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	<title>Ambiente &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 12:20:42 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Ambiente &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>La maledizione dell’innovazione. Il dispendio di tecnologie che si ritiene possano mitigare il cambiamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:15:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[Minh-Hoang Nguyen, Valoree Gagnon, Thanh Tu Tran, Thi Mai Anh Tran Capitalismo vs sapere locale: uno studio applica il GITT per mostrare come, nonostante la loro inefficacia, le innovazioni tecnologiche siano sistematicamente le favorite dalle politiche green, a scapito di pratiche rigenerative che hanno già dimostrato la propria validità ma hanno il &#8216;difetto&#8217; di non [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Minh-Hoang Nguyen, Valoree Gagnon, Thanh Tu Tran, Thi Mai Anh Tran</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Capitalismo vs sapere locale: uno studio applica il GITT per mostrare come, nonostante la loro inefficacia, le innovazioni tecnologiche siano sistematicamente le favorite dalle politiche green, a scapito di pratiche rigenerative che hanno già dimostrato la propria validità ma hanno il &#8216;difetto&#8217; di non prestarsi a essere mercificate</p>
</blockquote>



<p><em>Le società a capitalismo avanzato</em> <em>propongono risposte tecnologiche al cambiamento climatico – per esem</em><em>pio, la cattura e lo stoccaggio del car</em><em>bonio, le bioplastiche e la geoinge</em><em>gneria glaciale – ignorando le soluzioni basate sulla natura e le pratiche rigenerative guidate dalla comunità, radicate nelle conoscenze indigene e locali. La ragione è ovvia: do</em><em>po aver tratto profitto dai processi</em> <em>produttivi che hanno inquinato il pianeta,</em> <em>logica vuole che la medesima dinamica economica venga applicata ai processi che dovrebbero ridurre tale inquinamento. Lo Studio di cui</em> <em>pubblichiamo qui un estratto</em> <em>(1) int</em><em>roduce</em> <em>il concetto di “maledizione dell’innovazione” e il Granular Interac</em><em>tion Thinking Theory (GITT) </em><em>per analizzare come le innovazioni tecnologiche siano sistematicamente favorite, nonostante la loro mancanza di efficacia, e al contempo venga marginalizzato un sapere che ha già dimostrato la propria validità ma, non prestandosi a essere mercificato, diviene incompatibile con i regimi di proprietà intellettuale occidentali e con i modelli di</em> <em>redditività e finanziamento guidati dal mercato.</em>..</p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Estratto dall’articolo Nguyen, MH., Gagnon, V., Tran, T.T. et al. <em>Innovation curse: the wastefulness of technologies believed to mitigate climate change</em>, Humanit Soc Sci Commun 12, 1817 (2025), 24 novembre 2025, Creative Commons Attribution 4.0 International License. Traduzione a cura di Paginauno, per l’articolo originale, completo e con bibliografia vedi Nature.com</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/aumento-della-spesa-militare-e-delle-emissioni-di-gas-serra-cosa-dice-la-ricerca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
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					<description><![CDATA[Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2 Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2</p>
</blockquote>



<p><em>Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma escluso l’impatto delle guerre all’epoca in atto, è stata stimata nel 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Per dare un ordine di grandezza, se l’ambito militare mondiale fosse un Paese, nel 2019 avrebbe avuto la quarta più grande impronta di carbonio del pianeta, superiore a quella della Russia. Eppure, nel dibattito sul cambiamento climatico così come nelle misure orientate a contenerlo, promosse da istituzioni internazionali, sovranazionali – su tutte, l’Unione europea – e nazionali, l’inquinamento prodotto dalla sfera militare viene completamente ignorato. Il report di cui pubblichiamo qui un estratto*, cerca di quantificare </em>l’ulteriore <em>aumento delle emissioni di gas serra che produrrà l’attuale incremento della spesa militare, considerando anche l’orientamento dei Paesi NATO di portarla al 3,5% del Pil – all’interno di un più ampio obiettivo pari al 5%. Incremento in parte già avvenuto. “Tra il 2019 e il 2024 la spesa militare della NATO è cresciuta di circa 200 miliardi di dollari, che si traducono in una stima di circa 64 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), simile alle emissioni territoriali del Bahrein; ulteriori aumenti pianificati porteranno probabilmente a una aggiunta di altri 132 milioni di tCO2e, superiori alle emissioni territoriali del Cile”. Numeri che si sommano a quelli registrati nel 2019 e sicuramente sottostimati, vista la difficoltà a reperire i dati da un ambito, quello militare, che non li rende disponibili – e quando lo fa, sempre parzialmente – e la volontà degli stessi Stati a nasconderli, mentre spingono l’opinione pubblica all’accettazione delle politiche green. Da una parte, dunque, abbiamo la società civile che si impegna a ridurre le emissioni di CO2, dall’altra la politica che lancia una corsa al riarmo che incrementa le medesime emissioni di CO2&#8230;</em></p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal report <em>Military spending rises and greenhouse gas emissions. What does the research say?</em>, Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), settembre 2025. Creative Commons Licence, Attribution-ShareAlike 4.0 International. Traduzione a cura di Paginauno.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Mining for War. Valutazione delle scorte minerarie del Pentagono</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/mining-for-war-valutazione-delle-scorte-minerarie-del-pentagono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Lorah Steichen, Transition Security Project La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Lorah Steichen, Transition Security Project</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale</p>
</blockquote>



<p><em>Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. Da decenni il Pentagono si procura direttamente alcune materie prime essenziali per gli armamenti, attraverso acquisti e meccanismi di stoccaggio, ma l’approvvigionamento era andato diminuendo dopo la fine della guerra fredda; nel 2025, con il Big Beautiful Bill, Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per la gestione di ‘minerali critici’, di cui due milioni specificamente destinati alla National Defense Stockpile del Ministero della Difesa. Lo studio di Lorah Steichen (Transition Security Project), di cui pubblichiamo qui un estratto*, esamina il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, e come la relativa incidenza metta a rischio la transizione energetica globale.</em></p>



<p><em>Che la guerra sia sinonimo di devastazione ambientale, è ovvio. Meno palese è la devastazione indiret</em><em>ta del comparto militare in sé: insieme al report della Scientists for Global Responsibility sulle emissioni di gas serra del settore militare (1), il dato aggiunto da questo studio permette di iniziare a tracciarne le coordinate.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Spinto dalle preoccupazioni relative alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, nel contesto della crescente competizione tra grandi potenze con la Cina, il Pentagono sta accelerando gli sforzi per garantire l’accesso ai cosiddetti minerali critici, essenziali per le industrie militari. Al centro di questa spinta c’è un rafforzato impegno ad accumulare questi materiali all’interno della National Defense Stockpile (NDS) della Defense Logistics Agency (DLA); un aumento di domanda che rischia di distogliere risorse vitali dalle iniziative di decarbonizzazione civile, e di accelerare la competizione militarizzata [&#8230;]. Questo briefing esamina come il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, in particolare attraverso l’accumulo di scorte, metta in discussione la transizione energetica globale. [&#8230;] Una transizione che dipende dall’accesso ai minerali, componenti essenziali delle tecnologie rinnovabili. Le stime suggeriscono che almeno trenta minerali e metalli per la transizione energetica (ETM), come litio, cobalto, grafite e terre rare (REE), costituiscano la base materiale della transizione energetica. Molti di questi stessi materiali vengono utilizzati anche per produrre tecnologie militari: dalle armi a guida di precisione ai sistemi di comunicazione avanzati, fino a un arsenale emergente di tecnologie militari come le piattaforme di guerra autonome basate sull’intelligenza artificiale. Praticamente ogni sistema d’arma moderno si basa su componenti minerali. Il governo degli Stati Uniti si riferisce a questi materiali come “minerali critici”, dove la ‘criticità’ è definita dall’importanza economica o per la sicurezza nazionale, e dalla suscettibilità alle interruzioni dell’approvvigionamento. Tali designazioni autorizzano nuove modalità di intervento statale per garantire l’accesso e la produzione, come il sostegno finanziario, l’accelerazione normativa e altri sforzi di marketcrafting. [&#8230;]</p>



<p>Dati i significativi danni sociali e ambientali associati all’attività estrattiva su larga scala, le risorse minerarie dovrebbero essere indirizzate verso settori socialmente utili. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Catene di approvvigionamento minerario militarizzate</h4>



<p>Il Pentagono è un attore importante nell’acquisizione e nella pianificazione mineraria, poiché esercita un’influenza smisurata sulle catene di approvvigionamento nazionali e nella corsa globale alle risorse. Questa influenza deriva in parte dall’enorme portata delle forze armate statunitensi. Sostenuti da un bilancio annuale di mille miliardi di dollari, gli USA rappresentano quasi il 40% delle spese militari dei Paesi di tutto il mondo, e spendono per la guerra più dei seguenti nove Stati messi insieme. Anche all’interno, la spesa militare assorbe una quota sproporzionata di risorse pubbliche: il Pentagono gestisce oltre la metà della spesa discrezionale federale e quasi due terzi di tutti gli appalti federali, con contratti a imprese private che rappresentano oltre la metà della spesa militare annuale. Nel 2022, il 36% degli appalti del Pentagono è andato a sole cinque aziende private, grandi affaristi della guerra: Boeing, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics e Raytheon. Oltre a questi colossi industriali, il Pentagono acquista una vasta gamma di altri beni e servizi, che vanno dal cibo, al carburante, alle uniformi, alle alte tecnologie di sorveglianza, ai servizi contabili e alle materie prime. Questo vasto sistema di approvvigionamento collega la pianificazione militare statunitense alle frontiere estrattive globali, intensificando la pressione della domanda e influenzando le modalità e le fonti di approvvigionamento.</p>



<p>Oltre alle dimensioni e al budget sproporzionati, il Pentagono esercita autorità uniche rispetto ad altre agenzie, che gli consentono non solo di influenzare le catene di approvvigionamento ma anche di plasmare interi mercati: assorbendo i rischi, indirizzando gli investimenti e creando segnali di domanda che costruiscono una capacità industriale strategica per fini militari. Attraverso meccanismi come lo stoccaggio DLA e il Defense Production Act (DPA), il Pentagono si procura direttamente le materie prime e indirizza gli investimenti verso progetti selezionati di estrazione e lavorazione. Questi poteri conferiscono ai militari la libertà di orientare lo sviluppo industriale, spesso a scapito della supervisione ambientale. Per esempio, l’Ordine Esecutivo del Presidente Trump del 2025 intitolato “Misure immediate per aumentare la produzione mineraria americana”, che invoca il DPA per accelerare lo sviluppo minerario nazionale, prevede la sospensione delle normali verifiche ambientali come richiesto dal National Environmental Policy Act (NEPA).</p>



<p>Secondo una recente analisi dei finanziamenti pubblici statunitensi per progetti minerari, attraverso le autorità di spesa della Defense Logistics Agency il Pentagono ha finanziato o segnalato interesse nel sostenere almeno venti iniziative minerarie negli Stati Uniti e in Canada, per un totale, dal 2023, di quasi un miliardo di dollari. In un esempio lampante di questo ruolo di mercato in espansione, il governo USA si è mosso per acquisire partecipazioni azionarie dirette in società di “minerali critici”, un passo senza precedenti nella moderna politica industriale statunitense. A luglio il Pentagono è diventato il maggiore azionista dell’unica miniera di terre rare degli USA, acquistando 400 milioni di dollari in azioni della società MP Materials e negoziando un accordo di prelievo decennale: un contratto per l’acquisto di una quota fissa della produzione futura, sostenuto da misure di supporto dei prezzi volte a stabilizzare il mercato e garantire i rendimenti. Questo strumento, il primo di una serie di partecipazioni in diverse aziende, non solo plasma le catene di approvvigionamento dei minerali, ma consolida anche il controllo del Pentagono su di esse.</p>



<p>Un’altra espressione del ruolo crescente del Pentagono nelle catene di approvvigionamento minerario è la ripresa, attraverso la DLA, delle pratiche di stoccaggio risalenti alla guerra fredda. [&#8230;] Istituita nel 1961, la Defense Logistics Agency fu creata per centralizzare e semplificare le operazioni di approvvigionamento militare [&#8230;]. Una delle sue funzioni chiave divenne la gestione della National Defense Stockpile (NDS): nata nel 1939, la NDS è una riserva di materie prime non combustibili ritenute essenziali per la sicurezza nazionale. Fin dall’inizio, l’accumulo di scorte è stato dunque esplicitamente legato all’ambito militare: la nozione stessa di ‘criticità’ è emersa in questo contesto, definita dalla funzione strategica di un materiale e dalla sua vulnerabilità agli shock di approvvigionamento; criteri e associazioni bellicose che rimangono fondamentali per le attuali designazioni dei minerali critici.</p>



<p>Sebbene il suo ruolo sia andato diminuendo dopo la guerra fredda, la funzione di stoccaggio della DLA è riemersa, con il Pentagono che cerca di assicurarsi minerali essenziali e di ridurre la dipendenza da fonti straniere, in particolare cinesi. L’agenzia ha iniziato a rivalutare le vulnerabilità dell’approvvigionamento di terre rare già nel 2014, e più recentemente, nel contesto dei flussi di finanziamenti provenienti dal Big Beautiful Bill di Trump, ha annunciato piani per l’acquisto e l’accumulo di una serie di minerali essenziali. In precedenza, nel 2022, i Dipartimenti dell’Energia, dello Stato e della Difesa avevano firmato un accordo interagenzia per iniziare a immagazzinare materiali per “sostenere la transizione degli Stati Uniti verso l’energia pulita e per le esigenze di sicurezza nazionale”, una mossa giustificata dalla volontà di miglioramento “della sicurezza energetica americana e della competitività del XXI secolo”. Tuttavia, [&#8230;] gli esborsi tramite NDS rimangono strutturalmente orientati alle priorità militari [&#8230;].</p>



<p>La ripresa delle pratiche di stoccaggio si è sviluppata parallelamente a un più ampio cambiamento nel modo in cui gli ETM vengono inquadrati nelle informazioni, nelle politiche e nelle comunicazioni di settore. Con una crescente enfasi sull’urgenza, sulla scarsità e sulle incombenti minacce militari, la sicurezza delle catene di approvvigionamento viene sempre più presentata come essenziale per la sicurezza geopolitica e come percorso verso la stabilità economica. Questa impostazione, guidata dalle politiche e dall’industria, promuove una mentalità di “crescita a tutti i costi” che mina la regolamentazione, la definizione di standard, la cooperazione multilaterale, le prospettive a lungo termine e le ampie nozioni di diritti e responsabilità – tutti principi chiave di una giusta transizione energetica. Questa narrazione è in linea con gli interessi materiali delle multinazionali minerarie, dei produttori di armi e di altri stakeholder finanziari, che trarranno profitto dall’estrazione incontrollata sia sotto la bandiera della sicurezza nazionale, sia sotto quella della transizione energetica. Sebbene non vi sia una carenza immediata della maggior parte degli ETM, la domanda militare rischia di distogliere i materiali dalle esigenze civili di decarbonizzazione e di gonfiare le proiezioni di domanda a lungo termine; una dinamica che rischia di accelerare l’espansione mineraria, anche in assenza di scarsità a breve termine.</p>



<p>Inoltre, l’estrazione ha costi ambientali e sociali profondi. In assenza di solidi sistemi di riciclo, la crescente domanda stimola nuove iniziative minerarie in un settore globale noto per le disastrose violazioni dei diritti ambientali, umani, dei lavoratori e delle popolazioni indigene. Le attività minerarie spesso radono al suolo interi ecosistemi, generando enormi volumi di rifiuti tossici e contaminando il suolo e l’acqua: un inquinamento che può persistere a lungo dopo la chiusura della miniera, con implicazioni disastrose per la salute umana e ambientale. I danni inflitti nei siti in cui vengono estratte le materie prime per le armi, prefigurano modelli di devastazione ecologica e crisi di salute pubblica simili a quelli che si verificano in ogni fase del ciclo di vita di un’arma, dalla produzione e collaudo fino all’impiego e allo smaltimento. In altre parole, la devastazione ecologica e le eredità tossiche causate dalle tecnologie militari iniziano con l’estrazione delle materie prime, e persistono in ogni fase del loro ciclo di vita distruttivo.</p>



<p>La fusione di minacce geopolitiche e interessi commerciali, utilizzata per giustificare la crescente domanda da parte dell’esercito di minerali cosiddetti critici e dual use, riflette anche un problema più ampio: dirottare i materiali da usi civili essenziali, come le infrastrutture per le energie rinnovabili, rischia di rallentare gli sforzi di decarbonizzazione, in un momento in cui un’azione rapida è fondamentale. Inoltre, l’accumulo di scorte alimenta una pericolosa dinamica di competizione militare, nella quale l’accesso ai materiali diventa una corsa geopolitica decisa con la forza piuttosto che una risorsa condivisa per la transizione energetica globale. Accaparrandosi questi materiali per alimentare la macchina da guerra, il Pentagono non solo prosciuga le risorse necessarie per soluzioni climatiche urgenti, ma perpetua anche un ciclo distruttivo di militarismo che mina la pace e la sostenibilità globali, escludendo al contempo le funzioni civili del governo federale. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crescente riserva mineraria militare</h4>



<p>I materiali descritti in questo briefing riflettono le priorità e le tendenze emergenti in materia di stoccaggio, nonché la loro rilevanza sia per le catene di approvvigionamento militari che per le tecnologie civili per l’energia pulita. Questa analisi esamina le recenti attività di approvvigionamento della DLA, con particolare attenzione alle aggiudicazioni di contratti e alle richieste di appalto relative ai minerali critici, come elencati dal Sistema di Gestione degli Appalti del governo federale.</p>



<p>[&#8230;] Una parte significativa dei materiali utilizzati per produrre armamenti e altre infrastrutture militari passa attraverso produttori di armi privati, le cui attività sono in gran parte tenute nascoste al controllo pubblico. Questo flusso di materiali verso le infrastrutture militari – compresi sistemi di sorveglianza, piattaforme d’arma e macchine da guerra alimentate a combustibili fossili – rimane in gran parte non documentato. Non esiste una contabilità pubblica della domanda militare di minerali chiave essenziali per la transizione energetica. Questa mancanza di trasparenza costituisce una grave lacuna di rendicontazione [&#8230;].</p>



<p>Nonostante queste limitazioni, l’analisi delle recenti attività della Defense Logistics Agency dimostra l’emergere di priorità nello stoccaggio di minerali dual use, evidenziando il ruolo dell’esercito statunitense nelle catene di approvvigionamento vitali per le tecnologie militari e di transizione energetica. La DLA immagazzina circa 48 minerali e leghe in sei depositi negli Stati Uniti. Il Big Beautiful Bill di Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per minerali essenziali, di cui due milioni di dollari specificamente per la National Defense Stockpile. La tabella 1 (pag. 69) descrive i contratti e le richieste di stoccaggio DLA a partire dall’approvazione del disegno di legge.</p>



<p>Come indicato nella tabella 1, molti dei materiali inclusi nelle recenti attività di stoccaggio della Defense Logistics Agency non sono materiali tipicamente considerati essenziali per la transizione energetica. [&#8230;] Tuttavia, potrebbero essere utilizzati per supportare la rapida implementazione di tecnologie per le energie rinnovabili, e così promuovere obiettivi di decarbonizzazione più ampi. Il cobalto e la grafite, per esempio, sono ETM chiave, ampiamente utilizzati nelle tecnologie delle batterie che alimentano i veicoli elettrici e consentono l’accumulo di energia su larga scala. La quantità di cobalto e grafite che la DLA ha recentemente richiesto per la riserva di difesa nazionale potrebbe essere destinata a produrre oltre 100.000 autobus elettrici, una quota sostanziale della flotta necessaria per riordinare il sistema di trasporto statunitense e dare priorità al trasporto pubblico elettrificato, contro la dipendenza dalle automobili. Oggi sono meno di 6.500 gli autobus elettrici in circolazione in tutto il Paese.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="1003" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg" alt="" class="wp-image-9341" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Inoltre, l’accumulo di energia a batteria su scala di rete, che svolge un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della rete elettrica immagazzinando e distribuendo l’energia in eccesso proveniente da fonti rinnovabili variabili come l’eolico e il solare, dovrà crescere in modo significativo per supportare la transizione energetica. Allo stesso tempo, i sistemi di accumulo a batteria richiedono un elevato consumo di minerali. Rispetto alle 1.015,23 tonnellate di cobalto destinate allo stoccaggio delle batterie nel 2024, le quasi 7.500 tonnellate destinate alla riserva della Defense Logistics Agency potrebbero essere utilizzate per produrre 80,2 gigawattora di capacità delle batterie, ovvero più del doppio dell’attuale capacità di stoccaggio energetico. [&#8230;]</p>



<p>La domanda militare di minerali di transizione potrebbe anche innescare nuove forme di distruzione ecologica, accelerando pratiche estrattive dannose. L’estrazione mineraria in acque profonde, un metodo relativamente poco testato per estrarre metalli dai fondali oceanici, sta guadagnando terreno a livello globale, nonostante le diffuse preoccupazioni sui rischi ambientali e sui benefici non dimostrati. Nel marzo 2025, il governo statunitense ha intensificato la ricerca di estrazione mineraria in acque profonde, stringendo una partnership con The Metals Company (TMC) per esplorare commercialmente l’attività mineraria nei fondali marini internazionali. Gli USA hanno giustificato la mossa definendola necessaria per garantire le catene di approvvigionamento per le tecnologie militari e l’autonomia strategica, aggirando al contempo i negoziati multilaterali in corso. La partnership è stata seguita da un ordine esecutivo che segnalava l’intenzione di “ripristinare il predominio americano sui minerali e sulle risorse critiche offshore”.</p>



