese, in contrapposizione a una città di Roma sempre più fragile e immersa negli scandali dell’inchiesta Mafia Capitale.</p>



<p>Ma quanto accaduto in questi mesi, dagli scandali giudiziari alla precarietà delle condizioni di lavoro fino al fallimento del dibattito sull’alimentazione e alle incertezze sul futuro dell’area, portano a riflettere su come lo spazio per l’entusiasmo e i trionfalismi in realtà sia assai ridotto. E questo tralasciando l’aspetto economico, perché solo dopo il pronunciamento della Corte dei Conti si potranno conoscere con esattezza i dati di bilancio e a quanto ammontano i ricavi complessivi. Ma una cosa si può dire: se i soldi incassati dalla vendita dei biglietti servivano a coprire i costi di gestione, questo primo traguardo essenziale non è stato raggiunto: “Se con i 21,5 milioni di biglietti venduti si è andati oltre ‘la soglia psicologica’ annunciata da Sala prima dell’inizio dell’evento, il numero non è necessariamente indicativo della cifra incassata, per cui si deve tenere conto di eventuali come biglietti omaggio, abbonamenti, offerte, e biglietti serali al prezzo di cinque euro. La cifra potrebbe quindi risultare ben inferiore a quella che avrebbe consentito di andare in pari con gli 800 milioni spesi per la gestione, per la quale si era calcolata la vendita di 24 mi &#8211; lioni di biglietti al prezzo medio di 22 euro l’uno – entrate che comunque coprirebbero solo una parte dei 2,3 miliardi di euro spesi per la realizzazione dell’evento” (1).</p>



<p>Tuttavia, anche se emergesse un sostanziale pareggio del bilancio, si tratterebbe comunque di un equilibrio raggiunto comprimendo diritti e salari. Dai provvedimenti Daspo (2) che hanno portato all’allontanamento dei lavoratori non graditi, alle condizioni di lavoro precarie – con turni di quattordici ore e il mancato pagamento degli straordinari – fino ad arrivare all’innovazione dell’uso dei volontari. Ai fini del rilancio delle politiche occupazionali, Expo si è di certo rivelato un fallimento: solo per 3.000 lavoratori su 12.000 sono previste 40 ore di corso di formazione e ricollocamento in un’agenzia interinale, tutti gli altri a casa.</p>



<p>Non molto differente l’esito del dibattito che si è svolto intorno al tema dell’alimentazione, che ha portato alla promulgazione della Carta di Milano. D’altra parte la presenza di multinazionali come McDonald’s e Nestlé aveva fin dal principio messo in evidenza la distanza tra le intenzioni e la realtà, e non stupisce che il segretario della Caritas Internationalis, Michel Roy, abbia definito il documento “generico e lacunoso”, e che insieme a Slow Food e Oxfam Italia abbia scelto di non sottoscriverlo – le tre realtà hanno però deciso di partecipare alla giostra di Expo, anziché starne fuori. Quello che ha prodotto la Carta di Milano, aggiunge sempre Michel Roy, “riflette le vedute dei Paesi ricchi piuttosto che rappresentare i Paesi poveri”.</p>



<p>Insomma, l’ennesimo ambizioso progetto umanitario che rimarrà sulla carta: “Agli antipodi di ogni discorso sulla sovranità o sull’autodeterminazione alimentare, Expo ha invece favorito su questo tema i ben noti meccanismi di predazione dei territori anche attraverso una risignificazione del cibo trasformato, anzi ‘ribrandizzato’, in food, così vicino alle necessità del mercato quanto lontano da ogni diritto reclamato in merito all’accesso alle risorse prodotte. Anche sulla sua tematica caratterizzante, Expo 2015, coerentemente con le sue impostazioni di base, ha rappresentato una vetrina dei meccanismi di espropriazione della ricchezza prodotta” (3).</p>



<p>Ma al di là della gestione dei sei mesi, il fallimento si prospetta anche sul versante immobiliare, strettamente connesso alle proposte di riqualificazione dell’area e al ruolo che giocherà il governo. Il valore di mercato è uno dei fattori più delicati per la riqualificazione urbanistica dell’intero sito. Al bando di gara per la vendita dell’agosto 2014 il valore base era pari a 315 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 72 milioni – rispetto ai sei preventivati – per l’opera di bonifica della zona. La gara d’asta è andata deserta, con la conseguenza che Arexpo s.p.a, la società proprietaria dei terreni, si è trovata un buco di bilancio che verrà colmato attraverso l’intervento diretto dello Stato tramite il ministero dell’Economia o la Cassa depositi e prestiti, come ha già annunciato il governo; ma poi si dovrà risolvere il nodo del rapporto tra Arexpo ed Expo, che ha in carico lo smantellamento dei padiglioni.</p>



<p>Se si andrà verso una fusione delle due società sarà risolto il problema dei possibili contenziosi, come quello che si è aperto sui 72 milioni di costi non previsti sostenuti da Expo per bonificare l’area e che Arexpo si rifiuta di riconoscere; ma questo significa che questi costi rischiano di non essere addebitati ai vecchi proprietari dei terreni, famiglia Cabassi e Fondazione Fiera.</p>



<p>Per quanto riguarda le proposte di riqualificazione dell’area, poi, tra i progetti annunciati la realizzazione del nuovo Polo delle facoltà scientifiche dell’Università Statale di Milano promosso dal rettore Gianluca Vago, e il Polo della tecnologia e dell’innovazione in cui attirare aziende dell’hi-tech patrocinato dal presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca. Due proposte da rivedere e ripensare dopo l’intervento del presidente del Consiglio dello scorso 10 novembre, con cui è stato battezzato lo Human technopole Italy 2040: un progetto ambizioso sul “tema della genomica e dei big data” finanziato dal governo con 150 milioni per i prossimi dieci anni e guidato dall’Istituto italiano di Tecnologia di Genova, con la collaborazione dell’Istitute for International Interchance di Torino e la Edmund Mach Foundation di Trento.</p>



<p>La “scintilla”, come l’ha definita Renzi, è stata accolta in modo tiepido dal mondo economico e accademico milanese, che rischia di perdere la regia delle operazioni. Resta da comprendere, oltre a dove verranno recuperati i fondi, se sarà possibile far convivere e integrare questi progetti, e che cosa ne sarà del resto dell’area, visto che il nuovo polo scientifico occuperebbe appena 70 mila metri quadrati su 1,1 milioni: circa la metà è destinata a un parco, 200 mila metri sono necessari all’Università per le aule e gli studentati, il resto dovrebbe essere riempito da aziende private, con un investimento che Gianfelice Rocca stima in 400/600 milioni.</p>



<p>I tempi sono ancora prematuri per formulare un giudizio definitivo sulla validità del progetto, ma si può comunque riflettere su un dato. Da anni ormai il sistema accademico e scientifico italiano versa in uno stato di ‘mediocre felicità’, dovuto alla mancanza di investimenti a lungo termine e di lungimiranza politica. La sensazione è che dietro la cortina fumosa dello Human technopole Italy 2040 si celi il solito gioco di speculazione e appetiti immobiliari. Non si comprende infatti la logica – tranne nel caso sia quella del Grande Evento – né la necessità di versare nuovo cemento, quando per finanziare i poli di eccellenza scientifica e la ricerca basterebbe incrementare e dare nuovo impulso a quelli già esistenti.</p>



<p>La partita sul post Expo è appena incominciata. E intanto si riaprono le indagini della procura di Milano, questa volta su un appalto di 115 milioni per un collegamento ferroviario tra i terminal di Malpensa, coinvolte la società Titania srl e la Itinera del Gruppo Gavio, azionista di Ferrovie Nord Milano; le accuse sono di frode fiscale, false fatture e omessa dichiarazione dei redditi. In altre parole, la magistratura sospetta che intorno alla costruzione di quei 3,6 chilometri di ferrovia siano girati dei fondi neri.<br>Expo 2015 si è concluso, la logica del Grande Evento no.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) F. Guidi,<em>&nbsp;Cosa sarà di Expo ora che Expo è finito</em>, VICE media LLC, 2 novembre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Domenico Corrado, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-daspo-al-lavoro/" data-type="post" data-id="1504">Expo 2015: Daspo al lavoro</a></em>, Paginauno n. 44, ottobre/novembre 2015</p>



<p class="has-small-font-size">3) Centro sociale Sos Fornace,<em>&nbsp;Perché Expo 2015 non è stato un successo</em>, 6 novembre 2015</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015: Daspo al lavoro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-daspo-al-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2015 07:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1504</guid>

					<description><![CDATA[Expo 2015, vuoi un lavoro? Decide la polizia: pareri riservati, email misteriose e Daspo, la testimonianza di un lavoratore respinto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-44-ottobre-novembre-2015/" data-type="post" data-id="736" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 44, ottobre &#8211; novembre 2015)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Expo 2015, vuoi un lavoro? Decide la polizia: pareri riservati, email misteriose e Daspo, la testimonianza di un lavoratore respinto</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Dopo anni di attese lo scorso maggio ha aperto i battenti la grande Esposizione Universale milanese. Un costo totale di 11 miliardi di euro, speculazioni, appalti truccati, decine di arresti illustri e la promessa che Expo sarebbe stata un’opportunità per rilanciare le sorti dell’economia nazionale e per dare nuovo impulso alle politiche occupazionali, soprattutto quelle giovanili, che versano in uno stato di depressione totale. E invece a corollario di quello che in questi due anni abbiamo descritto come il&nbsp;<em>Sistema Expo</em>, lo scorso 15 maggio è emersa un’altra faccia che finora era rimasta nell’ombra: quella della discriminazione e della repressione. I cosiddetti&nbsp;<em>Daspo</em>.</p>



<p>Seicento lavoratori già assunti per lavorare all’interno dell’Esposizione si sono visti negare l’accredito per accedere al sito sulla base di un ‘parere riservato’ della Questura, con il conseguente licenziamento o ricollocamento da altre parti. Le diverse imprese, organizzazioni, agenzie che svolgono le loro attività dentro Expo hanno infatti l’obbligo di segnalare i dati dei propri lavoratori attraverso la cosiddetta ‘piattaforma accrediti’; la richiesta arriva in Questura, che per ogni nominativo rilascia o nega il permesso ad accedere all’area espositiva.</p>



