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	<title>conflitto sociale &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>conflitto sociale &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>I would prefer not to. Conflitto non è solo scontro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-would-prefer-not-to-conflitto-non-e-solo-scontro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" data-type="post" data-id="8994" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Siamo in un periodo di grande trasformazione sociale e di maggiore incertezza rispetto al passato. Gli strascichi della pandemia, i conflitti armati, la riduzione del potere di acquisto delle famiglie, la stagnazione dell’economia […] sono tutti elementi che modificano in modo netto lo scenario. Siamo passati dalle certezze a un’incertezza continua. In questo scenario le aziende devono adeguare i loro posizionamenti” (1); perché “le persone oggi non comprano solo scarpe: cercano significato e visione. Il marketing non è più uno slogan, ma un dialogo continuo. Si passa dal comando netto e quasi autoritario a una domanda che riconosce le paure di insuccesso e l’ansia generazionale” (2). La prima citazione è di Sandro Castaldo, professore ordinario del Dipartimento di marketing dell’università Bocconi; la seconda è della giornalista Brittaney Kiefer, sulla rivista di marketing Adweek. Entrambe si riferiscono alla nuova campagna pubblicitaria della Nike lanciata a metà settembre, che ha visto lo slogan <em>Just</em><em> Do It</em>, coniato nel 1988, trasformarsi nel <em>Why Do It? “</em>Una preoccupazione forte degli italiani in passato era l’ambiente” continua Castaldo, “molti hanno constatato scarsi impatti nella pratica delle politiche ambientali e oggi le preoccupazioni sono altre […] Nell’attuale situazione di incertezza le nuove generazioni hanno bisogno di sapere il perché, ovvero il motivo profondo che dovrebbe spingere all’azione. […] Pertanto le aziende si adeguano cercando di cogliere questa esigenza di pragmatismo e riscontro empirico”.</p>



<p>In poche parole, la frustrazione, l’incertezza per il futuro, l’ansia da prestazione, la delusione, la sensazione di impotenza che le giovani generazioni vivono nell’attuale società capitalistica – sempre più competitiva e passata dal Green New Deal alla propaganda di guerra – vengono incorporate negli slogan pubblicitari e sfruttate, dallo stesso capitalismo che le crea, per alimentare i consumi e la profittabilità del capitale. Un circolo vizioso che intrappola la generazione Z, senza che essa riesca a opporre resistenza. I cosiddetti <em>nativi digitali </em>connessi h24, infatti, si ritrovano, nella gran parte, privi del bagaglio culturale che permetterebbe loro di elaborare un pensiero critico capace di disinnescare la dinamica capitalismo-consumismo, cogliendone i tratti sistemici e le perverse correlazioni. Una mancanza che non è unicamente causata dalla virtualizzazione del mondo prodotta dallo sviluppo digitale, ma di certo smartphone, chat e social hanno reso strutturale un approccio veloce e superficiale là dove prima regnava la lentezza dell’approfondimento, del ragionamento e della trasmissione del sapere. Se questa è la realtà per chi è nato tra la metà degli anni Novanta e il 2010, quella che attende la generazione Alpha rischia seriamente di essere peggiore. Definita la <em>generazione schermo, </em>i cosiddetti <em>screenager</em> sono venuti al mondo tra il 2010 e il 2024, e sono i primi umani che con tablet, smartphone e computer hanno intrattenuto uno stretto e costante rapporto fin dai primi vagiti. Che società stiamo costruendo per loro? Cosa gli consegniamo per difendersi da un futuro di frustrazione, ansia da prestazione, delusione, sensazione di impotenza?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro della generazione Alpha</h4>



<p>“Bambini che sempre più vengono letteralmente calmati, addormentati, svezzati attraverso lo smartphone […] padri che cullano l’infante tenendo sempre lo smarphone in mano. Poi madri che lo allattano mentre guardano lo smartphone. Infine genitori che lo guardano attraverso lo smartphone per fare un filmino dei suoi primi passi. Che cosa cambia in questi sguardi?” si chiede Simone Lanza ne <em>L’attenzione contesa. Come il tempo</em><em> schermo modifica l’infanzia</em> (Armando Editore, 2025)&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Il crimine di Castlereagh</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-crimine-di-castlereagh/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Le parole immortali di Bobby Sands. Lotta, resistenza e poesia: la tortura a Castlereagh]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le parole immortali di Bobby Sands. Lotta, resistenza e poesia: la tortura a Castlereagh</p>
</blockquote>



<p>Poesia tratta da <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</p>



<pre class="wp-block-verse">Incisi il mio nome e non per la fama<br>Sulla parete imbiancata,<br>“Bobby Sands è stato qui,” scrissi impaurito<br>Uno scarabocchio orrendo e tremante.<br>Lo scrissi in basso dove lo sguardo non ci arriva<br>Era soltanto per provare,<br>Che non fossi pazzo e non potevi a me dare la colpa<br>Se ero venuto qui a morire.<br><br>Sentii il crepitio di una spia strisciante<br>La guardia di ronda.<br>Pensai, sarebbe tutto inutile<br>Se mi beccassero a terra.<br>Le mie pupille danzanti parlavano chiaro,<br>Si muovevano come lingue di fuoco,<br>Quando, Cristo, sgranai gli occhi e a fissarmi<br>Fu il nome della morte di “Maguire” (1).<br><br>Mi feci pallido di paura era proprio la morte<br>E io immobile, un uccellino tremante,<br>Sentii lo sguardo, il pugno della guardia<br>Mentre inudito passava oltre.<br>Ma un pensiero s’arenò nella baia della mente,<br>Ancorato nel profondo, amico mio<br>Fu il nome di quell’uomo e il dolore crudele<br>Che lo condussero alla fine.<br><br>La luce splendeva di fiamma il giorno si fece notte<br>Ma a chi importa in quest’inferno,<br>Se la mente si è chiesta tutto il tempo<br>Quando lascerai la cella.<br>Se chi sa quando o ancora<br>Chissà se poi mai,<br>Se il prossimo crepitio o strisciante spia<br>Saranno il respiro della morte venuto per te.<br><br>Il pavimento era freddo con solo i calzini<br>Le scarpe qui sono proibite,<br>Perché potresti ammazzarti<br>Se fai un cappio coi lacci.<br>I torturati cercano una fine veloce<br>E i poliziotti questo lo sanno,<br>I cadaveri son muti e uomini camminano<br>Sul pavimento senza scarpe.<br><br>Sentivo lamenti e i gemiti di dolore<br>Provenire dalla cella di qualcuno.<br>E seppi che questo povero amico<br>Aveva di grosso da raccontare.<br>L’avevo sentito qualche ora fa camminare<br>Con un passo agile e leggero,<br>E poi tornare come un rottame<br>O chi ha perso un combattimento.</pre>



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			</item>
		<item>
		<title>La prigione della tortura – Blocco H</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-prigione-della-tortura-blocco-h/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Lotta, resistenza e poesia dalla “prigione della tortura – blocco H”: le parole immortali di Bobby Sands]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio – settembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<ul class="wp-block-list"></ul>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lotta, resistenza e poesia dalla “prigione della tortura – blocco H”: le parole immortali di Bobby Sands</p>
</blockquote>



<p>Poesia tratta da <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</p>



<pre class="wp-block-verse">Sulle piaghe altrui non dormiamo<br>Rosso è il sangue di ogni uomo,<br>E non lecchiamo le ferite del povero<br>Né beviamo le lacrime che egli versa,<br>Perché re e canaglie una tomba avranno<br>E i più poveri sono i morti.<br><br>E i più poveri sono i morti solitari<br>Che fissano un cielo di terra,<br>E da soli marciscono nella pelle e nelle ossa<br>Nel punto esatto in cui giacciono.<br>Ma ancor più poveri sono gli stupidi idioti<br>Che pensano di non morire mai.<br><br>Lo trovarono sul suo stesso uscio<br>Giaceva in una pozza cremisi,<br>Sorpresa negli occhi di morte di chi non capisce<br>A fissare vacui il giorno,<br>Era chiaro, non poteva immaginare<br>D’incontrare la morte sulla sua strada.<br><br>In una cassa di pino con su un drappo se ne andò.<br>In quel buco mai fece ritorno.<br>L’infame banda suonò il lamento di morte<br>Per l’agitarsi della sua stessa anima<br>Ma quell’anima subdola aveva torturato<br>E che bruciasse era giusto.<br><br>Il suo cappello nero sporco sulla cassa,<br>Affiancata da dodici uomini.<br>Dodici uomini cupi di quest’amico morto<br>Che la vendetta venne ad ammazzare,<br>Lo spettro che perseguita e che molti cattura<br>Aveva catturato anche questo stronzo qua.<br><br>La fossa è profonda, la fossa è fredda<br>Una tomba di argilla rossa e fangosa,<br>E mentre sotto il corpo marcisce<br>Sopra una primula fiorisce.<br>E allora non rabbrividite, non lagnatevi<br>Perché presto ci andranno tutti.<br><br>Terra alla terra, cenere alla cenere<br>Disse il parroco avvizzito,<br>Mentre argilla cospargeva in forti tonfi<br>Sordi da sopra il morto,<br>E copriva per sempre ormai<br>Quel demonio abbandonato dalla fortuna.<br><br>Perché aveva torturato, nientemeno<br>E per Dio l’aveva fatto a modo,<br>Perfidi sono i furbi codardi<br>E subdoli gli scaltri.<br>Ma bastardi sono gli odiati secondini <br>Che torturano un uomo quando è nudo.<br><br>Aveva torturato, nientemeno<br>Perché era un secondino, lui.<br>Eppure! Voci di lamenti si alzarono alte<br>Cosa mai aveva fatto il pover’uomo?<br>Soltanto quel che avevano fatto i pazzi<br>Agli ebrei silenziosi.<br><br>Seppellitelo allora e lasciatelo riposare<br>E suonate anche la marcia di ottoni<br>Ma sulla sua lapide di marmo, scrivete<br>“Qui giace un lurido secondino.”<br>Se si sa cos’ha fatto<br>Gli volteranno le spalle sputandoci sopra.<br><br>Non dormiamo sulle piaghe altrui<br>E non lecchiamo le ferite sanguinanti,<br>In enormi saloni di marmo<br>Nei fortini o nelle torri.<br>I prigionieri giacciono in abissi oscuri<br>Dietro le sbarre della prigione.</pre>



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			</item>
		<item>
		<title>Bobby Sands. Scritti dal carcere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/bobby-sands-scritti-dal-carcere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Riccardo Michelucci</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, questi testi di Bobby Sands raccontano non solo la forza della lotta di liberazione irlandese e la condizione carceraria, sua e dei compagni, ma rappresentano anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico</p>
</blockquote>



<p><strong>Pubblichiamo l’introduzione al libro <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bobby Sands. Scritti dal carcere. Poesie e prose</em></a>, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni, Edizioni Paginauno</strong></p>



<p class="has-drop-cap">Un giovane uomo avvolto in una coperta passeggia lentamente, a piedi nudi, nei pochi metri quadrati della sua cella, cercando di scansare i vermi e gli escrementi ammucchiati negli angoli del pavimento reso scivoloso dall’urina. Le sue narici sono ormai assuefatte all’odore nauseabondo di quel piccolo spazio chiuso, dal quale non esce quasi mai. Poi si ferma, si gratta la lunga barba e inizia a scrivere su uno spicchio di muro ancora vuoto. Stringe tra il pollice e l’indice la ricarica di una penna a sfera dalle dimensioni minuscole, circa due centimetri, che teneva nascosta all’interno del suo corpo. Mentre scrive resta in allerta, le orecchie ben tese, per captare ogni minimo rumore. I secondini possono piombargli in cella da un momento all’altro, confiscargli i suoi preziosi strumenti di scrittura e picchiarlo a sangue. Non appena riuscirà a tornare in possesso di una cartina di sigaretta o di un pezzo di carta igienica ricopierà le parti migliori di quanto ha scritto e cercherà di farle uscire all’esterno.</p>



<p>Viene da chiedersi come sia stato possibile, in circostanze simili, mantenere la concentrazione e la lucidità necessarie alla scrittura di testi politici, e ancor più comporre opere letterarie. All’interno dei Blocchi H, i “gironi infernali” del carcere di Long Kesh di Belfast nei quali, a partire dal 1976, furono rinchiusi in condizioni bestiali i repubblicani irlandesi impegnati nella lotta di liberazione, non era consentito scrivere, non venivano forniti fogli, penne, né alcun materiale di lettura. Eppure Bobby Sands riuscì a raccontare al mondo la sua condizione e quella dei suoi compagni, consegnandoci una testimonianza memorabile, che è anche uno straordinario atto d’accusa nei confronti dello Stato britannico. Durante le interminabili giornate in cella utilizzò la scrittura come strumento di lotta e di resistenza ma anche come terapia per cercare di sfuggire – almeno con l’immaginazione – alle mostruose condizioni nelle quali fu costretto a vivere per essersi rifiutato di accettare il regime carcerario imposto dagli inglesi. Di fronte alla quotidiana violenza dei secondini la parola era rimasta l’unica arma per conservare la dignità, e attraverso di essa i prigionieri riuscirono a sentirsi più forti del sistema che voleva ridurli al silenzio, sottomettendoli a regole che non erano disposti ad accettare.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Scritti-dal-carcere-Bobby-Sands.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="300" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/Bobby-Sands.jpg" alt="" class="wp-image-7389"/></a></figure>
</div>


<p>La scrittura divenne un atto supremo di resistenza anche perché si svolse nella totale clandestinità. Per cercare di sopravvivere all’interno del carcere di massima sicurezza di Long Kesh, Bobby Sands e i suoi compagni fecero ricorso a stratagemmi talmente ingegnosi da risultare quasi incredibili, e destinati a diventare leggendari. Per passare da una cella all’altra minuscole sigarette rollate con cartine di fortuna facevano scivolare una piccola cordicella sotto la porta che aveva la fessura più ampia, fino a farla arrivare dall’altra parte del corridoio. Era un’operazione assai complicata e pericolosa, perché i secondini erano sempre all’erta e spesso si aggiravano per i corridoi del braccio in punta di piedi, cercando di cogliere di sorpresa i detenuti. Per un po’ riuscirono anche a passarsi piccoli oggetti dalle finestre usando strisce di tessuto strappate dalle coperte, alle cui estremità legavano un peso morto, ma poi le guardie se ne accorsero e sigillarono ermeticamente le finestre con tavole e lamiere ondulate. I prigionieri, però, non si persero d’animo e sui muri delle celle, in corrispondenza delle tubature, ricavarono dei piccoli buchi che consentivano di far passare da una cella all’altra le sigarette e l’acciarino per accenderle. Un pezzo di vetro, una piccola pietra e un batuffolo di lana erano sufficienti per fabbricare un acciarino rudimentale ma perfettamente funzionante. Facevano quindi uno stoppino, lo accendevano e passavano con cautela il materiale incandescente da una cella all’altra, fino a quando non erano riusciti tutti ad accendersi una sigaretta di fortuna.</p>



<p>Allo stesso modo escogitarono una serie di tecniche per comunicare tra loro&#8230;</p>



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</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Crisi strutturale. La debolezza del lavoro, fra globalizzazione e tecnologia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/crisi-strutturale-la-debolezza-del-lavoro-fra-globalizzazione-e-tecnologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:27:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[delocalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
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					<description><![CDATA[Lavoro, globalizzazione, tecnologia: perché la Fed ha modificato il suo target di inflazione? Le relazioni della Banca dei Regolamenti Internazionali contengono da anni grafici su lavoro, produttività e potere negoziale dei lavoratori. La fotografia di una crisi strutturale da cui il capitalismo cerca di uscire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre &#8211; novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lavoro, globalizzazione, tecnologia: perché la Fed ha modificato il suo target di inflazione? Le relazioni della Banca dei Regolamenti Internazionali contengono da anni grafici su lavoro, produttività e potere negoziale dei lavoratori. La fotografia di una crisi strutturale da cui il capitalismo cerca di uscire.</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse"> “La moderata crescita dei salari è un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori.”
Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, giugno 2017</pre>



<p class="has-drop-cap">Jackson Hole, 27 agosto: puntuale si tiene il simposio annuale tra le principali banche centrali mondiali. Jerome Powell, presidente della Fed, pronuncia quello che immediatamente gli analisti economici definiscono un “discorso epocale”: il 2% non è più il tasso di inflazione annuo sul quale la Banca centrale americana baserà la propria politica monetaria. È un numero che anche l’Europa conosce, perché target di inflazione per la stessa Bce. Che significa? Perché il 2% e perché questo cambio di direzione?</p>



<p>Non ci interessa in questa sede affrontare aspetti finanziari già trattati su queste pagine – quanto la politica monetaria espansiva messa in atto negli ultimi anni dalle banche centrali non abbia portato denaro all’economia reale ma a quella finanziaria, alimentando bolle obbligazionarie e azionarie (1), e dunque come anche questa mossa della Fed finirà per percorrere la stessa strada –: ciò che qui preme analizzare è il significato nascosto di questo cambio di passo, che riguarda la realtà del mondo del lavoro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La curva di Phillips</h4>



<p>Nel 1958, A.W. Phillips elabora un modello, che diviene noto come la “curva di Phillips”. Appoggiandosi a dati empirici – serie storiche inglesi dal 1861 al 1957 – l’economista mette in relazione disoccupazione e inflazione e afferma che quando la prima scende, la seconda sale. In altre parole, a un aumento dell’occupazione della forza lavoro corrisponde un aumento dell’inflazione. Il ragionamento è il seguente: quando l’economia è in fase di crescita, le imprese cercano manodopera; la disoccupazione dunque diminuisce; nella logica della domanda/offerta, a fronte di richiesta di lavoro ci sono sempre meno lavoratori, dunque questi ultimi hanno più forza contrattuale e possono chiedere salari più alti; per mantenere inalterato il tasso di profitto, le imprese rispondono al maggior costo del lavoro con un rialzo dei prezzi di vendita, merci o servizi che siano; i lavoratori chiedono allora un incremento dei salari, per mantenere il potere d’acquisto; le imprese quindi aumentano ancora i prezzi&#8230; e via di seguito: si innesca una spirale prezzi-salari che spinge verso l’alto l’inflazione.</p>



