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	<title>catalogna &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>catalogna &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Catalogna, Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 17:46:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[catalogna]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[La politica e il diritto: in ballo c’è ben più di una questione interna alla Spagna e delle diffuse spinte secessioniste: c’è il tema strutturale di come si sta evolvendo la democrazia nell’Unione europea]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-55-dicembre-2017-gennaio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 55, dicembre 2017 &#8211; gennaio 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La politica e il diritto: in ballo c’è ben più di una questione interna alla Spagna e delle diffuse spinte secessioniste: c’è il tema strutturale di come si sta evolvendo la democrazia nell’Unione europea</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il primo ottobre 2017 si è tenuto in Catalogna un referendum per l’indipendenza della regione. Dieci giorni prima, il 20 settembre, il referendum era stato dichiarato illegale con sentenza unanime dalla Corte Costituzionale spagnola, e come tale non è stato riconosciuto dal governo di Madrid, che ha ordinato alle forze di polizia di impedirne lo svolgimento e di sgomberare i seggi, anche con la violenza.</p>



<p>Tuttavia, nonostante l’intimidazione preventiva e le cariche della Guardia Civil, si sono recati alle urne 2.286.217 catalani, pari al 43,03% degli aventi diritto, e il Sì ha vinto con il 90,18%, praticamente un plebiscito. Il 10 ottobre la Generalitat, il Parlamento della comunità autonoma, sulla base del risultato, ha dichiarato unilateralmente la costituzione di uno Stato repubblicano indipendente di Catalogna, annunciando al contempo la volontà di sospendere l’esecutività della dichiarazione per avviare negoziati con il governo spagnolo, che però ha immediatamente affermato la sua indisponibilità a qualunque concessione. In risposta alla linea dura di Madrid, il 27 ottobre la Generalitat ha nuovamente votato, a scrutinio segreto, a favore della dichiarazione di indipendenza, ‘forzando’ il governo centrale ad applicare l’art. 155 della Costituzione: Madrid ha di conseguenza sciolto il Parlamento catalano, destituito il presidente Carles Puigdemont e i membri del governo e indetto nuove elezioni per il 21 dicembre prossimo.</p>



<p>In attesa dei risultati elettorali, il premier spagnolo Mariano Rajoy ha assunto&nbsp;<em>ex officio</em>&nbsp;le funzioni e i poteri di presidente della comunità autonoma, in seguito delegati a Soraya Sáenz de Santamaria. Il 2 novembre Carmen Lamela, giudice della Audiencia Nacional (un tribunale speciale unico nel suo genere, istituito a Madrid nel 1977 per sostituire il famigerato Tribunale dell’Ordine Pubblico della dittatura franchista), ha ordinato l’arresto di sette membri del governo catalano, fra cui il vicepresidente Oriol Junqueras. I capi d’imputazione sono pesanti: “ribellione, sedizione e malversazione”, e i ministri rischiano fino a trent’anni di carcere. La giudice ha giustificato il provvedimento d’arresto con il “rischio fuga” degli imputati, la possibilità di “reiterazione del reato” e di “distruzione di prove”: “Basta ricordare il fatto che alcuni denunciati già si sono spostati in altri Paesi, per eludere responsabilità penali in cui avrebbero potuto incorrere”, ha dichiarato (1).</p>



<p>Il riferimento è a Carles Puigdemont, riparato in Belgio insieme a quattro collaboratori nel tentativo di “internazionalizzare la questione catalana”, nei confronti del quale poche ore dopo è stato spiccato un mandato di cattura europeo con conseguente richiesta di estradizione. “Il governo legittimo della regione incarcerato per le sue idee e per essere stato fedele al mandato approvato dal Parlamento catalano […] Il clan furioso della 155 vuole il carcere. Il clan sereno dei catalani, la libertà”, ha pubblicato sul suo profilo twitter Puigdemont. Gli ha fatto eco la sindaca di Barcellona Ada Colau: “È una giornata buia per la Catalogna”, ha affermato, auspicando “un fronte comune per ottenere la liberazione dei detenuti politici”. “Mi vergogno che nel mio Paese si mettano in carcere gli oppositori – ha dichiarato Pablo Iglesias, leader di Podemos, il terzo partito spagnolo – noi non vogliamo l’indipendenza, ma oggi chiediamo la libertà per i detenuti politici”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La legge</h4>



<p>La Costituzione spagnola del 1978 contempla il diritto all’autonomia tra i principi fondamentali, stabilendo, all’art. 2, che “la Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli Spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà tra esse”. In particolare, il titolo VIII della Costituzione disciplina il procedimento di formazione delle autonomie regionali e la loro sfera di competenze sulla base del cosiddetto&nbsp;<em>principio dispositivo</em>, stabilendo che sia lo statuto di ciascuna Comunità autonoma a determinare “le competenze assunte entro il quadro stabilito dalla Costituzione e le basi per il trasferimento dei servizi corrispondenti alle stesse”. Ciò fa della Spagna un peculiare esempio di regionalismo rafforzato che viene comunemente qualificato come “Stato autonomico”. In base all’art. 147, primo comma, della Costituzione spagnola, gli statuti “saranno la norma istituzionale di base di ogni Comunità autonoma e lo Stato li riconoscerà e tutelerà come parte integrante del suo ordinamento giuridico”.</p>



<p>Ogni Comunità autonoma ha un’assemblea regionale unicamerale eletta a suffragio universale, con la potestà legislativa e le funzioni finanziaria e di controllo del governo regionale; e un esecutivo regionale, formato dal presidente della regione e dai consiglieri, responsabile di fronte al Parlamento, e dotato di poteri esecutivi. Al presidente spetta la direzione del Consiglio di governo, la suprema rappresentanza della comunità e l’ordinaria rappresentanza dello Stato. La Corte costituzionale è l’organo che dirime le controversie tra lo Stato centrale e le comunità autonome, che però non hanno potere di eleggerne i membri. “Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa, con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi” (art.155).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La questione catalana</h4>



