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	<title>Politica &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sat, 09 May 2026 10:21:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Politica &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Tecnologia e guerra: dal nemico interno a quello esterno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/tecnologia-e-guerra-dal-nemico-interno-a-quello-esterno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:25:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal Catch and Revoke dell’ICE statunitense alle torri di sorveglianza autonoma lungo il confine con il Messico, dall’iBorderCtrl per le frontiere dell’Unione Europea al Brain-Computer Interface della guerra cognitiva: lo sviluppo tecnologico non supera la barbarie del passato ma le attribuisce nuove forme “Nel XVII e XVIII secolo, l’Anticristo sarebbe stato un Dr. Stranamore, uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dal Catch and Revoke dell’ICE statunitense alle torri di sorveglianza autonoma lungo il confine con il Messico, dall’iBorderCtrl per le frontiere dell’Unione Europea al Brain-Computer Interface della guerra cognitiva: lo sviluppo tecnologico non supera la barbarie del passato ma le attribuisce nuove forme</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Nel XVII e XVIII secolo, l’Anticristo sarebbe stato un Dr. Stranamore, uno scienziato dedito a una sorte di scienza malvagia e folle. Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare la scienza.”
Peter Thiel (1)</pre>



<p class="has-drop-cap">In un articolo pubblicato su The Washington Post nel giugno 2024 (2), Alex Karp – cofondatore e CEO di Palantir Technologies – e Nicholas W. Zamiska – responsabile degli affari istituzionali e consulente legale dell’ufficio dell’amministrazione di Palantir – paragonano l’era atomica a quella attuale dominata dall’intelligenza artificiale. Quando il 16 luglio 1945 un gruppo di scienziati e di governatori si riunì in una desolata distesa di sabbia nel deserto del New Mexico per assistere al primo test nucleare della storia dell’umanità, “J. Robert Oppenheimer rifletté sulla possibilità che questo potere distruttivo potesse in qualche modo contribuire a una pace duratura”. La speranza di Oppenheimer richiama quella di Alfred Nobel che, dopo aver visto l’utilizzo della dinamite nella fabbricazione delle bombe, dichiara: “L’unica cosa che impedirà alle nazioni di iniziare una guerra è il terrore”. Karp e Zamiska ricordano però che “l’era atomica potrebbe presto volgere al termine. Questo è il secolo del software; le guerre del futuro saranno dominate dall’intelligenza artificiale, il cui sviluppo procede a un ritmo molto più rapido rispetto a quello delle armi convenzionali”. L’accostamento tra le potenzialità dell’atomica e quelle dell’AI permette di immaginare un nuovo Progetto Manhattan volto non più a costruire una bomba ma a sviluppare un’intelligenza artificiale funzionale alla difesa&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: L’IMMUNITÀ. Cisgiordania. Il sistema giudiziario militare israeliano e le denunce dei palestinesi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-limmunita-cisgiordania-il-sistema-giudiziario-militare-israeliano-e-le-denunce-dei-palestinesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:10:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Yesh Din Reati commessi da soldati israeliani contro palestinesi nel decennio 2016-2025: solo nel 22% delle denunce sono state avviate indagini e nello 0,9% sono stati emessi atti di accusa. Yesh Din mostra il funzionamento di una struttura giudiziaria concepita per garantire l’immunità ai militari e, contemporaneamente, evitare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale “Da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Yesh Din</p>



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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Reati commessi da soldati israeliani contro palestinesi nel decennio 2016-2025: solo nel 22% delle denunce sono state avviate indagini e nello 0,9% sono stati emessi atti di accusa. Yesh Din mostra il funzionamento di una struttura giudiziaria concepita per garantire l’immunità ai militari e, contemporaneamente, evitare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale</p>
</blockquote>



<p>“<em>Da Sde Teiman, la verità sul sistema di giustizia militare israeliano è venuta alla luce. Ritirando tutte le accuse contro i soldati ripresi mentre abusavano di un detenuto palestinese, Israele ha abbandonato l’intera farsa della responsabilità.” Così la testata israeliana +972 titolava l’articolo di Michael Sfard (1), che il 21 marzo scorso commentava la decisione di un procuratore militare israeliano di ritirare le imputazioni contro cinque soldati israeliani, in forza nella base militare di Sde Teiman trasformata in centro di detenzione per palestinesi, accusati di aver picchiato un detenuto palestinese e “di avergli lacerato il retto con un oggetto appuntito – un atto parzialmente ripreso da una telecamera di sorveglianza in un filmato poi diffuso”. “La chiusura del caso e l’annullamento dell’accusa contro gli imputati per orribili maltrattamenti fisici”, continua Sfard, “hanno liberato la verità dalle catene di menzogne ​​in cui era stata imprigionata dall’apparato di propaganda israeliano. [&#8230;] La verità è che in Israele non è mai esistito, o almeno non da diversi decenni, un sistema di forze dell’ordine che si impegni realmente a ritenere i soldati responsabili quando uccidono, umiliano o abusano dei palestinesi. La verità è che esiste un sistema che di fatto garantisce l’immunità ai soldati quando le loro vittime sono palestinesi, e che addirittura si impegna per ottenere questo risultato. La verità è che i rari casi di accertamento delle responsabilità che il sistema produce hanno lo scopo di nascondere questa realtà e di respingere l’affermazione secondo cui in Israele non ci sono punizioni per chi nuoce ai palestinesi”. Un’affermazione confermata dai dati annualmente raccolti dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, per la quale Michael Sfard svolge il ruolo di consulente legale.</em></p>



