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	<title>politica/economia &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 11:33:11 +0000</lastBuildDate>
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	<title>politica/economia &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Tecnologia e guerra: dal nemico interno a quello esterno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/tecnologia-e-guerra-dal-nemico-interno-a-quello-esterno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:25:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal Catch and Revoke dell’ICE statunitense alle torri di sorveglianza autonoma lungo il confine con il Messico, dall’iBorderCtrl per le frontiere dell’Unione Europea al Brain-Computer Interface della guerra cognitiva: lo sviluppo tecnologico non supera la barbarie del passato ma le attribuisce nuove forme “Nel XVII e XVIII secolo, l’Anticristo sarebbe stato un Dr. Stranamore, uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dal Catch and Revoke dell’ICE statunitense alle torri di sorveglianza autonoma lungo il confine con il Messico, dall’iBorderCtrl per le frontiere dell’Unione Europea al Brain-Computer Interface della guerra cognitiva: lo sviluppo tecnologico non supera la barbarie del passato ma le attribuisce nuove forme</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Nel XVII e XVIII secolo, l’Anticristo sarebbe stato un Dr. Stranamore, uno scienziato dedito a una sorte di scienza malvagia e folle. Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare la scienza.”
Peter Thiel (1)</pre>



<p class="has-drop-cap">In un articolo pubblicato su The Washington Post nel giugno 2024 (2), Alex Karp – cofondatore e CEO di Palantir Technologies – e Nicholas W. Zamiska – responsabile degli affari istituzionali e consulente legale dell’ufficio dell’amministrazione di Palantir – paragonano l’era atomica a quella attuale dominata dall’intelligenza artificiale. Quando il 16 luglio 1945 un gruppo di scienziati e di governatori si riunì in una desolata distesa di sabbia nel deserto del New Mexico per assistere al primo test nucleare della storia dell’umanità, “J. Robert Oppenheimer rifletté sulla possibilità che questo potere distruttivo potesse in qualche modo contribuire a una pace duratura”. La speranza di Oppenheimer richiama quella di Alfred Nobel che, dopo aver visto l’utilizzo della dinamite nella fabbricazione delle bombe, dichiara: “L’unica cosa che impedirà alle nazioni di iniziare una guerra è il terrore”. Karp e Zamiska ricordano però che “l’era atomica potrebbe presto volgere al termine. Questo è il secolo del software; le guerre del futuro saranno dominate dall’intelligenza artificiale, il cui sviluppo procede a un ritmo molto più rapido rispetto a quello delle armi convenzionali”. L’accostamento tra le potenzialità dell’atomica e quelle dell’AI permette di immaginare un nuovo Progetto Manhattan volto non più a costruire una bomba ma a sviluppare un’intelligenza artificiale funzionale alla difesa&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>L’altro carcere. La detenzione femminile tra doppia trasgressione e aggravio di pena</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/laltro-carcere-la-detenzione-femminile-tra-doppia-trasgressione-e-aggravio-di-pena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9012</guid>

					<description><![CDATA[Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Caterina Cazzola</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“La presa di coscienza dell’istituzione carceraria femminile è avvenuta in un secondo momento rispetto alla nascita del carcere, quando la storiografia, la sociologia, la filosofia e gli studi di genere, anche di stampo femminista, hanno approfondito l’argomento, mostrando un vuoto: le elaborazioni teoriche sui penitenziari avevano infatti trattato come neutro ciò che in realtà neutro non era: il carcere era sempre stato genderizzato.” Così ci introduce al tema Costanza Agnella, assegnista di ricerca in Sociologia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Eppure ancora oggi, quando si parla di donne e carcere, il focus è unicamente sull’aspetto della maternità, nell’ottica di proteggere il legame madre-figlio e gli interessi del minore. Ma la donna non è certo solo questo. Cosa significa essere detenute in una struttura, di fatto, a misura maschile? Comporta un aggravio di pena per le donne? Comporta un minor accesso a corsi professionalizzanti e maggior difficoltà di reinserimento a fine pena? E come viene percepita socialmente la donna che commette un reato? Esiste tuttora una condanna morale per aver trasgredito non solo alla legge, ma al ruolo sociale di genere che la società le impone? In altre parole, il carcere finisce per essere lo specchio di una società che non è ancora riuscita a liberarsi dei fantasmi del patriarcato?</p>



<p>Con uno sguardo di insieme e un focus sul carcere della Dozza di Bologna, tra dati, report, analisi e interviste, abbiamo viaggiato all’interno dell’universo della carcerazione femminile, per cercare risposte alle nostre domande e tentare di comprendere cosa significhi oggi essere una detenuta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri</h4>



<p>Al 31 marzo 2025 (1) sono 2.703 le donne recluse nelle carceri italiane, pari al 4,3% della popolazione detenuta complessiva. Una percentuale che è rimasta sostanzialmente stabile nel corso degli ultimi decenni. Il censimento più recente che offre l’associazione Antigone, nel report <em>Senza respiro</em> del 29 maggio scorso, restituisce una fotografia altrettanto statica dei crimini femminili: la categoria maggiormente rappresentata si conferma essere quella dei reati contro il patrimonio, che alla fine del 2024 rappresenta il 29,1% (contro il 23,6% per i detenuti uomini); seguono i reati contro la persona (18,6%) e legati alla droga (14,1%), entrambi in linea con le percentuali maschili; infine i reati collegati alle armi (2,4% per le donne e 6,4% per gli uomini) e l’associazione di stampo mafioso, che pesa il 4,1% sui reati femminili e il 6,4% su quelli maschili.</p>



<p>La Relazione annuale dell’anno giudiziario 2025 (2), che riporta dati al 30 giugno 2024, aggiunge che le detenute, pur costituendo una porzione esigua sul totale delle persone carcerate, partecipano in modo significativo alle attività istruttive e lavorative che si svolgono all’interno degli istituti: 1.254 donne lavorano, quasi il 50%, con un lieve incremento di occupazione rispetto all’anno precedente. 1.025 sono alle dipendenze della stessa amministrazione penitenziaria e 229 di datori di lavoro esterni. All’interno delle carceri, quindi, lavorano più le donne che gli uomini: il 50% contro il 32,9% della popolazione carceraria complessiva.</p>



<p>Quella femminile sembrerebbe pertanto una situazione di restrizione quasi ‘privilegiata’, caratterizzata da numeri bassi, scarsa pericolosità dei reati e alto livello di professionalizzazione, teso a un più veloce reinserimento sociale. Eppure, dall’incrocio dei dati di Antigone (3) e del dossier <em>Morire di Carcere</em> di Ristretti Orizzonti (4), emerge un’altra realtà e non è rassicurante. Non è nuovo il numero allarmante di persone che si toglie la vita negli istituti di pena: 70 suicidi nel 2023, <em>almeno </em>91 nel 2024 – <em>almeno</em> perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare –, 61 tra il 1° gennaio e il 13 settembre 2025. Disaggregando i numeri per genere, Antigone evidenzia come nel 2023 il tasso di suicidi femminili sia sensibilmente superiore a quello maschile: il primo si attesta a 16 casi ogni 10.000 persone, il secondo a 11,8. In aggiunta, il 63,8% delle donne fa regolarmente uso di psicofarmaci, contro 41,6% degli uomini. Spicca anche il dato relativo agli atti di autolesionismo: 31 ogni 100 donne, più del doppio dei 15 ogni 100 registrati tra i detenuti uomini. Tutti numeri rimasti stabili e che indicano  livelli elevati di tensione e malessere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La questione di genere</h4>



<p>È evidente allora che a dispetto di generiche statistiche, per le donne il carcere sia particolarmente più gravoso da un punto di vista psicologico. Viene dunque da chiedersi se la differenza di genere, accanto alle ovvie diversità dovute a fattori biologici, dovrebbe imporre alla detenzione femminile un’altra strutturazione rispetto alla carcerazione maschile&#8230;</p>



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		<item>
		<title>Inchiesta HPoint. Tra prestanome negati e viaggi alle Canarie</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-tra-prestanome-negati-e-viaggi-alle-canarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 15:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[hpoint-hogroup]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
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					<description><![CDATA[La versione di Attardo e Borriello: non siamo spariti, abbiamo pagato tutte le retribuzioni e non abbiamo venduto a prestanome. Mentre spuntano una società alle Canarie e vecchi viaggi a Fuerteventura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Giovanna Cracco e Alessandro Rettori</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>



<li><em>(pubblicato online il 9 aprile 2025)</em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La versione di Attardo e Borriello: non siamo spariti, abbiamo pagato tutte le retribuzioni e non abbiamo venduto a prestanome. Mentre spuntano una società alle Canarie e vecchi viaggi a Fuerteventura</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Milioni di debiti e procedure fallimentari aperte: qui ci eravamo lasciati nell’ultima puntata della nostra inchiesta sulle società di hotel outsourcing facenti capo ad HPoint scarl – Ho Group, BMA Team, AMB Group e MBA Jobs – degli ex proprietari Attardo, Borriello e Monteleone. <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bilanci a dir poco ‘curiosi’, come abbiamo analizzato in merito a Ho Group</a>, la società fulcro, e una gestione societaria che negli anni ha scaricato sullo Stato debiti IVA e Irpef/Inps dipendenti, che uniti al mancato pagamento di retribuzioni e TFR hanno portato al fallimento per BMA Team a febbraio 2021, e alla liquidazione coatta amministrativa – iter coordinato dal Ministero dello Sviluppo Economico – per Ho Group, AMB Group e MBA Jobs rispettivamente a marzo, giugno e settembre 2021; stessa sorte per la consortile HPoint a marzo 2022. Dunque, nessuna impresa si è salvata.</p>



<p>Come abbiamo ricostruito nell’inchiesta, pochi mesi prima dell’apertura delle procedure fallimentari, il 24 luglio 2020, <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A, B e M vendono il gruppo HPoint a tre (presunti) prestanome</a> – due signore straniere ultrasettantenni (Djambasova e Debout) e il signor Anceschi, un uomo di quasi novant’anni. Nello stesso periodo – e dopo una comunicazione di affitto di ramo d’azienda, inviata il 30 luglio da Borriello a clienti e fornitori, <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">categoricamente smentita dalla stessa impresa coinvolta</a> – tutti i contratti di appalto in essere con <a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gli hotel vengono ceduti a due società che non hanno alcun legame con i nuovi proprietari Anceschi&amp;C</a>; contestualmente, Attardo e Borriello continuano a lavorare con gli alberghi in nome di queste due aziende, in ruoli che appaiono confusi, a metà strada, diciamo così, tra l’essere rispettivamente direttore operativo e commerciale e il curare unicamente il passaggio di consegne. Quindi, ricapitolando, da una parte abbiamo la vendita della galassia HPoint a ultrasettantenni e dall’altra la cessione a due imprese degli appalti con gli hotel, con A e B che ne curano ancora i dettagli operativi e commerciali. Gli ultrasettantenni dunque, che noi identifichiamo come (presunti!) prestanome, si ritrovano per le mani cinque aziende sommerse da milioni di debiti pregressi e senza più appalti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La versione di Attardo e Borriello</h4>



<p>A gennaio scorso siamo riusciti a contattare Attardo e Borriello – non abbiamo raggiunto Monteleone, che non ha mai risposto alle nostre chiamate – domandando spiegazioni sull’intera vicenda.</p>



<p>Come prima cosa entrambi hanno negato di essere spariti davanti ai dipendenti e ai sindacati – anche se nel 2020 tutte le fonti ci hanno detto il contrario, come riportato nei precedenti articoli – e hanno dichiarato di aver sempre pagato le retribuzioni: “Tutti i dipendenti a luglio 2020 sono stati pagati, compresa la parte contributiva” ha affermato Borriello, per poi puntualizzare: “Fatta eccezione le persone per le quali nei 15 giorni della cessione probabilmente qualcosa è sfuggito”.</p>



<p>In seconda battuta, entrambi negano che Anceschi&amp;C fossero dei prestanome. “Degli advisor ci hanno proposto di vendere le società” afferma Borriello, “abbiamo venduto a persone che hanno presentato un piano industriale, che era interessante per la continuità”. Quale piano industriale potessero avere due over 70 e un over 80, con cinque società di hotel outsourcing prive di appalti con gli hotel (!), non è dato sapere. Quel che si sa, è che dopo pochi mesi, a partire da febbraio 2021, tutte le società sono andate in fallimento o liquidazione coatta amministrativa. “Quel che è successo dopo la vendita non ci riguarda”, chiosa Borriello; “Dopo aver venduto non ho più seguito la faccenda, e ciò che hanno fatto dopo la vendita non lo so” ribadisce Attardo. Eppure, tra settembre e dicembre 2020 entrambi lavoravano ancora negli appalti degli hotel: ignari di tutto?</p>



<p>Di certo, come ci aveva spiegato <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’avvocato fallimentare da noi contattato</a>, la responsabilità è di chi commette le azioni, indipendentemente dal fatto che le società falliscano in capo ad altri soggetti – ossia Anceschi&amp;C. E qualche responsabilità ha iniziato a bussare alle porte di Attardo e Borriello. “Ci sono situazioni che sono quasi in fase di chiusura, dove siamo stati condannati e abbiamo pagato” dichiara Attardo. Si tratta di BMA, la società fallita presso il tribunale di Milano – una società minore, con un fatturato sotto il milione di euro – che prima della vendita agli over 70 apparteneva al 100% a Borriello, con Attardo nel ruolo di amministratore unico. “Abbiamo trovato un accordo di natura economica con il tribunale e il curatore fallimentare”, ribadisce Attardo. Anche Borriello conferma – “Sto pagando per BMA” – e dichiara di essere all’oscuro delle procedure di liquidazione coatta amministrativa aperte per le altre quattro società: “Sto pagando l’avvocato per delle cause aperte da dipendenti, ma di LCA non sono a conoscenza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tra vecchie società&#8230;</h4>



<p>A inizio 2022, dunque, le uniche società di cui Attardo, Borriello e Monteleone risultano ancora comproprietari sono Semplice Service srl e Zeus System srl. La prima è un’impresa di noleggio e lavanderia di biancheria per hotel, messa in liquidazione volontaria a marzo 2022; la seconda, Zeus System, è una società di consulenza informatica che, negli anni di attività del consorzio HPoint, forniva al gruppo un software di gestione. Oggi è ancora attiva “ma non è operativa, la teniamo nel caso ci fosse una richiesta di mercato” afferma Borriello, “anche se in realtà il software è bloccato dal punto di vista di release e quindi non serve più a niente”. Altre società riconducibili congiuntamente ad A, B e M non ci sono. Quantomeno entro confine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">… e corrispondenze all’estero</h4>



<p>Puerto del Rosario, calle Alcalde Alonso Patallo, civico 1. In una via a trecento metri dal mare, nel capoluogo di Fuerteventura, la seconda isola delle Canarie, si trova la sede di Checking Room Solutions Sociedad Limitada, un’azienda di consulenza informatica che offre, alle imprese che lavorano nel mondo alberghiero, un applicativo di interfaccia con gli hotel e per la rendicontazione dell’attività del personale. Fondata nel luglio 2015, l’azienda basava la propria attività su un accordo commerciale con RoomChecking, impresa francese proprietaria del software. Come ci ha confermato Jonathan Weizman, attuale CEO di RoomChecking, per gli anni 2016-2018 le due società hanno sottoscritto un contratto di distribuzione in esclusiva per il mercato di Spagna, Italia e Dubai, con “alcuni clienti italiani gestiti da HPoint, un’azienda specializzata in pulizie”. La <em>nostra</em> HPoint.</p>



<p>Socio e amministratore unico di Checking Room Solutions è infatti Marc Antoine Castellano, cognato di Monteleone, e dal 1° marzo 2016 Attardo e Borriello figurano nell’impresa spagnola in qualità di “apoderado solidario”, ruolo che riconosce a entrambi una delega alla firma per operare in nome e per conto della società, pur non essendone soci o amministratori. “Tra Checking Room e HPoint c’era un accordo di rappresentanza esclusivo per l’Italia” spiega Borriello, “e personalmente mi occupavo della parte commerciale, di proporre il software agli hotel con cui avevamo contratti di appalto. Checking Room fatturava a HPoint un canone mensile e HPoint fatturava a sua volta un’attività di servizio all’hotel, tant’è che nelle fatture figurava la voce Checking Room”. Attardo conferma che si occupava dello sviluppo del programma, seguendo la parte tecnica. “Avevamo pensato di collaborare su un software che mancava alle loro imprese in Italia”, ci ha ribadito Castellano, “e abbiamo fatto un accordo lavorativo temporaneo, circa un paio d’anni, perché poi la cosa non ha funzionato”. Al Registro delle Imprese spagnolo, a novembre 2024 Attardo e Borriello risultano ancora ricoprire quel ruolo, anche se tutti, Attardo, Borriello e Castellano, ci hanno detto che la collaborazione si è conclusa da anni.</p>



<p>Tra il 2015 e il 2017 A, B e M si recano di persona alle Canarie, non è chiaro quante volte ma almeno due. “La prima è stata poco dopo la costituzione della società, quando ci è stato presentato il progetto, non ricordo se nel 2016 o a cavallo tra 2015 e 2016”, racconta Borriello, “abbiamo fatto la formazione per conoscere il software e siglato una sorta di pre-accordo, poi finalizzato per via telematica. La seconda è stata dopo circa otto mesi, nell’anno successivo, per un aggiornamento su alcuni nuovi sistemi che erano stati implementati”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Viaggio a quattro?</h4>



<p>Più fonti ci hanno riferito che in quello stesso periodo, probabilmente nel 2017, Saverio Colaianni – all’epoca socio dei tre in Hotel Plus, un’altra società che operava nel settore – ha accompagnato A, B e M alle Canarie. “È stata una delle prime volte”, conferma Borriello, “abbiamo fatto anche un consiglio di amministrazione di Hotel Plus perché decidemmo le strategie. Ricordo questo particolare, che siamo andati per fare questo accordo commerciale, e in quell’occasione c’è stato un incontro di presentazione del software di Checking Room. Poi qualcuno li chiama CdA, qualcun altro li chiama quattro soci che si mettono a parlare di un progetto, chiamiamoli incontri tecnico-pratici per cambiare le strategie di mercato. Colaianni continuava a fare il procacciatore di affari indipendente per noi e per altre società nel mondo del cleaning di Milano, era un manager che godeva della nostra fiducia. Gli abbiamo detto: «Questo è il modello che vogliamo portare in Italia, se ce lo proponi in tutti gli alberghi che conosci prendi la provvigione»”.</p>



<p>Le nostre fonti, però, ci hanno riferito che lo scopo del viaggio era quello di saldare un debito che A, B e M avevano nei confronti di Colaianni, per l’attività svolta da quest’ultimo in Hotel Plus. “Assolutamente no” dichiarano sia Borriello che Attardo, e anche Castellano afferma di sapere nulla di trasferimenti di contanti tra Milano e le Canarie. “Secondo lei devo andare alle Canarie per dare contanti in nero?” aggiunge Borriello, “li potrei dare anche a Quarto Oggiaro se li avessi, se vuole le dico anche come si fa a darli con la carta di credito. Ma non l’ho fatto”. Colaianni ha però intentato una causa contro gli ex soci, proprio per del denaro che riteneva gli fosse ancora dovuto: “C’è stata una causa perché lui ci ha chiesto dei soldi, sì, ma otto mesi dopo il nostro viaggio. Motivo per cui abbiamo smesso di collaborare”, dice Borriello, “e in ogni caso poi abbiamo trovato un accordo”. Abbiamo ovviamente cercato, più volte, di contattare anche Colaianni, che si è sempre rifiutato di rispondere; giusto a febbraio 2025 ci ha rilasciato un breve commento: “Vi dico solo che non sono mai stato alle Canarie”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quale versione?</h4>



<p>Mentre le procedure fallimentari seguono il loro (lento) corso, relazionandosi con i (presunti) prestanome ultrasettantenni, e Attardo, Borriello e Monteleone proseguono nel proprio, solo il futuro e i liquidatori delle società ci diranno se le due strade si intersecheranno, se i tre ex soci saranno coinvolti nelle pratiche che devono dipanare la matassa di milioni di debiti, e se saranno chiamati a rispondere di qualche scelta aziendale. Per ora possiamo solo continuare a seguire i fili di un’inchiesta aperta a novembre 2020, con la manifestazione di lavoratrici che da un giorno all’altro si sono trovate travolte da cessioni aziendali, cambi appalto, senza lavoro e senza sapere nemmeno a quale porta andare a bussare. E porci, inevitabilmente, una domanda: Borriello o Colaianni, quale delle due versioni corrisponde al vero? Quello che sappiamo, è che Borriello non è il solo ad averci riferito di un viaggio di Colaianni alle Canarie; quello che non capiamo, è perché Colaianni lo neghi. Che senso ha negare un viaggio d’affari durante il quale si è solo parlato di software e di strategie di mercato?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Gli aggiornamenti dell&#8217;inchiesta</h4>



<p><em>25 novembre 2020: <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Milano, hotel Gallia: chi c&#8217;è dietro gli appalti?</a></em></p>



<p><em>30 dicembre 2020: <a href="https://rivistapaginauno.it/non-si-puo-cambiare-appalto-ogni-quattro-mesi-hotel-gallia-e-ho-group-keep-up-il-lavoro-ai-tempi-delloutsourcing/" data-type="post" data-id="7559" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Gallia toglie l&#8217;appalto a X*</a></em></p>



<p><em>28 gennaio 2021:</em> <em><a href="https://rivistapaginauno.it/hpoint-keep-up-venus-coop-appalti-debiti-prestanome-come-sparisco-senza-sparire/" data-type="post" data-id="7566" target="_blank" rel="noreferrer noopener">HPoint/X*/Venus: coop, appalti, debiti, prestanome. Come sparisco senza sparire</a></em></p>



<p><em>13 marzo 2021: <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-sempre-piu-difficile-avere-i-soldi-si-sommano-le-cause-dei-lavoratori/" data-type="post" data-id="4649" target="_blank">Galassia HPoint. Sempre più difficile avere i soldi: si sommano le cause dei lavoratori</a></em></p>



<p><em>27 luglio 2021: <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-venus-non-ce-stato-affitto-di-ramo-dazienda/" data-type="post" data-id="5056" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Venus: &#8220;Non c&#8217;è stato affitto di ramo d&#8217;azienda&#8221;</a></em></p>



<p><em>5 agosto 2021: <a href="https://rivistapaginauno.it/galassia-hpoint-come-fallisco-senza-fallire/" data-type="post" data-id="5093" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Galassia HPoint: come fallisco senza fallire</a></em></p>



<p><em>9 aprile 2025: <a href="https://rivistapaginauno.it/inchiesta-hpoint-tra-prestanome-negati-e-viaggi-alle-canarie/" data-type="post" data-id="8687" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Inchiesta HPoint. Tra prestanome negati e viaggi alle Canarie</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Carne coltivata o cibo di Marte</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/carne-coltivata-o-cibo-di-marte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8580</guid>

					<description><![CDATA[Benessere animale, sicurezza alimentare e ridotto impatto ambientale sono i temi con cui viene promossa la carne coltivata: non è così. Quali sono i reali interessi, quale l’approccio tecnologico e chi finanzia la ricerca di un cibo destinato ai ricchi e ai viaggi spaziali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Benessere animale, sicurezza alimentare e ridotto impatto ambientale sono i temi con cui viene promossa la carne coltivata: non è così. Quali sono i reali interessi, quale l’approccio tecnologico e chi finanzia la ricerca di un cibo destinato ai ricchi e ai viaggi spaziali</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La macchina ha trasformato ciò che c’è di più immediato per l’uomo, la sua casa, il suo mobilio, il suo nutrimento.”<br>Jacques Ellul, <em>La tecnica rischio del secolo</em></pre>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della carne</h4>



<p>Nella città-prefettura di Ezhou in Cina svetta un grattacielo di 26 piani conosciuto come “pig palace” (1). Si tratta del più grande allevamento di maiali al mondo che, al pieno della sua capacità, può mandare al macello fino a 1,2 milioni di suini l’anno. Questi maiali occupano le fila degli oltre 80 miliardi di animali uccisi annualmente per la produzione di carne, escludendo quelli morti durante il processo di allevamento (2). Tali numeri sono presto spiegati dai dati circa il consumo di carne pro capite pari, nel 2022, a 70,57 kg in Cina, 122,8 kg negli Stati Uniti, 73,58 kg in Italia (3); quantità destinate a crescere. Secondo la FAO (4), infatti, in vista dell’aumento della popolazione mondiale (5), la produzione annuale di carne dovrà crescere di oltre 200 milioni di tonnellate, per raggiungere i 470 milioni di tonnellate.</p>



<p>Tutto ciò si traduce anche in consumo di suolo e inquinamento. Il 70% del terreno agricolo è occupato da animali da allevamento o da colture destinate a foraggiare gli animali, come quelle del mais e della soia, i principali ingredienti dei mangimi. A livello mondiale, il Brasile rappresenta uno dei massimi fornitori di soia, un primato che ha fatto sì che per favorire la monocoltura del legume sia stato devastato il Cerrado (situato nell’altopiano del Brasile), considerato la savana con la più alta biodiversità al mondo (6). Spostando lo sguardo sul nostro territorio, è l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) a dichiarare che gli allevamenti intensivi sono la causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca in Italia e la seconda fonte di polveri sottili nel Paese (7).</p>



<p>Questo scenario ci mette davanti al rischio reale di non poter più seguire gli attuali standard di produzione e consumo di prodotti di origine animale, possibilità rispetto alla quale è stata presentata una soluzione: la carne coltivata in laboratorio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove il piatto è servito</h4>



<p>È il 1931 quando Winston Churchill in un saggio breve intitolato <em>Fifty Years Hence,</em> pubblicato sulla rivista <em>Strand Magazine,</em> immagina un mondo in cui si faranno crescere solo le parti commestibili di un animale in ambienti speciali e paventa l’idea di nuovi cibi: “Sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero per mangiare il petto o l’ala, coltivando queste parti separatamente in un mezzo adatto. In futuro, naturalmente, useremo anche cibo sintetico. [&#8230;] I nuovi cibi saranno fin dall’inizio praticamente indistinguibili dai prodotti naturali e qualsiasi cambiamento sarà così graduale da sfuggire all’osservazione” (8). Le parole di Churchill sembrano anticipare quello che avviene nel 2013 quando Mark Post, ingegnere olandese dell’Università di Maastricht, presenta alla stampa il primo hamburger ottenuto dalle cellule staminali di una mucca: 250.000 euro il prezzo stimato, cifra che teneva conto dei costi degli esperimenti e dell’uso delle strumentazioni (9).</p>



<p>Ma cosa s’intende per carne coltivata?&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 90</a></p>



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		<title>EuroItalia: il lusso in appalto</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/euroitalia-il-lusso-in-appalto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7805</guid>

					<description><![CDATA[Da una parte 600 milioni di fatturato e oltre 100 milioni di utile e dall’altra cooperative che sommano debiti tributari e contributivi e lavoratrici che fanno continuamente i conti con bassi salari, mancanze retributive e accordi tombali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" data-type="post" data-id="7824" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio &#8211; settembre 2024)</a></em></li>



<li><em>(pubblicato online il 9 luglio 2024)</em></li>



<li><strong>aggiornamento del 25 ottobre 2024: </strong><a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-cosmeta-cambia-appalto-e-le-coop-non-pagano-lo-stipendio-alle-lavoratrici/" data-type="post" data-id="8365" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cosmeta cambia appalto e le coop non pagano lo stipendio alle lavoratrici</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Da una parte 600 milioni di fatturato e oltre 100 milioni di utile e dall’altra cooperative che sommano debiti tributari e contributivi e lavoratrici che fanno continuamente i conti con bassi salari, mancanze retributive e accordi tombali</em></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“EuroItalia condivide con Brunello Cucinelli l’attenzione all’eccellenza, alla qualità, al dettaglio, all’innovazione, alla creatività”. Giovanni Sgariboldi è il proprietario di EuroItalia srl, colosso italiano della cosmetica specializzato nell’ideazione, produzione e distribuzione di profumi per brand di lusso, sia in licenza che di proprietà. A marzo 2023 è al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, a presentare le nuove fragranze del ‘re del cashmere’: “La conoscenza del mercato e dell’alta tecnologia utilizzata nel nostro settore specifico,” continua, “ci hanno permesso di trasferire la moda e il design di Brunello Cucinelli in queste creazioni olfattive di lusso” (1).</p>



