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	<title>capitalismo &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 04 Mar 2026 13:59:57 +0000</lastBuildDate>
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	<title>capitalismo &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/liberta-vs-sottomissione-desiderio-di-autoritarismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere “Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Ma il fischiare nel buio non porta luce. La solitudine, la paura e lo sgomento rimangono; le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della ‘libertà da’; debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione a un capo o il conformismo ossessivo delle democrazie.”<br>Erich Fromm,<em> Fuga dalla libertà</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Un sondaggio Reuters/Ipsos, pubblicato il 26 gennaio scorso (1), fotografa un 39% di statunitensi che approva la politica di Trump in materia di immigrazione, e tra questi il 13% ritiene addirittura che il governo non stia facendo abbastanza; è un sondaggio su scala nazionale condotto tra il 23 e il 25 gennaio, ossia appena prima e subito dopo l’uccisione del secondo cittadino a Minneapolis da parte di agenti ICE. Reuters evidenzia come la maggioranza degli statunitensi disapprovi, ma il punto non è certo questo: perché dopo l’omicidio, da parte di ufficiali pubblici, di due persone in meno di un mese, l’approvazione popolare dovrebbe essere allo zero percento. E invece, se restringiamo il sondaggio al solo elettorato Repubblicano, il 55% ritiene che gli sforzi degli agenti ICE per affrontare l’immigrazione irregolare “sono più o meno giusti”, e per il 23% “non sono abbastanza”; appena il 20% pensa che l’ICE sia andata “troppo oltre”.</p>



<p>Andando indietro di qualche mese, a fine settembre 2024 il Pew Research Center (2) registra il 69% di statunitensi convinti che Trump stia tentando di esercitare un potere maggiore rispetto ai Presidenti precedenti, e il 49% tra loro lo considera negativo per il Paese. Ma, di nuovo, se guardiamo al solo elettorato Repubblicano, è il 49% a ritenere che Trump stia abusando del proprio potere, e solo per il 14% è una cosa negativa: il 24% lo ritiene positivo e il 10% “non sa”. In aggiunta, il 74% degli elettori Repubblicani pensa che nel suo attuale mandato Trump abbia “sicuramente” o “probabilmente” reso più efficiente la funzionalità del governo, migliorato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo (73%) e gestito un’amministrazione aperta e trasparente (70%).</p>



<p>Tirando le somme, la base elettorale Repubblicana, che ha portato Trump alla Casa Bianca, continua in larga maggioranza ad approvarne la politica, per quanto quest’ultima si stia rivelando sempre più autoritaria.</p>



<p>Se veniamo a noi, l’annuale rapporto Censis (3), uscito a dicembre 2025, fotografa un’Italia nella quale il 38,7% dei cittadini ritiene la democrazia non più adeguata in un epoca storica, come l’attuale, in cui contano forza e aggressività, e il 29,7% considera i regimi autocratici più adatti a governare il mondo di oggi. Un terzo degli italiani, dunque, sembra guardare con favore a una forma politica autoritaria. Non è un dato che si possa archiviare con un’alzata di spalle. Eppure, come Reuters non dà rilevanza al 39% di statunitensi che sostiene la violenta politica anti-immigrazione di Trump, così i principali media italiani liquidano in una riga il desiderio di autoritarismo di un terzo della popolazione italiana, limitandosi a osservare che l’incertezza ampiamente diffusa porta a cercare sicurezza nell’uomo forte. Tutto qui. Cosa questo davvero significhi, non importa. Difficile dire se la superficialità con cui viene trattato il dato sia figlia dell’intenzione di non voler dare troppa visibilità a una simile realtà – posizione che rivelerebbe la consapevolezza della sua drammatica importanza – oppure derivi, al contrario, dall’incapacità a prenderla sul serio, nell’idea che rappresenti un mero insignificante <em>scivolone</em>, nella convinzione che il regime democratico non sarà mai davvero messo in discussione. Nel primo caso, è ovvio che non è ignorandola, che la realtà muta; nel secondo, la cecità storica unita a un vuoto idealismo, non può che portare rovine&#8230;</p>



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<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>I would prefer not to. Conflitto non è solo scontro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-would-prefer-not-to-conflitto-non-e-solo-scontro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" data-type="post" data-id="8994" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Siamo in un periodo di grande trasformazione sociale e di maggiore incertezza rispetto al passato. Gli strascichi della pandemia, i conflitti armati, la riduzione del potere di acquisto delle famiglie, la stagnazione dell’economia […] sono tutti elementi che modificano in modo netto lo scenario. Siamo passati dalle certezze a un’incertezza continua. In questo scenario le aziende devono adeguare i loro posizionamenti” (1); perché “le persone oggi non comprano solo scarpe: cercano significato e visione. Il marketing non è più uno slogan, ma un dialogo continuo. Si passa dal comando netto e quasi autoritario a una domanda che riconosce le paure di insuccesso e l’ansia generazionale” (2). La prima citazione è di Sandro Castaldo, professore ordinario del Dipartimento di marketing dell’università Bocconi; la seconda è della giornalista Brittaney Kiefer, sulla rivista di marketing Adweek. Entrambe si riferiscono alla nuova campagna pubblicitaria della Nike lanciata a metà settembre, che ha visto lo slogan <em>Just</em><em> Do It</em>, coniato nel 1988, trasformarsi nel <em>Why Do It? “</em>Una preoccupazione forte degli italiani in passato era l’ambiente” continua Castaldo, “molti hanno constatato scarsi impatti nella pratica delle politiche ambientali e oggi le preoccupazioni sono altre […] Nell’attuale situazione di incertezza le nuove generazioni hanno bisogno di sapere il perché, ovvero il motivo profondo che dovrebbe spingere all’azione. […] Pertanto le aziende si adeguano cercando di cogliere questa esigenza di pragmatismo e riscontro empirico”.</p>



<p>In poche parole, la frustrazione, l’incertezza per il futuro, l’ansia da prestazione, la delusione, la sensazione di impotenza che le giovani generazioni vivono nell’attuale società capitalistica – sempre più competitiva e passata dal Green New Deal alla propaganda di guerra – vengono incorporate negli slogan pubblicitari e sfruttate, dallo stesso capitalismo che le crea, per alimentare i consumi e la profittabilità del capitale. Un circolo vizioso che intrappola la generazione Z, senza che essa riesca a opporre resistenza. I cosiddetti <em>nativi digitali </em>connessi h24, infatti, si ritrovano, nella gran parte, privi del bagaglio culturale che permetterebbe loro di elaborare un pensiero critico capace di disinnescare la dinamica capitalismo-consumismo, cogliendone i tratti sistemici e le perverse correlazioni. Una mancanza che non è unicamente causata dalla virtualizzazione del mondo prodotta dallo sviluppo digitale, ma di certo smartphone, chat e social hanno reso strutturale un approccio veloce e superficiale là dove prima regnava la lentezza dell’approfondimento, del ragionamento e della trasmissione del sapere. Se questa è la realtà per chi è nato tra la metà degli anni Novanta e il 2010, quella che attende la generazione Alpha rischia seriamente di essere peggiore. Definita la <em>generazione schermo, </em>i cosiddetti <em>screenager</em> sono venuti al mondo tra il 2010 e il 2024, e sono i primi umani che con tablet, smartphone e computer hanno intrattenuto uno stretto e costante rapporto fin dai primi vagiti. Che società stiamo costruendo per loro? Cosa gli consegniamo per difendersi da un futuro di frustrazione, ansia da prestazione, delusione, sensazione di impotenza?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro della generazione Alpha</h4>



<p>“Bambini che sempre più vengono letteralmente calmati, addormentati, svezzati attraverso lo smartphone […] padri che cullano l’infante tenendo sempre lo smarphone in mano. Poi madri che lo allattano mentre guardano lo smartphone. Infine genitori che lo guardano attraverso lo smartphone per fare un filmino dei suoi primi passi. Che cosa cambia in questi sguardi?” si chiede Simone Lanza ne <em>L’attenzione contesa. Come il tempo</em><em> schermo modifica l’infanzia</em> (Armando Editore, 2025)&#8230;</p>



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		<title>Carne coltivata o cibo di Marte</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/carne-coltivata-o-cibo-di-marte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
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					<description><![CDATA[Benessere animale, sicurezza alimentare e ridotto impatto ambientale sono i temi con cui viene promossa la carne coltivata: non è così. Quali sono i reali interessi, quale l’approccio tecnologico e chi finanzia la ricerca di un cibo destinato ai ricchi e ai viaggi spaziali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Benessere animale, sicurezza alimentare e ridotto impatto ambientale sono i temi con cui viene promossa la carne coltivata: non è così. Quali sono i reali interessi, quale l’approccio tecnologico e chi finanzia la ricerca di un cibo destinato ai ricchi e ai viaggi spaziali</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La macchina ha trasformato ciò che c’è di più immediato per l’uomo, la sua casa, il suo mobilio, il suo nutrimento.”<br>Jacques Ellul, <em>La tecnica rischio del secolo</em></pre>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della carne</h4>



<p>Nella città-prefettura di Ezhou in Cina svetta un grattacielo di 26 piani conosciuto come “pig palace” (1). Si tratta del più grande allevamento di maiali al mondo che, al pieno della sua capacità, può mandare al macello fino a 1,2 milioni di suini l’anno. Questi maiali occupano le fila degli oltre 80 miliardi di animali uccisi annualmente per la produzione di carne, escludendo quelli morti durante il processo di allevamento (2). Tali numeri sono presto spiegati dai dati circa il consumo di carne pro capite pari, nel 2022, a 70,57 kg in Cina, 122,8 kg negli Stati Uniti, 73,58 kg in Italia (3); quantità destinate a crescere. Secondo la FAO (4), infatti, in vista dell’aumento della popolazione mondiale (5), la produzione annuale di carne dovrà crescere di oltre 200 milioni di tonnellate, per raggiungere i 470 milioni di tonnellate.</p>



<p>Tutto ciò si traduce anche in consumo di suolo e inquinamento. Il 70% del terreno agricolo è occupato da animali da allevamento o da colture destinate a foraggiare gli animali, come quelle del mais e della soia, i principali ingredienti dei mangimi. A livello mondiale, il Brasile rappresenta uno dei massimi fornitori di soia, un primato che ha fatto sì che per favorire la monocoltura del legume sia stato devastato il Cerrado (situato nell’altopiano del Brasile), considerato la savana con la più alta biodiversità al mondo (6). Spostando lo sguardo sul nostro territorio, è l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) a dichiarare che gli allevamenti intensivi sono la causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca in Italia e la seconda fonte di polveri sottili nel Paese (7).</p>



<p>Questo scenario ci mette davanti al rischio reale di non poter più seguire gli attuali standard di produzione e consumo di prodotti di origine animale, possibilità rispetto alla quale è stata presentata una soluzione: la carne coltivata in laboratorio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove il piatto è servito</h4>



<p>È il 1931 quando Winston Churchill in un saggio breve intitolato <em>Fifty Years Hence,</em> pubblicato sulla rivista <em>Strand Magazine,</em> immagina un mondo in cui si faranno crescere solo le parti commestibili di un animale in ambienti speciali e paventa l’idea di nuovi cibi: “Sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero per mangiare il petto o l’ala, coltivando queste parti separatamente in un mezzo adatto. In futuro, naturalmente, useremo anche cibo sintetico. [&#8230;] I nuovi cibi saranno fin dall’inizio praticamente indistinguibili dai prodotti naturali e qualsiasi cambiamento sarà così graduale da sfuggire all’osservazione” (8). Le parole di Churchill sembrano anticipare quello che avviene nel 2013 quando Mark Post, ingegnere olandese dell’Università di Maastricht, presenta alla stampa il primo hamburger ottenuto dalle cellule staminali di una mucca: 250.000 euro il prezzo stimato, cifra che teneva conto dei costi degli esperimenti e dell’uso delle strumentazioni (9).</p>



<p>Ma cosa s’intende per carne coltivata?&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 90</a></p>



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			</item>
		<item>
		<title>Intelligenza mortale. AI e armi autonome letali</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/intelligenza-mortale-ai-e-armi-autonome-letali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre l’ONU ne vuole discutere la regolamentazione e il REAIM parla di “intelligenza artificiale responsabile in ambito militare” (!), i killer robot già esistono, l’Ucraina è diventata la “Mil-Tech Valley”, e uno studio mostra come il ‘controllo umano’ sia inesistente anche nei sistemi AI semi-autonomi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio – settembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Mentre l’ONU ne vuole discutere la regolamentazione e il REAIM parla di “intelligenza artificiale responsabile in ambito militare” (!), i killer robot già esistono, l’Ucraina è diventata la “Mil-Tech Valley”, e uno studio mostra come il ‘controllo umano’ sia inesistente anche nei sistemi AI semi-autonomi</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Quanto ci eravamo proposti era nientemeno che di comprendere perché l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofondi in un nuovo genere di barbarie.”<br><em>Dialettica dell’illuminismo</em>, Max Horkheimer e Theodor W. Adorno</pre>



<p class="has-drop-cap">In un video prodotto da <em>Future of Life</em> (1) uno sciame di mini droni, grandi quanto il palmo di una mano, fuoriesce da un furgone e si dirige verso un’università; una volta raggiunta vi penetra attraverso i muri utilizzando piccole cariche esplosive, si muove all’interno tra le diverse aule scatenando il panico tra gli studenti, ne individua alcuni e li uccide, facendo detonare 3 grammi di esplosivo a pochi centimetri dalla fronte. L’operazione non è gestita da remoto da un operatore umano, né per quanto riguarda il volo, né per l’individuazione del bersaglio, né per l’ordine di ‘fare fuoco’: i droni sono totalmente autonomi. L’intelligenza artificiale che li muove, singolarmente e collettivamente in uno sciame coordinato, utilizza un GPS per raggiungere l’università, sensori e telecamere per muoversi all’interno della struttura sulla base della mappa precaricata dell’edificio, e un sistema di riconoscimento facciale per individuare gli studenti ‘bersaglio’, i cui dati sono stati prelevati dai social network tramite algoritmi di profilazione che monitorano post, like, immagini ecc. I droni appartengono alla categoria dei <em>killer robot</em> o <em>lethal autonomous weapon</em> (LAW<strong>)</strong>, ‘armi autonome letali’, e il cortometraggio di fantasia di Future of Life vuole denunciare la pericolosità dell’intelligenza artificiale applicata all’ambito militare.</p>



<p>Il video è di novembre 2017; sette anni fa appariva quasi fantascienza, oggi mostra una realtà operativa. E anziché censurare l’applicazione dell’intelligenza artificiale agli armamenti, l’ONU discute su come regolamentarla. Come se non esistesse alternativa. Come se una volta sviluppata, una tecnologia non potesse rimanere inutilizzata. Come se ethos e scienza appartenessero a mondi separati e il primo non potesse fare da guida, giudizio e scelta della seconda. Come se la progettazione della bomba atomica – e il suo impiego – avesse insegnato nulla. “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.”</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ucraina: il modello Israele</h4>



<p>Secondo autonomousweapons.org – che promuove una campagna di sensibilizzazione per la messa al bando delle LAW – sono killer robot quelle armi in grado di fare autonomamente, senza controllo umano, due operazioni: selezionare e colpire un bersaglio. Il database dell’organizzazione ne conta diciassette (2): cinque prodotte dagli Stati Uniti, cinque da Israele (di cui una in collaborazione con la Germania), due dalla Russia, due dalla Corea del Sud, una dalla Cina, una dalla Turchia e infine una dall’Ucraina. Significativa l’esistenza di quest’ultima: rende evidente quanto il Paese sia diventato terreno e mercato per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata all’industria degli armamenti e, in generale, alla guerra.</p>



<p>“L’Ucraina è un laboratorio vivente in cui alcuni di questi sistemi abilitati all’intelligenza artificiale possono raggiungere la maturità attraverso esperimenti dal vivo e reiterazione rapida e costante”, afferma al Time (3), a febbraio scorso, Jorrit Kaminga, direttore della politica globale di RainDefense+AI, una società di ricerca specializzata in AI per la difesa; quanto la “reiterazione rapida e costante” significhi di fatto l’uccisione di esseri umani è un dato che non intacca l’entusiasmo di Kaminga. O di Alex Karp della Palantir Technologies, il primo amministratore delegato di un’azienda privata ad avere incontrato Zelenskyj, ad appena tre mesi dall’inizio del conflitto: “Ci sono cose che possiamo fare sul campo di battaglia che non potremmo fare in un contesto artefatto”, dichiara al Time – com’è noto, Palantir è tra le maggiori aziende di analisi di big data attiva nell’ambito militare e di sicurezza, appaltatrice di Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato USA, il cui fondatore Peter Thiel ha dichiarato al New York Times, ad agosto 2019, che l’intelligenza artificiale è prima di tutto una tecnologia militare (4). A Palantir sono seguiti, tra i nomi conosciuti, Microsoft, Amazon, Google, Starlink e Clearview AI, la società nota per il suo sistema di riconoscimento facciale. Mykhailo Fedorov, ministro della Trasformazione Digitale ucraino, è l’artefice della sinergia: L’Ucraina “è il miglior banco di prova per tutte le tecnologie più recenti”, afferma, “perché qui puoi testarle in condizioni di vita reale”. Israele è il modello dichiarato: un Paese non solo divenuto centro di sviluppo della tecnologia digitale, ma che si caratterizza per la possibilità di testare rapidamente le proprie innovazioni militari in situazioni di conflitto, tra Gaza, Cisgiordania e Libano: un <em>plus</em> (!) che giova alle vendite. L’obiettivo di Fedorov è il medesimo: costruire un settore tecnologico che possa aiutare a vincere la guerra e divenire il nucleo centrale dell’economia ucraina. Gli investitori della Silicon Valley, riporta il Time, hanno lanciato il Blue and Yellow Heritage Fund per investire in startup ucraine; l’ex CEO di Google, Eric Schmidt, ha messo più di 10 milioni di dollari in D3-Dare to Defend Democracy, un acceleratore di startup militari ucraine; Quantum Systems, azienda tedesca specializzata in progettazione e produzione di droni, ha annunciato che aprirà un centro di ricerca e sviluppo a Kiev; Rakuten, multinazionale tecnologica giapponese, ha in progetto di aprire un ufficio a Kiev; Baykar, azienda turca attiva nel settore della difesa con la fabbricazione di droni, ha investito quasi 100 milioni di dollari per costruire un centro di ricerca e produzione in Ucraina entro il 2025; piccole aziende statunitensi ed europee, molte focalizzate sui droni autonomi, hanno aperto negozi a Kiev; a poca distanza dalla capitale è nato Unit City, un ‘parco dell’innovazione’ high-tech, mentre gli affollati co-working di Kiev sono stati ribattezzati “Mil-Tech Valley”. Un risvolto, nel suo complesso, che può contribuire a comprendere perché numerosi attori – su tutti USA e Unione europea – si ostinino a opporsi a un negoziato per la fine del conflitto, e continuino ad armare l’Ucraina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Big Tech, DNA militare</h4>



<p>Se la guerra è sempre stata, storicamente, traino per l’innovazione scientifica e tecnica, oggi è talmente connessa con le tecnologie digitali che si dovrebbe iniziare ad annoverare il settore tra quello degli armamenti. Già il Rapporto Sipri 2022 aveva iniziato a evidenziarlo, pur rilevando la difficoltà dell’inserimento dei dati: da un lato molti dei servizi e delle tecnologie vendute dalle aziende tech al comparto della Difesa non vengono classificati come ‘armamenti’, dall’altro il relativo giro d’affari risulta per ora troppo piccolo per comparire nelle classifiche dei colossi dell’industria delle armi.</p>



<p>Quando nel 2018 più di 4.000 lavoratori di Google firmarono una petizione per chiedere alla società di non rinnovare il contratto con il Pentagono relativo a <em>Project Maven</em>, la dirigenza decise di assecondarli e a marzo 2019 l’azienda uscì ufficialmente dal programma. Maven era un progetto di intelligenza artificiale ed elaborazione di big data della Difesa USA, all’interno del quale Google stava sviluppando un software di riconoscimento di ‘obiettivi’ in movimento destinato ai droni, utilizzabile sia per compiti di sorveglianza che di attacco autonomo. In quell’occasione la società annunciò che non avrebbe più partecipato a progetti militari legati all’uso della AI negli armamenti. La vicenda guadagnò risonanza mediatica, scomodò la parola ‘etica’, e diverse aziende della Silicon Valley adottarono la stessa narrazione, dichiarando che avrebbero interrotto la collaborazione con le Agenzie Federali e il Dipartimento della Difesa USA; i media titolarono con enfasi il ‘divorzio’ tra Big Tech e l’ambito militare. Ma non c’era stato alcun divorzio.</p>



<p>Un’inchiesta di Tech Inquiry del luglio 2020 (5) rivelava che Google, Amazon, Microsoft, Facebook, Apple, Dell, IBM, HP, Cisco, Oracle, NVIDIA e Anduril avevano concluso migliaia di accordi, per milioni di dollari, con la Difesa, l’Immigration and Customs Enforcement, l’FBI, la Drug Enforcement Agency e il Federal Bureau of Prisons. Jack Poulson, che firmava l’inchiesta, era un ex ricercatore di Google che aveva lasciato l’azienda nel 2018, in opposizione alle collaborazioni con l’ambito militare. L’analista aveva setacciato più di 30 milioni di contratti governativi firmati o modificati tra gennaio 2016 e giugno 2020, e l’inchiesta è talmente ricca di dati e dettagli che rimandiamo a una lettura integrale.</p>



<p>In sintesi, è innanzitutto rilevante che la difficoltà nello scovare i contratti è dovuta al fatto che la maggior parte di essi sono stipulati con altre imprese, che a loro volta subappaltano il progetto alle grandi società della Silicon Valley: i nomi delle Big Tech, quindi, a una prima ricerca non compaiono. Era già accaduto con Project Maven: nessuno dei contratti menzionava Google, e nel 2018 la collaborazione era stata scoperta solo grazie alle rivelazioni dei dipendenti della corporation: l’appalto era a nome di ECS Federal, una società che fornisce servizi tecnologici alla Difesa e a diverse Agenzie Federali, la quale aveva subappaltato il progetto a Google. In aggiunta, “i contratti tendono a essere concisi”, ha dichiarato Poulson in un’intervista riportata da NBC News (6), “spesso la descrizione del progetto sembra molto banale e solo quando guardi i dettagli dell’appalto, che puoi ottenere unicamente attraverso richieste di Freedom of Information Act, vedi realmente di cosa si tratta”: si va dal cloud storage alla gestione di database, al supporto per app, a strumenti amministrativi e analisi per la logistica. Le brevi descrizioni non dicono di più.</p>



<p>Microsoft utilizza “una rete di subappaltatori di cui la maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare, o almeno non penserebbe di includere in un elenco di fornitori di tecnologia militare, tra cui ben note aziende come Dell ma anche imprese molto meno conosciute come CDW Corporation, Insight Enterprises e Minburn Technology Group” scriveva Poulson nell’inchiesta.</p>



<p>Amazon si muove “quasi interamente attraverso intermediari, come Four Points Technology , JHC Technology e ECS Federal (che era anche il primo appaltatore per Maven dei contratti di Google)”.</p>



<p>“Google collabora con ECS Federal e con altre aziende meno note come The Daston Corporation, DLT Solutions, Eyak Technology e Dnutch Associates. Il 16 aprile [2020] ECS Federal ha annunciato una nuova partnership ampliata con Google Cloud per includere integrazioni con Google Analytics e Google Maps. Più tardi, lo stesso mese, ECS Federal ha ricevuto un nuovo contratto di 83 milioni di dollari per la prototipazione di piattaforme di intelligenza artificiale per l’esercito”.</p>



<p>“La Silicon Valley è sempre stata nel business della guerra”, afferma a NBC News Margart O’Mara, professoressa all’Università di Washington e storica nel campo dell’industria tecnologica: “Quella degli appalti e subappalti è una logica che risale agli anni ‘50 e ‘60: Lockheed Martin, ex Lockheed, società per lungo tempo tra i maggiori appaltatori militari del Paese, è stata il più grande datore di lavoro della Silicon Valley fino agli anni ‘80. Che i loro dipendenti se ne rendano conto o meno, i giganti della tecnologia di oggi contengono tutti un DNA da industria della difesa” (7). Anche Yll Bajraktari, direttore esecutivo della Commissione per la Sicurezza Nazionale sull’Intelligenza Artificiale, ricorda al Financial Times che “la Silicon Valley trae le sue origini dal Dipartimento della Difesa e dall’industria aerospaziale e della difesa”. Tra le tecnologie per le quali l’esercito è stato determinante ci sono “radar, GPS e tecnologia stealth, emerse durante la guerra fredda, per non parlare di Arpanet, la rete fondata negli anni ‘70 che è diventata la base di Internet […] Quando Internet è diventato parte della vita quotidiana, la Silicon Valley ha spostato la sua attenzione sulle applicazioni consumer e aziendali, mercati che sono diventati molto più grandi degli ordini del governo degli Stati Uniti, ma nell’ultimo decennio l’esercito ha capito che aveva bisogno di impegnarsi più strettamente con le aziende high-tech per essere in grado di competere con concorrenti come la Cina e la Russia”. E così “nel 2015 il Dipartimento della Difesa ha creato la Defense Innovation Unit, un avamposto nella Silicon Valley progettato per accelerare l’adozione da parte del Pentagono della tecnologia più recente, mentre cerca di approfondire l’alleanza tecnologica-militare” (8).</p>



<p>Questa la situazione prima della guerra in Ucraina, che ha segnato una cesura sul piano della narrazione: oggi Big Tech, così come tutte le aziende minori lanciate nello sviluppo dell’applicazione dell’intelligenza artificiale, non deve più nascondere la collaborazione con il comparto militare, bensì può vantarla ad alta voce, celebrando il proprio apporto a difesa della liberaldemocrazia. Con lo sguardo ben attento ai risultati economici, ovviamente. Il Blue and Yellow Heritage Fund lanciato dalla Silicon Valley per investire in startup ucraine “non è un ente di beneficenza”, evidenzia il socio fondatore John Frankel: “È il nostro modo di contribuire, ma anche di ottenere quello che pensiamo sarà un elevato ritorno sul capitale” (9). Viviamo pur sempre nel capitalismo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Investire nella morte</h4>