<p>La spinta multimiliardaria verso l’estrazione mineraria in acque profonde si basa su affermazioni esagerate in merito alla scarsità di materiali, ai benefici sociali e ai guadagni economici. Ma lungi dal rispondere a un bisogno reale, l’ultima spinta all’estrazione mineraria in acque profonde è invischiata nei tentativi opportunistici dell’industria di capitalizzare sulla volatilità geopolitica, e di presentarla come un imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti; una mossa che potrebbe aumentare l’insicurezza globale e provocare nuovi conflitti. L’aggiramento del diritto internazionale indebolisce la governance multilaterale e rischia di intensificare la competizione sulle acque contese, intensificando il conflitto nel Pacifico e trasformando i fondali marini internazionali in un’arena per l’estrazione di risorse e la competizione strategica. [&#8230;]</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dallo Studio <em>Mining for War: Assessing the Pentagon’s Mineral Stockpile</em>, Lorah Steichen, 4 dicembre 2025, Transition Security Project. Traduzione a cura di Paginauno. Per l’articolo originale, integrale e completo di note <a href="https://transitionsecurity.org/mining-for-war/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transitionsecurity.org/mining-for-war/</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), <em>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</em>, pag. 52. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lobby nell’Unione europea. L’industria chimica e la proposta che vuole vietare i PFAS</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lobby-nellunione-europea-lindustria-chimica-e-la-proposta-che-vuole-vietare-i-pfas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[salute umana]]></category>
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					<description><![CDATA[Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le azioni delle lobby per seppellire la proposta Ue che mira all’eliminazione delle sostanze tossiche e la condiscendenza della Commissione europea: un Report mette in luce la pratica sistemica di lobbying all’interno della Ue</p>
</blockquote>



<p><em>23.000 siti contaminati da PFAS solo in Europa, con 20 stabilimenti di produzione e oltre 2.100 siti considerati “hotspot PFAS”. Ma ciò che ormai sappiamo è che i PFAS sono ovunque. P</em><em>erfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) sono una classe di sostanze chimiche </em><em>utilizzate fin dagli anni Quaranta per realizzare rivestimenti e prodotti resistenti al calore, all’olio, alle macchie, al grasso e all’acqua. Oggi si trovano in migliaia di prodotti o semilavorati, dagli impermeabili alle pentole, dai cosmetici ai frigoriferi, dagli schermi degli smartphone alla vernice murale, dai mobili ai condizionatori d’aria. P</em><em>ersistono nell’ambiente e si bioaccumulano negli esseri umani e negli animali. L</em><em>a Health and Environment Alliance ha collegato l’esposizione ai PFAS al cancro ai reni e ai testicoli, all’ipertensione e alla preeclampsia, alle malattie della tiroide, ai danni al fegato, al ridotto peso e dimensioni del neonato alla nascita, a effetti sul sistema immunitario e all’alterazione ormonale. Dodici società dominano il mercato: 3M, AGC Inc., Ar</em><em>chroma, Arkema, BASF, Bayer, Chemours, Daikin, Honeywell, Merck Group, Shandong Dongyue Chemical e Solvay (1). “Le</em><em> aziende sapevano che i PFAS erano «altamente tossici se inalati e moderatamente tossici se ingeriti» già nel 1970, quarant’anni prima della comunità di sanità pubblica” documenta una ricerca uscita su PubMed a giugno 2023 (2), “e hanno utilizzato diverse strategie per influenzare la scienza e la regolamentazione, in particolare sopprimendo la ricerca sfavorevole e distorcendo il discorso pubblico; strategie che si sono dimostrate comuni al settore del tabacco e dei prodotti farmaceutici”.</em></p>



<p><em>Il 14 gennaio scorso Corporate Europe Observatory esce con </em>Chemical reaction. Inside the corporate fight against the EU’s PFAS restriction<em>, di cui pubblichiamo qui uno stralcio con traduzione a cura di Paginauno (3). Il documento denuncia dettagliatamente le azioni delle lobby legate al settore dei PFAS, mirate a non fare approvare la normativa Ue che propone la totale abolizione della produzione, della vendita e dell’utilizzo dei PFAS in Europa; contemporaneamente, mostra quanto questa pressione stia avendo successo, in particolare sulla Commissione europea, la quale è passata dal promuovere “un ambiente privo di inquinamento da PFAS” al chiedere una maggiore “chiarezza” sulla tossicità dei PFAS (!) – sulla stessa linea anche il Rapporto Draghi “Il futuro della competitività europea”, presentato a settembre 2024.</em></p>



<p><em>In realtà, l’analisi di Corporate Europe Observatory rivela molto di più. Mette in luce una pratica sistemica di lobbying, che possiamo trasferire anche ad altri attori. Nel 2024 (4), Big Tech ha dichiarato un budget relativo alle attività di lobby in Unione europea pari a 67 milioni di euro, il più alto per settore economico; a seguire Banche&amp;Finanza, con quasi 54 milioni, Energia e Chimica&amp;Agroalimentare entrambi con 45 milioni, e le Associazioni Industriali Intersettoriali BusinessEurope e Bundesverband der Deutschen Industrie con più di 26 milioni (Grafico pag. 65, a cura di Paginauno). Fino a quando non ragioneremo tenendo sempre a mente i dati e l’influenza delle lobby, non avremo il quadro generale delle decisioni prese dalla classe politica.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-4be7f9a442655822201bd616ea65d14d">SOMMARIO</h4>



<p>La proposta dell’Unione europea di limitare i PFAS, soprannominati <em>forever chemicals</em>, “sostanze chimiche eterne”, rischia seriamente di essere dirottata dalle lobby aziendali, europee e mondiali, che stanno prendendo di mira la Commissione Ue per proteggere le loro sostanze PFAS, i loro prodotti, le loro attrezzature e i loro profitti; e questo nonostante le prove schiaccianti delle disastrose conseguenze dell’inquinamento causato dai PFAS per la salute umana e l’ambiente. Ci sono, oltretutto, indicazioni molto preoccupanti sul fatto che la Commissione stia pianificando di realizzare ciò che l’industria desidera&#8230;</p>



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		<title>Carne coltivata o cibo di Marte</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/carne-coltivata-o-cibo-di-marte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8580</guid>

					<description><![CDATA[Benessere animale, sicurezza alimentare e ridotto impatto ambientale sono i temi con cui viene promossa la carne coltivata: non è così. Quali sono i reali interessi, quale l’approccio tecnologico e chi finanzia la ricerca di un cibo destinato ai ricchi e ai viaggi spaziali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Benessere animale, sicurezza alimentare e ridotto impatto ambientale sono i temi con cui viene promossa la carne coltivata: non è così. Quali sono i reali interessi, quale l’approccio tecnologico e chi finanzia la ricerca di un cibo destinato ai ricchi e ai viaggi spaziali</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La macchina ha trasformato ciò che c’è di più immediato per l’uomo, la sua casa, il suo mobilio, il suo nutrimento.”<br>Jacques Ellul, <em>La tecnica rischio del secolo</em></pre>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della carne</h4>



<p>Nella città-prefettura di Ezhou in Cina svetta un grattacielo di 26 piani conosciuto come “pig palace” (1). Si tratta del più grande allevamento di maiali al mondo che, al pieno della sua capacità, può mandare al macello fino a 1,2 milioni di suini l’anno. Questi maiali occupano le fila degli oltre 80 miliardi di animali uccisi annualmente per la produzione di carne, escludendo quelli morti durante il processo di allevamento (2). Tali numeri sono presto spiegati dai dati circa il consumo di carne pro capite pari, nel 2022, a 70,57 kg in Cina, 122,8 kg negli Stati Uniti, 73,58 kg in Italia (3); quantità destinate a crescere. Secondo la FAO (4), infatti, in vista dell’aumento della popolazione mondiale (5), la produzione annuale di carne dovrà crescere di oltre 200 milioni di tonnellate, per raggiungere i 470 milioni di tonnellate.</p>



<p>Tutto ciò si traduce anche in consumo di suolo e inquinamento. Il 70% del terreno agricolo è occupato da animali da allevamento o da colture destinate a foraggiare gli animali, come quelle del mais e della soia, i principali ingredienti dei mangimi. A livello mondiale, il Brasile rappresenta uno dei massimi fornitori di soia, un primato che ha fatto sì che per favorire la monocoltura del legume sia stato devastato il Cerrado (situato nell’altopiano del Brasile), considerato la savana con la più alta biodiversità al mondo (6). Spostando lo sguardo sul nostro territorio, è l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) a dichiarare che gli allevamenti intensivi sono la causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca in Italia e la seconda fonte di polveri sottili nel Paese (7).</p>



<p>Questo scenario ci mette davanti al rischio reale di non poter più seguire gli attuali standard di produzione e consumo di prodotti di origine animale, possibilità rispetto alla quale è stata presentata una soluzione: la carne coltivata in laboratorio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove il piatto è servito</h4>



<p>È il 1931 quando Winston Churchill in un saggio breve intitolato <em>Fifty Years Hence,</em> pubblicato sulla rivista <em>Strand Magazine,</em> immagina un mondo in cui si faranno crescere solo le parti commestibili di un animale in ambienti speciali e paventa l’idea di nuovi cibi: “Sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero per mangiare il petto o l’ala, coltivando queste parti separatamente in un mezzo adatto. In futuro, naturalmente, useremo anche cibo sintetico. [&#8230;] I nuovi cibi saranno fin dall’inizio praticamente indistinguibili dai prodotti naturali e qualsiasi cambiamento sarà così graduale da sfuggire all’osservazione” (8). Le parole di Churchill sembrano anticipare quello che avviene nel 2013 quando Mark Post, ingegnere olandese dell’Università di Maastricht, presenta alla stampa il primo hamburger ottenuto dalle cellule staminali di una mucca: 250.000 euro il prezzo stimato, cifra che teneva conto dei costi degli esperimenti e dell’uso delle strumentazioni (9).</p>



<p>Ma cosa s’intende per carne coltivata?&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Geoingegneria solare. L’ultima follia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/geoingegneria-solare-lultima-follia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[decouplink]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[geoingegneria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7506</guid>

					<description><![CDATA[La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" data-type="post" data-id="7492" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nell’aprile 2022, in Bassa California (Messico), Luke Iseman, cofondatore e amministratore delegato della società Make Sunsets, inietta alcuni grammi di anidride solforosa in due palloni meteorologici e li lancia nella stratosfera: obiettivo dichiarato è ridurre il riscaldamento globale tramite la tecnica di geoingegneria solare conosciuta come SAI (Stratospheric Aerosol Injection). L’azione in sé è poco più di una trovata pubblicitaria, come riconosce lo stesso Iseman alla rivista del MIT (1): a bordo non erano state infatti installate apparecchiature di monitoraggio, non si sa dove siano finiti i palloni né quale impatto abbiano avuto le particelle di diossido di zolfo. È un atto “in parte imprenditoriale e in parte provocatorio” afferma Iseman, che mira “a stimolare il dibattito pubblico e a far avanzare un ambito scientifico [la geoingegneria solare] che ha dovuto affrontare grandi difficoltà nel portare avanti esperimenti sul campo”. In compenso, l’azienda già mette in vendita “crediti di raffreddamento” a 10 dollari, dichiarando sul proprio sito (2) che un grammo di anidride solforosa compensa l’effetto di riscaldamento di una tonnellata di carbonio per un anno. Intervistati dal MIT Technology Review, Shuchi Talati, studioso di geoingegneria solare presso l’American University, sottolinea che “nessuno può vendere in modo credibile crediti che pretendono di rappresentare un risultato per grammo così specifico”, e David Keith, considerato uno dei maggiori esperti mondiali di geoingegneria solare, evidenzia che “la quantità di materiale in questione – meno di 10 grammi di zolfo per volo – non rappresenta alcun reale pericolo ambientale”. Siamo quindi davanti a una pagliacciata – i due soci della startup si descrivono come “autodidatti che prendono l’iniziativa” – che evidenzia tuttavia un aspetto non secondario: l’interesse del capitale privato per l’implementazione della geoingegneria solare. La quale, dopo il settore della transizione ecologica e digitale, potrebbe essere un altro nuovo, futuro, mercato dove fare profitti.</p>



<p>Ma andiamo con ordine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">SRM e SAI: cosa sono</h4>



<p>Secondo il Report rilasciato da “IPCC Expert Meeting on Geoengineering” (3), riunitosi a Lima (Perù) nel giugno 2011 con l’obiettivo di porre le basi della discussione sulla geoingegneria per il Quinto Rapporto di Valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), “il concetto di geoingegneria può essere fatto risalire agli anni ‘60, con un documento statunitense che richiedeva la ricerca sulle «possibilità di determinare deliberatamente cambiamenti climatici compensativi» rispetto alle emissioni di CO<sub>2</sub> […] Da allora, il termine si è evoluto considerevolmente, arrivando a comprendere una varietà ampia e non ben definita di concetti per modificare intenzionalmente il clima della Terra su larga scala”, compresa la cattura e stoccaggio di anidride carbonica.</p>



<p>Negli ultimi anni la discussione scientifica si è concentrata sulla Modificazione della Radiazione Solare (Solar Radiation Modification, SRM), che include tecniche diverse miranti a contrastare il riscaldamento climatico abbassando la temperatura terrestre, attraverso la riduzione dell’assorbimento di radiazione solare. Sono principalmente tre: lo schiarimento delle nuvole marine – introducendo aerosol di sale marino – con conseguente aumento della loro riflettività (Marine Cloud Brightening, MCB); l’assottigliamento dei cirri, tramite iniezione di particelle nucleanti del ghiaccio, che dovrebbe ridurre le nuvole alte che intrappolano la radiazione infrarossa emessa dalla Terra, consentendole di fuoriuscire nello spazio (Cirrus Cloud Thinning, CCT); infine la tecnologia più studiata, l’introduzione di particelle riflettenti nella stratosfera (Stratospheric Aerosol Injection, SAI). Quest’ultima idea nasce da un parallelismo con le eruzioni vulcaniche, in particolare quella del Monte Pinatubo del 1991, che – si legge nel recente Report dell’UNEP (l’organizzazione ONU per l’ambiente) “One Atmosphere: an independent expert review on Solar Radiation Modification research and deployment”, pubblicato a febbraio 2023 (4) – “ha causato un raffreddamento medio annuale globale di circa 0,3-0,5°C nei due anni successivi”; si stima quindi che “tassi di iniezione continua di 8-16 Tg (teragrammi, corrispondenti a milioni di tonnellate, <em>n.d.r.</em>) di anidride solforosa all’anno (approssimativamente equivalenti alla quantità stimata di iniezione del Monte Pinatubo nel singolo anno 1991) ridurrebbero la temperatura media globale di 1°C. Un’implementazione operativa del SAI potrebbe essere ampliata per produrre un raffreddamento globale di 2-5°C, anche se con rendimenti decrescenti a tassi di iniezioni più elevati”. Insomma, si tratta di immettere zolfo nella stratosfera, che trasformandosi in aerosol di solfati riflette la luce solare, in un processo opposto all’effetto serra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I timori di IPCC e UNEP</h4>



<p>Tutti i documenti che si occupano di SRM, siano essi di IPCC o di UNEP, affermano in sostanza le medesime cose. In sintesi: l’SRM non affronta le cause del cambiamento climatico, quindi non può essere la risposta; i rischi umani e ambientali connessi sono ancora in parte sconosciuti; è una strada lunga decenni e non si può intraprendere per poi cambiare idea, perché l’interruzione improvvisa della geoingegneria solare causa danni certi.</p>



<p>Per entrare maggiormente nel dettaglio, prendiamo il recente Report dell’UNEP sopra citato. Vi si legge che “l’SRM non riduce le emissioni di gas serra e non affronta le cause del cambiamento climatico di origine antropica”, quindi in caso di implementazione “continueranno gli altri danni ambientali [non connessi all’aumento delle temperature globali] derivanti dall’incremento delle concentrazioni di CO<sub>2</sub> e altri gas serra”. La sua applicazione sarà dunque, “nella migliore delle ipotesi, una misura temporanea che potrebbe operare in parallelo con misure di mitigazione progettate per raggiungere emissioni globali nette di CO<sub>2</sub> pari a zero o negative”. Si pone tuttavia il problema del cosiddetto “rischio morale”, ossia che la ricerca sull’SRM possa ridurre gli incentivi per mitigare le emissioni di gas serra, “distogliendo risorse finanziarie, politiche o intellettuali dagli sforzi di mitigazione e adattamento”.</p>



<p>Rischi: “La ricerca scientifica sugli impatti delle potenziali implementazioni dell’SRM sui sistemi umani e naturali è limitata. Le valutazioni pubblicate sulla resa dei raccolti e sulla produttività dell’ecosistema terrestre sono poche. […] Mancano inoltre valutazioni esaustive sugli impatti della diffusione dell’SRM sulla salute umana (per esempio esposizione ai raggi UV, piogge acide e inquinamento atmosferico)”; in particolare, l’implementazione del SAI “influenzerebbe la chimica e la dinamica della stratosfera, […] il recupero del buco dell’ozono antartico potrebbe essere ritardato di un paio di decenni e il buco dell’ozono potrebbe diventare più profondo nei primi dieci anni di dispiegamento del SAI”.</p>



<p>Durata: “Per essere efficace, l’implementazione dell’SRM dovrebbe essere mantenuta continuamente per decenni o più”, e se la SAI fosse “interrotta improvvisamente, il riscaldamento precedentemente mascherato si manifesterebbe entro pochi anni […] ciò potrebbe produrre gravi effetti negativi sugli ecosistemi e sulla biodiversità, aumentando i rischi di estinzione per migliaia di specie”: è quello che il Report definisce “shock da conclusione”.</p>



<p>Infine, preoccupazioni considerate “fondamentali” investono la regolamentazione e la governance mondiale della sperimentazione e implementazione della geoingegneria solare, oggi del tutto assenti; l’obiettivo è evitare rischi geopolitici “di conflitti internazionali a causa degli effetti transfrontalieri” – gli esiti dell’SRM non si fermano certo ai confini dello Stato che la applica – o per “divergenze di opinione su se, e quale tipo o quantità di SRM sarebbe da dispiegare”; i bassi costi stimati, poi, potrebbero portare l’implementazione di SRM alla portata “di attori non statali”. Nell’assenza di una regolamentazione, insomma, chi “finanzierà e controllerà lo sviluppo e l’implementazione delle tecnologie SRM”?, si chiede l’UNEP. Occorre trovare un accordo globale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’approccio rischio vs rischio</h4>



<p>Quanto sopra citato, porterebbe a concludere che IPCC e UNEP scartino l’eventualità dell’applicazione della SRM, ma non è così. Forse perché due aspetti la rendono ‘irresistibile’: la rapidità con cui potrebbe diminuire la temperatura terrestre e, come già accennato, il suo costo. “L’SRM è l’unico approccio conosciuto che potrebbe essere utilizzato per raffreddare la Terra entro pochi anni” afferma l’UNEP, e “sebbene non esista la tecnologia per iniettare grandi quantità di precursori di aerosol all’altitudine richiesta [tecnica SAI], non è stato individuato alcun ostacolo tecnico di rilievo”: tempo dieci anni, stimano alcuni scienziati, e si potrebbe essere operativi, con un costo oltretutto decisamente abbordabile: “circa 20 miliardi di dollari all’anno per 1°C di raffreddamento”. Ed ecco che la porta della geoingegneria solare potrebbe essere aperta.</p>



<p>Continua infatti il Report 2023 dell’organizzazione ONU per l’ambiente: “Le azioni e gli impegni attuali non sono ancora sufficienti per raggiungere gli obiettivi di temperatura dell’accordo di Parigi. Questa situazione ha portato a un crescente interesse nel comprendere se un’implementazione operativa su larga scala di modificazione della radiazione solare (SRM) potrebbe essere in grado di aiutare a proteggere gli esseri umani e gli ecosistemi da cui dipende l’umanità. Il gruppo di esperti ritiene che un’implementazione dell’SRM su larga scala nel breve e medio termine non sia attualmente giustificata e non sarebbe saggia.<em> Questa visione potrebbe cambiare se l’a</em><em>zione per il clima restasse insufficiente</em>”. Dunque, se non si riuscirà a mantenere l’aumento della temperatura terreste al di sotto dei 2° e a circoscriverlo a 1,5° rispetto ai livelli preindustriali – ed è la strada che stiamo percorrendo a grandi falcate, come vedremo – la geoingegneria solare potrebbe essere applicata. “Se la mitigazione sarà ritenuta insufficiente,” conclude il Report dell’UNEP, “l’implementazione dell’SRM potrebbe essere l’unica opzione praticabile rimasta per evitare il superamento della temperatura e garantire il raggiungimento dell’obiettivo dell’accordo di Parigi”.</p>