<p>EuroItalia conta circa settanta dipendenti, ma il grosso della manodopera che rende possibile la commercializzazione di queste <em>creazioni olfattive di lusso</em> sta altrove. La produzione e le fasi di riempimento e confezionamento dei suoi profumi sono affidate da oltre vent’anni a Cosmeta srl, azienda chimica conto terzi di San Giuliano Milanese con una trentina di dipendenti a carico, che a sua volta esternalizza tramite appalto il servizio di riempimento e confezionamento a quattro cooperative, che sommano circa 150 lavoratrici assunte con contratto multiservizi-pulizia. Da queste parti, del lusso, non c’è neanche il sentore: contratto collettivo non corrispondente al comparto produttivo, salario al ribasso, ore di lavoro e malattia non pagate, rischi per la sicurezza. Non solo. Come vedremo, l’esternalizzazione è il modus operandi di Cosmeta fin dalla nascita, con cooperative che aprono e chiudono sommerse da debiti tributari e contributivi, trasferendo forzatamente le lavoratrici da una società all’altra previa la sottoscrizione di ‘accordi’ tombali per la rinuncia a eventuali crediti insoddisfatti; un’instabilità costante che Giancarlo De Bernardi, consigliere delegato di Cosmeta da noi contattato, dichiara di ignorare. Un sistema che garantisce alla committente Cosmeta un costo al ribasso per la manodopera, a cui non può dirsi estraneo il signor Sgariboldi: non solo perché, grazie a questo sistema, Cosmeta può vendere il proprio servizio a EuroItalia a prezzi inferiori, ma anche perché dal 2018 Sgariboldi stesso è socio di maggioranza di Cosmeta. Di fatto, dunque, appaltando alle cooperative, Sgariboldi acquista da se stesso a tariffe competitive.</p>



<p>Brunello Cucinelli, Versace, Michael Kors, Moschino, Missoni, Dsquared2. Qui nascono le fragranze delle griffe che arricchiscono il portafoglio licenze dell’azienda brianzola, a cui si aggiungono i brand di proprietà I Coloniali, Atkinsons e Reporter (2). Andiamo alla scoperta della loro essenza. Benvenuti in EuroItalia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aroma di ricchezza</h4>



<p>Giovanni Sgariboldi fonda EuroItalia nel 1978. L’azienda cosmetica – che ha la sede principale a Cavenago di Brianza, oltre a una secondaria nel Regno Unito – nel corso degli oltre quarant’anni di storia ha conquistato una posizione di spicco sul mercato internazionale del settore, con un export che oggi raggiunge 140 Paesi e il 97% del fatturato. La distribuzione dei profumi avviene, per l’estero, anche tramite le controllate EuroItalia Suisse – registrata nel 2018 – ed EuroItalia USA – nata nel 2020 –, oltre a EuroItalia Trading Shanghai, costituita nel 2023 per la vendita sulle piattaforme on-line cinesi.</p>



<p>In continua espansione, l’impresa brianzola ha concluso il 2022 – come si evince dall’ultimo bilancio depositato al momento della stesura dell’articolo – con un fatturato di 557 milioni di euro, in crescita del 30% rispetto all’anno precedente, e 106 milioni di utile netto. Stiamo parlando di un vero e proprio colosso, con margini di profitto costanti che di anno in anno vengono portati a capitale, fino a registrare un patrimonio netto di 590 milioni; un’azienda che non ha problemi di liquidità, che ha chiuso il 2022 con quasi 497 milioni depositati in banca – e non si tratta di un’eccezione, visto che a fine 2021 sui conti bancari vi erano 494 milioni. Un’impresa estremamente solida, quindi, e particolarmente redditizia per il socio unico Sgariboldi, che nel 2022 si è staccato un dividendo da 50 milioni di euro.</p>



<p>Un tale margine operativo è certamente dovuto al settore in cui opera EuroItalia, agli elevati prezzi di vendita che il mercato dei brand di lusso è in grado di registrare, ma anche, inevitabilmente, alla ricerca del contenimento dei costi di produzione tipica di ogni azienda. Un obiettivo raggiunto anche grazie alla ventennale sinergia con Cosmeta e al sistema di appalto a cooperative di cui quest’ultima si avvale, e di cui vedremo i dettagli. Sinergia che è diventata ancora più stretta a partire da novembre 2017, quando la società inglese Margo &amp; Hibert limited – che dal 2002 controllava il 75% di Cosmeta – passa nelle mani di Sgariboldi, il quale a settembre 2018 ne rileva personalmente le quote diventando proprietario del 75% di Cosmeta.</p>



<p>E l’impronta di Sgariboldi si vede. Come EuroItalia, anche Cosmeta è un’impresa particolarmente solida e redditizia, costantemente in attivo, anche se l’ultimo bilancio presenta un’importante flessione del profitto: negli anni 2021, 2022 e 2023 ha registrato utili – portati, anche qui, a capitale – rispettivamente di 755 mila, 705 mila e 120 mila euro, su un fatturato che ha oscillato tra i 9 e i 10 milioni, registrando a fine 2023 un patrimonio netto di quasi 3,5 milioni.</p>



<p>Lavorando conto terzi, a fronte di un ricavo determinato quasi interamente dal contratto con EuroItalia – che costituisce, per il 2023, il 99% del fatturato – un’azienda come Cosmeta ha un’attenzione costante all’abbassamento dei costi per potersi garantire un margine di profitto. Ma se quello di impianti e macchinari è difficilmente riducibile, rimane una via vecchia come il capitalismo per ovviare al problema: intervenire sul costo dei lavoratori. Un consorzio di cooperative può essere la soluzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cosmeta &amp; coop</h4>



<p>Cosmeta nasce nel 1994 per mano di Lorenzo Pio Cecchin e Giancarlo De Bernardi. Fin dagli esordi concentra la propria attività su produzione, riempimento e confezionamento di profumi conto terzi per Euroitalia: la fase di produzione è sempre stata, ed è tuttora, gestita internamente, riempimento e confezionamento sono state esternalizzate. Risalire nel dettaglio di due decenni di esternalizzazione non è semplice, alcuni dati si perdono nel tempo e si fatica a recuperarli. Ma un po’ di informazioni siamo riusciti a metterle in fila e ciò che le lega è, come anticipato, lo schema coop-debiti-liquidazione-nuova coop, oltre a una rete di nomi che si tengono fra loro. Sul lato cooperative ne abbiamo ben nove, di cui quattro attualmente in attività: Linea Due (anni 1996-1998), Conter (2004-oggi), 3B Service (2008-2011), Trebi Service (2011-2013), C &amp; G (2013-2018), Production Line (2018-2020), Rexi (2019-oggi), Perfumes Service (2019-oggi) e Lander (2019-oggi). Mentre i nominativi ricorrenti – la maggior parte collegati da parentela – sono Gaetanino Sozzi, Paolo Lascari e la figlia Caterina, le sorelle Margherita e Teresa Rubino – quest’ultima ex moglie di Paolo Lascari e madre di Caterina Lascari – e infine Mauro Cecchin, figlio di Lorenzo Pio socio di Cosmeta. Proviamo ad andare con ordine, tenendo sott’occhio la mappa.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1000" height="707" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa.jpg" alt="" class="wp-image-7808" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa.jpg 1000w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-300x212.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-768x543.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-600x424.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-120x86.jpg 120w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/EuroItalia-mappa-750x530.jpg 750w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copyright Paginauno. Fonte: Registro imprese. Legenda. pCdA: presidente Consiglio di Amministrazione; cons: consigliere; liq: liquidatore.</figcaption></figure>
</div>


<p>Nei primi tempi Cosmeta gestisce la fase di riempimento con una decina di addette alle sue dirette dipendenze, mentre si appoggia a una coop – Linea Due, di Luigia Mariani – per il reparto confezionamento e come supporto al riempimento. Creata nel 1996, Linea Due viene messa in liquidazione a fine 1998.</p>



<p>Tra il 1999 e il 2004 non siamo riusciti a trovare dati. Nel 2004 compare la cooperativa Conter, con presidente del Consiglio di Amministrazione (CdA) Gaetanino Sozzi, già consigliere in Linea Due e braccio destro della signora Mariani, che come la precedente coop si occupa della fase di confezionamento, iniziando una lunga collaborazione in corso ancora oggi. Al di fuori delle poche dipendenti dirette, assunte con contratto collettivo chimico-farmaceutico, le lavoratrici delle coop, pur svolgendo la medesima mansione, sono assunte dalle cooperative con il multiservizi-pulizia, peggiorativo a livello economico.</p>



<p>Nel 2008 arriva in stabilimento 3B Service, con amministratore unico Paolo Lascari e Margherita Rubino nel Consiglio di Amministrazione: mentre il confezionamento rimane appannaggio di Conter e il riempimento resta sotto Cosmeta, 3B Service assume il ruolo di ‘jolly’ e le sue lavoratrici vengono distribuite tra i due reparti, a seconda della necessità. Dopo soli tre anni viene sostituita da una nuova cooperativa – Trebi Service, un curioso caso di assonanza – e nel 2013 viene messa in liquidazione.</p>



<p>Trebi Service nasce dunque nel 2011, con amministratrice unica la stessa Margherita Rubino, e assorbe le lavoratrici di 3B Service: tempo due anni e per ragioni di bilancio – vedremo i dettagli dei debiti tributari e contributivi accumulati nel periodo di attività – anche questa cooperativa lascia il posto a quella seguente.</p>



<p>A novembre 2013 il ruolo ‘jolly’ passa infatti a C &amp; G, con amministratrice unica Teresa Rubino, sorella di Margherita, che eredita da Trebi anche le lavoratrici. Passano meno di cinque anni e nel 2018 anche C &amp; G viene chiusa e messa in liquidazione volontaria – con liquidatrice Margherita – e sostituita da Production Line, che vede tra i membri del CdA Teresa Rubino e la figlia Caterina Lascari.</p>



<p>Come abbiamo visto, il 2018 non è però soltanto l’anno in cui decine di lavoratrici si trovano a dover fare i conti con l’ennesimo licenziamento e passaggio in una nuova coop. È una data rilevante anche per Cosmeta, che cementa ulteriormente il rapporto con EuroItalia: in meno di un anno, tra novembre 2017 e settembre 2018, Sgariboldi diventa proprietario prima della controllante Margo &amp; Hibert e poi direttamente del 75% di Cosmeta – con il restante 25% suddiviso tra i due soci fondatori. Appena qualche mese dopo l’ingresso di Sgariboldi nella società anglosassone, lo schema di appalto alle cooperative assume una configurazione più strutturata. A gennaio 2018 viene creata Project scarl, società consortile che diventa la titolare del contratto d’appalto con Cosmeta e la coordinatrice dell’attività in subappalto delle coop, che rimangono le fornitrici di manodopera. Al momento della sua costituzione, le quote di Project – che ha Paolo Lascari e Gaetanino Sozzi nel CdA – vengono suddivise tra Conter e Production Line.</p>



<p>Ma la scarl non è l’unica novità. Viene alleggerito anche il numero di dipendenti di Cosmeta: con presidente Mauro Cecchin – figlio del socio di Sgariboldi in Cosmeta, Lorenzo Pio – a febbraio 2019 viene creata la cooperativa Lander, nella quale sono fatte confluire le dodici addette al riempimento. Le lavoratrici vengono licenziate da Cosmeta e spinte a sottoscrivere un accordo tombale di conciliazione, con rinuncia a qualsivoglia pretesa riguardo agli anni passati, come condizione per essere assunte dalla nuova cooperativa di Cecchin – ci risulta comunque che Cosmeta abbia regolarmente pagato ogni spettanza pregressa, TFR compreso. Prese dal panico e minacciate di essere lasciate senza lavoro, quasi tutte firmano. “Hanno dato loro 300 euro lordi di buonuscita”, racconta Luca Esestime, sindacalista Si Cobas a cui si è rivolto un gruppo di otto lavoratrici delle quattro coop, “ma poi ne hanno dovuti versare 100 come quota associativa, perché tecnicamente sono socie.” Una mossa che permette alla società di Sgariboldi di abbassare ulteriormente il costo della manodopera, con anche le nuove dipendenti di Lander che dal CCNL chimico-farmaceutico si ritrovano con il multiservizi-pulizia: “Se prima arrivavano anche a 1.600 euro al mese”, continua Esestime, “ora ne prendono circa 1.200.” Si aggiunge anche la deresponsabilizzazione nella gestione del personale: versamento dei contributi, pagamento della malattia, rischio di infortuni sul lavoro, permessi, ferie, maternità, licenziamenti diventano infatti onere delle cooperative.</p>



<p>Da noi contattata nella persona del consigliere delegato Giancarlo De Bernardi, Cosmeta sostiene che la scelta di esternalizzare anche la decina di lavoratrici addette al riempimento è dipesa da diversi fattori, tra i quali è pesata soprattutto la questione economica: “La fase di riempimento non era più il nostro mestiere, e la cessione dell’attività è avvenuta in seguito a un’assemblea con il sindacato (ai tempi CGIL, <em>n.d.r.</em>) ed è stata approvata. Le lavoratrici che erano sotto Cosmeta le abbiamo tenute finché ce l’abbiamo fatta, ma non riuscivamo a sostenere quei costi. Per di più le altre lavoratrici assunte dalle cooperative, che lavoravano nello stesso reparto, cominciavano a chiedere che anche a loro venisse applicato il contratto del chimico, ma non potevamo reggere quel costo”. Nonostante i numeri positivi riportati a bilancio anno dopo anno, De Bernardi dichiara che la decisione è stata dettata dalla logica implacabile del mercato: “Le aziende del settore, concorrenti di Cosmeta, utilizzano tutte cooperative che hanno il multiservizi; se applico il chimico, poi devo ritrovarmi io con un’azienda che chiude in perdita? Se Cosmeta, a fatica, si è permessa di essere un’azienda solida, è perché ha usato questa politica, ma di certo non a scapito dei lavoratori”.</p>



<p>Ad aprile dello stesso anno Lander va ad aggiungersi a Conter e Production Line come controllante di Project scarl, la cui compagine societaria muta ulteriormente due anni più tardi.</p>



<p>Infatti, come le precedenti coop ‘jolly’, anche Production Line accumula debiti tali per cui nel 2020 viene messa in liquidazione, affidata ancora a Margherita Rubino nel ruolo di liquidatrice. Per prendere il suo posto a fine 2019 vengono costituite altre due coop, che nel 2021, appunto, la sostituiscono anche in Project scarl: Rexi, con Paolo Lascari presidente CdA e Margherita Rubino consigliera, e Perfumes Service, dove Teresa Rubino è presidente e Caterina Lascari compare nel Consiglio di Amministrazione. Anche in questo caso le lavoratrici vengono forzate a firmare un tombale, pena la perdita del posto di lavoro: “Secondo noi è stata una forma di estorsione”, ricorda Esestime, “e tra l’altro andava contro l’unica cosa buona del multiservizi-pulizia, che prevede una clausola sociale secondo la quale con un cambio di appalto tutte le lavoratrici devono passare alle stesse condizioni normative nella nuova società, senza alcun tombale”.</p>



<p>Conter di Sozzi per il confezionamento, Lander di Cecchin al riempimento, Rexi e Perfumes Service dell’accoppiata Rubino-Lascari nel ruolo di ‘jolly’: questa l’attuale distribuzione delle coop in appalto presso Cosmeta, che a oggi conta giusto una trentina di dipendenti tra uffici amministrativi, controllo qualità, reparto macerazione/produzione e meccanici macchinari, contro le circa 150 lavoratrici delle quattro cooperative.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Odore di sfruttamento</h4>



<p>Come abbiamo detto, l’ingresso di Sgariboldi in Cosmeta ha temporalmente coinciso con la costituzione di Project scarl, la consortile che si pone come ‘intermediario’ tra Cosmeta e le coop e diventa l’unica titolare del contratto di appalto. Una mossa che permette quindi di staccare Cosmeta dalle cooperative, responsabili nel corso degli anni di una gestione fiscale che le espone al rischio – concretizzatosi, vedremo, per due società – di ispezioni ministeriali e alla dichiarazione dello stato di insolvenza; al contrario, la consortile non accumula debiti e consente così a Cosmeta di mantenere ‘pulito’ l’appalto.</p>



<p>La gestione fiscale delle cooperative non è però l’unico aspetto a presentare delle problematiche. Prima di ripercorrerla attraverso i bilanci, partiamo dalla situazione attuale in stabilimento.</p>



<p>È di inizio marzo 2024 l’apertura di uno stato di agitazione e di sciopero da parte delle lavoratrici delle coop iscritte Si Cobas. Rivendicano, prima di tutto, l’assunzione con il contratto chimico-farmaceutico corrispondente al comparto produttivo, in sostituzione dell’attuale multiservizi-pulizia. Denunciano inoltre mancanze retributive e la violazione delle norme sulla sicurezza. Uno dei problemi principali, si evince dalla rivendicazione sindacale, è il mancato pagamento della malattia, istituto che per legge deve essere corrisposto al 100% dal datore di lavoro per la carenza dei primi tre giorni, con una corresponsione a carico INPS e un’integrazione dell’azienda per i giorni seguenti. Al momento della sindacalizzazione delle lavoratrici, le cooperative non pagavano né la carenza né l’integrazione. “Circa un anno fa abbiamo cominciato a contestare queste mancanze, facendo anche alcune cause”, spiega Esestime, “e quindi hanno iniziato a pagarle.” Ma la sorpresa è dietro l’angolo. “Pagavano sì la malattia, però poi in busta paga sottraevano circa 300 euro con la voce ‘trattenuta a paga netta’.” A richiesta di delucidazioni, le cooperative rispondono alle lavoratrici che la trattenuta si riferisce alla lordizzazione INPS, cioè la cifra al netto pagata dall’INPS rapportata al lordo in busta paga. “Ma la lordizzazione INPS per 3 o 4 giorni di malattia è nell’ordine dei 20 euro”, prosegue Esestime, “non può essere 300 euro. Inserire questa trattenuta significa non pagare la malattia”. Questione che rimane tutt’oggi irrisolta, nonostante le denunce e le segnalazioni all’Ispettorato del lavoro avanzate da Si Cobas.</p>



<p>Da noi interpellato sulla questione, poiché Cosmeta è responsabile in solido del contratto di appalto stipulato con il consorzio di cooperative, De Bernardi torna a quei giorni: “L’anno scorso viene da me Lascari (Paolo, presidente del CdA della consortile Project e della cooperativa Rexi, <em>n.d.r.</em>) a dirmi che hanno problemi con il sindacato a causa di un divisore della busta paga e della carenza della malattia. «Perché venite da me?» gli ho detto, «se dovete fare qualcosa per risolvere, fatelo». Mi risponde che non hanno i soldi&#8230; «Ma com’è possibile?» ho chiesto, «Fatemi vedere i conti, un bilancio, fatemi capire: stiamo parlando di dieci, di cento, di mille, di un milione? Di cosa stiamo parlando?».” Oggi De Bernardi sostiene che la questione è stata definitivamente risolta e si dice “assolutamente certo” che la malattia venga pagata, ma di avere comunque intenzione di accertarsi che le informazioni in suo possesso corrispondano alla realtà. Aggiungendo: “Le posso assicurare che tutto ciò che è dovuto a tutte le lavoratrici che lavorano in questo sito verrà corrisposto, su questo ci sto attento io”.</p>



<p>Non è l’unica problematica, tuttavia, in tema di mancate retribuzioni. “Ogni tanto sbagliano il conteggio delle ore in busta paga, anche degli straordinari”, continua Si Cobas, “e quando chiediamo spiegazioni viene detto che è stato un errore del commercialista e che le pagheranno il mese successivo, ma non è mai sicuro. Ed è un problema che si ripresenta spesso.”</p>



<p>Ad avere un risvolto negativo sulla retribuzione è anche la singolare gestione delle dipendenti, che vengono ‘chiamate’ in stabilimento in rapporto alla quantità di lavoro da smaltire: “Se in un determinato mese ci sono meno commesse, le lasciano a casa qualche giorno”, racconta Esestime, “e quindi pur avendo un contratto full time, per alcuni mesi vengono pagate part time. Alle nostre iscritte è sempre stato detto di presentarsi comunque, anche perché se c’è poco lavoro ci si può accordare su una banca ore o si possono concordare le ferie, ma non esiste che le lascino a casa a piacimento”. Una gestione, sottolinea, usata anche come arma punitiva contro le lavoratrici: “Se prendono un permesso, per esempio, può succedere che si sentano rispondere: «Oggi non vieni? Allora domani stai a casa»“. Negli anni passati, giorni di malattia e lavoro a chiamata portavano anche a un pagamento parziale della quattordicesima, questione risolta in seguito all’intervento sindacale: “Inizialmente la pagavano solo sulle ore lavorate, quindi se lavoravano meno del totale delle ore mensili previste dal contratto full time, appunto per via di giorni di malattia o perché gli veniva detto di stare a casa”, ricorda, “la rata mensile era inferiore al dovuto”.</p>



<p>Altrettanto rilevante è la carenza di dispositivi di sicurezza e il correlato rischio di infortuni. Quando ricevono dal reparto macerazione le cisterne con le soluzioni di profumo, le lavoratrici procedono a scaricare i bancali con le boccette di vetro vuote mettendole sulla linea: disposte ai due lati di un nastro, dopo che la macchina le riempie, procedono a chiuderle. Qui cominciano i problemi: “Nel reparto riempimento, su sette macchine circa la metà non ha il dispositivo per chiudere le boccette, quindi devono farlo a mano”, dice Esestime, “devono dare letteralmente un pugno sui tappi, e infatti molte di loro hanno la mano rovinata”. E questo è niente. “In certe postazioni”, prosegue, “devono stare dentro la macchina per mettere lo spruzzino sulle boccette, e può capitare che per via della pressione queste scoppino, con pezzi di vetro che vanno ovunque. A una lavoratrice è andato un pezzo nell’occhio e altre hanno rischiato la stessa fine. Non hanno occhiali protettivi, solo se li chiedono allora li danno, ma comunque non ne avrebbero a sufficienza per tutti”.</p>



<p>Una volta chiuse, controllano le boccette per verificare la presenza di eventuali impurità e procedono a riempire i vassoi per ricaricare il bancale, che poi passa al reparto confezionamento. “È la parte più faticosa, spesso i vassoi sono talmente pesanti che rischiano un infortunio alla schiena. Secondo i formatori esterni sulla sicurezza però è tutto in regola, come è stato per anni riguardo al fatto che non avessero le scarpe antinfortunistiche” che, spiega, sono state fornite a tutte le lavoratrici solo a inizio 2024, in seguito a un infortunio che è costato un dito rotto a una lavoratrice. Non l’unico caso, negli ultimi anni, in stabilimento, dove sembra che anche un’altra collega abbia rimediato una profonda ferita al dito di una mano. Ciononostante, in virtù dell’esternalizzazione alle cooperative, Cosmeta può dichiarare – come riporta nei bilanci 2022 e 2023 – che “nel corso dell’esercizio non si sono verificati infortuni gravi sul lavoro” (2022) o addirittura che “non si sono verificati infortuni sul lavoro” (2023). E De Bernardi afferma: “Abbiamo sempre avuto presente la sicurezza in azienda, che ci siano mancanze lo escludo; poi se scappa qualcosa dipende dalla gravità, ma non mi sembra sia successo qualcosa di così importante da rilevare un problema di sicurezza”.</p>



<p>Salario basso, mancanze retributive, gestione unilaterale del personale, rischi per la salute. Sono problemi che si trascinano da anni, tanto che lo stato di agitazione aperto a marzo non è il primo da quando le lavoratrici si sono sindacalizzate. “Verso aprile-maggio dell’anno scorso proviamo di nuovo a fare una trattativa con una serie di incontri con i rappresentanti delle coop, ma non raggiungiamo l’accordo. Iniziamo quindi a organizzare degli scioperi: le lavoratrici iscritte andavano a lavorare per un’ora, per esempio, e poi uscivano.” Tutto come da prassi sindacale, si direbbe. La mossa azzardata, ancora una volta, è delle coop: “Nonostante avessimo comunicato lo sciopero e le motivazioni, le lavoratrici hanno preso una lettera di richiamo disciplinare per abbandono del posto di lavoro”, afferma Esestime, precisando che la risposta del sindacato è stata il ribadire un’ovvietà: non si tratta di abbandono del posto di lavoro, ma dell’esercizio del diritto di sciopero. “Fatto sta che danno a ciascuna lavoratrice tre ore di multa: noi eravamo consapevoli di aver ragione, quindi abbiamo impugnato le sanzioni all’Ispettorato del lavoro.” Una situazione grottesca che si ripete in due occasioni distinte: “La prima volta l’Ispettorato ci ha dato ragione, alle lavoratrici è stata annullata la sanzione e per ognuna di loro le coop hanno dovuto pagare 300 euro di multa”, mentre la seconda volta “l’Ispettorato non ci ha convocati, però è anche vero che alle lavoratrici poi non è stata applicata alcuna sanzione”.</p>



<p>Non è tutto. Nella lettera inviata all’Ispettorato e alla procura di Milano il sindacato denuncia anche l’irregolarità del contratto di appalto: non soltanto le lavoratrici sono assunte da quattro coop distinte mentre “lavorano spalla a spalla, negli stessi reparti e la mansione è uguale”, come chiarisce Esestime, ma l’appalto stesso sarebbe fittizio, trattandosi in realtà di un’intermediazione illecita di manodopera: per questa ragione e come previsto dalla legge per questa eventualità (3), spiega, le lavoratrici chiedono di poter essere assunte direttamente dalla committente Cosmeta. A nostra richiesta di commento, De Bernardi rifiuta categoricamente l’accusa di appalto illecito e dichiara che, nel caso si apra un’indagine, ha piena fiducia nel lavoro della magistratura.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cisterne di manodopera?</h4>



<p>La somministrazione di manodopera è regolata dal Decreto legislativo 81 del 2015, che prevede la possibilità, per un’agenzia di somministrazione autorizzata, di mettere “a disposizione di un utilizzatore uno o più lavoratori suoi dipendenti”, i quali, per tutta la durata del contratto, “svolgono la propria attività nell’interesse e sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore”. Le agenzie di somministrazione sono quelle che comunemente chiamiamo agenzie interinali: Adecco, Manpower, Randstad, Orienta, Umana tra le altre. Nel caso di interposizione illecita, la somministrazione di lavoratori viene mascherata da un fittizio contratto di appalto affidato a società, spesso cooperative, che in realtà fungono unicamente da serbatoi di manodopera, pur non essendo agenzie autorizzate per legge alla mera fornitura di forza lavoro.</p>



<p>Come definito dal Codice Civile (4), l’appalto è invece un contratto attraverso il quale “una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio” a fronte di un corrispettivo in denaro. Secondo quanto delineato anche dall’articolo 29 del Decreto legislativo 276 del 2003, si distingue perciò dalla somministrazione di manodopera proprio per il fatto che la società appaltatrice non solo reperisce la forza lavoro, ma si fa carico dell’organizzazione dei mezzi necessari alla prestazione – che può anche risultare esclusivamente dall’esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati – e si assume il rischio d’impresa. Le questioni su cui porre l’attenzione sono quindi l’organizzazione e direzione dei lavoratori, la proprietà dei mezzi utilizzati e la presenza o meno del rischio d’impresa.</p>



<p>Nel nostro caso, per come ci è stato raccontato, la fase produttiva in stabilimento ha inizio nel reparto macerazione, dove i dipendenti di Cosmeta preparano le cisterne di profumo per la lavorazione, e dirigono l’attività dei magazzinieri assunti dalle cooperative che trasportano le cisterne al reparto riempimento. Qui, fisse in reparto per l’intero turno, due dipendenti di Cosmeta adibite al controllo qualità verificano la presenza di eventuali perdite o impurità su alcuni campioni di boccette, a cui viene applicato un sigillo. Per le lavoratrici di Lander, Rexi e Perfumes Service vige l’ordine di non parlare con il controllo qualità, ma di riportare eventuali problematiche tecniche al responsabile Mauro Cecchin e a una collega adibita al ruolo di referente, entrambi lavoratori delle coop. Identica procedura al reparto confezionamento, con le lavoratrici che riportano a una referente di Conter, che a sua volta si interfaccia con il controllo qualità di Cosmeta. A capo di tutta la struttura organizzativa e ad assicurarsi che il lavoro proceda senza intoppi, infine, c’è sempre una dipendente di Cosmeta, che fa anche da tramite diretto con i rappresentanti di EuroItalia.</p>



<p>Si direbbe, quindi, che la gestione organizzativa del personale sia in mano alle cooperative – distribuzione in reparto, presenze, permessi, ferie ecc. – mentre l’esercizio del potere direttivo riguardi sia le coop che Cosmeta: se infatti i referenti delle prime dirigono le lavoratrici delle coop, è pur vero che tali referenti, essi stessi lavoratori delle cooperative, si relazionano quotidianamente con dipendenti di Cosmeta per la corretta operabilità dei due reparti.</p>