<p><em>A dicembre 2025 </em><em>Yesh Din</em><em>pubblica il Data Report </em>Duration of Processing of Complaints Concerning Israeli Soldiers’ Offenses against Palestinians in the West Bank, <em>relativo ai dati 2016-2025, di cui pubblichiamo qui un estratto con traduzione a cura di Pagin</em><em>auno (</em><em>2</em><em>).</em>..</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/liberta-vs-sottomissione-desiderio-di-autoritarismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere “Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Ma il fischiare nel buio non porta luce. La solitudine, la paura e lo sgomento rimangono; le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della ‘libertà da’; debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione a un capo o il conformismo ossessivo delle democrazie.”<br>Erich Fromm,<em> Fuga dalla libertà</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Un sondaggio Reuters/Ipsos, pubblicato il 26 gennaio scorso (1), fotografa un 39% di statunitensi che approva la politica di Trump in materia di immigrazione, e tra questi il 13% ritiene addirittura che il governo non stia facendo abbastanza; è un sondaggio su scala nazionale condotto tra il 23 e il 25 gennaio, ossia appena prima e subito dopo l’uccisione del secondo cittadino a Minneapolis da parte di agenti ICE. Reuters evidenzia come la maggioranza degli statunitensi disapprovi, ma il punto non è certo questo: perché dopo l’omicidio, da parte di ufficiali pubblici, di due persone in meno di un mese, l’approvazione popolare dovrebbe essere allo zero percento. E invece, se restringiamo il sondaggio al solo elettorato Repubblicano, il 55% ritiene che gli sforzi degli agenti ICE per affrontare l’immigrazione irregolare “sono più o meno giusti”, e per il 23% “non sono abbastanza”; appena il 20% pensa che l’ICE sia andata “troppo oltre”.</p>



<p>Andando indietro di qualche mese, a fine settembre 2024 il Pew Research Center (2) registra il 69% di statunitensi convinti che Trump stia tentando di esercitare un potere maggiore rispetto ai Presidenti precedenti, e il 49% tra loro lo considera negativo per il Paese. Ma, di nuovo, se guardiamo al solo elettorato Repubblicano, è il 49% a ritenere che Trump stia abusando del proprio potere, e solo per il 14% è una cosa negativa: il 24% lo ritiene positivo e il 10% “non sa”. In aggiunta, il 74% degli elettori Repubblicani pensa che nel suo attuale mandato Trump abbia “sicuramente” o “probabilmente” reso più efficiente la funzionalità del governo, migliorato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo (73%) e gestito un’amministrazione aperta e trasparente (70%).</p>



<p>Tirando le somme, la base elettorale Repubblicana, che ha portato Trump alla Casa Bianca, continua in larga maggioranza ad approvarne la politica, per quanto quest’ultima si stia rivelando sempre più autoritaria.</p>



<p>Se veniamo a noi, l’annuale rapporto Censis (3), uscito a dicembre 2025, fotografa un’Italia nella quale il 38,7% dei cittadini ritiene la democrazia non più adeguata in un epoca storica, come l’attuale, in cui contano forza e aggressività, e il 29,7% considera i regimi autocratici più adatti a governare il mondo di oggi. Un terzo degli italiani, dunque, sembra guardare con favore a una forma politica autoritaria. Non è un dato che si possa archiviare con un’alzata di spalle. Eppure, come Reuters non dà rilevanza al 39% di statunitensi che sostiene la violenta politica anti-immigrazione di Trump, così i principali media italiani liquidano in una riga il desiderio di autoritarismo di un terzo della popolazione italiana, limitandosi a osservare che l’incertezza ampiamente diffusa porta a cercare sicurezza nell’uomo forte. Tutto qui. Cosa questo davvero significhi, non importa. Difficile dire se la superficialità con cui viene trattato il dato sia figlia dell’intenzione di non voler dare troppa visibilità a una simile realtà – posizione che rivelerebbe la consapevolezza della sua drammatica importanza – oppure derivi, al contrario, dall’incapacità a prenderla sul serio, nell’idea che rappresenti un mero insignificante <em>scivolone</em>, nella convinzione che il regime democratico non sarà mai davvero messo in discussione. Nel primo caso, è ovvio che non è ignorandola, che la realtà muta; nel secondo, la cecità storica unita a un vuoto idealismo, non può che portare rovine&#8230;</p>



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<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/aumento-della-spesa-militare-e-delle-emissioni-di-gas-serra-cosa-dice-la-ricerca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
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					<description><![CDATA[Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2 Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility</p>



<ul class="wp-block-list">
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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2</p>
</blockquote>



<p><em>Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma escluso l’impatto delle guerre all’epoca in atto, è stata stimata nel 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Per dare un ordine di grandezza, se l’ambito militare mondiale fosse un Paese, nel 2019 avrebbe avuto la quarta più grande impronta di carbonio del pianeta, superiore a quella della Russia. Eppure, nel dibattito sul cambiamento climatico così come nelle misure orientate a contenerlo, promosse da istituzioni internazionali, sovranazionali – su tutte, l’Unione europea – e nazionali, l’inquinamento prodotto dalla sfera militare viene completamente ignorato. Il report di cui pubblichiamo qui un estratto*, cerca di quantificare </em>l’ulteriore <em>aumento delle emissioni di gas serra che produrrà l’attuale incremento della spesa militare, considerando anche l’orientamento dei Paesi NATO di portarla al 3,5% del Pil – all’interno di un più ampio obiettivo pari al 5%. Incremento in parte già avvenuto. “Tra il 2019 e il 2024 la spesa militare della NATO è cresciuta di circa 200 miliardi di dollari, che si traducono in una stima di circa 64 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), simile alle emissioni territoriali del Bahrein; ulteriori aumenti pianificati porteranno probabilmente a una aggiunta di altri 132 milioni di tCO2e, superiori alle emissioni territoriali del Cile”. Numeri che si sommano a quelli registrati nel 2019 e sicuramente sottostimati, vista la difficoltà a reperire i dati da un ambito, quello militare, che non li rende disponibili – e quando lo fa, sempre parzialmente – e la volontà degli stessi Stati a nasconderli, mentre spingono l’opinione pubblica all’accettazione delle politiche green. Da una parte, dunque, abbiamo la società civile che si impegna a ridurre le emissioni di CO2, dall’altra la politica che lancia una corsa al riarmo che incrementa le medesime emissioni di CO2&#8230;</em></p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal report <em>Military spending rises and greenhouse gas emissions. What does the research say?</em>, Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), settembre 2025. Creative Commons Licence, Attribution-ShareAlike 4.0 International. Traduzione a cura di Paginauno.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Mining for War. Valutazione delle scorte minerarie del Pentagono</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/mining-for-war-valutazione-delle-scorte-minerarie-del-pentagono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Lorah Steichen, Transition Security Project La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Lorah Steichen, Transition Security Project</p>



