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	<title>controllo sociale &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>controllo sociale &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Pólemos è padre di tutte le cose</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/polemos-e-padre-di-tutte-le-cose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
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					<description><![CDATA[Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" data-type="post" data-id="5779" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 76, febbraio &#8211; marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente</p></blockquote>



<p><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Aggiornamento 22 marzo 2022.<em> </em></span><span class="has-inline-color has-black-color"><em>L&#8217;obbligo vaccinale per il personale sanitario va davanti alla Corte costituzionale: il CGA siciliano lo ritiene in contrasto con la Costituzione perché “il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid” mettono potenzialmente a rischio la salute del vaccinato</em></span> (<a href="https://rivistapaginauno.it/covid-obbligo-vaccinale-corte-costituzionale/" data-type="post" data-id="5851" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggi i dettagli&#8230;</a>)</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-verse">“La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa.”</pre>



<p class="has-drop-cap">Il 6 gennaio scorso il governo Draghi decreta l’obbligo vaccinale Covid 19 per i cittadini di età superiore a cinquant’anni: riguarda non solo le due dosi della “vaccinazione primaria” ma anche il cosiddetto <em>booster</em>, e si traduce in sospensione dall’impiego senza retribuzione per i lavoratori non in regola con la vaccinazione e privi del Green Pass da guarigione. Il provvedimento è chiaramente spinoso dal punto di vista costituzionale – lo vedremo – e sociale – per la fase pandemica nel quale si colloca, al di là della questione no vax – ma il presidente del Consiglio non ritiene di dover argomentare la decisione; lo farà solo quattro giorni dopo, aggiungendo le scuse per aver “sottovalutato le attese per una conferenza stampa”. <em>Noblesse oblige</em> titolano i principali media italiani (“Draghi si scusa”), incapaci (o servili al punto da diventarlo) di riconoscere l’arroganza del potere quando sorride e ha modi garbati; quell’arroganza che ritiene di poter decidere senza dover dare alcuna spiegazione. A sua discolpa, dobbiamo tuttavia riconoscere che Draghi non è abituato a vestire l’abito del politico: nulla gli è più alieno del concetto di ‘rappresentanza del popolo’. E probabilmente considera la Costituzione un vetusto fardello inadeguato alle attuali esigenze dei mercati globali e del <em>sacro</em> Pil.</p>



<p>Iniziamo a entrare nelle questioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">C’è un giudice a Palermo</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>È innegabile che quei crimini furono </em><em>commessi nell’ambito di un ordine ‘legale’, e che anzi fu questa la loro principale</em><em> caratteristica.”</em></pre>



<p>Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (CGA) equivale, nell’autonomia riconosciuta alla regione, al Consiglio di Stato italiano: ha dunque il compito di esprimere pareri sugli atti normativi del governo, a partire dalle questioni sollevate nei TAR siciliani. Una sua ordinanza del 12 gennaio 2022 (1) si rivela particolarmente interessante: ritrovandosi a dover decidere in merito all’obbligo vaccinale, i cinque giudici siciliani affrontano i diversi temi che da mesi ruotano intorno ai vaccini Covid e alla loro gestione, e ritrovandosi privi dei dati per deliberare, li richiedono al governo (2): danno tempo fino al 28 febbraio per produrli, convocano l’udienza il 16 marzo per il confronto, e solo a quel punto decideranno se “sollevare l’incidente di costituzionalità” presso la Consulta. L’obbligatorietà vaccinale potrebbe quindi arrivare (finalmente) davanti alla Corte costituzionale.</p>



<p>Tutto nasce dal ricorso di uno studente di infermieristica: non essendosi vaccinato, l’Università degli Studi di Palermo gli nega la partecipazione al tirocinio – necessario a completare gli studi – all’interno di una struttura sanitaria. L’obbligo che tocca lo studente è quindi quello relativo al personale sanitario, ma ciò che solleva il CGA sulla legittimità costituzionale è – ancor più – applicabile all’obbligo imposto a una parte di popolazione unicamente in base all’età anagrafica.</p>



<p>Vediamo l’ordinanza nei punti chiave.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Art. 32: autodeterminazione vs interesse collettivo</h4>



<p>Punto di partenza è il noto articolo 32 della Costituzione: “La giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di vaccinazioni obbligatorie”, scrivono i magistrati siciliani, “è salda nell’affermare che l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute della singola persona (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto delle altre persone e con l’interesse della collettività”; “è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”, prosegue l’ordinanza, tuttavia “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività <em>non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria</em>. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico [per quelle sole conseguenze che appaiano <em>normali e, pertanto, tollerabili</em>], <em>ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri</em>” (corsivo mio).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Panta rei</h4>



<p>Messi i punti fermi sull’articolo 32, i magistrati evidenziano che “la situazione sanitaria appare in costante divenire e già in parte diversa rispetto quella oggetto di valutazione della citata decisione della III sezione [del Consiglio di Stato, n. 7045/2021, che ha ritenuto legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario], con specifico riferimento alla diffusione di nuove varianti quale la Omicron, rispetto alle quali i vaccini non sono ancora ‘aggiornati’, di guisa che sulla relativa e attuale efficacia protettiva la comunità scientifica non pare aver raggiunto una conclusione unanime (sebbene l’orientamento prevalente sia favorevole), mentre si profila una reiterazione di somministrazioni in tempi ravvicinati (sei mesi o addirittura quattro), sulla cui opportunità non si ravvisa, parimenti, una posizione unanime, per cui”, continuano i giudici siciliani, “l’<em>attuale obbligo vaccinale pone un (nuovo) problema di proporzionalità</em>, dato che si profila una imposizione di ripetute somministrazioni nell’anno per periodi di tempo indeterminati”; stante l’attuale situazione occorre dunque verificare, concludono i magistrati, “se l’obbligo vaccinale per il Covid 19 soddisfi le condizioni dettate dalla Corte in tema di compressione della libertà di autodeterminazione sanitaria dei cittadini [&#8230;] ossia <em>non nocività dell’inoculazione per il singolo paziente e beneficio per la salute pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ma i dati?</h4>



<p>È a questo punto, dopo aver stabilito l’equilibrio che deve sussistere tra autodeterminazione e interesse collettivo e aver rilevato il mutamento di una situazione in continuo divenire, che i cinque magistrati siciliani si ritrovano impossibilitati a pronunciarsi perché privi dei dati per farlo, e li richiedono al governo.</p>



<p>In particolare, ritengono di dover accertare: “1) le modalità di <em>valutazione di rischi e benefici</em> operata, <em>a livello generale, nel piano vaccinale</em> e, <em>a livello individuale</em>, da parte del medico vaccinatore, anche sulla basa dell’anamnesi pre-vaccinale; se vengano consigliati all’utenza test pre-vaccinali, anche di carattere genetico (considerato che il corredo genetico individuale può influire sulla risposta immunitaria indotta dalla somministrazione del vaccino); chiarimenti sugli studi ed evidenze scientifiche (anche eventualmente emerse nel corso della campagna vaccinale) sulla base dei quali venga disposta la vaccinazione a soggetti <em>già contagiati dal virus</em>; 2) le modalità di raccolta del <em>consenso informato</em>; 3) l’articolazione del sistema di monitoraggio, che dovrebbe consentire alle istituzioni sanitarie nazionali, in casi di pericolo per la salute pubblica a causa di effetti avversi, la sospensione dell’applicazione dell’obbligo vaccinale; chiarimenti sui dati relativi ai rischi ed eventi avversi raccolti nel corso dell’attuale campagna di somministrazione e sulla elaborazione statistica degli stessi […] e sui dati relativi alla <em>efficacia dei vaccini</em> in relazione alle nuove varianti del virus; 4) articolazione della <em>sorveglianza post-vaccinale e sulle reazioni avverse ai vaccini</em>, avuto riguardo alle due forme di sorveglianza <em>attiva</em> (con somministrazione di appositi questionari per valutare il risultato della vaccinazione) e <em>passiva</em> (segnalazioni spontanee, ossia effettuate autonomamente dal medico che sospetti reazioni avverse)” (corsivo mio).</p>



<p>Evidenziano infine i magistrati che i dati del governo dovranno dare “chiarimenti circa il perdurante obbligo di sottoscrizione del consenso informato anche in situazione di obbligatorietà vaccinale” e fornire i “dati attualmente raccolti dall’amministrazione in ordine all’efficacia dei vaccini, con specifico riferimento al numero dei vaccinati che risultino essere stati egualmente contagiati dal virus (ceppo originario e/o varianti), sia il totale sia i numeri parziali di vaccinati con una, due e tre dosi; i dati sul numero di ricovero e decessi dei vaccinati contagiati; i dati di cui sopra comparati con quelli dei non vaccinati”.</p>



<p>Ricapitolando, le questioni che l’ordinanza dei magistrati siciliani pone, riguardano: la valutazione rischi/benefici dei vaccini Covid, a livello generale (campagna vaccinale) e individuale; l’inoculazione a soggetti già contagiati dal virus; l’efficacia dei vaccini rispetto alla trasmissibilità del virus e alla malattia Covid, e in merito alle nuove varianti; il consenso informato; il sistema di farmacovigilanza sulle eventuali reazioni avverse. Per tutti gli aspetti sollevati i giudici richiedono i dati e le evidenze scientifiche che hanno supportato le decisioni politiche prese dall’avvio della campagna vaccinale, per poter “accertare se [l’obbligo imposto] sia costituzionalmente legittimo”. Come già rilevato, il governo ha tempo fino al 28 febbraio per ottemperare alla richiesta, il 16 marzo ci sarà l’udienza e poi sapremo se l’obbligo vaccinale andrà davanti la Corte costituzionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">(Apparente) stato dissociativo</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato ‘normale’, e uno </em><em>di questi, si dice, aveva esclamato addirittura:</em><em> «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho </em><em>visitato.»“</em></pre>



<p>Se ripercorriamo i tre temi focalizzati dall’ordinanza – art. 32 della Costituzione, mutamento della situazione pandemica e dati relativi – ci ritroviamo davanti esattamente i punti critici già sollevati da più parti – anche su queste pagine (3) – contro la campagna di vaccinazione di massa e il collegato Green Pass.</p>



<p>Innanzitutto quell’“interesse della collettività” citato <em>ad libitum</em>, secondo il quale la vaccinazione protegge dalla trasmissione del contagio e dunque protegge gli altri. Una condizione che è ufficialmente alla base del Green Pass, con le relative discriminazioni e i ricatti lavorativi: “La carta verde dà la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” ha affermato Draghi il 22 luglio scorso, segnando l’avvio dell’imposizione del Pass. Tempo pochi mesi, all’arrivo dell’inverno, e la falsità della dichiarazione si è fatta ‘materia’, con l’esplosione dei positivi sintomatici e contagiosi tra i soggetti vaccinati con due e anche tre dosi. Ma fin dall’estate del 2021 diversi studi scientifici iniziavano ad analizzare questa caratteristica dei vaccini, negandola – la protezione dal contagio è parziale e sussiste per un tempo breve, non oltre i 120 giorni – inserendo dunque i vaccini Covid nella categoria dei “vaccini imperfetti”: agiscono sulla malattia, mitigandola, ma non sulla trasmissione del virus. </p>



<p>Abbiamo riportato uno di questi studi, tra i tanti, nell’analisi pubblicata a ottobre (4), ne citiamo ora un altro più recente uscito su Lancet, a gennaio, ancora più critico, viste le variazioni subite dal virus e la mole di dati che sempre più il tempo assomma: “Questo studio ha mostrato che l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione comunitaria delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non sembra essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate. Il razionale scientifico per la vaccinazione obbligatoria negli Stati Uniti si basa sulla premessa che la vaccinazione impedisce la trasmissione ad altri, con conseguente ‘pandemia dei non vaccinati’. Tuttavia, la dimostrazione di infezioni virali da Covid-19 tra gli operatori sanitari completamente vaccinati (HCW) in Israele, che a loro volta possono trasmettere questa infezione ai loro pazienti, richiede una rivalutazione delle politiche di vaccinazione obbligatoria che portano al licenziamento del personale sanitario non vaccinato negli Stati Uniti. Infatti, c’è una crescente evidenza che i titoli virali di picco nelle vie aeree superiori dei polmoni e il virus coltivabile sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati” (5).</p>



<p>Eppure, anche l’obbligo della vaccinazione over 50 è stato imposto sulla base di questa condizione: ai fini della “<em>prevenzione dell’infezione</em> da SARS-CoV-2”, si legge nel decreto legge varato dal governo Draghi. (Ma non dimentichiamo mai la responsabilità del Parlamento e del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che hanno approvato questo e ogni singolo precedente provvedimento governativo: nel conteggio di Openpolis, sono stati 892 (!) gli atti, di varia natura, emessi dalle istituzioni da gennaio 2020 a gennaio 2022.)</p>



<p>L’ordinanza dei giudici siciliani evidenzia poi la questione del divenire, che è tanto fondamentale quanto banale, ma anche questa pare sfuggire al governo Draghi. Il 6 gennaio, quando l’obbligo vaccinale viene votato in Consiglio dei ministri, si ha già evidenza che la nuova variante Omicron prenderà il sopravvento in breve tempo ed è caratterizzata da una maggiore contagiosità ma da una minore gravità (la stessa ordinanza del GCA infatti, del 12 gennaio, la pone al centro della riflessione): la gran parte dei governi stranieri inizia a dichiarare che si intravede la fine del tunnel, Draghi decreta come se nel tunnel fosse appena entrato. Un obbligo che inevitabilmente deve fare i conti con la pragmatica tempistica della vaccinazione, e infatti diventa esecutivo da lì a tre settimane (1° febbraio, e 15 febbraio per la sospensione dal lavoro senza stipendio), quando probabilmente la curva pandemica di Omicron sarà addirittura in calo – ed è infatti ciò che è avvenuto. Un obbligo legiferato per restare in vigore fino al 15 giugno: governo e Parlamento riusciranno a riconciliarsi con la realtà, facendolo decadere ben prima?</p>



<p>La richiesta dei dati, infine, è l’aspetto più sorprendente dell’ordinanza del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano, perché rivela che la mancanza di trasparenza sui numeri della pandemia vige anche tra organismi istituzionali e non solo tra governo e cittadini. La denunciano da due anni sempre più ricercatori scientifici, ripetutamente chiedendo che siano resi pubblici i dati grezzi e non solo quelli già elaborati e aggregati, a sua insindacabile valutazione, dall’Istituto Superiore di Sanità. Fino a ora nessun <em>open data</em> è stato messo a disposizione. È chiaramente un punto centrale, poiché è sui dati che il governo afferma di prendere le proprie decisioni. Ed è lì a ricordarcelo, indelebile, la scenetta del ministro della Salute, Roberto Speranza, alla conferenza stampa del 10 gennaio: orgoglioso, afferma che “il decreto fa fare un passo avanti molto importante per il Paese” mentre sventola un grafico, fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, con omini colorati grandi e piccini – la bambina di cinque anni che è in me, ringrazia, ricordando anche il libro del ministro, ritirato al suo esordio a ottobre 2020, per <em>pietas</em> (nostra) e vergogna (sua).</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Criminali e buffoni</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Chiunque poteva ve</em><em>d</em><em>ere che quest’uomo non era un ‘mostro’ ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.”</em></pre>