<p>Per quanto riguarda i mezzi necessari alla prestazione di servizio prevista dall’appalto tra Cosmeta e la scarl, vale a dire i macchinari utilizzati in stabilimento, c’è un evidente disequilibrio in termini di investimenti tra committente e cooperative. Stando ai bilanci del 2022, gli ultimi disponibili, le immobilizzazioni materiali in carico alle coop – tra cui rientrano anche i macchinari di produzione – riportano cifre irrisorie: nel caso della consortile Project e di Lander il totale è addirittura a zero; per Rexi tocca i 4 mila euro, quasi interamente per auto aziendali; Perfumes Service arriva a circa 57 mila euro, in gran parte automobili e arredi; mentre Conter registra 12 mila euro senza dettagliare le voci. Cosmeta, da parte sua, riporta invece nel bilancio 2022 immobilizzazioni per 1,4 milioni – di cui 410 mila per impianti e macchinari e 798 mila per attrezzature industriali e commerciali – con un valore patrimoniale netto, a seguito di ammortamenti, di 243 mila euro: segno che sono macchinari che hanno già qualche anno. Nel 2023 ha inoltre effettuato ulteriori investimenti per 500 mila euro, e ha dettagliato la sottoscrizione di 20 contratti di leasing tra il 2020 e il 2023, relativi a macchinari e attrezzature per un ammontare totale di valore pari a 1,2 milioni.</p>



<p>In proposito, De Bernardi ci riferisce che Cosmeta mette a disposizione delle coop i propri macchinari in “comodato d’uso”, vale a dire a titolo gratuito. Due sentenze della Cassazione Civile del 2019 (5) e 2020 (6) specificano che i mezzi di produzione possono essere forniti dalla committente, anche in comodato d’uso, a condizione che la società appaltatrice – per noi le coop – apporti “capitale (diverso da quello impiegato in retribuzioni e in genere per sostenere il costo del lavoro), know how, software e, in genere, beni immateriali, aventi rilievo preminente nell’economia dell’appalto”. Sempre stando agli ultimi bilanci depositati, le immobilizzazioni immateriali delle cooperative segnalano costi estremamente contenuti: Project scarl non ne registra, Lander appena 476 euro, Conter 14 mila non dettagliati, Rexi 1.700 euro interamente per spese di costituzione, e Perfumes Service circa 5 mila per spese di costituzione e lavori di ristrutturazione.</p>



<p>Al valore a bilancio delle immobilizzazioni si collega anche la valutazione della presenza o assenza del rischio di impresa, che potrebbe non sussistere se l’organizzazione della prestazione oggetto di appalto è tale per cui le cooperative non sostengono costi al di fuori della manodopera, non hanno immobilizzazioni immateriali preminenti per l’economia dell’appalto e gli investimenti in macchinari e attrezzature rimangono a carico della committente Cosmeta. Nel nostro caso, le quattro cooperative riportano a bilancio una spesa per il personale vicino o oltre il 90% dei costi totali: segno che non sostengono praticamente alcun costo oltre quello dei dipendenti. Tuttavia la citata sentenza della Cassazione Civile del 2019 specifica che il rischio d’impresa è comunque rilevabile quando il compenso per le società appaltatrici non è “sempre e comunque dovuto in virtù della fornitura di personale per l’espletamento del servizio”, ma è “condizionato alla ottimale esecuzione del contratto rimessa alla verifica e controllo della committente”, ponendo perciò l’accento sull’accertamento della qualità del servizio esternalizzato come condizione necessaria e sufficiente per la liceità dell’appalto. Chiaramente, chi scrive non è in possesso di dettagli tali per poter stabilire se il controllo qualità di Cosmeta, quotidianamente operativo alle fasi di riempimento e confezionamento, possa corrispondere a questa condizione.</p>



<p>Infine, lo stesso decreto legislativo 276/2003 (7) precisa che al personale impiegato in un contratto di appalto o subappalto deve essere corrisposto un “trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale e territoriale maggiormente applicato” nel settore di riferimento dell’attività oggetto di appalto: nel caso di Cosmeta, l’applicazione del multiservizi-pulizia per società che operano nel settore chimico appare una violazione di questo requisito.</p>



<p>Non è ovviamente possibile in questa sede giungere a conclusioni in merito alla liceità o meno dell’appalto tra Cosmeta e il consorzio Project, eventualmente materia per le autorità preposte. È tuttavia interessante notare come l’interposizione illecita di manodopera sia stata oggetto, negli ultimi anni, di diverse inchieste anche da parte della procura di Milano: tra le più rilevanti i casi Esselunga, DHL, UPS e Bartolini. Per questi colossi della grande distribuzione e della logistica la procura ha ricostruito (8) un sistema di appalti fittizi con società cooperative, definite “serbatoi di manodopera”, attraverso il quale le aziende si sono garantite in modo irregolare “tariffe altamente competitive” e che ha comportato un sistematico sfruttamento dei lavoratori: le committenti si avvalevano di un rapporto di lavoro nei fatti subordinato ma senza oneri di gestione del personale, esercitando al contempo il potere direttivo e organizzativo e con un costo del lavoro ridotto per via dell’applicazione di un CCNL peggiorativo, ma non soltanto. Le indagini, infatti, hanno rilevato anche danni all’erario in ragione di una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture “per operazioni giuridicamente inesistenti” (9), con connessa indebita detrazione dell’IVA da parte delle società appaltanti. Un impianto accusatorio che ha portato al sequestro preventivo, tra 2021 e 2023, di quasi 48 milioni di euro per Esselunga, 20 milioni di euro per DHL, 86 milioni per UPS e 68 per Bartolini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una spruzzatina di debiti</h4>



<p>La gestione dell’IVA da parte di un’azienda si muove tra IVA a credito e IVA a debito: la società paga IVA sulle fatture di acquisto e incassa IVA da quelle di vendita. La prima si configura come IVA a credito, la seconda come IVA a debito. Mensilmente o trimestralmente – a seconda del regime IVA adottato dall’impresa – viene calcolato il saldo tra le due IVA: nel caso l’IVA a debito sia maggiore, il saldo deve essere versato allo Stato; nel caso inverso, e se il credito eccede la possibilità di essere utilizzato a compensazione di IRPEF dipendenti, contributi previdenziali o altre imposte dovute – per esempio IRES e IRAP –, può essere richiesto il rimborso all’erario.</p>



<p>Nei casi esaminati dalla procura di Milano, di norma lo schema prevede la stipula di un contratto di appalto tra la committente e una società consortile, che a sua volta subappalta la prestazione a un gruppo di cooperative sue consorziate. Le coop fatturano il servizio alla consortile, incassando quindi IVA a debito; non avendo altri costi eccetto quello della manodopera, difficilmente registrano IVA a credito; dovrebbero dunque versare allo Stato tutta o quasi l’IVA a debito incassata dalla consortile. Dal canto suo, la consortile fattura a sua volta la prestazione alla committente, quindi fiscalmente ‘neutralizza’ l’IVA pagata alle coop con quella che riceve: nel suo caso, la differenza tra IVA a debito e a credito è grossomodo prossima allo zero. Infine la committente porta in detrazione, come IVA a credito, l’imposta della fattura ricevuta, e pagata, alla consortile.</p>



<p>Il meccanismo fraudolento di indebita detrazione dell’IVA ricostruito dalle inchieste giudiziarie parte dall’assunto che le fatture emesse dalla società appaltatrice (la consortile), e ricevute dalla committente, riguardino operazioni inesistenti, poiché il contratto di appalto di servizi cela nei fatti un’interposizione illecita di manodopera. Essendo inesistente la prestazione dichiarata, risultano nulle anche le relative fatture e, quindi, indetraibile l’IVA a credito registrata dalla committente, beneficiaria finale della frode. Un meccanismo che si ripercuote sui conti delle cooperative: per garantire alla committente un costo di appalto estremamente competitivo le coop fatturano sottocosto, e anziché versarlo all’erario, utilizzano l’importo dell’IVA a debito per pagare gli stipendi netti ai dipendenti; va da sé che spesso non versano nemmeno i contributi previdenziali dei lavoratori. Nel giro di pochi anni si trovano così sommerse dai debiti con lo Stato, con successiva messa in liquidazione e sostituzione con nuove cooperative che assorbono gli stessi dipendenti – previa sottoscrizione di un tombale che impedisce loro di chiedere crediti pregressi alla coop che viene liquidata –, che continuano a lavorare presso la medesima committente, per la quale nulla cambia a livello operativo. Le evasioni fiscali e contributive delle coop costituiscono perciò un presupposto necessario al funzionamento del sistema.</p>



<p>Come abbiamo visto, il ricambio continuo di cooperative è anche la storia di Cosmeta. Di nuovo, sottolineiamo che non è certamente possibile in questa sede ricondurre la realtà di Cosmeta al sistema fraudolento dettagliato nelle inchieste giudiziarie citate, per mancanza delle necessarie informazioni dettagliate; ci limitiamo ad analizzare i dati in nostro possesso, tratti dai bilanci delle diverse aziende.</p>



<p>Punto primo: EuroItalia, che ha un export del 97% e per la maggior parte in Paesi extra UE, ai fini fiscali viene considerata ‘esportatore abituale’ e non applica IVA sulle fatture emesse verso quei Paesi; per evitare di ritrovarsi dunque in continuo credito IVA, può avvalersi della possibilità di ricevere fatture esenti da IVA dai propri fornitori, mediante una lettera d’intento trasmessa all’Agenzia delle Entrate. Cosmeta è uno dei fornitori di EuroItalia destinatario della lettera d’intento, e quindi il 99% del suo fatturato è esente da IVA. Tuttavia Cosmeta riceve dai propri fornitori – tra cui la consortile Project per il contratto di appalto – fatture con IVA: si ritrova così – come si legge nel bilancio 2023 – con un “sistematico emergere di IVA a credito” che “risulta esuberante dalla possibilità di compensare”; pertanto ne richiede il rimborso allo Stato. Il credito totale riportato a bilancio, relativo a due trimestri 2022 e un trimestre 2023, ammonta a 1,1 milioni di euro. È evidente quindi che l’appalto alle cooperative risulta economicamente vantaggioso per Cosmeta non soltanto dal punto di vista dei costi di produzione, ma anche perché contribuisce al sistematico credito IVA e al relativo rimborso. Secondo De Bernardi, al contrario, questo credito è “un macigno”, poiché “i rimborsi hanno tempi molto lunghi e dobbiamo costantemente fare i salti mortali per coprire quella mancanza di liquidità e mandare avanti l’azienda.” Il bilancio 2023 di Cosmeta riporta infatti l’accensione di un finanziamento bancario a breve termine di 500 mila euro. Preferirei fatturare con IVA, ci dice De Bernardi, e così stornare periodicamente l’imposta a credito da quella a debito. Questo è indubbio, aggiungiamo noi: prima si incassa un credito, meglio è. Ma il punto è che quel credito non esisterebbe, per la parte relativa alle fatture di appalto, se l’appalto stesso non esistesse e le lavoratrici fossero dipendenti dirette di Cosmeta.</p>



<p>Punto secondo: le cooperative. Dai bilanci depositati, Conter (2004, Sozzi) e Lander (2019, Cecchin) risultano avere una stabile gestione amministrativa e fiscale, per quanto sul filo del rasoio. Conter – una quarantina di lavoratori in tutto – chiude il 2022 con un fatturato di 1,1 milioni e una perdita d’esercizio di 1.800 euro – ma delibera un compenso annuo di 93 mila euro al presidente del Consiglio di Amministrazione Gaetanino Sozzi –; Lander, una decina di dipendenti appena, nel 2022 fattura 349 mila euro e registra una perdita di 12 mila.</p>



<p>Le cooperative ascrivibili alla famiglia Rubino-Lascari raccontano invece un’altra storia.</p>



<p>La prima che abbiamo incontrato è 3B Service, che nel 2013 viene messa in liquidazione: stando al bilancio 2015, l’ultimo disponibile, si contano 868 mila debiti contro 574 mila crediti e un patrimonio netto negativo di 289 mila euro. Tra i debiti, 292 mila euro sono di IVA, 108 mila di ritenute dipendenti, 88 mila di INPS, 48 mila di IRAP e 150 mila per “altre imposte”.</p>



<p>A seguire Trebi Service: costituita nel 2011, nel 2017 è dichiarato lo stato di insolvenza e viene posta in liquidazione coatta amministrativa (LCA), procedura parallela al fallimento applicata alle cooperative, coordinata dal Ministero dello Sviluppo economico e finalizzata alla tutela dell’interesse pubblico nei casi in cui ci sia un’esposizione debitoria significativa nei confronti dello Stato. Il caso di Trebi, appunto: guardando il bilancio 2015, l’ultimo prima della LCA, si rilevano 196 mila euro di debito IVA, 99 mila di ritenute dipendenti, 86 mila verso l’INPS, 27 mila di INAIL e 25 mila di IRAP.</p>



<p>È poi arrivata C &amp; G, messa in liquidazione volontaria dai soci nel 2018. Anche in questo caso i debiti tributari e contributivi accumulati e riportati nell’ultimo bilancio disponibile del 2016 sono considerevoli: quasi 420 mila di IVA, oltre 120 mila di INPS e 57 mila di IRAP.</p>



<p>Proseguiamo. A sostituire C &amp; G compare Production Line, successivamente messa in liquidazione – come si legge nella nota integrativa del bilancio 2018, presentato rettificato a dicembre 2019 – “a seguito della revisione biennale da parte degli organi ispettivi del Ministero Economico”: il documento, estremamente sintetico, in questo caso non dettaglia le voci a debito, riportando unicamente la cifra totale di circa 460 mila euro.</p>



<p>Se la sorte di queste società è stata la messa in liquidazione, i debiti delle due coop di Rubino-Lascari attualmente in appalto presso Cosmeta – aperte a fine 2019, con una ottantina di lavoratrici Rexi e una trentina Perfumes, stando ai dati 2022 – sembrano condurre allo stesso epilogo. A fronte di un fatturato di circa un milione di euro, il bilancio 2022 di Perfumes Service riporta, infatti, 367 mila euro di debito IVA, oltre a 20 mila di rateizzazione per l’anno 2021, 36 mila euro di rateizzazione INPS e un’ulteriore rateizzazione INPS/INAIL di 311 mila euro. Di contro, registra anche un “credito formazione 4.0 anno 2021” pari a 92 mila euro. Più critica, sempre stando al bilancio 2022, la situazione in cui versa Rexi: 2,5 milioni di fatturato, e a fronte di crediti tributari non meglio specificati pari a 431 mila euro conta 697 mila euro di debito IVA, oltre 960 mila di debito INPS e una rateizzazione INPS 2019 ancora aperta per 11 mila euro. Oltretutto, per i mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio 2024 lo stipendio è stato bonificato, ad alcune lavoratrici, dalla consortile Project: potrebbe significare, dato il reiterarsi del versamento per cinque mesi consecutivi, che la coop fatichi addirittura a pagare i salari netti. Visti i numeri, le due cooperative potrebbero già avere il fiato sul collo dell’Agenzia delle Entrate. Viene da chiedersi, allora, se per le dipendenti di Perfumes Service e Rexi non sia all’orizzonte un nuovo licenziamento, con passaggio – condizionato alla firma di un tombale – nell’ennesima, nuova cooperativa.</p>



<p>De Bernardi di Cosmeta afferma di non essere a conoscenza delle continue chiusure e aperture di cooperative; di non avere alcuna informazione sullo stato attuale delle cooperative; di non sapere né delle liquidazioni volontarie né di quella coatta amministrativa avvenute in passato; di voler dunque verificare personalmente la situazione perché “preoccupato”. E conclude: “Ma come mai Conter e Lander non hanno questi problemi? Chiederò conto al consorzio, perché se le cose stanno così rimettiamo in discussione tutto. Non posso permettermi di sentir dire che due cooperative su quattro si barcamenano in acque pericolose, e che non viene pagata la malattia. Non posso dubitare che non vengano rispettate le cose essenziali”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Essenza di futuro</h4>



<p>“Le aziende famigliari, se i passaggi generazionali funzionano, hanno una forza innata”, sottolinea a maggio 2023 al Sole24Ore Davide Sgariboldi, figlio del patron di EuroItalia e attuale general manager della società. “Cerchiamo di goderci l’ottimo momento dell’azienda e del mercato, ma siamo proiettati, insieme a tutte le persone che lavorano con noi, nel futuro” (10).</p>



<p>Da una parte un colosso da quasi 600 milioni di fatturato e oltre 100 milioni di utile, dall’altra un sistema di appalti in cui bassi salari, mancanze retributive, violazione dei diritti, evasioni fiscali e contributive sembrano essere la norma. Un sistema che giova alle casse, già piene, di EuroItalia, che nel periodo 2018-2021, quando le lavoratrici delle coop erano in continuo movimento passando da una cooperativa all’altra firmando tombali, ha avuto un ritmo di crescita del fatturato del 10,9% annuo (11). Tali considerazioni, ci preme sottolineare, permangono anche nel caso l’appalto di Cosmeta sia corretto dal punto di vista legale. Perché diventa difficile immaginare verso quale futuro condiviso siano proiettate le decine di lavoratrici delle cooperative e l’azienda di Sgariboldi. Per le prime, ieri come oggi, lo sfruttamento sembra essere l’unico orizzonte in vista, mentre per il colosso della cosmetica l’espansione del mercato e degli utili pare non avere limiti. Il mondo del lusso profuma di (Euro)Italia. Con una nota di sfruttamento.</p>



<p><em>La società EuroItalia s.r.l, da noi contattata, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni.</em></p>



<p><em>La società Perfumes Service società cooperativa, da noi contattata, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni.</em></p>



<p><em>Le società Conter società cooperativa e Lander società cooperativa non hanno risposto alla nostra richiesta di contatto.</em></p>



<p><em>Non ci è stato possibile contattare, per mancanza di recapiti, le società Project s.c.a.r.l e Rexi società cooperativa.</em></p>



<ul class="wp-block-list">
<li style="text-decoration:none"><strong>aggiornamento del 25 ottobre 2024:</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/euroitalia-cosmeta-cambia-appalto-e-le-coop-non-pagano-lo-stipendio-alle-lavoratrici/" data-type="post" data-id="8365" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cosmeta cambia appalto e le coop non pagano lo stipendio alle lavoratrici</a></li>
</ul>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://tg24.sky.it/spettacolo/2023/03/28/brunello-cucinelli-presentati-profumi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://tg24.sky.it/spettacolo/2023/03/28/brunello-cucinelli-presentati-profumi</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Ai marchi citati si aggiunge la linea di prodotti make-up di proprietà Naj-Oleari, per la quale Cosmeta non è coinvolta in alcuna fase produttiva)</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, art. 29 comma 3-bis</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Codice Civile, art 1655</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Cassazione civile sez. lav., 14/08/2019, (ud. 07/05/2019, dep. 14/08/2019), n. 21413</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Cassazione civile sez. lav., 08/07/2020, (ud. 10/12/2019, dep. 08/07/2020), n. 14371</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, art. 29 comma 1-bis</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/06/22/frode-fiscale-e-somministrazione-illecita-di-manodopera-la-procura-di-milano-sequestra-quasi-48-milioni-a-esselunga/7203935/">https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/06/22/frode-fiscale-e-somministrazione-illecita-di-manodopera-la-procura-di-milano-sequestra-quasi-48-milioni-a-esselunga/7203935/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 , art. 2, 8</p>



<p class="has-small-font-size">10) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/euroitalia-si-avvicina-700-milioni-ricavi-e-lancia-nuovi-progetti-AEpkPvGD" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilsole24ore.com/art/euroitalia-si-avvicina-700-milioni-ricavi-e-lancia-nuovi-progetti-AEpkPvGD</a></p>



<p class="has-small-font-size">11)<em> Ibidem</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Acqua. La (ir)razionalità del capitalismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/acqua-la-irrazionalita-del-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 14:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7679</guid>

					<description><![CDATA[Siccità, crisi idriche e conflitti legati all’acqua mentre lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ne consuma miliardi di metri cubi. Il reale è irrazionale, diceva Marcuse, ma il sistema capitalistico-tecnologico fa apparire razionale ciò che è irrazionale. Mentre nel conflitto israelo-palestinese i dati del Pacific Institute a partire dal 1948 e il Rapporto ONU 2021 mostrano che negli anni i coloni e l’esercito israeliani si sono appropriati di dozzine di sorgenti d’acqua palestinesi, hanno deviato risorse idriche e sequestrato pozzi, finendo per utilizzare l’87% della falda acquifera montana della Cisgiordania e il 75% della falda costiera di Gaza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-86-aprile-maggio-2024/" data-type="post" data-id="7667" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 86, aprile – maggio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Siccità, crisi idriche e conflitti legati all’acqua mentre lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ne consuma miliardi di metri cubi. Il reale è irrazionale, diceva Marcuse, ma il sistema capitalistico-tecnologico fa apparire razionale ciò che è irrazionale. Mentre nel conflitto israelo-palestinese i dati del Pacific Institute a partire dal 1948 e il Rapporto ONU 2021 mostrano che negli anni i coloni e l’esercito israeliani si sono appropriati di dozzine di sorgenti d’acqua palestinesi, hanno deviato risorse idriche e sequestrato pozzi, finendo per utilizzare l’87% della falda acquifera montana della Cisgiordania e il 75% della falda costiera di Gaza</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Da gennaio 2023 a gennaio 2024, diciannove Paesi africani hanno segnalato focolai di colera: Etiopia, Mozambico, Tanzania, Zambia e Zimbabwe tra i più colpiti, con migliaia di morti. In Zambia, l’epidemia è concentrata soprattutto nelle aree urbane come Lusaka, la capitale, afferma Viviane Rutagwera Sakanga, direttrice di Amref Zambia, “dove la densità di popolazione e la mancanza di servizi igienici e accesso all’acqua pulita, soprattutto negli insediamenti informali, ha contribuito alla diffusione dell’infezione in maniera devastante”: da ottobre scorso a marzo, 20.000 casi (1). Oltre al colera, epatite A, tifo, poliomielite e diarrea acuta sono le principali malattie causate dall’uso di acqua contaminata e dalla mancanza di servizi igienici adeguati; gli ultimi dati Unicef riportano che la diarrea acuta, da sola, uccide ogni giorno 700 bambini sotto i 5 anni (2) ed è la causa dell’80% delle morti infantili nel continente africano, dove 779 milioni di persone sono prive di servizi igenici di base e 411 milioni non hanno accesso a un servizio di acqua potabile (3).</p>



<p>Secondo il report Unesco uscito a marzo (4), tra il 2002 e il 2021 la siccità ha colpito 1,4 miliardi di persone, ha provocato la morte di oltre 21.000, e oggi circa metà della popolazione mondiale vive in condizioni di grave scarsità idrica per almeno una parte dell’anno. Tre proiezioni contenute nel rapporto del 2021 (5) ipotizzano differenti scenari, nessuno ottimista: il primo stima che l’uso mondiale dell’acqua continuerà a crescere a un tasso annuale di circa l’1%, con un conseguente aumento del 20-30% entro il 2050; il secondo prevede che la domanda globale di acqua dolce crescerà del 55% tra il 2000 e il 2050; il terzo afferma che il mondo affronterà un deficit idrico globale del 40% entro il 2030: più domanda che offerta. Entrambi i report evidenziano inoltre che i cambiamenti climatici intensificheranno il ciclo globale dell’acqua, aumentando ulteriormente la frequenza e la gravità di siccità e inondazioni, e il documento del 2024 aggiunge: “Se l’umanità ha sete, le questioni fondamentali relative all’istruzione, alla salute e allo sviluppo passeranno in secondo piano, eclissate dalla quotidiana lotta per l’acqua”, con “un’alta probabilità che questa situazione possa generare conflitti”.</p>



<p>L’acqua è una risorsa vitale, e la sua scarsità – con tutte le conseguenze che comporta – è ormai un argomento ampiamente dibattuto. Meno noto è il numero di guerre che innesca, o all’interno delle quali diviene arma e, parallelamente, altrettanto poco conosciuti sono alcuni suoi impieghi. I due aspetti – o meglio tre: scarsità e conseguenti conflitti, da una parte, e utilizzo, dall’altra – sono tra loro collegati da un paradosso, che non è di esclusiva pertinenza dell’acqua: piuttosto è sistemico, ma l’acqua lo rende smaccato. Lo sentiamo ripetere continuamente: l’acqua non va sprecata, dobbiamo farne un uso oculato e razionale. Si tratta tuttavia di intendersi sui termini. Google, Microsoft e Meta – come vederemo – hanno utilizzato 2,2 miliardi di metri cubi d’acqua – equivalenti al <em>doppio</em> del prelievo idrico annuale della Danimarca – nel solo 2022, registrando aumenti significativi rispetto al 2021, collegati all’incremento di domanda di intelligenza artificiale. Che cosa dunque consideriamo ‘spreco’? Il capitalismo è un sistema che si autodefinisce razionale. Quale razionalità dunque pretende di incarnare?</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’acqua e la guerra</h4>



<p>Fondato nel 1987, il Pacific Institute mette a disposizione quello che probabilmente è oggi il più circostanziato database su scala mondiale relativo ai conflitti per l’acqua (6). Dettagliatamente suddivisi per area geografica, Paese e per tipologia di crisi, è tuttavia l’analisi cronologica a offrire la più intelligibile fotografia della situazione attuale: appena 12 conflitti in tutto il pianeta in diciassette secoli, tra l’anno 0 e il 1799; 16 conflitti durante l’Ottocento; 177 conflitti nel corso di tutto il Novecento; 213 conflitti nei primi dieci anni del Duemila; 629 conflitti tra il 2010 e il 2019; 543 conflitti negli ultimi quattro anni, tra il 2020 e il 15 ottobre 2023, attuale aggiornamento del database. L’escalation è evidente. Gli ultimi ventiquattro anni hanno visto 1.385 conflitti, a fronte di 205 registrati nei duemila anni precedenti. Se è indubbio che l’aumento delle crisi dipenda anche da una maggiore presenza di dati relativi agli ultimi secoli, che consente di tenerne traccia, è altrettanto indubbio che il numero dei conflitti per l’acqua cresca con l’incremento della popolazione e il conseguente rapporto tra fabbisogno e disponibilità.</p>



<p>In merito alla tipologia del conflitto, il database ne riconosce tre, sottolineando che una crisi possa sommarne più d’una. L’acqua come “innesco”, ossia fattore scatenante o causa principale della guerra, quando è in gioco direttamente il suo controllo o quello dei sistemi idrici: sono 722 i conflitti di questo tipo esplosi in tutto il pianeta dall’anno 0 al 15 ottobre 2023, di cui 369 successivi al 2000 e 285 nei soli ultimi quattro anni. L’acqua come “arma”, quando risorse o sistemi idrici sono usati come strumenti contro il nemico all’interno di una guerra, principalmente cercando di interromperne l’accesso o la fornitura: 184 conflitti in totale, di cui 104 nel secolo attuale. Infine acqua come “vittima”, quando risorse o sistemi idrici divengono obiettivi intenzionali o oggetto di danni accidentali all’interno di un conflitto: su 825 casi in tutto, 604 sono successivi al 2010.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’acqua nel conflitto israelo-palestinese</h4>



<p>Il decennale conflitto tra Israele e Palestina ha una lunga storia collegata all’acqua, utilizzata soprattutto come arma. Dal 1948 al 15 ottobre 2023, il Pacific Institute ha registrato 124 situazioni di crisi: ben 92 si sono verificate negli ultimi quattro anni, con un incremento a partire dal 2021 (21 casi) e un picco nel 2022 (45 casi). La sintesi della quasi totalità delle crisi – che rimanda alla descrizione e alla fonte documentale per i dettagli – inizia con queste parole: “Israeli military forces” o “Israeli settlers” o “Israeli settlers, under the protection of Israeli soldiers”, “destroy” o “damage” o “demolish” o “vandalize” (7) pompe dell’acqua, o il sistema di irrigazione agricolo, o serbatoi d’acqua, o il sistema di distribuzione dell’acqua, all’interno dei Territori Palestinesi Occupati della Cisgiordania. Quello israelo-palestinese è un conflitto dell’acqua a senso unico.</p>



<p>A ottobre 2021, su incarico della risoluzione 43/32 del Consiglio per i Diritti Umani, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) pubblica il rapporto <em>Ripartizione delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est</em> (8). Già le prime righe del documento danno l’idea del contesto. Per redigere il Rapporto, l’OHCHR chiede informazioni a Israele e allo Stato di Palestina: quest’ultimo fornisce diversi dati, Israele nemmeno risponde, e quando il documento viene pubblicato annuncia il congelamento delle relazioni con l’OHCHR.</p>



<p>“La carenza d’acqua è una caratteristica della vita di tutti i palestinesi, sia nelle aree urbane che in quelle rurali”, scrive l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, “l’occupazione israeliana del territorio palestinese ha aumentato la scarsità di terra, la frammentazione territoriale e l’urbanizzazione e ha imposto restrizioni sull’accesso e sul controllo delle risorse naturali, compresa l’acqua”. Dal 1967 Israele ha infatti posto sotto il proprio controllo tutte le risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati, impedendo la costruzione di nuovi impianti idrici o il mantenimento di quelli esistenti, senza un permesso militare; successivamente, dal 1982, tutti i sistemi di approvvigionamento idrico della Cisgiordania sono passati sotto la proprietà di Mekorot, la società governativa che opera in nome del Ministero israeliano dell’Energia e dell’Autorità per l’Acqua, la quale “dà priorità agli insediamenti israeliani per garantire il loro approvvigionamento idrico permanente, in particolare durante i periodi di siccità estiva, [mentre] le comunità palestinesi spesso subiscono prolungate interruzioni dell’acqua”. In aggiunta, i coloni israeliani hanno deviato risorse idriche, sequestrato pozzi d’acqua, “preso il controllo, distrutto o bloccato l’accesso palestinese alle risorse idriche naturali […], si sono appropriati di dozzine di sorgenti d’acqua palestinesi, assistiti dall’esercito israeliano”; mentre “le autorità israeliane hanno confiscato e distrutto le infrastrutture idriche, comprese le proprietà fornite come assistenza umanitaria” da Stati terzi. Ne consegue che, “secondo le stime del 2014, l’87% delle acque della falda montana della Cisgiordania è stato utilizzato dagli israeliani e solo il 13% dai palestinesi”.</p>