<ul class="wp-block-list">
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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale</p>
</blockquote>



<p><em>Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. Da decenni il Pentagono si procura direttamente alcune materie prime essenziali per gli armamenti, attraverso acquisti e meccanismi di stoccaggio, ma l’approvvigionamento era andato diminuendo dopo la fine della guerra fredda; nel 2025, con il Big Beautiful Bill, Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per la gestione di ‘minerali critici’, di cui due milioni specificamente destinati alla National Defense Stockpile del Ministero della Difesa. Lo studio di Lorah Steichen (Transition Security Project), di cui pubblichiamo qui un estratto*, esamina il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, e come la relativa incidenza metta a rischio la transizione energetica globale.</em></p>



<p><em>Che la guerra sia sinonimo di devastazione ambientale, è ovvio. Meno palese è la devastazione indiret</em><em>ta del comparto militare in sé: insieme al report della Scientists for Global Responsibility sulle emissioni di gas serra del settore militare (1), il dato aggiunto da questo studio permette di iniziare a tracciarne le coordinate.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Spinto dalle preoccupazioni relative alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, nel contesto della crescente competizione tra grandi potenze con la Cina, il Pentagono sta accelerando gli sforzi per garantire l’accesso ai cosiddetti minerali critici, essenziali per le industrie militari. Al centro di questa spinta c’è un rafforzato impegno ad accumulare questi materiali all’interno della National Defense Stockpile (NDS) della Defense Logistics Agency (DLA); un aumento di domanda che rischia di distogliere risorse vitali dalle iniziative di decarbonizzazione civile, e di accelerare la competizione militarizzata [&#8230;]. Questo briefing esamina come il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, in particolare attraverso l’accumulo di scorte, metta in discussione la transizione energetica globale. [&#8230;] Una transizione che dipende dall’accesso ai minerali, componenti essenziali delle tecnologie rinnovabili. Le stime suggeriscono che almeno trenta minerali e metalli per la transizione energetica (ETM), come litio, cobalto, grafite e terre rare (REE), costituiscano la base materiale della transizione energetica. Molti di questi stessi materiali vengono utilizzati anche per produrre tecnologie militari: dalle armi a guida di precisione ai sistemi di comunicazione avanzati, fino a un arsenale emergente di tecnologie militari come le piattaforme di guerra autonome basate sull’intelligenza artificiale. Praticamente ogni sistema d’arma moderno si basa su componenti minerali. Il governo degli Stati Uniti si riferisce a questi materiali come “minerali critici”, dove la ‘criticità’ è definita dall’importanza economica o per la sicurezza nazionale, e dalla suscettibilità alle interruzioni dell’approvvigionamento. Tali designazioni autorizzano nuove modalità di intervento statale per garantire l’accesso e la produzione, come il sostegno finanziario, l’accelerazione normativa e altri sforzi di marketcrafting. [&#8230;]</p>



<p>Dati i significativi danni sociali e ambientali associati all’attività estrattiva su larga scala, le risorse minerarie dovrebbero essere indirizzate verso settori socialmente utili. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Catene di approvvigionamento minerario militarizzate</h4>



<p>Il Pentagono è un attore importante nell’acquisizione e nella pianificazione mineraria, poiché esercita un’influenza smisurata sulle catene di approvvigionamento nazionali e nella corsa globale alle risorse. Questa influenza deriva in parte dall’enorme portata delle forze armate statunitensi. Sostenuti da un bilancio annuale di mille miliardi di dollari, gli USA rappresentano quasi il 40% delle spese militari dei Paesi di tutto il mondo, e spendono per la guerra più dei seguenti nove Stati messi insieme. Anche all’interno, la spesa militare assorbe una quota sproporzionata di risorse pubbliche: il Pentagono gestisce oltre la metà della spesa discrezionale federale e quasi due terzi di tutti gli appalti federali, con contratti a imprese private che rappresentano oltre la metà della spesa militare annuale. Nel 2022, il 36% degli appalti del Pentagono è andato a sole cinque aziende private, grandi affaristi della guerra: Boeing, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics e Raytheon. Oltre a questi colossi industriali, il Pentagono acquista una vasta gamma di altri beni e servizi, che vanno dal cibo, al carburante, alle uniformi, alle alte tecnologie di sorveglianza, ai servizi contabili e alle materie prime. Questo vasto sistema di approvvigionamento collega la pianificazione militare statunitense alle frontiere estrattive globali, intensificando la pressione della domanda e influenzando le modalità e le fonti di approvvigionamento.</p>