<p>100 euro di multa una tantum per gli over 50 che non rispettano l’obbligo di vaccinazione. “100 euro sono pochi per i ‘furbi’ no vax”, “La nostra salute vale così poco?” titolano i media mainstream l’8 gennaio, lasciando poi decadere l’indignazione già il giorno successivo: aizzare la massa al ‘linciaggio’ dei no vax è un conto, scagliarla verso un provvedimento del governo, è un altro. Un fondo di verità, eppure, è ravvisabile: se la vaccinazione fosse davvero salvifica nei confronti dell’interesse collettivo, come le leggi approvate ancora ribadiscono nell’impostazione, fissare una sanzione di appena 100 euro è ridicolo. È da buffoni.</p>



<p>La Corte costituzionale ha affermato (sentenza n. 5/2018) che spetta al Legislatore decidere tra ‘raccomandazione’ vaccinale e ‘obbligo’ vaccinale, “nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo” (6). Chiaramente 100 euro non garantiscono affatto “l’effettività dell’obbligo”. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di imporre la vaccinazione agli over 50, sarebbe stato sufficiente fissare una sanzione più gravosa. Quali necessità ha quindi dovuto/voluto “calibrare” con 100 euro il governo Draghi? Difficile dare una risposta. Si può provare a mettere insieme una serie di elementi.</p>



<p>Primo. Innanzitutto, la questione ‘risarcimenti’ in caso di effetti collaterali avversi a causa della vaccinazione, non è una questione sul tavolo: la Corte costituzionale ha infatti già decretato in passato che “sul piano del diritto all’indennizzo le vaccinazioni raccomandate e quelle obbligatorie non subiscono differenze” (7). Quindi nulla cambia tra l’obbligo vaccinale e la ‘raccomandazione’ istituita con l’introduzione del Green Pass. Resta aperto l’aspetto della sottoscrizione del consenso informato, e infatti ne chiedono lumi anche i magistrati siciliani.</p>



<p>Secondo. La pressione reale legata all’obbligo è esercitata sulla parte di popolazione over 50 che ha un’occupazione, che vive il ricatto di restare senza stipendio per mesi non avendo più la precedente alternativa (seppur economicamente costosa) del tampone ogni 48 ore. Se restiamo ai dati della variante Delta, ancora dominante nel momento in cui è stato legiferato l’obbligo, l’assenza dal lavoro per malattia dovuta al Covid era pari ad almeno una settimana, più spesso ne servivano due per negativizzarsi. Mentre l’economia è in ripresa dopo il -9% di Pil registrato nel 2020 e Confindustria è sulle barricate da mesi, affermando che tutto deve restare aperto e le ‘maestranze’ devono lavorare, pena la perdita delle posizioni acquisite nei mercati internazionali.</p>



<p>Terzo. Il sistema sanitario pubblico è privo di risorse e mezzi (esattamente come due anni fa) per affrontare un’altra eventuale ondata pandemica, mentre le terapie domiciliari precoci sono sempre al palo perché osteggiate a favore dei vaccini.</p>



<p>Se teniamo insieme tutti gli elementi di realtà – compreso il precedente dato sulla fattispecie di “vaccini imperfetti” – risulta difficoltoso affermare che l’obbligo vaccinale imposto corrisponda a una misura di salute pubblica, di interesse per la collettività: si configura come un trattamento sanitario imposto alla persona, contro il suo diritto all’autodeterminazione. In nome del <em>sacro</em> Pil, possiamo dire, e della competizione economica internazionale. E infatti disoccupati e pensionati (dunque anziani, una categoria a rischio!) possono anche non vaccinarsi: pagheranno appena 100 euro per evitarlo.</p>



<p>Se inseriamo nel ragionamento il tema dell’occupazione dei posti letto ospedalieri, e dunque della sottrazione della possibilità di cure ad altre patologie, la questione si fa spinosa. Se la <em>ratio</em> è imporre all’individuo un trattamento sanitario preventivo per evitare che, nel caso contragga una malattia, finisca ricoverato in ospedale, indubbiamente sto cercando di prevenire l’occupazione di un posto letto e ciò incide sulla disponibilità di sanità pubblica; ma è un operare da Stato etico. Siamo certi di volerlo? Che facciamo allora con fumo, alcol e obesità? Con comportamenti che incidono sulla salute degli individui, portandoli a un eventuale ricovero ospedaliero? E che tipo di sanità pubblica vogliamo? Finanziata e organizzata per rispondere alle esigenze di una popolazione consapevole e libera di scegliere i propri comportamenti, o ridotta all’osso, che tanto ci pensa lo Stato etico a impedire che i cittadini ne abbiano bisogno, imponendo ‘vita sana’ e farmaci preventivi sotto forma di vaccini?</p>



<p>I 100 euro di sanzione sono dunque lì, a ridicolizzare una classe dirigente buffona. Ciò non significa che non sia anche pericolosa. Criminale lo è di certo.</p>



<p>L’articolo 32 della Costituzione “non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”, ricordano i giudici siciliani. Ed è per questo che chiedono dati dettagliati sulla valutazione rischi/benefici, collettiva e individuale, e sulla metodologia di farmacovigilanza – rimandiamo su questo tema all’articolo del <a href="https://rivistapaginauno.it/vaccini-e-tamponi-chi-rischia-cosa/" data-type="post" data-id="5807" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prof. Marco Cosentino a pag. 52</a> e ai diversi interventi che si sono susseguiti al Convegno “Pandemia: invito al confronto” organizzato a gennaio dal Coordinamento 15 ottobre. A quale beneficio collettivo contribuisce un cinquantenne – così come un trentenne e un settantenne, per non parlare di un bambino o un adolescente – iniettandosi un vaccino imperfetto? E quale beneficio individuale ne trae un cinquantenne – così come un trentenne, diversamente da un settantenne – in buona salute? E a quali rischi si sottopongono i nostri tre ipotetici soggetti? Infine, la domanda più importante: qual è il rapporto rischi/benefici per ciascuno di loro? A breve, medio e lungo termine? A breve, abbiamo un enorme problema di raccolta dati legati al sistema di farmacovigilanza passiva, a medio e lungo è impossibile saperlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">L’èra della libertà concessa</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare.</em>Così<em> stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge. Alla polizia e alla Corte disse e ripeté di aver fatto </em><em>il </em><em>suo dovere, di avere obbedito non soltanto a ordini, ma anche alla legge.”</em></pre>



<p> Il 2 febbraio il Consiglio dei ministri decreta il Green Pass senza scadenza per chi ha ricevuto tre dosi di vaccino oppure due dosi+guarigione. Al Green Pass – base o super – è ormai collegata l’intera vita quotidiana: lavorare, prendere un autobus o un caffè al bar (anche all’aperto, dove non è più obbligatoria la mascherina&#8230;!), andare in banca o in posta (a ritirare la pensione), entrare in un negozio che non sia un alimentari o una farmacia, godersi un film al cinema o un dibattito o la presentazione di un libro, persino andare alla scuola elementare se scatta la Dad – ci vuole, come si suol dire, uno stomaco di ferro per decretare una discriminazione tra bambini, ma d’altra parte il governo Draghi lo stomaco l’aveva già esibito aprendo alla vaccinazione dai 5 anni.</p>



<p>L’inasprimento generalizzato del Green Pass – con la creazione della versione super – che colpisce anche chi è sotto i cinquant’anni, ha evidentemente l’obiettivo primario di imporre la terza dose a chi ha già fatto le prime due: gli under 50 che non si sono finora vaccinati, infatti, difficilmente lo faranno per andare al bar, resteranno sulla loro posizione. Terza dose significa Green Pass senza scadenza. È possibile che sarà decretata la fine del suo utilizzo prima del 15 giugno – o almeno ce lo auguriamo: finirà l’(apparente) stato dissociativo del governo Draghi? – ma ciò non significa la sua eliminazione: ‘senza scadenza’ significa infatti mantenerlo e poterlo riattivare in qualsiasi momento. In chiave sanitaria, come è stato fino a ora, o per altri utilizzi, grazie alle sue caratteristiche dinamiche: permette di collegare i dati di un cittadino a condizionalità, che siano condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti…) o status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale… qualsiasi cosa), e tramite una app in mano a chiunque può essere consentito o negato l’accesso dell’individuo a qualcosa (un luogo, un servizio, un diritto&#8230;). “Il Green Pass è qui per restare” scrivevamo a ottobre, perché le sue particolarità tecniche lo rendono un futuro strumento di controllo estremamente potente e funzionale – rimandiamo all’articolo per i dettagli sulla piattaforma implementata (8). Se così sarà lo vedremo, di certo a breve potrà restare collegato alla vaccinazione Covid, se dal prossimo autunno scatterà il meccanismo della quarta dose o del richiamo annuale e la connessa ‘riattivazione’ del Pass: torneranno i ricatti e le discriminazioni sospesi, forse, nella stagione estiva?</p>



<p>Dopo “Il Green Pass è libertà” dei mesi precedenti, a inizio febbraio i quotidiani celebrano “Draghi riapre l’Italia”, nuove regole verso quella che sarà la “libertà ritrovata”: una ‘libertà’ che si connota dal venire meno dell’utilizzo delle mascherine all’aperto (!) e da una nuova discriminazione nella scuola primaria tra bambini vaccinati e bambini non vaccinati. Quando 3,8 milioni di cittadini over 12 non può nemmeno salire su un treno e da lì a pochi giorni migliaia di lavoratori over 50 saranno sospesi senza retribuzione (si stima 500.000). Sono cittadini che non esistono, per l’informazione di regime: cancellati dalla visuale pubblica. La gran parte della popolazione – indottrinata e manipolata dalla propaganda o semplicemente indifferente alla violazione dei diritti e alla discriminazione subita da altri cittadini, incapace perfino di rinunciare al ristorante come atto di protesta – vive una ‘liberazione’, senza nemmeno riflettere che la libertà non è qualcosa che ci viene concesso dall’alto: liberi si nasce. A meno di essere sudditi e non cittadini, o di vivere in un regime autoritario anziché in uno Stato di diritto. “Perché da sempre”, ricorda il <a href="https://rivistapaginauno.it/si-caelum-digito-tetigeris-osservazioni-sulla-legittimita-costituzionale-degli-obblighi-vaccinali/" data-type="post" data-id="5810" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prof. Alessandro Mangia nella sua analisi a pag. 64</a>, “il vero problema dello stato d’eccezione non è mai stato quello della sua ammissibilità o della sua ‘apertura’, visto che lo stato d’eccezione si impone da sé. Il problema dello stato d’eccezione è sempre stato quello della sua chiusura, e di tutto quel che, in genere, tende a lasciarsi dietro”.</p>



<p>“Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi” diceva Eraclito. Il conflitto rivela l’uomo: chi sei? Da che parte stai? Che cosa fai? Per cosa combatti?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza n. 38/2022 del 12 gennaio 2022, pubblicata il 17 gennaio 2022 <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Nel dettaglio l’ordinanza richiede i dati a un “collegio composto dal Segretario generale del Ministero della Salute, dal Presidente del Consiglio superiore della sanità operante presso il Ministero della salute e dal Direttore della Direzione generale di prevenzione sanitaria”</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) Carlos Franco-Paredes, <em>Transmissibility of SARS-CoV-2 among fully vaccinated individuals</em>, gennaio 2022, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext" target="_blank">https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza cit. </p>



<p class="has-small-font-size">7) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’egemonia pandemica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/legemonia-pandemica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 14:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" data-type="post" data-id="5623" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”
Antonio Gramsci, <em>L’Ordine Nuovo</em>, 1919-1920</pre>



<p class="has-drop-cap">Due domande ricorrono nella mente.</p>



<p>La prima: com’è possibile che milioni di persone abbiano cessato di utilizzare la logica per leggere la realtà, abbiano abdicato alla razionalità che collega fra loro dati, numeri e fonti, e continuino a prestare fede a una classe dirigente che sta gestendo una pandemia con contraddizioni continue, incongruenze, illogicità e affermazioni che la stessa realtà si occupa di smentire dopo pochi giorni (1). È un fatto che non si può spiegare con la semplice capacità di persuasione di una propaganda martellante: c’è altro.</p>



<p>La seconda: com’è possibile che, per la maggior parte, l’informazione e la cultura italiana (anche la scienza è cultura), si prestino da due anni a essere strumento di propaganda senza opporre alcun ragionamento, critica, contestualizzazione agli atti del potere politico; rinunciando non solo alla propria deontologia – i mestieri di giornalista e di medico implicano una responsabilità legata all’etica – ma non temendo nemmeno di apparire stolte marionette; certi dunque che nessun cittadino, un giorno, chiederà loro conto di ciò che stanno facendo.</p>



<p>Sono due domande che scomodano Gramsci e i suoi concetti di ‘egemonia’ e di ‘intellettuale organico’; e un fatto, su tutti, ha rivelato oltre quale limite questa situazione si è spinta. Il 27 novembre scorso il senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, è ospite alla trasmissione <em>In onda</em> su La7: le sue affermazioni hanno fatto il giro della Rete, quindi sono ormai note. Ma partiamo comunque dalle parole (i corsivi sono miei).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le parole</h4>



