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	<title>Percorsi storici &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Percorsi storici &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Il crimine di Castlereagh</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-crimine-di-castlereagh/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Le parole immortali di Bobby Sands. Lotta, resistenza e poesia: la tortura a Castlereagh]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le parole immortali di Bobby Sands. Lotta, resistenza e poesia: la tortura a Castlereagh</p>
</blockquote>



<p>Poesia tratta da <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</p>



<pre class="wp-block-verse">Incisi il mio nome e non per la fama<br>Sulla parete imbiancata,<br>“Bobby Sands è stato qui,” scrissi impaurito<br>Uno scarabocchio orrendo e tremante.<br>Lo scrissi in basso dove lo sguardo non ci arriva<br>Era soltanto per provare,<br>Che non fossi pazzo e non potevi a me dare la colpa<br>Se ero venuto qui a morire.<br><br>Sentii il crepitio di una spia strisciante<br>La guardia di ronda.<br>Pensai, sarebbe tutto inutile<br>Se mi beccassero a terra.<br>Le mie pupille danzanti parlavano chiaro,<br>Si muovevano come lingue di fuoco,<br>Quando, Cristo, sgranai gli occhi e a fissarmi<br>Fu il nome della morte di “Maguire” (1).<br><br>Mi feci pallido di paura era proprio la morte<br>E io immobile, un uccellino tremante,<br>Sentii lo sguardo, il pugno della guardia<br>Mentre inudito passava oltre.<br>Ma un pensiero s’arenò nella baia della mente,<br>Ancorato nel profondo, amico mio<br>Fu il nome di quell’uomo e il dolore crudele<br>Che lo condussero alla fine.<br><br>La luce splendeva di fiamma il giorno si fece notte<br>Ma a chi importa in quest’inferno,<br>Se la mente si è chiesta tutto il tempo<br>Quando lascerai la cella.<br>Se chi sa quando o ancora<br>Chissà se poi mai,<br>Se il prossimo crepitio o strisciante spia<br>Saranno il respiro della morte venuto per te.<br><br>Il pavimento era freddo con solo i calzini<br>Le scarpe qui sono proibite,<br>Perché potresti ammazzarti<br>Se fai un cappio coi lacci.<br>I torturati cercano una fine veloce<br>E i poliziotti questo lo sanno,<br>I cadaveri son muti e uomini camminano<br>Sul pavimento senza scarpe.<br><br>Sentivo lamenti e i gemiti di dolore<br>Provenire dalla cella di qualcuno.<br>E seppi che questo povero amico<br>Aveva di grosso da raccontare.<br>L’avevo sentito qualche ora fa camminare<br>Con un passo agile e leggero,<br>E poi tornare come un rottame<br>O chi ha perso un combattimento.</pre>



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			</item>
		<item>
		<title>La prigione della tortura – Blocco H</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-prigione-della-tortura-blocco-h/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Lotta, resistenza e poesia dalla “prigione della tortura – blocco H”: le parole immortali di Bobby Sands]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio – settembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<ul class="wp-block-list"></ul>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lotta, resistenza e poesia dalla “prigione della tortura – blocco H”: le parole immortali di Bobby Sands</p>
</blockquote>



<p>Poesia tratta da <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</p>



<pre class="wp-block-verse">Sulle piaghe altrui non dormiamo<br>Rosso è il sangue di ogni uomo,<br>E non lecchiamo le ferite del povero<br>Né beviamo le lacrime che egli versa,<br>Perché re e canaglie una tomba avranno<br>E i più poveri sono i morti.<br><br>E i più poveri sono i morti solitari<br>Che fissano un cielo di terra,<br>E da soli marciscono nella pelle e nelle ossa<br>Nel punto esatto in cui giacciono.<br>Ma ancor più poveri sono gli stupidi idioti<br>Che pensano di non morire mai.<br><br>Lo trovarono sul suo stesso uscio<br>Giaceva in una pozza cremisi,<br>Sorpresa negli occhi di morte di chi non capisce<br>A fissare vacui il giorno,<br>Era chiaro, non poteva immaginare<br>D’incontrare la morte sulla sua strada.<br><br>In una cassa di pino con su un drappo se ne andò.<br>In quel buco mai fece ritorno.<br>L’infame banda suonò il lamento di morte<br>Per l’agitarsi della sua stessa anima<br>Ma quell’anima subdola aveva torturato<br>E che bruciasse era giusto.<br><br>Il suo cappello nero sporco sulla cassa,<br>Affiancata da dodici uomini.<br>Dodici uomini cupi di quest’amico morto<br>Che la vendetta venne ad ammazzare,<br>Lo spettro che perseguita e che molti cattura<br>Aveva catturato anche questo stronzo qua.<br><br>La fossa è profonda, la fossa è fredda<br>Una tomba di argilla rossa e fangosa,<br>E mentre sotto il corpo marcisce<br>Sopra una primula fiorisce.<br>E allora non rabbrividite, non lagnatevi<br>Perché presto ci andranno tutti.<br><br>Terra alla terra, cenere alla cenere<br>Disse il parroco avvizzito,<br>Mentre argilla cospargeva in forti tonfi<br>Sordi da sopra il morto,<br>E copriva per sempre ormai<br>Quel demonio abbandonato dalla fortuna.<br><br>Perché aveva torturato, nientemeno<br>E per Dio l’aveva fatto a modo,<br>Perfidi sono i furbi codardi<br>E subdoli gli scaltri.<br>Ma bastardi sono gli odiati secondini <br>Che torturano un uomo quando è nudo.<br><br>Aveva torturato, nientemeno<br>Perché era un secondino, lui.<br>Eppure! Voci di lamenti si alzarono alte<br>Cosa mai aveva fatto il pover’uomo?<br>Soltanto quel che avevano fatto i pazzi<br>Agli ebrei silenziosi.<br><br>Seppellitelo allora e lasciatelo riposare<br>E suonate anche la marcia di ottoni<br>Ma sulla sua lapide di marmo, scrivete<br>“Qui giace un lurido secondino.”<br>Se si sa cos’ha fatto<br>Gli volteranno le spalle sputandoci sopra.<br><br>Non dormiamo sulle piaghe altrui<br>E non lecchiamo le ferite sanguinanti,<br>In enormi saloni di marmo<br>Nei fortini o nelle torri.<br>I prigionieri giacciono in abissi oscuri<br>Dietro le sbarre della prigione.</pre>



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			</item>
		<item>
		<title>Bobby Sands. Scritti dal carcere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/bobby-sands-scritti-dal-carcere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Riccardo Michelucci</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico</p>
</blockquote>



<p><strong>Pubblichiamo l’introduzione al libro <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</strong></p>



<p class="has-drop-cap">Un giovane uomo avvolto in una coperta passeggia lentamente, a piedi nudi, nei pochi metri quadrati della sua cella, cercando di scansare i vermi e gli escrementi ammucchiati negli angoli del pavimento reso scivoloso dall’urina. Le sue narici sono ormai assuefatte all’odore nauseabondo di quel piccolo spazio chiuso, dal quale non esce quasi mai. Poi si ferma, si gratta la lunga barba e inizia a scrivere su uno spicchio di muro ancora vuoto. Stringe tra il pollice e l’indice la ricarica di una penna a sfera dalle dimensioni minuscole, circa due centimetri, che teneva nascosta all’interno del suo corpo. Mentre scrive resta in allerta, le orecchie ben tese, per captare ogni minimo rumore. I secondini possono piombargli in cella da un momento all’altro, confiscargli i suoi preziosi strumenti di scrittura e picchiarlo a sangue. Non appena riuscirà a tornare in possesso di una cartina di sigaretta o di un pezzo di carta igienica ricopierà le parti migliori di quanto ha scritto e cercherà di farle uscire all’esterno.</p>



<p>Viene da chiedersi come sia stato possibile, in circostanze simili, mantenere la concentrazione e la lucidità necessarie alla scrittura di testi politici, e ancor più comporre opere letterarie. All’interno dei Blocchi H, i “gironi infernali” del carcere di Long Kesh di Belfast nei quali, a partire dal 1976, furono rinchiusi in condizioni bestiali i repubblicani irlandesi impegnati nella lotta di liberazione, non era consentito scrivere, non venivano forniti fogli, penne, né alcun materiale di lettura. Eppure Bobby Sands riuscì a raccontare al mondo la sua condizione e quella dei suoi compagni, consegnandoci una testimonianza memorabile, che è anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico. Durante le interminabili giornate in cella utilizzò la scrittura come strumento di lotta e di resistenza ma anche come terapia per cercare di sfuggire – almeno con l’immaginazione – alle mostruose condizioni nelle quali fu costretto a vivere per essersi rifiutato di accettare il regime carcerario imposto dagli inglesi. Di fronte alla quotidiana violenza dei secondini la parola era rimasta l’unica arma per conservare la dignità, e attraverso di essa i prigionieri riuscirono a sentirsi più forti del sistema che voleva ridurli al silenzio, sottomettendoli a regole che non erano disposti ad accettare.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="300" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/Bobby-Sands.jpg" alt="" class="wp-image-7389"/></a></figure>
</div>


<p>La scrittura divenne un atto supremo di resistenza anche perché si svolse nella totale clandestinità. Per cercare di sopravvivere all’interno del carcere di massima sicurezza di Long Kesh, Bobby Sands e i suoi compagni fecero ricorso a stratagemmi talmente ingegnosi da risultare quasi incredibili, e destinati a diventare leggendari. Per passare da una cella all’altra minuscole sigarette rollate con cartine di fortuna facevano scivolare una piccola cordicella sotto la porta che aveva la fessura più ampia, fino a farla arrivare dall’altra parte del corridoio. Era un’operazione assai complicata e pericolosa, perché i secondini erano sempre all’erta e spesso si aggiravano per i corridoi del braccio in punta di piedi, cercando di cogliere di sorpresa i detenuti. Per un po’ riuscirono anche a passarsi piccoli oggetti dalle finestre usando strisce di tessuto strappate dalle coperte, alle cui estremità legavano un peso morto, ma poi le guardie se ne accorsero e sigillarono ermeticamente le finestre con tavole e lamiere ondulate. I prigionieri, però, non si persero d’animo e sui muri delle celle, in corrispondenza delle tubature, ricavarono dei piccoli buchi che consentivano di far passare da una cella all’altra le sigarette e l’acciarino per accenderle. Un pezzo di vetro, una piccola pietra e un batuffolo di lana erano sufficienti per fabbricare un acciarino rudimentale ma perfettamente funzionante. Facevano quindi uno stoppino, lo accendevano e passavano con cautela il materiale incandescente da una cella all’altra, fino a quando non erano riusciti tutti ad accendersi una sigaretta di fortuna.</p>



<p>Allo stesso modo escogitarono una serie di tecniche per comunicare tra loro&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Il potere e l’anarchia. Quando i servizi segreti spiavano De Andrè</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-potere-e-lanarchia-quando-i-servizi-segreti-spiavano-de-andre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Bonanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
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					<description><![CDATA[“Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del ‘vertice’ che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di ‘golpe’, sia i neo-fascisti autori materiali delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<pre class="wp-block-verse">“Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del ‘vertice’ che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di ‘golpe’, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli ‘ignoti’ autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato una crociata anticomunista, a tamponare il ‘68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del ‘referendum’. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove.”
Pier Paolo Pasolini

“È chiaro che il pensiero dà fastidio/ anche se chi pensa è muto come un pesce/ anzi un pesce/ e come un pesce è difficile da bloccare/ perché lo protegge il mare […] Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche/ il pensiero come l’oceano/ non lo puoi bloccare/ non lo puoi recintare.”
Lucio Dalla, <em>Com’è profondo il mare</em>

“Ciascuno deve stare al suo posto. La polizia a reprimere, la magistratura a condannare, la stampa a persuadere la gente a pensarla come vogliamo noi. E tutti in fondo stanno facendo il loro dovere.”
Marco Bellocchio, <em>Sbatti il mostro in prima pagina</em>

“Ma io se fossi Dio/ di fronte a tanta deficienza/ non avrei certo la superstizione della democrazia!”
Giorgio Gaber, <em>Io se fossi Dio</em>

“Certo bisogna farne di strada/ da una ginnastica d’obbedienza/ fino ad un gesto molto più umano/ che ti dia il senso della violenza/ Però bisogna farne altrettanta/ per diventare così coglioni/ da non riuscire più a capire/ che non ci sono poteri buoni.”
Fabrizio De Andrè, <em>Nella mia ora di libertà</em></pre>



<h4 class="wp-block-heading">Nel milieu</h4>



<p>Gli anni di piombo sono polvere sotto il tappeto della sedicente democrazia italiana. Il loro senso ultimo è mistificato in quanto elude il presupposto della guerra civile non ortodossa combattuta in Italia tra il sessantanove e l’ottantadue del secolo scorso. Interpretare il fenomeno dell’eversione armata in ottica dietrologica/complottista (chi era il Grande Vecchio che reggeva le fila dei sovversivi?) o – ancor più ridicolmente – psicanalitica (le azioni armate come espressione di personalità disturbate, narcistico-deliranti) significa omettere, se non mentire sapendo di mentire. Significa disconoscere scientemente il movente rivoluzionario della lotta armata, deprivandola della portata intrinseca, sociale e politica. Comodo pensare che la ‘stagione di piombo’ (estremo anelito di ribellismo anticapitalista in anticipo sull’alienazione di massa post-Ottanta) sia riconducibile a nette antinomie Bene/Male. E chi sarebbero (stati) gli agnelli sacrificali? Le vittime incolpevoli del presunto delirio armato? I grigi politicanti corrotti della Nazione di Gladio e dei servizi deviati? I mandanti degli sceriffi dal mitra facile di Cascina Spiotta (Mara Cagol uccisa disarmata) e di via Fracchia, a Genova (quattro brigatisti trucidati nel sonno)? Oppure gli zelanti burocrati della tortura di Stato, grazie alla quale si è smantellata, ipso facto, la ‘rete’ logistica delle Brigate Rosse? Non raccontiamoci frottole, piuttosto riflettiamo sulle parole dell’ex brigatista Barbara Balzerani. Sono riassuntive del quadro sottaciuto dei fatti:</p>



<pre class="wp-block-verse">Nell’ossessiva reiterazione di formulette scaccia fantasmi con cui si liquidano le Brigate Rosse staccandole per lesa appartenenza al contesto di scontro sociale in cui sono nate e in cui sono morte, si assiste ad un fenomeno preoccupante di assenza di ogni filo di ragionamento […] L’analisi del fenomeno indugia tra psicanalisi criminale, ricerche dietrologiche, intimismo massmediato, disconnessione delle relazioni di casualità, di tutto un po’, meno che la laicità di una riflessione critica non pregiudiziale. Ma che ci faceva in quell’Italia prospera e operosa, unita all’apogeo del consociativismo a sostegno di una democrazia sempre in pericolo, con il Partito Comunista e il sindacato più forti d’Europa, quella comunista (il riferimento è a se stessa, <em>n.d.r.</em>) che viveva in uno sputo di paese e militava in un’organizzazione di guerriglia come le Brigate Rosse?</pre>



<p>Gli antefatti del piano repressivo vigente nell’Italia del ‘lungo Sessantotto’, sono compresi di fatto in due date-simbolo: quella del 1° gennaio 1965 in cui lo Stato Maggiore dell’esercito condivide in una lettera la proposta del Sifar “per l’addestramento di giovani ufficiali alla guerra non ortodossa” (dettando così le premesse per l’istituzione paramilitare di Gladio); e la data del 10 dicembre 1969, in cui il fascista Giovanni Ventura si imbarca all’aeroporto di Venezia per dare l’imprimatur “a qualcosa di grosso” che, secondo una rivelazione del fratello, sarebbe di lì a poco successo “nelle banche”. Siamo all’antivigilia della strage di Piazza Fontana, ed è probabile che Ventura non dicesse per dire.</p>



<p>Le dinamiche recondite sottese all’operato del potere (finto)democratico-economico erano, del resto, già state tracciate da Herbert Marcuse ne <em>L’uomo a una dimensione</em> (1964):</p>



<pre class="wp-block-verse">Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico [...] Alla negazione della libertà, e perfino della possibilità della libertà, corrisponde la concessione di libertà atte a rafforzare la repressione. È spaventoso il modo in cui si permette alla popolazione di distruggere la pace ovunque vi sia ancora pace e silenzio, di essere laidi e rendere laide le cose, di lordare l’intimità, di offendere la buona creanza. È spaventoso perché rivela lo sforzo legittimo e persino organizzato di conculcare l’Altro nel suo proprio diritto, di prevenire l’autonomia anche in una piccola, riservata sfera dell’esistenza. Nei paesi supersviluppati, una parte sempre più larga della popolazione diventa un immenso uditorio di prigionieri, catturati non da un regime totalitario ma dalle libertà dei concittadini i cui media di divertimento e di elevazione costringono l’Altro a condividere ciò che essi sentono, vedono e odorano.</pre>



<p>Senza altro movente che il mantenimento del controllo dietro il paravento finto-garantista della Nato, negli anni Settanta, l’Italia dei servizi deviati, delle fibrillazioni golpiste, delle eterodirezioni americane, della politica furba o incapace, istiga di fatto i terrorismi di destra e l’eversione di sinistra, rendendosi altresì responsabile di delitti politici, giustificando una azione capillare di sorveglianza e punizione (Michel Foucault). A questo punto diventa legittimo constatare come il termine ‘democrazia’ risulti essere flatus vocis: il collante teorico <em>superstizioso</em> (Giorgio Gaber, <em>Io se fossi Dio</em>) attraverso cui il potere politico edulcora la propria auto-perpetuazione ab aeternum.</p>



<p>Da Piazza Fontana in avanti, la contro-storia del lungo Sessantotto delle stragi di Stato (e degli omicidi e dei depistaggi di Stato) ne fissa la comprova.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vigilato speciale (l’anarchico e il potere)</h4>



<p>Il primo atto della notte della Repubblica (dixit) è <em>qualcosa</em> che non si dimentica. Ha un tempo e un luogo precisati: 12 dicembre 1969, Piazza Fontana, Milano. Quando comincia a scriversi la (contro)storia patria del potere sodale alle destre golpiste e bombarole. L’anno è lo stesso in cui Fabrizio De André scrive e riflette sulla <em>Buona novella</em> apocrifa: l’embrione del suo album anti-sistema intersecato dentro metafora con il raggio soverchiante di una casta sacerdotale miope, classista, maschilista, longa manus di una Legge divina attraverso cui governa la società evangelica (<em>L’infanzia di Maria</em>, <em>Tre croci, Il testamento di Tito</em>), preservando se stessa. Un sistema di potere che la parola del Gesù deandreiano eradica dalle fondamenta, attraverso la destrutturazione dei dieci comandamenti nel <em>Testamento di Tito</em>, ma anche le bestemmie dolorose delle madri di Dimaco e Tito crocefissi con Gesù (<em>Con troppe lacrime piangi, Maria/ solo l’immagine di un’agonia […] lascia a noi piangere un po’ più </em><em>forte/ chi non risorgerà più dalla morte</em>), e della stessa Maria che si ribella infine a un’escatologia indecifrabile quanto crudele (<em>non fossi stato figlio di Dio/ ti avrei ancora per figlio mio</em>). La <em>parola </em>evocata del Gesù aprocrifo di De Andrè, prima ancora che parola di Dio, è dunque parola dell’uomo, profeta di una rivoluzione sessantottina che detronizza i padri e nulla ha a che vedere con l’<em>assoluto </em>e i suoi ministri. Il Cristo di De Andrè protagonista-assente della <em>Buona novella</em>, testimonia di una fisionomia umana molto netta, poco eterea, riflesso fedele del dolore e della ribellione. È un Gesù la cui parola – accogliente, egalitaria – risulta interpretabile senza mediazioni. Gesù non assolve e non condanna, in quanto non crede nella colpa, se non nella colpa sociale del Potere che <em>costringe</em> il popolo all’infelicità.</p>