<p>Uno Studio pubblicato a maggio 2023 dalla società di consulenza Exactitude Consultancy (10) fotografa le tendenze e le proiezioni del mercato della AI nel settore militare per il periodo 2022-2029: dai 6,3 miliardi di dollari del 2020, il comparto crescerà fino a 19 miliardi nel 2029, registrando un incremento del 13,1% rispetto ai dati del 2022. A dominare il settore BAE Systems, Northrop Grumman, RTX-Raytheon Technologies, Lockheed Martin, Thales, L3Harris Technologies, Rafael Advanced Defense Systems, IBM e Boeing. Un investimento con sicura remunerazione che la finanza non si lascia sfuggire. BlackRock e Vanguard, i due maggiori fondi globali, sono infatti tra i primi nomi presenti nella compagine azionaria delle diverse società (11). Ci sono poi le aziende focalizzate sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale applicata agli armamenti, come C3.ai., UiPath, Palo Alto Networks, KLA Corporation, Synopsys e Cadence Design Systems, anch’esse partecipate principalmente da BlackRock e Vanguard (12).</p>



<p>“L’intelligenza artificiale aiuta i soldati in prima linea nella risoluzione dei problemi legati alla natura umana, sostiene l’esercito e stimola l’economia globale” sottolinea lo Studio, naturalmente entusiasta della fusione tra AI e armamenti. Tuttavia una nuvola rischia di oscurare l’orizzonte: “Riguardo alla possibilità che le agenzie governative stiano potenziando i ‘killer robot’ per vincere la competizione sulle armi AI, sono preoccupate anche organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch. Alcuni sostengono che il controllo umano dei robot sia necessario, per mantenere la gestione e la protezione umanitaria, quando le autorità nazionali implementano sistemi controllati dall’intelligenza artificiale per procedure e sorveglianza automatizzata. […]. Queste questioni limitano la crescita del mercato”. Se solo fosse vero&#8230;</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il farisaico utilizzo responsabile</h4>



<p>Annualmente l’ONU si riunisce a Ginevra nell’ambito del Trattato Internazionale sul Disarmo noto come <em>Convention on Certain Conventional Weapons</em>: dal 2014 sul tavolo della discussione sono presenti anche le armi che utilizzano l’intelligenza artificiale. La discussione si è sempre focalizzata sul livello di autonomia nel premere il grilletto, e nessun accordo è stato mai raggiunto. Il primo novembre 2023, con la Risoluzione L56 votata ad ampia maggioranza – 164 Stati a favore, cinque contrari (Russia, Bielorussia, India, Mali, Niger) e otto astenuti (Israele, Cina, Corea del Nord, Iran, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Emirati Arabi – la Prima Commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha richiesto espressamente che si discuta di armi autonome letali, aprendo un processo che potrebbe portare alla stesura di un trattato internazionale che ne regolamenti l’utilizzo. Al centro dei timori ONU “le possibili conseguenze negative e l’impatto dei sistemi d’arma autonomi sulla sicurezza globale e sulla stabilità regionale e internazionale, compreso il rischio di una emergente corsa agli armamenti, che abbassi le soglie di conflitto e proliferazione”.</p>



<p>La Risoluzione cita espressamente, con sguardo positivo, il REAIM 2023, ossia il vertice internazionale tenutosi all’Aja a febbraio 2023, organizzato da Paesi Bassi e Corea del Sud, e che vedrà l’edizione 2024 il prossimo settembre a Seoul (13). L’acronimo REAIM sta per <em>Responsible AI in the Military Domain.</em> Si tratta del “primo vertice globale sull’intelligenza artificiale responsabile in ambito militare”, recita il sito del governo olandese (14); ospiti “2.000 partecipanti provenienti da 100 Paesi con 80 rappresentanti governativi”, “nonché rappresentanti di istituti del sapere, think tank, organizzazioni dell’industria e della società civile”; un serrato programma che ha visto interagire aziende (spiccano IBM e Palantir), università, centri studi e associazioni (15), con “quattro sessioni di alto livello, circa trentacinque sessioni interattive, venti dimostrazioni di intelligenza artificiale, un forum accademico, hub di innovazione e un hub studentesco”. Cinquantasette gli Stati partecipanti (16) che hanno sottoscritto il documento finale (17), la C<em>all to Action.</em> Un testo interessante per intuire la direzione che potrebbe prendere la regolamentazione internazionale delle LAW.</p>



<p>Obiettivo dichiarato non è vietare né porre limiti all’utilizzo della AI nei sistemi d’arma, bensì “promuovere l’uso responsabile dell’intelligenza artificiale in ambito militare”, qualunque cosa voglia dire. Molto genericamente sono citati la “potenziale inaffidabilità dei sistemi di intelligenza artificiale, la questione del coinvolgimento umano, la mancanza di chiarezza per quanto riguarda la responsabilità e le potenziali conseguenze indesiderate e il rischio di un’escalation involontaria all’interno dello spettro delle forze armate”; viene ribadita “l’importanza di garantire garanzie adeguate e un controllo umano sull’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, tenendo conto dei limiti umani dovuti a vincoli di tempo e capacità”; e viene riconosciuto che “il personale militare che utilizza l’AI dovrebbe comprendere a sufficienza le caratteristiche dei sistemi AI, le potenziali conseguenze dell’uso di questi sistemi, comprese le conseguenze derivanti da eventuali limitazioni, come potenziali distorsioni nei dati, richiedendo quindi ricerca, istruzione e formazione sulle modalità di interazione con l’utente e sull’affidamento ai sistemi AI, per evitare effetti indesiderati”. Quest’ultimo punto, soprattutto, è palesemente irrealistico, a meno di trasformare i militari in tecnici informatici; e anche riuscendoci, il problema persisterebbe.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I lupi, gli Husky e la neve</h4>



<p>É ormai noto che quando parliamo di intelligenza artificiale parliamo di big data, sia dal lato dell’addestramento che da quello dei risultati. Ampiamente già applicata alla sfera militare è l’AI semi-autonoma, in grado di processare e interpretare grandi volumi di dati e dunque inserita nella linea di comando accanto all’operatore umano allo scopo dichiarato di rendere più rapide, precise ed efficaci le decisioni. Qui i software utilizzano analisi di consapevolezza situazionale (<em>situation awareness</em>), allerta precoce (<em>early warning</em>) e supporto alle decisioni (DSS, <em>Decision</em><em>Support System</em>), realizzati tramite processione e correlazione dei dati (<em>big data analytic</em>), fusione delle informazioni (<em>information fusion</em>), riconoscimento di eventi/sequenze (<em>event/pattern</em><em>recognition</em>) e approcci di <em>soft-computing </em>che consentono di gestire incertezze, come attacchi imprevisti e minacce sconosciute. Sono tutti questi aspetti tecnici che il personale militare dovrebbe conoscere e comprendere, secondo la Call to Action del REAIM 2023; un’eventualità già negata da una ricerca pubblicata nel 2016.</p>



<p>Nello studio «<em>Why Should I Trust You?»: Explaining the Predictions of Any Classifier</em> (18), tre ricercatori della Cornell University hanno portato a esempio un sistema di computer vision artificiale capace di distinguere, senza errori, i lupi dai cani Husky: apparentemente perfetto, ‘intelligente’. Il problema, poi svelato, è che il software AI funzionava semplicemente rilevando la neve nelle immagini, poiché la maggior parte delle foto di lupi su cui si era addestrato erano state scattate in una zona selvaggia e innevata. L’analisi sollevava quindi due questioni – non certo risolte negli anni successivi, semmai aggravate, come mostrano i problemi di false informazioni e manipolazioni riscontrati nei <em>Large Language Model</em> di AI generativa come chatGPT (19).</p>



<p>La prima. Come fidarsi dei modelli di apprendimento automatico, indispensabili allo sviluppo della AI, nel momento in cui non viene reso noto su quali dati lavorano e come funzionano? Perché tecnicamente si può costruire un’arma autonoma di cui sia possibile prevedere le azioni quando si trovi davanti condizioni identiche a quelle su cui l’intelligenza artificiale si è addestrata, ma il problema è che la realtà non si riproduce mai uguale a se stessa.</p>



<p>La seconda. Gli attuali sistemi AI sono talmente avanzati da poter elaborare milioni di parametri, e ciò li rende incomprensibili al cervello umano: nulla è così semplice come i lupi, gli Husky e la neve. E anche se un militare potesse analizzare i dati in entrata e gli output generati, non potrà mai capire il processo che trasforma i primi nei secondi.</p>



<p>Mentre si avvia la discussione internazionale sulle armi autonome letali, dunque, il ‘controllo umano’ è di fatto già inesistente nei sistemi AI semi-autonomi oggi largamente utilizzati – e internazionalmente accettati – poiché l’operatore dà l’ordine di ‘fare fuoco’ sulla base di informazioni ricevute da software AI di cui non conosce, né potrà mai comprendere, l’addestramento, il processo di elaborazione dei dati e il funzionamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La seconda soglia di mutazione</h4>



<p>Ne <em>La convivialità</em> Ivan Illich riflette sulla tecnologia, gli strumenti, la società industriale capitalistica votata al ‘progresso’ infinito – tradotto in produzione e consumo di massa – e individua “due soglie di mutazione”: “In un primo tempo si applica un nuovo sapere alla soluzione di un problema chiaramente definito, e con criteri scientifici si arriva a misurare l’aumento di efficienza ottenuto. Ma, in un secondo tempo, il progresso realizzato diventa un mezzo per sfruttare l’insieme del corpo sociale, mettendolo al servizio dei valori che una élite specializzata, sola garante del proprio valore, stabilisce e rivede senza tregua”; è a questo punto che “un’attività umana esplicata attraverso strumenti supera una certa soglia definita dalla sua scala specifica” e, quando accade, quell’attività “prima si rivolge contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere l’intero corpo sociale”. Illich porta alcuni esempi – salute, trasporti, educazione&#8230; – oggi l’analisi può essere applicata anche all’ambito delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale. “Occorre limitare il potere dello strumento” scrive Illich nel 1972, e qui la domanda si fa duplice: non solo <em>dove</em> si pone il limite, ma <em>chi</em> deve porlo.</p>



<p>In una società che risponde a logiche capitalistiche, l’intelligenza artificiale e il suo sviluppo divengono merce: a livello sistemico, dunque, <em>d</em><em>ove</em> si pone il limite è un interrogativo nemmeno posto, salvo farisaiche dichiarazioni di utilizzo responsabile. Dai chatbot agli armamenti, la sua applicazione è già senza confini e produce, come ogni strumento che oltrepassi la seconda soglia, “uniformazione regolamentata, dipendenza, sopraffazione e impotenza”.</p>



<p><em>Chi</em> deve porre il limite? Politici, tecnici, studiosi, persino delegati di aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale, ne discutono in consessi internazionali. È materia specialistica, affermano, ce ne occupiamo noi, non è alla portata di semplici cittadini. “Nutrita del mito della scienza, la società abbandona agli esperti persino la cura di fissare i limiti dello sviluppo” scrive Illich. “Una simile delega di potere distrugge l’intero funzionamento politico; alla parola come misura di tutte le cose, sostituisce l’obbedienza a un mito.” Ma, più di tutto, “l’esperto non rappresenta il cittadino. Fa parte di una élite la cui autorità si fonda sul possesso esclusivo di un sapere non comunicabile. Tuttavia questo sapere, in realtà, non gli conferisce alcuna particolare attitudine a definire i confini dell’equilibrio della vita. L’esperto non potrà mai dire dove si colloca la soglia della tolleranza umana: è la persona che la determina, nella comunità; e questo suo diritto è inalienabile”. Siamo noi cittadini, come collettività, che dobbiamo decidere gli strumenti da utilizzare e i loro limiti, e comprendere, con le parole di Illich, che “uno strumento non controllabile rappresenta una minaccia insostenibile”. Non è solo uno strumento che ci domina, perché non lo padroneggiamo – come umani, non potremo mai conoscere e capire l’addestramento, il processo di elaborazione dei dati e il funzionamento degli algoritmi di intelligenza artificiale –, è uno strumento che ci plasma attraverso la sua struttura, come riflette anche Renato Curcio nel suo ultimo libro, analizzando il concetto di ‘sovraimplicazione’ (20). “Attraverso di esso,” scrive Illich, “è un altro diverso da me che determina la mia domanda, restringe il mio margine di controllo e governa il mio senso della vita”: un <em>altro</em> che non è identificabile solo con le aziende tecnologiche e di armamenti ma, in una visione più ampia, con la logica capitalistica in sé, che non ha mai esitato nel mettere a valore anche la morte. È il futuro che vogliamo?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Future of life è una organizzazione no profit che si batte per la messa al bando dei <em>killer robot</em>; il video è visibile qui <a href="https://www.youtube.com/watch?v=HipTO_7mUOw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=HipTO_7mUOw</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://autonomousweaponswatch.org/weapons" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://autonomousweaponswatch.org/weapons</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://time.com/6691662/ai-ukraine-war-palantir/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://time.com/6691662/ai-ukraine-war-palantir/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2019/08/01/opinion/peter-thiel-google.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2019/08/01/opinion/peter-thiel-google.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://techinquiry.org/SiliconValley-Military/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://techinquiry.org/SiliconValley-Military</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/thousands-contracts-highlight-quiet-ties-between-big-tech-u-s-n1233171</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.ft.com/content/541f0a02-ea27-43a4-b554-96048c40040d" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/541f0a02-ea27-43a4-b554-96048c40040d</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://time.com/6691662/ai-ukraine-war-palantir/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://time.com/6691662/ai-ukraine-war-palantir/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a href="https://exactitudeconsultancy.com/it/reports/18055/artificial-intelligence-in-military-market/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://exactitudeconsultancy.com/it/reports/18055/artificial-intelligence-in-military-market/</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) BlackRock possiede il 4% di BAE Systems, il 5,5% di Northrop Grumman, è il terzo azionista di RTX-Raytheon Technologies con il 7,6% e di Lockheed Martin (7,7%), il secondo azionista di L3Harris Technologies con l’8,7%, di IBM (8,2%) e di Boeing (6%); Vanguard possiede il 3,6% di BAE Systems, è il secondo azionista di Northrop Grumman con l’8,1%, di RTX-Raytheon Technologies (8,7%) e di Lockheed Martin (9%), il primo azionista di L3Harris Technologies con il 12%, di IBM (9,6%) e di Boeing (8,10%); Thales è una società francese controllata dal Ministero economico francese con il 26%, Rafael Advanced Defense Systems è una multinazionale israeliana di proprietà statale</p>



<p class="has-small-font-size">12) BlackRock è il secondo azionista di C3.ai. con il 5,5%, di Palo Alto Networks (24,7%), di KLA Corporation (8,4%) e di Synopsys (8,1%), è il primo azionista di Cadence Design Systems con l’11,3% e il terzo azionista di UiPath con il 5,2%; Vanguard è il primo azionista di C3.ai. con l’8,8%, di UiPath (8,2%), di Palo Alto Networks (29,3%), di KLA Corporation (9,7%) e di Synopsys (9%) e il secondo azionista di Cadence Design Systems con il 9,1%</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a href="https://overseas.mofa.go.kr/eng/brd/m_5676/view.do?seq=322590" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://overseas.mofa.go.kr/eng/brd/m_5676/view.do?seq=322590</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.government.nl/ministries/ministry-of-foreign-affairs/activiteiten/reaim" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.government.nl/ministries/ministry-of-foreign-affairs/activiteiten/reaim</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a href="https://reaim2023.org/programme/#programme" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://reaim2023.org/programme/#programme</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.government.nl/binaries/government/documenten/publications/2023/02/16/reaim-2023-endorsing-countries/Endorsing+Countries+and+Territories+REAIM+Call+to+Action.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.government.nl/binaries/government/documenten/publications/ 2023/02/16/reaim-2023-endorsing-countries/Endorsing+Countries+and+Territories+ REAIM+Call+to+Action.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) <a href="https://www.government.nl/binaries/government/documenten/publications/2023/02/16/reaim-2023-call-to-action/REAIM+2023+Call+to+Action.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.government.nl/binaries/government/documenten/publications/2023/02 /16/reaim-2023-call-to-action/REAIM+2023+Call+to+Action.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. M.T. Ribeiro, S. Singh, C. Guestrin, <em>“Why Should I Trust You?”: Explaining the Predic</em><em>tions of Any Classifier</em>, Cornell University, 16 febbraio 2016, <a href="https://arxiv.org/abs/1602.04938" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://arxiv.org/abs/1602.04938</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. AA.VV., <a href="https://rivistapaginauno.it/chatgpt-e-model-collapse-ai-che-si-addestrano-su-dati-generati-da-ai/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>ChatGPT e model collapse. AI che si addestrano su dati generati da AI</em></a>, Paginauno 83, luglio 2023 e Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/il-mondo-di-chatgpt-la-sparizione-della-realta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il mondo di ChatGPT. La sparizione della realtà</em></a>, Paginauno n. 82, aprile 2023</p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/sovraimplicazioni-capitalismo-cibernetico-intelligenza-artificiale-gaza-resistenza/" data-type="post" data-id="7843" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sovraimplicazioni: capitalismo cibernetico, intelligenza artificiale, Gaza, resistenza</a></em>, pag. 50</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Acqua. La (ir)razionalità del capitalismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/acqua-la-irrazionalita-del-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 14:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
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		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7679</guid>

					<description><![CDATA[Siccità, crisi idriche e conflitti legati all’acqua mentre lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ne consuma miliardi di metri cubi. Il reale è irrazionale, diceva Marcuse, ma il sistema capitalistico-tecnologico fa apparire razionale ciò che è irrazionale. Mentre nel conflitto israelo-palestinese i dati del Pacific Institute a partire dal 1948 e il Rapporto ONU 2021 mostrano che negli anni i coloni e l’esercito israeliani si sono appropriati di dozzine di sorgenti d’acqua palestinesi, hanno deviato risorse idriche e sequestrato pozzi, finendo per utilizzare l’87% della falda acquifera montana della Cisgiordania e il 75% della falda costiera di Gaza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-86-aprile-maggio-2024/" data-type="post" data-id="7667" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 86, aprile – maggio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Siccità, crisi idriche e conflitti legati all’acqua mentre lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ne consuma miliardi di metri cubi. Il reale è irrazionale, diceva Marcuse, ma il sistema capitalistico-tecnologico fa apparire razionale ciò che è irrazionale. Mentre nel conflitto israelo-palestinese i dati del Pacific Institute a partire dal 1948 e il Rapporto ONU 2021 mostrano che negli anni i coloni e l’esercito israeliani si sono appropriati di dozzine di sorgenti d’acqua palestinesi, hanno deviato risorse idriche e sequestrato pozzi, finendo per utilizzare l’87% della falda acquifera montana della Cisgiordania e il 75% della falda costiera di Gaza</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Da gennaio 2023 a gennaio 2024, diciannove Paesi africani hanno segnalato focolai di colera: Etiopia, Mozambico, Tanzania, Zambia e Zimbabwe tra i più colpiti, con migliaia di morti. In Zambia, l’epidemia è concentrata soprattutto nelle aree urbane come Lusaka, la capitale, afferma Viviane Rutagwera Sakanga, direttrice di Amref Zambia, “dove la densità di popolazione e la mancanza di servizi igienici e accesso all’acqua pulita, soprattutto negli insediamenti informali, ha contribuito alla diffusione dell’infezione in maniera devastante”: da ottobre scorso a marzo, 20.000 casi (1). Oltre al colera, epatite A, tifo, poliomielite e diarrea acuta sono le principali malattie causate dall’uso di acqua contaminata e dalla mancanza di servizi igienici adeguati; gli ultimi dati Unicef riportano che la diarrea acuta, da sola, uccide ogni giorno 700 bambini sotto i 5 anni (2) ed è la causa dell’80% delle morti infantili nel continente africano, dove 779 milioni di persone sono prive di servizi igenici di base e 411 milioni non hanno accesso a un servizio di acqua potabile (3).</p>



<p>Secondo il report Unesco uscito a marzo (4), tra il 2002 e il 2021 la siccità ha colpito 1,4 miliardi di persone, ha provocato la morte di oltre 21.000, e oggi circa metà della popolazione mondiale vive in condizioni di grave scarsità idrica per almeno una parte dell’anno. Tre proiezioni contenute nel rapporto del 2021 (5) ipotizzano differenti scenari, nessuno ottimista: il primo stima che l’uso mondiale dell’acqua continuerà a crescere a un tasso annuale di circa l’1%, con un conseguente aumento del 20-30% entro il 2050; il secondo prevede che la domanda globale di acqua dolce crescerà del 55% tra il 2000 e il 2050; il terzo afferma che il mondo affronterà un deficit idrico globale del 40% entro il 2030: più domanda che offerta. Entrambi i report evidenziano inoltre che i cambiamenti climatici intensificheranno il ciclo globale dell’acqua, aumentando ulteriormente la frequenza e la gravità di siccità e inondazioni, e il documento del 2024 aggiunge: “Se l’umanità ha sete, le questioni fondamentali relative all’istruzione, alla salute e allo sviluppo passeranno in secondo piano, eclissate dalla quotidiana lotta per l’acqua”, con “un’alta probabilità che questa situazione possa generare conflitti”.</p>



<p>L’acqua è una risorsa vitale, e la sua scarsità – con tutte le conseguenze che comporta – è ormai un argomento ampiamente dibattuto. Meno noto è il numero di guerre che innesca, o all’interno delle quali diviene arma e, parallelamente, altrettanto poco conosciuti sono alcuni suoi impieghi. I due aspetti – o meglio tre: scarsità e conseguenti conflitti, da una parte, e utilizzo, dall’altra – sono tra loro collegati da un paradosso, che non è di esclusiva pertinenza dell’acqua: piuttosto è sistemico, ma l’acqua lo rende smaccato. Lo sentiamo ripetere continuamente: l’acqua non va sprecata, dobbiamo farne un uso oculato e razionale. Si tratta tuttavia di intendersi sui termini. Google, Microsoft e Meta – come vederemo – hanno utilizzato 2,2 miliardi di metri cubi d’acqua – equivalenti al <em>doppio</em> del prelievo idrico annuale della Danimarca – nel solo 2022, registrando aumenti significativi rispetto al 2021, collegati all’incremento di domanda di intelligenza artificiale. Che cosa dunque consideriamo ‘spreco’? Il capitalismo è un sistema che si autodefinisce razionale. Quale razionalità dunque pretende di incarnare?</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’acqua e la guerra</h4>



<p>Fondato nel 1987, il Pacific Institute mette a disposizione quello che probabilmente è oggi il più circostanziato database su scala mondiale relativo ai conflitti per l’acqua (6). Dettagliatamente suddivisi per area geografica, Paese e per tipologia di crisi, è tuttavia l’analisi cronologica a offrire la più intelligibile fotografia della situazione attuale: appena 12 conflitti in tutto il pianeta in diciassette secoli, tra l’anno 0 e il 1799; 16 conflitti durante l’Ottocento; 177 conflitti nel corso di tutto il Novecento; 213 conflitti nei primi dieci anni del Duemila; 629 conflitti tra il 2010 e il 2019; 543 conflitti negli ultimi quattro anni, tra il 2020 e il 15 ottobre 2023, attuale aggiornamento del database. L’escalation è evidente. Gli ultimi ventiquattro anni hanno visto 1.385 conflitti, a fronte di 205 registrati nei duemila anni precedenti. Se è indubbio che l’aumento delle crisi dipenda anche da una maggiore presenza di dati relativi agli ultimi secoli, che consente di tenerne traccia, è altrettanto indubbio che il numero dei conflitti per l’acqua cresca con l’incremento della popolazione e il conseguente rapporto tra fabbisogno e disponibilità.</p>



<p>In merito alla tipologia del conflitto, il database ne riconosce tre, sottolineando che una crisi possa sommarne più d’una. L’acqua come “innesco”, ossia fattore scatenante o causa principale della guerra, quando è in gioco direttamente il suo controllo o quello dei sistemi idrici: sono 722 i conflitti di questo tipo esplosi in tutto il pianeta dall’anno 0 al 15 ottobre 2023, di cui 369 successivi al 2000 e 285 nei soli ultimi quattro anni. L’acqua come “arma”, quando risorse o sistemi idrici sono usati come strumenti contro il nemico all’interno di una guerra, principalmente cercando di interromperne l’accesso o la fornitura: 184 conflitti in totale, di cui 104 nel secolo attuale. Infine acqua come “vittima”, quando risorse o sistemi idrici divengono obiettivi intenzionali o oggetto di danni accidentali all’interno di un conflitto: su 825 casi in tutto, 604 sono successivi al 2010.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’acqua nel conflitto israelo-palestinese</h4>



<p>Il decennale conflitto tra Israele e Palestina ha una lunga storia collegata all’acqua, utilizzata soprattutto come arma. Dal 1948 al 15 ottobre 2023, il Pacific Institute ha registrato 124 situazioni di crisi: ben 92 si sono verificate negli ultimi quattro anni, con un incremento a partire dal 2021 (21 casi) e un picco nel 2022 (45 casi). La sintesi della quasi totalità delle crisi – che rimanda alla descrizione e alla fonte documentale per i dettagli – inizia con queste parole: “Israeli military forces” o “Israeli settlers” o “Israeli settlers, under the protection of Israeli soldiers”, “destroy” o “damage” o “demolish” o “vandalize” (7) pompe dell’acqua, o il sistema di irrigazione agricolo, o serbatoi d’acqua, o il sistema di distribuzione dell’acqua, all’interno dei Territori Palestinesi Occupati della Cisgiordania. Quello israelo-palestinese è un conflitto dell’acqua a senso unico.</p>



<p>A ottobre 2021, su incarico della risoluzione 43/32 del Consiglio per i Diritti Umani, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) pubblica il rapporto <em>Ripartizione delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est</em> (8). Già le prime righe del documento danno l’idea del contesto. Per redigere il Rapporto, l’OHCHR chiede informazioni a Israele e allo Stato di Palestina: quest’ultimo fornisce diversi dati, Israele nemmeno risponde, e quando il documento viene pubblicato annuncia il congelamento delle relazioni con l’OHCHR.</p>



<p>“La carenza d’acqua è una caratteristica della vita di tutti i palestinesi, sia nelle aree urbane che in quelle rurali”, scrive l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, “l’occupazione israeliana del territorio palestinese ha aumentato la scarsità di terra, la frammentazione territoriale e l’urbanizzazione e ha imposto restrizioni sull’accesso e sul controllo delle risorse naturali, compresa l’acqua”. Dal 1967 Israele ha infatti posto sotto il proprio controllo tutte le risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati, impedendo la costruzione di nuovi impianti idrici o il mantenimento di quelli esistenti, senza un permesso militare; successivamente, dal 1982, tutti i sistemi di approvvigionamento idrico della Cisgiordania sono passati sotto la proprietà di Mekorot, la società governativa che opera in nome del Ministero israeliano dell’Energia e dell’Autorità per l’Acqua, la quale “dà priorità agli insediamenti israeliani per garantire il loro approvvigionamento idrico permanente, in particolare durante i periodi di siccità estiva, [mentre] le comunità palestinesi spesso subiscono prolungate interruzioni dell’acqua”. In aggiunta, i coloni israeliani hanno deviato risorse idriche, sequestrato pozzi d’acqua, “preso il controllo, distrutto o bloccato l’accesso palestinese alle risorse idriche naturali […], si sono appropriati di dozzine di sorgenti d’acqua palestinesi, assistiti dall’esercito israeliano”; mentre “le autorità israeliane hanno confiscato e distrutto le infrastrutture idriche, comprese le proprietà fornite come assistenza umanitaria” da Stati terzi. Ne consegue che, “secondo le stime del 2014, l’87% delle acque della falda montana della Cisgiordania è stato utilizzato dagli israeliani e solo il 13% dai palestinesi”.</p>