<p>Un provvedimento poco trasparente in quanto non si sa quali siano i criteri utilizzati per dare la risposta, e i lavoratori ‘respinti’ che hanno chiesto spiegazioni hanno ricevuto solo un indirizzo email (<em>backgroundcheckdenialenquiries@expo2015.email</em>) a cui scrivere e una risposta del tutto<br>evasiva (vedi Box); e discriminatorio e repressivo in quanto la Questura avrebbe preso in considerazione anche i cosiddetti ‘reati di polizia’ (denunce, arresti o processi conclusi senza alcuna condanna), e quindi usato informazioni in proprio possesso prive di rilevanza penale, come ha affermato anche Antonio Lareno, delegato Cgil per Expo: “Ci risulta che fra i casi di rifiuto esistano anche alcuni nei quali il giudice aveva previsto la non menzione nel casellario e a giudizio dei segnalanti la Questura avrebbe utilizzato dati in proprio possesso per negare l’accredito”. Sono infatti state respinte anche persone incensurate.</p>



<p>Le più elementari garanzie democratiche e di tutela del lavoratore sono state congelate: l’assunzione o l’accesso a un luogo di lavoro non possono essere subordinati al giudizio di un organo di polizia, così come non possono essere causa di discriminazione le opinioni politiche o le azioni prive di risvolti legali. Ma Expo ha creato anche questo precedente.</p>



<div class="wp-block-group has-very-light-gray-background-color has-background"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-very-light-gray-background-color has-background">[…] per sua informazione, un accredito risulta negato da Expo 2015 quando la Questura ha riscontrato la presenza di background incompatibile con i livelli di sicurezza garantiti nel sito. Le regole d’ingaggio per essere accreditati a Expo 2015 sono differenti da quelle di qualunque altro evento, in quanto l’Expo è stata dichiarata obiettivo sensibile, nonché sito di interesse strategico nazionale, per cui, per essere accreditati, occorre non aver mai commesso reati.</p>



<p class="has-very-light-gray-background-color has-background">Allegare visure o altri documenti non serve e, comunque, questi non vengono considerati. I controlli vengono fatti in altra sede ufficiale, accedendo a fonti più strutturate. Ovviamente nessun dettaglio o informazione specifica può transitare tramite terze parti o essere divulgata. Sono le autorità di Polizia a gestire queste informazioni. Quest’indirizzo email e la struttura che lo gestisce non hanno alcun legame diretto con la Questura e le autorità, né possono accedere ad alcuna informazione relativa al background delle singole persone. In specifici casi questa struttura può chiedere una riverifica di quanto già notificato, ma, si ribadisce, nessuna spiegazione o dettaglio verrà mai trasmessa per questo tramite. La risposta potrà essere solo di conferma del diniego o di rivalutazione della posizione.</p>



<p class="has-very-light-gray-background-color has-background">L’interessato può trovare informazioni più specifiche all’indirizzo<br>http://www.interno.gov.it/it/cittadini-e-imprese/informazioni-utili/come-sapere-siamopresenti- nella-banca-dati-forze-polizia</p>
</div></div>



<p class="has-text-align-center has-small-font-size"><em>Email di risposta alla richiesta di spiegazioni per la negazione dell’accredito di accesso al sito Expo</em></p>



<p>Abbiamo preso contatto con alcuni dei lavoratori colpiti dal ‘decreto di espulsione’; Vincenzo (nome di fantasia) è uno di loro, e ha accettato di darci la sua testimonianza su quanto accaduto. Abbiamo omesso i dettagli che avrebbero potuto rivelare la sua identità, per tutelarlo da eventuali ricatti lavorativi.</p>



<p><strong>Allora Vincenzo, partiamo dall’inizio. Quando sei stato assunto e cosa prevedeva il tuo contratto?</strong></p>



<p>Dopo tre incontri dedicati alla formazione a cui ho partecipato tra fine marzo e metà aprile, pochi giorni prima del primo maggio ho firmato un contratto con una società di vigilanza che per sei mesi mi impegnava nella mansione di guardia non armata addetta alla sicurezza. Il contratto prevedeva un compenso lordo di 800 euro mensili per 40 ore alla settimana, distribuite su cinque giorni con due di riposo, formula che fin dall’inizio è rimasta su carta. I primi dieci giorni di lavoro, infatti, sono stati davvero un inferno. Nella straordinarietà dell’apertura è ‘saltata l’organizzazione’, e mi sono trovato, insieme ai miei colleghi, a fare diversi turni consecutivi di dodici ore al giorno senza riposo. Se ci penso mi suona all’orecchio come una beffa, visto che dopo poco più di tre settimane sono stato allontanato dalle mie mansioni senza alcuna spiegazione esaustiva.</p>



<p><strong>Spiegaci meglio. Come è andata, cosa è successo?</strong></p>



<p>Come dicevo, malgrado fossi stato assunto per sei mesi, dopo poco più di tre settimane mi è stato comunicato dal mio ‘superiore’ che l’indomani non mi sarei dovuto presentare al lavoro, perché non mi era stato convalidato il pass per entrare in Expo. Non mi è stato detto niente di più. Quindi a fine turno mi sono diretto verso l’ufficio Expo che si occupa dei pass e ho chiesto informazioni. Mi aspettavo che qualcuno mi desse delle spiegazioni, e invece me ne sono tornato a casa con un indirizzo di posta elettronica a cui avrei dovuto scrivere per ricevere delucidazioni sulle motivazioni del mio allontanamento.</p>



<p><strong>E tu gli hai scritto, immagino. Cosa ti hanno risposto?</strong></p>



<p>Mi è arrivata una mail a quanto pare creata ad hoc per le richieste di accredito negate, nella quale mi hanno comunicato che la Questura aveva “riscontrato la presenza di background incompatibile con i livelli di sicurezza garantiti nel sito”, e che le regole d’ingaggio per essere accreditati a Expo “sono differenti da quelle di qualunque altro evento, in quanto l’Expo è stata dichiarata obiettivo sensibile, nonché sito di interesse strategico nazionale”.</p>



<p><strong>Quindi richiesta respinta e stop. Nessuna informazione sui criteri che hanno portato al diniego della richiesta di accreditamento, su quale sia questo “background incompatibile”, e nessuna possibilità di appello. Giusto per cercare di capire il più possibile, hai un passato giudiziario o sei incensurato? Hai alle spalle una militanza politica di qualche tipo?</strong><br></p>



<p>Come dicevi non mi è stato comunicato il motivo per cui il mio ‘background’ è risultato incompatibile, e non ho nessuna militanza politica alle spalle. Ho avuto un passato giudiziario che si è concluso con un nulla di fatto, quindi la mia fedina penale risulta pulita. Mi sembra chiaro che se sono incensurato probabilmente sarà stata la Questura a utilizzare alcuni dati sul mio passato e che non sono menzionati nel casellario.</p>



<p><strong>Ti vedo amareggiato e sorpreso, e a ragione. Un provvedimento del genere è degno di uno Stato di polizia. Per tutelare il profitto le assunzioni dei lavoratori vengono ancorate al parere riservato di un organo di polizia, e chi risulta potenzialmente ‘scomodo’, anche se non ha alcun ‘pegno’ da pagare con la Giustizia, viene allontanato preventivamente. Dopo questo provvedimento sei stato licenziato o ti hanno ricollocato?</strong></p>



<p>Dopo due settimane dal mio allontanamento sono stato contattato dall’azienda che mi aveva assunto e ricollocato presso un altro posto, con lo stesso contratto e le stesse mansioni. Sta di fatto che all’assunzione non mi è stato richiesto l’invio del casellario giudiziario e nessuno mi ha spiegato in modo soddisfacente il motivo per cui sono stato allontanato. Mi sembra ovvio che ci sia stata una mancanza di trasparenza e un’azione discriminatoria, che per alcuni colleghi si è conclusa senza il ricollocamento.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Forza e violenza: nodo del conflitto sociale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/forza-e-violenza-nodo-del-conflitto-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 15:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1108</guid>

					<description><![CDATA[Proteste di piazza e stigmatizzazione della violenza: tra black bloc e manifestazioni pacifiche, quale futuro per il conflitto sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-43-giugno-settembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 43, giugno &#8211; settembre 2015)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Proteste di piazza e stigmatizzazione della violenza: tra black bloc e manifestazioni pacifiche, quale futuro per il conflitto sociale</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse"><em>“Si dura una gran fatica per comprendere la violenza proletaria quando si cerca di ragionare secondo le idee che la filosofia borghese ha diffuso nel mondo; secondo questa filosofia, la violenza sarebbe un residuo della barbarie e sarebbe destinata a scomparire con la progressiva influenza dei lumi.”</em><br>George Sorel,&nbsp;<em>Riflessioni sulla violenza</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Rileggere oggi<em>&nbsp;Riflessioni sulla violenza</em>&nbsp;di Sorel, pubblicato nel 1908, è un buon esercizio intellettuale. Aiuta a tenere vigile la capacità critica, che il canto delle sirene della retorica democratica, della&nbsp;<em>civile</em>&nbsp;società pacificata, pone continuamente sotto minaccia di assopimento. Il testo colpisce per l’attualità di alcune analisi, accanto a considerazioni oggi decisamente fuori tempo. Sorel – che può essere inscritto nel filone del ‘sindacalismo rivoluzionario’ – individuava nel&nbsp;<em>mito</em>&nbsp;dello sciopero generale l’unica leva in grado di innescare una rivoluzione socialista, che avrebbe abbattuto lo Stato democratico borghese e creato i presupposti per la nascita di una nuova società. Non si poneva il problema della progettualità politica della futura società, solo di abbattere quella esistente; ciò che sarebbe venuto dopo, si sarebbe immaginato dopo.</p>



<p>Considerava la via parlamentare, intrapresa dai socialisti progressisti, una presa in giro: un bieco opportunismo da politicante, un “pantano democratico”, il vicolo cieco che avrebbe portato il socialismo alla morte. I “socialisti cosiddetti rivoluzionari del Parlamento” si erano venduti alla filosofia borghese, divenendo sostenitori del sistema capitalistico. Da qui, la necessità di una netta separazione tra le classi sociali, per mantenere l’autonomia culturale e politica della classe subalterna e contrastare l’imborghesimento che già si affacciava anche tra i lavoratori. Dietro il riformismo, dietro “le&nbsp;<em>persone per bene</em>, i democratici devoti alla causa dei Diritti dell’Uomo” (1), dietro i “fabbricanti di pace sociale”, Sorel individuava l’uso strumentale degli astratti valori dell’Illuminismo –<em>&nbsp;imposti</em>&nbsp;culturalmente agli operai per impedire loro di ribellarsi con la violenza allo sfruttamento – divenuti sovrastruttura di quello che oggi definiremmo pensiero unico: la falsa contrapposizione parlamentare destra/sinistra che tiene in piedi il sistema capitalistico. Di questo gioco delle parti, lo Stato borghese democratico si faceva garante, dunque non era, per sua natura, riformabile; occorreva abbatterlo. E non c’era altra via che l’uso della violenza.</p>