<p>La curva di Phillips segnò un passaggio importante, perché consentiva ai <em>policy maker</em> (governi o banche centrali) di scegliere un punto sulla curva dove posizionare un target, considerato di ‘equilibrio’, tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione – da qui il doppio mandato della Fed, stabilità dei prezzi e piena occupazione, che non ha invece la Bce, di impianto ordoliberista, che si ferma al primo obiettivo. Il 2% era questo: quel punto che doveva corrispondere a crescita economica, inflazione sotto controllo e un tasso di disoccupazione considerato ‘naturale’, ontologico al sistema. Sul target del 2% si muovevano quindi le politiche monetarie: la Fed teneva d’occhio gli scostamenti, in aumento o diminuzione, della disoccupazione reale rispetto al tasso ‘naturale’, e vigilava sull’inflazione (2). A una fase di crescita economica eccessivamente rapida rispondeva con politiche restrittive, <em>raffreddando</em> l’economia per evitare la spirale prezzi-salari; a una di stagnazione o recessione reagiva con politiche espansive, per spingere le imprese a investire e produrre e quindi ad assumere forza lavoro.</p>



<p>Fin qui, la teoria. E per quanto abbandonata da molti economisti dopo la crisi degli anni ‘70, e da altri aggiornata con l’inserimento di una maggiore complessità nelle variabili dell’inflazione e della disoccupazione, la curva di Phillips è rimasta fino a oggi la base delle politiche delle banche centrali.</p>



<p>A Jackson Hole, Powel dichiara che “la curva di Phillips si è appiattita” (3). Da qui l’abbandono del target del 2%, che non sarà più un riferimento su base annua ma diventerà una “media” calcolata per un “certo periodo di tempo” – c’è chi parla di cinque anni ma Powel non ha specificato termini temporali, ritagliando quindi per la Fed piena libertà di movimento. Se anche l’inflazione dovesse superare il 2% annuo, dunque, a seguito di un’impennata dell’economia nella fase post Covid, la Banca centrale americana non attuerà politiche restrittive ma continuerà con quelle espansive: bassi tassi di interesse, fiumi di denaro immessi nel sistema. Darà priorità, stando alle parole di Powel, al ‘secondo’ mandato della Fed, ossia la piena occupazione – ora che la crisi da coronavirus ha bloccato l’economia statunitense e allungato le file dei disoccupati che chiedono sussidi – mettendo in stand-by l’obiettivo della stabilità dei prezzi.</p>



<p>Sulla carta, è certamente così. Ma il punto, omesso nei discorsi ufficiali e nelle analisi dei quotidiani economici, è: perché la curva di Phillips si è appiattita?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il lavoro</h4>



<p>“L’espansione economica da record che si è conclusa all’inizio di quest’anno” afferma Powel a Jackson Hole, “ha portato al miglior mercato del lavoro che abbiamo visto da tempo. Il tasso di disoccupazione ha oscillato per circa due anni vicino ai minimi storici registrati da cinquant’anni, ben al di sotto della maggior parte delle stime del suo livello sostenibile (il tasso ‘naturale’ di disoccupazione, <em>n.d.a.</em>). […] [Tuttavia] un mercato del lavoro così forte non ha innescato un significativo aumento dell’inflazione”. Powel sta dicendo che la relazione disoccupazione-inflazione non c’è più; sta dicendo che la quasi piena occupazione registrata negli ultimi due anni dall’economia americana (vedi grafico 1, pag. 9) non ha portato alla spirale prezzi-salari: l’inflazione non è infatti cresciuta (vedi grafico 2, pag. 10). La ragione di questa ‘anomalia’, che sovverte la teoria alla base della curva di Phillips, sta tutta nel cambiamento avvenuto nella realtà del mondo del lavoro. Un cambiamento che i <em>policy maker</em> ben conoscono, perché fotografato da anni dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="600" height="168" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-2.jpg" alt="" class="wp-image-4591" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-2-300x84.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Tasso di disoccupazione USA. Fonte: USA Bureau of Labor Statistics, <a href="https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet">https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet</a></figcaption></figure>
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<p>“L’appiattimento della curva di Phillips sembra essere iniziato negli anni Ottanta e aver proseguito gradualmente negli anni successivi” scrive la BRI nella sua relazione annuale del giugno 2014 (4): globalizzazione e tecnologia le due cause principali. In poche parole, la BRI afferma che anche se l’occupazione cresce, il potere contrattuale dei lavoratori è divenuto talmente debole che i salari non aumentano, e quindi non si innesca la spirale prezzi/salari e l’inflazione resta bassa. Vediamo i dettagli.</p>



<p>Globalizzazione. Nelle aree a capitalismo avanzato, come gli Stati Uniti e l’Europa, le aziende hanno delocalizzato nei Paesi emergenti, a basso costo del lavoro: i lavoratori statunitensi ed europei si sono quindi trovati in competizione, sul livello dei salari, non più sul piano interno, circoscritto dai confini nazionali, ma su quello internazionale; di conseguenza, anche registrando una quasi piena occupazione interna, non hanno la forza per negoziare aumenti salariali. “Molte imprese internazionali, in particolare, hanno già delocalizzato parte dei loro processi produttivi nelle economie emergenti con ampia offerta di manodopera. E sussiste ancora margine per farlo. […] Alla stessa stregua, i salari interni non possono essere troppo diversi da quelli in altri Paesi che producono beni analoghi destinati ai mercati internazionali, pena la delocalizzazione della produzione all’estero” scrive la BRI nel 2014.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="600" height="176" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/2-1.jpg" alt="" class="wp-image-4592" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/2-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/2-1-300x88.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Tasso di inflazione annuale USA. Fonte: USA Bureau of Labor Statistics, <a rel="noreferrer noopener" href="https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet" target="_blank">https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet</a></figcaption></figure>
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<p>E ancora, nella relazione annuale del 2017 (5): si è avuta una “straordinaria crescita delle forze di lavoro a livello mondiale. Negli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila l’apertura dei Paesi asiatici e di quelli dell’ex blocco sovietico ha pressoché raddoppiato le forze di lavoro <em>effettivamente </em>disponibili nel sistema commerciale internazionale. Più di recente, un’ulteriore integrazione economica e una maggiore partecipazione alle catene del valore mondiale hanno rafforzato la concorrenza internazionale nei mercati del lavoro. […] La globalizzazione economica ha favorito una maggiore sostituibilità tra i vari Paesi non solo dei prodotti e servizi intermedi e finali ma anche dei lavoratori. In particolare, la rapida espansione delle catene di valore mondiali registrata negli ultimi decenni si è tradotta in una maggiore competitività in materia di formazione dei prezzi e dei salari tra i vari Paesi. Nel caso dell’occupazione, ciò ha significato una maggiore esposizione alla concorrenza internazionale, direttamente attraverso gli scambi commerciali e indirettamente tramite la minaccia di delocalizzazione della produzione in altri Paesi nelle catene di produzione internazionali”. È una realtà che ormai tutti noi ben conosciamo, e che ha visto la nascita della categoria dei <em>working poor</em>: lavoratori con salari sotto il livello minimo di sussistenza. È ciò che è stato fotografato da quattro studiosi della Cornell University con l’indice “US Private Sector Job Quality Index” (JQI), pubblicato a novembre 2019: nel 1990 il 52,7% dei lavori statunitensi era già di “bassa qualità”, ossia con retribuzioni che non consentivano di “provvedere alle proprie necessità”; nel luglio 2019 la percentuale era salita al 63%. Lo studio definisce “strutturale” il cambiamento e individua la causa proprio nel processo di delocalizzazione, attuato grazie alla globalizzazione, che prima ha interessato il comparto manifatturiero, poi anche quello dei servizi ad alto valore aggiunto (6).</p>



<p>“Da tempo le nuove tecnologie hanno un impatto significativo sui processi di produzione e sulla domanda di manodopera qualificata nelle economie avanzate. In un contesto caratterizzato dallo sviluppo sempre più rapido e dalla crescente versatilità delle attuali tecnologie della robotica, la manodopera del settore manifatturiero è sottoposta a nuove sfide. Allo stesso tempo, anche l’occupazione nel settore dei servizi, per la quale fino a ora la maggiore efficienza della robotica ha rappresentato una minaccia minore, comincia a mostrare una più grande vulnerabilità a tale fenomeno” scrive la BRI nel giugno 2017. Robotica, IA e tutto ciò che ne consegue riduce il numero dei lavoratori impiegati, aumentando la disoccupazione, ma quelli che rimangono a casa sono lavoratori <em>obsoleti</em>, privi della formazione oggi richiesta: fuoriescono dunque dal mercato. Rinunciando a cercare lavoro, non sono registrati dal tasso di disoccupazione (7) e vanno a ingrossare le fila dei cosiddetti “inattivi”. Il dato sulla disoccupazione quindi – anche quando registra una quasi piena occupazione – è un dato falsato.</p>



<p>Ma soprattutto, la tecnologia aumenta la produttività, mentre le retribuzioni, per la dinamica della competizione globale tra lavoratori, non crescono di pari passo, come mostra il grafico 3 (pag. 11) che fotografa la situazione nelle economie dei Paesi del G7 (8): gli aumenti salariali, quando riconosciuti, sono inferiori alla produttività del lavoratore e dunque l’impresa riesce a mantenere, se non incrementare, il tasso di profitto senza dover aumentare il prezzo di vendita delle merci o dei servizi, e la spirale prezzi-salari non si innesca.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="365" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/3-1.jpg" alt="" class="wp-image-4593" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/3-1-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 3. Fonte: Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, 25 giugno 2017</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Il potere contrattuale</h4>



<p>Consapevole di questa realtà – Powel leggerà sicuramente le relazioni annuali della Banca dei Regolamenti Internazionali – il presidente della Fed non teme smentita quando afferma: “[È] nostra opinione che un mercato del lavoro robusto può essere sostenuto senza causare un’esplosione dell’inflazione”. Non c’è dubbio. Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia gli Stati Uniti – e in generale i Paesi a capitalismo avanzato, o quelli del G7, Italia compresa – possono mirare a tornare, in una ipotetica ripresa economica post Covid, a una situazione di piena occupazione fatta di working poor e lavoratori sottopagati rispetto al valore che producono. La banca centrale americana può quindi abbandonare il target del 2% d’inflazione fissato sulla curva di Phillips – se n’è resa conto anche Christine Lagarde, che ha infatti aperto la discussione all’interno della Bce. “Nei decenni precedenti” continua Powel, “quando la curva di Phillips era più ripida, l’inflazione tendeva ad aumentare notevolmente in risposta al rafforzamento del mercato del lavoro. Talvolta era opportuno che la Fed rendesse più rigorosa la politica monetaria, poiché l’occupazione saliva verso il livello massimo stimato, per evitare un aumento indesiderato dell’inflazione. L’inversione di tendenza chiarisce che, in futuro, l’occupazione potrà muoversi intorno o al di sopra del livello massimo stimato senza causare preoccupazioni”.</p>



<p>Già, i decenni precedenti. “La curva di Phillips era più ripida” per due fattori. Il primo: come già evidenziato, prima delle delocalizzazioni e della globalizzazione, produzione e mercato del lavoro erano interni, dentro i confini nazionali si <em>giocava</em> il conflitto capitale/lavoro: disponibilità di manodopera, salari, costo della vita. Secondo fattore: il conflitto esisteva. Non solo sotto forma di richieste, scioperi, rivendicazioni ma anche di tutele legislative e conseguenti diritti del lavoro. Il grafico 4 (pag. 12), che fotografa la diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori nei Paesi del G7, dal 1975 al 2015, vale più di mille parole: contratti a tempo indeterminato, accordi collettivi e tasso di sindacalizzazione davano ai lavoratori maggiore forza nel negoziare retribuzioni e condizioni di lavoro. È la scoperta dell’acqua calda.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="350" height="479" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/4-1.jpg" alt="" class="wp-image-4594" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/4-1.jpg 350w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/4-1-219x300.jpg 219w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 4. Media dei Paesi del G7. Fonte: Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, 25 giugno 2017. <br>Note grafico 4. 2) medie ponderate costruite utilizzando pesi mobili del PIL (PPA) per le economie del G7; 3) rigidità della legislazione a tutela dell’occupazione; i valori più elevati indicano una maggiore rigidità; 4) numero di lavoratori coperti da accordi collettivi normalizzato in base all’occupazione; 5) rapporto tra il numero di lavoratori iscritti ai sindacati e gli occupati.</figcaption></figure>
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<p>In un sistema capitalistico il rapporto di forza tra impresa e singolo lavoratore non è in equilibrio, anche quando si registra una quasi piena occupazione, salvo particolari figure tecniche o dirigenziali: il lavoratore ha bisogno di lavorare per vivere, e l’impresa ne troverà facilmente un altro più <em>bisognoso</em>, disponibile a una retribuzione inferiore. A meno che la <em>competizione</em> – per la sopravvivenza – tra lavoratori non sia annullata, o almeno mitigata, da tutele e diritti collettivi. Il passaggio alla precarizzazione del mercato del lavoro era quindi condizione indispensabile al capitale occidentale per aprirsi alla globalizzazione: solo così avrebbe potuto affiancare alla delocalizzazione l’abbassamento dei salari nei Paesi a economia avanzata, rendendo competitiva sui mercati internazionali anche la produzione di merci e servizi qui realizzata. È stato un passaggio legislativo, dunque politico, attuato trasversalmente, anche in Italia, dai partiti governativi di destra e di ‘sinistra’ – e anche questo lo sappiamo da decenni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">E ora?</h4>



<p>Se c’è qualcosa di “epocale” nella svolta di Powel è un non-detto: il sistema capitalistico è in crisi strutturale. Una crisi nata negli anni Settanta, a causa dei conflitti operai, della presenza dello Stato nell’economia e del welfare che tutelava i lavoratori anche tramite il salario ‘differito’ (pensioni) e ‘indiretto’ (istruzione pubblica, sanità pubblica ecc.). Una crisi a cui le classi dirigenti politiche ed economiche hanno risposto con la globalizzazione (libera circolazione di merci, servizi, capitali, persone), la fuoriuscita dello Stato dall’economia e lo smantellamento del welfare (neoliberismo), la creazione di un mercato del lavoro individualizzato (precarizzazione) e la finanziarizzazione dell’economia (deregolamentazione dei mercati finanziari). A distanza di cinquant’anni, le soluzioni adottate non reggono più.</p>



<p>L’economia reale produce a basso costo, ma i miseri salari nei Paesi a capitalismo avanzato – tuttora i principali mercati di vendita di merci e servizi – non spingono i consumi e così l’inflazione, insieme al Pil, non cresce; la realizzazione del profitto ‘d’impresa’ si è spostata nell’ambito finanziario, ma in tal modo crea bolle speculative che oggi le banche centrali alimentano continuando a immettere denaro nel sistema, per evitare che esplodano come già accaduto nel 2007/2008; l’impostazione di un’economia ‘a debito’ – carte di credito, mutui, prestiti personali ecc. – per spingere i consumi si inserisce a sua volta in dinamiche finanziarie, creando anch’essa bolle (subprime). Su tutto questo è arrivato il Covid-19.</p>



<p>Governi e capitali occidentali ora cavalcano la tigre (9), nel tentativo di un altro cambiamento – il Green New Deal, il digitale, il 5G ecc. – che salvi il sistema: rinnovando la struttura tecnologica del capitalismo, e implementando maggior controllo e disciplina sulla popolazione. Pur consapevoli che l’unica soluzione, almeno sulla carta, sarebbe quella di aumentare i salari e tornare a politiche keynesiane, non sono disposti a farlo. Peccando forse, sarà il futuro a dirlo, di cecità nel salvaguardare i loro stessi interessi. Perché che ci stiano provando è indubbio, che funzioni è un altro discorso. Dipende da noi. Da ciò che siamo disposti ad accettare, da quanto vogliamo farci impaurire, dalla volontà che abbiamo di ritrovare una solidarietà e una lotta collettiva, fuori dal mondo virtuale dei social, contro la precarizzazione, la competizione, l’individualismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/bolla-finanziaria-e-in-arrivo-la-seconda-tempesta-perfetta/" data-type="post" data-id="111"> <em>Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</em></a>, Paginauno n. 64/2019</p>



<p class="has-small-font-size">2) Che può essere anche importata, non è una variabile solo interna: la crisi petrolifera del 1973, per esempio, con l’impennata del prezzo del petrolio, innescò l’aumento generale dei prezzi</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20200827a.htm">https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20200827a.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>84ª Relazione annuale</em>, 29 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">5) Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, 25 giugno 2017</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/io-non-creo-niente-io-posseggo/" data-type="post" data-id="143"> <em>Io non creo niente. Io posseggo</em></a>, Paginauno n. 66/2020</p>



<p class="has-small-font-size">7) Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le “persone in cerca di lavoro” e la “forza lavoro”</p>



<p class="has-small-font-size">8) Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Italia, Canada, Francia Tecnologia. </p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/" data-type="post" data-id="3007">Covid 19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</a>,</em> Paginauno n. 68/2020</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Anni Settanta. Operazione Blue Moon</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/anni-settanta-operazione-blue-moon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Afshin Kaveh]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 17:14:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3379</guid>

					<description><![CDATA[Lo Stato contro il conflitto sociale: dalla creazione della narrazione mediatica all’azione nelle strade, dalle droghe leggere all’eroina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank">(Paginauno n. 66, febbraio – marzo 2020)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Lo Stato contro il conflitto sociale: dalla creazione della narrazione mediatica all’azione nelle strade, dalle droghe leggere all’eroina</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse"><em>Folle è l’uomo che parla alla luna.</em>
<em>Stolto chi non le presta ascolto.</em>
William Shakespeare</pre>



<pre class="wp-block-verse"><em>Con due gocce d’eroina</em>
<em>s’addormentava il cuore.</em>
Fabrizio De André</pre>



<pre class="wp-block-verse"><em>Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza.</em>
Guy Debord</pre>



<p class="has-drop-cap">A prescindere dal nome velatamente romantico, il quale potrebbe rievocare una fuorviante prosa shakespeariana, l’<em>Operazione Blue Moon</em>, condividendo alla lontana la sola tragicità del drammaturgo, è stata la deliberata e massiccia diffusione dell’eroina in Italia, con sapiente gestione del mercato delle droghe soprattutto da parte del blocco dei servizi segreti occidentali con l’avvallo di molteplici organi istituzionali, in un determinato scenario storico quale era quello degli anni ‘70, caratterizzato dal forte impatto di un conflitto politico e sociale scaturito da quella che, tra i Paesi europei, può essere vista come la più lunga e intensa stagione del Sessantotto e delle sue ramificazioni.</p>



