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	<title>Letteratura &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sun, 21 Jun 2026 13:56:04 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Letteratura &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Il parlamentare. Un’autobiografia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-parlamentare-unautobiografia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:15:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne Il parlamentare John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale Il parlamentare (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne <em>Il parlamentare</em> John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale</p>
</blockquote>



<p><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il parlamentare</a><em> (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale. Il protagonista è uno scozzese che, appena tornato dall’India, acquista un seggio in un quartiere ‘marcio’. La sua vicenda trasforma il romanzo in un insuperabile studio sulla corruzione del Parlamento inglese pre-riforma (1832), e sorprende per la sua attualità. Il lettore non faticherà infatti a riconoscere tra le righe gli stessi mali che, a partire dal 1861, affliggono la politica italiana. John Galt ha la capacità di mostrare quale sia la vera funzione di un Parlamento, al di là delle dichiarazioni di facciata sulla retorica democratica.</em></p>



<p><em>Pubblichiamo la Postfazione al romanzo a firma di Carmine Mezzacappa</em><em>.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">John Galt e il suo tempo</h4>



<p class="has-small-font-size">Carmine Mezzacappa</p>



<p>Quando si affronta la lettura di un qualsiasi romanzo, è buona pratica collocarlo nel contesto storico, politico, sociale e culturale del periodo in cui l’autore lo ha scritto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel=" noreferrer noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="300" height="452" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg" alt="" class="wp-image-9171" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></figure>
</div>


<p>Sarebbe interessante adottare lo stesso approccio nel caso in cui si volesse spiegare il perché viene tradotto un determinato romanzo straniero, soprattutto quando quel testo contiene temi che sono pertinenti al dibattito in corso nel Paese della lingua di arrivo e offre un confronto dialetticamente costruttivo tra le due culture in questione.</p>



<p><em>Il parlamentare</em>, sebbene ambientato nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, invita a fare alcune riflessioni utili anche riguardo al nostro tempo. È ciò che emerge dalla rappresentazione fatta da Galt del sistema parlamentare che, già alla sua nascita, evidenziava anomalie in contraddizione con i nobili principi su cui si fondava.</p>



<p>Il protagonista, Archibald Jobbry, ex funzionario imperiale in India, torna in Inghilterra con un discreto patrimonio. Oltre ad acquistare una tenuta nella sua amata Scozia, si domanda quali altri investimenti potrebbe fare e non gli dispiace la proposta che gli viene rivolta di comprare il seggio di un deputato stanco di vivacchiare in Parlamento. Ed ecco subito la prima anomalia: la politica concepita come ‘affare’, non come vocazione.</p>



<p>Oggi si levano cori indignati contro il basso livello etico e morale dei politici e attribuiamo questo scadimento al degrado della società contemporanea. In realtà, dal quadro che fa l’autore scozzese si potrebbe dire che ne soffriva anche quel sistema parlamentare britannico che avrebbe posto le fondamenta della democrazia moderna&#8230;</p>



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		<title>Cinque cerchi di separazione. Storie di barriere di genere infrante nello sport</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/cinque-cerchi-di-separazione-storie-di-barriere-di-genere-infrante-nello-sport/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[Prima escluse, poi fatte entrare dalla porta di servizio, poi pagate meno per fare le stesse cose, e ancora esigua minoranza nelle sedi in cui si prendono le decisioni: per entrare nel mondo dello sport le donne hanno superato ogni genere di resistenza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Prima escluse, poi fatte entrare dalla porta di servizio, poi pagate meno per fare le stesse cose, e ancora esigua minoranza nelle sedi in cui si prendono le decisioni: per entrare nel mondo dello sport le donne hanno superato ogni genere di resistenza</p>
</blockquote>



<p><em><strong>Pubblichiamo l’introduzione di Rudi Ghedini al testo </strong></em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Cinque-cerchi-di-separazione-Federico-Greco.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Cinque cerchi di separazione. Storie di barriere di genere infrante nello sport</strong></a><em><strong> di Federico Greco, Edizioni Paginauno, 2021</strong></em></p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Masha e Billie Jean</strong><br>Rudi Ghedini</h4>



<p>Ho davanti un’immagine, la fotografia di due tenniste di generazioni diverse, una bruna e una bionda, riunite all’anteprima di un film uscito nel 2017.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="300" height="453" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/5-cerchi-separazione-1-93.jpg" alt="" class="wp-image-9018" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/5-cerchi-separazione-1-93.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/5-cerchi-separazione-1-93-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p>All’epoca, la prima aveva 64 anni, corti capelli scuri, piccola di statura, portava enormi occhiali rosa; nata a Long Beach, nel 2009, Barack Obama le aveva attribuito la <em>Medal of Freedom</em>.</p>



<p>Di anni, l’altra ne aveva trenta, alta, bionda, portamento da top model, abitino nero scollato; nata a Niagan, nella Russia siberiana e cresciuta negli Stati Uniti, ha preferito soffrire sui campi da tennis anziché sfilare sulle passerelle.</p>



<p>La prima si chiama Billie Jean King e ha trionfato in dodici tornei del Grande Slam (sei volte a Wimbledon), la seconda è Maria Sharapova, dei grandi tornei ne ha vinti solo cinque, ma per anni è stata la sportiva più pagata al mondo.</p>



<p>Potessi mostrarvela, questa fotografia – facile rimediare sul web – vi inviterei a notare lo sguardo adorante della bionda nei confronti della bruna. Uno sguardo di ammirazione e di riconoscenza; Masha si piega sulle gambe per attenuare i trenta centimetri di differenza, si fa piccola, sa bene che senza Billie Jean la sua vita sarebbe stata molto meno sfolgorante. Le due erano presenti all’anteprima di <em>Battle of the Sexes</em>, regia di Jonathan Dayton e Valerie Faris, un film che racconta un momento storico e, per Masha, cattura l’attimo che può giustificare tanta ammirazione e tanta riconoscenza.</p>



<p>Nonostante ottimi attori, come Emma Stone e Steve Carell, Battle of the Sexes è uno di quei film in cui la potenza della trama non viene eguagliata dalla qualità cinematografica. Viene ricostruita una storia ve-ra, la rovente rivalità che portò una tennista ad accettare la sfida sguaiata di un maschilista: davanti a mille telecamere, Billie Jean King affrontò Bobby Riggs, cinquantacinquenne, già vincitore di Wimbledon e dello US Open. Merito del film è mostrare come stessero le cose nel tennis professionistico alla metà degli anni Settanta, la differenza abissale fra uomini e donne. Fu Billie Jean King, con la sua determinazione, a denunciare e scardinare una discriminazione che oggi sembra inconcepibile. È grazie a Billie Jean se abbiamo assistito alla progressiva parificazione dei premi nei tornei, ed è grazie a Billie Jean – oltre che alla sua avvenenza – se Masha ha potuto guadagnare cifre iperboliche&#8230;</p>



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		<title>Il crimine di Castlereagh</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-crimine-di-castlereagh/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Le parole immortali di Bobby Sands. Lotta, resistenza e poesia: la tortura a Castlereagh]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le parole immortali di Bobby Sands. Lotta, resistenza e poesia: la tortura a Castlereagh</p>
</blockquote>



<p>Poesia tratta da <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</p>



<pre class="wp-block-verse">Incisi il mio nome e non per la fama<br>Sulla parete imbiancata,<br>“Bobby Sands è stato qui,” scrissi impaurito<br>Uno scarabocchio orrendo e tremante.<br>Lo scrissi in basso dove lo sguardo non ci arriva<br>Era soltanto per provare,<br>Che non fossi pazzo e non potevi a me dare la colpa<br>Se ero venuto qui a morire.<br><br>Sentii il crepitio di una spia strisciante<br>La guardia di ronda.<br>Pensai, sarebbe tutto inutile<br>Se mi beccassero a terra.<br>Le mie pupille danzanti parlavano chiaro,<br>Si muovevano come lingue di fuoco,<br>Quando, Cristo, sgranai gli occhi e a fissarmi<br>Fu il nome della morte di “Maguire” (1).<br><br>Mi feci pallido di paura era proprio la morte<br>E io immobile, un uccellino tremante,<br>Sentii lo sguardo, il pugno della guardia<br>Mentre inudito passava oltre.<br>Ma un pensiero s’arenò nella baia della mente,<br>Ancorato nel profondo, amico mio<br>Fu il nome di quell’uomo e il dolore crudele<br>Che lo condussero alla fine.<br><br>La luce splendeva di fiamma il giorno si fece notte<br>Ma a chi importa in quest’inferno,<br>Se la mente si è chiesta tutto il tempo<br>Quando lascerai la cella.<br>Se chi sa quando o ancora<br>Chissà se poi mai,<br>Se il prossimo crepitio o strisciante spia<br>Saranno il respiro della morte venuto per te.<br><br>Il pavimento era freddo con solo i calzini<br>Le scarpe qui sono proibite,<br>Perché potresti ammazzarti<br>Se fai un cappio coi lacci.<br>I torturati cercano una fine veloce<br>E i poliziotti questo lo sanno,<br>I cadaveri son muti e uomini camminano<br>Sul pavimento senza scarpe.<br><br>Sentivo lamenti e i gemiti di dolore<br>Provenire dalla cella di qualcuno.<br>E seppi che questo povero amico<br>Aveva di grosso da raccontare.<br>L’avevo sentito qualche ora fa camminare<br>Con un passo agile e leggero,<br>E poi tornare come un rottame<br>O chi ha perso un combattimento.</pre>



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			</item>
		<item>
		<title>John Wainwright. Anatomia di una rivolta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/john-wainwright-anatomia-di-una-rivolta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Carlo Osta L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Carlo Osta</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<p><em>L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher carica di retorica anti-immigrazione. In </em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Anatomia-di-una-rivolta-John-Wainwright.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anatomia di una rivolta</a><em> </em><em>– pubblicato in Italia da Paginauno – John Wainwright viviseziona la dinamica di un riot e Carlo Osta, nella Postfazione al romanzo che qui pubblichiamo, contestualizzando i fatti e ricostruendoli storicamente, rivolta dopo rivolta ricorda quanto la violenza razziale faccia parte della società britannica.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Gli eventi narrati in <em>Anatomia di una rivolta</em> e la rappresentazione delle dinamiche che scatenano l’episodio di violenza in strada, hanno il loro seme nel contesto di tensione latente della multietnica società britannica. Una storica disarmonia che affonda le sue radici nelle relazioni all’interno della composizione sociale e in una sommersa conflittualità, alimentata da strati di crescente sfiducia verso le istituzioni ufficiali.</p>



<p>Wainwright descrive con precisione il meccanismo attraverso il quale, con la morte di Benjamin Swale, si innesca un vorticoso processo che sfocia nel tentativo di assalto alla centrale di polizia. Una rappresentazione che riporta alla mente i disordini per le strade di Londra nell’agosto del 2011, disordini che nei loro caratteri generali non si discostano dagli eventi immaginati da Wainwright e avvengono in reazione a un fatto, e inserite in un contesto, che delineano la profondità della questione razziale all’interno della storia britannica, seppure con alcune diversità legate al periodo preso in considerazione dallo scrittore.</p>



<p>Il 2011 è un anno denso di eventi per la storia del Regno Unito. A partire da marzo, il conflitto in Libia vede impegnato il contingente britannico in un ruolo di primo piano. In aprile, milioni di persone in ogni parte del mondo assistono alle celebrazioni del matrimonio tra il principe William e Kate Middleton. In luglio, <em>News of the World</em>, il settimanale di proprietà del gruppo Murdoch, interrompe la sua pubblicazione in seguito alle evoluzioni dello scandalo sulle intercettazioni.</p>



<p>Nel pomeriggio di sabato 6 agosto, circa un centinaio di persone stanno marciando verso la centrale di polizia di Tottenham, a Londra, in una manifestazione organizzata per la morte di Mark Duggan, avvenuta pochi giorni prima, in circostanze poco chiare. Il ragazzo, 29 anni e di etnia mista, è stato colpito da un proiettile sparato da un poliziotto, mentre era sotto sorveglianza per un sospettato coinvolgimento in attività criminali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Anatomia-di-una-rivolta-John-Wainwright.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" width="200" height="299" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/wainwright-88.jpg" alt="" class="wp-image-8317"/></a></figure>
</div>


<p>Alle sei di sera, la polizia locale di Tottenham richiede l’invio di rinforzi. Il passaparola riguardante un agente di polizia che ha costretto sul marciapiede una ragazzina di sedici anni colpendola con uno sfollagente, aumenta il livello di tensione. Un’ora più tardi, la centrale è bersagliata dal lancio di pietre e bottiglie, e il pianterreno viene evacuato. Nelle ore successive, inizia un saccheggio ai danni di banche, negozi e altri esercizi commerciali della zona; una folla di circa duecento persone attacca il Tottenham Hale Retail Park, mentre un altro centinaio fa irruzione nel vicino centro commerciale di Wood Green. I disordini continuano per tutta la notte, e nella giornata di domenica si estendono ai quartieri di Enfield, Hackney, Walthamshow e Croydon. Lunedì, violenze avvengono anche in altre città inglesi, a Birmingham, Liverpool, Nottingham e Manchester. Il pomeriggio di mercoledì, con l’incremento degli agenti di polizia a Londra, dai 3.000 di sabato pomeriggio ai 16.000, la situazione ritorna sotto il controllo delle forze dell’ordine.</p>



<p>Questa esplosione di violenza è un fatto straordinario nella storia del Regno Unito. Per quattro giorni migliaia di persone prendono parte ai disordini, e la polizia perde il controllo su una vasta parte del territorio, compresi i due terzi dell’area metropolitana di Londra. Il Parlamento viene convocato d’urgenza e il primo ministro Cameron deve rientrare dalle vacanze all’estero. Cinque sono le vittime civili alla fine dei disordini e circa tremila le persone in stato di arresto.</p>



