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	<title>antagonismo &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>antagonismo &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>L&#8217;opinione pubblica mercificata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lopinione-pubblica-mercificata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 12:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È difficile avere oggi un’idea della dimensione di quella che possiamo genericamente chiamare ‘area antagonista’, inserendo nella definizione ogni realtà culturale o movimentista della società civile che si muove in senso critico rispetto al pensiero dominante neoliberista; da quella più ‘radicale’, che si oppone al capitalismo, di cui il neoliberismo è solo l’attuale fase, a quella ‘socialdemocratica’, che non mette in discussione il sistema economico ma mira semplicemente a mitigarne le caratteristiche di sfruttamento dell’uomo e delle risorse ambientali, attraverso la difesa di uno stato sociale in fase di smantellamento e dei cosiddetti beni comuni.</p>



<p>Difficile perché le lotte sono frammentate, ciascuna chiusa nella propria singola identità – per la casa, per l’acqua pubblica, contro l’Expo, la riforma della scuola, la Tav&#8230; – e non fa eccezione nemmeno la battaglia per il lavoro, che pur avendo un unico tema si divide in tanti terreni di scontro quante sono le aziende che licenziano, delocalizzano, impongono ricatti ai lavoratori in termini di retribuzione e orario per non chiudere gli stabilimenti.</p>



<p>La debolezza delle lotte, intesa come incapacità di incidere sull’esistente, modificandolo, è evidente. Sconta sicuramente la frammentazione, l’incapacità di comprendere che la lotta è una, sebbene articolata su più campi, perché dietro le singole tematiche vi è un ‘nemico’ comune, ossia il sistema capitalistico: privatizzazioni e riduzione del welfare rispondono alla necessità del Capitale di espandersi in nuovi ambiti, il maggior sfruttamento, ossia bassi salari e lavoro precario a uso e consumo delle oscillazioni della domanda del mercato, risponde al bisogno di recuperare maggiori margini di profitto, ed entrambe le operazioni servono al capitalismo per salvarsi dall’attuale crisi – fino alla prossima, ovviamente.</p>



<p>Ma l’area antagonista sconta anche l’esclusione dal dibattito pubblico, che si muove sui canali mainstream, televisione su tutti e poi grandi giornali, e quando riesce a esservi presente fa i conti con la difficoltà di spostare l’opinione pubblica dalla propria parte.</p>



<p>Non è una questione che possa essere elusa, perché i mezzi a disposizione per cambiare l’esistente sono ben pochi; non è più il tempo di rivoluzioni, e non si vede all’orizzonte un partito che possa dare rappresentanza concreta al pensiero critico, ancor meno a quello radicale. Non resta quindi che la pubblica opinione, in teoria un potere ‘dal basso’ in grado di imporre cambiamenti alla politica. O almeno questo era quando è nata.</p>



<p>Non si può parlare di opinione pubblica senza citare Habermas. Nel suo saggio del 1962,&nbsp;<em>Storia e critica dell’opinione pubblica</em>, lo studioso ne evidenzia innanzitutto i natali borghesi. Tra Inghilterra e Francia, il percorso che si snoda fra il XVII e il XVIII secolo vede la nascita di libelli, opuscoli e riviste nelle quali fa la sua comparsa l’articolo ‘dotto’, l’argomentazione razionale; una nuova classe sociale, la borghesia commerciale, crea una sfera nella quale privati cittadini, raccolti come pubblico, rivendicano il ruolo di attori insieme all’autorità dello Stato nella regolamentazione dello scambio di merci e lavoro, disponendosi a costringere il potere a legittimarsi dinanzi alla rappresentanza pubblica del nascente gruppo sociale.</p>



<p>È un ceto che inizia a essere dominante dal punto di vista economico ma non lo è ancora sul piano politico, e dunque attacca il sistema di potere vigente. In antitesi alla Corte nascono i salotti, dove borghesi e aristocratici iniziano a incontrarsi, poi la nuova classe in ascesa si autonomizza e fanno la loro comparsa i caffè, luoghi nei quali si discute di arte, commerci e politica. In una società nella quale il modello liberale sta divenendo dominante e afferma, come presupposto, che tutti possono diventare borghesi, sempre più le questioni di cui si discute assumono valore di ‘interesse generale’; l’interesse della nuova classe viene dunque proposto come interesse della società. Ciò significa, ed è un punto focale, che l’opinione pubblica nasce come rappresentanza borghese, ossia di un interesse di classe, e grazie alla forza economica che possiede.</p>