<p>“Da due anni,” afferma Monti, “con lo scoppio della pandemia, di colpo, abbiamo visto che il modo in cui abbiamo organizzato il nostro mondo <em>è desueto, non serve più</em>. Due cose sono state toccate: la comunicazione e la governance del mondo, dal punto di vista della sanità. Comunicazione: subito abbiamo iniziato a usare il termine ‘guerra’ perché è una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun Paese una politica di comunicazione adatta alla guerra […] Io credo che bisognerà, andando avanti questa pandemia, e comunque <em>per futuri disastri globali della salute</em>, trovare un sistema che concili certamente la libertà di espressione, ma <em>che dosi dall’alto l’informazione</em>”. E ancora: “Comunicazione di guerra significa che c’è un <em>dosaggio dell’informazione</em>, che nel caso di guerre tradizionali è odioso perché <em>vuole far virare la coscienza e la consapevolezza della gente</em>, ma nel caso di una pandemia, quando la guerra non è contro un altro Stato ma contro un morbo, contro una cosa che è comune a tutto il mondo, io credo che bisogna trovare delle modalità <em>meno democratiche</em> secondo per secondo&#8230;” E continua, Monti: “Abbiamo o non abbiamo accettato delle limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento? E bene che siano venute da parte dei governi. Quindi in una <em>situazione di guerra</em>, quando l’interesse di ciascuno coincide con l’interesse pubblico, pena il disastro del Paese e di ciascuno, <em>si accettano delle limitazioni alla libertà</em>. Noi ci siamo abituati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi profonda verità o qualsiasi profonda sciocchezza, su qualsiasi media, come un diritto inalienabile garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: signori, in caso di guerra&#8230;” E conclude: “[In un regime democratico il dosaggio dell’informazione dovrebbe farlo] il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie. Ma guardate che ci siamo già in questo, perché subiamo delle limitazioni molto più gravi che non la <em>limitazione nel conoscere</em> o la limitazione nell’ascoltare opinioni, perché subiamo delle limitazioni nel nostro modo di vita”.</p>



<p>I concetti espressi sono talmente chiari da non aver bisogno di essere spiegati. Giusto qualche considerazione sui corsivi applicati:</p>



<p>1. Monti parla del presente ma ha lo sguardo rivolto al futuro, e dà per scontato l’avvento di ulteriori “disastri globali della salute”: dunque in qualche modo non ritiene temporaneo lo stato di emergenza nel quale viviamo da due anni, al punto da definire “desueta” l’organizzazione che ci siamo dati finora come società;</p>



<p>2. Monti considera la pandemia una “situazione di guerra” che legittima “limitazioni alla libertà”, e valuta quella ulteriore che propone, ossia una informazione “dosata dall’alto”, “meno democratica” e controllata dal governo, meno grave rispetto ad altre a cui abbiamo acconsentito; “la limitazione del conoscere” o “nell’ascoltare opinioni”, insomma, dovrebbero essere più accettabili della limitazione al movimento personale che abbiamo – e stiamo – subendo; come se il diritto del cittadino a essere informato fosse qualcosa che non inerisce al “nostro modo di vita”, che riguarda invece viaggiare, fare shopping, andare al ristorante&#8230; e naturalmente lavorare. Produci-consuma-(crepa), sembrerebbe. E <em>non</em> pensare.</p>



<p>Sono parole gravi, è evidente. Tuttavia il problema non è tanto che Monti le abbia pronunciate – perché sappiamo chi è Monti, politicamente ed economicamente, quindi non sorprende che gli siano uscite di bocca. La gravità sta in altri due aspetti.</p>



<p>Il primo. I tre giornalisti in studio (Concita de Gregorio, David Parenzo e Marco Damilano) non sobbalzano sulla sedia né respingono seduta stante come ‘inaccettabili’ quelle dichiarazioni da parte di un senatore a vita; anzi. In un imbarazzo visibile – indice del fatto che si rendono conto di ciò che Monti sta affermando – balbettano un ripetitivo “è interessante quel che dice, spieghi bene il concetto” (!). Damilano tenta perfino una difesa (non richiesta) dello stesso senatore: “Io non credo che Monti stia attaccando la libertà di parola nostra, dei cittadini e di chi fa il nostro mestiere, credo che stia segnalando un problema […] cioè che tutti dicono la qualunque su qualunque cosa, spesso senza averne la competenza”. Abbiamo dunque una complicità tra Monti – che lancia la palla – e i giornalisti – che la tengono in campo. Al punto che il giorno successivo, quando il clamore suscitato dall’affermazione impone al senatore un chiarimento, Monti si appoggia proprio sui giornalisti per confermarla: “Al di là del termine infelice,” dichiara, “il tema esiste, al punto di essere stato argomento di dibattito con i tre autorevoli giornalisti in studio, per svariati minuti”.</p>



<p>Secondo punto. Se Monti pronuncia queste parole, e con la calma di chi le sta ben soppesando, significa che ritiene di <em>poterle</em> pronunciare: in televisione, in prima serata, in una trasmissione che ha un pubblico diffuso. Significa che ritiene che i cittadini italiani sono pronti a sentirle.</p>



<p>Vediamo Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’egemonia</h4>



<p>Già Marx, nella <em>Ideologia tedesca</em> (1846), scrive che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”; Gramsci approfondisce, aggiorna l’analisi alle società moderne e va oltre. Il concetto di ‘egemonia’ che sviluppa nei <em>Quaderni del carcere</em> (2), collegato alla riflessione sullo Stato e sulla società civile, è ampio e sfaccettato: qui ne utilizzeremo solo alcuni aspetti. Chiaramente la riflessione nasce storicamente nell’ambito del pensiero comunista e intende analizzare come la sovrastruttura di una società capitalistica riesca, utilizzando molteplici mezzi, a creare una visione del mondo che legittima il capitalismo, e a far sì che tale visione venga assimilata anche dalla classe antagonista al Capitale, ossia dai lavoratori; che in tal modo danno, paradossalmente, il proprio consenso a una sistema economico che li sfrutta e li impoverisce, anziché opporvisi. Nel tempo l’uso del concetto è uscito dall’alveo del pensiero di sinistra per essere utilizzato trasversalmente negli ambiti più diversi, dall’economia alla geopolitica; ma il nucleo del significato è rimasto.</p>



<p>Semplificandone la complessità, possiamo dire che Gramsci introduce l’‘egemonia’ opponendola al ‘dominio’: entrambi rappresentano l’esercizio di un potere, ma se il dominio è ‘forza’ e ‘costrizione’, l’egemonia è “direzione <em>intellettuale</em> e <em>morale</em>” – da qui la locuzione ‘classe dirigente’, che è altra cosa da ‘classe dominante’: è attraverso l’egemonia, dice Gramsci, che la classe dominante si accredita come classe dirigente.</p>



<p>L’egemonia infatti crea, in estrema sintesi, la nostra concezione del mondo: idee, ideologie, valori, principi, simboli, sensibilità, abitudini, modi di vivere&#8230; per dirla con Gramsci: “La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza […] quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre anche tale concezione”.</p>



<p>Caratteristica peculiare dell’egemonia è quella di generare <em>consenso</em>: è una relazione di autorità che si basa sul consenso dei soggetti subordinati. Un consenso che nasce grazie al “prestigio” e alla “fiducia” che i cittadini riconoscono al “fondamentale gruppo dominante”. Ne consegue che quello egemonico è un potere <em>riconosciuto</em> – poiché si basa sul consenso – e quindi ritenuto <em>legittimo</em>, a differenza del ‘dominio’ il quale, basandosi sulla forza e la costrizione, è un potere ‘di fatto’, ossia si può esercitare anche quando il soggetto subordinato non lo riconosce.</p>



<p>Inoltre, appoggiandosi a prestigio e fiducia, il rapporto di egemonia non può che essere “pedagogico”. Scrive Gramsci: “Il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente ‘scolastici’ […]. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di ‘egemonia’ è necessariamente un rapporto pedagogico”.</p>



<p>E non è affatto un potere mite. Perché se anche non utilizza la forza, il consenso è ottenuto tramite strategie manipolative, indottrinamento, costruzione di falsi miti e narrazioni funzionali al consolidamento del potere dominante: agisce nella sfera psicologica/emotiva/ideologica anziché in quella fisica, e l’assenso che produce non è quindi libero né attivo ma eterodiretto e passivo.</p>



<p>Infine, l’egemonia è “ovunque” e “sempre”, e questo significa che pervade la nostra vita in un modo totalizzante. La società civile la esercita attraverso realtà private di ogni tipo, dagli organi di informazione alla letteratura, al cinema, alla pubblicità, alla stessa produzione capitalistica (la merce come feticcio, da Marx, che replica alienazione e contemporaneamente colonizza l’immaginario); lo Stato la esercita mediante le sue istituzioni – scuola, università, radio e televisione pubblica ecc. – e attraverso “tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio”.</p>



<p>Nelle società moderne, quindi, non esiste potere senza egemonia, non c’è Stato senza egemonia, afferma Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli intellettuali organici</h4>



<p>Anche nel caso della categoria degli ‘intellettuali’ la riflessione di Gramsci è ampia e articolata, e ne utilizzeremo solo una parte; Gramsci arriva a dire che “tutti gli uomini sono intellettuali” – perché a tutte le funzioni sociali attengono relazioni intellettuali, ossia capacità di <em>dirigere</em> e generare <em>consenso</em> – “ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali […]. Si formano così storicamente delle categorie specializzate per l’esercizio della funzione intellettuale, si formano in connessione con tutti i gruppi sociali ma specialmente in connessione coi gruppi sociali più importanti”. Chiaramente, i giornalisti rientrano nella categoria degli intellettuali; ma anche gli scienziati – virologi, medici ecc. – i sociologi, i sondaggisti così come gli artisti nel senso più ampio (attori, scrittori, cantanti, <em>influencer</em> vari&#8230;).</p>



<p>“Gli intellettuali sono i ‘commessi’ del gruppo dominante” scrive Gramsci (3): hanno la funzione di rappresentare e veicolare le idee e la visione del mondo della classe dominante. Organizzano sia il “consenso ‘spontaneo’ dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante”, sia la legittimazione “dell’apparato di coercizione statale che assicura ‘legalmente’ la disciplina di quei gruppi che non ‘consentono’ né attivamente né passivamente”. In altre parole: gli intellettuali si fanno strumento di potere sia per produrre egemonia (consenso) sia per legittimare il dominio (la repressione dell’apparato coercitivo dello Stato) su quella parte di cittadini che all’egemonia, ossia al pensiero dominante, si oppongono.</p>



<p>Gli intellettuali organici sono una categoria fondamentale perché creano l’opinione pubblica, e “ciò che si chiama ‘opinione pubblica’ è strettamente connesso con l’egemonia politica” scrive Gramsci. E: “Lo Stato quando vuole iniziare un’azione poco popolare crea preventivamente l’opinione pubblica adeguata, cioè organizza e centralizza certi elementi della società civile”. La combinazione della forza (dominio) e del consenso (egemonia) è l’esercizio del potere come si esercita nel regime parlamentare, afferma Gramsci (4), in un equilibrio mobile a seconda delle circostanze, “senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi <em>cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<p>Com’è strutturato al suo interno il campo degli intellettuali? “Nel più alto gradino troviamo i ‘creatori’ delle varie scienze, della filosofia, della poesia ecc.; nel più basso i più umili ‘amministratori e divulgatori’ della ricchezza intellettuale tradizionale, ma nell’insieme tutte le parti si sentono solidali. Avviene anzi che gli strati più bassi sentano di più questa solidarietà di corpo e ne traggano una certa ‘boria’”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La pandemia</h4>



<p>Veniamo a oggi.</p>



<p>L’egemonia che la classe dirigente è riuscita a esercitare sui cittadini italiani in questi ultimi due anni è senza precedenti: perché arrogandosi la patente di ‘Verità’ scientifica e di ‘Progresso’ tecnologico e creando lo stigma del no-vax/no-pass anti-scienza, irrazionale e complottista, ha fatto uso di una campagna delegittimatoria totalizzante nei confronti di ogni tipo di opposizione, e storicamente è difficile che accada in una democrazia. La narrazione pandemica – vaccini, rischi/benefici, effetti collaterali, cure alternative, emergenza, Green Pass, contagi, morti, immunità, mascherine, distanziamento, lockdown&#8230; – è stata pervasiva (h24), terrorizzante (lo è tuttora) e assoluta. È stata “sempre” e “ovunque”, ha determinato “una riforma delle coscienze” e creato una “nuova concezione del mondo”, ci ha “diretto intellettualmente e moralmente” con il nostro consenso perché, ignoranti e spaventati, abbiamo riconosciuto “fiducia” e “prestigio” allo Stato (la classe politica dominante/dirigente, che fosse personificata da Conte, Draghi, Mattarella, Figliuolo ecc.) e ai ‘virologi di Stato’, e ci siamo accomodati nel ruolo di bambini all’interno del rapporto pedagogico così impostato.</p>



<p>“Commessi” della classe dominante sono stati – e sono – i giornalisti, gli influencer, i personaggi dello spettacolo e gli scienziati a vario titolo: ossia gli “intellettuali organici” ligi al compito a loro riservato di creare consenso, indirizzare l’opinione pubblica o, se questa volta vogliamo utilizzare le parole di Mario Monti anziché quelle di Gramsci, “far virare la coscienza e la consapevolezza della gente”. Difficile riuscire a capire in quale percentuale in loro si mescolino incapacità, stupidità, pigrizia, vigliaccheria, malafede, buonafede, convenienza – e se tutti gli ingredienti siano presenti: quel che è accaduto il 27 novembre alla trasmissione <em>In</em><em> onda</em> ne fa dubitare. Perché ammesso e non concesso che un “commesso” assolva al proprio ruolo in buonafede nel caso della narrazione pandemica, quella buonafede non la si può altrettanto concedere quando quel “commesso” offre la sponda a un senatore a vita che invoca la censura governativa sulla stampa.</p>



<p>Di certo, oggi Monti ritiene che l’egemonia sia salda al punto da poter fare un ulteriore passo avanti: limitare la libertà d’informazione con il consenso dei cittadini. Non avrebbe pronunciato – e successivamente confermato – quelle parole in televisione se non fosse convinto che i tempi siano maturi. E purtroppo, vista la velocità con la quale la strada intrapresa viene percorsa – ne sono cartina tornasole il Green Pass sempre più discriminatorio e l’accettazione remissiva di continue dosi di vaccino – il senatore ha probabilmente ragione. Eppure, parallelamente, significa anche che la classe dirigente inizia a temere l’impatto sulla società del pensiero critico; nelle parole di Gramsci, significa che il potere egemonico paventa una “una crisi di autorità”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crisi di autorità</h4>



<p>Il potere è saldo finché è egemone, ci dice Gramsci. Il consenso è la sua forza, ma anche il suo punto debole, perché si basa su un processo che coinvolge la soggettività; e lì si può generare subordinazione acritica così come un pensiero antagonista.</p>



<p>La “crisi di egemonia della classe dirigente avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse, […] o perché vaste masse […] sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” Quando avviene, scrive Gramsci, vediamo agire la “doppia natura del Centauro machiavellico, della forza e del consenso, del dominio e dell’egemonia, della violenza e della civiltà […], dell’agitazione e della propaganda, della tattica e della strategia”. Ossia: la classe dominante/dirigente esercita contemporaneamente entrambi i poteri: a un maggiore utilizzo dell’apparato repressivo dello Stato corrisponde una maggiore pressione nell’ambito dell’egemonia. È ciò che stiamo vivendo.</p>