<p>Ci sono vari motivi per affermare una diversità tra questi episodi e le rivolte razziali degli anni precedenti. Una prima importante differenza è rintracciabile nella composizione dei partecipanti, tra i quali meno della metà sono le persone di colore, mentre un terzo sono bianchi. Tutti sono accomunati dalla precarietà delle condizioni di vita e da un misto complesso di svantaggi che va dalle difficoltà nel ricevere un’istruzione al degrado delle aree abitate, dall’incremento nella disoccupazione, soprattutto giovanile, al latente clima di sfiducia verso le istituzioni.</p>



<p>Il bersaglio principale delle rivolte è la polizia. L’inizio dei disordini avviene in seguito a un episodio che la vede protagonista. Allo stesso modo, la polizia è il bersaglio principale delle rivolte nel romanzo, cominciate in rappresaglia per la morte di un ragazzo di diciannove anni nativo delle Indie Occidentali, a seguito delle percosse subite dagli agenti.</p>



<p>Il clima di tensione descritto nel romanzo, ambientato nella cittadina immaginaria di Beechwood Brook, trae ispirazione dagli episodi di violenza che avvengono nel quartiere di Brixton a Londra nel 1981, ma riassume le dinamiche alla base dei disordini del 2011 e di altri episodi simili della recente storia britannica. La capacità di John Wainwright nel descrivere le procedure interne al lavoro di polizia proviene dalla sua esperienza personale che lo vede impegnato come agente per vent’anni nello Yorkshire. E la restituzione della verosimiglianza di quelle reali dinamiche nella finzione narrativa è la principale motivazione che lo spinge a iniziare la scrittura di <em>Crime Novel</em>, romanzi di argomento criminale, in contrapposizione con la maggioranza della produzione del periodo: “Avendo letto una serie di <em>detective stories</em>” dichiara in una delle sue rare interviste, “mi ero reso perfettamente conto, come funzionario di polizia, che gli scrittori non avevano la benché minima idea di ciò che in realtà fosse un’indagine su un delitto e che non si fossero mai preoccupati di fare una ricerca su questo argomento. In particolare quando si svolgeva un’indagine su un delitto, questa veniva fatta da un sergente di polizia, mentre io sapevo che, nella realtà, ai sergenti di polizia non era neanche permesso di vedere la vittima dell’omicidio”.</p>



<p>Da queste considerazioni nasce in Wainwright la motivazione per la scrittura del primo romanzo <em>Death in a sleeping city</em>, la storia di alcuni killer della mafia che uccidono un traditore in una città della provincia inglese. Il manoscritto impressiona Lord Haringe, editor del Collins Crime Club, che rimane affascinato dalle abilità di narratore di Wainwright e dalla perfetta conoscenza della polizia e dei suoi metodi, e diventa un caso rarissimo di opera prima pubblicata dal primo editore che l’abbia letta. Il duro e disciplinato lavoro degli anni successivi lo porta alla scrittura di circa sessanta romanzi, tra i quali <em>Brainwash</em> (pubblicato in Italia nel 2015 da Paginauno con il titolo <em>Stato di fermo</em>) adattato due volte per il cinema. “Scrivo in media dieci ore al giorno, per sette giorni la settimana, annacquando i fatti (frutto dell’esperienza nella polizia) finché alla lettura ‘suonano’ come un romanzo”.</p>



<p>Nato a Leeds, nello Yorkshire, nel 1921, Wainwright ha combattuto nell’aviazione britannica durante la Seconda Guerra Mondiale e, a guerra conclusa, è entrato nella polizia dove ha trascorso vent’anni in servizio. “La migliore polizia che abbiamo avuto in Inghilterra è stata quella del secondo dopoguerra. Era una forza ben disciplinata, che attirava gli uomini appena congedati dall’esercito”. Più volte espressi nelle parole dei poliziotti più anziani in servizio in <em>Anatomia di una rivolta</em>, la critica verso i metodi attuali e il confronto con un lavoro di polizia che appartiene a un’epoca precedente, sono guidati da un profondo senso morale. Una rigorosa componente etica che, presente in tutti i suoi romanzi, è un tratto caratteristico della visione del mondo di Wainwright e uno dei principali veicoli del coinvolgimento nella finzione romanzesca. La profondità del dilemma al quale si trova di fronte Tallboy, e l’insieme di forza e schiettezza con i quali si fa carico delle sue scelte e le porta avanti, sono emblematici di questa visione; allo stesso modo il misto di spietatezza e compassione che Tallboy ammira in Ripley ne sono una rappresentazione efficace.</p>



<p>Un senso morale inflessibile, quello dell’uomo tutto d’un pezzo, che durante la sua lunga carriera nella polizia non permette a Wainwright avanzamenti nella scala gerarchica, e che in varie occasioni viene messo alla prova. Negli anni Cinquanta effettua l’arresto di un uomo per guida pericolosa, il quale risulta poi essere un personaggio di rilievo all’interno del consiglio della contea. Il vice capo della polizia gli ordina di ritirare la denuncia, preoccupato per l’imbarazzo che potrebbe generare dal caso, e lui rifiuta di obbedire. “Scoppiò un putiferio” ricorda Wainwright. “Il vice capo mi urlò che, finché fosse rimasto in carica lui, non avrei fatto neanche un passo avanti e sarei rimasto un semplice poliziotto di zona. A suo credito, devo dire che era un uomo di parola”.</p>



<p>Negli anni successivi si laurea in legge all’Università di Londra, studiando per sette anni nel tempo libero con l’aiuto della moglie Avis, ma nonostante non fossero molti i poliziotti di zona laureati in legge, anche questo non si rivela di aiuto per la carriera.</p>



<p>Quando il primo romanzo appare nelle librerie, Wainwright viene convocato di nuovo dal vice capo della polizia che, nell’accesa discussione che segue, pretende l’interruzione della sua attività di scrittore. “Mi disse che dovevo smettere di scrivere. Io replicai che non poteva ordinarmelo, perché nel regolamento della polizia non c’era niente che lo vietasse. L’avevo letto bene, e lui no. E in ogni caso avevo già firmato un contratto per tre libri”. Durante gli anni successivi, continua a scrivere e a fare il poliziotto, fino a quando, arrivato al quarto romanzo, soffre di un esaurimento nervoso. “Il medico mi disse: «Lei si crede d’essere Dio, ma non lo è. Dunque, faccia una scelta tra i suoi due mestieri.» Mi mancavano solo cinque anni per arrivare alla pensione, ma non ho avuto esitazioni e mi sono tolto l’uniforme. Allora, Avis e io abbiamo acquistato un piccolo bungalow a Flamborough, e l’enormità di quello che avevo fatto mi ha colpito come una mazzata in testa quando un mattino, svegliandomi, ho pensato: dio mio, adesso devo scrivere per guadagnarmi da vivere”.</p>



<p>Da quel momento inizia a scrivere regolarmente una media di duemila parole al giorno, sette giorni su sette, producendo per molto tempo sei libri l’anno. Nonostante la prolificità della produzione, i romanzi di Wainwright non hanno un carattere seriale, mantengono tra loro un’originalità di tematiche e denotano una brillante capacità di reinventarsi e attingere spunto da situazioni ogni volta nuove.</p>



<p><em>Anatomia di una rivolta</em> viene pubblicato in un momento importante della storia del Regno Unito per le relazioni razziali. Il clima di tensione descritto nel romanzo rispecchia la realtà conflittuale della società britannica, accesa e alimentata dalle difficoltà nei rapporti tra le sue varie comunità etniche. Un profondo dissidio che affonda le sue radici nello sviluppo storico e politico.</p>



<p>L’immigrazione dalle Indie Occidentali e dai Paesi del Commonwealth ha un grande incremento negli anni del secondo dopoguerra, quando in molti decidono di trasferirsi in quella che l’istruzione coloniale ha contribuito a dipingere come “Mother Britain”, alla ricerca di migliori condizioni di vita. La ricezione della nuova quotidianità da parte degli immigrati non è generalmente positiva, e le parole del padre di Benjamin Swale nel romanzo, quando ricorda la povertà calda del villaggio nel quale è cresciuto e la paragona alle difficoltà della sua vita attuale, sono esplicative della percezione comune di molti degli immigrati in quel periodo. Un trasferimento reso possibile dall’assenza di restrizioni legali verso gli spostamenti all’interno dei Paesi dell’ex impero britannico, e motivato dalla grande richiesta di manodopera nelle infrastrutture e nei generali lavori per la ricostruzione. Molti lavorano nel settore pubblico, in un impiego simile a quello di Bob Cameron nelle ferrovie.</p>



<p>All’interno di questo quadro, la questione dell’immigrazione entra nel dibattito pubblico e politico. Gli argomenti principali sono le problematiche derivate dall’incremento della popolazione di colore, in termini di lavoro, abitazione e aumento del crimine. A questo proposito, viene varata una legge nel 1948, il British Nationality Act, che sancisce una differenza legale tra i cittadini del Regno Unito e quelli dei Paesi del Commonwealth, pur mantenendo inalterata la possibilità di spostarsi all’interno dei Paesi.</p>



<p>Tra la fine degli anni ‘40 e gli anni ‘50, il numero degli episodi di violenza ai danni della comunità di colore registra un considerevole aumento. Nel maggio del 1948 una folla di circa duecento bianchi lancia delle pietre verso un ostello dove risiedono dei lavoratori di origine indiana. Un altro ostello, dove vivono delle persone di colore, viene attaccato a Depthford nel luglio del 1949. Nel 1954, ci sono due giorni di violenze ai danni della comunità di colore, nei quali le case di alcune famiglie sono attaccate con delle bombe molotov.</p>



<p>Quando nel romanzo la gang dei fratelli Keegan va “a caccia di negri” fa ciò che viene considerato un divertimento da molti ragazzi bianchi di quel periodo. Il 1958 è un anno importante in questo senso. È uno di quegli strani anni nei quali l’Inghilterra sperimenta le temperature sopra la media di un’estate afosa. Da giugno a settembre, il Paese è surriscaldato dai raggi del sole e le persone escono più spesso per ‘rifugiarsi’ nei parchi o semplicemente per sedere sui gradini di fronte alla porta di casa. Durante quelle lunghe sere, sono in molti nei pub del quartiere di Notting Hill, un’area nella zona ovest di Londra, abitata da un mix cosmopolita di bianchi della classe lavoratrice e nativi delle Indie Occidentali.</p>



<p>In luglio, iniziano in maniera sporadica una serie di attacchi ai danni della popolazione di colore che aumentano gradualmente in frequenza e brutalità. La prima settimana di agosto un uomo di colore viene aggredito da un gruppo di giovani bianchi nei pressi della stazione della metropolitana di Ladbroke Grove. Il 23 agosto del 1958, un gruppo di nove ragazzi bianchi sale in auto per un tour della zona ovest di Londra che si conclude con tre uomini di colore in ospedale per diverse settimane, e i nove giovani in prigione per quattro anni.</p>



<p>Il fine settimana seguente c’è un altro incidente. Un litigio tra una donna svedese e il marito giamaicano attira le attenzioni di un gruppo di ragazzi bianchi che si avvicina alla coppia, minacciando lui. La situazione si risolve in una rissa dopo l’intervento di alcuni amici dell’uomo. Alcune sere dopo, una folla di circa cento giovani ragazzi bianchi armati di bastoni, coltelli e sbarre di metallo si raduna nei pressi della stazione della metropolitana di Latimer Road. Viene attaccato un gruppo di ragazzi di colore, una donna viene ferita a una spalla con un coltello e un ragazzino di dieci anni alla bocca con una bottiglia rotta.</p>



<p>Le violenze continuano nei giorni successivi, scatenando la reazione della popolazione di colore. L’attacco a un club frequentato da nativi delle Indie Occidentali si conclude con la fuga di una folla di giovani bianchi sotto il lancio di diverse bombe molotov e con il successivo intervento della polizia che ripristina il controllo sulla zona. È un segnale di allarme che le violenze potrebbero assumere le dimensioni di una guerra razziale. Un pericolo a cui più volte si accenna nel corso del romanzo, un rischio che viene percepito nella tensione quotidiana in alcune zone dei principali centri abitati.</p>



<p>Gli eventi di Notting Hill sono considerati un punto di svolta importante. La rivolta in sé e la copertura mediatica portano l’argomento dell’immigrazione al centro del dibattito politico e contribuiscono, in maniera determinante, a politicizzare la popolazione di colore. Se inizialmente il problema si identifica nella mancanza di rispetto verso la legge dei ‘Teddy Boys’, i ragazzi bianchi protagonisti delle violenze, successivamente i disordini vengono interpretati come una reazione popolare al sentimento di oppressione, provocato dalla massiccia ondata migratoria. Viene più volte richiesto al governo, sia dal Partito Conservatore sia dai laburisti, di porre un freno all’immigrazione, “al tremendo afflusso di persone di colore” nelle parole di George Rogers, parlamentare laburista per North Kensington.</p>



<p>La maggior parte della sinistra parlamentare condanna le violenze come atti di teppismo. Ma emergono altri punti di vista e vengono proposte delle azioni per eliminare la discriminazione dalla società britannica. Tom Driberg, chairman del Partito Laburista, parlando a un congresso delle Trade Unions, dichiara che “il problema reale non è la pelle nera, ma il pregiudizio bianco”. “Anche se negli anni precedenti c’è stata una massiccia immigrazione,” dice all’interno dello stesso intervento, “ci sono solo 190.000 persone di colore nella nostra popolazione di più di 50 milioni.”</p>



<p>Negli anni tra il ‘58 e il ‘68 si assiste alla radicalizzazione della questione razziale all’interno del dibattito politico. Durante i primi anni ‘60, la campagna per il controllo sull’immigrazione assume un’importanza primaria per il Partito Conservatore, all’interno del Parlamento e attraverso i mezzi di comunicazione, e nelle elezioni del 1964 diventa uno dei temi principali. Nel 1968 viene introdotto il <em>Commonwealth Immigrants Act</em>, rivolto al controllo del flusso di persone di origine africana e asiatica con il passaporto britannico in entrata nel Regno Unito.</p>