<p>La Catalogna copre un’area di circa 32.000 km quadrati e ha una popolazione di 7 milioni e mezzo di abitanti. È composta da quattro province: Barcellona (che è anche capoluogo), Girona, Lleida e Tarragona. Dichiaratasi nazione nel preambolo del proprio statuto di autonomia, che fornisce la regolamentazione istituzionale di base, la Catalogna esprime da tempo rivendicazioni indipendentistiche, o almeno autonomistiche, derivanti dalle proprie peculiarità linguistiche e culturali, che risalgono alla dominazione carolingia (750-987 d.C). Nella storia di Spagna, la Catalogna ha perso e acquistato più volte vari gradi di autonomia.</p>



<p>Negli anni Venti del secolo scorso il regime di destra di Miguel Primo de Rivera ha impedito la proclamazione di una repubblica catalana indipendente, mentre Francisco Franco, salito al potere nel 1939, come ritorsione al sostegno dato dalla regione alle forze repubblicane durante la guerra civile, ha addirittura dichiarato illegale l’uso del catalano. Dopo la morte del&nbsp;<em>Generalissimo</em>&nbsp;nel 1975, la Catalogna ha votato la nuova Costituzione ed è diventata una delle Comunità autonome all’interno della Spagna, e per oltre trent’anni non si è più parlato di indipendenza. La forte spinta identitaria dei catalani, tuttavia, non ha trovato una risposta adeguata né durante la transizione democratica, né nei decenni successivi.</p>



<p>Sebbene la Spagna sia il Paese Osce in cui il governo centrale trattiene la minor percentuale di introiti fiscali rispetto alle regioni, ai municipi e alla sicurezza sociale (nel 2013 Madrid ha trattenuto il 29,9% dei fondi pubblici, meno della Germania (31,7), della Francia (32,6), del Giappone (33,3%) della Svizzera (36,3) degli Usa (40,6) e del Canada (41,5), e sebbene le regioni autonome spagnole percepiscano il 23,1% della raccolta fiscale complessiva (superate solo da due degli otto Paesi federali Osce, Canada e Svizzera), la crisi territoriale della Spagna è perdurata. “Forse perché in uno scenario che offre già tanta autonomia i margini per ulteriori concessioni sono piuttosto esigui”, scrive Roberto Toscano su Limes.</p>



<p>Inoltre, “la crisi economica ha dato voce alle fazioni estreme”, da un lato indipendentisti, dall’altro centralisti, e se “l’offerta spagnola non è mai risultata particolarmente attraente alla maggior parte della popolazione catalana, recessione e disoccupazione dipingono una Spagna che passa dall’essere grande e prospera (a metà degli anni Novanta) a sfiorare la bancarotta con grave deterioramento della sua immagine internazionale. È la spinta decisiva che consente alle voci indipendentiste di dimostrare che la Catalogna starà meglio da sola”. Così la crisi porta al successo i partiti indipendentisti nati all’inizio del nuovo millennio, che nel novembre del 2014 indicono una “consultazione non referendaria” sull’indipendenza della Catalogna.</p>



<p>A tale consultazione, patrocinata dal governo comunitario catalano, non è stata riconosciuta alcuna validità dal governo centrale spagnolo. La netta affermazione dell’opzione indipendentista (con l’80% a favore), è stata fortemente ridimensionata da una partecipazione al voto inferiore al 35%. Tuttavia il 27 settembre dell’anno successivo la lista indipendentista&nbsp;<em>Junts Pel Sì</em>&nbsp;ha conquistato la maggioranza relativa (39,6%) del Parlamento regionale e, dopo un tentativo iniziale di far eleggere il proprio leader Artus Mas a presidente della Generalitat, ha raggiunto un accordo con l’altro partito indipendentista (il Cup, di estrema sinistra), nominando premier Carles Puidgemont.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le reazioni internazionali</h4>



<p>Nonostante la gravità dei fatti spagnoli, sulla vicenda è rapidamente sceso in Europa un silenzio assordante. Eppure, come scriveva già a settembre Manuel Castells su La Vanguardia, il quotidiano di Barcellona, in un articolo intitolato profeticamente<em>&nbsp;Represion</em>&nbsp;(2), “la spirale repressione/resistenza può aggravarsi velocemente. E soprattutto estendersi a tutta la Spagna, dove Podemos e i suoi satelliti, la terza forza politica con il 20 per cento dei voti e una maggiore capacità di mobilitazione, hanno già messo in guardia sullo stato di eccezione che nei fatti Rajoy sta applicando in Catalogna. E anche in Spagna, come dimostra il divieto di una manifestazione sul referendum catalano a Madrid. La frattura della società catalana può estendersi alla società spagnola, in uno scontro tra rossi e nazionalisti o tra separatisti e unionisti, che ci riporterebbe ai ricordi più tragici. È facile per lo Stato usare il suo potenziale di repressione. Più difficile è controllare le conseguenze di un’intolleranza ingiustificata, sintomo dello scarso peso democratico delle nostre istituzioni”.</p>