<p>A Gaza, la situazione è ancora peggiore. “L’acqua disponibile a Gaza non soddisfa i bisogni primari della popolazione”, scrive l’OHCHR, “le pratiche e le politiche israeliane delineate nel presente rapporto che riguardano le infrastrutture idriche, la loro distruzione durante le escalation militari, l’impatto delle chiusure, le carenze energetiche […] hanno contribuito a una situazione in cui il 96% delle famiglie riceve acqua che non soddisfare gli standard di qualità dell’acqua potabile”. Israele limita inoltre l’ingresso nella Striscia di tutto ciò che considera <em>dual use</em>, ossia utilizzabile sia per scopi civili che militari, e questo include i materiali necessari per mantenere, riparare e migliorare i sistemi idrici e fognari. Si aggiunge un deficit di elettricità “cronico”, che impatta sul funzionamento delle infrastrutture, “con conseguente continua contaminazione della falda acquifera costiera”. La carenza e le continue interruzioni di energia operate da Israele colpiscono anche i “tre impianti di desalinizzazione sostenuti dalla comunità internazionale, [che] producono circa 13 milioni di metri cubi di acqua all’anno [ma] la desalinizzazione richiede una quantità significativa di elettricità e carburante”. Come esito diretto, poiché “la possibilità di utilizzare l’irrigazione è limitata, gli agricoltori usano quantità eccessive di fertilizzanti chimici e pesticidi per aumentare i raccolti”, con conseguenti concentrazioni di nitrati nei pozzi e danni alla salute: “I bambini a Gaza sono particolarmente sensibili ai nitrati presenti nell’acqua, che ostacolano la crescita e influenzano lo sviluppo del cervello […] alti livelli di nitrati danneggiano le donne incinte e aumentano il rischio di cancro. Le malattie legate all’acqua rappresentano circa il 26% delle malattie infantili a Gaza e sono una delle principali cause di morbilità infantile”. Infine, “Israele contribuisce all’inaccessibilità dell’acqua a Gaza utilizzando ogni anno il 75% della quantità sostenibile di acque sotterranee provenienti dalla falda acquifera costiera, lasciandone poco disponibile per Gaza; la scarsità è aggravata anche dalla deviazione effettuata da Israele di una falda acquifera dalle montagne Jabal al-Khalil nella Cisgiordania meridionale, che aveva precedentemente contribuito a ricostituire le acque sotterranee di Gaza”.</p>



<p>Questa la situazione al 2021, prima delle 45 crisi registrate dal Pacific Institute nel 2022 e prima della guerra attuale. L’immediata reazione di Israele all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso ha coinvolto, neanche a dirlo, l’acqua: “Attacchi di rappresaglia di Israele contro Gaza hanno danneggiato o distrutto almeno sei pozzi d’acqua, tre stazioni di pompaggio dell’acqua, un serbatoio d’acqua e un impianto di desalinizzazione che serve oltre 1,1 milioni di persone; le forniture, il trattamento e la disponibilità dell’acqua hanno risentito anche dell’interruzione dell’elettricità”, registra l’ultimo aggiornamento del Pacific Institute. Oggi, come sappiamo, dopo sei mesi di guerra, la crisi alimentare a Gaza è anche crisi idrica, sia per scarsità che per le malattie collegate alla mancanza di acqua pulita.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’acqua e il suo utilizzo</h4>



<p>Il Report annuale Unesco del 2024 riporta che, “a livello mondiale, circa il 70% dei prelievi di acqua dolce è destinato all’agricoltura, seguita dall’industria (poco meno del 20%) e dagli usi domestici o municipali (circa il 12%)”. Ovviamente, il rapporto muta in base alle strutture economiche dei Paesi: quelli con reddito più alto utilizzano maggiormente l’acqua per le attività industriali – fino al 39% – mentre in quelli a reddito più basso l’agricoltura assorbe il 90% delle risorse idriche disponibili (vedi il grafico). Le tendenze future basate sui dati disponibili suggeriscono che ad aumentare sarà la domanda in ambito domestico o municipale: dal 1960 al 2014 è cresciuta del 600%, contro la metà (poco sotto il 300%) dell’incremento dell’industria e il 200% dell’agricoltura. Tuttavia c’è un dato che i rapporti Unesco ancora non considerano: il consumo d’acqua dell’intelligenza artificiale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="525" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/acqua-capitalismo-86.jpg" alt="" class="wp-image-9110" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/acqua-capitalismo-86.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/04/acqua-capitalismo-86-300x263.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Prelievo di acqua per settore (percentuale del prelievo totale di acqua dolce) e per livello di reddito, 2020. Fonte: Unesco, <em>The United Nations World Water Development Report 2024: Water for Prosperity and Peace</em> (Kashiwase e Fujs 2023, sulla base dei dati FAO AQUASTAT. Licenza: CC BY 3.0 IGO), marzo 2024</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">L’acqua e l’AI</h4>



<p>Pubblicato a ottobre 2023, lo studio <em>Making AI Less ‘Thirsty’: Uncovering </em><em>and Addressing the Secret Water</em><em> Footprint of AI Models</em> (9) si autodefinisce il “primo tentativo nel suo genere di scoprire l’impronta idrica segreta dei modelli di intelligenza artificiale”. Come per l’impronta di carbonio, gli autori suddividono l’utilizzo dell’acqua in ambito 1 (uso in loco per il raffreddamento dei server), ambito 2 (uso fuori sede per la generazione di energia elettrica) e ambito 3 (uso nella catena di fornitura per la produzione dei server), evidenziando tuttavia l’impossibilità a quantificare quest’ultimo per mancanza di dati. Oggetto empirico della ricerca è il modello GPT-3 per i servizi linguistici. L’analisi mostra che il suo addestramento “nei moderni data center statunitensi di Microsoft può <em>consumare </em>un totale di 5,4 milioni di litri di acqua […]. Inoltre, GPT-3 deve ‘bere’ (cioè consumare) una bottiglia d’acqua da 500 ml per circa 10-50 risposte, a seconda di quando e dove viene utilizzato”. Numeri che, sottolinea lo Studio, potrebbero aumentare per GPT-4 “che, secondo quanto riferito, ha dimensioni del modello sostanzialmente più grandi”. Nel 2022, i data center proprietari di Google – con l’esclusione delle strutture di <em>colocation</em> affittate da terze parti – hanno prelevato 25 miliardi di litri di acqua e ne hanno consumati quasi 20 miliardi nel solo ambito 1, ossia per raffreddare i server; nel complesso, “il consumo idrico dei data center di Google (sia prelievo che consumo) è aumentato del 20% rispetto al 2021”, mentre quello di Microsoft è cresciuto del 34%; “aumenti così significativi” evidenzia l’analisi, “sono probabilmente attribuibili alla crescente domanda di intelligenza artificiale”. Sempre nel 2022, il prelievo globale di Google, Microsoft e Meta in ambito 1 e 2 ha raggiunto i 2,2 miliardi di metri cubi, equivalente al <em>doppio</em> del prelievo idrico annuale totale (utilizzo agricolo, industriale e municipale/domestico) della Danimarca. Una recente ricerca citata nello Studio suggerisce che “la domanda mondiale di AI potrebbe consumare 85-134 TWh di elettricità nel 2027: se questa stima si dovesse concretizzare, il prelievo idrico operativo globale combinato in ambito 1 e ambito 2 relativo <em>alla sola intelligenza artificiale</em> potrebbe raggiungere 4,2-6,6 miliardi di metri cubi nel 2027, un dato equivalente a 4-6 volte il prelievo annuale totale della Danimarca o alla metà di quello del Regno Unito”. Non manca, infine, un cortocircuito. Per ridurre l’impronta di carbonio, puntualizza lo Studio, è preferibile “seguire il sole”, utilizzando l’energia solare quando è più abbondante; tuttavia, per ridurre l’impronta idrica è meglio “smettere di seguire il sole”, evitando le ore ad alta temperatura della giornata nelle quali la WUE (Water Usage Effectiveness, misura dell’efficienza idrica) è elevata; quindi “ridurre al minimo un’impronta potrebbe aumentare l’altra”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La (ir)razionalità del capitalismo</h4>



<p>Rovesciando la visione di Hegel, per Marcuse il reale è irrazionale. Tuttavia nelle società a capitalismo avanzato, lo stesso sistema capitalistico-tecnologico fa apparire razionale ciò che è irrazionale.</p>



<p>La gestione dell’acqua vede scarsità, morti e guerre da una parte, e dall’altra l’incremento del suo utilizzo per l’intelligenza artificiale; persone che muoiono <em>vs</em> lo sviluppo di una tecnologia. “Noi viviamo e moriamo in modo razionale e produttivo” scrive l’intellettuale francofortese ne <em>L’uomo a una dimensione</em>: “Noi sappiamo che la distruzione è il prezzo del progresso, così come la morte è il prezzo della vita; che rinuncia e fatica sono condizioni necessarie del piacere e della gioia; che l’attività economica deve proseguire, e che le alternative sono utopiche. Questa ideologia appartiene all’apparato stabilito della società; è un requisito del suo regolare funzionamento, fa parte della sua razionalità”. Negli anni e nelle società occidentali del boom economico del Novecento – quelli in cui scrive Marcuse – il capitalismo si autolegittimava come sistema razionale in quanto portatore di benessere a fasce sempre più estese di popolazione: la creazione del celebre ‘ceto medio’. Oggi non è più così. Povertà e diseguaglianza sono in ascesa, in modo talmente evidente che nessuna narrazione contraria riesce nell’intento di risultare credibile. Eppure, il sistema non è messo in discussione dalla gran parte della popolazione. Perché gli equilibri ideologici tra capitalismo e tecnologia sono mutati, ma ancora producono una visione che si vuole razionale. Mentre il capitalismo non si preoccupa più di autolegittimarsi, forte del fatto di essere divenuto ‘sistema naturale’, criterio di interpretazione e valutazione di ogni ambito sociale – tutto è letto secondo criteri economici, persino la crisi idrica viene rapportata alla perdita di Pil: ci sono i morti, certo, ci sono le guerre, certo, ma a un dato punto dei report compare sempre l’impatto negativo sui numeri dell’economia – la tecnologia ha assunto su di sé, pienamente ed esclusivamente, la caratteristica della razionalità; e in questa inversione d’ordine, la presunta razionalità del sistema è divenuta ancora più difficile da contestare.</p>



<p>Si cercano così soluzioni tecnologiche-capitalistiche ai danni prodotti dallo stesso sviluppo tecnologico-capitalistico: le cause pretendono di trasformarsi in soluzioni, e i profitti derivanti dalle soluzioni si sommano a quelli incassati dalle cause. Mentre consuma miliardi di litri d’acqua, l’intelligenza artificiale deve essere sviluppata perché, nella crisi in cui siamo, permetterà una più efficiente gestione dell’acqua stessa: un paradosso che non viene percepito come tale. Mentre sottrae acqua alla popolazione palestinese di Cisgiordania e Gaza, Israele è tra i principali Paesi sviluppatori di intelligenza artificiale e relative tecnologie – molte legate al settore militare –, come mostra anche l’inchiesta a pag. 14, dettagliando la trasformazione di Ebron in una smart city strutturata sulla capillare sorveglianza e repressione dei palestinesi.</p>



<p>È alla radice della ragione, che occorre andare. Perché l’attuale sistema “appare naturale solo a un modo di pensare e di comportarsi che non è incline e forse è anche incapace di comprendere ciò che avviene e perché avviene” scrive Marcuse, “un modo di pensare e di comportarsi che è immune da ogni forma di razionalità che non sia la razionalità stabilita”. In un’intervista del 1968, Marcuse porta l’esempio delle freeway di Los Angeles, le autostrade che collegano le zone della città: “Il condizionamento di una società integrata a sviluppo capitalistico è nel paesaggio quotidiano”, ogni aspetto risulta “logico, fa parte di una necessità, di una funzionalità, è la razionalità interna del sistema. La città di Los Angeles è lunga 100 chilometri, ecco allora per unirne i capi opposto, le freeway […] se a una persona non integrata esse possono apparire angosciose, possono tuttavia apparire belle, tecnicamente progredite, funzionali a chi deve spostarsi in qualche modo da una parte all’altra della città; la logica del sistema le ha rese necessarie, ma è logico il sistema che le ha rese necessarie?”</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.unicef.it/programmi/acqua-igiene/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unicef.it/programmi/acqua-igiene/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/">https://www.amref.it/news-e-press/comunicati-stampa/acqua-tra-scarsita-ed-eccessi-tra-malattie-e-consapevolezza-della-nostra-impronta-idrica/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Unesco, <em>The United Nations World Water Development Report 2024: Water for Prosperity and Peace</em>, marzo 2024 <a href="https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2024" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2024</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Unesco, <em>The United Nations World Water Development Report 2021: Valuing Water,</em> <a href="https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unwater.org/publications/un-world-water-development-report-2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://www.worldwater.org/water-conflict/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.worldwater.org/water-conflict/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) “Le Forze militari israeliane” o “i coloni israeliani” o “i coloni israeliani, sotto la protezione dei soldati israeliani”, “distruggono” o “danneggiano”, o “demoliscono” o “vandalizzano”</p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.un.org/unispal/document/the-allocation-of-water-resources-in-the-opt-including-east-jerusalem-report-of-the-united-nations-high-commissioner-for-human-rights-advance-unedited-version-a-hrc-48-43/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.un.org/unispal/document/the-allocation-of-water-resources-in-the-opt-including-east-jerusalem-report-of-the-united-nations-high-commissioner-for-human-rights-advance-unedited-version-a-hrc-48-43/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Pengfei Li, Jianyi Yang, Mohammad A. Islam, Shaolei Ren, <em>Making AI Less ‘Thirsty’: Uncovering and Addressing the Secret Water Footprint of AI Models, </em>ottobre 2023 <a href="https://arxiv.org/abs/2304.03271" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://arxiv.org/abs/2304.03271</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Geoingegneria solare. L’ultima follia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/geoingegneria-solare-lultima-follia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[decouplink]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[geoingegneria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=7506</guid>

					<description><![CDATA[La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" data-type="post" data-id="7492" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La Modificazione della Radiazione Solare (SRM) nei documenti di IPCC, UNEP e Congresso USA: le tecniche, i rischi conosciuti e ipotizzati sulla salute umana e sull’ambiente, la ricerca di una governance globale, la previsione della sua applicazione. Ben lontana dall’essere fantascienza, perché oggi è divenuta un’opzione</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nell’aprile 2022, in Bassa California (Messico), Luke Iseman, cofondatore e amministratore delegato della società Make Sunsets, inietta alcuni grammi di anidride solforosa in due palloni meteorologici e li lancia nella stratosfera: obiettivo dichiarato è ridurre il riscaldamento globale tramite la tecnica di geoingegneria solare conosciuta come SAI (Stratospheric Aerosol Injection). L’azione in sé è poco più di una trovata pubblicitaria, come riconosce lo stesso Iseman alla rivista del MIT (1): a bordo non erano state infatti installate apparecchiature di monitoraggio, non si sa dove siano finiti i palloni né quale impatto abbiano avuto le particelle di diossido di zolfo. È un atto “in parte imprenditoriale e in parte provocatorio” afferma Iseman, che mira “a stimolare il dibattito pubblico e a far avanzare un ambito scientifico [la geoingegneria solare] che ha dovuto affrontare grandi difficoltà nel portare avanti esperimenti sul campo”. In compenso, l’azienda già mette in vendita “crediti di raffreddamento” a 10 dollari, dichiarando sul proprio sito (2) che un grammo di anidride solforosa compensa l’effetto di riscaldamento di una tonnellata di carbonio per un anno. Intervistati dal MIT Technology Review, Shuchi Talati, studioso di geoingegneria solare presso l’American University, sottolinea che “nessuno può vendere in modo credibile crediti che pretendono di rappresentare un risultato per grammo così specifico”, e David Keith, considerato uno dei maggiori esperti mondiali di geoingegneria solare, evidenzia che “la quantità di materiale in questione – meno di 10 grammi di zolfo per volo – non rappresenta alcun reale pericolo ambientale”. Siamo quindi davanti a una pagliacciata – i due soci della startup si descrivono come “autodidatti che prendono l’iniziativa” – che evidenzia tuttavia un aspetto non secondario: l’interesse del capitale privato per l’implementazione della geoingegneria solare. La quale, dopo il settore della transizione ecologica e digitale, potrebbe essere un altro nuovo, futuro, mercato dove fare profitti.</p>



<p>Ma andiamo con ordine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">SRM e SAI: cosa sono</h4>



<p>Secondo il Report rilasciato da “IPCC Expert Meeting on Geoengineering” (3), riunitosi a Lima (Perù) nel giugno 2011 con l’obiettivo di porre le basi della discussione sulla geoingegneria per il Quinto Rapporto di Valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), “il concetto di geoingegneria può essere fatto risalire agli anni ‘60, con un documento statunitense che richiedeva la ricerca sulle «possibilità di determinare deliberatamente cambiamenti climatici compensativi» rispetto alle emissioni di CO<sub>2</sub> […] Da allora, il termine si è evoluto considerevolmente, arrivando a comprendere una varietà ampia e non ben definita di concetti per modificare intenzionalmente il clima della Terra su larga scala”, compresa la cattura e stoccaggio di anidride carbonica.</p>



<p>Negli ultimi anni la discussione scientifica si è concentrata sulla Modificazione della Radiazione Solare (Solar Radiation Modification, SRM), che include tecniche diverse miranti a contrastare il riscaldamento climatico abbassando la temperatura terrestre, attraverso la riduzione dell’assorbimento di radiazione solare. Sono principalmente tre: lo schiarimento delle nuvole marine – introducendo aerosol di sale marino – con conseguente aumento della loro riflettività (Marine Cloud Brightening, MCB); l’assottigliamento dei cirri, tramite iniezione di particelle nucleanti del ghiaccio, che dovrebbe ridurre le nuvole alte che intrappolano la radiazione infrarossa emessa dalla Terra, consentendole di fuoriuscire nello spazio (Cirrus Cloud Thinning, CCT); infine la tecnologia più studiata, l’introduzione di particelle riflettenti nella stratosfera (Stratospheric Aerosol Injection, SAI). Quest’ultima idea nasce da un parallelismo con le eruzioni vulcaniche, in particolare quella del Monte Pinatubo del 1991, che – si legge nel recente Report dell’UNEP (l’organizzazione ONU per l’ambiente) “One Atmosphere: an independent expert review on Solar Radiation Modification research and deployment”, pubblicato a febbraio 2023 (4) – “ha causato un raffreddamento medio annuale globale di circa 0,3-0,5°C nei due anni successivi”; si stima quindi che “tassi di iniezione continua di 8-16 Tg (teragrammi, corrispondenti a milioni di tonnellate, <em>n.d.r.</em>) di anidride solforosa all’anno (approssimativamente equivalenti alla quantità stimata di iniezione del Monte Pinatubo nel singolo anno 1991) ridurrebbero la temperatura media globale di 1°C. Un’implementazione operativa del SAI potrebbe essere ampliata per produrre un raffreddamento globale di 2-5°C, anche se con rendimenti decrescenti a tassi di iniezioni più elevati”. Insomma, si tratta di immettere zolfo nella stratosfera, che trasformandosi in aerosol di solfati riflette la luce solare, in un processo opposto all’effetto serra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I timori di IPCC e UNEP</h4>



<p>Tutti i documenti che si occupano di SRM, siano essi di IPCC o di UNEP, affermano in sostanza le medesime cose. In sintesi: l’SRM non affronta le cause del cambiamento climatico, quindi non può essere la risposta; i rischi umani e ambientali connessi sono ancora in parte sconosciuti; è una strada lunga decenni e non si può intraprendere per poi cambiare idea, perché l’interruzione improvvisa della geoingegneria solare causa danni certi.</p>



<p>Per entrare maggiormente nel dettaglio, prendiamo il recente Report dell’UNEP sopra citato. Vi si legge che “l’SRM non riduce le emissioni di gas serra e non affronta le cause del cambiamento climatico di origine antropica”, quindi in caso di implementazione “continueranno gli altri danni ambientali [non connessi all’aumento delle temperature globali] derivanti dall’incremento delle concentrazioni di CO<sub>2</sub> e altri gas serra”. La sua applicazione sarà dunque, “nella migliore delle ipotesi, una misura temporanea che potrebbe operare in parallelo con misure di mitigazione progettate per raggiungere emissioni globali nette di CO<sub>2</sub> pari a zero o negative”. Si pone tuttavia il problema del cosiddetto “rischio morale”, ossia che la ricerca sull’SRM possa ridurre gli incentivi per mitigare le emissioni di gas serra, “distogliendo risorse finanziarie, politiche o intellettuali dagli sforzi di mitigazione e adattamento”.</p>



<p>Rischi: “La ricerca scientifica sugli impatti delle potenziali implementazioni dell’SRM sui sistemi umani e naturali è limitata. Le valutazioni pubblicate sulla resa dei raccolti e sulla produttività dell’ecosistema terrestre sono poche. […] Mancano inoltre valutazioni esaustive sugli impatti della diffusione dell’SRM sulla salute umana (per esempio esposizione ai raggi UV, piogge acide e inquinamento atmosferico)”; in particolare, l’implementazione del SAI “influenzerebbe la chimica e la dinamica della stratosfera, […] il recupero del buco dell’ozono antartico potrebbe essere ritardato di un paio di decenni e il buco dell’ozono potrebbe diventare più profondo nei primi dieci anni di dispiegamento del SAI”.</p>



<p>Durata: “Per essere efficace, l’implementazione dell’SRM dovrebbe essere mantenuta continuamente per decenni o più”, e se la SAI fosse “interrotta improvvisamente, il riscaldamento precedentemente mascherato si manifesterebbe entro pochi anni […] ciò potrebbe produrre gravi effetti negativi sugli ecosistemi e sulla biodiversità, aumentando i rischi di estinzione per migliaia di specie”: è quello che il Report definisce “shock da conclusione”.</p>



<p>Infine, preoccupazioni considerate “fondamentali” investono la regolamentazione e la governance mondiale della sperimentazione e implementazione della geoingegneria solare, oggi del tutto assenti; l’obiettivo è evitare rischi geopolitici “di conflitti internazionali a causa degli effetti transfrontalieri” – gli esiti dell’SRM non si fermano certo ai confini dello Stato che la applica – o per “divergenze di opinione su se, e quale tipo o quantità di SRM sarebbe da dispiegare”; i bassi costi stimati, poi, potrebbero portare l’implementazione di SRM alla portata “di attori non statali”. Nell’assenza di una regolamentazione, insomma, chi “finanzierà e controllerà lo sviluppo e l’implementazione delle tecnologie SRM”?, si chiede l’UNEP. Occorre trovare un accordo globale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’approccio rischio vs rischio</h4>



<p>Quanto sopra citato, porterebbe a concludere che IPCC e UNEP scartino l’eventualità dell’applicazione della SRM, ma non è così. Forse perché due aspetti la rendono ‘irresistibile’: la rapidità con cui potrebbe diminuire la temperatura terrestre e, come già accennato, il suo costo. “L’SRM è l’unico approccio conosciuto che potrebbe essere utilizzato per raffreddare la Terra entro pochi anni” afferma l’UNEP, e “sebbene non esista la tecnologia per iniettare grandi quantità di precursori di aerosol all’altitudine richiesta [tecnica SAI], non è stato individuato alcun ostacolo tecnico di rilievo”: tempo dieci anni, stimano alcuni scienziati, e si potrebbe essere operativi, con un costo oltretutto decisamente abbordabile: “circa 20 miliardi di dollari all’anno per 1°C di raffreddamento”. Ed ecco che la porta della geoingegneria solare potrebbe essere aperta.</p>



<p>Continua infatti il Report 2023 dell’organizzazione ONU per l’ambiente: “Le azioni e gli impegni attuali non sono ancora sufficienti per raggiungere gli obiettivi di temperatura dell’accordo di Parigi. Questa situazione ha portato a un crescente interesse nel comprendere se un’implementazione operativa su larga scala di modificazione della radiazione solare (SRM) potrebbe essere in grado di aiutare a proteggere gli esseri umani e gli ecosistemi da cui dipende l’umanità. Il gruppo di esperti ritiene che un’implementazione dell’SRM su larga scala nel breve e medio termine non sia attualmente giustificata e non sarebbe saggia.<em> Questa visione potrebbe cambiare se l’a</em><em>zione per il clima restasse insufficiente</em>”. Dunque, se non si riuscirà a mantenere l’aumento della temperatura terreste al di sotto dei 2° e a circoscriverlo a 1,5° rispetto ai livelli preindustriali – ed è la strada che stiamo percorrendo a grandi falcate, come vedremo – la geoingegneria solare potrebbe essere applicata. “Se la mitigazione sarà ritenuta insufficiente,” conclude il Report dell’UNEP, “l’implementazione dell’SRM potrebbe essere l’unica opzione praticabile rimasta per evitare il superamento della temperatura e garantire il raggiungimento dell’obiettivo dell’accordo di Parigi”.</p>



<p>E i rischi legati alla SRM?, viene da chiedersi. L’esposizione ai raggi UV, le piogge acide, l’inquinamento atmosferico, l’allargamento del buco dell’ozono&#8230; e tutto ciò che non sappiamo preventivare come conseguenza dell’alterazione della chimica e della dinamica della stratosfera? Nulla sparisce, ovviamente. È lo sguardo con cui viene valutato, a mutare. I rischi non sono più soppesati di per sé, ma in rapporto ai rischi connessi al riscaldamento globale. Scrive infatti la stessa IPCC, già nello Studio del 2011 sopra citato: “Per valutare i rischi, i rischi potenziali legati all’attuazione dell’SRM verrebbero valutati insieme ai rischi potenziali di altri scenari di cambiamento climatico”. In teoria, due piatti della bilancia, quale pesa di più; in pratica, una roulette russa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il mandato del Congresso statunitense</h4>



<p>Sulla stessa linea l’UNEP, che nel Report del febbraio 2023 propone dunque l’avvio di una discussione per una governance globale su ricerca, sperimentazione sul campo e applicazione su larga scala della geoingegneria solare.</p>