<p>E i rischi legati alla SRM?, viene da chiedersi. L’esposizione ai raggi UV, le piogge acide, l’inquinamento atmosferico, l’allargamento del buco dell’ozono&#8230; e tutto ciò che non sappiamo preventivare come conseguenza dell’alterazione della chimica e della dinamica della stratosfera? Nulla sparisce, ovviamente. È lo sguardo con cui viene valutato, a mutare. I rischi non sono più soppesati di per sé, ma in rapporto ai rischi connessi al riscaldamento globale. Scrive infatti la stessa IPCC, già nello Studio del 2011 sopra citato: “Per valutare i rischi, i rischi potenziali legati all’attuazione dell’SRM verrebbero valutati insieme ai rischi potenziali di altri scenari di cambiamento climatico”. In teoria, due piatti della bilancia, quale pesa di più; in pratica, una roulette russa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il mandato del Congresso statunitense</h4>



<p>Sulla stessa linea l’UNEP, che nel Report del febbraio 2023 propone dunque l’avvio di una discussione per una governance globale su ricerca, sperimentazione sul campo e applicazione su larga scala della geoingegneria solare.</p>



<p>Dopo pochi mesi, a giugno 2023, il Congresso USA si muove sul solco dell’organizzazione ONU per l’ambiente, e dà mandato (5) all’Ufficio per le Politiche Scientifiche e Tecnologiche (OSTP) di fornire “un piano di ricerca [quinquennale] per interventi solari e altri interventi rapidi sul clima” e “un quadro di governance” correlato. In realtà, diverse agenzie federali degli Stati Uniti sono già impegnate nella ricerca SRM da molti anni – si legge nella direttiva del Congresso – ma sembra mancare quel coordinamento generale che viene ora imposto con questo mandato. Le tecniche su cui si concentra la direttiva – e sulle quali fa il punto dello stato dell’arte, citando diversi studi scientifici – sono il SAI e lo schiarimento delle nuvole marine (MCB); l’approccio alla potenziale implementazione è il medesimo di IPCC e UNEP: rischio vs rischio.</p>



<p>Tralasciando i dati in comune con i Report già analizzati, e focalizzandoci sui rischi, il mandato del Congresso USA riconosce innanzitutto che “quasi tutti [i rischi] sono poco conosciuti e alcuni di essi sono sconosciuti”. Questo perché “l’attuale serie di potenziali metodi SRM non si limiterebbe a negare (compensare esplicitamente) tutti gli impatti attuali o futuri dei cambiamenti climatici indotti da un aumento delle concentrazioni atmosferiche di gas serra, ma introdurrebbe un ulteriore cambiamento (un’alterazione dell’energia solare, su scala determinata dal particolare metodo SRM applicato) al complesso sistema climatico esistente, con ramificazioni che ora non sono ben comprese”. Si ipotizzano: variazioni nella circolazione e nella chimica della stratosfera (buco dell’ozono compreso) “in modi che possono portare a impatti su scala stagionale come eventi di siccità estrema o precipitazioni più frequenti”; cambiamenti sulla vegetazione terrestre, le barriere coralline, la biodiversità, la produzione agricola; cambiamenti nei modelli di precipitazione e di variabilità climatica; innalzamento del livello del mare; acidificazione e produttività degli oceani con impatto “sulle alghe e i conseguenti risultati per le catene alimentari marine”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="404" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85.jpg" alt="" class="wp-image-9063" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sebbene siano noti alcuni effetti sul clima dell’implementazione del SAI in base a determinati scenari (indicati con + per i probabili aumenti, &#8211; per le diminuzioni, Δ per indicare il cambiamento), gli effetti sui sistemi ecologici sono in gran parte sconosciuti (indicati con ?). Tali cambiamenti biotici e abiotici varierebbero nelle diverse regioni terrestri e dipenderebbero dallo scenario SAI implementato. Fonte: AAVV, <em>Potential ecological impacts of climate intervention by reflecting sunlight to cool Earth</em>, dicembre 2020, <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1921854118" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1921854118</a></figcaption></figure>
</div>


<p>In merito alla tecnica SAI, il documento del Congresso cita, tra altri, uno Studio del 2020 dall’emblematico titolo “Ciò che sale deve scendere: impatti della deposizione dei solfati in uno scenario di geoingegneria” (6), che sottolinea come “l’iniezione deliberata di zolfo nella stratosfera per formare aerosol di solfato stratosferico, emulando i vulcani, si tradurrà nella deposizione di solfato in superficie”, portando a un aumento dell’acidità del suolo che potrebbe “influenzare la resa dei raccolti e il loro valore nutrizionale”; inoltre, anche “gli impatti della diffusione della luce solare potrebbero avere effetti negativi sulla crescita delle colture, annullando i benefici derivanti dalla limitazione dell’aumento della temperatura globale”; infine, “le prove derivanti dalle eruzioni vulcaniche suggeriscono che il dispiegamento asimmetrico del SAI altera i cicli idrologici, può indebolire i monsoni estivi indiani e ridurre le precipitazioni del Sahel, contribuendo alla siccità e al conseguente disastro umanitario”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’accoppiata rovinosa</h4>



<p>Le sensazioni che prevalgono, leggendo i Report sopra citati, sono l’incredulità e lo sgomento; il pensiero va al concetto di hybris, per tentare di comprendere, ma è una risposta parziale.</p>



<p>A luglio 2023 Jim Skea, presidente dell’IPCC, dichiara che il mancato raggiungimento degli obiettivi di Parigi è, praticamente, una certezza: “I colleghi che lavorano al Working Group 1 sulla scienza fisica dei cambiamenti climatici sono molto chiari sul fatto che raggiungeremo un aumento delle temperature globali di 1,5° attorno al 2030, o nella prima parte degli anni ‘30”. Si definisce anche ottimista, affermando che quando accadrà, “nello scenario migliore potremo iniziare ad abbassare di nuovo la temperatura globale sotto quella soglia”, applicando rapidamente le politiche indicate dall’ultimo rapporto IPCC: taglio del metano, blocco della deforestazione, ripristino di ecosistemi, modifica del sistema alimentare – con focus sugli allevamenti intensivi – sfruttamento delle energie rinnovabili, stop al carbone (7). Lasciamo a Skea l’ottimismo (della volontà), ed entriamo nel pessimismo della ragione.</p>



<p>La classe dirigente politica ed economica che trae vantaggio dall’attuale sistema economico e sociale, è chiaramente disposta a tutto piuttosto che modificare, anche solo parzialmente, il sistema stesso. Lo ha dimostrato sin dall’introduzione del concetto di ‘sviluppo sostenibile’, nato nel 1987 dal Rapporto Brundtland della Commissione ONU sull’Ambiente e lo Sviluppo, con l’intenzione di integrare la crescita economica e la tutela dell’ambiente. Da anni questo scenario è messo in discussione da diversi Studi, non ultimo un’ampia analisi pubblicata su queste pagine che, dati alla mano, nega che il decouplink (il disaccoppiamento tra crescita economica e danni ambientali) sia una prospettiva realistica, concludendo sulla necessità di iniziare a parlare di decrescita (8). Una parola tabù per il capitalismo, ovviamente, che si regge sul consumismo di falsi bisogni indotti dalla società dello spettacolo, e che è riuscito a mettere a valore persino la crisi ambientale. Da una parte, non ha abbandonato il ‘vecchio’ settore delle fonti fossili; dall’altra, con il sostegno di abbondanti risorse pubbliche, ha aperto nuovi ambiti produttivi e nuovi mercati, di vendita e finanziari, legati alla transizione ecologica e digitale (9). È probabile che l’implementazione delle tecniche SRM – sempre meno aleatoria dopo le parole di Skea e l’attenzione riservatale da IPCC, UNEP e Congresso USA – si andrà semplicemente ad aggiungere all’esistente, inaugurando un nuovo settore economico. Si avrà così una struttura triadica: la temperatura terrestre sarà tenuta sotto controllo con la geoingegneria solare – con quali devastanti conseguenze lo vedremo –, questo permetterà alle fonti fossili di restare, con il loro carico di emissioni di gas serra – non ultime quelle dovute al comparto militare e alla guerra (10) – mentre il denaro pubblico sosterrà i profitti privati sia della transizione green che dell’applicazione della SRM.</p>



<p>All’hybris, dunque, è da aggiungere la forma mentis capitalista, il dio denaro. L’accoppiata forse più rovinosa che si possa avere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">E noi?</h4>



<p>Dove sono i cittadini in tutto questo? Alcuni Studi evidenziano come le conseguenze dell’implementazione della geoingegneria solare ricadranno principalmente sulle giovani e future generazioni, che dunque dovrebbero essere coinvolte nelle decisioni: lo stesso mandato del Congresso USA, sottolineando i pericoli dello “shock da conclusione”, afferma che “se il potenziale requisito per l’SRM fosse quello di essere mantenuta su scale temporali di decenni, se non secoli, l’equità intergenerazionale è una dimensione da comprendere e considerare”. Sagge parole, ma in cosa si traducono? In passato, tra il 1945 e il 1992, sono state fatte esplodere bombe nucleari nella ionosfera e nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma (11); gli effetti che le detonazioni avrebbero potuto innescare sull’equilibrio del pianeta e sul clima terrestre erano ignoti, eppure il pensiero delle possibili conseguenze per le popolazioni e le generazioni a venire non li ha fermati. In futuro, quando la geoingegneria solare verrà implementata, non sarà diverso. Lo rivela la stessa marginalità riservata al tema. L’SRM dovrebbe essere sotto i riflettori, oggetto di dibattito pubblico, e non lo è. Nonostante i numerosi Studi pubblicati negli ultimi anni, resta argomento di nicchia, e quando compare su canali generalisti, o è trattata alla stregua di fantascienza, oppure viene raccontata rassicurando sui rischi e sulla valutazione che ne sarà fatta da parte dell’ONU, dei governi, degli scienziati&#8230; Piccoli ma indispensabili anelli dell’ingranaggio capitalistico, noi cittadini dobbiamo solo continuare a produrre-consumare-crepare credendo alla narrazione dello sviluppo sostenibile, e il nostro sonno (già agitato) non deve essere disturbato con una questione così complessa. C’è chi pensa per noi, chi decide per noi. Sono gli stessi che giocano a fare dio con il nostro pianeta. Finché glielo permetteremo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://www.technologyreview.com/2022/12/24/1066041/a-startup-says-its-begun-releasing-particles-into-the-atmosphere-in-an-effort-to-tweak-the-climate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.technologyreview.com/2022/12/24/1066041/a-startup-says-its-begun-releasing-particles-into-the-atmosphere-in-an-effort-to-tweak-the-climate/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://makesunsets.com/">https://makesunsets.com/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.ipcc.ch/publication/ipcc-expert-meeting-on-geoengineering/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ipcc.ch/publication/ipcc-expert-meeting-on-geoengineering/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.unep.org/resources/report/Solar-Radiation-Modification-research-deployment" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unep.org/resources/report/Solar-Radiation-Modification-research-deployment</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2023/06/Congressionally-Mandated-Report-on-Solar-Radiation-Modification.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2023/06/Congressionally-Mandated-Report-on-Solar-Radiation-Modification.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab94eb">https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab94eb</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/global-warming-possibili-soluzioni-ci-sono-ma-bisogna-agire-tutti-e-subito-AFcpiKO?">https://www.ilsole24ore.com/art/globale-warming-possibili-soluzioni-ci-sono-ma-bisogna-agire-tutti-e-subito-AFcpiKO?</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. European Environmental Bureau, <a href="https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Decouplink Debunked. Prove e argomentazioni contro la crescita green come unica strategia per la sostenibilità</em></a>, pubblicato in quattro parti su Paginauno n. 80-83, dicembre 2022-luglio 2023</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, luglio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS), <a href="https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Stima delle emissioni globali di gas serra del comparto militare</em></a>, Paginauno n. 84, dicembre 2023 </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. Giovanna Cracco,<em> </em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-guerra-esperimento-terra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La guerra. Esperimento Terra</em></a>, Paginauno n. 84, dicembre 2023 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La guerra. Esperimento Terra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-guerra-esperimento-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:11:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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					<description><![CDATA[L’impatto ambientale degli esperimenti nucleari. Documenti desecretati rivelano che tra il 1945 e il 1992 gli Stati Uniti hanno effettuato 1.051 test atomici esplodendo in totale 180 megatoni, pari a 11.250 bombe di Hiroshima; 12 test hanno contemplato il lancio di razzi fino a 700 km di quota, nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma. Quali sono state le conseguenze a lungo termine sull’equilibrio terrestre e sul clima?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/" data-type="post" data-id="7332">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 &#8211; gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’impatto ambientale degli esperimenti nucleari. Documenti desecretati rivelano che tra il 1945 e il 1992 gli Stati Uniti hanno effettuato 1.051 test atomici esplodendo in totale 180 megatoni, pari a 11.250 bombe di Hiroshima; 12 test hanno contemplato il lancio di razzi fino a 700 km di quota, nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma. Quali sono state le conseguenze a lungo termine sull’equilibrio terrestre e sul clima?</p>
</blockquote>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">Quando si imputa alle attività umane la responsabilità del cambiamento climatico, una di esse gode di un unanime e trasversale occultamento: l’attività militare. L’economia, la politica, i principali think tank, le grandi agenzie sovranazionali&#8230; nessuno ne fa citazione nei dettagliati e accalorati documenti che auspicano, o impongono, innovazioni green e transizioni ecologiche. L’industria della guerra, dalla produzione alle esercitazioni ai conflitti in giro per il pianeta, è esclusa sia dall’elenco delle cause che da quello delle soluzioni. La sua incidenza sull’ambiente è innegabile, ma la difficile quantificazione per mancanza di dati, come mostra il Report di Scientists for Global Responsibility e Conflict and Environment Observatory qui pubblicato a pag. 34, la porta, per restare nel campo semantico, ‘fuori dai radar’ della discussione.</p>



<p>D’altra parte, la guerra è morte e distruzione della biosfera e della vita; è bombardamenti e agenti chimici; è aviazione, carri armati, proiettili, gas&#8230; come si potrebbe discutere di rendere <em>ecologicamente sostenibile</em> una simile attività umana? Siamo davanti a un <em>nonsense</em>.</p>



<p>Non è l’unico. Se i danni da gas serra sono almeno conosciuti e riconosciuti, ve ne sono altri tuttora ignoti. Cosa accade se si modifica artificialmente la fascia di Van Allen inferiore, nella magnetosfera? Quali conseguenze porta un’esplosione atomica nella ionosfera? Quali sono gli equilibri esistenti tra alta atmosfera, superficie e nucleo della Terra e quale la relazione tra Sole, magnetosfera, ionosfera e clima terrestre? Sono domande a cui oggi possiamo dare solo parziali risposte, e sessant’anni fa, quando sono stati fatti detonare ordigni nucleari nello Spazio, quasi nessuna. Alla cieca, i governi di Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna e Cina si sono messi a giocare d’azzardo con il pianeta, ponendo come prioritario l’obiettivo di testare la potenza distruttiva dell’arma atomica e, soprattutto, di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I test nucleari</h4>



<p>Tra il 1945 e il 1992 si contano più di 2.000 test atomici effettuati da Stati Uniti, URSS, Francia, Gran Bretagna e Cina (vedi Grafico 1, pag. 8) – impossibile avere il numero esatto, a causa della segretezza che ancora copre alcune operazioni. Gli USA hanno declassificato gran parte del loro archivio nucleare e questo rende possibile avere dati, se non esaustivi, almeno ufficiali. Ci focalizziamo quindi sui test statunitensi, non dimenticando tuttavia che rappresentano solo la metà delle esplosioni atomiche che investono il pianeta a partire dall’immediato dopoguerra; quelle sovietiche, in particolare, sono state simili per obiettivi e portata distruttiva.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="464" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-2-84.jpg" alt="" class="wp-image-8491" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-2-84.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/01/guerra-2-84-300x232.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Fonte: <em>The Nuclear Testing Tally</em>, Arms Control Association, agosto 2023, <em><a href="https://www.armscontrol.org/factsheets/nucleartesttally" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.armscontrol.org/factsheets/nucleartesttally</a></em></figcaption></figure>
</div>


<p>Tra il luglio 1945 e il dicembre 1992 gli Stati Uniti conducono 1.051 test nucleari (1): 106 nel Pacifico (isole Marshall e atollo Johnston), tre nell’Atlantico meridionale (1.100 miglia a sud-ovest di Città del Capo in Sudafrica), 925 nel Nevada e 17 tra Colorado, Nuovo Messico e isole Aleutine al largo dell’Alaska. 204 sono tenuti segreti fino al 7 dicembre 1993, quando l’allora Segretario dell’Energia Hazel O’Leary li rende pubblici. La gran parte è sotterranea (836), ma ci sono anche esplosioni in superficie e sottomarine, e 210 sono test atmosferici; tra questi ultimi, 12 contemplano il lancio di razzi, ad altitudini fino a 700 km nella magnetosfera. In totale, vengono esplosi 180 megatoni, di cui 141 nell’atmosfera. Per dare un ordine di grandezza, la bomba sganciata su Hiroshima è di circa 16 chilotoni: ciò significa che i soli test degli Stati Uniti hanno rilasciato una potenza nucleare pari a 11.250 bombe di Hiroshima.</p>



<p>Il primo razzo è lanciato in Nevada, all’interno dell’operazione Plumbob nel luglio 1957: John, di 1,7 chilotoni, esplode a 18.000 piedi, circa 6 km nella troposfera.</p>



<p>Nell’agosto 1958, alle isole Johnston, vengono condotti due test per studiare l’utilità di bombe nucleari per i missili antibalistici: Teak esplode a 77 km di altezza, nella mesosfera, e Orange a 43 km, nella stratosfera. Sono entrambe testate di 3,8 megatoni (237 bombe di Hiroshima). È durante questi lanci, all’interno dell’operazione Hardtack 1, che viene scoperto l’effetto EMP – l’impulso elettromagnetico generato dalle esplosioni nucleari ad alta quota che interferisce con i componenti elettronici, danneggiandoli – che diviene la base per lo studio e lo sviluppo delle bombe elettromagnetiche.</p>



<p>Quasi contemporaneamente, tra agosto e settembre, si attiva l’operazione Argus (2). L’obiettivo è osservare l’interazione tra le esplosioni nucleari e il campo magnetico terrestre, le fasce di Van Allen conosciute da pochi mesi (a gennaio 1958 diviene nota quella inferiore, solo a dicembre 1958 sarà scoperta la superiore); l’ipotesi prevede che le particelle cariche e gli isotopi radioattivi rilasciati dall’esplosione nucleare produrranno delle cinture di Van Allen <em>artificiali</em>: “Si teorizza”, si legge nel documento desecretato, “che questa cintura di radiazioni avrà implicazioni militari, tra cui la degradazione delle trasmissioni radio e radar, il danneggiamento o la distruzione dei meccanismi di armamento e spoletta delle testate [balistiche] ICBM, e la messa in pericolo degli equipaggi dei veicoli spaziali in orbita che potrebbero entrare nella cintura” (3). È scelto l’Atlantico meridionale, 1.100 miglia a sud-ovest di Città del Capo in Sudafrica, perché in quella zona le fasce di Van Allen registrano una delle due anomalie: quella inferiore si abbassa fino a 200-400 km dalla superficie terrestre. Vengono lanciati tre razzi con tre testate da 1,7 chilotoni ciascuna, che esplodono a 160, 290 e 750 km di altezza, nella ionosfera i primi due e nella magnetosfera l’ultimo. L’ipotesi del test viene confermata: si creano cinture artificiali di radiazioni magnetiche che perdurano per alcune settimane.</p>



<p>Una testata ben più potente è fatta detonare quattro anni dopo, nel luglio 1962, nell’ambito dell’ampia operazione Dominic/Fishbowl nell’atollo Johnston: Starfish Prime, una bomba nucleare di 1,45 megatoni – 90 volte superiore a quella lanciata a Hiroshima – esplode a 400 km di quota, nella ionosfera. Lo scopo è “studiare gli effetti delle detonazioni nucleari come armi difensive contro i missili balistici” (4). L’esplosione distrugge temporaneamente la fascia interna di Van Allen e provoca manifestazioni aurorali artificiali dalle Hawaii alla Nuova Zelanda; l’onda elettromagnetica della detonazione nella ionosfera produce una tempesta magnetica sulle isole Hawaii (a 860 miglia di distanza), che danneggia tutti i sistemi elettrici ed elettronici; unita alle polveri radioattive ad alta quota, l’onda manda fuori uso sette satelliti in orbita intorno alla Terra; gli aerosol radioattivi viaggeranno per anni nella stratosfera e nella mesosfera, trasportati dalle correnti ad alta quota, prima di ricadere al suolo; elettroni ad alta energia rimarranno intrappolati nel campo magnetico terrestre, alterandone forma e intensità: non è noto il tempo della loro attività, l’unico dato pubblico afferma che sono ancora osservabili cinque anni dopo.</p>



<p>L’operazione prevede il lancio di ben cinque testate nucleari ad alta quota, ma quattro test falliscono: tre hanno un malfunzionamento in volo e le testate vengono distrutte (Bluegill, 2 giugno; Starfish, 19 giugno; Bluegill Double Prime, 15 ottobre), mentre un quarto razzo esplode sulla rampa di lancio, causandone la contaminazione (Bluefish Prime, 25 luglio). All’interno della stessa operazione vengono effettuati altri cinque test nucleari, con ordigni di minore (!) potenza: Frigate Bird, 600 chilotoni (37 bombe di Hiroshima) lanciati da un sottomarino il 5 giugno, esplodono a 2,5 chilometri nella troposfera; Checkmate, 60 chilotoni fatti detonare a 147 km nella ionosfera, il 20 ottobre; Bluegill Triple Prime, 300 chilotoni esplodono a 50 km nella mesosfera il 26 ottobre; Kingfish, 1° novembre, altri 300 chilotoni a 97 km di altezza, nella ionosfera – l’interruzione delle comunicazioni radio sul Pacifico dura “almeno tre ore” –; Tightrope, 4 novembre, 40 chilotoni esplosi nella stratosfera, a 21 km di quota.</p>