<p>Sorel si rifiuta di porre il tema sul piano morale; ne fa una questione di prassi. O meglio: il problema è politico. Per Sorel infatti la morale non è quella del singolo individuo ma quella di una società. Dunque: “Non si tratta qui di giustificare i<em>&nbsp;violenti</em>, ma di sapere quale è nel socialismo contemporaneo il compito della&nbsp;<em>violenza delle masse operaie</em>. […] Non bisogna esaminare gli effetti della violenza partendo dai risultati immediati che essa può produrre, ma dalle sue conseguenze lontane. Non bisogna chiedersi se essa possa recare agli operai di oggi più o meno vantaggi immediati di quanti ne comporterebbe una accorta diplomazia, ma chiedersi quale è il risultato della introduzione della violenza nei rapporti tra il proletariato e la società”.</p>



<p>Si tratta anche della distinzione tra ‘forza’ e ‘violenza’: “I termini&nbsp;<em>forza</em>&nbsp;e&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;vengono adoperati allo stesso modo sia per le azioni delle autorità che per quelle dei rivoltosi. È chiaro che i due casi danno luogo a conseguenze ben diverse. Io sono del parere che sarebbe tanto di guadagnato adottare una terminologia che non desse luogo a nessuna ambiguità, e che bisognerebbe riservare il termine&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;per la seconda accezione; diremo dunque che la forza ha per oggetto di imporre la organizzazione di un certo ordine sociale nel quale governa una minoranza, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La borghesia ha fatto uso della forza sino agli inizi dei tempi moderni, mentre il proletariato reagisce adesso con la violenza contro di essa e contro lo Stato”.</p>



<p>La violenza quindi, praticata all’interno degli scioperi, esercitata fuori dal controllo “di chi per professione fa della politica parlamentare”, radicalizza la lotta di classe – che i riformisti tendono invece a epurare del concetto di violenza – e riporta nella società quel conflitto necessario ad abbatterla.</p>



<p>Il primo maggio scorso, a Milano, sono scese in piazza entrambe le posizioni politiche: quella riformista, convinta che le cose possano essere cambiate per via democratica, parlamentare e pacifica, e quella che non lo ritiene possibile, e utilizza la violenza per opporsi all’attuale sistema politico ed economico. Le due prassi si sono plasticamente confrontate non tanto nel corteo del Mayday No Expo – dove hanno certamente condiviso spazio e temporalità, essendo entrambe presenti – quanto nell’inaugurazione dell’Expo inscenata la mattina dal centro sociale Sos Fornace presso i tornelli di ingresso dell’Esposizione, e la violenza messa in atto nel pomeriggio dai black bloc durante la manifestazione. </p>



<p>La prima ha utilizzato il registro del sarcasmo per comunicare e denunciare la precarietà, lo sfruttamento, la corruzione e il malaffare che hanno costruito e tuttora sostengono Expo. Un piccolo gruppo di una trentina di attivisti, a viso scoperto,&nbsp;<em>travestiti</em>&nbsp;da hostess e lavoratori volontari di Expo, ha messo in piedi una scenetta di dieci minuti con tanto di taglio del nastro, coriandoli e stelle filanti, e megafono alla mano ha espresso la propria opinione politica: “Oggi, 1° maggio 2015, all’apertura dei cancelli di Expo, i precari della metropoli danno il benvenuto alla grande Esposizione Universale […] entrando nel grande sito di Expo 2015 potrete osservare da vicino la biodiversità precaria, straordinari esempi di precarie e precari di varie specie e affascinanti caratteristiche: si comincia da 340 apprendisti fino a 29 anni, 195 stagisti con un semplice rimborso spese e tirocinanti non pagati” (2). La Fornace, centro sociale di Rho, è una delle realtà più attive tra le diverse che hanno cercato di contrastare l’organizzazione di Expo fin dalla candidatura di Milano del 2006, con manifestazioni, dibattiti, cercando di creare una rete con il territorio, di informare e coinvolgere i cittadini, di confrontarsi con le istituzioni.</p>



<p>La seconda prassi, quella dei black bloc, si è espressa per le strade di Milano, a volto coperto: ha distrutto vetrine, dato fuoco ad alcune auto e cercato di sfondare i blocchi della polizia posti lungo il percorso della manifestazione. Se analizziamo il corteo dal punto di vista dei suoi spezzoni – i centri sociali, i comitati, le organizzazioni, le associazioni – è indubbio che quello dei black bloc era tra i più numerosi: a occhio e croce, tra 800 e 1.000 persone (su 30.000 totali, secondo le stime ufficiali). Compatte, organizzate e determinate.</p>



<p>Non è facile analizzare la galassia internazionale black bloc: non comunica, e ancora meno dialoga, con i cittadini e le istituzioni; si pone in posizione&nbsp;<em>altra</em>&nbsp;rispetto alla società, operando una separazione netta. Non esiste un manifesto politico né portavoce o referenti; i militanti proteggono il proprio anonimato (posizione comprensibile, dato che compiono atti illegali a termini di legge) ed è nota la loro avversione per la stampa (difficile dargli torto, visto il livello di collusione/servilismo dell’informazione ufficiale con il potere politico ed economico).<br>Gli unici documenti pubblici sono interviste rilasciate da alcuni attivisti, sotto anonimato, che parlano a titolo personale.</p>



<p>Mettendole insieme, si può tentare di fare una sintesi del pensiero politico: il black bloc non è un movimento né una organizzazione, è una prassi, un metodo di lotta che si caratterizza per l’utilizzo della violenza durante le proteste a carattere internazionale (contro la Bce, il Fmi, la Bm, il Wto, il G8 ecc.); non esiste quindi una struttura, né alcuna gerarchia, non ci sono riunioni di vertice; è la riconoscibilità della pratica politica, l’uso della violenza, che li aggrega e li rende compatti; l’ideologia sottostante la prassi è quella no global e anticapitalista; la violenza va esercitata solo sulle&nbsp;<em>cose</em>, non sulle&nbsp;<em>persone</em>&nbsp;– anche lo scontro con le forze dell’ordine va evitato, quando possibile – ed è una violenza&nbsp;<em>mirata</em>&nbsp;contro le sedi delle multinazionali, delle banche, e in generale contro i simboli del capitalismo globale; il fine è abbattere il sistema, politico ed economico, giudicato non riformabile, e non esiste un progetto sul tipo di società da costruire dopo; l’obiettivo è il piano simbolico: i black bloc sanno bene che mandare in pezzi anche cento vetrine, anche dieci volte l’anno (ragionando per eccesso), non mette in crisi il sistema: è il campo dell’immaginario che vogliono incrinare, quello del brand, della globalizzazione; infine, l’uso sistematico della violenza mira a riportare all’interno della società la pratica conflittuale come fenomeno diffuso e allargato – la logica non è dunque quella dell’avanguardia dei gruppi armati degli anni Settanta (i black bloc non sono armati e non vogliono entrare in clandestinità). Si può quindi dire, ma questa è una conclusione di chi scrive, che mirano a innescare una rivoluzione.</p>



<p>Anche se vi sono evidenti similitudini con il pensiero di Sorel, non si intende qui fare un parallelismo – improponibile per ragioni politiche, economiche, sociali, ideologiche – tra i black bloc e il sindacalismo rivoluzionario dei primi del Novecento – sconfitto, tra l’altro, dalla storia: la rivoluzione socialista non c’è stata, e ancora meno la dinamica dello sciopero generale l’ha mai innescata. Il richiamo a Sorel vuole solo essere funzionale a mostrare quanto la stigmatizzazione della violenza politica –&nbsp;<em>senza se e senza ma</em>, recita oggi il conformismo benpensante – impedisca di fare analisi articolate.</p>



<p>Dopo ogni azione dei black bloc si assiste alla corsa alla condanna della pratica violenta, sia da parte dei divulgatori del pensiero unico – ed è comprensibile quanto scontato – che del mondo ‘antagonista’ – ed è già meno comprensibile. L’ideologia pacifista – che fatica a fermare il pensiero sul concetto di violenza, al punto da non riuscire a operare una differenza fra quella sulle cose e quella sulle persone, né a chiedersi se, per tornare a Sorel, sia più violenta la&nbsp;<em>forza</em>&nbsp;dello Stato, con le sue pratiche neoliberiste, o la&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;dei black bloc – attiva automaticamente una serie di dispositivi delegittimanti per non riconoscere una soggettività politica alla realtà black bloc: sono poliziotti travestiti, sono infiltrati dalle forze dell’ordine, sono manovrati dai servizi segreti, sono d’accordo con i servizi segreti.</p>



<p>Sono uno strumento – è la valutazione conseguente – più o meno consapevole del potere, che li utilizza per giustificare la repressione di un movimento politico di opposizione pacifico e democratico; e per silenziarlo, perché la violenza cancella le motivazioni della protesta, e dalla sera stessa sui media si discute solo degli<em>&nbsp;atti vandalici</em>&nbsp;e non delle ragioni per cui migliaia di persone sono scese in piazza. Se non sono tutto questo, sono nulla più che teppisti delinquenti.</p>



<p>Tentativi di infiltrazione sono facilmente ipotizzabili – è una consueta pratica del potere per cercare di gestire le opposizioni sociali – così come non è da escludere la presenza di persone apolitiche, semplicemente frustrate e disadattate (come ci si può adattare a questa società?); che poi durante la fase della violenza, ci rimetta anche la vetrina di una pasticceria, o qualche auto, fa parte della dinamica della rabbia che esplode. Ma tutto questo non significa che il black bloc non sia un soggetto politico. Il punto è che riconoscerlo come tale, significa doversi confrontare; il pensiero unico non intende farlo, quindi è ovvia la manovra di delegittimazione; ma che abbia lo stesso atteggiamento quella sinistra sociale che si oppone alle politiche neoliberiste, è avvilente.</p>



<p>Se il ‘movimento politico di opposizione pacifico e democratico’ volesse fare un’analisi articolata, dovrebbe essere drammaticamente più onesto con se stesso: che cosa ha ottenuto fino a ora? Nulla. L’Expo è qui, a macinare utili per le multinazionali sulle spalle di lavoratori precari,&nbsp;<em>volontari</em>, sfruttati, privi di diritti e tutele, dopo aver ingrassato mafie e pratiche corruttive; anni di proteste pacifiche non hanno scalfito la globalizzazione, le politiche neoliberiste, l’attacco al mondo del lavoro. L’approccio dialogante con le istituzioni e il tentativo di coinvolgere i cittadini non hanno portato alcun cambiamento.</p>