<p>Per quanto ancora egemone, la narrazione pandemica prodotta dallo Stato e dai suoi “commessi” mostra nuove crepe ogni giorno che passa: l’immunità vaccinale dura sempre meno, non blocca la trasmissione del virus, la nuova variante Omicron, stando ai primi riscontri, sembra essere meno preoccupante, eppure devono vaccinarsi anche i bambini – a fronte di una totale assenza di conoscenza sugli effetti a lungo a termine del vaccino. Siamo davanti a un fallimento sempre più visibile. Sei milioni di italiani (così titolano i quotidiani, ossia grossomodo il 10%) non si sono vaccinati e sono sempre più rumorosi nelle piazze no-vax/no-pass del sabato pomeriggio, mentre una informazione critica e argomentata, basata su fonti autorevoli, sta crescendo in Rete. Se questa informazione dovesse diffondersi maggiormente tra i cittadini si rischierebbe la “crisi di autorità”. È per questo che Monti chiama alla censura, con la condiscendenza dei tre giornalisti in studio. Occorre evitare che il dubbio si diffonda; che milioni di italiani si mettano in fila per la terza dose meno fiduciosi ed entusiasti della prima volta e chiedendosi se ci sarà anche la quarta e che senso abbia tutto questo; che altri milioni accettino il <em>booster </em>solo perché costretti dal Green Pass in scadenza, e dunque con animo bellicoso perché, a differenza delle vaccinazioni precedenti, questa volta si sentono <em>costretti</em> a farlo.</p>



<p>“Doppia natura del Centauro machiavellico”, scrive Gramsci.</p>



<p>Sul piano dell’egemonia, il potere strepita in modo sempre più forsennato al terrore e all’emergenza (indipendentemente dai numeri reali) accusando i no-vax dell’aumento dei casi positivi – nonostante l’ormai riconosciuta deficienza dei vaccini nel proteggere dalla trasmissione del virus. Utile capro espiatorio da sbattere in prima pagina, i no-vax sono perfetti per compattare una popolazione che <em>non deve</em> avere dubbi e aizzarla contro un ‘nemico’, e per nascondere il fallimento della classe dirigente nella gestione della pandemia.</p>



<p>Sul piano del dominio, al disciplinamento del Green Pass ‘base’ (5) si è accompagnata la repressione del ‘super’ Green Pass: a cittadini che non hanno commesso alcun reato, amministrativo o penale, bensì nel rifiutare un trattamento sanitario stanno esercitando un diritto che (ancora) la Costituzione gli riconosce, è vietato per legge accedere ad alcuni luoghi.</p>



<p>Da sinistra, c’è chi afferma che quella del Green Pass – e in generale la gestione della pandemia – non è la battaglia da combattere; i problemi sono altri, dicono: il lavoro, i licenziamenti, la povertà in aumento&#8230; Certamente. Ma al di là del fatto che la sinistra dovrebbe lottare contro ogni discriminazione e il Green Pass ne crea una, forse ciò che sfugge è che l’emergenza e la pandemia sono gli strumenti che la classe dominante/dirigente sta usando per disegnare una nuova società e su di essi è riuscita a produrre una nuova egemonia: se non li denunciamo come tali, non può esserci opposizione. “Le ideologie sono per i governati delle mere illusioni, un inganno subito,” scrive Gramsci, “mentre sono per i governanti un inganno voluto e consapevole. Per la filosofia della <em>praxis</em> le ideologie sono tutt’altro che arbitrarie; esse sono fatti storici reali, che occorre combattere e svelare nella loro natura di strumenti di dominio non per ragioni di moralità ecc. ma proprio per ragioni di lotta politica: per rendere intellettualmente indipendenti i governati dai governanti, per distruggere un’egemonia e crearne un’altra, come momento necessario del rovesciamento della <em>praxis</em>”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) In merito all’illogicità della gestione pandemica Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>



<p class="has-small-font-size">2) I virgolettati di Gramsci sono tratti da: Antonio Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, Einaudi, 1975 </p>



<p class="has-small-font-size">3) Gramsci riflette anche sul fatto che ogni ogni classe sociale ha i propri intellettuali e quindi una classe può, anzi deve cercare di, essere ‘dirigente’ prima di divenire ‘dominante’, ossia deve creare egemonia nella società: è l’egemonia culturale che un tempo in Italia – ormai non più – apparteneva alla sinistra. Ma è un altro discorso rispetto all’analisi di questo articolo</p>



<p class="has-small-font-size">4) Gramsci analizza l’utilizzo del dominio e dell’egemonia anche in un regime dittatoriale come quello fascista, ma è un’analisi che ci porterebbe fuori focus rispetto a questo articolo </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>
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		<title>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[blockchain]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le ‘condizionalità’ che implementa e l’identità digitale, i corpi docili e la disciplina come pratica di potere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" data-type="post" data-id="5522" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 74, ottobre <em>–</em> novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le ‘condizionalità’ che implementa e l’identità digitale, i corpi docili e la disciplina come pratica di potere</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Il corpo è anche direttamente immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono e lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, l’obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni. Questo investimento politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento: il corpo diviene forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato.”
Michel Foucault, <em>Sorvegliare e punire</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Chi non astrae da ciò che è dato, chi non collega i fatti ai fattori che li hanno prodotti, chi non disfà i fatti nella sua mente, in realtà non pensa.”
Herbert Marcuse, <em>L’uomo a una dimensione</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Ciò che ruota attorno a Covid-19, vaccini e Green Pass andando a investire le sfere politiche, economiche e sociali, è molto ampio. Circoscrivere un’analisi a un focus è inevitabile. Su ciò che è stata la gestione politica della pandemia abbiamo già scritto ad aprile 2020 (1), e con il passare del tempo la situazione non è affatto cambiata. La novità degli ultimi mesi sono i vaccini. Non si intende qui approfondire l’intricata questione – sperimentazione, produzione, brevetti, effetti collaterali, sviluppo alternativo del protocollo per le terapie di cura ecc. – ma la campagna vaccinale italiana e l’introduzione del Green Pass, con la tecnologia blockchain e la rete europea <em>Gateway</em> che lo caratterizzano.</p>



<p>Partiamo dai punti fermi.</p>



<p>1. Vaccinazione e Green Pass sono due atti differenti. La scelta di vaccinarsi contro il virus Sars-Cov-2 tocca aspetti intimi e personali quali le ataviche paure della malattia e della morte, a cui ciascuno risponde con le proprie, insindacabili, scelte. Quanto la martellante propaganda politica e mediatica abbia alimentato ad arte <em>tutte</em> le possibili paure umane in questi quasi due anni, è un discorso che esula dalla riflessione che si vuole qui affrontare: resta l’esistenza del sentimento con cui ognuno deve scendere a patti, e la vaccinazione è uno dei patti possibili. Il Green Pass è un’altra cosa: pur vaccinandosi, si può decidere di non scaricarlo e di non utilizzarlo. Sulla sua divenuta obbligatorietà di fatto, legata all’università e al lavoro, torneremo più avanti, ma la questione focale è che vaccinazione e Green Pass sono due azioni separate, due decisioni diverse in capo a ogni persona, e la prima non implica per forza la seconda.</p>



<p>2. La libertà individuale non è assoluta: all’interno di una comunità deve fare i conti con la dimensione collettiva, ossia deve limitarsi.</p>



<p>Stabilito questo, si tratta di ragionare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il sonno della logica</h4>



<p>Due sono gli aspetti che investono la vaccinazione: protezione personale e circolazione del virus (ossia protezione degli altri). Su questi temi, aggiungiamo altri punti fermi.</p>



<p>3. Il vaccino tutela il vaccinato dal contrarre la malattia in forma grave e quindi, in teoria, dal ricovero ospedaliero e, si spera, dalla morte. L’ultimo studio al momento disponibile (21 luglio 2021) dell’Istituto Superiore di Sanità (2) analizza le caratteristiche dei 127.044 pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 (sono lo 0,21% della popolazione italiana, secondo i dati Istat): l’età media è 80 anni e, su un campione rappresentativo di ogni fascia di età, il numero medio di patologie presenti è 3,7. Sono numeri che, a distanza di 16 mesi dall’inizio dell’epidemia, confermano il dato che i decessi colpiscono gli anziani, prevalentemente con patologie, e le persone non anziane già compromesse da patologie.</p>



<p>4. Si moltiplicano studi e dichiarazioni che fissano a sei mesi la protezione degli attuali vaccini, periodo dopo il quale l’efficacia progressivamente diminuisce in modo importante. Una ricerca pubblicata su Lancet e confermata da Luis Jodar, vicepresidente senior e direttore medico di Pfizer Vaccines, afferma che dopo sei mesi l’efficacia di due dosi Pfizer decade dall’88% al 47% e che “le infezioni da Covid-19 nelle persone che hanno ricevuto due dosi di vaccino sono pertanto molto probabilmente dovute alla diminuzione di efficacia e non causate dalla Delta o altre varianti che sfuggono alla protezione del vaccino” (3): da qui l’avvio della campagna per la terza dose.</p>



<p>5. Anche le persone vaccinate possono trasmettere il virus. Al momento non si hanno ancora studi con numeri definitivi, ma la contagiosità sembra essere inferiore rispetto ai non vaccinati. Quello della Oxford University del 29 settembre, pubblicato in preprint su MedrXiv (4) – quindi ancora privo della peer-reviewed – sembra essere l’ultimo e più completo studio sul tema: basato sul tracciamento di un campione di 95.716 casi indice, ha rilevato una minore contagiosità rispetto alla variante Delta del 65% per Pfizer e del 36% per AstraZeneca. Da una parte quindi si conferma che i due principali vaccini non bloccano la trasmissione, dall’altra è comunque positivo, soprattutto per il dato di Pfizer – molto meno per quello di AstraZeneca – poter ridurre la circolazione del virus. Tuttavia il tracciamento operato ha evidenziato anche che dopo appena 12 settimane (meno di tre mesi) non si misura più alcuna differenza tra vaccinati e non vaccinati nella trasmissione della variante Delta. In altre parole, i due vaccini presi in esame proteggono dal contagio per appena tre mesi. </p>



<p>Lo studio rileva inoltre che gli eventi di contatto si sono verificati “prevalentemente all’interno delle famiglie (70%), nei visitatori delle famiglie (10%), in eventi e attività (10%) e al lavoro/scuola (10%)”: ci si contagia dunque all’80% nell’ambiente domestico e solo per il 20% nei luoghi pubblici (dove ora è necessario il Green Pass). </p>



<p>Infine un dato estremamente significativo: la contagiosità degli asintomatici. Il tracciamento ha mostrato che, nel caso dei vaccinati, la trasmissibilità del virus (variante Delta) da parte degli asintomatici era ridotta del 39%; contemporaneamente però si è rilevato che “le cariche virali nelle infezioni della variante Delta che si verificano <em>dopo</em> la vaccinazione sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati, anche se la durata dello spargimento virale può essere ridotta. Ciò mette in dubbio che la vaccinazione possa controllare la diffusione della Delta con la stessa efficacia di Alpha (la precedente variante, <em>n.d.a.</em>) e se, con una maggiore trasmissibilità, ciò spieghi la rapida diffusione globale della Delta nonostante la crescente copertura vaccinale”. Ripetiamo che è uno studio recente che attende la peer-reviewed, e quindi dati definitivi sulla questione ancora non esistono, ma indubbiamente i ricercatori sono autorevoli e il campione preso in esame è ampio.</p>



<p>6. L’immunità naturale offre una protezione più duratura rispetto ai vaccini, e la acquisiscono anche gli asintomatici e i paucisintomatici. Il 7 luglio 2021 l’Istituto Mario Negri affronta il tema (5) mettendo a confronto diversi studi internazionali, e aggiunge: “I dati ufficiali riportano che circa il 10% della popolazione italiana ha avuto una diagnosi di laboratorio di positività al SARS-CoV-2. Questa percentuale, in realtà, potrebbe essere molto più alta dato che la maggior parte delle infezioni (si stima tra l’80 e il 90%) rimane asintomatica e non viene quindi diagnosticata”. Per quanto sia una stima, è un numero impressionante; anche fosse solo il 40-50%. Perché significa, dopo 19 mesi di pandemia e tre ondate, che oggi una parte niente affatto irrilevante della popolazione – milioni di persone – è già protetta dall’immunità naturale <em>senza saperlo</em>, e altri milioni di cittadini potrebbero acquisirla entrando in contatto con il virus evitando di ammalarsi. Una immunità a lungo termine, che potrebbe durare addirittura anni grazie alle “cellule della memoria” che si rifugiano nel midollo osseo, e proteggere anche dalle varianti (quelle finora conosciute, ovviamente: non si può studiare ciò che ancora non esiste): si rimanda direttamente al link in nota per i dettagli scientifici. L’Istituto Negri evidenza inoltre che nelle persone già in possesso dell’immunità naturale la vaccinazione aumenta la protezione dal virus, ed è ovvio: produce gli anticorpi a breve – quelli che decadono dopo sei mesi circa – sommandoli alla protezione delle cellule della memoria. Ma il punto è che gli studi effettuati finora mostrano che l’immunità naturale di durata già offre, di per sé, la protezione.</p>



<p>7. Quando ragioniamo in termini di trasmissibilità/circolazione del virus, quindi, la semplice equazione “non-vaccinato = maggiore contagiosità rispetto al vaccinato” è errata: sia perché non tiene conto dell’immunità naturale già acquisita <em>inconsapevolmente</em> da milioni di persone rimaste asintomatiche nelle precedenti ondate, sia perché la minore contagiosità dei vaccinati potrebbe durare appena tre mesi (a fronte di un Green Pass che ne dura dodici). Certo il Pass viene rilasciato anche a chi ha una diagnosi di guarigione dal Covid, dunque a chi ha l’immunità naturale, ma è evidente che un asintomatico non può avere una diagnosi di guarigione da una malattia di cui non ha manifestato sintomi.</p>



<p>Tirando le somme, il vaccino protegge se stessi dalla malattia grave ma non protegge in egual misura gli altri; pur diminuendo la diffusione del virus (forse per appena tre mesi), non ne blocca la circolazione – né l’eventuale creazione di varianti –; milioni di persone hanno inconsapevolmente già acquisito una immunità naturale che li pone sullo stesso piano dei vaccinati ed è durevole (a differenza di quella data dai vaccini, a quanto pare); gli asintomatici vaccinati hanno cariche virali simili a quelle dei non vaccinati, e questo incide nella trasmissibilità del virus; la mortalità per Covid-19 colpisce i ‘fragili’, ossia anziani (prevalentemente con patologie) e non anziani già compromessi da patologie.</p>