<p>Va tenuto presente come l’Italia in cui De Andrè concepisce la sua <em>Novella</em> antisistema sia la nazione delle verità nascoste e delle istituzioni parallele, eternizzate nel corso degli anni: mezzo secolo di storia patria tracciata col patrocinio di nuovi fascismi economici, servizi segreti deviati, bombe esplose e inesplose, finte piste anarchiche, coperture, fantasmi di Stato, reticenze politiche, ingerenza di Nato e Stati Uniti d’America. Una caterva di acronimi fa da corollario alla storia – ufficiale e deviata – dei servizi segreti della Repubblica Italiana: Ovra, Sifar, Sim, Aarr, Sid, Sismi, Sisde, facce e declinazioni dell’Intelligence made in Italy. Coagulo di 007 votati alla Causa. Alcuni sin troppo, se è vero che la (libera) memoria dell’Italia <em>che resiste</em> (De Gregori), corre subito a Gladio, al Piano Solo, di certo ancora a Piazza Fontana, alla strage della stazione di Bologna…</p>



<p>De André non era comunista come il Gesù apocrifo su cui rimuginava nel 1969. De Andrè era segnatamente anarchico, una <em>colpa</em> ancora peggiore se vista dalla prospettiva del Sistema. De Andrè era un cane sciolto, portatore potenziale di <em>seguito</em> (il pubblico impegnato che lo aveva eletto a portavoce) e dissidenza. Gli anni del lungo Sessantotto – gli anni della <em>Buona Novella</em>, ma anche, per il cantautore, di <em>Non al denaro né all’amore né al cielo</em>, di <em>Storia di un impiegato</em> – sono gli anni della lotta armata e della paranoia di Stato stratificata. Nel 1978 la rivista satirica <em>Il Male</em> provoca in prima pagina: “I capi delle Brigate Rosse sono Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi”, il mite Claudio Lolli convive con l’etichetta di fiancheggiatore delle BR, e Fabrizio De André, in quanto libertario, staziona da tempo nel mirino dei poliziotti all’italiana:</p>



<pre class="wp-block-verse">De André non si è mai atteggiato ad agit-prop. Ciò nonostante, la polizia lo ritenne un personaggio infido e pericoloso. A ridosso dell’attentato di piazza Fontana gli attivisti dell’ultrasinistra sono sottoposti a perquisizioni e interrogatori. Tra le centinaia di extraparlamentari inquisiti figura un certo Isaia Mabellini, in servizio di leva con gli alpini, considerato dal questore di Brescia un marxista-leninista; in calce alla relazione inviata il 20 dicembre 1969 alla Direzione generale della Ps, un’osservazione significativa: “É in rapporto di amicizia con tale De André Fabrizio, non meglio generalizzato, ligure, universitario a Milano, filocinese, noto cantautore e contestatore”. Con inflessibile logica burocratica, la segnalazione coinvolge il musicista nelle indagini; dal Ministero dell’Interno chiedono infatti ragguagli al questore di Brescia, Manganiello, che il 25 maggio 1970 aggiorna il fascicolo Milano-Roma-Attentati dinamitardi del 12.12.1969: “Le Questure di Milano e Genova sono pregate di identificare il De André Fabrizio e fornire sul suo conto dettagliate informazioni direttamente”. Nel giro di un paio di settimane la questura di Genova redige una circostanziata scheda: “Il De André Fabrizio, noto cantautore, pur essendo studente universitario fuori corso in giurisprudenza, si interessa di questioni artistiche, provvede alla incisione dei dischi delle proprie canzoni, ha effettuato qualche spettacolo in televisione, ma non appare mai nei pubblici teatri. Accompagnato sempre dalla moglie, viaggia a bordo dell’auto Fiat 600 targata GE-293864 ed è titolare del passaporto nr. 5191279 rilasciato a Genova il 10.12.1969. Non risultano precedenti penali a suo carico, salvo una denuncia, risalente al 28.8.1959 ad opera della Polizia di frontiera di Bardonecchia, per danneggiamento su edificio destinato al culto. In linea politica, pur non essendo aderente ad alcun partito o movimento – viene indicato come simpatizzante per l’estrema sinistra extraparlamentare e frequenta, in Genova, persone note per tale orientamento o favorevoli al Pci e al Psiup” (1).</pre>



<p>La sorveglianza pregiudiziale andrà avanti dieci anni, dal 1969 al 1979: De André è controllato da presso dalle forze dell’ordine, naturalmente a sua insaputa. L’insofferenza del cantautore nei confronti di sistemi coercitivi di potere è d’altro canto centrale dello specifico deandreiano: alla luce vocazionale della caccia alle streghe <em>rosse </em>del periodo, si motivano quindi le “vive preoccupazioni” di un establishment politico che vigila sugli intenti dichiaratamente anarchici delle ballate deandreiane. Del “caso De André” si occupa ben presto anche il questore di Milano, Marcello Guida (un nome, una garanzia di anticomunismo: sua è stata la trovata della ‘pista rossa’ per addebitare alla sinistra l’attentato della strage di Piazza Fontana) che sorveglia le frequentazioni milanesi del “sedicente De André”.</p>



<pre class="wp-block-verse">“Il predetto De André, cantautore, viene regolarmente in questo capoluogo ogni mese, alloggiando sistematicamente all’Hotel Cavour in questa via Fatebenefratelli n. 21 e ripartendo il giorno successivo, dopo aver preso contatti con dirigenti di case discografiche”. Per qualche tempo l’attenzione investigativa si affievolisce, tranne riprendere con maggiore insidiosità nel giugno 1976, quando l’Antiterrorismo relaziona sull’acquisto di “un appezzamento di terreno in località Tempio Pausania (Sassari) dove intenderebbe istituire una comune per extraparlamentari di sinistra. Nei periodi di permanenza in Genova, lo stesso avrebbe contatti con elementi appartenenti al gruppo anarchico e a quello filocinese. Il De André è persona nota a codesto Ministero”. L’antiterrorismo ligure accerta che il musicista è “emigrato in data 12/3/1976 a Tempio Pausania” e invia all’Ispettorato Generale per l’Azione Contro il Terrorismo e al Nucleo Antiterrorismo di Cagliari un nutrito rapporto, in cui si registra la sua adesione al Comitato genovese per la difesa del divorzio, come se rivestisse risvolti penali. Trascorso un triennio, un aggiornato promemoria viene inserito dal Sisde in due distinte collocazioni archivistiche: “Brigate Rosse-Varie” e “Fabrizio De André”. Stavolta il cantautore viene definito senza mezzi termini un simpatizzante dei terroristi e un loro finanziatore: “Secondo la nota fonte confidenziale il Circolo ‘Due Porte’ è una recente creazione di copertura per le Brigate Rosse. In esso si tengono normali riunioni di circolo politico-ricreativo e riunioni ristrette per l’organizzazione eversiva. Lo stesso Circolo deve servire da strumento economico e la raccolta dello sfruttamento dei fondi economici necessari alle Brigate Rosse. Una delle prime iniziative è stato lo spettacolo del cantautore Fabrizio De André alla Fiera del Mare. Il cantante, simpatizzante delle Br, è stato invitato da il Due Porte (2).</pre>



<p>A partire da una lettura sommaria, la schedatura occulta ispirata alle <em>gesta</em> sovversive di De Andrè, rimanda alla fissazione persecutoria, alla psicopatologia funzionale, prerogative del potere italiano che negli anni Settanta (e oltre) <em>fissa</em> il suo occhio orwelliano sui cittadini refrattari alle manipolazioni sistemiche; sui frutti autonomi – o degeneri o ribelli – del proprio <em>gregge</em>. Sugli immuni all’azione di addomesticamento che passa attraverso le sovrastrutture di sostegno al potere stesso.</p>



<pre class="wp-block-verse">Se si può parlare di una&nbsp;giustizia&nbsp;di classe, non è solo perché la&nbsp;legge&nbsp;stessa o il modo di applicarla servono gli&nbsp;interessi&nbsp;di una classe, ma perché tutta la&nbsp;gestione&nbsp;differenziale degli illegalismi, con l’intermediario della penalità, fa parte di questi meccanismi di dominio […] Il potere si articola direttamente sul tempo: ne assicura il controllo&nbsp;e&nbsp;ne garantisce l’uso. Il criminale appare come un essere giuridicamente paradossale: egli ha rotto il patto, dunque&nbsp;è&nbsp;nemico dell’intera società,&nbsp;e&nbsp;tuttavia partecipa alla punizione che subisce. (Michel Foucault, <em>Sorvegliare punire</em>)</pre>



<p>Connotato da stilemi claustrofobici, l’evocativo <em>Sogno numero due</em> (Fabrizio De Andrè, <em>Storia di un impiegato</em>, 1973) emblematizza anni dopo l’infida architettura vigilante-punitiva su cui poggia il sistema di controllo che sfrutta a suo vantaggio il <em>gesto</em> terroristico del Bombarolo:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Imputato, ascolta/ Noi ti abbiamo ascoltato/ Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo/ piantata tra l’aorta e l’intenzione/ Noi ti abbiamo osservato/ dal primo battere del cuore/ fino ai ritmi più brevi/ dell’ultima emozione/ Quando uccidevi, favorendo il potere/ i soci vitalizi del potere/ ammucchiati in discesa, a difesa della loro celebrazione/ E se tu la credevi vendetta/ il fosforo di guardia segnalava la tua urgenza di potere/ Mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge/ quello che non protegge/ La parte del boia/ Imputato/ Il dito più lungo della tua mano è il medio/ Quello della mia è l’indice/ Eppure anche tu hai giudicato/ Hai assolto e hai condannato al di sopra di me/ Ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato/ il potere ti è grato/ Ascolta/ Una volta un giudice come me/ giudicò chi gli aveva dettato la legge/ Prima cambiarono il giudice/ e subito dopo/ la legge/ Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare/ Tu sei il potere/ Vuoi essere giudicato?/ Vuoi essere assolto o condannato?</em></pre>



<p>È la trappola in cui precipitano le Brigate Rosse con l’omicidio Moro. L’epilogo annunciato del sequestro rivela infatti l’acuta intuizione espressa da De Andrè nel <em>Sogno numero due</em>: il potere politico (im)piega e traduce il ‘caso’ a suo sostegno, da un lato dimostrando l’inumanità dei brigatisti, dall’altro distogliendo l’attenzione dalle proprie colpe, prima fra tutte la studiata passività con cui gestisce le trattative per la liberazione dell’ostaggio.</p>



<p>Nel linguaggio asfittico dei verbali da caserma, il babau anarchico di Fabrizio De André, è, come si è visto, ulteriormente coniugato nella declinazione funzionale al potere di “simpatizzante e finanziatore delle Brigate Rosse”. Niente di più implausibile alla luce del libertarismo deandreiano che male si sposa(va) col rigorismo marxista-leninista delle BR. Gli insipidi rapporti segnaletici riferiscono per ciò – e come aggravante ulteriore – della sonnolenta mentalità dei loro pedissequi estensori: inidonei sul piano investigativo e “disponibili a dare ombra a fantasmi, secondo i desideri dei loro superiori, in un pauroso deficit di cultura democratica” (3).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Mimmo Franzinelli, <em>Quel terrorista di De André. Così la polizia schedò il cantautore</em>, La Repubblica, 10 gennaio 2009 </p>



<p class="has-small-font-size">2) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">3) <em>Ibidem</em> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alba meccanica 77. La fine del Movimento, l’ascesa funerea della Socialdemocrazia e un disco di Claudio Lolli</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alba-meccanica-77-la-fine-del-movimento-lascesa-funerea-della-socialdemocrazia-e-un-disco-di-claudio-lolli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Bonanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 10:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
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					<description><![CDATA[“Il PCI sta con il padrone/ è questa la vera provocazione/ provocatori sono PCI e sindacato/ che pieni di paura invocano lo Stato/ socialdemocrazia vuol dire repressione/ lotta di classe per la rivoluzione.” Parole d’ordine del corteo autonomo di Milano del 18 marzo 1977 “Nel 1977 la famiglia della sinistra uccise suo padre, il Partito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li>
</ul>



<pre class="wp-block-verse">“Il PCI sta con il padrone/ è questa la vera provocazione/ provocatori sono PCI e sindacato/ che pieni di paura invocano lo Stato/ socialdemocrazia vuol dire repressione/ lotta di classe per la rivoluzione.”
<em>Parole d’ordine del corteo autonomo di Milano del 18 marzo 1977</em>

“Nel 1977 la famiglia della sinistra uccise suo padre, il Partito comunista italiano. Un delitto a lungo cercato. Il parricidio venne consumato quasi fisicamente nell’espulsione dall’Università di Roma occupata di una delle figure più potenti del movimento operaio, il capo della Cgil Luciano Lama. Una lunga fase finisce, l’onda lunga del ‘68 studentesco e del ‘69 operaio. Si interrompe – per via di implosione – la rincorsa al governo del Pci.”
Lucia Annunziata, <em>1977. L’ultima foto di famiglia</em> (Einaudi 2007)

“Alba meccanica è la premonizione dello scenario distruttivo e autodistruttivo. È un cielo cupo, chiuso, senza un raggio di luce, quello di Bologna, un cielo che non si apre. Assomiglia al cielo di certe mattine invernali, coperte, buie al punto che quasi non te lo aspetti. Mattine in cui ti sorprendi a scoprire che il sole non verrà. Ma ‘alba meccanica’ è anche un concetto metaforico che non riguarda solo l’alba di Bologna. Riguarda l’alba di un intero periodo storico. Se ho portato sfiga mi dispiace, però un pochino mi sa che ci ho preso.”
Claudio Lolli,<em> intervista all’autore</em>

“Il giorno di solito comincia sporco come l’inchiostro del nostro giornale scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica federale. Che giorno per giorno avanzando tranquille son quasi davanti alla tua finestra con un corteo di stelle e scintille e i tamburini la banda l’orchestra. Spegnete la luce pensava Ulrike che la foresta più nera è vicina, ma oggi la luna ha una faccia da strega e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina. Spegnete la luce pensava Ulrike che la foresta più nera è vicina, ma un jumbo jet scrive ‘viva il lavoro’ col sangue, nel cielo di questa mattina.”
Claudio Lolli, <em>Incubo Numero zero</em></pre>



<p class="has-drop-cap">L’anno televisivo del Settantasette si apre con la morte annunciata di <em>Carosello</em>. È un accadimento simbolico. Un presagio di fine innocenza. Fuori dal piccolo schermo dilaga la battaglia sui consumi. A cavalcare l’onda della lotta agli sprechi Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, il primo dei partiti all’opposizione. Provata dagli scandali che la squassano dall’interno, la Democrazia Cristiana – come dire? – tace e ringrazia. Il ‘compromesso storico’ sembra a un passo, al punto che dall’America ammoniscono: resistere alle tentazioni. Secondo i conservatori sarebbero in gioco non soltanto il futuro DC ma anche quello della Chiesa. “I fedeli che pensano di essere con lui (col PCI, n.d.r.) sulla rotta di Cristo, poi di fatto si trovano sulla rotta di Marx” tuona dal suo scranno il cardinale Siri.</p>



<p>Tra i cittadini comuni c’è chi spera e c’è chi spara. Il 1977 italiano è un’autentica sinfonia di piombo: il fuoco dell’eversione incendia il Paese: duemilacentoventotto attentati, trentadue persone gambizzate, undici assassinate.</p>



<p>Il 4 maggio a Torino dovrebbe aprirsi il processo ai brigatisti dietro le sbarre. Qualche giorno prima – il 28 aprile – Fulvio Croce, Presidente dell’ordine degli avvocati, viene ucciso in un agguato. Il gruppo di fuoco responsabile dell’omicidio è formato da due uomini e una donna. L’Italia trema, la carica di giudice popolare resta vacante: ci si defila ricorrendo a pretesti e certificati medici. Anche i giornalisti sono sotto tiro, i killer adesso mirano alla testa, come nel caso del vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno. Lo uccidono quattro Br della colonna torinese mentre rientra a casa per il pranzo. Qualche mese prima sono stati gambizzati Indro Montanelli e Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX.</p>



<p>Il 17 febbraio 1977 un altro evento-simbolo racconta, stavolta l’escalation movimentista. Il segretario della Cgil Luciano Lama è contestato dagli studenti durante un comizio all’Università di Roma. È il debutto clamoroso degli Indiani metropolitani, l’ala creativa del Movimento (“<em>scemooo-scemooo</em>” diventa presto un must assembleare), ma allo strappo a sinistra concorrono anche i duri e puri di Autonomia Operaia. Si tratta di un anticipo dei fatti di marzo: a seguito dei tafferugli scoppiati alla Facoltà di Anatomia tra attivisti del Movimento Studentesco e di Comunione e Liberazione, l’11 a Bologna, muore ammazzato lo studente di medicina Francesco Lorusso. L’arrivo delle forze dell’ordine provoca il degenerare degli scontri: un carabiniere replica al lancio di una molotov facendo fuoco ad altezza d’uomo. Lorusso, militante di LC, è raggiunto da un proiettile al torace. La base movimentista non ci sta e si organizza reagendo a sua volta con violenza.</p>



<p>Roma, Piazza della Repubblica, il giorno dopo. Una manifestazione indetta dagli studenti medi è affollata da oltre cinquantamila persone: la mobilitazione di massa è il prologo di un altro pomeriggio di guerriglia urbana. Gli scontri tra forze dell’ordine e giovani del Movimento iniziano a Piazza Venezia e proseguono in Piazza Argentina. Gli attacchi ripetuti frantumano il corteo in diversi tronconi. Si attaccano sedi politiche, commissariati, negozi di armi. Vengono colpiti anche il Tribunale militare, l’ambasciata diplomatica del Cile fresco golpista. Danneggiate alcune macchine della televisione e la sede de Il Popolo, giornale della DC. La Capitale trattiene il fiato, si va avanti in questo modo in diverse zone della città, fino a sera tardi.</p>