<p>È Marx a evidenziarne la natura classista, mentre John Stuart Mill e Tocqueville, da buoni liberali, si pongono il tema del suo contenimento nel momento in cui, con la diffusione della stampa e della propaganda, il pubblico si amplia e perde l’esclusività borghese; mentre viene quindi implicitamente riconosciuto che non tutti possono accedere alla proprietà privata, negando dunque il presupposto iniziale, un’opinione pubblica non più coesa negli interessi da difendere ma divenuta terreno di scontro di interessi contrapposti deve essere sottoposta a una limitazione. Perché rischia di divenire un ‘giogo’ per il potere politico, che può emanare leggi ‘sotto la pressione della piazza’, ed essere dominata dal punto di vista dei molti e dei mediocri; la stampa, infatti, per aumentare la diffusione ha abbassato il proprio livello culturale, e l’opinione pubblica è divenuta più una spinta al conformismo, dominata dalle passioni della massa, che una forza critica razionale contro il potere; può dunque servire per limitarlo, ma non deve influenzarlo. Occorre quindi strutturare una sorta di gerarchia, nella quale un’élite di pochi cittadini istruiti e potenti si faccia carico di influenzare l’opinione pubblica con scritti e discorsi.</p>



<p>Chiaramente si può concordare con parte dell’analisi dei due pensatori – il minore livello culturale, la spinta al conformismo – ma è il presupposto di base il punto fondamentale: lo Stato di diritto borghese nato sull’idea della libera autodeterminazione di una società civile raziocinante diviene reazionario nel momento in cui nella sfera pubblica fanno sentire la propria voce le classi subalterne.</p>



<p>Alla sua nascita, la locuzione&nbsp;<em>pubblic opinion</em>&nbsp;identifica l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio; ufficialmente conserva tuttora questo significato, ma è chiaro che oggi non lo rappresenta più. Il percorso che l’ha portata a trasformarsi da spazio critico a dimensione manipolata è andato di pari passo con la crescita della società dei consumi.</p>



<p>La sfera letteraria, che ha prodotto quella politica, si trasforma in un consumo culturale di massa che ha ben poco a che fare con una crescita intellettuale: il fine è vendere una merce, non ‘educare’ un vasto pubblico, quindi il livello del pensiero si abbassa. Scompaiono i circoli, e le discussioni vengono formalmente organizzate in convegni, seminari, e poi tribune politiche e programmi televisivi e radiofonici, appannaggio di quella élite auspicata da Mill e Tocqueville, e diventano anch’esse bene di consumo; il pubblico, sia esso borghese o classe lavoratrice, diviene ascoltatore e spettatore: riceve un pacchetto di opinioni preconfenzionato e in assenza degli strumenti culturali per metterlo in discussione lo assorbe, incapace di ribattere e parlare.</p>



<p>Nascono le pubblicità commerciali e gli uffici di pubbliche relazioni, che si occupano di costruire il consenso intorno a una merce come a una persona; una forma di consenso che ha più nulla a che vedere con i criteri del ragionamento ma si basa su una fascinazione emotiva indotta da un’operazione pubblicitaria. Sulla materia oggetto di promozione non viene infatti aperto un pubblico dibattito ma inscenata una rappresentazione: le discussioni in Parlamento come quelle in televisione diventano spettacoli (talk<em>&nbsp;show</em>, appunto), e la sfera pubblica non è più il luogo in cui si manifesta la critica ma lo spazio in cui prende forma l’acclamazione.</p>