<p>Oltre alle dimensioni e al budget sproporzionati, il Pentagono esercita autorità uniche rispetto ad altre agenzie, che gli consentono non solo di influenzare le catene di approvvigionamento ma anche di plasmare interi mercati: assorbendo i rischi, indirizzando gli investimenti e creando segnali di domanda che costruiscono una capacità industriale strategica per fini militari. Attraverso meccanismi come lo stoccaggio DLA e il Defense Production Act (DPA), il Pentagono si procura direttamente le materie prime e indirizza gli investimenti verso progetti selezionati di estrazione e lavorazione. Questi poteri conferiscono ai militari la libertà di orientare lo sviluppo industriale, spesso a scapito della supervisione ambientale. Per esempio, l’Ordine Esecutivo del Presidente Trump del 2025 intitolato “Misure immediate per aumentare la produzione mineraria americana”, che invoca il DPA per accelerare lo sviluppo minerario nazionale, prevede la sospensione delle normali verifiche ambientali come richiesto dal National Environmental Policy Act (NEPA).</p>



<p>Secondo una recente analisi dei finanziamenti pubblici statunitensi per progetti minerari, attraverso le autorità di spesa della Defense Logistics Agency il Pentagono ha finanziato o segnalato interesse nel sostenere almeno venti iniziative minerarie negli Stati Uniti e in Canada, per un totale, dal 2023, di quasi un miliardo di dollari. In un esempio lampante di questo ruolo di mercato in espansione, il governo USA si è mosso per acquisire partecipazioni azionarie dirette in società di “minerali critici”, un passo senza precedenti nella moderna politica industriale statunitense. A luglio il Pentagono è diventato il maggiore azionista dell’unica miniera di terre rare degli USA, acquistando 400 milioni di dollari in azioni della società MP Materials e negoziando un accordo di prelievo decennale: un contratto per l’acquisto di una quota fissa della produzione futura, sostenuto da misure di supporto dei prezzi volte a stabilizzare il mercato e garantire i rendimenti. Questo strumento, il primo di una serie di partecipazioni in diverse aziende, non solo plasma le catene di approvvigionamento dei minerali, ma consolida anche il controllo del Pentagono su di esse.</p>



<p>Un’altra espressione del ruolo crescente del Pentagono nelle catene di approvvigionamento minerario è la ripresa, attraverso la DLA, delle pratiche di stoccaggio risalenti alla guerra fredda. [&#8230;] Istituita nel 1961, la Defense Logistics Agency fu creata per centralizzare e semplificare le operazioni di approvvigionamento militare [&#8230;]. Una delle sue funzioni chiave divenne la gestione della National Defense Stockpile (NDS): nata nel 1939, la NDS è una riserva di materie prime non combustibili ritenute essenziali per la sicurezza nazionale. Fin dall’inizio, l’accumulo di scorte è stato dunque esplicitamente legato all’ambito militare: la nozione stessa di ‘criticità’ è emersa in questo contesto, definita dalla funzione strategica di un materiale e dalla sua vulnerabilità agli shock di approvvigionamento; criteri e associazioni bellicose che rimangono fondamentali per le attuali designazioni dei minerali critici.</p>



<p>Sebbene il suo ruolo sia andato diminuendo dopo la guerra fredda, la funzione di stoccaggio della DLA è riemersa, con il Pentagono che cerca di assicurarsi minerali essenziali e di ridurre la dipendenza da fonti straniere, in particolare cinesi. L’agenzia ha iniziato a rivalutare le vulnerabilità dell’approvvigionamento di terre rare già nel 2014, e più recentemente, nel contesto dei flussi di finanziamenti provenienti dal Big Beautiful Bill di Trump, ha annunciato piani per l’acquisto e l’accumulo di una serie di minerali essenziali. In precedenza, nel 2022, i Dipartimenti dell’Energia, dello Stato e della Difesa avevano firmato un accordo interagenzia per iniziare a immagazzinare materiali per “sostenere la transizione degli Stati Uniti verso l’energia pulita e per le esigenze di sicurezza nazionale”, una mossa giustificata dalla volontà di miglioramento “della sicurezza energetica americana e della competitività del XXI secolo”. Tuttavia, [&#8230;] gli esborsi tramite NDS rimangono strutturalmente orientati alle priorità militari [&#8230;].</p>



<p>La ripresa delle pratiche di stoccaggio si è sviluppata parallelamente a un più ampio cambiamento nel modo in cui gli ETM vengono inquadrati nelle informazioni, nelle politiche e nelle comunicazioni di settore. Con una crescente enfasi sull’urgenza, sulla scarsità e sulle incombenti minacce militari, la sicurezza delle catene di approvvigionamento viene sempre più presentata come essenziale per la sicurezza geopolitica e come percorso verso la stabilità economica. Questa impostazione, guidata dalle politiche e dall’industria, promuove una mentalità di “crescita a tutti i costi” che mina la regolamentazione, la definizione di standard, la cooperazione multilaterale, le prospettive a lungo termine e le ampie nozioni di diritti e responsabilità – tutti principi chiave di una giusta transizione energetica. Questa narrazione è in linea con gli interessi materiali delle multinazionali minerarie, dei produttori di armi e di altri stakeholder finanziari, che trarranno profitto dall’estrazione incontrollata sia sotto la bandiera della sicurezza nazionale, sia sotto quella della transizione energetica. Sebbene non vi sia una carenza immediata della maggior parte degli ETM, la domanda militare rischia di distogliere i materiali dalle esigenze civili di decarbonizzazione e di gonfiare le proiezioni di domanda a lungo termine; una dinamica che rischia di accelerare l’espansione mineraria, anche in assenza di scarsità a breve termine.</p>



<p>Inoltre, l’estrazione ha costi ambientali e sociali profondi. In assenza di solidi sistemi di riciclo, la crescente domanda stimola nuove iniziative minerarie in un settore globale noto per le disastrose violazioni dei diritti ambientali, umani, dei lavoratori e delle popolazioni indigene. Le attività minerarie spesso radono al suolo interi ecosistemi, generando enormi volumi di rifiuti tossici e contaminando il suolo e l’acqua: un inquinamento che può persistere a lungo dopo la chiusura della miniera, con implicazioni disastrose per la salute umana e ambientale. I danni inflitti nei siti in cui vengono estratte le materie prime per le armi, prefigurano modelli di devastazione ecologica e crisi di salute pubblica simili a quelli che si verificano in ogni fase del ciclo di vita di un’arma, dalla produzione e collaudo fino all’impiego e allo smaltimento. In altre parole, la devastazione ecologica e le eredità tossiche causate dalle tecnologie militari iniziano con l’estrazione delle materie prime, e persistono in ogni fase del loro ciclo di vita distruttivo.</p>