<p>Dopo pochi mesi, a giugno 2023, il Congresso USA si muove sul solco dell’organizzazione ONU per l’ambiente, e dà mandato (5) all’Ufficio per le Politiche Scientifiche e Tecnologiche (OSTP) di fornire “un piano di ricerca [quinquennale] per interventi solari e altri interventi rapidi sul clima” e “un quadro di governance” correlato. In realtà, diverse agenzie federali degli Stati Uniti sono già impegnate nella ricerca SRM da molti anni – si legge nella direttiva del Congresso – ma sembra mancare quel coordinamento generale che viene ora imposto con questo mandato. Le tecniche su cui si concentra la direttiva – e sulle quali fa il punto dello stato dell’arte, citando diversi studi scientifici – sono il SAI e lo schiarimento delle nuvole marine (MCB); l’approccio alla potenziale implementazione è il medesimo di IPCC e UNEP: rischio vs rischio.</p>



<p>Tralasciando i dati in comune con i Report già analizzati, e focalizzandoci sui rischi, il mandato del Congresso USA riconosce innanzitutto che “quasi tutti [i rischi] sono poco conosciuti e alcuni di essi sono sconosciuti”. Questo perché “l’attuale serie di potenziali metodi SRM non si limiterebbe a negare (compensare esplicitamente) tutti gli impatti attuali o futuri dei cambiamenti climatici indotti da un aumento delle concentrazioni atmosferiche di gas serra, ma introdurrebbe un ulteriore cambiamento (un’alterazione dell’energia solare, su scala determinata dal particolare metodo SRM applicato) al complesso sistema climatico esistente, con ramificazioni che ora non sono ben comprese”. Si ipotizzano: variazioni nella circolazione e nella chimica della stratosfera (buco dell’ozono compreso) “in modi che possono portare a impatti su scala stagionale come eventi di siccità estrema o precipitazioni più frequenti”; cambiamenti sulla vegetazione terrestre, le barriere coralline, la biodiversità, la produzione agricola; cambiamenti nei modelli di precipitazione e di variabilità climatica; innalzamento del livello del mare; acidificazione e produttività degli oceani con impatto “sulle alghe e i conseguenti risultati per le catene alimentari marine”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="404" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85.jpg" alt="" class="wp-image-9063" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/geoingegneria-solare-85-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sebbene siano noti alcuni effetti sul clima dell’implementazione del SAI in base a determinati scenari (indicati con + per i probabili aumenti, &#8211; per le diminuzioni, Δ per indicare il cambiamento), gli effetti sui sistemi ecologici sono in gran parte sconosciuti (indicati con ?). Tali cambiamenti biotici e abiotici varierebbero nelle diverse regioni terrestri e dipenderebbero dallo scenario SAI implementato. Fonte: AAVV, <em>Potential ecological impacts of climate intervention by reflecting sunlight to cool Earth</em>, dicembre 2020, <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1921854118" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1921854118</a></figcaption></figure>
</div>


<p>In merito alla tecnica SAI, il documento del Congresso cita, tra altri, uno Studio del 2020 dall’emblematico titolo “Ciò che sale deve scendere: impatti della deposizione dei solfati in uno scenario di geoingegneria” (6), che sottolinea come “l’iniezione deliberata di zolfo nella stratosfera per formare aerosol di solfato stratosferico, emulando i vulcani, si tradurrà nella deposizione di solfato in superficie”, portando a un aumento dell’acidità del suolo che potrebbe “influenzare la resa dei raccolti e il loro valore nutrizionale”; inoltre, anche “gli impatti della diffusione della luce solare potrebbero avere effetti negativi sulla crescita delle colture, annullando i benefici derivanti dalla limitazione dell’aumento della temperatura globale”; infine, “le prove derivanti dalle eruzioni vulcaniche suggeriscono che il dispiegamento asimmetrico del SAI altera i cicli idrologici, può indebolire i monsoni estivi indiani e ridurre le precipitazioni del Sahel, contribuendo alla siccità e al conseguente disastro umanitario”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’accoppiata rovinosa</h4>



<p>Le sensazioni che prevalgono, leggendo i Report sopra citati, sono l’incredulità e lo sgomento; il pensiero va al concetto di hybris, per tentare di comprendere, ma è una risposta parziale.</p>



<p>A luglio 2023 Jim Skea, presidente dell’IPCC, dichiara che il mancato raggiungimento degli obiettivi di Parigi è, praticamente, una certezza: “I colleghi che lavorano al Working Group 1 sulla scienza fisica dei cambiamenti climatici sono molto chiari sul fatto che raggiungeremo un aumento delle temperature globali di 1,5° attorno al 2030, o nella prima parte degli anni ‘30”. Si definisce anche ottimista, affermando che quando accadrà, “nello scenario migliore potremo iniziare ad abbassare di nuovo la temperatura globale sotto quella soglia”, applicando rapidamente le politiche indicate dall’ultimo rapporto IPCC: taglio del metano, blocco della deforestazione, ripristino di ecosistemi, modifica del sistema alimentare – con focus sugli allevamenti intensivi – sfruttamento delle energie rinnovabili, stop al carbone (7). Lasciamo a Skea l’ottimismo (della volontà), ed entriamo nel pessimismo della ragione.</p>



<p>La classe dirigente politica ed economica che trae vantaggio dall’attuale sistema economico e sociale, è chiaramente disposta a tutto piuttosto che modificare, anche solo parzialmente, il sistema stesso. Lo ha dimostrato sin dall’introduzione del concetto di ‘sviluppo sostenibile’, na-to nel 1987 dal Rapporto Brundtland della Commissione ONU sull’Ambiente e lo Sviluppo, con l’intenzione di integrare la crescita economica e la tutela dell’ambiente. Da anni questo scenario è messo in discussione da diversi Studi, non ultimo un’ampia a-nalisi pubblicata su queste pagine che, dati alla mano, nega che il decouplink (il disaccoppiamento tra crescita economica e danni ambientali) sia una prospettiva realistica, concludendo sulla necessità di iniziare a parlare di decrescita (8). Una parola tabù per il capitalismo, ovviamente, che si regge sul consumismo di falsi bisogni indotti dalla società dello spettacolo, e che è riuscito a mettere a valore persino la crisi ambientale. Da una parte, non ha abbandonato il ‘vecchio’ settore delle fonti fossili; dall’altra, con il sostegno di abbondanti risorse pubbliche, ha aperto nuovi ambiti produttivi e nuovi mercati, di vendita e finanziari, legati alla transizione ecologica e digitale (9). È probabile che l’implementazione delle tecniche SRM – sempre meno a-leatoria dopo le parole di Skea e l’attenzione riservatale da IPCC, UNEP e Congresso USA – si andrà semplicemente ad aggiungere all’esistente, i-naugurando un nuovo settore economico. Si avrà così una struttura triadica: la temperatura terrestre sarà tenuta sotto controllo con la geoingegneria solare – con quali devastanti conseguenze lo vedremo –, questo permetterà alle fonti fossili di restare, con il loro carico di emissioni di gas serra – non ultime quelle dovute al comparto militare e alla guerra (10) – mentre il denaro pubblico sosterrà i profitti privati sia della transizione green che dell’applicazione della SRM.</p>



<p>All’hybris, dunque, è da aggiungere la forma mentis capitalista, il dio denaro. L’accoppiata forse più rovinosa che si possa avere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">E noi?</h4>



<p>Dove sono i cittadini in tutto questo? Alcuni Studi evidenziano come le conseguenze dell’implementazione della geoingegneria solare ricadranno principalmente sulle giovani e future generazioni, che dunque dovrebbero essere coinvolte nelle decisioni: lo stesso mandato del Congresso USA, sottolineando i pericoli dello “shock da conclusione”, afferma che “se il potenziale requisito per l’SRM fosse quello di essere mantenuta su scale temporali di decenni, se non secoli, l’equità intergenerazionale è una dimensione da comprendere e considerare”. Sagge parole, ma in cosa si traducono? In passato, tra il 1945 e il 1992, sono state fatte esplodere bombe nucleari nella ionosfera e nella magnetosfera, con l’obiettivo di verificare se la struttura stessa del sistema Terra potesse essere utilizzata come arma (11); gli effetti che le detonazioni avrebbero potuto innescare sull’equilibrio del pianeta e sul clima terrestre erano ignoti, eppure il pensiero delle possibili conseguenze per le popolazioni e le generazioni a venire non li ha fermati. In futuro, quando la geoingegneria solare verrà implementata, non sarà diverso. Lo rivela la stessa marginalità riservata al tema. L’SRM dovrebbe essere sotto i riflettori, oggetto di dibattito pubblico, e non lo è. Nonostante i numerosi Studi pubblicati negli ultimi anni, resta argomento di nicchia, e quando compare su canali generalisti, o è trattata alla stregua di fantascienza, oppure viene raccontata rassicurando sui rischi e sulla valutazione che ne sarà fatta da parte dell’ONU, dei governi, degli scienziati&#8230; Piccoli ma indispensabili anelli dell’ingranaggio capitalistico, noi cittadini dobbiamo solo continuare a produrre-consumare-crepare credendo alla narrazione dello sviluppo sostenibile, e il nostro sonno (già agitato) non deve essere disturbato con una questione così complessa. C’è chi pensa per noi, chi decide per noi. Sono gli stessi che giocano a fare dio con il nostro pianeta. Finché glielo permetteremo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://www.technologyreview.com/2022/12/24/1066041/a-startup-says-its-begun-releasing-particles-into-the-atmosphere-in-an-effort-to-tweak-the-climate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.technologyreview.com/2022/12/24/1066041/a-startup-says-its-begun-releasing-particles-into-the-atmosphere-in-an-effort-to-tweak-the-climate/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://makesunsets.com/">https://makesunsets.com/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.ipcc.ch/publication/ipcc-expert-meeting-on-geoengineering/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ipcc.ch/publication/ipcc-expert-meeting-on-geoengineering/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.unep.org/resources/report/Solar-Radiation-Modification-research-deployment" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unep.org/resources/report/Solar-Radiation-Modification-research-deployment</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2023/06/Congressionally-Mandated-Report-on-Solar-Radiation-Modification.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2023/06/Congressionally-Mandated-Report-on-Solar-Radiation-Modification.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab94eb">https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ab94eb</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/global-warming-possibili-soluzioni-ci-sono-ma-bisogna-agire-tutti-e-subito-AFcpiKO?">https://www.ilsole24ore.com/art/globale-warming-possibili-soluzioni-ci-sono-ma-bisogna-agire-tutti-e-subito-AFcpiKO?</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. European Environmental Bureau, <a href="https://rivistapaginauno.it/decouplink-debunked-prove-e-argomentazioni-contro-la-crescita-green-come-unica-strategia-per-la-sostenibilita/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Decouplink Debunked. Prove e argomentazioni contro la crescita green come unica strategia per la sostenibilità</em></a>, pubblicato in quattro parti su Paginauno n. 80-83, dicembre 2022-luglio 2023</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a>, Paginauno n. 78, luglio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Stuart Parkinson (SGR), Linsey Cottrell (CEOBS), <a href="https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Stima delle emissioni globali di gas serra del comparto militare</em></a>, Paginauno n. 84, dicembre 2023 </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. Giovanna Cracco,<em> </em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-guerra-esperimento-terra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La guerra. Esperimento Terra</em></a>, Paginauno n. 84, dicembre 2023 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il ‘Modello Milano’: la messa a valore di una città</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-modello-milano-la-messa-a-valore-di-una-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[La teoria della ‘città competitiva’ e della ‘classe creativa’, la rigenerazione urbana, i bandi socio-culturali e gli abitanti short-term, la rendita immobiliare e i grandi attrattori, la cessione del pubblico al privato: le interazioni circolari che favoriscono la gentrificazione e depotenziano le forze sociali un tempo critiche. Con uno sguardo a Milano]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-83-luglio-settembre-2023/" data-type="post" data-id="6950" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 83, luglio &#8211; settembre 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La teoria della ‘città competitiva’ e della ‘classe creativa’, la rigenerazione urbana e la turistificazione, i bandi socio-culturali e gli abitanti short-term, la rendita immobiliare e i grandi attrattori, la cessione del pubblico al privato: le interazioni circolari che favoriscono la gentrificazione e depotenziano le forze sociali un tempo critiche</p>



<p></p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La Bloomberg Way è un concetto di governance in cui la città è gestita come un’azienda: il sindaco è l’amministratore delegato, le imprese sono clienti, i cittadini sono consumatori e la città stessa è un prodotto brandizzato e commercializzato.” (1)
Jeremiah Moss, autore di <em>Vanishing New York: How a Great City Lost Its Soul</em>

“[…] L’urbanismo è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del capitalismo che, sviluppandosi conseguentemente in dominio assoluto, può e deve ora rifare la totalità dello spazio come <em>suo proprio scenario</em>.”
Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>
</pre>



<p class="has-drop-cap">Città. La sociologia urbana non ne dà una definizione univoca, trattandosi di una realtà molteplice e in continuo mutamento e dunque non cristallizzabile in un concetto astorico. Tuttavia una base da cui partire si può trovare nella formula di Max Weber del 1921, che la identifica come un insediamento circoscritto in cui sono localizzati edifici e abitanti. A questo ritratto puramente geografico, nel corso del Novecento differenti studi e teorie si sono concentrati sulle caratteristiche e le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali, individuando la città come una forma specifica di organizzazione socio-spaziale: un insieme di edifici e strade e un insieme di relazioni fra esseri umani, un luogo fisico ma soprattutto un luogo sociale; un’organizzazione materiale all’interno della quale si dispiegano le relazioni sociali, favorendo o frustrando la loro ricchezza e la loro significatività collettiva, secondo il noto urbanista Lewis Mumford.</p>



<p>Nel 1999 la rivista internazionale <em>Urban Studies</em> segna una cesura: dedica un numero monografico a quelle che definisce le “città competitive”, dando risalto alla lettura puramente economicistica della sociologia urbana e ufficializzando l’entrata del pensiero neoliberista nelle politiche cittadine. Il pubblico – il welfare delle case popolari e dell’assistenza ai cittadini più poveri così come la gestione del patrimonio culturale e architettonico – cede il passo alla privatizzazione e alle partnership pubblico/ privato, e la città diviene un “moltiplicatore della crescita economica” e un “centro di innovazione” che deve competere sul mercato delle città globali per attirare capitali e investimenti.</p>



<p>Appena tre anni dopo, nel 2002, lo studioso di sviluppo economico e urbano Richard Florida pubblica <em>The Rise of the Creative Class</em>: il libro è immediatamente acclamato e per qualche anno il suo autore si ritrova impegnato in un giro di conferenze da tutto esaurito, chiamato da amministrazioni locali, istituzioni varie e fondazioni, a portare la teoria delle “tre T”: Tecnologia, Talento, Tolleranza. Florida afferma che la crescita delle città – le città competitive, ovviamente – dipende dalla loro capacità di attrarre la “classe creativa”, che individua, a grandi linee – e senza fare distinzione tra precari e professionisti ben pagati – nei lavoratori digitali come nei designer, negli architetti, ingegneri, artisti, editori, docenti universitari&#8230; in tutti i “creativi di professione” insomma, nei più diversi ambiti: sono loro i portatori delle tre T – e contemporaneamente le cercano – e la loro presenza in un territorio produce forza attrattiva nei confronti di capitali, aziende innovative, investimenti e, in un benefico circolo vizioso, altre persone creative. </p>



<p>La Tecnologia è fondamentale per lo sviluppo economico del futuro, il Talento è il ‘capitale umano’ dei creativi e la Tolleranza è la loro apertura alla <em>diversity</em>, registrata da Florida attraverso indici che analizzano la popolazione residente in una città, come il Melting Pot Index (percentuale di persone nate all’estero), il Gay Index (percentuale di omosessuali) e il Bohemian Index (percentuale di scrittori, pittori, scultori, attori ecc.). Come attrarre questi <em>re Mida</em>? Florida sostiene che la classe creativa, nella scelta del luogo in cui vivere, non è particolarmente vincolata dal lavoro: è più lo stile di vita anticonformista, multiculturale, dinamico e cosmopolita a pesare sulla decisione; una “Street Level Culture” che può includere una “miscela brulicante di caffè, musicisti da marciapiede e piccole gallerie e bistrot, dove è difficile tracciare il confine tra partecipante e osservatore, o tra creatività e i suoi creatori”.</p>



<p>La ‘città competitiva’ del terziario avanzato trova così i suoi abitanti ideali nella ‘classe creativa’, e si avvia la trasformazione concettuale della città post industriale e post welfare state: da comunità sociale aperta a tutti, essa diviene un’organizzazione da mettere a valore secondo la logica d’impresa, e a tal fine è prettamente rivolta a – e strutturata per – una particolare tipologia di persone. Ma quale valore dà la misura di una città, ed è dunque da incrementare, per attirare gli investitori finanziari internazionali? Quello della rendita immobiliare.</p>



<p>“Quel che ho cercato di fare, e penso di avere fatto, è stato creare valore per gli investitori, ogni singolo giorno di lavoro”, dichiara al termine del suo mandato Michael Bloomberg, sindaco di New York dal 2002 al 2012, come riportato da Jeremiah Moss nel suo libro <em>Vanishing New York: How a Great City Lost Its Soul</em>; Bloomberg ha riorganizzato il 40% della città e demolito quasi 25.000 edifici in un’ottica di ‘riqualificazione’ orientata alla ricchezza (2). E New York, come Londra, Barcellona, Madrid, Parigi, Berlino, San Francisco&#8230; sono le città di riferimento – e le concorrenti da battere – per Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli&#8230;</p>



<p>Gentrificazione e turistificazione sono le ricadute pratiche della teoria della città competitiva, e i processi grazie ai quali cresce la rendita immobiliare. Due dinamiche tutt’altro che lineari. Concentriche, piuttosto, per tutti gli elementi che mettono in campo in una interazione circolare, riuscendo persino a inglobare le stesse forze sociali critiche, che si ritrovano così depotenziate o del tutto annullate.</p>



<p>Ciò che va sottolineato, è che nell’esplosione del caro-affitti – denunciato recentemente anche dagli studenti universitari con le tende piantate davanti agli atenei – non gioca affatto il libero mercato e la semplice logica della domanda e dell’offerta; sono meccanismi che certamente si innescano, ma in seguito a precise scelte operate dalla politica locale.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3da37a7455edfb70d66fe4369eba33cb">La rendita immobiliare</h4>



<p>Nel 1979 il geografo Neil Smith sviluppa la teoria del divario della rendita immobiliare, analizzando in quattro fasi il ciclo di vita di un edificio residenziale: </p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una fase iniziale di costruzione e primo utilizzo, durante la quale un lieve deprezzamento può verificarsi per un normale logoramento da uso quotidiano o un successivo miglioramento delle tecnologie costruttive;</li>



<li>la seconda fase si avvia quando i proprietari degli alloggi, non intenzionati a investire per contrastare la svalutazione dell’immobile, decidono di vendere o affittare: la mancata manutenzione porta lentamente al degrado dell’edificio, in una logica circolare che da singola diviene di quartiere – poiché la rendita di un immobile è influenzata dalla condizione degli edifici circostanti, che determina i prezzi di mercato dell’intera zona;</li>



<li>si apre così la terza fase, dove deterioramento e disinvestimenti si accumulano portando alla fuga degli abitanti verso aree migliori, insediamento di una popolazione più povera, nascita di microcriminalità e problematiche sociali, vuoto parziale di alloggi e crollo della rendita immobiliare;</li>



<li>per giungere alla quarta fase, dove la situazione dell’intero quartiere arriva all’orlo del collasso, fino a produrre l’abbandono degli edifici ed eventuali occupazioni abusive.</li>
</ul>



<p>La terza e ancor più la quarta fase rappresentano la situazione ottimale per l’avvio della gentrificazione, poiché il divario tra rendita attuale e rendita potenziale è altissimo: acquisto oggi a due soldi, ristrutturo, affitto/vendo domani a prezzi moltiplicati. A patto, tuttavia, che si verifichi una condizione: che il quartiere sia oggetto di ‘rigenerazione’.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-ee9428d8f4e49fb35548d6fd24153602">La rigenerazione urbana</h4>



<p>Il Comune accende i riflettori su un’area degradata e dichiara il progetto di rigenerazione urbana. Iniziano a muoversi i ‘grandi attrattori’ – che vedremo con Milano – e gli speculatori di ogni risma. Dal nulla compaiono frotte di imberbi agenti immobiliari, che iniziano a bussare alle porte degli alloggi a tutte le ore, lasciando biglietti da visita sullo zerbino e nella cassetta della posta, insieme a volantini con “Cerchiamo appartamenti in zona da acquistare” o “Cerchiamo appartamenti in questo stabile da acquistare”. Arrivano in sciame come le locuste e come le locuste, a un certo punto, spariscono: hanno divorato tutto quello che potevano. Hanno acquistato a miseri prezzi di mercato o poco più da proprietari che, vista la situazione dell’edificio e del quartiere, disperavano ormai di riuscire a ‘liberarsi’ di quelle case.</p>



<p>Contemporaneamente alcuni spazi a pianoterra, ex negozi chiusi da tempo o piccoli magazzini vuoti, vengono ristrutturati e iniziano a vedersi cartelli “affittasi”. Non passa molto tempo e si trasformano in sedi di attività culturali, librerie con bistrò, studi di artisti, architetti e design, ciclofficine, spazi per mostre d’arte, laboratori di artigianato falegnameria e riuso&#8230; si è messa in moto la macchina dei bandi.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-134fc60fc4bc85c47d6e28977e5dd2ab">I bandi socio-culturali</h4>



<p>In collaborazione con fondi nazionali, regionali, comunali, europei e/o privati – su tutti le fondazioni bancarie: a Milano la Fondazione Cariplo domina la città – vengono rivolti bandi a oggetto culturale e sociale a enti del terzo settore, associazioni e cooperative sociali. Obiettivo dichiarato: “facilitare processi di rigenerazione urbana a base culturale”, promuovere l’inclusività nel quartiere, la partecipazione, l’attivazione dei cittadini, l’aggregazione sociale, la <em>diversity</em> e la <em>mixité, </em>concetto secondo il quale l’introduzione in un’area socialmente disagiata di abitanti di più alto censo e cultura produce un miglioramento nella qualità di vita degli abitanti già presenti (!). Ovviamente si tratta solo di propaganda. L’obiettivo è creare una zona attrattiva per la classe creativa. Ed è ciò che avviene.</p>



<p>I bandi vincolano i progetti alla sostenibilità economica. Una condizione che impone alle associazioni di creare una struttura a ‘spazio ibrido’, ossia un luogo che mescoli funzioni definite ‘socio-culturali’ (3): la libreria con il bar, il laboratorio creativo con il coworking, la ciclofficina con il ristorante&#8230; “Quello che doveva essere uno spazio culturale,” afferma a maggio, nel corso di un dibattito pubblico, un responsabile di una realtà che ha visto la luce nell’ambito di un bando promosso dal Comune di Milano e dalla Fondazione Cariplo, “è in questo momento completamente dedicato a trovare i soldi per pagare un affitto, e quindi siamo concentrati sul portare avanti bar e ristorante e non è stato possibile fare alcun tipo di attività”. Un progetto nato dunque, ufficialmente, per gli abitanti del quartiere e sotto le insegne della pratica sociale, diviene uno spazio a misura di <em>creativi</em>. Che oltre al <em>food&amp;drink</em> propone mostre, festival, week e qualsivoglia cosa possa essere contenuta in una sala e definita un ‘evento’: l’affitto degli spazi diviene infatti un’altra tipologia di entrata finanziaria necessaria al pareggio dei conti, promossa dai bandi anche nell’ottica ‘attrattiva’ della turistificazione della città, come vedremo.</p>



<p>Richiamata in zona, la classe creativa comincia a stabilirsi nel quartiere, nelle case via via ristrutturate, pagando affitti che rapidamente si alzano. Quanto il processo abbia nulla a che fare con la propagandata della<em> mixitè</em> è palese a chiunque frequenti appena quei luoghi: se sono strutturati con spazi dove poter restare senza consumare – come panchine – questi si riempiono degli abitanti originari del quartiere – quelli che sarebbero da ‘attivare’ – mentre dal lato opposto <em>hipster, creativi e radical chic</em> entusiasti dell’associazionismo, dell’ibridazione, degli apericena e dei mercatini <em>vintage,</em> si affollano al buffet dell’inaugurazione dell’ultima mostra fotografica. Due mondi che non si incontrano, non dialogano, non interagiscono.</p>



<p>La ‘rigenerazione’ non è un’integrazione ma una occupazione-con-sostituzione del quartiere. Nella città competitiva si insedia così sempre più numerosa la classe creativa, la rendita immobiliare aumenta e i vecchi abitanti a basso reddito vengono spinti ancor più ai margini periferici, o direttamente espulsi. L’associazionismo culturale e sociale finisce dunque per essere – consapevole o meno – il cavallo di Troia della gentrificazione. Non solo. Muta radicalmente la propria visione.</p>



<p>Da un lato, il vincolo della sostenibilità economica introduce la logica imprenditoriale in un ambito prima votato alla cooperazione sociale, e mette le diverse realtà associative in competizione fra loro per la sopravvivenza; dall’altro, ne depotenzia la forza critica. Legato a doppio filo con il Comune, le fondazioni, la finanza a impatto sociale e le politiche urbane, l’universo culturale e sociale si ritrova cooptato all’interno del potere e delle logiche neoliberiste che prima contestava. Nell’illusione di poter fare concretamente qualcosa per fare uscire persone e quartieri dal degrado e dall’abbandono, finisce per farsi complice della loro ulteriore marginalizzazione, trasformandosi nell’avamposto della gentrificazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f7904b8fc7fa3cb3c0c68ae3221aae90">Il welfare</h4>



<p>Ovviamente, nella città competitiva anche tutto ciò che è pubblico deve diventare terreno per la rendita del capitale privato. Nell’edilizia la logica è la stessa: lascio degradare le case popolari affermando che l’amministrazione comunale non ha il denaro per provvedere alla loro manutenzione, fino al momento in cui cadono talmente a pezzi che il costo della ristrutturazione diviene particolarmente gravoso. A quel punto affermo che la soluzione è venderne una parte ai privati per poter avere i soldi per sistemare ciò che resta. Ciò che resta puntualmente non viene toccato, e la giostra riparte: vendo una parte ai privati per poter avere i soldi per sistemare&#8230; E così man mano la disponibilità delle case popolari diminuisce, di pari passo con la ‘rigenerazione’ dei quartieri. Accanto, dichiaro che la soluzione del problema non si trova più nell’edilizia pubblica ma nell’housing sociale, e apro ai privati un nuovo mercato per la rendita immobiliare.</p>