<p>In questo periodo, Enoch Powell, parlamentare del Partito Conservatore, dichiara che l’immigrazione avrebbe trasformato radicalmente la società britannica, in un modo che “non aveva paragoni nella storia degli ultimi duemila anni”. In una serie di discorsi di grande successo presso l’elettorato conservatore, afferma che “la soluzione sul lungo periodo è il rimpatrio degli immigrati presenti nel Regno Unito”.</p>



<p>Nel 1971 uno dei primi compiti eseguiti dal governo conservatore appena eletto è il passaggio dell’Immigration Act. La legge basa il controllo dell’immigrazione su una singola distinzione tra “Patrial” e “Non Patrial”. Rientra nei <em>Patrial </em>chi è nato, adottato o naturalizzato cittadino britannico, o nato da genitori di cui uno dei due è britannico, o che abbia uno dei nonni britannico. Solo i <em>Patrial </em>hanno il diritto di risiedere nel Regno Unito.</p>



<p>Nel 1972, quella che viene chiamata “Ugandan Asians Crisis” crea una nuova situazione di tensione. Il generale Idi Amin, presidente dell’Uganda, annuncia l’espulsione di tutti gli asiatici presenti all’interno del Paese, la maggior parte dei quali in possesso di un passaporto britannico. Di conseguenza, il Regno Unito viene ritenuto, in ambito internazionale, il principale responsabile per la loro sorte. La notizia che il governo avrebbe accettato l’ingresso di 27.000 asiatici è ricevuta con ostilità da una parte della stampa e da molti politici, tra i quali Powell. L’evento costituisce un momento importante per le politiche dell’estrema destra, e una crescita nel consenso per il National Front, il partito di estrema destra che nel 1967 ha riunito il British National Party (BNP) e la League of Empire Loyalist (LEL).</p>



<p>Negli anni ‘70, Paki-bashing, Nigger-bashing, Wog-bashing, divengono termini di uso corrente per descrivere gli attacchi immotivati a persone asiatiche o di colore. Il movimento degli Skinheads, emerso alla fine degli anni ‘60, si diffonde negli anni successivi, i tratti predominanti sono il senso di appartenenza alla classe lavoratrice bianca e la difesa territoriale.</p>



<p>Nel 1970, nella zona est di Londra, ci sono vari episodi di quello che viene etichettato come Paki-bashing. In un periodo di circa tre mesi, 150 persone sono aggredite e un uomo viene accoltellato a morte a qualche metro da casa. Violenti episodi di razzismo vengono registrati anche in diverse scuole della zona. Nel 1972 un ragazzino asiatico viene accoltellato da un compagno di scuola bianco che lo minaccia, dicendo: “Se non tagli i capelli e non la smetti di portare quel turbante, ti uccideremo”. Nel 1973 ci sono tre morti per aggressioni di probabile stampo razzista a Coventry, Leicester e Birmingham.</p>



<p>Prove di un diretto coinvolgimento dei gruppi di estrema destra all’interno delle violenze razziste vengono raccolte dal parlamentare Paul Rose, nella metà degli anni ‘70. “Queste violenze,” dichiara Rose, “non sono il frutto di una campagna organizzata, ma l’espressione di una cultura nella quale la violenza è accettata e approvata”. Uno studio di Nigel Fielding, sul ruolo del National Front negli attacchi verso la popolazione di colore del periodo, nota invece la difficoltà nel distinguere gli attacchi organizzati direttamente dal partito da quelli frutto di un’azione isolata da parte dei residenti.</p>



<p>Tra il 1978 e il 1981, diversi sviluppi dal punto di vista politico contribuiscono ad alimentare il clima di tensione. Negli anni dal 1976 al 1979 la retorica del Partito Conservatore durante la campagna per le elezioni, e in particolare del leader dell’opposizione Margaret Thatcher, assume un carattere progressivamente più severo nei confronti dell’immigrazione. Nello stesso periodo, le organizzazioni contro il razzismo crescono in dimensioni e visibilità, opponendosi al National Front nelle manifestazioni organizzate. Si forma un nuovo gruppo, il Joint Commitee Against Racialism, che avrà un ruolo importante nel riconoscimento ufficiale delle aggressioni a sfondo razzista.</p>



<p>Alle elezioni del 1979, i risultati elettorali decretano una netta perdita nel consenso del National Front, al quale segue il declino politico a la frammentazione. Il Partito Conservatore, dopo la sconfitta nel 1974, individua nella severità in materia di immigrazione un tema chiave per la conquista dell’elettorato, considerando il successo del National Front nel corso degli anni ‘70 come un chiaro indicatore della centralità della questione razziale e delle paure rispetto all’immigrazione. Il sentimento contrario, già presente all’interno del Partito Conservatore, viene strategicamente rafforzato da Margaret Thatcher. Il segretario, William Whitehall, dichiara che la linea politica seguita dal partito avrebbe “messo fine all’immigrazione per come era stata conosciuta negli anni dal secondo dopoguerra”. Il 30 gennaio del 1978, Margaret Thatcher dichiara in un’intervista: “I cittadini britannici sono molto spaventati che il Paese possa essere inondato da persone di una diversa cultura,” e aggiunge: “Dobbiamo offrire la prospettiva di una fine dell’immigrazione a eccezione di, naturalmente, casi umanitari.”</p>



<p>Il partito conservatore inizia la campagna per elezioni del 1979 con l’impegno di una maggiore severità sui controlli di immigrazione. Il manifesto promette un nuovo British Nationality Act che ridefinirà la cittadinanza britannica, la fine della possibilità di insediamento a seguito di una permanenza temporanea, limiti sull’ingresso e sui permessi di lavoro dei familiari dei residenti, e l’introduzione di un nuovo sistema di regolamentazione degli ingressi.</p>



<p>Il governo laburista, in carica dal 1974 al 1979, mantiene inalterata la struttura del controllo sull’immigrazione stabilita negli anni precedenti. Si oppone all’Immigration Act del 1971 ma non considera il tema come una delle priorità. Introduce il Race Relations Act nel 1976, inasprendo le pene in materia di discriminazione razziale, ma allo stesso tempo perde forza in Parlamento a causa dell’esigua maggioranza.</p>



<p>Una più diretta opposizione nei confronti del razzismo viene da altre sfere della politica di estrema sinistra. Movimenti come la Anti-Nazi League, Rock Against the Racism (RAR), e la Campaign Against Racism and Fascism crescono dal 1976 in avanti. Il RAR specialmente vede una crescita interna con l’anti-autoritarismo della cultura punk. Dal 1978 vengono organizzati vari concerti rock e manifestazioni in diverse parti del Regno Unito, la prima delle quali attrae a Londra circa 80.000 persone.</p>



<p>Gli episodi di violenza a sfondo razzista aumentano in frequenza verso la fine degli anni ‘70 e nei primi anni ‘80. Nel 1981, a seguito di un incontro tra rappresentanti del Joint Commitee Against Racialism e il Segretario del Partito Conservatore, viene avviata un’inchiesta sulle violenze e le attività delle presunte organizzazioni coinvolte. I risultati confermano l’incremento nel biennio 1980-81, e individuano in persone legate al movimento degli skinheads i principali responsabili. Atti frequenti come aggressioni, insulti, finestre rotte e scritte sui muri, si alternano a gravi episodi di violenza. In alcune aree urbane, l’inchiesta riporta che famiglie di origine asiatica siano spaventate all’idea di uscire di casa.</p>



<p>Sono tre i principali episodi di disordine pubblico che si registrano nei primi anni ‘80: nell’aprile del 1980, dei violenti scontri nell’area di St Paul, a Bristol, tra gruppi di residenti prevalentemente di colore e la polizia; nell’aprile del 1981 a Brixton, Londra, tra la polizia e una folla di giovani di colore; nel luglio del 1981, nell’area di Toxteth a Liverpool, l’area di Southall a Londra, e in molte altre zone della capitale, compresa Brixton.</p>



<p>Dopo le violenze a Brixton, tra il 10 e il 13 aprile del 1981, il governo Thatcher ordina che venga condotta un’inchiesta speciale, presieduta da Lord Scarman. L’inchiesta è assai più limitata di quelle americane successive alle rivolte razziali degli anni ‘60, ma ha un impatto mediatico notevole e influisce sul comportamento successivo del governo e delle istituzioni.</p>



<p>Altre violenze su larga scala avvengono nel settembre e nell’ottobre del 1985, con disordini a Birmingham, Liverpool e nelle aree di Tottenham e Brixton a Londra. Mentre altri episodi minori si registrano nel 1986 e nel 1987.</p>



<p>La copertura mediatica degli eventi ha un carattere complesso e ambiguo. Da un lato contribuisce a stabilire un collegamento diretto tra gli episodi di violenza e folle di giovani neri che si scontrano con la polizia, dall’altro esprime una forte resistenza verso l’idea che quello che accade nel Regno Unito sia paragonabile alle rivolte razziali degli Stati Uniti negli anni ‘60. Per esempio, il <em>Financial Times</em> descrive gli episodi di Bristol come “una rivolta multirazziale contro la Polizia”. Secondo il <em>Guardian</em>: “Gli scontri a Bristol: razziali ma non razzisti”.</p>



<p>Le diversità negli approcci della stampa verso le rivolte rispecchiano l’ampio spettro delle differenti reazioni da parte della sfera politica, che variano dalla spiegazione delle rivolte come un deliberato attacco verso l’ordine e la legge, fino al considerarle come una diretta conseguenza del degrado di certe aree nei principali centri urbani.</p>



<p>Il periodo compreso tra aprile e luglio del 1981 è una fase cruciale per il dibattito pubblico e politico sulle relazioni razziali. I toni e le argomentazioni di una parte del partito conservatore e della stampa si inaspriscono. Enoch Powell, che non si è espresso durante i disordini a Bristol, dichiara in più occasioni nel 1981 che non si possono comprendere le rivolte se non riferendole all’immigrazione e alla razza. Durante una sessione in parlamento, dichiara che, nella prospettiva di un incremento della popolazione dovuto all’immigrazione, dei disordini sarebbero stati inevitabili, e che “il Regno Unito non ha ancora visto nulla”.</p>



<p>Le rivolte e i disordini portano in primo piano, nel dibattito politico, i pericoli per l’ordine pubblico e le difficoltà della polizia nelle aree urbane in cui la popolazione è composta da etnie diverse. Si tratta di un tema nuovo, nato in gran parte negli anni ‘70, durante i quali molte campagne sono incentrate sull’idea che il Regno Unito stia diventando una società profondamente violenta, e minacciata da forze estranee che minano il tessuto morale della nazione.</p>



<p>La preoccupazione enunciata da Bo Robinson sulla possibilità di una guerra tra bianchi e neri, dove non ci sarebbe bisogno di uniformi, e il rischio a cui si accennava in precedenza più volte menzionato all’interno del romanzo, sono sintomatici del clima di incertezza e paura. Uno stato di insicurezza che viene alimentato dalle discussioni politiche e dai resoconti della stampa. Il <em>Daily Mail</em> parla di “un’armata di giovani neri”. Il titolo del <em>Daily Star</em> sui disordini del 1981 è “Fiamme d’odio.” Il <em>Daily Mirror</em> preannuncia un’ondata di violenze che potrebbe travolgere Manchester, Birmingham e altre città. Le problematiche legate al mantenimento dell’ordine pubblico e la paura che le violenze possano diventare una parte della quotidianità nella storia del Regno Unito sono anche il risultato del dover fronteggiare una situazione per certi versi inedita. I dubbi di Tallboy, all’interno del romanzo, sull’efficacia del sistema di polizia, sono spesso alimentati anche dalla constatazione del cambiamento nei crimini dei quali la polizia è chiamata a occuparsi, in aggiunta ai riferimenti a un’epoca precedente del lavoro di polizia nel quale i compiti da svolgere, le situazioni da affrontare e il modo di agire, erano più chiari.</p>



<p>All’interno delle discussioni pubbliche sul pregiudizio razziale e le problematiche legate al mantenimento dell’ordine, si fa un costante riferimento alla disoccupazione, in particolare giovanile, e alle varie forme di povertà e svantaggi sociali che ne derivano. Dal 1980 si fa strada l’ipotesi che le rivolte siano in gran parte il risultato della situazione di degrado nella quale la popolazione di colore del Regno Unito vive e delle condizioni delle aree in cui abita. Con la pubblicazione dell’inchiesta Scarman nel novembre del 1981, i risultati vengono analizzati con l’obiettivo di evitare il ripetersi di una situazione simile. Vengono individuati quattro principali problematiche: il degrado nelle abitazioni e un’insufficiente spesa del governo a proposito, la mancanza di strumenti di sostegno di carattere sociale e culturale, l’inadeguata offerta sostitutiva in termini di istruzione per le famiglie a basso reddito, e l’alto tasso di disoccupazione, in particolare giovanile. Scarman descrive quelle che sono considerate le ipotesi prevalenti sulle cause delle rivolte – il carattere oppressivo nella condotta della polizia, l’ottenimento delle attenzioni della sfera politica – come semplicistiche. Descrive le rivolte come il frutto di una situazione complessa che non esclude quelle ipotesi ma le inserisce in un quadro più articolato. I fattori coinvolti riguardano le problematiche della polizia nel mantenere l’ordine in un contesto di degrado e deprivazione, problemi di carattere sociale, culturale ed economico delle aree disagiate, e gli svantaggi quotidiani di ordine economico e sociale sperimentati dalla popolazione di colore e in particolare dai giovani.</p>



<p>L’area di Primrose Street all’interno della cittadina immaginaria di Beechwood Brook, il degrado della pavimentazione stradale e le condizioni degli edifici, rispecchiano la situazione di molte aree periferiche delle città inglesi, dove una popolazione composta da persone di varie etnie condivide una situazione di svantaggio sociale, sfiducia nelle istituzioni e un clima generale di rassegnazione verso le possibilità di un cambiamento. Una situazione ulteriormente complicata, per i giovani nati nel Regno Unito da genitori immigrati, dal non sentirsi completamente integrati nella società britannica ma allo stesso modo non identificarsi nella cultura dalla quale i genitori provengono.</p>