<p>Nell’agosto 1963 Stati Uniti, URSS e Gran Bretagna – ne restano fuori Francia e Cina – firmano il “Trattato per il bando degli esperimenti di armi nucleari nell’atmosfera, nello spazio cosmico e negli spazi subacquei”, e i test continuano solo nel sottosuolo; fino al settembre 1996, quando il “Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari” entra in vigore in forma cosiddetta ‘provvisoria’, poiché tuttora non ancora firmato e/o ratificato da Stati Uniti, Cina, Iran, Israele, Egitto, Corea del Nord, India e Pakistan.</p>



<p>Le possibili conseguenze sull’equilibrio climatico del pianeta dei 2.000 test atomici non fu mai un tema all’ordine del giorno: nessuno si preoccupò di analizzare cambiamenti, o redigere relazioni, o indagare l’accaduto.</p>



<p>Una certezza tuttavia esiste: gli esperimenti effettuati nella ionosfera e magnetosfera e quelli di modifica intenzionale del clima nella troposfera – per esempio la statunitense Operazione Popeye in Vietnam tra il 1966 e il 1972 (5) – allarmano a tal punto lo stesso Senato statunitense che la Risoluzione n. 71 del luglio 1973 chiede al governo di cercare un accordo internazionale “sulla completa cessazione della ricerca, della sperimentazione e dell’uso di attività di modificazione ambientale e geofisica come armi da guerra […] consapevoli del grande pericolo per il sistema ecologico mondiale derivante dall’uso incontrollato e indiscriminato delle attività di modificazione ambientale e geofisica” (6). Nel 1976 si arriva alla “Convenzione sul divieto dell’uso di tecniche di modifica dell’ambiente a fini militari o a ogni altro scopo ostile” (ENMOD). Apparentemente un passo avanti, in realtà un nulla di fatto. Il trattato Onu definisce “modifica dell’ambiente” “ogni tecnica che abbia per oggetto la modifica – grazie a una deliberata manipolazione di processi naturali – della dinamica, della composizione, o della struttura della Terra ivi compresi i propri complessi biotici, la propria litosfera, idrosfera e atmosfera o lo spazio extra atmosferico”; non proibisce tuttavia gli esperimenti e i progetti classificati a fini pacifici e di ricerca, lasciando dunque campo aperto a qualunque test – è sufficiente etichettarlo come ‘ricerca’. In un elenco di esempi di tecniche di modifiche del clima, dichiarato non esaustivo, sono indicati: “Terremoti; tsunami; sconvolgimenti dell’equilibrio ecologico di una regione; alterazione delle condizioni atmosferiche (nubi, precipitazioni, cicloni di diversi tipi, tornado); alterazione delle condizioni climatiche, delle correnti oceaniche, dello strato ozonico o della ionosfera”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La stratosfera e il buco dell’ozono</h4>



<p>Il primo (tuttora l’unico?) accenno all’influenza dei test nucleari sul sistema climatico si ebbe in un documento del 1975. L’anno precedente l’Agenzia statunitense per il Controllo delle Armi e il Disarmo commissiona uno studio al National Research Council: oggetto della ricerca è “stimare gli effetti a lungo termine, a livello mondiale, di uno scambio nucleare [che] nel caso peggiore considerato [coinvolga l’esplosione di] circa la metà delle armi nucleari presenti negli arsenali strategici, vale a dire da 500 a 1.000 testate con una resa da 10 a 20 megatoni ciascuna e da 4.000 a 5.000 ordigni da 1 o 2 megatoni ognuno”; gli effetti da studiare coinvolgono non solo gli esseri umani ma anche “atmosfera e clima, ecosistemi terrestri, agricoltura e allevamento, ambiente acquatico” (7). Ciò che si intende indagare sono quindi le conseguenze di una ipotetica e futura guerra nucleare: cosa resterà del pianeta e dell’homo sapiens?, si chiede.</p>



<p>Nel 1975 i risultati della ricerca vengono pubblicati, con il titolo <em>Lon</em><em>g-Term Worldwide Effects of Multiple</em><em> </em><em>Nuclear-Weapons Detonations</em> (“Effetti mondiali a lungo termine di detonazioni multiple di armi nucleari”). Quel che qui interessa è una piccola parte del capitolo relativo agli effetti sull’atmosfera, focalizzato sullo strato di ozono. La premessa già apre a uno sguardo nuovo: “Gli studi passati sugli effetti atmosferici delle armi nucleari”, afferma, “si sono occupati praticamente solo del trasporto del fallout radioattivo e dei prodotti gassosi attraverso l’atmosfera e la [loro] deposizione sulla superficie terrestre”, non ipotizzando “effetti a lungo termine sull’atmosfera e sulla sua circolazione, o sul clima”. Ai primi anni Settanta, al contrario, si è sviluppata “una notevole preoccupazione sugli effetti che gli ossidi di azoto delle emissioni di scarico dei motori degli aerei supersonici che volano nella stratosfera avrebbero sulle concentrazioni di ozono”, e alcuni ricercatori hanno “osservato che i test sulle armi nucleari del passato avevano creato risultati significativi di quantità di ossido nitrico”.</p>



<p>In una ipotetica futura guerra nucleare, dunque, “i principali effetti attesi sono una temporanea diminuzione dell’abbondanza di ozono, con concomitante aumento dell’intensità della radiazione UV nella troposfera e sulla superficie della terra, e conseguente ulteriore riscaldamento superficiale. Una tale catena di effetti potrebbe provocare un’alterazione climatica”.</p>



<p>Per quanto riguarda gli esperimenti nucleari del passato, invece, quindi il danno già causato allo strato di ozono, il documento riporta che due studi “hanno previsto una riduzione massima del 5% e del 4% dell’ozono totale dovuta ai [soli] test nucleari del 1961-1962”; altri ricercatori, diversamente, “non hanno trovato prove convincenti per una correlazione dell’ozono globale con le esplosioni nucleari, anche se”, riconosce il documento, “i dati al suolo disponibili all’epoca (1961-1962) sono così limitati che una diminuzione del 4-5% dell’ozono potrebbe non essere rilevabile con certezza”. E conclude: “È opinione condivisa che, principalmente a causa dell’esistenza di un’oscillazione quasi biennale dell’ozono totale, le osservazioni dell’ozono non sono sufficienti per confermare o confutare i calcoli del modello che mostra una diminuzione di pochi punti percentuali dell’ozono dovuta alle esplosioni nucleari del 1961 e 1962”.</p>



<p>Una decina di anni dopo, tuttavia, si comprende che un 4-5% non è un dato da poco, ma qualcosa da tenere sott’occhio. Nel 1985 è scoperto il cosiddetto ‘buco dell’ozono’ – l’assottigliamento dello strato di ozono sopra le regioni polari – e nel 1987 viene firmato il Protocollo di Montréal. Nella relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente del 2008, <em>L’ambiente in Europa. Seconda valutazione, Capitolo 3. Distruzione dell’ozono stratosferico</em>, si legge: “Fra il 1975 e il 1995 lo strato di ozono nell’atmosfera che sovrasta l’Europa è diminuito del 5%, determinando un aumento delle radiazioni UV-B che penetrano negli strati inferiori dell’atmosfera e raggiungono la superficie terrestre […] Alle medie latitudini nell’emisfero settentrionale, la media annuale dell’ozono totale è scesa di quasi il 5% per decennio dal 1979, con un calo del 7% per decennio, in primavera, nello stesso periodo” (8). Nessun documento correlato al ‘buco dell’ozono’, tuttavia, cita i test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta come possibile concausa, pur riconoscendo che una volta danneggiato “la ricostituzione dello strato di ozono richiede molti decenni” (9); a essere imputate sono “le emissioni dei clorofluorocarburi (CFC), usati come raffreddanti in frigoriferi e condizionatori d’aria, come propellenti negli aerosol, nella produzione di schiume espanse e di detergenti, nonché dei bromofluorocarburi (halon), presenti negli estintori antincendio” (10). Questi gas sono stati messi al bando, seguendo un programma che li vedrà totalmente aboliti nel 2030, la guerra (ovviamente) no.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Paradossi</h4>



<p>Oggi: “Se il settore militare globale fosse uno Stato,” conclude a novembre 2022 il Report di Scientists for Global Responsibility e Conflict and Environment Observatory pubblicato a pag. 34, analizzando i pochi numeri disponibili, “avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo […]. E va ricordato che le nostre stime sono conservative: non includono le emissioni di gas serra dovute ai combattimenti bellici”.</p>



<p>Ieri: “All’epoca dei test nucleari del 1962,” si legge sull’Earth Island Journal nel 1988, “astronomi di primo piano protestarono duramente contro l’irresponsabilità di questi esperimenti. In Inghilterra, Sir Bernard Lovell e il prof. Martin Ryle, due tra i principali astronomi del tempo, sottolinearono il punto cruciale, affermando che era pura follia modificare la dinamica del pianeta Terra prima di averla compresa […] Al tempo, scienziati statunitensi stimarono che ci sarebbero voluti cent’anni affinché le fasce di Van Allen potessero ristabilire i loro livelli normali. Rimangono le domande: quali sono stati gli effetti, sia a breve che a lungo termine, della massiva distruzione delle fasce di Van Allen e dell’iniezione nell’alta atmosfera di una tale quantità di particelle energetiche e di materiale prodotto dalla fissione [nucleare]? In particolare, come hanno colpito la radiochimica dell’alta atmosfera, la fascia di ozono nella stratosfera, e in generale la dinamica atmosferica/energetica/elettromagnetica/geomagnetica del pianeta?” (11).</p>



<p>In definitiva, ci ritroviamo che quell’attività umana (la guerra con tutto il suo corollario) esclusa dal discorso e dalle azioni contro il cambiamento climatico, è oggi una delle maggiori responsabili del cambiamento climatico stesso, mentre gli effetti a lungo termine degli esperimenti nucleari del passato, sul clima e non solo, non li sapremo mai. Nel frattempo il capitalismo si rinnova dietro la targhetta <em>green</em> (12) e noi cittadini ci diamo da fare con il riciclo, l’auto elettrica, il risparmio energetico, le case ecologiche&#8230;</p>


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<pre class="wp-block-preformatted has-small-font-size"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Troposfera.</mark></strong> Primo strato dell’atmosfera terrestre, qui si trova concentrato quasi tutto il vapore acqueo dell’atmosfera e si sviluppano i fenomeni meteorologici.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Stratosfera.</mark></strong> Contiene lo strato di ozono.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Mesosfera.</mark></strong> È la porzione di atmosfera meno conosciuta e tuttora oggetto di studio scientifico. È certo che milioni di meteore entrano annualmente nell’atmosfera terrestre ed è nel contatto con i gas della mesosfera che la maggior parte si scioglie o si vaporizza.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Ionosfera.</mark></strong> Filtra la radiazione solare e cosmica, divenendo elettricamente carica e permettendo la riflessione di onde radio a frequenza diversa.<br><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Magnetosfera.</mark></strong> Ultimo strato atmosferico terrestre, contiene le due fasce di Van Allen. Protegge il pianeta dal vento solare, catturando le particelle cariche ad alta energia emesse dal Sole: quando il campo magnetico viene fortemente disturbato, come durante le tempeste solari, alcune particelle sfuggono alla cattura e nel contatto con i gas dell’atmosfera si ‘illuminano’, dando origine alle aurore boreali nell’emisfero Nord e australi nell’emisfero Sud. Nel caso in cui la magnetosfera venga disturbata/danneggiata da esplosioni nucleari, si possono verificare manifestazioni aurorali artificiali a basse latitudini, come quelle causate nel 1962 dall’operazione Dominic/Fishbowl.</pre>
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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Salvo diversamente indicato, tutti i dati sui test nucleari statunitensi sono tratti dal documento a cui rimandiamo per maggiori dettagli: Natural Resources Defense Council, NWD 94-1, <em>United States Nuclear Tests July 1945 to 31 December 1992</em>, 1° febbraio 1994</p>



<p class="has-small-font-size">2) Per il dettaglio di questa particolare operazione, cfr. Defense Nuclear Agency, <em>Operation Argus 1958</em>, United States Atmosph Nuclear Weapons Tests, Nuclear Test Personnel Review, 30 aprile 1982 Unclassified</p>



<p class="has-small-font-size">3) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Defense Threat Reduction Agency, <em>Operation Dominic I</em>, Settembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">5)<em> </em>Cfr. Scuola del Dipartimento della Difesa USA, <em>Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025</em> (<em>La meteorologia come moltiplicatore di forze: possedere il meteo nel 2025</em>), 17 giugno 1996. Il documento è “concepito in ottemperanza alla direttiva del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica di<em> </em>esaminare i concetti, le capacità e le tecnologie di cui gli Stati Uniti avranno bisogno per rimanere la forza aerea e spaziale dominante in futuro”, nel campo della modifica meteorologica: “Possedere il meteo capitalizzando le tecnologie emergenti e concentrando lo sviluppo di tali tecnologie sulle applicazioni belliche”. Nella fattispecie: precipitazioni, nebbia, tempeste e controllo delle comunicazioni tramite modifica della ionosfera. Lo studio è una dichiarazione di intenti, nulla più, ma è significativa la sua stessa esistenza, poiché gli Stati Uniti vent’anni prima, nel 1976, avevano firmato il Trattato ENMOD. In merito all’Operazione Popeye, alla nota 1 del capitolo 4, si legge: “Un programma pilota noto come Progetto Popeye, condotto nel 1966, tentò di estendere la stagione dei monsoni per aumentare la quantità di fango sulla pista di Ho Chi Minh, riducendo così i movimenti del nemico. Un agente a base di nuclei di ioduro d’argento fu disperso nelle nuvole da aerei WC-130, F4 e A-1E, su porzioni della pista che si snodava dal Vietnam del Nord attraverso il Laos e la Cambogia fino al Vietnam del Sud. I risultati positivi di questo programma iniziale hanno portato al proseguimento delle operazioni dal 1967 al 1972. Anche se gli effetti di questo programma rimangono controversi, alcuni scienziati ritengono che abbia portato a una significativa riduzione della capacità del nemico di portare rifornimenti nel Vietnam del Sud lungo la pista.”</p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.congress.gov/bill/93rd-congress/senate-resolution/71?s=3&amp;r=39&amp;q=%7B" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.congress.gov/bill/93rd-congress/senate-resolution/71?s=3&amp;r=39&amp;q=%7B%22search%22%3A%22sres71%22%7D</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7)<em> </em>Committee to Study the Long-Term Worldwide Effects of Multiple Nuclear-Weapons Detonations, Assembly of Mathematical and Physical Sciences, National Research Council, <em>Long-Term Worldwide Effects of Multiple Nuclear-Weapons Detonations</em>, agosto 1975 </p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.eea.europa.eu/it/publications/92-828-3351-8/3it.pdf/view" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.eea.europa.eu/it/publications/92-828-3351-8/3it.pdf/view</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">10) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">11) Nigel Harle, <em>Vandalizing the Van Allen Belts</em>, Earth Island Journal, Vol. 4, No. 1, Winter 1988-89</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, giugno 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stima delle emissioni globali di gas serra del comparto militare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
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					<description><![CDATA[Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Se il settore militare fosse uno Stato avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo: lo afferma lo studio di SGR e CEOBS, che sottolinea come la stima non includa le emissioni dovute alle guerre in corso nel pianeta</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Riepilogo</h4>



<p>Stimare le emissioni totali di gas serra delle forze armate globali è reso intrinsecamente difficile dalla mancanza di rapporti e dalle significative lacune nei dati a disposizione. In questo studio, descriviamo una metodologia innovativa per fornire stime aggiornate a livello mondiale e regionale. In particolare, abbiamo scoperto che l’impronta di carbonio totale del comparto militare è pari a circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Se le forze armate del mondo fossero un Paese, avrebbero la quarta più grande impronta di carbonio al mondo, superiore a quella della Russia. Ciò sottolinea l’urgente necessità di intraprendere un’azione concertata sia per misurare con precisione le emissioni militari, sia per ridurre la relativa impronta di carbonio; soprattutto perché è molto probabile che esse aumenteranno a causa della guerra in Ucraina [e a Gaza, <em>n.d.r.</em>].</p>



<h4 class="wp-block-heading">1. Perché è importante stimare le emissioni militari globali?</h4>



<p>Affrontare la crisi climatica richiede l’azione di tutti i settori industriali ed economici, al fine di ridurre notevolmente il loro impatto sul nostro pianeta. Il settore militare globale, compresa la sua catena di approvvigionamento, è un elemento importante della spesa pubblica e un enorme consumatore di combustibili fossili. Pertanto è essenziale che le emissioni militari di gas a effetto serra (GHG) siano riportate in modo affidabile, e soggette a obiettivi di riduzione; ma non è ciò che avviene attualmente.</p>



<p>In tutto il mondo, i dati sulle emissioni militari GHG sono spesso di bassa qualità – incompleti, nascosti all’interno di categorie civili, o non raccolti affatto. La causa principale di questa situazione viene dalla preoccupazione dei governi di potenziali restrizioni alle attività militari. Attualmente, ai sensi della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), i Paesi sono obbligati a fornire un inventario delle loro emissioni di gas serra, e tale obbligo varia a seconda del contributo storico del Paese alla crisi climatica (1). Le linee guida del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) affermano che gli inventari presentati all’UNFCCC devono includere le emissioni di alcune attività militari; nel 2015, invece, l’Accordo di Parigi (2) ha reso volontario il reporting delle emissioni militari. Ciò significa che ci sono lacune significative nei set di dati presentati all’UNFCCC, e nessun dato accurato sulla reale portata del problema. Senza un minimo obbligo di rendicontazione, la maggior parte dei Paesi, compresi quelli con ingenti spese e personale militare, non richiede alle proprie forze armate di fornire alcun rapporto significativo sulle emissioni GHG.</p>



<p>La comunità scientifica sul clima ha ampiamente trascurato questi aspetti: per esempio, l’ultimo (il sesto) rapporto di valutazione dell’IPCC (3) parla a malapena del settore militare. Questo approccio, a sua volta, ha portato i governi a trascurare il comparto quando negoziano obiettivi di riduzione delle emissioni nell’ambito dell’UNFCCC.</p>



<p>Nel tentativo di illustrare la portata del problema, sia a livello nazionale che globale, in questo studio utilizziamo i dati disponibili sulle emissioni militari di un piccolo numero di nazioni, per stimare i totali mondiali e le principali regioni geopolitiche. Ci auguriamo che ciò stimolerà più ricerca – e soprattutto azione – focalizzata sulla riduzione di queste emissioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">2. Dati di alto livello sulle emissioni nazionali di gas serra e le forze armate</h4>



<p>Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci Paesi (4). Si tratta di Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Tutti, a eccezione dell’Indonesia, sono tra i primi venti Stati in termini di spesa militare – si veda l’Appendice 1 (tavola A1a e A1b). In effetti, anche le successive dieci nazioni con le maggiori emissioni di GHG si collocano tra le nazioni con grandi budget militari e/o un gran numero di personale militare attivo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="849" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice.jpg" alt="" class="wp-image-8661" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
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<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="410" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-2.jpg" alt="" class="wp-image-8662" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-appendice-2-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3. Cenni di metodologia</h4>



<p>Sebbene i dati sulle emissioni militari siano generalmente molto limitati, alcuni sono stati raccolti per gli Stati Uniti, il Regno Unito e qualche Paese dell’Ue. A volte le informazioni vengono riportate direttamente da un’agenzia militare e talvolta le emissioni sono state calcolate da ricercatori indipendenti, sulla base dei dati sull’utilizzo di energia/carburante pubblicati dalle agenzie militari. In questo studio, estrapoliamo da questi set di dati per fornire stime globali, un’azione che ha i suoi limiti poiché esistono molte variazioni tra i Paesi, tra cui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>differenze nella struttura militare, compreso il tipo e la quantità di equipaggiamento e il numero del personale;</li>



<li>tassi di mobilitazione, attività operative e di formazione;</li>



<li>accuratezza e divulgazione delle spese militari;</li>



<li>intensità di carbonio delle economie nazionali (5).</li>
</ul>



<p>Abbiamo preso in considerazione diversi punti di partenza per la stima delle emissioni militari globali: le due che sembravano più promettenti erano le emissioni per unità di valuta – basate sulle spese militari nazionali – e le emissioni pro capite – basate sul numero di personale in servizio attivo all’interno delle forze armate nazionali. A causa delle fluttuazioni significative dei dati finanziari (ad es. tassi di cambio delle valute, tassi di inflazione e tassi di crescita del Pil) e della limitata disponibilità di informazioni in alcuni Paesi chiave (ad es. Cina, Arabia Saudita, Corea del Nord e Vietnam), l’opzione basata sulla valuta è stata respinta a favore di quella del personale.</p>