<p>Sul piano del sostegno alla popolazione, l’approccio di matrice socialdemocratica viene abbandonato con l’accusa di creare assistenzialismo passivo, e sostituito con la visione neo-ordoliberista: il welfare deve stimolare il self-empowerment, l’auto-imprenditorialità, il ‘capitale umano’, la dinamicità. Lo stesso ingannevole concetto della <em>mixitè</em> si inserisce in questa visione, come se l’uscita dalla povertà potesse avvenire per osmosi. La politica locale inizia dunque a spostare denaro dall’assistenza ai bandi socio-culturali, rovesciando sul terzo settore privato l’onere di integrare e ‘attivare’ le persone più povere – cosa che le associazioni non riescono nemmeno a fare, impegnate, come abbiamo visto, nella morsa della sostenibilità economica – e mentre costruiscono una città a misura di classe creativa per attirare investimenti e far esplodere la rendita immobiliare, dichiarano di operare per ridurre la marginalizzazione delle fasce deboli della popolazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-be453c69bf1e51f48e26092d49b06556">La turistificazione</h4>



<p>Elencare tutti gli ‘eventi’ presenti contemporaneamente in una qualsiasi settimana a Milano, occuperebbe righe e righe; c’è regolarmente una <em>week</em> (Fashion Week, Design Week, Ocean Week&#8230;), accanto a festival (Polinesyan &amp; Pacific Festival, Festival della fuga e dei viaggi, Festival della fine e della malinconia, WeWorld Festival, BAM Circus, Skate and Surf Film Festival, Festival del ciclo mestruale&#8230;), mostre di ogni genere – dalla Queer Pandemia a Caravaggio –, e dibattiti, convegni, incontri e spettacoli legati al Food&amp;Drink, al Green, a Sport&amp;Benessere, a viaggi, arte, musica, libri, architettura, animali domestici&#8230; (4). L’attrattiva ‘culturale’, presente negli spazi ibridi attivati dai bandi comunali così come nei luoghi più tradizionali – aree fieristiche ma anche musei, gallerie, teatri&#8230; luoghi dai quali il pubblico si è ritirato a favore della visione neoliberista delle partnership con il privato – e in nome della quale qualunque cosa, anche la più futile, ludica e smodatamente commerciale, è divenuta ‘cultura’, è un aspetto fondamentale per la città competitiva: da un lato collabora con la gentrificazione catturando la classe creativa – che vive di eventi tanto quanto di biologico – dall’altro innesca il processo di turistificazione che richiama gli <em>abitanti short-term</em>. Questi ultimi favoriscono il mercato dell’affitto breve e dell’airbnb, che genera anch’esso un incremento della rendita immobiliare. Perché funzioni l’appeal <em>culturale</em> occorre tuttavia una martellante campagna comunicativa, e a questa ben si prestano quotidiani e riviste varie e, indirettamente, la stessa classe creativa, costantemente collegata ai social e intenta a postare selfie.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-068e29f086ed4ed35ab63641b5fa211f">Gli abitanti short-term</h4>



<p>Turisti, soggiornanti temporanei e studenti fuori sede sono, a grandi linee, gli abitanti short-term di una città, e gli abitanti ambiti dalla città competitiva (5). Vi trascorrono un periodo determinato – da una notte fino a qualche mese o qualche anno – per lavoro, studio, turismo o per scelta, per poi spostarsi altrove. La stessa classe creativa vi rientra, cosmopolita per impostazione, incline a trasferirsi da una città globale a un’altra. Sono i ‘consumatori di città’. Non ne portano memoria né radici, aspetti generalmente associati all’attenzione per il territorio, i suoi cambiamenti, la sua rete sociale e politica. Non <em>abitano</em> la città bensì la <em>usano</em>, disinteressandosi della sua realtà comunitaria. Più che attori sono comparse nel processo di valorizzazione immobiliare, tuttavia fondamentali, e così la città competitiva si struttura sulle loro necessità: diviene una ‘città vetrina’, un “parco giochi di plastilina” (Jeremiah Moss in merito a New York), “il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” per citare Debord, dove lo spettacolo, l’artefatto e il simulacro invadono sempre più ogni spazio. Gli stessi studenti, che poi ne pagano il prezzo, fanno parte del gioco: oltre gli affitti brevi, la loro categoria chiede vita notturna e locali, che aumentano la <em>vivacità</em> attrattiva della città.</p>



<p>“Le città di successo hanno una capacità impressionante di <em>rigenerare</em> continuamente i propri cittadini” scrive Pierfrancesco Maran, Assessore alla Casa e Piano Quartieri di Milano e autore del libro <em>Le città visibili. Dove inizia il cambiamento del Paese</em>; tra il 2008 e il 2018 Milano ha perso 400.000 persone, trasferite altrove (su un totale di 1,3 milioni, quasi il 25%), sottolinea Maran, ma ne ha guadagnate 500.000: un “fermento”, una “non sedentarietà”, un “continuo rimescolamento” che riempono di entusiasmo l’assessore.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-345be1039264fb8e3d85ef3ea6a0b6bb">Il modello Milano</h4>



<h4 class="wp-block-heading">I ‘grandi attrattori’</h4>



<p>In tutte le città competitive, a un livello superiore di rigenerazione urbana, inaccessibile ai cittadini, opera il capitale dei forti investimenti, quello legato ai grandi progetti e ai grandi eventi – che le città globali si contendono proprio perché attrattori di capitali. Da una parte è la vetrina più luccicante, il lusso esibito orgogliosamente perché emblema di una città <em>desiderabile</em>, l’urbanistica che genera lo <em>skyline</em> del luogo, che si propone attraverso i nomi degli <em>archistar</em> e si rivolge smaccatamente ai ricchi; dall’altra sono i progetti di housing sociale, di edilizia green e di ‘riqualificazione’ sull’onda dei grandi eventi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="433" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1.jpg" alt="" class="wp-image-8251" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1-300x217.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 1. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
</div>


<p>13,1 sono i miliardi di investimento attesi a Milano nel segmento immobiliare tra il 2019 e il 2029, un dato che “porta il capoluogo lombardo ai vertici della classifica delle città più attrattive a livello europeo” secondo un elettrizzato Sole 24 ore: “Nella classifica Monaco è seconda (con 10,8 miliardi di investimenti attesi), seguita da Amsterdam (10,2 miliardi), Stoccolma (9,5), Dublino (9,1) e Madrid (8,7). Ma le stime stanno già crescendo visto che il traino delle Olimpiadi porterà ancora più fermento in città” (6). È questa la logica, e a Milano la si può identificare, tra progetti già conclusi, in corso e futuri, con CityLife, Garibaldi-Porta Nuova (il complesso iper pubblicizzato di piazza Gae Aulenti e l’aggregato di torri tra cui Bosco Verticale), Mind-Milano Innovation District e Cascina Merlata (sul terreno che ha visto Expo 2015), e poi San Siro e l’ex Scalo ferroviario di Porta Romana – il primo di sette scali che saranno ‘riqualificati’ – destinatario del futuro Villaggio Olimpico per i Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026, progetto che si trascina dietro Rogoredo-Santa Giulia e la ‘rigenerazione’ dell’area ex-Macello (vedi Mappa 1, pag. 9).</p>



<p>Protagonisti indiscussi il fondo statunitense Hines, una delle maggiori società immobiliari mondiali (7), Coima, il fondo immobiliare della famiglia Catella (8), e Redo, gestore di fondi immobiliari di proprietà di Fondazione Cariplo, Cassa Depositi e Prestiti, Intesa Sanpaolo e InvestiRE (9).</p>



<p>Su questo piano, la competizione tra città per conquistare gli investimenti si gioca anche sugli oneri di urbanizzazione, e Milano registra numeri da discount: nell’accordo sugli scali ferroviari, per esempio – più di un milione di mq di aree un tempo pubbliche e ora in vendita a privati, una delle ‘riqualificazioni’ urbane più appetibili per i profitti che genererà – si sono attestati tra il 3 e il 5%, quando a Berlino sono attorno al 30% e in Francia, sui grandi progetti, sono il 15% (10). Una tassazione ridicola che spesso viene anche azzerata ‘a scomputo’: invece di pagare gli oneri, il privato si impegna a realizzare opere di urbanizzazione, come ciclabili, marciapiedi, zone alberate e spesso un parco; in teoria, uno spazio pubblico, in realtà, ciò che diviene un<em> plus</em> che aumenta la rendita immobiliare stessa – come il BAM, il parco inserito tra piazza Gae Aulenti e il Bosco Verticale, a Porta Nuova, dove gli interventi a scomputo continuano (11).</p>



<p>È un approccio a respiro internazionale, che vive anche di progetti come <em>Reinventing Cities</em>, “una <em>competizione</em> globale promossa da C40 […] un network di circa 100 città influenti a livello globale impegnate a combattere il cambiamento climatico […] un programma internazionale [che] vede il coinvolgimento delle città nell’individuare siti di proprietà pubblica abbandonati o sottoutilizzati, pronti per essere valorizzati [ossia venduti, <em>n.d.a.</em>], e di soggetti privati, organizzati in Team multidisciplinari, nel presentare proposte per la riqualificazione dei siti” (12). Un altro modo per implementare il ritiro del pubblico a favore della rendita immobiliare dei privati. Nato nel 2017, negli anni si sono susseguite diverse edizioni, nelle quali Milano ha messo a bando per la vendita 18 siti, vincendo la gara – e dunque avviando i progetti – per 15 siti.</p>



<p>Ma Milano sta liquidando tutto. Il 5 dicembre scorso la Giunta comunale ha deliberato di vendere in blocco le quote residuali di due fondi immobiliari creati nel 2007 e nel 2009: contenevano “140 proprietà, fra aree e fabbricati, […] i beni di maggior pregio sono stati venduti e quelli ancora in portafoglio hanno valore residuale”, afferma l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte; ora saranno messi all’asta in un’unica soluzione. Ma nessun timore: “Per gli immobili residenziali non ancora alienati e ancora parzialmente occupati, il bando di vendita delle quote prevede […] la conferma di una clausola di salvaguardia che garantisce la permanenza degli inquilini per almeno due anni a un canone di locazione moderato” (13). Due anni. Gli inquilini possono dormire sonni tranquilli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I bandi della gentrificazione</h4>



<p>A un livello inferiore si muovono i bandi socio-culturali, che abbiamo visto. A Milano nascono nel 2012 con la giunta Pisapia (14) e proseguono con Sala, in stretta collaborazione con la Fondazione Cariplo, la Regione e attori nazionali. Dall’avvio con la messa a disposizione di 1.200 spazi comunali inutilizzati, l’approccio si è allargato, per citarne giusto alcuni, ai progetti <em>Crowdfounding civico</em> (2015) (15), <em>Lacittàintorno</em> (2017) dedicato ai quartieri (16) – perché non esiste più la dicotomia centro/periferia, che evoca disuguaglianza e marginalità, ma la ‘città intorno’ (!) formata dai <em>quartieri</em> – <em>Nuove Luci a San Siro</em><em> </em>(2019, a cura della Regione Lombardia) (17), il bando <em>Cascine</em> (2021) (18), <em>Culturability </em>(progetto avviato nel 2013 e tuttora attivo, è un esempio di dinamica di rigenerazione urbana a sguardo nazionale) (19). Sono nate realtà piccole e grandi, come Rob de Matt e Mosso – sui relativi siti o pagine Facebook è possibile farsi un’idea di cosa sono e come si muovono.</p>



<p>Una nota si merita anche OrMe-Ortica memoria (20), un’associazione nata nel 2017 e patrocinata dal Comune di Milano, che “promuove la rigenerazione urbana attraverso la realizzazione di attività culturali, artistiche, ricreative e formative”, in particolare la creazione di murales “sui temi della memoria e sulla storia della città di Milano” (21), muovendosi anche nel mondo dei bandi pubblici e privati (22): un progetto che si inscrive sia nella dinamica della gentrificazione che in quella della turistificazione, considerati gli <em>Street Art</em><em> Tour</em> che sono seguiti. Comitive di turisti a far fotografie.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della disuguaglianza</h4>



<p>A maggio 2023, sull’onda delle prime pagine guadagnate da Milano per il caro-affitti, la Giunta approva il documento <em>Una nuova strategia per la casa</em> (23), stilato dall’assessorato di Maran. Contiene qualche dato interessante.</p>



<p>Al 2020, Milano conta circa 800.000 unità abitative: un po’ meno dell’80% è in mano a persone fisiche, il restante a persone giuridiche: società e fondi immobiliari, assicurazioni, banche ecc.</p>



<p>Ai primi di giugno, 16.444 appartamenti e 3.641 camere sono disponibili su Airbnb: il 47,1% fa capo a una multiproprietà e, tra questi, il 43,4% (4.160 unità) appartiene a una multiproprietà che conta più di 10 alloggi in offerta su Airbnb (24). Stando ai numeri dichiarati dal Comune, 16.444 appartamenti equivalgono a più del doppio degli alloggi di housing sociale previsti a Milano nel prossimo quinquennio.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="179" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7.jpg" alt="" class="wp-image-8257" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7.jpg 800w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-300x67.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-768x172.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-600x134.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-7-750x168.jpg 750w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>Qualche dato sui prezzi (vedi Tabella 1, pag. 10): la quotazione media per la vendita è di 5.185 €/mq (25) e il 40% degli acquisti è fatto per investimento. Sul lato degli affitti, a gennaio 2023 si registrano 21,3 €/mq – significa 530 euro per un monolocale di 25 mq, spese condominiali escluse, ma essendo una media il reale prezzo di mercato è ben diverso; per dati più precisi e soprattutto suddivisi per zone è utile il Borsino Immobiliare, che mostra come in aree centrali si possa arrivare fino a 57 €/mq per l’affitto e 16.600 €/mq per la vendita (26).</p>


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<figure class="alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="815" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3.jpg" alt="" class="wp-image-8253" style="width:300px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-3-221x300.jpg 221w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mappa 2. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>A fronte di questi numeri, l’assessorato alla Casa di Milano, autore del documento, scrive che “non si tratta, secondo molti studi, di una bolla immobiliare, in quanto effettivamente la città attrae cittadini e investitori in grado di affrontare i nuovi costi. Si tratta quindi di un problema di natura sociale e di equilibrio di una città che, per funzionare, deve avere al suo interno tutte le classi sociali”. Difficile dargli torto, nella politica della città competitiva: classe creativa e capitali accorrono a Milano e i cittadini short-term si ‘rigenerano’. Resta il problema del “funzionamento” (!) della città, basato su lavori a basso reddito (ristorazione, logistica, pulizia&#8230;). Ma già l’assessore Maran ha trovato la soluzione: allargare lo sguardo. Ragionare all’interno dei confini comunali è riduttivo, sottolinea, quando davanti a noi si estende l’intera città metropolitana, ossia la provincia, dove potranno essere espulsi – <em>pardon!</em>, andare a vivere – coloro che fanno “funzionare” Milano, working poor e ceto medio in via di pauperizzazione. Un flusso in uscita che non potrà che aumentare, se diamo uno sguardo ai redditi.</p>



<p>“Il 35,5% dei contribuenti milanesi dichiara un reddito annuo inferiore ai 15.000 euro, con una media di 6.897 euro per contribuente”, mentre “oltre il 40% del reddito complessivo è generato da un 8,2% di contribuenti che dichiara oltre 75.000 euro annui”. Al punto che l’Assessorato è costretto ad ammettere che “tra il 2012 e il 2022 cresce il reddito medio su tutto il territorio metropolitano, ma diminuisce il valore complessivo di quello delle fasce più fragili e cresce quello delle fasce più agiate […] la variazione evidenzia sia una progressiva polarizzazione tra ‘ricchi e poveri’ che un assottigliamento della cosiddetta ‘classe media’”. Una dinamica che ha tracciati geografici che seguono la gentrificazione (vedi Mappa 2, pag. 13).</p>



<p>In tutto questo, il welfare?</p>



<p>Nel territorio milanese, il Comune è proprietario di 28.000 unità abitative (solo 22.113 sono assegnate, le restanti sono sfitte e da ristrutturare) e alla Regione fanno capo 34.000 case popolari (vedi Grafico 1, pag. 16): rappresentano il “10% delle unità abitative cittadine”, un dato che si attesta “intorno alla metà della media europea che è pari a circa il 20%” (27).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="314" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5.jpg" alt="" class="wp-image-8255" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-5-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Patrimonio immobiliare pubblico presente nella città di Milano. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
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<p>Per ristrutturare le case degradate, il Comune “dovrebbe stanziare circa 200 milioni [e] nella condizione attuale di bilancio sono stanziamenti infattibili ed è per questo necessario individuare percorsi differenti”. Il pubblico “è un sistema che a oggi non ha prospettive” scrive l’assessore Maran; “alla domanda del perché non si fanno nuove case popolari la risposta è piuttosto semplice: abitate o sfitte sono una <em>perdita economica</em> per chi le gestisce senza alcun supporto da parte dello Stato”. Viene da chiedersi da quando il welfare debba rappresentare un <em>guadagno</em>. La logica imprenditoriale assunta a piedistallo epistemologico ha rimosso i fondamenti del concetto di ‘pubblico’, e anche i numeri dell’edilizia popolare sono lì a mostrarlo: 1.531 nuovi fabbricati costruiti negli ultimi vent’anni, a fronte di 24.000 realizzati tra il 1946 e il 2000 (vedi Tabella 2, pag. 20).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="277" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/gentrification-Milano-6.jpg" alt="" class="wp-image-8256"/><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Costruzione del patrimonio abitativo del Comune di Milano, suddiviso per anni. Fonte: Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023</figcaption></figure>
</div>


<p>Continua il documento: “Il modello di investimento completamente pubblico non è il più adatto al contesto contemporaneo” – come se il ‘contesto’ fosse un ostile ambiente naturale nel quale ci si trova di colpo catapultati a vivere, e non il risultato delle politiche intraprese da decenni –, “i problemi dei quartieri popolari pubblici sono da una parte certamente infrastrutturali, ma non si limitano a quello. Una strategia possibile è quella di migliorare le condizioni che possano garantire un incremento in termini di servizi, qualità dei luoghi, opportunità sociali, anche attraverso il coinvolgimento di operatori dell’housing sociale e del terzo settore, che consentano una rigenerazione dei quartieri efficace e radicata. Questi quartieri vanno difesi da effetti di gentrificazione legati al libero mercato” – ovviamente! – “ma possono aprirsi a un mix sociale più ampio e diversificato, positivo anche per gli attuali abitanti”. Ed eccoci tornare ai grandi attrattori, ai bandi per il terzo settore, alla rigenerazione e alla <em>mixité</em>, che già conosciamo.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-a0d58dc6c301af1757aa8eaebf67c572">Ricomposizione</h4>



<p>“Mi sento alienato nel mio stesso quartiere. È come una confraternita”, dichiara Jeremiah Moss al <em>New Yorker</em>, in merito all’East Village ‘riqualificato’ (28). Poche parole che danno l’idea della realtà sociale prodotta dalla gentrificazione: la percezione dei vecchi abitanti di subire un’invasione a opera di ‘corpi estranei’, e il conseguente disagio verso la trasformazione <em>spettacolare</em> del quartiere; la creazione di un ‘noi’ – gli abitanti storici – e di un ‘loro’ – la classe creativa che si è insediata –; un nuovo gruppo che sta per conto proprio, senza mescolarsi, smontando la narrazione tanto sbandierata dell’integrazione. Sono sensazioni che conosce chiunque abbia avuto a che fare con la gentrificazione del proprio quartiere. Ma è un <em>noi</em> e un<em> loro</em> che va smontato e superato.</p>



<p>La gentrificazione è un processo di classe: produce una trasformazione sociale che trasferisce ricchezza dal basso verso l’alto e dal pubblico verso il privato. Ma è un processo di classe che utilizza la classe creativa in logica interclassista. Molti creativi – la maggior parte dei più giovani – sono infatti precari sottopagati e sfruttati, che inseguono un sogno grazie al welfare famigliare che li aiuta a saldare l’affitto e a vivere nella ‘grande città’; parecchi di loro sono respinti indietro nel giro di poco tempo, espulsi dalla competizione feroce, che ‘rigenera’ continuamente gli stessi creativi da mettere a profitto. È questa logica interclassista che va smontata, in una ricomposizione ‘di classe’. Sono tuttavia gli stessi creativi i primi a doversene rendere conto, a liberare il proprio immaginario colonizzato dalla società dello spettacolo, così come le associazioni che partecipano ai bandi. Perché il conflitto si trasformi in verticale – contro il capitale della rendita immobiliare e la politica che se ne fa complice – devono innanzitutto comprendere di quale processo sono diventati strumento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://vanishingnewyork.blogspot.com/2008/10/bloomberg-way.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://vanishingnewyork.blogspot.com/2008/10/bloomberg-way.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-17/-vanishing-new-york-s-death-bygentrification" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-17/-vanishing-new-york-s-death-bygentrification</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) “Tali esperienze di rigenerazione urbana a base socio-culturale – convenzionalmente definite ‘Spazi Ibridi’ e diffuse anche in molti altri centri urbani in Italia e all’estero – hanno la capacità di combinare imprenditorialità, innovazione, inclusione sociale e radicamento nelle comunità locali, attraverso forme originali di organizzazione, gestione e produzione di prodotti e servizi”, dal sito del Comune di Milano, <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) Un’idea della quantità di eventi può darla, in qualsiasi momento, il sito <a href="https://www.mymi.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mymi.it/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. B. Brollo,F. Celata, <em>Temporary populations and sociospatial polarisation in the short-term city</em>, Sage Journals, 20 dicembre 2022, <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/00420980221136957">https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177 /00420980221136957</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/milano-investitori-esteri-puntano-core-sviluppo-ACfKypU">https://www.ilsole24ore.com/art/milano-investitori-esteri-puntano-core-sviluppo-ACfKypU</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Per un’idea dei progetti italiani in cui è implicato vedi <a href="https://modulo.net/it/operatori/hines-italy">https://modulo.net/it/operatori/hines-italy</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Per un’idea dei progetti in cui è implicato vedi qui <a href="https://modulo.net/it/operatori/coima" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://modulo.net/it/operatori/coima</a> e qui <a href="https://www.coimasgr.com/it/portafoglio/?typology=residenziale">https://www.coimasgr.com/it/portafoglio/?typology=residenziale</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Per i progetti Redo <a href="https://redosgr.it/affordable-housing/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://redosgr.it/affordable-housing/</a>, per l’azionariato di REDO qui <a href="https://redosgr.it/governance/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://redosgr.it/governance/</a>, per l’azionariato di InvestiRE qui <a href="https://www.investiresgr.it/it/azionariato">https://www.investiresgr.it/it/azionariato</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Per dettagli qui <a href="http://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/-/rigenerazione-urbana.-verde-e-aree-pedonali-l-area-di-porta-nuova-sempre-piu-a-misura-d-uomo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/-/rigenerazione-urbana.-verde-e-aree-pedonali-l-area-di-porta-nuova-sempre-piu-a-misura-d-uomo</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Per dettagli delle varie edizioni cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/reinventing-cities" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/reinventing-cities</a> </p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.comune.milano.it/-/demanio.-comune-di-milano-chiude-partecipazione-in-fondi-immobiliari-all-asta-tutte-le-quote" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/-/demanio.-comune-di-milano-chiude-partecipazione-in-fondi-immobiliari-all-asta-tutte-le-quote</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/rete-spazi-ibridi-della-citta-di-milano</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a href="https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/crowdfunding-civico-2022" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://economiaelavoro.comune.milano.it/progetti/crowdfunding-civico-2022</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/intersettoriali/lacittaintorno.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fondazionecariplo.it/it/progetti/intersettoriali/lacittaintorno.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. <a href="https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/02-febbraio/25-28/casa-bolognini-bando-nuove-luci-a-san-siro">https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/lombardia-notizie/DettaglioNews/2019/02-febbraio/25-28/casa-bolognini-bando-nuove-luci-a-san-siro</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.comune.milano.it/-/demanio.-a-bando-le-cascine-in-disuso-due-mesi-per-presentare-proposte-di-recupero">https://www.comune.milano.it/-/demanio.-a-bando-le-cascine-in-disuso-due-mesi-per-presentare-proposte-di-recupero</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://culturability.org/bandi">https://culturability.org/bandi</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://orticamemoria.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://orticamemoria.com/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="https://www.comune.milano.it/home/-/asset_publisher/ePzf0B9j3CKD/content/milano-e-memoria.-in-via-lupetta-inaugurato-il-murale-dei-sindaci-ribelli-di-milano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.comune.milano.it/home/-/asset_publisher/ePzf0B9j3CKD/content/milano-e-memoria.-in-via-lupetta-inaugurato-il-murale-dei-sindaci-ribelli-di-milano</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. <a href="https://segnaliditalia.it/orme/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://segnaliditalia.it/orme/</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Comune di Milano, Assessorato Casa e Piano Quartieri, <em>Una nuova strategia per la casa</em>, marzo 2023; tutti i dati indicati in questo capitolo, salvo diversamente indicato, sono presi da questo documento</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="http://insideairbnb.com/milan/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://insideairbnb.com/milan/</a></p>



<p class="has-small-font-size">25) Nel documento del Comune c’è disparità sul dato indicato in tabella – qui riportata a pag. 10 – e quello nel testo; riportiamo il testo, più vicino alla realtà stando al Borsino Immobiliare</p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. <a href="https://borsinoimmobiliare.it/quotazioni-immobiliari/lombardia/milano-provincia/milano/centro-storico-duomo-sanbabila-montenapoleone-missori-cairoli/5776/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://borsinoimmobiliare.it/quotazioni-immobiliari/lombardia/milano-provincia/milano/centro-storico-duomo-sanbabila-montenapoleone-missori-cairoli/5776/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">27) Il calcolo tuttavia non è chiaro, perché lo stesso documento indica in 800.000 il totale degli alloggi nella città di Milano, come sopra riportato nell’articolo: stando a questi numeri, le case popolari sarebbero circa il 7,6% </p>



<p class="has-small-font-size">28) <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2017/06/26/an-activist-for-new-yorks-mom-and-pop-shops" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newyorker.com/magazine/2017/06/26/an-activist-for-new-yorks-mom-and-pop-shops</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La lente del Papilloma Virus: vaccini e interessi, paure e abusi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-lente-del-papilloma-virus-vaccini-e-interessi-paure-e-abusi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Faccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[big pharma]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[industrie farmaceutiche]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6888</guid>