<p>Un’ultima chiave di lettura per i fatti dei primi anni ‘80, più difficile da categorizzare, può essere definita come ‘marginalità politica’. Questo aspetto riceve molta attenzione all’interno degli studi sulle rivolte negli Stati Uniti, ma non è percepito come altrettanto importante nelle rivolte nel Regno Unito. Il sentimento di alienazione e di impotenza è spesso sperimentato dai personaggi all’interno del romanzo. Dai componenti della famiglia Swale, ognuno dei quali lo vive a suo modo, da Williams per il quale diventa spesso tema di riflessione e azione, fino al confronto tra Billy e Bob Cameron all’ospedale con l’agente Meredith, e la loro decisione di agire, motivata dalla sfiducia verso la polizia e le istituzioni.</p>



<p>Le diversità di origini e di mentalità nella galleria dei personaggi presenti in <em>Anatomia di una rivolta</em> lo rende un ritratto verosimile della realtà multietnica di una cittadina dell’Inghilterra del Nord, dove non si è preparati ad affrontare le violenze che ci si aspetta in un grande centro ma che, nella sua composizione sociale, presenta tutti gli ingredienti perché una situazione di tensione possa accendersi fino all’esplosione. La conoscenza diretta del lavoro di polizia di Wainwright lo porta a una descrizione puntuale della progressività di questo processo, e del sommarsi di una serie di individualità che trovano nella folla un veicolo per la soddisfazione dei propri scopi, o semplicemente un modo per sfogare un variegato misto di disagio e rabbia. Un’aggregazione che, per usare una metafora del romanzo, da singole pagliuzze conduce alla formazione di un pagliaio, in attesa della scintilla dalla quale si scatena il fuoco.</p>
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		<title>La prigione della tortura – Blocco H</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Lotta, resistenza e poesia dalla “prigione della tortura – blocco H”: le parole immortali di Bobby Sands]]></description>
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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio – settembre 2024)</a></em></li>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lotta, resistenza e poesia dalla “prigione della tortura – blocco H”: le parole immortali di Bobby Sands</p>
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<p>Poesia tratta da <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</p>



<pre class="wp-block-verse">Sulle piaghe altrui non dormiamo<br>Rosso è il sangue di ogni uomo,<br>E non lecchiamo le ferite del povero<br>Né beviamo le lacrime che egli versa,<br>Perché re e canaglie una tomba avranno<br>E i più poveri sono i morti.<br><br>E i più poveri sono i morti solitari<br>Che fissano un cielo di terra,<br>E da soli marciscono nella pelle e nelle ossa<br>Nel punto esatto in cui giacciono.<br>Ma ancor più poveri sono gli stupidi idioti<br>Che pensano di non morire mai.<br><br>Lo trovarono sul suo stesso uscio<br>Giaceva in una pozza cremisi,<br>Sorpresa negli occhi di morte di chi non capisce<br>A fissare vacui il giorno,<br>Era chiaro, non poteva immaginare<br>D’incontrare la morte sulla sua strada.<br><br>In una cassa di pino con su un drappo se ne andò.<br>In quel buco mai fece ritorno.<br>L’infame banda suonò il lamento di morte<br>Per l’agitarsi della sua stessa anima<br>Ma quell’anima subdola aveva torturato<br>E che bruciasse era giusto.<br><br>Il suo cappello nero sporco sulla cassa,<br>Affiancata da dodici uomini.<br>Dodici uomini cupi di quest’amico morto<br>Che la vendetta venne ad ammazzare,<br>Lo spettro che perseguita e che molti cattura<br>Aveva catturato anche questo stronzo qua.<br><br>La fossa è profonda, la fossa è fredda<br>Una tomba di argilla rossa e fangosa,<br>E mentre sotto il corpo marcisce<br>Sopra una primula fiorisce.<br>E allora non rabbrividite, non lagnatevi<br>Perché presto ci andranno tutti.<br><br>Terra alla terra, cenere alla cenere<br>Disse il parroco avvizzito,<br>Mentre argilla cospargeva in forti tonfi<br>Sordi da sopra il morto,<br>E copriva per sempre ormai<br>Quel demonio abbandonato dalla fortuna.<br><br>Perché aveva torturato, nientemeno<br>E per Dio l’aveva fatto a modo,<br>Perfidi sono i furbi codardi<br>E subdoli gli scaltri.<br>Ma bastardi sono gli odiati secondini <br>Che torturano un uomo quando è nudo.<br><br>Aveva torturato, nientemeno<br>Perché era un secondino, lui.<br>Eppure! Voci di lamenti si alzarono alte<br>Cosa mai aveva fatto il pover’uomo?<br>Soltanto quel che avevano fatto i pazzi<br>Agli ebrei silenziosi.<br><br>Seppellitelo allora e lasciatelo riposare<br>E suonate anche la marcia di ottoni<br>Ma sulla sua lapide di marmo, scrivete<br>“Qui giace un lurido secondino.”<br>Se si sa cos’ha fatto<br>Gli volteranno le spalle sputandoci sopra.<br><br>Non dormiamo sulle piaghe altrui<br>E non lecchiamo le ferite sanguinanti,<br>In enormi saloni di marmo<br>Nei fortini o nelle torri.<br>I prigionieri giacciono in abissi oscuri<br>Dietro le sbarre della prigione.</pre>



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		<title>Bobby Sands. Scritti dal carcere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/bobby-sands-scritti-dal-carcere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Riccardo Michelucci</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico</p>
</blockquote>



<p><strong>Pubblichiamo l’introduzione al libro <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</strong></p>



<p class="has-drop-cap">Un giovane uomo avvolto in una coperta passeggia lentamente, a piedi nudi, nei pochi metri quadrati della sua cella, cercando di scansare i vermi e gli escrementi ammucchiati negli angoli del pavimento reso scivoloso dall’urina. Le sue narici sono ormai assuefatte all’odore nauseabondo di quel piccolo spazio chiuso, dal quale non esce quasi mai. Poi si ferma, si gratta la lunga barba e inizia a scrivere su uno spicchio di muro ancora vuoto. Stringe tra il pollice e l’indice la ricarica di una penna a sfera dalle dimensioni minuscole, circa due centimetri, che teneva nascosta all’interno del suo corpo. Mentre scrive resta in allerta, le orecchie ben tese, per captare ogni minimo rumore. I secondini possono piombargli in cella da un momento all’altro, confiscargli i suoi preziosi strumenti di scrittura e picchiarlo a sangue. Non appena riuscirà a tornare in possesso di una cartina di sigaretta o di un pezzo di carta igienica ricopierà le parti migliori di quanto ha scritto e cercherà di farle uscire all’esterno.</p>



<p>Viene da chiedersi come sia stato possibile, in circostanze simili, mantenere la concentrazione e la lucidità necessarie alla scrittura di testi politici, e ancor più comporre opere letterarie. All’interno dei Blocchi H, i “gironi infernali” del carcere di Long Kesh di Belfast nei quali, a partire dal 1976, furono rinchiusi in condizioni bestiali i repubblicani irlandesi impegnati nella lotta di liberazione, non era consentito scrivere, non venivano forniti fogli, penne, né alcun materiale di lettura. Eppure Bobby Sands riuscì a raccontare al mondo la sua condizione e quella dei suoi compagni, consegnandoci una testimonianza memorabile, che è anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico. Durante le interminabili giornate in cella utilizzò la scrittura come strumento di lotta e di resistenza ma anche come terapia per cercare di sfuggire – almeno con l’immaginazione – alle mostruose condizioni nelle quali fu costretto a vivere per essersi rifiutato di accettare il regime carcerario imposto dagli inglesi. Di fronte alla quotidiana violenza dei secondini la parola era rimasta l’unica arma per conservare la dignità, e attraverso di essa i prigionieri riuscirono a sentirsi più forti del sistema che voleva ridurli al silenzio, sottomettendoli a regole che non erano disposti ad accettare.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="300" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/Bobby-Sands.jpg" alt="" class="wp-image-7389"/></a></figure>
</div>


<p>La scrittura divenne un atto supremo di resistenza anche perché si svolse nella totale clandestinità. Per cercare di sopravvivere all’interno del carcere di massima sicurezza di Long Kesh, Bobby Sands e i suoi compagni fecero ricorso a stratagemmi talmente ingegnosi da risultare quasi incredibili, e destinati a diventare leggendari. Per passare da una cella all’altra minuscole sigarette rollate con cartine di fortuna facevano scivolare una piccola cordicella sotto la porta che aveva la fessura più ampia, fino a farla arrivare dall’altra parte del corridoio. Era un’operazione assai complicata e pericolosa, perché i secondini erano sempre all’erta e spesso si aggiravano per i corridoi del braccio in punta di piedi, cercando di cogliere di sorpresa i detenuti. Per un po’ riuscirono anche a passarsi piccoli oggetti dalle finestre usando strisce di tessuto strappate dalle coperte, alle cui estremità legavano un peso morto, ma poi le guardie se ne accorsero e sigillarono ermeticamente le finestre con tavole e lamiere ondulate. I prigionieri, però, non si persero d’animo e sui muri delle celle, in corrispondenza delle tubature, ricavarono dei piccoli buchi che consentivano di far passare da una cella all’altra le sigarette e l’acciarino per accenderle. Un pezzo di vetro, una piccola pietra e un batuffolo di lana erano sufficienti per fabbricare un acciarino rudimentale ma perfettamente funzionante. Facevano quindi uno stoppino, lo accendevano e passavano con cautela il materiale incandescente da una cella all’altra, fino a quando non erano riusciti tutti ad accendersi una sigaretta di fortuna.</p>



<p>Allo stesso modo escogitarono una serie di tecniche per comunicare tra loro&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 84</a></p>



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		<item>
		<title>Storia della paternità, Jaques Dupuis</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/storia-della-paternita-jaques-dupuis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giusy Capone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Aug 2022 14:09:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[La paternità umana è un’invenzione della società? Jacques Dupuis, vestendo i diversificati e simultanei panni di storiografo, geografo, etnologo e antropologo, disegna l’esistenza di un’“età aurea” della condizione muliebre in cui la Donna, genitrice unica, è investita della somma stima in qualsivoglia sfera del vivere sociale, giacché dotata di un’investitura proto-sacrale. Ovvero? L’assunto è: gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">La paternità umana è un’invenzione della società?</p>



<p>Jacques Dupuis, vestendo i diversificati e simultanei panni di storiografo, geografo, etnologo e antropologo, disegna l’esistenza di un’“età aurea” della condizione muliebre in cui la Donna, genitrice unica, è investita della somma stima in qualsivoglia sfera del vivere sociale, giacché dotata di un’investitura proto-sacrale. Ovvero?</p>



<p>L’assunto è: gli uomini primitivi sono totalmente all&#8217;oscuro dell’idea di paternità e nemmeno tangenzialmente nutrono il sospetto che la procreazione incominci nell’attimo stesso dell’unione sessuale. In fondo, “nessun essere vivente è in grado di conoscere le condizioni fisiologiche della procreazione se non gli vengono rivelate. Gli animali si accoppiano per istinto, totalmente inconsapevoli delle finalità procreative dell’atto; altrettanto avveniva per l’uomo primitivo”. Quali le ripercussioni in seno alle società?</p>



<p>La paternità è un &#8216;prodotto&#8217; socio-culturale, affatto innato oltre che, forse, profondamente limitante e foriero di gabbie morali. L’emerito Professor Dupuis, facendo leva su un accurato studio delle mitologie antiche nonché tessendo meticolosamente testimonianze etnologiche, reputa che l’esatta assunzione di coscienza della paternità sia stato un poderoso e ineluttabile propulsore di un’inesorabile rivoluzione sociale. Un rivolgimento tanto vigoroso da bombardare la struttura ossea dei nuclei familiari delle origini, da minare la libertà sessuale, da ridefinire le religioni tutte?</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-della-paternita-Jacques-Dupuis.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img loading="lazy" decoding="async" width="250" height="377" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/2-2.jpg" alt="" class="wp-image-6418" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/2-2.jpg 250w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/2-2-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a></figure>
</div>


<p>“L’introduzione del concetto di paternità produrrà profondi mutamenti nella vita religiosa. Al concetto primitivo di Dea Madre, simbolo e agente della fecondità, subentra infatti una concezione dualista, che unisce i due sessi nella procreazione: le divinità androgine e le coppie divine sono caratteristiche di questo periodo [&#8230;] i cambiamenti del mondo divino riflettono l’evoluzione sociale, il pantheon preosiridiano si trova superato da una nuova generazione di dei e di dee; questi nuovi dei, la cui morale si base su quella della famiglia patrilineare, sono in opposizione con la concezione orgiastica della vita religiosa.”</p>



<p>C’è una data a cui riferire siffatta deflagrazione? Il V millennio, parrebbe. Tardi, dunque, e con una connotazione appena accennata nelle culture greca, indiana e cinese.</p>



<p>Il <em>prima</em> è caratterizzato dal “libero appagamento del desiderio”. Il <em>dopo</em> fotografa lo spodestamento delle teogonie primitive e la nascita della &#8216;famiglia&#8217; così come oggi convenzionalmente intesa ma anche “il timore di quei tabù, quali l’incesto, la prostituzione, l’omosessualità”ma anche, ancora, il progressivo ridimensionamento della figura femminile o meglio della sua uterina aurea magica.</p>



<p>Saggio beffardo rispetto a quanto i più ritengono assodato, istintivo, naturale: il padre in dualismo generativo. Saggio agli antipodi dell’antropologia &#8216;fissista&#8217;, fiera propugnatrice del &#8216;flusso cronologico&#8217;. Saggio densissimo, nato dall’incontro di un avventuriero del pensiero quale Dupuis con Paul Masson-Oursel e con André Varagnac, per i costanti rinvii alle sempre affascinanti culture orientali. Come dimenticare, d’altro canto, che Dupuis ha sistematizzato altresì un metodo didattico improntato proprio sulla cultura indiana?</p>