<p>Questo approccio utilizza i seguenti quattro set di dati chiave:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>emissioni operative di gas serra (ambiti 1 e 2 [6]) per persona attiva nelle basi militari, note anche come “emissioni stazionarie” (<em>e</em><sub><em>s</em></sub>);</li>



<li>numero di militari attivi (<em>p</em>);</li>



<li>rapporto delle emissioni operative di gas serra tra attività militari mobili (uso di aeromobili, navi, veicoli terrestri e veicoli spaziali) e attività stazionarie (<em>r</em><sub><em>ms</em></sub>);</li>



<li>moltiplicatore della catena di approvvigionamento, il rapporto tra l’impronta di carbonio (la somma delle emissioni degli ambiti 1, 2 e della componente a monte dell’ambito 3) e la somma delle emissioni degli ambiti 1 e 2 (<em>s</em>).</li>
</ul>



<p>L’impronta di carbonio militare per una data nazione o regione (<em>F</em><sub><em>n</em></sub>) viene quindi stimata moltiplicando questi dati insieme [&#8230;]. E l’impronta di carbonio militare globale (<em>F</em><sub><em>g</em></sub>) è la somma di tutte le impronte nazionali (o regionali).</p>



<h4 class="wp-block-heading"> 3.1 Dataset 1. Emissioni stazionarie pro capite (<em>e</em><sub><em>s</em></sub>)</h4>



<p>Per Regno Unito, Stati Uniti e Germania sono stati trovati dati annuali credibili relativi alle emissioni militari stazionarie; per fornire le cifre pro capite, il dato è stato diviso per il numero di personale militare attivo nei rispettivi Paesi (Tabella 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="276" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-1.jpg" alt="" class="wp-image-8663"/></figure>
</div>


<p>I dati del Regno Unito erano disponibili per oltre dieci anni, e hanno mostrato livelli di consumo energetico pro capite molto consistenti nell’intero periodo, con una riduzione delle emissioni derivante quasi interamente da una riduzione dell’intensità di carbonio nella fornitura nazionale di energia elettrica. Poiché quest’ultima è diminuita notevolmente nel corso del periodo, per la tabella 1 abbiamo utilizzato solo i dati degli anni più recenti.</p>



<p>Confrontando i numeri tra i Paesi, vediamo che il Regno Unito e la Germania hanno livelli di emissioni unitarie simili, mentre il dato per gli Stati Uniti è nettamente più alto. Ci sono una serie di potenziali ragioni per somiglianze e differenze. Per esempio, densità di popolazione più elevate nelle nazioni europee tendono a ridurre gli spazi lavorativi e abitativi, diminuendo significativamente il consumo di energia pro capite; anche l’intensità delle emissioni di gas serra della produzione di energia elettrica è un fattore significativo, con il Regno Unito che registra dati inferiori alla Germania e agli Stati Uniti. Questi ultimi hanno anche gran parte delle loro basi militari all’estero, il che probabilmente comporta l’applicazione di standard ambientali e di efficienza energetica meno severi. È probabile che anche l’intensità dell’attività militare sia un fattore, con i livelli degli Stati Uniti che tendono a essere più alti di quelli del Regno Unito, a loro volta superiori a quelli della Germania. Infine, è significativo anche il livello di sviluppo industriale di un Paese, e se le basi operano in condizioni climatiche estreme.</p>



<p>Sebbene queste cifre coprano solo tre nazioni, collettivamente rappresentano il 45% della spesa militare globale, il 14% delle emissioni mondiali di gas serra e il 9% di tutto il personale militare attivo. Quindi, li consideriamo un ragionevole punto di partenza.</p>



<p>Nell’applicare questi numeri ad altri Stati, assumiamo che i dati statunitensi siano tipici per un esercito con un settore stazionario ad alta intensità di emissioni, e quelli del Regno Unito e della Germania per un esercito all’estremità inferiore della scala. La Tabella 2 mostra i numeri estrapolati per le regioni geopolitiche del mondo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="297" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2.jpg" alt="" class="wp-image-8664" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-2-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>In primo luogo, assumiamo che gli Stati Uniti siano tipici del Nord America e che il Regno Unito e la Germania rappresentino l’Europa; consideriamo Russia e Eurasia paragonabili al Nord America, poiché le loro economie tendono a essere industrializzate e ad alta intensità di carbonio, e perché un’ampia percentuale di basi militari si trova in aree soggette a condizioni climatiche estreme; la regione Asia e Oceania la stimiamo a metà strada tra i dati nordamericani ed europei, in quanto i Paesi più militarizzati della zona hanno un livello di sviluppo economico medio-alto, o un’economia ad alta intensità di carbonio, o entrambe le cose, e contemporaneamente riteniamo improbabile che raggiungano il livello degli Stati Uniti, data la rete globale di basi militari statunitensi, comprese molte in climi estremi; seguiamo una linea di ragionamento simile per il Medio Oriente e il Nord Africa, anche se le principali nazioni militari in questa regione tendono a essere a un livello di sviluppo economico inferiore, ma hanno un’economia a più alta intensità di carbonio; consideriamo l’America Latina ampiamente paragonabile all’Europa; per l’Africa subsahariana, riteniamo che i bassi livelli di sviluppo economico indichino basse emissioni pro capite, quindi ipotizziamo che siano la metà del livello europeo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.2 Dataset 2. Numeri del personale militare (<em>p</em>)</h4>



<p>La distribuzione stimata del personale militare nelle principali regioni geopolitiche del mondo è riportata nella Tabella 3. Questi dati sono compilati annualmente dall’International Institute for Strategic Studies (IISS) a partire dai dati nazionali (7).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="260" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3.jpg" alt="" class="wp-image-8665" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-3-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">3.3 Datase 3. Rapporto tra emissioni mobili ed emissioni stazionarie (<em>r</em><sub><em>ms</em></sub>)</h4>



<p>Le emissioni di gas serra operative derivanti dalle attività militari mobili dipendono da una serie di fattori: principalmente la quantità, le specifiche (in particolare l’efficienza del carburante e l’autonomia), l’età e la frequenza di utilizzo dei veicoli militari. Questi fattori sono influenzati anche dal ‘dominio’ in cui operano i veicoli militari – terra, mare, aria o spazio – e dalle strutture di forza adottate da un determinato esercito. Le complessità rendono difficile l’estrapolazione dai dati; riuscire a calcolare, per esempio, il rapporto tra il numero di veicoli utilizzati in un dato ramo dell’esercito e il totale delle emissioni mobili di gas serra. Dai dati disponibili, è chiaro che le forze armate con una grande forza aerea o una marina “blue water”, per esempio, tendono ad avere emissioni più elevate, ma oltre a ciò le estrapolazioni diventano difficili.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="278" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-4.jpg" alt="" class="wp-image-8666"/></figure>
</div>


<p>Quel che abbiamo notato è che il livello delle emissioni stazionarie può essere un utile punto di partenza per stimare le emissioni mobili, quindi è un modello che abbiamo adottato. La Tabella 4 fornisce alcuni dati sui rapporti tra emissioni mobili ed emissioni stazionarie per Germania, Unione europea, Stati Uniti e Regno Unito. Queste cifre sono state calcolate utilizzando i dati delle agenzie militari.</p>



<p>Il rapporto più basso per la Germania è dovuto al possedere forze aeree e navali più piccole rispetto a quelle terrestri, e al livello inferiore di operazioni militari all’estero; il Regno Unito si colloca all’estremità superiore a causa della grandezza della forza aerea e della marina e all’elevato livello di operazioni militari all’estero, soprattutto se confrontato con il numero relativamente ridotto di personale militare attivo; l’Ue – in media – si trova all’estremità inferiore della scala tedesca, mentre gli Stati Uniti sono all’estremità superiore, ma non così in alto come il Regno Unito a causa dell’elevato livello di emissioni stazionarie pro capite.</p>



<h4 class="wp-block-heading">3.4 Dataset 4. Moltiplicatore della catena di approvvigionamento (<em>s</em>)</h4>



<p>I dati finali si riferiscono alle emissioni di gas serra delle supply-chain militari, e consentono di stimare le emissioni durante il ciclo di vita o l’impronta di carbonio delle attività militari.</p>



<p>Le forze armate hanno catene di approvvigionamento estese e complesse, che comprendono gran parte dell’impronta di carbonio di un esercito; generalmente le loro emissioni superano di gran lunga le emissioni operative della stessa organizzazione (ambito 1 e 2), con stime che variano a seconda del settore. Anche qui i dati sono scarsi, sebbene alcuni, in particolare sull’impronta di carbonio, siano stati pubblicati dalle società di tecnologia militare Thales (8) e Fincantieri (9).</p>



<p>Un’analisi del 2020 della supply-chain per la spesa militare del Regno Unito ha stimato in 3,6 il rapporto tra l’impronta di carbonio e le emissioni operative totali, utilizzando i dati di un modello economico input-output ambientale (10). Tuttavia, ulteriori indagini hanno rilevato che la stima si basava solo sul 62% delle emissioni operative, a causa della sottostima delle emissioni militari nell’inventario nazionale dei gas serra (11); la correzione dell’errore ha portato il dato a 5,8.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="221" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-5.jpg" alt="" class="wp-image-8667"/></figure>
</div>


<p>Un ulteriore modo per stimare questo rapporto è utilizzare i dati aziendali sulle emissioni di gas serra delle catene di approvvigionamento globali. Queste statistiche sono raccolte in indagini periodiche dal Carbon Disclosure Project (CDP); nella Tabella 5 sono riportati alcuni numeri tipici per i settori che hanno punti in comune con quello militare, e come si può vedere, la nostra stima di 5,8 sembra credibile se confrontata con questi dati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">4. Stime per le emissioni militari globali di gas serra</h4>



<p>Utilizzando questi quattro set di dati combinati secondo i calcoli indicati al punto 3., siamo in grado di calcolare le stime per le emissioni operative di gas serra (ambiti 1 e 2) e l’impronta di carbonio del settore militare.</p>



<p>La Tabella 6 fornisce le stime superiori e inferiori dei due tipi di emissioni, per ciascuna delle sette regioni geopolitiche e per il mondo nel suo complesso. La stima superiore utilizza un rapporto tra emissioni mobili e stazionarie di 2,6 (dato del Regno Unito), mentre quella inferiore utilizza 0,7 (dato della Germania). Riteniamo che questo intervallo comprenda la probabile incertezza tra le quattro variabili utilizzate per calcolare le emissioni militari. La stima più alta si basa quindi su una situazione in cui un dato esercito enfatizza lo sviluppo e il dispiegamento di sistemi d’arma ad alta intensità energetica, magari a scapito del numero delle truppe; la stima più bassa si basa su situazioni in cui le forze armate sono più concentrate sul piano del personale, oppure hanno livelli relativamente bassi di dispiegamento a lunga distanza o coinvolgimento in zone di conflitto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="382" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6.jpg" alt="" class="wp-image-8668" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/03/report-emissioni-militari-tabella-6-300x191.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’intervallo globale per le emissioni militari operative di gas serra è compreso tra circa 300 e 600 milioni di tonnellate (Mt) di CO<sub>2</sub>, ovvero tra lo 0,6% e l’1,2% delle emissioni globali totali di gas serra (12).</p>



<p>La stima dell’impronta di carbonio militare globale è approssimativamente compresa tra 1.600 e 3.500 MtCO<sub>2 </sub>, ovvero tra il 3,3% e il 7% delle emissioni globali totali di gas serra. Si tratta di ampie gamme di stime, che sottolineano la scarsità di dati disponibili per questo settore.</p>



<p>Riteniamo non credibili i dati inferiore di questi intervalli, perché presuppongono che tutte le forze armate del mondo si avvicinino all’estremità della scala a più alta intensità di personale, e non è plausibile data la generale attenzione rivolta alla tecnologia militare ad alta intensità energetica. Quindi la nostra migliore stima per le emissioni operative di gas serra delle forze armate è di 500 MtCO<sub>2</sub> – equivalente all’1% delle emissioni di gas serra globali – e di 2.750 MtCO<sub>2</sub> per l’impronta di carbonio, pari al 5,5% del totale mondiale.</p>



<p>Deve essere chiaro che per produrre questi dati abbiamo fatto una serie di ipotesi, e inoltre non abbiamo incluso alcune fonti chiave di emissioni di gas serra: il che significa che le nostre cifre sono prudenti. Tali fattori includono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>partiamo dal presupposto che i dati rilasciati dalle forze armate per le loro emissioni di gas serra operative e/o per il consumo di energia siano affidabili e includano tutte le principali fonti;</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>non abbiamo inserito le emissioni di gas serra derivanti dagli impatti della guerra, come incendi, danni alle infrastrutture e agli ecosistemi, ricostruzione postbellica e assistenza sanitaria per i sopravvissuti; stime parziali per alcune di queste fonti – che potenzialmente potrebbero essere molto grandi – sono fornite in un recente rapporto di Perspectives Climate Group (13);</li>



<li>non abbiamo incluso un fattore di forzatura radiativa per le emissioni di gas serra dell’aviazione, per tenere conto degli effetti di riscaldamento aggiuntivi causati dai gas di scarico non CO<sub>2</sub> nella stratosfera; attualmente, alle emissioni di gas serra dell’aviazione viene applicato un fattore di 1,9 per tenere conto di questi effetti (14);</li>



<li>sospettiamo che tenere conto di tutti questi altri effetti, in particolare quelli direttamente correlati ai combattimenti di guerra, potrebbe aumentare la cifra totale significativamente oltre il 5,5%; chiamiamo questo livello totale e generale “l’impronta di carbonio militare globale”.</li>
</ul>



<p>Tuttavia, questi fattori aggiuntivi sono ancora meno conosciuti rispetto alle principali categorie di emissioni discusse in questo documento. Per cercare di migliorare i dati, è stato recentemente sviluppato “Un quadro di riferimento per la rendicontazione delle emissioni di gas serra in ambito militare” (15), che militari e ricercatori possono applicare sul campo. Tuttavia, le difficoltà pratiche nel raccogliere alcuni dei dati relativi alla guerra, e la mancanza di strumenti di misurazione concordati, faranno sì che rimarranno probabilmente lacune significative per un certo periodo di tempo.</p>



<p>Si ricorda infine che i dati utilizzati per tutte le nostre stime sono anteriori al 2020, e quindi non risentono dei cambiamenti indotti dalla pandemia Covid-19, né di eventuali incrementi di spese militari, di personale o di materiale dovuti alla guerra in Ucraina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">5. Ulteriori analisi</h4>



<p>Per comprenderne meglio la portata e il significato più ampio, è utile un rapido confronto delle nostre stime sulle emissioni militari globali di gas serra con altri settori, con i dati a livello nazionale e con i dati militari ufficialmente comunicati all’UNFCCC. Quindi, in questa sezione esaminiamo diversi esempi.</p>



<p>Sebbene gli Stati Parte dell’accordo di Parigi siano tenuti a preparare, comunicare e mantenere i successivi Contributi Nazionali Determinati (NDC) all’UNFCCC, e a stabilire le azioni da intraprendere per ridurre le loro emissioni di gas serra in tutte le categorie principali, la rendicontazione delle emissioni non è semplice o del tutto completa. Poiché i requisiti di comunicazione delle emissioni di gas serra differiscono per le nazioni nelle diverse fasi del loro sviluppo economico (16), l’UNFCCC non fornisce una stima accurata delle emissioni globali totali in un dato anno (17), complicando così qualsiasi confronto che potrebbe essere esplorato.</p>



<p>Le emissioni comunicate all’UNFCCC rientrano in cinque categorie principali: energia; processi industriali e uso dei prodotti; agricoltura; utilizzo di suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura; rifiuti. A causa dell’incertezza e della mancanza di trasparenza nella rendicontazione internazionale di tutte le emissioni di gas serra, si incontrano limitazioni nel confrontare le emissioni tra settori e Stati.</p>



<p>Tuttavia, una ripartizione delle emissioni globali per settore per il 2016 è stata prodotta da Climate Watch (18). Queste cifre possono essere confrontate con i nostri dati sulle emissioni <em>operative</em> delle forze armate, pari all’1%: i settori che hanno una portata simile includono l’aviazione (1,9%), il trasporto marittimo (1,7%), l’industria alimentare e l’industria del tabacco (1%). Occorre tenere presente però che, per esempio, alcune delle emissioni militari sono attualmente classificate negli ambiti dell’aviazione e del trasporto marittimo, il che significa che se si utilizzano le classificazioni dell’aviazione <em>civile</em> e del trasporto marittimo <em>civile</em>, questi settori sarebbero più vicini per dimensioni a quello militare.</p>



<p>Il confronto della nostra stima dell’impronta di carbonio militare – 2.750 MtCO<sub>2</sub>, ovvero il 5,5% del totale globale – con altri settori di attività, è più complicato. Un approccio alternativo consiste semplicemente nel fare confronti con altre statistiche facilmente comprensibili: per esempio, nel 2019, le autovetture del mondo hanno emesso complessivamente circa 3.200 MtCO<sub>2</sub> durante l’uso (19), quindi la nostra stima per l’ambito militare equivale a circa l’85% delle emissioni globali causate dalle autovetture. Un altro confronto può essere effettuato con i dati a livello nazionale: utilizzando le statistiche sulle impronte di carbonio per Paese del Global Carbon Budget (20), vediamo che se le forze armate globali fossero uno Stato, avrebbero la quarta impronta più grande del mondo, superiore a quella della Russia; solo Cina, Stati Uniti e India avrebbero impronte di carbonio maggiori.</p>



<p>Questi confronti mostrano quanto le emissioni militari di gas serra siano significative. Se poi consideriamo la questione in termini di emissioni che possono <em>direttamente</em> essere influenzate dalla politica o dalle decisioni di spesa del governo centrale, diventa ancora più chiaro che il settore militare, un ambito finora trascurato per la riduzione delle emissioni, merita di diventare un obiettivo prioritario.</p>



<p><a></a> Infine, è importante confrontare le nostre stime con i numeri ufficialmente comunicati all’UNFCCC nelle categorie militari. Questi dati sono stati raccolti e presentati in forma accessibile sul sito The Military Emissions Gap (21). Tuttavia, le pratiche di rendicontazioni nazionali seguite sono, in generale, di qualità talmente bassa – con numerose lacune nei dati e, laddove i dati sono riportati, alcuni sono mescolati con fonti civili – che è molto difficile trarre conclusioni utili, oltre a quella ovvia che gli standard di rendicontazione devono urgentemente migliorare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">6. Azione necessaria</h4>



<p>La nuova metodologia presentata in questo documento ha prodotto stime aggiornate per le emissioni operative di gas serra del settore militare, misurandole a circa 500 MtCO<sub>2</sub> annuali pari all’1% delle emissioni mondiali di gas serra, e a 2.750 MtCO<sub>2</sub> per l’impronta di carbonio, pari al 5,5% dell’impronta globale. Se il settore militare globale fosse una nazione, avrebbe la quarta maggiore impronta di carbonio al mondo, superiore a quella della Russia. E va ricordato che le nostre stime sono conservative: non includono le emissioni di gas serra dovute ai combattimenti bellici. Queste cifre indicano chiaramente l’entità del contributo del settore militare alle emissioni totali di gas serra a livello globale.</p>



<p>La metodologia si basa su dati limitati e dimostra l’urgente necessità per tutte le forze armate di comunicare le emissioni utilizzando solide metodologie di raccolta dati che devono essere anche coerenti, non ambigui, trasparenti; e di agire per ridurle. Mostra inoltre la necessità che scienziati del clima e analisti politici conducano una ricerca con maggiori dettagli al fine di comprendere l’entità delle emissioni militari a livello nazionale e internazionale, e per esaminare gli sforzi per ridurle. Ciò dovrebbe includere la considerazione delle emissioni della guerra stessa, così come le grandi e complesse catene di approvvigionamento delle forze armate. Il “Framework for military GHG emission reporting” pubblicato di recente, potrebbe essere un utile punto di partenza (22).</p>



<p>In assenza di dati affidabili sulla stragrande maggioranza delle emissioni militari nazionali di gas serra, l’uso dei numeri del personale militare e gli altri fattori ricavati in questo studio sarebbero un utile punto di partenza per colmare le lacune nei dati. Anche dove le emissioni militari vengono comunicate, all’interno del Paese o attraverso la rendicontazione volontaria all’UNFCCC, potrebbe essere utilizzata la metodologia qui applicata per fornire stime di massima e per aiutare a verificare la completezza e la pertinenza dei dati pubblicamente disponibili. Tale analisi sarà oggetto di un futuro documento di ricerca.</p>



<p>Il controllo esterno dovrebbe contribuire a spingere i governi ad agire per ridurre le emissioni di gas serra dei loro settori militari. Nel 2021, un invito congiunto è stato approvato da 225 organizzazioni e ha stabilito un elenco di impegni (23) necessari ai governi per affrontare le emissioni delle loro forze armate. Con la continua escalation delle spese militari, soprattutto a seguito della guerra in Ucraina, è urgentemente necessario che i governi si impegnino ad affrontare la questione del contributo militare alle emissioni globali di gas serra<sub>, </sub>un contributo oggi ampiamente ignorato.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Report <em>Estimating the Military’s Global Greenhouse Gas Emissions</em> pubblicato da Scientists for Global Responsibility (SGR) e Conflict and Environment Observatory (CEOBS) nel novembre 2022, sotto licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; traduzione a cura di Paginauno</p>