<p>A Gaza, la situazione è ancora peggiore. “L’acqua disponibile a Gaza non soddisfa i bisogni primari della popolazione”, scrive l’OHCHR, “le pratiche e le politiche israeliane delineate nel presente rapporto che riguardano le infrastrutture idriche, la loro distruzione durante le escalation militari, l’impatto delle chiusure, le carenze energetiche […] hanno contribuito a una situazione in cui il 96% delle famiglie riceve acqua che non soddisfare gli standard di qualità dell’acqua potabile”. Israele limita inoltre l’ingresso nella Striscia di tutto ciò che considera <em>dual use</em>, ossia utilizzabile sia per scopi civili che militari, e questo include i materiali necessari per mantenere, riparare e migliorare i sistemi idrici e fognari. Si aggiunge un deficit di elettricità “cronico”, che impatta sul funzionamento delle infrastrutture, “con conseguente continua contaminazione della falda acquifera costiera”. La carenza e le continue interruzioni di energia operate da Israele colpiscono anche i “tre impianti di desalinizzazione sostenuti dalla comunità internazionale, [che] producono circa 13 milioni di metri cubi di acqua all’anno [ma] la desalinizzazione richiede una quantità significativa di elettricità e carburante”. Come esito diretto, poiché “la possibilità di utilizzare l’irrigazione è limitata, gli agricoltori usano quantità eccessive di fertilizzanti chimici e pesticidi per aumentare i raccolti”, con conseguenti concentrazioni di nitrati nei pozzi e danni alla salute: “I bambini a Gaza sono particolarmente sensibili ai nitrati presenti nell’acqua, che ostacolano la crescita e influenzano lo sviluppo del cervello […] alti livelli di nitrati danneggiano le donne incinte e aumentano il rischio di cancro. Le malattie legate all’acqua rappresentano circa il 26% delle malattie infantili a Gaza e sono una delle principali cause di morbilità infantile”. Infine, “Israele contribuisce all’inaccessibilità dell’acqua a Gaza utilizzando ogni anno il 75% della quantità sostenibile di acque sotterranee provenienti dalla falda acquifera costiera, lasciandone poco disponibile per Gaza; la scarsità è aggravata anche dalla deviazione effettuata da Israele di una falda acquifera dalle montagne Jabal al-Khalil nella Cisgiordania meridionale, che aveva precedentemente contribuito a ricostituire le acque sotterranee di Gaza”.</p>



<p>Questa la situazione al 2021, prima delle 45 crisi registrate dal Pacific Institute nel 2022 e prima della guerra attuale. L’immediata reazione di Israele all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso ha coinvolto, neanche a dirlo, l’acqua: “Attacchi di rappresaglia di Israele contro Gaza hanno danneggiato o distrutto almeno sei pozzi d’acqua, tre stazioni di pompaggio dell’acqua, un serbatoio d’acqua e un impianto di desalinizzazione che serve oltre 1,1 milioni di persone; le forniture, il trattamento e la disponibilità dell’acqua hanno risentito anche dell’interruzione dell’elettricità”, registra l’ultimo aggiornamento del Pacific Institute. Oggi, come sappiamo, dopo sei mesi di guerra, la crisi alimentare a Gaza è anche crisi idrica, sia per scarsità che per le malattie collegate alla mancanza di acqua pulita.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’acqua e il suo utilizzo</h4>



<p>Il Report annuale Unesco del 2024 riporta che, “a livello mondiale, circa il 70% dei prelievi di acqua dolce è destinato all’agricoltura, seguita dall’industria (poco meno del 20%) e dagli usi domestici o municipali (circa il 12%)”. Ovviamente, il rapporto muta in base alle strutture economiche dei Paesi: quelli con reddito più alto utilizzano maggiormente l’acqua per le attività industriali – fino al 39% – mentre in quelli a reddito più basso l’agricoltura assorbe il 90% delle risorse idriche disponibili (vedi il grafico). Le tendenze future basate sui dati disponibili suggeriscono che ad aumentare sarà la domanda in ambito domestico o municipale: dal 1960 al 2014 è cresciuta del 600%, contro la metà (poco sotto il 300%) dell’incremento dell’industria e il 200% dell’agricoltura. Tuttavia c’è un dato che i rapporti Unesco ancora non considerano: il consumo d’acqua dell’intelligenza artificiale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="525" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/acqua-capitalismo-86.jpg" alt="" class="wp-image-9110" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/acqua-capitalismo-86.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/acqua-capitalismo-86-300x263.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Prelievo di acqua per settore (percentuale del prelievo totale di acqua dolce) e per livello di reddito, 2020. Fonte: Unesco, <em>The United Nations World Water Development Report 2024: Water for Prosperity and Peace</em> (Kashiwase e Fujs 2023, sulla base dei dati FAO AQUASTAT. Licenza: CC BY 3.0 IGO), marzo 2024</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">L’acqua e l’AI</h4>



<p>Pubblicato a ottobre 2023, lo studio <em>Making AI Less ‘Thirsty’: Uncovering </em><em>and Addressing the Secret Water</em><em> Footprint of AI Models</em> (9) si autodefinisce il “primo tentativo nel suo genere di scoprire l’impronta idrica segreta dei modelli di intelligenza artificiale”. Come per l’impronta di carbonio, gli autori suddividono l’utilizzo dell’acqua in ambito 1 (uso in loco per il raffreddamento dei server), ambito 2 (uso fuori sede per la generazione di energia elettrica) e ambito 3 (uso nella catena di fornitura per la produzione dei server), evidenziando tuttavia l’impossibilità a quantificare quest’ultimo per mancanza di dati. Oggetto empirico della ricerca è il modello GPT-3 per i servizi linguistici. L’analisi mostra che il suo addestramento “nei moderni data center statunitensi di Microsoft può <em>consumare </em>un totale di 5,4 milioni di litri di acqua […]. Inoltre, GPT-3 deve ‘bere’ (cioè consumare) una bottiglia d’acqua da 500 ml per circa 10-50 risposte, a seconda di quando e dove viene utilizzato”. Numeri che, sottolinea lo Studio, potrebbero aumentare per GPT-4 “che, secondo quanto riferito, ha dimensioni del modello sostanzialmente più grandi”. Nel 2022, i data center proprietari di Google – con l’esclusione delle strutture di <em>colocation</em> affittate da terze parti – hanno prelevato 25 miliardi di litri di acqua e ne hanno consumati quasi 20 miliardi nel solo ambito 1, ossia per raffreddare i server; nel complesso, “il consumo idrico dei data center di Google (sia prelievo che consumo) è aumentato del 20% rispetto al 2021”, mentre quello di Microsoft è cresciuto del 34%; “aumenti così significativi” evidenzia l’analisi, “sono probabilmente attribuibili alla crescente domanda di intelligenza artificiale”. Sempre nel 2022, il prelievo globale di Google, Microsoft e Meta in ambito 1 e 2 ha raggiunto i 2,2 miliardi di metri cubi, equivalente al <em>doppio</em> del prelievo idrico annuale totale (utilizzo agricolo, industriale e municipale/domestico) della Danimarca. Una recente ricerca citata nello Studio suggerisce che “la domanda mondiale di AI potrebbe consumare 85-134 TWh di elettricità nel 2027: se questa stima si dovesse concretizzare, il prelievo idrico operativo globale combinato in ambito 1 e ambito 2 relativo <em>alla sola intelligenza artificiale</em> potrebbe raggiungere 4,2-6,6 miliardi di metri cubi nel 2027, un dato equivalente a 4-6 volte il prelievo annuale totale della Danimarca o alla metà di quello del Regno Unito”. Non manca, infine, un cortocircuito. Per ridurre l’impronta di carbonio, puntualizza lo Studio, è preferibile “seguire il sole”, utilizzando l’energia solare quando è più abbondante; tuttavia, per ridurre l’impronta idrica è meglio “smettere di seguire il sole”, evitando le ore ad alta temperatura della giornata nelle quali la WUE (Water Usage Effectiveness, misura dell’efficienza idrica) è elevata; quindi “ridurre al minimo un’impronta potrebbe aumentare l’altra”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La (ir)razionalità del capitalismo</h4>



<p>Rovesciando la visione di Hegel, per Marcuse il reale è irrazionale. Tuttavia nelle società a capitalismo avanzato, lo stesso sistema capitalistico-tecnologico fa apparire razionale ciò che è irrazionale.</p>



<p>La gestione dell’acqua vede scarsità, morti e guerre da una parte, e dall’altra l’incremento del suo utilizzo per l’intelligenza artificiale; persone che muoiono <em>vs</em> lo sviluppo di una tecnologia. “Noi viviamo e moriamo in modo razionale e produttivo” scrive l’intellettuale francofortese ne <em>L’uomo a una dimensione</em>: “Noi sappiamo che la distruzione è il prezzo del progresso, così come la morte è il prezzo della vita; che rinuncia e fatica sono condizioni necessarie del piacere e della gioia; che l’attività economica deve proseguire, e che le alternative sono utopiche. Questa ideologia appartiene all’apparato stabilito della società; è un requisito del suo regolare funzionamento, fa parte della sua razionalità”. Negli anni e nelle società occidentali del boom economico del Novecento – quelli in cui scrive Marcuse – il capitalismo si autolegittimava come sistema razionale in quanto portatore di benessere a fasce sempre più estese di popolazione: la creazione del celebre ‘ceto medio’. Oggi non è più così. Povertà e diseguaglianza sono in ascesa, in modo talmente evidente che nessuna narrazione contraria riesce nell’intento di risultare credibile. Eppure, il sistema non è messo in discussione dalla gran parte della popolazione. Perché gli equilibri ideologici tra capitalismo e tecnologia sono mutati, ma ancora producono una visione che si vuole razionale. Mentre il capitalismo non si preoccupa più di autolegittimarsi, forte del fatto di essere divenuto ‘sistema naturale’, criterio di interpretazione e valutazione di ogni ambito sociale – tutto è letto secondo criteri economici, persino la crisi idrica viene rapportata alla perdita di Pil: ci sono i morti, certo, ci sono le guerre, certo, ma a un dato punto dei report compare sempre l’impatto negativo sui numeri dell’economia – la tecnologia ha assunto su di sé, pienamente ed esclusivamente, la caratteristica della razionalità; e in questa inversione d’ordine, la presunta razionalità del sistema è divenuta ancora più difficile da contestare.</p>



<p>Si cercano così soluzioni tecnologiche-capitalistiche ai danni prodotti dallo stesso sviluppo tecnologico-capitalistico: le cause pretendono di trasformarsi in soluzioni, e i profitti derivanti dalle soluzioni si sommano a quelli incassati dalle cause. Mentre consuma miliardi di litri d’acqua, l’intelligenza artificiale deve essere sviluppata perché, nella crisi in cui siamo, permetterà una più efficiente gestione dell’acqua stessa: un paradosso che non viene percepito come tale. Mentre sottrae acqua alla popolazione palestinese di Cisgiordania e Gaza, Israele è tra i principali Paesi sviluppatori di intelligenza artificiale e relative tecnologie – molte legate al settore militare –, come mostra anche l’inchiesta a pag. 14, dettagliando la trasformazione di Ebron in una smart city strutturata sulla capillare sorveglianza e repressione dei palestinesi.</p>



<p>È alla radice della ragione, che occorre andare. Perché l’attuale sistema “appare naturale solo a un modo di pensare e di comportarsi che non è incline e forse è anche incapace di comprendere ciò che avviene e perché avviene” scrive Marcuse, “un modo di pensare e di comportarsi che è immune da ogni forma di razionalità che non sia la razionalità stabilita”. In un’intervista del 1968, Marcuse porta l’esempio delle freeway di Los Angeles, le autostrade che collegano le zone della città: “Il condizionamento di una società integrata a sviluppo capitalistico è nel paesaggio quotidiano”, ogni aspetto risulta “logico, fa parte di una necessità, di una funzionalità, è la razionalità interna del sistema. La città di Los Angeles è lunga 100 chilometri, ecco allora per unirne i capi opposto, le freeway […] se a una persona non integrata esse possono apparire angosciose, possono tuttavia apparire belle, tecnicamente progredite, funzionali a chi deve spostarsi in qualche modo da una parte all’altra della città; la logica del sistema le ha rese necessarie, ma è logico il sistema che le ha rese necessarie?”</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.unicef.it/programmi/acqua-igiene/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unicef.it/programmi/acqua-igiene/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/">https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Unesco, <em>The United Nations World Water Development Report 2024: Water for Prosperity and Peace</em>, marzo 2024 <a href="https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2024" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2024</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Unesco, <em>The United Nations World Water Development Report 2021: Valuing Water,</em> <a href="https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://www.worldwater.org/water-conflict/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.worldwater.org/water-conflict/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) “Le Forze militari israeliane” o “i coloni israeliani” o “i coloni israeliani, sotto la protezione dei soldati israeliani”, “distruggono” o “danneggiano”, o “demoliscono” o “vandalizzano”</p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.un.org/unispal/document/the-allocation-of-water-resources-in-the-opt-including-east-jerusalem-report-of-the-united-nations-high-commissioner-for-human-rights-advance-unedited-version-a-hrc-48-43/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.un.org/unispal/document/the-allocation-of-water-resources-in-the-opt-including-east-jerusalem-report-of-the-united-nations-high-commissioner-for-human-rights-advance-unedited-version-a-hrc-48-43/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Pengfei Li, Jianyi Yang, Mohammad A. Islam, Shaolei Ren, <em>Making AI Less ‘Thirsty’: Uncovering and Addressing the Secret Water Footprint of AI Models, </em>ottobre 2023 <a href="https://arxiv.org/abs/2304.03271" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://arxiv.org/abs/2304.03271</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il lato oscuro delle smart city</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-lato-oscuro-delle-smart-city/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 14:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Da Venezia a Hebron, una nuova concezione di città in emergenza permanente: dalla Smart Control Room al sentiment analysis alla sorveglianza di massa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-86-aprile-maggio-2024/" data-type="post" data-id="7667" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 86, aprile – maggio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Una nuova concezione di città in emergenza permanente: dalla Smart Control Room e il sentiment analysis di Venezia alla sorveglianza di massa a Hebron, con il sistema di riconoscimento facciale Red Wolf presente ai checkpoint, l’applicazione Blue Wolf installata negli smartphone dei militari israeliani e il Wolf Pack, il database con immagini e informazioni sui palestinesi della Cisgiordania</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">La città intelligente</h4>



<p>“Benvenuti nell’anno 2030. Benvenuti nella mia città – o dovrei dire ‘nostra città’. [&#8230;] Shopping? Non riesco a ricordare cosa sia. Per la maggior parte di noi, ora si tratta della scelta di oggetti da utilizzare. Talvolta lo trovo divertente, e talvolta voglio che sia l’algoritmo a farlo per me. Ormai conosce i miei gusti meglio di me. [&#8230;] La mia maggiore preoccupazione riguarda coloro che non vivono nella nostra città. Quelli che abbiamo perso per strada. Quelli che hanno deciso che tutta questa tecnologia era diventata troppo. Quelli che, quando i robot e l’AI hanno preso il posto di gran parte dei nostri lavori, si sono sentiti obsoleti e inutili. Quelli che si sono arrabbiati con il sistema politico e gli si sono rivoltati contro. Vivono vite differenti fuori dalla nostra città. Alcuni hanno creato piccole comunità autosufficienti. Altri semplicemente stanno in case vuote e abbandonate in piccoli villaggi del XIX secolo. Di tanto in tanto mi infastidisce il fatto di non avere una vera e propria privacy. Non posso andare da nessuna parte senza essere registrata. So che, da qualche parte, tutto ciò che faccio, penso e sogno è registrato. Spero solo che nessuno lo usi contro di me. Tutto sommato è una bella vita [&#8230;].” (1)</p>



<p>Queste sono le parole che Ida Auken nel 2016 – quando era parlamentare danese, Young Global Leader e membro del Global Future Council on Cities and Urbanization del World Economic Forum (WEF) – scrive in un breve articolo intitolato inizialmente <em>Benvenuti nel 2030. Non possiedo nulla, non ho privacy, e la vita non è mai stata migliore</em>, e successivamente <em>Ecco come potrebbe cam</em><em>biare la vita nella mia città entro il 2030</em>. All’epoca, il testo dove Auken immagina uno scenario venturo determinato dallo sviluppo tecnologico, ricevette delle critiche: alcuni lo interpretarono come un’utopia dell’autrice, quando invece Auken – come si legge in una nota inserita nell’articolo reintitolato – dichiara di aver solo mostrato un futuro possibile. Che quello descritto sia un sogno o meno, possiamo affermare che le nostre città stanno percorrendo la strada ipotizzata assumendo la forma delle cosiddette ‘smart city’.</p>



<p>La smart city è “un luogo che integra i sistemi fisici, digitali e umani nelle reti e nei servizi tradizionali” (2), è un luogo dove “i servizi, le infrastrutture e le strade [sono] connesse alla rete e [sono] così intelligenti da gestire i flussi di energia e di materiale, la logistica e il traffico” (3). Nel 2016, ne <em>La quarta ri</em><em>voluzione industriale</em>, Klaus Schwab – fondatore e presidente del WEF – scrive che “le città ‘intelligenti’ stanno estendendo continuamente il proprio network di sensori e lavorando su piattaforme dati che rappresenteranno lo spazio dove confluiranno diversi progetti tecnologici e dove implementare ulteriori servizi basati sull’analisi dei dati e su modelli di previsione” (4). Come prima conseguenza negativa di questo modello urbano Schwab indica la questione della privacy e della sorveglianza; come aspetto con effetti non ancora noti segnala i cambiamenti delle abitudini individuali dei cittadini. Schwab individua nella città “lo spazio dove l’innovazione viene generata”, una trasformazione di una rilevanza tale da dare luogo a cambiamenti economici, sociali e culturali. Come appunta l’autore, “la tecnologia e la digitalizzazione rivoluzioneranno ogni cosa, al punto da rendere l’espressione ‘questa volta è diverso’, spesso abusata o utilizzata impropriamente, perfettamente calzante. In parole povere, le principali innovazioni tecnologiche sono nel punto di promuovere un cambiamento epocale, nonché inevitabile, a livello globale”. Che la tecnologia avrebbe modificato la natura stessa delle città è un dato affiorato anche in uno studio condotto dal Global Agenda Council on the Future of Software and Society del WEF (5), dove viene indicato il 2026 come l’anno di svolta per l’avvento delle smart city, inserite nella lista delle ventuno trasformazioni dovute allo sviluppo tecnologico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La città in stato d’emergenza permanente</h4>



<p>Se per Schwab la città è il sito dell’innovazione, per Shoshana Zuboff è il campo di battaglia preferito per gli “affari del capitalismo” (6), in particolare del capitalismo della sorveglianza. Con questa espressione Zuboff intende “un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita”: è una logica che permea la tecnologia trasformandola in azione. Come vedremo, negli attuali scenari urbani la tecnologia non è una cosa a sé, isolata da economia e società, ma è un soggetto che regola l’ambiente in cui si vive e che viene presentato come lo strumento necessario per la sicurezza, intesa come priorità in uno stato d’emergenza permanente. Oggi la necessità di ‘difesa’ viene perseguita attraverso dispositivi di separazione e di canalizzazione: le persone, diventate ‘utenti’ della città, possono essere filtrate “in funzione della legittimità riconosciuta alla loro presenza nel dato luogo da securizzare” (7). Come osserva l’urbanista Jean-Pierre Garnier, il modello è quello dello stadio o dell’aeroporto, dove gli accessi sono controllati in modo da impedire attacchi terroristici o violenza.</p>



<p>Sicurezza e urbanità sono oramai un binomio assodato: in un articolo del 2019 sulle operazioni militari congiunte della NATO in ambiente urbano, Jozsef Bodnar (tenente colonnello NATO) e Sue Collins (Comando Alleato della Trasformazione, NATO) dichiarano che “le città stanno diventando sempre più i bersagli principali di attacchi militari, politici e terroristici e sono ambienti di violenza e conflitto”, una situazione che “richiederà il coinvolgimento della NATO nelle aree urbane” (8). Per esercitarsi a possibili conflitti ad alta intensità sono utilizzati i cosiddetti ‘wargame’, con i quali è possibile esaminare e valutare contesti militari e confrontare eventuali alternative tattiche, senza sperimentare il conflitto reale. Archaria (9) è un modello di città virtuale del 2035 commissionato dal Comando Alleato Trasformazioni della NATO alla Fabaris, azienda italiana che opera nel settore della difesa, intelligence e aerospazio. Dall’esperienza maturata nello sviluppo di Archaria, nel 2019 il Modelling &amp; Simulation Centre of Excellence della NATO ha avviato un nuovo progetto denominato WISDOM (Wargame Interactive Scenario Digital Overlay Model) (10). Si tratta di una piattaforma di gestione di territori urbani in grado di creare un numero qualsiasi di modelli di città virtuali di particolare interesse operativo, il cui utilizzo è consentito a un elevato numero di utenti contemporaneamente. Sviluppato dall’azienda olandese TNO è, invece, MARVEL, un modello di sistemi dinamici che raffigura le capacità di resilienza della città di Archaria in relazione a eventi come un’azione militare.</p>



<p>Nell’ambiente delle smart city, il sistema Internet delle cose (IoT) – tra cui sensori, telecamere e Wi-Fi – modifica in modo radicale la consapevolezza situazionale, un dato che non ha ripercussioni solo nelle simulazioni di wargaming ma che, come vedremo, interferisce con la quotidianità attraverso il controllo totale e la polizia predittiva.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il caso Venezia: dalla sicurezza al sentiment analysis</h4>



<p>Nel panorama italiano, City Vision (11) misura il grado di “intelligenza” di tutti i Comuni; nel 2023 il podio è stato occupato da Milano, Trento e Bolzano (12). Molti investimenti nel settore della digitalizzazione delle città italiane arrivano dal PNRR (13), che prevede lo stanziamento di diversi miliardi di euro per la digitalizzazione e la trasformazione di territori vulnerabili in smart city (14), attraverso il recupero del ruolo dei Comuni e la promozione dei partenariati pubblico-privato. La cooperazione su cui si basano le smart city vede, infatti, come soggetti gli enti territoriali regionali e locali, le istituzioni culturali e accademiche, le grandi aziende, infine i cittadini e i ‘city users’ – così definiti coloro che si recano in città per usufruire di un servizio.</p>



<p>In questo scenario, una città che si contraddistingue è Venezia, al cui interno si trova una Smart Control Room (15) che, inaugurata nel settembre 2020, rappresenta una vera e propria torre di controllo del capoluogo veneto. Realizzata e gestita in collaborazione tra Comune, Venis S.p.A. (16), Polizia Locale e TIM, si trova nella sede della Polizia Municipale al Tronchetto. Nella sala tecnologica sono presenti enormi video-wall che proiettano in diretta immagini provenienti dalle quasi 600 telecamere intelligenti installate in città, ma l’enorme flusso di dati arriva anche dai sensori dislocati sul territorio e dalle celle telefoniche che, attraverso il collegamento delle sim alle antenne, rivelano le presenze riuscendo a distinguere anche la provenienza delle persone. I dati e i metadati sono raccolti e gestiti da MindIcity, una piattaforma digitale acquistata da TIM nel 2022 che correla tutte le informazioni ottenute dai sensori, dalle telecamere e dalla rete telefonica per interpretare, prevedere e simulare i fenomeni che potrebbero interessare la città (17). Le informazioni restituite in tempo reale e storiche sono rappresentate e consultabili sia sui video-wall della Smart Control Room, sia “sui dispositivi personali del Sindaco, di amministratori e responsabili tramite viste di sintesi che, attraverso indici di osservazione e previsionali, consentono di avere in ogni momento il controllo della situazione con particolare riferimento alla sicurezza e alla mobilità” (18).</p>



<p>Il progetto veneziano nasce per regolare la mobilità attraverso un sistema integrato di controllo che coinvolge i passaggi pedonali, stradali e acquei. Fin da principio, il tracciamento viene presentato come uno strumento utile per sorvegliare i flussi turistici e per individuare eventuali assembramenti, consentendo “l’intervento puntuale delle pattuglie di Polizia locale” (19). È bene ricordare che la Smart Control Room di Venezia diventa realtà nel 2020, quando la gestione dell’emergenza Covid-19 criminalizza l’idea di folla e dà inizio a un disciplinamento di massa attraverso dispositivi di controllo e identificazione che permettono spostamenti e accessi solo alle persone in possesso del Green Pass. Non troppo dissimile è il funzionamento del nuovo contributo d’accesso necessario per visitare Venezia. Da aprile 2024, infatti, in specifiche date, i visitatori occasionali sono soggetti alla prenotazione e al pagamento di una tassa che genera un QR code da mostrare agli addetti al controllo, e necessario per entrare fisicamente in laguna quando saranno installati i tornelli: obbligando costantemente le persone a dimostrare di avere il permesso di accedere a un luogo, Venezia assume a tutti gli effetti le sembianze di un aeroporto (20).</p>



<p>Oltre alla sicurezza e alla mobilità, la smart city è presentata come promotrice della sostenibilità: applicazioni ad hoc consentirebbero la gestione efficiente dell’energia, delle risorse ambientali e dei rifiuti (21). È inevitabile che anche a Venezia la salvaguardia dell’ambiente sia un argomento di primaria importanza, tanto che nel 2022 è stata costituita la Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità. Pure in questo caso siamo davanti a un partenariato pubblico-privato formato da enti territoriali regionali e locali, da istituzioni culturali e accademiche veneziane e da grandi imprese. Tra le aziende “interessate allo sviluppo sostenibile dell’intorno veneziano” (22), compare tra i soci fondatori ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) e tra i soci co-fondatori Leonardo. La multinazionale italiana attiva nei combustibili fossili è una delle aziende più inquinanti al mondo, nonché il maggior emettitore italiano di gas serra a livello mondiale; Leonardo S.p.A. – gruppo industriale italiano attivo nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza –, invece, è la prima azienda in Unione europea come ricavi per vendita di armi (23). Se nel primo caso la contraddittorietà è tale da rendere palese il tentativo di greenwashing, nel secondo il tema della sostenibilità s’intreccia con quello della guerra. In tempi bellicosi come quelli attuali, non c’è da sorprendersi se Leonardo mostra interesse verso un’associazione che opera a Venezia, prima città italiana con una Smart Control Room. Come abbiamo visto, infatti, quello urbano è considerato il principale scenario di attacchi militari e conflitti e, in questo panorama, le smart city giocano un ruolo sempre più emblematico. Per dirlo in poche battute, per fare la guerra fuori è conveniente poter controllare la popolazione dentro.</p>



<p>Fino a ora, abbiamo affermato che una città intelligente si basa su un partenariato tra pubblico e privato, ma per funzionare realmente richiede una cooperazione con i cittadini che comunicano con le macchine in modo sempre più costante e immediato. La piattaforma (24) della Smart Control Room di Venezia è, difatti, in grado di effettuare sentiment analysis, calcolando l’indice di stato della città. Con sentiment analysis s’intende il processo operativo alla base dello studio dei testi condivisi dagli utenti in rete, al fine di individuarne lo stato d’animo. Tale analisi è un campo di elaborazione del linguaggio naturale che estrae, quantifica e studia le informazioni contenute nel linguaggio per elaborare previsioni su comportamenti e modelli decisionali. In questo scenario, i social media sono dei veri e propri sensori sociali: facendo dialogare le opinioni postate sui social con la localizzazione della loro pubblicazione, è possibile indagare la stabilità emotiva di un luogo.</p>



<p>Per capire come questo sistema possa avere un impatto sul dominio delle opinioni e delle azioni è utile osservare i suoi campi di applicazione più estremi. Finanziato dal programma 2020 della Commissione europea è SEWA (25) della start-up Realeyes, un progetto che legge indicatori comportamentali come la gestualità, considerata un indizio importante, e che utilizza “software specializzati per scandagliare volti, gesti, corpi e menti, catturati da ‘biometriche’ e sensori ‘profondi’, spesso combinati con videocamere incredibilmente piccole e ‘discrete’” (26). Un complesso di tecnologie che riesce ad analizzare comportamenti che sfuggono alla mente consapevole, rischia di rendere reale il fatto che “il nostro inconscio, dove si formano le sensazioni prima che ci siano parole per esprimerle, [diventi] solo un’altra fonte di materie prime per la macchina della renderizzazione e dell’analisi, con il solo scopo di avere previsioni migliori” (27). La possibilità indicata da Zuboff è l’obiettivo dichiarato di Realeyes, la cui consulente scientifica dichiara: “I computer saranno più bravi di noi a leggere le emozioni e in grado di rilevare sfumature che agli esseri umani potrebbero sfuggire” (28).</p>