<p>L’Operazione Blue Moon viene spesso citata, quando lo è, ovvero raramente, con la superficialità (se non proprio a sproposito) ahinoi tipica delle argomentazioni scarne e del confronto approssimativo su quelli che furono i precisi avvenimenti in quell’angolo buio (in quanto poco affrontato) della storia a cavallo del Novecento nostrano, a noi storiograficamente rammentati da una parte come gli <em>anni di piombo </em>e dall’altra come quelli della <em>strategia della tensione</em>, i cui tasselli tendono a sovrapporsi creando segreti là dove non ce ne sono neanche di apparenti, costituendo apparenze là dove invece vige il segreto, desecretando l’ovvietà e infine, d’altra parte, secretando l’opinabilità in una confusione e vacuità generale.</p>



<p>Tendenzialmente, quando si vuol aprire ogni discorso inerente l’Operazione Blue Moon, si fa risalire il tutto a una data ben precisa, ovvero quella della notte del 20 marzo 1970, quando un manipolo di carabinieri del Nucleo Antidroga capeggiato e diretto dal capitano Giancarlo Servolini, irrompeva bruscamente al New Sporting Club, un barcone che ormeggiava lungo il Tevere e quivi trasformato in circolo privato. Al suo interno gli agenti dichiaravano di aver trovato circa novanta giovani, di cui molti minorenni, ragazzi e ragazze i quali sarebbero stati condotti in massa alla caserma di viale Mazzini e qui interrogati dagli agenti. Si parlava di giovani intossicati da stupefacenti, in stato confusionale, molti sorpresi in stato soporoso e quindi vicino al coma. Si proseguiva facendo riferimento al massiccio sequestro di ingenti quantitativi di hashish, eroina, eccitanti vari, siringhe, alcolici alterati e ricettari rubati. La mattina seguente Il Tempo, quotidiano romano all’epoca per diffusione secondo giornale del Meridione e di una parte del centro Italia, intitolava in prima pagina: “Infame centrale del vizio nel cuore di Roma”. Tra le righe della cronaca, diretta da Franz D’Asaro poi direttore de Il Secolo d’Italia ovvero l’organo del Msi,<em> </em>si parlava di “casa della droga per minorenni” oltre che di “ricatti, violenze alle ragazze, speculazioni e minacce” tanto da dichiarare infine, come da titolo, che “era purtroppo fondato il nostro grido d’allarme” rispetto al problema dei “ragazzi drogati”.</p>



<p>Trascorrono due giorni e il 22 marzo la questione è ingigantita, si legge infatti tra le colonne della cronaca: “Adescavano i ragazzi nei pressi delle scuole”. Nel mentre il Nucleo Antidroga dichiarava di aver bisogno di dieci giorni per concludere le indagini in quanto, come precisato dall’onnipresente Il Tempo, “devono” soltanto “documentare le loro certezze, devono confortare con prove l’evidenza” (1). La campagna del quotidiano romano si intensifica al punto in cui altri giornali della galassia della destra italiana, sia estrema che moderata, si uniscono al coro. In soli sei mesi dallo scandalo del barcone escono sui giornali nazionali oltre diecimila articoli sulla droga, ovvero un quantitativo pari al totale degli articoli usciti, sul medesimo argomento, nell’arco dei sette anni precedenti (2). Ad aprile lo scandalo veniva esteso sino a una surreale <em>fantapolitica </em>e, raccogliendo due piccioni con una fava, Il Tempo accusava gli ambienti all’estrema sinistra del Pci di essere i soli protettori e mandanti del dilagare del fenomeno delle droghe in Italia, arrivando addirittura a compilare titoli surreali come “La droga è un’arma politica e militare in mano al comunismo”del 7 aprile, oppure “Sul petto Mao, nelle vene la droga”del 22 aprile (3). E mentre i giornali parlavano dei circa 1.100 iscritti al circolo galleggiante, portando Il Tempo ad allarmarsi (e soprattutto ad allarmare) scrivendo a sproposito di “2.000 giovani” che “si drogavano sul barcone” (4), il pubblico ministero Franco Marrone concludeva le indagini con soli venti arresti, certo non pochi ma decisamente minori rispetto alle migliaia di unità sparate dalla stampa nei giorni precedenti. Un anno dopo sarebbero scesi addirittura a nove, ridotti drasticamente di numero dal giudice istruttore Squillante, sino alla conclusione del processo il 26 aprile 1972, a Roma, con cinque assoluzioni e quattro condanne (5). Se a livello giuridico la questione era stata finalmente attenuata dandone una valutazione ben diversa da quella millantata per due anni dai giornali, altra cosa sarà invece l’opinione pubblica, socialmente e culturalmente satura degli indirizzi e degli insegnamenti dati dai quotidiani.</p>



<p>Eppure è lecito chiedersi se, a livello di precisa datazione temporale, quello del barcone possa essere preso effettivamente come preludio dell’operazione sotto copertura e della strategia in questione. Non è infatti certo che l’Operazione Blue Moon fosse già organicamente e formalmente cominciata. Suddividere la storia in <em>pre </em>e <em>post </em>barcone viene decisamente in nostro favore e io stesso tendo a ripartirla semplicisticamente in questo modo ma, nonostante esso segni una irreversibile svolta, tale fatto non può innalzarsi ad avvio puntuale e preciso dell’Operazione Blue Moon, per quanto ne sgombri innegabilmente il percorso da diversi ostacoli e intralci in vista della sua propria messa in opera. I fatti del barcone hanno comunque e innegabilmente messo in gioco una serie di ingranaggi che, se non facevano pensare a una cospirazione ben organizzata, facevano comunque intuire il sipario di una macchinazione mai vista prima e le cui finalità sarebbero parse chiare solo negli anni a seguire.</p>



<p>Una cosa però è certa. L’effetto del barcone e la narrazione dei giornali non influenzeranno soltanto l’opinione pubblica (con la ridicola, ma sempre più diffusa, psicosi verso il <em>capellone</em>) ma anche, e soprattutto, la burocrazia statale e le forze di polizia nelle retate e nelle operazioni di repressione nel periodo successivo, in una escalation tutt’altro che giustificata e per di più indirizzata esclusivamente al solo mondo delle così dette sostanze <em>leggere</em>, discorso che riaffronteremo a breve. Ma con ferma convinzione si può benissimo precisare l’evidente reciprocità dell’influenza: furono infatti gli stessi carabinieri a dichiarare ai giornali lo scenario che si trovarono di fronte nel brusco ingresso al New Sporting Club ma, soltanto tre anni dopo e attraverso un dossier di controinformazione (6), l’opinione pubblica, o almeno quella interessata a non tapparsi le orecchie e gli occhi, venne a conoscenza della costituzione e costruzione di un castello di carta in verità neanche troppo fortificato e ora destinato a crollare, per lo meno nelle sue proprie fondamenta: quella fatidica notte l’unica sostanza trovata, buttata in un cestino, fu mezzo grammo di hashish, così come dei novanta fermati “nessun giovane fu” in verità “incriminato perché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti” (7). La questione era stata definitivamente ridimensionata ma decisamente tardi rispetto ai suoi avvenimenti e alle sue involuzioni e, per di più, senza la giusta diffusione della verità. Già con lo psichiatra Luigi Cancrini, all’epoca medico presso il Centro Tossicosi da Stupefacenti e da Farmaci Psicoattivi dell’Università di Roma e assieme a Guido Blumir sicuramente in quegli anni uno dei maggiori esperti del fenomeno, in un libro da lui curato (8) si può leggere un intero capitolo dedicato alla controversa questione della stampa.</p>



<p>Per meglio comprendere nel dettaglio ciò che fu l’Operazione Blue Moon è per noi essenziale tenere conto dell’unico testimone diretto, o almeno l’unico che si è palesato, di quella discussione a tavolino che portò all’ipotesi della messa in pratica di questo piano complesso, l’unico che ha ammesso per primo di aver udito le apparentemente soavi e romantiche parole <em>Blue Moon</em> e l’unico che ne ha compreso la portata assistendo personalmente a una riunione fondamentale nella ricostruzione di questa cupa storia. Roberto Cavallaro. Egli, il quale ricoprì prima incarichi sindacali all’interno del Cisl nella Federchimici per poi divenire segretario provinciale del Cisnal, sindacato corporativista strettamente legato al Msi, venne avvicinato da persone le quali, attraverso quelli che lui stesso riconobbe come dei palesi nomi di copertura, si manifestarono a lui come appartenenti del Sid invitandolo dunque a far parte, come collaboratore civile, di una struttura da loro definita precisamente come un ufficio impegnato nel compito della sicurezza dello Stato con ogni mezzo necessario, come avrebbe capito poi lo stesso Cavallaro dopo aver accettato e aver iniziato questo percorso. Quando egli parla di questo organo ci tiene a definirlo come “una struttura legittima che operava come organismo dello Stato” e di cui, in quanto tale, ne faceva pienamente parte, “seppur” essa agiva “con una autonomia e un’indipendenza del tutto particolare”, per cui a riguardo non si è mai tirato indietro o posto problemi nel semplificare sin da subito questa struttura nella “definizione di Sid parallelo” (qualcuno avanzerà persino la dicitura di “superSid”) e questo perché “tornava difficile identificarlo con gli uffici normali”. Eppure questo parallelismo, o in altri casi qualcuno preferisce parlare in piena regola di <em>devianza </em>per rimarcare una sostanziale differenza tra gli organi ufficiali e quelli sotterranei, tende troppo spesso in una eccessiva e ingiustificata assoluzione di uno Stato il quale, in tutto e per tutto e a prescindere dalle sue ripartizioni, era ben consapevole di ciò che succedeva nei suoi propri uffici e, come sottolinea Cavallaro per escludersi da questa netta suddivisione fuorviante tra <em>bene </em>e <em>male</em>, tra Stato <em>non-deviato </em>e Stato <em>deviato</em>, “se uno entra nella casa, lì è insomma” e, per dirla meglio con le parole del giudice Guido Salvini, “la presenza di settori degli apparati dello Stato nello sviluppo del terrorismo di destra”, prendendo nel suo caso come punto essenziale la vicenda della strage di Piazza Fontana a Milano, “non può essere considerata ‘deviazione’, ma normale esercizio di una funzione istituzionale” (9).</p>



<p>Cavallaro, arrestato la prima volta nel giugno del 1973 e infine nel novembre dello stesso anno nel contesto delle indagini sulla Rosa dei Venti, rimane in silenzio per cento giorni, in attesa “che qualche cosa si verificasse, nel senso che ci fosse da parte dello Stato una risposta al fatto che ogni mia attività era sostanzialmente riconducibile a un’attività di Stato”, ma dal momento in cui “questo non è avvenuto” Cavallaro inizia a meditare se parlare o meno, per poi decidere di accettare ed essere quindi interrogato la prima volta per undici ore.</p>



<p>Ma è durante la sua testimonianza al processo per la strage di Brescia, nel gennaio 2010 (10), che gli venne venne chiesto se avesse mai sentito parlare dell’Operazione Blue Moon, e Cavallaro annuisce e risponde: “Blue Moon è un’operazione che era stata teorizzata e verosimilmente messa in pratica, almeno, che era quella promossa dagli americani proprio in questo senso, tesa a ridurre la soglia della eventuale resistenza attraverso l’ingresso programmato delle sostanze stupefacenti”. Non solo, egli ci concede anche un momento storico, ovvero la fine del 1972 e l’inizio del 1973 circa, e un luogo, una località segreta sui monti Vosgi, in Francia, nella regione dell’Alsazia al confine con la Germania, in una struttura in cui fu richiamato per una sorta di momento formativo e breve addestramento teorico assieme ad altre personalità europee come per esempio dalla Spagna, dalla Grecia e, con suo grande stupore, dalla Polonia. Tra i presenti Cavallaro ricorda che gli addestratori (per pura intuizione visto il loro perfetto accento) fossero quasi sicuramente francesi, probabilmente degli ex OAS, una organizzazione paramilitare clandestina francese attiva già dal 1961; ma tra tutti ricorda almeno un individuo che gli si presentò come appartenente, seppur senza puntualizzare se militare o civile, all’Aginter Presse in Portogallo e questa precisazione, seppur apparentemente inconsistente, gioca in realtà un ruolo fondamentale nel susseguirsi della nostra storia.</p>



<p>L’Aginter Presse venne formata a Lisbona nel settembre del 1966 come organizzazione parallela del PIDE (la polizia politica del regime portoghese tra il 1945 e il 1969) seppur esteriormente presentata e conosciuta come un’agenzia di stampa internazionale, funzione di palese copertura e facciata. Essa, tramite supporto economico, logistico, di preparazione e d’addestramento, raccoglieva a sé il compito di adempiere e portare avanti nell’Occidente europeo una sedicente <em>guerra non ortodossa </em>e <em>guerra psicologica</em> in funzione filoatlantista e, soprattutto, anticomunista (11). In quest’ampio riquadro, e per conto degli Stati Uniti, avrebbe preso in mano le redini di quella che, nelle giornate sui Vosgi, fu proposta come Operazione Blue Moon (secondo Cavallaro fu condotta dalla CIA, per Vincenzo Vinciguerra, ex terrorista nero, invece l’Aginter Presse è stata una struttura appartenente all’organizzazione della Nato e agente solo ed esclusivamente per essa, non per altri organi) la quale, come ricordato da Cavallaro, fu pensata per “promuovere la diffusione delle sostanze stupefacenti” immaginando come tale modus operandi “avrebbe abbattuto la soglia di eventuale ribellione nei giovani”. Cavallaro intuisce dal modo in cui vengono avanzate quelle proposte che qualcosa è già partito, qualcosa è già stato realizzato e ne parlerà persino in un documentario di Rai Storia a cura di Giovanni Minoli a cui si rimanda (12).</p>



<p>Arriviamo dunque al preludio e al proemio del tutto, ricostruito in seguito alla decisione dell’allora presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton di desecretare e declassificare oltre un milione di documenti dell’amministrazione statunitense dalla quale emerse il nome in codice di <em>Operazione CHAOS</em>, un programma articolato su più operazioni e progetti tra cui la capillare infiltrazione di agenti nei movimenti di contestazione giovanili e, soprattutto, nei movimenti antimilitaristi (si era all’ora nel pieno del dissenso rispetto al conflitto in Vietnam) dal 1967 al 1974, infiltrazione che ha adombrato il sospetto di una possibile diffusione di sostanze psicotrope con una maggiore concentrazione, tiratura e programmazione del traffico di Lsd, e lo stesso sospetto si unirà anche nell’ambito dell’<em>Operazione COINTELPRO </em>(acronimo di <em>Counter Intelligence Program</em>) con l’infiltrazione e il controspionaggio tra le fila dell’organizzazione rivoluzionaria nota come <em>Black Panther Party</em> e nella diffusione di eroina e crack nei ghetti afroamericani. La questione statunitense meriterebbe un articolo a parte (13) ma il contesto, al di fuori delle dichiarazioni di Cavallaro della Blue Moon come operazione “promossa dagli americani”, ci cede alcuni aneddoti e personaggi caratteristici che è impossibile ignorare e a cui ora dedicheremo alcune righe prima delle dovute conclusioni.</p>



<p>Il primo fatto emblematico che potrebbe essere menzionato è sicuramente quello, seppur non ben delineato e lucido, dell’ex agente dello SDECE (<em>Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionage</em>), il servizio di sicurezza francese, Roger de Louette il quale, nel novembre del 1971, fu fermato negli States intento a portare in New Jersey ben 44 chili di eroina per un valore di 12 milioni di dollari e qui venire condannato a 5 anni pur continuando egli ad asserire di aver fatto tutto per ordini e per conto del servizio segreto francese ma senza saperne le motivazioni. Una storia come questa può far pensare a una vicenda internazionale ben più complessa di quel che sembra, ma di certo non può passare a capo chino senza prima essere menzionata vista soprattutto la sostanza in gioco e per di più in quel preciso momento storico il quale, come abbiamo visto, non può che destare forti perplessità.</p>



<p>Decisamente meno dubbi suscita invece la figura di Ronald Stark seppur in sé innegabilmente enigmatico. La più datata testimonianza su di lui è quella che lo scienziato Tim Scully riporta in un’intervista al giornalista Martin A. Lee (14), incentrata sulla <em>Brotherhood of eternal love</em>, una organizzazione hippie e filo-psichedelica sorta vicino Los Angeles nel 1966. Stark vi aderiva dal 1969 dopo che William Mellon Hitchcock, emissario di Stark il quale si presentò come inserito in una grossa operazione francese di partite di Lsd, combinava un incontro con i vertici dell’organizzazione. Secondo Scully, Stark vi si presentava con un chilo di Lsd, vantandosi di parlare correttamente l’italiano, il francese, il tedesco, l’arabo e il cinese, di possedere diverse <em>corporation </em>oltre che legali pronti a celare le reali proprietà della Fratellanza. Nel 1971 egli apriva a Bruxelles un laboratorio di produzione di Lsd con cui riuscì a operare per due anni sotto la copertura di centro di ricerche biomediche, producendo al suo interno 20 chili di Lsd (50 milioni di dosi) poi diffuse in maggior parte negli States attraverso la Fratellanza. Quest’ultima, da lì a breve, avrebbe cessato di esistere in seguito alle sempre più asfissianti operazioni del FBI, e l’aiuto chimico di Stark in Francia, tale Richard Kemp, veniva arrestato solo nel 1977 da Scotland Yard, appurando essa che da solo fosse il responsabile della metà della produzione mondiale di Lsd nella metà degli anni ‘70. Il 15 febbraio del 1975, viene arrestato al Grand Hotel Baglioni di Bologna tale Terence William Abbott poi, attraverso i suoi stessi appunti, rivelatasi falsa identità di un cittadino americano: si tratta di Ronald Stark. Cosa stava facendo in Italia? Dagli appunti emergono i suoi impegni concentrati tra Olanda, Belgio e Libano. </p>



<p>Sospettato di traffico di stupefacenti veniva quindi arrestato e, negli anni, trasferito dal carcere di Bologna a quello di Modena prima e Pisa poi, avvicinandosi a brigatisti ed esponenti della lotta armata di sinistra raccogliendo la loro fiducia ma solo per rigirare poi informazioni sul loro conto agli organi istituzionali. Nonostante dagli USA sul suo capo pendesse una taglia di 250.000 dollari non ne venne mai chiesta l’estradizione. Anzi, nel periodo carcerario egli continuò a intessere rapporti con autorità diplomatiche e consolari statunitensi, oltre a ricevere ingenti somme di denaro da tale Sig. Schranzer per tramite della <em>Manifatures Hanover Trust Company</em> di Fort Lee, conosciuta come sede di articolazione della CIA, cui comunque si impegnerà sempre di smentire tutte le affermazioni di Stark in riferimento ai suoi lavori per la stessa. Rilasciato l’11 aprile 1979 con l’obbligo di dimora a Firenze e l’ordine di recarsi dai carabinieri a far rapporto due volte a settimana su ordine del giudice Floridia, riusciva invece a far perdere le sue tracce dopo poco tempo. Il 17 maggio 1979 il tribunale di Bologna spiccava un nuovo mandato di cattura ma Stark era ormai definitivamente irreperibile. Questi fitti lineamenti portano a sospettare Ronald Stark come il regista incaricato di mettere in atto l’Operazione Blue Moon in Italia (15).</p>