<p>La fusione di minacce geopolitiche e interessi commerciali, utilizzata per giustificare la crescente domanda da parte dell’esercito di minerali cosiddetti critici e dual use, riflette anche un problema più ampio: dirottare i materiali da usi civili essenziali, come le infrastrutture per le energie rinnovabili, rischia di rallentare gli sforzi di decarbonizzazione, in un momento in cui un’azione rapida è fondamentale. Inoltre, l’accumulo di scorte alimenta una pericolosa dinamica di competizione militare, nella quale l’accesso ai materiali diventa una corsa geopolitica decisa con la forza piuttosto che una risorsa condivisa per la transizione energetica globale. Accaparrandosi questi materiali per alimentare la macchina da guerra, il Pentagono non solo prosciuga le risorse necessarie per soluzioni climatiche urgenti, ma perpetua anche un ciclo distruttivo di militarismo che mina la pace e la sostenibilità globali, escludendo al contempo le funzioni civili del governo federale. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crescente riserva mineraria militare</h4>



<p>I materiali descritti in questo briefing riflettono le priorità e le tendenze emergenti in materia di stoccaggio, nonché la loro rilevanza sia per le catene di approvvigionamento militari che per le tecnologie civili per l’energia pulita. Questa analisi esamina le recenti attività di approvvigionamento della DLA, con particolare attenzione alle aggiudicazioni di contratti e alle richieste di appalto relative ai minerali critici, come elencati dal Sistema di Gestione degli Appalti del governo federale.</p>



<p>[&#8230;] Una parte significativa dei materiali utilizzati per produrre armamenti e altre infrastrutture militari passa attraverso produttori di armi privati, le cui attività sono in gran parte tenute nascoste al controllo pubblico. Questo flusso di materiali verso le infrastrutture militari – compresi sistemi di sorveglianza, piattaforme d’arma e macchine da guerra alimentate a combustibili fossili – rimane in gran parte non documentato. Non esiste una contabilità pubblica della domanda militare di minerali chiave essenziali per la transizione energetica. Questa mancanza di trasparenza costituisce una grave lacuna di rendicontazione [&#8230;].</p>



<p>Nonostante queste limitazioni, l’analisi delle recenti attività della Defense Logistics Agency dimostra l’emergere di priorità nello stoccaggio di minerali dual use, evidenziando il ruolo dell’esercito statunitense nelle catene di approvvigionamento vitali per le tecnologie militari e di transizione energetica. La DLA immagazzina circa 48 minerali e leghe in sei depositi negli Stati Uniti. Il Big Beautiful Bill di Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per minerali essenziali, di cui due milioni di dollari specificamente per la National Defense Stockpile. La tabella 1 (pag. 69) descrive i contratti e le richieste di stoccaggio DLA a partire dall’approvazione del disegno di legge.</p>



<p>Come indicato nella tabella 1, molti dei materiali inclusi nelle recenti attività di stoccaggio della Defense Logistics Agency non sono materiali tipicamente considerati essenziali per la transizione energetica. [&#8230;] Tuttavia, potrebbero essere utilizzati per supportare la rapida implementazione di tecnologie per le energie rinnovabili, e così promuovere obiettivi di decarbonizzazione più ampi. Il cobalto e la grafite, per esempio, sono ETM chiave, ampiamente utilizzati nelle tecnologie delle batterie che alimentano i veicoli elettrici e consentono l’accumulo di energia su larga scala. La quantità di cobalto e grafite che la DLA ha recentemente richiesto per la riserva di difesa nazionale potrebbe essere destinata a produrre oltre 100.000 autobus elettrici, una quota sostanziale della flotta necessaria per riordinare il sistema di trasporto statunitense e dare priorità al trasporto pubblico elettrificato, contro la dipendenza dalle automobili. Oggi sono meno di 6.500 gli autobus elettrici in circolazione in tutto il Paese.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="1003" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg" alt="" class="wp-image-9341" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Inoltre, l’accumulo di energia a batteria su scala di rete, che svolge un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della rete elettrica immagazzinando e distribuendo l’energia in eccesso proveniente da fonti rinnovabili variabili come l’eolico e il solare, dovrà crescere in modo significativo per supportare la transizione energetica. Allo stesso tempo, i sistemi di accumulo a batteria richiedono un elevato consumo di minerali. Rispetto alle 1.015,23 tonnellate di cobalto destinate allo stoccaggio delle batterie nel 2024, le quasi 7.500 tonnellate destinate alla riserva della Defense Logistics Agency potrebbero essere utilizzate per produrre 80,2 gigawattora di capacità delle batterie, ovvero più del doppio dell’attuale capacità di stoccaggio energetico. [&#8230;]</p>



<p>La domanda militare di minerali di transizione potrebbe anche innescare nuove forme di distruzione ecologica, accelerando pratiche estrattive dannose. L’estrazione mineraria in acque profonde, un metodo relativamente poco testato per estrarre metalli dai fondali oceanici, sta guadagnando terreno a livello globale, nonostante le diffuse preoccupazioni sui rischi ambientali e sui benefici non dimostrati. Nel marzo 2025, il governo statunitense ha intensificato la ricerca di estrazione mineraria in acque profonde, stringendo una partnership con The Metals Company (TMC) per esplorare commercialmente l’attività mineraria nei fondali marini internazionali. Gli USA hanno giustificato la mossa definendola necessaria per garantire le catene di approvvigionamento per le tecnologie militari e l’autonomia strategica, aggirando al contempo i negoziati multilaterali in corso. La partnership è stata seguita da un ordine esecutivo che segnalava l’intenzione di “ripristinare il predominio americano sui minerali e sulle risorse critiche offshore”.</p>