<p>La scenetta organizzata dalla Fornace, così come la manifestazione del pomeriggio (la parte allegra, colorata, musicale, piena di striscioni), si sono svolte nella più totale indifferenza del potere politico ed economico. E non perché l’attenzione si sia focalizzata sulla violenza dei black bloc. Siamo onesti: senza quella, i telegiornali avrebbero dedicato trenta secondi alla manifestazione, e i quotidiani un articoletto nelle pagine interne.<br>Anche la prassi dei black bloc, in questi anni, ha ottenuto nulla. Dunque entrambe, la via riformista e quella violenta, così come fino a oggi sono state praticate, non hanno raggiunto risultati concreti.</p>



<p>Occorre dunque riflettere. E come primo passo, ricostruire un’autonomia culturale. Operare una cesura, diventare<em>&nbsp;altro</em>, decolonizzare l’immaginario e il pensiero dalla filosofia dei ‘fabbricanti di pace sociale’, e ricominciare a ragionare sul concetto di&nbsp;<em>conflitto</em>. Quando, sul piano teorico, siamo tutti concordi sul fatto che la dignità di una persona vale più della&nbsp;<em>dignità</em>&nbsp;della vetrina di una banca, che cosa significa? In che cosa si trasforma, sul piano concreto? È dignitoso lavorare per 800 euro al mese, quando l’affitto di un monolocale di 27 metri quadri a Milano ne costa 500? Che cosa è&nbsp;<em>violenza</em>? Cosa significa&nbsp;<em>morale</em>? E&nbsp;<em>legittimo</em>? E&nbsp;<em>legale</em>?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Corsivo nel testo. Se non diversamente indicato, in tutto l’articolo i corsivi inseriti nelle citazioni da Sorel sono contenuti nel testo originale: G. Sorel,&nbsp;<em>Scritti politici. Riflessioni sulla violenza, Le illusioni del progresso, La decomposizione del marxismo</em>, Utet</p>



<p class="has-small-font-size">2) Per il testo completo: <em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-sos-fornace-contesta-linaugurazione/" data-type="post" data-id="1508">Expo 2015. SOS Fornace contesta l’inaugurazione</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Free jobs: il lavoro gratuito da Expo 2015 al Jobs Act e oltre</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/free-jobs-il-lavoro-gratuito-da-expo-2015-al-jobs-act-e-oltre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 07:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1506</guid>

					<description><![CDATA[Il nuovo mercato del lavoro che si nutre di immaginario]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-43-giugno-settembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 43, giugno &#8211; settembre 2015)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>Adam Arvidsson, Andrea Fumagalli e Domenico Vitale</em>*</td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il nuovo mercato del lavoro che si nutre di immaginario</p></blockquote>



<p><em>Incontro-dibattito presso il Centro sociale Sos Fornace (Rho, Milano), 13 gennaio 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap"><br><strong>Andrea Fumagalli</strong>. Il primo punto da affrontare riguarda il lavoro gratuito. Il primo fatto eclatante, che diventerà un elemento di storia delle relazioni sindacali tra cinque o sei anni, è l’accordo del 23 luglio 2013 sottoscritto a livello territoriale locale da Cgil Cisl e Uil, Comune di Milano in qualità di garante, e la parte padronale che in questo caso è Expo 2015 s.p.a., società per azioni privata – ricordo che per costituzione una s.p.a. ha come obiettivo, indipendentemente dalla struttura proprietaria che può anche comprendere realtà pubbliche, come nel caso di Expo 2015, l’accrescimento del valore delle azioni che compongono la società, quindi il profitto.</p>



<p>Questo accordo, per la prima volta nella storia del diritto del lavoro italiano – che nasce negli anni Venti, quindi è passato ormai quasi un secolo – legalizza e quindi istituzionalizza una prestazione di lavoro gratuita. È qualcosa che verrà ricordato dai giuslavoristi italiani, perché stabilisce che per la gestione dell’attività e dell’evento Expo sono necessari, secondo la stima fatta all’epoca e fino a oggi non smentita, circa 22.000 posti di lavoro. Sono ovviamente posti di lavoro a termine, perché l’evento è a termine. La novità introdotta dall’accordo è che vengono create delle tipologie contrattuali che recepiscono le riforme fatte dalla Fornero nel luglio del 2012 per quanto riguarda l’apprendistato e il contratto a termine – circa 400 apprendistati e 700 contratti a termine, per un totale di 1.100 persone. Sono poi introdotte altre 400/500 figure lavorative sotto forma di stage più o meno retribuiti – 400, massimo 500 euro al mese – per un totale di 1.600 posti di lavoro. I restanti, circa 18.500, vengono occupati attraverso squadre, con tempistica differente, con durata dalle quattro alle sei settimane, di lavoro cosiddetto ‘volontario’, che in termini concreti è lavoro gratuito.</p>



<p>Questo è il primo contratto che i sindacati firmano, dichiarandosi quindi d’accordo con il fatto che si metta in azione una prestazione di lavoro gratuita, non remunerata, al fine di far sì che l’evento Expo possa aver luogo. È qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. L’unica persona che ha avuto qualche perplessità, soprattutto nella Cgil, che è stata promotrice di uno sciopero generale nel dicembre scorso contro il Jobs Act, è il segretario generale della Fiom Lombardia Mirco Rota, che ha scritto un articolo sul Manifesto in cui dichiarava che questo accordo era un po’&nbsp;<em>pericoloso</em>&nbsp;perché poteva essere l’inizio di una tracimazione verso forme di lavoro di questo genere, cioè gratuito. Questo è l’antefatto.</p>



<p>Il secondo elemento su cui riflettere è che nella legge 78 del maggio 2014, chiamata anche decreto Poletti, che costituisce il primo atto del Jobs Act, viene istituito, tra le tante cose che qui non prendo in considerazione, quello che si chiama il “Piano garanzia giovani”, finanziato dalla Comunità europea sulla base del progetto Horizon 2020 stabilito nell’accordo di Lisbona, nel quale è previsto lo stanziamento di fondi per favorire il processo di avviamento al lavoro delle giovani generazioni, tenendo conto che il dato di disoccupazione giovanile, come sappiamo, in molti Paesi europei è alquanto elevato.</p>



<p>Per l’Italia il Piano prevede 1,5 miliardi euro e dovrebbe creare un sistema di accordo regionale – i fondi sono infatti gestiti dalle Regioni – perché vi siano dei momenti di incontro fra società istituite a livello regionale (quindi di natura pubblica), che dovrebbero creare una banca dati chiamando i giovani a iscriversi, e contemporaneamente accogliere domande di lavoro da parte delle imprese, di modo da favorire il contatto tra domanda e offerta. Secondo le stime di Poletti, il Piano dovrebbe promuovere l’inserimento nel mercato del lavoro di 800.000 giovani – persone<br>che vanno dai 15 ai 35 anni. Questi 800.000 giovani dovrebbero entrare nel mercato del lavoro attraverso tre tipologie contrattuali, su cui però devo confessare la mia ignoranza perché non è chiarissimo quali siano: si parla di stage, di forza lavoro e di servizio civile.</p>



<p>Ora, io non so quanto questo piano sarà attuato, ma ciò vuol dire che l’accordo sul lavoro volontario fatto in ragione di Expo, quindi limitato e contingentato e temporaneamente definito, è diventato, con il decreto Poletti, una manovra di inserimento fittizio lavorativo a costo zero a livello nazionale. Questo è l’esempio di come Expo, per quanto riguarda le relazioni e le dinamiche del mercato del lavoro, sia una sorta di chiavistello per provare, sperimentare, verificare nuove modalità di regolazione del rapporto di lavoro.</p>



<p>Terzo punto, più generale: il Jobs Act è l’istituzionalizzazione del rapporto precario di lavoro. Raggiunge in pratica l’obiettivo che dieci anni fa si era posto Berlusconi e che ha cercato il supporto di Ichino e una parte del Pd dell’epoca: risolvere il problema della precarietà come fattispecie particolare rispetto al contratto di lavoro a tempo indeterminato – che ancora oggi, a livello europeo, è considerato l’unico rapporto di lavoro possibile – e far sì che il rapporto di lavoro precario diventi la norma. In questo modo il problema della precarietà, da un punto di vista legislativo, politico, sociale, è risolto, perché non è più una fattispecie particolare ma diventa l’essenza del rapporto di lavoro. Quindi da questo punto di vista il Jobs Act ha questa funzione: istituzionalizzare ciò che era già strutturale, generale ed esistenziale.</p>



<p>È chiaro che questa istituzionalizzazione, dal punto di vista del governo e dei poteri forti, vuole chiudere, risolvere, il problema della precarietà, ma contemporaneamente apre un nuovo fronte: quello appunto del lavoro gratuito, che è l’estensione, a un nuovo livello, del percorso iniziato nel ‘97 con il pacchetto Treu. Un tempo era la precarietà, oggi, se vuoi iniziare a lavorare, a essere produttivo in questa società, devi prima dare un po’ di lavoro gratuito. Questo dicono, questa è la nuova frontiera che si sta aprendo, e questo è il punto di contraddizione, perché ora le soggettività del lavoro, che all’interno di questo processo sono violentemente inserite, devono essere in grado di farne una capacità di sottrazione, di respingimento, di opposizione, di denuncia. Perché il lavoro gratuito non è l’ultima frontiera: ci verrà chiesto di pagare per lavorare, arriveremo a questo paradosso.</p>



<p>Sembra un eccesso ma il lavoro gratuito, da un punto di vista economico, è assolutamente disarmante e controproducente, ma in un contesto economico basato sulla logica dei mercati finanziari, sui profitti e le plusvalenze a breve termine, a chi importa di quello che succederà dopo; l’importante è espropriare, accaparrare, approfittare qui e oggi. Questo è il dramma e la crisi in cui siamo immersi da sette anni. Abbiamo delle strutture dirigenziali, di governo, delle politiche di austerity europee che non fanno altro che segare il ramo dell’albero su cui sono sedute, sperando che l’albero regga. Ma non potrà succedere, la crisi è destinata ad aumentare rispetto a queste nuove prospettive di regolazione del mercato del lavoro.</p>