<p>Un altro degli aneddoti, questa volta ben più preciso, riguarda sicuramente un curioso <em>pamphlet </em>che, nel 1973, veniva distribuito dall’ambasciata statunitense ai turisti americani in visita a Roma, ove si invitavano i propri connazionali a non accettare pastiglie e sostanze stupefacenti regalate dagli italiani in quanto distribuite e diffuse in realtà da agenti sotto copertura o spacciatori in piena connivenza col Nucleo Antidroga (16), infatti “i giovani americani non sanno che in Italia gli spacciatori di droga sono anche spie del Nucleo Antidroga e vengono ricompensati in cambio di informazioni dettagliate sugli acquirenti-consumatori” (17). Lo scandalo è inevitabile, tanto che il capitano Servolini è improvvisamente trasferito.</p>



<p>È questo un momento ben preciso in cui in Italia le azioni repressive contro i consumatori di marjuana e hashish sono sempre più plateali: essi vengono infatti violentemente repressi in una lunga parabola che va dai mille arresti nel 1970 sino ai duemila arresti del 1974. Le sostanze leggere risultano irreperibili, i prezzi divengono sempre più alti e la qualità decisamente scadente, tanto da confermare nel mercato nostrano le <em>anfetamine </em>e la prima arte del consumo ‘bucomane’; questo almeno sino al 17 maggio 1972 quando l’allora ministro della Sanità del governo Andreotti, ovvero il democristiano Athos Valsecchi, inserisce nell’elenco degli stupefacenti illeciti e illegali proprio le anfetamine, seppur 34 anni in ritardo rispetto ad altri Paesi occidentali e dopo venti accesi anni di polemiche da parte delle Nazioni Unite. La legge è provvidenziale e arriva nel preciso momento di massima diffusione della sostanza tanto che il lancio pubblicitario e giornalistico sarà più che notevole e ben esteso. A questo punto arriva nei mercati romani la <em>morfina</em>, siamo nell’autunno del 1972, i prezzi sono accessibili, anzi, diremo proprio bassi, mentre la qualità è altissima. Diventerà introvabile a partire dall’inverno del 1973-1974 segnando il battesimo di fuoco dell’eroina e i primi strascichi della sua propria diffusione di massa (18).A Roma, nel 1970, non esisteva alcun eroinomane. A partire dal 1975 erano a migliaia.</p>



<p>L’unica azione di repressione poliziesca condotta contro il traffico di eroina sarà quella della Squadra Mobile di Roma coordinata dal commissario Ennio Di Francesco il quale avrebbe portato a un sequestro significativo della sostanza proprio nel 1975, una partita di circa 2 chilogrammi. Gli veniva immediatamente revocata l’indagine per poi essere allontanato dalla Squadra Mobile e, infine, inspiegabilmente trasferito (19). Una sorte ben più triste e violenta, ma ugualmente esplicativa rispetto alla portata della nostra storia, capitò ai giovanissimi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto ‘Iaio’ diversi anni dopo, entrambi caduti sotto otto colpi di pistola a Milano, in via Mancinelli, il 18 marzo 1978. I due, legati all’Autonomia e frequentatori del centro sociale Leoncavallo, stavano attivamente indagando, con interviste registrate su nastro (poi misteriosamente scomparsi dall’abitazione di Fausto), sullo spaccio d’eroina in alcuni quartieri milanesi. Dalle loro indagini esso risultava legato non solo ad ambienti malavitosi ma anche e soprattutto a personaggi e militanti della galassia dell’estrema destra ed è proprio a questi ultimi che si riconducono le responsabilità dell’omicidio che, decisamente, fu di matrice politica (20).</p>



<p>A questo punto si tende sempre a ricercare un responsabile unico ma così facendo si rischia anche di sminuire la portata complessiva della cosa, decisamente più contorta e macchinosa. Ci sarà chi parlerà dell’Operazione Blue Moon come il traffico d’eroina condotto dai fascisti, e a ragione. Chi si riferirà a essa come realizzata dallo Stato e dai suoi organi istituzionali, e a ragione. Chi la racconterà invece come ordita e organizzata dalla CIA, e a ragione, e chi dalla Nato, anche loro a ragione. E infine, nella fusione non casuale ma anzi coerente di queste piste, ci sarà anche chi pretenderà di inserire nell’elenco delle vittime della strategia della tensione anche le decine e decine di migliaia di individualità le quali, direttamente o indirettamente, in quegli anni soccombettero sotto i colpi dell’eroina, di cui ancora oggi subiamo le conseguenze. Volete dargli torto?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> M. Rusconi, G. Blumir, <em>La droga e il sistema</em>, Feltrinelli, Milano, 1977, cit. pp.128-130</p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>G. Blumir, <em>Eroina</em>, Feltrinelli, Milano, 1976, cit. p.132</p>



<p class="has-small-font-size">3) M. Rusconi, G. Blumir, op. cit. p.132</p>



<p class="has-small-font-size">4) G. Blumir, op. cit. p.132</p>



<p class="has-small-font-size">5) M. Rusconi, G. Blumir, op. cit. p.129</p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> <em>La droga nera</em>, Stampa Alternativa, Roma, Dossier n.2</p>



<p class="has-small-font-size">7) G. Blumir, op. cit. p.135</p>



<p class="has-small-font-size"><em>8) </em>L. Cancrini (a cura di), <em>Esperienze di una ricerca sulle tossicomanie giovanili in Italia</em>, Mondadori, Segrate, 1977</p>



<p class="has-small-font-size"><em>9</em><em>)</em> L. Lanza, <em>Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969</em>, Elèuthera, Milano, 2009, cit. p.8</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <em>Roberto Cavallaro, udienza 7.1.2010 al processo per la strage di Brescia</em>, 24 settembre 2013, qui <a href="https://4agosto1974.wordpress.com/2013/09/24/roberto-cavallaro-udienza-7-1-2010-al-processo-per-la-strage-di-brescia/">https://4agosto1974.wordpress.com/2013/09/24/roberto-cavallaro-udienza-7-1-2010-al-processo-per-la-strage-di-brescia/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>A. Sceresini, <em>Internazionale nera: la vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea</em>, Chiarelettere, Milano, 2017</p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> <em>Operazione Blue Moon, eroina di Stato</em>, trasmesso la prima volta il 25 giugno 2013 e disponibile su Youtube</p>



<p class="has-small-font-size">13) Lo affermo anche a partire dalla lettura del lungo e consistente Rapporto dei carabinieri del Ros pubblicato in data 23 luglio 1996 per Guido Salvini, giudice istruttore presso il tribunale di Milano, con ‘Annotazione sulle attività di guerra psicologica e non ortodossa (<em>psychological and low density warfare</em>) compiute in Italia dal 1969 al 1974 attraverso l’AGINTER PRESSE’</p>



<p class="has-small-font-size"><em>14) </em>M.A. Lee, B. Shlain, <em>Acid Dreams</em>, Grove Presse, New York, 1994</p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em> Tutta questa storia è nel dettaglio approfondita nel Rapporto citato alla nota 13</p>



<p class="has-small-font-size"><em>16) </em>A. Madeo, <em>La droga trabocchetto per i turisti a Roma</em>, Corriere della Sera, 23 maggio 1973</p>



<p class="has-small-font-size">17) G. Blumir, op. cit. p.143</p>



<p class="has-small-font-size"><em>18)</em> <em>Ibidem</em>, pp.140-14</p>



<p class="has-small-font-size">19) V. Macrì, <em>Droga di Stato. Anche le droghe usate come armi del potere</em>, Wall Street International Magazine, 22 giugno 2018</p>



<p class="has-small-font-size">20) Per approfondire si rimanda a: S. Ferrari, L. Mariani, <em>L’assassinio di Fausto e Iaio. Quel maledetto 18 marzo 1978, ore 19.57. A quarant’anni dal duplice omicidio: i fatti, le fa testimonianze, gli atti giudiziari, la ricerca della verità</em>, Red Star Press, Roma, 2018</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Supportare la resistenza, preparare l&#8217;offensiva. Dove sono i nostri</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/supportare-la-resistenza-preparare-loffensiva-dove-sono-i-nostri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2015 15:13:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[Conflitto sociale e lotte dei lavoratori nell’Italia di oggi, come si muove il Collettivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-45-dicembre-2015-gennaio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 45, dicembre 2015 &#8211; gennaio 2016)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>Collettivo Clash City Workers</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Conflitto sociale e lotte dei lavoratori nell’Italia di oggi, come si muove il Collettivo</p></blockquote>



<p><em>Incontro-dibattito sul libro </em>Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi<em>, Clash City Workers (La casa Usher, 2014) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 13 novembre 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap"><br>Il progetto Clash City Workers nasce a Napoli nel 2009 e si diffonde a Roma, Firenze e Padova, in piccolo anche a Milano, Torino e Verona, dove si sono sviluppati dei nodi del collettivo Clash. Di base è nato dall’esigenza di trovarsi, dal fatto di essere sempre stati legati a livello ideologico a una visione della società che vede il lavoro al centro quantomeno del ragionamento politico, una visione che però non aveva gli strumenti adeguati per leggere la realtà che si trovava di fronte: andavamo davanti ai luoghi di lavoro a distribuire il volantino ma non riuscivamo a parlare con i lavoratori, ad avere con loro una relazione, proprio perché il nostro approccio era puramente ideologico. In più si aggiungeva la constatazione che quel lavoro che i media raccontavano non esistere più, o perlomeno essere confinato a una parte marginale delle nostre vite, di fatto lo vivevamo direttamente, o anche indirettamente perché disoccupati e studenti che si andavano a formare per poi inserirsi nel mercato del lavoro.</p>



<p>Eravamo di fronte quindi a una mancata considerazione di quel campo che è al centro sia della nostra esperienza individuale e collettiva sia, anche se in modo rovesciato, del discorso pubblico – se pensiamo a qual è il centro dell’operato del governo Renzi, iniziato con una riforma che, a parole, doveva garantire una maggiore occupazione e risolvere il problema del dualismo del mercato del lavoro, e si è tradotta in un un abbassamento generalizzato delle condizioni complessive, con i due passaggi del Jobs Act che prima ha peggiorato il dualismo con la semplificazione dei contratti a termine e poi ha messo in atto l’attacco più violento con l’abolizione dell’articolo 18.</p>



<p>Per anni si è anche detto che non esisteva più la possibilità di lottare nei luoghi di lavoro, che non c’era più conflitto, che era diventato difficile farlo; per cui si pensava che il posto di lavoro non fosse più lo spazio dove poter fare politica, e poter organizzarsi per migliorare anche quell’aspetto della nostra vita. Se questa lettura in parte coglieva alcune verità, quelle di una trasformazione, quantomeno in Italia, dei rapporti produttivi e del tipo di organizzazione aziendale, e della conseguente possibilità di fare sindacato, dall’altro era una visione molto schiacciata sulle percezioni individuali di chi aveva la possibilità di scrivere, o di chi ha avuto un ruolo intellettuale sia all’interno di quello che possiamo chiamare Movimento sia all’interno di ciò che rappresenta l’arco della sinistra istituzionale.</p>



<p>Eppure a noi questa idea che fossimo tutti pizzaioli o lavoratori della conoscenza suonava un po’ strana. E, soprattutto dopo lo scoppio della crisi nel 2007/2008, bastava leggere le pagine locali di un quotidiano per scoprire che c’erano tante fabbriche che chiudevano, oppure lavoratori in vertenza contro un abbassamento salariale. Quindi ci siamo detti che forse questo mondo che si racconta non esistere più, non esiste più nel nostro discorso ma nella realtà esiste eccome.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="303" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/12/1-1.jpg" alt="" class="wp-image-4260" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/12/1-1.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/12/1-1-198x300.jpg 198w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure></div>



<p>Volevamo inoltre cercare di capire quegli elementi storici, anche recenti come le Primavere arabe, che ci hanno mostrato come non sia tanto la dimensione della piazza a determinare le trasformazioni sociali quanto piuttosto la capacità di incidere nella sfera di produzione, nei rapporti economici: in passato in Italia i movimenti della lotta per la casa hanno assunto centralità e ottenuto un passaggio significativo quando anche il movimento dei lavoratori ha assunto la questione della casa come centrale e rilevante, e l’ha quindi posta all’ordine del giorno e si è mobilitato; allo stesso modo nelle Primavere arabe, soprattutto in Tunisia e in Egitto – sebbene ora la situazione sia pessima – ci sono stati momenti importanti, che sono riusciti a trasformare una situazione immobile da almeno trent’anni, proprio quando in piazza sono scesi i lavoratori.</p>



<p>Quindi, per non avere un approccio ideologico e riuscire a capire veramente com’è oggi il mondo del lavoro e quali sono le forme di organizzazione, abbiamo deciso di iniziare a fare inchiesta. Significa cercare di capire effettivamente quali sono le lotte che si muovono, come sono organizzate, quali sono i loro problemi, quali possono essere gli strumenti di intervento, come possiamo muoverci, noi che vogliamo di fatto fare un lavoro politico, nella direzione di trasformare questa società nella sua generalità; come possiamo incidere veramente e come facciamo a diventare strumento nelle mani di chi già si mobilita, e non essere grillo parlante, merlo indiano sulla spalla del lavoratore; come possiamo promuovere questa mobilitazione.</p>



<p>Il lavoro che dunque facciamo quotidianamente, che spesso non è un lavoro particolarmente avvincente perché non ha delle ricadute immediate, è quello di mappare il territorio dove siamo, ossia andare a vedere che cosa succede; quindi apriamo il giornale e facciamo la rassegna stampa, per avere un’idea di quello che si muove – chiaramente è un lavoro filtrato dalla linea editoriale dei quotidiani, ma mano a mano si costruiscono delle relazioni che tentano di avere una presa maggiore su ciò che accade, scavalcando anche questo strumento. Poi andiamo dove ci sono le vertenze, facciamo delle video interviste, cerchiamo di dare voce e usiamo il nostro sito e i social network, in particolare facebook, per dare voce alle singole lotte, con articoli e interviste. Facendo questo cerchiamo di mettere quei lavoratori con cui abbiamo una relazione, in contatto con una dimensione più grande: in questo modo si trovano sul sito affiancati a lavoratori di altri settori, o dello stesso settore ma in un’altra parte di Italia o del mondo (anche se questo lo facciamo in maniera molto più indiretta), e ciò fa emergere alcune questioni comuni che ci possono essere tra settori completamente differenti e in luoghi geografici diversi. È importante fare emergere questa omogeneità di fatto, che esiste in gran parte delle condizioni di lavoro e di vita, e quindi creare delle connessioni materiali.</p>



<p>Quello che cerchiamo di fare è costruire relazioni. A Padova, per esempio, in questo momento stiamo promuovendo un coordinamento di lavoratori in lotta dove ci sono i lavoratori di Ikea, gli insegnanti contro la Buona Scuola di Renzi e i lavoratori di una fabbrica che produce frigoriferi, a capitale cinese, che vuole chiudere gli stabilimenti. Qualche settimana fa abbiamo presentato il libro in val Brembana, in provincia di Bergamo, e lì c’erano dei lavoratori della Fiber che nel 2012 si sono trovati davanti una situazione simile, e hanno reagito impedendo la delocalizzazione della fabbrica, autogestendola per sei mesi, e riuscendo a continuare la produzione finché non è arrivata un’azienda tedesca che ha acquistato l’impresa – e dopo due anni ha proposto nuovi esuberi, quindi da ottobre dell’anno scorso i lavoratori sono di nuovo in presidio permanente con un camper davanti all’azienda. È stata una vicenda significativa che non è emersa e di cui si sa molto poco, e ha dei punti comuni con la situazione di Padova, punti che possono essere da esempio e stimolo.</p>



<p>Quindi abbiamo chiesto a questi lavoratori se volevano mandarci un contributo, un video messaggio, e lo hanno fatto, raccontando la loro storia e spingendo i lavoratori di Padova a tenere duro e lottare. Abbiamo proiettato il video durante un’assemblea al presidio ed è stato accolto con entusiasmo, e con la richiesta di avere i contatti per potersi parlare. Abbiamo costruito relazioni anche in realtà più grosse come l’Electrolux, relazioni con le Rsu e i lavoratori dei vari stabilimenti, che sono andati a dare la propria solidarietà ai presidi delle lavoratrici di una casa di riposo che dovevano essere licenziate e sostituite con una cooperativa. Un’azione che ha dato maggiore visibilità alla lotta, e ha contribuito a sviluppare una percezione comune della propria situazione dentro i rapporti sociali.</p>



<p>Da queste esperienze, e quindi dalla necessità di sganciarci dalla nostra visione personale e individuale e di approfondire la conoscenza, che è teorica ma anche pratica, della realtà, è nato il libro Dove sono i nostri, dove per ‘nostri’ si intende la classe lavoratrice. Alle manifestazioni del<br>18/19 ottobre 2013, che hanno segnato un momento importante e visto in piazza soprattutto i movimenti di lotta per la casa, ci siamo detti: qui manca quel grande insieme di persone, molto più grande, che noi vediamo lottare e organizzarsi quotidianamente, anche in maniera scomposta e senza riuscire a creare delle forme organizzative stabili. Quindi abbiamo deciso che dovevamo far capire a chi c’era in quella piazza perché per noi è importante lavorare su questa dimensione, e siamo partiti con l’idea di scrivere un commento, un documento, che poi si è trasformato in questo libro.</p>



<p>Per scriverlo siamo partiti da alcune indagini statistiche e ricerche economiche fatte dall’altra parte, per esempio da Intesa San Paolo, e andando a spulciare il sito dell’Istat, che pur essendo costruito per esigenze che non coincidono con le nostre contiene molti dati interessanti che possono essere utilizzati. Abbiamo quindi affiancato un’indagine di dati, statistica, che è una parte consistente del libro, alla nostra esperienza.</p>