<p>E, come sottolinea anche Lucio Caracciolo, direttore di Limes (a novembre la rivista di geopolitica ha dedicato un intero numero alla questione catalana), non solo “la decisione del governo di Madrid di chiedere il carcere senza condizioni dei membri del Congresso di Barcellona […] è un evento senza precedenti nella storia della Spagna democratica”, che “getta una luce abbastanza sinistra anche sulle elezioni convocate dal governo di Madrid il 21 dicembre in Catalogna, alle quali evidentemente non potranno presentarsi i leader dei partiti indipendentisti”, ma “la disgregazione della Spagna o comunque un conflitto interno di forte intensità entro questo Paese avrà degli effetti se non altro sull’economia, quindi eventualmente anche sulla eurozona, e in generale sulla stabilità geopolitica del continente”. Perché la regione occupa appena il 6% del territorio del Paese e la sua popolazione è pari al 16% di quella totale, ma la produzione di beni e servizi rappresenta un quinto del Pil spagnolo, le sue esportazioni sono un quarto di quelle totali e nel 2016 ha assorbito più della metà degli investimenti in nuove imprese.</p>



<p>Una débacle dell’economia catalana conseguente all’incertezza politica (a ottobre le vendite di auto in Catalogna sono crollate di quasi il 40%, mentre nel turismo si prevedono quest’anno perdite per oltre 1 miliardo di euro), si trasformerebbe in un danno forse irreparabile anche per l’economia spagnola nel suo complesso. Tuttavia l’Europa se ne lava le mani: il primo ministro polacco Beata Szydlo ha dichiarato apertamente “che non intende interferire con le problematiche interne della Spagna”. Allo stesso modo, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, “ha ribadito come l’integrità degli Stati nazionali sia una garanzia per la stabilità per tutta l’Unione”. L’uscente ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schæuble, ha affermato che “il rispetto dello stato di diritto e dell’ordine costituzionale” rappresentano il fondamento di qualsiasi democrazia.</p>



<p>Il ministro francese agli Affari europei, Nathalie Loiseau, ha attaccato le autorità catalane e ha affermato che Parigi non è pronta a riconoscere “dichiarazioni unilaterali”. Infine, anche Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno fatto quadrato intorno a Madrid: per usare le parole di Koen Geens, il ministro della Giustizia belga, il mandato d’arresto per Puigdemont è “un problema giudiziario e non politico”. Di conseguenza, la procura belga ha chiesto ai giudici che le richieste delle autorità spagnole vengano accolte e che Puigdemont e i suoi collaboratori vengano estradati.</p>



<p>Tuttavia, c’è chi ritiene che questo modo di procedere sia il sintomo di un problema più profondo, e più serio: “Dichiarare, come il presidente dell’Unione europea ha fatto, che [la questione catalana] sia un problema interno della Spagna (e quindi rifiutarsi di affrontarlo a livello comunitario,&nbsp;<em>n.d.a.</em>), è di un’ipocrisia magniloquente”. A parlare è Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco, dalle pagine di Social Europe: “Com’è noto, l’ipocrisia è stata per lungo tempo al centro del comportamento della Ue. I suoi funzionari non si fanno nessuno scrupolo a impicciarsi negli affari interni di uno Stato membro, per esempio domandando la rimozione di politici eletti dal popolo se essi si rifiutano di operare tagli alle pensioni dei cittadini più poveri o di svendere a prezzi ridicoli asset pubblici […]. La questione catalana ha radici storiche profonde, come i nazionalismi in senso lato. Ma sarebbe scoppiata con la stessa violenza se l’Europa non avesse gestito male la crisi economica a partire dal 2010, imponendo una stagnazione quasi permanente alla Spagna e alle altre periferie europee […]?” (3).</p>



<p>Indubbiamente la crisi ha avuto un ruolo centrale nel riportare in auge nazionalismi che si credevano dimenticati, o almeno soddisfacentemente risolti. “Nazionalismi e separatismi non sono certo un fenomeno nuovo, ma quel che colpisce oggi è la loro simultanea diffusione a ogni latitudine. I contesti sono diversi, ma ovunque la crisi della globalizzazione, in concreto delle sue promesse non mantenute, acutizza le aspirazioni identitarie e la richiesta di determinare il proprio destino all’interno di un quadro identitario omogeneo”, sottolinea Salvador Cardus Ros su Limes (4).</p>



<p>Ma c’è anche un secondo aspetto da considerare, cioè cosa si intenda oggi per democrazia, e in che modo essa vada esercitata. In Europa infatti si sta assistendo a una tensione emergente fra accezioni diverse di democrazia: una enfatizza il principio di legalità, l’altra l’importanza della partecipazione attiva dei cittadini. Molti dei problemi attuali europei derivano da questa tensione. Gli eventi catalani sono il risultato non soltanto della complessità della politica interna spagnola, ma riflettono anche il problema più strutturale di come si stia evolvendo la democrazia in Europa. Mentre la Ue considera prioritario il principio di legalità, l’unione aspira chiaramente a trascendere i concetti tradizionali di sovranità nazionale.</p>



<p>Come ha sottolineato anche Gabriela Cana su El Pais, “se i cittadini non hanno la possibilità di influenzare le regole e una loro applicazione equa e uguale per tutti, allora non è possibile che vi sia una nozione pienamente democratica del ‘principio di legalità’, con il rischio che la legalità, invece di essere al servizio della democrazia, serva a mascherare un concetto ristretto di legittimazione politica. E su questo tema gli Stati membri possono raggiungere livelli di ipocrisia stupefacenti”.</p>