<p>Non voglio essere pessimista. Questo significa che dobbiamo essere in grado di sviluppare una soggettività, una capacità di inchiesta su queste forme di lavoro, perché da qui bisogna iniziare a mettere in atto azioni di esodo produttivo, dire io non ci sto a queste evoluzioni e riesco a trovare un’alternativa di sistema. E qui si apre tutta una serie di problematiche e di cose che sono tutte da discutere.</p>



<p>Un’ultima cosa: oggi, 13 gennaio 2015, i lavoratori della cooperativa Cir, che si occupa di catering, sono in sciopero, perché nell’area emiliana alcuni di loro hanno avuto una disdetta unilaterale del contratto integrativo e hanno perso alcune commesse, per cui la cooperativa si è rivalsa sui lavoratori. Ora: la Cir gestirà 25 milioni di pasti all’Expo dal primo maggio al 31 ottobre, perché ha vinto l’appalto per la gestione del catering. Questa cooperativa, che è una delle tante cooperative di sfruttamento che ben conosciamo, si prende quindi una commessa per gestire tutti i pasti all’Expo e nel frattempo, oggi, licenzia i lavoratori per esigenze sue di gestione interne. Perché succede questo? Semplicemente perché la Cir rinuncia alle commesse attuali e punta tutto su Expo, per cui licenzia oggi per assumere domani, perché avrà bisogno di assumere persone per gestire il catering di Expo.</p>



<p>Questo significa che Expo rischia di non avere affatto un effetto di amplificazione dell’occupazione, ma un effetto sostitutivo. La stessa cosa, in termini diversi, avverrà con la questione della zona di Rho Fiera, perché durante Expo tutte le attività di Rho Fiera verranno sostituite da Expo, quindi tutti coloro che lavorano a Rho Fiera oggi, per le varie mostre, avvenimenti, fiere del calendario annuale, nel periodo di Expo vedranno azzerata la propria attività. Oltre al lavoro volontario, dunque, ci sarà l’effetto sostituzione, per cui l’aumento dell’occupazione, se ci sarà, sarà davvero risibile.</p>



<p><br><strong>Adam Arvidsson</strong>. Non sono molto esperto di Expo, però posso dire che mi è arrivata una email, qualche giorno fa, proprio da Expo, dove mi si chiedeva se potevo fornire cinquanta studenti che avrebbero dovuto lavorare dieci giorni; ho risposto che gli sarebbe costato più o meno 20.000 euro! Agganciandomi a quello che ha detto Fumagalli sui nuovi sviluppi giuridici, spinti in qualche modo avanti dallo spettacolo dell’Expo, essi tendono di fatto a legalizzare quella che è ormai una realtà, almeno nell’ambito di quello che chiamiamo il ‘lavoro del sapere’. Con alcuni colleghi abbiamo realizzato una serie di studi sulle cosiddette industrie creative a Milano – la moda, la comunicazione – e adesso stiamo portando avanti una ricerca su quelle che sono le altre soluzioni messe in atto di fronte alla sfida della ristrutturazione del mercato del lavoro; soluzioni, i vari <em>coworking, startup</em> ecc., che in qualche modo sono anche un’altra forma di istituzionalizzazione del lavoro gratuito. A Milano se ne parla da circa uno/due anni, oggi ci sono una ventina di coworking space e ne aprono in continuazione, e questo sistema è stato molto spinto da vari enti, come fondazioni, Regione ecc., e anche da tutto il discorso ‘imprenditoriale’ secondo cui se non c’è il lavoro, createlo tu in qualche modo.</p>



<p>Indagando questa realtà, un aspetto emerso molto chiaramente è che ormai il legame fra lavoro e stipendio, lavoro e remunerazione, non c’è più. Sicuramente non c’è in termini economici – in una situazione come quella italiana, e milanese, dove manca un’economia del sapere in grado di assorbire tutte le persone qualificate che escono dalle università, il risultato è per forza una sorta di disoccupazione strutturale dove salari e stipendi tendono ad abbassarsi, e dove chi arriva ad avere uno stipendio decente è sempre meno frequente – ma è anche una situazione psicologica.</p>



<p>Nel settore della moda, per esempio, essenzialmente ci sono tre tipi di lavoro: i designer, che sono pochissimi, uno o due di nome internazionale e poi, dato che la maggior parte delle società della moda a Milano sono a gestione famigliare, i designer sono i figli di coloro che sono stati a loro volta designer negli anni ‘60/70; poi ci sono i bocconiani, che gestiscono l’ambito finanziario, il marketing ecc., perché ormai le industrie della moda sono grandi imprese, spesso internazionali, e hanno bisogno di una certa organizzazione; infine ci sono i lavoratori della moda, che sono più o meno l’80% della forza lavoro, che fanno essenzialmente comunicazione e gestione eventi. È tra loro che abbiamo fatto un sondaggio ed è risultato che lo stipendio medio è di 800 euro al mese (età media degli intervistati, 38 anni).</p>



<p>Stipendio bassissimo, perché nessuno può vivere a Milano con 800 euro al mese; però, il livello di soddisfazione è altissimo! Sono super contenti per il fatto di lavorare nel campo della moda, anche se non vengono pagati, anche se gli orari di lavorano arrivano a 15 ore al giorno, anche se non puoi andare a pranzo, anche se non puoi prenderti il tempo per una visita medica, se non hai il tempo di avere un fidanzato/fidanzata, se non hai una vita sociale ecc., ma caspita!, lavori nella moda! E questo, almeno fino alla fascia di età dei 35 anni – poi la curva della soddisfazione inizia a decrescere, per ovvi motivi – questo basta.</p>



<p>È una fonte di entusiasmo: io sono nella moda. Cosa ti piace della moda?, abbiamo chiesto: sono creativo, è stata la risposta. Però poi se si va a vedere le mansioni che effettivamente queste persone svolgono, c’è ben poca creatività: è un lavoro subordinato, altamente strutturato e comandato; però, ha l’immagine della creatività. In questo senso quindi la creatività non è una questione di pratica ma di immaginario: il fatto di essere nella moda, frequentare certi posti, essere vicino a certi eventi, circuiti ecc. E in qualche modo, per molte persone questo sembra essere sufficiente per accettare un lavoro mal pagato o addirittura non pagato – la percentuale di persone che vanno avanti a stage è molto alto.</p>



<p>Vediamo la stessa cosa nei coworking space, anche se è un po’ diverso, perché sono spazi che raccolgono lavoratori freelance. Anche qui però le remunerazioni sono molto basse, si aggirano intorno ai 1.500 euro al mese fatturati con partita Iva, che si traducono, più o meno, negli stessi 800 euro, quindi sempre insufficiente per riuscire a vivere in una città come Milano. Eppure anche qui il livello di entusiasmo è altissimo. Lunghi orari di lavoro, tanta attenzione e tempo dedicati alla formazione di competenze, di soggettività, e alla partecipazione a seminari su che cosa vuol dire fare l’imprenditore, lo <em>startupper</em>. È un modo di vestirsi, un ambiente, certe letture ecc. che continuano a costituire questa sorta di soggettività che pare essere la remunerazione principale per la partecipazione a questo tipo di lavoro.</p>



<p>In questo caso non è più il grande brand della moda che ha il controllo sull’immaginario, ma il meccanismo è più subdolo perché queste persone, che sono dei freelance, lavorano quindi per se stessi, mantengono però tutti insieme un ambiente in cui la flessibilità, la condivisione del sapere e tutta una serie di altri atti produttivi, che non vengono retribuiti, si combinano per abbassare ulteriormente il costo del servizio che forniscono.<br>Siamo quindi ormai davanti a un fatto: la sostituzione della remunerazione monetaria con la remunerazione identitaria, immaginaria.</p>



<p>La questione da porsi è come si spiega tutto questo. Se negli anni Settanta andavi da un lavoratore dell’Alfa Romeo e gli dicevi: perché non lavori senza lo stipendio, semplicemente per il bello di lavorare per l’Alfa Romeo?, ti avrebbe mandato subito a quel paese! Perché invece oggi il ventenne neolaureato accetta di lavorare per una bassissima remunerazione, in condizioni precarie, o addirittura senza essere pagato, come ‘volontario’? Francamente non lo so, penso sarebbe un’ottima occasione poter fare uno studio sui volontari dell’Expo e chiedere perché lo fanno.</p>



<p>È chiaro che ci sono diversi fattori. Uno, che non può essere ignorato, è il livello di disperazione economica, che evidentemente non è ancora arrivato al punto in cui questa situazione diventa inaccettabile, nel senso che la maggior parte delle persone che lavorano gratuitamente hanno un sostegno. Le condizioni del lavoro creativo sono infatti più o meno le stesse in tutta Europa, ed essenzialmente ci sono tre modelli: a Londra (come a New York), cerchi lavoro nella comunicazione però in realtà fai il barista, perché così guadagni e sopravvivi; nel nord Europa riesci a campare con il welfare state – lavori nella comunicazione però in realtà sei studente, e in quanto studente puoi usufruire del welfare (Berlino è piena di artisti-studenti danesi: ho insegnato all’università di Copenaghen per sei anni, quindi conosco bene il meccanismo: ti iscrivi all’università, prendi la borsa da studente, te ne vai a Berlino a fare l’artista e ogni tanto appari e fai qualche esame) –; in Italia, infine, terzo modello, il welfare è la famiglia. L’Italia è infatti un Paese in cui esiste ancora una delle più grandi concentrazioni di ricchezza privata, dove una famiglia del ceto medio è ancora abbastanza benestante e può ancora mantenere, in effetti sponsorizzare, la cosiddetta industria creativa milanese, coprendo il costo di sussistenza del figlio, affittando la casa, contribuendo con qualche centinaio di euro al mese ecc.</p>



<p>Un altro aspetto è la logica del <em>self branding</em>, la necessità di creare un brand intorno a se stessi: quindi il lavoro anche gratuito, anche pagato male, ti dà comunque un voto extra da mettere sul curriculum, e può essere visto come un investimento verso qualcosa che potrebbe poi eventualmente fruttare in un momento successivo. Tra i lavoratori della moda è molto forte il discorso della gavetta, in un approccio quasi masochista, nel senso che c’è quasi un godimento – sì, ora lavoro in condizioni pessime, non mi pagano, mi trattano malissimo, però bisogna fare la gavetta, bisogna soffrire un po’. Questo ‘soffrire’ rientra anche nella cultura cattolica, quell’idea per cui se soffri, poi non possono non darti un lavoro!</p>