<p>Sinteticamente, da una introduzione in cui cerchiamo di capire quali sono i temi da mettere in discussione, siamo andati a vedere qual è la struttura produttiva dell’Italia, ossia come si produce la ricchezza, quali sono i settori, che cosa è cambiato nel corso del tempo, chi la produce, quindi com’è composta la popolazione italiana, chi sono gli studenti, i lavoratori, i disoccupati; poi siamo entrati nel dettaglio, seguendo una divisione dei settori produttivi secondo le caratteristiche da un punto di vista statistico – genere, provenienza geografica, età, tipo di istruzione – affiancando i dati a quelli che sono i risultati delle nostre inchieste, indagini e relazioni sul campo, di modo da far emergere i punti di forza, le possibilità di organizzazione, quello su cui ci sembra maggiormente importante puntare e spingere; poi siamo entrati anche dentro le categorie del lavoratore autonomo, cercando di capire cosa c’è dei nostri dentro quel settore e cosa invece non c’è, e anche la categoria dei Neet, che critichiamo proprio per come è costruita, perché fondamentalmente in questa categoria ci sono dei disoccupati, o comunque l’incremento dei Neet è dovuto all’incremento della disoccupazione; infine abbiamo tirato le conclusioni politiche, cercando di collocare le trasformazioni dal lato sindacale e dal lato politico, seguendo quello che sono stati gli accordi a partire dall’abolizione della scala mobile fino a quello sulla rappresentanza – il Jobs Act ancora non c’era – e cogliendo quindi anche il ruolo neocorporativo verso cui stiamo andando, sebbene con delle trasformazioni negli ultimi mesi, e proponendo in chiusura la nostra progettualità.</p>



<p>Per tutto il libro abbiamo cercato di mantenere due prospettive temporali, facendo un confronto di lungo periodo, prendendo gli ultimi dati disponibili del Censimento Industria e servizi, del 2011, e confrontandoli con quelli del 1971, un anno che nell’immaginario è visto come simbolo di una società scandita dal ritmo della fabbrica, lo Statuto dei lavoratori è da poco stato approvato e siamo tutti operai; una lettura che per un certo senso è vera, ma dall’altra è una rappresentazione un po’ mitologica. Se andiamo quindi a vedere com’era prodotta la ricchezza, il Pil, nei macrosettori di agricoltura, industria, servizi e commercio, nel 1971 l’industria in senso stretto produceva il 29,5% del Pil, nel 2011 il 18,6%; se andiamo a vedere il numero degli occupati, nel 1971 nell’industria in senso stretto erano quasi il 29%, oggi sono il 20,5%. Guardando questi dati un po’ superficialmente si può dunque pensare che l’Italia stia andando effettivamente verso una deindustrializzazione, ma non è così. Andando dentro i dati infatti, scomponendo queste categorie, si scopre che a essere aumentati non sono tanto i servizi in genere, bensì i servizi legati all’industria, e per due ordini di motivi, che hanno a che fare con la classificazione statistica. Da un lato c’è una correzione, dall’altro un errore.</p>



<p>Dalla metà degli anni Settanta in poi è avvenuta una scomposizione dell’organizzazione aziendale. La Benetton, per citare un nome e fare un esempio, è passata da una grande fabbrica concentrata, dove avveniva tutta la produzione, a una fabbrica diffusa nel territorio: sono stati presi diversi reparti, trasformati in piccole aziende e dati in mano ai caporeparto, che sono così diventati piccoli padroncini. Una fetta della forza lavoro che stava nella fabbrica è stata quindi espulsa e spezzettata in varie piccole aziende. Ma la scomposizione non è avvenuta solo sul territorio, anche all’interno del luogo di lavoro. Un tempo erano tutti dipendenti di Benetton, gli operai che lavoravano in mensa, quelli che facevano le pulizie ecc., mentre ora queste attività sono state esternalizzate e le statistiche, correttamente, le leggono come ‘servizi’. Eppure quelle persone svolgono la stessa attività di quarant’anni fa. Quindi abbiamo avuto una correzione statistica.</p>



<p>Ma abbiamo anche un errore. I lavoratori, come a Pomigliano, per esempio, all’epoca Alfa Romeo oggi Fiat, o Fca che dir si voglia, che svolgevano una funzione fondamentale del processo produttivo, quella di spostare i pezzi da una linea all’altra, da un capannone all’altro, si sono trovati non più dipendenti dell’Alfa Romeo ma di una azienda di logistica interna; quindi oggi la statistica li colloca nei servizi, e questo è un errore perché la loro mansione è produttiva, non ha niente a che fare con i servizi.</p>



<p>Queste due variazioni di classificazione spiegano una parte significativa del cambiamento dei dati tra il 1971 e il 2011, anche se non del tutto, ovviamente. Perché di fatto c’è stata una crescita di altri servizi, legati all’informatizzazione, al design, alla progettazione, che hanno integrato nuovi tipologie di lavoro all’interno della produzione. Ma ciò che è rilevante è il fatto che il manifatturiero è centrale nell’organizzazione economica e produttiva a livello europeo, o forse si può dire a livello generale per una economia capitalistica. Quindi c’è stata una trasformazione formale dell’organizzazione del lavoro, che però ha avuto e ha degli effetti sostanziali perché spezzetta, rende più difficile l’organizzazione della lotta, perché se mi ritrovo in una piccola azienda della provincia avrò più difficoltà ad andare a parlare con i miei colleghi che lavorano nella grande azienda, quella che ha esternalizzato e per cui io produco un pezzo che poi i miei colleghi continueranno a lavorare.</p>



<p>È una trasformazione anche globale, degli investimenti. Basti pensare alla Cina, alla crescita che ha avuto. Quindi la costruzione di filiere globali crea uno spezzettamento che è anche verticale, affiancato però da una sempre maggiore coesione con i servizi legati all’industria, in cui è sempre più difficile distinguere tra cosa è produttivo e cosa non lo è. È chiaro che questa trasformazione del sistema produttivo è stata anche una reazione alle lotte che negli anni Sessanta e Settanta hanno segnato la conquista di diritti collettivi, in Italia l’applicazione, in parte, della Costituzione, e un miglioramento generale: l’Italia più egualitaria è stata quella degli anni Settanta, proprio come esito di quel ciclo di lotte. Come reazione quindi alla perdita di profittabilità degli investimenti, a livello anche globale, si sono sviluppate tutta una serie di riorganizzazioni produttive, le delocalizzazioni ecc.</p>



<p>Sicuramente questo ha indebolito l’organizzazione operaia, ma offre anche nuove possibilità di lotta. Filiere così integrate danno la possibilità di interrompere il flusso. Quella del tessile, per esempio, che va dalla coltivazione fino al Bangladesh, dove avviene la confezione dei capi, e poi arriva in Italia dove si realizza la vendita, ma che parte anche dall’Italia perché qui ci sono i piccoli stabilimenti che producono i campioni; oppure la filiera agricola, che parte dai campi della raccolta, nelle condizioni disastrose che conosciamo, dei pomodori e della arance pugliesi e calabresi, sale lungo i magazzini e i camion della logistica e arriva nei centri della grande distribuzione. Capire come sono organizzate queste filiere è necessario per comprendere quali sono gli strumenti più efficaci per incidere nelle lotte.</p>



<p>Un esempio l’hanno dato i lavoratori del magazzino centrale di Ikea, che tra il 2012/2013 e poi nell’estate scorsa del 2014 hanno organizzato una dura lotta, sebbene in questo momento si può dire che abbiamo perso, anche se non completamente. Tutti i lavoratori della logistica sono formalmente dipendenti di cooperative ma di fatto svolgono una mansione per Auchan, Bennet, Ikea ecc., ossia il committente finale; quando hanno iniziato a mobilitarsi, questi lavoratori hanno scelto come propria controparte non la cooperativa, anche quella, certo, ma prima di tutto l’Ikea, la Bennet ecc., cioè l’impresa che effettivamente tiene le redini della filiera, il grande gruppo multinazionale capace di condizionare le situazioni di lavoro lungo tutta la filiera. Sceglierlo come controparte offre anche la possibilità di organizzarsi al di là della propria singola condizione specifica, e quindi andare a parlare con i dipendenti di Ikea, Auchan ecc.</p>



<p>Questa frammentazione, quindi, se rende più difficoltosa l’organizzazione crea anche spazi di conflitto che non sono ancora stati indagati e studiati, forse perché, come si diceva, si è creduto che non esistesse più la possibilità di organizzarsi; dunque c’è tutto un sapere da costruire ex novo, o quantomeno da recuperare. </p>



<p>Esiste un’altra questione legata al confronto temporale tra il 1971 e il 2011. Quando si crede che tutti i lavoratori stavano in fabbrica, mentre si legge nelle statistiche che erano il 28%, vuol dire che la capacità di determinare la direzione politica, ossia di mettere al centro della discussione politica la questione del lavoro – che non è solo la questione del lavoro in fabbrica ma delle condizioni di lavoro in generale – non derivava tanto dalla consistenza numerica bensì dalla coscienza e dall’organizzazione: dal riconoscersi come classe, e poter essere in grado di muoversi in una direzione comune, anche se magari non studiata, però percepita.</p>



<p>La nostra paura è che non moriremo di inedia, disoccupati, ma torneremo in una situazione di super sfruttamento. Le politiche europee del lavoro, i desideri di Confindustria, che si stanno realizzando in gran parte nel governo Renzi, non sono quelli di eliminare la produzione dall’Italia o dall’Europa, vivendo di turismo e chissà cos’altro; ci sono studi in Francia, Italia e soprattutto negli Usa, che mostrano come ci sia stato e ci sarà un ritorno dell’industrializzazione. Al posto della delocalizzazione, dell’offshoring, potremmo entrare in una fase di reshoring, che significa riportare la produzione e gli investimenti produttivi in Europa e in Occidente, ma sarà attuato solo quando le condizioni di sfruttamento saranno ripristinate e il Capitale potrà ottenere dei profitti adeguatamente alti secondo i suoi desideri. Quindi ridurre i salari, andare a smantellare le garanzie sui luoghi di lavoro, indebolire la possibilità di fare sciopero ecc. sono operazioni che vanno in questa direzione.</p>



<p>Perché la Germania starebbe meglio nella rappresentazione che abbiamo? È vero, ci sono i lavoratori della Volkswagen che hanno buoni salari, ma c’è anche un grande esercito di sottoccupati, persone che lavorano con i cosiddetti Mini Jobs, lavori pagati pochissimo che costringono a una precarietà di vita molto alta, che legano a doppio filo con i sussidi, come quello che la Naspi cerca di emulare, ossia il fatto di dover accettare per forza un’offerta di lavoro perché se la si rifiuta per la terza volta si riduce o si perde il sussidio, e la si deve accettare anche se il lavoro offerto è pagato meno del sussidio stesso. La Germania ha fatto questo processo di attacco al salario nel 2003, con le riforme del Piano Hartz, e se si osserva un semplice grafico appare evidente che dal 2003 la quota di reddito nazionale che va ai salari inizia a scendere, mentre quella che va ai profitti inizia a salire; quello che è accaduto in Italia dopo l’abolizione della scala mobile e gli accordi del ‘92/93 sulle rappresentanze sindacali. Il Piano Hartz ha avuto un tale effetto da porre, anche a partire da condizioni specifiche della stessa Germania, le basi per mantenere gli investimenti e la profittabilità.</p>



<p>Quindi quello che di fatto si va a cercare è la possibilità di tornare a fare investimenti redditizi anche in Europa, e lo si fa abbassando i salari, aumentando i ritmi, peggiorando le condizioni di lavoro in tutti i settori. Certo è più evidente su una linea di montaggio, come all’Electrolux, dove si passa da 60 a 82 pezzi all’ora; poi magari viene attivato un contratto di solidarietà in cui si lavora sei ore ed è ancora sopportabile, però intanto la proprietà ottiene la stessa produzione che aveva prima nelle otto ore; e poi quando si registra il picco produttivo e si torna a otto ore, il lavoro diventa assolutamente insostenibile.</p>



<p>Noi non diciamo che si può fare politica solo nel lavoro, anzi, facciamola ovunque esista la possibilità di farla, però scegliamo delle priorità, che non dipendono tanto da noi e dalla nostra convinzione ma dalla possibilità di generalizzarle, di incidere su dei piani che abbiano una dimensione di massa, che siano recepibili, comprensibili, attaccabili, a livello generale nella società, dai nostri, tutti. È vero che c’è una grande frammentazione che è figlia di questi processi e che in parte è sempre esistita, ma è vero anche che c’è una tendenza alla omogenizzazione; ed emerge dai dati, a livello dei salari, al ribasso, e questo dobbiamo essere in grado di usarlo a nostro vantaggio. Il fatto che i bancari facciano saltare il contratto collettivo non li fa sembrare più dei privilegiati, e ciò vuol dire che saranno più facilmente con noi a lottare.</p>



<p>Esiste una omogenizzazione anche a livello globale. Non dobbiamo pensare che tutto dipenda da noi, che siamo gli unici protagonisti di questa storia, perché se andiamo a vedere qual è l’andamento dei salari in Cina ci accorgiamo che i lavoratori cinesi scioperano, pur avendo un unico sindacato, governativo, e con tutte le difficoltà della situazione, ottenendo dei miglioramenti salariali del 30% l’anno nel distretto del Guangdong del sud est cinese, dove sono localizzate le più grandi concentrazioni industriali. È chiaro che questo risponde anche a una politica del governo che cerca di stimolare i consumi interni, ma è anche frutto di quelle lotte.</p>



<p>Quindi se là i salari crescono, esiste la possibilità di vedere una omogenizzazione che può essere utilizzata per individuare delle rivendicazioni collettive. Per esempio si deve ragionare su una dimensione europea, sulla differenza salariale importante esistente tra la Germania e la Polonia e la Repubblica Ceca, Paesi confinanti che hanno salari pari alla metà, a un terzo, di quelli tedeschi, e che quindi funzionano anche da bilanciamento sul piano delle rivendicazioni salariali in Germania; pensare una rivendicazione di incremento salariale uguale è un’azione di cui non sappiamo niente nella pratica. Nella pratica conosciamo solo quelle che sono le risposte dall’alto, che spingono sempre più in una direzione neocorporativa tra proprietà e sindacati, quindi i nostri devono riuscire a creare qualcosa di più omogeneo e trovare gli strumenti per guidarlo.</p>



<p>In Italia in questo momento, probabilmente la realtà più significativa sul piano della partecipazione, mobilitazione e della capacità di incidere anche nella politica cittadina, di fare proprio quel lavoro di rimessa al centro del discorso pubblico della questione lavoro, è il Coordinamento dei lavoratori e delle lavoratrici livornesi. È nato circa un anno fa sulla spinta di alcuni compagni che si occupavano di lotta per il diritto alla casa e di un lavoratore Rsu molto capace, che ha deciso di costruire una rete di relazioni. È un coordinamento che va al di là dell’appartenenza sindacale e cerca di essere proprio quello strumento nelle mani dei lavoratori. Ha subito dato sostegno a una lotta molto improvvisa e accesa di alcuni lavoratori di una fabbrica che produceva pezzi per la Fiat, che hanno scoperto nel corso di una notte che lo stabilimento sarebbe stato chiuso da lì a poco; 400 lavoratori che hanno iniziato subito una mobilitazione con sciopero e sono andati a occupare la sede di Confindustria.</p>



<p>Il coordinamento è cresciuto intorno a loro, rafforzandoli, dandogli visibilità, ed è riuscito ad aggregare intorno a sé più di trenta realtà lavorative diverse in pochissimo tempo, tant’è che il primo corteo a fine di ottobre dell’anno scorso ha visto 3.000 lavoratori in piazza, dai call center ai lavoratori del porto, e sta proseguendo nell’azione ed è riuscito a spostare il dibattito cittadino su queste questioni. E chiaro che bisogna fare dei passi in avanti, perché il conflitto resta tuttora schiacciato sulla dimensione vertenziale e resistenziale, rimane sulla difesa, sul mantenimento di uno spazio di agibilità, di condizioni di vita che verrebbero meno, e non riesce a porre, o lo fa poco, delle questioni di avanzamento. Ma ci sono anche realtà in cui si va all’attacco, come nelle lotte del mondo della logistica, che vanno anch’esse nella direzione di costruire una omogeneità; perché è vero che tutti lavorano nella logistica, ma è vero anche che sono una miriade di cooperative diverse.</p>



<p>Tutto è iniziato nel 2008/2009, nella provincia di Milano, a partire da alcune lotte piccole ma significative, che poi si sono estese soprattutto a Piacenza, a Bologna, lungo gli snodi della logistica; i lavoratori sono riusciti a portare un esempio di possibilità di andare all’attacco, ossia di ottenere cose che prima non avevano. È vero che si partiva da situazioni molto pesanti, in cui il contratto nazionale non era assolutamente applicato e c’era un forte dispotismo nell’ambiente di lavoro, ma adesso i lavoratori sono organizzati in due principali sindacati di base, Si Cobas e Adl Cobas, e sono riusciti a ottenere quantomeno l’applicazione del contratto collettivo nazionale e la riduzione netta del livello di dispotismo. E ora stanno portando avanti una piattaforma che chiede un nuovo contratto collettivo nazionale che preveda di fatto il superamento del sistema delle cooperative, utilizzate unicamente per ottenere sgravi fiscali, evadere la contribuzione e poter fare i cambi appalto ogni due anni, che significa eliminare scatti di anzianità e poter lasciare a casa con una grande facilità chi diviene troppo fastidioso. Riuscire ad abolire questa organizzazione del lavoro all’interno della logistica ha delle ricadute molto positive anche negli altri settori in cui si lavora all’interno di cooperative; è una questione comune che pone il tema di come si possano generalizzare le forme di lotta e di rivendicazione.</p>



<p>C’è anche la Camera popolare del lavoro di Napoli, che abbiamo sviluppato come Clash City Workers dentro uno spazio occupato a marzo di quest’anno, un vecchio ospedale psichiatrico giudiziario. Questa realtà è stata costruita rifacendosi al ruolo originario che dovevano avere le Camere del lavoro – quindi fine Ottocento, inizi Novecento – ossia quello di mettere in relazione i lavoratori, creare capacità di organizzazione al di là del proprio luogo di lavoro e al di là della propria appartenenza alla singola lega sindacale, creare informazione e istruzione suoi propri diritti, e mobilitare i lavoratori sulle questioni degli altri lavoratori: io che sto alla Fiat vado a supportare i lavoratori della cooperativa che fa le pulizie alla Auchan.</p>