<p>Nemmeno a Bologna studenti e polizia stanno a guardare. Sono da poco passate le ventitré del 12 marzo quando le forze dell’ordine fanno irruzione negli studi di Radio Alice, accusata di aver coordinato via etere gli scontri seguiti all’omicidio di Lorusso. Sotto la sigla programmatica Humpty Dumpty (il grosso uovo antropomorfizzato seduto sulla cima di un muretto, nel romanzo di Lewis Carroll), l’emittente aveva distribuito nel circuito delle radio libere un corposo catalogo di eventi, concerti, open radiofoniche, contributi sonori, che incarnano alla lettera la cifra multiforme del ‘77. Le trasmissioni di Radio Alice vengono interrotte per mano militare. Alcuni redattori sono arrestati. Altri si danno alla macchia fuggendo dai tetti. La cronaca concitata dell’irruzione poliziesca si trova su internet, all’indirizzo www. radioalice.org:</p>



<pre class="wp-block-verse">arriva la polizia e allora? – lascia acceso su al massimo al massimo al massimo – se c’è un avvocato, se c’è un avvocato del collettivo di difesa per favore venga qui immediatamente – per favore immediatamente – c’è la polizia qui, in questo momento – le pistole e i mitra puntati – c’è la polizia con i giubbotti antiproiettile – calma ragazzi calma qui stanno per entrare – portate via questo – avete il mandato? – mi fa vedere? – non aprite non aprite fino a quando arriva qualcuno […] Dunque la polizia ha ricominciato a battere sulla porta – continua a urlare di aprire – stai attento, stai giù – stanno arrivando gli avvocati – aspettate cinque minuti […] – senti c’è la polizia alla porta – sono entrati – sono qui – sono entrati sono entrati – siamo con le mani alzate – sono entrati, siamo con le mani alzate – ecco stanno strappando il microfono – mi stanno strappando il microfono – ci abbiamo le mani in alto dicono che questo è un posto di merda…</pre>



<p>A Bologna è questo il clima. Guerresco. Simil-cileno. Repressivo. L’odore dei lacrimogeni opprime la città. Va avanti così fino al 14 marzo, quando i blindati inviati dal ministro degli Interni Francesco Cossiga sgombrano a forza gli studenti dell’università occupata.</p>



<p>La vita della Nazione continua senza sostanziali variazioni sul tema: il 5 luglio il quotidiano Lotta Continua pubblica un appello “Contro la repressione del compromesso storico” cui aderiscono diversi intellettuali dell’epoca (Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Gilles Deleuze, Felix Guattari, Roland Barthes, fra gli altri), e a fine estate la popolazione giovane più <em>impegnata</em> del Paese estende il concetto al Convegno nazionale organizzato dal Movimento a Bologna (23, 24 e 25 settembre). Tra feste improvvisate, rappresentazioni teatrali, eventi musicali, in centomila trasformano la città in un happening senza quartiere. All’interno del Palazzo dello sport il leitmotiv del futuro prossimo movimentista è però affrontato spesso fuori dai denti; di lì alla rissa fratricida il passo è breve. Attori principali autonomi e aderenti a Lotta continua, apostrofati come “nuova polizia”. Per il Movimento del 77 sta per scriversi una pagina storica: senza un accordo strategico fra le diverse anime, la tre giorni bolognese ne sancisce in pratica la dissoluzione politica. L’accadimento nodale sancisce al contempo una fine e un tetro inizio: la morte in croce dell’ideologia e l’inizio del riflusso.</p>



<p>E nel milieu di quest’anno topico Claudio Lolli. Nel 1977 Claudio Lolli osserva le implosioni movimentiste senza supponenza, piuttosto con l’aria meditativa del compagno che ne ha intuito l’esaurimento propulsivo e che intravede in questo i segni di preoccupanti derive sociali. <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> viene pubblicato a settembre da Ultima Spiaggia, l’etichetta indipendente che scommette sull’idea di una produzione discografica slegata dalle consuete logiche commerciali.</p>



<p>Ricorda Lolli: “Alla Emi dopo gli <em>Zingari felici</em> mi avrebbero fatto ponti d’oro. Volevano firmassi con loro un altro contratto, decisamente più consistente. A quel punto io avevo già deciso però di incidere con Ultima Spiaggia e sono andato via, rendendoli – come dire? – molto nervosi. Allora ero giovane e alquanto ideologico. Pensavo che Ultima Spiaggia fosse il posto mio; meno compromesso con le multinazionali americane e stronzate del genere, però è quello che pensavo”.</p>



<p>L’album è <em>precognitivo</em> del presente di allora e di oggi. Una partitura funerea che comincia all’abbrivio degli <em>Zingari felici</em> e sfocia nell’incubo numero zero della repressione. E dunque, per prima cosa, andrebbe sgomberato il campo da un luogo comune: in <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> non si officia soltanto l’intirizzirsi dell’orda d’oro movimentista ma anche l’illividirsi del cielo di Bologna (l’alba meccanica di Bologna) a opera dei clown del Nuovo Ordine socialdemocratico. A parte <em>Autobiografia industriale</em>, scivolata fuori da un qualche cassetto aperto sul passato, le canzoni del disco sono tutte ascrivibili al 1977 e ai suoi dintorni; e per ciò cronistiche nel dettagliare lo sbando seguito al pugno forte calato dal Potere sugli Zingari che tentarono l’assalto al cielo. La Socialdemocrazia (il volto tirato a lucido della sinistra istituzionale) sguinzaglia ovunque i suoi pagliacci sinistri, ectoplasmi proto–kinghiani simili a quello dalla ghigna spettrale e la falce in mano, fissato tra i grattacieli di Manhattan sulla copertina del disco.</p>



<p>Alimentato da ridondanze jazz/prog, e da una brama visionaria che si evidenzia soprattutto nella title-track d’apertura e in <em>Incubo numero zero</em>, <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> è il più ostico degli album di Lolli. L’album più sperimentale e urticante. Il più politico dei dischi che ha scritto, volutamente disequilibrato, attraversato da rabbia lucida, da lucido smarrimento, da ossimori, da paura. Dalla necessità di denuncia. Un disco-specchio di un Settantasette in cui succedono tante cose e tutte assieme. <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> discende <em>evidentemente</em> da quel tempo e da quel luogo. Discende da un brusco risveglio collettivo, dalla violenza di piazza, dal definitivo voltafaccia del Partito Comunista, dai carri armati per le strade della città, dai rantoli del Movimento. <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> discende da tutto questo e da <em>lì</em>.</p>



<p>“[…] È stato un orgasmo di libertà” sintetizza Lolli, “in questo orgasmo di libertà, capisci che il tuo lavoro può essere molto diverso, che l’importante non è scrivere cinque strofe in corrispondenza dal punto di vista metrico, ritmico e strutturale, ma può essere molto diverso, molto più libero […] Non riuscivo più a mettere in fila due accordi che avessi già sentito. A volte ho commesso degli errori, naturalmente, dei peccati di intellettualismo, forse perché poi le canzoni devono avere una loro regolarità… Il materiale era un po’ sulla scia degli <em>Zingari felici</em>, la prima facciata è una specie di suite, mi piaceva molto questa idea di andare oltre la forma canzone. La seconda parte, invece, pesca qua e là. Per me il disco è la prima facciata, quelle prime quattro canzoni… non raccontano esattamente quello che succedeva in quel gran casino che era Bologna nel ‘77, però risentono di quell’atmosfera lì. Io l’ho vissuto come l’inizio della regressione, della restaurazione. Detta metaforicamente: i sogni non sono una cosa individuale e allora buttiamoli fuori negli <em>Zingari felici</em>, poi viene qualcuno a dirti no, toglieteli dalle strade e rimetteteli nei cassetti… C’era questa emergenza un po’ tragica nella città. E tutto era così agitato che abbiamo scelto una musica anch’essa agitata, non canonica”.</p>



<p>Come <em>Io se fossi Dio</em> per la discografia gaberiana, <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> è il punto di non ritorno dello specifico di Lolli. L’ultimo avamposto conosciuto, l’estremo distaccamento ai margini del suo stesso microcosmo. Un disco spiazzante. Maledetto. Interdetto. Incompreso. Distribuito male, eppure ancora attuale per la capacità che ha di disvelare i meccanismi – occulti e palesi – attraverso cui si perpetua la coazione sociale. Quarantasei minuti di sana inquietudine. Scomodi come scomoda riesce a essere la poesia antagonista, il pensiero divergente restituito alla prassi, al piano crudissimo della realtà. Anche per via di tutto ciò, <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> rimane un disco rivoluzionario.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Con un megafono su un autobus rosso/ un cristo uscito dal Circo Togni/ comincia un comizio con queste parole/ Disoccupate le strade, dai sogni/ Disoccupate le strade dai sogni/ Sono ingombranti, inutili, vivi/ I topi e i rifiuti siano tratti in arresto/ Decentreremo il formaggio e gli archivi/ Disoccupate le strade dai sogni/ per contenerli in un modo migliore/ Possiamo fornirvi fotocopie d’assegno/ Un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore/ Disoccupate le strade dai sogni/ </em><em>ed arruolatevi nella polizia/ Ci sarà bisogno di</em><em> partecipare, ed è questo il modo/ al nostro progetto di democrazia/ Disoccupate le strade dai sogni/ e continuate a pagare l’affitto/ ed ogni carogna che abbia altri bisogni/ dalla mia immensa bontà sia trafitto</em></pre>



<p>In <em>Incubo numero zero</em> (traccia n. 2 del disco) sono fissate lucidamente le coordinate di una società iper-controllata; persone reificate a ontologie unidimensionali, prevedibili, governabili, dunque padroneggiabili. La società prospettata dal Nuovo Ordine Democratico è una società artificiale, finto-felice, ultra-amministrata. I vetero-valori sono espressi da indici numerici, proiezioni di calcolo, grafici di gradimento, archivi, schedari, assistenza gratuita, pensieri felici, gesti regimentati. Persino “<em>i carabinieri saranno più buoni</em>” e il loro grado di bontà sarà comunque misurabile.</p>



<p>Viene da ripensare all’analisi marcusiana de <em>L’uomo a una dimensione</em>:</p>



<pre class="wp-block-verse">Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico […] Alla negazione della libertà, e perfino della possibilità della libertà, corrisponde la concessione di libertà atte a rafforzare la repressione. È spaventoso il modo in cui si permette alla popolazione di distruggere la pace ovunque vi sia ancora pace e silenzio, di essere laidi e rendere laide le cose, di lordare l’intimità, di offendere la buona creanza. È spaventoso perché rivela lo sforzo legittimo e persino organizzato di conculcare l’Altro nel suo proprio diritto, di prevenire l’autonomia anche in una piccola, riservata sfera dell’esistenza. Nei paesi supersviluppati, una parte sempre più larga della popolazione diventa un immenso uditorio di prigionieri, catturati non da un regime totalitario ma dalle libertà dei concittadini i cui media di divertimento e di elevazione costringono l’Altro a condividere ciò che essi sentono, vedono e odorano.</pre>



<p>Il piano regolatore del benessere socialdemocratico gravita e si delinea in Lolli attorno a orbite omologanti, opposte alle rotte invece ingovernabili del “tutto-subito”, degli slanci, degli “assalti al cielo”. Non a caso i sogni sono esiliati dal nuovo Sistema, ritenuti contingenti, definiti “<em>ingom</em><em>branti, inutili, vivi</em>”. Ma l’anamnesi del collasso operata da Lolli non si limita alla notifica delle sole libertà eterodirette: in <em>Attenzione</em>, la traccia che chiude, quasi simbolicamente, la facciata A del disco, l’obiettivo del discorso è (re)indirizzato all’interno del corpus movimentista, verso le controindicazioni che il sognare-a-tutti-i-costi, il sognare sterile e fine a se stesso, può comportare. Anche i sogni male orientati, una fantasia disancorata alla prassi, un’utopia priva del suo sostrato ideale, possono degenerare in gabbie dalle quali infine è difficile evadere.</p>



<p>Va anche detto che sebbene le tracce di <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> si auto-palesino come politiche, Lolli non cede mai alla tentazione della scrittura-tazebao: il valore aggiunto narrativo di Claudio Lolli è infatti quello di un <em>poeticismo</em> che non invalida la tempra sociale di questo e di altri suoi album. Al di là della connotazione provocatoria, persino <em>Analfabetizzazione</em> (traccia n. 4), si segnala per una struttura capace di para-poesia, al punto da potersi assumere come eco della pratica (della poetica?) destrutturante/desiderante di Radio Alice. L’ennesimo ed estremo tentativo di una rifondazione esistenziale, più ancora che politica. Il recupero di una <em>resistenza</em> ontologica che alle libertà obbligatorie e alla burocratizzazione della felicità obbligatorie, oppone una provocatoria rottura delle convenzioni sovrastrutturali. A cominciare (non a caso) dalla parola, in quanto espressione di socialità, modo di <em>essere-con</em> gli altri.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>La mia madre l’ho chiamata “sasso”/ perché fosse duratura sì/ ma non viva/ I miei amici li ho chiamati “piedi”/ perché ero felice solo/ quando si partiva/ Ed il mio mare l’ho chiamato “cielo”/ perché le mie onde arrivavano/ troppo lontano/ Ed il mio cielo l’ho chiamato “cuore”/ perché mi piaceva toccarci dentro il sole/ con la mano/ Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile/ Le pagine le giravo sempre con il fuoco/ Nessun maestro è stato mai talmente bravo/ da respirarsi il mio ossigeno ed il mio gioco/ Ed il lavoro l’ho chiamato “piacere”/ perché la semantica o è violenza/ oppure è un’opinione.</em></pre>



<p>Le asperità insite all’assetto musicale dell’album si (im)pongono come una partitura coesa al discorso. La sperimentazione – l’improvvisazione jazz e rock, a un passo dal prog – è l’humus musicale di cui si compone <em>Disoccupate le strade dai sogni</em>. Un coacervo di sax sovrapposti, trombone, flauto, chitarre, basso, piano, synth, organo, batteria. E a conferire contorni grotteschi (spettrali) a <em>La socialdemocrazia</em> c’è anche una marcetta che sembra scritta con in testa, ben chiare, le suggestioni politiche di Kurt Weill. Nel caos afasico seguito ai sogni “suicidati” di Bologna, è questa infatti la colonna sonora della fine del mondo libero-sognante, lo spartito paranoide che commenta l’incedere senza ostacoli della socialdemocrazia.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Ma che nebbia, ma che confusione, che aria di tempesta, la socialdemocrazia è un mostro senza testa. Il nemico, marcia, sempre, alla tua testa. Ma una testa oggi che cos’è? E che cos’è un nemico? E una marcia oggi che cos’è? E che cos’è una guerra? Si marcia già in questa santa pace con la divisa della festa. Senza nemici né scarponi e soprattutto senza testa!</em></pre>
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		<title>Archivio Moro: il sequestro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/archivio-moro-sequestro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Continua l’assurdità del sequestro giudiziario]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Continua l’assurdità del sequestro giudiziario</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa iniziale è stata di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!); man mano che la vicenda giudiziaria procede, incredibilmente l’accusa si modifica. Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Ora stiamo seguendo anche la vicenda del sequestro dell’archivio.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per il gip “nell’archivio di Persichetti possibili nuove informazioni sul sequestro Moro”</h4>



<p>Il gip del tribunale di Roma Valerio Savio ha sciolto il proprio riserbo, autorizzando la richiesta di incidente probatorio avanzata dal pm Eugenio Albamonte il 23 novembre scorso. Lo ha fatto senza attendere l’udienza del 17 dicembre prossimo, nella quale il giudice deve pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio storico e degli altri documenti familiari, portati via dalla polizia di prevenzione e dalla digos romana nel corso della lunga perquisizione avvenuta, all’inizio dell’estate passata, nella mia abitazione. Inoltre, l’autorizzazione alla estrazione della copia forense è stata fornita senza quelle garanzie di tutela richieste dal mio legale, perché – afferma il gip – queste afferiscono alla fase processuale. Ma l’incidente probatorio è stato introdotto nella riforma del codice di procedura proprio per consentire l’assunzione di prove con le forme e le garanzie del dibattimento (quindi del processo) durante le indagini preliminari.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Anticipazione del giudizio</h4>



<p>Una prosa alquanto contorta, come l’intera vicenda che col passare dei mesi si avvita sempre più su se stessa. Una volta tradotto, il passo del gip vuole significare che tra i documenti del mio archivio, raccolti in anni di pazienti ricerche tra archivio di Stato, archivio storico del Senato, archivio della Corte d’appello di Roma e fonti aperte, potrebbero trovarsi informazioni utili ad accertare nuovi rilievi penali, a carico o discarico, di Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. A questo punto viene facile obiettare che gli inquirenti sarebbero potuti dare a cercare queste ipotetiche informazioni direttamente nei vari archivi istituzionali da me frequentati, anziché venire a parassitare il mio lavoro, criminalizzando per giunta la mia attività di ricerca. In fondo, se queste informazioni le ho trovate io – come ipotizza il gip – avrebbero potuto scovarle anche gli inquirenti e i giudici. Ma di quali informazioni si tratta?</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 77</a></p>



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		<title>Il reato inesistente</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-reato-inesistente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 13:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Prosegue l’assurda vicenda giudiziaria del sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti sul caso Moro, a caccia di un reato che la procura non trova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Prosegue l’assurda vicenda giudiziaria del sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti sul caso Moro, a caccia di un reato che la procura non trova</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa iniziale è stata di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!); man mano che la vicenda giudiziaria procede, incredibilmente l’accusa si modifica. Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Ora stiamo seguendo anche la vicenda del sequestro dell’archivio.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">«Manca il reato», il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti</h4>



<p>Manca «una formulata incolpazione anche provvisoria», con queste parole il gip Valerio Savio ha liquidato l’inchiesta aperta dal pm Eugenio Albamonte nei miei confronti. Lo scorso 8 giugno la polizia di prevenzione, insieme a Digos e Polizia postale, col pretesto di cercare materiale riservato proveniente dalla Commissione parlamentare Moro 2, che ha chiuso i battenti nel febbraio del 2018, aveva sottratto il mio intero archivio storico, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli e altro materiale privato della mia famiglia.</p>



<p>Da cinque mesi ormai il mio materiale d’archivio e tutti i miei strumenti di lavoro (telefonino, computer, tablet, pendrive e hard disk) sono trattenuti dalle forze di polizia senza un motivo giuridicamente valido.</p>



<p>Non è indicato con chiarezza alcun reato, afferma il gip in risposta alla richiesta di incidente probatorio che il mio avvocato, Francesco Romeo, aveva avanzato di fronte alle intenzioni del pm di avviare per proprio conto accertamenti tecnici non ripetibili sul materiale sequestrato senza garanzie giuridiche per la difesa, che avrebbe solo potuto assistere senza poter intervenire sulla scelta delle modalità di ricerca e analisi dell’enorme materiale portato via e che solo in minima parte riguardava l’oggetto della perquisizione. Per queste ragioni, l’avvocato Romeo aveva chiesto al gip di effettuare una valutazione «con forme e secondo modalità non lesive del diritto alla riservatezza ed alla privacy personale dell’indagato nonché della sua privacy familiare» e in forma «limitata ai soli dati e documenti informatici di interesse non relazione alle ipotesi di reato oggetto di contestazione da individuare tramite chiavi di ricerca costituite da parole chiave».</p>