<p>La prima considerazione è ovvia: le categorie ‘fragili’ possono proteggersi. Questo è il dato principale e positivo della vaccinazione. E significa anche, parallelamente, che non si pone alcun dilemma etico tra libertà individuale e collettività, perché le conseguenze della scelta di non immunizzarsi con il siero ricadono unicamente sulla persona che opera tale scelta: <em>l’altro</em>, che ha optato per la vaccinazione, è protetto. Dunque, come è insindacabile la decisione personale di vaccinarsi, lo è quella contraria.</p>



<p>È privo di fondamento ribattere che la mancata inoculazione è comunque un atto egoista e irresponsabile in quanto, se si contrae la malattia, si contribuisce a <em>intasare</em> gli ospedali, pesando quindi economicamente sul sistema sanitario e togliendo posti letto ad altre patologie: al di là del fatto che il ragionamento apre a una pericolosa deriva da Stato etico, che impone una condotta sanitaria ai cittadini in nome dell’utilitarismo (non fumare perché il tuo eventuale tumore ai polmoni inciderà sul sistema sanitario, non ingrassare, non bere ecc.), quanti 12enni, 20enni, 30enni, 40enni, 50enni hanno <em>intasato</em> gli ospedali nelle precedenti ondate, occupando posti letto? I dati dell’ISS (6) danno la risposta. Dal 23 febbraio 2020 al 4 ottobre 2021 (19 mesi) i ricoveri totali sono stati 433.835: appena il 17,16% hanno riguardato la fascia di età 12-50 anni (0,91% per 12-20 anni; 2,79% per 21-30 anni; 4,74% per 31-40 anni; 8,71% per 41-50 anni). Se guardiamo alle terapie intensive, negli stessi 19 mesi il totale degli ingressi è stato di 58.950: solo il 10,16% relativo a persone tra 12 e 50 anni (0,25% nella fascia di età 12-20; 0,82% per 21-30 anni; 2,41% per 31-40 anni; 6,68% per 41-50 anni). Numeri che nulla hanno intasato.</p>



<p>La seconda considerazione investe la scelta politica di mettere in atto una campagna vaccinale sull’intera popolazione sopra i 12 anni – mentre si sta studiando anche il siero per i bambini –: sulla base dei dati e dei fattori sopra analizzati, è una decisione che non ha alcun fondamento logico. Una cosa è rendere disponibile il vaccino a tutti i cittadini, dando la priorità alle categorie ‘fragili’: questo approccio consente a ognuno di fare insindacabilmente la propria libera scelta (<em>libera</em> significherebbe <em>informata</em>, l’esatto contrario della propaganda da cui siamo stati martellati, ma è un diverso discorso che qui non affrontiamo); un altro è obbligare di fatto tutta la popolazione a vaccinarsi, con l’introduzione del Green Pass – che vedremo.</p>



<p>A sostegno della inoculazione di massa si continua a portare il rapporto rischi/benefici, ma è una narrazione falsata in partenza perché mistifica i fattori di realtà fino a oggi conosciuti: anche escludendo i recenti dati acquisiti nello studio della Oxford University sopra riportato (soprattutto la decadenza del minor contagio da vaccinazione dopo 12 settimane, poi la questione degli asintomatici), da una parte abbiamo l’immunità naturale <em>duratura</em> già acquisita da milioni di persone e il loro contributo al rallentamento della circolazione del virus, dall’altra c’è l’attuale impossibilità a conoscere gli effetti a lungo termine della vaccinazione; un aspetto che non può essere messo da parte con superficiale rapidità, soprattutto per adolescenti e giovani – per non parlare dei bambini. </p>



<p>Vale la pena ricordare che l’EMA ha rilasciato a tutti i vaccini una “autorizzazione condizionata” (<em>conditional marketing authorization</em>) proprio per l’assenza delle informazioni relative ai rischi a lungo termine: Pfizer, per esempio, prevede di terminare i trial clinici il 2 maggio 2023 (7). Una criticità evidenziata sia dall’OMS (“Non sono ancora disponibili dati sulla sicurezza a lungo termine e il tempo di follow-up rimane limitato” [8]) che dall’EMA (“Al momento della disponibilità del vaccino, la sicurezza a lungo termine del vaccino BNT162b2 mRNA [Pfizer] non è completamente nota […] le informazioni mancanti riguardano: dati di sicurezza a lungo termine; uso in gravidanza e durante l’allattamento; uso in pazienti immunocompromessi; uso in pazienti fragili con comorbilità […] uso in pazienti con disturbi autoimmuni o infiammatori; interazione con altri vaccini” [9]). Ora, detta brutalmente: una persona anziana può a ragion veduta ritenere poco rilevanti gli eventuali effetti a lungo termine del vaccino, a fronte di un rischio molto più concreto di malattia grave Covid-19; un adolescente o un 50enne inverte i fattori dell’equazione.</p>



<p>Certo esiste una parte di popolazione che per ragioni di salute non può vaccinarsi, ma purtroppo è un aspetto che i vaccini non hanno affatto risolto, vista la loro incapacità a bloccare la circolazione del virus. È infatti un ulteriore dato che avrebbe dovuto incentivare investimenti e attenzione sullo studio dei protocolli di cura, rimasti invece al palo: <em>i vaccini ci salveranno</em> è stato l’unico approccio sanitario, fin dall’inizio. E se gettiamo uno sguardo al domani, l’impostazione non sembra cambiare: il 4 ottobre l’Ema ha approvato la terza dose per tutti gli over18 mentre Ugur Sahin, amministratore delegato di BioNTech (in un’intervista al Financial Times), Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer (alla ABC) e Stéphane Bancel, CEO di Moderna (al quotidiano svizzero Neue Zuercher Zeitung) hanno già messo le mani avanti dichiarando in coro che il futuro sarà la vaccinazione annuale (10). Affermazione che è scappata di bocca anche a Draghi, nella conferenza stampa dell’8 aprile scorso: “Dovremo continuare a vaccinarci negli anni a venire perché ci saranno delle varianti, quindi questi vaccini vanno adattati”. Approccio valido per i ricchi Paesi che possono acquistare e pagare alle società farmaceutiche le dosi di vaccino, ovviamente: i cittadini ‘fragili’ dei Paesi poveri possono sperare e attendere (11).</p>



<p>A supporto dell’imposizione di una vaccinazione di massa non può essere richiamato nemmeno l’eventuale fattore ‘long covid’, non essendoci ancora studi in grado di fotografarlo con dati certi, e nemmeno il tema ‘varianti’: gli attuali sieri sono stati sviluppati precedentemente all’individuazione delle varianti. L’apertura della campagna vaccinale in queste condizioni è stata una scommessa: solo dopo infatti i dati hanno mostrato che i vaccini danno protezione anche dalla variante Delta. Una scelta decisamente discutibile sul piano del rapporto rischi/benefici.</p>



<p>In conclusione, la realtà che viviamo è nebulosa e illogica: nebulosa per tutto ciò che ancora non è chiaro, illogica per tutto ciò che già lo è. E anziché agire con cautela, riservare il vaccino alle categorie ‘fragili’ di <em>tutti</em> i Paesi del pianeta, informare adeguatamente i cittadini, rafforzare la sanità di territorio e lo studio dei protocolli di cura, rendere accessibili tamponi gratuiti, l’Unione europea si è inventata il Green Pass e governo e Parlamento italiano l’hanno trasformato in un obbligo vaccinale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’obbligo vaccinale del Green Pass</h4>



<p>Si parla di “spinta gentile” e di “obbligo surrettizio”, invocando perfino una legge che renda l’obbligo trasparente. Il Green Pass è un ricatto: esteso a università (1 settembre) e lavoro (15 ottobre) si configura come un obbligo vaccinale che discrimina chi non accetta un trattamento sanitario.</p>



<p>È un obbligo perché non lascia scelta a milioni di persone, coloro che non possono permettersi di pagare due/tre tamponi a settimana, operando una discriminazione di tipo economico su un <em>bisogno</em> fondamentale: il lavoro. (E non chiamiamolo <em>diritto</em> perché raggira la realtà: <em>diritto</em> è qualcosa che mi appartiene e posso scegliere se rivendicare o meno, <em>bisogno</em> è qualcosa che non mi lascia scelta. Diverso è ciò che Marx definiva “attività” in una società non capitalistica, ma è un altro discorso&#8230;) Il lavoro è un bisogno perché per vivere, pagare il cibo, l’affitto e le bollette, si <em>deve</em> lavorare. Al prezzo calmierato di 15 euro a tampone si sommano 45 euro a settimana, 180 euro al mese. Per una persona. In ottica familiare, magari con figli all’università, la spesa può moltiplicarsi. La <em>scelta</em> che viene data a queste persone, nella situazione nebulosa e illogica in cui ci troviamo, è accettare un trattamento sanitario che non vogliono o non avere i soldi per sopravvivere.</p>



<p>C’è poi l’aspetto della gestione: cercare la farmacia che applica il prezzo calmierato, prenotare il tampone ogni due giorni, calcolare l’orario – compatibilmente con quello lavorativo – per poter sfruttare a pieno le 48 ore&#8230; quanto tempo si può resistere prima di cedere al ricatto? Al momento, l’Italia è l’unico Paese al mondo che ha esteso il Green Pass ai luoghi di lavoro, mentre solo quattro Stati hanno imposto l’obbligo vaccinale direttamente per legge: Indonesia, Turkmenistan, Tagikistan e Micronesia.</p>



<p>Per non parlare del paradosso che prende vita: all’interno dei luoghi ‘solo Green Pass’ sono i vaccinati a poter portare il virus; chi sceglie di non farlo ha in mano un tampone negativo e quindi tutela <em>davvero</em> gli altri.</p>



<p>Tamponi e protocolli di cura infatti, accanto alla vaccinazione delle persone ‘fragili’, sono strumenti sanitari; il Green Pass è un lasciapassare politico.</p>



<p>“L’Assemblea esorta gli Stati membri e l’Unione europea” afferma la Risoluzione 2361 del 27 gennaio 2021 del Consiglio d’Europa (12) “a garantire che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è sottoposto a pressioni politiche, sociali o di altro tipo per essere vaccinato se non lo desidera; a garantire che nessuno venga discriminato per non essere stato vaccinato, per possibili rischi per la salute o per non volersi vaccinare; […] a distribuire informazioni trasparenti sulla sicurezza e sui possibili effetti collaterali dei vaccini […] a comunicare in modo trasparente i contenuti dei contratti con i produttori di vaccini e renderli pubblicamente disponibili per l’esame parlamentare e pubblico” (13). Parole vuote, prive della forza di imporre alcunché ai governi dei Paesi e aggirabili con la fasulla alternativa del tampone.</p>



<p>C’è altro: il Green Pass non rappresenta solo l’obbligo vaccinale. È insieme una tecnologia e una pratica di potere. Partiamo dalla prima.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La blockchain del controllo</h4>



<p>Il Green Pass entra in vigore il primo luglio, ed è una creazione europea: il Parlamento Ue lo approva e viene presentato come una “facilitazione” per i viaggi tra Paesi all’interno della Ue, perché elimina quarantene e tamponi. Tutti gli Stati europei lo abilitano: alcuni lasciano i cittadini liberi di scaricarlo, altri (per ora Francia, Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Grecia, Romania, Danimarca, Croazia) lo legano all’accesso a ristoranti, cinema, musei ecc. Tra il 22 luglio e il 16 settembre il governo Draghi approva una serie di decreti legge – convertiti in legge dal Parlamento con una rapidità che raramente si è vista – che lo rende obbligatorio prima per ristoranti al chiuso, cinema, musei ecc., poi per treni a lunga percorrenza e università, infine per i luoghi di lavoro, pubblici e privati.</p>



<p>Il Green Pass si basa su una tecnologia blockchain a crittografia asimmetrica, ossia a doppia chiave, pubblica e privata (14). Senza entrare in eccessivi tecnicismi, permette di collegare determinate ‘condizioni’ a un individuo, il quale, scaricando il Pass, apre la propria identità digitale sulla relativa piattaforma di rete europea (la DGCG, <em>Digital Green Certificate Gateway</em>, anche detta <em>Gateway</em>, gestita direttamente dalla Commissione Ue: permette l’interoperabilità delle reti nazionali <em>Digital Green Certificate-DGC</em>) (15). Oggi la ‘condizione’ implementata è sanitaria: la vaccinazione o il tampone negativo o la guarigione dal Covid-19 abilitano il soggetto a entrare in determinati luoghi, ottenendo il via libera all’accesso dal software <em>VerificaC19 </em>che controlla il QR code del Pass. Le ‘condizioni’, lo abbiamo visto, sono state decise da governo e Parlamento italiani per via legislativa, e allo stesso modo possono mutare. L’eccezionalità del Green Pass è infatti la sua caratteristica tecnica che lo rende uno strumento dinamico, il cui utilizzo potrà estendersi e arricchirsi nelle forme più diverse: potrà abilitare il soggetto in base a condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti&#8230;) o a status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale&#8230; qualsiasi cosa).</p>



<p>Non solo. La struttura a blockchain permette una raccolta dei dati (potenzialmente infinita) che non è aggregata: la blockchain <em>individualizza</em> i dati, legandoli all’identità digitale creata, e come tali li conserva. Il Green Pass quindi sta attuando una schedatura di massa. Nella migliore delle ipotesi sta testando la funzionalità dell’infrastruttura – che potrebbe essere la base del futuro euro digitale – nella peggiore sta già creando le identità digitali dei cittadini e implementando il database di una piattaforma che potrà essere utilizzata per gli usi più diversi. Al Green Pass si affianca infatti un cambiamento legislativo sull’utilizzo dei dati.</p>



<p>Con il decreto legge n. 139 dell’8 ottobre, il governo ha messo mano alla legge 196/2003 sulla privacy: con l’articolo 9, il nuovo decreto stabilisce che “il trattamento dei dati personali da parte di un’amministrazione pubblica […] nonché da parte di una società a controllo pubblico statale […] è sempre consentito se necessario per l’adempimento di un compito svolto nel pubblico interesse o per l’esercizio di pubblici poteri a essa attribuiti. La finalità del trattamento, se non espressamente prevista da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento, è indicata dall’amministrazione, dalla società a controllo pubblico in coerenza al compito svolto o al potere esercitato”. Viene inoltre abrogato l’articolo 2 quinquesdecies del codice della Privacy, che consentiva al Garante di intervenire preventivamente sull’attività della pubblica amministrazione imponendo “misure e accorgimenti a garanzia” dei dati dell’interessato se il trattamento dei dati presentava “rischi elevati”, anche se svolto “per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico”. In altre parole, ora qualsiasi ente pubblico o società a controllo statale potrà decidere autonomamente (“la finalità del trattamento è indicata dall’amministrazione stessa”) di utilizzare <em>tutti</em> i dati personali del cittadino per qualsiasi obiettivo (la vaghezza della dicitura “pubblico interesse”); per di più eludendo il controllo preventivo del Garante della Privacy.</p>