<p>Di fatto questa Camera popolare del lavoro è un embrione di una forma organizzativa che va nella direzione di costruire, anche dal punto di vista della coscienza, una omogeneità che esiste già nella materialità dei fatti. Siamo connessi dal Capitale a livello globale, siamo connessi lungo le filiere e siamo omogeneizzati nell’attacco che ci viene rivolto, ma di fatto siamo scomposti dal punto di vista soggettivo, nella nostra percezione, da quanto ci sentiamo diversi, separati, non capiamo; quindi fondamentale prerequisito per qualsiasi possibilità, anche di sviluppo politico, è il presentarsi dei nostri, della nostra classe, nel dibattito pubblico, in una forma organizzata.</p>



<p>Parlare del conflitto capitale/lavoro non è una questione ideologica ma uno strumento per trasformare anche la rappresentazione che c’è fra i nostri. Lavorare occupa dalle otto alle dieci ore al giorno, ore fondamentali, e in più esiste tutto il corredo del lavoro che occupa buona parte del resto del tempo: quando vado a casa mi trascino dietro alcuni di questi aspetti, le conseguenze, i pensieri, le preoccupazioni. Bisogna recuperare l’ambito del lavoro anche nella quotidianità, che non è vero che non c’è, c’è eccome, solo che le persone tendono a trasformarlo nella preoccupazione del dover pagare la bolletta, l’assicurazione dell’auto, senza pensare che devono pagarla, semplificando estremamente, perché non ci sono più mezzi di trasporto pubblico e quindi tutto è a carico del lavoratore.</p>



<p>Aspetti che non sono immediatamente il salario ma elementi all’interno della quotidianità del lavoratore, in quanto lavoratore o disoccupato, che è la stessa cosa, che appartiene alla classe; aspetti su cui si possono fare rivendicazioni secondarie ma che, in un determinato momento, sono più immediatamente alla portata, più politicamente attuabili, e permettono di fare un passaggio politico più rapido e raggiungibile.</p>



<p>Da questo punto di vista può quindi essere utile dare sponda a chi altro lo fa, oppure utilizzare anche questi ambiti su cui agire. Certo avere una dimensione nazionale dà la forza e la capacità di leggere la realtà, di costruire quelle relazioni che si muovono sul territorio nazionale, così come si muovono sul territorio globale. L’unico modo per avere un peso a livello nazionale è essere in grado, sul livello nazionale, di agire diffusamente nel territorio, avere la capacità di essere incisivi rispetto al quotidiano dei lavoratori. Costruirla è difficile. In questo momento abbiamo bisogno di creare gli strumenti che ci permettono di presentarci alla nostra classe, però dobbiamo farlo a partire dall’esperienza concreta, dalle forme organizzative che si danno le lotte. E a partire da quel conflitto che esiste, costruire le forme organizzative che ci saranno utili nel momento in cui tornerà il Capitale. Se saremo come siamo adesso, sarà un massacro; se utilizziamo le lotte di oggi, che sono certamente difensive e non offensive, per costruire relazioni e organizzazioni, magari saremo capaci di contrattaccare e ottenere.</p>
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		<title>Il Grande Rifiuto</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-grande-rifiuto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2015 15:23:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
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					<description><![CDATA[La politica mercificata: Renzi promotore e nuovo prodotto della società a una dimensione
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-44-ottobre-novembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 44, ottobre &#8211; novembre 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La politica mercificata: Renzi promotore e nuovo prodotto della società a una dimensione</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La trasformazione fisica del mondo implica la trasformazione mentale dei simboli, delle immagini e delle idee che a esso si riferiscono.”
Herbert Marcuse,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Ne<em>&nbsp;L’uomo a una dimensione</em>&nbsp;Marcuse riprende il concetto filosofico di ‘pensiero negativo’ come pensiero critico: è la capacità individuale di sviluppare un discorso che si oppone all’esistente (il ‘pensiero positivo’ della società), che immagina, progetta, crea un’alternativa; che utilizza il potere critico della Ragione, la logica dialettica bidimensionale, per giudicare la realtà, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che&nbsp;<em>è</em>&nbsp;da ciò che<em>&nbsp;dovrebbe essere</em>, l’Essere dal Non-Essere.</p>



<p>Per il pensatore della Scuola di Francoforte, perdere la capacità di elaborare il pensiero negativo è inevitabile nella società industriale tecnologica, che crea ‘falsi bisogni’ per sostenere la costante crescita di produzione e consumo di merci; una produzione e distribuzione di massa che reclamano l’individuo intero, e annullano quella dimensione interiore della mente nella quale un tempo prendeva forma il pensiero di opposizione a una realtà che imprigiona l’uomo anziché liberarlo, che lo mercifica, dal processo di sfruttamento lavorativo alla sua trasformazione in consumatore. “I prodotti indottrinano e manipolano; promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità. E a mano a mano che questi prodotti benefici sono messi alla portata di un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di vivere. E un buon modo di vivere – assai migliore di un tempo – e come tale milita contro un mutamento qualitativo” (1).</p>



<p>Non si tratta più di alienazione: questa civiltà trasforma gli oggetti in una estensione del corpo e della mente dell’uomo, e l’individuo si&nbsp;<em>riconosce</em>&nbsp;nelle merci che acquista, vi trova la propria soddisfazione e realizzazione. Il dominio sulla persona diventa totale, la separazione tra ‘esterno’ – la struttura sociale e produttiva – e ‘interno’ – la coscienza e l’inconscio, i desideri, le aspirazioni, i bisogni dell’individuo, il suo stesso immaginario – è dissolta. Al punto che non si può parlare nemmeno di introiezione, un processo che presuppone l’esistenza di un Io che trasferisce l’esterno all’interno, perché la dimensione interiore dell’Io non esiste più. Quello che avviene è un processo di&nbsp;<em>mimesi</em>, involontario e inconsapevole, una identificazione totale e immediata dell’individuo con la società.</p>



<p>La trasformazione è legata al progresso tecnologico, applicato al sistema industriale di produzione di massa: la grande quantità di beni prodotti, e il loro crescente livello tecnologico, migliora lo standard di vita a un numero sempre maggiore di persone, e il potere critico della Ragione non sa più sviluppare un pensiero negativo da contrapporre a tale sistema, che appare razionale; la Ragione è quindi identificata con la realtà, la falsa coscienza non permette più la distinzione tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; la capacità individuale di immaginare una alternativa è abortita, percepita come irrazionale. Non esistono più due dimensioni – esterno e interno, pensiero positivo e pensiero negativo – ma una sola, “che si ritrova dappertutto e prende ogni forma”.</p>



<p>Un uomo unidimensionale, una società unidimensionale, totalitaria e repressiva nella falsa libertà che concede. Una società che respinge ogni opposizione mentre concilia le forme di protesta che, non contraddicendo l’esistente, non hanno un reale carattere negativo. Un pensiero unidimensionale che riesce a contenere in sé le contraddizioni, continuando a riconoscere una superiore dignità morale ai valori mentre li sottrae alla realtà per relegarli nel piano ideale. Il loro contenuto concreto e critico svanisce di fronte a una realtà percepita come razionale: ogni uomo è libero e uguale e ha diritto di fuggire dalla<em>&nbsp;fame</em>&nbsp;e dalla&nbsp;<em>guerra</em>&nbsp;cercando una vita dignitosa (valore), ma il Primo Mondo non ha le risorse per accogliere tutti i migranti del Terzo Mondo, sia i ‘rifugiati politici’ che fuggono dai conflitti sia i ‘migranti economici’ che fuggono&nbsp;<em>solo</em>&nbsp;dalla miseria (razionale). Le necessità dell’economia contraddicono il piano ideale dei valori, e l’uomo a una dimensione accetta la contraddizione. Il pensiero negativo che contestualizza la realtà, la storicizza, ne analizza le cause – quella stessa struttura economica che impone le sue&nbsp;<em>necessità</em>&nbsp;– e vi si oppone, appare irrazionale e non riesce a costruirsi.</p>



<p>Il linguaggio è fondamentale nello sviluppo del pensiero: parola, discorso, articolazione. “Il linguaggio funzionalizzato, abbreviato e unificato è il linguaggio del pensiero unidimensionale” scrive Marcuse, “promosso sistematicamente dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa. Il loro universo di discorso è popolato da ipotesi autovalidantisi, le quali, ripetute incessantemente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o dettati ipnotici”.</p>



<p>Matteo Renzi non è il primo politico ad avere un modello comunicativo unidimensionale, ma il suo salto&nbsp;<em>qualitativo</em>&nbsp;non ha precedenti. Un cambiamento che poteva esprimere solo la generazione nata e cresciuta nella società a una dimensione, per la quale la mimesi non è stata una trasformazione ma il modo di essere fin dal primo vagito. Lo stile pubblicitario di Berlusconi non ha mai raggiunto tali livelli; non era in grado. Berlusconi era un bravo venditore che conosceva le tecniche della comunicazione e le utilizzava a proprio vantaggio, manipolando la realtà; Renzi, drammaticamente, è sincero. Perché non è solo promotore del pensiero unidimensionale, ne è anche il prodotto.</p>



<p>Il suo linguaggio non è solo assertivo, è autoritario, intimidatorio; preposizioni semplici e semanticamente elementari, continuamente riproposte fino a diventare mantra (rottamare la vecchia politica, cambiare l’Italia, fare le riforme…), bloccano l’approfondimento del contenuto del discorso, il processo individuale e critico di distinzione del vero dal falso, spingendo ad accettare ciò che viene affermato nella forma in cui viene affermato: esso è la Verità. È un linguaggio evocativo, non dimostrativo; che poggia su tautologie, le quali chiudendo il discorso escludono ogni confronto e ogni possibile alternativa. In tal modo ogni opposizione viene presentata, e appare, irrazionale: chi tenta di ostacolare la sua azione è un&nbsp;<em>gufo</em>, le idee politiche che non si allineano alla sua visione sono il frutto di una ideologia ancorata al passato, che non sa aggiornarsi al progresso, alla società che cambia, una speculazione irrealistica.</p>



<p>Renzi è anche la ‘merce Renzi’. “La tecnologia” scrive Marcuse “è diventata il maggior veicolo di&nbsp;<em>reificazione</em>&nbsp;– di reificazione nella sua forma più matura ed efficace”. Twitter è il nonluogo in cui Renzi è diventato merce, nel quale si evidenzia maggiormente il processo di reificazione. Non è lo spazio privilegiato per comunicare le azioni del governo, o per fare propaganda; una simile lettura è riduttiva. Twitter è un prolungamento del corpo e della mente di Renzi, attraverso il quale egli produce una continua e costante, martellante, auto-promozione della merce Renzi, il prodotto che salverà l’Italia da se stessa. Compra Renzi e sarai felice. Centoquaranta caratteri, struttura ideale per una comunicazione semplificata, nella quale si alternano messaggi a contenuto politico:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“Riforma del Senato. Approvato il testo base del Governo. Molto bene, non era facile. La palude non ci blocca! È proprio la #lavoltabuona”;</li><li>“Ieri servizio civile e terzo settore. Oggi scuole partecipate e Expo. Noi vogliamo bene all’Italia: per questo la cambiamo #lavoltabuona”;</li><li>“Alle 12 confestampa su questi primi #80giorni. Dieci slide con le cose fatte e i cantieri aperti. E un pensiero affettuoso agli #amicigufi”;</li><li>“Porteremo a casa le riforme. Gli italiani con referendum avranno ultima parola. E vedremo se sceglieranno noi o chi non vuole cambiare mai”;</li></ul>



<p>con altri a carattere sportivo (esaltazioni nazionalistiche di vittorie, l’immagine di un’Italia ‘in rimonta’ e di un presidente del Consiglio ‘uomo comune’):</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“ Bravissima Tania Cagnotto, uno storico oro mondiale”;</li><li>“A Silverstone è trionfo Italia. Orgoglio per il podio. E i nostri omaggi al Dottore: @ValeYellow46 semplicemente strepitoso!”;</li></ul>



<p>cronache delle sue giornate iperattive, in costante movimento e al lavoro, pieno di energie:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“Terminato il G7, sono a Roma per lavorare sui nostri dossier: province, senato, titolo V, CNEL, scuole, patto di stabilità. #buongiorno”;</li><li>“Giornata di lavoro su carte e documenti. Era dai tempi del liceo che non studiavo così tanto. Ma bene, molto bene. È proprio #lavoltabuona”;</li></ul>



<p>link alle sue interviste:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“A proposito di coraggio e di paura, qui un’intervista al @Corriereit. Buona domenica a tutti”;</li></ul>



<p>e poi fotografie di scrivanie zeppe di carte, immagini (sempre sorridenti) degli incontri istituzionali internazionali e con il ‘popolo’; il tutto accompagnato dagli hashtag, formule linguistiche contratte, magico-rituali: #italiariparte, #lavoltabuona, #goodnews, e anche: #amicigufi, #allafacciadeigufi, #ciaogufi.</p>



<p>Un modo di fare politica dal quale non si tornerà indietro, anche quando Renzi lascerà il posto a un altro Renzi, un altro uomo politico-merce, un altro&nbsp;<em>brand</em>&nbsp;(è questa la libertà, non-libertà, esistente nel dominio unidimensionale: scegliere tra un marchio e un altro). Travalicando i confini del non-luogo – i tweet scrivono gli articoli dei quotidiani, creano il palinsesto televisivo inserendosi nei telegiornali e nei talk show, rendendo fruibile la merce Renzi anche da coloro che non utilizzano questa tecnologia – è divenuto imposizione, scelta obbligata, per gli esponenti di tutti gli schieramenti politici: non si può non&nbsp;<em>essere</em>&nbsp;su Twitter.</p>



<p>Ciò che gravemente sfugge, sopra ogni cosa, è che la società unidimensionale non rappresenta la fine delle ideologie: “La cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia della mercificazione dell’uomo, che ha trovato la sua massima realizzazione nella struttura economica capitalistica, accettata e promossa anche dai partiti che insistono a collocarsi a sinistra. Per questo oggi, che l’uomo politico-merce si presenti come di destra o di sinistra non fa alcuna differenza; altro è il&nbsp;<em>pensiero</em>&nbsp;di sinistra, ma esso non trova rappresentanza politica da decenni.</p>



<p>Marcuse scrive all’inizio degli anni Sessanta osservando la società statunitense; il suo testo è ben più articolato di quanto qui richiamato, e ciò che analizza è una tendenza delle civiltà industriali tecnologiche in un momento di boom economico. Soprattutto negli Usa, erano gli anni dell’esplosione della produzione di massa e del consumismo. Oggi ciò che esplode è la crisi economica, la disoccupazione, il lavoro precario, sottoqualificato e sottopagato; ma esplodono anche le vendite di iPhone, smartphone, tablet, iPod – le merci a più alto contenuto tecnologico dell’attuale produzione di massa – e gli account Twitter e Facebook. Quella di oggi è una società più complessa, schizofrenica, tra alienazione e mimesi.</p>



<p>Marcuse vedeva negli studenti, nel sottoproletariato e nelle minoranze etnico-linguistiche i soggetti esclusi dalla trasformazione tecnologica, e dunque esterni al dominio unidimensionale e per questo potenzialmente rivoluzionari – per quanto privi di coscienza rivoluzionaria: classe&nbsp;<em>in sé</em>&nbsp;ma non<em>&nbsp;per sé</em>. Oggi le giovani generazioni – la maggior parte, per fortuna ci sono sempre le eccezioni – subiscono a pieno il dominio. Ogni loro sforzo è votato a inserirsi in questa società, che accettano senza porla in discussione. È il soggetto che maggiormente riesce a tenere insieme le contraddizioni: il lavoro è precario e malpagato (reale), dovrebbe permettere all’uomo di realizzarsi in una progettualità di vita libera e dignitosa (valore), ma c’è la globalizzazione, la delocalizzazione, il mercato, la produttività (razionale), è il mondo che cambia e non si può&nbsp;<em>tornare indietro</em>&nbsp;(irrazionale). Non possiedono nemmeno le parole per sviluppare un pensiero negativo e immaginare una realtà diversa, perché ignorano la cultura che le ha create. Il sottoproletariato e le minoranze etnico-linguistiche subiscono anch’essi il dominio delle merci, nel miraggio di poter migliorare le proprie condizioni di vita. La maggiore fede religiosa che generalmente li caratterizza, cristianesimo o islam, se pone un baluardo alla mercificazione dell’uomo non si può certo dire che lo liberi, con il suo tentativo di controllo sul corpo e sulla coscienza.</p>



<p>La classe lavoratrice è ormai integrata nella società unidimensionale, e ha quindi perso la possibilità di essere agente di trasformazione storica – il proletariato di Marx – come già Marcuse aveva evidenziato. Soprattutto le generazioni divenute ceto medio nel corso degli anni, che hanno vissuto il boom economico, il progresso della tecnologia e lo sviluppo della produzione di massa, hanno perso la capacità di opporsi a un sistema che ha migliorato il loro livello di vita. È significativo che alle ultime elezioni europee del 2014, il 48% degli elettori del Partito democratico avesse più di 55 anni (il 18% tra i 55 e i 64 anni, il 30% 65 anni e oltre) (2); una tendenza rimasta invariata a distanza di un anno, durante il quale Renzi si è rivelato nella sua pienezza unidimensionale: ad aprile 2015, il 44,4% delle intenzioni di voto espresse al Pd rientrava nella fascia di età ‘55 anni e oltre’ (3).</p>



<p>Sono le generazioni che hanno vissuto gli anni Settanta della lotta armata e del Movimento, gli anni del Pci, che pur nelle sue ambiguità e contraddizioni rappresentava un pensiero negativo di opposizione al sistema sociale e produttivo; ma vent’anni di tradimento del pensiero di sinistra messo in atto con il percorso Pds-Ds-Pd hanno evidentemente aiutato il processo di mimesi. A differenza delle nuove generazioni, loro possedevano le parole per sviluppare un pensiero critico, ma le hanno perdute. E anche se non credono ai mantra ipnotici (almeno si spera, l’esperienza di vita qualche anticorpo dovrebbe produrlo) ne subiscono il fascino, entusiasti dell’uomo che agisce, del<em>&nbsp;nuovo</em>&nbsp;che spazza via il&nbsp;<em>vecchio</em>&nbsp;– che nella propaganda ha assunto le sembianze della ‘casta politica’ corrotta, ripiegata a difendere i propri interessi personali – e, perché no, del miraggio di una vittoria elettorale e della fine dell’odiato Berlusconi; oppure si turano il naso, e di fronte all’irrazionalità che sembra contenere ogni alternativa (è impossibile combattere la globalizzazione, mantenere il welfare con un debito pubblico elevato ecc.) accettano l’esistente, come se rappresentasse il corso&nbsp;<em>naturale</em>&nbsp;delle cose, le foglie che d’autunno cadono dagli alberi.</p>