<p>La spinta multimiliardaria verso l’estrazione mineraria in acque profonde si basa su affermazioni esagerate in merito alla scarsità di materiali, ai benefici sociali e ai guadagni economici. Ma lungi dal rispondere a un bisogno reale, l’ultima spinta all’estrazione mineraria in acque profonde è invischiata nei tentativi opportunistici dell’industria di capitalizzare sulla volatilità geopolitica, e di presentarla come un imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti; una mossa che potrebbe aumentare l’insicurezza globale e provocare nuovi conflitti. L’aggiramento del diritto internazionale indebolisce la governance multilaterale e rischia di intensificare la competizione sulle acque contese, intensificando il conflitto nel Pacifico e trasformando i fondali marini internazionali in un’arena per l’estrazione di risorse e la competizione strategica. [&#8230;]</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dallo Studio <em>Mining for War: Assessing the Pentagon’s Mineral Stockpile</em>, Lorah Steichen, 4 dicembre 2025, Transition Security Project. Traduzione a cura di Paginauno. Per l’articolo originale, integrale e completo di note <a href="https://transitionsecurity.org/mining-for-war/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transitionsecurity.org/mining-for-war/</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), <em>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</em>, pag. 52. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA CARCERAZIONE. Morti palestinesi in custodia israeliana: sparizioni forzate, uccisioni sistematiche e insabbiamenti</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-carcerazione-morti-palestinesi-in-custodia-israeliana-sparizioni-forzate-uccisioni-sistematiche-e-insabbiamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:35:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Physicians for Human Rights Israel Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale 94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Physicians for Human Rights Israel</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale</p>
</blockquote>



<p><em>94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e 26 dalla Cisgiordania occupata o possedevano la cittadinanza israeliana. È ciò che denuncia Physiciansfor Human Rights Israel (PHRI), dopo aver incrociato informazioni raccolte dalle istituzioni israeliane (tramite richieste di accesso agli atti), testimonianze di palestinesi incarcerati, dati pubblicatida altre organizzazioni per i diritti umani e segnalazioni dirette – nei casi in cui il PHRI stesso è stato coinvolto nella presentazione di denunce mediche. Risultati che “indicano l’esistenza di una politica ufficiale da parte delle autorità carcerarie israeliane che prende di mira i palestinesi detenuti”, evidenzia il PHRI, “in grave violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto interno e internazionale, e che porta a un numero senza precedenti di morti trai palestinesi in custodia”.</em></p>



<p><em>Physicians for Human Rights Israel è un’organizzazione</em><em>con sede a Tel Aviv, fondata nel 1988 da un gruppo di medici israeliani e oggi supportata da oltre 3.500 membri e volontari; assiste gratuitamente ogni anno più di 20.000 </em><em>persone, fornendo assistenza medica “principalmente</em><em>a migranti, rifugiati e residenti palestinesi in Cisgiordania e Gaza”, attraverso cliniche mobili; allo stesso tempo, si legge sul sito, PHRI lavora per modificare strutture e politiche discriminatorie e abusive nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati. A novembre 2025 esce con il report </em>Deaths of Palestinians in Israeli Custody: Enforced Disappearances, Systematic Killings and Cover-ups, <em>di cui pubblichiamo qui un estratto, con traduzione a cura di Paginauno</em><em>. Il report analizza la “politica di sparizione forzata perseguita e mantenuta dall’esercito israeliano”; “documenta l’uccisione sistematica di palestinesi nei centri di detenzione militari e nelle prigioni gestite dell’Autorità Penitenziaria Israeliana”; e infine “denuncia i tentativi delle istituzioni di Israele di insabbiare le circostanze dei decessi dei detenuti palestinesi”. Pratiche che il PHRI individua come istituzionali: “Il forte aumento del numero di palestinesi morti nelle strutture carcerarie israeliane dal 7 ottobre 2023, rispetto agli anni precedenti, dimostra che, dall’inizio della guerra, l’uccisione di palestinesi in custodia è diventata un ulteriore strumento di Stato per l’oppressione palestinese, [&#8230;] una pratica normalizzata derivata direttamente dalla politica ufficiale dello Stato”. E conclude: “il destino di centinaia di palestinesi di Gaza detenuti dall’esercito israeliano rimane a tutt’oggi sconosciuto&#8230;</em></p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: IL FANATISMO. Rapporto sull’antisemitismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-il-fanatismo-rapporto-sullantisemitismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include Cisgiordania e Gerusalemme, e l’accusa di antisemitismo a qualsiasi critica verso lo Stato di Israele</p>
</blockquote>



<p><em>Tra i ministeri dello Stato di Israele vi è il Ministero per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo (1). Se è comprensibile che una realtà statuale come quella israeliana contempli una simile istituzione, per la storia stessa del popolo ebraico, lascia esterrefatti il fanatismo religioso di cui ne sono intrise la politica e l’operato.</em></p>