					<description><![CDATA[Papilloma Virus, interessi e biopotere. La logica del profitto dietro le campagne globali di vaccinazione: gli abusi in India, la manipolazione della comunicazione, la strumentalizzazione della paura, il fenomeno della “cancerizzazione”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Papilloma Virus, interessi e biopotere. La logica del profitto dietro le campagne globali di vaccinazione: gli abusi in India, la manipolazione della comunicazione, la strumentalizzazione della paura, il fenomeno della “cancerizzazione”</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Open day e una capillare operazione informativa che toccherà social media, scuole e punti di ritrovo per i giovani e i giovanissimi: così è strutturata è la campagna di vaccinazione contro l’Human Papilloma Virus (HPV) contenuta nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2023-25 (PNPV), promosso dal Ministero della Salute (1). In Italia, nelle ragazze under 15, la copertura vaccinale per l’HPV – raccomandata ma non obbligatoria – è lontana dai parametri fissati nelle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che vorrebbero il 90% delle adolescenti completamente vaccinate entro il 2030. Al 31 dicembre 2021, infatti, appena il 32,22% delle giovani nate nel 2009 (ultima coorte oggetto di chiamata attiva) era vaccinata con ciclo completo, un dato in forte calo – quasi la metà – rispetto al 63,25% della prima coorte, corrispondente alla classe del 1997 (2).</p>



<p>L’impostazione di una campagna <em>ad hoc</em> riporta alla memoria la recente emergenza Covid-19 e le Astra-Night, le serate di vaccinazioni AstraZeneca dedicate agli over 18, strutturate con musica e talvolta dj fino a mezzanotte per rendere gli hub vaccinali un luogo attrattivo per i giovani: ‘serate da tutto esaurito’ che possono essere usate come evento interpretativo di una modalità sanitaria che utilizza la semplificazione come <em>modus operandi</em>. Accanto, il claim della campagna di comunicazione 2022 sulla vaccinazione anti-HPV del Ministero della Salute recita: “Proteggi il loro futuro” (3); quello della campagna vaccinale 2022 contro il Covid-19 e l’influenza stagionale dichiara: “Proteggiamoci, anche per i momenti più belli” (4). Se nel primo caso l’immagine ritrae ragazzi sorridenti che si vaccinano per mantenere la spensieratezza, nel secondo a sorridere è una famiglia che può stringersi intorno agli anziani nonni grazie al fatto che tutti si sono vaccinati.</p>



<p>A fronte di queste illustrazioni di serenità da dover tutelare, la comunicazione, tanto per il Covid-19 quanto per l’HPV, fa uso di una retorica di stampo bellico: quella da combattere è una battaglia contro un virus ed è da vincere in fretta. La scelta di trasmettere un messaggio di terrore nei confronti di una malattia è frutto di decisioni politiche che si traducono in operazioni di dominio delle coscienze. Il tentativo di preservare il corpo da un eventuale stato patologico attraverso analisi, probabilità ed eliminazione del rischio, segue un movimento lineare che davanti a un problema vede un unico rimedio. Lo sviluppo tecnico-scientifico copre pertanto la complessità sociale ed economica che ogni realtà porta con sé, offrendo sempre nuove soluzioni da non mettere in discussione perché pensate per la ‘nostra vita’, per la ‘nostra salute’. Non stupisce dunque che i vaccini, oltre a essere presentati come strumento medico importante, nel PNPV 2023-25 assumano anche “un grande valore dal punto di vista umano, etico e sociale” (5); una puntualizzazione che tralascia il fatto che sono i prodotti di un mercato miliardario.</p>



<p>A tal proposito è interessante ricordare che nel 2006 la Pharmaceutical Executive aveva selezionato il Gardasil – primo vaccino anti-HPV – come “marchio dell’anno” (6) e tra le motivazioni si legge: “[Il Gardasil] ha creato un mercato dal nulla” (7). Se inseriti in un contesto commerciale, anche i vaccini devono infatti rispettare le regole di un sistema che per la sua stessa natura capitalistica non ha tra le priorità la cura delle persone – intese non solo come corpo fisico ma anche come corpo pensante – bensì il profitto. Meccanismi che si rendono evidenti sia nelle società a economia avanzata che nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo.</p>



<p>Entriamo nel dettaglio utilizzando la lente esemplificativa del Papilloma Virus.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Human Papilloma Virus: che cos’è</h4>



<p>Il Papilloma Virus è un virus a DNA molto comune, tanto che l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) stima che fino all’80% della popolazione femminile sessualmente attiva contragga l’infezione almeno una volta nel corso della vita, con un picco di prevalenza nelle giovani donne fino ai 25 anni (8). Esistono circa 120 tipi di HPV, e quelli responsabili delle infezioni genitali si distinguono in “a basso rischio” e “ad alto rischio”: sono questi ultimi, che corrispondono a tredici ceppi (9), che in specifiche condizioni, e in presenza di un sistema immunitario depresso, sono potenzialmente cancerogeni. La maggior parte delle infezioni è tuttavia transitoria, poiché il virus viene eliminato dal sistema immunitario prima di sviluppare un effetto patogeno: il 60-90% si risolve in modo spontaneo entro due anni dal contagio, incluse le infezioni da ceppi oncogeni (10). Sono pochissimi i casi in cui l’infezione progredisce verso lo stadio tumorale: appena l’1% secondo l’Ospedale San Raffaele di Milano (11), mentre l’ISS e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) si limitano a parlare di “esito raro” (12). Sebbene la persistenza virale sia la condizione necessaria – ma non sufficiente – per l’evoluzione verso il carcinoma, per sviluppare una lesione o una neoplasia maligna è indispensabile un intervallo temporale abbastanza lungo: in caso di infezione persistente, il tempo che intercorre tra l’infezione e l’insorgenza delle lesioni precancerose è di circa cinque anni, mentre la latenza per l’insorgenza del carcinoma cervicale può essere di decenni (20-40 anni) (13).</p>



<p>Siamo quindi davanti a un virus molto comune e diffuso che solo raramente porta a casi tumorali della cervice uterina.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La prevenzione dell’infezione</h4>



<p>La prevenzione di un’infezione da HPV si basa su programmi di screening e vaccinali.</p>



<p>In Italia, il piano di screening promosso dal Ministero della Salute prevede il pap test e l’HPV test. Il primo è un test citologico che permette di verificare la presenza di eventuali lesioni precancerose; il secondo è un test molecolare che consente di cercare alcune sequenze del DNA del virus prima ancora che le cellule del collo dell’utero presentino alterazioni riscontrabili con il pap test. Laddove il pap test risulti positivo è previsto un esame di secondo livello, che consente di ottenere una visione ingrandita delle eventuali lesioni rilevate; se a essere positivo è invece l’HPV test vuol dire che l’infezione è attiva, ma ciò non significa avere delle alterazioni morfologiche suggestive della presenza di una lesione precancerosa – come abbiamo visto, la maggior parte delle infezioni si risolve spontaneamente.</p>



<p>Sul piano dei vaccini, al momento ne sono disponibili tre. Il primo messo sul mercato è il quadrivalente Gardasil, che protegge da quattro ceppi (14); prodotto dalla statunitense Merck, nel giugno del 2006 è stato approvato dalla Food &amp; Drug Administration (FDA) (15) e nel settembre dello stesso anno ha avuto il via libera per la commercializzazione in Unione Europea da parte dell’European Medicines Agency (EMA) (16). Il secondo è il bivalente Cervarix (17) della casa farmaceutica britannica GlaxoSmithKline, autorizzato dall’EMA nel settembre del 2007 (18) e approvato dalla FDA nell’ottobre del 2009 (19). Il terzo vaccino in ordine di sviluppo e commercializzazione è il Gardasil 9, sempre della Merck, efficace contro nove tipi di Papilloma Virus (20): ha avuto la prima approvazione da parte della FDA nel dicembre del 2014 (21), nel giugno del 2015 da parte della Ue (22) ed è disponibile in Italia dal 2017 (23). Tutti e tre i vaccini prevedono due o tre dosi in base all’età – due dosi a distanza di sei mesi per persone con età compresa dai 9 ai 14 anni, tre dosi per i maggiori di 14 anni – e la durata della protezione si presume sia tra i dieci e i vent’anni (24).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Miliardari contro l’HPV</h4>



<p>Quello della prevenzione contro il cancro alla cervice è un campo di interesse per numerose fondazioni e organizzazioni. La Bill &amp; Melinda Gates Foundation (BMGF) – una delle maggiori finanziatrici di programmi vaccinali nei Paesi in via di sviluppo (25) – sostiene la diffusione e l’accesso alla vaccinazione contro l’HPV collaborando con soggetti terzi come la Program for Appropriate Technology in Health (PATH), un’organizzazione nonprofit con sede a Seattle, e la Gavi Alliance. Quest’ultima è un ente di cooperazione mondiale tra soggetti pubblici e privati che ha lo scopo di assicurare l’immunizzazione universale. Esiste dal 2000, da quando la BMGF – da allora membro permanente del consiglio d’amministrazione (26) –, insieme ad altri partner fondatori, ha finanziato il progetto.</p>



<p> In un video pubblicato da Gavi (27), lo stesso Bill Gates si fa promotore dell’iniziativa: “Il vaccino contro l’HPV è oggi disponibile praticamente in tutti i Paesi ricchi, le ragazze hanno la possibilità di accedervi ed è fantastico, poiché significa che non contrarranno il cancro alla cervice [&#8230;] Se invece si contrae l’HPV in un Paese in via di sviluppo, la possibilità di bloccare il virus è pressoché zero e dunque si andrà incontro al cancro” (28). Gates presenta dunque il vaccino contro l’HPV come un’immunizzazione contro il cancro, ma non lo è: è un vaccino contro un’infezione sessualmente trasmissibile. Inoltre, se è vero che le probabilità che l’infezione progredisca verso lo stadio tumorale sono rare, che nella maggior parte dei casi è il sistema immunitario a eliminare spontaneamente il virus, che la durata della protezione vaccinale è ancora incerta, che le comuni pratiche di igiene e l’uso del preservativo sono validi strumenti di prevenzione (29), che i test di screening si sono dimostrati molto efficaci, perché promuovere il vaccino – ed è ciò che avviene anche in Italia – come la migliore soluzione? Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, non sarebbe meglio strutturare un approccio che tenga conto del contesto ambientale e investa su una sanità diffusa e accessibile?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il caso indiano: il profitto mascherato da virtuosismo</h4>



<p>È il 2009 quando PATH, in collaborazione con l’Indian Council of Medical Research (ICMR) e i governi dell’Andhra Pradesh e del Gujarat, avvia un programma di immunizzazione contro l’HPV nelle due regioni indiane. Il piano, che prevede la vaccinazione di ragazze tra i 10 e i 14 anni, rientra nel più ampio <em>HPV Vaccine: Evidence for Impact</em>, finanziato dalla BMGF per 27,8 milioni di dollari (30): della durata di cinque anni (2006-2011), il progetto condotto da PATH e sostenuto da Bill Gates ha l’obiettivo di raccogliere e diffondere prove volte a informare il settore pubblico rispetto all’introduzione del vaccino contro l’HPV in quattro differenti Paesi: India, Uganda, Perù e Vietnam (31). Gli Stati scelti hanno due caratteristiche importanti: possiedono un programma di immunizzazione vaccinale nazionale finanziato con denaro pubblico e sono abitati da popolazioni etniche differenti, un aspetto fondamentale nello studio sull’efficacia e la sicurezza dei farmaci (32). I vaccini utilizzati sono il Cervarix (Glaxo) e il quadrivalente Gardasil (Merck). All’epoca dei fatti la BMGF non è coinvolta solo come finanziatrice del progetto, ma anche come azionista della casa farmaceutica Merck. Nel 2002, infatti, la BMGF acquista azioni per un valore di quasi 205 milioni di dollari in nove Big Pharma, tra cui Merck (33), che poi rivende quasi totalmente nel 2009 (34).</p>



<p>In India il progetto – finanziato dalla BMGF per 3,6 milioni di dollari (35) – viene fermato dall’ICMR a nemmeno un anno dall’avvio (36), nell’aprile del 2010, a fronte della notizia della morte di sette ragazze in Andhra Pradesh, dove viene inoculato il Gardasil. Dopo che l’investigazione della commissione parlamentare del Ministero della Salute e del Welfare Familiare esclude connessioni tra i decessi delle giovani donne e il vaccino, il governo indiano nomina una nuova commissione per indagare sulle presunte irregolarità commesse da PATH durante la campagna vaccinale: il 30 agosto 2013 viene presentato al Parlamento indiano il report <em>Alleged Irregularities in the Conduct of Studies using Human Papilloma Virus Vaccine by Path in India </em>(37).</p>



<p>Vi sono riportate non solo situazioni di violazioni di diritti umani e irregolarità rispetto al consenso informato e alle regole dello stesso studio vaccinale – che vedremo –, ma viene esplicitamente dichiarato che l’India, insieme a Uganda, Perù e Vietnam, faceva parte di uno schema volto a sfruttare economicamente un problema di natura sanitaria (38): se PATH fosse riuscita a inserire il vaccino contro l’HPV nei programmi pubblici di immunizzazione di questi Paesi, le case farmaceutiche produttrici si sarebbero garantite enormi profitti grazie a una vendita continuativa, anno dopo anno, priva di spese promozionali e di marketing. Una volta inserita una vaccinazione nell’Universal Immunization Programme indiano (UIP), evidenzia la commissione, è infatti politicamente impossibile fermarla (39). E in una bozza del Memorandum d’Intesa tra PATH e ICMR, fatta circolare dalla stessa PATH nel novembre del 2006 (dunque quasi tre anni prima dell’avvio del progetto), si legge: “Le parti (PATH e ICMR) desiderano valutare possibili collaborazioni per sostenere le decisioni del settore pubblico riguardo l’introduzione in India del vaccino contro l’HPV, e per generare le evidenze necessarie per permetterne l’introduzione nell’Universal Immunization Programme indiano” (40). Appare dunque chiaro quale fosse lo scopo principale dello studio clinico di PATH. All’epoca l’unico vaccino disponibile sul mercato è il Gardasil della Merck, dato che fa concludere alla commissione che il progetto sia a tutti gli effetti un’attività promozionale a favore della casa farmaceutica americana (di cui la BMGF, ricordiamo, è azionista dal 2002 al 2009). Tra l’altro, PATH e ICMR firmano il definitivo Memorandum d’Intesa il 20 febbraio 2007 (41), cioè un anno prima che il Gardasil venga approvato in India. Tale anticipo dei tempi è qualcosa che la stessa commissione d’inchiesta non riesce a spiegare: un vaccino deve prima essere approvato dal governo e solo in seguito può essere inserito nell’Universal Immunization Programme (42). Inoltre resta aperta la questione sul perché l’ICMR abbia deciso di promuoverne l’inserimento senza prima intraprendere uno studio indipendente sull’utilità e l’efficacia della sua introduzione (43).</p>



<p>Non solo. Per raggiungere l’obiettivo con facilità senza dover rispettare i rigorosi passaggi previsti dai <em>clinical trials</em> – articolati in quattro fasi –, PATH è ricorsa a quello che la commissione parlamentare chiama un “elemento di sotterfugio”: ha definito lo studio clinico <em>un “observational studies”</em> o un <em>“demonstration project” </em>(44). Sono definizioni che cambiano fortemente lo scenario: un <em>clinical trial </em>deve infatti rispettare le disposizioni normative – cosa che PATH non ha fatto, come vedremo – compreso il pagamento di un risarcimento in caso di lesione o morte (45), mentre un o<em>bservational studies </em>o un<em> demonstration project</em> ha regole meno stringenti. Eppure il Drug Control General of India (DCGI) – responsabile dell’approvazione delle licenze di categorie specifiche di farmaci come i vaccini – ha approvato il progetto di PATH il 22 aprile 2009 riconducendolo alla fase IV di un <em>clinical trial</em>, detta “sorveglianza post marketing” (46); e anche un articolo pubblicato su The Lancet nell’ottobre del 2013, a firma di Dinesh C Sharma, ha confermato che il programma di PATH era uno studio clinico in fase IV poiché, come ha notato il redattore del <em>Monthly Index </em><em>of Medical Specialties,</em> il dottor Chandra M Gulhati, quattro outcome su cinque, cioè i risultati ottenuti dallo studio stesso, riguardano la determinazione di reazioni avverse (47).</p>



<p>La commissione d’inchiesta sottolinea tuttavia il ruolo ambiguo giocato dal DCGI, definendolo uno “spettatore silenzioso”: pur avendo approvato il progetto come IV fase di un <em>clinical trial</em>, non solo non è intervenuto nella vicenda, ma ha approvato in modo irregolare l’intero studio. In un articolo pubblicato su The Lancet nel febbraio del 2011 (48), si legge inoltre che il DCGI si è avvalso della sezione 8(1) (d) del <em>Right to Information Act </em>(49) che, tra le altre cose, permette di non dare alcuna informazione circa i protocolli dello studio clinico, considerandoli “segreto commerciale di terze parti”; perfino l’Indian Council of Medical Research ha invocato il diritto sulla proprietà intellettuale, per evitare di rilasciare dati. Prese di posizione a dir poco anomale, poiché non è chiaro come informazioni circa uno studio condotto da autorità governative possano essere definite “segreto commerciale” (50).</p>



<p>E veniamo agli abusi commessi da PATH.</p>



<p>È principalmente sulla questione del consenso informato che si è calpestato il diritto a una salute consapevole delle donne dell’Andhra Pradesh e del Gujarat. Sebbene PATH abbia dichiarato di essersi impegnata a rispettare i più alti standard scientifici, etici e legali (51), a quasi 30 mila ragazze è stato applicato un trattamento sanitario che in molti casi è risultato privo di consenso. Le giovani selezionate abitano nei distretti rurali e semi-urbani di Khammam (Andhra Pradesh) e di Vadodara (Gujarat) e provengono per lo più da contesti fragili e vulnerabili. Poiché lo studio è stato condotto su soggetti minorenni, il consenso informato doveva essere firmato dai genitori o dai responsabili degli <em>ashram paathshaala</em>, residenze scolastiche dove vivono molte studentesse indiane, ma parecchi di loro sono analfabeti e non in grado di firmare nemmeno nella lingua locale (telugu o gujarati), dato che si evince dal numero di moduli sottoscritti con l’impronta digitale (Tabella 1). Il modulo di PATH conteneva la seguente frase: “Ho letto le informazioni di questo modulo di consenso (o mi è stato letto). Permetto che mia figlia riceva tre dosi di vaccino contro l’HPV” (52); una dichiarazione che non ha corrispondenza con la realtà dei fatti, evidenzia il report della commissione d’inchiesta. Molti moduli, infatti, sono privi della firma del testimone, la cui presenza è necessaria nel caso in cui i firmatari siano analfabeti; sono sprovvisti sia della fotografia sia della copia della carta d’identità dei genitori o del responsabile dell’<em>ashram paathshaala</em>; mancano della firma di un conduttore dello studio clinico; riportano una firma che non corrisponde al nome dei genitori o del custode; riportano firme postdatate rispetto alla vaccinazione; apportano il nome del padre ma la firma mostra un nome femminile (53). Su cento moduli esaminati in Andhra Pradesh, 69 sono senza la sottoscrizione dei testimoni, molti sono senza data e appare per sette volte la firma di una stessa persona (54).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="146" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV.jpg" alt="" class="wp-image-8191" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV-300x73.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Fonte: Parliament of India, <em>Alleged Irregularities in the Conduct of Studies using Human Papilloma Virus Vaccine by Path in India</em>, 30 agosto 2013, VI 6.12 <a href="http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf</a></figcaption></figure>
</div>


<p>A far perdere ulteriormente credibilità allo studio clinico, sottolinea ancora la commissione, c’è anche l’uso sconsiderato del logo della National Rural Health Mission (NRHM), un programma governativo esistente dal 2005 che si prefigge l’accesso a una buona assistenza sanitaria per la popolazione rurale: i finanziamenti destinati al NRHM sono stati utilizzati senza autorizzazione per monitorare e trasportare i vaccini (55), il materiale informativo distribuito sul posto sottintendeva che il governo avesse avviato una campagna di vaccinazione (56), e il logo della NRHM impresso sul libretto vaccinale consegnato alle giovani rafforzava la convinzione. In un articolo pubblicato su EPW a novembre 2010 e scritto a dieci mani da giornaliste, ricercatrici, scienziate e attiviste indiane (57), si precisa che le ragazze e i genitori non erano a conoscenza di far parte di una ricerca convinti, invece, che fosse il governo a offrire loro un vaccino gratuito contro il cancro alla cervice. Non sapevano di avere la possibilità di rifiutarsi, come non sapevano che la protezione vaccinale è limitata nel tempo e, all’epoca, ancora circoscritta solo a due tipi di Papilloma ad alto rischio su tredici, lasciando così necessari gli esami di prevenzione. Ed è questo un punto nodale.</p>



<p>Tra le firme dell’articolo c’è Sandhya Srinivasan, una giornalista indipendente indiana che si occupa di tematiche riguardanti la salute. È lei che nel pezzo intitolato <em>A vaccine for eve</em><em>ry ailment</em>, pubblicato nell’aprile 2010 su Infochangeindia (58), pone l’accento sul fatto che talvolta, come nel caso dell’HPV, l’introduzione di un vaccino ha motivazioni ambientali, sociali e culturali oltre che mediche. Citando il caso della poliomielite – da prevenire non solo con il vaccino ma anche con l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici adeguati, condizioni che hanno fatto sì che nei Paesi ricchi la malattia si sia debellata prima rispetto all’India –, Srinivasan afferma che la vaccinazione contro l’HPV è promossa perché in India è assente una campagna di screening diffusa e capillare. È inoltre necessario ricordare che quello indiano è un contesto dove continuano a resistere pregiudizi rispetto alla salute ginecologica. Non è raro che donne nubili che vogliano accedere a servizi di salute sessuale siano stigmatizzate: sebbene le norme sociali siano molto cambiate e l’India sia uno dei Paesi dove più si utilizzano le app d’incontri, continua a persistere tra i medici l’idea che la salute sessuale sia una questione di interesse solo delle donne sposate (59). Tuttavia il costo del test di screening è molto inferiore a quello del vaccino; la convinzione di essersi immunizzate dal rischio tumorale porta a non effettuare successivi esami di prevenzione, facendo dubitare del rapporto costi-benefici della vaccinazione anti-HPV nei Paesi in via di sviluppo – checché ne dica Bill Gates nel video promozionale –; e il dirottamento della spesa sanitaria su programmi vaccinali sottrae importanti risorse per lo sviluppo di una sanità pubblica di territorio e di una cultura che ponga al centro una salute consapevole. Cultura che la stessa campagna vaccinale non promuove, facendo leva sulla disinformazione e la paura. Anche in Italia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Italia: l’informazione che fa paura</h4>



<p>Seppur gli scenari siano molto differenti, è possibile trovare analogie tra l’India e l’Italia. Come spiegato da Srinivasan, il vaccino è una misura che serve per prevenire l’insorgere di una malattia che ancora non c’è, è destinato a soggetti sani ed è consigliato anche per patologie relativamente innocue per le quali la vaccinazione non rappresenta una priorità. Per questo motivo la promozione dei vaccini è diversa rispetto a quella dei farmaci: deve puntare sul timore che un disturbo si presenti con gravi conseguenze. Seguendo questa logica, il messaggio legato al vaccino contro l’HPV, trasmesso tanto in India quanto in Italia, così si configura: vuoi difenderti contro il cancro alla cervice? Oppure: vuoi difendere tua figlia contro il cancro alla cervice? Eugenio Serravalle, medico che si occupa da anni dell’argomento, avanza una forte critica sulla strategia comunicativa utilizzata, ritenendo che si basi sulla disinformazione e sulla paura: “L’analogia con le recenti campagne contro l’AIDS,” scrive nel 2014 in <em>Vaccinazioni: alla ricerca del rischio minore</em>, “e l’assoluta mancanza di una campagna di informazione medica, e non commerciale, sul Papilloma Virus condotta attraverso i consultori e le scuole, creano nella mente degli individui un cortocircuito immediato che rende perfettamente equivalenti Papilloma Virus e cancro al collo dell’utero” (60).</p>



<p>I conseguenti rischi maggiori sono due: la possibilità che si riduca l’adesione allo screening, trascurando il fatto che il vaccino non copre la totalità dei ceppi ad alto rischio, e il pericolo che molte donne si considerino destinate al tumore. È assai frequente che chi sia risultata positiva al Papilloma Virus, indipendentemente dal grado della lesione, abbia pensato di essere predisposta alla malattia: donne anche molto giovani possono immaginarsi portatrici di una minaccia statistica che, nella sua forma di possibilità, appare terrificante e, allo stesso tempo, incomprensibile. “Le informazioni con cui la cosiddetta prevenzione del cancro viene divulgata e legittimata presuppongono un modo di pensare statistico, che nei media appare come uno spettro inquietante”, scrive Barbara Duden (61), nella sua analisi al fenomeno della “cancerizzazione”. Le statistiche restituiscono numeri che trasferiscono il corpo delle donne nel mondo del rischio. L’applicazione della statistica distoglie però dalla realtà perché “decorporeizza”: a partire dai 12 anni – l’OMS consiglia la vaccinazione di tutte le ragazze prima dell’inizio dell’attività sessuale, individuando indicativamente quell’età – le donne sono sommerse da un’informazione parziale e da percentuali di pericolo che fanno sentire malata chi potrebbe non esserlo mai. Come afferma Duden, “chi si abbandona alla cancerizzazione sistemica si allena costantemente a vivere in un presente improprio; deve essere là dove non è ancora e dove forse non sarà mai”. Eppure l’andamento decrescente della comparsa di tumori al collo dell’utero (Grafico 2, pag. 28), che si è consolidato in Italia dal 1980 come conseguenza dei programmi organizzati di screening cervicale, e non per la campagna vaccinale iniziata in tutte le Regioni nel 2008, parla di una situazione che non dovrebbe destar spavento.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="343" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV2.jpg" alt="" class="wp-image-8192" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/HPV2-300x172.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Andamenti di incidenza per cervicocarcinoma dal 1980 al 2012 per area geografica. Stime Cnesps-Iss effettuate con la metodologia Miamod. Tassi standardizzati per 100.000 (popolazione standard europea), età 0-94 anni. Fonte: EpiCentro ISS, <a href="https://www.epicentro.iss.it/materno/8marzoTumori" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.epicentro.iss.it/materno/8marzoTumori</a></figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Più disciplinati per meglio guadagnare</h4>