<p>Ne&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>&nbsp;Marcuse scrive che “la cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia promossa dalla cultura di massa diffusa dai mass media: apparentemente impolitica, in quanto promuove semplicemente un prodotto, è in realtà fortemente politica, perché contiene in sé l’ideologia capitalista, che non agisce più sul pensiero ma si concretizza nello spazio dei comportamenti: l’abitudine al consumo di merci che vanno a soddisfare falsi bisogni, indotti ed eterodiretti per alimentare un sistema produttivo che per fare profitti ha bisogno di crescere incessantemente.</p>



<p>Il pensiero politico critico, dunque, quando non viene censurato e riesce a raggiungere il dibattito pubblico, oggi ha davanti a sé come vero antagonista non tanto un pensiero politico contrapposto, ma un’ideologia trasformatasi in merce, promossa a suon di slogan pubblicitari, inconsapevolmente assorbita da una massa di cittadini divenuti consumatori. Ed è chiaro che un pensiero politico che si oppone alla mercificazione dell’esistente non è&nbsp;<em>vendibile</em>&nbsp;sui media, televisione e grandi quotidiani, che sono gli strumenti principali di diffusione dell’ideologia dei consumi; non può raccogliere consenso tra quel pubblico.</p>



<p>Il problema è che quel&nbsp;<em>pubblico</em>&nbsp;è oggi l’opinione pubblica: una massa di consumatori analfabeti funzionali, spettatrice di messinscene politiche, manipolata da una ristretta élite di&nbsp;<em>opinion maker</em>&nbsp;che si occupa di dirigerla promuovendo il pensiero neoliberista sotto forma di concetti estremamente superficiali e semplificati. Di fatto la&nbsp;<em>pubblic opinion</em>, nel suo reale significato, non esiste più.</p>



<p>Quando nei primi anni Novanta nasce il web, il mondo antagonista che dopo il riflusso degli anni Ottanta è tornato a organizzarsi nel Movimento della Pantera e nei centri sociali, vede nella nuova tecnologia una possibilità di azione; un mezzo per creare una rete di collegamento e comunicazione tra le varie realtà, innanzitutto, attraverso la messaggistica e le mailing list, e successivamente uno strumento per fornire contenuti. Parallelamente al Movimento no global nascono realtà come Indymedia e Autistici/Inventati, che grazie alla nuova tecnologia iniziano a produrre controinformazione in opposizione all’informazione mainstream, raccontando direttamente le manifestazioni e creando siti web nei quali il pensiero critico può esprimersi e confrontarsi. La rete sembra essere quello spazio libero che mancava, un territorio in cui poter far crescere una rete antagonista globale, parallelamente e in opposizione alla globalizzazione del Capitale.</p>



<p>La rapida diffusione della cultura e del movimento no global tra il 1999 di Seattle e il 2001 di Genova dà l’impressione, e la speranza, che una nuova opinione pubblica antagonista possa crearsi grazie al web, e che il suo peso possa incidere sul potere politico ed economico nel momento in cui si concretizza scendendo in piazza, in manifestazioni di una tale partecipazione e forza da ricordare quelle degli anni Settanta del Novecento.</p>



<p>La violenza della repressione messa in atto a Genova taglia le gambe al movimento, ma forse sull’ennesimo processo di riflusso seguito al G8 e allo stato di eccezione messo in piedi dopo l’11 settembre 2001 molto di più ha inciso la trasformazione della stessa rete che aveva permesso la nascita di quella opinione pubblica raziocinante. Il Capitale aveva già iniziato la colonizzazione del territorio del web attraverso la cosiddetta new economy – è del 2000 l’esplosione della bolla finanziaria delle dot.com – e la rete diventa&nbsp;<em>social</em>. Nasce MySpace e poi Facebook, Twitter e social network di ogni genere.</p>



<p>Ora il pensiero antagonista deve lottare per non essere marginalizzato in quello stesso spazio che aveva creduto di poter usare a proprio vantaggio, e che è divenuto non solo un altro territorio in cui il Capitale promuove e diffonde l’ideologia della mercificazione, contribuendo a creare lo stesso pubblico dei media mainstream e lo stesso consumo culturale di massa, ma anche un luogo di compensazione di frustrazione e alienazione e uno strumento che disinnesca il conflitto: condivido un post critico, metto un ‘mi piace’ a un articolo di un sito di controinformazione, segno la mia partecipazione a un dibattito e poi non non vado, e ho l’impressione di aver fatto qualcosa, di avere ‘contato’, mentre ho fatto nulla che possa minimamente incidere sull’esistente.</p>