<p>“Quindi si deve porre ancora una volta la domanda” concludeva Marcuse: “Come possono gli individui amministrati – che hanno tratto dalla loro mutilazione le loro libertà e soddisfazioni, e così la riproducono su larga scala – liberarsi da se stessi non meno che dai loro padroni?” La storia ha negato le speranze di Marcuse, studenti, sottoproletariato e minoranze etnico-linguistiche non sono, in quanto tali, classi potenzialmente rivoluzionarie; dunque qual è la risposta di oggi?</p>



<p>Se è vero che siamo tutti soggetti al dominio unidimensionale (ed è vero), è altresì vero che esiste una minoranza – ed esisterà sempre – trasversale alle classi sociali e alle generazioni ancora capace di elaborare un pensiero negativo. Spesso gli fa compagnia un senso di impotenza: “La teoria critica della società non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente e il suo futuro; non avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa”. Ma esistono luoghi fisici in cui incontrarsi, ragionare e confrontarsi; esistono luoghi culturali che tentano di sviluppare un pensiero critico – e Paginauno cerca di essere uno di questi. Perché anche se può apparire impossibile, poiché “davanti all’efficienza onnipresente del sistema dato di vita, le alternative di chi discerne la necessità [di mutamento] sono sempre apparse utopistiche”, non si può rinunciare a porre quello che Marcuse definiva il&nbsp;<em>Grande Rifiuto</em>: il rifiuto assoluto a questo sistema economico, politico, sociale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Herbert Marcuse,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, Einaudi. Se non diversamente indicato, le citazioni dell’articolo sono prese dal saggio di Marcuse, e i corsivi sono contenuti nel testo originale</p>



<p class="has-small-font-size">2) Dati Istituto Ipsos, Analisi del voto alle elezioni europee 2014</p>



<p class="has-small-font-size">3) Dati sondaggio Emg per Tg La7 sulle intenzioni di voto, 13 aprile 2015</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Forza e violenza: nodo del conflitto sociale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/forza-e-violenza-nodo-del-conflitto-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 15:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1108</guid>

					<description><![CDATA[Proteste di piazza e stigmatizzazione della violenza: tra black bloc e manifestazioni pacifiche, quale futuro per il conflitto sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-43-giugno-settembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 43, giugno &#8211; settembre 2015)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Proteste di piazza e stigmatizzazione della violenza: tra black bloc e manifestazioni pacifiche, quale futuro per il conflitto sociale</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse"><em>“Si dura una gran fatica per comprendere la violenza proletaria quando si cerca di ragionare secondo le idee che la filosofia borghese ha diffuso nel mondo; secondo questa filosofia, la violenza sarebbe un residuo della barbarie e sarebbe destinata a scomparire con la progressiva influenza dei lumi.”</em><br>George Sorel,&nbsp;<em>Riflessioni sulla violenza</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Rileggere oggi<em>&nbsp;Riflessioni sulla violenza</em>&nbsp;di Sorel, pubblicato nel 1908, è un buon esercizio intellettuale. Aiuta a tenere vigile la capacità critica, che il canto delle sirene della retorica democratica, della&nbsp;<em>civile</em>&nbsp;società pacificata, pone continuamente sotto minaccia di assopimento. Il testo colpisce per l’attualità di alcune analisi, accanto a considerazioni oggi decisamente fuori tempo. Sorel – che può essere inscritto nel filone del ‘sindacalismo rivoluzionario’ – individuava nel&nbsp;<em>mito</em>&nbsp;dello sciopero generale l’unica leva in grado di innescare una rivoluzione socialista, che avrebbe abbattuto lo Stato democratico borghese e creato i presupposti per la nascita di una nuova società. Non si poneva il problema della progettualità politica della futura società, solo di abbattere quella esistente; ciò che sarebbe venuto dopo, si sarebbe immaginato dopo.</p>



<p>Considerava la via parlamentare, intrapresa dai socialisti progressisti, una presa in giro: un bieco opportunismo da politicante, un “pantano democratico”, il vicolo cieco che avrebbe portato il socialismo alla morte. I “socialisti cosiddetti rivoluzionari del Parlamento” si erano venduti alla filosofia borghese, divenendo sostenitori del sistema capitalistico. Da qui, la necessità di una netta separazione tra le classi sociali, per mantenere l’autonomia culturale e politica della classe subalterna e contrastare l’imborghesimento che già si affacciava anche tra i lavoratori. Dietro il riformismo, dietro “le&nbsp;<em>persone per bene</em>, i democratici devoti alla causa dei Diritti dell’Uomo” (1), dietro i “fabbricanti di pace sociale”, Sorel individuava l’uso strumentale degli astratti valori dell’Illuminismo –<em>&nbsp;imposti</em>&nbsp;culturalmente agli operai per impedire loro di ribellarsi con la violenza allo sfruttamento – divenuti sovrastruttura di quello che oggi definiremmo pensiero unico: la falsa contrapposizione parlamentare destra/sinistra che tiene in piedi il sistema capitalistico. Di questo gioco delle parti, lo Stato borghese democratico si faceva garante, dunque non era, per sua natura, riformabile; occorreva abbatterlo. E non c’era altra via che l’uso della violenza.</p>



<p>Sorel si rifiuta di porre il tema sul piano morale; ne fa una questione di prassi. O meglio: il problema è politico. Per Sorel infatti la morale non è quella del singolo individuo ma quella di una società. Dunque: “Non si tratta qui di giustificare i<em>&nbsp;violenti</em>, ma di sapere quale è nel socialismo contemporaneo il compito della&nbsp;<em>violenza delle masse operaie</em>. […] Non bisogna esaminare gli effetti della violenza partendo dai risultati immediati che essa può produrre, ma dalle sue conseguenze lontane. Non bisogna chiedersi se essa possa recare agli operai di oggi più o meno vantaggi immediati di quanti ne comporterebbe una accorta diplomazia, ma chiedersi quale è il risultato della introduzione della violenza nei rapporti tra il proletariato e la società”.</p>



<p>Si tratta anche della distinzione tra ‘forza’ e ‘violenza’: “I termini&nbsp;<em>forza</em>&nbsp;e&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;vengono adoperati allo stesso modo sia per le azioni delle autorità che per quelle dei rivoltosi. È chiaro che i due casi danno luogo a conseguenze ben diverse. Io sono del parere che sarebbe tanto di guadagnato adottare una terminologia che non desse luogo a nessuna ambiguità, e che bisognerebbe riservare il termine&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;per la seconda accezione; diremo dunque che la forza ha per oggetto di imporre la organizzazione di un certo ordine sociale nel quale governa una minoranza, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La borghesia ha fatto uso della forza sino agli inizi dei tempi moderni, mentre il proletariato reagisce adesso con la violenza contro di essa e contro lo Stato”.</p>



<p>La violenza quindi, praticata all’interno degli scioperi, esercitata fuori dal controllo “di chi per professione fa della politica parlamentare”, radicalizza la lotta di classe – che i riformisti tendono invece a epurare del concetto di violenza – e riporta nella società quel conflitto necessario ad abbatterla.</p>



<p>Il primo maggio scorso, a Milano, sono scese in piazza entrambe le posizioni politiche: quella riformista, convinta che le cose possano essere cambiate per via democratica, parlamentare e pacifica, e quella che non lo ritiene possibile, e utilizza la violenza per opporsi all’attuale sistema politico ed economico. Le due prassi si sono plasticamente confrontate non tanto nel corteo del Mayday No Expo – dove hanno certamente condiviso spazio e temporalità, essendo entrambe presenti – quanto nell’inaugurazione dell’Expo inscenata la mattina dal centro sociale Sos Fornace presso i tornelli di ingresso dell’Esposizione, e la violenza messa in atto nel pomeriggio dai black bloc durante la manifestazione. </p>



<p>La prima ha utilizzato il registro del sarcasmo per comunicare e denunciare la precarietà, lo sfruttamento, la corruzione e il malaffare che hanno costruito e tuttora sostengono Expo. Un piccolo gruppo di una trentina di attivisti, a viso scoperto,&nbsp;<em>travestiti</em>&nbsp;da hostess e lavoratori volontari di Expo, ha messo in piedi una scenetta di dieci minuti con tanto di taglio del nastro, coriandoli e stelle filanti, e megafono alla mano ha espresso la propria opinione politica: “Oggi, 1° maggio 2015, all’apertura dei cancelli di Expo, i precari della metropoli danno il benvenuto alla grande Esposizione Universale […] entrando nel grande sito di Expo 2015 potrete osservare da vicino la biodiversità precaria, straordinari esempi di precarie e precari di varie specie e affascinanti caratteristiche: si comincia da 340 apprendisti fino a 29 anni, 195 stagisti con un semplice rimborso spese e tirocinanti non pagati” (2). La Fornace, centro sociale di Rho, è una delle realtà più attive tra le diverse che hanno cercato di contrastare l’organizzazione di Expo fin dalla candidatura di Milano del 2006, con manifestazioni, dibattiti, cercando di creare una rete con il territorio, di informare e coinvolgere i cittadini, di confrontarsi con le istituzioni.</p>



<p>La seconda prassi, quella dei black bloc, si è espressa per le strade di Milano, a volto coperto: ha distrutto vetrine, dato fuoco ad alcune auto e cercato di sfondare i blocchi della polizia posti lungo il percorso della manifestazione. Se analizziamo il corteo dal punto di vista dei suoi spezzoni – i centri sociali, i comitati, le organizzazioni, le associazioni – è indubbio che quello dei black bloc era tra i più numerosi: a occhio e croce, tra 800 e 1.000 persone (su 30.000 totali, secondo le stime ufficiali). Compatte, organizzate e determinate.</p>



<p>Non è facile analizzare la galassia internazionale black bloc: non comunica, e ancora meno dialoga, con i cittadini e le istituzioni; si pone in posizione&nbsp;<em>altra</em>&nbsp;rispetto alla società, operando una separazione netta. Non esiste un manifesto politico né portavoce o referenti; i militanti proteggono il proprio anonimato (posizione comprensibile, dato che compiono atti illegali a termini di legge) ed è nota la loro avversione per la stampa (difficile dargli torto, visto il livello di collusione/servilismo dell’informazione ufficiale con il potere politico ed economico).<br>Gli unici documenti pubblici sono interviste rilasciate da alcuni attivisti, sotto anonimato, che parlano a titolo personale.</p>



<p>Mettendole insieme, si può tentare di fare una sintesi del pensiero politico: il black bloc non è un movimento né una organizzazione, è una prassi, un metodo di lotta che si caratterizza per l’utilizzo della violenza durante le proteste a carattere internazionale (contro la Bce, il Fmi, la Bm, il Wto, il G8 ecc.); non esiste quindi una struttura, né alcuna gerarchia, non ci sono riunioni di vertice; è la riconoscibilità della pratica politica, l’uso della violenza, che li aggrega e li rende compatti; l’ideologia sottostante la prassi è quella no global e anticapitalista; la violenza va esercitata solo sulle&nbsp;<em>cose</em>, non sulle&nbsp;<em>persone</em>&nbsp;– anche lo scontro con le forze dell’ordine va evitato, quando possibile – ed è una violenza&nbsp;<em>mirata</em>&nbsp;contro le sedi delle multinazionali, delle banche, e in generale contro i simboli del capitalismo globale; il fine è abbattere il sistema, politico ed economico, giudicato non riformabile, e non esiste un progetto sul tipo di società da costruire dopo; l’obiettivo è il piano simbolico: i black bloc sanno bene che mandare in pezzi anche cento vetrine, anche dieci volte l’anno (ragionando per eccesso), non mette in crisi il sistema: è il campo dell’immaginario che vogliono incrinare, quello del brand, della globalizzazione; infine, l’uso sistematico della violenza mira a riportare all’interno della società la pratica conflittuale come fenomeno diffuso e allargato – la logica non è dunque quella dell’avanguardia dei gruppi armati degli anni Settanta (i black bloc non sono armati e non vogliono entrare in clandestinità). Si può quindi dire, ma questa è una conclusione di chi scrive, che mirano a innescare una rivoluzione.</p>



<p>Anche se vi sono evidenti similitudini con il pensiero di Sorel, non si intende qui fare un parallelismo – improponibile per ragioni politiche, economiche, sociali, ideologiche – tra i black bloc e il sindacalismo rivoluzionario dei primi del Novecento – sconfitto, tra l’altro, dalla storia: la rivoluzione socialista non c’è stata, e ancora meno la dinamica dello sciopero generale l’ha mai innescata. Il richiamo a Sorel vuole solo essere funzionale a mostrare quanto la stigmatizzazione della violenza politica –&nbsp;<em>senza se e senza ma</em>, recita oggi il conformismo benpensante – impedisca di fare analisi articolate.</p>



<p>Dopo ogni azione dei black bloc si assiste alla corsa alla condanna della pratica violenta, sia da parte dei divulgatori del pensiero unico – ed è comprensibile quanto scontato – che del mondo ‘antagonista’ – ed è già meno comprensibile. L’ideologia pacifista – che fatica a fermare il pensiero sul concetto di violenza, al punto da non riuscire a operare una differenza fra quella sulle cose e quella sulle persone, né a chiedersi se, per tornare a Sorel, sia più violenta la&nbsp;<em>forza</em>&nbsp;dello Stato, con le sue pratiche neoliberiste, o la&nbsp;<em>violenza</em>&nbsp;dei black bloc – attiva automaticamente una serie di dispositivi delegittimanti per non riconoscere una soggettività politica alla realtà black bloc: sono poliziotti travestiti, sono infiltrati dalle forze dell’ordine, sono manovrati dai servizi segreti, sono d’accordo con i servizi segreti.</p>



<p>Sono uno strumento – è la valutazione conseguente – più o meno consapevole del potere, che li utilizza per giustificare la repressione di un movimento politico di opposizione pacifico e democratico; e per silenziarlo, perché la violenza cancella le motivazioni della protesta, e dalla sera stessa sui media si discute solo degli<em>&nbsp;atti vandalici</em>&nbsp;e non delle ragioni per cui migliaia di persone sono scese in piazza. Se non sono tutto questo, sono nulla più che teppisti delinquenti.</p>



<p>Tentativi di infiltrazione sono facilmente ipotizzabili – è una consueta pratica del potere per cercare di gestire le opposizioni sociali – così come non è da escludere la presenza di persone apolitiche, semplicemente frustrate e disadattate (come ci si può adattare a questa società?); che poi durante la fase della violenza, ci rimetta anche la vetrina di una pasticceria, o qualche auto, fa parte della dinamica della rabbia che esplode. Ma tutto questo non significa che il black bloc non sia un soggetto politico. Il punto è che riconoscerlo come tale, significa doversi confrontare; il pensiero unico non intende farlo, quindi è ovvia la manovra di delegittimazione; ma che abbia lo stesso atteggiamento quella sinistra sociale che si oppone alle politiche neoliberiste, è avvilente.</p>



<p>Se il ‘movimento politico di opposizione pacifico e democratico’ volesse fare un’analisi articolata, dovrebbe essere drammaticamente più onesto con se stesso: che cosa ha ottenuto fino a ora? Nulla. L’Expo è qui, a macinare utili per le multinazionali sulle spalle di lavoratori precari,&nbsp;<em>volontari</em>, sfruttati, privi di diritti e tutele, dopo aver ingrassato mafie e pratiche corruttive; anni di proteste pacifiche non hanno scalfito la globalizzazione, le politiche neoliberiste, l’attacco al mondo del lavoro. L’approccio dialogante con le istituzioni e il tentativo di coinvolgere i cittadini non hanno portato alcun cambiamento.</p>



<p>La scenetta organizzata dalla Fornace, così come la manifestazione del pomeriggio (la parte allegra, colorata, musicale, piena di striscioni), si sono svolte nella più totale indifferenza del potere politico ed economico. E non perché l’attenzione si sia focalizzata sulla violenza dei black bloc. Siamo onesti: senza quella, i telegiornali avrebbero dedicato trenta secondi alla manifestazione, e i quotidiani un articoletto nelle pagine interne.<br>Anche la prassi dei black bloc, in questi anni, ha ottenuto nulla. Dunque entrambe, la via riformista e quella violenta, così come fino a oggi sono state praticate, non hanno raggiunto risultati concreti.</p>



<p>Occorre dunque riflettere. E come primo passo, ricostruire un’autonomia culturale. Operare una cesura, diventare<em>&nbsp;altro</em>, decolonizzare l’immaginario e il pensiero dalla filosofia dei ‘fabbricanti di pace sociale’, e ricominciare a ragionare sul concetto di&nbsp;<em>conflitto</em>. Quando, sul piano teorico, siamo tutti concordi sul fatto che la dignità di una persona vale più della&nbsp;<em>dignità</em>&nbsp;della vetrina di una banca, che cosa significa? In che cosa si trasforma, sul piano concreto? È dignitoso lavorare per 800 euro al mese, quando l’affitto di un monolocale di 27 metri quadri a Milano ne costa 500? Che cosa è&nbsp;<em>violenza</em>? Cosa significa&nbsp;<em>morale</em>? E&nbsp;<em>legittimo</em>? E&nbsp;<em>legale</em>?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Corsivo nel testo. Se non diversamente indicato, in tutto l’articolo i corsivi inseriti nelle citazioni da Sorel sono contenuti nel testo originale: G. Sorel,&nbsp;<em>Scritti politici. Riflessioni sulla violenza, Le illusioni del progresso, La decomposizione del marxismo</em>, Utet</p>



<p class="has-small-font-size">2) Per il testo completo: <em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-sos-fornace-contesta-linaugurazione/" data-type="post" data-id="1508">Expo 2015. SOS Fornace contesta l’inaugurazione</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Decreti sicurezza: lo Stato si prepara al conflitto sociale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/decreti-sicurezza-lo-stato-si-prepara-al-conflitto-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 09:43:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Nascoste tra le norme anti-immigrati, le nuove leggi per reprimere il conflitto sociale generato dalla crisi economica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-13-giugno-settembre-2009/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 13, giugno &#8211; settembre 2009)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nascoste tra le norme anti-immigrati, le nuove leggi per reprimere il conflitto sociale generato dalla crisi economica</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel marzo scorso l’amministrazione di Bologna è nuovamente al centro di un’accesa polemica. Per promuovere un seminario organizzato dal Comune stesso e dalla Casa delle donne sul tema della violenza di genere, l’assessore alla Scuola e alle Politiche delle differenze, Milli Virgilio, allega alla mail di invito l’immagine di una locandina originale del Ventennio: vi si ritrae un uomo di colore – con volto dai tratti scimmieschi, mani artigliate e cappellaccio a penzoloni sulle spalle che fa tanto ‘campi di cotone’ – che aggredisce una donna dal viso sfigurato per lo sforzo di sfuggire alla presa violenta; sotto, a caratteri cubitali, la parola “difendila!” e ancora: “Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”.</p>