<p>La cosiddetta ‘lotta contro il cancro’ è oramai diventata una causa abbracciata da governi, ONG, fondazioni private, ossia un insieme di attori che gestisce e controlla il comportamento delle popolazioni attraverso programmi nazionali di prevenzione. Senza mettere in discussione il ruolo dello screening come strumento fondamentale per la salute, i minuziosi protocolli di cura rischiano di portare alla normalizzazione dei comportamenti e alla colpevolizzazione di chi non rispetta l’iter sanitario previsto. Usando le parole di Miguel Benasayag (62), nel contesto della prevenzione “la persona è giudicata responsabile di avere più o meno ben utilizzato il suo ‘capitale-vita’. E le si comunica che smette di aderire al modello dell’individuo autonomo e che deve, quindi, accettare la disciplina”. La volontà di far aderire gli individui a comportamenti prescritti dalle autorità sanitarie, ha come conseguenza il fatto che chi mostra un atteggiamento “deviato” diventa colui che si “merita” la malattia; una dinamica, quest’ultima, che si è vista in atto negli anni colpiti dal Covid-19, in particolare con l’introduzione dell’obbligo del vaccino e del Green Pass. Come nell’emergenza pandemica, quando la paura è stata un elemento chiave nel riuscire a disciplinare la popolazione facendola sentire responsabile della salute propria e altrui, nel caso della prevenzione all’HPV e, più in generale, ai tumori, il terrore del cancro diventa qualcosa su cui è possibile far leva per attuare dispositivi sanitari non sempre necessari. Scrive Benasayag che “contrariamente ad altre malattie gravi – ad esempio cardiache –, la diagnosi di cancro cade spesso come una mannaia e comunica al paziente che non è più il padrone del vapore. Il comando era, ovviamente, del tutto immaginario (come potrebbe qualcuno, che non è mai stato padrone, non esserlo più?), ma si ottiene comunque un’obbedienza decisamente concreta”.</p>



<p>Secondo questa logica di biopotere, il corpo diventa un aggregato di organi per i quali esistono specifici piani di prevenzione. Quella che potrebbe sembrare una distopia, dove la salute si cerca in ogni modo e a ogni costo, è ormai realtà, e ne è esempio lo screening genetico per i geni BRCA1 e BRCA2: qui alcune forme mutate e a trasmissione ereditaria aumentano il rischio di sviluppare determinati tipi di cancro, in particolare alla mammella e alle ovaie. L’esame genetico è dunque stato inserito all’interno del programma di prevenzione. A oggi il test è previsto solo per specifici casi selezionati secondo criteri individuali e familiari, ma c’è chi suggerisce l’utilità di estenderlo a una popolazione più ampia (63). Laddove le analisi per le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 risultino positive, ovvero confermino la presenza di mutazioni, le linee guida offrono l’opzione della mastectomia profilattica e l’asportazione preventiva delle ovaie. Eppure la positività al test indica che il soggetto è portatore di una forma mutata del gene, e ciò comporta una predisposizione ereditaria allo sviluppo di tumori della mammella o delle ovaie, ma non significa che svilupperà per forza la malattia. Tuttavia essere catapultati nel campo di rischio maggiore fa sì che ci si distolga dalla realtà di un corpo sano per ridursi a essere un organo già malato e, dunque, da eliminare.</p>



<p>In <em>Nemesi medica. L’espropriazione della salute</em>, Ivan Illich (64) scrive: “Ormai il cittadino, finché non si prova che è sano, si presume che sia malato”; un’affermazione che sembra essere oramai superata con la possibilità di indagare il DNA. Laddove in un individuo si trovino sequenze del DNA di un virus – il caso dell’HPV test – o mutazioni di geni – il caso di BRCA1 e BRCA2 –, quello stesso individuo inizia a percepirsi come caso clinico. “Fino a tempi non lontani la medicina si sforzava di valorizzare ciò che avviene in natura [&#8230;] oggi invece essa cerca di materializzare i sogni della ragione” (75): lo sviluppo di nuove tecnologie rende potenzialmente illimitato il potere tecnico/politico della scienza sul corpo e dunque sulla persona, che, trasformandosi con facilità in paziente, cede la propria autonomia ai terapeuti. Il continuo superamento della medicina dei suoi stessi limiti richiede una medicalizzazione universale che comporta il fatto che “la salute non [sia] più una proprietà naturale di cui si presume che ogni essere umano sia dotato fino a quando non si dimostra che è malato, e [sia] invece divenuta una meta perennemente lontana cui si ha il diritto di aspirare in virtù di giustizia sociale” (66).</p>



<p>E, dunque, in nome di una certa idea di salute si trasmette e promuove un’informazione manipolata che, strumentalizzando l’umana paura e focalizzandosi su un rischio malattia, porta gli individui a percepirsi malati in un corpo sano e ad affidarsi a presunti salvifici vaccini o alla chirurgia; mentre nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo vengono implementati studi senza il consenso delle donne coinvolte. Orizzonti, questi, che richiamano la struttura capitalistica della società, gli interessi economici delle case farmaceutiche e le parole di Illich, secondo cui “la medicalizzazione porta all’estremo il carattere imperialista della società industriale”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Ministero della Salute, Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale PNPV 2023-25, 30 dicembre 2022 <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1674644535.pdf">https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1674644535.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_tavole_27_1_7_file.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_tavole_27_1_7_file.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu=campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167">https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu= campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu=campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=168">https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu= campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=168</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Ministero della Salute, PNPV 2023-25 cit.</p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.pharmexec.com/view/brand-year-0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pharmexec.com/view/brand-year-0</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) “It made a market out of thin air”</p>



<p class="has-small-font-size">8) Istituto Superiore di Sanità (ISS), EpiCentro, <em>Infezioni da hpv e cervicocarcinoma</em>, <a href="https://www.epicentro.iss.it/hpv/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.epicentro.iss.it/hpv/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Questi i tredici ceppi considerati ad alto rischio: 16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 66. È stato stimato che l’HPV 16 e 18 siano responsabili di oltre il 70% dei casi di carcinoma al collo dell’utero</p>



<p class="has-small-font-size">10) ISS, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://www.hsr.it/news/2021/luglio/papilloma-virus-in-cosa-consiste-come-curare">https://www.hsr.it/news/2021/luglio/papilloma-virus-in-cosa-consiste-come-curare</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) ISS, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">13) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">14) Il quadrivalente Gardasil protegge contro i tipi 6, 11, 16, 18</p>



<p class="has-small-font-size">15) <a href="https://www.fda.gov/vaccines-blood-biologics/safety-availability-biologics/gardasil-vaccine-safety" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fda.gov/vaccines-blood-biologics/safety-availability-biologics/gardasil-vaccine-safety</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) <a href="https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/gardasil#authorisation-details-section" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/gardasil#authorisation-details-section</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Il bivalente Cervarix protegge contro i tipi 16 e 18</p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/cervarix-epar-summary-public_it.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/cervarix-epar-summary-public_it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://www.gsk.com/en-gb/media/press-releases/fda-approves-cervarix-glaxosmithkline-s-cervical-cancer-vaccine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.gsk.com/en-gb/media/press-releases/fda-approves-cervarix-glaxosmithkline-s-cervical-cancer-vaccine/</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Il Gardasil 9 protegge contro i tipi 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58</p>



<p class="has-small-font-size">21) <a href="https://www.drugs.com/newdrugs/fda-approves-gardasil-9-prevention-certain-cancers-caused-five-additional-types-hpv-4118.html">https://www.drugs.com/newdrugs/fda-approves-gardasil-9-prevention-certain-cancers-caused-five-additional-types-hpv-4118.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) <a href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/gardasil-9-epar-summary-public_it.pdf">https://www.ema.europa.eu/en/documents/overview/gardasil-9-epar-summary-public_it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-02-21&amp;atto.codiceRedazionale=17A01391&amp;elenco30giorni=false">https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2017-02-21&amp;atto.codiceRedazionale=17A01391&amp;elenco30giorni=false</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) <a href="https://m4.ti.ch/fileadmin/DSS/DSP/UMC/medicina_scolastica/hpv9-faq-it.pdf">https://m4.ti.ch/fileadmin/DSS/DSP/UMC/medicina_scolastica/hpv9-faq-it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">25) <a href="https://www.gavi.org/operating-model/gavis-partnership-model/bill-melinda-gates-foundation">https://www.gavi.org/operating-model/gavis-partnership-model/bill-melinda-gates-foundation</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a href="https://www.gavi.org/governance/gavi-board/members">https://www.gavi.org/governance/gavi-board/members</a></p>



<p class="has-small-font-size">27) <a href="https://www.gavi.org/bill-gates-explains-importance-hpv-vaccine-women-developing-countries">https://www.gavi.org/bill-gates-explains-importance-hpv-vaccine-women-developing-countries</a></p>



<p class="has-small-font-size">28) “HPV is a vaccine now available in basically every rich country and girls have the option of getting that vaccine and it’s fantastic, it means they don’t get cervical cancer [&#8230;] If you get this HPV, the virus, in a developing country the chance it will be stopped is almost zero and so you’ll get cervical cancer.”</p>



<p class="has-small-font-size">29) <a href="https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu=campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167">https://www.salute.gov.it/portale/vaccinazioni/dettaglioCampagneVaccinazioni.jsp?lingua=italiano&amp;menu= campagne&amp;p=dacampagne&amp;id=167</a></p>



<p class="has-small-font-size">30) <a href="https://www.cgdev.org/blog/gates-funds-new-hpv-vaccine-program-path" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cgdev.org/blog/gates-funds-new-hpv-vaccine-program-path</a></p>



<p class="has-small-font-size">31) <a href="https://www.path.org/media-center/path-to-pave-the-way-for-cervical-cancer-vaccines-in-the-developing-world/">https://www.path.org/media-center/path-to-pave-the-way-for-cervical-cancer-vaccines-in-the-developing-world/</a></p>



<p class="has-small-font-size">32) <a href="https://www.fda.gov/media/75453/download">https://www.fda.gov/media/75453/download</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) <a href="https://archive.is/XP9QA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.is/XP9QA</a></p>



<p class="has-small-font-size">34) <a href="https://archive.is/UMSos" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://archive.is/UMSos</a></p>



<p class="has-small-font-size">35) <a href="https://www.science.org/content/article/indian-parliament-comes-down-hard-cervical-cancer-trial" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.science.org/content/article/indian-parliament-comes-down-hard-cervical-cancer-trial</a></p>



<p class="has-small-font-size">36) In Andhra Pradesh le vaccinazioni hanno inizio nel luglio del 2009, in Gujarat nell’agosto 2009</p>



<p class="has-small-font-size">37) Parliament of India, <em>Alleged Irregularities in the Conduct of Studies using Human Papilloma Virus Vaccine by Path in India</em>, 30 agosto 2013,<sup> </sup><a href="http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://164.100.47.5/newcommittee/reports/EnglishCommittees/Committee%20on%20Health%20and%20Family%20Welfare/72.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">38) Ivi, II 2.5</p>



<p class="has-small-font-size">39) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">40) “Parties (PATH and ICMR) desiring to explore collaboration to support public sector decision regarding HPV vaccine introduction in India and to generate necessary evidence to allow the possible introduction of HPV vaccine into India’s Universal Immunization Programme”, Ivi, III 3.4</p>



<p class="has-small-font-size">41) Ivi, III 3.5</p>



<p class="has-small-font-size">42) Ivi, III 3.10</p>



<p class="has-small-font-size">43) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">44) Ivi, II 2.5</p>



<p class="has-small-font-size">45) <a href="https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">46) Ivi, IV 4.2</p>



<p class="has-small-font-size">47) <a href="https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.thelancet.com/pdfs/journals/lanonc/PIIS1470204513704200.pdf</a>; gli outcome primari del cosiddetto “demonstration project” di PATH sono i seguenti: numero e percentuale di ragazze vaccinate; numero e percentuale di ragazze vaccinate che manifestano eventi avversi gravi; numero e percentuale di ragazze vaccinate che manifestano eventi avversi non gravi; tempestività nel segnalare eventi avversi gravi alle autorità; tempestività nel segnalare eventi avversi non gravi alle autorità</p>



<p class="has-small-font-size">48) A. Sengupta, A. Shenoi, N B Sarojini, Y Madhavi, <em>Human papillomavirus vaccine trials in India</em>, 26 febbraio 2011, <sup></sup><a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)60270-5/fulltext">https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)60270-5/fulltext</a></p>



<p class="has-small-font-size">49) <a href="https://indiankanoon.org/doc/1001313/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://indiankanoon.org/doc/1001313/</a></p>



<p class="has-small-font-size">50) A. Sengupta, A. Shenoi, N B Sarojini, Y Madhavi, art. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">51) <a href="https://www.path.org/media-center/statement-from-path-hpv-demonstration-project-in-india/">https://www.path.org/media-center/statement-from-path-hpv-demonstration-project-in-india/</a></p>



<p class="has-small-font-size">52) Parliament of India, cit. VI 6.12</p>



<p class="has-small-font-size">53) Ivi, VI 6.14</p>



<p class="has-small-font-size">54) Ivi, VI 6.13</p>



<p class="has-small-font-size">55) Ivi, VI 6.26</p>



<p class="has-small-font-size">56) Ivi, VI 6.25</p>



<p class="has-small-font-size">57) NB Sarojini, S. Srinivasan, Y. Madhavi, S. Srinivasan, A. Shenoi, <em>The HPV Vaccine: Science, Ethics and Regulation</em>, EPW, 27 novembre 2010, <a href="http://indiaenvironmentportal.org.in/files/HPV%20Vaccine.pdf">http://indiaenvironmentportal.org.in/files/HPV%20Vaccine.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">58) S. Srinivasan, <em>A vaccine for every ailment,</em> Infochangeindia, aprile 2010,<em> </em><a href="https://www.researchgate.net/publication/304451896_A_vaccine_for_every_ailment">https://www.researchgate.net/publication/304451896_A_vaccine_for_every_ailment</a></p>



<p class="has-small-font-size">59) <a href="https://globalvoices.org/2021/01/21/unmarried-women-and-sexual-health-battling-stigma-in-india/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://globalvoices.org/2021/01/21/unmarried-women-and-sexual-health-battling-stigma-in-india/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">60) Eugenio Serravalle, <em>Vaccinazioni: alla ricerca del rischio minore</em>, Il leone verde, 2014</p>



<p class="has-small-font-size">61) Barbara Duden, <em>I geni in testa e il feto nel grembo</em>, Bollati Boringhieri, 2006 </p>



<p class="has-small-font-size">62) Miguel Benasayag, <em>La salute ad ogni costo</em>, Vita e Pensiero, 2010</p>



<p class="has-small-font-size">63)<a href="https://www.airc.it/news/mutazioni-brca-e-laumento-di-rischio-di-sviluppare-diversi-tumori-i-fattori-in-gioco-quando-si-parla-di-test-genetici" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.airc.it/news/mutazioni-brca-e-laumento-di-rischio-di-sviluppare-diversi-tumori-i-fattori-in-gioco-quando-si-parla-di-test-genetici</a></p>



<p class="has-small-font-size">64) Ivan Illich, <em>Nemesi medica. L’espropriazione della salute</em>, red!, 2005</p>



<p class="has-small-font-size">65) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">66) <em>Ibidem</em> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Semiconduttori sotto protezione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/semiconduttori-sotto-protezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Chip e lotta per l’egemonia. Stati Uniti, Europa, Giappone, India, Cina… l’industria dei semiconduttori diviene affare di Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Bruno Ferroglio*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chip e lotta per l’egemonia. Stati Uniti, Europa, Giappone, India, Cina… l’industria dei semiconduttori diviene affare di Stato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’innalzamento delle tensioni interimperialistiche spinge le singole potenze ad aumentare il controllo sulle forniture e sulla produzione di materiali ritenuti indispensabili. Di più: produzione e controllo dell’export sono trasformati in armi della contesa. I semiconduttori sono largamente utilizzati nei più svariati prodotti e sono il frutto di una divisione del lavoro fortemente internazionalizzata, ma vista la loro importanza strategica ora ricadono nella categoria di ciò che è da proteggere. Nelle principali capitali mondiali le idee del liberismo vengono corrette dal pragmatismo per la resilienza e riemergono i programmi di politica industriale.</p>



<p>Una responsabile di L3 Harris Technologies (sesto fornitore del Pentagono) ha confessato a un convegno che il suo gruppo, a corto di forniture, ha cannibalizzato vecchie radio militari per recuperare componenti elettronici da inserire in apparecchi di nuova generazione. Commenta un analista dell’Hudson Institute: sul mercato le quantità ordinate determinano le gerarchie, per questo i produttori bellici “possono finire in fondo alla coda, in attesa che vengano soddisfatte prima le esigenze di altre aziende”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nuovo acciaio</h4>



<p>“Se i dati sono il nuovo petrolio, possiamo dire che i chip sono il nuovo acciaio”, scrive James A. Lewis del CSIS (Center for Strategic and International Studies). “Gli obiettivi specifici della politica americana sui semiconduttori debbono alzare l’affidabilità dei fornitori; alzare la capacità di produrli e ridurre il ruolo della Cina”, nei confronti della quale “va ridotto il transfert tecnologico avanzato”.</p>



<p>“La politica industriale – conclude Lewis – era considerata un tabù, ma la geopolitica la rende ora necessaria. […] La politica industriale richiede che il governo investa nell’industria e nella ricerca, costruisca istanze di cooperazione con il settore privato e gli altri governi e nutra la volontà di costruire campioni nazionali” (1).</p>



<p>Washington marcia spedita sul doppio binario indicato dal CSIS. In agosto il <em>Chips and Scienc</em><em>e Act </em>è stato votato dal Congresso e firmato dal presidente Biden: ci saranno nel prossimo quinquennio 280 miliardi di dollari per lo sviluppo tecnologico, 52,7 dei quali dedicati ai semiconduttori. Nel frattempo il dipartimento del Commercio ha sistematizzato una serie di provvedimenti di embargo tecnologico nei confronti di Pechino, sui quali torneremo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corsa al nazionalismo</h4>



<p>Il <em>Chips and Science Act </em>stabilisce finanziamenti per 28,7 miliardi di dollari per chi costruisca nuove fabbriche di chip in USA. Si tratta di aiuti che andranno anche ad aziende straniere, alla condizione che chi li riceve si astenga per un decennio da un allargamento delle proprie attività avanzate in Cina. Altri 10 miliardi vanno alla modernizzazione di stabilimenti già presenti in territorio americano e 14 miliardi alla R&amp;D. Agli aiuti federali si aggiungono quelli devoluti dai singoli Stati americani. Il dipartimento del Commercio gestirà i finanziamenti ed è anche responsabile dei permessi e degli scambi con la Cina, in quella che dovrebbe essere una politica coordinata.</p>



<p>Nella tabella (pag. 23) riportiamo le principali iniziative di investimenti in nuove fabbriche a livello mondiale. Per gli USA alcune, come i siti di Intel in Ohio e di Micron nello Stato di New York, sono state ufficializzate dopo la firma dell’Act. Micron con due nuove fabbriche porterebbe dal 10 al 40% la sua produzione all’interno dei confini nazionali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="695" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip.jpg" alt="" class="wp-image-8165" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/chip-259x300.jpg 259w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Alle prime mosse della Commissione europea a favore di una legge per finanziare la microelettronica con 43 miliardi di dollari, un editoriale del Financial Times paventava il “rischio di una corsa al nazionalismo nei chip”. Sono seguite una legge giapponese, una indiana, una in preparazione in Sud Corea, oltre ai finanziamenti da tempo in atto in Cina (per almeno 78 miliardi di dollari). In totale la cifra globale arriva a 190 miliardi di dollari.</p>



<p>Una pioggia di capitali che potrebbe portare a sovracapacità produttive. Complice il rallentamento mondiale, cala il consumo di prodotti elettronici; nel 2023 continueranno a esserci carenze di alcuni semiconduttori, ma la richiesta di memorie Dram e Nand (un quarto di tutto il mercato) è destinata a crescere solo dello 0,6%.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Concorrenza per Europa e Asia</h4>



<p>Secondo i calcoli fatti dalla SEMI, l’associazione internazionale del settore, nel mondo sono entrati in attività 34 poli produttivi di chip nel periodo 2020-21, mentre nel periodo 2022-24 sono in costruzione altre 58 nuove fabbriche. Nell’insieme, tutti questi nuovi impianti alzeranno la produzione globale del 40%.</p>



<p>Delle fabbriche in costruzione 31 sono in Cina, dove per la gran parte si dedicheranno alla produzione di chip con definizione di nodo tecnologico di 28 nanometri (nm). Non si tratta di chip di ultima generazione, ovvero quelli inferiori ai 7 nm (2), ma di semiconduttori diffusi in auto, elettrodomestici e macchine industriali. Secondo il Wall Street Journal la produzione di chip da 28 nm è destinata a triplicarsi entro la fine del decennio e la quota cinese a passare dal 15% del 2021 al 40% già nel 2025. Le Figaro scrive che l’aumento della produzione cinese sarà all’inizio rivolto al mercato interno, “ma negli anni a venire questi nuovi entranti potrebbero direttamente concorrere con gli europei sul loro terreno, con chip più a buon mercato”.</p>



<p>Crescono anche i timori asiatici. L’industria di Sud Corea, Giappone e Taiwan, che ha tratto maggiori vantaggi negli ultimi decenni, non vorrebbe dover scegliere fra USA e Cina, mentre Washington al contrario propone ai loro governi di costituire un’alleanza “Chip 4” contro Pechino.</p>



<p>Nessun gruppo nipponico ha per ora deciso d’investire negli USA, nonostante le esortazioni fatte di persona dalla vicepresidente americana Kamala Harris. La coreana SK Hynix, secondo produttore di chip di memoria al mondo, può continuare a gestire le sue fabbriche cinesi a Wuxi e Dalian, ma i suoi dirigenti osservano che, senza poterle attrezzare con i macchinari fotolitografici più moderni della ASML, diventeranno presto obsolete. Morris Chang, fondatore della TSMC, primo produttore di microprocessori per conto terzi al mondo, parlando del reshoring occidentale lo ha definito “un orologio della storia che gira all’indietro […] nessuno raggiungerà l’autosufficienza e i costi cresceranno per tutta la catena produttiva”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ostracismo e tartarughe di mare</h4>



<p>Washington adotta una serie di regole che intendono frenare lo sviluppo cinese, impedendo il paventato sorpasso nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, nello sviluppo dei super-computer e delle tecnologie belliche che possono derivarne. Le regole si applicano all’industria americana, ma anche a quella internazionale che ne utilizzi la tecnologia. Non si potranno vendere in Cina microprocessori più avanzati (inferiori ai 16 nm), non si potranno fornire le imprese cinesi di macchinari e software in grado di produrre questi chip e i cittadini americani non potranno più collaborare con le aziende cinesi del settore. Queste regole possono essere superate se il dipartimento del Commercio permette una licenza, che andrà discussa caso per caso. Sono già state rilasciate licenze a TSMC, Samsung e SK Hynix, ma hanno la durata relativa di un anno. Sono possibili licenze anche per le imprese americane toccate: Nvidia e AMD per i chip, KLA Corp, Lam Research e Applied Materials per gli equipaggiamenti produttivi.</p>



<p>Il divieto ai cittadini americani tocca in particolare gli <em>haigui </em>(ovvero le tartarughe di mare): cinesi che hanno studiato e lavorato per anni negli States e poi sono tornati in patria, dove hanno fondato e dirigono start-up soprattutto negli equipaggiamenti per produrre semiconduttori (AMEC, ACM Research, Piotech, Skyverse, Anji). Queste aziende contano solo per un 5% della produzione mondiale, ma sono dinamiche. Washington vuole incidere sui loro legami stabiliti in USA.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un decennio decisivo</h3>



<p>La politica verso la Cina deve attrezzarsi con una cornice ideologica che riprenda il concetto della <em>missione </em>americana nel mondo. Un gruppo di esperti guidato da Eric Schmidt (ex CEO di Google) ha proseguito un’analisi a suo tempo partita da uno studio voluto dal Congresso sul tema dell’intelligenza artificiale. Ne è scaturito un rapporto sulle scadenze urgenti, nel quale la tecnologia dei semiconduttori ha un ruolo centrale. L’incipit è: “Si sta svolgendo una gara per il futuro. Alla fine di questo decennio sapremo se vivremo in un mondo di libera espressione e tolleranza […] oppure diretto dalla censura e dalla coercizione, […] se le innovazioni saranno usate per migliorare la società oppure controllarla. Il modello di questo futuro sarà dettato dalla competizione fra gli Stati Uniti e la Cina” (3).</p>



<p>Una lettera di Henry Kissinger presenta il Report e richiama alla memoria lo <em>Special studies project</em>, finanziato dalla Fondazione Rockefeller, da lui diretto nel 1956-60 e prodigo di consigli per il governo americano. Erano gli anni dello Sputnik, della guerra fredda e della corsa allo spazio. Oggi, scrive Kissinger, la competizione strategica è con la Cina, mentre nuove tecnologie dal “tremendo impatto” trainano la competizione militare. “Esiste – scrive l’anziano statista – nei paesi democratici un certo senso di sfiducia nel nostro sistema di governo” e per “riprendere la leadership democratica nel mondo” agli USA serve un “percorso creativo”. Partita aperta e dubbi che restano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato su Lotta comunista, n. 626, ottobre 2022</p>



<p class="has-small-font-size">1) James A. Lewis, <em>Strengthening a transnational semiconductor industry</em>, Center for Strategic and International Studies, giugno 2022</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Lotta Comunista, dicembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">3) Special Competitive Studies Project, <em>Mid-decade challenges to national competitiveness</em>, 12 settembre 2022 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Estrattivismo: devastazione ambientale, militarizzazione e miseria</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/estrattivismo-devastazione-ambientale-militarizzazione-e-miseria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[estrattivismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Come agiscono le imprese minerarie, tra interesse privato e repressione di Stato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Faremo tutto il possibile perché questa miniera se ne vada dalla nostra regione, La Guajira, perché con una miniera non possiamo vivere. O loro o noi.” (1) Samuel Arregoces è uno dei <em>líder</em> di Tabaco, comunità afrodiscendente stabilitasi nel 1780 nel dipartimento La Guajira, nel nord della Colombia. Una storia di oltre due secoli spazzata via un giorno di agosto del 2001 dall’avanzare della miniera di carbone a cielo aperto più grande dell’America Latina, El Cerrejón. Circa 400 famiglie, tra cui quella di Samuel, rimangono senza terra. Sorte condivisa con le altre comunità, indigene e contadine, che da centinaia di anni popolano la regione.</p>



<p>Ma l’arrivo della miniera non significa soltanto l’esproprio forzato dei territori. Devastazione ambientale, problemi di salute, impoverimento, violazione dei diritti umani sono i frutti del <em>desar</em><em>rollo</em>, lo ‘sviluppo’ che l’estrazione di carbone porta con sé. “Con una miniera non si può convivere”, ripete Samuel “perché è sinonimo di miseria”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’estrattivismo</h4>