<p class="has-small-font-size">1) I Paesi elencati nell’Appendice 1 (industrializzati ed economie in transizione) sono tenuti a presentare annualmente il National Inventory Reports (NIR), quelli non inclusi nell’Appendice 1 devono presentare un inventario nazionale delle emissioni antropogeniche come parte delle loro comunicazioni nazionali e dei rapporti biennali di aggiornamento</p>



<p class="has-small-font-size">2)  UNFCCC (2015) <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement">https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) IPCC (2022) <a href="https://www.ipcc.ch/assessment-report/ar6/">https://www.ipcc.ch/assessment-report/ar6/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Osservatorio sul clima (2022). Dati per il 2019 <a href="https://www.climatewatchdata.org/ghg-emissions?chartType=percentage&amp;end_year=2019&amp;start_year=1990" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.climatewatchdata.org/ghg-emissions?chartType=percentage&amp;end_year=2019&amp;start_year=1990</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Per esempio, Paesi come il Regno Unito e la Francia hanno minori emissioni di gas serra per unità di elettricità (a causa di livelli più elevati di rinnovabili e nucleare) rispetto a Stati Uniti, Cina, India o Arabia Saudita, che hanno una maggiore dipendenza dai combustibili fossili, in particolare dal carbone e petrolio. Vedi <em>Our World in Data</em> (2022a) <a href="https://ourworldindata.org/grapher/carbon-intensity-electricity" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ourworldindata.org/grapher/carbon-intensity-electricity</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Per una definizione degli ambiti 1, 2 e 3, si veda il Capitolo 4 di: GHG Protocol (2015) <a href="https://ghgprotocol.org/corporate-standard" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ghgprotocol.org/corporate-standard</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) IISS (2020). Il bilancio militare 2020 <a href="https://www.iiss.org/publications/the-military-balance/archive">https://www.iiss.org/publications/the-military-balance/archive</a> </p>



<p class="has-small-font-size">8) Talete (2019). Documento di Registrazione Universale (compresa la Relazione Finanziaria Annuale) 2019 <a href="https://www.thalesgroup.com/en/investors">https://www.thalesgroup.com/en/investors</a> </p>



<p class="has-small-font-size">9) Fincantieri (2020). Aspetti ambientali: emissioni di gas serra, 2019<br><a href="https://www.fincantieri.com/en/sustainability/environmental/environmental-aspects/">https://www.fincantieri.com/en/sustainability/environmental/environmental-aspects/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10)  P.16–17 di: SGR (2020) <a href="https://www.sgr.org.uk/publications/environmental-impacts-uk-military-sector">https://www.sgr.org.uk/publications/environmental-impacts-uk-military-sector</a>. Questo studio è stato condotto da uno degli autori di questo documento, Stuart Parkinson</p>



<p class="has-small-font-size">11) Comunicazione personale con Mike Berners-Lee, Lancaster University, 13 luglio 2022. Per ulteriori discussioni sulla sottostima delle emissioni militari di gas serra all’interno delle statistiche ufficiali del Regno Unito, vedere: SGR (2022) <a href="https://www.sgr.org.uk/publications/comparing-official-uk-statistics-military-greenhouse-gas-emissions" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.sgr.org.uk/publications/comparing-official-uk-statistics-military-greenhouse-gas-emissions</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Sulla base di un totale di emissioni globali di gas serra per il 2019 pari a 49,8 GtCO<sub>2</sub>. Si veda Our World in Data (2022b) <a href="https://ourworldindata.org/emissioni-di-gas-serra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ourworldindata.org/emissioni-di-gas-serra</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Prospettive Climate Group (2022) <a href="https://transformdefence.org/publication/military-and-conflict-related-emissionsreport/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transformdefence.org/publication/military-and-conflict-related-emissions-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Si veda, per esempio, la guida del Regno Unito per la rendicontazione aziendale sulle emissioni di gas serra: BEIS (2022) <a href="https://www.gov.uk/government/collections/government-conversion-factors-for-company-reporting" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gov.uk/government/collections/government-conversion-factors-for-company-reporting</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) CEOBS (2022) <a href="https://ceobs.org/report-a-framework-for-military-greenhouse-gas-emissions-reporting/">https://ceobs.org/report-a-framework-for-military-greenhouse-gas-emissions-reporting/</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. nota 1</p>



<p class="has-small-font-size">17) Tali stime sono invece regolarmente compilate da altre organizzazioni, vedi: UNFCCC (2022) <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/transparency-and-reporting/greenhouse-gas-data/frequently-asked-questions#-Do-you-have-estimates-for-global-GHG-emissions-ie-emissions-for-the-whole-world" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://unfccc.int/process-and-meetings/transparency-and-reporting/greenhouse-gas-data/frequently-asked-questions#-Do-you-have-estimates-for-global-GHG-emissions-ie-emissions-for-the-whole-world</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) I dati di Climate Watch sono stati riassunti in Our World in Data (2022c) <a href="https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector">https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Statista (2022) <a href="https://www.statista.com/statistics/1107970/carbon-dioxide-emissions-passenger-transport/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1107970/carbon-dioxide-emissions-passenger-transport/</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) L’impronta di carbonio nazionale della Russia nel 2019 (basata solo sulle emissioni di CO<sub>2</sub>) è stata di 1.430 MtCO<sub>2</sub>. Poiché la CO<sub>2</sub> rappresenta il 74% delle emissioni globali di gas serra, questo dato può essere confrontato con l’equivalente impronta militare globale pari a 2.050 MtCO<sub>2</sub>. Dati da Global Carbon Project (2021) <a href="https://www.icos-cp.eu/science-and-impact/global-carbon-budget/2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icos-cp.eu/science-and-impact/global-carbon-budget/2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Il divario delle emissioni militari (2021) <a href="https://militaryemissions.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://militaryemissions.org/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) CEOBS (2022), op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">23) CEOBS (2021) <a href="https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ceobs.org/governments-must-commit-to-military-emissions-cuts-at-cop26/</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Emilia Romagna: pericolosità idraulica e consumo di suolo secondo ISPRA</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/emilia-romagna-pericolosita-idraulica-e-consumo-di-suolo-secondo-ispra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 12:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[consumo di suolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6970</guid>

					<description><![CDATA[Due report che evidenziavano i rischi delle aree allagabili e il consumo di suolo entro 150 metri dai corpi idrici: 502 ettari artificializzati nella regione su 992 a scala nazionale, nel solo 2021]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-83-luglio-settembre-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 83, luglio – settembre 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Due report che evidenziavano i rischi delle aree allagabili e il consumo di suolo entro 150 metri dai corpi idrici: 502 ettari artificializzati nella regione su 992 a scala nazionale, nel solo 2021</p>
</blockquote>



<p><em>L’alluvione dell’Emilia Romagna verificatasi tra il 2 e il 17 maggio scorsi ha coinvolto 44 comuni romagnoli, tra cui principalmente la provincia di Ravenna e poi le province di Forlì-Cesena e Rimini; sono state colpite anche le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia. In totale sono straripati 23 corsi d’acqua, tra cui i fiumi Lamone, Sillaro, Savio, Montone, Rabbi, Bidente-Ronco, Santerno e i torrenti Idice, Quaderna, Ravone, Senio, Marzeno, Pisciatello e Rigossa. Nel comune di Ravenna la superficie evacuata al 20 maggio è stata di 10.873 ettari, circa il 16% del territorio comunale, per una popolazione residente di 22.000 persone. In totale, su tutta la provincia di Ravenna, sono state evacuate in via precauzionale quasi 28.000 persone. Riportiamo qui degli estratti da due Report ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): il primo è di aprile 2023 (1) e ne estrapoliamo le pagine e le mappe dedicate alla situazione di pericolosità idraulica relativa al territorio nazionale, dalle quali emerge la già ampiamente nota situazione critica dell’area che è stata colpita dall’alluvione; il secondo (2) è il report annuale di luglio 2022 – l’ultimo disponibile al momento in cui si scrive – da cui abbiamo estratto i dati relativi al consumo di suolo 2020/2021 in aree a pericolosità idraulica e vicino a corpi idrici: in entrambi i casi l’Emilia Romagna registra pessimi numeri di artificializzazione di fasce fluviali o lacustri.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color">Aree a pericolosità idraulica (1)</h4>



<p>L’indicatore fornisce informazioni sulle condizioni di pericolosità da alluvione per l’intero territorio nazionale valutate sulla base della mosaicatura ISPRA 2020 delle aree allagabili per i diversi scenari di probabilità. La mosaicatura e stata effettuata per i tre scenari di pericolosità individuati dal D.Lgs. 49/2010: elevata HPH (alluvioni frequenti), media MPH (alluvioni poco frequenti) e bassa LPH. Il fine è fornire un quadro aggiornato e unitario delle conoscenze riguardanti le condizioni di pericolosità da alluvione in Italia alle diverse scale territoriali: nazionale, regionale, provinciale e comunale.</p>



<p>Mappa 1 (pag. 41). Dalle elaborazioni effettuate sui dati prodotti dalle Autorità di Bacino Distrettuale nell’ambito dell’aggiornamento delle mappe di pericolosità e rischio di alluvioni per il II ciclo di gestione della Direttiva europea 2007/60/CE, risulta che: il 5,4% del territorio nazionale, corrispondente a una superficie di 16.224 km<sup>2</sup>, ricade in aree a pericolosità/probabilità elevata di alluvioni; il 10% del territorio nazionale (30.196 km<sup>2</sup>) e a pericolosità/probabilità media; il 14% del territorio nazionale (42.376 km<sup>2</sup>) e a pericolosità/probabilità bassa. Rispetto alla mosaicatura ISPRA 2017, le aree a pericolosità/probabilità elevata (HPH) aumentano di 1,3 punti percentuali; quelle a pericolosità/probabilità media (MPH) di 1,6 punti percentuali e infine le aree a pericolosità/probabilità bassa (LPH) di 3,1. L’incremento delle superfici è prevalentemente attribuibile all’acquisizione di un’informazione di maggior dettaglio su aree già perimetrate o su aree non presenti nelle precedenti mappature. Le maggiori percentuali di territorio potenzialmente allagabile si registrano: per lo scenario di pericolosità elevata (HPH) in Calabria (17,1%) e in Emilia-Romagna (11,6%); per lo scenario medio (MPH) in Emilia-Romagna (45,6%); per lo scenario di pericolosità bassa (LPH) in Emilia-Romagna (47,3%) e in Veneto (32,2%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="956" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-1.jpg" alt="" class="wp-image-8268" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-1-188x300.jpg 188w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 1</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Comuni interessati da subsidenza</h4>



<p>L’indicatore censisce i comuni interessati da subsidenza, il lento processo di abbassamento del suolo che interessa prevalentemente aree costiere e di pianura, coinvolgendo anche importanti città d’arte, come ad esempio Venezia e Ravenna. L’indicatore tiene conto dei fenomeni di subsidenza naturale e antropica fornendo un quadro del fenomeno e del suo impatto sul territorio nazionale.</p>



<p>Mappa 2 (pag. 43). Circa il 17% dei comuni italiani (1.338 comuni) è interessato dal fenomeno di subsidenza. I comuni più esposti sono prevalentemente situati nelle regioni del Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, mentre nell’Italia centrale e meridionale il fenomeno interessa soprattutto le pianure costiere. Le regioni più esposte sono il Veneto e l’Emilia-Romagna, con oltre il 50% dei comuni interessati dal fenomeno (rispettivamente 337 e 179 comuni).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="952" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-2.jpg" alt="" class="wp-image-8270" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-2-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 2</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Popolazione esposta ad alluvioni</h4>



<p>L’indicatore fornisce informazioni sulla popolazione esposta a rischio alluvioni in Italia. La stima è stata effettuata utilizzando come dati di input: la Mosaicatura nazionale ISPRA 2020 realizzata nel 2021 sulla base delle aree a pericolosità idraulica elevata (HPH), di quelle a pericolosita media (MPH) e di quelle a pericolosità bassa (LPH), perimetrate dalle Autorità di Bacino Distrettuali e aggiornate al 2020; i dati di popolazione alla scala di cella censuaria relativi al 15° Censimento della popolazione Istat (2011); i limiti amministrativi Istat (2020). Per popolazione esposta a rischio di alluvioni si intende la popolazione residente in aree allagabili che può subire danni a seguito di alluvioni (morti, dispersi, feriti, evacuati). Il fine dell’indicatore e quello di fornire un quadro aggiornato e unitario delle conoscenze sulla popolazione esposta a rischio alluvioni.</p>



<p>Mappa 3 (pag. 44). In base alla mosaicatura ISPRA 2020, la popolazione italiana residente in aree a pericolosità/probabilità elevata è il 4,1% del totale nazionale (2.431.847 abitanti); quella esposta a pericolosità/probabilità media è l’11,5% (6.818.375 abitanti), mentre la popolazione in aree a pericolosità/probabilità bassa è pari al 20,6% (12.257.427 abitanti). Rispetto alla mosaicatura ISPRA 2017, la popolazione residente in aree a pericolosità/probabilità elevata (HPH) aumenta di 0,6 punti percentuali; quella esposta a pericolosità/probabilità media (MPH) di 1,1 punti percentuali; infine, la popolazione in aree a pericolosità/probabilità bassa (LPH) aumenta di 4,9 punti percentuali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="930" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-3.jpg" alt="" class="wp-image-8271" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-3-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 3</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-df209de304202fadaf47ec1baa35cfc2">Consumo di suolo in aree a pericolosità idraulica (2)</h4>



<p>Mappa 4 (pag. 45). In termini assoluti, a livello nazionale nell’ultimo anno, 991,9 ettari sono stati artificializzati in aree a pericolosità idraulica media (MPH), di cui 501,9 solo in Emilia-Romagna, 74,3 in Veneto e 69,1 in Piemonte (Tabella 1 e 2, pag. 46 e 47).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="831" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-4.jpg" alt="" class="wp-image-8269" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-mappa-4-217x300.jpg 217w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 4</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="640" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-1.png" alt="" class="wp-image-8273" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-1.png 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-1-188x300.png 188w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="684" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-2.jpg" alt="" class="wp-image-8275" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-2.jpg 400w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-2-175x300.jpg 175w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Corpi idrici</h4>



<p>Al 2021 le analisi rispetto alla distanza dai corpi idrici sono state condotte utilizzando la nuova carta di copertura prodotta da ISPRA. I risultati evidenziano che la percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici a livello nazionale è pari all’8.3%, con un incremento tra il 2020 e il 2021 dello 0,27%. In Liguria la percentuale è la più alta ed è pari al 21,0%, pur registrando un incremento al di sotto della media nazionale dell’ultimo anno (0,1%). In Campania e nelle Marche la percentuale raggiunge rispettivamente 11,7% e 11,5%. Dal punto di vista dell’incremento di consumo di suolo, nella fascia entro 150 m dai corpi idrici, i valori più alti si raggiungono in Abruzzo, il quale spicca con l’1,31% in più, e in Emilia-Romagna con 0,41%. A livello nazionale, nell’ultimo anno sono stati coperti artificialmente altri 655 ettari delle fasce fluviali o lacustri, di cui 109 in Emilia-Romagna, 89 in Piemonte e 72 ettari in Lombardia. La media nazionale di densità di consumo di suolo vicino ai corpi idrici è pari a 2,21% con picchi del 10,53% in Abruzzo, seguono Marche ed Emilia-Romagna con 3,40% e 3,28% (Tabella 3, pag. 48).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="468" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-3.jpg" alt="" class="wp-image-8272" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/report-ISPRA-tabella-3-300x234.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 3</figcaption></figure>
</div>


<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Report ISPRA, <em>Ambiente in Italia: uno sguardo d’insieme Annuario dei dati ambientali 2022, </em>aprile 2023<br><br><em>2) </em>Report ISPRA, Munafò, M. (a cura di), 2022. <em>Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2022</em>. Report SNPA 32/22, luglio 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Decouplink Debunked. Prove e argomentazioni contro la crescita green come unica strategia per la sostenibilità (quarta e ultima parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita-quarta-e-ultima-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 12:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[decouplink]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6973</guid>

					<description><![CDATA[Transizione ecologica e sviluppo sostenibile. Il decouplink (disaccoppiamento) tra crescita economica e pressioni ambientali non può avvenire. Dopo aver analizzato studi e pratiche, la conclusione del Report di European Environmental Bureau è tranchant: dobbiamo parlare di decrescita]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Parrique T., Barth J., Briens F., C. Kerschner, Kraus-Polk A., Kuokkanen A., Spangenberg J.H.*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-83-luglio-settembre-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 83, luglio – settembre 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Transizione ecologica e sviluppo sostenibile. Il <em>decouplink </em>(disaccoppiamento) tra crescita economica e pressioni ambientali non può avvenire. Dopo aver analizzato studi e pratiche, la conclusione del Report di European Environmental Bureau è <em>tranchant</em>: dobbiamo parlare di decrescita</p>
</blockquote>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita/" target="_blank">Qui la prima parte del Report</a></p>



<p><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita-seconda-parte/" target="_blank">Qui la seconda parte del Report</a></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita-terza-parte/" data-type="post" data-id="6895" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la terza parte del Report</a></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-ac78ea12a2e19ec1c1405dac88c22137">Sezione tre. È probabile che il decouplink si verifichi?</h4>



<p>Alla ricerca di prove, abbiamo scoperto che il tipo di disaccoppiamento che sarebbe necessario per mitigare in modo efficace ed equo il cambiamento climatico e affrontare altre crisi ambientali, non si vede da nessuna parte. Tuttavia, la mancanza di supporto empirico non è sufficiente per respingere completamente la possibilità di decouplink, che alcuni sostengono potrebbe benissimo verificarsi in futuro con il giusto insieme di cambiamenti politici. Lo scopo di questa sezione è valutare la validità di questa posizione. La nostra affermazione è la seguente: è estremamente improbabile che un disaccoppiamento adeguato (cioè assoluto, permanente e sufficiente) avvenga nel prossimo futuro. Offriamo sette ragioni a difesa di tale proposta: (1) aumento della spesa energetica, (2) effetti di rimbalzo, (3) spostamento del problema, (4) impatto sottovalutato dei servizi, (5) potenziale limitato del riciclaggio, (6) cambiamento tecnologico insufficiente e inappropriato e (7) spostamento dei costi. In quanto segue, esaminiamo ciascuno di questi motivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-0cdf0d47d87471e2b4eb51681b47e795">5. Potenziale limitato del riciclaggio</h4>



<p>Il riciclaggio è una strategia comunemente sostenuta per il decouplink, spesso associato alla visione di un’economia circolare. L’idea è che il disaccoppiamento delle risorse potrebbe essere possibile se tutti i materiali necessari per la produzione di nuovi prodotti venissero estratti non dalla natura, ma dai vecchi prodotti divenuti rifiuti. Il tradizionale processo lineare di produzione verrebbe poi trasformato in un’economia “a circuito chiuso”, a “zero sprechi”, “dalla culla alla culla”. Naturalmente, chiudere il cerchio tra rifiuti ed estrazione attraverso il riciclaggio è un obiettivo sensato e, in teoria, si vorrebbe che qualsiasi economia fosse il più circolare possibile. Quello che sosteniamo è che ci sono limiti a questa circolarità, e che in un’economia in rapida crescita questi limiti vengono raggiunti rapidamente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il riciclaggio stesso richiede nuovi materiali ed energia</h4>



<p>Le macchine a moto perpetuo non esistono nella realtà. Anche se ci si possono aspettare guadagni significativi da un migliore riciclaggio, lo stesso processo di riciclaggio richiede energia e, il più delle volte, nuovi materiali; i quali a un certo punto dovrebbero essere anch’essi riciclati, richiedendo l’utilizzo di risorse aggiuntive, così via <em>all’infinito</em> (Georgescu-Roegen, per esempio, parlava di “regresso infinito”). Ciò significa che a causa di leggi ineludibili della natura (in questo caso la legge dell’entropia), i tassi di riciclaggio tecnicamente fattibili sono sempre al di sotto di quelli teoricamente possibili. Inoltre, le tariffe economicamente giustificabili sono spesso significativamente inferiori a quanto è tecnicamente possibile, poiché il costo marginale tende ad aumentare quanto più un processo si avvicina al suo massimo teorico (Motivo 1).</p>



<p>In aggiunta, poiché i materiali inevitabilmente si degradano nel tempo (seconda legge dell’entropia), possono essere riciclati negli stessi prodotti solo per un numero limitato di volte, prima di dover essere utilizzati per produrre altre merci con requisiti di qualità inferiore. In altre parole, prima o poi qualsiasi riciclo è necessariamente <em>downcycling</em>. Per esempio, le bottiglie di plastica possono essere riciclate in fibre di plastica per l’abbigliamento, ma non di nuovo in bottiglie di plastica, e possono infine finire nei muri di protezione dal rumore lungo le autostrade. Le fibre di cellulosa di carta possono sopportare solo da 3 a 6 cicli, per i quali devono essere mescolate con nuove fibre, e solo fino a quando non diventano troppo fragili per essere utilizzate per la carta; dopo passano al cartone, successivamente posso essere usate come isolamento abitativo e infine come biocarburante. Proprio come per l’energia, questo logoramento dei materiali pone limiti<em> assoluti </em>a quanto qualsiasi economia possa essere circolare.</p>