<p>Proprio come la Spagna, che in anni recenti è stata criticata dal Consiglio europeo per il crescente controllo politico del potere giudiziario, e che ora chiede alla Catalogna la stretta osservanza di quel principio di legalità che essa stessa ha ripetutamente violato. Perché dunque la Ue non considera la crisi catalana una questione europea? Messa di fronte al fallimento della cura a base di austerity e alle conseguenze dell’espropriazione di sovranità in favore di un’Europa costruita intorno alla moneta unica (e che pertanto si occupa solo di finanza, non di politica), per Bruxelles è venuto il momento di accantonare la vecchia idea di “unità nella diversità” in nome di un principio legalistico che salvaguardi la pietra angolare dell’Unione così come è oggi concepita: il vecchio, amputato e inutile Stato nazionale. E il modo più semplice per farlo è tenersi accuratamente alla larga dal piano politico (una seria riflessione metterebbe immediatamente in luce quali siano i veri problemi), e affrontare la questione unicamente sul piano del diritto.</p>



<p>Non che il principio di legalità sia di per sé dannoso, come non lo è quello di non ingerenza, ma l’esimersi dallo sviluppare una dimensione politica comunitaria rende la discussione sterile e la prospettiva miope. Se un’istituzione sovranazionale come la Ue, teoricamente votata al superamento delle barriere fisiche e giuridiche fra gli Stati, demanda alla sovranità nazionale spagnola la gestione di un problema politico in grado di far crollare l’intera architettura comunitaria, è perché tale istituzione si ritrova vittima di un malinteso che essa stessa ha grandemente contribuito a creare. Se gli indipendentisti catalani, ma anche quelli scozzesi, fiamminghi, bavaresi, veneti o lombardi continuano a invocare la chimera europea è perché oggi, come ha ben scritto anche Maronta su Limes, “assistiamo alla pragmatica dismissione del sogno regionalista da parte dei suoi stessi fautori. Al contempo, cogliamo i frutti di decenni di retorica europeista, in cui la tanto decantata sussidiarietà, concetto squisitamente amministrativo, assurge a sinonimo di democrazia”.</p>



<p>“La contrapposizione vera non è fra l’Europa degli Stati e l’Europa delle regioni, ma fra un’Europa guidata da un’autorità sovranazionale molto forte, cioè un’Europa federale, e un’Europa delle nazioni”, così affermava Romano Prodi in un’intervista rilasciata nel 2014 al Corriere del Trentino. Ed è chiaro, o almeno lo sembrava allora, che, in vista del super Stato europeo, lo Stato nazionale era destinato a diventare sempre più marginale, e in prospettiva a eclissarsi, lasciando le diverse identità regionali libere di dialogare direttamente con le istituzioni sovranazionali.</p>



<p>L’Europa, insomma, era stata pensata per diventare la “casa comune” di ogni regionalismo. Così, oggi che il progetto di questa “casa comune” è stato abbandonato in nome di una burocrazia tecnicistica, ci ritroviamo stretti fra uno Stato nazionale inservibile, perché privato di gran parte della sua sovranità, prima di tutto in tema di politica economica (l’adesione all’euro e alle regole di Maastricht hanno reso impossibile quella flessibilità che, almeno per alcuni Paesi, fra cui proprio la Spagna, sarebbe stata necessaria per risolvere velocemente la crisi), e problemi impossibili da risolvere a livello locale perché di dimensione globale: “Il naturale approdo di questa visione è un’Europa indistintamente glocale e idealmente a-gerarchica, che fa volentieri a meno dello Stato, il quale, già troppo piccolo per le sfide della globalizzazione, è oggi invece un’intollerabile camicia di forza che imbriglia le dinamiche comunità locali”, scrive Maronta.</p>



<p>Ma, come dice Varoufakis, la soluzione di un problema causato in larga parte dalla crisi del sistema non può essere né abbandonare alla deriva pezzi di nazioni in balia di tensioni globali impossibili da gestire a livello regionale, e nemmeno continuare a far finta che gli Stati nazionali possano, con una cura di austerità, risolvere tutti i loro guai. Se è vero che la questione è europea, l’unica alternativa corretta è “europeizzare la soluzione”. Perché non si può sempre chiedere ai cittadini di scegliere fra Le Pen e Dijsselbloem.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.repubblica.it/esteri/2017/11/02/news/spagna_la_procura_chiede_il_carcere_per_tutto_il_governo_catalano-180033330/" target="_blank"><em>&nbsp;Catalogna, in carcere vicepresidente e 7 ministri. Chiesto mandato d’arresto europeo per Puigdemont,</em></a>&nbsp;Repubblica, 2 novembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">2) Manuel Castells,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lavanguardia.com/opinion/20170916/431305749594/represion.html" target="_blank"><em>Represion</em></a>, La Vanguardia, 16 settembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">3) Yanis Varoufakis,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.socialeurope.eu/spains-crisis-europes-opportunity" target="_blank"><em>Spain’s Crisis Is Europe’s Opportunity</em></a>, Social Europe, 9 ottobre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">4) Salvador Cardus Ros,&nbsp;<em>Madrid se l’è cercata</em>, Limes, novembre 2017</p>
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			</item>
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		<title>Catalogna: la destra unionista e identitaria</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/catalogna-la-destra-unionista-e-identitaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 08:31:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[catalogna]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa si muove a destra: tra conservatorismo e neofascismo falangista, e Nuova destra unionista e identitaria]]></description>
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<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-55-dicembre-2017-gennaio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 55, dicembre 2017 &#8211; gennaio 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa si muove a destra: tra conservatorismo e neofascismo falangista, e Nuova destra unionista e identitaria</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La situazione catalana è complessa (1). Nonostante la presenza di molti soggetti coinvolti nel movimento indipendentista – che vede in Italia, fra i suoi supporter, settori della sinistra assieme alla Lega Nord, che mira a recuperare quello zoccolo duro<em>&nbsp;padanista</em>, ormai deluso dal nuovo corso lepenista del partito, anche se la divisione interna sembra accentuarsi vista la decisione salviniana di eliminare la parola&nbsp;<em>Nord</em>&nbsp;dal logo della formazione per le prossime elezioni, e la nascita di soggetti che potrebbero raccogliere quell’eredità autonomista, come Grande Nord – pochi sono i leader realmente autorevoli, e la sfida per l’indipendenza è condivisa da ideologie opposte. La leadership proviene da quattro formazioni politiche: il Partito democratico europeo catalano (destra moderata), Esquerra repubblicana di Catalogna (sinistra), Candidatura di Unità Popolare (estrema sinistra movimentista) e una frazione del movimento Podemos (sinistra ‘populista’).</p>