<p>L’incidente probatorio non può essere ammesso – risponde il gip – poiché «in atto contestazione non ve n’è alcuna, neanche provvisoria», motivo che impedisce l’accertamento di un eventuale reato con dispendio di inutili energie e costi a carico dell’Erario.</p>



<p>Dopo la risposta del tribunale del riesame, del 2 luglio scorso, che aveva già dato un colpo importante all’inchiesta della procura romana, ritenendo assenti le condotte di reato specifiche ascrivibili ai capi di imputazione indicati dal pm, ovvero il 270 bis cp (l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico) e il favoreggiamento in relazione all’ipotesi di divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e suggerendo a questi di ricorrere a un più idonea ipotesi di reato, la violazione di segreto politico, 262 cp, il giudice per le indagini preliminari è andato ben oltre. Per il gip nel fascicolo dell’accusa manca una contestazione chiara, «con un minimo di delineazione» dell’ipotesi di reato.</p>



<p>Tre anni di indagini estremamente invasive, per giunta ancora non concluse, condotte attraverso forzature continue, clonazione di telefonini, intercettazioni telefoniche a raffica, intercettazioni ambientali e pedinamenti, intercettazione del traffico di posta elettronica, costate migliaia di euro di soldi pubblici, sono pervenute alla impossibilità di formulare una contestazione chiara e definita. Questa è la surreale storia iniziata nel gennaio del 2019 da una grottesca indagine della Digos di Milano conclusasi con un’archiviazione ma subito ripresa dalla procura romana. Una caccia ai fantasmi, una pesante intromissione nella libertà di ricerca storica e nel lavoro giornalistico.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Kafka e l’archivio di Persichetti</h4>



<p>Si è tenuta mercoledì 10 novembre l’udienza della prima sezione della Corte di cassazione sul ricorso contro la decisione del Riesame che aveva confermato il sequestro del mio archivio storico.</p>



<p>Per la Corte di cassazione allo stato attuale delle indagini è legittimo ipotizzare che la diffusione, l’8 dicembre 2015, a meno di 48 ore della pubblicazione ufficiale, di alcune pagine della prima bozza di relazione annuale della Commissione Moro 2, rientri nella fattispecie del reato di rivelazione di notizie riservate. I giudici della suprema Corte hanno rigettato il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Romeo contro la decisione del Tribunale del riesame che nel luglio scorso aveva modificato il capo d’imputazione da cui era scaturito il sequestro, l’8 giugno precedente, del mio archivio storico e delle cartelle cliniche e scolastiche dei miei figli e di altro materiale amministrativo e strettamente personale della mia famiglia.</p>



<p>All’epoca i giudici del Riesame non avevano accolto l’impianto accusatorio presentato dal pm Eugenio Albamonte, sulla base del quale Polizia di prevenzione, Digos e Polizia postale mi avevano fermato in strada e avevano poi perquisito per l’intera giornata l’abitazione della mia famiglia portando via tutti i miei strumenti di lavoro: computer, telefonino, tablet e altri supporti su cui era raccolto il mio intero archivio digitale, e in parte anche del materiale cartaceo, tra cui alcuni schizzi della via di fuga seguita dal commando brigatista che portò a termine il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo del 1978, utilizzati per la ricostruzione della vicenda e confluiti nelle pagine del primo volume sulla storia delle Brigate rosse, uscito presso DeriveApprodi nel marzo 2017.</p>



<p>I giudici del Palazzaccio hanno ritenuto valida la correzione delle iniziali contestazioni mosse dalla procura che poggiavano sul favoreggiamento e l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale. Le motivazioni della decisione, estremamente laconica nella formulazione del dispositivo («la Corte rigetta il ricorso e condanna alle spese processuali»), verranno rese note non prima di tre settimane. Durante l’udienza, tenutasi il 10 novembre, il procuratore generale ha chiesto il rigetto del ricorso ritenendo «in re ipsa» la dimostrazione del reato, provando a celare dietro l’esercizio retorico della tautologia la propria carenza argomentativa. L’avvocato Romeo, nel sottolineare le carenze di motivazione del Riesame, ha ricordato come l’unica figura titolata per legge ad apporre il segreto di Stato è il Presidente del Consiglio e che non esiste alcuna fonte giuridica che apparenti il Presidente di una Commissione parlamentare alle funzioni proprie del capo del governo. Perché una informazione possa rientrare nell’ambito della tutela del segreto di Stato o del segreto politico – ha aggiunto – occorrono specifici requisiti assenti in una bozza di elaborato parlamentare che sarebbe stata resa nota a poche ore di distanza dalla sua diffusione. Il destino pubblico della bozza in questione è un dato che rende vana qualsiasi ipotesi di danno per la sicurezza dello Stato e della Costituzione. Come può esserci violazione di segreto in un testo redatto per essere deliberato e reso di pubblico dominio? Contraddizioni irrisolvibili su cui il collegio di Cassazione ha preferito sorvolare.</p>



<p>Oltretutto le bozze di relazione non rientrano nemmeno tra i materiali sui quali la Commissione parlamentare poteva apporre, tramite il suo presidente, un qualsiasi livello di classificazione. Stando alla normativa interna che la stessa Commissione aveva deliberato al momento di avviare i propri lavori, le bozze prodotte non erano assimilabili a documenti giudiziari, documenti amministrativi o di governo classificati, documenti privati o classificati al momento dell’acquisizione. La richiesta di riservatezza aveva dunque un semplice valore funzionale legato a ragioni di opportunità: consentire la conduzione dei lavori e delle discussioni in serenità, senza pressioni o turbative esterne. Le notizie riservate che hanno rilevanza penale devono essere omogenee a quelle oggetto di segreto di Stato, non sembra questo il caso anche perché la vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle vetture utilizzate dai brigatisti in via Fani e la suggestiva ipotesi di un garage o di una base compiacente nella zona, notizie contenute nelle pagine della bozza incriminata, sono argomento dibattuto da almeno tre decenni: fin dai tempi del primo processo Moro, affrontato nella prima Commissione d’inchiesta sul sequestro e tema di un’ampia pubblicistica complottista. Se queste fake news sono assimilabili a segreti di Stato, è folta la schiera di chi lo ha violato impunemente da decenni.</p>



<p>La decisione della suprema Corte rende ancora più intricata la vicenda, perché il prossimo 17 dicembre il gip Valerio Savio dovrà pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio senza tener conto della decisione del Tribunale del riesame e della Cassazione. La giustificazione giuridica del sequestro resta infatti ancorata alle ipotesi di accusa iniziali, il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, già bocciati dal gip quando ha rigettato la richiesta di incidente probatorio. A dicembre il giudice dovrà dire se le modalità del sequestro sono state eseguite correttamente o se sono andate oltre il mandato senza che sia intervenuta a sanarle la successiva ratifica del pubblico ministero. La polizia è entrata in casa con un’indicazione limitata alla ricerca di materiali afferenti alla commissione Moro 2 ma all’atto del sequestro ha svaligiato l’intero archivio informatico del nucleo familiare, portando via materiali legalmente raccolti in altre sedi: archivio centrale dello Stato, archivio del tribunale, archivio della Commissione stragi, biblioteche e fonti aperte. Nulla a che vedere con i materiali della Commissione scaricati tutti via web dal sito di un noto membro della Commissione stessa.</p>



<p>Cosa farà il pm Albamonte nel caso il gip dovesse accogliere la richiesta dell’avvocato Romeo e dissequestrare tutto l’archivio o buona parte di esso? Risequestrerà nuovamente l’archivio sulla base del nuovo capo d’imputazione suggerito dal Riesame e convalidato dalla Cassazione? Impazzirebbe anche Kafka…</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Prosegue la caccia al reato inesistente, la procura non molla l’archivio di Persichetti</h4>



<p>La caccia al reato inesistente che il pm Eugenio Albamonte conduce da tempo nei miei confronti ha conosciuto un nuovo colpo di scena. Ignorando la decisione del Tribunale del Riesame e della Cassazione, il 12 novembre scorso il responsabile delle inchieste sul terrorismo e i reati informatici della procura di Roma ha messo da parte l’imputazione di associazione sovversiva e ha rilanciato l’accusa di favoreggiamento. Dopo l’iniziale violazione di segreto d’ufficio da cui l’indagine era partita siamo giunti al quinto cambio di imputazione in 12 mesi.</p>



<p>Il 2 luglio scorso il tribunale del riesame aveva stabilito che le accuse utilizzate per consentire alla polizia di svuotare il mio archivio erano prive delle condotte di reato. La procura si era limitata a enunciare le accuse (associazione sovversiva e favoreggiamento) senza riportare circostanze, modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come a dire: “Sono convinto che hai fatto questo, ma non so quando, come e dove, ma siccome sono un pm faccio come il marchese del Grillo: intercetto le tue comunicazioni, ti faccio pedinare e poi ti sequestro tutto quello che hai in casa, anche le cose di tua moglie e dei tuoi figli. Qualcosa alla fine troverò!”.</p>



<p>I giudici del Riesame avevano proposto una ipotesi di reato alternativa: la violazione di notizia riservata che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando avevo inviato tramite posta elettronica alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della Commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo. Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse, poi uscito nel 2017 per DeriveApprodi. Tra queste c’era l’ex brigatista Alvaro Lojacono, ormai cittadino svizzero, che poi aveva girato il testo ad Alessio Casimirri da decenni riparato in Nicaragua, dove ha acquisito la nazionalità. Una lettura giuridica, quella del Riesame, che la Cassazione lo scorso 10 novembre ha convalidato, anche se al momento non se ne conoscono i motivi. La procura, però, si tiene lontana da questa ipotesi di reato nella consapevolezza che non si tratti di notizie riservate di rilevanza penale. Nel frattempo un altro giudice, il gip Nicola Savio, si era pronunciato sul fascicolo dell’accusa ritenendo che mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria». Ragione che lo aveva condotto a rigettare l’incidente probatorio che il mio difensore aveva richiesto per contrastare l’intenzione del pm di ficcare il naso comunque tra le mie cose, prima ancora che lo stesso gip si fosse pronunciato sulla legittimità del sequestro nell’udienza prevista il prossimo 17 dicembre. Per tutta risposta il pm ha presentato una nuova domanda di incidente probatorio provando questa volta a precisare meglio accusa e condotte di reato.</p>



<h5 class="wp-block-heading">Il lavoro storico messo sotto accusa</h5>



<p>Secondo la procura le pagine della bozza di relazione da me inviate, nelle quali si affrontava l’episodio delle vetture brigatiste abbandonate in via Licinio Calvo subito dopo il sequestro del leader Dc in via Fani, non avevano come finalità la ricostruzione corretta del percorso di fuga del commando brigatista e la confutazione delle fake news che circolano da decenni sulla vicenda, poi confluita nelle pagine del libro pubblicato nel 2017, ma servivano per il favoreggiamento dei due ex Br. Per la procura in quelle bozze si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Accusa – come ha rilevato l’avvocato Romeo nelle sue controdeduzioni – difficile da sostenere sul piano giuridico: come avrebbe potuto concretizzarsi il reato di favoreggiamento in una vicenda giudiziaria conclusasi da diversi decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato sia per Casimirri che per Lojacono? Ammesso che possano ancora esistere fatti nuovi, questi sarebbero già assorbiti dalle condanne o largamente prescritti e non potrebbero rivestire più alcuna rilevanza penale ma solamente storica.</p>



<p>Se non c’è una valida ragione giuridica che tiene in piedi l’accusa, qual è allora il movente che spinge il pubblico ministero?</p>



<p>Ascoltato nel dicembre 2020 in qualità di persona informata sui fatti, l’ex presidente della Commissione Moro 2 Giuseppe Fioroni aveva sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». Per poi suggerire che «in tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle Brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo». Una tesi che si scontra con la logica e la realtà dei fatti.</p>



<p>I temi dell’indagine parlamentare erano facilmente desumibili dalle audizioni pubbliche, accessibili sul sito di radio radicale, trascritte sul portale della Commissione stessa e dalle riunioni dell’ufficio di presidenza i cui verbali venivano sistematicamente resi noti. Le piste seguite dalla Commissione erano di dominio pubblico, continuamente rilanciate da indiscrezioni giornalistiche, interviste e commenti di commissari molto loquaci. Inoltre i lavori dell’organo di inchiesta parlamentare erano destinati a divenire di dominio pubblico, di lì a poco, con la pubblicazione della prima relazione annuale sullo stato dei lavori il 10 dicembre 2015. Alle «terze persone», accennate da Fioroni, sarebbe bastato attendere qualche ora per conoscerli. Cosa sarebbe mai cambiato in quel breve lasso di tempo? Quel «qualcuno» non aveva certo bisogno di leggere le bozze dedicate a via Licinio Calvo per informarsi. C’è molta presunzione nelle affermazioni all’ex politico di fede andreottiana, giustamente non più rieletto dopo la fallimentare esperienza dell’organismo parlamentare da lui presieduto.</p>



<p>Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, <em>Il Tempo</em>, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour <em>Penthouse</em>, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuati senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista <em>Op</em>. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima Commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, <em>La tela del ragno</em>, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.</p>



<h5 class="wp-block-heading">Gli ultimi accertamenti della Commissione</h5>



<p>Nell’ultimo periodo della sua attività la Commissione Moro 2 ha raccolto la testimonianza di una coppia che alla fine del 1978 viveva in via dei Massimi 91, strada situata nella parte più alta della Balduina. I due hanno raccontato di aver ospitato per alcune settimane, sul finire dell’autunno 1978, sei mesi dopo la fine del sequestro, una persona che poi riconobbero essere il brigatista Prospero Gallinari. Dalla vicenda sono scaturite alcune querele nei confronti di uno dei membri della Commissione parlamentare che aveva impropriamente tirato in ballo una giornalista tedesca totalmente estranea all’episodio.</p>



<p>All’epoca il comprensorio di via dei Massimi 91 apparteneva allo Ior, Istituto per le opere religiose, ente finanziario del Vaticano. Amministratore unico era Luigi Mennini, padre di don Antonio Mennini, il confessore e uomo di fiducia dello statista democristiano, vice parroco della chiesa di Santa Lucia a cui durante il sequestro i brigatisti consegnarono su indicazione dello stesso Moro diverse sue lettere. Alcuni consulenti della Commissione si erano lungamente soffermati sull’ipotesi che Alessio Casimirri fosse in qualche modo «intraneo» all’ambiente che risiedeva o circolava in quell’immobile, perché il padre Luciano era in quegli anni responsabile della sala stampa vaticana, senza comprendere quali fossero le rigide regole della compartimentazione e della logistica all’interno delle Brigate rosse, che non poggiava certo sulle relazioni familiari. I successivi accertamenti della Commissione non hanno tuttavia trovato conferme e al momento di chiudere i battenti è stato chiesto alla procura di proseguire le indagini.</p>



<p>Come si evince da alcune audizioni pubbliche della Commissione, la coppia che aveva fornito ospitalità a Gallinari proveniva da un’area politica subentrata nelle Brigate rosse dopo la conclusione del sequestro Moro e che aveva relazioni con Adriana Faranda e Valerio Morucci, incaricati dalla colonna romana di trovare una sistemazione a Gallinari dopo l’abbandono repentino della base di via Montalcini nell’estate del 1978.</p>



<p>Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e storiografico dell’accusa che mi viene mossa, mentre appare sempre più evidente l’adesione di polizia e procura a ipotesi complottiste, che non si limitano più a inquinare e depistare le conoscenze storiografiche sulla vicenda Moro ma pretendono di esercitare il controllo assoluto sulla storia degli anni Settanta.</p>
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			</item>
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		<title>La polizia della storia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-polizia-della-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[La magistratura, il caso Moro e il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti: contro la ricerca indipendente sugli anni ‘70]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La magistratura, il caso Moro e il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti: contro la ricerca indipendente sugli anni ‘70</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa è di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, accusa associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!). Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Ora stiamo seguendo anche la vicenda del sequestro dell’archivio.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In Italia esiste un organismo di Polizia che si occupa di storia. Proprio così, si intromette nell’attività di ricerca, sorveglia il lavoro dello storico, ascolta le sue conversazioni con le fonti, intercetta le caselle di posta elettronica, sequestra archivi. Come in una sorta di scenario orwelliano si erge a Ministero della verità e con il suo occhio minaccioso amministra il passato, decide chi può scrivere, recinta gli argomenti, filtra i contenuti e sopratutto gli autori. Decide insomma come e chi può scrivere la storia. Questo nuovo organismo si chiama Polizia di Prevenzione, ex Ucigos, una struttura che nasce dalle ceneri della dissolta e famigerata Uar. Di sicuro non lo sapevate, a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020 (N.224/B1/Sez.2 /18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un rapporto che fa seguito a una lunga serie di indagini originate nel gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore e intensa attività investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia dalla fine del 2015 a oggi, e ancora domani e dopodomani, poiché l’attività investigativa e “tecnica” è tuttora in essere. Un attacco frontale al mio lavoro di ricerca che ha portato, l’8 giugno scorso, a una lunga perquisizione nella mia abitazione e al sequestro del mio intero archivio digitale, dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile. Non è stato portato via solo il materiale d’archivio raccolto e prodotto negli ultimi 15 anni, ma la storia della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli, il nostro passato, la nostra intimità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’irruzione nel passato</h4>



<p>Questi nuovi storici con l’uniforme si intromettono nel lavoro complicato e complesso della ricostruzione del passato, fanno irruzione in quella bottega dove il ricercatore come un artigiano impasta le sue mani con la polvere del tempo: raccoglie documenti, testimonianze, tenta di colmare i buchi della memoria, rappezza brandelli di ricordi, tracce spezzettate, indizi che pazientemente prova a rimettere insieme, soprattutto a interrogare. Ma a questi nuovi sbirri del passato tutto ciò non interessa. Nella visione poliziesca della storia i testimoni, gli attori, i soggetti e i gruppi sociali vengono sostituiti dai colpevoli, dai fiancheggiatori e dalle vittime. Le sfumature non esistono, il contrasto è netto, bianco e nero, luce e tenebre, buoni e cattivi. Il terreno storiografico è solo un pretesto per cercare nuovi colpevoli, arrestare gli scampati, affibbiare nuovi ergastoli. La storia si fa riserva di caccia, un safari dove conquistare un trofeo da mostrare in manette a una conferenza stampa con tanto di selfie. </p>



<p>È con queste aspettative che il nuovo Ministero della verità – avrebbe detto Orwell – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha portato alla stesura del primo volume del libro <em>Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera</em>, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «<em>Peraltro </em>– scrivono nella loro informativa – <em>Persichetti emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani” e di ribadire che “via Fani fu in tutto e per tutto un’azione operaia</em>”. <em>Finalità più volte esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro, come per esempio a pagina 9, dove si legge testualmente</em> “… <em>Ciò che preme sottolineare qui per restare sul terreno della critica è la sordità cognitiva delle narrazioni dietrologie, impermeabili alle smentite accumulatesi nel tempo. Le teorie del complotto, a causa del loro divenire circolare, si sottraggono alla verifica della coerenza interna ed esterna delle loro asserzioni”</em>».</p>