<p>Sfogliando le pagine di <em>Storia della paternità</em> qualcuno potrebbe forzatamente immaginare un Dupuis che, con prosa chiarissima, auspichi un ritorno a una fase pre-eroica, frequentata da donne al timone, dedite al piacere sessuale, e uomini-ancelle, oltre che di figli liberi da vincoli di familiarità. Non è questo l’intento, sembra.</p>



<p>Si tratta, invece, di un sofisticato itinerario nella storia dell’uomo, dagli <em>umanidi</em> a noi, e del suo comportarsi in società, agendo in comunità. Il piglio non è mai censorio, inquisitorio o inutilmente severo rispetto a usi, costumi e consuetudini lontani nel tempo e nello spazio. Il fine è tracciare un excursus antropologico, ridiscutendo quanto interiorizzato come &#8216;ovvio&#8217;. </p>



<p>Il Professor Dupuis ragiona serratamente sul concetto di &#8216;stabilizzazione&#8217; introdotto dalla paternità, illuminandone anche e inoltre i paletti che fissa in società istituzionalizzate come la nostra.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-della-paternita-Jacques-Dupuis.php" data-type="URL" data-id="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-della-paternita-Jacques-Dupuis.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Storia della paternità</strong>, Jaques Dupuis, Edizioni Paginauno</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Individuo e collettività, passato e presente. Touraine vs Bauman: una lettura incrociata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/individuo-e-collettivita-passato-e-presente-touraine-vs-bauman-una-lettura-incrociata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Borzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 08:22:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018) Avevo appena comprato due libri. Emanavano ancora un buon profumo di carta stampata. Si trattava di:&#160;Noi Soggetti Umani&#160;di Alain Touraine (Il Saggiatore, 2017) e&#160;Retrotopia&#160;di Zygmunt Bauman (Laterza, 2017). Nell’accingermi alla non facile impresa di prendere appunti in vista di una eventuale recensione, una domanda mi ha subito bloccato: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-56-febbraio-marzo-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Avevo appena comprato due libri. Emanavano ancora un buon profumo di carta stampata. Si trattava di:&nbsp;<em>Noi Soggetti Umani</em>&nbsp;di Alain Touraine (Il Saggiatore, 2017) e&nbsp;<em>Retrotopia</em>&nbsp;di Zygmunt Bauman (Laterza, 2017). Nell’accingermi alla non facile impresa di prendere appunti in vista di una eventuale recensione, una domanda mi ha subito bloccato: è ammissibile che un lettore comune, che nulla sa di sociologia, si permetta di ‘recensire’ saggi sociologici? Dopo averci rimuginato su per un po’, sono giunto alla seguente conclusione: se il saggio in questione è scritto da accademici per altri accademici, il lettore comune farebbe bene a tenere le proprie riflessioni per sé. Se invece il saggio in questione è di carattere divulgativo, vale a dire diretto al lettore comune, allora sì, è lecito che egli commenti ciò che era indirizzato espressamente a lui.</p>



<p>Soddisfatto per aver escogitato questa giustificazione, eccomi qua con la penna in mano. Un’unica avvertenza: la mia competenza in fatto di scienze umane è prossima a zero. Le opinioni che qui riporto sono quindi il frutto più della mia ignoranza che non della mia competenza e del fatto che l’occhio con cui osservo le cose è quello di chi guarda più ai fatti reali che alle costruzioni verbali e a quelle teoretiche.</p>



<p>Due parole essenziali sugli autori. Alain Touraine (1925) è un sociologo francese. Novantadue anni compiuti, si occupa di sociologia dei movimenti sociali e politici, in modo particolare in relazione a quella che egli ha chiamato la “società post-industriale” (che è quella che altri chiamano società post-moderna). Zygmunt Bauman (1925-2017), è stato un sociologo dai vasti interessi: ha studiato la società moderna e post moderna (cui ha attribuito l’aggettivo “liquida”) alle prese con il consumismo e la globalizzazione, occupandosi in modo particolare delle ragioni morali dell’agire sociale.</p>



<p>Una primissima osservazione è che, forse, occuparsi di sociologia fa bene alla salute: i due arzilli novantenni danno e hanno dato del filo da torcere a sociologi e politologi ben più giovani. Mi ero recato in libreria per comprare il saggio di Touraine del quale avevo letto una recensione dalla quale m’era parso di capire che egli, osservando la deriva individualistica della società contemporanea, cercasse in qualche modo di ‘sdoganare’ il fenomeno, cavalcando la tigre guardando a una possibile evoluzione post sociale della società. Il mio stato d’animo era&nbsp;<em>quasi furente</em>: volevo capire meglio di che cosa parlasse, davvero, il saggio.</p>



<p>Nell’atto di acquistarlo, l’occhio mi è caduto sul saggio di Bauman (la cui prossimità con quello di Touraine nello scaffale della libreria non era casuale) che, per gli argomenti trattati, mi pareva non troppo lontano da quello di Touraine. Detto fatto, mi sarei imposto una lettura parallela.</p>



<p>Effettivamente, i due saggi osservano – se pur con occhi assai diversi – il medesimo fenomeno: la deriva individualistica della società contemporanea. Touraine è più radicale: avendo decretato in saggi precedenti “la fine del sociale e delle società”, egli ritiene che oggi siamo e ci comportiamo “come attori in un teatro vuoto”.</p>



<p>Dopo avere letto due volte entrambi i saggi (una prima volta per capirci qualcosa e una seconda volta per analizzarne le convergenze e le divergenze) posso affermare che i due sociologi analizzano effettivamente il medesimo fenomeno. Le loro analisi convergono e divergono ritmicamente, quasi si trattasse di una danza rituale sul tema della società. Esse convergono nell’affrontare punti simili; divergono ampiamente nei modi e nei punti di riferimento delle rispettive analisi; divergono parecchio nelle proposte ma, in qualche modo, finiscono di nuovo per convergere sui punti di domanda riguardo al futuro.</p>



<p>Due parole rapidissime ma doverose sul modo e sui riferimenti cui gli autori attingono per sviluppare il rispettivo pensiero. Uno, Touraine, cita moltissimi luoghi (in riferimento a movimenti sociopolitici locali) ma cita un numero limitato di autori: sostanzialmente egli cita se stesso, suoi precedenti articoli e saggi. Ripete frequentemente “sono stato il primo a…”, in una irritante quanto indisponente esaltazione narcisistica di sé. Al contrario, Bauman cita un numero davvero notevole di autori: egli fa continuamente riferimento al pensiero di altri, come se egli fungesse da collettore e organizzatore di idee partorite dalle menti di altri. In realtà, trattasi dell’umiltà di chi sa, di chi vede la cultura come impresa collettiva e sa distillare le parole altrui in modo che si adattino al proprio pensiero: come lo storico costruisce la storia, Bauman costruisce la propria impalcatura concettuale scegliendo le citazioni altrui consone al proprio modo di vedere il mondo.</p>



<p>Ma andiamo con ordine ed entriamo nel merito. Entrambi i saggisti analizzano ampiamente i punti che vado a elencare ordinatamente qui di seguito.</p>



<ul class="wp-block-list"><li>1. Il passato come nostalgia. Mentre per Bauman la nostalgia è insieme un senso di perdita e di spaesamento (proprio nel senso etimologico di algia-dolore per la casa lontana) e un desiderio di rifugio e di ritorno verso il ventre materno, per Touraine essa è una perdita (una sorta di età dell’oro perduta, cui si può guardare, però, per recuperarne i valori fondanti).</li><li>2. L’individualismo. Per entrambi, l’individualismo è una risposta all’evolvere della società, all’evoluzione del capitalismo, del consumismo, della globalizzazione. Ma mentre per Bauman l’individualismo è una sorta di reflusso verso il sé (come un’onda che si spinge troppo avanti sulla battigia e poi torna indietro riportando con sé tutti i sassolini che prima erano stati sospinti in avanti), per Touraine l’individualismo è una risposta agli eventi esterni che si trasforma in egoismo razionale, una sorta di una forma etica ideologica non molto diversa da quella proposta a metà del Novecento da Ayn Rand, filosofa che però Touraine non cita mai, mentre Bauman lo fa.</li><li>3. La società. Trattandosi di saggi sociologici, la ‘società’ è ovunque in entrambi ma, mentre Touraine ne ha già decretato la fine e guarda a qualcosa altro – tuttora senza forma e senza sostanza – che dovrà sostituirla quando essa avrà cessato di dibattersi nella sua lunga agonia, per Bauman la società – liquida e adattabile alle contingenze – si evolverà in forme a cui bisognerà dare nuova sostanza, e questo è compito degli uomini.</li><li>4. Lo Stato sovrano. Per Touraine, sotto i colpi del capitalismo globale e degli imperialismi supraterritoriali e supranazionali, lo Stato sovrano è un’entità in via di disfacimento: gli uomini dovranno guardare ad altre forme di organizzazione e a valori universali di riferimento, molto forti e vincolanti, per ricostituire una nuova categoria sociale. Per Bauman, lo Stato sovrano sta perdendo la propria identità perché sta perdendo i propri confini: la globalizzazione dei mercati e del consumo, delle idee, della finanza, ecc. stanno delocalizzando i confini e, con essi, anche la politica e il potere stanno perdendo i propri punti di riferimento locali. E non è solo lo Stato sovrano ad avere una crisi di identità, anche le persone sono spaesate ed è per questo che tendono a retrocedere (<em>Retrotopia</em>, appunto) verso aggregazioni di piccole dimensioni, quasi tribali, dove ritrovare una sorta di identità personale e condivisa.</li><li>5. I valori universali di riferimento. Su questo punto, Bauman non fornisce indicazioni precise: si limita ad affermare che il reflusso verso identità locali-tribali, approfondendo i solchi e rimarcando le differenze, tenderà a escludere e non potrà mai costituire la base per un rinnovamento sociale inclusivo. Ciò di cui l’umanità ha bisogno oggi, e avrà ancora più bisogno domani, è “l’integrazione umana al livello dell’umanità intera”. Il concetto è bello quanto vago. Touraine, al contrario, ha le idee molto chiare e propone tre – dicasi tre – valori (che egli preferisce chiamare diritti) universali: libertà, uguaglianza, dignità. Per chi avesse qualche sensazione di <em>déjà vu</em>, ebbene sì, la sensazione è giusta: Touraine si richiama esplicitamente a quel grido <em>Liberté, Égalité, Fraternité</em> che echeggiava forte e determinato sotto le antiche mura della Bastiglia (e non solo), il 14 luglio 1789.</li></ul>



<p>Se al primo punto di questo breve elenco ho indicato la nostalgia, effettivamente, una ragione c’è. Per carità, nulla da dire sul contenuto, ma trovo francamente sorprendente che un intellettuale così originale si ritrovi a corto di proposte tanto da voler riciclare in chiave contemporanea, sostituendo il concetto più moderno di&nbsp;<em>dignità</em>&nbsp;a quello evidentemente antiquato di<em>&nbsp;fraternità</em>, il motto della rivoluzione francese. Per questo, parlando più oltre della proposta di Touraine, mi riferirò a essa chiamandola RevFranc 2.0 (acronimo di Révolution Française due-punto-zero). Vale infine la pena di ricordare che per Bauman sono centrali i ‘valori’ e nomina raramente i ‘diritti’, mentre Touraine mette al centro i ‘diritti’ e considera tali alcuni concetti che per Bauman hanno senso come ‘valori’.</p>



<p>Chiariti i punti salienti, qui di seguito qualche spigolatura tra i due saggi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nostalgia</h4>



<p>A proposito della nostalgia, Touraine guarda al passato come a un’età dell’oro dove, per esempio, sono recuperabili come ‘diritti’ quei valori di rispetto e di conservazione che appartengono, di fatto, agli ideali di matrice ecologista. Afferma, per esempio, Touraine: “È impressionante constatare il ritorno di un concetto che sembrava appartenere a un passato lontano: i diritti della natura, degli animali, delle piante. Nel Medioevo cattolico erano riconosciuti […] La natura creata da Dio era sacra, come la totalità del suo creato” (p. 92). L’autore francese considera che gli ideali laici del rispetto della natura siano stati stati recuperati dall’antica età dell’oro e trasformati in ‘diritti’. In Touraine, questa idea del recupero di diritti e di valori da un lontano passato è un&nbsp;<em>fil rouge</em>&nbsp;che attraversa l’intero suo saggio e che io non esito a definire, a volte, francamente pretestuoso.</p>



<p>Bauman, al contrario, non pesca valori o diritti nel passato: in qualità di analista, osserva il mondo e non fa altro che registrare l’atteggiamento nostalgico di parte della società, una sorta di reflusso che porta con sé non tanto valori da recuperare, bensì rischi da non sottovalutare. Utilizzando una riflessione di Svetlana Boym, linguista e letterata non a caso autrice di un volume intitolato&nbsp;<em>The Future of Nostalgia</em>, afferma: “Il ventesimo secolo, iniziato con un’utopia futurista, si è chiuso con la nostalgia. […] Un’epidemia globale di nostalgia. […] Il pericolo della nostalgia è che tende a confondere la causa vera con quella immaginaria” (p. XII).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Individualismo</h4>



<p>Anche a proposito dell’individualismo – tema centrale delle due analisi sociologiche – Touraine e Bauman osservano e giudicano il fenomeno in maniera alquanto diversa. Touraine sembra accettare l’individualismo come una componente umana universale arrivando a concepirla come valore supremo: “Bisogna considerare la possibile unione tra individuale e universale” (p. 229); […] “I bisogni individuali sono compenetrati nella cultura collettiva e l’individualismo autoconsapevole è un valore supremo” (p. 18). Con la fine del sociale, “criteri di giudizio e comportamentali formulati in termini sociali, di interesse generale e di bene comune vengono sempre più rifiutati” (p. 45) […] e “senza più un’ideologia del progresso a fare da punto di riferimento ideologico, l’individualismo è diventata una dimensione caratteristica del mondo globalizzato, una strategia di affermazione diretta senza intermediazioni di matrice sociale” (p. 59).</p>