<p>Insomma un fronte trasversale e variegato, composto anche da una frangia di centrodestra il cui leader, Artur Mas, è uno dei padri del referendum d’ottobre e discepolo di Jordi Pujol, guida dei nazionalisti di destra catalani e presidente della Catalogna dal 1980 al 2003. Ciò significa che se è senz’altro vero che l’estrema destra spagnola è scesa in piazza contro la secessione, sarebbe errato, come hanno fatto alcuni settori della sinistra italiana, leggere nell’indipendentismo un progetto socialista o addirittura anticapitalista, vista non solo la presenza di un’area di destra ma alcuni interessi economici, tutt’altro che solidali, che si muovono dietro il progetto secessionista (2).</p>



<p>Il quotidiano spagnolo La Vanguardia riportava a fine settembre le dichiarazioni di Mas sulle tensioni con il governo di Madrid: “Stiamo vivendo una repressione pura e dura […] che è indirizzata direttamente a distruggere persone e famiglie. È uno stato di polizia […] anche se non è successo ancora dal punto di vista amministrativo, la Spagna ha già perso la Catalogna” (3). La proposta indipendentista di Mas è arrivata dopo gli scandali di corruzione all’interno del suo ex partito, Convergència Democràtica de Catalunya, poi scioltosi e divenuto nel luglio 2016 l’attuale Partito democratico europeo catalano: una scelta utile per prendere le distanze dalla vecchia formazione e rilanciarsi nell’agone politico con la nuova, dopo essere stato presidente della Generalit dal 2010 a gennaio 2016.</p>



<p>Resta il fatto che l’acuirsi dello scontro fra lo Stato spagnolo e Barcellona ha visto le diverse organizzazioni di sinistra in prima fila a favore dell’indipendenza catalana nelle manifestazioni secessioniste – nonostante non tutta la sinistra sia per la scelta indipendentista, si pensi alla posizione del Partito comunista di Spagna e di Izquierda Unida, favorevoli al mantenimento dell’unità spagnola entro la cornice di una Spagna unita ma federale, repubblicana e soprattutto socialista (4) – e questo ha spinto l’estrema destra catalana, unionista, ad alzare la testa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una destra fra conservatorismo e neofascismo falangista</h4>



<p>In Europa sta prendendo piede una destra populista e xenofoba, alcune volte più o meno ricollegabile a ideologie naziste o neofasciste, altre di matrice postindustriale. In Spagna no. Le ragioni sono storiche: nel Paese l’unico movimento assimilabile al fascismo fu la Falange de la Jons, di José Antonio Primo de Rivera, Ledesma Ramos e Onesimo Redondo. Una formazione sociale (o nazionalsindacalista, come amavano definirsi i falangisti) composta soprattutto da giovani intellettuali, artisti anticonformisti degli anni ’30, simile sotto tutti gli aspetti alla ‘sinistra fascista’ diaciannovista – la quale si nutriva del mito del&nbsp;<em>Manifesto di San Sepolcro</em>&nbsp;e che, dopo l’emarginazione entro il Pnf per via delle politiche ‘moderate’ di Mussolini, risorgerà dalle velleità populiste della Repubblica sociale italiana – o alla ‘sinistra nazionalsocialista’ (5).</p>



<p>Una destra sociale, quella falangista, che verrà spiazzata dall’<em>alzamiento</em>&nbsp;del 18 luglio del 1936, mentre i suoi vertici si trovavano a Madrid, cadendo nelle mani dei repubblicani che li fucilarono nei primi tre mesi della guerra civile. I pochi sopravvissuti, tutte seconde file, combatterono con i nazionali di Francisco Franco che usò i loro simboli, li strumentalizzò, ma li mise ai margini della politica, specie nel dopoguerra.</p>



<p>Il suo erede diretto è stato, dissoltosi il regime nel 1975, Alianza popular prima e l’attuale Partito popolare (Partido popular, PP) di Rajoy poi, movimento conservatore membro del Ppe, caratterizzato dal forte nazionalismo spagnolo. “Anche se ha un fondo ideologico socialmente più moderato rispetto a quanto molta gente crede, l’agenda nazionalista del PP ha ‘penalizzato’ il partito in tutta la Catalogna, in quanto le dichiarazioni anti-migranti e quasi xenofobe dei suoi leader lo hanno fatto sembrare di estrema destra.</p>



<p>Il PP è, in realtà, il partito spagnolo più potente, conservatore socialmente e liberale economicamente. Fu fondato da un ex-ministro di Franco, Manuel Fraga nel 1979, ed è un partito che non ha mai condannato il franchismo”, spiega Victor Solé, responsabile delle Relazioni internazionali presso il Collegio di studi Politici e Sociali della Catalogna (Colpis). Insomma, una sorta di Alleanza nazionale o di Fratelli d’Italia in ‘salsa spagnola’, erede postfascista del regime franchista (come la destra finiana e quella meloniana lo erano del Msi e del fascismo mussoliniano), ma alla guida dei moderati iberici; dunque una destra non estrema al fianco di quella nostalgicamente legata al passato franchista, di fatto inglobata al suo interno.</p>