<p>In aggiunta, dal punto di vista della crescita intellettuale indispensabile alla creazione di un’opinione pubblica raziocinante, il web si è trasformato in una contraddizione paradossale: non ha problemi fisici di spazio e ha minimi costi economici, a differenza del supporto cartaceo, può dunque contenere articoli lunghi di analisi e approfondimento, e invece ha eliminato quel tipo di lettura ‘lenta’ e ragionata promuovendo la velocità, l’articolo breve, l’informazione superficiale, l’ansia di essere continuamente aggiornati su tutto ciò che accade senza avere né gli strumenti né il tempo per comprenderlo davvero, in una continua deconcentrazione.</p>



<p>Che fare, dunque?<br>Se c’è una cosa che il percorso dell’opinione pubblica borghese insegna è innanzitutto che la sua partenza è culturale e di classe. Per cercare di modificare l’esistente occorre dunque per prima cosa (ri)costruire una cultura di classe, e poi trasformarla in opinione pubblica. Certo, da questa parte è più arduo: la borghesia era ceto dominante economico – dunque aveva soldi – e agiva in una società liberale che già rispecchiava il suo modello di sistema produttivo; doveva solo conquistare il potere politico, e trasformare in borghese lo Stato. Ma resta il fattore culturale come punto centrale: è dalla sfera letteraria che nasce quella politica.</p>



<p>Non è un caso infatti che la crescita della società dei consumi sia andata di pari passo con lo svuotamento della cultura di sinistra – non solo politica, anche letteraria e cinematografica – fino al suo totale annientamento che ha registrato come contraltare la mercificazione totale dell’esistente e la vittoria dell’ideologia neoliberista. Si tratta dunque di ripartire da lì, dalla sfida culturale, ma non per farne un esercizio astratto bensì per radicarla nella conflittualità sociale esistente.</p>



<p>Occorre poi capire che i media mainstream non possono essere il terreno di questa battaglia e il loro pubblico non può essere conquistato; per quanto rappresenti la maggioranza, è a tal punto annichilito e manipolato che ora non si può che rinunciarci. È nella rete che si muove quella ristretta minoranza di persone che sente il bisogno di informarsi, capire, approfondire in modo critico; si deve dunque accettare che solo il web, pur con tutto ciò che rappresenta in termini di colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (1), può essere lo spazio in cui il pensiero antagonista può muoversi e crescere. È una contraddizione, ma bisogna essere consapevoli che non esiste più alcun territorio che il Capitale non abbia conquistato e mercificato, dunque l’alternativa sarebbe l’immobilità, e non è un’alternativa.</p>



<p>Come non lo è quella messa in atto da molti centri sociali, che si sono ripiegati all’‘interno’ in forme di autogestione mutualistica e hanno rinunciato a opporsi alle dinamiche di potere che si muovono all’‘esterno’ nella società.</p>



<p>È poi fondamentale che l’area antagonista comprenda che il nemico è uno e che la frammentazione delle lotte gioca a suo vantaggio; e se c’è una cosa che il web può offrire è proprio la connessione tra le diverse conflittualità in campo.</p>