<p>Attraverso la lente della Smart Control Room di Venezia – massimo grado di ‘città intelligente’ in Italia – possiamo dunque sostenere un’equiparazione tra la smart city e la smart factory: alla città vengono applicati i parametri dell’industria 4.0, tra cui la collaborazione tra operatore, macchine e strumenti (smart production) e la collaborazione tra aziende come avviene tra TIM e il Comune di Venezia. Le stesse tecnologie sono inserite tanto nell’automatizzazione industriale quanto nella quotidianità cittadina, situazione che rende evidente come tra i principi non esplicitati della smart city ci sia l’equiparazione tra persone e macchine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Hebron smart city: sorveglianza di massa</h4>



<p>Dal 1997 Hebron (Cisgiordania) è divisa in due settori noti come H1 e H2 (29). La prima zona, che costituisce l’80% della città, è amministrata dalle autorità palestinesi, mentre la seconda area, che comprende la città vecchia, è sotto controllo israeliano (30). Uno dei simboli dell’occupazione e della divisione tra H1 e H2 è il checkpoint 56, una barriera di ferro con due tornelli e almeno 24 dispositivi di sorveglianza audiovisiva. È a questo posto di blocco (31) – attraversato solo dalla popolazione palestinese di H2 – che è stato scoperto l’utilizzo da parte dell’esercito israeliano di un nuovo sistema di riconoscimento facciale chiamato Red Wolf (32). L’uso della tecnologia di riconoscimento facciale come strumento per limitare la libertà di movimento dei palestinesi nei territori occupati è l’argomento indagato in <em>Automated Apartheid – How facial recognition fragments, segregates and controls Palestinians in the OPT</em>, report di Amnesty International pubblicato nel 2023 (33).</p>



<p>Red Wolf è l’ultimo strumento di controllo sperimentale dopo almeno altri tre sistemi di sorveglianza e database, tra cui Blue Wolf, White Wolf e Wolf Pack. Fino al 2021 la tecnologia di riconoscimento facciale era utilizzata solo nei posti di blocco, ma ora ogni soldato israeliano può usarla ovunque attraverso il cellulare. Blue Wolf è, infatti, un’applicazione presente negli smartphone dei militari che funziona con la scansione del volto della persona o del codice a barre che si trova sul mumarnat – la smartcard contenente le informazioni biometriche (34) dei civili palestinesi, oltre a informazioni personali e di sicurezza, necessaria per entrare in territorio israeliano. Attraverso la scannerizzazione si accede immediatamente alle informazioni archiviate nel Wolf Pack, un grande database con immagini e notizie – tra cui, numero di targa, storia famigliare, dati sull’educazione, i contatti e un punteggio relativo alla pericolosità – disponibili esclusivamente sui palestinesi della Cisgiordania. Alla fine della ricerca nell’archivio, l’app Blue Wolf segnala al militare con dei colori in stile semaforo se l’individuo ritratto va fermato o lasciato andare. Lo scopo è quello di registrare i profili di ogni palestinese, in modo tale da condividere le informazioni con l’Agenzia di Intelligence per gli Affari Interni dello Stato d’Israele (Shin Bet). Come si legge in una dichiarazione raccolta da Breaking the Silence (35) – organizzazione non governativa fondata nel 2004 da veterani delle forze di difesa israeliane –, i soldati sono soliti girare per i quartieri di Hebron sotto controllo israeliano fotografando a piacimento chiunque vogliano: l’obiettivo è quello di fare il numero maggiore di foto – tra i militari si è creata una sorta di competizione – in modo da creare nuove voci biometriche, così da completare i profili e le informazioni contenute nel Wolf Pack. Soprannominato il “Facebook dei palestinesi”, Blue Wolf può essere usato anche per incursioni di intelligence mapping, una pratica che prevede irruzioni notturne nelle case palestinesi per raccogliere notizie sui residenti e sugli edifici. Destinata invece ai coloni è White Wolf, l’applicazione che permette agli ebrei in Cisgiordania di controllare, accedendo al database, quei palestinesi che vogliono lavorare negli insediamenti ebraici: scansionando i documenti d’identità dei lavoratori, i coloni possono entrare in possesso di dati confidenziali governativi.</p>



<p>Per accedere ai servizi, molti palestinesi di Hebron devono attraversare i checkpoint militari ed è qui che le forze di sicurezza israeliane stanno sperimentando il sistema Red Wolf. In una testimonianza, un primo sergente di stanza a Hebron racconta il funzionamento del sistema e come i soldati abbiano il compito di addestrare l’algoritmo per far sì che Red Wolf impari a riconoscere i volti precedentemente sconosciuti senza l’intervento umano: “[nel checkpoint] si trovano all’incirca dieci telecamere. Una volta che [i palestinesi] arrivano e passano attraverso, il sistema scatta delle fotografie, li identifica, per aiutare il soldato che si trova lì. Il sistema cattura il volto prima che la persona entri, e lo visualizza sul computer. Se si tratta di qualcuno che passa spesso da lì, il computer lo riconosce. In sostanza il sistema fotografa tutti quelli che passano [dal checkpoint]. E tu, come soldato o comandante, lì in piedi, puoi abbinare il volto ai documenti d’identità, finché il sistema non impara a riconoscere il viso. [Il sistema] riconosce [la persona] che arriva che è illuminata di verde già prima che mi mostri un documento, così il processo per lei è più rapido, in teoria. [&#8230;] Queste telecamere consentono essenzialmente di ricevere l’avviso sul computer più velocemente. [&#8230;] È un sistema che, in sostanza, sei tu come persona al posto di blocco a istruire. Lui fotografa. Io posso entrare nella foto e inserire il documento d’identità” (36).</p>



<p>L’identificazione biometrica è, però, qualcosa che i palestinesi subiscono da oltre un ventennio. Era il 1999, infatti, quando Israele iniziò a sperimentare Basel System (37), un sistema di identificazione biometrica automatizzato con riconoscimento palmare e facciale, che regola lo spostamento dei palestinesi. Il Ministero della Difesa lo ha installato ai posti di controllo militare prima a Gaza e poi anche in Cisgiordania. Da allora, con l’aiuto di tecnologie altamente avanzate, il governo israeliano ha reso Hebron una vera e propria smart city dove, secondo le forze di difesa, è stato fatto un grande passo avanti nella lotta contro il terrorismo (38). L’iniziativa ‘Smart City Hebron’ prevede una vasta rete di telecamere a circuito chiuso e sensori che fornisce in tempo reale il monitoraggio della città identificando, come accade a Venezia, eventuali situazioni anomale: “Qualora il sistema rilevi movimenti o rumori insoliti, invia il messaggio all’HML [Mashine Learning for Humanitarian Data] per continuare a gestire l’evento e dispiegare le forze, se necessario” (39).</p>



<p>La tecnologia utilizzata a Hebron nel contesto della ‘Smart City Initiative’ non solo rappresenta un alto livello di sorveglianza di massa che monitora ogni movimento, ma, concepita come l’ennesimo programma di difesa contro il terrorismo, rende reale il fatto che l’essere palestinese sia l’elemento di pericolo. Come abbiamo visto, i palestinesi sono gli unici residenti in H2 a dover utilizzare i posti di blocco – i coloni ebrei israeliani percorrono strade diverse e non sono tenuti ad attraversare i checkpoint – e solo i loro dati sono contenuti nei database. Nel panorama di quella che può essere considerata una smania di controllo totale, assistiamo al fatto che, attraverso l’identificazione tra nazionalità e minaccia, venga legittimata ogni tipo di politica di sorveglianza e azione di guerra che faccia uso di una tecnologia diventata l’ennesima arma a supporto di un regime di occupazione. Per usare le parole di Michel Warschawski, “dal momento in cui, in nome della sicurezza, ci si attribuisce il diritto di negare la dimensione umana dell’avversario, il processo di disumanizzazione non può più fermarsi: diventa un comportamento globale di fronte all’altro, che non ha più nulla a che vedere con la sicurezza” (40).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’intelligenza artificiale che discrimina</h4>



<p>Dopo aver esaminato i casi di Venezia ed Hebron appare difficile non accorgersi delle assonanze presenti tra le città: un sistema che rileva movimenti o rumori insoliti capace di determinare l’intervento della polizia, la presenza di tornelli che regolano l’accesso e – non ultimo – uno stesso linguaggio sicuritario permettono di avvicinare le due realtà. Il motivo per cui non è tanto azzardato paragonare situazioni all’apparenza molto diverse ce lo fornisce ancora Schwab, quando, scrivendo a proposito del carattere mutevole del conflitto determinato dalla quarta rivoluzione industriale, afferma che “la distinzione tra guerra e pace – e tra combattenti e civili – sta [&#8230;] diventando sempre meno marcata” (41).</p>



<p>Un aspetto, invece, che nelle smart city italiane è ancora poco evidente ma che nei territori occupati è lampante, è la discriminazione razziale che accompagna queste tecnologie digitali emergenti. Nonostante la percezione diffusa voglia che la tecnologia sia neutrale e obiettiva nel suo funzionamento, essa riflette i valori e gli interessi di coloro che la progettano e la utilizzano ed è creata in base alle strutture di potere che operano nella società (42). Il sistema Wolf – prodotto della società israeliana e dunque specchio dei suoi principi – esemplifica come l’intelligenza artificiale riproduca ed esasperi l’iniquità, il razzismo, l’intolleranza e la violenza a cui sono sottoposti i palestinesi nella loro quotidianità.</p>



<p>Il carattere discriminatorio della tecnologia lo si vede anche nei dispositivi utilizzati nei Paesi occidentali nell’ambito della polizia predittiva (43). Uno dei più conosciuti è PredPol, un sistema usato fino a pochi anni fa dal dipartimento di polizia di Los Angeles, che esaminava dieci anni di dati sulla criminalità, inclusi le date, i luoghi e la frequenza dei crimini, per prevedere quando e dove i reati si sarebbero probabilmente verificati nelle dodici ore successive. Queste informazioni, raccolte e categorizzate dagli agenti di polizia, dietro la parvenza di obiettività dell’algoritmo, causarono un forte aumento di sorveglianza nelle comunità latine e nere: la capacità decisionale della macchina rispecchiava alla perfezione i pregiudizi esistenti.</p>



<p>Il Regno Unito utilizza invece Gangs Violence Matrix (44), un database che assegna alle persone conosciute dal software come appartenenti a un gruppo criminale un punteggio, in base a qualsiasi informazione posseduta dalle forze dell’ordine su di loro. A proposito di Matrix, in un report del 2020 delle Nazioni Unite sulle discriminazioni razziali e le nuove tecnologie (45), viene denunciato che gli agenti di polizia fanno ipotesi in base all’etnia, al sesso, all’età e allo status socioeconomico, una prassi che fa sì che il 78% degli individui presenti su Matrix sia nero e un ulteriore 9% appartenga ad altri gruppi etnici minoritari, sebbene i dati mostrino che solo il 27% dei responsabili di gravi episodi di violenza giovanile sia di colore. Chi è presente in Matrix riferisce, inoltre, di subire innumerevoli perquisizioni, fino ad arrivare a molteplici fermi ogni giorno. Ma la violenza fondata sulla digitalizzazione delle informazioni non finisce qui: la polizia condivide i dati con altre agenzie, come i centri dell’impiego, le associazioni di alloggi, le istituzioni scolastiche, perpetrando l’emarginazione sulla base di una presunta affiliazione a una gang.</p>



<p>Nonostante questi due esempi mostrino la pericolosità della polizia predittiva, in Italia nel 2020, dentro il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, è nato Giove, un sistema di analisi automatizzata che dovrebbe essere dato in dotazione a tutte le questure italiane tra qualche anno, previo consenso del garante della privacy. Basato su un algoritmo di intelligenza artificiale, Giove utilizza le banche dati delle forze dell’ordine relative ai reati per prevenire e reprimere i crimini a impatto sociale, come molestie e furti in abitazione, e, con il miglioramento della tecnologia, potrà essere usato nell’ambito di indagini di terrorismo che, come già vediamo, sempre più contemplano tutto ciò che è dissenso politico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’intelligenza artificiale che reprime</h4>



<p>Utilizzando nuovamente la lente della Palestina, contesto di guerra esplicito, possiamo capire la portata dell’intelligenza artificiale nell’ambito della difesa. È il 2019 quando il governo israeliano annuncia la creazione della Direzione Targeting per produrre nuovi obiettivi funzionali all’esercito (46), dichiarando che le tecnologie utilizzate avrebbero per la prima volta combinato il campo dei data science e quello del machine learning. Ciò che viene sviluppato è Habsora (‘Vangelo’ in ebraico), un sistema di AI che “consente l’uso di strumenti automatizzati per produrre target a un ritmo rapido, che funziona migliorando il materiale di intelligence” (47). Habsora, utilizzato per la prima volta nel 2021 durante l’operazione “Guardian of the Walls”, genera, attraverso l’analisi dei dati, obiettivi di attacco a una velocità molto più elevata rispetto agli analisti umani, il cui ruolo diventa quello di confermare ciò che l’algoritmo stabilisce. Questo software è un esempio concreto dei “nuovi strumenti tecnologici dagli effetti mortali” menzionati da Schwab quasi un decennio fa, quando preannunciava che “le armi autonome, capaci di identificare gli obiettivi e decidere se aprire il fuoco senza l’intervento dell’uomo, saranno sempre più semplici da produrre, mettendo in discussione le pratiche militari tradizionali” (48).</p>



<p>PredPol, Matrix, Giove e Habsora hanno una matrice comune: un algoritmo che genera target considerati sacrificabili. Se il software usato dall’esercito israeliano per combattere Hamas prevede la morte di civili, i dispositivi in possesso della polizia occidentale implicano una corrispondenza tra minoranze e crimine. In un paradigma di guerra globale, possiamo notare come l’intelligenza artificiale sia usata in modo diverso ma con lo stesso fine: controllo, repressione, saccheggio coloniale. Fino a ora nelle ‘nostre’ smart city il conflitto ha assunto le forme del war gaming, ma a Hebron – come in tutta la Palestina – l’avanguardia tecnologica del governo d’Israele ha preso una forma concreta estremamente crudele. Attribuire alla macchina capacità decisionali autonome ha conseguenze distopiche: se da una parte si realizza più facilmente la volontà di dominio sulla vita, dall’altra sembra smaterializzarsi la responsabilità individuale: mentre l’algoritmo assume caratteristiche antropomorfe, gli individui perdono umanità.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><br>1)<br><a href="https://web.archive.org/web/20161125135500/https://www.weforum.org/agenda/2016/11/shopping-i-can-t-really-remember-what-that-is">https://web.archive.org/web/20161125135500/https://www.weforum.org/agenda/2016/11/shopping-i-can-t-really-remember-what-that-is</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://commission.europa.eu/news/focus-energy-and-smart-cities-2022-07-13_it">https://commission.europa.eu/news/focus-energy-and-smart-cities-2022-07-13_it</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Klaus Schwab, <em>La quarta rivoluzione industriale</em>, FrancoAngeli</p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www3.weforum.org/docs/WEF_GAC15_Deep_Shift_Software_Transform_Society.pdf">https://www3.weforum.org/docs/WEF_GAC15_Deep_Shift_Software_Transform_Society.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Shoshana Zuboff, <em>Il capitalismo della sorveglianza</em>, Luiss University Press</p>



<p class="has-small-font-size">7) Jean-Pierre Garnier, <em>Verso una urbanità securitaria</em></p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.jwc.nato.int/images/stories/_news_items_/2019/three-swords/NATOUrbanization_2035.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.jwc.nato.int/images/stories/_news_items_/2019/three-swords/NATOUrbanization_2035.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://www.mscoe.org/archaria-virtual-city-model-stress-test-in-virtualized-environment/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mscoe.org/archaria-virtual-city-model-stress-test-in-virtualized-environment/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) <a href="https://www.difesa.it/Amministrazionetrasparente/SMD/bandi/Documents/avvisi/2022/COR/Avviso_gara_22/All_A_RTO_Assistenza_tecnica.pdf">https://www.difesa.it/Amministrazionetrasparente/SMD/bandi/Documents/avvisi/2022/COR/Avviso_gara _22/All_A_RTO_Assistenza_tecnica.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) City Vision è una piattaforma di contenuti ed eventi che si concentra sul mondo delle smart city; ne fanno parte amministratori pubblici, funzionari della pubblica amministrazione, imprese, organizzazioni, ricercatori, professionisti</p>



<p class="has-small-font-size">12) La classifica è creata in base ai sei assi che identificano le smart city: smart governance, smart economy, smart environment, smart living, smart mobility, smart people</p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.governo.it/en/node/16701" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.governo.it/en/node/16701</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) La “Missione 1” – Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura – prevede lo stanziamento di circa 40 miliardi di euro per: “La diffusione della Banda Ultralarga e connessioni veloci in tutto il Paese; incentivi per la transizione digitale e per l’adozione di tecnologie innovative e le competenze digitali da parte del settore privato; la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e rafforzamento delle competenze digitali; il sostegno alle filiere e all’internazionalizzazione e investimenti nel settore aerospaziale; il rilancio del turismo e dei settori culturali con un approccio innovativo e sostenibile, per migliorare l’accesso ai siti turistici e culturali e la loro fruizione; [&#8230;] l’avvio di un Piano Italia 5G per il potenziamento della connettività mobile in aree a fallimento di mercato”. La “Missione 5 C2.2” – Rigenerazione urbana e housing sociale – destina circa 9 miliardi di euro, finanziamenti finalizzati a trasformare territori vulnerabili in smart city</p>



<p class="has-small-font-size">15) In Italia, anche Firenze e Pescara hanno una Smart Control Room</p>



<p class="has-small-font-size">16) Venis-Venezia Informatica e Sistemi S.p.A. lavora alla progettazione, sviluppo e realizzazione del sistema informativo e della rete di telecomunicazioni di Venezia</p>



<p class="has-small-font-size">17) <a href="https://developers.italia.it/it/software/mindicity-core-ui-mindicity_core_ui_app-cee062.html">https://developers.italia.it/it/software/mindicity-core-ui-mindicity_core_ui_app-cee062.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.fabbricadigitale.com/smart-control-room-venezia-mindicity/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fabbricadigitale.com/smart-control-room-venezia-mindicity/</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OPnznPqNDnI" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=OPnznPqNDnI</a>; 1’06’’-1’13’’</p>



<p class="has-small-font-size">20) L’approvazione della tassa d’ingresso è una delle misure introdotte per evitare che Venezia fosse declassata nella danger list dell’UNESCO; l’inserimento nella danger list avrebbe portato a limitazioni all’autonomia decisionale sulla città</p>



<p class="has-small-font-size">21) Come si possa far passare anche dall’immondizia il livello di ‘intelligenza’ e ‘digitalizzazione’ di un contesto urbano lo esemplifica Genius, il cassonetto 5.0 al cui interno è installato un sensore volumetrico che permette a una centrale di controllo di misurare e registrare da remoto il volume di ogni conferimento e di associarlo alle singole utenze. Prodotto da Alia Multiutility e Nord Engineering, è in fase di sperimentazione in provincia di Firenze</p>



<p class="has-small-font-size">22) <a href="https://vsf.foundation/fondazione/chi-siamo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://vsf.foundation/fondazione/chi-siamo/</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://www.sipri.org/sites/default/files/2022-12/fs_2212_top_100_2021.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.sipri.org/sites/default/files/2022-12/fs_2212_top_100_2021.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) TIM Urban Genius offre un sistema di controllo centralizzato e di raccolta, aggregazione, gestione e analisi dei dati; è fondato sulla piattaforma MindIcity</p>



<p class="has-small-font-size">25) <a href="https://www.realeyesit.com/resources/papers/sewa-project/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.realeyesit.com/resources/papers/sewa-project/</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) Shoshana Zuboff, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">27)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">28) <a href="https://www.realeyesit.com/resources/papers/sewa-project/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.realeyesit.com/resources/papers/sewa-project/</a></p>



<p class="has-small-font-size">29) Divisione attuata a seguito dell’accordo del 1997 tra le autorità israeliane e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina</p>



<p class="has-small-font-size">30) A H2 abitano oltre 30.000 palestinesi e circa 800 coloni israeliani</p>



<p class="has-small-font-size">31) Per l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) sono 28 i checkpoint costantemente presidiati che separano l’area H2 da H1</p>



<p class="has-small-font-size">32) L’esercito israeliano rifiuta di confermare l’uso di tecnologie di riconoscimento facciale</p>



<p class="has-small-font-size">33)<em> </em><a href="https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/6701/2023/en/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/6701/2023/en/</a>; il report analizza in particolare le situazioni di Hebron e Gerusalemme Est</p>



<p class="has-small-font-size">34) Un sistema di riconoscimento biometrico è un particolare tipo di sistema informatico che ha la funzionalità e lo scopo di identificare una persona sulla base di una o più caratteristiche fisiologiche e/o comportamentali (biometria), confrontandole con i dati, precedentemente acquisiti e presenti nel database del sistema, tramite degli algoritmi e di sensori di acquisizione dei dati</p>



<p class="has-small-font-size">35) <a href="https://www.breakingthesilence.org.il/testimonies/database/280983" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.breakingthesilence.org.il/testimonies/database/280983</a></p>



<p class="has-small-font-size">36) <a href="https://www.breakingthesilence.org.il/testimonies/database/820366" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.breakingthesilence.org.il/testimonies/database/820366</a></p>



<p class="has-small-font-size">37) HP Israel è l’azienda che ha sviluppato, installato e che si occupa della manutenzione sul campo del sistema Basel</p>



<p class="has-small-font-size">38) <a href="https://www.idf.il/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.idf.il/</a></p>



<p class="has-small-font-size">39) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">40) Michel Warschawski, <em>A precipizio</em>, Bollati Boringhieri</p>



<p class="has-small-font-size">41) Klaus Schwab, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">42) <a href="https://documents.un.org/doc/undoc/gen/g20/151/06/pdf/g2015106.pdf?token=nlQjuCQWE2mOFctpWf&amp;fe=true">https://documents.un.org/doc/undoc/gen/g20/151/06/pdf/g2015106.pdf?token=nlQjuCQWE2mOFctpWf&amp;f e=true</a></p>



<p class="has-small-font-size">43) Consiste nell’utilizzo di sistemi di IA che attingono a molteplici dati, come i casellari giudiziari, le statistiche sulla criminalità e i dati demografici dei quartieri, per prevedere possibili reati e identificare in modo preventivo chi potrebbe commettere reati</p>



<p class="has-small-font-size">44) <a href="https://www.met.police.uk/police-forces/metropolitan-police/areas/about-us/about-the-met/gangs-violence-matrix/">https://www.met.police.uk/police-forces/metropolitan-police/areas/about-us/about-the-met/gangs-violence-matrix/</a></p>



<p class="has-small-font-size">45) <a href="https://documents.un.org/doc/undoc/gen/g20/151/06/pdf/g2015106.pdf?token=nlQjuCQWE2mOFctpWf&amp;fe=true" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://documents.un.org/doc/undoc/gen/g20/151/06/pdf/g2015106.pdf?token=nlQjuCQWE2mOFctpWf&amp;fe=true</a></p>



<p class="has-small-font-size">46) <a href="https://www.israeldefense.co.il/en/node/37799" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.israeldefense.co.il/en/node/37799</a></p>



<p class="has-small-font-size">47) <a href="https://www.idf.il/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.idf.il/</a></p>



<p class="has-small-font-size">48) Klaus Schwab, op. cit.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Geoingegneria solare. L’ultima follia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/geoingegneria-solare-lultima-follia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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					<description><![CDATA[La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" data-type="post" data-id="7492" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nell’aprile 2022, in Bassa California (Messico), Luke Iseman, cofondatore e amministratore delegato della società Make Sunsets, inietta alcuni grammi di anidride solforosa in due palloni meteorologici e li lancia nella stratosfera: obiettivo dichiarato è ridurre il riscaldamento globale tramite la tecnica di geoingegneria solare conosciuta come SAI (Stratospheric Aerosol Injection). L’azione in sé è poco più di una trovata pubblicitaria, come riconosce lo stesso Iseman alla rivista del MIT (1): a bordo non erano state infatti installate apparecchiature di monitoraggio, non si sa dove siano finiti i palloni né quale impatto abbiano avuto le particelle di diossido di zolfo. È un atto “in parte imprenditoriale e in parte provocatorio” afferma Iseman, che mira “a stimolare il dibattito pubblico e a far avanzare un ambito scientifico [la geoingegneria solare] che ha dovuto affrontare grandi difficoltà nel portare avanti esperimenti sul campo”. In compenso, l’azienda già mette in vendita “crediti di raffreddamento” a 10 dollari, dichiarando sul proprio sito (2) che un grammo di anidride solforosa compensa l’effetto di riscaldamento di una tonnellata di carbonio per un anno. Intervistati dal MIT Technology Review, Shuchi Talati, studioso di geoingegneria solare presso l’American University, sottolinea che “nessuno può vendere in modo credibile crediti che pretendono di rappresentare un risultato per grammo così specifico”, e David Keith, considerato uno dei maggiori esperti mondiali di geoingegneria solare, evidenzia che “la quantità di materiale in questione – meno di 10 grammi di zolfo per volo – non rappresenta alcun reale pericolo ambientale”. Siamo quindi davanti a una pagliacciata – i due soci della startup si descrivono come “autodidatti che prendono l’iniziativa” – che evidenzia tuttavia un aspetto non secondario: l’interesse del capitale privato per l’implementazione della geoingegneria solare. La quale, dopo il settore della transizione ecologica e digitale, potrebbe essere un altro nuovo, futuro, mercato dove fare profitti.</p>



<p>Ma andiamo con ordine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">SRM e SAI: cosa sono</h4>



<p>Secondo il Report rilasciato da “IPCC Expert Meeting on Geoengineering” (3), riunitosi a Lima (Perù) nel giugno 2011 con l’obiettivo di porre le basi della discussione sulla geoingegneria per il Quinto Rapporto di Valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), “il concetto di geoingegneria può essere fatto risalire agli anni ‘60, con un documento statunitense che richiedeva la ricerca sulle «possibilità di determinare deliberatamente cambiamenti climatici compensativi» rispetto alle emissioni di CO<sub>2</sub> […] Da allora, il termine si è evoluto considerevolmente, arrivando a comprendere una varietà ampia e non ben definita di concetti per modificare intenzionalmente il clima della Terra su larga scala”, compresa la cattura e stoccaggio di anidride carbonica.</p>



<p>Negli ultimi anni la discussione scientifica si è concentrata sulla Modificazione della Radiazione Solare (Solar Radiation Modification, SRM), che include tecniche diverse miranti a contrastare il riscaldamento climatico abbassando la temperatura terrestre, attraverso la riduzione dell’assorbimento di radiazione solare. Sono principalmente tre: lo schiarimento delle nuvole marine – introducendo aerosol di sale marino – con conseguente aumento della loro riflettività (Marine Cloud Brightening, MCB); l’assottigliamento dei cirri, tramite iniezione di particelle nucleanti del ghiaccio, che dovrebbe ridurre le nuvole alte che intrappolano la radiazione infrarossa emessa dalla Terra, consentendole di fuoriuscire nello spazio (Cirrus Cloud Thinning, CCT); infine la tecnologia più studiata, l’introduzione di particelle riflettenti nella stratosfera (Stratospheric Aerosol Injection, SAI). Quest’ultima idea nasce da un parallelismo con le eruzioni vulcaniche, in particolare quella del Monte Pinatubo del 1991, che – si legge nel recente Report dell’UNEP (l’organizzazione ONU per l’ambiente) “One Atmosphere: an independent expert review on Solar Radiation Modification research and deployment”, pubblicato a febbraio 2023 (4) – “ha causato un raffreddamento medio annuale globale di circa 0,3-0,5°C nei due anni successivi”; si stima quindi che “tassi di iniezione continua di 8-16 Tg (teragrammi, corrispondenti a milioni di tonnellate, <em>n.d.r.</em>) di anidride solforosa all’anno (approssimativamente equivalenti alla quantità stimata di iniezione del Monte Pinatubo nel singolo anno 1991) ridurrebbero la temperatura media globale di 1°C. Un’implementazione operativa del SAI potrebbe essere ampliata per produrre un raffreddamento globale di 2-5°C, anche se con rendimenti decrescenti a tassi di iniezioni più elevati”. Insomma, si tratta di immettere zolfo nella stratosfera, che trasformandosi in aerosol di solfati riflette la luce solare, in un processo opposto all’effetto serra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I timori di IPCC e UNEP</h4>