<p><em>Settimanalmente tale Ministero opera una schedatura delle cosiddette “proteste anti-israe</em><em>liane significative” in programmazione in diversi</em><em> Paesi (2), contrassegnandole per grado di ri</em><em>schio: “b</em><em>asso (possibilità di lievi disordini/copertura mediatica), medio (potenziale rischio di violenze</em><em> minori/gravi disordini), elevato (probabile coinvolgimento di violenze), molto elevato (probabile verificarsi di violenze significative che </em><em>causano lesioni gravi)”. A titolo di esempio, viene</em><em> etichettata di rischio ‘medio’ “una manifestazione pubblica prevista per il 7 novembre da</em><em>vanti alla sede del Consiglio regionale [della</em><em> </em><em>Sardegna] organizzata dal Comitato sardo di</em><em> solidarietà con la Palestina”, e dettagliata come </em><em>segue: “L’evento invita la presidente Alessan</em><em>dra Todde e il governo regionale della Sardegna a prendere una posizione ferma contro le attività della RWM Italia, un’azienda produttrice di armi di proprietà tedesca con sede a Domusnovas, in Sardegna. La protesta nasce dalle continue critiche rivolte alla RWM per la produzione e l’esportazione di bombe e armi, che sareb</em><em>bero utilizzate in conflitti internazionali, in particolare dall’Arabia Saudita e da Israele”</em><em> (3). Si tratta di una manifestazione che si inscrive nella più vasta attività di protesta, di diversi comitati sardi, contro i progetti di espansione della RWM finalizzati a produrre, in col</em><em>laborazione con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, droni utilizzati dall’IDF; dunque, il</em><em> Ministero per </em><em>la Lotta all’Antisemitismo considera </em><em>“anti-israeliano”</em><em> opporsi alla produzione di armamenti e </em><em>rivendicare una “Sardegna terra di pace e solidarietà” (4).</em></p>



<p><em>Annualmente, lo stesso Ministero pubblica un report ben più corposo intitolato </em>Rapporto sull’Antisemitismo <em>(5</em><em>)</em><em>; l’ultimo – al momento in cui si scrive – è uscito ad aprile 2025 e riporta i dati dei dodici mesi del 2024. Ne riportiamo un estratto, con traduzione a cura di Pa</em><em>ginauno, rimandando al report originale per</em><em> maggiori dettagli e note.</em></p>



<p><em>Due sono gli aspetti che lasciano sconcertati.</em>..</p>



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</div>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Armi nucleari. Una guida introduttiva alle minacce</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/armi-nucleari-una-guida-introduttiva-alle-minacce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:20:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9167</guid>

					<description><![CDATA[Philip Webber, Scientists for Global Responsibility Sappiamo davvero cosa comporta un’esplosione nucleare? Tra retorica, minacce e propaganda torna la corsa agli armamenti atomici e si sdogana l’utilizzo di ‘piccole’ testate, nella credenza che altrettanto ‘piccola’ possa essere la relativa devastazione; un report di Scientists for Global Responsibility fa il punto dettagliando ogni singola conseguenza, umana, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Philip Webber, Scientists for Global Responsibility</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sappiamo davvero cosa comporta un’esplosione nucleare? Tra retorica, minacce e propaganda torna la corsa agli armamenti atomici e si sdogana l’utilizzo di ‘piccole’ testate, nella credenza che altrettanto ‘piccola’ possa essere la relativa devastazione; un report di Scientists for Global Responsibility fa il punto dettagliando ogni singola conseguenza, umana, climatica e sociale</p>
</blockquote>



<p><em>La guerra nucleare è tornata al centro del dibattito pubblico, tra retorica, propaganda e frasi a effetto a uso dei media. All’esplosione di un tale conflitto si fatica a credere, per la distruzione e la morte che porterebbe – com’è possibile anche solo immaginare di innescarlo? – ma sempre più viene ‘sdoganato’ l’utilizzo di ‘piccole’ testate atomiche, nella credenza che altrettanto ‘piccola’ possa essere la devastazione che comporterebbero. Scientists for Global Responsibility, nella firma di Philip Webber, esce con una ‘guida’ alle armi nucleari aggiornata ad agosto 2025 (Creative Commons Licence), che qui pubblichiamo con traduzione a cura di Paginauno. Tutti sappiamo – o crediamo di sapere – che cosa significhi un’esplosione nucleare, ma nel dettaglio, cosa comporta? A breve e a lungo termine, sull’umanità e sul pianeta? Che tipologia di testate atomiche esistono oggi nel mondo, suddivise tra i nove Paesi che le detengono? Può esserci una ‘limitata’ distruzione causata da una o più ‘piccole’ bombe atomiche? La bomba sganciata su Hiroshima contava 15 chilotoni (kT), oggi la Russia ha testate di 800 kT e gli Stati Uniti di 455 kT; il potere distruttivo complessivo delle armi nucleari pronte al fuoco di entrambi i Paesi è pari a 360 volte quello di</em> tutte <em>le bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale. E soprattutto, ci dice Webber, “anche dopo quella che verrebbe considerata una guerra nucleare su piccola scala, le conseguenze sarebbero disastrose in tutto il mondo, ben oltre le zone di conflitto”.</em>..</p>



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		<title>Il parlamentare. Un’autobiografia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-parlamentare-unautobiografia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:15:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne Il parlamentare John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale Il parlamentare (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne <em>Il parlamentare</em> John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale</p>
</blockquote>



<p><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il parlamentare</a><em> (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale. Il protagonista è uno scozzese che, appena tornato dall’India, acquista un seggio in un quartiere ‘marcio’. La sua vicenda trasforma il romanzo in un insuperabile studio sulla corruzione del Parlamento inglese pre-riforma (1832), e sorprende per la sua attualità. Il lettore non faticherà infatti a riconoscere tra le righe gli stessi mali che, a partire dal 1861, affliggono la politica italiana. John Galt ha la capacità di mostrare quale sia la vera funzione di un Parlamento, al di là delle dichiarazioni di facciata sulla retorica democratica.</em></p>



<p><em>Pubblichiamo la Postfazione al romanzo a firma di Carmine Mezzacappa</em><em>.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">John Galt e il suo tempo</h4>



<p class="has-small-font-size">Carmine Mezzacappa</p>



<p>Quando si affronta la lettura di un qualsiasi romanzo, è buona pratica collocarlo nel contesto storico, politico, sociale e culturale del periodo in cui l’autore lo ha scritto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel=" noreferrer noopener"><img decoding="async" width="300" height="452" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg" alt="" class="wp-image-9171" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></figure>
</div>