<p>Ma il mondo virtuale va sfruttato per uscirne, per creare luoghi fisici di incontro, confronto, progettualità e lotte comuni. Perché la partecipazione virtuale è una non-partecipazione; non c’è alcuna differenza tra l’essere spettatore di un talk show televisivo e mettere un click a un dibattito senza andarci: in entrambi i casi si resta muti davanti a uno schermo. Ma allo stesso modo, scendere in piazza senza la forza di un bagaglio culturale, soprattutto oggi, nella complessità finanziaria ed economica dell’attuale capitalismo, significa essere disarmati di fronte all’ideologia neoliberista e dunque comunque perdenti. L’opinione pubblica è raziocinante. La lotta è teoria e prassi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" data-type="post" data-id="1104" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</a></em>, Paginauno n. 47/2016</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Forza e violenza: nodo del conflitto sociale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/forza-e-violenza-nodo-del-conflitto-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 15:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Proteste di piazza e stigmatizzazione della violenza: tra black bloc e manifestazioni pacifiche, quale futuro per il conflitto sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-43-giugno-settembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 43, giugno &#8211; settembre 2015)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Proteste di piazza e stigmatizzazione della violenza: tra black bloc e manifestazioni pacifiche, quale futuro per il conflitto sociale</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse"><em>“Si dura una gran fatica per comprendere la violenza proletaria quando si cerca di ragionare secondo le idee che la filosofia borghese ha diffuso nel mondo; secondo questa filosofia, la violenza sarebbe un residuo della barbarie e sarebbe destinata a scomparire con la progressiva influenza dei lumi.”</em><br>George Sorel,&nbsp;<em>Riflessioni sulla violenza</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Rileggere oggi<em>&nbsp;Riflessioni sulla violenza</em>&nbsp;di Sorel, pubblicato nel 1908, è un buon esercizio intellettuale. Aiuta a tenere vigile la capacità critica, che il canto delle sirene della retorica democratica, della&nbsp;<em>civile</em>&nbsp;società pacificata, pone continuamente sotto minaccia di assopimento. Il testo colpisce per l’attualità di alcune analisi, accanto a considerazioni oggi decisamente fuori tempo. Sorel – che può essere inscritto nel filone del ‘sindacalismo rivoluzionario’ – individuava nel&nbsp;<em>mito</em>&nbsp;dello sciopero generale l’unica leva in grado di innescare una rivoluzione socialista, che avrebbe abbattuto lo Stato democratico borghese e creato i presupposti per la nascita di una nuova società. Non si poneva il problema della progettualità politica della futura società, solo di abbattere quella esistente; ciò che sarebbe venuto dopo, si sarebbe immaginato dopo.</p>



<p>Considerava la via parlamentare, intrapresa dai socialisti progressisti, una presa in giro: un bieco opportunismo da politicante, un “pantano democratico”, il vicolo cieco che avrebbe portato il socialismo alla morte. I “socialisti cosiddetti rivoluzionari del Parlamento” si erano venduti alla filosofia borghese, divenendo sostenitori del sistema capitalistico. Da qui, la necessità di una netta separazione tra le classi sociali, per mantenere l’autonomia culturale e politica della classe subalterna e contrastare l’imborghesimento che già si affacciava anche tra i lavoratori. Dietro il riformismo, dietro “le&nbsp;<em>persone per bene</em>, i democratici devoti alla causa dei Diritti dell’Uomo” (1), dietro i “fabbricanti di pace sociale”, Sorel individuava l’uso strumentale degli astratti valori dell’Illuminismo –<em>&nbsp;imposti</em>&nbsp;culturalmente agli operai per impedire loro di ribellarsi con la violenza allo sfruttamento – divenuti sovrastruttura di quello che oggi definiremmo pensiero unico: la falsa contrapposizione parlamentare destra/sinistra che tiene in piedi il sistema capitalistico. Di questo gioco delle parti, lo Stato borghese democratico si faceva garante, dunque non era, per sua natura, riformabile; occorreva abbatterlo. E non c’era altra via che l’uso della violenza.</p>



<p>Sorel si rifiuta di porre il tema sul piano morale; ne fa una questione di prassi. O meglio: il problema è politico. Per Sorel infatti la morale non è quella del singolo individuo ma quella di una società. Dunque: “Non si tratta qui di giustificare i<em>&nbsp;violenti</em>, ma di sapere quale è nel socialismo contemporaneo il compito della&nbsp;<em>violenza delle masse operaie</em>. […] Non bisogna esaminare gli effetti della violenza partendo dai risultati immediati che essa può produrre, ma dalle sue conseguenze lontane. Non bisogna chiedersi se essa possa recare agli operai di oggi più o meno vantaggi immediati di quanti ne comporterebbe una accorta diplomazia, ma chiedersi quale è il risultato della introduzione della violenza nei rapporti tra il proletariato e la società”.</p>