<p>A parte l’emblematica scelta di una locandina dell’epoca fascista, a parte il becero approccio maschilista – che se poteva essere ‘normale’ nel Ventennio oggi avvilisce, mostrando quanta poca strada sia stata fatta verso una parità di genere perlomeno concettuale (l’esortazione è evidentemente rivolta al ‘maschio’ e la donna, la cui identità esiste solo legata a un ruolo – è madre o moglie o sorella o figlia – può al massimo aspirare alla protezione dell’uomo, non difendersi da sola) – ciò che più sconcerta è l’immagine che il manifesto rimanda dello straniero: selvaggio, violento, stupratore. In linea, tuttavia, con la massiccia campagna mediatica anti-immigrati che ormai da più di un anno riempie le pagine della stampa, i telegiornali e le trasmissioni televisive. E che a scegliere una simile locandina sia una giunta locale a maggioranza Pd rivela, se mai ci fossero ancora dubbi, quanto l’approccio xenofobo e razzista non appartenga più all’ideologia di destra ma sia divenuto politicamente trasversale.</p>



<p>Una campagna mediatica tesa a creare un’opinione pubblica che sostiene e avalla i vari decreti sicurezza, una campagna di marketing perfettamente riuscita, possiamo concludere oggi: gli italiani chiedono a gran voce leggi più severe e certezza della pena, un nuovo codice penale che sbatta i ‘criminali’ in carcere e butti via la chiave.<br>Tuttavia, in prigione non finiranno solo, o soprattutto, gli immigrati. La politica della tolleranza zero è in realtà lo strumento attraverso il quale la classe dirigente, politica ed economica, si sta organizzando per tutelarsi da una ben altra, possibile e futura, situazione di pericolo. L’ultimo rapporto dell’Ocse reso pubblico nel marzo scorso, prevede che a fine 2009 la disoccupazione nei trenta ricchi Paesi membri supererà il 10%: quello che il potere teme sono i conflitti sociali. Tensioni che la mancanza di rappresentanza politica rischia di rendere più aspre.</p>



<p>Quando, dopo le ultime elezioni, la sinistra si ritrovò estromessa dal Parlamento, l’immediata reazione dei vincitori – e dei vinti del Pd – fu contraddittoria: soddisfazione per essersi tolti di torno un problema, e preoccupazione per la paura che, lontana dai giochi di potere e non avendo quindi nulla da perdere, la sinistra potesse tornare in piazza e guidare la protesta civile che la crisi economica avrebbe potuto far nascere. Timori ben presto rientrati, rassicurati dalla totale inconcludenza di Rifondazione comunista e compagni che dopo essersi leccati le ferite han subito preso a guardarsi l’ombelico, a litigare fra loro, a preoccuparsi di superare almeno la soglia di sbarramento delle elezioni europee per non perdere anche quei fondi pubblici.</p>



<p>Stessa preoccupazione è nata nei confronti della Cgil, che il padronato e il governo da una parte cercano di isolare e dall’altra si tengono ben stretta, quale unica forza in grado di contenere e convogliare gli umori di piazza dentro confini moderati, attendisti, controllabili. Ma non si può fare affidamento solo sulla capacità del maggiore sindacato di essere ancora la cinghia di trasmissione tra il capitale e la forza lavoro, anche perché in periodi di crisi il primo non è disposto a concedere nulla alla seconda; al contrario, mira a sfruttarla maggiormente, proprio per ricavare dal taglio del costo della manodopera la redditività perduta. Mentre la politica, con il suo apparato legislativo, si occupa di reprimere le possibili conseguenti proteste.</p>



<p>I primi a essere colpiti dalla crisi economica sono stati gli immigrati; e all’alba della recessione, è esplosa la politica del pugno di ferro. Una florida economia capitalistica – se mai possiamo definire florida l’economia italiana prima del crollo finanziario iniziato con i subprime – necessita di manodopera a basso costo da sfruttare nell’industria manifatturiera: quei clandestini che la Bossi-Fini contribuiva a far rimanere tali. L’avvento della crisi li ha resi non più necessari.</p>



<p>Tuttavia i flussi migratori non si possono arrestare a comando, ancora meno nel corso di una recessione mondiale. Uomini e donne ora ‘superflui’ al sistema produttivo, da rimandare indietro nella miseria e nelle guerre da cui sono venuti; nel frattempo, da rinchiudere in un carcere per il solo atto di aver toccato il suolo nazionale, senza un foglio di carta che lo permettesse, e lì trattenerli, visto che appioppargli semplicemente un foglio di via non basta a liberarsene. Ecco allora la messa in opera di quella sapiente e graduale campagna mediatica di cui la locandina razzista di Bologna è solo un tassello: prima è stato puntato il fuoco sui reati minori commessi dagli stranieri – furti, spaccio di droga – poi si è alzato il tiro criminalizzando un intero popolo – i ‘romeni’ dell’omicidio Reggiani e i ‘rom’ degli stupri di Primavalle e della Caffarella. Cotti a fuoco lento, assimilato il nuovo archetipo dell’immigrato-criminale, gli italiani sono oggi pronti per accettare il prolungamento della reclusione in un Cie fino a sei mesi – proposto già nel dl 11/2009 – e la creazione del reato d’immigrazione clandestina, contenuto nel ddl 733/2009.</p>



<p>Decreti legge e disegni di legge, i due citati e il dl 92/2008, che cavalcando sapientemente la rabbia e l’indignazione pubblica scatenate dai fatti di cronaca hanno funzionato anche da perfetto cavallo di Troia per inserire, tra una norma anti-immigrati e l’altra, ben altri articoli. Quando si dice due piccioni con una fava. Perché se i lavoratori italiani appaiono affetti da cecità, razzismo, nazionalismo, le classi dirigenti al contrario ci vedono benissimo e gli ‘ismi’ sanno come ben manovrarli per i propri interessi.<br>Così, del decreto legge 92 del maggio 2008, emanato approfittando dell’emotività scatenata dall’ennesimo incidente automobilistico mortale – il caso Vernarelli, due ragazze uccise – il cittadino ha applaudito all’istituzione di pene più severe per chi si rende colpevole di incidenti stradali, è rimasto indifferente alla nuova norma che prevede il carcere per chi affitta appartamenti a immigrati clandestini, e non ha riflettuto sulla nascita della figura del sindaco-sceriffo, al quale è ora consentito di emanare “provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”; dove ‘prevenire’ è la parola chiave. </p>



<p>La norma ‘in prevenzione’ non necessita, per essere emanata, di alcuna situazione pericolosa; essa si muove nel campo dell’aleatorio e dunque è, in potenza, un meccanismo repressivo quasi assoluto. Fino a oggi, comportamenti minacciosi per l’incolumità pubblica sono stati ritenuti la prostituzione (il 16% dei provvedimenti emessi), la somministrazione e il consumo di bevande alcoliche (il 13,6%), il vandalismo (il 10%) e l’accattonaggio (l’8,4%); domani, che cosa sarà ritenuto ‘pericoloso’ da un sindaco divenuto “ufficiale del Governo” e a cui sono state attribuite “funzioni di competenza statale”?</p>



<p>Alemanno già ha mostrato a Roma che cosa ritiene minaccioso per la sicurezza urbana, firmando il 10 marzo il Protocollo per la disciplina delle manifestazioni e, appena qualche giorno dopo, consentendo alla polizia di impedire a suon di manganellate agli studenti della Sapienza di uscire dall’ateneo e unirsi all’iniziativa della Cgil per la scuola, proprio in nome del nuovo regolamento sui cortei. Vero che per farlo non ha avuto bisogno della nuova autorità riconosciutagli dal dl 92; quella la utilizzerà per altro, si può supporre.</p>



<p>La medesima dinamica ha caratterizzato il decreto 11 del febbraio 2009: chiamato anche legge anti-stupri, nato sull’onda della rabbia per gli ultimi fatti di violenza sessuale, ne sono stati evidenziati pubblicamente solo gli articoli che prevedono un inasprimento delle pene per i reati di violenza sessuale, l’istituzione del reato di stalking, il prolungamento fino a sei mesi della reclusione in un Cie e la nascita delle ronde private. Gli ultimi due provvedimenti hanno avuto vita dura per essere approvati in Parlamento, e sono stati <em>traslocati</em> nel ddl 733. Mentre l’opinione pubblica affamata di sicurezza pare non chiedersi se le ronde, dal vago sapore fascista, si accontenteranno di dare la caccia solo agli immigrati, pur decapitato anche questo decreto ha passato il vaglio delle due Camere con il suo articolo tenuto ben lontano dalla luce dei riflettori: i comuni, in nome della “tutela della sicurezza urbana”, possono “utilizzare sistemi di videosorveglianza in luoghi pubblici o aperti al pubblico” e conservare i dati raccolti per sette giorni, “fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione”. </p>



<p>Non più solo strade, dunque, ma spazi chiusi, anche privati; il codice definisce ‘luogo aperto al pubblico’ quello nel quale chiunque può accedere liberamente nel rispetto di determinati orari (apertura/chiusura) o osservando determinate condizioni, come il pagamento di un biglietto (un teatro, un cinema, uno scompartimento di un treno). Questo significa che al di fuori delle nostre case, saremo tenuti costantemente sotto controllo. Italiani, stranieri, clandestini: tutti.<br>E significa anche che i dati video raccolti dal Comune, fino a oggi a bassa definizione perché utilizzabili al solo scopo di controllo del traffico e come deterrente contro gli atti vandalici – mai per attività di indagine e di tutela della sicurezza – avranno ora le medesime caratteristiche tecniche e le stesse finalità di quelli in uso da polizia e carabinieri.</p>



<p>Ma la proposta di legge più articolata è la 733, meglio nota come pacchetto sicurezza. Anche di questa sono noti solo i provvedimenti che rendono più difficoltosa la regolarizzazione degli immigrati ‘superflui’: la tassa di 200 euro per la richiesta di cittadinanza, il reato amministrativo d’immigrazione clandestina punibile con un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, la tassa da 80 a 200 euro per il permesso di soggiorno, il carcere da uno a quattro anni per lo straniero che, colpito da decreto d’espulsione, non lasci il territorio, l’istituzione di un Accordo articolato per ‘crediti’ connesso a specifici obiettivi di integrazione da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno e la cui perdita integrale determina la revoca del permesso e l’espulsione immediata.<br>Coperti da una colposa indifferenza dei media sono invece rimasti gli altri articoli della legge, dal preoccupante sapore cautelativo contro la futura piazza e miranti a creare nuove figure di ‘criminali’ autoctoni.</p>



<p>L’articolo 1 reintroduce il reato di “oltraggio a pubblico ufficiale” – già abrogato nel 1999 – e ne innalza anche la pena: reclusione fino a tre anni, quando la decaduta legge precedente ne prevedeva al massimo due. Può esserne accusato chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio […]. La pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato”. È evidente il carattere repressivo della norma e altrettanto chiare le circostanze nelle quali sarà più facilmente applicata: manifestazioni e scontri di piazza. Il semplice insulto torna a essere motivo di carcerazione e le ingiurie, in determinate situazioni, fioccano; anche per bocca di pacifiche madri che protestano contro la riforma Gelmini.</p>



<p>L’articolo 7 dà disposizioni “concernenti il reato di danneggiamento” – anche questo tipico delle manifestazioni – e l’articolo 8 prevede il carcere da un mese a un anno – due anni in caso di recidiva – per il reato di “deturpamento e imbrattamento di cose altrui”: i writers, per intenderci. Si può supporre che della norma farà immediatamente tesoro la giunta di destra milanese che in meno di un anno ha cancellato due volte il murales in memoria di Davide Cesare, detto Dax, ucciso a coltellate da tre neofascisti nel 2003.<br>L’articolo 38 richiama pericolosamente in causa il decreto legge 625/1979 poi divenuto legge 15/1980, che tanto utile fu alla costruzione priva di prove del teorema Calogero nel processo del 7 aprile; occorre fare un passo indietro, per meglio comprendere.</p>



<p> La tesi dell’accusa, che permise di tenere reclusi gli <em>imputati</em> per più di quattro anni in regime di carcerazione preventiva – vale la pena ricordare che il teorema Calogero non superò i tre gradi di giudizio – poggiava su concetti come “il concorso morale”, “l’essere in procinto di”, “il fine terroristico al di là dello scopo immediatamente perseguito” e accusava tutti gli indagati di “reati associativi”, sulla base del pregiudizio di esistenza di un’unica “organizzazione”, attribuendo a ogni singolo tutti i crimini contestati oggetto del procedimento anche quando, circostanze logistiche oggettive, rendevano impossibile la personale presenza dell’indagato e quindi la sua partecipazione al fatto specifico.</p>



<p>Oggi, l’articolo 38 della legge 733 prevede che, in caso di “un delitto consumato o tentato con finalità di terrorismo” e qualora sussistano elementi che “consentano di ritenere che l’attività di organizzazioni, di associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente […] la sospensione di ogni attività associativa”. Qui le parole chiave sono due: ‘cautelativamente’, che altro non è che un sinonimo di quel ‘preventivo’ già incontrato, e ‘favorisca’ – non ‘commetta’, non ‘tenti’. Sembrerebbe addirittura un passo&nbsp;<em>avanti</em>&nbsp;rispetto al teorema Calogero: che cosa rientra, infatti, nell’azione del ‘favorire’? Favorire è diverso anche dall’istigare. Sostenere a parole una causa – per esempio il diritto di sciopero che Sacconi vuole, a conti fatti, eliminare (1) – dalle pagine di una rivista, equivale a favorire qualcuno che, in futuro, in difesa di quel diritto leso potrà decidere di compiere un reato contro lo Stato? E dunque, in via ‘cautelativa’, l’attività della rivista stessa, cioè la pubblicazione, può essere sospesa?</p>



<p>A questa nuova norma, in un logico ragionamento, si può collegare l’articolo 60 della stessa legge 733 che prevede, “per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi (<em>tutte</em> le leggi, dalla cacca del cane che sporca il marciapiede all’omicidio, <em>n.d.a.</em>), ovvero per delitti di apologia di reato […] in via telematica sulla rete internet, […] l’interruzione dell’attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine”. Gli stessi fornitori di servizi internet divengono poliziotti della rete, obbligati dal comma 4 dello stesso articolo a “eseguire l’attività di filtraggio” che, “entro sessanta giorni dalla data di pubblicazione della presente legge il ministro dello Sviluppo economico, di concerto con i ministri dell’Interno e per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, individua e definisce”.</p>



<p>Davvero, il recente passato dell’Italia e la dinamica del processo agli intellettuali e ai giornalisti del 1979, non fanno ben sperare.<br>Fin qui, le norme volte a reprimere e gestire la protesta. Resta quel dato sulla disoccupazione; restano milioni di persone – italiani e immigrati regolari – che perderanno il lavoro, in una società sempre più priva di stato sociale. Che farne?</p>



<p>Sempre il pacchetto sicurezza contiene l’articolo 42 e l’articolo 50 che prevedono, rispettivamente, che “l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica siano subordinate alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali, delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intende fissare la propria residenza, ai sensi delle vigenti norme sanitarie” e l’istituzione, presso il ministero dell’Interno, di “un apposito registro nazionale delle persone che non hanno fissa dimora”. </p>



<p>La scusa di un controllo igenico-sanitario, che tutela il cittadino, in realtà introduce l’impossibilità ad avere la residenza per tutti coloro che, impoveriti dalla crisi economica, finiranno per abitare chissà dove e in quali condizioni. È di marzo la notizia che negli Stati Uniti nascono sempre più tendopoli: intere famiglie buttate fuori dalle case di cui non riescono più a pagare il mutuo finiscono a vivere per strada, sotto una tenda. E di certo un semplice telo sopra la testa non supera il ‘controllo igenico-sanitario ai sensi delle vigenti norme’. Non è cosa da poco: alla residenza è legata l’assistenza sociale – ammortizzatori e pensioni – e sanitaria – escluse le prestazioni di pronto soccorso, riconosciute per legge a chiunque. Un bel risparmio, per le casse dello Stato. Alla residenza è legata la possibilità di lavorare in regola; un bel risparmio, per gli imprenditori.</p>



<p>Fino a oggi, la legge 1228 del 1954 riconosceva a tutti i cittadini italiani, senzatetto compresi, il diritto a prendere la residenza nel comune del domicilio o nel comune di nascita; prevedeva addirittura&nbsp;<em>l’obbligo</em>&nbsp;a richiedere la residenza nel luogo in cui si abita.<br>Privati prima di una casa, e poi della residenza, il passaggio successivo è la schedatura nel registro dei senza fissa dimora presso il ministero; e quello sarà davvero l’ultimo nonluogo dal quale il cittadino non potrà più tornare, un limbo molto simile a quello attualmente riservato agli immigrati clandestini. Perché con&nbsp;<em>residenza</em>&nbsp;a Roma, e abitante magari sotto un ponte a Milano, o a Napoli, o a Bologna, il novello senzatetto non avrà alcun ufficio in città al quale andare a bussare per avere quel minimo di assistenza sanitaria e sociale che ancora – per il momento – la legge gli concede.</p>



<p>A tutti questi cittadini italiani resterà l’alternativa (!) della delinquenza per sopravvivere. A coloro ai quali la crisi non riserverà lo spettro della povertà, privilegiati con un lavoro e una casa, resterà l’alternativa di scendere in piazza a protestare, e rischiare l’arresto, o chiudersi in casa a godere della propria fortunata situazione. A coloro che si organizzeranno in movimenti, associazioni, che useranno la rete per denunciare questa e altre leggi, e magari ‘istigheranno a disobbedire’ mentendo sulla residenza, e poi favoriranno la nascita di un movimento che lotti contro tutto questo, non resterà alternativa: saranno accusati di ‘favorire’ un reato contro lo Stato.<br>Ma quale Stato? Quali leggi?</p>



<p class="has-small-font-size">(1)&nbsp;<em>Libertà del lavoro&#8230; o dei lavoratori?</em>, Erika Gramaglia, PaginaUno n. 13/2009</p>
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