<p>Giampietro (2019) propone un altro modo di pensarla. In un certo senso, la natura ricicla già tutti i materiali gratuitamente, anche se troppo lentamente per gli attuali tassi di estrazione. Sostenere che i materiali e l’energia saranno quindi riciclati all’interno dell’economia, e non al di fuori di essa, ha un prezzo in termini di energia. Come sempre, la produzione richiede manodopera, strumenti ed energia, tranne che questa volta ciò che viene prodotto sono servizi di riciclaggio. In altre parole, il riciclaggio è un utilizzo di energia e materiali primari per riciclare i rifiuti, cioè energia e materiali secondari. In un mondo in cui l’economia è relativamente piccola rispetto al suo ambiente, e dove i flussi di energia e materiali primari sono maggiori dei flussi secondari, un’economia può essere circolare. Ma quando la scala della seconda coincide con quella della prima, la circolarità è compromessa. Come dice l’autore: “Ciò che conta davvero in relazione al potenziale del riciclaggio è la <em>dimensione</em> dei flussi di input richiesti e dei flussi di rifiuti generati dall’economia (tecnosfera), rispetto alla <em>dimensione</em> delle fonti primarie e dei pozzi primari messi a disposizione dai processi ecologici (biosfera)”. Se crescita economica significa un aumento delle dimensioni dell’economia rispetto al suo ambiente, significa che le economie in crescita raggiungeranno prima o poi i limiti della circolarità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I tassi di riciclaggio sono lontani dal 100%</h4>



<p>Naturalmente, si può sostenere che questa argomentazione relativa all’entropia è irrilevante in una situazione in cui i tassi di riciclaggio sono bassi, e che il semplice aumento di tali tassi per adeguarli al ritmo di aumento dell’uso delle risorse sarà sufficiente per ottenere il disaccoppiamento assoluto. Ma ecco una considerazione pratica: quanto è probabile che i tassi di riciclaggio aumentino così tanto?</p>



<p>Assumiamo innanzitutto che il riciclaggio non richieda energia extra e che tutti i materiali possano essere riciclati perfettamente. Nel 2005 sono stati lavorati 62 Gt/anno di materiali, generando 41 Gt di output (19 Gt di biomassa per mangimi, alimenti e foraggi, 12 Gt di combustibili fossili, 4,5 Gt di minerali estratti). Allo stesso tempo, solo 4Gt di materiali sono stati riciclati. Ciò non sorprende, dal momento che alcuni materiali attualmente utilizzati non possono essere riciclati, come i combustibili fossili e le biomasse bruciate per produrre energia (1). Un quinto delle risorse totali utilizzate nel mondo sono combustibili fossili e quasi la metà sono vettori energetici. Il 98% dei combustibili fossili che vengono bruciati come fonte di energia insieme alla biomassa consumata per mangimi, alimenti e foraggi non può essere riutilizzato o riciclato. Certo, passare a una fornitura di energia rinnovabile al 100% risolverebbe questo problema (anche se forse a costo di crearne altri, Motivo 2), ma siamo ancora lontani da questa situazione.</p>



<p>Un altro problema è che molti prodotti moderni sono troppo complessi per essere riciclati. La miniaturizzazione può far risparmiare materiale ma rende più difficile il recupero dei materiali stessi – e quando è tecnicamente fattibile (e non è sempre il caso), è più costoso e quindi meno interessante dal punto di vista economico. Reuter et al. (2018) studiano la riciclabilità di uno degli smartphone più modulari (Fairphone 2) e scoprono che il miglior scenario di riciclaggio possibile recupererebbe solo il 30% circa dei materiali. Più importante e problematico, questo è anche il caso della tecnologia per raccogliere e immagazzinare energia rinnovabile. UNEP (2011) ha stimato che meno dell’1% dei metalli speciali viene riciclato.</p>



<p>Un terzo punto è che i miglioramenti nel riciclaggio sono spesso più che annullati dall’aumento dei tassi di sostituzione (a volte alimentati dall’obsolescenza programmata). Infatti, se i tassi di riciclaggio aumentano a un ritmo più lento rispetto alla riduzione della vita media dei prodotti (cioè il tasso di sostituzione dei prodotti), l’uso delle risorse è destinato ad aumentare. Se la capacità di riciclare è più lenta della volontà di produrre, allora bisognerà utilizzare risorse vergini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Non ci sono abbastanza rifiuti da riciclare</h4>



<p>Quest’ultimo argomento è una questione di aritmetica di base. Solo per ora, assumiamo ancora che i tassi di riciclaggio aumenterebbero significativamente più velocemente rispetto alle loro tendenze attuali (pur mantenendo l’ipotesi che il riciclaggio di per sé richieda energia e nuovi materiali). Eppure, anche questo di per sé non sarebbe una garanzia per mantenere la produttività dell’economia in crescita, poiché in un’economia con un uso crescente delle risorse, la quantità di materiale utilizzato che può essere riciclato sarà sempre inferiore al materiale necessario per la crescita. Poiché l’economia continua a espandersi, saranno necessari più materiali di quelli disponibili nei periodi precedenti, e quindi i materiali disponibili per il riciclaggio non saranno sufficienti. Sarebbe come un serpente che cerca di creare una pelle più grande con gli scarti della sua precedente pelle più piccola.</p>



<p>Come mostrato da Grosse (2010), in un’economia in cui il consumo di materiale aumenta, il riciclaggio può solo ritardare l’esaurimento delle risorse. L’autore prende l’esempio dell’acciaio, il materiale più riciclato al mondo. Con un tasso di riciclaggio attuale del 62% e un aumento annuo del consumo del 3,5%, il riciclaggio sta ritardando l’esaurimento solo di dodici anni. Se manteniamo costanti i tassi di consumo, anche aumentare i tassi di riciclaggio al 90% aggiungerebbe solo sette anni in più prima dell’esaurimento.</p>



<p>Arnsperger e Bourg (2017) applicano il calcolo di Grosse (2010) al rame. Presuppongono che il suo tempo di permanenza nell’economia sia di quarant’anni anni e che il 60% di esso possa essere riciclato con le tecnologie attuali. Dei sei milioni di tonnellate di rame utilizzate nel 1975, ciò significa che quattro milioni avrebbero potuto essere recuperati entro il 2015. Tuttavia, il consumo di rame è cresciuto fino a 16 milioni negli ultimi quarant’anni e quindi, nonostante il riciclaggio, 12 milioni di tonnellate di rame vergine devono ancora essere estratte. In questo caso, anche ipotizzando un tasso di riciclo illusorio del 100%, l’estrazione sarebbe più che raddoppiata.</p>



<p>Ciò che aggrava la limitata disponibilità di prodotti da riciclare è il fatto che una parte significativa di tutte le risorse utilizzate finisce nelle infrastrutture, spesso per un bel po’ di tempo. De Decker (2018) propone un semplice calcolo <em>back-of-the-envelope</em>. Nel 2005 il mondo ha utilizzato 62 Gt di risorse naturali: 4 Gt per prodotti usa e getta di durata inferiore a un anno e 26 Gt per edifici, infrastrutture e beni di consumo di durata superiore a un anno. Lo stesso anno, 9 Gt di risorse sono state dismesse nel processo produttivo. L’autore conclude che la quantità totale di materiali disponibili per il riciclo all’inizio del secondo anno di produzione è di 13 Gt (4 Gt di prodotti usa e getta + 9 Gt di risorse in eccedenza), di cui solo un terzo potrebbe essere effettivamente riciclato. È evidente che questo numero non solo è inferiore a quel che sarebbe necessario solo per produrre quanto l’anno precedente (62Gt), ma ancora di più per un’economia in crescita.</p>



<pre class="wp-block-preformatted has-white-color has-luminous-vivid-orange-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5a87fc5a9de70d41d7c8b4c69bdf6f5d">Un’economia circolare in continua crescita è un’impossibilità aritmetica e una contraddizione in termini. Il riciclaggio stesso è limitato nella sua capacità di fornire risorse per un’economia materiale in espansione. Alla fine, il nostro punto non è mettere in discussione l’utilità o la rilevanza del riciclaggio, che potrebbe al contrario svolgere un ruolo cruciale in un’economia non in crescita, ma semplicemente sottolineare il fatto che le speranze di decouplink basate sul riciclaggio sono male informate. La realtà è che i tassi di riciclaggio sono attualmente bassi e solo lentamente in aumento, che i processi di riciclaggio generalmente richiedono ancora una quantità significativa di energia e materie prime vergini, e che è matematicamente impossibile che il riciclaggio corrisponda ai tassi di sostituzione in un contesto di consumi crescenti.</pre>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-33c601c794c4c5cd2a5755a63205cfaa">6. Cambiamento tecnologico insufficiente e inappropriato</h4>



<p>Il dibattito sulla probabilità di un futuro disaccoppiamento è, in fondo, un dibattito sul potenziale dell’innovazione tecnologica. Il disaccoppiamento potrebbe non essersi ancora verificato e la crescita economica potrebbe sembrare vincolata dal punto di vista biofisico, a causa dell’aumento dei costi di estrazione (Motivo 1), dello spostamento imprevisto dei problemi (Motivo 3), dell’infrastruttura materiale (Motivo 4) o del riciclaggio limitato (Motivo 5), ma il discorso sulla crescita verde si sviluppa partendo dal presupposto che le future innovazioni lo eliminerebbero presto. A nostro avviso, questa argomentazione ipotetica presenta diverse carenze legate allo scopo, alle conseguenze non intenzionali e al ritmo del cambiamento tecnologico. In poche parole, il progresso tecnologico: 1) non prende di mira i fattori di produzione che contano per la sostenibilità ecologica e non conduce al tipo di innovazioni che riducono le pressioni ambientali; 2) non è abbastanza dirompente in quanto non riesce a sostituire altre tecnologie indesiderabili; e 3) non è di per sé abbastanza veloce da consentire un disaccoppiamento che sia assoluto, globale, permanente, ampio e abbastanza veloce. In sostanza non stiamo discutendo contro l’innovazione in sé. Il nostro punto è che l’innovazione tecnologica è molto spesso ambivalente quando si tratta di affrontare questioni ambientali, e che il potenziale delle future innovazioni tecnologiche è molto probabilmente troppo limitato e comunque incerto. Affidarsi alla convinzione che l’innovazione tecnologica porterà tutte le soluzioni necessarie ai problemi ambientali appare come una scommessa estremamente rischiosa e irragionevole.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Non porta a innovazioni rilevanti</h4>



<p>L’innovazione non è di per sé una buona cosa per la sostenibilità ecologica. Il tipo desiderabile di innovazione è <em>eco-innovazione</em> o una che si traduca in “una riduzione del rischio ambientale, dell’inquinamento e di altri impatti negativi dell’uso delle risorse rispetto alle alternative pertinenti” (Kemp e Pearson, 2008). Ma questo è solo una tipologia tra le tante. In generale, le imprese sono incentivate a innovare per risparmiare sui fattori di produzione più costosi, con l’obiettivo di massimizzare i profitti. Poiché il lavoro e il capitale sono generalmente relativamente più costosi delle risorse naturali, è probabile che un maggiore progresso tecnologico continuerà a essere diretto verso innovazioni che consentono di risparmiare lavoro e capitale, con benefici limitati, se del caso, per la produttività delle risorse e un potenziale aumento degli impatti assoluti dovuto a più produzione. Ma il disaccoppiamento non si verificherà se le innovazioni tecnologiche contribuiscono a risparmiare manodopera e capitale lasciando inalterati l’uso delle risorse e il degrado ambientale.</p>



<p>Un altro problema è che le tecnologie non solo risolvono i problemi ambientali, ma tendono anche a crearne di nuovi. Supponendo che la produttività delle risorse diventi una priorità rispetto alla produttività del lavoro e del capitale, non c’è ancora nulla che impedisca alle innovazioni tecnologiche di creare ulteriori danni. Per esempio, la ricerca sui processi di estrazione può portare a modi migliori per localizzare le risorse (tecnologie di <em>imaging</em> e analisi dei dati), per estrarle (perforazioni orizzontali, fratturazioni idrauliche e operazioni di perforazione automatizzate) e per trasportarle (rotte marittime artiche). Queste innovazioni possono mirare all’uso delle risorse ma con un risultato opposto all’obiettivo del decouplink, cioè una maggiore estrazione. E questo senza considerare gli effetti collaterali non voluti, che spesso accompagnano lo sviluppo di nuove tecnologie (Grunwald, 2018).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Non abbastanza dirompente</h4>



<p>Un altro problema riguarda la sostituzione di tecnologie dannose. Infatti, non basta che le nuove tecnologie emergano (innovazione), esse devono anche venire a sostituire le vecchie in un processo di “<em>exnovation</em>” (Kimberly, 1981). Ciò che serve è una “strategia <em>push and pull</em>” (Rockström et al., 2017): spingere nella società le tecnologie rispettose dell’ambiente e tirarne fuori quelle dannose, come le infrastrutture basate sui fossili.</p>



<p>Innanzitutto, in realtà, un tale processo è lento e difficile da innescare. La maggior parte delle infrastrutture inquinanti (centrali elettriche, edifici e strutture urbane, sistemi di trasporto) richiedono grandi investimenti, che creano poi inerzia e <em>lock-in </em>(Antal e van den Bergh, 2014). Consideriamo, per esempio, i settori dell’energia, degli edifici e dei trasporti, che rappresentano la grande maggioranza del consumo mondiale di energia e delle emissioni di gas serra. La vita iniziale di una centrale nucleare o a carbone è di circa quarant’anni. Gli edifici possono durare almeno altrettanto. La vita media di un’auto è di 12-15 anni, e questo è ciò che serve perché un’innovazione si diffonda nel parco veicoli. L’ampia disponibilità di stazioni di rifornimento di benzina dà un vantaggio infrastrutturale alle auto a benzina, mentre è la situazione opposta per elettriche, a gas, o veicoli a idrogeno, che richiederebbero diverse e nuove infrastrutture di supporto. Costruire un’autostrada o una centrale nucleare è un impegno a emettere almeno finché queste infrastrutture dureranno – Davis e Socolow (2014) parlano di “emissioni impegnate”.</p>



<p>L’energia è un buon esempio: usare più energia rinnovabile non è la stessa cosa che usare meno combustibili fossili. La storia dell’uso dell’energia non è una storia di sostituzioni, ma piuttosto di aggiunte successive di nuove fonti di energia. Man mano che vengono scoperte, sviluppate e distribuite, le vecchie fonti non diminuiscono, piuttosto, il consumo totale di energia cresce con strati aggiuntivi sulla torta del mix energetico. York (2012) rileva che ogni unità di consumo di energia da fonti di combustibili non fossili ha sostituito meno di un quarto di unità della sua controparte di combustibili fossili, mostrando supporto empirico per affermare che l’espansione delle energie rinnovabili è tutt’altro che sufficiente per frenare il consumo di combustibili fossili. La parte relativa del carbone nel mix energetico globale è stata ridotta dall’avvento del petrolio, ma ciò si è verificato nonostante la crescita assoluta nell’uso del carbone (Krausmann et al., 2009).</p>



<p>Inoltre, anche se è stata adottata la decisione di sostituire le energie rinnovabili a tutte le energie fossili, è dubbio che questo processo possa avvenire abbastanza velocemente – o addirittura del tutto, considerando i requisiti materiali. In uno studio recente, l’International Renewable Energy Association (IRENA, 2018) stima che una crescita continua del Pil compatibile con un obiettivo di riscaldamento di 2°C richiederebbe l’aggiunta di 12.200 GW di capacità solare ed eolica entro il 2050. Ciò significa aumentare l’aggiunta di capacità rinnovabile da 2,3 a 4,6 volte. Poiché lo studio presuppone una diminuzione parallela dell’intensità energetica del 2,8% l’anno (il doppio del tasso storico) e poiché mira all’obiettivo di 2°C (e non al più ambizioso 1,5°C), si potrebbe considerare che la velocità di sviluppo delle energie rinnovabili dovrebbe essere ancora più elevato. Per esempio, Garrett (2012) calcola che sarebbe necessario costruire una centrale nucleare al giorno (o un equivalente in energie rinnovabili) per decarbonizzare una domanda energetica che cresce costantemente ai ritmi attuali.</p>



<p>Questo modello osservato con l’energia, per cui le nuove tecnologie integrano anziché sostituire quelle esistenti, può essere applicato anche in molti altri settori. [&#8230;] L’ascesa della gomma sintetica, la cui produzione è stata avviata durante la seconda guerra mondiale, non ha impedito alla produzione e al consumo di gomma naturale di aumentare costantemente nel corso degli anni del ventesimo secolo (Cornovaglia, 2001). Allo stesso modo, l’esplosione di fibre sintetiche come poliestere e nylon non ha soppiantato la produzione di fibre naturali. Mentre la produzione mondiale annua di fibre sintetiche è cresciuta da meno di 2 Mt nel 1950 a oltre 60 Mt oggi, la produzione di fibre naturali è più che triplicata, da meno di 10 a circa 30 Mt, con variazioni annue dovute alle condizioni climatiche (The Fiber Anno, 2016). Il consumo aggiuntivo ha ampiamente superato la sostituzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Non abbastanza veloce</h4>



<p>Alla luce degli ultimi decenni di cambiamento tecnologico, il tasso di miglioramento necessario affinché le economie ad alto reddito e ad alta impronta si disaccoppiano in modo assoluto appare sproporzionato rispetto ai tassi di progresso tecnico passati e presenti.</p>



<p>Consideriamo l’esempio delle emissioni di carbonio. Jackson (2016) considera diversi semplici scenari di disaccoppiamento ipotetico. Il primo è il seguente: estensione del trend di crescita economica pro capite annua globale dell’1,3% parallelamente allo 0,8% della crescita annua prevista della popolazione, e un calo medio annuo dell’intensità di carbonio dello 0,6%, osservato dal 1990, comporterebbe una crescita annuale delle emissioni di carbonio dell’1,5% (1,3% + 0,8% – 0,6% = 1,5). Per ottenere una riduzione delle emissioni del 90% nel 2050 rispetto ai livelli attuali, a parità di Pil e ipotesi demografiche, l’intensità delle emissioni dovrebbe diminuire a un tasso medio dell’8% all’anno fino al 2050, riducendo il contenuto medio di carbonio della produzione economica a 20 gCO /US$, ovvero 1/26 di quello che è oggi (497 gCO / US$). In confronto, l’intensità di carbonio dell’economia mondiale è scesa da circa 760 gCO<sub>2</sub>/US$ nel 1965 a poco meno di 500 g/CO<sub>2</sub>/US$ nel 2015, ovvero un calo annuale di appena l’1%.</p>



<p>Si possono immaginare molti scenari più ambiziosi (2), ma il messaggio è già chiaro: affidarsi solo alla tecnologia per mitigare i cambiamenti climatici implica tassi estremi di miglioramento dell’eco-innovazione, che le tendenze attuali sono molto lontane dal corrispondere e che, a nostra conoscenza, non sono mai state osservate nella storia della nostra specie. Una tale accelerazione del progresso tecnologico appare altamente improbabile, soprattutto se si considerano i seguenti elementi.</p>



<p>In primo luogo, il miglioramento globale dell’intensità del carbonio è rallentato dall’inizio del secolo, da una media annuale dell’1,28% tra il 1960 e il 2000 allo 0% tra il 2000 e il 2014 (Hickel e Kallis, 2019). Restringendo il campo di applicazione ai soli Paesi OCSE ad alto reddito, dove viene sviluppata la maggior parte delle innovazioni, il tasso di miglioramento dell’intensità della CO<sub>2</sub> continua a scendere dall’1,91% (1970-2000) all’1,61% (2000-2014), che è ben lontano dal corrispondere ai livelli per ridurre le emissioni a un obiettivo di 2°C, per non parlare di 1,5°C.</p>



<p>Questa osservazione empirica non è una sorpresa per quanto riguarda la teoria. L’innovazione tecnologica è limitata come soluzione a lungo termine ai problemi di sostenibilità, perché mostra di per sé rendimenti decrescenti (Motivo 1). Tracciando il numero di brevetti di utilità per inventore negli Stati Uniti nel periodo 1970-2005, Strumsky et al. (2010) forniscono prove del fatto che la produttività delle invenzioni diminuisce nel tempo, anche in settori quali l’energia solare ed eolica, nonché le tecnologie dell’informazione (che sono spesso acclamate per il loro potenziale innovativo). “I primi lavori [&#8230;] risolvono domande poco costose ma ampiamente applicabili. [Poi] domande sempre più anguste e intrattabili. La ricerca diventa sempre più complessa e costosa [&#8230;]”. Osservando i cambiamenti della produttività totale dei fattori dal 1750 al 2015, Bonaiuti (2018) sostiene che l’umanità è entrata in una fase generale di diminuzione dei rendimenti marginali dell’innovazione.</p>