<p>Si tratta anche della distinzione tra ‘forza’ e ‘violenza’: “I termini&nbsp;<em>forza</em>&nbsp;e&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;vengono adoperati allo stesso modo sia per le azioni delle autorità che per quelle dei rivoltosi. È chiaro che i due casi danno luogo a conseguenze ben diverse. Io sono del parere che sarebbe tanto di guadagnato adottare una terminologia che non desse luogo a nessuna ambiguità, e che bisognerebbe riservare il termine&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;per la seconda accezione; diremo dunque che la forza ha per oggetto di imporre la organizzazione di un certo ordine sociale nel quale governa una minoranza, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La borghesia ha fatto uso della forza sino agli inizi dei tempi moderni, mentre il proletariato reagisce adesso con la violenza contro di essa e contro lo Stato”.</p>



<p>La violenza quindi, praticata all’interno degli scioperi, esercitata fuori dal controllo “di chi per professione fa della politica parlamentare”, radicalizza la lotta di classe – che i riformisti tendono invece a epurare del concetto di violenza – e riporta nella società quel conflitto necessario ad abbatterla.</p>



<p>Il primo maggio scorso, a Milano, sono scese in piazza entrambe le posizioni politiche: quella riformista, convinta che le cose possano essere cambiate per via democratica, parlamentare e pacifica, e quella che non lo ritiene possibile, e utilizza la violenza per opporsi all’attuale sistema politico ed economico. Le due prassi si sono plasticamente confrontate non tanto nel corteo del Mayday No Expo – dove hanno certamente condiviso spazio e temporalità, essendo entrambe presenti – quanto nell’inaugurazione dell’Expo inscenata la mattina dal centro sociale Sos Fornace presso i tornelli di ingresso dell’Esposizione, e la violenza messa in atto nel pomeriggio dai black bloc durante la manifestazione. </p>



<p>La prima ha utilizzato il registro del sarcasmo per comunicare e denunciare la precarietà, lo sfruttamento, la corruzione e il malaffare che hanno costruito e tuttora sostengono Expo. Un piccolo gruppo di una trentina di attivisti, a viso scoperto,&nbsp;<em>travestiti</em>&nbsp;da hostess e lavoratori volontari di Expo, ha messo in piedi una scenetta di dieci minuti con tanto di taglio del nastro, coriandoli e stelle filanti, e megafono alla mano ha espresso la propria opinione politica: “Oggi, 1° maggio 2015, all’apertura dei cancelli di Expo, i precari della metropoli danno il benvenuto alla grande Esposizione Universale […] entrando nel grande sito di Expo 2015 potrete osservare da vicino la biodiversità precaria, straordinari esempi di precarie e precari di varie specie e affascinanti caratteristiche: si comincia da 340 apprendisti fino a 29 anni, 195 stagisti con un semplice rimborso spese e tirocinanti non pagati” (2). La Fornace, centro sociale di Rho, è una delle realtà più attive tra le diverse che hanno cercato di contrastare l’organizzazione di Expo fin dalla candidatura di Milano del 2006, con manifestazioni, dibattiti, cercando di creare una rete con il territorio, di informare e coinvolgere i cittadini, di confrontarsi con le istituzioni.</p>



<p>La seconda prassi, quella dei black bloc, si è espressa per le strade di Milano, a volto coperto: ha distrutto vetrine, dato fuoco ad alcune auto e cercato di sfondare i blocchi della polizia posti lungo il percorso della manifestazione. Se analizziamo il corteo dal punto di vista dei suoi spezzoni – i centri sociali, i comitati, le organizzazioni, le associazioni – è indubbio che quello dei black bloc era tra i più numerosi: a occhio e croce, tra 800 e 1.000 persone (su 30.000 totali, secondo le stime ufficiali). Compatte, organizzate e determinate.</p>