<p>Quella coerenza che sembra mancare anche ai poliziotti della memoria, come vedremo meglio tra un po’.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una ricostruzione veritiera</h4>



<p><em>«Si tratta di documenti </em>– proseguono gli autori del testo –<em> che forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di conversazioni tra il 2006 e il 2016”».</em> Ricostruzione che ad avviso della Polizia di prevenzione appare veritiera poiché <em>«La lettura delle mail induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la presunzione di poter discutere in forma “riservata” […] Una analisi integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale” presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Non un ricercatore ma un favoreggiatore</h4>



<p>Talmente veritiera che secondo i poliziotti non «avrei», in realtà sarebbe stato più corretto scrivere ‘avremmo’ (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sarei macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «<em>la mancata trasposizione </em><em>nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email</em><em> implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il </em><em>memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni</em><em> militanti delle Br</em>».</p>



<p>Affermazione impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato della Commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine, vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su via Fani).</p>



<p>È un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quarant’anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «<em>cassato</em><em> completamente</em>» dal libro «<em>le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente</em>» (tornerò tra poco sulla questione), ma la cosa davvero gratuita è il movente scelto dalla Polizia di prevenzione per giustificare questa presunta omissione. Secondo il Primo dirigente Di Petrillo e il vice Ispettore Vallocchia avrei intenzionalmente svolto «<em>generale opera di rivisitazione del ruolo </em>[<em>dei brigatisti latitanti</em> – anche se Loiacono è cittadino svizzero e ha scontato per intero la condanna] <em>nell’azione di via Fa</em><em>ni, assumendo anche i margini di una</em><em> possibile forma di favoreggiamento</em>».</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un lavoro rigoroso</h4>



<p>Chiunque abbia letto il libro conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti. Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione, collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco. </p>



<p>Nonostante ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del prigioniero. Il confronto con gli altri testimoni che abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore. Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che furono alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione a spostare il furgone (p. 184).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il suggeritore</h4>



<p>Quello del ricercatore è un lavoro paziente e ostinato che non si arresta mai e negli anni successivi siamo più volte tornati sulla questione. Cosa c’entri questo lavorio storiografico con il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, potete valutarlo da soli. Forse bisognerebbe chiederlo all’ex presidente della Commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che nel verbale di sommarie informazioni reso il 1 dicembre 2020 davanti al pm Eugenio Albamonte e ai vertici della Polizia di Prevenzione, ribadendo una sua personale e indimostrata ipotesi sulla presenza di un garage “amico” dei brigatisti in via dei Massimi 91, circostanza che smentirebbe – a suo dire – l’abbandono delle tre vetture del commando brigatista in contemporanea in via Licinio Calvo e la fuga attraverso le scalette che portano verso via Prisciano, ha sostenuto che vi sarebbero «<em>ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti</em>». E fin qui nulla da obiettare. Ognuno può pensarla come vuole, anche se la disciplina dei riscontri richiede elementi concreti e verificabili, non illazioni senza fondamento. Il problema sorge quando Fioroni insinua che «<em>In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo</em>». Lavori e stati di avanzamento destinati a diventare di dominio pubblico, quindi se quello fosse stato il fine di “queste terze persone” sarebbe bastato attendere. Di Fioroni, delle attività della sua Commissione, dei suoi carteggi con Loiacono e delle sue proposte indecenti, parleremo nella prossima puntata.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Polizia, procure e dietrologia, la santa alleanza contro la ricerca indipendente sugli anni ‘70</h4>



<p>(<em>Articolo pubblicato in data 6 luglio 2021 sul blog <a href="https://insorgenze.net/">insorgenze.net</a></em>)</p>



<p>Il tribunale del riesame ha rigettato il ricorso contro il sequestro del mio archivio, degli strumenti di lavoro e comunicazione, computer, smartphone, tablet e ogni altro supporto informatico, l’intero l’archivio fotografico di mia moglie, lo spazio cloud dove erano stoccati oltre al mio materiale storiografico anche le cartelle cliniche, amministrative e scolastiche dei miei figli.</p>



<p>All’udienza che doveva esaminare l’impugnazione presentata dal mio legale, tenutasi venerdì 2 luglio, era presente il pm titolare del decreto di sequestro. Una circostanza del tutto irrituale, non accade praticamente mai che i procuratori della Repubblica vengano a difendere le proprie ragioni in udienze del genere. Il pm probabilmente nutriva qualche timore sulla fondatezza delle sue decisioni ed è venuto in prima persona a cauzionarle. In aula, a dire il vero, non si è soffermato – come ci attendevamo e sarebbe stato logico – sulle ragioni che hanno giustificato la scelta dei capi d’imputazione. Nulla ha detto sul presunto favoreggiamento, ancora meno sul 270 bis. Eppure era stato appena chiamato in causa dall’avvocato Romeo che chiedeva quali fossero gli altri associati, le condotte censurate, il ruolo organizzativo presunto nell’associazione (semplice partecipante? Promotore? Organizzatore? Finanziatore?), i proclami, le azioni realizzate o programmate.</p>



<p>Anche sulla natura “riservata” dei documenti che avrei divulgato, il titolare delle indagini ha glissato velocemente, sostenendo che tutti i regolamenti inevitabilmente danno luogo a interpretazioni soggettive e che dunque sarebbe servito a poco soffermarsi su una discussione del genere. Non si capisce però, se le cose stanno così, perché la sua interpretazione soggettiva dovrebbe essere prevalente. In ogni caso stando all’articolo 2 della “Deliberazione sul regime di divulgazione degli atti e dei documenti”, stabilito dalla stessa Commissione presieduta dal presidente Giuseppe Fioroni il 15 ottobre 2014, sono considerati documenti riservati «<em>gli atti giudiziari, i documenti provenienti dalle autorità amministrative e di governo per i quali sia stato raccomandato l’uso riservato, documenti provenienti da soggetti privati per i quali sia stata richiesta la riservatezza, infine documenti che al momento dell’acquisizione siano stati classificati come tali</em>». Insomma secondo le regole che si è data la Commissione Moro 2, le Relazioni di bilancio annuale e tantomeno le loro bozze, che in un altra nota non assumono alcuna fattispecie documentale ma al contrario vengono ritenute «inesistenti», non sono documenti riservati. E non potrebbe essere altrimenti trattandosi di documenti politici, risultato di una discussione, di emendamenti e di un voto finale.</p>



<p>In un Paese normale la discussione si sarebbe conclusa qui. Ma in Italia il sistema Giustizia non funziona così e i pm dettano legge così il responsabile dell’accusa ha preso la parola narrando i suoi impegni professionali, i numerosi filoni d’inchiesta aperti che ha ereditato dalle attività irrisolte della Commissione Fioroni e che in parte condivide con la procura generale. Ha tirato fuori dal cilindro una serie di argomenti che non erano indicati nel provvedimento di sequestro e nelle carte depositate, impedendo alla difesa così di sviluppare le proprie controdeduzioni.</p>



<p>Ha spiegato che potrebbero esserci in giro altre prigioni dove Moro sarebbe stato rinchiuso nei 55 giorni del sequestro e dunque che ci sarebbero in giro ancora degli ex brigatisti mai catturati, affittuari o titolari di quelle abitazioni (sembrava recitasse a memoria i libri di Flamigni o Cucchiarelli), ha poi tirato fuori il cartellino fotosegnaletico falso su Alessio Casimirri (1) finito tra le mani della Commissione Moro, chiedendosi se quel documento fosse la prova dell’arresto di Casimirri e della sua successiva liberazione e quindi delle coperture di cui si sarebbe giovato nelle istituzioni o se invece quel documento fosse un falso, messo lì da pezzi “deviati” degli apparati. Sono passati tre anni dalla chiusura dei lavori della Commissione e il fatto che il responsabile dell’inchiesta non sia stato in grado di accennare uno straccio di risposta sulla questione, partendo da un assunto che era già palese all’epoca ovvero che quel cartellino era un falso, ma oggi pensi che la soluzione del mistero passi per il mio archivio e le cartelle cliniche di mio figlio, la dice lunga.</p>



<p>Infine, <em>dulcis in fundo</em>, come una serie americana, ha tirato fuori l’Fbi, l’indagine internazionale (probabilmente una semplice rogatoria) sulle caselle postali elettroniche di Alessio Casimirri, ormai cittadino nicaraguense. L’intercettazione del suo traffico email avrebbe portato – ha spiegato il pm – alla scoperta di conversazioni con Alvaro Lojacono Baragiola, suo compagno nelle Br al momento del sequestro Moro, e oggi cittadino svizzero, Paese dove ha scontato una lunga condanna per la sua appartenenza alle Brigate rosse. I due si sarebbero intrattenuti spesso sulle vicende di via Fani ricostruendone alcuni passaggi. Fatto grave, secondo il pm, era che Lojacono conversasse prima con Persichetti che poneva domande, sollevava questioni e poi ne parlasse con Casimirri. Non ho ancora avuto accesso a queste carte, e nemmeno i giudici del riesame che hanno deciso sulla parola del pm, posso solo ipotizzare che con tutta probabilità ciò avveniva negli anni in cui era in corso il lavoro preparatorio che ha portato al libro “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”.</p>



<p>Con tutta evidenza, in quegli scambi non ci sono nomi nuovi, altrimenti le autorità di polizia sarebbero già intervenute, ma ai loro occhi questa normale attività di interrogazione delle fonti testimoniali, proprie di un lavoro di ricerca storiografica, appare sospetta, degna di ulteriori accertamenti e sequestri. A più di quarant’anni dai fatti, la polizia vuole ficcare il naso nella ricerca storica, criminalizzando l’attività di studio e ascolto delle fonti. Il pubblico ministero ha inviato un chiaro messaggio ai giudici del riesame: non intralciate le mie indagini, non cassate il mio sequestro esplorativo perché altrimenti bloccate la scoperta dei segreti di questo Paese che per forza di cose passano per casa Persichetti.</p>



<p>Altro dato emerso nell’udienza di venerdì è la sovrapposizione tra indagini della procura, attività delle forze di polizia e narrazioni dietrologiche. Un fronte comune schierato contro la ricerca indipendente. Le fonti testimoniali e chi va a scomodarle d’ora in poi dovranno saperlo: se provano a ricostruire quegli anni al di fuori dei circuiti istituzionali legittimi sono passibili di reato associativo e favoreggiamento. La storia è sotto sequestro, il rapimento Moro è recintato col filo spinato.</p>



<p>Di seguito potete leggere la dichiarazione che ho depositato davanti al riesame e che ricostruisce il lavoro preparatorio del libro e i rapporti intrattenuti con la Commissione Fioroni nel 2015.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dichiarazione di Paolo Persichetti ai giudici del tribunale del riesame presso il Tribunale di Roma – udienza del 2 luglio 2021</h4>



<p>Nelle carte dell’indagine depositate dal pubblico ministero dottor Eugenio Albamonte emerge una rappresentazione della mia biografia esistenziale e della mia attività di ricerca deformata e fuorviante.</p>



<p>Quando nel settembre del 1991 mi sono recato in Francia in possesso del mio passaporto ho iniziato ha lavorare in una scuola di lingue, dove tenevo dei corsi di alfabetizzazione e primo livello in alcune grosse società che formavano i propri dipendenti all’impiego della lingua italiana. L’anno successivo ho ripreso gli studi iniziati nel dipartimento di Storia della Sapienza di Roma riuscendo a iscrivermi presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Parigi 8, Vincennes-Saint Dénis. Questa doppia attività di studio e lavoro si è bruscamente interrotta nel novembre 1993, quando in esecuzione di un mandato di arresto internazionale per l’esecuzione della pena a cui ero stato condannato in Italia in via definitiva dopo la mia partenza per la Francia, sono stato arrestato nei locali delle prefettura di place d’Italie dove ero stato convocato per il ritiro del permesso di soggiorno.</p>



<p>Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione sono stato scarcerato. Appena le condizioni lo hanno permesso, sono tornato all’università dove ho completato gli studi con un diploma di laurea e un master. Successivamente ho avuto accesso alla scuola dottorale della facoltà dove mi ero laureato, ho vinto un posto Ater, insegnamento e ricerca, e una piccola borsa di studio del Ministero della Cultura. Attività di insegnamento e studio che si è interrotta il 24 agosto del 2002 quando in serata sono stato fermato in strada, caricato su un’autovettura e condotto direttamente in Italia, dove alle prime ore dell’alba del giorno successivo la polizia francese mi ha consegnato alle autorità italiane nell’area antistante il tunnel del Monte Bianco.</p>



<p>Nei primi anni di detenzione non ho più avuto accesso ad alcun computer e per l’intero periodo di esecuzione pena non mi è stato possibile riallacciare rapporti con nessuna università per completare il mio percorso dottorale. Ottenuta la semilibertà ho iniziato a lavorare nella redazione del quotidiano “Liberazione”, dove sono rimasto fino alla chiusura, poi sono passato al settimanale “Gli Altri”. Negli anni successivi ho collaborato con diversi altri quotidiani: “Il Garantista”, “Il Dubbio”, “il Riformista”. Nel 2015 collaboravo con “Il Garantista”.</p>



<p>Nell’agosto 2013, quando da pochi mesi avevo ottenuto l’affidamento in prova, un episodio di morte in culla intercorso al mio secondogenito ha bruscamente modificato la mia esistenza e quella della mia famiglia. Nonostante una pronta reazione e la disperata corsa verso l’ospedale il bambino è giunto al pronto soccorso in arresto cardiaco. Durante il tragitto gli avevo praticato la respirazione bocca a bocca. Rianimato il piccolo è rimasto in stato di coma per diverse settimane.</p>



<p>Il danno ipossico-ischemico ha provocato una situazione di paralisi cerebrale e tetraparesi. Da allora non ho più potuto lavorare. Sono diventato caregiver di mio figlio portatore di una tracheotomia e peg, mi occupo quotidianamente della gestione di tutti i rapporti con le amministrazioni, Asl, ospedale, centri riabilitativi, attività scolastica. Dopo il primo anno interamente trascorso nei vari reparti d’ospedale, nel maggio del 2014 siamo stati domiciliati a casa dove è iniziata una intensa e proficua attività riabilitativa.</p>



<p>Davanti a questa nuova condizione esistenziale che mi impediva di proseguire l’attività intellettuale precedente, di mantenere quella poliedricità di interessi e temi affrontati, ho deciso comunque di mantenere fermo, nei limiti del possibile, l’impegno di studio e ricerca sugli anni &#8217;70. Nei ritagli di tempo, con grandi sforzi e fatica, anche solo per poche ore a settimana, ho iniziato a frequentare biblioteche e archivi d’ogni tipo alla ricerca di materiali e documenti, oltre a raccogliere tutto quello che i vari portali e le fonti aperte presenti sul web consentivano di rintracciare. Ho scoperto così, quasi per caso, le carte della direttiva Prodi versate in archivio di Stato, 27 faldoni che ho consultato interamente per quasi tre anni, previa autorizzazione ministeriale che all’epoca era richiesta. Successivamente è arrivata la direttiva Renzi e altri materiali di notevole interesse (materiale digitale interamente sequestrato lo scorso 8 giugno). Da qui è nata l’idea di un progetto editoriale complesso, insieme a due altri studiosi, che è poi sfociato nel 2017 nella pubblicazione di un primo volume, “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”. Successivamente ho chiesto anche l’accesso agli archivi della Corte d’appello depositati presso l’aula bunker di Rebibbia. Nel frattempo con i miei colleghi ho avviato anche un lavoro di ascolto delle fonti orali disponibili e raggiungibili. Da qui lo scambio di email posto all’attenzione delle indagini della procura.</p>



<p>Poiché nel frattempo era stata istituita una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda del sequestro e della uccisione di Aldo Moro, è iniziato un parallelo lavoro, sempre con i miei colleghi, di studio dei nuovi materiali accessibili prodotti dalla nuova Commissione (fondamentalmente audizioni) e di interazione con la Commissione stessa, almeno fino al maggio 2016, quando ci è stato impedito di tenere un convegno.</p>



<p>Preso contatto con un suo membro, insieme ai miei colleghi abbiamo formulato delle proposte come l’audizione, novità assoluta rispetto al passato, di studiosi del caso Moro molto critici rispetto alle ricostruzioni complottiste della vicenda. Grazie a questo lavoro, tra il giugno e il luglio 2015 sono stati auditi il professor Marco Clementi, il documentarista del Senato e in passato archivista della Commissione Stragi, dottor Vladimiro Satta, e un giovane studioso, il dottor Gianremo Armeni, autore di una brillante monografia su via Fani che avevo recensito sul “Garantista” dove nel frattempo avevo pubblicato una sequenza di 5 articoli molto critici sulle ipotesi di ricerca privilegiate dalla Commissione Fioroni.</p>



<p>Queste persone hanno portato all’attenzione della Commissione uno sguardo nuovo, una metodologia differente, una quantità rilevante di nuove informazioni e nuovi documenti.</p>



<p>In particolare il professor Clementi, con il quale collaboravo in modo stretto, nel corso della audizione del 17 giugno 2015, ha depositato delle foto e un verbale di interrogatorio del testimone Alessandro Marini, che hanno poi condotto il teste a ritornare sulle sue precedenti dichiarazioni e ammettere che nessuno sparo aveva colpito il parabrezza del suo motorino, danneggiatosi nei giorni precedenti l’agguato di via Fani a causa di una caduta dal cavalletto, come risulta nel verbale d’interrogatorio del 1994 (da me trovato presso l’Archivio storico del Senato e da tutti sempre ignorato) e le foto attestavano. Circostanza rilevante poiché metteva definitivamente in dubbio le ricostruzioni che parlavano delle presenza di una moto Honda nella dinamica dell’azione di via Fani. Il professor Clementi ha depositato anche un fonogramma proveniente da Beirut, scovato nelle direttiva Renzi, inviato dal colonnello Giovannone che attestava per la prima volta l’esistenza del “Lodo Moro”, infine uno schizzo di Mario Moretti che ricostruiva la dinamica dell’azione di via Fani.</p>



<p>Attiro la vostra attenzione su questa singolare circostanza che mi vede accusato di essermi procurato e aver divulgato documenti riservati, in realtà la bozza di una relazione che non è un documento primario, quando in realtà è accaduto l’esatto contrario: con il mio lavoro ho fatto pervenire all’attenzione della Commissione documentazione di significativa rilevanza.</p>