<p>Le condizioni di vita imposte alle comunità de La Guajira non sono l’eccezione. Sono il lato nascosto del ‘progresso’ industriale e tecnologico capitalista. L’estrazione di materie prime dai Paesi del Sud del mondo allo scopo di alimentare la produzione mondiale, infatti, rappresenta la condizione di esistenza del processo di accumulazione costitutivo del capitalismo: un modo di produzione che necessita di grandi quantità di risorse estratte ad alta intensità, da destinare all’esportazione – seguendo le catene del valore internazionali – nei Paesi in cui verranno trasformate nel prodotto finale (2). Questo processo – che prende il nome di <em>estrattivismo</em> e che ha come unico fine la realizzazione e massimizzazione del profitto – genera ingenti danni sociali, economici e ambientali, una devastazione <em>necessaria</em> a lasciare spazio all’incedere inarrestabile dell’estrazione di idrocarburi, metalli e minerali, dell’industria agroalimentare – con monocolture da esportazione e allevamenti intensivi – e della costruzione delle grandi infrastrutture funzionali all’espropriazione delle risorse. Si costituiscono in questo modo delle <em>economie di enclave</em>, zone strutturalmente dipendenti e in mano al capitale straniero, isolate dal resto del Paese, destinatarie di investimenti, tecnologie e personale specializzato di importazione, che impoveriscono il tessuto sociale di intere comunità: popoli di pescatori, piccoli allevatori, contadini dediti all’agricoltura famigliare privati della terra e senza più accesso all’acqua, costretti a trovare nuovi modi di sussistenza altrove, con perdita della sovranità alimentare e una lenta scomparsa delle tradizioni e dei saperi tramandati da generazioni, la vera ricchezza di queste comunità.</p>



<p>Una condizione ben conosciuta nelle zone rurali di America Latina, Africa e Asia – il cosiddetto <em>Terzo Mondo</em> – e non certo da oggi. Se durante il colonialismo gli Stati erano i protagonisti assoluti nella corsa alla conquista di nuovi territori e nuove risorse, ed esercitavano un dominio diretto ed esclusivo sulle colonie, con il neocolonialismo questo dominio prende la forma di una forte dipendenza, sul piano finanziario, economico e tecnologico, dei Paesi esportatori di materie prime nei confronti del Nord, con le grandi multinazionali a condurre questo saccheggio inesorabile. Grazie all’avanzamento delle conoscenze scientifiche, inoltre, si aprono nuove possibilità di accumulazione, con lo sfruttamento di risorse un tempo non accessibili o di importanza marginale, il cambiamento dei processi produttivi e la creazione di nuove necessità: emblematica in tal senso l’esplosione degli ultimi anni del mercato delle terre rare, imprescindibili per la realizzazione della tanto sbandierata transizione ecologica e digitale.</p>



<p>Ciò che varia storicamente sono le modalità in cui si articola l’estrattivismo, a seconda dell’espressione sociale e politica e dell’evoluzione tecnologica della fase capitalistica, che necessita di nuove forme di legittimazione, nuove materie prime, impone nuovi bisogni e nuovi prodotti, mentre rimane costante l’appropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e degli esseri umani, concepiti unicamente quali fonti da cui trarre profitto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Interesse privato, repressione di Stato</h4>



<p>Come in epoca coloniale, l’attività estrattiva incede occupando e distruggendo territori ed esercitando violenza contro le comunità locali, unico ostacolo che si pone sulla via dello spossessamento: i territori vengono militarizzati e le comunità isolate, minacciate e sfrattate.</p>



<p>Le popolazioni rappresentano il nemico da sconfiggere e la violazione dei diritti umani costituisce il normale modo di agire. L’intensificarsi delle manifestazioni delle organizzazioni comunitarie – di intralcio per la serena realizzazione del profitto – porta a una repressione feroce dei conflitti sociali, con gli Stati a giocare il ruolo da protagonista nella coercizione e nel controllo della popolazione. Anche per mezzo di un quadro normativo che tutela l’“utilità pubblica” dei progetti estrattivisti, le proteste vengono criminalizzate, spesso con accuse di terrorismo, sabotaggio, cospirazione o estorsione, attraverso campagne pubbliche di diffamazione, azioni legali contro i rappresentanti delle comunità – con lunghi processi e misure cautelari che ne limitano la libertà – o incarcerazione. Al suo culmine, la repressione si serve dei gruppi privati di sicurezza armata, dei paramilitari e dei mercenari assoldati dalle aziende, o direttamente delle forze armate statali, poste a garanzia dell’attività d’impresa, elevata a questione di sicurezza nazionale: si alimenta così la logica del ‘nemico interno’ da abbattere, che porta frequentemente all’assassinio degli attivisti.</p>



<p>Nel solo 2021 Front Line Defenders conta 358 difensori dei diritti umani uccisi in tutto il mondo, di cui il 59% impegnati nella difesa della terra, dell’ambiente e delle comunità indigene (3). Secondo la ONG britannica Global Witness, che si focalizza esclusivamente sulle vittime dei conflitti per la difesa della terra e dell’ambiente, tra il 2012 e il 2020 ne sono stati uccisi 1.540, di cui oltre il 60% in America Latina – la Colombia, con 290 vittime, è il Paese in cima a questa triste classifica. Di tutti i casi per i quali è stato possibile confermare il settore interessato, la maggior parte riguarda l’estrazione mineraria, seguita da agribusiness, deforestazione, costruzione di mega-dighe e accesso all’acqua. I dati raccolti – “che è probabile siano una sottostima, dato che molte uccisioni non vengono riportate, specialmente nelle aree rurali e in determinati Paesi”, specifica il rapporto – indicano che le comunità indigene, afrodiscendenti e contadine sono quelle maggiormente colpite, con oltre il 40% degli attivisti uccisi (4). Le stesse che più subiscono le conseguenze dell’estrattivismo e che, nonostante i rischi, non smettono di lottare. “Non necessitiamo di un’impresa per poter vivere nel nostro territorio”, sottolinea Samuel, “quello di cui abbiamo bisogno è territorio, acqua e progetti agricoli produttivi che ci permettano di avere una vita migliore. Per questo resistiamo contro il modello estrattivo” (5).</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="426" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo.jpg" alt="" class="wp-image-8168" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-300x213.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-120x86.jpg 120w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/estrattivismo-350x250.jpg 350w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Front Line Defenders, <em>Global Analysi 2021</em></figcaption></figure>
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<p>I meccanismi messi in atto sono dunque sempre i medesimi, e i casi del Cerrejón in Colombia e della QIT Madagascar Minerals in Madagascar ci danno la possibilità di comprenderne a fondo le conseguenze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Colombia: il carbone de La Guajira</h4>



<p>“È stato un posto tranquillo fino al 1997”, ricorda Rogelio Ustate, altro <em>líder</em> comunitario di Tabaco, “quando abbiamo cominciato a ricevere pressioni da Carbocol-Intercor affinché abbandonassimo il villaggio, perché si trovava nell’area di espansione del complesso minerario”. Dal suo insediamento la comunità di Tabaco ha vissuto di allevamento, agricoltura, caccia e pesca, e dei rapporti commerciali intrecciati con i villaggi circostanti. “Vivevamo dei frutti della terra, che ci garantivano la sicurezza alimentare. Come in tutti i villaggi”, continua, “c’era una scuola, una chiesa, un cimitero e un centro medico” (6). Con servizi di rifornimento di energia elettrica, approvvigionamento dell’acqua e un centro di comunicazioni, Tabaco era una comunità autosufficiente. Fino all’arrivo della miniera.</p>



<p>Il Cerro Cerrejón diventa terreno di esplorazione e conquista delle imprese estrattive negli anni ‘50, e a partire dal 1975 la statale Carbocol, la statunitense Intercor e un consorzio guidato dalla colombiana Prodeco si dividono le licenze di sfruttamento dei giacimenti di carbone. Ma gli appetiti delle compagnie minerarie non si fanno strada da soli. Nel 1969, con la cosiddetta “legge del carbone”, lo Stato dichiara l’attività delle miniere di “utilità pubblica e interesse sociale”, e tra 1975 e 1989 agli abitanti delle comunità vengono riconosciuti titoli di proprietà individuale sui terreni: il territorio prima collettivo viene così diviso in un insieme di entità separate, maggiormente suscettibili alle offerte di acquisto delle imprese (7).</p>



<p>In questo modo El Cerrejón si espande e le pressioni sugli abitanti di Tabaco aumentano. La miniera reclama la loro terra. Spinti dalla paura di perdere tutto, alcuni vendono i terreni e lasciano la comunità. Altri, invece, decidono di resistere. Le forze di sicurezza private dell’impresa circondano il villaggio, pattugliano il territorio, vietano la caccia notturna e l’accesso ai terreni agricoli. Su ordine delle autorità pubbliche locali vengono interrotti i servizi elettrici e idrici, smantellato il centro medico, chiuso il centro di comunicazioni, distrutta la chiesa, abbattuta la scuola, bloccate le strade di collegamento con le comunità limitrofe, ostacolato l’accesso all’acqua. La comunità è isolata. Intanto diventa legge il “codice minerario”: lo Stato dichiara il sottosuolo “utilità pubblica”, giustificando gli sfratti delle popolazioni situate in prossimità dei giacimenti. Così, su ordine di un giudice e con il supporto degli Squadroni Mobili Antidisordini (ESMAD) – unità speciali della polizia incaricate di assistere negli “sfratti di spazi pubblici o privati, in zone urbane o rurali sul territorio nazionale”, si legge sul sito governativo – il 9 agosto 2001 anche le ultime famiglie vengono cacciate. Impotenti, assistono mentre le loro case vengono rase al suolo da una piallatrice. La comunità, però, non si arrende: nei mesi successivi porta avanti svariate azioni legali finché, nel maggio 2002, la Corte Suprema di Giustizia ordina alle autorità locali di ricostruire Tabaco in un luogo adeguato, “entro 48 ore”. Sentenza che, a oggi, non ha ancora avuto seguito (8). Tabaco, tuttavia, non è la sola a essere stata distrutta dall’avanzare della miniera. Lo stesso destino tocca a più di 25 comunità indigene Wayuu, afrodiscendenti e contadine stanziate sulle rive del río Ranchería, la principale fonte di sussistenza della regione.</p>



<p>Nel 2002 il controllo dei giacimenti passa di mano: tre giganti del settore – la svizzera Glencore, l’inglese Anglo American e l’australiana BHP – completano l’acquisto e la spartizione del Cerrejón con il 33,3% delle quote ciascuno. La musica però non cambia. L’espansione mineraria continua, e così gli sfratti portati a termine con l’ausilio delle forze armate. La mattina del 24 febbraio 2016 una cinquantina di persone, tra membri delle comunità e attivisti per i diritti umani, si riunisce nel villaggio di Roche per opporsi all’ennesimo sgombero: il ricollocamento proposto dall’impresa, denunciano, non garantisce acqua potabile, risorse alimentari, terre adatte all’allevamento, né un indennizzo per i danni procurati. Chiedono condizioni di vita dignitose. Come nel caso di Tabaco interviene l’ESMAD, che – con fumogeni e proiettili di gomma – costringe le famiglie di Roche ad arrendersi lasciando il via libera alle scavatrici (9).</p>



<p>La militarizzazione dei territori di interesse dei progetti estrattivi in Colombia prende piede a partire dagli anni ‘90. Oltre a ESMAD (creata nel 1999) e forze di polizia, nel 2011 vengono istituiti i Battaglioni Speciali Energetici e Stradali, unità militari alle dipendenze dell’esercito dedicate alla protezione delle attività e delle infrastrutture estrattive – con il battaglione n. 17 assegnato alla supervisione del progetto minerario del Cerrejón. Forze armate pubbliche che vengono anche ingaggiate direttamente dalle imprese: una pratica in essere almeno dal 1996 e istituzionalizzata nel 2014 dal ministero della Difesa. Secondo i dati ottenuti dall’organizzazione colombiana Tierra Digna, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2013 le tre multinazionali che controllavano la miniera del Cerrejón hanno firmato contratti per oltre 14 miliardi di pesos colombiani, ovvero 7,3 milioni di dollari al cambio del 2013 (10). Altri due – sottoscritti nel 2015 e nel 2017 per 41 mila e 133 mila dollari – sono venuti alla luce nel 2019 (11). Accordi non sottoposti a meccanismi di controllo e scrutinio pubblico, che spesso si celano dietro a clausole di riservatezza per ragioni di “sicurezza nazionale”. Un’imponente militarizzazione – arricchita dalle agenzie di sicurezza private e dall’azione dei paramilitari – che tra il 2015 e il 2019 ha portato in Colombia a 181 attacchi nei confronti dei difensori dei diritti umani che si sono esposti direttamente contro le attività delle imprese, di cui il 44% riguarda attivisti che hanno manifestato contro cinque aziende: tra queste, El Cerrejón (12).</p>



<p>Alla devastazione sociale, infine, si aggiunge quella ambientale. A partire dagli anni ‘70, per rendere accessibili nuovi giacimenti e per far spazio al complesso minerario – strade di collegamento e 150 km di ferrovia per il trasporto del carbone – i corsi di 47 torrenti e affluenti del Ranchería vengono deviati o bloccati, provocando gravi problemi di scarsità in una regione già soggetta a frequenti periodi di siccità (13). Quando non piove per mesi, le uniche zone in cui è possibile procurarsi da vivere sono le rive dei fiumi. Fondamentale per la sopravvivenza e per i legami sociali, culturali e spirituali di queste comunità, l’acqua è fonte di vita. “Se fanno morire questo torrente di cosa vivremo?”, si chiede un’abitante di Paradero, comunità Wayuu che vive sulle sponde dell’arroyo Bruno, uno degli affluenti del Rancheria che bagnano la Guajira, deviato per 3,6 km dall’avanzare della miniera. “Ci deviano il torrente, fanno seccare tutto, ci cacciano dal nostro territorio&#8230; di cosa vivremo?” (14). Nella sola zona nord della regione è stato rilevato che dall’inizio dell’attività mineraria – che utilizza 24 milioni di litri di acqua al giorno – sono scomparsi circa il 40% dei corsi d’acqua, pari a oltre 68 km (15), mentre devono essere scavati pozzi di 20 o 30 metri – contro i 5-8 di un tempo – per trovare acqua dolce nel sottosuolo. Fonti d’acqua che, oltretutto, spesso sono contaminate dai residui di scarto dell’estrazione di carbone, che le rendono inutilizzabili, mentre le sostanze inquinanti rilasciate nell’aria – silice e metalli pesanti – hanno gravi conseguenze per la salute dei lavoratori della miniera e degli abitanti dei villaggi (16).</p>



<p>Nei tribunali colombiani l’impresa è stata più volte ritenuta responsabile di aver provocato una grave degradazione ambientale e danni alla salute, violando i diritti umani (17). Da oltre dieci anni la popolazione de La Guajira vive una crisi umanitaria – con insicurezza alimentare e mancanza d’acqua – riconosciuta anche dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani e dalla Corte Costituzionale, che nel 2017 e nel 2019 ha dichiarato lo “stato di cose incostituzionale”: tra il 2010 e il 2018, 4.770 bambini Wayuu hanno perso la vita a causa della malnutrizione. “Una barbarie”, l’ha definita la Corte (18).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Madagascar: carta bianca a QMM</h4>



<p>Febbraio 2022: in seguito a due acquazzoni ciclonici che colpiscono la regione costiera di Anosy – sud-est del Madagascar – la diga di contenimento nella miniera QIT Madagascar Minerals (QMM) ha un cedimento che causa la parziale fuoriuscita delle acque di scarico nel lago e nei corsi d’acqua limitrofi. Per evitare il collasso della diga, QMM – controllata per l’80% dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto e per il 20% dallo Stato – ottiene un permesso dalle autorità di controllo per il rilascio di un milione di metri cubi di acque reflue nell’ambiente circostante. Passano pochi giorni e centinaia di pesci morti affiorano sulla superficie del vicino lago Ambavarano (20). “QMM è responsabile di tutto questo” dichiara Andry Rajoelina, presidente del Madagascar, “perché QMM è l’unica che scarica acque reflue nel fiume” (21). L’impresa rigetta le accuse, ma intanto le autorità locali impongono il divieto di pesca in tutta l’area, scatenando le proteste degli abitanti dei villaggi, che organizzano blocchi stradali nelle vie di accesso al sito estrattivo arrivando persino a prendere in ostaggio il personale della miniera. Chiedono forniture di cibo e acqua perché non poter pescare, per le comunità, significa faticare a sopravvivere.</p>



<p>Nella regione di Anosy, dal 2009 QMM estrae ilmenite – fonte di biossido di titanio, impiegato come pigmento bianco in una vasta gamma di prodotti, dalle vernici, alla carta, ai cosmetici – e, in minor quantità, monazite – un minerale recuperato dal processo estrattivo che contiene metalli di terre rare, fondamentali per la produzione delle tecnologie e dei prodotti della transizione energetica e digitale. Il progetto comincia a prendere corpo negli anni ‘80, assecondato dalle politiche nazionali che favoriscono l’attività mineraria privata in continuità con le indicazioni della Banca Mondiale, principale finanziatore del Paese. Dopo la fase di esplorazione, a inizio 2000 il governo dà il via libera alla miniera e alla costruzione delle infrastrutture, che si estendono nei territori delle comunità indigene. In Madagascar, secondo una pratica consuetudinaria, il diritto di proprietà sulla terra nelle zone rurali viene acquisito se il terreno ospita le tombe degli antenati oppure dopo almeno quindici anni di lavoro agricolo: nel momento dell’arrivo di QMM solo l’8% dei contadini proprietari terrieri è in possesso di un titolo formale. Centinaia di abitanti delle comunità vengono così allontanati in nome della “pubblica utilità” della miniera e attraverso la forzosa acquisizione dei terreni, che vengono dati in concessione all’impresa per cento anni (22). Non solo un danno per il sostentamento, perché la terra ha un valore molto più ampio: mantiene il legame spirituale con gli antenati e le generazioni future, conserva la memoria della comunità, consente la sepoltura dei morti e permette di tramandare i saperi e le conoscenze tradizionali. Prendendo la terra, QMM ha distrutto l’identità culturale e la vita sociale di interi villaggi.</p>



<p>C’è poi il risvolto ambientale. L’attività estrattiva rade al suolo la foresta costiera, importante risorsa di sostentamento, e contamina laghi e fiumi, fonte di approvvigionamento di acqua potabile e domestica per oltre la metà dei villaggi prossimi alla miniera. Per non interferire con l’equilibrio ecologico, la legge malgascia stabilisce l’obbligo di rispettare una zona di separazione di almeno 80 metri tra qualunque attività industriale e aree particolarmente delicate. Tuttavia, nel 2015 le autorità di monitoraggio ambientale approvano la richiesta di QMM di diminuire la zona di separazione, permettendo alla miniera di mantenere profittevole l’attività estrattiva, che contrariamente – secondo una comunicazione interna di Rio Tinto (23) – sarebbe stata “non ottimale”. Un’indagine del 2018 (24) ha dimostrato, però, che già precedentemente QMM aveva infranto quel limite, e la stessa Rio Tinto nel 2019 ha ammesso una violazione di 90 metri della zona di separazione e uno sconfinamento di 40 metri nel lago adiacente, con grandi rischi ambientali e per la salute della popolazione (25). Due studi, infatti, avvertono sulla pericolosità del progetto minerario: durante l’estrazione si accumulano nelle vasche di raccolta elementi radioattivi che possono accidentalmente riversarsi nell’ambiente, e livelli di uranio 50 volte più alti di quelli stabiliti dalle linee guida dell’OMS per l’acqua potabile sono stati rilevati a valle della miniera (26).</p>



<p>Negli oltre dieci anni di estrazione dei minerali – che finiscono negli stabilimenti di lavorazione canadesi di Rio Tinto – QMM ha dovuto spesso fare i conti con le proteste della popolazione. La risposta è stata semplicemente una: la violenza. Intimidazioni, arresti e l’intervento delle forze armate statali a difesa degli interessi della miniera e dei suoi padroni – nel 2021 Rio Tinto ha fatto registrare il più alto profitto annuale della sua storia, distribuendo dividendi agli azionisti per quasi 17 miliardi di dollari (27).</p>



<p>Ma esiste un’altra forma di violenza, più sottile, che si traveste da “responsabilità sociale d’impresa” e punta alla pacificazione dei conflitti: progetti per la conservazione della biodiversità a compensazione dei danni provocati nei siti estrattivi che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali; programmi sociali di sostegno alla popolazione – dopo aver depredato la terra e l’acqua di intere comunità –; costruzione di infrastrutture per lo “sviluppo” del territorio. “Sono grata che ora abbiamo un ospedale” spiegava un’abitante dei villaggi nel 2009, “ma adesso sono in difficoltà quando i miei bambini si ammalano. Non ho abbastanza soldi per comprare le medicine. Prima andavo nella foresta a cogliere le piante medicinali per curare i miei bambini. Ora devo andare in ospedale. QMM ha dimenticato che andare in ospedale non è gratuito e che le medicine sono costose” (28).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vecchia storia</h4>



<p>Militarizzazione, violazioni dei diritti umani, devastazione ambientale, danni economici e sociali: ciò che determina gli orientamenti dell’estrattivismo sono le catene di distribuzione globali, non certo i bisogni delle popolazioni. Quando sul piatto ci sono gli interessi di un intero sistema produttivo – e nuove possibilità di accumulazione, come nel caso della transizione energetica e digitale – gli ‘effetti collaterali’ passano in secondo piano. Nulla di nuovo sotto il <em>suolo</em>: il profitto prima di tutto. Una storia vecchia come il capitalismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Una versione di questo articolo è stata pubblicata nel 20° Rapporto sui diritti globali 2022, a cura di Associazione Società Informazione Onlus</p>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=3t99gGwpKNM">https://www.youtube.com/watch?v=3t99gGwpKNM</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Eduardo Gudynas, <em>Extracciones, extractivismos y extrahecciones</em>, Observatorio del Desarrollo, Centro Latino Americano de Ecología Social, 2013</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.frontlinedefenders.org/en/resource-publication/global-analysis-2021" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.frontlinedefenders.org/en/resource-publication/global-analysis-2021</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/numbers-lethal-attacks-against-defenders-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.globalwitness.org/en/campaigns/environmental-activists/numbers-lethal-attacks-against-defenders-2012/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Vedi nota 1</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://reexistencia.wordpress.com/2011/07/13/tabaco-un-pueblo-devorado-por-la-mineria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://reexistencia.wordpress.com/2011/07/13/tabaco-un-pueblo-devorado-por-la-mineria/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Revista Noche y Niebla, <em>Minería a gran escala y derechos humanos: lo que el des-arroyo trajo a La Guajira</em>, n. 61, gennaio-giugno 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.colectivodeabogados.org/comunidad-de-tabaco-infelices-15-anos-esperando-la-reubicacion/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.colectivodeabogados.org/comunidad-de-tabaco-infelices-15-anos-esperando-la-reubicacion/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a href="https://www.colectivodeabogados.org/desalojo-violento-de-comunidad-afro-roche-la-guajira-favorece-intereses-de-carbones-de-cerrejon/">https://www.colectivodeabogados.org/desalojo-violento-de-comunidad-afro-roche-la-guajira-favorece-intereses-de-carbones-de-cerrejon/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Centro de estudios para la justicia social Tierra Digna, <em>Seguridad y derechos humanos ¿para quién? Voluntariedad y militarización, estrategias de las empresas extractivas en el control de territorios</em>, 2015</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="http://rutasdelconflicto.com/convenios-fuerza-justicia/node/350" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://rutasdelconflicto.com/convenios-fuerza-justicia/node/350</a> </p>



<p class="has-small-font-size">12) Business &amp; Human Rights Resource Centre, <em>Defenders in Colombia</em>, 2020</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Revista Noche y Niebla, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=nIDFRBu6Mo8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=nIDFRBu6Mo8</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Corporación Geoambiental Terrae, <em>Análisis multitemporal de afectación de cuerpos de agua en el área intervenida por la extracción minera del área norte de Cerrejón y en la cuenca del Arroyo Bruno (La Guajira, Colombia),</em> 2019</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. Fundación Rosa Luxemburg, <em>Carbón tóxico. Daños y riesgos a la salud de trabajadores mineros y población expuesta al carbón, </em>2018</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Colectivo de abogados “José Alvear Restrepo”, <em>Diez verdades sobre Carbones de Cerrejón</em>, Cajar Prensa, 2019</p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.elheraldo.co/la-guajira/4770-ninos-muertos-en-la-guajira-es-una-barbarie-corte-553890">https://www.elheraldo.co/la-guajira/4770-ninos-muertos-en-la-guajira-es-una-barbarie-corte-553890</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=St_vG-B7noo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=St_vG-B7noo</a> </p>



<p class="has-small-font-size">Dall’11 gennaio 2022 la proprietà della miniera è mutata ancora: ora la svizzera Glencore controlla il 100% delle quote.</p>



<p class="has-small-font-size">“Quando la terra grida, l’uomo piange”, recita un proverbio delle comunità de La Guajira, “ma quando la terra piange, l’uomo muore” (19).</p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://theecologist.org/2022/may/27/mine-dead-fish-villagers-and-their-protests" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://theecologist.org/2022/may/27/mine-dead-fish-villagers-and-their-protests</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. <a href="http://www.andrewleestrust.org/blog/?p=2238">http://www.andrewleestrust.org/blog/?p=2238</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. Caroline Seagle, <em>The mining‐conservation nexus &#8211; Rio Tinto, development ‘gifts’ and contested compensation in Madagascar</em>, Land Deal Politics Initiative (LDPI Working Paper no. 11), 2011 </p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. Rio Tinto, <em>Internal memo, Rio Tinto, 3 ottobre 2017 – Update QMM mining boundary with water bodies</em>, 2017</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. Steven H. Emerman, <em>Evaluation of a Buffer Zone at an Ilmenite Mine operated by Rio Tinto on the Shores of Lakes Besaroy and Ambavarano, Madagascar</em>, The Andrew Lees Trust, 2018</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. Rio Tinto, <em>Formal response to the report entitled “Evaluation of a Buffer Zone at an Ilmenite Mine operated by Rio Tinto on the Shores of Lakes Besaroy and Ambavarano, Madagascar”</em>, 2019</p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. Publish What You Pay Madagascar, <em>Large-scale mining’s impacts: a case study of Rio Tinto/QMM mine in Madagasca</em>, 2022</p>



<p class="has-small-font-size">27) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/business/energy/investors-urge-rio-tinto-cut-indirect-emissions-2022-04-08/">https://www.reuters.com/business/energy/investors-urge-rio-tinto-cut-indirect-emissions-2022-04-08/</a></p>



<p class="has-small-font-size">28) Cfr. Re:Common, <em>Land grabbing in Madagascar. A special case: The “best investment project in Madagascar”?</em>, 2013 </p>
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