<p>Sarebbe interessante adottare lo stesso approccio nel caso in cui si volesse spiegare il perché viene tradotto un determinato romanzo straniero, soprattutto quando quel testo contiene temi che sono pertinenti al dibattito in corso nel Paese della lingua di arrivo e offre un confronto dialetticamente costruttivo tra le due culture in questione.</p>



<p><em>Il parlamentare</em>, sebbene ambientato nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, invita a fare alcune riflessioni utili anche riguardo al nostro tempo. È ciò che emerge dalla rappresentazione fatta da Galt del sistema parlamentare che, già alla sua nascita, evidenziava anomalie in contraddizione con i nobili principi su cui si fondava.</p>



<p>Il protagonista, Archibald Jobbry, ex funzionario imperiale in India, torna in Inghilterra con un discreto patrimonio. Oltre ad acquistare una tenuta nella sua amata Scozia, si domanda quali altri investimenti potrebbe fare e non gli dispiace la proposta che gli viene rivolta di comprare il seggio di un deputato stanco di vivacchiare in Parlamento. Ed ecco subito la prima anomalia: la politica concepita come ‘affare’, non come vocazione.</p>



<p>Oggi si levano cori indignati contro il basso livello etico e morale dei politici e attribuiamo questo scadimento al degrado della società contemporanea. In realtà, dal quadro che fa l’autore scozzese si potrebbe dire che ne soffriva anche quel sistema parlamentare britannico che avrebbe posto le fondamenta della democrazia moderna&#8230;</p>



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		<title>I would prefer not to. Conflitto non è solo scontro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-would-prefer-not-to-conflitto-non-e-solo-scontro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" data-type="post" data-id="8994" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Siamo in un periodo di grande trasformazione sociale e di maggiore incertezza rispetto al passato. Gli strascichi della pandemia, i conflitti armati, la riduzione del potere di acquisto delle famiglie, la stagnazione dell’economia […] sono tutti elementi che modificano in modo netto lo scenario. Siamo passati dalle certezze a un’incertezza continua. In questo scenario le aziende devono adeguare i loro posizionamenti” (1); perché “le persone oggi non comprano solo scarpe: cercano significato e visione. Il marketing non è più uno slogan, ma un dialogo continuo. Si passa dal comando netto e quasi autoritario a una domanda che riconosce le paure di insuccesso e l’ansia generazionale” (2). La prima citazione è di Sandro Castaldo, professore ordinario del Dipartimento di marketing dell’università Bocconi; la seconda è della giornalista Brittaney Kiefer, sulla rivista di marketing Adweek. Entrambe si riferiscono alla nuova campagna pubblicitaria della Nike lanciata a metà settembre, che ha visto lo slogan <em>Just</em><em> Do It</em>, coniato nel 1988, trasformarsi nel <em>Why Do It? “</em>Una preoccupazione forte degli italiani in passato era l’ambiente” continua Castaldo, “molti hanno constatato scarsi impatti nella pratica delle politiche ambientali e oggi le preoccupazioni sono altre […] Nell’attuale situazione di incertezza le nuove generazioni hanno bisogno di sapere il perché, ovvero il motivo profondo che dovrebbe spingere all’azione. […] Pertanto le aziende si adeguano cercando di cogliere questa esigenza di pragmatismo e riscontro empirico”.</p>



<p>In poche parole, la frustrazione, l’incertezza per il futuro, l’ansia da prestazione, la delusione, la sensazione di impotenza che le giovani generazioni vivono nell’attuale società capitalistica – sempre più competitiva e passata dal Green New Deal alla propaganda di guerra – vengono incorporate negli slogan pubblicitari e sfruttate, dallo stesso capitalismo che le crea, per alimentare i consumi e la profittabilità del capitale. Un circolo vizioso che intrappola la generazione Z, senza che essa riesca a opporre resistenza. I cosiddetti <em>nativi digitali </em>connessi h24, infatti, si ritrovano, nella gran parte, privi del bagaglio culturale che permetterebbe loro di elaborare un pensiero critico capace di disinnescare la dinamica capitalismo-consumismo, cogliendone i tratti sistemici e le perverse correlazioni. Una mancanza che non è unicamente causata dalla virtualizzazione del mondo prodotta dallo sviluppo digitale, ma di certo smartphone, chat e social hanno reso strutturale un approccio veloce e superficiale là dove prima regnava la lentezza dell’approfondimento, del ragionamento e della trasmissione del sapere. Se questa è la realtà per chi è nato tra la metà degli anni Novanta e il 2010, quella che attende la generazione Alpha rischia seriamente di essere peggiore. Definita la <em>generazione schermo, </em>i cosiddetti <em>screenager</em> sono venuti al mondo tra il 2010 e il 2024, e sono i primi umani che con tablet, smartphone e computer hanno intrattenuto uno stretto e costante rapporto fin dai primi vagiti. Che società stiamo costruendo per loro? Cosa gli consegniamo per difendersi da un futuro di frustrazione, ansia da prestazione, delusione, sensazione di impotenza?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro della generazione Alpha</h4>



<p>“Bambini che sempre più vengono letteralmente calmati, addormentati, svezzati attraverso lo smartphone […] padri che cullano l’infante tenendo sempre lo smarphone in mano. Poi madri che lo allattano mentre guardano lo smartphone. Infine genitori che lo guardano attraverso lo smartphone per fare un filmino dei suoi primi passi. Che cosa cambia in questi sguardi?” si chiede Simone Lanza ne <em>L’attenzione contesa. Come il tempo</em><em> schermo modifica l’infanzia</em> (Armando Editore, 2025)&#8230;</p>



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