<p>C’è infine un altro fattore molto importante, e cioè il controllo dell’immaginario. L’industria della moda, l’Expo, hanno monopolizzato un po’ l’immaginario: vuoi realizzare te stesso? C’è la moda, l’Expo, la creatività, c’è lo startupper, inventare un video game; non ci sono altri modi per realizzare se stessi. Esiste una sorta di monopolio su questa idea, in una generazione che è stata educata fin da piccola a diventare il massimo che vuole diventare: devi dare tutto te stesso, devi esprimere te stesso, quei talenti che hai dentro di te, se ti piace fare teatro devi fare l’attore, non puoi fare l’idraulico o il barista o il dentista.</p>



<p>Fumagalli, e qui concludo, dice che bisogna riappropriarsi della soggettività, e sono d’accordo, ed è qualcosa che in qualche modo sta già succedendo, nel senso che questa forza che spinge quell’immaginario che funziona da mobilitazione del lavoro gratuito, sta diventando più debole. Uno dei settori, e forse l’unico, che in questo momento in Italia crea posti di lavoro è quello agricolo, e questo perché in gran parte c’è una fuga verso la terra. Molti lavoratori del sapere, dopo essersi laureati, dopo aver passato due/tre anni cercando di entrare nel mercato del lavoro di Roma, Milano o di qualche altra città del nord, se hanno accesso a un pezzo di terra – e in Italia è abbastanza comune, perché la famiglia italiana, una o due generazioni indietro, ha in genere legami con la terra – cercano di mettere in piedi una qualche sorta di impresa lavorando in quel contesto. Con alcuni amici siamo impegnati in questo progetto, <em>Rural hub</em> appunto, sulla nuova economia rurale in Campania, Puglia e Sicilia, e vediamo molte di queste persone che, secondo me abbastanza giustamente, dicono: tanto non posso campare a Milano, tanto posso essere povero anche nel Cilento, dove si sta meglio e ho un’esistenza più autentica e più gratificante.</p>



<p>Quindi se cinque anni fa, quando abbiamo fatto la ricerca nel campo della moda a Milano, vedevamo un fortissimo controllo sull’immaginario, e su questa idea per cui non c’erano alternative, adesso il ritratto è diverso e ha più facce, ed è comunque l’inizio di una sorta di esodo dall’economia volontaria monopolizzata dai brand della moda, di Expo e in generale dello spettacolo, della creatività, verso delle altre forme di esistenza.</p>



<p><br><strong>Domenico Vitale</strong>. Il mio intervento intende dare un taglio giuridico alla questione del lavoro volontario, e già confrontarmi con il termine ‘lavoro volontario’ mi mette in difficoltà, perché da un punto di vista giuridico è una contraddizione in termini. Se si fa infatti riferimento alla fattispecie prevista dal codice civile di contratto a lavoro subordinato, la definizione è chiara, e prevede, a fronte dello svolgimento di una prestazione lavorativa, una retribuzione. Il contratto di lavoro volontario, laddove si volesse qualificarlo in termini, appunto, di lavoro volontario, sarebbe un contratto non disciplinato dal codice civile. Una parte degli studiosi del diritto del lavoro ha ritenuto trovare il suo fondamento in vincoli di solidarietà: esempio di lavoro volontario nei manuali di diritto del lavoro è quello svolto dai famigliari nell’ambito dell’impresa di famiglia, oppure dai religiosi nell’ambito dei vari ordini. Diciamo che il legislatore del codice civile guardava con disfavore, giustamente, una qualche forma di lavoro volontario, e nella stessa Carta costituzionale, il punto di riferimento è l’articolo 36, che parla di una retribuzione che deve essere proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, e in grado di garantire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia.</p>



<p>Questi sono i punti di riferimento a livello costituzionale ma anche a livello legislativo. Ci sono infatti situazioni in cui anche nell’ipotesi di contratto di lavoro nullo, è prevista una tutela del lavoratore soprattutto dal punto di vista economico; per esempio, nell’ipotesi che un giornalista non iscritto all’albo eserciti un’attività nei confronti di una testata giornalistica, anche a fronte della nullità del contratto egli ha diritto all’erogazione della retribuzione. Dal punto di vista legislativo, si tratta quindi di un principio molto forte. Dunque il mio tentativo di inquadrare il fenomeno del free jobs si muove lungo una direttrice volta a verificare quanto, da un punto di vista della realtà del dato normativo, ci si stia discostando dal precetto dell’articolo 36 della Costituzione; ossia in che modo, al di là dei fenomeni elusivi esistenti – l’utilizzo fraudolento degli stage, dei contratti di apprendistato e di altre fattispecie contrattuali – il legislatore nazionale è andato a istituzionalizzare delle forme di free jobs.</p>



<p>Prendiamo per esempio in considerazione i tirocini formativi e di orientamento, i cosiddetti stage. Solo nel 2012, con la riforma Fornero, si è stabilita la possibilità di garantire allo stagista un’indennità, la cui quantificazione è stata demandata a un accordo Stato-Regioni che ha fissato il minimo in 300 euro. Come nel caso dell’apprendistato, anche qui il legislatore ha previsto di discostarsi, ma in maniera lieve, rispetto all’articolo 36 della Costituzione, da una retribuzione proporzionata ed equa, in presenza di cause giustificative: nel caso dell’apprendistato la causa può essere data da uno scambio tra prestazione lavorativa e formazione, e da qui una retribuzione ridotta – ma anche in questo caso il legislatore è andato giù pesante, perché il contratto di apprendistato prevede la possibilità per il datore di sotto-inquadrare in due livelli contrattuali il prestatore di lavoro.</p>



<p>Da un punto di vista ‘fisiologico’ possiamo quindi dire che è lo stesso legislatore ad aver creato nel tempo questa situazione, attraverso diversi istituti che in questa fase sta cercando di rilanciare; c’è infatti una proliferazione di figure di stage, di tirocini, ci sono quelli curriculari che rientrano nel percorso scolastico e universitario, quelli extra curriculari, e poi ci sono altri istituti come il lavoro accessorio, quello pagato attraverso i <em>voucher</em>. Diciamo che il problema dei free jobs va inquadrato secondo due macro questioni: innanzitutto quella secondo cui la fattispecie dei free jobs non fa altro che determinare un fenomeno di evidente <em>dumping</em> salariale: è chiaro che la finalità diretta e indiretta dell’introduzione di forme contrattuali che prevedono una riduzione non ancorata al parametro dell’articolo 36 della Costituzione ha la funzione di determinare un abbassamento dei livelli salariali, e quindi una perdita del potere contrattuale dei lavoratori.</p>



<p>La seconda questione importante è capire come il fenomeno dei free jobs si inserisca all’interno di un processo, piuttosto articolato, che tocca le politiche attive del lavoro, le politiche del welfare e il riordino delle fattispecie contrattuali. Dal punto di vista delle tipologie contrattuali, da un po’ di anni si stanno creando dei mostri giuridici. Si è sempre più andato a configurare un trend normativo in cui si vanno a individuare solo delle fattispecie, senza poi ricondurle alle macro categorie dell’autonomia e della subordinazione. Ci sono cioè figure, come il lavoro accessorio, che non è considerato rapporto di lavoro; ci sono gli stage stessi che non sono considerati rapporti di lavoro. E il problema qualificatorio, nell’ambito del diritto del lavoro, non è un problema secondario, perché la qualificazione di un rapporto come subordinato o autonomo rileva ai fini delle tutele, dato che purtroppo siamo in un sistema normativo nel quale se sei subordinato hai un apparato di tutele e diritti, se sei autonomo non ce l’hai. E quindi dentro queste due macro categorie il legislatore ha introdotto altre figure contrattuali, rispetto alle quali devi cercare di individuare la tutela applicabile secondo un gioco dell’oca.</p>



<p>È dunque all’interno di questo percorso e di questo processo che vanno letti i free jobs. Da un lato abbiamo questo divario tra retribuzione prevista per gli stage e per l’apprendistato, dall’altro questa riorganizzazione delle politiche attive del lavoro, del welfare e delle tipologie contrattuali, che si possono rinvenire nello stesso schema di decreto attuativo del Jobs Act; qui, all’articolo 11, si istituisce presso l’Inps un Fondo delle politiche attive del lavoro che prevede, a favore dei lavoratori licenziati per motivi economici o a seguito di licenziamenti collettivi, la corresponsione di un voucher, rappresentativo della dote individuale di occupabilità. Con in mano questo voucher, il lavoratore si reca all’agenzia pubblica o privata e si sottopone a una serie di doveri, ossia percorsi formativi e accettazione di offerte lavorative molto probabilmente non corrispondenti al profilo professionale. Questo è ciò che il legislatore, nello scheda di decreto attuativo del Jobs Act, chiama contratto di ricollocazione, che sembra un altro mostro giuridico: non è chiaro infatti la natura di questo contratto, sappiamo solo che è stipulato tra il lavoratore e l’agenzia.</p>



<p>Il trend che si va a delineare è dunque la proliferazione di quelli che un tempo erano definiti lavori socialmente utili, nei quali l’occasione di lavoro non è più in grado di garantire un reddito di lavoro parametrabile all’articolo 36 della Costituzione, ma solo una piccola parte di reddito, che si va a recuperare in parte anche dall’ammortizzatore sociale.</p>



<p>Questo è un po’ il quadro a livello nazionale che stranamente, ma non tanto, viene peggiorato dall’accordo Expo del luglio 2013. Anche commentatori sicuramente non progressisti, a fronte di una prima lettura dell’accordo hanno notato come le parti sociali abbiano fatto molto peggio di Renzi. Avevano la possibilità, e se ne sono avvalse, di derogare a quelle che erano le disposizioni di legge. Per esempio, hanno prolungato di un mese la durata massima dello stage, così come, in maniera preoccupante, per quanto riguarda la possibilità di assumere personale a tempo determinato è stato previsto un tetto percentuale dell’80% dell’organico complessivo, violando di fatto il limite indicato dal Jobs Act, individuato nel 20%.</p>



<p>Questo vuol dire che le parti sociali hanno colto la palla al balzo per fare quello che neppure un governo di centrodestra, a suo tempo, è stato in grado di fare; hanno dato attuazione a quella norma che di fatto è sempre stata disattesa fino a qualche mese fa, che consente alla contrattazione di secondo livello di derogare alle disposizioni di legge, ma per garantire la stabilizzazione o per far fronte a situazioni di crisi. Qui invece, a fronte di un evento di rilevanza internazionale, i sindacati hanno consentito la stipula di un contratto che supera certi limiti di legge, e senza alcuna contropartita; anzi, come è ormai evidente, per Expo le assunzioni non standard rappresentano la stragrande maggioranza.</p>