<p>L’accoppiata <em>Gateway</em>/modifica legislativa mette le basi per una nuova realtà. L’incrocio dei dati è infatti sempre stato il principale problema dell’amministrazione pubblica: lo Stato già detiene molte informazioni personali del cittadino, ma su database separati. Il <em>Digital Green Certificate</em> nazionale è la piattaforma nella quale poter trasferire, e poi via via aggiornare, tutti i dati dei cittadini (catasto, motorizzazione, Agenzia Entrate, fascicolo sanitario, dati giudiziari&#8230; per non parlare delle informazioni in mano alle diverse società partecipate dallo Stato), collegandoli alle loro identità digitali; il <em>Gateway</em> europeo permetterà l’interoperabilità tra le reti nazionali; la blockchain consentirà l’emissione di Pass ‘condizionati’.</p>



<p>Anche la conservazione dei dati diventa potenzialmente infinita. A oggi, il Green Pass e i dati di contatto forniti (telefono e/o email), così come le informazioni che hanno generato il Pass (vaccino, tampone o guarigione) sono conservate fino alla scadenza del Pass stesso, dopodiché “vengono cancellate”; queste ultime, tuttavia, possono essere conservate nel caso “siano utilizzate per altri trattamenti, disciplinati da apposite disposizioni normative, che prevedono un tempo di conservazione più ampio” (16).</p>



<p>Si aggiunge infine la questione del tracciamento. Oggi la app <em>VerificaC19</em> lavora offline: la legge raccomanda di connettersi al <em>Gateway </em>almeno una volta nell’arco di 24 ore e aggiornare, in locale, i codici dei Green Pass esistenti. Non potrebbe fare diversamente, la rete non reggerebbe. Ma è facile ipotizzare che quando sarà attivo il 5G il tracciamento diventerà possibile, accanto alla creazione di nuovi Pass, nuove ‘condizionalità’ e nuove app di verifica che lavoreranno online.</p>



<p>Il costante controllo della nostra vita operato da Google, Facebook, Microsoft ecc. a fini economici è divenuto ‘usuale’ e difficilmente aggirabile; anche l’utilizzo dei dati raccolti da Big Tech per obiettivi politici è qualcosa con cui abbiamo già fatto i conti (vedi Cambridge Analytica); ma il controllo da parte dello Stato è un’altra cosa. Non si tratta di scomodare il Grande Fratello di Orwell – anche perché sarebbe piuttosto il “mondo nuovo” di Huxley, vista la remissività con cui il Green Pass è stato accettato dalla popolazione – ma di essere consapevoli che il campo di potere politico è sempre, in potenza, quello dominante: perché detiene il monopolio della violenza e perché emette le leggi, ossia stabilisce cosa è legale e cosa non lo è; a quale condotta corrisponde un reato e quindi una pena, detentiva o meno. Con <em>Gateway,</em> blockchain e Green Pass lo Stato potrà operare un controllo capillare e individualizzato su ogni cittadino, preventivo o a posteriori, e attuare discriminazioni (come già ha fatto). Senza nemmeno la necessità dello smartphone, perché il QR code può essere verificato anche su carta.</p>



<p>Risultava curioso, infatti, il nome scelto per il lasciapassare: <em>Green</em> Pass. Certo oggi tutto si inscrive nella narrazione <em>green</em> perché ciò che è <em>green</em> è <em>cool</em>, ma ora è evidente che non si tratta solo di marketing: il Pass è qui per restare. Il suo nome non poteva richiamare un evento specifico, per di più drammatico, come una pandemia.</p>



<p>È questa la <em>Rivoluzione Tech</em>? La nuova società digitalizzata che ci attende? Non si dovrebbe mai dimenticare che la privacy non è la nostra dimensione privata ma la relazione di potere tra individuo, Stato e mercato.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corpi docili</h4>



<p>In termini di pratiche di potere, dove si inscrive il Green Pass?</p>



<p>“La disciplina fabbrica degli individui”, “fabbrica corpi sottomessi ed esercitati, corpi ‘docili’. La disciplina aumenta le forze del corpo (in termini economici di utilità) e diminuisce queste stesse forze (in termini politici di obbedienza)”. E ancora: “Il potere disciplinare è un potere che, in luogo di sottrarre e prevalere, ha come funzione principale quella di ‘addestrare’ o, piuttosto, di addestrare per meglio prelevare e sottrarre di più. Non incatena le forze per ridurle, esso cerca di legarle facendo in modo, nell’insieme, di moltiplicarle e utilizzarle”; “non è un potere trionfante, che partendo dal proprio eccesso può affidarsi alla propria sovrapotenza; è un potere modesto, sospettoso, che funziona sui binari di un’economia calcolata, ma <em>permanente</em>”. Sono parole di Michel Foucault, tratte da <em>Sorvegliare e punire </em>(17). Non si può non andare al pensatore francese se si vuole ragionare sulle pratiche di potere. Sono diversi i punti di riflessione che il testo apre, nel momento in cui lo si rilegge immersi nella realtà del Green Pass. Proviamo a toccarli.</p>



<p>Primo punto: correggere.</p>



<p>La disciplina, riflette Foucault, produce corpi pronti a eseguire le prestazioni richieste; mentre la legge <em>vieta o impone</em> e i meccanismi di sicurezza <em>gestiscono</em> una realtà, la disciplina <em>prescrive</em>. Essa include la punizione (la sanzione per chi rifiuta il Green Pass, che da pecuniaria arriva fino alla sospensione dal lavoro senza stipendio) ma il suo obiettivo non è punire, bensì correggere: “Il castigo disciplinare ha la funzione di ridurre gli scarti. Deve dunque essere essenzialmente <em>correttivo</em>”; “la punizione, nella disciplina, non è che un elemento di un sistema duplice: gratificazione-sanzione. Ed è questo sistema a divenire operante nel processo di addestramento e di correzione”. Dopo mesi di lockdown e assenza di socialità, il potere ‘gratifica’ il cittadino con la ‘libertà’: non si impone (legge) con una obbligatorietà vaccinale ma prescrive un comportamento. <em>Tutto tranne un altro lockdown</em> è ciò che probabilmente ognuno di noi si è sentito dire da almeno un amico; <em>Il Green Pass è libertà</em> è stato lo slogan politico servilmente riportato dai grandi media. </p>



<p>Una ‘libertà’ – va da sé, o non si porrebbe la necessità del secondo elemento, la correzione – accessibile solo al <em>buon</em> cittadino, colui che è pronto a eseguire la prestazione richiesta: la vaccinazione. Qualsiasi tipo di potere sa che non potrà mai aspirare a imporsi sulla totalità dei cittadini, e infatti la disciplina <em>riduce</em> gli scarti, non li elimina. Chi invoca la persuasione per convincere i no-vax – non operando in malafede alcuna distinzione tra no-vax e no-pass – finge di non sapere che il potere ha storicamente sempre accettato che una parte della popolazione si sottragga al suo dominio, finendo ai margini della società, nei bassifondi di un ‘mondo altro’ – piccola criminalità, sottoproletariato, poveri, stranieri irregolari&#8230; Ciò che conta è la dimensione: questa alterità esclusa deve essere quantitativamente minima per non divenire un problema di difficile gestione. La prima sanzione ha colpito la socialità – il Green Pass di agosto – la seconda ha alzato l’asticella all’università, la terza al luogo di lavoro: aumento progressivamente la sanzione per ottenere più correzione e ridurre gli scarti.</p>



<p>Secondo punto: normalizzare.</p>



<p>“L’arte di punire, nel regime del potere disciplinare,” scrive Foucault, “non tende né all’espiazione e neppure esattamente alla repressione, ma pone in opera cinque operazioni ben distinte: […] paragona, differenzia, gerarchizza, omogeneizza, esclude. In una parola, <em>normalizza</em>. […] Appare, attraverso le discipline, il potere della Norma”. Poco importa se la ‘norma’ creata è del tutto illogica, ciò che conta è che sia percepita dalla popolazione come <em>normale.</em> Ed è la lenta progressione della disciplina a farla percepire come tale, il lento spostamento dei punti di riferimento, l’abitudine che si acquisisce alla nuova realtà, dimenticando quella precedente: la costante mancanza di coerenza nella gestione dell’epidemia è divenuta <em>normale</em>, i vaccini che decadono dopo sei mesi sono <em>normali</em>, offrire il proprio smartphone a uno scanner per entrare in un ristorante, al cinema, al lavoro è <em>normale.</em></p>



<p>Terzo punto: dividere.</p>



<p>Creata la ‘norma’,la disciplina riproduce, costantemente, “la divisione tra normale e anormale”, e quel che rientra in quest’ultima categoria – creata dalla società stessa – è, ovviamente, ciò che la società mette ai margini ed esclude. È un processo talmente evidente che pochi esempi sono sufficienti: “Propongo una colletta per pagare ai no-vax gli abbonamenti Netflix per quando dal 5 agosto saranno agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci” (Roberto Burioni, 23 luglio); “È sbagliato considerare l’attacco no-vax come un attacco perseguibile a querela: oggi è un attacco contro lo Stato e come tale dovrebbe essere perseguito” (Matteo Bassetti, 25 luglio); “Criminali no-vax” (Libero, 31 agosto, titolo di prima pagina); “Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile” (Mattia Feltri, Il Domani, 5 settembre).</p>



<p>Quarto punto: sorvegliare.</p>



<p>“[Il potere disciplinare] si organizza come potere multiplo, automatico e anonimo; poiché se è vero che la sorveglianza riposa su degli individui, il suo funzionamento è quello di una rete di relazioni dall’alto al basso, ma, anche, fino a un certo punto, dal basso all’alto e collateralmente. […] La disciplina fa ‘funzionare’ un potere relazionale che si sostiene sui suoi propri meccanismi e che, allo splendore delle manifestazioni, sostituisce il gioco ininterrotto di sguardi calcolati. Grazie alle tecniche di sorveglianza, la ‘fisica’ del potere, la presa sul corpo, si effettuano tutto un gioco di spazi, di linee, di schermi, di fasci, di gradi, e senza ricorrere, almeno in linea di principio, all’eccesso, alla forza, alla violenza. Potere che è in apparenza tanto meno ‘corporale’ quanto più è sapientemente ‘fisico’”. Spazi (luoghi in cui si può accedere solo con il Green Pass), sorveglianza verticale (<em>Gateway</em> e blockchain) e collaterale (il cameriere, il controllore sul treno, il bigliettaio del cinema, l’impiegato adibito al lavoro, a cui bisogna esibire il Pass): una rete di sguardi che quotidianamente controllano. Potere fisico non solo perché si impone sul corpo, ma perché il corpo è il primo ‘oggetto’ che viene investito dalla disciplina del lasciapassare: deve essere sottoposto a un trattamento sanitario (vaccino) o a un esame diagnostico (tampone).</p>



<p>Quinto punto: utilizzare.</p>



<p>“La disciplina è il procedimento tecnico unitario per mezzo del quale la forza del corpo viene, con la minima spesa, ridotta come forza ‘politica’ e massimalizzata come forza utile”. Abbiamo già visto, nel corso della prima ondata, quali sono stati i punti di crisi dell’epidemia, quelli che hanno mosso le decisioni politiche; sappiamo tutti, tolto il velo dell’ipocrisia pelosa ai discorsi ufficiali e alle lacrime da studio televisivo, che per la classe dirigente politica ed economica di questo Paese il problema non è mai stato la morte di migliaia di anziani in pensione, ma il blocco dell’economia e gli ospedali pieni, la pressione di Confindustria da una parte e il conflitto sociale che ne poteva scaturire, dall’altra. Il Green Pass riesce a massimalizzare l’utilità di tutti i corpi: quelli dei cittadini attivi producono e consumano, vanno a lavorare e al ristorante; quelli degli anziani/’fragili’ fanno pressione affinché il resto della popolazione si disciplini: <em>non ti importa che io possa morire?</em> L’umano sentimento della solidarietà viene trasformato in strumento utile alle pratiche disciplinari e in annullamento del pensiero critico.</p>



<p>Tirando le somme, il Green Pass ha corretto, normalizzato, diviso, sorvegliato e utilizzato i cittadini, disciplinandoli. È, a oggi, l’ultimo atto di una serie di pratiche politiche (18) che hanno creato una popolazione docile perché impaurita, prima shockata e poi <em>normalizzata</em> in una nuova abitudine, che si affida al ‘sovrano’ per la sua salvezza, convinta che la propria vita dipenda da un trattamento sanitario a cui è disposta a sottoporsi annualmente, e da un lasciapassare politico che lo attesti e che le garantisca l’accesso a luoghi nei quali possa interagire solo con persone altrettanto verificate e controllate. Una popolazione che ora si sente corroborata dal calo del numero dei contagi e delle ospedalizzazioni (ma attendiamo la stagione fredda per vedere quel che accade, viste le caratteristiche degli attuali vaccini), e non si domanda se la stessa situazione sarebbe stata raggiunta anche vaccinando solo le categorie a rischio e lasciando la libera scelta: perché eliminando la malattia grave tra anziani e ‘fragili’ gli ospedali sarebbero comunque stati vuoti; perché dopo 19 mesi di pandemia, l’immunità naturale dei milioni di asintomatici avrebbe comunque rallentato la circolazione del virus, garantendo anche la diffusione di una immunità di durata. Non si chiede, insomma, se senza il ricatto e la discriminazione del Green Pass non si troverebbe ora nella stessa situazione di salute pubblica, ma in una società molto diversa: dove le persone, e non lo Stato, possono ancora decidere del rapporto rischi/benefici di un trattamento sanitario sul proprio corpo.</p>



<p>Non ci sono risposte. Come sopra già evidenziato, la situazione è nebulosa e illogica. Ma ciò che lascia sconcertati è che non ci siano – e non ci siano state – domande.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Discriminazione</h4>



<p>Al 22 luglio, data del primo decreto Green Pass, il 47,6% dei cittadini si erano <em>volontariamente</em> già vaccinati, e arrivavano al 62,4% se aggiungiamo al conteggio l’inoculazione delle prime dosi: quella italiana non si poteva certo definire una popolazione che fuggisse il vaccino. Al 20 luglio erano già stati <em>volontariamente</em> scaricati 36 milioni di Green Pass (19); al 29 luglio, pochi giorni dopo il decreto, erano diventati 41,3 milioni (20). Sorprende che milioni di persone non abbiano battuto ciglio sulla discriminazione che il Pass già operava, accettando supinamente che in alcuni luoghi dove prima <em>tutti</em> i cittadini potevano avere accesso con misurazione della temperatura, mascherina e distanziamento, dal 6 agosto potessero entrare, sempre con misurazione della temperatura, mascherina e distanziamento, solo coloro che avevano acconsentito a un trattamento sanitario o a un esame diagnostico. Poco importa se ristoranti al chiuso, cinema, teatri ecc. non si configurano come diritti o bisogni fondamentali: il principio non cambia. La discriminazione non è qualcosa di quantificabile: <em>è</em> o <em>non è</em>.</p>