<p>A tutt’oggi il Partido popular, con tutte le sue anime (centrista-liberale, tecnocratica e cattolico-nazional-tradizionalista) ha occupato interamente la parte destra dello spettro parlamentare, e l’opposizione di sistema si è incarnata in fenomeni riconducibili alla sinistra democratica o anti-capitalista, basti pensare alla breve stagione degli Indignados sfociata in Podemos. Il giornalista Tobias Buck spiegava questo fatto, nel gennaio 2017 sul Financial Times, con l’ancora relativa vicinanza della fine della dittatura; l’area populista è stata quindi interamente riempita da Podemos.</p>



<p>Secondo Carmen González Enríquez, analista del centro studi Real Instituto Elcano, “l’abuso di simboli nazionali e dei riferimenti all’identità nazionale durante il regime franchista ha causato una reazione che ancora persiste. L’opposizione democratica al regime ha rifiutato l’esibizione dei simboli nazionali, dall’inno nazionale alla bandiera, e il nazionalismo spagnolo è stato completamente escluso dalla loro retorica. Al posto della Spagna, i democratici hanno scelto di guardare all’Europa”.</p>



<p>Ma ora l’accelerazione dell’indipendentismo catalano e una quasi parallela ripresa del separatismo basco (mai venuto meno, a dir la verità), sta alimentando una situazione che va nella direzione di favorire l’avanzata in piazza delle destre più radicali, che si sentono libere di agire. L’estrema destra spagnola, però, oltre a non essere particolarmente radicata, è una galassia frastagliata, composta da soggetti ultracattolici e da nostalgici del franchismo (in minor misura, poiché il grosso supporta il Partido Popular) o del citato falangismo di cui, caduto il regime, era rimasto assai poco, se non simboli e sedi vuote e un certo spirito minoritario di matrice anti-borghese e simultaneamente anti-marxista – che negli anni ‘70 ebbe anche delle ricadute ‘nazimaoiste’, si pensi al movimento Lucha de Pueblo, “un gruppo semiclandestino attivo a Barcellona”, antifranchista con venature falangiste e peroniste (6).</p>



<p>Dopo il regime si sono sviluppate formazioni come Fuerza Nueva, con molti militanti ma pochi voti, capaci di eleggere sempre e solo il deputato Blas Pinar, notaio nostalgico di Franco e legato agli ambienti militari, tanto che fu l’unico deputato rimasto tranquillamente al suo posto in Parlamento quando il tenente colonnello Tejero tentò il colpo di Stato il 23 febbraio del 1981. Uno dei punti in comune di questa galassia è, ovviamente, la critica a ogni forma di separatismo e anche di autonomia locale, da quella catalana a tutte le altre presenti in Spagna. Formazioni come Alianza Nacional e Democracia Nacional, eredi di Fuerza Nuova, entrambe vicine all’iconografia tipica del neonazismo, insieme alla mai del tutto defunta Falange Espanola, hanno quindi dato vita a un’area decisa a contrastare in ogni modo “la deriva disgregatrice dell’Hispanidad”.</p>



<p>Già negli ultimi anni si erano evidenziate per atti dimostrativi contro l’immigrazione e l’indipendentismo catalano, come l’assalto ai locali della Delegación del Govern de la Generalitat catalana a Madrid l’11 settembre 2013, in occasione della Diada, la festa della Catalogna, durante il quale militanti falangisti fecero irruzione nel locale e distrussero alcune installazioni e mobili nella sala del centro culturale, interrompendo la riunione, spintonando i presenti e salendo sul palco con bandiere spagnole al grido di “La Catalogna è Spagna”; azione per cui il leader della Falange venne arrestato. Con la tensione nata tra Madrid e Barcellona le provocazioni sono aumentate: si pensi alle scritte di chiara matrice falangista (“Morte al separatismo, Viva la Spagna”) comparse lo scorso settembre, quindi ancor prima del referendum, sui muri del Matadero, il centro culturale madrileno dove doveva tenersi un convegno sul diritto a decidere dei catalani, organizzato dalla sinistra locale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una Nuova destra identitaria: Plataforma per Catalunya</h4>



<p>Una formazione populista tuttavia è nata, e cerca di staccarsi di dosso l’etichetta palesemente neofascista senza passare per moderata: è Plataforma per Catalunya (PxC). “Primer els de casa” (“Prima quelli di qui”) è il motto in catalano del partito, ma la cosa non deve trarre in inganno: PxC non è affatto un partito indipendentista, bensì un movimento appartenente alla galassia della destra identitaria, che ha ottenuto successi in Catalogna con un programma anti-immigrazione e anti-islamico, raccogliendo circa 75.000 voti alle regionali del 2010 (con una media generale del 3%, ma con punte del 15 e del 19% in alcune località) e balzando alle cronache nazionali per l’elezione di ben 67 consiglieri comunali l’anno successivo, fatto che ha spinto El Paìs del 9 maggio 2011 ad affermare che “la xenofobia mette radici” nella regione.</p>