<p>Ho dato solo un rapido sguardo ai bandi o alle comunicazioni rispetto alle diverse fattispecie contrattuali che si pensa di utilizzare. Per quanto riguarda i progetti che hanno una durata di 12 mesi, è previsto il ricorso al volontariato attraverso un bando del servizio nazionale civile, quindi entriamo in quel processo cui accennavamo prima: non abbiamo più delle fattispecie contrattuali, abbiamo delle mere occasioni di lavoro che vengono fornite a dei giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni. L’elemento che più preoccupa è che, da un punto di vista normativo, abbiamo dei riferimenti per quanto riguarda l’attività di volontariato. Esiste una legge del 1991 che lo disciplina, e afferma che è quell’attività che viene svolta in maniera personale, spontanea e gratuita, in assenza di fini di lucro anche indiretto e per fini di solidarietà.</p>



<p>Ora, un volontario che va a lavorare presso il sito espositivo, che fornisce una informazione, che dà un orientamento alle persone che accorrono all’evento, quale fine di solidarietà persegue?! Un altro aspetto interessante è che non è prevista alcun tipo di remunerazione per il volontario: secondo legge, c’è solo la possibilità di un rimborso spese. Sul bando del servizio civile, ma anche in quello del Comune di Milano, che partecipa a questo processo di sfruttamento con il bando “Dote Comune Expo”, è invece prevista una indennità mensile di partecipazione; un elemento di contraddizione che magari anche la giurisprudenza dovrà sciogliere, perché o ci si limita a un mero rimborso, che va documentato, oppure tutto ciò che non è rimborso e va oltre dovrebbe qualificarsi come retribuzione. Tra l’altro, facendo delle ricerche sul punto ho già trovato della giurisprudenza, sentenze della Corte di Cassazione che, al di là di una serie di altri indici, stabiliscono che non si può parlare di lavoro volontario.</p>



<p>Si aprono quindi degli spiragli. È vero che da un punto di vista sostanziale e processuale il trend è questo, però, per come sono impostati i bandi, è possibile utilizzare delle leve per contrastare, là dove ce ne fosse la possibilità, questa situazione. La battaglia è anche e soprattutto culturale, politica e comunicativa. Purtroppo a oggi non ho visto professori del diritto del lavoro, o avvocati del diritto del lavoro, scandalizzarsi di fronte a dei processi che stanno comportando anche uno snaturamento delle tipologie contrattuali. Il contratto di lavoro a tempo determinato, per esempio, che era ancorato a ragioni temporali – si assumeva a termine perché c’era una ragione temporale di assunzione – nella prassi sta diventando uno strumento di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani.</p>



<p>Ormai tutte le tipologie contrattuali hanno questa funzione, si stanno creando delle figure di soggetti svantaggiati che vanno a coprire tutto l’arco del lavoro: è soggetto svantaggiato la donna, l’inoccupato, il disoccupato di lunga durata, e questo perché si devono andare a individuare delle categorie rispetto alle quali creare delle figure contrattuali di ingresso nel mercato del lavoro a tutele dimezzate, se non azzerate. In conclusione, l’accordo Expo del luglio 2013 va solo a peggiorare un quadro che già prevedeva questa confusione <em>voluta</em>, dal punto di vista delle politiche attive, del welfare e della qualificazione dei contratti di lavoro.</p>



<p class="has-small-font-size">* Adam Arvidsson: docente di Sociologia, Università Statale di Milano; Andrea Fumagalli: docente di Economia politica, Università di Pavia; Domenico Vitale: avvocato del lavoro del Punto San Precario di Rho Fiera</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015 Milano, Mayday no Expo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-milano-mayday-no-expo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2015 08:19:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1540</guid>

					<description><![CDATA[Fotoreportage di Giulia Zucca Milano, 1 maggio 2015]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size">Fotoreportage di Giulia Zucca</p>



<p>Milano, 1 maggio 2015</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="550" height="366" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday1.jpg" alt="" class="wp-image-1541" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday1.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday1-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday2.jpg" alt="" class="wp-image-1542" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday2.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday2-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday3.jpg" alt="" class="wp-image-1543" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday3.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday3-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday4.jpg" alt="" class="wp-image-1544" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday4.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday4-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday5.jpg" alt="" class="wp-image-1545" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday5.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday5-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday6.jpg" alt="" class="wp-image-1546" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday6.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday6-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday7.jpg" alt="" class="wp-image-1547" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday7.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday7-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday8.jpg" alt="" class="wp-image-1548" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday8.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday8-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday9.jpg" alt="" class="wp-image-1549" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday9.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday9-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday10.jpg" alt="" class="wp-image-1550" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday10.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday10-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday11.jpg" alt="" class="wp-image-1551" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday11.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expomayday11-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015. SOS Fornace contesta l&#8217;inaugurazione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-sos-fornace-contesta-linaugurazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2015 07:51:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1508</guid>

					<description><![CDATA[Fotoreportage di Giulia Zucca Milano, 1 maggio 2015 Nella mattinata una trentina di attivisti del centro sociale Sos Fornace di Rho hanno organizzato una protesta all&#8217;ingresso Fiorenza Expo di Milano, mettendo in scena la loro&#160;inaugurazione&#160;dell&#8217;Esposizione Universale. Questo il testo del volantino diffuso durante la contestazione. WELCOME TO EXPO 2015 NUTRIRE LO SFRUTTAMENTO, ENERGIA PER LA [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size">Fotoreportage di Giulia Zucca</p>



<p>Milano, 1 maggio 2015</p>



<p class="has-drop-cap">Nella mattinata una trentina di attivisti del centro sociale Sos Fornace di Rho hanno organizzato una protesta all&#8217;ingresso Fiorenza Expo di Milano, mettendo in scena la loro&nbsp;<em>inaugurazione</em>&nbsp;dell&#8217;Esposizione Universale.</p>



<p>Questo il testo del volantino diffuso durante la contestazione.</p>



<pre id="block-87824997-7f14-4ecc-9e7c-efbc2d290d01" class="wp-block-preformatted"><strong>WELCOME TO EXPO 2015
NUTRIRE LO SFRUTTAMENTO, ENERGIA PER LA PRECARIETA’</strong>

Oggi, 1 maggio 2015, all’apertura dei cancelli di Expo, i precari della metropoli danno il benvenuto alla grande Esposizione Universale che dovrebbe proiettare Milano e l’Italia intera al centro dell’attenzione internazionale.

Una grande opportunità per mettere in mostra le eccellenze del Belpaese, dicono. E quando si parla di eccellenze italiane un posto d’onore lo meritano sicuramente la precarietà e lo sfruttamento, la corruzione e il malaffare.

Eccellenze interamente finanziate da soldi pubblici da cui solo la solita banda di affaristi, speculatori e mafiosi trarranno profitti. In questi mesi su tutti i giornali nazionali e internazionali avete potuto ammirare come il sistema politico-economico italiano eccelle nello spartirsi legalmente e illegalmente il denaro tramite tangenti, collusioni mafiose, abili manovre finanziarie e mirabolanti speculazioni.

Oggi, invece, entrando nel grande sito di Expo 2015 potrete osservare da vicino la biodiversità precaria, straordinari esempi di precarie e precari di varie specie e affascinanti caratteristiche: si comincia da 340 apprendisti fino a 29 anni, 195 stagisti con un semplice rimborso spese e tirocinanti non pagati.

Potrete fotografare i precari delle pulizie e della vigilanza assoldati a 2,50 Euro l’ora, gli interinali sottoinquadrati e orde di lavoratori e lavoratrici sottoposti alla legislazione del paese che li assume.

Aprendo bene gli occhi e camminando senza far rumore fra i padiglioni davanti a voi compariranno centinaia di esemplari ricercatissimi di lavoratori in nero senza alcuna tutela.

Tutti sono costretti a un lavoro sottopagato dal ricatto della precarietà, un sistema che ingrassa gli affari di chi quotidianamente specula sulle nostre esistenze ed estrae profitto dalle nostre vite espropriando la ricchezza che produciamo.

Grazie a Expo 2015 un nuovo gradino nella scala dello sfruttamento è stato raggiunto: ecco dunque ai vostri occhi la nuova figura dell lavoratore “gratuito”, non retribuito, da alcuni furbescamente definito “volontario”. Si tratta di 20.000 lavoratori che, ricattati dal sistema scolastico o illusi dalla possibilità di aggiungere contatti alla loro rete sociale e lavorativa, vi accompagneranno fra le miserie di questa Esposizione Universale, dandovi indicazioni e facilitando la vostra esperienza dentro il flop di Expo 2015.

Oggi, 1° Maggio 2015, giornata di lotta e festa dei lavoratori, siamo qui a ricordarvi che dietro alle frottole come “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” si nascondono le vere storie della generazione precaria che oggi sfilerà in città con la MayDay No Expo rivendicando il diritto al reddito per tutti, contro precarietà, sfruttamento, lavoro gratuito e sottopagato!