<p>Nel luglio del 2015 era stato audito il ministro degli Esteri che nel riassumere le vicende estradizionali aveva riportato delle informazioni errate riguardo alla posizione del dottor Alvaro Loiacono Baragiola. Il dottor Baragiola, dopo aver ascoltato su Radio radicale l’audizione, mi comunicò il suo disappunto e l’intenzione di intervenire sulla questione. Informai il membro della Commissione con cui ero in contatto, il quale a sua volta ne parlò con il Presidente Fioroni che si mostrò subito interessato. In effetti nell’autunno del 2015 la Commissione Moro 2 aveva avviato una nuova fase: il presidente della Commissione si era convinto della necessità di audire gli ex militanti delle Br che in passato avevano sempre rifiutato, in ragione delle ricostruzioni complottiste avanzate dalle Commissioni. In alcune dichiarazioni pubbliche aveva dichiarato che era venuto il momento di ascoltare questi brigatisti. L’intenzione di intervenire espressa dal dottor Baragiola sembrava quindi confortare i progetti del Presidente Fioroni.</p>



<p>Tra il novembre e la fine del dicembre 2015 ci fu un intenso lavorio che portò a uno scambio di lettere tra il dottor Baragiola e il Presidente Fioroni, un flusso comunicativo che mi pose inevitabilmente nella posizione di veicolatore dei reciproci messaggi che passavano attraverso una terza persona, un membro della Commissione. È nell’ambito di questo contesto, assolutamente noto al Presidente Fioroni, che ho inviato alcune pagine della bozza della prima relazione attinenti a un punto cruciale della vicenda, su cui si focalizzava l’attrito tra il nostro lavoro di ricostruzione del sequestro e l’ipotesi portata avanti dalla Commissione, ovvero l’abbandono in via Licinio Calvo delle tre vetture con cui i brigatisti erano fuggiti da via Fani. Ed è a partire dalle richieste di chiarimenti fatte a più testimoni, non solo al dottor Baragiola, che è iniziato il lungo percorso di ricostruzione dell’azione di via Fani in tutti i suoi aspetti, logistici e politici.</p>



<p>Un lavoro condotto in completa trasparenza, senza alcun artificio cospirativo, attraverso le email e i vari social e appuntamenti in presenza con le fonti residenti in Italia.</p>



<p>Consentitemi, infine, di concludere con una domanda: vista l’insistenza sul mio passato nelle carte depositate dalla procura, in particolare su un singolo segmento di quel passato, vi chiedo se avrò mai diritto a 59 anni compiuti, dopo aver scontato per intero la condanna, dopo aver trascorso 11 anni in esilio, ad avere un presente?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Lo strano comportamento della procura, accusa Persichetti di avere diffuso informazioni riservate ma ignora le ripetute fughe di notizie segretate che hanno contrassegnato l’attività della Commissione Moro presieduta da Fioroni</h4>



<p> (<em>Articolo pubblicato in data 20 agosto 2021 sul blog <a href="https://insorgenze.net/">insorgenze.net</a></em>) </p>



<p>I tre anni di attività della seconda Commissione parlamentare sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono stati contrassegnati dalle ripetute violazioni del protocollo interno che regolava il regime dei documenti da mantenere riservati o segretati. Durante i suoi lavori abbiamo assistito a una continua rincorsa all’anticipazione di notizie, o presunte tali, dove il più delle volte roboanti effetti d’annuncio servivano a colmare l’assenza di fatti nuovi. È andata avanti così fino al febbraio 2018, quando a causa della conclusione della legislatura la Commissione ha dovuto chiudere anticipatamente i battenti senza essere in grado di produrre una relazione conclusiva. Nel frattempo commissari e consulenti avevano intrattenuto relazioni privilegiate con la stampa, fatto filtrare veline, notizie, documenti, fake news, avvalendosi anche di giornalisti che svolgevano la funzione di <em>house organ</em>, e ognuno come poteva si era avvalso di consulenze esterne e informali. Normale amministrazione di un organo eminentemente politico che però nella legge istitutiva si era dato anche delle prerogative giudiziarie, dando vita a un ibrido dalle molte e irrisolte ambiguità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le ripetute fughe di notizie riservate ignorate dalla procura</h4>



<p>Nonostante queste continue fughe di notizie siano avvenute sotto gli occhi di tutti la procura di Roma, che pure con la Commissione intratteneva continui scambi, ha sempre girato il capo altrove ignorando le ripetute irregolarità.</p>



<p>Una rapida inchiesta ci ha permesso di individuare almeno cinque episodi (ma il numero è probabilmente superiore) nei quali esponenti della Commissione hanno diffuso sui media notizie o documenti riservati o segretati. Queste violazioni, due delle quali avvenute prima del dicembre 2015, hanno riguardato la diffusione di verbali segretati di tre testimoni, due escussi dai consulenti della Commissione e dallo stesso presidente, uno audito in seduta segreta dalla Commissione stessa, e due notizie riservate raccolte dai consulenti. Si trattava di materiale documentale di prima mano funzionale allo sviluppo di successivi approfondimenti investigativi, la cui divulgazione poteva nuocere allo sviluppo degli ulteriori accertamenti. A questa prima circostanza bisogna aggiungere che la divulgazione sui media è avvenuta spesso attraverso un uso sapientemente selezionato di stralci e notizie tale da distorcere il contenuto stesso delle informazioni presenti nei verbali e nei documenti, dandone in pasto all’opinione pubblica una versione finalizzata ad avvalorare ipotesi cospirazioniste che i commissari o i consulenti protagonisti di queste indiscrezioni appoggiavano. In questo modo accanto alla violazione delle regole di riservatezza si è dato corpo anche alla circolazione di fake news, in taluni casi di vere e proprie azioni di depistaggio informativo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Primo episodio</h4>



<p>Il 13 marzo 2015 il deputato Gero Grassi, membro tra i più attivi della Commissione, rivelava l’acquisizione da parte della Commissione di alcune musicassette ritrovate nell’aprile del 1978 in via Gradoli. L’informazione era contenuta in una informativa riservata prodotta dal magistrato Antonia Gianmaria, una consulente che lavorava per la Commissione. La notizia appariva sui maggiori quotidiani, Corriere della sera, Repubblica, Stampa. «Da quel che si conosce dagli atti – spiegava imprudentemente Grassi – erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione, presto ne conosceremo il contenuto e valuteremo la rilevanza per le nostre indagini». L’entusiasmo appena velato di Grassi era dovuto alla convinzione che le audiocassette contenessero gli interrogatori di Moro. Non era affatto vero: i nastri provenivano da tre sequestri avvenuti in epoche diverse nelle basi brigatiste di via Gradoli, via delle Nespole e nell’abitazione di viale Giulio Cesare. Contenevano in prevalenza selezioni musicali, come riferivano i verbali dell’epoca acquisiti successivamente dalla prima Commissione Moro. </p>



<p>All’appello non mancavano cassette: alcune erano vuote, altre contenevano canzoni di Francesco Guccini, Gabriella Ferri, Bob Dylan, Enzo Jannacci, il duo di Piadena, canti rivoluzionari, gli Intillimani, il sax di Fausto Papetti, una – recitava il verbale – era «registrata da ambo le parti in lingua inglese». Altre due cassette ritrovate nel gennaio 1982 all’interno della base del Partito guerriglia di via delle Nespole, ma per un errore iniziale attribuite al sequestro effettuato in viale Giulio Cesare, dove Faranda e Morucci avevano trasferito l’archivio della “Brigata contro” dopo la loro uscita dalle Br, contenevano il messaggio telefonico di un mitomane e le dichiarazioni di una teste (Chiarantano) interrogata da un ufficiale dei carabinieri appartenente ai servizi segreti, Pignero, da cui scaturì l’inchiesta del generale Dalla Chiesa del maggio 1979 contro ambienti della estrema sinistra genovese, accusata ingiustamente di far parte della colonna genovese delle Br. Si trattava di materiale di provenienza processuale e le dichiarazioni della teste erano riportate integralmente sulle pagine di <em>Lotta continua</em> dell’epoca.</p>



<p>Un testo dell’Ansa del 16 marzo 2015, ore 8,27, che riprendeva le affermazioni di Grassi raccoglieva anche le proteste del vicepresidente della Commissione Gaetano Piepoli: «Il riserbo e la prudenza – dichiarava – sono l’unica bussola che la ricerca della verità ha per non smarrirsi nel labirinto delle infinite ipotesi».</p>



<h4 class="wp-block-heading">Secondo episodio</h4>



<p>Per due giorni consecutivi, il 17 e il 18 novembre 2015 sulle pagine di <em>Repubblica</em> il giornalista Paolo Berizzi ebbe modo di riportare ampi stralci del verbale segretato dell’escussione di Raffaele Cutolo, avvenuta il 14 settembre precedente nella sezione 41 bis del carcere di Parma. Le ennesime dichiarazioni dell’ex capo della Nuova camorra organizzata sulla vicenda Moro erano state raccolte dal tenente dei carabinieri Leonardo Pinelli e dal magistrato Gianfranco Donadio, entrambi consulenti della Commissione e che il giorno successivo protocollarono il verbale insieme alle osservazioni e proposte di approfondimento investigativo. Qualche manina interessata farà pervenire due mesi dopo a <em>Repubblica</em> il documento segretato. La vicenda provocò anche una coda polemica: un membro della Commissione, il deputato Fabio Lavagno, denunciò la fuga di notizie in una dichiarazione pubblica sottolineando per altro come fossero riportate in modo distorto. Il giornalista di <em>Repubblica</em> replicò che le fonti che avevano ispirato i suoi articoli erano interne alla Commissione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Terzo episodio</h4>



<p>Il 5 settembre 2017 viene audito dalla Commissione in seduta segreta Pietro Modiano, ex direttore generale di Intesa San Paolo, divenuto nel frattempo presidente della società che gestisce gli aeroporti milanesi. Modiano viene sentito in relazione all’ipotesi di legami tra le Brigate rosse e la ‘ndrangheta calabrese durante il rapimento Moro. Il contenuto dell’audizione era stato anticipato all’Ansa il giorno precedente dal solito Gero Grassi: «Uno dei commissari che ha segnalato la volontà di Modiano di far conoscere quello che apprese anni fa spiega quello che potrebbe essere almeno uno degli elementi rilevanti dell’audizione» scriveva l’Ansa: «Modiano era molto amico di Don Cesare Curioni (il capo dei cappellani delle carceri italiane utilizzato come canale di trattativa con le Br dal Vaticano) e quindi potrebbe rivelare particolari inediti sulla conoscenza che il sacerdote aveva del mondo brigatista. Ricordando anche che Don Curioni era presente all’obitorio quando fecero l’autopsia ad Aldo Moro». Secondo quanto riportato da Gero Grassi nel suo <em>Aldo Moro, la verità negata</em>, Pegasus edizioni 2018, durante l’audizione segreta Modiano avrebbe rivelato che poco dopo l’omicidio Moro il sacerdote suo amico gli avrebbe riferito «che chi ha sparato materialmente è Giustino De Vuono, calabrese». Al netto del gioco di specchi dei <em>de relato</em>, dove amici e conoscenti riportano fantasmagoriche affermazioni di defunti, assolutamente non verificabili, ciò che qui interessa è la circostanza che il contenuto dell’audizione segretata, oltre a essere anticipata appare su due lanci dell’Ansa del 5 settembre, ore 17:37 e in un libro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quarto episodio</h4>



<p>Il 20 Settembre 2017 è lo stesso presidente della Commissione, Giuseppe Fioroni, a rivelare all’Ansa il ritrovamento del corpo di Giustino De Vuono, nonostante l’informazione fosse contenuta in un atto da lui stesso classificato riservato. L’episodio, alquanto surreale, viene raccontato da Fabio Lavagno nel volume, <em>Moro. L’inchiesta senza finale</em>, Edup ottobre 2018, scritto insieme a Vladimiro Satta. A p. 56 si riportano gli stralci essenziali della dichiarazione di Fioroni: «Il Presidente della Commissione d’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro, Giuseppe Fioroni, a proposito della figura del criminale Giustino De Vuono […] rende noto che ‘tramite l’Arma dei Carabinieri è stato possibile stabilire con certezza la sua data di morte e il luogo di sepoltura: De Vuono, ristretto, nel carcere di Carinola dal 16 marzo 1991, venne ricoverato il 1 novembre del 1994 nell’ospedale di Caserta, già operato per aneurisma fissurato, e lì morì il 13 novembre dello stresso anno. La salma di de Vuono venne tumulata nella tomba di famiglia presso il cimitero di Scigliano […]». La figura di De Vuono, come abbiamo visto, è ritenuta centrale da alcuni narratori complottisti. A loro avviso infatti era presente in via Fani e sarebbe stato l’esecutore materiale dell’uccisione di Moro, per questo aiutato dai Servizi ed esfiltrato all’estero. Da qui le strenue ricerche condotte dalla Commissione per infine ritrovarlo inumato in un paesino della provincia di Cosenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quinto episodio</h4>



<p>Il 17 marzo 2016 Francesca Musacchio sul <em>Tempo</em> riportava ampi stralci del verbale segretato di escussione che Angelo Incandela, ex maresciallo delle guardie di custodia del supercarcere di Cuneo, aveva rilasciato dieci giorni prima, il 7 marzo, nei locali della questura di Torino davanti al presidente della Commissione Giuseppe Fioroni e al consulente Guido Salvini (p. 200 della relazione sull’attività svolta dalla Commissione, dicembre 2017). Incandela avrebbe riferito di un incontro con il generale Dalla Chiesa, presente anche Pecorelli, e poi di carte che il generale gli avrebbe chiesto di nascondere all’interno del carcere e successivamente ritrovare con una perquisizione camuffata. L’ex maresciallo lasciava intendere che si trattasse del memoriale Moro o di parte di esso ritrovato dagli uomini del generale in via Monte Nevoso a Milano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo strabismo investigativo della procura e la caccia al reato</h4>



<p>Dopo cinque anni di assoluta inerzia davanti alle continue fughe di notizie provenienti dall’interno della Commissione Moro 2, alla fine del 2020 la procura di Roma si è improvvisamente interessata ad alcune mie email. Si trattava dell’invio a una cerchia ristretta di persone di alcune pagine della prima bozza di relazione annuale nelle quali si affrontava l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo. La trasmissione era avvenuta l’8 dicembre 2015, meno di 48 ore prima della sua pubblicazione ufficiale. Secondo la procura quella spedizione costituiva una fuoriuscita di documentazione riservata, nonostante fosse di natura ben diversa rispetto ai documenti segretati resi pubblici nei cinque episodi prima descritti. La relazione è un testo politico, sottoposto a emendamenti e voto finale, che riassume per sommi capi audizioni – già pubbliche – e l’indirizzo delle indagini intrapreso dalla Commissione, non un verbale di interrogatorio o una relazione su indagini in corso scritta dai consulenti.</p>



<p>L’inchiesta della procura partiva da una serie di informative della Polizia di prevenzione realizzate dopo una lunga attività investigativa, nata almeno un paio di anni prima e scaturita dal monitoraggio dei rifugiati politici degli anni ‘70. In un rapporto del novembre 2020 la Dcpp ipotizzava la presenza del reato di <em>rivelazione di segreto d’ufficio</em> (326 cp), accusa mossa contro ignoti. In un nuovo rapporto del mese successivo venivo identificato come il responsabile della divulgazione di questo materiale e contemporaneamente veniva modificato il titolo del reato da rivelazione di segreto d’ufficio a <em>favoreggiamento</em> (378 cp). Dopo le dichiarazioni del presidente della defunta Commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, sentito come teste informato, il pubblico ministero titolare dell’inchiesta introduceva una nuova imputazione: <em>associazione sovversiva con finalità di terrorismo </em>(270 bis) a corredo del favoreggiamento. Nello scorso mese di luglio, il tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sulla legittimità del sequestro del mio materiale d’archivio, dei miei strumenti di lavoro e dei documenti e materiali amministravi, sanitari e scolastici dei miei figli, avvenuto l’8 giugno precedente, riteneva la sottrazione del materiale legittima se inquadrata sotto un diverso titolo di reato: la <em>rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità</em> (262 cp), smontando di fatto il quadro accusatorio disegnato della procura. Nel giro di 8 mesi ho così assistito alla successione di ben quattro imputazioni per un unico episodio. Questa difficoltà nell’inquadrare giuridicamente il presunto fatto-reato addebitatomi rivela quanto sia fragile e pretestuosa l’inchiesta condotta dalla Polizia di prevenzione e dalla procura di Roma che con tutta evidenza mira ad altro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le insinuazioni del Presidente della Commissione Moro 2</h4>



<p>Tra i contatti a cui avevo inviato alcune pagine della bozza di relazione, tutti legati al lavoro di ricerca storica che stavo conducendo insieme a Marco Clementi e Elisa Santalena in vista della pubblicazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse e del sequestro Moro uscito nel 2017 (<em>Bri</em><em>gate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera</em>, edizioni DeriveApprodi), erano presenti persone coinvolte nel sequestro. Si trattava di ex militanti delle Brigate rosse a cui avevo chiesto di vagliare il capitolo della “Relazione” e fornire la propria versione dei fatti, spunto da cui partire per una ricostruzione minuziosa poi sfociata in un capitolo del libro.</p>



<p>Nel corso della sua testimonianza Giuseppe Fioroni aveva insinuato un diverso scenario, sostenendo che fossero le informazioni contenute nella bozza il vero movente della divulgazione anticipata. Secondo l’ex presidente, le indagini condotte dalla Commissione sulla possibile presenza di un garage compiacente o di una base dei sequestratori nei pressi della zona di via Licinio Calvo, avrebbero messo in allarme l’ambiente degli ex brigatisti. Da qui l’insinuazione che la diffusione in un circuito ristretto di quelle pagine non fosse dettata da ragioni di polemica storica, ovvero l’intenzione di contrastare le ricostruzioni dietrologie promosse dalla Commissione perché travisavano i fatti, ma dalla necessità di carpire notizie in anticipo (48 ore sic!) sulla direzione delle indagini. Io sarei stato dunque una sorta di agente infiltrato!</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il capitolo su Licinio Calvo non conteneva anticipazioni <strong>o notizie riservate</strong></h4>



<p>Fioroni tuttavia dimentica di dire che il capitolo su via Licinio Calvo non conteneva notizie riservate ma fantasie ampiamente note. Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò già nel dicembre 1978 un articolo della rivista glamour <em>Penthause</em>, divenuta una delle maggiori referenze della Commissione Fioroni. Soprattutto entrò nella sfera giudiziaria quando il pm Amato raccolse questa voce durante le udienze del primo processo Moro. Successivamente se ne occupò la prima Commissione Moro e la leggenda fu ripresa nella pagine del libro di Sergio Flamigni, <em>La tela del ragno</em>, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica. Alla luce di questi precedenti, con buona pace del povero Fioroni, l’allarme tra gli ambienti vicini ai brigatisti sarebbe dovuto scattare diversi decenni prima.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il presunto favoreggiamento</h4>