<p>Difficile dire se questa arrendevolezza abbia consentito a governo e Parlamento di alzare l’asticella del ricatto al lavoro; sicuramente l’ha facilitato. Incontrando resistenze, forse il potere politico avrebbe abbandonato l’idea (come precedentemente accaduto per la app Immuni) e l’obbligo non sarebbe stato esteso. Il ‘se fosse’ è sempre un gioco inutile perché il filo del tempo non si può riavvolgere, ma nel momento in cui lo si utilizza per un’analisi costruttiva non è affatto una sterile speculazione. L’apertura di un conflitto sociale inizia sempre con una scelta individuale: scioperare, andare in piazza, rifiutarsi, sono innanzitutto scelte – e responsabilità – personali, che solo dopo si trasformano in collettive. Chi lotta sa che l’impotenza e la frustrazione sono sentimenti diffusi, perché nella complessità politica ed economica di oggi è difficile che l’apertura di un conflitto con il potere porti a un cambiamento sociale nel breve termine. Ma il Green Pass, come prima la app Immuni, offriva questa possibilità. Quella di dire NO, di rifiutarsi di avallare con il proprio comportamento – scaricare e utilizzare il Pass – una pratica discriminatoria. Era una scelta politica che, ricordiamo, aveva nulla a che fare con l’insindacabile decisione di vaccinarsi, e non richiedeva certo un gran sacrificio: non andare al ristorante, a teatro, al cinema&#8230;</p>



<p>Molti cittadini, in numero maggiore rispetto a quelli che stanno riempiendo le piazze contro il Pass, ora si dichiarano contrari alla sua applicazione al lavoro; eppure, in una incoerenza che sembra non riguardarli, continuano ad avallare la discriminazione utilizzando il lasciapassare per riempire locali serali e ristoranti; non hanno modificato la loro condotta dopo il 16 settembre, quando il governo ha esteso l’obbligo al lavoro a partire dal 15 ottobre e l’asticella della discriminazione si è alzata. Lasciare vuoti ristoranti, cinema, teatri ecc. può diventare un’arma economica di pressione sul potere politico, oltre a rappresentare un atto di protesta collettiva e di coerenza personale.</p>



<p>Non si può né sperare né attendere una chiamata strutturata e organizzata, da sinistra, per questo conflitto: salvo poche realtà o singoli individui, la sinistra movimentista che si riempie continuamente la bocca della parola ‘discriminazione’, dichiarando di volerla combattere, si è appiattita sulle posizioni governative spedendo il cervello in vacanza. Sta, dunque, a ciascuno di noi. Scegliere.</p>



<p class="has-small-font-size"> (Articolo chiuso in redazione il 12 ottobre 2021)</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" target="_blank"><em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67/2020</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia">https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <em>Lancet: “Due dosi Pfizer efficaci fino a sei mesi”</em>, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. The impact of SARS-CoV-2 vaccination on Alpha &amp; Delta variant transmission, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.09.28.21264260v1.full-text" target="_blank">https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.09.28.21264260v1.full-text</a> </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <em>Covid-19 ed immunità: quanto a lungo può durare la protezione?</em> <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.marionegri.it/magazine/covid-19-durata-immunita" target="_blank">https://www.marionegri.it/magazine/covid-19-durata-immunita</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) Per comodità sono stati presi i numeri già elaborati dal gruppo CovidStat dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), basati sui dati acquisiti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://covid19.infn.it/iss/" target="_blank">https://covid19.infn.it/iss/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. <a href="https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04368728?term=NCT04368728&amp;draw=2&amp;rank=1">https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04368728?term=NCT04368728&amp;draw=2&amp;rank=1</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://apps.who.int/iris/rest/bitstreams/1327316/retrieve">https://apps.who.int/iris/rest/bitstreams/1327316/retrieve</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/comirnaty-epar-risk-management-plan_en.pdf" target="_blank">https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/comirnaty-epar-risk-management-plan_en.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. «Varianti, servirà un nuovo vaccino», A. Caperna, Il Giornale, 4 ottobre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">11) Vedi Rapporto Oxfam International, pag. 36 </p>



<p class="has-small-font-size">12) Il Consiglio d’Europa, nato nel 1949, è un’organizzazione internazionale che promuove la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto; è composto da 47 Stati membri ed è un organo indipendente dall’Unione europea</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://pace.coe.int/en/files/29004/html" target="_blank">https://pace.coe.int/en/files/29004/html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">14) Abbiamo già parlato di blockchain in relazione ai bitcoin: le caratteristiche tecniche restano le medesime. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56, febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52</p>



<p class="has-small-font-size">16) Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, art. 16 </p>



<p class="has-small-font-size">17) Tutti i virgolettati di questa parte dell’articolo sono tratti da: Michel Foucault, <em>Sorvegliare e punire</em>, Einaudi </p>



<p class="has-small-font-size">18) La disciplina sui corpi è iniziata con le limitazioni alla libertà di movimento; l’obbligo di certificare per iscritto il proprio essere fuori di casa tramite un modulo da portare con sé e da esibire, se richiesto, alle forze di polizia; l’imposizione di mascherine e di un distanziamento tra persone. Anche il rituale del bollettino giornaliero sul numero dei contagiati e dei morti rientrava nel meccanismo disciplinatorio: dati privi di coerenza sistemica avevano l’obiettivo di continuare a spaventare una popolazione già totalmente disorientata, rendendola ancora più arrendevole alla disciplina. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67, aprile 2020</p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/20/news/speranza-vaccino-essenziale-anche-sotto-i-40-anni-36-milioni-di-green-pass-scaricati-fino-ad-oggi-1.40517764">https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/20/news/speranza-vaccino-essenziale-anche-sotto-i-40-anni-36-milioni-di-green-pass-scaricati-fino-ad-oggi-1.40517764</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.adnkronos.com/green-pass-speranza-strumento-anti-restrizioni-gia-scaricati-41-3-mln_4pPX4QasGLTwn7c96t1TiN" target="_blank">https://www.adnkronos.com/green-pass-speranza-strumento-anti-restrizioni-gia-scaricati-41-3-mln_4pPX4QasGLTwn7c96t1TiN</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Coprifuoco. Ma la sanità?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/coprifuoco-ma-la-sanita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 13:43:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3953</guid>

					<description><![CDATA[Assistenza domiciliare al palo e posti letto in terapia intensiva non attivati ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Assistenza domiciliare al palo e posti letto in terapia intensiva non attivati </p></blockquote>



<p>Ci risiamo.</p>



<p>Chiusura di teatri, cinema, associazioni culturali, centri sociali, palestre ecc.; di bar, pub e ristoranti alle 18.00; divieto di consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico dopo le 18.00; coprifuoco (in Lombardia e non solo) dalle 23.00 alle 5.00, con tanto di ritorno di &#8216;autocertificazione&#8217; a giustificare il proprio essere fuori casa.</p>



<p>Ad aprile, in pieno lockdown, avevamo già denunciato su queste pagine le pratiche di potere (legge e disciplina) messe in atto dalla classe dirigente politica, a coprire il proprio fallimento nel controllo di un&#8217;epidemia con i dispositivi di sicurezza che l’evento stesso richiede, ossia la sanità di territorio (rimandiamo all&#8217;<a href="https://www.rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" data-type="post" data-id="3273" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo di aprile</a> per l&#8217;analisi complessiva). Dopo sette mesi, questa è la realtà fotografata da qualche numero (dati del Sole 24 ore).</p>



<p>Situazione assistenza domiciliare sul territorio:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>impossibile sapere quante sono le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale: micro-team composti da 4/5 tra medici e infermieri, dovrebbero fornire la prima assistenza a casa ai malati sospetti o conclamati di Covid-19) perché non esistono dati recenti<ul><li>il Decreto Sanità di marzo ne prevedeva 1.200, una ogni 50.000 abitanti, da attivarsi entro aprile</li><li>prima dell&#8217;estate erano circa 600 attivate in 15 regioni, ossia la metà di quelle programmate</li></ul></li><li>il Decreto Rilancio di maggio prevedeva l&#8217;assunzione di 9.600 &#8216;infermieri di famiglia&#8217;, una nuova figura pensata per l&#8217;assistenza domiciliare<ul><li>le Regioni hanno messo a punto le linee guida con i requisiti il 10 settembre</li><li>a oggi le Regioni ne hanno assunti appena qualche centinaio (un numero più preciso non è dato)</li></ul></li></ul>



<p>Situazione ospedaliera:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>5.179 terapie intensive sul territorio nazionale prima del Covid</li><li>6.628 attive oggi (+1.449)</li><li>1.660 disponibili ma ancora non operative a causa di ritardi delle singole Regioni ad attivare i posti letto, secondo il Commissario Arcuri (nell&#8217;ennesimo rimpallo di responsabilità tra Governo e Regioni) (vedi tabella)</li><li>1.500 ulteriori ventilatori disponibili, “ma prima di distribuirli vorremmo vedere attivati i 1.600 posti letto di terapia intensiva per cui abbiamo già inviato i ventilatori”, dichiara Arcuri al Sole 24 ore il 17 ottobre</li></ul>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="597" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/terapie-intensive.jpg" alt="" class="wp-image-3955" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/terapie-intensive.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/terapie-intensive-300x300.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/terapie-intensive-150x150.jpg 150w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/terapie-intensive-100x100.jpg 100w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/terapie-intensive-75x75.jpg 75w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Fonte: Sole 24 ore</figcaption></figure></div>



<p>In primavera la colpevolizzazione del singolo cittadino (emblematica la &#8216;caccia al runner&#8217;) aveva funzionato, permettendo al potere politico di deresponsabilizzarsi e portare avanti la falsa narrazione di aver ben gestito l’epidemia fin dal suo inizio; oggi il meccanismo, applicato alla &#8216;movida&#8217; e alla socialità in generale, pare essere meno efficace. “La notte ci ammaliamo, e in fabbrica?” è una delle scritte comparse ieri sui muri di Milano. Dopo la &#8216;rivolta di Napoli&#8217; di venerdì, il ministro dell&#8217;Interno ha convocato il Cnosp (Comitato nazionale ordine pubblico e sicurezza), ossia i vertici di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), Aisi (servizi segreti interni) e Aise (servizi segreti esterni). Vedremo che autunno sarà.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nella città di Erech</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/nella-citta-di-erech/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:20:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3800</guid>

					<description><![CDATA[Inclusione-esclusione, dispositivi di controllo sociale, potere disciplinare che conforma codici di comportamento, interiorizzazione di valori: ripartiamo dalle basi per leggere le pratiche di potere oggi messe in atto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Renato Curcio e Nicola Valentino</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Inclusione-esclusione, dispositivi di controllo sociale, potere disciplinare che conforma codici di comportamento, interiorizzazione di valori: ripartiamo dalle basi per leggere le pratiche di potere oggi messe in atto.</p>
</blockquote>



<p><em>Con il Covid-19 sono state messe in atto specifiche pratiche di potere. L’intervento che segue è tratto dal libro “Nella città di Erech”, di Renato Curcio e Nicola Valentino (Sensibili alle foglie, 2001); un testo da rileggere e trarne spunto. Il pdf del libro è distribuito gratuitamente dalla libreria online di Sensibili alle foglie (<a href="http://libreriasensibiliallefoglie.com" data-type="URL" data-id="libreriasensibiliallefoglie.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.libreriasensibiliallefoglie.com</a>).</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Enkidu</h4>



<p>Una delle più antiche storie di questa civiltà, che oralmente già veniva tramandata almeno quattromila anni prima di Cristo, inizia col racconto del combattimento tra il sovrano della città di Erech, Gilgamesh, e il selvatico Enkidu, che non essendo mai entrato nella città degli uomini era in tutto simile agli animali.</p>



<p>Enkidu, il corpo interamente coperto di pelo, vestito di pelli, trascorreva il suo tempo errando per la campagna in compagnia degli animali; con loro si accoppiava, come questi si nutriva di erbe incolte e si dissetava con l’acqua delle fonti. Così almeno viene descritto dai primi narratori assiri, hittiti e urriti, i cui racconti furono accolti nelle prime versioni scritte ospitate già nel 628 a.C. nella biblioteca del re Assurbanipal.</p>



<p>Questa coppia di combattenti, d’intensità archetipale, racchiude il codice genetico di un dispositivo relazionale che ancora oggi orienta naturalmente il nostro sguardo. Gilgamesh ed Enkidu, rappresentano rispettivamente l’incluso nella città degli uomini e l’escluso. Il primo per due terzi divino e per un terzo umano, il secondo per tre terzi animale, senza condivisioni umane e ancor meno divine.</p>



<p>Nelle città-stato della Mesopotamia, nelle <em>polis </em>greche dove tutti coloro che vivevano fuori delle mura erano classificati <em>etnos</em>, come pure nelle <em>civitas </em>della penisola che abitiamo, un muro perimetrale ha fin dalle origini preteso di delimitare e significare gli spazi identitari e le loro forme di relazione. Un muro di pietra, non solo una metafora; una pietrificazione degli spazi e degli sguardi che si son dati un limite, una epistemologia, una filosofia, una letteratura e una mitologia del limite.</p>



<p>Nel recinto delle mura s’è dunque progressivamente consolidato e “naturalizzato” un dispositivo relazionale fondato sulla dicotomia inclusione-esclusione. In questa dicotomia gli esclusi non sono soltanto gerarchicamente inferiori agli inclusi; assai peggio essi sono privati della loro qualità specifica, vengono disumanizzati, spersonalizzati, animalizzati. Diventano non-umani.</p>



<p>Il codice dell’inclusione nelle città-stato non è più costituito dalla voce degli antenati autorevoli tramandata da bocca a orecchio generazione dopo generazione. Sono le leggi consigliate da un dio e scritte su una stele che invece debbono essere interiorizzate fino al punto di apparire a ciascun cittadino la fonte più intima della propria autonoma coscienza. L’occhio sostituisce l’orecchio, la scrittura soppianta l’oralità e, mentre diviene il linguaggio ufficiale del potere, induce una radicale trasformazione antropologica, ridisegna la mappa della neurofisiologia umana, produce un nuovo modo sociale di apprendere e rappresentare il mondo, di comunicare, e una nuova tecnologia di controllo dei comportamenti. È in questo punto della storia che nasce il soggetto pre-scritto, capace di trasformare in coscienza la “narrazione” del potere, e di conformarsi ai luoghi comuni di una identità collettiva (1).</p>