<p>Per Touraine, con la modernità (vale a dire con la rivoluzione francese), l’individualismo viene riconosciuto come soggetto portatore di ‘diritti’. Egli chiama “soggettivazione” tale processo di acquisizione consapevole di diritti: “Dalla rivoluzione francese in poi, la soggettivazione fa riferimento alla legittimità propria del soggetto ai diritti dell’uomo […] Con l’idea di soggettivazione, l’uomo si colloca al di sopra del cittadino e i suoi diritti diventano il fondamento di ogni critica all’ordine sociale” (p. 104). È da questa idea di soggettivazione che egli ricava l’idea che i “diritti” debbano (o possano) essere gerarchicamente superiori al “diritto” (inteso come leggi), ma su questo spinoso punto si tornerà più oltre. Una volta trovata la sua ragion d’essere, nel momento in cui il sociale ha perso&nbsp;<em>appeal</em>&nbsp;come punto di riferimento per i bisogni delle persone, l’individuale ha finito con prevalere: “Mentre alcuni mutamenti rapidi e profondi distruggono le antiche concezioni di bene comune, di virtù, e di doveri nei confronti della società, l’individuale e il singolare si impongono come criteri di definizione degli interessi” (p. 55).</p>



<p>Per Bauman, invece, l’individualismo è un comportamento e una prospettiva che emerge come ricetta o come risorsa per colmare i vuoti ‘sociali’ provocati dei cambiamenti intervenuti tanto a livello di potere/poteri (capacità di fare) che a livello di politica (possibilità di decidere). Citando rispettivamente lo storico e scrittore Ronald Aronson (1938) e il sociologo tedesco Ulrich Beck (1944-2015), egli afferma infatti: “È in corso un movimento tellurico che sposta le aspirazioni e le responsabilità dalla società in generale ai nostri universi individuali” (p. 117); […] “Ciascun individuo cerca di costruirsi soluzioni individuali di fronte ai problemi della società, cercando poi di metterle in pratica sulla base delle proprie capacità individuali. L’obiettivo non è più una società migliore, ma il miglioramento della propria posizione individuale nell’ambito di quella società. Al posto dei premi comuni per gli sforzi collettivi di riforma sociale, restano solo bottini individuali” (p. XXIII).</p>



<p>Se Touraine sembra trovare, fin dall’origine della modernità, qualche giustificazione all’individualismo attribuendogli una sorta di funzione etica e funzionale quale stimolo per una rinascita della “capacità di agire e di creare” (p. 68), Bauman diagnostica – proprio nell’evoluzione di quella stessa modernità cui accenna Touraine – una vera e propria patologia sociale alla quale non esita a dare un nome alquanto appropriato, narcisismo: “A un certo punto, lungo il cammino che dall’utopia della prima modernità (positiva, esuberante, assertiva e fiduciosa) conduce all’attuale retrotopia (diffidente, abbattuta e rassegnata), Pigmaglione (innamorato della statua di Gatalea) ha incontrato Narciso (invaghito della propria immagine)” […] “Il narcisismo, una volta disturbo della personalità, è diventato un disturbo della società e, purtroppo, sembra voler diventare una normalità emergente: un paesaggio sociale contemporaneo” (p. 122-4).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Società, Modernità, Stato sovrano</h4>



<p>In entrambi i saggi i concetti di “società”, “modernità”, “Stato sovrano”, “valori” e “diritti” si intersecano tra loro in maniera varia e articolata. Touraine, per esempio, si rivolge nostalgicamente all’origine della modernità (una modernità che comprende la società industriale, la nascita di movimenti democratici, politici e operai, la rivoluzione francese, ecc.) come a un’epoca portatrice di valori universalistici, mentre le società post moderne (o la post società) “non ripongono più le loro speranze in grandi cause collettive” (p. 53), “non vengono più percepite come società ma come mercati” (p. 54), e tendono “a distruggere i valori della modernità per rinforzare i privilegi di coloro che detengono il potere” (p. 21).</p>



<p>Su questo punto, Bauman non è molto lontano dalle riflessioni di Touraine. Anch’egli, contrapponendo la società universalistica e collettiva frutto della modernità alla società post moderna sempre più centrata sull’individuo, afferma che “nella nostra società completamente individualizzata le alleanze e le coalizioni sono ad hoc, volatili, fugaci, conflittuali e di vita sempre più breve” (p. 95): gli ideali ad ampio respiro e i valori sociali dati per permanenti sono sostituiti da effimeri obiettivi individuali, spesso fini a se stessi.</p>



<p>Anche a proposito del concetto di Stato sovrano e del suo ruolo nel mantenimento di una società aggregata attorno a valori e a obiettivi condivisi, vi è una certa corrispondenza fra i due autori, anche per quanto riguarda precisi punti di riferimento storici. Entrambi, per esempio, fanno esplicito riferimento al motto&nbsp;<em>Cuius regio eius religio</em>&nbsp;e al trattato di Westfalia del 1648 nel quale, dopo una lunga guerra di tutti contro tutti (leggi il riferimento a Hobbes in entrambi i saggi), l’Europa venne suddivisa in varie entità statuali locali all’interno delle quali – almeno in teoria – i valori, i diritti, le identità assumevano connotati riconosciuti e socialmente condivisi. Per entrambi gli autori, la cornice dello Stato sovrano o, con altre parole, della modernità, era una cornice che forniva punti di riferimento in certo qual modo stabili.</p>



<p>Al contrario, lo stato post moderno con tutte le sue tensioni verso una globalizzazione che fa perdere i punti di riferimento, è generatore di disagio, confusione e angoscia pressoché permanenti. Attraverso una citazione attinta da Benjamin Barber, politologo americano, Bauman descrive la situazione in un modo sul quale anche Touraine potrebbe concordare: “Lo Stato nazionale – ultimo (per ora) di una lunga serie di sistemi integrati nati per svolgere un’azione collettiva concertata – ha assolto più o meno decorosamente il compito per cui era stato progettato e adattato, al servizio dell’indipendenza e dell’autonomia; ma ogni giorno che passa dimostra la sua assoluta inadeguatezza ad agire efficacemente nell’attuale condizione di interdipendenza planetaria degli uomini (globalizzazione). […] Tutto questo ha condotto a una ridefinizione della linea che separa ‘noi’ da ‘loro’” (p. 160-1).</p>



<p>La globalizzazione, sostituendo paradossalmente valori universali con barriere identitarie, ha generato un disagio che lo Stato sovrano contemporaneo fa fatica a gestire. Il risultato è una fuga all’indietro, una nostalgia per i secoli d’oro e per i valori stabili, un ritorno ai valori della tribù, una nostalgia del ventre materno, un reflusso verso l’individualismo radicale, una paura del progresso e del futuro che indicherei, se me lo si può concedere, col nome di&nbsp;<em>horror temporis futuri.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Valori, attori, diritti, identità, proposte</h4>



<p>Dopo le rispettive analisi dello stato dell’arte riguardante le dinamiche evolutive della società contemporanea – quella occidentale ma non solo – riguardo alla quale gli autori dei due saggi manifestano alcune convergenze e molte divergenze, si arriva al dunque, vale a dire al momento delle conclusioni e delle proposte sul&nbsp;<em>che fare?</em>&nbsp;Qui, i due autori apportano alcune considerazioni aggiuntive che consolidano e demarcano più chiaramente i rispettivi orizzonti sociologici, all’interno dei quali essi cercano una soluzione a uno stato delle cose dai connotati ‘negativi’ – quello della deriva individualistica della società contemporanea – al quale desidererebbero porre rimedio.</p>



<p>Alain Touraine cerca un “attore”, portatore e “creatore” di un cambiamento attraverso il quale si possa far “risorgere il pensiero sociale” (p. 76) e costruire “un nuovo tipo di vita sociale” (p. 56). L’attore, nell’idea di Touraine, non è un “agente sociale”, per sua natura sottomesso a norme: egli è colui che “agisce per affermare il suo diritto di agire” (p. 141), […] un diritto che gli è riconosciuto assieme a quelli che il sociologo francese definisce “diritti universali fondamentali: libertà, uguaglianza, e dignità”, secondo il modello inventato “alle radici della modernità” (Rev- Franc 2.0) (p. 91). Da questo punto in poi, vale a dire dal legittimo quanto non particolarmente innovativo recupero dei valori fondanti della rivoluzione francese, il pensiero di Touraine si fa tortuoso e alquanto discutibile (dal mio personalissimo punto di vista).</p>



<p>Egli afferma che i suddetti diritti sono “diritti a priori”, dovuti all’uomo in quanto essere umano, vale a dire “nella sua qualità di creatore […] capace di trasformare il mondo” (p. 97), […] e di “dare senso alle proprie esperienze” (p. 137). A mio avviso, qui Touraine esagera proprio, attribuendo all’essere umano una sacralità che sembra rifarsi direttamente alla Bibbia che non alla tradizione sociologica. Egli sembra precipitarsi in quello che chiamerei ‘uomismo’, intendendo con tale termine una forma di ideologizzazione dei diritti umani. In tutto ciò, vedo i tratti inaccettabili di un antropocentrismo narcisistico fuori contesto, quasi egli voglia trovare giustificazioni metafisiche al proprio ragionamento sociologico.</p>



<p>E questa deriva prosegue anche oltre. Non solo egli chiama ‘diritti’ quelli che io indicherei come ‘valori’ ma, attribuendo a tali ‘diritti’ il valore fondante di “un nuovo tipo di vita sociale”, li pone “al di sopra delle regole dell’organizzazione sociale” (p. 269) e “al di sopra di tutte le leggi, comprese quelle votate da un popolo sovrano” (p. 60-1). In una sorta di esaltazione rivolta a una (ri)fondazione sociale, Touraine sembra dimenticare che, stando alla teoria, il ‘diritto’ sostiene i ‘diritti’ e li difende (sempre in teoria) da chi fosse intenzionato a calpestarli. Questa questione, si presterebbe tuttavia a molte e diverse interpretazioni e non è questo il tempo e il luogo per discuterne.</p>



<p>Nelle sue riflessioni conclusive Bauman parte da prospettive diverse. Egli parte da quel senso di libertà e di pace fornito dai confini (fisici e metaforici) e dalle leggi del proprio territorio, della polis, dello Stato sovrano: quel luogo della memoria in cui la gente poteva “assaporare con piacere le comodità delle nicchie di legge e ordine” (p. 10). Con la globalizzazione – venendo quindi a mancare la polis – il “popolo” di un luogo si trasforma in una folla di “clienti” deterritorializzati, soggetti alle influenze dei media e della rete: “individui, azioni, eventi non più affidati alla condivisione di uno stesso luogo” (p. 19-20).</p>



<p>La necessità di sopravvivere in una situazione di “omnia contra omnes” porta al ritorno della logica della tribù, ove “ognuna delle parti in conflitto rinuncia al tentativo di convincere l’altra e dove la divisione tra ‘noi’ e ‘loro’ e tra ‘io’ e ‘gli altri’ rende ardua ogni conciliazione. L’individuo afferma da sé la propria identità contro i legami, gli obblighi e gli impegni sociali” (p. 42-5). “I fenomeni del ‘ritorno alla tribù’ e del ‘ritorno al grembo materno’ – due grandi affluenti del fiume in piena del ‘ritorno a Hobbes’ – sgorgano sostanzialmente dalla stessa fonte: dal terrore del futuro” (p. 153).</p>



<p>A differenza di Touraine, Bauman non offre soluzioni, slogan o scorciatoie tipo RevFranc 2.0: anzi, mette in guardia sulla difficoltà della ricostruzione e sui rischi perigliosi della mancata ricostruzione di un rinnovato tessuto sociale su base globale. Egli conclude il suo saggio con le seguenti considerazioni: “Per arginare le correnti del ritorno – a Hobbes, alla tribù, al grembo materno – non ci sono scorciatoie che portino a risultati diretti, rapidi e facili.</p>



<p>Il compito che abbiamo di fronte – innalzare l’integrazione umana al livello dell’umanità intera – si rivelerà arduo, faticoso e impegnativo come mai prima d’ora. Dobbiamo prepararci a un lungo periodo di domande più che di risposte, di problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il fallimento. In caso di sconfitta, essa sarà definitiva: possiamo scegliere se prenderci per mano<br>o finire in una fossa comune” (p. 168-9). Se devo scegliere tra chi mi propone utopiche soluzioni preconfezionate a situazioni la cui complessità è quasi insondabile e chi mi propone domande e dubbi, bene, io scelgo il secondo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La misteriosa natura del tempo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-misteriosa-natura-del-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Borzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 08:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 54, ottobre &#8211; novembre 2017) Il recentissimo libro di Arnaldo Benini&#160;Neurobiologia del tempo&#160;(Raffaello Cortina Editore, 2017) si legge in un ‘lampo’. Trattasi evidentemente di una contrazione della percezione del tempo (dell’esperienza soggettiva del trascorrere del tempo) che si realizza – come afferma lo stesso autore – attraverso particolari operazioni del sistema nervoso, su [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-54-ottobre-novembre-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 54, ottobre &#8211; novembre 2017)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Il recentissimo libro di Arnaldo Benini&nbsp;<em>Neurobiologia del tempo</em>&nbsp;(Raffaello Cortina Editore, 2017) si legge in un ‘lampo’. Trattasi evidentemente di una contrazione della percezione del tempo (dell’esperienza soggettiva del trascorrere del tempo) che si realizza – come afferma lo stesso autore – attraverso particolari operazioni del sistema nervoso, su qualcosa che si sta facendo o su qualcosa che piace. Il saggio è facile da leggere anche quando tratta temi complessi. Le parole e le frasi scivolano via agili, senza difficoltà. Perché, allora, nonostante questa semplicità e questa facilità di lettura (e di scrittura), questo saggio sulla neurobiologia del tempo mi lascia in bocca il sapore arido dell’indeterminatezza?</p>