<p>Tutti i documenti che si occupano di SRM, siano essi di IPCC o di UNEP, affermano in sostanza le medesime cose. In sintesi: l’SRM non affronta le cause del cambiamento climatico, quindi non può essere la risposta; i rischi umani e ambientali connessi sono ancora in parte sconosciuti; è una strada lunga decenni e non si può intraprendere per poi cambiare idea, perché l’interruzione improvvisa della geoingegneria solare causa danni certi.</p>



<p>Per entrare maggiormente nel dettaglio, prendiamo il recente Report dell’UNEP sopra citato. Vi si legge che “l’SRM non riduce le emissioni di gas serra e non affronta le cause del cambiamento climatico di origine antropica”, quindi in caso di implementazione “continueranno gli altri danni ambientali [non connessi all’aumento delle temperature globali] derivanti dall’incremento delle concentrazioni di CO<sub>2</sub> e altri gas serra”. La sua applicazione sarà dunque, “nella migliore delle ipotesi, una misura temporanea che potrebbe operare in parallelo con misure di mitigazione progettate per raggiungere emissioni globali nette di CO<sub>2</sub> pari a zero o negative”. Si pone tuttavia il problema del cosiddetto “rischio morale”, ossia che la ricerca sull’SRM possa ridurre gli incentivi per mitigare le emissioni di gas serra, “distogliendo risorse finanziarie, politiche o intellettuali dagli sforzi di mitigazione e adattamento”.</p>



<p>Rischi: “La ricerca scientifica sugli impatti delle potenziali implementazioni dell’SRM sui sistemi umani e naturali è limitata. Le valutazioni pubblicate sulla resa dei raccolti e sulla produttività dell’ecosistema terrestre sono poche. […] Mancano inoltre valutazioni esaustive sugli impatti della diffusione dell’SRM sulla salute umana (per esempio esposizione ai raggi UV, piogge acide e inquinamento atmosferico)”; in particolare, l’implementazione del SAI “influenzerebbe la chimica e la dinamica della stratosfera, […] il recupero del buco dell’ozono antartico potrebbe essere ritardato di un paio di decenni e il buco dell’ozono potrebbe diventare più profondo nei primi dieci anni di dispiegamento del SAI”.</p>



<p>Durata: “Per essere efficace, l’implementazione dell’SRM dovrebbe essere mantenuta continuamente per decenni o più”, e se la SAI fosse “interrotta improvvisamente, il riscaldamento precedentemente mascherato si manifesterebbe entro pochi anni […] ciò potrebbe produrre gravi effetti negativi sugli ecosistemi e sulla biodiversità, aumentando i rischi di estinzione per migliaia di specie”: è quello che il Report definisce “shock da conclusione”.</p>



<p>Infine, preoccupazioni considerate “fondamentali” investono la regolamentazione e la governance mondiale della sperimentazione e implementazione della geoingegneria solare, oggi del tutto assenti; l’obiettivo è evitare rischi geopolitici “di conflitti internazionali a causa degli effetti transfrontalieri” – gli esiti dell’SRM non si fermano certo ai confini dello Stato che la applica – o per “divergenze di opinione su se, e quale tipo o quantità di SRM sarebbe da dispiegare”; i bassi costi stimati, poi, potrebbero portare l’implementazione di SRM alla portata “di attori non statali”. Nell’assenza di una regolamentazione, insomma, chi “finanzierà e controllerà lo sviluppo e l’implementazione delle tecnologie SRM”?, si chiede l’UNEP. Occorre trovare un accordo globale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’approccio rischio vs rischio</h4>



<p>Quanto sopra citato, porterebbe a concludere che IPCC e UNEP scartino l’eventualità dell’applicazione della SRM, ma non è così. Forse perché due aspetti la rendono ‘irresistibile’: la rapidità con cui potrebbe diminuire la temperatura terrestre e, come già accennato, il suo costo. “L’SRM è l’unico approccio conosciuto che potrebbe essere utilizzato per raffreddare la Terra entro pochi anni” afferma l’UNEP, e “sebbene non esista la tecnologia per iniettare grandi quantità di precursori di aerosol all’altitudine richiesta [tecnica SAI], non è stato individuato alcun ostacolo tecnico di rilievo”: tempo dieci anni, stimano alcuni scienziati, e si potrebbe essere operativi, con un costo oltretutto decisamente abbordabile: “circa 20 miliardi di dollari all’anno per 1°C di raffreddamento”. Ed ecco che la porta della geoingegneria solare potrebbe essere aperta.</p>



<p>Continua infatti il Report 2023 dell’organizzazione ONU per l’ambiente: “Le azioni e gli impegni attuali non sono ancora sufficienti per raggiungere gli obiettivi di temperatura dell’accordo di Parigi. Questa situazione ha portato a un crescente interesse nel comprendere se un’implementazione operativa su larga scala di modificazione della radiazione solare (SRM) potrebbe essere in grado di aiutare a proteggere gli esseri umani e gli ecosistemi da cui dipende l’umanità. Il gruppo di esperti ritiene che un’implementazione dell’SRM su larga scala nel breve e medio termine non sia attualmente giustificata e non sarebbe saggia.<em> Questa visione potrebbe cambiare se l’a</em><em>zione per il clima restasse insufficiente</em>”. Dunque, se non si riuscirà a mantenere l’aumento della temperatura terreste al di sotto dei 2° e a circoscriverlo a 1,5° rispetto ai livelli preindustriali – ed è la strada che stiamo percorrendo a grandi falcate, come vedremo – la geoingegneria solare potrebbe essere applicata. “Se la mitigazione sarà ritenuta insufficiente,” conclude il Report dell’UNEP, “l’implementazione dell’SRM potrebbe essere l’unica opzione praticabile rimasta per evitare il superamento della temperatura e garantire il raggiungimento dell’obiettivo dell’accordo di Parigi”.</p>



<p>E i rischi legati alla SRM?, viene da chiedersi. L’esposizione ai raggi UV, le piogge acide, l’inquinamento atmosferico, l’allargamento del buco dell’ozono&#8230; e tutto ciò che non sappiamo preventivare come conseguenza dell’alterazione della chimica e della dinamica della stratosfera? Nulla sparisce, ovviamente. È lo sguardo con cui viene valutato, a mutare. I rischi non sono più soppesati di per sé, ma in rapporto ai rischi connessi al riscaldamento globale. Scrive infatti la stessa IPCC, già nello Studio del 2011 sopra citato: “Per valutare i rischi, i rischi potenziali legati all’attuazione dell’SRM verrebbero valutati insieme ai rischi potenziali di altri scenari di cambiamento climatico”. In teoria, due piatti della bilancia, quale pesa di più; in pratica, una roulette russa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il mandato del Congresso statunitense</h4>



<p>Sulla stessa linea l’UNEP, che nel Report del febbraio 2023 propone dunque l’avvio di una discussione per una governance globale su ricerca, sperimentazione sul campo e applicazione su larga scala della geoingegneria solare.</p>



<p>Dopo pochi mesi, a giugno 2023, il Congresso USA si muove sul solco dell’organizzazione ONU per l’ambiente, e dà mandato (5) all’Ufficio per le Politiche Scientifiche e Tecnologiche (OSTP) di fornire “un piano di ricerca [quinquennale] per interventi solari e altri interventi rapidi sul clima” e “un quadro di governance” correlato. In realtà, diverse agenzie federali degli Stati Uniti sono già impegnate nella ricerca SRM da molti anni – si legge nella direttiva del Congresso – ma sembra mancare quel coordinamento generale che viene ora imposto con questo mandato. Le tecniche su cui si concentra la direttiva – e sulle quali fa il punto dello stato dell’arte, citando diversi studi scientifici – sono il SAI e lo schiarimento delle nuvole marine (MCB); l’approccio alla potenziale implementazione è il medesimo di IPCC e UNEP: rischio vs rischio.</p>



<p>Tralasciando i dati in comune con i Report già analizzati, e focalizzandoci sui rischi, il mandato del Congresso USA riconosce innanzitutto che “quasi tutti [i rischi] sono poco conosciuti e alcuni di essi sono sconosciuti”. Questo perché “l’attuale serie di potenziali metodi SRM non si limiterebbe a negare (compensare esplicitamente) tutti gli impatti attuali o futuri dei cambiamenti climatici indotti da un aumento delle concentrazioni atmosferiche di gas serra, ma introdurrebbe un ulteriore cambiamento (un’alterazione dell’energia solare, su scala determinata dal particolare metodo SRM applicato) al complesso sistema climatico esistente, con ramificazioni che ora non sono ben comprese”. Si ipotizzano: variazioni nella circolazione e nella chimica della stratosfera (buco dell’ozono compreso) “in modi che possono portare a impatti su scala stagionale come eventi di siccità estrema o precipitazioni più frequenti”; cambiamenti sulla vegetazione terrestre, le barriere coralline, la biodiversità, la produzione agricola; cambiamenti nei modelli di precipitazione e di variabilità climatica; innalzamento del livello del mare; acidificazione e produttività degli oceani con impatto “sulle alghe e i conseguenti risultati per le catene alimentari marine”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="404" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85.jpg" alt="" class="wp-image-9063" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sebbene siano noti alcuni effetti sul clima dell’implementazione del SAI in base a determinati scenari (indicati con + per i probabili aumenti, &#8211; per le diminuzioni, Δ per indicare il cambiamento), gli effetti sui sistemi ecologici sono in gran parte sconosciuti (indicati con ?). Tali cambiamenti biotici e abiotici varierebbero nelle diverse regioni terrestri e dipenderebbero dallo scenario SAI implementato. Fonte: AAVV, <em>Potential ecological impacts of climate intervention by reflecting sunlight to cool Earth</em>, dicembre 2020, <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1921854118" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1921854118</a></figcaption></figure>
</div>


<p>In merito alla tecnica SAI, il documento del Congresso cita, tra altri, uno Studio del 2020 dall’emblematico titolo “Ciò che sale deve scendere: impatti della deposizione dei solfati in uno scenario di geoingegneria” (6), che sottolinea come “l’iniezione deliberata di zolfo nella stratosfera per formare aerosol di solfato stratosferico, emulando i vulcani, si tradurrà nella deposizione di solfato in superficie”, portando a un aumento dell’acidità del suolo che potrebbe “influenzare la resa dei raccolti e il loro valore nutrizionale”; inoltre, anche “gli impatti della diffusione della luce solare potrebbero avere effetti negativi sulla crescita delle colture, annullando i benefici derivanti dalla limitazione dell’aumento della temperatura globale”; infine, “le prove derivanti dalle eruzioni vulcaniche suggeriscono che il dispiegamento asimmetrico del SAI altera i cicli idrologici, può indebolire i monsoni estivi indiani e ridurre le precipitazioni del Sahel, contribuendo alla siccità e al conseguente disastro umanitario”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’accoppiata rovinosa</h4>



<p>Le sensazioni che prevalgono, leggendo i Report sopra citati, sono l’incredulità e lo sgomento; il pensiero va al concetto di hybris, per tentare di comprendere, ma è una risposta parziale.</p>



<p>A luglio 2023 Jim Skea, presidente dell’IPCC, dichiara che il mancato raggiungimento degli obiettivi di Parigi è, praticamente, una certezza: “I colleghi che lavorano al Working Group 1 sulla scienza fisica dei cambiamenti climatici sono molto chiari sul fatto che raggiungeremo un aumento delle temperature globali di 1,5° attorno al 2030, o nella prima parte degli anni ‘30”. Si definisce anche ottimista, affermando che quando accadrà, “nello scenario migliore potremo iniziare ad abbassare di nuovo la temperatura globale sotto quella soglia”, applicando rapidamente le politiche indicate dall’ultimo rapporto IPCC: taglio del metano, blocco della deforestazione, ripristino di ecosistemi, modifica del sistema alimentare – con focus sugli allevamenti intensivi – sfruttamento delle energie rinnovabili, stop al carbone (7). Lasciamo a Skea l’ottimismo (della volontà), ed entriamo nel pessimismo della ragione.</p>



<p>La classe dirigente politica ed economica che trae vantaggio dall’attuale sistema economico e sociale, è chiaramente disposta a tutto piuttosto che modificare, anche solo parzialmente, il sistema stesso. Lo ha dimostrato sin dall’introduzione del concetto di ‘sviluppo sostenibile’, nato nel 1987 dal Rapporto Brundtland della Commissione ONU sull’Ambiente e lo Sviluppo, con l’intenzione di integrare la crescita economica e la tutela dell’ambiente. Da anni questo scenario è messo in discussione da diversi Studi, non ultimo un’ampia analisi pubblicata su queste pagine che, dati alla mano, nega che il decouplink (il disaccoppiamento tra crescita economica e danni ambientali) sia una prospettiva realistica, concludendo sulla necessità di iniziare a parlare di decrescita (8). Una parola tabù per il capitalismo, ovviamente, che si regge sul consumismo di falsi bisogni indotti dalla società dello spettacolo, e che è riuscito a mettere a valore persino la crisi ambientale. Da una parte, non ha abbandonato il ‘vecchio’ settore delle fonti fossili; dall’altra, con il sostegno di abbondanti risorse pubbliche, ha aperto nuovi ambiti produttivi e nuovi mercati, di vendita e finanziari, legati alla transizione ecologica e digitale (9). È probabile che l’implementazione delle tecniche SRM – sempre meno aleatoria dopo le parole di Skea e l’attenzione riservatale da IPCC, UNEP e Congresso USA – si andrà semplicemente ad aggiungere all’esistente, inaugurando un nuovo settore economico. Si avrà così una struttura triadica: la temperatura terrestre sarà tenuta sotto controllo con la geoingegneria solare – con quali devastanti conseguenze lo vedremo –, questo permetterà alle fonti fossili di restare, con il loro carico di emissioni di gas serra – non ultime quelle dovute al comparto militare e alla guerra (10) – mentre il denaro pubblico sosterrà i profitti privati sia della transizione green che dell’applicazione della SRM.</p>



<p>All’hybris, dunque, è da aggiungere la forma mentis capitalista, il dio denaro. L’accoppiata forse più rovinosa che si possa avere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">E noi?</h4>



<p>Dove sono i cittadini in tutto questo? Alcuni Studi evidenziano come le conseguenze dell’implementazione della geoingegneria solare ricadranno principalmente sulle giovani e future generazioni, che dunque dovrebbero essere coinvolte nelle decisioni: lo stesso mandato del Congresso USA, sottolineando i pericoli dello “shock da conclusione”, afferma che “se il potenziale requisito per l’SRM fosse quello di essere mantenuta su scale temporali di decenni, se non secoli, l’equità intergenerazionale è una dimensione da comprendere e considerare”. Sagge parole, ma in cosa si traducono? In passato, tra il 1945 e il 1992, sono state fatte esplodere bombe nucleari nella ionosfera e nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma (11); gli effetti che le detonazioni avrebbero potuto innescare sull’equilibrio del pianeta e sul clima terrestre erano ignoti, eppure il pensiero delle possibili conseguenze per le popolazioni e le generazioni a venire non li ha fermati. In futuro, quando la geoingegneria solare verrà implementata, non sarà diverso. Lo rivela la stessa marginalità riservata al tema. L’SRM dovrebbe essere sotto i riflettori, oggetto di dibattito pubblico, e non lo è. Nonostante i numerosi Studi pubblicati negli ultimi anni, resta argomento di nicchia, e quando compare su canali generalisti, o è trattata alla stregua di fantascienza, oppure viene raccontata rassicurando sui rischi e sulla valutazione che ne sarà fatta da parte dell’ONU, dei governi, degli scienziati&#8230; Piccoli ma indispensabili anelli dell’ingranaggio capitalistico, noi cittadini dobbiamo solo continuare a produrre-consumare-crepare credendo alla narrazione dello sviluppo sostenibile, e il nostro sonno (già agitato) non deve essere disturbato con una questione così complessa. C’è chi pensa per noi, chi decide per noi. Sono gli stessi che giocano a fare dio con il nostro pianeta. Finché glielo permetteremo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://www.technologyreview.com/2022/12/24/1066041/a-startup-says-its-begun-releasing-particles-into-the-atmosphere-in-an-effort-to-tweak-the-climate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.technologyreview.com/2022/12/24/1066041/a-startup-says-its-begun-releasing-particles-into-the-atmosphere-in-an-effort-to-tweak-the-climate/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://makesunsets.com/">https://makesunsets.com/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.ipcc.ch/publication/ipcc-expert-meeting-on-geoengineering/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ipcc.ch/publication/ipcc-expert-meeting-on-geoengineering/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.unep.org/resources/report/Solar-Radiation-Modification-research-deployment" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unep.org/resources/report/Solar-Radiation-Modification-research-deployment</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2023/06/Congressionally-Mandated-Report-on-Solar-Radiation-Modification.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2023/06/Congressionally-Mandated-Report-on-Solar-Radiation-Modification.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab94eb">https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab94eb</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/global-warming-possibili-soluzioni-ci-sono-ma-bisogna-agire-tutti-e-subito-AFcpiKO?">https://www.ilsole24ore.com/art/globale-warming-possibili-soluzioni-ci-sono-ma-bisogna-agire-tutti-e-subito-AFcpiKO?</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. European Environmental Bureau, <a href="https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Decouplink Debunked. Prove e argomentazioni contro la crescita green come unica strategia per la sostenibilità</em></a>, pubblicato in quattro parti su Paginauno n. 80-83, dicembre 2022-luglio 2023</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, luglio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS), <a href="https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Stima delle emissioni globali di gas serra del comparto militare</em></a>, Paginauno n. 84, dicembre 2023 </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. Giovanna Cracco,<em> </em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-guerra-esperimento-terra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La guerra. Esperimento Terra</em></a>, Paginauno n. 84, dicembre 2023 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La lente del Papilloma Virus: vaccini e interessi, paure e abusi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-lente-del-papilloma-virus-vaccini-e-interessi-paure-e-abusi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[big pharma]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[industrie farmaceutiche]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6888</guid>

					<description><![CDATA[Papilloma Virus, interessi e biopotere. La logica del profitto dietro le campagne globali di vaccinazione: gli abusi in India, la manipolazione della comunicazione, la strumentalizzazione della paura, il fenomeno della “cancerizzazione”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Papilloma Virus, interessi e biopotere. La logica del profitto dietro le campagne globali di vaccinazione: gli abusi in India, la manipolazione della comunicazione, la strumentalizzazione della paura, il fenomeno della “cancerizzazione”</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Open day e una capillare operazione informativa che toccherà social media, scuole e punti di ritrovo per i giovani e i giovanissimi: così è strutturata è la campagna di vaccinazione contro l’Human Papilloma Virus (HPV) contenuta nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2023-25 (PNPV), promosso dal Ministero della Salute (1). In Italia, nelle ragazze under 15, la copertura vaccinale per l’HPV – raccomandata ma non obbligatoria – è lontana dai parametri fissati nelle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che vorrebbero il 90% delle adolescenti completamente vaccinate entro il 2030. Al 31 dicembre 2021, infatti, appena il 32,22% delle giovani nate nel 2009 (ultima coorte oggetto di chiamata attiva) era vaccinata con ciclo completo, un dato in forte calo – quasi la metà – rispetto al 63,25% della prima coorte, corrispondente alla classe del 1997 (2).</p>



<p>L’impostazione di una campagna <em>ad hoc</em> riporta alla memoria la recente emergenza Covid-19 e le Astra-Night, le serate di vaccinazioni AstraZeneca dedicate agli over 18, strutturate con musica e talvolta dj fino a mezzanotte per rendere gli hub vaccinali un luogo attrattivo per i giovani: ‘serate da tutto esaurito’ che possono essere usate come evento interpretativo di una modalità sanitaria che utilizza la semplificazione come <em>modus operandi</em>. Accanto, il claim della campagna di comunicazione 2022 sulla vaccinazione anti-HPV del Ministero della Salute recita: “Proteggi il loro futuro” (3); quello della campagna vaccinale 2022 contro il Covid-19 e l’influenza stagionale dichiara: “Proteggiamoci, anche per i momenti più belli” (4). Se nel primo caso l’immagine ritrae ragazzi sorridenti che si vaccinano per mantenere la spensieratezza, nel secondo a sorridere è una famiglia che può stringersi intorno agli anziani nonni grazie al fatto che tutti si sono vaccinati.</p>



<p>A fronte di queste illustrazioni di serenità da dover tutelare, la comunicazione, tanto per il Covid-19 quanto per l’HPV, fa uso di una retorica di stampo bellico: quella da combattere è una battaglia contro un virus ed è da vincere in fretta. La scelta di trasmettere un messaggio di terrore nei confronti di una malattia è frutto di decisioni politiche che si traducono in operazioni di dominio delle coscienze. Il tentativo di preservare il corpo da un eventuale stato patologico attraverso analisi, probabilità ed eliminazione del rischio, segue un movimento lineare che davanti a un problema vede un unico rimedio. Lo sviluppo tecnico-scientifico copre pertanto la complessità sociale ed economica che ogni realtà porta con sé, offrendo sempre nuove soluzioni da non mettere in discussione perché pensate per la ‘nostra vita’, per la ‘nostra salute’. Non stupisce dunque che i vaccini, oltre a essere presentati come strumento medico importante, nel PNPV 2023-25 assumano anche “un grande valore dal punto di vista umano, etico e sociale” (5); una puntualizzazione che tralascia il fatto che sono i prodotti di un mercato miliardario.</p>



<p>A tal proposito è interessante ricordare che nel 2006 la Pharmaceutical Executive aveva selezionato il Gardasil – primo vaccino anti-HPV – come “marchio dell’anno” (6) e tra le motivazioni si legge: “[Il Gardasil] ha creato un mercato dal nulla” (7). Se inseriti in un contesto commerciale, anche i vaccini devono infatti rispettare le regole di un sistema che per la sua stessa natura capitalistica non ha tra le priorità la cura delle persone – intese non solo come corpo fisico ma anche come corpo pensante – bensì il profitto. Meccanismi che si rendono evidenti sia nelle società a economia avanzata che nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo.</p>



<p>Entriamo nel dettaglio utilizzando la lente esemplificativa del Papilloma Virus.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Human Papilloma Virus: che cos’è</h4>



<p>Il Papilloma Virus è un virus a DNA molto comune, tanto che l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) stima che fino all’80% della popolazione femminile sessualmente attiva contragga l’infezione almeno una volta nel corso della vita, con un picco di prevalenza nelle giovani donne fino ai 25 anni (8). Esistono circa 120 tipi di HPV, e quelli responsabili delle infezioni genitali si distinguono in “a basso rischio” e “ad alto rischio”: sono questi ultimi, che corrispondono a tredici ceppi (9), che in specifiche condizioni, e in presenza di un sistema immunitario depresso, sono potenzialmente cancerogeni. La maggior parte delle infezioni è tuttavia transitoria, poiché il virus viene eliminato dal sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno: il 60-90% si risolve in modo spontaneo entro due anni dal contagio, incluse le infezioni da ceppi oncogeni (10). Sono pochissimi i casi in cui l’infezione progredisce verso lo stadio tumorale: appena l’1% secondo l’Ospedale San Raffaele di Milano (11), mentre l’ISS e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) si limitano a parlare di “esito raro” (12). Sebbene la persistenza virale sia la condizione necessaria – ma non sufficiente – per l’evoluzione verso il carcinoma, per sviluppare una lesione o una neoplasia maligna è indispensabile un intervallo temporale abbastanza lungo: in caso di infezione persistente, il tempo che intercorre tra l’infezione e l’insorgenza delle lesioni precancerose è di circa cinque anni, mentre la latenza per l’insorgenza del carcinoma cervicale può essere di decenni (20-40 anni) (13).</p>



<p>Siamo quindi davanti a un virus molto comune e diffuso che solo raramente porta a casi tumorali della cervice uterina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La prevenzione dell’infezione</h4>



<p>La prevenzione di un’infezione da HPV si basa su programmi di screening e vaccinali.</p>



<p>In Italia, il piano di screening promosso dal Ministero della Salute prevede il pap test e l’HPV test. Il primo è un test citologico che permette di verificare la presenza di eventuali lesioni precancerose; il secondo è un test molecolare che consente di cercare alcune sequenze del DNA del virus prima ancora che le cellule del collo dell’utero presentino alterazioni riscontrabili con il pap test. Laddove il pap test risulti positivo è previsto un esame di secondo livello, che consente di ottenere una visione ingrandita delle eventuali lesioni rilevate; se a essere positivo è invece l’HPV test vuol dire che l’infezione è attiva, ma ciò non significa avere delle alterazioni morfologiche suggestive della presenza di una lesione precancerosa – come abbiamo visto, la maggior parte delle infezioni si risolve spontaneamente.</p>



<p>Sul piano dei vaccini, al momento ne sono disponibili tre. Il primo messo sul mercato è il quadrivalente Gardasil, che protegge da quattro ceppi (14); prodotto dalla statunitense Merck, nel giugno del 2006 è stato approvato dalla Food &amp; Drug Administration (FDA) (15) e nel settembre dello stesso anno ha avuto il via libera per la commercializzazione in Unione Europea da parte dell’European Medicines Agency (EMA) (16). Il secondo è il bivalente Cervarix (17) della casa farmaceutica britannica GlaxoSmithKline, autorizzato dall’EMA nel settembre del 2007 (18) e approvato dalla FDA nell’ottobre del 2009 (19). Il terzo vaccino in ordine di sviluppo e commercializzazione è il Gardasil 9, sempre della Merck, efficace contro nove tipi di Papilloma Virus (20): ha avuto la prima approvazione da parte della FDA nel dicembre del 2014 (21), nel giugno del 2015 da parte della Ue (22) ed è disponibile in Italia dal 2017 (23). Tutti e tre i vaccini prevedono due o tre dosi in base all’età – due dosi a distanza di sei mesi per persone con età compresa dai 9 ai 14 anni, tre dosi per i maggiori di 14 anni – e la durata della protezione si presume sia tra i dieci e i vent’anni (24).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Miliardari contro l’HPV</h4>



<p>Quello della prevenzione contro il cancro alla cervice è un campo di interesse per numerose fondazioni e organizzazioni. La Bill &amp; Melinda Gates Foundation (BMGF) – una delle maggiori finanziatrici di programmi vaccinali nei Paesi in via di sviluppo (25) – sostiene la diffusione e l’accesso alla vaccinazione contro l’HPV collaborando con soggetti terzi come la Program for Appropriate Technology in Health (PATH), un’organizzazione nonprofit con sede a Seattle, e la Gavi Alliance. Quest’ultima è un ente di cooperazione mondiale tra soggetti pubblici e privati che ha lo scopo di assicurare l’immunizzazione universale. Esiste dal 2000, da quando la BMGF – da allora membro permanente del consiglio d’amministrazione (26) –, insieme ad altri partner fondatori, ha finanziato il progetto.</p>



<p> In un video pubblicato da Gavi (27), lo stesso Bill Gates si fa promotore dell’iniziativa: “Il vaccino contro l’HPV è oggi disponibile praticamente in tutti i Paesi ricchi, le ragazze hanno la possibilità di accedervi ed è fantastico, poiché significa che non contrarranno il cancro alla cervice [&#8230;] Se invece si contrae l’HPV in un Paese in via di sviluppo, la possibilità di bloccare il virus è pressoché zero e dunque si andrà incontro al cancro” (28). Gates presenta dunque il vaccino contro l’HPV come un’immunizzazione contro il cancro, ma non lo è: è un vaccino contro un’infezione sessualmente trasmissibile. Inoltre, se è vero che le probabilità che l’infezione progredisca verso lo stadio tumorale sono rare, che nella maggior parte dei casi è il sistema immunitario a eliminare spontaneamente il virus, che la durata della protezione vaccinale è ancora incerta, che le comuni pratiche di igiene e l’uso del preservativo sono validi strumenti di prevenzione (29), che i test di screening si sono dimostrati molto efficaci, perché promuovere il vaccino – ed è ciò che avviene anche in Italia – come la migliore soluzione? Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non sarebbe meglio strutturare un approccio che tenga conto del contesto ambientale e investa su una sanità diffusa e accessibile?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il caso indiano: il profitto mascherato da virtuosismo</h4>



<p>È il 2009 quando PATH, in collaborazione con l’Indian Council of Medical Research (ICMR) e i governi dell’Andhra Pradesh e del Gujarat, avvia un programma di immunizzazione contro l’HPV nelle due regioni indiane. Il piano, che prevede la vaccinazione di ragazze tra i 10 e i 14 anni, rientra nel più ampio <em>HPV Vaccine: Evidence for Impact</em>, finanziato dalla BMGF per 27,8 milioni di dollari (30): della durata di cinque anni (2006-2011), il progetto condotto da PATH e sostenuto da Bill Gates ha l’obiettivo di raccogliere e diffondere prove volte a informare il settore pubblico rispetto all’introduzione del vaccino contro l’HPV in quattro differenti Paesi: India, Uganda, Perù e Vietnam (31). Gli Stati scelti hanno due caratteristiche importanti: possiedono un programma di immunizzazione vaccinale nazionale finanziato con denaro pubblico e sono abitati da popolazioni etniche differenti, un aspetto fondamentale nello studio sull’efficacia e la sicurezza dei farmaci (32). I vaccini utilizzati sono il Cervarix (Glaxo) e il quadrivalente Gardasil (Merck). All’epoca dei fatti la BMGF non è coinvolta solo come finanziatrice del progetto, ma anche come azionista della casa farmaceutica Merck. Nel 2002, infatti, la BMGF acquista azioni per un valore di quasi 205 milioni di dollari in nove Big Pharma, tra cui Merck (33), che poi rivende quasi totalmente nel 2009 (34).</p>