<p>Platforma per Catalunya è un movimento federalista etno-identitario di estrema destra, che ha fatto della ‘liberazione’ della regione dall’immigrazione e dal centralismo spagnolo una bandiera, e risulta essere la più consistente formazione dell’ultradestra catalana, con circa 10.000 militanti, come indicano certe inchieste (7). Fondata dall’ex esponente di Fuerza nueva, Josep Anglada, nel 2002, PxC è imparentata con una galassia politica nota ai lettori di Paginauno, ovvero la destra identitaria regionalista: è infatti una versione catalana dei francesi del Bloc identitaire e degli italiani di Generazione identitaria – divenuti più noti alle cronache la scorsa estate per la missione anti-Ong&nbsp;<em>Defend Europe</em>&nbsp;– e fa capo a quell’area nata nei primissimi del decennio scorso in zona franco-belga da una costola di Synergies européennes (a sua volta separatasi nel 1993 dal Grece, la principale associazione metapolitica europea impegnata nell’elaborazione delle riflessioni della nouvelle droite di Alain de Benoist) e da certi settori militanti nazionalbolscevichi gravitanti intorno a Unité radicale e all’associazione culturale francese Terre et peuple, animata da Pierre Vial, storico esponente del Grece (8).</p>



<p>Un’area che si è sviluppata “come evoluzione dei gruppi che cercano di raccogliere le aree giovanili della nuova ed estrema destra”, con l’idea di costruirsi “sotto l’emblema di una presunta cultura identitaria” rifacendosi “alle tradizioni identitarie dei popoli europei”, compresa “l’attenzione alle piccole patrie, ai regionalismi, ai dialetti”, nota il giornalista e studioso delle destre Guido Caldiron, attualizzando in chiave islamofoba le direttrici della nouvelle droite di de Benoist (9).</p>



<p>Così come la gran parte dei militanti del Bloc identitaire viene da formazioni extraparlamentari situate per lo più alla destra del Front national, così quelli di Plataforma per Catalunya provengono da quella stessa ultradestra che si nutre di slogan unitaristi. L’area identitaria, infatti, nasce da un pugno di militanti provenienti da Fuerza nueva e da gruppi radicali dell’ultradestra neonazista spagnola attivi negli anni ’80 e ’90, come l’Aliansa por la unidad nacional o il network Cedade, radicato proprio a Barcellona.</p>



<p>Occorre notare, e sembra teoricamente un controsenso ma non lo è se si guardano i legami, che il nuovo leader di PxC, August Armengol – dato che il fondatore Anglada è stato espulso nel 2014 dal partito per “deficienze nelle gestione”, sostituito da Xavier Simó, ed è andato a fondare la piccola e velleitaria formazione Somi, cioè “Somos identitarios” (10) – sul referendum indipendentista ha lanciato lo slogan “Non votare, non votare e non votare”, commentando su Facebook: “Siamo profondamente catalani e, quindi, profondamente spagnoli” e “la Spagna non voterà”.</p>



<p>A conferma di questo legame con l’estrema destra unionista, nonostante il rimando identitario regionalista e, in teoria, a-fascista, ci sono anche i filmati di comizi di Josep Anglada, con tanto di giovani skinhead fra il pubblico, molti dei quali tatuati con svastiche, croci celtiche e T-shirt del&nbsp;<em>White Power</em>, documentati dal dossier&nbsp;<em>Informe 2012. L’estat del racisme a Catalunya,</em>&nbsp;redatto dai militanti catalani di SOS Racisme e ripreso dall’emittente TV3 (11), e da alcune esternazioni di Anglada nel 2002: “Condivido molte idee degli skinhead, ma non è questo il momento di dirlo. Allo stesso modo, potrei dire che se fossi presidente ci metterei un’ora a ristabilire la pena di morte per i terroristi e i trafficanti… ma oggi dobbiamo costruirci ‘un’immagine’. In questo momento non mi conviene parlare chiaro” (12).</p>



<p>Terre et peuple, l’associazione neodestrista sopra citata, presente anche in Spagna con Tierra y pueblo (<a href="http://tierraypueblo.blogspot.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://tierraypueblo.blogspot.it/</a>), ha una sezione catalana, Tierra y pueblo–Catalunya, capace di organizzare eventi con l’autore Swami Satyananda Saraswati, catalano vissuto per oltre trent’anni in India e autore di&nbsp;<em>El Hinduismo</em>, libro utilizzato per ribadire l’importanza del sistema castale, “ejemplo vivo de la tradición hiperbórea” indo-europea (13). E i legami di PxC si spingono fino a formazioni come il Front national francese, il Vlaams Belang fiammingo, gli austriaci del Fpö e gli ambienti identitari della Lega Nord – si pensi alla presenza di Anglada, nel 2012, a un dibattito a Belluno organizzato dal Carroccio, assieme a Mario Borghezio.</p>