<p>C’è un altro aspetto davvero singolare di questa vicenda che merita di essere sottolineato: nelle informative della Polizia di prevenzione mi viene contestato di aver riportato nelle pagine del libro dedicate a via Fani solo parte di quanto contenuto nelle email intercorse tra me e uno dei partecipanti al rapimento Moro. Ad avviso dei funzionari di polizia avrei trattenuto dei passaggi che avrebbero consentito di attenuare il ruolo di Alvaro Loiacono Baragiola nella vicenda. Affermazione davvero ardita perché oltre a non esser vera in punto di fatto, nel volume si ricostruisce nel dettaglio – come mai era avvenuto in precedenza – il ruolo avuto da “Otello” in via Fani; dal punto di vista giuridico (che poi è l’argomento dirimente in questa circostanza) l’eventuale difesa di una persona, per giunta condannata in via definitiva per quei fatti, non comporta alcun favoreggiamento penale. Altrimenti quanti scrittori o giornalisti che hanno scritto libri o preso le difese pubbliche di un imputato o di un condannato avrebbero dovuto essere accusati di favoreggiamento? Mi pare superfluo ricordare che l’intento del mio lavoro non era quello di difendere o condannare qualcuno ma ricostruire, il più fedelmente possibile, contesto e dinamica dei fatti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">«Chi controlla il passato controlla il futuro»</h4>



<p>La vera questione che questa indagine solleva è l’inaccettabile intromissione del Ministero dell’Interno e della procura della Repubblica nel lavoro complicato e complesso di ricostruzione del passato. In una delle ultime relazioni dei servizi di sicurezza (2019) si puntava l’indice contro la ricerca storiografica indipendente sugli anni ‘70. A preoccupare gli apparati era la presenza di una lettura non omologata di quel periodo, etichettata come «propaganda», rispetto alle versioni storiografiche ufficiali. Il pericolo – scrivevano gli estensori del testo – è quello di «tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti», un «impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”» che – sempre secondo i Servizi – rischia di trovare consensi «nell’uditorio giovanile».</p>



<h4 class="wp-block-heading">Siamo un Paese dove polizia e magistratura pretendono di decidere cosa un ricercatore debba scrivere in un libro</h4>



<p>Nonostante il quasi mezzo secolo trascorso gli anni ‘70 fanno fatica a ritagliarsi un posto nella storiografia, suscitando ancora grossi timori in settori di peso delle istituzioni che pretendono di mantenere una tutela etica su quel periodo, estendendo all’infinito la logica dell’emergenza antiterrorismo fino a occupare il campo della conoscenza del nostro passato. Da alcuni anni è venuto meno il monopolio delle fonti sugli anni ‘70, un accesso più fluido alla documentazione (direttiva Prodi e Renzi) ha democratizzato la ricerca storica, in passato nelle mani della magistratura e delle commissioni parlamentari con la loro scia di consulenti e periti. Agli apparati, come ai dietrologi, tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte aveva messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a negare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia, secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita a una sorta di nuovo negazionismo storiografico. Recintare lo spazio storiografico degli anni ‘70, stabilire chi può fare storia, è l’obiettivo di fondo di questa inchiesta giudiziaria.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://insorgenze.net/2017/10/23/la-commissione-moro-inciampa-ancora-falso-il-documento-su-casimirri/" target="_blank">https://insorgenze.net/2017/10/23/la-commissione-moro-inciampa-ancora-falso-il-documento-su-casimirri/</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Genova 2001, Carlo Giuliani: non si archivia un omicidio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/genova-2001-carlo-giuliani-non-si-archivia-un-omicidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jul 2021 17:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[genova 2001]]></category>
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					<description><![CDATA[Le foto, i filmati, l’archiviazione che ha impedito il processo: per non dimenticare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/numero-37-aprile-maggio-2014/" target="_blank">(Paginauno n. 37, aprile &#8211; maggio 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le foto, i filmati, l’archiviazione che ha impedito il processo: per non dimenticare</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro dibattito sul libro&nbsp;<strong>Non si archivia un omicidio</strong>&nbsp;di Giuliano Giuliani (2013) al circolo Agorà di Cusano Milanino, 9 marzo 2013</em></p>



<p class="has-drop-cap"><br>Quello di cui mi permetterò di discutere oggi è la bugia istituzionalizzata di questo Paese, a cui partecipano responsabili della cosa pubblica e governanti e della quale si fanno interpreti rigorosi gran parte di coloro che lavorano nei cosiddetti media. Andiamo indietro di tredici anni, al G8 di Genova del 2001, e cerchiamo di ricordare quello che è stato detto nell’immediatezza di quei giorni.</p>



<p>L’allora vice presidente del Consiglio, Gianfranco Fini, che frequentava i posti nei quali si organizzava quello che era&nbsp;<em>disordine</em>&nbsp;pubblico, e non&nbsp;<em>ordine</em>&nbsp;pubblico – il Forte San Giuliano, sede dell’Arma dei carabinieri, e la questura – la sera dello stesso venerdì 20 luglio, il giorno in cui Carlo Giuliani è stato ucciso, ospite nella trasmissione approntata per la bisogna, ovviamente da Bruno Vespa, disse: «Genova messa a ferro e fuoco», richiamando l’immaginario degli Unni. Ebbene, la frase è stata riprodotta da tutta la grande stampa e soprattutto dalla televisione per lunghissimo tempo, insieme a quello che vi faceva da contorno implicito: la presenza di manifestanti violenti, che non avevano alcuna intenzione di manifestare ma di distruggere una città, e di impedire che otto grandi, come dice il G8 – e non hanno neanche il senso della misura né temono il rischio del ridicolo – risolvessero le grandi questioni che erano al centro di quella riunione e che dovevano migliorare le condizioni del pianeta.</p>



<p>E già questa è una bella ricostruzione fantasiosa, dato che gli otto&nbsp;<em>grandi</em>&nbsp;sono entrati con una certa percentuale di fondi da destinare alla lotta alla fame e ne sono usciti con una riduzione della percentuale; sono entrati dicendo “dobbiamo difendere l’ambiente” e ne sono usciti con una distribuzione dell’inquinamento in percentuale in base alla capacità industriale di un Paese, che è una vera follia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="200" height="294" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/07/1-2.jpg" alt="" class="wp-image-5021"/></figure></div>



<p>Comunque, quel movimento, il movimento no global, che non era affatto violento, purtroppo ha presto esaurito la sua carica, sicuramente per divisioni interne ma è certo che un elemento forte è stata la repressione al quale è stato sottoposto a Genova; è andato avanti ancora un paio d’anni, a Firenze nel 2002, una manifestazione stupenda, partecipata, grande, poi gradatamente è scomparso. Aveva fatto molta paura ed è per questo che è stata decisa una repressione così dura. Possiamo immaginare che un movimento che va dalle suore di Pax Christi ai ragazzi dei centri sociali, ai giovani comunisti, alla sinistra extraparlamentare, non faccia paura al potere politico ed economico che si sta organizzando per conquistare l’intero pianeta con capitalismo e globalizzazione? È chiaro che fa paura.<br>E non è un caso che la più forte repressione, operata proprio venerdì 20 luglio, prenda questi due lati estremi del movimento.</p>



<p>Un reparto di poliziotti, che era stato inviato al carcere di Marassi per fermare un gruppetto di imbecilli impropriamente auto-definitesi black bloc, arriva e non li trova, sono già scappati, e quindi torna indietro, arriva a piazza Manin, trova quelli della rete Lilliput, gli scout e le suore, quelli con le mani bianche, incapaci di fare del male a una mosca, e li massacra; in contemporanea una banda di carabinieri, una&nbsp;<em>banda</em>, lo sottolineo, attacca senza alcun giustificato motivo il corteo di via Tolemaide dei disobbedienti o tute bianche, cioè il corteo che raggruppa appunto i giovani comunisti, quelli della sinistra, i centri sociali, che provengono dallo stadio Carlini. La Corte di Cassazione, nella sentenza del 13 luglio 2012 nel processo a 25 manifestanti, ha scritto che le cariche erano “violente e ingiustificate”, riconoscendo legittima la resistenza all’attacco dei carabinieri – anche se occorre ricordare che dei 25 manifestanti accusati del reato di devastazione e saccheggio (che ha un tempo di prescrizione di 15 anni!), 24 sono stati condannati in primo grado per un totale di circa 110 anni di carcere; poi quindici sono stati assolti in appello, mentre dieci sono stati condannati a pene pesantissime, per un totale di 98 anni e 9 mesi; la Cassazione ha successivamente confermato il reato per tutti e dieci i manifestanti, confermando anche le pene per due (6 anni e 6 mesi, e 10 anni), rinviando all’appello per la rideterminazione della pena per cinque, e annullando la condanna limitatamente al reato di detenzione di molotov per altri tre, con condanne dunque solo leggermente alleggerite per questi ultimi, e conteggiate dai 14 anni ai 12 anni e 3 mesi.</p>



<p>Quindi, abbiamo detto, polizia e carabinieri picchiano le due ali estreme, da un punto di vista ideologico, del movimento. Perché dico che l’informazione su Genova ha mentito clamorosamente? Perché ha evitato di analizzare e denunciare quale era stata la strategia repressiva ideata: a Genova si decide, intelligentemente, lo si deve purtroppo ammettere, di reprimere ottenendo il consenso più ampio possibile dell’opinione pubblica.</p>



<p>Nella città arriva qualche centinaio di manifestanti tra naziskin, hooligans e black bloc, tutti impropriamente coperti dalla terminologia black bloc; ma c’è anche qualche poliziotto vestito da black bloc, ci sono le foto dove si vedono le mostrine spuntare sotto la tutina nera. E spaccano, rompono, distruggono, incendiano automobili, mandano in frantumi vetrine e bancomat. Queste distruzioni avvengono tra le 11.20 e le 13.30/14.00 di venerdì. Poi, questi fantomatici black bloc spariscono, e guarda caso le botte le prenderanno, appunto, la rete Lilliput a piazza Manin e il corteo delle tute bianche in via Tolemaide. Naturalmente quando parte la repressione la gente dice: era ora. Hanno distrutto, hanno bruciato, hanno incendiato, era ora che li pestassero. Questa è stata la strategia della repressione con il consenso dell’opinione pubblica, e ci sono voluti anni perché venisse fuori la verità, anche sulla “macelleria messicana” della Diaz, un’altra operazione messa in piedi nascondendosi dietro i fantomatici black bloc.<br>Ricordo soltanto che quando c’è stata la presentazione del film Diaz di Daniele Vicari a Genova, il pubblico ministero Enrico Zucca, interrogato dai giornalisti su cosa ne pensasse, ha detto: «È stato molto peggio di quello che si vede nel film».</p>



<p>Gli uomini delle forze dell’ordine erano 16.000, tra poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, penitenziari, c’erano i carri armati e perfino gli incursori della marina, come se i no global potessero arrivare con il sottomarino atomico! Rammentiamo, perché oggi viviamo nella fase del ‘terrorismo islamico’ e ci siamo abituati a grandi spiegamenti di forze quando ci sono eventi pubblici, che nel luglio 2001 tutto doveva ancora iniziare: l’attacco alle Torri Gemelle è del settembre successivo. Dunque 16.000 uomini, in un’area davvero ristretta e limitata – basta prendere una cartina di Genova del G8, con segnate le zone rossa e gialla – non sono stati in grado di fermare la distruzione dei black bloc, nonostante sapessero come e dove stessero operando, come evidenziano diverse telefonate giunte ai centralini di carabinieri e polizia; anzi, sono lì a cento metri e non intervengono. A dimostrazione richiamo giusto due telefonate di cittadini, ma ce ne sono tante.</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(carabinieri) Carabinieri&#8230;</em></li><li><em>(cittadino) Sono qui alla foce &#8230; dove c’è il benzinaio &#8230; sono passati questi anarchici che hanno buttato della benzina dentro e adesso sta uscendo del fumo, ci sono i poliziotti ma stanno a cento metri, duecento metri, o carabinieri, non so&#8230;</em></li><li><em>(carabinieri) Va bene, va bene&#8230;”</em></li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(cittadino) Pronto, buongiorno, vorrei sapere le forze dell’ordine dove sono. In corso Sardegna, nel mio palazzo, stanno distruggendo banche, stanno dando fuoco a tutto, non c’è un poliziotto</em></li><li><em>né un carabiniere, vorrei sapere dove sono&#8230;</em></li><li><em>(forze dell’ordine) Lo vuole sapere subito?</em></li><li><em>(cittadino) Sì</em></li><li><em>(forze dell’ordine) Va bene&#8230;”</em></li></ul>



<p>Quando invece scatta l’attacco al corteo di via Tolemaide, questi sono gli inviti delle centrali operative di polizia e carabinieri:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(forze dell’ordine) Abbiamo quattro fermati in via Antiochia&#8230;</em></li><li><em>(forze dell’ordine) Trucidateli”</em></li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(forze dell’ordine) Ascoltami bene, devi scendere per corso Gastaldi, arrivi &#8230; giri a destra per via &#8230; e vai ancora a destra&#8230; hai capito?</em></li><li><em>(forze dell’ordine) Ho capito, con tutti quelli che ho qui con me?</em></li><li><em>(forze dell’ordine) Confermo, con tutti quelli che hai, però devi fare una cosa veloce e poi massacrarli”</em></li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(forze dell’ordine) Dovete arrivare dritti dritti fino alla casa dello studente senza mai fermarvi, lasciate perdere qualunque cosa, andate direttamente alla casa dello studente, li prendete da sopra e li massacriamo”</em></li></ul>



<p>Quest’ultimo è Pasquale Zazzaro, all’epoca vice questore, uno dei responsabili della centrale operativa, che è stato poi promosso questore a Imperia.</p>



<p>Le forze dell’ordine non avevano manganelli di ordinanza, come si è visto in numerosi filmati e come è stato poi ammesso in tribunale da un capitano dei carabinieri: a Genova hanno usato pezzi di ferro rivestiti di scotch nero. È questa la ragione delle tante fratture provocate dai pestaggi, perché un manganello normale, anche il tonfa, crea un ematoma, ma il ferro spacca le ossa. Ed esistono anche filmati in cui si vedono carabinieri con la pistola in mano, e il generale Sergio Siracusa, all’epoca comandante generale dell’Arma, ha detto che sono stati sparati almeno quindici colpi oltre i due di piazza Alimonda. E se lo dice lui, si può solo dire che come minimo sono stati quindici.</p>



<p>E veniamo a piazza Alimonda e all’omicidio di Carlo Giuliani. Tutto quello che affermo è supportato da diverse foto e video, e quello che mi fa rabbia è che queste immagini non le ho recuperate furtivamente nei vicoli di Genova ma sono documenti che mi ha dovuto consegnare il tribunale dopo che due magistrati, il pubblico ministero Silvio Franz e il giudice per le indagini preliminari Elena Daloiso, il 5 maggio 2003 hanno archiviato l’assassinio di Carlo, prosciogliendo il carabiniere Mario Placanica per legittima difesa e per uso legittimo delle armi.</p>



<p>L’archiviazione ha significato sostanzialmente una cosa: impedire lo svolgimento del processo. E come i fatti di Genova hanno dimostrato, i dibattimenti, su Diaz e Bolzaneto, sono riusciti anche ad arrivare alla verità – per quanto le pene a poliziotti e carabinieri siano state ben lievi in confronto a quelle comminate ai manifestanti, molte cadute in prescrizione, e nessuna per il reato di tortura che il diritto italiano ancora non prevede (il 5 marzo scorso il Senato ha approvato un disegno di legge che lo contempla, anche se solo come aggravante, ora manca il passaggio alla Camera). Non sempre capita in questo Paese, purtroppo, ma a volte avviene; e la decisione di archiviare il procedimento ha impedito che questo potesse accadere per l’omicidio di Carlo.</p>



<p>Alla base dell’archiviazione, poi, c’è l’incredibile perizia dei quattro consulenti della procura. Secondo loro esiste un calcinaccio che vola nel cielo di Genova, che devia la traiettoria del proiettile verso il basso e lo porta a colpire Carlo sotto l’occhio sinistro. È chiaro che affermare che lo sparo sia stato esploso verso l’alto e non ad altezza d’uomo rafforza la tesi della legittima difesa, perché se spari per aria non vuoi uccidere, al più vuoi spaventare, intimorire, e quindi ancora di più è legittimo. Ma lo sparo per aria non esiste, come dimostrano i diversi filmati, e nemmeno il calcinaccio, come lo vedono loro.</p>



<p>Andiamo a quello che è accaduto.<br>In piazza Alimonda arriva un reparto dei carabinieri. Così descrive quel momento il capitano Claudio Cappello, oggi colonnello, nella sua testimonianza in tribunale (1):</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(Cappello) A piazza Alimonda c’è stato un apparente&#8230;</em></li><li><em>(pm) Scusi, ma facevate cariche di alleggerimento e chi era davanti a voi? Cioè nei confronti di chi operavate queste cariche?</em></li><li><em>(Cappello) Davanti a noi c’erano centinaia di manifestanti che continuavano a tirarci di tutto</em></li><li><em>(pm) E questi manifestanti come erano? Voglio dire: a viso scoperto, coperto&#8230; come erano?</em></li><li><em>(Cappello) No, erano&#8230; guardi, c’erano gente con il casco integrale, gente con il casco non integrale, col passamontagna, con i fazzoletti, con delle magliette legate al viso, a torso nudo&#8230; tanto che non ci spiegavamo come potessero resistere al CS che normalmente sulla pelle dà un senso di fastidio dovuto alla irritazione non indifferente [il CS è un gas lacrimogeno vietato dalla Convenzione di Ginevra, ed è stato usato a Genova, n.d.a.]</em></li><li><em>(pm) Erano armati, e se sì come?</em></li><li><em>(Cappello) Avevano spranghe, pezzi di legno, aste di bandiera, bottiglie di vetro, pietre, pezzi di metallo&#8230; cioè adesso le dico&#8230; ho una casistica abbastanza ampia su quello che mi è arrivato addosso, non&#8230;</em></li><li><em>(pm) Quindi lei di fatto ha ricevuto addosso&#8230;</em></li><li><em>(Cappello) Sì, sì. Ma credo che nessuno in quel giorno sia stato risparmiato almeno da un oggetto</em></li><li><em>(pm) Bene. Quindi operate queste cariche di alleggerimento ha detto, disperdete&#8230;</em></li><li><em>(Cappello) Sì. Abbiamo operato queste cariche di alleggerimento, siamo arrivati nei pressi di piazza Alimonda dove inizialmente permanevano ancora dei dimostranti, poi i dimostranti si sono sparpagliati tanto che quando entrammo in piazza Alimonda abbiamo avuto necessità di girare attorno alla chiesa; credo che ci sia una via, adesso non ricordo il nome della via che sta attorno alla chiesa; ci sono anche delle scalinate, c’è una scalinata abbastanza piccola da cui alcuni dimostranti ci tiravano degli oggetti. Bonificammo quella zona e anche a quel punto la situazione sembrava che fosse&#8230;</em></li><li><em>(pm) Ecco mi scusi, lei ha detto prima che per operare queste cariche di alleggerimento si avvaleva dei lacrimogeni che le venivano passati fino a un certo momento dal carabiniere Placanica. Il carabiniere Placanica in questa fase era sempre al suo fianco? Cioè al suo fianco, vicino a lei?</em></li><li><em>(Cappello) No. Cioè a parte il fatto che io poi ho messo la maschera e anche gli altri carabinieri, quindi diciamo in particolare lui come gli altri non riuscivo più a riconoscerli perché&#8230; io guidavo il contingente e i carabinieri mi stavano accanto con la maschera antigas; posso ricordarmi di Mirante o del maresciallo comandante di squadra al limite, che erano quelli con cui avevo contatto diretto per la diramazione degli ordini, ma&#8230; Diciamo nei servizi di ordine pubblico più parlano e più confusione si fa, quindi alla fine la catena di comando deve essere chiara; io parlavo col tenente e il tenente operava eventualmente sugli uomini quando c’erano delle necessità</em></li><li><em>(pm) Ecco stava dicendo che siete arrivati in piazza Alimonda e avete dovuto fare anche un giro intorno alla Chiesa</em></li><li><em>(Cappello) Sì</em></li><li><em>(pm) Come era la situazione?</em></li><li><em>(Cappello) Beh in piazza Alimonda ci siamo nuovamente scontrati – le dicevo – quando siamo arrivati con un folto gruppo di dimostranti che continuava a permanere in quella zona; poi i dimostranti si sono momentaneamente allontanati e noi per accertarci che il contingente nostro della polizia potesse rimanere in sicurezza abbiamo anche operato questa diciamo bonifica della parte posteriore della Chiesa e dopodiché siamo ritornati in piazza Alimonda e lì siamo rimasti insomma”</em></li></ul>