<p>In India il progetto – finanziato dalla BMGF per 3,6 milioni di dollari (35) – viene fermato dall’ICMR a nemmeno un anno dall’avvio (36), nell’aprile del 2010, a fronte della notizia della morte di sette ragazze in Andhra Pradesh, dove viene inoculato il Gardasil. Dopo che l’investigazione della commissione parlamentare del Ministero della Salute e del Welfare Familiare esclude connessioni tra i decessi delle giovani donne e il vaccino, il governo indiano nomina una nuova commissione per indagare sulle presunte irregolarità commesse da PATH durante la campagna vaccinale: il 30 agosto 2013 viene presentato al Parlamento indiano il report <em>Alleged Irregularities in the Conduct of Studies using Human Papilloma Virus Vaccine by Path in India </em>(37).</p>



<p>Vi sono riportate non solo situazioni di violazioni di diritti umani e irregolarità rispetto al consenso informato e alle regole dello stesso studio vaccinale – che vedremo –, ma viene esplicitamente dichiarato che l’India, insieme a Uganda, Perù e Vietnam, faceva parte di uno schema volto a sfruttare economicamente un problema di natura sanitaria (38): se PATH fosse riuscita a inserire il vaccino contro l’HPV nei programmi pubblici di immunizzazione di questi Paesi, le case farmaceutiche produttrici si sarebbero garantite enormi profitti grazie a una vendita continuativa, anno dopo anno, priva di spese promozionali e di marketing. Una volta inserita una vaccinazione nell’Universal Immunization Programme indiano (UIP), evidenzia la commissione, è infatti politicamente impossibile fermarla (39). E in una bozza del Memorandum d’Intesa tra PATH e ICMR, fatta circolare dalla stessa PATH nel novembre del 2006 (dunque quasi tre anni prima dell’avvio del progetto), si legge: “Le parti (PATH e ICMR) desiderano valutare possibili collaborazioni per sostenere le decisioni del settore pubblico riguardo l’introduzione in India del vaccino contro l’HPV, e per generare le evidenze necessarie per permetterne l’introduzione nell’Universal Immunization Programme indiano” (40). Appare dunque chiaro quale fosse lo scopo principale dello studio clinico di PATH. All’epoca l’unico vaccino disponibile sul mercato è il Gardasil della Merck, dato che fa concludere alla commissione che il progetto sia a tutti gli effetti un’attività promozionale a favore della casa farmaceutica americana (di cui la BMGF, ricordiamo, è azionista dal 2002 al 2009). Tra l’altro, PATH e ICMR firmano il definitivo Memorandum d’Intesa il 20 febbraio 2007 (41), cioè un anno prima che il Gardasil venga approvato in India. Tale anticipo dei tempi è qualcosa che la stessa commissione d’inchiesta non riesce a spiegare: un vaccino deve prima essere approvato dal governo e solo in seguito può essere inserito nell’Universal Immunization Programme (42). Inoltre resta aperta la questione sul perché l’ICMR abbia deciso di promuoverne l’inserimento senza prima intraprendere uno studio indipendente sull’utilità e l’efficacia della sua introduzione (43).</p>



<p>Non solo. Per raggiungere l’obiettivo con facilità senza dover rispettare i rigorosi passaggi previsti dai <em>clinical trials</em> – articolati in quattro fasi –, PATH è ricorsa a quello che la commissione parlamentare chiama un “elemento di sotterfugio”: ha definito lo studio clinico <em>un “observational studies”</em> o un <em>“demonstration project” </em>(44). Sono definizioni che cambiano fortemente lo scenario: un <em>clinical trial </em>deve infatti rispettare le disposizioni normative – cosa che PATH non ha fatto, come vedremo – compreso il pagamento di un risarcimento in caso di lesione o morte (45), mentre un o<em>bservational studies </em>o un<em> demonstration project</em> ha regole meno stringenti. Eppure il Drug Control General of India (DCGI) – responsabile dell’approvazione delle licenze di categorie specifiche di farmaci come i vaccini – ha approvato il progetto di PATH il 22 aprile 2009 riconducendolo alla fase IV di un <em>clinical trial</em>, detta “sorveglianza post marketing” (46); e anche un articolo pubblicato su The Lancet nell’ottobre del 2013, a firma di Dinesh C Sharma, ha confermato che il programma di PATH era uno studio clinico in fase IV poiché, come ha notato il redattore del <em>Monthly Index </em><em>of Medical Specialties,</em> il dottor Chandra M Gulhati, quattro outcome su cinque, cioè i risultati ottenuti dallo studio stesso, riguardano la determinazione di reazioni avverse (47).</p>



<p>La commissione d’inchiesta sottolinea tuttavia il ruolo ambiguo giocato dal DCGI, definendolo uno “spettatore silenzioso”: pur avendo approvato il progetto come IV fase di un <em>clinical trial</em>, non solo non è intervenuto nella vicenda, ma ha approvato in modo irregolare l’intero studio. In un articolo pubblicato su The Lancet nel febbraio del 2011 (48), si legge inoltre che il DCGI si è avvalso della sezione 8(1) (d) del <em>Right to Information Act </em>(49) che, tra le altre cose, permette di non dare alcuna informazione circa i protocolli dello studio clinico, considerandoli “segreto commerciale di terze parti”; perfino l’Indian Council of Medical Research ha invocato il diritto sulla proprietà intellettuale, per evitare di rilasciare dati. Prese di posizione a dir poco anomale, poiché non è chiaro come informazioni circa uno studio condotto da autorità governative possano essere definite “segreto commerciale” (50).</p>



<p>E veniamo agli abusi commessi da PATH.</p>



<p>È principalmente sulla questione del consenso informato che si è calpestato il diritto a una salute consapevole delle donne dell’Andhra Pradesh e del Gujarat. Sebbene PATH abbia dichiarato di essersi impegnata a rispettare i più alti standard scientifici, etici e legali (51), a quasi 30 mila ragazze è stato applicato un trattamento sanitario che in molti casi è risultato privo di consenso. Le giovani selezionate abitano nei distretti rurali e semi-urbani di Khammam (Andhra Pradesh) e di Vadodara (Gujarat) e provengono per lo più da contesti fragili e vulnerabili. Poiché lo studio è stato condotto su soggetti minorenni, il consenso informato doveva essere firmato dai genitori o dai responsabili degli <em>ashram paathshaala</em>, residenze scolastiche dove vivono molte studentesse indiane, ma parecchi di loro sono analfabeti e non in grado di firmare nemmeno nella lingua locale (telugu o gujarati), dato che si evince dal numero di moduli sottoscritti con l’impronta digitale (Tabella 1). Il modulo di PATH conteneva la seguente frase: “Ho letto le informazioni di questo modulo di consenso (o mi è stato letto). Permetto che mia figlia riceva tre dosi di vaccino contro l’HPV” (52); una dichiarazione che non ha corrispondenza con la realtà dei fatti, evidenzia il report della commissione d’inchiesta. Molti moduli, infatti, sono privi della firma del testimone, la cui presenza è necessaria nel caso in cui i firmatari siano analfabeti; sono sprovvisti sia della fotografia sia della copia della carta d’identità dei genitori o del responsabile dell’<em>ashram paathshaala</em>; mancano della firma di un conduttore dello studio clinico; riportano una firma che non corrisponde al nome dei genitori o del custode; riportano firme postdatate rispetto alla vaccinazione; apportano il nome del padre ma la firma mostra un nome femminile (53). Su cento moduli esaminati in Andhra Pradesh, 69 sono senza la sottoscrizione dei testimoni, molti sono senza data e appare per sette volte la firma di una stessa persona (54).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="146" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV.jpg" alt="" class="wp-image-8191" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV-300x73.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: Parliament of India, <em>Alleged Irregularities in the Conduct of Studies using Human Papilloma Virus Vaccine by Path in India</em>, 30 agosto 2013, VI 6.12 <a href="http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf</a></figcaption></figure>
</div>


<p>A far perdere ulteriormente credibilità allo studio clinico, sottolinea ancora la commissione, c’è anche l’uso sconsiderato del logo della National Rural Health Mission (NRHM), un programma governativo esistente dal 2005 che si prefigge l’accesso a una buona assistenza sanitaria per la popolazione rurale: i finanziamenti destinati al NRHM sono stati utilizzati senza autorizzazione per monitorare e trasportare i vaccini (55), il materiale informativo distribuito sul posto sottintendeva che il governo avesse avviato una campagna di vaccinazione (56), e il logo della NRHM impresso sul libretto vaccinale consegnato alle giovani rafforzava la convinzione. In un articolo pubblicato su EPW a novembre 2010 e scritto a dieci mani da giornaliste, ricercatrici, scienziate e attiviste indiane (57), si precisa che le ragazze e i genitori non erano a conoscenza di far parte di una ricerca convinti, invece, che fosse il governo a offrire loro un vaccino gratuito contro il cancro alla cervice. Non sapevano di avere la possibilità di rifiutarsi, come non sapevano che la protezione vaccinale è limitata nel tempo e, all’epoca, ancora circoscritta solo a due tipi di Papilloma ad alto rischio su tredici, lasciando così necessari gli esami di prevenzione. Ed è questo un punto nodale.</p>



<p>Tra le firme dell’articolo c’è Sandhya Srinivasan, una giornalista indipendente indiana che si occupa di tematiche riguardanti la salute. È lei che nel pezzo intitolato <em>A vaccine for eve</em><em>ry ailment</em>, pubblicato nell’aprile 2010 su Infochangeindia (58), pone l’accento sul fatto che talvolta, come nel caso dell’HPV, l’introduzione di un vaccino ha motivazioni ambientali, sociali e culturali oltre che mediche. Citando il caso della poliomielite – da prevenire non solo con il vaccino ma anche con l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici adeguati, condizioni che hanno fatto sì che nei Paesi ricchi la malattia si sia debellata prima rispetto all’India –, Srinivasan afferma che la vaccinazione contro l’HPV è promossa perché in India è assente una campagna di screening diffusa e capillare. È inoltre necessario ricordare che quello indiano è un contesto dove continuano a resistere pregiudizi rispetto alla salute ginecologica. Non è raro che donne nubili che vogliano accedere a servizi di salute sessuale siano stigmatizzate: sebbene le norme sociali siano molto cambiate e l’India sia uno dei Paesi dove più si utilizzano le app d’incontri, continua a persistere tra i medici l’idea che la salute sessuale sia una questione di interesse solo delle donne sposate (59). Tuttavia il costo del test di screening è molto inferiore a quello del vaccino; la convinzione di essersi immunizzate dal rischio tumorale porta a non effettuare successivi esami di prevenzione, facendo dubitare del rapporto costi-benefici della vaccinazione anti-HPV nei Paesi in via di sviluppo – checché ne dica Bill Gates nel video promozionale –; e il dirottamento della spesa sanitaria su programmi vaccinali sottrae importanti risorse per lo sviluppo di una sanità pubblica di territorio e di una cultura che ponga al centro una salute consapevole. Cultura che la stessa campagna vaccinale non promuove, facendo leva sulla disinformazione e la paura. Anche in Italia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Italia: l’informazione che fa paura</h4>



<p>Seppur gli scenari siano molto differenti, è possibile trovare analogie tra l’India e l’Italia. Come spiegato da Srinivasan, il vaccino è una misura che serve per prevenire l’insorgere di una malattia che ancora non c’è, è destinato a soggetti sani ed è consigliato anche per patologie relativamente innocue per le quali la vaccinazione non rappresenta una priorità. Per questo motivo la promozione dei vaccini è diversa rispetto a quella dei farmaci: deve puntare sul timore che un disturbo si presenti con gravi conseguenze. Seguendo questa logica, il messaggio legato al vaccino contro l’HPV, trasmesso tanto in India quanto in Italia, così si configura: vuoi difenderti contro il cancro alla cervice? Oppure: vuoi difendere tua figlia contro il cancro alla cervice? Eugenio Serravalle, medico che si occupa da anni dell’argomento, avanza una forte critica sulla strategia comunicativa utilizzata, ritenendo che si basi sulla disinformazione e sulla paura: “L’analogia con le recenti campagne contro l’AIDS,” scrive nel 2014 in <em>Vaccinazioni: alla ricerca del rischio minore</em>, “e l’assoluta mancanza di una campagna di informazione medica, e non commerciale, sul Papilloma Virus condotta attraverso i consultori e le scuole, creano nella mente degli individui un cortocircuito immediato che rende perfettamente equivalenti Papilloma Virus e cancro al collo dell’utero” (60).</p>



<p>I conseguenti rischi maggiori sono due: la possibilità che si riduca l’adesione allo screening, trascurando il fatto che il vaccino non copre la totalità dei ceppi ad alto rischio, e il pericolo che molte donne si considerino destinate al tumore. È assai frequente che chi sia risultata positiva al Papilloma Virus, indipendentemente dal grado della lesione, abbia pensato di essere predisposta alla malattia: donne anche molto giovani possono immaginarsi portatrici di una minaccia statistica che, nella sua forma di possibilità, appare terrificante e, allo stesso tempo, incomprensibile. “Le informazioni con cui la cosiddetta prevenzione del cancro viene divulgata e legittimata presuppongono un modo di pensare statistico, che nei media appare come uno spettro inquietante”, scrive Barbara Duden (61), nella sua analisi al fenomeno della “cancerizzazione”. Le statistiche restituiscono numeri che trasferiscono il corpo delle donne nel mondo del rischio. L’applicazione della statistica distoglie però dalla realtà perché “decorporeizza”: a partire dai 12 anni – l’OMS consiglia la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell’inizio dell’attività sessuale, individuando indicativamente quell’età – le donne sono sommerse da un’informazione parziale e da percentuali di pericolo che fanno sentire malata chi potrebbe non esserlo mai. Come afferma Duden, “chi si abbandona alla cancerizzazione sistemica si allena costantemente a vivere in un presente improprio; deve essere là dove non è ancora e dove forse non sarà mai”. Eppure l’andamento decrescente della comparsa di tumori al collo dell’utero (Grafico 2, pag. 28), che si è consolidato in Italia dal 1980 come conseguenza dei programmi organizzati di screening cervicale, e non per la campagna vaccinale iniziata in tutte le Regioni nel 2008, parla di una situazione che non dovrebbe destar spavento.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="343" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV2.jpg" alt="" class="wp-image-8192" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV2-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Andamenti di incidenza per cervicocarcinoma dal 1980 al 2012 per area geografica. Stime Cnesps-Iss effettuate con la metodologia Miamod. Tassi standardizzati per 100.000 (popolazione standard europea), età 0-94 anni. Fonte: EpiCentro ISS, <a href="https://www.epicentro.iss.it/materno/8marzoTumori" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.epicentro.iss.it/materno/8marzoTumori</a></figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Più disciplinati per meglio guadagnare</h4>



<p>La cosiddetta ‘lotta contro il cancro’ è oramai diventata una causa abbracciata da governi, ONG, fondazioni private, ossia un insieme di attori che gestisce e controlla il comportamento delle popolazioni attraverso programmi nazionali di prevenzione. Senza mettere in discussione il ruolo dello screening come strumento fondamentale per la salute, i minuziosi protocolli di cura rischiano di portare alla normalizzazione dei comportamenti e alla colpevolizzazione di chi non rispetta l’iter sanitario previsto. Usando le parole di Miguel Benasayag (62), nel contesto della prevenzione “la persona è giudicata responsabile di avere più o meno ben utilizzato il suo ‘capitale-vita’. E le si comunica che smette di aderire al modello dell’individuo autonomo e che deve, quindi, accettare la disciplina”. La volontà di far aderire gli individui a comportamenti prescritti dalle autorità sanitarie, ha come conseguenza il fatto che chi mostra un atteggiamento “deviato” diventa colui che si “merita” la malattia; una dinamica, quest’ultima, che si è vista in atto negli anni colpiti dal Covid-19, in particolare con l’introduzione dell’obbligo del vaccino e del Green Pass. Come nell’emergenza pandemica, quando la paura è stata un elemento chiave nel riuscire a disciplinare la popolazione facendola sentire responsabile della salute propria e altrui, nel caso della prevenzione all’HPV e, più in generale, ai tumori, il terrore del cancro diventa qualcosa su cui è possibile far leva per attuare dispositivi sanitari non sempre necessari. Scrive Benasayag che “contrariamente ad altre malattie gravi – ad esempio cardiache –, la diagnosi di cancro cade spesso come una mannaia e comunica al paziente che non è più il padrone del vapore. Il comando era, ovviamente, del tutto immaginario (come potrebbe qualcuno, che non è mai stato padrone, non esserlo più?), ma si ottiene comunque un’obbedienza decisamente concreta”.</p>



<p>Secondo questa logica di biopotere, il corpo diventa un aggregato di organi per i quali esistono specifici piani di prevenzione. Quella che potrebbe sembrare una distopia, dove la salute si cerca in ogni modo e a ogni costo, è ormai realtà, e ne è esempio lo screening genetico per i geni BRCA1 e BRCA2: qui alcune forme mutate e a trasmissione ereditaria aumentano il rischio di sviluppare determinati tipi di cancro, in particolare alla mammella e alle ovaie. L’esame genetico è dunque stato inserito all’interno del programma di prevenzione. A oggi il test è previsto solo per specifici casi selezionati secondo criteri individuali e familiari, ma c’è chi suggerisce l’utilità di estenderlo a una popolazione più ampia (63). Laddove le analisi per le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 risultino positive, ovvero confermino la presenza di mutazioni, le linee guida offrono l’opzione della mastectomia profilattica e l’asportazione preventiva delle ovaie. Eppure la positività al test indica che il soggetto è portatore di una forma mutata del gene, e ciò comporta una predisposizione ereditaria allo sviluppo di tumori della mammella o delle ovaie, ma non significa che svilupperà per forza la malattia. Tuttavia essere catapultati nel campo di rischio maggiore fa sì che ci si distolga dalla realtà di un corpo sano per ridursi a essere un organo già malato e, dunque, da eliminare.</p>



<p>In <em>Nemesi medica. L’espropriazione della salute</em>, Ivan Illich (64) scrive: “Ormai il cittadino, finché non si prova che è sano, si presume che sia malato”; un’affermazione che sembra essere oramai superata con la possibilità di indagare il DNA. Laddove in un individuo si trovino sequenze del DNA di un virus – il caso dell’HPV test – o mutazioni di geni – il caso di BRCA1 e BRCA2 –, quello stesso individuo inizia a percepirsi come caso clinico. “Fino a tempi non lontani la medicina si sforzava di valorizzare ciò che avviene in natura [&#8230;] oggi invece essa cerca di materializzare i sogni della ragione” (75): lo sviluppo di nuove tecnologie rende potenzialmente illimitato il potere tecnico/politico della scienza sul corpo e dunque sulla persona, che, trasformandosi con facilità in paziente, cede la propria autonomia ai terapeuti. Il continuo superamento della medicina dei suoi stessi limiti richiede una medicalizzazione universale che comporta il fatto che “la salute non [sia] più una proprietà naturale di cui si presume che ogni essere umano sia dotato fino a quando non si dimostra che è malato, e [sia] invece divenuta una meta perennemente lontana cui si ha il diritto di aspirare in virtù di giustizia sociale” (66).</p>



<p>E, dunque, in nome di una certa idea di salute si trasmette e promuove un’informazione manipolata che, strumentalizzando l’umana paura e focalizzandosi su un rischio malattia, porta gli individui a percepirsi malati in un corpo sano e ad affidarsi a presunti salvifici vaccini o alla chirurgia; mentre nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo vengono implementati studi senza il consenso delle donne coinvolte. Orizzonti, questi, che richiamano la struttura capitalistica della società, gli interessi economici delle case farmaceutiche e le parole di Illich, secondo cui “la medicalizzazione porta all’estremo il carattere imperialista della società industriale”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Ministero della Salute, Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale PNPV 2023-25, 30 dicembre 2022 <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1674644535.pdf">https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1674644535.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_tavole_27_1_7_file.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_tavole_27_1_7_file.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu=campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167">https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu= campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu=campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=168">https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu= campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=168</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Ministero della Salute, PNPV 2023-25 cit.</p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.pharmexec.com/view/brand-year-0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pharmexec.com/view/brand-year-0</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) “It made a market out of thin air”</p>



<p class="has-small-font-size">8) Istituto Superiore di Sanità (ISS), EpiCentro, <em>Infezioni da hpv e cervicocarcinoma</em>, <a href="https://www.epicentro.iss.it/hpv/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.epicentro.iss.it/hpv/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Questi i tredici ceppi considerati ad alto rischio: 16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 66. È stato stimato che l’HPV 16 e 18 siano responsabili di oltre il 70% dei casi di carcinoma al collo dell’utero</p>



<p class="has-small-font-size">10) ISS, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://www.hsr.it/news/2021/luglio/papilloma-virus-in-cosa-consiste-come-curare">https://www.hsr.it/news/2021/luglio/papilloma-virus-in-cosa-consiste-come-curare</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) ISS, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">13) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">14) Il quadrivalente Gardasil protegge contro i tipi 6, 11, 16, 18</p>



<p class="has-small-font-size">15) <a href="https://www.fda.gov/vaccines-blood-biologics/safety-availability-biologics/gardasil-vaccine-safety" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fda.gov/vaccines-blood-biologics/safety-availability-biologics/gardasil-vaccine-safety</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) <a href="https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/gardasil#authorisation-details-section" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/gardasil#authorisation-details-section</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Il bivalente Cervarix protegge contro i tipi 16 e 18</p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/cervarix-epar-summary-public_it.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/cervarix-epar-summary-public_it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://www.gsk.com/en-gb/media/press-releases/fda-approves-cervarix-glaxosmithkline-s-cervical-cancer-vaccine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gsk.com/en-gb/media/press-releases/fda-approves-cervarix-glaxosmithkline-s-cervical-cancer-vaccine/</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Il Gardasil 9 protegge contro i tipi 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58</p>



<p class="has-small-font-size">21) <a href="https://www.drugs.com/newdrugs/fda-approves-gardasil-9-prevention-certain-cancers-caused-five-additional-types-hpv-4118.html">https://www.drugs.com/newdrugs/fda-approves-gardasil-9-prevention-certain-cancers-caused-five-additional-types-hpv-4118.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) <a href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/gardasil-9-epar-summary-public_it.pdf">https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/gardasil-9-epar-summary-public_it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-02-21&amp;atto.codiceRedazionale=17A01391&amp;elenco30giorni=false">https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-02-21&amp;atto.codiceRedazionale=17A01391&amp;elenco30giorni=false</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) <a href="https://m4.ti.ch/fileadmin/DSS/DSP/UMC/medicina_scolastica/hpv9-faq-it.pdf">https://m4.ti.ch/fileadmin/DSS/DSP/UMC/medicina_scolastica/hpv9-faq-it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">25) <a href="https://www.gavi.org/operating-model/gavis-partnership-model/bill-melinda-gates-foundation">https://www.gavi.org/operating-model/gavis-partnership-model/bill-melinda-gates-foundation</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a href="https://www.gavi.org/governance/gavi-board/members">https://www.gavi.org/governance/gavi-board/members</a></p>



<p class="has-small-font-size">27) <a href="https://www.gavi.org/bill-gates-explains-importance-hpv-vaccine-women-developing-countries">https://www.gavi.org/bill-gates-explains-importance-hpv-vaccine-women-developing-countries</a></p>



<p class="has-small-font-size">28) “HPV is a vaccine now available in basically every rich country and girls have the option of getting that vaccine and it’s fantastic, it means they don’t get cervical cancer [&#8230;] If you get this HPV, the virus, in a developing country the chance it will be stopped is almost zero and so you’ll get cervical cancer.”</p>



<p class="has-small-font-size">29) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu=campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167">https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu= campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167</a></p>



<p class="has-small-font-size">30) <a href="https://www.cgdev.org/blog/gates-funds-new-hpv-vaccine-program-path" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cgdev.org/blog/gates-funds-new-hpv-vaccine-program-path</a></p>



<p class="has-small-font-size">31) <a href="https://www.path.org/media-center/path-to-pave-the-way-for-cervical-cancer-vaccines-in-the-developing-world/">https://www.path.org/media-center/path-to-pave-the-way-for-cervical-cancer-vaccines-in-the-developing-world/</a></p>



<p class="has-small-font-size">32) <a href="https://www.fda.gov/media/75453/download">https://www.fda.gov/media/75453/download</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) <a href="https://archive.is/XP9QA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.is/XP9QA</a></p>



<p class="has-small-font-size">34) <a href="https://archive.is/UMSos" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.is/UMSos</a></p>



<p class="has-small-font-size">35) <a href="https://www.science.org/content/article/indian-parliament-comes-down-hard-cervical-cancer-trial" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.science.org/content/article/indian-parliament-comes-down-hard-cervical-cancer-trial</a></p>



<p class="has-small-font-size">36) In Andhra Pradesh le vaccinazioni hanno inizio nel luglio del 2009, in Gujarat nell’agosto 2009</p>



<p class="has-small-font-size">37) Parliament of India, <em>Alleged Irregularities in the Conduct of Studies using Human Papilloma Virus Vaccine by Path in India</em>, 30 agosto 2013,<sup> </sup><a href="http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">38) Ivi, II 2.5</p>



<p class="has-small-font-size">39) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">40) “Parties (PATH and ICMR) desiring to explore collaboration to support public sector decision regarding HPV vaccine introduction in India and to generate necessary evidence to allow the possible introduction of HPV vaccine into India’s Universal Immunization Programme”, Ivi, III 3.4</p>



<p class="has-small-font-size">41) Ivi, III 3.5</p>



<p class="has-small-font-size">42) Ivi, III 3.10</p>



<p class="has-small-font-size">43) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">44) Ivi, II 2.5</p>



<p class="has-small-font-size">45) <a href="https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">46) Ivi, IV 4.2</p>



<p class="has-small-font-size">47) <a href="https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf</a>; gli outcome primari del cosiddetto “demonstration project” di PATH sono i seguenti: numero e percentuale di ragazze vaccinate; numero e percentuale di ragazze vaccinate che manifestano eventi avversi gravi; numero e percentuale di ragazze vaccinate che manifestano eventi avversi non gravi; tempestività nel segnalare eventi avversi gravi alle autorità; tempestività nel segnalare eventi avversi non gravi alle autorità</p>



<p class="has-small-font-size">48) A. Sengupta, A. Shenoi, N B Sarojini, Y Madhavi, <em>Human papillomavirus vaccine trials in India</em>, 26 febbraio 2011, <sup></sup><a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)60270-5/fulltext">https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)60270-5/fulltext</a></p>



<p class="has-small-font-size">49) <a href="https://indiankanoon.org/doc/1001313/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://indiankanoon.org/doc/1001313/</a></p>



<p class="has-small-font-size">50) A. Sengupta, A. Shenoi, N B Sarojini, Y Madhavi, art. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">51) <a href="https://www.path.org/media-center/statement-from-path-hpv-demonstration-project-in-india/">https://www.path.org/media-center/statement-from-path-hpv-demonstration-project-in-india/</a></p>



<p class="has-small-font-size">52) Parliament of India, cit. VI 6.12</p>



<p class="has-small-font-size">53) Ivi, VI 6.14</p>



<p class="has-small-font-size">54) Ivi, VI 6.13</p>



<p class="has-small-font-size">55) Ivi, VI 6.26</p>



<p class="has-small-font-size">56) Ivi, VI 6.25</p>



<p class="has-small-font-size">57) NB Sarojini, S. Srinivasan, Y. Madhavi, S. Srinivasan, A. Shenoi, <em>The HPV Vaccine: Science, Ethics and Regulation</em>, EPW, 27 novembre 2010, <a href="http://indiaenvironmentportal.org.in/files/HPV%20Vaccine.pdf">http://indiaenvironmentportal.org.in/files/HPV%20Vaccine.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">58) S. Srinivasan, <em>A vaccine for every ailment,</em> Infochangeindia, aprile 2010,<em> </em><a href="https://www.researchgate.net/publication/304451896_A_vaccine_for_every_ailment">https://www.researchgate.net/publication/304451896_A_vaccine_for_every_ailment</a></p>



<p class="has-small-font-size">59) <a href="https://globalvoices.org/2021/01/21/unmarried-women-and-sexual-health-battling-stigma-in-india/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://globalvoices.org/2021/01/21/unmarried-women-and-sexual-health-battling-stigma-in-india/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">60) Eugenio Serravalle, <em>Vaccinazioni: alla ricerca del rischio minore</em>, Il leone verde, 2014</p>