<p>Il tema – quello del tempo – è molto difficile. Diciamo la verità: comprando il libro, ci si illude che l’autore squarci il velo sulla misteriosa natura del tempo e sulla sostanza di cui esso è fatto. Sull’argomento, filosofi e scienziati hanno cercato da sempre le loro verità, ma nessuna di esse è riuscita ad affermarsi in modo universale. Il tempo è un oggetto e un concetto troppo evasivo per essere imbrigliato in una definizione, come afferma lo stesso Sant’Agostino citato dall’autore.</p>



<p>Una delle ragioni di questa difficoltà è proprio quella di pensare al tempo come a un oggetto e anche come a un concetto. Un oggetto (che si può misurare) e un concetto (che si può solo pensare) sono due cose completamente diverse, così diverse che non si capisce perché, quando parliamo di tempo, usiamo un unico termine per riferirci a esso. Molte delle incomprensioni sono dovute alla ambiguità che deriva dall’utilizzo di un unico termine. Su questo aspetto fondamentale, l’autore del saggio non spende molte parole.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="489" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-31.jpg" alt="" class="wp-image-2392" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-31.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-31-184x300.jpg 184w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>O meglio, egli parla brevemente e in modo esaustivo del lavorio dei filosofi sulla questione del tempo. Egli descrive in modo semplice ed esauriente il fatto che molti fisici quantistici abbiano escluso la dimensione temporale dai loro discorsi, dalle loro formule, dai loro modelli. Egli narra le distorsioni cliniche del senso del tempo con un’eleganza che ricorda l’inarrivabile Oliver Sacks e il profondissimo Aleksandr Lurija. Egli ci mostra il centometrista che scatta prima ancora che la sua coscienza abbia registrato lo sparo dello starter e come, poi, i meccanismi sconosciuti della coscienza facciano in modo che, soggettivamente, egli percepisca coscientemente la contemporaneità dello sparo e dello scatto.</p>



<p>Egli ci illustra in maniera piana e perfettamente accessibile (senza formule e dettagli tecnici) i fondamentali esperimenti di Benjamin Libet che hanno sconvolto il mondo, hanno messo in dubbio il libero arbitrio, e ci hanno fatto capire che noi – e tutti gli esseri coscienti – non viviamo il presente che crediamo di vivere, ma viviamo costantemente nel passato. Un passato non molto distante dall’ineffabile presente: da mezzo secondo a un secondo (secondo il tempo misurato dagli orologi). Non viviamo il nostro presente ‘in diretta’, ma leggermente ‘in differita’. L’effettiva discrepanza temporale tra fatto accaduto e coscienza del fatto ci metterebbe in seria difficoltà: per fortuna, tale discrepanza viene completamente cancellata dai meccanismi della coscienza che ‘risincronizzano’ il nostro passato reale col presente percepito.</p>



<p>Sono questi aspetti, quelli di una coscienza radicata nella neurobiologia, a fornire il materiale per il titolo del saggio di Arnaldo Benini. Purtroppo, i meccanismi che compiono il miracolo della sincronizzazione sono ancora molto lontani dall’essere spiegati ma, questo, nelle scienze, non è essenziale: l’importante è avere capito che lì c’è molto da studiare. Prima o poi, le scienze ci daranno una risposta.</p>



<p>Peccato, però, che un’altra scienza (la fisica) sembra essere pervenuta a conclusioni opposte: il tempo non esiste. L’autore è uno scienziato e, come tale, ha piena fiducia nelle scienze e afferma che, prima o poi, se qualcuno ha commesso un errore di valutazione o di calcolo, questo errore verrà riconosciuto. Magari, domani i fisici quantistici rivedranno le proprie posizioni. Il tempo esiste, eccome se esiste, afferma Benini: il tempo esiste perché è il cervello a crearlo. Una affermazione del genere fa subito venire in mente che allora, in assenza di cervelli pensanti, il tempo non esista, dando così ragione ai fisici quantistici.</p>



<p>Ma anche loro, in fondo, ci lasciano in un certo imbarazzo quando affermano che, in barba a un tempo che non esiste, l’universo è emerso (da dove non si sa) quattordici miliardi di anni fa. E il tempo? Il tempo è emerso con l’universo. Ma allora esiste, il tempo! Sì esiste, afferma Benini: lo crea il cervello. Sono perplesso. Qui c’è qualcosa di poco chiaro. Non è che per caso si sta parlando di cose diverse? Non è che si potrebbe chiamare ‘Tempo’ (T) qualcosa che ha a che fare (e che potrebbe anche non esistere) col tessuto dell’universo, chiamando ‘tempo’ (t) l’idea del tempo che nasce nei nostri cervelli?</p>



<p>Nel saggio di Benini – comunque interessante – questi e altri ‘tempi’ sono tutti impastati tra loro. Ci sono troppi lati oscuri che nascono tutti da una terminologia semanticamente inadeguata, e non mi riferisco alla semantica del termine tempo. Con un po’ di attenzione, si riesce a capire quando l’autore parla del tempo dei fisici, di quello percepito, o dell’idea di tempo. La situazione più complicata è data da due altri termini: ‘reale’ ed ‘esiste’, entrambi riferiti al tempo. In una decina di passaggi cruciali, l’autore afferma che il cervello crea il tempo e, perciò, esso esiste ed è reale. Due passaggi esemplificativi, su questo punto.</p>



<p>Uno a pagina 32: “La manipolazione continua del senso del tempo a opera del cervello conferma che il tempo è da esso prodotto […] e che è reale”; l’altro, a pagina 74: “Il tempo, di cui la fisica si occupa per espellerlo dalla realtà, è la creazione cerebrale di una dimensione del reale”. Se, in<br>luogo di ‘tempo’ si dicesse ‘il senso del tempo’, le cose sarebbero molto più chiare. Per esempio, in un passaggio a pagina 88 non si registra alcuna ambiguità quando l’autore afferma: “Il prima e il dopo sono stati prodotti da sistemi nervosi per dare un ordine alla percezione della realtà e di se stessi”.</p>



<p>L’autore, in questo saggio si riferisce molto spesso al senso del tempo, alla coscienza del tempo, all’esperienza del tempo: è certamente in questo ambito che la neurobiologia (ma anche la psicologia) lavora per comprenderne i meccanismi soggiacenti. Tutto ciò è molto chiaro. Tuttavia, all’interno del saggio troppi altri tempi e troppi altri attributi del tempo cadono sotto un unico ed equivocabile termine: ‘tempo’.</p>



<p>Quanto al verbo esistere, una cosa è dire che “il senso del tempo esiste perché lo crea il cervello”, dove il senso del tempo esiste per la nostra coscienza; ben altra cosa è dire che “il tempo esiste perché lo crea il cervello”, dove il tempo, forse, esiste come concetto nel mondo delle idee, per esempio, nel mondo 2 e nel mondo 3 di Popper e Eccles, filosofi, questi, che non trovano spazio nel colto saggio di Benini (1).</p>



<p>Il verbo ‘esistere’ è infido perché ha a che fare con l’emergenza della realtà, altro temine difficile da maneggiare. Mi viene da pensare che il cervello dell’uomo, tra i molti concetti, ha creato anche il concetto di Dio. Questo è di per sé sufficiente per affermare che Dio esiste ed è reale? Esistere e realtà: due termini da maneggiare con cura.</p>



<p>Un’ultima notazione. Qua e là nel saggio ci sono brevi passaggi e considerazioni interessanti, che vivono di vita propria e meriterebbero d’essere discusse in separata sede. Una per tutte è quella sul riduzionismo (visto, per l’appunto, da uno scienziato riduzionista): “Il riduzionismo (o fisicalismo, per le neuroscienze) è prezioso perché, oltre alle regole della ricerca, ribadisce i limiti<br>della conoscenza” (pag. 90). Qui ci sarebbe molto, moltissimo, da discutere. Ma questa è tutta un’altra storia.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Popper KR, Eccles JC.<em>&nbsp;L’io e il suo cervello</em>. Armando editore, 1981</p>
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			</item>
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		<title>Bruno Arpaia. Il grande esodo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/bruno-arpaia-il-grande-esodo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 14:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[Intervista di Giuseppe Ciarallo “Nelle vie calde la temperatura si alzeràmoltitudine, moltitudinenon si erano mai vistecode tanto grandi, tanto lunghetanto grandi, tanto lunghe.Moltitudine, moltitudine”Franco Battiato,&#160;L’esodo Bruno Arpaia, che i lettori di Paginauno hanno già avuto modo di incontrare tra le pagine del n. 22 (aprile/maggio 2011), è romanziere, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Intervista di Giuseppe Ciarallo</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-52-aprile-maggio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 52, aprile &#8211; maggio 2017)</a></em></li>
</ul>



<pre class="wp-block-verse">“Nelle vie calde la temperatura si alzerà<br>moltitudine, moltitudine<br>non si erano mai viste<br>code tanto grandi, tanto lunghe<br>tanto grandi, tanto lunghe.<br>Moltitudine, moltitudine”<br>Franco Battiato,&nbsp;<em>L’esodo</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Bruno Arpaia, che i lettori di Paginauno hanno già avuto modo di incontrare tra le pagine del <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-22-aprile-maggio-2011/" data-type="post" data-id="677" target="_blank" rel="noreferrer noopener">n. 22 (aprile/maggio 2011)</a>, è romanziere, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana. Ha pubblicato <em>I forestieri</em> (Leonardo Editore, 1990), <em>Il futuro in punta di piedi</em> (Donzelli, 1994), <em>Tempo perso</em> (Marco Tropea, 1997) e, per l’editore Guanda,<em> L’angelo della storia</em> (2001),<em> Raccontare, resistere </em>(2003, una conversazione con Luis Sepùlveda),<em> Il passato davanti a noi</em> (2006), <em>Per una sinistra reazionaria</em> (2007), <em>L’energia del vuoto</em> (2011), <em>La cultura si mangia! </em>(2013, con Pietro Greco), <em>L’avventura di scrivere romanzi</em> (2013, con Javier Cercas), <em>Prima della battaglia</em> (2014). Nel 2016 è stato dato alle stampe il suo ultimo romanzo, <em>Qualcosa, là fuori</em>, che ha acceso un ampio dibattito per la tematica trattata: il pericolo, ma il termine più consono è forse apocalisse, cui l’intera umanità verrà in un futuro prossimo esposta a causa del surriscaldamento climatico.</p>



<p><br><strong>Dunque, Bruno, ormai da tempo cerchi una sintesi tra scienza e letteratura. Lo hai fatto con&nbsp;<em>L’energia del vuoto</em>, ripeti l’esperimento con maggior vigore nel tuo nuovo romanzo&nbsp;<em>Qualcosa, là fuori</em>. Quando hai maturato la consapevolezza che le due attività, quella scientifica e quella letteraria, siano strettamente connesse? È una speranza, la tua, che da questo connubio si possa approdare a un neo-rinascimento?</strong></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="309" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/09/2.jpg" alt="" class="wp-image-3611" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/09/2.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/09/2-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
</div>


<p>In verità, che la separazione fra le ‘due culture’ fosse una grande stupidaggine l’ho scoperto già all’università. Avevo un professore di Storia delle dottrine politiche che era stato (almeno, così diceva lui) anche allievo di Schrödinger. Nelle sue chilometriche lezioni (duravano sei o sette ore&#8230;), metteva costantemente in relazione il pensiero politico e la scienza, l’immaginario scientifico e quello filosofico e artistico, mostrando le connessioni, le ricadute reciproche. Poi, con gli anni, ho continuato su quel percorso, a partire dai miei interessi per il Tempo, che è alla base del lavoro di ogni narratore: tempo filosofico, sociologico, psicologico e, infine, quello fisico e biologico-cerebrale.</p>



<p>Convincendomi sempre di più che questa distinzione tra discipline umanistiche e scientifiche è solo una deriva della nostra civiltà attuale, a partire dall’illuminismo. Prima, non esisteva. Lo dice benissimo Primo Levi, con una frase che avevo messo in esergo a&nbsp;<em>L’energia del vuoto</em>: “La distinzione tra arte, filosofia, scienza non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani di oggi, né i fisici esitanti sull’orlo del conoscibile”.</p>



<p>Oggi, al punto in cui siamo, mi sembra riduttivo perfino parlare di incrementare il dialogo tra le due culture, tanto più che la crescente specializzazione e parcellizzazione dei saperi ha ormai prodotto tre, cinque, cento culture con reciproche difficoltà di comprensione. Bisognerebbe, invece, tornare alle radici comuni tra i saperi, facendoli circolare come sangue nella società, nelle istituzioni, nel sistema educativo e della ricerca. Perché non è soltanto vero che, insieme, le arti, le&nbsp;<em>humanities</em>&nbsp;e le scienze formano la nostra cultura; è vero soprattutto che esse possiedono una sostanziale unità, sono una cosa sola. So che tutto questo è&nbsp;<em>necessario</em>.</p>



<p>Quanto al neo-rinascimento, forse è auspicabile, ma purtroppo mi pare che il vento oggi nel mondo soffi in direzione ostinata e contraria.</p>



<p><strong>Ma veniamo a&nbsp;<em>Qualcosa, là fuori</em>. Relegare il tuo ultimo lavoro nella semplice (e semplicistica) catalogazione di romanzo, è riduttivo. Leggendolo ho pensato a Munch. Vi è un grido di allarme lanciato all’umanità, tra le pagine del libro, disperato, non privo di angoscia, sui pericoli sottovalutati del riscaldamento globale. Come nasce l’idea di questa particolare narrazione?</strong></p>



<p>Da una quarantina d’anni avevo in testa (e non so il perché) un’immagine, un’immagine molto forte: un popolo intero che migrava in condizioni terribili, rischiando la vita, trascinando carri, tra la polvere e i predoni. Alcuni anni fa, da semplice cittadino, ho cominciato a interessarmi al problema del cambiamento climatico. A un certo punto ho capito dove andava quel popolo e perché stava migrando: eravamo noi stessi che ci spostavamo per sopravvivere al riscaldamento globale. E mi è venuto ‘naturale’ raccontare una storia che parlasse di questo.</p>