<pre class="wp-block-preformatted has-white-color has-luminous-vivid-orange-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ecbaa8c27c00c6626647b1a6dc54bb09">Per riassumere, la tecnologia non è una panacea. È infatti impossibile prevedere cosa riserva il futuro in termini di innovazioni a lungo termine. Tuttavia, il punto è che sono molteplici e serie le ragioni per essere scettici sul potenziale del cambiamento tecnologico per favorire il tipo di decouplink che abbiamo descritto come necessario. In primo luogo, molte tecnologie che potrebbero aver interrotto parte del legame tra Pil e pressioni ambientali, sono presenti da diversi decenni con effetti minimi. Ancora più importante, tutte le innovazioni non vanno nella direzione di una maggiore sostenibilità ecologica. In un’economia capitalista e orientata alla crescita, l’innovazione è spesso fortemente dipendente da opportunità di profitto, quindi in parte orientata a questo obiettivo. In un tale contesto, la maggior parte delle innovazioni può comportare un aumento del Pil, ma solo alcune di esse potrebbero contribuire a mitigare le pressioni ambientali. I futuri cambiamenti tecnologici possono forse apportare ulteriori miglioramenti, a condizione che questi non siano annullati da effetti di rimbalzo (Motivo 2) e che non si traducano in uno spostamento del problema (Motivo 3). I ritmi passati e attuali delle evoluzioni tecnologiche sono chiaramente in contrasto con i cambiamenti urgenti e radicali richiesti dalle crisi ambientali, e i tassi marginali di miglioramento in calo (Motivo 1) danno poche ragioni di ottimismo per il futuro.</pre>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-74739ced1d45caa5b3dde1d6070dd9da">7. Spostamento dei costi</h4>



<p>Il decouplink assoluto mostrato negli Stati della prima industrializzazione è evidente solo se quei Paesi esternalizzano la loro produzione ad alta intensità biofisica. Questo effetto di dispersione – a volte chiamato anche “disaccoppiamento attraverso lo spostamento del carico” o “disaccoppiamento virtuale” – può essere intenzionale o congetturale. È intenzionale o diretto quando deriva da una scelta ovvia di trasferirsi in giurisdizioni con normative ambientali meno rigorose: viene definita “ipotesi del paradiso dell’inquinamento”. È congetturale o indiretto quando l’effetto è attribuito a un insieme più ampio di fattori (per esempio differenze nel costo del lavoro, capacità industriale, accesso alle risorse o tecnologia). Sulla base di questa premessa, la globalizzazione farebbe concentrare le attività inquinanti nei Paesi meno regolamentati, il più delle volte a basso reddito. In altri termini, il commercio consentirebbe il disaccoppiamento di alcune regioni a scapito di un’intensificazione delle pressioni ambientali altrove, o in altre parole, permetterebbe ai Paesi ad alto consumo di esternalizzare i costi ambientali della produzione ai Paesi a basso consumo (si parla allora di impatti “incarnati”, per esempio emissioni incarnate, energia incarnata).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Evidenze empiriche di spostamento dei costi ambientali</h4>



<p>La letteratura empirica sulle pressioni ambientali incarnate nel commercio è coerente. Esaminando gli studi sul carbonio incorporato, Sato (2014) ha identificato un volume ampio e crescente di emissioni di carbonio incorporato nel commercio internazionale, che nel 2006 rappresentava circa un quarto delle emissioni globali. Guardando 113 Paesi, Peters et al. (2011) rilevano che i trasferimenti netti di emissioni tramite il commercio internazionale dai Paesi a basso reddito a quelli ad alto reddito sono quadruplicati tra il 1990 e il 2008.</p>



<p>Questo non riguarda solo le emissioni, ma anche le risorse. Tra il 1997 e il 2001, il 16% dell’impronta idrica globale è stata incorporata nel commercio globale. La materia prima incorporata nel commercio internazionale ha rappresentato il 30% dell’aumento del consumo di materiale globale nel periodo 1990-2010: “questo effetto è dovuto al crescente contributo alla produzione globale delle economie meno efficienti in termini di materiali” (Plank et al., 2018). Allo stesso modo, Schandl et al. (2018) riferiscono che l’efficienza materiale globale sta diminuendo a causa di un “grande spostamento dell’attività economica da economie molto efficienti dal punto di vista materiale, come Giappone, Repubblica di Corea ed Europa, alle economie attualmente molto meno efficienti dal punto di vista materiale di Cina, India e Sud-est asiatico”.</p>



<p>Per esempio, un rapporto dell’OCSE del 2011 affermava che Germania, Canada, Italia e Giappone avevano raggiunto un disaccoppiamento assoluto del consumo di materiali dal 1980. Anche se, come evidenziato da Bednik (2016), gli autori del rapporto sottolineano che “parti” di questo disaccoppiamento sono dovute all’esportazione di attività manifatturiere nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Nel 2004 la differenza tra l’uso lordo delle risorse (misurato con un approccio produttivo) e l’uso netto delle risorse (misurato con un approccio al consumo) è stato del 27,7% per la Germania e del 24,7% per l’Italia, e fino al 44% per la Francia (Laurent, 2012).</p>



<p>Più in generale, Davis e Caldeira (2010) stimano che nei Paesi ricchi la differenza tra emissioni di produzione e consumo sia intorno al 30%. Rispetto ai tassi di presunto disaccoppiamento assoluto annunciati in alcuni studi, l’unico fattore di spostamento dei costi è sufficiente a spiegare l’osservazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Perché avviene lo spostamento dei costi?</h4>



<p>Ciò che viene osservato empiricamente trova la sua spiegazione teorica nell’analisi del sistema-mondo e nella teoria della dipendenza (Amin, 1976; Emmanuel, 1972; Wallerstein, 1974). Basandosi su tale tradizione, Hornborg (1998) chiama questo processo “scambio ecologicamente ineguale”: “una relazione di scambio, anche quando è stata avviata volontariamente, può generare un deterioramento sistematico delle risorse, dell’indipendenza e dello sviluppo di una parte potenziale”. Da questa particolare prospettiva, il mondo può essere diviso in Paesi centrali, Paesi semi-periferici e Paesi periferici, con i primi che hanno più potere di importare ricchezza ed esportare il danno.</p>



<p>Emmanuel (1972) ha mostrato come le differenze nel prezzo del lavoro tra gli Stati portino a un trasferimento netto del lavoro incarnato dai più poveri ai più ricchi. Ciò che è rilevante per il disaccoppiamento è che lo stesso meccanismo è all’opera ma con materiale, energia e inquinamento. Se è più economico produrre altrove ciò che è più inquinante, di conseguenza, ci sarà un trasferimento netto del carico ambientale dal nord globale al sud globale. In termini di disaccoppiamento, questo significherebbe che i Paesi centrali si trovano in una situazione di deficit ecologico con la loro periferia.</p>



<p>Il disaccoppiamento in alcune regioni del mondo sarebbe un’“illusione locale” (Hornborg, 2016) o un’“illusione geografica” (Fischer-Kowalski e Amann, 2001) che è resa possibile da un processo di “spostamento del carico ambientale” (Muradian et al., 2001) o “spostamento dei costi” (Kapp, 1950) da una località all’altra o dal presente al futuro. Seguendo questa linea di pensiero, Hornborg (2001,) ci invita a “pensare al mondo come a un sistema, in cui i problemi ambientali di un Paese possono essere il rovescio della medaglia della crescita di un altro Paese”. Ciò è particolarmente rilevante quando si parla di cambiamento tecnologico. Hornborg (2019) sostiene che la tecnologia moderna “dovrebbe essere intesa non semplicemente come un indice di ingegnosità, ma come una strategia sociale di appropriazione (del lavoro e della terra)” o come “una strategia di spostamento (del lavoro e dei carichi ambientali)”. Una aspirapolvere può far risparmiare tempo nella pulizia della casa, ma lo fa a spese di qualcuno che deve spendere tempo ed energia per costruire l’aspirapolvere e di molte altre persone che devono estrarre i materiali necessari per la sua costruzione.</p>



<pre class="wp-block-preformatted has-white-color has-luminous-vivid-orange-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5484f5fc2ef85d677d6058f23844d9b1">Sarebbe irrilevante celebrare il disaccoppiamento in un Paese se questo si realizza a scapito dell’accoppiamento in un altro, soprattutto se quest’ultimo è più povero del primo. Vi sono forti ragioni teoriche per ritenere che i pochi casi di disaccoppiamento locale celebrati (che restano eccezioni) siano per lo più uno spostamento di pressioni ambientali altrove, come abbiamo mostrato nella Sezione 2. Se è così, significa che la sostenibilità ecologica può essere raggiunta solo attraverso un ridimensionamento della produzione inquinante. Questo motivo è forse il più problematico di tutti. Finché individui, aziende e Paesi rimarranno impegnati nella competizione sui costi, ci saranno incentivi a nascondere i costi ecologici sotto il tappeto, con l’alleggerimento delle impronte ecologiche che rimarrà un semplice trucco statistico.</pre>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f3a953d5d22a0f74b7c0a53c046e73c2">Conclusioni per la Sezione 3</h4>



<p>In questa sezione abbiamo offerto una serie di ragioni per essere scettici sul disaccoppiamento: (1) aumento della spesa energetica, (2) effetti di rimbalzo, (3) spostamento del problema, (4) impatto sottovalutato dei servizi, (5) potenziale limitato di riciclaggio in un’economia in crescita, (6) cambiamento tecnologico insufficiente e inappropriato e (7) spostamento dei costi. Ciascuno di essi, preso individualmente, mette in dubbio la possibilità del decouplink e quindi la fattibilità della ‘crescita verde’. Considerata nel complesso, l’ipotesi del disaccoppiamento appare altamente compromessa, se non palesemente irrealistica. È urgente trarne le conseguenze in termini di policy making e, seguendo il principio di precauzione, allontanarsi dalla continua ricerca della crescita economica nei Paesi ad alto consumo, in particolare nella Ue. Seguendo gli argomenti che abbiamo discusso in questa sezione, l’onere della prova grava sui sostenitori del disaccoppiamento. A meno che non vengano presentate dimostrazioni adeguate e convincenti contro tutte le argomentazioni contenute sopra menzionate, il concetto di decouplink rimane un atto di pura convinzione con scarsa rilevanza per il processo decisionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-8a0bb0302461276083e7fc3c42367345">Conclusioni generali: addio alla crescita verde</h4>



<p>Questa relazione ha cercato di analizzare una serie di punti. Per cominciare, gli studi scientifici e le discussioni politiche sul decouplink devono essere precisi su come definiscono il termine (è relativo o assoluto, riguarda l’uso o l’impatto delle risorse, è globale o locale, temporaneo o permanente?) e come si collega alle soglie ambientali e agli obiettivi politici esistenti: è sufficiente per raggiungere l’obiettivo? Rappresenta una giusta distribuzione di oneri e benefici?</p>



<p>Nella seconda sezione abbiamo esaminato la letteratura empirica sul disaccoppiamento, alla ricerca di prove del tipo di decouplink che giustificherebbe la crescita verde come strategia politica. La nostra scoperta è chiara: la letteratura sul disaccoppiamento è un pagliaio senza ago. Di tutti gli studi esaminati, non abbiamo trovato traccia che giustifichi le speranze attualmente riposte nella strategia di decouplink. Nel complesso, l’idea che la crescita verde possa affrontare efficacemente le crisi ambientali in corso non è sufficientemente supportata da basi empiriche.</p>



<p>È importante notare che il disaccoppiamento non è né una strategia nuova né mai sperimentata. È stato il principale piano di sostenibilità, almeno per l’OCSE e la Commissione europea, dal 2001, e una caratteristica fondamentale delle politiche ambientali e industriali di molti Stati membri dagli anni ‘90. Non è una strategia innovativa ma piuttosto la continuazione di ciò che è stato fatto nella Ue negli ultimi decenni. Gli scarsi risultati di questa strategia raggiunti finora, riportati nella Sezione 2 di questo report, mettono seri dubbi sul fatto che le prospettive per il futuro a breve e medio termine siano migliori. Considerando gli ultimi due decenni come un periodo di prova, bisogna confrontarsi con il fatto che il decouplink non è riuscito a garantire la sostenibilità ecologica che aveva promesso.</p>



<p>Alla fine, abbiamo affermato che c’erano diversi motivi per essere scettici sul verificarsi del disaccoppiamento in futuro: (1) aumento della spesa energetica, (2) effetti di rimbalzo, (3) spostamento dei problemi, (4) impatto sottostimato dei servizi, (5) potenziale limitato di riciclaggio, (6) progresso tecnologico insufficiente e inappropriato e (7) spostamento dei costi possono, ciascuno individualmente, e ancor più tutti insieme, compromettere o addirittura respingere la possibilità di una ‘crescita verde’. L’intuizione qui non è che i miglioramenti dell’efficienza non siano necessari (e in questo senso, sosteniamo la maggior parte delle politiche mirate al disaccoppiamento sostenute dall’UNEP nel rapporto 2014), ma è teoricamente ed empiricamente irrealistico aspettarsi che queste politiche possano separare in modo assoluto, globale e permanente, dalla sua base biofisica, un metabolismo economico in costante crescita. Data la correlazione storica tra Pil e pressioni ambientali, nonché i miglioramenti tecnologici necessari per una riduzione sufficientemente ampia e rapida dell’uso delle risorse e del degrado ambientale, fare affidamento sul solo decouplink per risolvere i problemi ambientali sembra essere una scommessa estremamente rischiosa e irresponsabile. Inquadrare questioni di giustizia socio-ecologica con il concetto di disaccoppiamento è come tentare di tagliare un albero con un cucchiaio: è probabile che sia un tentativo lungo e che alla fine fallisca.</p>



<p>Come Daly (1977) sostenne già quarant‘anni fa, la scommessa che stiamo affrontando è simile alla scommessa di Pascal. O speriamo che in qualche modo questi sette problemi si risolvano da soli, continuando a crescere come sempre e rischiando un collasso sociale e ambientale; oppure riconosciamo che il disaccoppiamento probabilmente fallirà, con conseguenze irreversibili sull’ambiente, e seguiamo un approccio basato sul principio di precauzione, allontanandoci da una rischiosa strategia di crescita verde e riducendo direttamente le forme problematiche di produzione e consumo di oggi. Alla luce di quanto emerge dal presente rapporto, la sola prudenza giustifica l’abbandono del disaccoppiamento e della crescita verde come unica strategia di sostenibilità.</p>



<p>Poiché le affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie, l’onere della prova dovrebbe ricadere sui sostenitori del decouplink. Come abbiamo sostenuto nella Sezione 3, qualsiasi richiesta di disaccoppiamento deve affrontare una serie di argomenti. Questa è la sfida per ogni politica che tenti di seguire lo scenario di mitigazione dell’IPCC a 1,5°C, e di implementare gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Finora, la letteratura sulla crescita verde tace o non convince su nessuno dei sette argomenti che abbiamo elencato in questo rapporto. Riflettendo su questi risultati, la nostra raccomandazione è la seguente: i responsabili politici devono riconoscere il fatto che affrontare le crisi del clima e della biodiversità (che sono solo due delle numerose crisi ambientali) può richiedere un ridimensionamento diretto della produzione e dei consumi economici nei Paesi più ricchi. In altre parole, sosteniamo uno spostamento delle priorità dall’<em>efficienza</em> alla <em>sufficienza</em>, con la seconda che viene anteposta alla prima. La strategia di disaccoppiamento dà per scontati i livelli di consumo e si affida alla speranza che l’ulteriore crescita economica fornisca i mezzi per (sovra)compensare i propri impatti ambientali. Si tratta di un approccio interessante per i politici, in quanto richiede solo cambiamenti minimi nella struttura economica e sociale. Tuttavia, questa attenzione all’offerta appare controintuitiva e ormai superata. L’ossessione per il disaccoppiamento nella politica europea mostra una problematica mancanza di creatività politica e di ambizione, nonché l’incapacità dei politici di immaginare l’economia in modo diverso dalla sua forma attuale.</p>



<p>Il problema è che, anche se il disaccoppiamento potrebbe essere definitivamente dimostrato come impossibile, ci vorrà del tempo prima che sia dimostrato in modo soddisfacente per i suoi sostenitori. Come affermato da Fletcher e Rammel (2017), il disaccoppiamento agisce come una fantasia distraente che giustifica un percorso (sempre più) distruttivo con la promessa di successo e la dimostrazione della sua impossibilità rinviata al futuro. Ma poiché il decouplink non si concretizza, le risorse naturali si esauriscono e gli ecosistemi crollano. In questo senso, il disaccoppiamento non è un’opportunità ma una minaccia. In definitiva, fino a quando il Pil non sarà effettivamente disaccoppiato dalle pressioni ambientali, per evitare conflitti di risorse e disgregazione ecologica, qualsiasi produzione aggiuntiva richiederà uno sforzo maggiore nella riduzione delle risorse e dell’intensità dell’impatto. In questa logica, cercare di ridurre gli impatti durante la crescita ha poco senso, quanto cercare di frenare mentre si accelera davanti a un ostacolo.</p>



<p>Produzione e consumo meno impattanti non si stanno verificando. In uno dei suoi rapporti sul decouplink, l’UNEP (2014) dedica un’intera pagina a descrivere tutte le possibili tecnologie per migliorare l’efficienza del carburante negli autotrasporti, dai deflettori del tetto pieni, ai cofani inclinati e i paraurti aerodinamici, ai parabrezza ricurvi: le opzioni che non menziona includono la semplice riduzione della velocità di questi camion, o la sostituzione del trasporto su gomma con quello ferroviario, o, ancora più efficace, la riduzione del bisogno di merci rilocalizzando produzione e consumo. Il fatto che tali soluzioni basate sul buon senso non siano nemmeno prese in considerazione in un rapporto completo incentrato sulle opzioni politiche, è una prova significativa di quanto sia diventata dominante l’enfasi unidimensionale sull’eco-efficienza.</p>



<p>Contrariamente alle auto a idrogeno, alle reti intelligenti a livello regionale e ai mercati del carbonio ben funzionanti, la riduzione della produzione e del consumo non è una narrativa astratta. Negli ultimi due decenni, i movimenti del Nord globale (città di transizione, decrescita, eco-villaggi, città lente, economie sociali e solidali, economie per il bene comune) hanno iniziato a organizzarsi attorno al concetto di sufficienza, che potrebbe ispirare un approccio politico trasversale. Quello che dicono è che <em>di più</em> non è sempre <em>meglio</em> e che in un mondo a rischio climatico, <em>abbastanza</em> può essere <em>molto</em>. Come sostenuto da parecchi di questi attori, la scelta della sufficienza non è quella del sacrificio, della disoccupazione, dell’aumento delle disuguaglianze, della povertà e del restringimento del welfare state. Al contrario, è la scelta di un’economia equa che rimanga entro le capacità di carico della biosfera o, come il settimo “Programma di azione ambientale” della Ue l’ha definito, “vivere bene entro i limiti ecologici del pianeta”. Ascoltando queste opzioni alternative, dovremmo riformulare completamente il dibattito: ciò che dobbiamo disaccoppiare non è la crescita economica dalle pressioni ambientali, ma la prosperità e la “buona vita” dalla crescita economica.</p>



<p>Questo lavoro evidenzia la necessità di una nuova cassetta degli attrezzi concettuale per informare le politiche ambientali. In questa prospettiva, appare urgente che i responsabili politici prestino maggiore attenzione e sostengano la diversità, già esistente, di alternative alla ‘crescita verde’. Trarre lezioni da questa diversità, dalle persone e dai contesti coinvolti nell’immaginazione e nell’attuazione di modi di vita alternativi, è un modo promettente per risolvere quella che percepiamo come una crisi dell’immaginazione politica. Il successo di quell’iniziativa conta, perché la posta in gioco non è altro che il futuro dei nostri figli e nipoti, se non della civiltà umana in quanto tale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*<em>Decouplink Debunked, Evidence and arguments against green growth as a sole strategy for sustainability</em>, luglio/ottobre 2019. Report pubblicato da European Environmental Bureau, un’associazione internazionale non-profit composta da una rete europea di 180 organizzazioni ambientaliste di 38 Paesi. Il Report è sotto diritti Creative Commons <a href="https://meta.eeb.org/ about/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://meta.eeb.org/ about/</a> e la traduzione in italiano è a cura di Paginauno. Il Report è pubblicato suddiviso in quattro parti, questa è l&#8217;ultima parte</p>



<p class="has-small-font-size">1) Questo vale anche per gli usi dispersivi che deviano i materiali dai circuiti di riciclaggio (per esempio metalli scarsi utilizzati negli inchiostri e nei pigmenti delle vernici, additivi nel vetro e nella plastica)</p>



<p class="has-small-font-size">2) Poiché nel suddetto scenario di base, il bilancio del carbonio finisce per essere completamente utilizzato entro il 2025, l’autore calcola in un secondo scenario il requisito di una riduzione del 95% a parità di tutto il resto. Il tasso di miglioramento sale a una riduzione del 10,4% dell’intensità del carbonio anno dopo anno, ma il budget del carbonio si esaurisce ancora entro la fine degli anni ‘20. Per evitare ciò, un terzo scenario fissa l’anno obiettivo al 2035 anziché al 2050 e la velocità necessaria del cambiamento tecnologico diventa del 13% per una riduzione del 90% e del 15% per una riduzione del 95%. Nello scenario quattro, ci si aspetta che i Paesi a basso reddito corrispondano al reddito di quelli più ricchi (con un’espansione del 2% nei Paesi ricchi, ci vorrà un tasso di crescita del 7,6% in quelli poveri affinché entrambi i livelli di reddito convergano). In queste condizioni, l’intensità di carbonio deve essere inferiore a 2 gCO<sub>2</sub>/$ per ottenere una riduzione del 95%, quasi 1/250 di quello che è oggi. Il raggiungimento di questi obiettivi entro il 2035 richiede una riduzione dell’intensità del carbonio per una media annuale del 18%, cento volte più veloce dell’attuale tasso di cambiamento</p>
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