<p class="has-small-font-size">61) Barbara Duden, <em>I geni in testa e il feto nel grembo</em>, Bollati Boringhieri, 2006 </p>



<p class="has-small-font-size">62) Miguel Benasayag, <em>La salute ad ogni costo</em>, Vita e Pensiero, 2010</p>



<p class="has-small-font-size">63)<a href="https://www.airc.it/news/mutazioni-brca-e-laumento-di-rischio-di-sviluppare-diversi-tumori-i-fattori-in-gioco-quando-si-parla-di-test-genetici" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.airc.it/news/mutazioni-brca-e-laumento-di-rischio-di-sviluppare-diversi-tumori-i-fattori-in-gioco-quando-si-parla-di-test-genetici</a></p>



<p class="has-small-font-size">64) Ivan Illich, <em>Nemesi medica. L’espropriazione della salute</em>, red!, 2005</p>



<p class="has-small-font-size">65) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">66) <em>Ibidem</em> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Estrattivismo: devastazione ambientale, militarizzazione e miseria</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/estrattivismo-devastazione-ambientale-militarizzazione-e-miseria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[estrattivismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Faremo tutto il possibile perché questa miniera se ne vada dalla nostra regione, La Guajira, perché con una miniera non possiamo vivere. O loro o noi.” (1) Samuel Arregoces è uno dei <em>líder</em> di Tabaco, comunità afrodiscendente stabilitasi nel 1780 nel dipartimento La Guajira, nel nord della Colombia. Una storia di oltre due secoli spazzata via un giorno di agosto del 2001 dall’avanzare della miniera di carbone a cielo aperto più grande dell’America Latina, El Cerrejón. Circa 400 famiglie, tra cui quella di Samuel, rimangono senza terra. Sorte condivisa con le altre comunità, indigene e contadine, che da centinaia di anni popolano la regione.</p>



<p>Ma l’arrivo della miniera non significa soltanto l’esproprio forzato dei territori. Devastazione ambientale, problemi di salute, impoverimento, violazione dei diritti umani sono i frutti del <em>desar</em><em>rollo</em>, lo ‘sviluppo’ che l’estrazione di carbone porta con sé. “Con una miniera non si può convivere”, ripete Samuel “perché è sinonimo di miseria”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’estrattivismo</h4>



<p>Le condizioni di vita imposte alle comunità de La Guajira non sono l’eccezione. Sono il lato nascosto del ‘progresso’ industriale e tecnologico capitalista. L’estrazione di materie prime dai Paesi del Sud del mondo allo scopo di alimentare la produzione mondiale, infatti, rappresenta la condizione di esistenza del processo di accumulazione costitutivo del capitalismo: un modo di produzione che necessita di grandi quantità di risorse estratte ad alta intensità, da destinare all’esportazione – seguendo le catene del valore internazionali – nei Paesi in cui verranno trasformate nel prodotto finale (2). Questo processo – che prende il nome di <em>estrattivismo</em> e che ha come unico fine la realizzazione e massimizzazione del profitto – genera ingenti danni sociali, economici e ambientali, una devastazione <em>necessaria</em> a lasciare spazio all’incedere inarrestabile dell’estrazione di idrocarburi, metalli e minerali, dell’industria agroalimentare – con monocolture da esportazione e allevamenti intensivi – e della costruzione delle grandi infrastrutture funzionali all’espropriazione delle risorse. Si costituiscono in questo modo delle <em>economie di enclave</em>, zone strutturalmente dipendenti e in mano al capitale straniero, isolate dal resto del Paese, destinatarie di investimenti, tecnologie e personale specializzato di importazione, che impoveriscono il tessuto sociale di intere comunità: popoli di pescatori, piccoli allevatori, contadini dediti all’agricoltura famigliare privati della terra e senza più accesso all’acqua, costretti a trovare nuovi modi di sussistenza altrove, con perdita della sovranità alimentare e una lenta scomparsa delle tradizioni e dei saperi tramandati da generazioni, la vera ricchezza di queste comunità.</p>



<p>Una condizione ben conosciuta nelle zone rurali di America Latina, Africa e Asia – il cosiddetto <em>Terzo Mondo</em> – e non certo da oggi. Se durante il colonialismo gli Stati erano i protagonisti assoluti nella corsa alla conquista di nuovi territori e nuove risorse, ed esercitavano un dominio diretto ed esclusivo sulle colonie, con il neocolonialismo questo dominio prende la forma di una forte dipendenza, sul piano finanziario, economico e tecnologico, dei Paesi esportatori di materie prime nei confronti del Nord, con le grandi multinazionali a condurre questo saccheggio inesorabile. Grazie all’avanzamento delle conoscenze scientifiche, inoltre, si aprono nuove possibilità di accumulazione, con lo sfruttamento di risorse un tempo non accessibili o di importanza marginale, il cambiamento dei processi produttivi e la creazione di nuove necessità: emblematica in tal senso l’esplosione degli ultimi anni del mercato delle terre rare, imprescindibili per la realizzazione della tanto sbandierata transizione ecologica e digitale.</p>



<p>Ciò che varia storicamente sono le modalità in cui si articola l’estrattivismo, a seconda dell’espressione sociale e politica e dell’evoluzione tecnologica della fase capitalistica, che necessita di nuove forme di legittimazione, nuove materie prime, impone nuovi bisogni e nuovi prodotti, mentre rimane costante l’appropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e degli esseri umani, concepiti unicamente quali fonti da cui trarre profitto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Interesse privato, repressione di Stato</h4>



<p>Come in epoca coloniale, l’attività estrattiva incede occupando e distruggendo territori ed esercitando violenza contro le comunità locali, unico ostacolo che si pone sulla via dello spossessamento: i territori vengono militarizzati e le comunità isolate, minacciate e sfrattate.</p>



<p>Le popolazioni rappresentano il nemico da sconfiggere e la violazione dei diritti umani costituisce il normale modo di agire. L’intensificarsi delle manifestazioni delle organizzazioni comunitarie – di intralcio per la serena realizzazione del profitto – porta a una repressione feroce dei conflitti sociali, con gli Stati a giocare il ruolo da protagonista nella coercizione e nel controllo della popolazione. Anche per mezzo di un quadro normativo che tutela l’“utilità pubblica” dei progetti estrattivisti, le proteste vengono criminalizzate, spesso con accuse di terrorismo, sabotaggio, cospirazione o estorsione, attraverso campagne pubbliche di diffamazione, azioni legali contro i rappresentanti delle comunità – con lunghi processi e misure cautelari che ne limitano la libertà – o incarcerazione. Al suo culmine, la repressione si serve dei gruppi privati di sicurezza armata, dei paramilitari e dei mercenari assoldati dalle aziende, o direttamente delle forze armate statali, poste a garanzia dell’attività d’impresa, elevata a questione di sicurezza nazionale: si alimenta così la logica del ‘nemico interno’ da abbattere, che porta frequentemente all’assassinio degli attivisti.</p>



<p>Nel solo 2021 Front Line Defenders conta 358 difensori dei diritti umani uccisi in tutto il mondo, di cui il 59% impegnati nella difesa della terra, dell’ambiente e delle comunità indigene (3). Secondo la ONG britannica Global Witness, che si focalizza esclusivamente sulle vittime dei conflitti per la difesa della terra e dell’ambiente, tra il 2012 e il 2020 ne sono stati uccisi 1.540, di cui oltre il 60% in America Latina – la Colombia, con 290 vittime, è il Paese in cima a questa triste classifica. Di tutti i casi per i quali è stato possibile confermare il settore interessato, la maggior parte riguarda l’estrazione mineraria, seguita da agribusiness, deforestazione, costruzione di mega-dighe e accesso all’acqua. I dati raccolti – “che è probabile siano una sottostima, dato che molte uccisioni non vengono riportate, specialmente nelle aree rurali e in determinati Paesi”, specifica il rapporto – indicano che le comunità indigene, afrodiscendenti e contadine sono quelle maggiormente colpite, con oltre il 40% degli attivisti uccisi (4). Le stesse che più subiscono le conseguenze dell’estrattivismo e che, nonostante i rischi, non smettono di lottare. “Non necessitiamo di un’impresa per poter vivere nel nostro territorio”, sottolinea Samuel, “quello di cui abbiamo bisogno è territorio, acqua e progetti agricoli produttivi che ci permettano di avere una vita migliore. Per questo resistiamo contro il modello estrattivo” (5).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="426" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo.jpg" alt="" class="wp-image-8168" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-300x213.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-120x86.jpg 120w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-350x250.jpg 350w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Front Line Defenders, <em>Global Analysi 2021</em></figcaption></figure>
</div>


<p>I meccanismi messi in atto sono dunque sempre i medesimi, e i casi del Cerrejón in Colombia e della QIT Madagascar Minerals in Madagascar ci danno la possibilità di comprenderne a fondo le conseguenze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Colombia: il carbone de La Guajira</h4>



<p>“È stato un posto tranquillo fino al 1997”, ricorda Rogelio Ustate, altro <em>líder</em> comunitario di Tabaco, “quando abbiamo cominciato a ricevere pressioni da Carbocol-Intercor affinché abbandonassimo il villaggio, perché si trovava nell’area di espansione del complesso minerario”. Dal suo insediamento la comunità di Tabaco ha vissuto di allevamento, agricoltura, caccia e pesca, e dei rapporti commerciali intrecciati con i villaggi circostanti. “Vivevamo dei frutti della terra, che ci garantivano la sicurezza alimentare. Come in tutti i villaggi”, continua, “c’era una scuola, una chiesa, un cimitero e un centro medico” (6). Con servizi di rifornimento di energia elettrica, approvvigionamento dell’acqua e un centro di comunicazioni, Tabaco era una comunità autosufficiente. Fino all’arrivo della miniera.</p>



<p>Il Cerro Cerrejón diventa terreno di esplorazione e conquista delle imprese estrattive negli anni ‘50, e a partire dal 1975 la statale Carbocol, la statunitense Intercor e un consorzio guidato dalla colombiana Prodeco si dividono le licenze di sfruttamento dei giacimenti di carbone. Ma gli appetiti delle compagnie minerarie non si fanno strada da soli. Nel 1969, con la cosiddetta “legge del carbone”, lo Stato dichiara l’attività delle miniere di “utilità pubblica e interesse sociale”, e tra 1975 e 1989 agli abitanti delle comunità vengono riconosciuti titoli di proprietà individuale sui terreni: il territorio prima collettivo viene così diviso in un insieme di entità separate, maggiormente suscettibili alle offerte di acquisto delle imprese (7).</p>



<p>In questo modo El Cerrejón si espande e le pressioni sugli abitanti di Tabaco aumentano. La miniera reclama la loro terra. Spinti dalla paura di perdere tutto, alcuni vendono i terreni e lasciano la comunità. Altri, invece, decidono di resistere. Le forze di sicurezza private dell’impresa circondano il villaggio, pattugliano il territorio, vietano la caccia notturna e l’accesso ai terreni agricoli. Su ordine delle autorità pubbliche locali vengono interrotti i servizi elettrici e idrici, smantellato il centro medico, chiuso il centro di comunicazioni, distrutta la chiesa, abbattuta la scuola, bloccate le strade di collegamento con le comunità limitrofe, ostacolato l’accesso all’acqua. La comunità è isolata. Intanto diventa legge il “codice minerario”: lo Stato dichiara il sottosuolo “utilità pubblica”, giustificando gli sfratti delle popolazioni situate in prossimità dei giacimenti. Così, su ordine di un giudice e con il supporto degli Squadroni Mobili Antidisordini (ESMAD) – unità speciali della polizia incaricate di assistere negli “sfratti di spazi pubblici o privati, in zone urbane o rurali sul territorio nazionale”, si legge sul sito governativo – il 9 agosto 2001 anche le ultime famiglie vengono cacciate. Impotenti, assistono mentre le loro case vengono rase al suolo da una piallatrice. La comunità, però, non si arrende: nei mesi successivi porta avanti svariate azioni legali finché, nel maggio 2002, la Corte Suprema di Giustizia ordina alle autorità locali di ricostruire Tabaco in un luogo adeguato, “entro 48 ore”. Sentenza che, a oggi, non ha ancora avuto seguito (8). Tabaco, tuttavia, non è la sola a essere stata distrutta dall’avanzare della miniera. Lo stesso destino tocca a più di 25 comunità indigene Wayuu, afrodiscendenti e contadine stanziate sulle rive del río Ranchería, la principale fonte di sussistenza della regione.</p>



<p>Nel 2002 il controllo dei giacimenti passa di mano: tre giganti del settore – la svizzera Glencore, l’inglese Anglo American e l’australiana BHP – completano l’acquisto e la spartizione del Cerrejón con il 33,3% delle quote ciascuno. La musica però non cambia. L’espansione mineraria continua, e così gli sfratti portati a termine con l’ausilio delle forze armate. La mattina del 24 febbraio 2016 una cinquantina di persone, tra membri delle comunità e attivisti per i diritti umani, si riunisce nel villaggio di Roche per opporsi all’ennesimo sgombero: il ricollocamento proposto dall’impresa, denunciano, non garantisce acqua potabile, risorse alimentari, terre adatte all’allevamento, né un indennizzo per i danni procurati. Chiedono condizioni di vita dignitose. Come nel caso di Tabaco interviene l’ESMAD, che – con fumogeni e proiettili di gomma – costringe le famiglie di Roche ad arrendersi lasciando il via libera alle scavatrici (9).</p>



<p>La militarizzazione dei territori di interesse dei progetti estrattivi in Colombia prende piede a partire dagli anni ‘90. Oltre a ESMAD (creata nel 1999) e forze di polizia, nel 2011 vengono istituiti i Battaglioni Speciali Energetici e Stradali, unità militari alle dipendenze dell’esercito dedicate alla protezione delle attività e delle infrastrutture estrattive – con il battaglione n. 17 assegnato alla supervisione del progetto minerario del Cerrejón. Forze armate pubbliche che vengono anche ingaggiate direttamente dalle imprese: una pratica in essere almeno dal 1996 e istituzionalizzata nel 2014 dal ministero della Difesa. Secondo i dati ottenuti dall’organizzazione colombiana Tierra Digna, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2013 le tre multinazionali che controllavano la miniera del Cerrejón hanno firmato contratti per oltre 14 miliardi di pesos colombiani, ovvero 7,3 milioni di dollari al cambio del 2013 (10). Altri due – sottoscritti nel 2015 e nel 2017 per 41 mila e 133 mila dollari – sono venuti alla luce nel 2019 (11). Accordi non sottoposti a meccanismi di controllo e scrutinio pubblico, che spesso si celano dietro a clausole di riservatezza per ragioni di “sicurezza nazionale”. Un’imponente militarizzazione – arricchita dalle agenzie di sicurezza private e dall’azione dei paramilitari – che tra il 2015 e il 2019 ha portato in Colombia a 181 attacchi nei confronti dei difensori dei diritti umani che si sono esposti direttamente contro le attività delle imprese, di cui il 44% riguarda attivisti che hanno manifestato contro cinque aziende: tra queste, El Cerrejón (12).</p>



<p>Alla devastazione sociale, infine, si aggiunge quella ambientale. A partire dagli anni ‘70, per rendere accessibili nuovi giacimenti e per far spazio al complesso minerario – strade di collegamento e 150 km di ferrovia per il trasporto del carbone – i corsi di 47 torrenti e affluenti del Ranchería vengono deviati o bloccati, provocando gravi problemi di scarsità in una regione già soggetta a frequenti periodi di siccità (13). Quando non piove per mesi, le uniche zone in cui è possibile procurarsi da vivere sono le rive dei fiumi. Fondamentale per la sopravvivenza e per i legami sociali, culturali e spirituali di queste comunità, l’acqua è fonte di vita. “Se fanno morire questo torrente di cosa vivremo?”, si chiede un’abitante di Paradero, comunità Wayuu che vive sulle sponde dell’arroyo Bruno, uno degli affluenti del Rancheria che bagnano la Guajira, deviato per 3,6 km dall’avanzare della miniera. “Ci deviano il torrente, fanno seccare tutto, ci cacciano dal nostro territorio&#8230; di cosa vivremo?” (14). Nella sola zona nord della regione è stato rilevato che dall’inizio dell’attività mineraria – che utilizza 24 milioni di litri di acqua al giorno – sono scomparsi circa il 40% dei corsi d’acqua, pari a oltre 68 km (15), mentre devono essere scavati pozzi di 20 o 30 metri – contro i 5-8 di un tempo – per trovare acqua dolce nel sottosuolo. Fonti d’acqua che, oltretutto, spesso sono contaminate dai residui di scarto dell’estrazione di carbone, che le rendono inutilizzabili, mentre le sostanze inquinanti rilasciate nell’aria – silice e metalli pesanti – hanno gravi conseguenze per la salute dei lavoratori della miniera e degli abitanti dei villaggi (16).</p>



<p>Nei tribunali colombiani l’impresa è stata più volte ritenuta responsabile di aver provocato una grave degradazione ambientale e danni alla salute, violando i diritti umani (17). Da oltre dieci anni la popolazione de La Guajira vive una crisi umanitaria – con insicurezza alimentare e mancanza d’acqua – riconosciuta anche dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani e dalla Corte Costituzionale, che nel 2017 e nel 2019 ha dichiarato lo “stato di cose incostituzionale”: tra il 2010 e il 2018, 4.770 bambini Wayuu hanno perso la vita a causa della malnutrizione. “Una barbarie”, l’ha definita la Corte (18).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Madagascar: carta bianca a QMM</h4>



<p>Febbraio 2022: in seguito a due acquazzoni ciclonici che colpiscono la regione costiera di Anosy – sud-est del Madagascar – la diga di contenimento nella miniera QIT Madagascar Minerals (QMM) ha un cedimento che causa la parziale fuoriuscita delle acque di scarico nel lago e nei corsi d’acqua limitrofi. Per evitare il collasso della diga, QMM – controllata per l’80% dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto e per il 20% dallo Stato – ottiene un permesso dalle autorità di controllo per il rilascio di un milione di metri cubi di acque reflue nell’ambiente circostante. Passano pochi giorni e centinaia di pesci morti affiorano sulla superficie del vicino lago Ambavarano (20). “QMM è responsabile di tutto questo” dichiara Andry Rajoelina, presidente del Madagascar, “perché QMM è l’unica che scarica acque reflue nel fiume” (21). L’impresa rigetta le accuse, ma intanto le autorità locali impongono il divieto di pesca in tutta l’area, scatenando le proteste degli abitanti dei villaggi, che organizzano blocchi stradali nelle vie di accesso al sito estrattivo arrivando persino a prendere in ostaggio il personale della miniera. Chiedono forniture di cibo e acqua perché non poter pescare, per le comunità, significa faticare a sopravvivere.</p>



<p>Nella regione di Anosy, dal 2009 QMM estrae ilmenite – fonte di biossido di titanio, impiegato come pigmento bianco in una vasta gamma di prodotti, dalle vernici, alla carta, ai cosmetici – e, in minor quantità, monazite – un minerale recuperato dal processo estrattivo che contiene metalli di terre rare, fondamentali per la produzione delle tecnologie e dei prodotti della transizione energetica e digitale. Il progetto comincia a prendere corpo negli anni ‘80, assecondato dalle politiche nazionali che favoriscono l’attività mineraria privata in continuità con le indicazioni della Banca Mondiale, principale finanziatore del Paese. Dopo la fase di esplorazione, a inizio 2000 il governo dà il via libera alla miniera e alla costruzione delle infrastrutture, che si estendono nei territori delle comunità indigene. In Madagascar, secondo una pratica consuetudinaria, il diritto di proprietà sulla terra nelle zone rurali viene acquisito se il terreno ospita le tombe degli antenati oppure dopo almeno quindici anni di lavoro agricolo: nel momento dell’arrivo di QMM solo l’8% dei contadini proprietari terrieri è in possesso di un titolo formale. Centinaia di abitanti delle comunità vengono così allontanati in nome della “pubblica utilità” della miniera e attraverso la forzosa acquisizione dei terreni, che vengono dati in concessione all’impresa per cento anni (22). Non solo un danno per il sostentamento, perché la terra ha un valore molto più ampio: mantiene il legame spirituale con gli antenati e le generazioni future, conserva la memoria della comunità, consente la sepoltura dei morti e permette di tramandare i saperi e le conoscenze tradizionali. Prendendo la terra, QMM ha distrutto l’identità culturale e la vita sociale di interi villaggi.</p>



<p>C’è poi il risvolto ambientale. L’attività estrattiva rade al suolo la foresta costiera, importante risorsa di sostentamento, e contamina laghi e fiumi, fonte di approvvigionamento di acqua potabile e domestica per oltre la metà dei villaggi prossimi alla miniera. Per non interferire con l’equilibrio ecologico, la legge malgascia stabilisce l’obbligo di rispettare una zona di separazione di almeno 80 metri tra qualunque attività industriale e aree particolarmente delicate. Tuttavia, nel 2015 le autorità di monitoraggio ambientale approvano la richiesta di QMM di diminuire la zona di separazione, permettendo alla miniera di mantenere profittevole l’attività estrattiva, che contrariamente – secondo una comunicazione interna di Rio Tinto (23) – sarebbe stata “non ottimale”. Un’indagine del 2018 (24) ha dimostrato, però, che già precedentemente QMM aveva infranto quel limite, e la stessa Rio Tinto nel 2019 ha ammesso una violazione di 90 metri della zona di separazione e uno sconfinamento di 40 metri nel lago adiacente, con grandi rischi ambientali e per la salute della popolazione (25). Due studi, infatti, avvertono sulla pericolosità del progetto minerario: durante l’estrazione si accumulano nelle vasche di raccolta elementi radioattivi che possono accidentalmente riversarsi nell’ambiente, e livelli di uranio 50 volte più alti di quelli stabiliti dalle linee guida dell’OMS per l’acqua potabile sono stati rilevati a valle della miniera (26).</p>



<p>Negli oltre dieci anni di estrazione dei minerali – che finiscono negli stabilimenti di lavorazione canadesi di Rio Tinto – QMM ha dovuto spesso fare i conti con le proteste della popolazione. La risposta è stata semplicemente una: la violenza. Intimidazioni, arresti e l’intervento delle forze armate statali a difesa degli interessi della miniera e dei suoi padroni – nel 2021 Rio Tinto ha fatto registrare il più alto profitto annuale della sua storia, distribuendo dividendi agli azionisti per quasi 17 miliardi di dollari (27).</p>



<p>Ma esiste un’altra forma di violenza, più sottile, che si traveste da “responsabilità sociale d’impresa” e punta alla pacificazione dei conflitti: progetti per la conservazione della biodiversità a compensazione dei danni provocati nei siti estrattivi che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali; programmi sociali di sostegno alla popolazione – dopo aver depredato la terra e l’acqua di intere comunità –; costruzione di infrastrutture per lo “sviluppo” del territorio. “Sono grata che ora abbiamo un ospedale” spiegava un’abitante dei villaggi nel 2009, “ma adesso sono in difficoltà quando i miei bambini si ammalano. Non ho abbastanza soldi per comprare le medicine. Prima andavo nella foresta a cogliere le piante medicinali per curare i miei bambini. Ora devo andare in ospedale. QMM ha dimenticato che andare in ospedale non è gratuito e che le medicine sono costose” (28).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vecchia storia</h4>



<p>Militarizzazione, violazioni dei diritti umani, devastazione ambientale, danni economici e sociali: ciò che determina gli orientamenti dell’estrattivismo sono le catene di distribuzione globali, non certo i bisogni delle popolazioni. Quando sul piatto ci sono gli interessi di un intero sistema produttivo – e nuove possibilità di accumulazione, come nel caso della transizione energetica e digitale – gli ‘effetti collaterali’ passano in secondo piano. Nulla di nuovo sotto il <em>suolo</em>: il profitto prima di tutto. Una storia vecchia come il capitalismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Una versione di questo articolo è stata pubblicata nel 20° Rapporto sui diritti globali 2022, a cura di Associazione Società Informazione Onlus</p>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=3t99gGwpKNM">https://www.youtube.com/watch?v=3t99gGwpKNM</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Eduardo Gudynas, <em>Extracciones, extractivismos y extrahecciones</em>, Observatorio del Desarrollo, Centro Latino Americano de Ecología Social, 2013</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.frontlinedefenders.org/en/resource-publication/global-analysis-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.frontlinedefenders.org/en/resource-publication/global-analysis-2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/numbers-lethal-attacks-against-defenders-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/numbers-lethal-attacks-against-defenders-2012/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Vedi nota 1</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://reexistencia.wordpress.com/2011/07/13/tabaco-un-pueblo-devorado-por-la-mineria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://reexistencia.wordpress.com/2011/07/13/tabaco-un-pueblo-devorado-por-la-mineria/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Revista Noche y Niebla, <em>Minería a gran escala y derechos humanos: lo que el des-arroyo trajo a La Guajira</em>, n. 61, gennaio-giugno 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.colectivodeabogados.org/comunidad-de-tabaco-infelices-15-anos-esperando-la-reubicacion/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.colectivodeabogados.org/comunidad-de-tabaco-infelices-15-anos-esperando-la-reubicacion/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.colectivodeabogados.org/desalojo-violento-de-comunidad-afro-roche-la-guajira-favorece-intereses-de-carbones-de-cerrejon/">https://www.colectivodeabogados.org/desalojo-violento-de-comunidad-afro-roche-la-guajira-favorece-intereses-de-carbones-de-cerrejon/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Centro de estudios para la justicia social Tierra Digna, <em>Seguridad y derechos humanos ¿para quién? Voluntariedad y militarización, estrategias de las empresas extractivas en el control de territorios</em>, 2015</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="http://rutasdelconflicto.com/convenios-fuerza-justicia/node/350" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://rutasdelconflicto.com/convenios-fuerza-justicia/node/350</a> </p>



<p class="has-small-font-size">12) Business &amp; Human Rights Resource Centre, <em>Defenders in Colombia</em>, 2020</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Revista Noche y Niebla, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nIDFRBu6Mo8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=nIDFRBu6Mo8</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Corporación Geoambiental Terrae, <em>Análisis multitemporal de afectación de cuerpos de agua en el área intervenida por la extracción minera del área norte de Cerrejón y en la cuenca del Arroyo Bruno (La Guajira, Colombia),</em> 2019</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. Fundación Rosa Luxemburg, <em>Carbón tóxico. Daños y riesgos a la salud de trabajadores mineros y población expuesta al carbón, </em>2018</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Colectivo de abogados “José Alvear Restrepo”, <em>Diez verdades sobre Carbones de Cerrejón</em>, Cajar Prensa, 2019</p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.elheraldo.co/la-guajira/4770-ninos-muertos-en-la-guajira-es-una-barbarie-corte-553890">https://www.elheraldo.co/la-guajira/4770-ninos-muertos-en-la-guajira-es-una-barbarie-corte-553890</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=St_vG-B7noo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=St_vG-B7noo</a> </p>



<p class="has-small-font-size">Dall’11 gennaio 2022 la proprietà della miniera è mutata ancora: ora la svizzera Glencore controlla il 100% delle quote.</p>



<p class="has-small-font-size">“Quando la terra grida, l’uomo piange”, recita un proverbio delle comunità de La Guajira, “ma quando la terra piange, l’uomo muore” (19).</p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://theecologist.org/2022/may/27/mine-dead-fish-villagers-and-their-protests" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://theecologist.org/2022/may/27/mine-dead-fish-villagers-and-their-protests</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="http://www.andrewleestrust.org/blog/?p=2238">http://www.andrewleestrust.org/blog/?p=2238</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. Caroline Seagle, <em>The mining‐conservation nexus &#8211; Rio Tinto, development ‘gifts’ and contested compensation in Madagascar</em>, Land Deal Politics Initiative (LDPI Working Paper no. 11), 2011 </p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. Rio Tinto, <em>Internal memo, Rio Tinto, 3 ottobre 2017 – Update QMM mining boundary with water bodies</em>, 2017</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. Steven H. Emerman, <em>Evaluation of a Buffer Zone at an Ilmenite Mine operated by Rio Tinto on the Shores of Lakes Besaroy and Ambavarano, Madagascar</em>, The Andrew Lees Trust, 2018</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. Rio Tinto, <em>Formal response to the report entitled “Evaluation of a Buffer Zone at an Ilmenite Mine operated by Rio Tinto on the Shores of Lakes Besaroy and Ambavarano, Madagascar”</em>, 2019</p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. Publish What You Pay Madagascar, <em>Large-scale mining’s impacts: a case study of Rio Tinto/QMM mine in Madagasca</em>, 2022</p>



<p class="has-small-font-size">27) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/business/energy/investors-urge-rio-tinto-cut-indirect-emissions-2022-04-08/">https://www.reuters.com/business/energy/investors-urge-rio-tinto-cut-indirect-emissions-2022-04-08/</a></p>



<p class="has-small-font-size">28) Cfr. Re:Common, <em>Land grabbing in Madagascar. A special case: The “best investment project in Madagascar”?</em>, 2013 </p>
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