<p>Raccontare storie, infatti, è il modo più antico e più efficace che l’umanità abbia inventato per trasmettere esperienza. Oggi sappiamo anche che questa capacità delle narrazioni di colpirci al cuore dipende dalla struttura stessa del cervello, dai neuroni specchio, dal fatto che la nostra materia grigia è ‘una macchina di futuro’ evolutasi grazie al fatto di avere acquisito la capacità di raccontare storie anche a noi stessi. In questo modo, attraverso una storia, sarei anche riuscito (o almeno, me lo auguravo) a poter comunicare ai lettori la gravità del problema del cambiamento climatico, nonostante il dibattito scientifico sia difficile da seguire e nonostante il comune atteggiamento psicologico che tende a rimuoverlo.</p>



<p>‘Vivere’ attraverso un romanzo l’innalzamento del livello del mare a New York, oppure partecipare con i protagonisti di un racconto a una tragica migrazione climatica in una Germania desertificata, ci colpisce dritto al cuore e, grazie all’empatia con i personaggi, ci immerge nelle complesse questioni scientifiche che sono alla base degli avvenimenti narrati, dalla quantità massima di anidride carbonica tollerabile nell’atmosfera al metano contenuto nel permafrost, dal tasso di scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia a quello di acidità dei mari.</p>



<p>Senza trascurare il rovinoso impatto dei mutamenti climatici sulla società, sull’economia, sulla politica mondiale: migrazioni, guerre per l’acqua, approfondimento delle differenze economiche, democrazie traballanti, e via di questo passo. Leggendo, così come accadeva a me mentre scrivevo il mio libro, noi&nbsp;<em>siamo</em>&nbsp;migranti climatici, vediamo il mare che ricopre Venezia o Amburgo, sentiamo la polvere, la fame, la sete come se fossimo noi a viverle. È il grande potere delle storie. Forse ‘vivere’, grazie ai romanzi, nei terribili mondi possibili in agguato dietro l’angolo potrebbe davvero aiutarci a evitarli.</p>



<p><strong>Non trovi sconfortante il fatto che con un’umanità sull’orlo del baratro per i problemi legati al clima (e non solo, naturalmente), negli Stati Uniti – la nazione più potente del pianeta, che con le sue decisioni può influenzare le politiche mondiali – sia stato eletto un presidente retrivo e reazionario, che nega l’evidenza delle ricerche scientifiche in tema di surriscaldamento globale?</strong></p>



<p>Molto, molto sconfortante. Gli scienziati ci dicono che forse abbiamo ancora una ‘finestra’ di una quindicina di anni per intervenire radicalmente contro il riscaldamento climatico, prima di superare il famoso ‘punto di non ritorno’. Se Trump dura in carica otto anni, ce ne saremo giocati la metà senza fare nulla o, peggio, andando in direzione contraria alla risoluzione del problema. Del resto, in questo libro sono stato perfino ottimista: ho immaginato un presidente americano con le stesse caratteristiche di Trump al potere nel 2050.<em>&nbsp;The Donald</em>, mentre scrivevo, non era ancora all’orizzonte, non erano ancora iniziate neanche le primarie negli Stati Uniti. E invece me lo sono ritrovato al potere nel 2016, poco dopo l’uscita del libro, con trenta quattro anni di anticipo rispetto alle mie previsioni&#8230;</p>



<p><strong>Tornando al romanzo. Personalmente non amo il filone post-apocalittico che caratterizza molti dei romanzi di fantascienza di questo periodo storico, e temevo che il tuo ultimo lavoro potesse farne parte. Ma in&nbsp;<em>Qualcosa, là fuori&nbsp;</em>non si parla di un post ma di un durante. È tutto così terribilmente reale che ciò che prefiguri, il grande esodo che prima o poi toccherà anche a noi, popolazioni del rigoglioso bacino mediterraneo, sembra sul punto di accadere da un momento all’altro.</strong></p>



<p>Purtroppo continuo a ripetere che il mio non è un romanzo distopico o post-apocalittico: è un romanzo molto, molto realistico. Anzi, come ho detto prima, perfino ottimistico. Tutti gli scenari in cui si muovono i miei protagonisti sono presi da report scientifici. Raccontano, su basi assolutamente verificate, quello che ci accadrà se, e sottolineo se, non faremo nulla contro il riscaldamento globale. Ma non basta: nel romanzo ho collocato nel futuro cose che stanno già accadendo (per esempio, la siccità in California: ne parlo come se avvenisse nel 2036, ma in realtà ho letto reportage su quello che stava succedendo due anni fa), ed è evidente che le peripezie dei migranti rispecchiano quelle di chi, oggi, sta cercando di arrivare da noi. Ma anche la realtà dei ‘profughi climatici’ non è una mia invenzione, né qualcosa che potrebbe accadere in futuro: è storia di oggi. L’Onu dice che nel mondo esistono&nbsp;<em>già</em>&nbsp;65 milioni di profughi climatici, e ne prevede 300 milioni per il 2050. Altro che i 170 mila che oggi fanno gridare all’invasione da parte degli sciacalli che giocano sulla paura dell’Altro.</p>



<p><strong>Mi è sembrato di cogliere anche un altro monito, nelle tue parole. Quello di una sorta di legge del contrappasso, come se urlassi in faccia all’uomo disumanizzato di questa desolante era, che il trattamento che sta riservando oggi ai fratelli che fuggono da guerre, terrore e carestie, è lo stesso che in futuro potrebbe essere a lui destinato.</strong></p>



<p>L’ho già detto: è, purtroppo, abbastanza probabile che quei migranti, tra nemmeno molto tempo, potremmo essere noi. Non vorrei essere catastrofico, ma qui è davvero in gioco il futuro dell’intera umanità.</p>



<p><strong>Un tema importante presente nel tuo libro è quello della reazione umana in condizioni estreme. È successo, e succede tuttora, che in situazioni drammatiche – guerre, terremoti, insicurezza sociale – l’essere umano tiri fuori il meglio e il peggio di sé. Nei momenti di ‘mors tua, vita mea’ c’è chi reagisce con l’egoismo più sfrenato e chi invece scopre la socialità e la solidarietà. Pensi sia solo una questione di indole personale o credi invece che questi due tipi di reazioni, tra essi agli antipodi, siano frutto di un indirizzo sociale? Si può educare l’uomo alla solidarietà o, come sostengono alcuni in modo tranchant, l’uomo è egoista per natura e non è possibile cambiare?</strong></p>



<p>Con l’età, mi sento sempre più disilluso, eppure conservo un briciolo di speranza sulla possibilità di far ‘vivere’ ancora la solidarietà, il senso della comunità, della società. Vedi, gli scenari che descrivo, quelli di un mondo basato sulla lotta di tutti contro tutti, in fondo descrivono un capitalismo portato alle sue estreme conseguenze, senza più limiti né norme che lo regolino. È il capitalismo nella sua forma ‘pura’. E tuttavia, il mio protagonista, nel corso di quella migrazione (che è anche una fuga dal capitalismo e dal disastro che si lasciano alle spalle), ritrova proprio un senso di solidarietà sociale, ritrova gli affetti, ritrova il senso del dovere, che per me è fondamentale in una società che invece sa solo ripetere il mantra dei diritti, che ci abitua all’individualismo più sfrenato, che ci fa dire soltanto «Io, io, io», mentre dovremmo saper affermare «Noi, noi, noi». Come scrive Roberto Esposito, “l’esistenza non può essere declinata che alla prima persona plurale: noi siamo”. Spero proprio che l’umanità lo capisca. Ne va, come ho già detto, del suo stesso destino.</p>



<p><strong>E ora ti chiedo qualche ragguaglio tecnico. Le vicende del libro si svolgono, geograficamente, nei territori che vanno dall’Italia alla Scandinavia. Il viaggio verso la salvezza, che questo esercito di disperati affronta a piedi, si dipana tra luoghi reali, ben precisi. Che lavoro di documentazione hai dovuto fare per giungere a delineare un tragitto ‘verosimile’?</strong></p>



<p>Una volta chiaro che i ‘miei’ migranti dovevano raggiungere la Scandinavia (che secondo molti scienziati, insieme al resto dei Paesi attorno al Circolo polare artico, sarà tra qualche decennio fra i pochi territori a beneficiare, temporaneamente, del cambiamento climatico e dove sarà possibile una vita sociale organizzata come la conosciamo oggi), ho letto i rapporti regionali dell’Ipcc o dell’Agenzia europea per l’Ambiente e una marea di altri libri di divulgazione e di articoli scientifici sul clima e sulle reazioni di animali, piante, eccetera. Così mi sono fatto un’idea piuttosto precisa di quello che i miei personaggi avrebbero incontrato nel loro percorso in uno scenario, diciamo, di gravità medio-alta. Infine, lo confesso, ho usato Google Earth, impostandolo per un tragitto a piedi, e poi seguendo corsi d’acqua, vallate, eccetera, in base ai dati che avevo raccolto sul clima. Complicato, ma anche molto eccitante e divertente (se così si può dire).</p>



<p><strong>E ora cambiamo argomento. Quest’anno cadono anniversari importanti: il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, e qui da noi il quarantennale del ‘77. Ora, al di là del fatto che viviamo in un epoca in cui si tende a semplificare ogni cosa, e in cui la portata dei grandi eventi viene neutralizzata proprio attraverso la banalizzazione della ricorrenza, a proposito di ‘77 torna alla ribalta anche il tuo bel libro del 2006,&nbsp;<em>Il passato davanti a noi</em>, scritto in tempi non sospetti…</strong></p>



<p>Devo confessare che non amo molto la Rivoluzione d’Ottobre. È stato un evento storico fondamentale, certo, ma per me, per come si è svolta, aveva già in nuce tutte le caratteristiche che l’hanno poi portata a trasformarsi in una dittatura feroce. Tutt’altro discorso per gli anni Settanta e per il ‘77. Oggi si ricordano solo il piombo, gli attentati, le Brigate rosse, le stragi, e anche in maniera approssimativa e spesso falsa. Quel periodo è un ‘buco nero’ in cui nessuno vuole mettere seriamente le mani per paura di essere assorbito e non uscirne più vivo.</p>



<p>Come ha scritto Stefano Tassinari, si giudicano quegli anni a partire solo dagli effetti e non dalle cause. C’è ancora un’afasia (quando non una mistificazione) che si allarga all’insieme degli anni Settanta, proiettando sull’intero periodo le tragedie e le lacerazioni del loro epilogo. Già una quindicina d’anni fa avvertivo l’esigenza di rimettere le cose al loro posto, almeno secondo il mio punto di vista, e così avevo scritto&nbsp;<em>Il passato davanti a noi</em>. Anche per cercare di rimediare a una nostra colpa, di quelli che in quegli anni c’erano.</p>



<p>Perché il modo in cui la maggior parte di noi è stata sconfitta, quel rimanere senza ‘parole per dirlo’, stretti tra chi sparava e gli M113 che ti trovavi di fronte appena uscivi di casa, ci ha fatto attraversare gli anni Ottanta come quei personaggi che nei fumetti si nascondono negli stagni con una canna per respirare. E così ci siamo sottratti al peso e alla responsabilità della tradizione, del passaggio di un testimone, della trasmissione di un’esperienza, che è ciò di cui, come diceva Walter Benjamin, l’uomo moderno è stato derubato.</p>



<p>Ci siamo prestati al gioco di chi ci vuole confinare nel presente. Così, cercando di sfuggire alla retorica della meglio gioventù, ma anche all’infamia della damnatio memoriae, ho provato a raccontare quegli anni, con storie che, almeno nelle mie intenzioni, avrebbero dovuto portare i lettori a decidere in piena autonomia cosa dovesse essere buttato e cosa potesse essere recuperato da quella soffitta, frugando attentamente tra quei materassi sfondati e quegli abat-jour scassati. Penso che qualcosa, di quegli entusiasmi e di quelle passioni, di quegli ideali e di quelle teorie, di quegli errori e di quegli orrori, possa essere ancora salvato e riciclato, ma non sono affatto cieco su quanto c’è di irrecuperabile e perfino di dannoso e totalitario nelle idee che circolavano in quegli anni.</p>



<p>Per questo amo il Settantasette: quello stile alla Rimbaud, quell’incasinatissima Torre di Babele in cui si urlavano centinaia di lingue differenti e si bruciavano una dopo l’altra le parole nuove, quell’insistenza sulla comunicazione e sul linguaggio, quel credere con forza in un conflitto che non annullasse l’avversario, in solidarietà concrete e non astratte, in quella rete di piccoli gruppi che è rispuntata magicamente fuori trent’anni dopo, dal movimento di Porto Alegre in poi. Non eravamo più la Storia, ma una matassa di storie ingarbugliate, reali o immaginarie, perfino assurde, insieme individuali e collettive, comunque parti di quell’essere multiplo che chiamavano ‘noi’. E ci risiamo con il Noi&#8230;</p>



<p><strong>E in conclusione, la classica domanda riguardo ai progetti futuri. Stai lavorando a qualcosa di attinente al tuo ultimo romanzo o, riguardo al clima ‘quello che dovevi dire lo hai detto’?</strong></p>



<p>Purtroppo, la verità è che, ora come ora, non posso permettermi di lavorare a nulla. Con la crisi della stampa e dell’editoria, con la drastica riduzione delle vendite dei libri, con i ridotti guadagni da traduzioni e articoli, oggi (quando il lavoro c’è) devo lavorare il triplo per guadagnare la metà rispetto a qualche anno fa. Lo dico non per esporre il mio caso personale, ma perché mi sento parte di un problema più generale che riguarda tutti gli operatori della cultura in Italia, specie se freelance. E così non mi restano più né tempo né testa per lavorare ai miei progetti di scrittura. Ne ho, eccome, ma sono costretto ad accantonarli. Spero che questa situazione cambi, ma non sono per nulla ottimista.</p>
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