<p>Non è facile analizzare la galassia internazionale black bloc: non comunica, e ancora meno dialoga, con i cittadini e le istituzioni; si pone in posizione&nbsp;<em>altra</em>&nbsp;rispetto alla società, operando una separazione netta. Non esiste un manifesto politico né portavoce o referenti; i militanti proteggono il proprio anonimato (posizione comprensibile, dato che compiono atti illegali a termini di legge) ed è nota la loro avversione per la stampa (difficile dargli torto, visto il livello di collusione/servilismo dell’informazione ufficiale con il potere politico ed economico).<br>Gli unici documenti pubblici sono interviste rilasciate da alcuni attivisti, sotto anonimato, che parlano a titolo personale.</p>



<p>Mettendole insieme, si può tentare di fare una sintesi del pensiero politico: il black bloc non è un movimento né una organizzazione, è una prassi, un metodo di lotta che si caratterizza per l’utilizzo della violenza durante le proteste a carattere internazionale (contro la Bce, il Fmi, la Bm, il Wto, il G8 ecc.); non esiste quindi una struttura, né alcuna gerarchia, non ci sono riunioni di vertice; è la riconoscibilità della pratica politica, l’uso della violenza, che li aggrega e li rende compatti; l’ideologia sottostante la prassi è quella no global e anticapitalista; la violenza va esercitata solo sulle&nbsp;<em>cose</em>, non sulle&nbsp;<em>persone</em>&nbsp;– anche lo scontro con le forze dell’ordine va evitato, quando possibile – ed è una violenza&nbsp;<em>mirata</em>&nbsp;contro le sedi delle multinazionali, delle banche, e in generale contro i simboli del capitalismo globale; il fine è abbattere il sistema, politico ed economico, giudicato non riformabile, e non esiste un progetto sul tipo di società da costruire dopo; l’obiettivo è il piano simbolico: i black bloc sanno bene che mandare in pezzi anche cento vetrine, anche dieci volte l’anno (ragionando per eccesso), non mette in crisi il sistema: è il campo dell’immaginario che vogliono incrinare, quello del brand, della globalizzazione; infine, l’uso sistematico della violenza mira a riportare all’interno della società la pratica conflittuale come fenomeno diffuso e allargato – la logica non è dunque quella dell’avanguardia dei gruppi armati degli anni Settanta (i black bloc non sono armati e non vogliono entrare in clandestinità). Si può quindi dire, ma questa è una conclusione di chi scrive, che mirano a innescare una rivoluzione.</p>



<p>Anche se vi sono evidenti similitudini con il pensiero di Sorel, non si intende qui fare un parallelismo – improponibile per ragioni politiche, economiche, sociali, ideologiche – tra i black bloc e il sindacalismo rivoluzionario dei primi del Novecento – sconfitto, tra l’altro, dalla storia: la rivoluzione socialista non c’è stata, e ancora meno la dinamica dello sciopero generale l’ha mai innescata. Il richiamo a Sorel vuole solo essere funzionale a mostrare quanto la stigmatizzazione della violenza politica –&nbsp;<em>senza se e senza ma</em>, recita oggi il conformismo benpensante – impedisca di fare analisi articolate.</p>



<p>Dopo ogni azione dei black bloc si assiste alla corsa alla condanna della pratica violenta, sia da parte dei divulgatori del pensiero unico – ed è comprensibile quanto scontato – che del mondo ‘antagonista’ – ed è già meno comprensibile. L’ideologia pacifista – che fatica a fermare il pensiero sul concetto di violenza, al punto da non riuscire a operare una differenza fra quella sulle cose e quella sulle persone, né a chiedersi se, per tornare a Sorel, sia più violenta la&nbsp;<em>forza</em>&nbsp;dello Stato, con le sue pratiche neoliberiste, o la&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;dei black bloc – attiva automaticamente una serie di dispositivi delegittimanti per non riconoscere una soggettività politica alla realtà black bloc: sono poliziotti travestiti, sono infiltrati dalle forze dell’ordine, sono manovrati dai servizi segreti, sono d’accordo con i servizi segreti.</p>