<p>Plataforma per Catalunya, al pari degli altri soggetti populisti di destra presenti in Europa, si è affermata fra i ceti svantaggiati, nella cintura periferica delle città catalane, chiedendo sicurezza sociale e misure securitarie contro gli immigrati irregolari, e la chiusura dei luoghi di culto islamici. Si è presentata per la prima volta a una tornata elettorale nel 2003, registrando costanti balzi in avanti: dai 4.900 voti delle elezioni autonome della Catalogna ai 12.000 del 2007 in quelle municipali, fino all’esplosione con 75.000 voti alle autonome del 2010; nelle municipali dell’anno successivo ha in sostanza mantenuto il consenso, registrando 66.000 preferenze e affermandosi anche in aree tradizionalmente di sinistra, indirizzando verso&nbsp;<em>los moros</em>&nbsp;gli strali xenofobi e trasformando i migranti nel capro espiatorio di una crisi economica che ha ben altre radici. E su tutto, nonostante il richiamo identitario regionalista, non vuol sentir parlare di secessione.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Baer,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/catalogna-europa/" data-type="post" data-id="1957" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Catalogna, Europa</a></em>, pag. 10</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. A. Bartoloni,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/le-radici-economiche-dell-indipendentismo-catalano" target="_blank"><em>Le radici economiche dell’indipendentismo catalano</em></a>, La città futura, 23 settembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">3) L. B. García,&nbsp;<em>Artur Mas: “El Estado español ya ha perdido a Catalunya”</em>, La Vanguardia, 26 settembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">4) Una testata comunista italiana che ha dato ampio spazio a queste riflessioni nate in seno al Pce spagnolo, sottolineando la strumentalizzazione economica delle ragioni secessioniste da parte della borghesia catalana ma condannando, contemporaneamente, la repressione del governo centrale di Madrid, è stata Marx21, organo dell’omonima associazione culturale vicina al neo-rinato Pci (l’ex Pdci) e presieduta dal filosofo hegelo-marxista di formazione lukàcsiana Domenico Losurdo. Cfr. a riguardo: F. Gallego,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.marx21.it/index.php/comunisti-oggi/in-europa/28469-il-referendum-del-1d-ottobre-in-catalogna-e-le-responsabilita-della-sinistra" target="_blank"><em>Il referendum del 1° ottobre in Catalogna e le responsabilità della sinistra, intervento durante l’incontro “Federalismo, Sinistra e Catalogna”</em></a>, Caum, 16 settembre 2017;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.marx21.it/index.php/comunisti-oggi/in-europa/28494-lappello-del-partito-comunista-di-spagna-alle-forze-progressiste-e-di-sinistra" target="_blank"><em>&nbsp;L’Appello del Partito Comunista di Spagna alle forze progressiste e di sinistra</em></a>, 21 ottobre 2017; e infine T. Cartalucci,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/28504-lindipendenza-catalana-cinque-cose-su-cui-riflettere" target="_blank"><em>L’indipendenza catalana: cinque cose su cui riflettere</em></a>, 25 ottobre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">5) “Un movimento di uomini e idee che si organizza dentro il partito (nazista, n.d.a.) con programmi, giornali e case editrici alternativi a quelli hitleriani, che aspira all’annientamento del capitalismo attraverso una forma di bolscevismo che non rinuncia al valore della Nazione e al ruolo dello Stato, che si ispira a quella sinistra nazionale tedesca erede di Lassalle, dei ‘socialisti della cattedra’, di Rodbertus; non a caso alcuni teorici della sinistra nazionalsocialista, come Otto Strasser, provenivano dalla sinistra socialdemocratica; e non a caso essi chiedevano, con il giovane Goebbels, addirittura l’espulsione di Hitler dal partito contestandone peraltro l’ossessivo antisemitismo che spostava l’attenzione da quello che essi consideravano il nemico principale: il capitalismo”. Cfr. M. Ingrassia,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.archiviostorico.info/interviste/5330-la-sinistra-nazionalsocialista-intervista-con-michelangelo-ingrassia" target="_blank"><em>La sinistra nazionalsocialista. Intervista con Michelangelo Ingrassia</em></a>, a cura di F. Algisi, Archivio storico.info, intervista che fa riferimento al libro di M. Ingrassia,&nbsp;<em>La sinistra nazionalsocialista. Una mancata alternativa a Hitler</em>, Siena, Cantagalli, 2011</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Archivio Antifascista,&nbsp;<em>Quando il fascismo si colora di rosso,</em>&nbsp;Umanità Nova, 12 novembre 2000</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. J. Romero,<em>&nbsp;Los cuatro grandes bloques de la extrema derecha en España</em>, Publico, 18 novembre 2007</p>



<p class="has-small-font-size">8) Rimando al riguardo a miei precedenti articoli:<em>&nbsp;Il Mouvement Identitaire francese: dal gramscismo di destra a Terre et peuple</em>, Paginauno n. 35/2014 e&nbsp;<em>Il Mouvement Identitaire francese: da Unité radicale al Bloc identitaire,</em>&nbsp;Paginauno n. 37/2014. Cfr. anche S. François, Réflexion sur le mouvement «Identitaire», parte 1 e 2, Fragments su les Temps Présents, 3 e 5 marzo 2009 e J.-Y. Camus, Le Bloc Identitaire, nouveau venu dans la familie de l’extrême droite, Rue89, 19 ottobre 2009, e per approfondimenti al mio saggio La Nuova Destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist, Edizioni Paginauno, 2014, pp. 175-218</p>



<p class="has-small-font-size">9) G. Caldiron,&nbsp;<em>Estrema destra. Chi sono oggi i nuovi fascisti?</em>, Newton Compton editori, 2013</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.plataforma.cat/noticies/2351/el-consell-executiu-destitueix-anglada-per-deficiencies-en-la-gestio.html" target="_blank"><em>&nbsp;El Consell Executiu destitueix Anglada per deficiències en la gestió</em></a>, 8 febbraio 2014, e&nbsp;<em>Plataforma per Catalunya expulsa a Josep Anglada del partido</em>, n. f., La Vanguardia, 31 marzo 2014</p>



<p class="has-small-font-size">11)&nbsp;<em>Informe 2012. L’estat del racisme a Catalunya</em>,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.sosracisme.org/wp-content/uploads/2013/03/Informe-Racisme-2012.pdf" target="_blank">http://www.sosracisme.org/wpcontent/uploads/2013/03/Informe-Racisme-2012.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cit. in J. Cantarero,&nbsp;<em>La huella de la bota</em>, Editiones Planeta, 2010</p>



<p class="has-small-font-size"><em>13) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://tierraypueblo.blogspot.com/2014/09/el-hinduismo-ejemplo-vivo-de-la.html" target="_blank">http://tierraypueblo.blogspot.it/2014/09/el-hinduismo-ejemplo-vivo-de-la.-html</a>&nbsp;e il libro El Hinduismo, colecció ‘Fragmentos’</em>, n. 26, Fragmenta Editorial, Barcelona, 2014</p>
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