SOS FORNACE
NO EXPO</pre>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="367" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/expo.jpg" alt="" class="wp-image-7210" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/expo.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/expo-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="367" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace3.jpg" alt="" class="wp-image-1510" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace3.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace3-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="367" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace4.jpg" alt="" class="wp-image-1511" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace4.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace4-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="367" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace5.jpg" alt="" class="wp-image-1512" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace5.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-5expofornace5-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>
</div>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015 #30A: Corteo studentesco internazionale No Expo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-30a-corteo-studentesco-internazionale-no-expo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2015 08:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1522</guid>

					<description><![CDATA[Una manifestazione tranquilla.Un migliaio di studenti (tante facce giovanissime, sedici/diciotto anni), striscioni, azioni dimostrative – come l&#8217;arrampicata sulla statua di Garibaldi in largo Cairoli. E poi fumogeni colorati, certo, e petardi, e scritte su alcuni edifici – obiettivi mirati: Enel, Manpower, Unicredit (piazza Cordusio), Bpm. Ma nulla di più. (EXPO=MAFIA la scritta più tracciata, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una manifestazione tranquilla.<br>Un migliaio di studenti (tante facce giovanissime, sedici/diciotto anni), striscioni, azioni dimostrative – come l&#8217;arrampicata sulla statua di Garibaldi in largo Cairoli. E poi fumogeni colorati, certo, e petardi, e scritte su alcuni edifici – obiettivi mirati: Enel, Manpower, Unicredit (piazza Cordusio), Bpm. Ma nulla di più. (EXPO=MAFIA la scritta più tracciata, e come dargli torto, visto quello che è emerso anche dalle inchieste giudiziarie.)</p>



<p>Viene dunque da chiedersi che gioco stia facendo la stampa ufficiale, con titoloni, articoli e servizi tg che parlano di “vigilia di tensione”, “scontri” e “black bloc”. I ragazzi che hanno fatto le azioni erano incappucciati, ed è comprensibile secondo logica: se mi appresto a scrivere su un muro, ed è un atto illegale, è ovvio che cerco di nascondere la mia identità. Ma da qui a parlare di black bloc. Tensione poi, proprio non c&#8217;era, e ancora meno ci sono stati scontri.</p>



<p>Qual è il gioco, quindi? Alzare la tensione (quella vera), in vista della manifestazione di domani, per rendere giustificabile una dura repressione da parte della polizia? Spaventare i cittadini, e così creare una pubblica opinione ostile al movimento che contesta Expo e lo critica su basi concrete e precise?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fotoreportage di Giulia Zucca</h4>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo1.jpg" alt="" class="wp-image-1524" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo1.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo1-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo2.jpg" alt="" class="wp-image-1525" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo2.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo2-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo7.jpg" alt="" class="wp-image-1526" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo7.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo7-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo3.jpg" alt="" class="wp-image-1527" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo3.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo3-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo8.jpg" alt="" class="wp-image-1528" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo8.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo8-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo6.jpg" alt="" class="wp-image-1529" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo6.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo6-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo4.jpg" alt="" class="wp-image-1530" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo4.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo4-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo5.jpg" alt="" class="wp-image-1531" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo5.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo5-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo11.jpg" alt="" class="wp-image-1532" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo11.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo11-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo10.jpg" alt="" class="wp-image-1533" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo10.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo10-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo12.jpg" alt="" class="wp-image-1534" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo12.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo12-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo14.jpg" alt="" class="wp-image-1535" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo14.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo14-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo13.jpg" alt="" class="wp-image-1536" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo13.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo13-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo9.jpg" alt="" class="wp-image-1537" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo9.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo9-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<figure class="wp-block-image alignwide size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="550" height="366" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo15.jpg" alt="" class="wp-image-1538" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo15.jpg 550w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/30AExpo15-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Collettivo Movimento Studenti Rho. Expo 2015: il lavoro gratuito entra nelle scuole</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/collettivo-movimento-studenti-rho-expo-2015-il-lavoro-gratuito-entra-nelle-scuole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 08:03:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1518</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Corrado L’ottobre scorso è nato il Movimento Studenti Rho, un coordinamento studentesco formato dai collettivi delle scuole dell’area con il fine di creare un’opposizione sociale a Expo 2015 e alle false promesse del progetto ‘Buona Scuola’ del governo Renzi. Il Movimento ha partecipato alla manifestazione del 12 dicembre in piazza a Milano, aggiungendo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">di Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-42-aprile-maggio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 42, aprile &#8211; maggio 2015)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-drop-cap">L’ottobre scorso è nato il Movimento Studenti Rho, un coordinamento studentesco formato dai collettivi delle scuole dell’area con il fine di creare un’opposizione sociale a Expo 2015 e alle false promesse del progetto ‘Buona Scuola’ del governo Renzi. Il Movimento ha partecipato alla manifestazione del 12 dicembre in piazza a Milano, aggiungendo la voce degli studenti alla contestazione di Expo.</p>



<p><strong>Quando nasce il Movimento Studenti Rho, e quali sono i vostri obiettivi?</strong></p>



<p>Il Movimento Studenti Rho nasce nell’ottobre del 2014 con l’obiettivo di rilanciare la politica studentesca nella nostra città e per boicottare gli interessi economici di Expo 2015, che entra nelle nostre scuole cooptandoci come lavoratori volontari e non retribuiti in cambio di quattro soldi di finanziamenti che servono a tamponare i problemi di una scuola al collasso. La scuola pubblica ormai è un cadavere, e all’orizzonte solo un’odierna agenzia dello sfruttamento dove a farla da padrone sono le parole d’ordine del profitto e dell’imprenditorialità, una realtà in cui gli studenti diventano solamente un mezzo per attirare finanziamenti privati, come si evince dagli obiettivi della Buona Scuola di Renzi.</p>



<p><strong>In che modo Expo 2015 è entrato nelle scuole, e in che senso la scuola è diventata un’agenzia dello sfruttamento?</strong></p>



<p>Da un anno a questa parte Expo è entrato nelle nostre scuole per cooptare i 18.500 volontari che nell’arco dei sei mesi si avvicenderanno nell’opera di accoglienza e assistenza dei visitatori, lavoro normalmente affidato a steward e hostess in cambio di una retribuzione. “Expo visto da noi”, il progetto di promozione di Expo nelle scuole, da quelle per l’infanzia fino al liceo, si occupa di sensibilizzare gli studenti sul tema dell’Esposizione, che viene dipinta come un’opera salvifica che rilancerà l’economia nazionale ponendo un argine al problema della disoccupazione giovanile. Nel corso di quest’anno vi sono già stati svariati incontri in cui siamo stati invitati a lavorare gratis, con la promessa che Expo 2015 sarà una possibilità per arricchire il curriculum vitae e per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro. Noi crediamo che il lavoro volontario sia una provocazione.</p>



<p>Una vergogna travestita da opportunità, uno strumento di controllo che serve ad addomesticare i giovani e a insegnargli che la scuola è come uno stage in cui si imparano a rispettare le regole della precarietà e dello sfruttamento senza fiatare. Insomma, una palestra di vita in cui allevare docili lavoratori obbligati a prestare gratuitamente il proprio tempo per un affare privato, e che da questa esperienza guadagneranno solamente l’illusione di aver impreziosito il proprio curriculum. Alla luce di queste considerazioni stiamo portando avanti una campagna di boicottaggio del lavoro volontario insieme ad altre realtà studentesche milanesi, al grido di: “Io non lavoro gratis per Expo”.</p>



<p><strong>Quali rivendicazioni portate avanti nelle scuole?</strong></p>



<p>Il mondo della scuola è uno dei terreni privilegiati in cui ‘coltivare’ il consenso verso la&nbsp;<em>grande truffa</em>&nbsp;del 2015, con studenti obbligati a partecipare ai progetti collegati a Expo come se fosse una materia curricolare, e insegnanti che non si permettono di dissentire perché precari e ricattati. Crediamo che il lavoro debba essere retribuito, perché chi lavora gratuitamente sottrae reddito ad altri lavoratori, e che la scuola, piuttosto che rivestire i panni dell’ufficio di collocamento della precarietà, dovrebbe occuparsi di cultura, saperi ed educazione.</p>



<p>La scuola non deve diventare una fondazione privata a uso e consumo delle grandi lobby, che attraverso i loro finanziamenti concorrono a formare i quadri e gli sfruttati di domani, come vorrebbe Renzi con il suo progetto Buona Scuola. Rivendichiamo la necessità di poter scegliere se partecipare o meno alle attività connesse a Expo senza rischiare il 7 in condotta, e la necessità di una didattica che non sia schiava della logica economica del ‘grande evento’.</p>



<p><strong>Come incide la vostra strategia sul territorio, quali riscontri trovate presso gli studenti della vostra città?</strong></p>



<p>Da quando abbiamo iniziato la campagna di boicottaggio molti studenti hanno cominciato a interessarsi alla lotta contro la&nbsp;<em>grande truffa</em>&nbsp;e a partecipare a cortei e assemblee riguardanti questo tema. Insieme agli studenti delle scuole di Milano è nata una piattaforma collettiva di lotta e di controinformazione che si è data appuntamento per il corteo europeo degli studenti contro Expo 2015, che si terrà a Milano il 30 aprile prossimo, il giorno prima dell’inaugurazione della manifestazione. Grazie agli studenti e ai professori siamo riusciti a organizzare una posizione critica nei confronti del grande evento. Assemblee, volantinaggi, attacchinaggio e azioni contro la campagna di sensibilizzazione e reclutamento dei volontari sono all’ordine del giorno.</p>



<p>Il convegno pubblico organizzato nell’ambito del Progetto Expo Junior lo scorso 27 novembre, “Non di solo pane”, ne è l’esempio: tenutosi presso il liceo scientifico Ettore Majorana di Rho, con la presenza del nostro sindaco, Pietro Romano, ha dato prova dell’opposizione degli studenti nei confronti della presenza di Expo nelle nostre scuole. Durante questa giornata abbiamo distribuito materiale di controinformazione e ricordato alle autorità che il pane di Expo è fatto di mafia, cemento e precarietà. A oggi gli studenti interessati al lavoro volontario sono in netta minoranza, e questo dà un segnale positivo nei confronti della lotta contro Expo 2015.</p>



<p><strong>Cosa ne pensate della Buona Scuola di Renzi?</strong></p>



<p>La riforma di Renzi è l’ennesimo progetto che va a favorire le scuole private, creando così scuole di serie A e scuole di serie B, come si è già visto con i test Invalsi. Le scuole diventano vere e proprie aziende in cui i privati possono investire, andando a supplire il ruolo di uno Stato incapace di rilanciare seriamente il mondo del sapere. L’autunno scorso, insieme agli altri collettivi studenteschi milanesi, siamo scesi in piazza per boicottare gli incontri riguardanti la Buona Scuola, perché crediamo che una riforma scolastica non possa essere sviluppata senza il parere di noi studenti. Noi siamo per una scuola pubblica e laica, non per una scuola-azienda che ci insegna a lavorare gratis in cambio di crediti scolastici, e che mira solo all’interesse dei pochi: la Buona Scuola non è buona per noi.</p>



<p><strong>A maggio Expo aprirà i battenti: come vi state preparando?</strong></p>



<p>Le cronache ci parlano di un’Italia con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 40%, senza citare il fenomeno dei Neet, ovvero di quei coetanei che non studiano e non lavorano e che secondo le statistiche sarebbero all’incirca 2,5 milioni. In questa situazione senza prospettive l’unica opportunità che sono riusciti a mettere in campo è la farsa del lavoro gratis. Senza ritegno entrano nelle nostre scuole e ci chiedono di lavorare gratuitamente per il profitto di un evento che ha partorito solo proclami e nessuna opportunità reale. Il prossimo appuntamento è per il 30 aprile 2015, quando a Milano sfileranno gli studenti contro Expo, per ribadire l’opposizione a un evento che ha dimostrato che non c’è spazio per noi giovani.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