<p>Sono uno strumento – è la valutazione conseguente – più o meno consapevole del potere, che li utilizza per giustificare la repressione di un movimento politico di opposizione pacifico e democratico; e per silenziarlo, perché la violenza cancella le motivazioni della protesta, e dalla sera stessa sui media si discute solo degli<em>&nbsp;atti vandalici</em>&nbsp;e non delle ragioni per cui migliaia di persone sono scese in piazza. Se non sono tutto questo, sono nulla più che teppisti delinquenti.</p>



<p>Tentativi di infiltrazione sono facilmente ipotizzabili – è una consueta pratica del potere per cercare di gestire le opposizioni sociali – così come non è da escludere la presenza di persone apolitiche, semplicemente frustrate e disadattate (come ci si può adattare a questa società?); che poi durante la fase della violenza, ci rimetta anche la vetrina di una pasticceria, o qualche auto, fa parte della dinamica della rabbia che esplode. Ma tutto questo non significa che il black bloc non sia un soggetto politico. Il punto è che riconoscerlo come tale, significa doversi confrontare; il pensiero unico non intende farlo, quindi è ovvia la manovra di delegittimazione; ma che abbia lo stesso atteggiamento quella sinistra sociale che si oppone alle politiche neoliberiste, è avvilente.</p>



<p>Se il ‘movimento politico di opposizione pacifico e democratico’ volesse fare un’analisi articolata, dovrebbe essere drammaticamente più onesto con se stesso: che cosa ha ottenuto fino a ora? Nulla. L’Expo è qui, a macinare utili per le multinazionali sulle spalle di lavoratori precari,&nbsp;<em>volontari</em>, sfruttati, privi di diritti e tutele, dopo aver ingrassato mafie e pratiche corruttive; anni di proteste pacifiche non hanno scalfito la globalizzazione, le politiche neoliberiste, l’attacco al mondo del lavoro. L’approccio dialogante con le istituzioni e il tentativo di coinvolgere i cittadini non hanno portato alcun cambiamento.</p>



<p>La scenetta organizzata dalla Fornace, così come la manifestazione del pomeriggio (la parte allegra, colorata, musicale, piena di striscioni), si sono svolte nella più totale indifferenza del potere politico ed economico. E non perché l’attenzione si sia focalizzata sulla violenza dei black bloc. Siamo onesti: senza quella, i telegiornali avrebbero dedicato trenta secondi alla manifestazione, e i quotidiani un articoletto nelle pagine interne.<br>Anche la prassi dei black bloc, in questi anni, ha ottenuto nulla. Dunque entrambe, la via riformista e quella violenta, così come fino a oggi sono state praticate, non hanno raggiunto risultati concreti.</p>



<p>Occorre dunque riflettere. E come primo passo, ricostruire un’autonomia culturale. Operare una cesura, diventare<em>&nbsp;altro</em>, decolonizzare l’immaginario e il pensiero dalla filosofia dei ‘fabbricanti di pace sociale’, e ricominciare a ragionare sul concetto di&nbsp;<em>conflitto</em>. Quando, sul piano teorico, siamo tutti concordi sul fatto che la dignità di una persona vale più della&nbsp;<em>dignità</em>&nbsp;della vetrina di una banca, che cosa significa? In che cosa si trasforma, sul piano concreto? È dignitoso lavorare per 800 euro al mese, quando l’affitto di un monolocale di 27 metri quadri a Milano ne costa 500? Che cosa è&nbsp;<em>violenza</em>? Cosa significa&nbsp;<em>morale</em>? E&nbsp;<em>legittimo</em>? E&nbsp;<em>legale</em>?</p>



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<p class="has-small-font-size">1) Corsivo nel testo. Se non diversamente indicato, in tutto l’articolo i corsivi inseriti nelle citazioni da Sorel sono contenuti nel testo originale: G. Sorel,&nbsp;<em>Scritti politici. Riflessioni sulla violenza, Le illusioni del progresso, La decomposizione del marxismo</em>, Utet</p>



<p class="has-small-font-size">2) Per il testo completo: <em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-sos-fornace-contesta-linaugurazione/" data-type="post" data-id="1508">Expo 2015. SOS Fornace contesta l’inaugurazione</a></em></p>
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