<p>Per inciso, quello che il capitano Cappello chiama “bonifica della parte posteriore” è il pestaggio di un manifestante, per il quale devono poi chiedere l’intervento di un’ambulanza, come si è visto successivamente da un filmato ripreso dalla telecamera posta su un casco di un carabiniere. Dunque chiamano l’ambulanza e poi si rilassano, mangiano, bevono, dopodiché dicono che sono di nuovo attaccati (i filmati non mostrano alcun attacco) e si rimettono in assetto antisommossa. Aggirano l’aiuola della piazza e vanno a colpire il fianco del corteo di via Tolemaide.<br>L’aggiramento dell’aiuola è una precisa scelta strategica, chiara appena si vede una carta topografica della zona, perché permette l’effetto sorpresa: non vanno diretti, aggirano, di modo da saltar fuori all’ultimo momento.<br>Quanti manifestanti si trovano davanti?</p>



<p>Qualche carabiniere, nelle varie testimonianze in tribunale, ha provato anche a dire migliaia, ma sicuramente tutti hanno detto centinaia. Al solito, fotografie e filmati li smentiscono. Sono una cinquantina, si possono contare tutte le teste, mentre i carabinieri sono ottanta, e scappano nel giro di un minuto. La ragione per cui devono dire che sono centinaia è perché altrimenti sarebbero passibili del reato di codardia, essendo un corpo armato. </p>



<p>Le affermazioni in tribunale (2) del tenente colonnello Giovanni Truglio, oggi generale, ci danno la possibilità di valutare lo spessore del personaggio:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(Truglio) A un certo punto il contingente si ferma, si sono fermati non so dire più o meno a metà di questa&#8230; della parte superiore di via Caffa, cioè del raccordo con via Tolemaide, c’erano dei cassonetti, delle ostruzioni in mezzo alla strada e io ricordo che subisce un urto fragoroso davvero impressionante, ci fu proprio un clangore, uno schianto di qualcosa, probabilmente di questi cassonetti che si abbattevano sulle prime file di questo contingente, quindi una cosa che&#8230; che sostanzialmente era fermo, perché era arrivato lì e s’era fermato, vengono investiti da un’onda d’urto, ma proprio con un frastuono incredibile, si sentì proprio lo schianto di qualcosa che andava contro gli scudi del contingente e all’inizio cercarono di tenere, poi man mano indietreggiarono, indietreggiarono, ma poi sostanzialmente questo contingente perse un po’ di lucidità e arretrarono in maniera precipitosa sostanzialmente&#8230;”</em></li></ul>



<p>Nel sonoro del filmato che riprende l’intera scena, il rumore più forte viene dalle pale dell’elicottero che aleggia sopra; clangore, cassonetti che si abbattono, non ci sono.</p>



<p>A piazza Alimonda c’è anche Adriano Lauro, vice questore e responsabile del reparto: la sua è un’altra testimonianza illuminante (3):</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(Avv. Tambuscio) &#8230; lei ci ha detto che siete stati fatti oggetto di numerosi lanci di sassi</em></li><li><em>(Lauro) Sì</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Lei ha visto qualcuno dei suoi uomini lanciare sassi nei confronti dei manifestanti?</em></li><li><em>(Lauro) Qualcuno dei miei uomini che lanciava sassi? No</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Ecco. Le posso fare vedere una&#8230; lei è certo di questo?</em></li><li><em>(Lauro) Che ho visto qualcuno dei miei uomini no</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Le faccio vedere un frammento del video che è già stato mostrato&#8230;</em></li><li><em>(Lauro) Non ho detto che non li hanno lanciati, ho detto che non li ho visti io</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Certo. Certo. Mi scusi, lei ha detto che non c’erano altri agenti di polizia oltre a lei (Lauro) Ce n’era uno solo</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) E chi era?</em></li><li><em>(Lauro) Io</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Ok. È il reperto che oggi abbiamo già visto&#8230; che è già agli atti, sì</em></li><li><em>(Lauro) Posso avvicinarmi? Perché io non è che vedo tanto</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Sì, certo. Non&#8230; non ricordo se gliel’abbiamo già mostrato. Riconosce la situazione? È un reperto che è già stato mostrato al tribunale. Nota&#8230; aspetti, magari glielo fermiamo al momento giusto. Riconosce la situazione? Cioè è il momento in cui eravate a fronteggiarvi in Via Caffa?</em></li><li><em>(Lauro) Sì, sì</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Torniamo un attimo indietro perché la scena&#8230; ecco, se vede alla destra&#8230; mi scusi, alla sinistra dello schermo, se ha visto una scena&#8230; c’è un agente di polizia che lancia un sasso. Adesso gliela faccio vedere. Se lei ha visto questa scena. È all’estrema sinistra dello schieramento, si vede un casco azzurro&#8230;</em></li><li><em>(Lauro) Veramente vedo tutti sassi che volano io, non vedo chi lancia sassi</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Sì, sì, aspetti</em></li><li><em>(Lauro) Sì, vedo che si piega. Ma non è che devo&#8230;</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Aspetti, aspetti, guardi</em></li><li><em>(Lauro) Sì, sì, sì</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Lei ricorda questa scena?</em></li><li><em>(Lauro) Certo</em></li><li><em>(Avv. Tambuscio) Chi può essere quell’agente?</em></li><li><em>(Lauro) Ero io”</em></li></ul>



<p>E così continua il racconto in aula del capitano Cappello (4):</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em>“(pm) Ascolti. Quindi lei a un certo punto dice che rivede la Land Rover e su questa Land Rover fa salire (la sua, quella assegnata a lei)&#8230;</em></li><li><em>(Cappello) Sì. Sì, sì</em></li><li><em>(pm) Che era guidata da Cavataio&#8230;</em></li><li><em>(Cappello) Sì</em></li><li><em>(pm) &#8230; fa salire i due carabinieri. Fa caso se sia presente in quel momento anche l’altra Land Rover?</em></li><li><em>(Cappello) Sì, sì credo che ci sia stata anche l’altra Land Rover. Sì, sì</em></li><li><em>(pm) E quando&#8230; Ecco a questo punto però lei ha detto anche che la situazione era di relativa calma&#8230;</em></li><li><em>(Cappello) Sì</em></li><li><em>(pm) &#8230; e vi siete tolti la maschera</em></li><li><em>(Cappello) Sì</em></li><li><em>(pm) Che succede?</em></li><li><em>(Cappello) Cioè dopo che ci siamo tolti la maschera? Allora le dico una cosa ancora più precisa. Io mi sono tolto la maschera e ho usufruito dei servizi igienici di un abitante di Genova che mi ha fatto salire al terzo piano perché non si riusciva ad andare ai servizi. Sono salito, quindi faccia il calcolo di questo tipo di intervallo temporale, sono risceso, ho avuto il tempo di rimettermi la maschera e praticamente da via Tolemaide passando per via Caffa si è scatenato nuovamente il pandemonio, cioè si vedevano grosse masse&#8230;</em></li><li><em>(pm) Ecco nel momento in cui lei è sceso dall’abitazione la situazione come era? Ha trovato una situazione ancora apparentemente tranquilla o era già&#8230;</em></li><li><em>(Cappello) No, no, sono sceso di corsa perché sono arrivato a pelo, perché mentre ero su sono stato chiamato per radio e sono sceso immediatamente giù; tra l’altro la signora, giusto per la precisione, mi regalò anche un pacchetto di Diana (la signora che mi ha ospitato), sono venuto giù e già la situazione era diventata nuovamente pericolosa”</em></li></ul>



<p>Questa testimonianza è particolarmente interessante perché Mario Placanica, successivamente, in un’intervista rilasciata a RTL 102.5, ha affermato che a uccidere Carlo Giuliani può essere stato un colpo di fucile sparato dal terzo piano. Ora: Placanica ne ha raccontate tante, ma tra le varie cose questa cos’è? Un segnale mafioso, guarda che so? Cosa? Personalmente ho molti dubbi sul fatto che sia stato Placanica, un giovane carabiniere ausiliario, a sparare, ma di certo quel colpo è partito dalla Land Rover. Tuttavia i dubbi ci sono e derivano dall’osservazione di tutta una serie di fotografie, filmati, elementi, contraddizioni, dalle stesse dichiarazioni che Placanica ha rilasciato nel tempo; dal proiettile, che se fosse stato un calibro 9, in regolare dotazione ai carabinieri, da quella distanza pochi metri, avrebbe devastato il volto di Carlo, mentre è entrato con un foro di appena 8 millimetri e uscito con un foro ancora più piccolo. C’era qualcun altro sulla Jeep, qualcuno di grado più alto? È questa la mia domanda.</p>



<p>Tornando allo scontro con il corteo di via Tolemaide, abbiamo quindi questa fuga generale del contingente dei carabinieri e i manifestanti che gli vanno dietro, un Defender che fa manovra e se ne va e l’altro che resta incastrato in piazza Alimonda e viene aggredito.</p>



<p>Abbiamo l’estintore, che in una foto precedente si vede in mano a un carabiniere mentre il plotone è in fuga e poi vicino alla Jeep, dove un manifestante lo raccoglie e lo scaglia contro il retro della Land Rover, dove viene respinto dall’interno con una pedata; una foto, quest’ultima, dove si vede anche la mano che già impugna la pistola. Poi abbiamo i frame del filmato, nei quali si vede Carlo Giuliani che si china a raccogliere l’estintore (foto 1) e si prepara a scagliarlo (foto 2) – un frame importante perché dimostra che non ha fatto nemmeno un passetto verso la Jeep, mentre i consulenti del pubblico ministero dicono che si è avvicinato – e poi c’è la foto che ha fatto il giro del mondo (foto 3), l’unica diffusa, dove Carlo sembra a mezzo metro dal Defender, attaccato, per effetto dello schiacciamento prodotto dal teleobiettivo, mentre è a quattro metri abbondanti. Da notare, in questa fotografia, anche l’inclinazione della pistola, ad altezza d’uomo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="400" height="308" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani1.jpg" alt="" class="wp-image-1672" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani1.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani1-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Foto 1</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="282" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani2.jpg" alt="" class="wp-image-1673" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani2.jpg 500w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani2-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Foto 2</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="261" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani3.jpg" alt="" class="wp-image-1674" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani3.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani3-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Foto 3</figcaption></figure></div>



<p>Ci sono due spari, Carlo Giuliani cade a terra (foto 4). Dopodiché la Jeep fa retromarcia, gli passa sopra (foto 5), ingrana la prima, gli ripassa sopra.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="270" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani4.jpg" alt="" class="wp-image-1675" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani4.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani4-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Foto 4</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="279" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani5.jpg" alt="" class="wp-image-1676" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani5.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani5-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Foto 5</figcaption></figure></div>



<p>E poi succede una cosa ancora più terribile dell’averlo ucciso. Intorno a Carlo ci sono solo poliziotti e carabinieri, come evidenzia una foto, che ingrandita (foto 6) mostra anche una pietra a distanza di un paio di metri circa da Carlo, mentre un accendino che gli è uscito dalla felpa, e niente altro, è vicino alla sua testa; poi c’è una fotografia successiva (foto 7), dove si vede un carabiniere accucciato vicino al corpo, che ingrandita (foto 8) mostra che la pietra non è più dove era prima, ma è vicina alla testa di Carlo; e la ragione per cui quella pietra è lì è che gli ha spaccato la fronte, come si vede in diverse foto (che non pubblichiamo per la loro crudezza,&nbsp;<em>n.d.a.</em>). Perché hanno fatto questo gesto?</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="271" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani6.jpg" alt="" class="wp-image-1677" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani6.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani6-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Foto 6</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="345" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani7.jpg" alt="" class="wp-image-1678" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani7.jpg 500w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani7-300x207.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Foto 7</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="262" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani8.jpg" alt="" class="wp-image-1680" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani8.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani8-300x197.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Foto 8</figcaption></figure></div>



<p>Subito dopo arriva una telecamera, con il giornalista Toni Capuozzo, di Canale 5, e Renato Farina, in arte&nbsp;<em>Betulla</em>, che si è poi saputo essere collaboratore del Sismi (foto 9), che riprendono la scena diventata famosa. In piazza è rimasto un solo manifestante che urla «Assassino» al vice questore Lauro – quello che prima lanciava i sassi ai manifestanti – il quale gli urla indietro: «L’hai ucciso tu, bastardo, tu l’hai ucciso col tuo sasso!».<br>Ecco a cosa è servito il sasso. Sono andati avanti fino a sera a dire che Carlo Giuliani era stato colpito da un sasso.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="342" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani9.jpg" alt="" class="wp-image-1681" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani9.jpg 500w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani9-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Foto 9</figcaption></figure></div>



<p>Naturalmente il capitano Cappello racconterà, in tribunale, che la sceneggiata di Lauro è avvenuta dopo che sono arrivate le infermiere, che hanno tolto il passamontagna a Carlo e si è visto che aveva una ferita sulla fronte. Questo è solo uno dei tanti squallidi imbrogli, perché il filmato ripreso da Capuozzo dimostra che la scena, a favore di telecamera – il manifestante viene inseguito per pochi metri e poi lasciato andare, ben poco impegno per catturare quello che si ritiene un assassino – viene fatta quando intorno al corpo di Carlo Giuliani ci sono soltanto loro, poliziotti e carabinieri.</p>



<p>Vale la pena concludere con il famigerato calcinaccio, che ha avvallato la tesi dello sparo per aria e della legittima difesa e portato all’archiviazione del procedimento.</p>



<p>I consulenti del pm hanno fatto delle prove&nbsp;<em>tecniche</em>, facendo pendere da un palo un grosso sasso, posizionando uno scatolone a rappresentare la testa di Carlo e ponendo la pistola, dentro il Defender, inclinata verso l’alto, in modo completamente diverso da quello che si vede in tutte le foto di Genova – anche di queste prove<em>&nbsp;tecniche</em>&nbsp;ci sono fotografie. È una ricostruzione vergognosa, ma è ancora più indegno che i magistrati Elena Daloiso e Silvio Franz gli abbiano dato credito.<br>Esistono due frame, estratti dal filmato dei due spari (foto 10 e 11), e i frame sono a distanza di un 25esimo di secondo l’uno dall’altro. Nel primo si vede chiaramente che il calcinaccio è molto vicino alla Land Rover e sta arrivando in corrispondenza della seconda ‘I’ della scritta CARABINIERI; nel frame successivo il calcinaccio si spacca perché picchia contro il tettuccio. A parte l’inclinazione della pistola, quindi, che non è verso l’alto, è impossibile che il proiettile l’abbia colpito.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="240" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giugliani10-1.jpg" alt="" class="wp-image-1684"/><figcaption>Foto 10</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="240" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/giuliani11-2.jpg" alt="" class="wp-image-1686"/><figcaption>Foto 11</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>Il primo a parlare di legittima difesa a fronte di un tentativo di linciaggio è stato l’allora vice presidente del consiglio Gianfranco Fini, la sera stessa, alla trasmissione di Vespa, e alla medesima conclusione, diciamo così, sono arrivati i due magistrati, decidendo di archiviare il procedimento. Io non uso più il termine ‘magistratura’ come categoria nel suo complesso, perché non posso mettere insieme i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona, che a rischio della vita, perché hanno ricevuto minacce, si sono battuti perché i più alti vertici della polizia venissero condannati nel processo Diaz, con Silvio Franz e Elena Daloiso, che si tolgono dai piedi l’assassinio di Carlo Giuliani con la decisione di archiviare, o con i giudici di primo grado del processo Diaz, che hanno assolto tutti i vertici della catena di comando. Non è possibile metterli assieme. Non uso più magistratura, polizia, carabinieri, termini generici, ma dico&nbsp;<em>quel</em>&nbsp;questore,&nbsp;<em>quel</em>&nbsp;magistrato,<em>&nbsp;quel</em>&nbsp;colonnello; mi sottraggo alla tentazione di fare le ammucchiate, che sono soltanto la strada per fare qualunquismo. Una cosa però va detta.</p>



<p>Magistratura, polizia e carabinieri non fanno abbastanza per cacciare coloro che infangano la categoria.<br>E infine, una delle ragioni per cui ho scritto questo libro è rivendicare un po’ di verità, almeno un po’ di verità.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Tribunale di Genova, proc. penale n. 583/04 RG (noto come processo ai 25 manifestanti), udienza 20 settembre 2005<br>(2) Tribunale di Genova, proc. penale n. 583/04 RG, udienza 16 febbraio 2007<br>(3) Tribunale di Genova, proc. penale n. 583/04 RG, udienza 10 maggio 2005<br>(4) Tribunale di Genova, proc. penale n. 583/04 RG, udienza 20 settembre 2005</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Se fare storia è un reato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/se-fare-storia-e-un-reato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Paginauno ha pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa è di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, accusa associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!). Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Qui <a href="https://rivistapaginauno.it/quando-moro-chiese-aiuto-alla-cia-per-contrastare-le-brigate-rosse/" data-type="post" data-id="4973" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ne pubblichiamo un altro</a>, anticipato dall’articolo con cui lo stesso Paolo Persichetti ha reso pubblico il sequestro subìto, sul suo blog</em> <a rel="noreferrer noopener" href="https://insorgenze.net/" target="_blank"><em>Insorgenze.net</em></a><em>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. </p>



<p>Un tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di <em>telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale</em>. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.</p>



<p>La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.</p>



<p>L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.</p>



<p>Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.</p>



<p>Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni &#8217;70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.</p>



<p>Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.</p>



<p>Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.</p>



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