<p>Il buon cittadino, il “cittadino normale”, in questa filigrana, è per così dire un incluso perfettamente addomesticato, adattato, conformato, e “normato”; educato ad una certa gamma di discipline che omologano insieme all’anima il suo corpo. Murato fuori e murato dentro ma inconsapevolmente cieco rispetto all’esistenza di quelle mura.</p>



<p>Alla perimetrazione esterna, ieri della città-stato, e oggi della città globale, corrisponde la perimetrazione interna del suo sguardo, dei suoi sensi, del suo stato ordinario di coscienza indotto a disconnettere da sé quanto viene sovranamente riprovato e condannato all’esclusione: ciò che viene messo fuori dal luogo comune esteriore dovrà essere nel contempo disaggregato e disconnesso interiormente.</p>



<p>Un’altra implicazione di questa figura archetipale è che essa istituisce un’istituzione, fonda la regola impalpabile della relazione con chi è fuori dal luogo comune. E questa regola stabilisce, per quanto la riguarda, anche la sua dogana. All’alt! che essa decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena. Oppure in una guerra. Possiamo partire da qui, da Enkidu e Gilgamesh, da Aristotele e gli <em>etnos</em>, da questa istituzione relazionale originaria, per guardare nel torbido e nell’opaco di tutto ciò che con apparente lucidità chiamiamo istituzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una parola ambigua: istituzione</h4>



<p>Istituzione: l’atto dell’istituire o il risultato di quest’atto? Come tante altre parole anche istituzione si distingue per la sua vaghezza. Inutile cercare appigli nei fondali o nelle nuvole dei suoi significati: ciò che si trova trasmette un’incertezza. Una certa sociologia, quella di Talcott Parsons e dei suoi allievi, o quella di Emile Durkheim, e un’omologa etnologia hanno risolto la questione formulando un modello statico dell’istituzione entro cui essa si traduce in un quadro strutturato e stabilizzato di attività sociali, di norme, regole e funzioni. Così intesa l’istituzione langue nella sua passività e non conosce il fermento della vita. Un certo orientamento culturale europeo, che ha preso le mosse negli anni ‘40 ed è sfociato poi nell’analisi istituzionale, si è mosso sul versante opposto mettendo in evidenza la natura processuale e dinamica dell’istituzione.</p>



<p>È a questo orientamento costruttivista, attento alle pratiche istituenti che si muovono sotto la coltre di ciò che è già stato istituito, che anche noi grosso modo ci riferiamo almeno per quanto riguarda alcuni strumenti analitici di base. Che preferiamo dichiarare subito nella loro forma elementare per non lasciare il lettore inutilmente col fiato sospeso. In quei costrutti sociali che chiamiamo istituzione confluiscono ordinariamente tre grandi tensioni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una tensione attiva, vale a dire il lavoro che istituisce, il fatto di istituire un ordine. Con Georges Lapassade possiamo chiamare gli attori di questa produzione istituente, istituenti ordinari;</li>



<li>una tensione passiva, e cioè la resistenza di un ordine istituito, il muro delle norme e il pantano delle consuetudini consolidate. Le personificazioni di questa conservazione saranno allora i guardiani dell’istituito;</li>



<li>una tensione processuale, come dire i processi di istituzionalizzazione. L’istituzione è allora il risultato di questi processi e gli attori delle prime due istanze, da questo terzo movimento, vengono messi a nudo e svelati nelle loro personali implicazioni.</li>
</ul>



<p>Ma poiché questi processi sono rilevati, in definitiva, da chi li analizza, occorre spingere la nozione di implicazione ad un livello ancora più profondo. È ciò che ha fatto René Lourau insistendo particolarmente sul fatto che l’istituzione, in definitiva, è ciò che viene alla luce negli enunciati delle implicazioni di ciascuno dei partecipanti all’analisi (2).</p>



<p>Secondo Pichon Riviere e Armando Bauleo, un ulteriore elemento fondante di questo quadro analitico sarebbe il ‘compito’ intorno a cui si organizzano le tensioni enunciate. In sostanza, precisa Leonardo Montecchi, che a questo orientamento si ispira, “noi pensiamo che le istituzioni non siano solo un processo tra momento istituente ed istituito, processo che possiamo pensare su un piano orizzontale, ma che siano caratterizzate da compiti – la salute, l’educazione, la difesa, ecc. – che le fondano in quanto gruppi e che specificano la loro attività produttiva su di un piano verticale” (3). Ma è possibile che i compiti di un’istituzione siano inafferrabili come i sogni e che gli stessi attori non sappiano bene cosa stiano sognando. Figuriamoci poi gli analisti e i socioanalisti.</p>



<p>Servendoci di questi primi strumenti analitici è possibile cogliere la differenza specifica tra una famiglia e un manicomio, tra un campo di concentramento e un ospedale, tra una scuola e una prigione? È ragionevole, ponendo in altro modo la stessa domanda, utilizzare la distinzione corrente tra istituzioni ordinarie, come ad esempio la famiglia, e istituzioni totali, come l’ospedale psichiatrico giudiziario?</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Istituzioni ordinarie e istituzioni totali</h4>



<p>Possiamo riprendere, a questo punto, le due domande lasciate in sospeso. La nozione di istituzione totale è stata proposta dal sociologo americano Ervin Goffman, indotto ad interessarsi di carceri e manicomi in seguito al coinvolgimento diretto in una istituzione psichiatrica di una persona a lui cara. In <em>Asylums</em> (4)<em> </em>il suo saggio più noto e meglio articolato, egli afferma che: “Uno degli aspetti fondamentali della società moderna è che l’uomo tende a dormire, a divertirsi e a lavorare in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità e senza alcuno schema razionale di carattere globale”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="200" height="321" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/03/Nella-citta-di-Erech.jpg" alt="" class="wp-image-4644" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/03/Nella-citta-di-Erech.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/03/Nella-citta-di-Erech-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
</div>


<p>La caratteristica principale delle istituzioni totali sarebbe allora proprio la rottura delle barriere che abitualmente separano le tre sfere principali della vita di ogni individuo: la famiglia, il lavoro, il divertimento. Lo sguardo di Goffman si ferma qui: alle apparenze, alla superficie. Sotto questa apparenza tuttavia, altri ricercatori – Michel Foucault e Franco Basaglia in particolare – hanno messo bene in evidenza un dispositivo disciplinare e di potere che unifica alla radice quelle “sfere della vita” che Goffman, invece, considera separate l’una dall’altra da precise barriere.</p>



<p>Michel Foucault, ad esempio, nella sua lettura dei dispositivi del controllo sociale che si sono affermati negli ultimi secoli, enfatizza il potere disciplinare, vale a dire quell’insieme di pratiche e di conoscenze orientate sugli individui allo scopo di renderli conformi a determinati codici di comportamento. Un potere distribuito ed articolato in tutte le istituzioni – dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alla prigione e al manicomio – più che identificato in una specifica istituzione (5). Soprattutto un potere che lavora per indurre in tutte le persone che ricadono sotto il suo dominio una forte interiorizzazione o internalizzazione di valori, modelli identitari, contenuti di significato riferibili alla normalità; e che tratta gli incorreggibili (6) per recuperarli alla conformità, per rinormalizzarli.</p>



<p>L’incorreggibile, per Foucault, è “colui che oppone resistenza a ogni disciplina” e, quindi, manifesta il fallimento delle tecniche di addestramento e delle procedure di raddrizzamento familiari. Proprio per ciò richiama una nuova tecnologia del raddrizzamento e della correzione. La nozione di incorreggibile nasce nel XVIII secolo e implica la genesi delle istituzioni correzionali e trattamentali moderne. Il continuum della società disciplinare, sarebbe quindi operante, nello scenario foucaultiano, proprio nell’esercizio sui corpi, nella microfisica di questo potere.</p>



<p>Se proviamo a tradurre in un modello relazionale la nozione di potere disciplinare ci appare una struttura gerarchica entro cui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>un attore gestisce rigidamente un codice normativo (custode del codice);</li>



<li>un altro attore viene costretto a stare nella relazione conformando i suoi comportamenti a quel codice (iniziato). Se non si conforma subisce una penalizzazione (esclusione) e un trattamento correzionale.</li>
</ul>



<p>Franco Basaglia articola ulteriormente questo sguardo e mette al centro della sua riflessione la divisione dei ruoli e la relazione di potere che ad essa corrisponde. Rispetto alle tre sfere principali della vita indicate da Goffman egli afferma anzitutto che “la famiglia è fonte di contrasti, di contraddizioni, che le fabbriche distruggono l’uomo, che il tempo libero è un momento di alienazione della persona” (7). E, più in generale, precisa che: “Famiglia, scuola, fabbrica, università, ospedale, sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha. Dal che si può ancora dedurre che la suddivisione dei ruoli è il rapporto di sopraffazione e violenza fra potere e non potere, che si tramuta nell’esclusione da parte del potere, del non potere; la violenza e l’esclusione sono alla base di ogni rapporto che s’instauri nella nostra società” (8). </p>



<p>Divisione dei ruoli, esercizio di potere, violenza ed esclusione caratterizzano ogni istituzione e nella società occidentale vengono giustificati come necessità intrinseca alla finalità dell’istituzione: l’educazione (famiglia, scuola): trattamento educativo; la malattia (ospedale, ospedale psichiatrico): trattamento terapeutico; la ‘colpa’ (carcere): trattamento risocializzante. Questa giustificazione, fissata in norma, definisce il limite, il confine, la ‘linea di colore’ “fra un bene che si accoglie (che siamo noi) e un male che si rifiuta (che sono loro)” (9). Loro, i diversi, i rifiuti, gli elementi di disturbo, gli irriducibili, gli esclusi. Ovvero le contraddizioni generate dalle relazioni dominanti nell’inclusione ma che gli inclusi non vogliono vedere e cercano di far sparire. Le istituzioni dell’esclusione, sono così “aree di scarico e di compenso delle proprie contraddizioni dove la società relega e nasconde le proprie contraddizioni” (10). Se, in generale, ciò che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha, più in particolare in che consiste, allora, se esiste, la differenza specifica tra le istituzioni ordinarie e le istituzioni dell’esclusione?</p>



<p>Nelle istituzioni considerate ordinarie (famiglia, scuola, azienda, banche, partiti, ospedali, centri sociali, ecc.) la dialettica istituente/istituito prevede per tutti gli attori della relazione la possibilità di esercitare una azione istituente in conflitto con l’istituito. Nelle micro-dimensioni, nelle dinamiche molecolari, gli attori che subiscono le torsioni esercitate da chi si erge a guardiano dell’istituito possono opporre azioni che istituiscono processi avversativi alla richiesta correzionale o di conformazione: processi di istituzionalizzazione.</p>



<p>Questa attività istituente ordinaria è ciò che Georges Lapassade e altri hanno chiamato “costruzione della realtà sociale quotidiana”. Le istituzioni ordinarie mantengono dunque un certo grado di elasticità e porosità in modo tale da non escludere, almeno potenzialmente, un esito trasformativo dell’azione dell’istituente ordinario. Nelle istituzioni totali viceversa, questo orizzonte che ammette mutamenti non è affatto presente. Processi avversativi ordinari alle richieste di correzione, adeguamento e rinormalizzazione che i guardiani dell’istituito impongono, per quanto presenti e attivi tra la “popolazione detenuta”, hanno scarsissime probabilità di decollare per via ordinaria. Al contrario, in forme apertamente violente – come nel noto caso dei pestaggi avvenuti nel 2000 nel carcere di San Sebastiano, a Sassari – o più sottili – come nei trasferimenti punitivi – essi vengono istituzionalmente sanzionati.</p>



<p>Se una trasformazione qualitativa essenziale può prodursi essa, in genere, dipende da istituenti straordinari (movimenti sociali, rivoluzioni, ecc.) che investono con la loro azione collettiva le macrodimensioni della formazione sociale. Ciò del resto è inscritto nel codice fondativo di queste istituzioni, vale a dire nel momento in cui l’istituzione stessa viene istituita. Proprio questo atto fondatore infatti nega ad uno degli attori – il recluso, l’internato – lo status di cittadino persona e con ciò il suo diritto a poter esercitare una tensione attiva di mutamento.</p>



<p>Potremmo quindi dire che le istituzioni totali in cui si viene rinchiusi contro la propria volontà – ergastolo, manicomio giudiziario, carcere, ospedale psichiatrico, campo di concentramento – hanno la caratteristica di esercitare un controllo assoluto dello spazio, del tempo (presente e futuro), dalla quantità e della qualità delle relazioni che può vivere la persona internata. Sono anelastiche e non porose. La relazione tra gli attori che le fanno vivere è gerarchica, unidirezionale, intransitiva e resistente ad ogni dialettica ordinaria. Esercitano costitutivamente una torsione relazionale mortificante sull’attore recluso.</p>



<p>Ma, se questa è principalmente l’operazione che le istituzioni totali svolgono verso le persone istituzionalizzate, verso l’esterno esse agiscono – come del resto le istituzioni economiche, educative, sanitarie … – creando il bisogno di sé (11). La salvaguardia dell’istituzione viene garantita dal mito che l’istituzione riesce a creare di se stessa, indicando i valori su cui si fonda, e dalla capacità di creare nella società la percezione di una carenza di questi valori.</p>



<p>Questa attività verso l’esterno va rimarcata perché implica tutti i cittadini, li corresponsabilizza rispetto all’esistenza di quella istituzione. È emblematico ricordare che sull’ergastolo di Santo Stefano, costruito nel 1764, era scritto: “Finché la santa legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato e la proprietà”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1) </em>Jaynes Julian, <em>Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, </em>Milano 1984, Adelphi</p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>Lourau René, <em>Actes manqués de la recerche, </em>Paris 1994, PUF</p>



<p class="has-small-font-size">3) Montecchi Leonardo, <em>Le officine della dissociazione, </em>dattiloscritto, 1999</p>



<p class="has-small-font-size">4) Goffman Erving, <em>Asylums</em>, Torino 1968, Einaudi </p>



<p class="has-small-font-size"><em>5</em><em>) </em>Foucault Michel, <em>Sorvegliare e punire.</em><em> Nascita della prigione, </em>Torino 1993, Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">6) Foucault Michel, <em>Gli anormali, </em>Milano 2000, Feltrinelli </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em>Basaglia Franco, <em>Conferenze brasiliane, </em>Milano 2000, Raffaello Cortina Editore</p>



<p class="has-small-font-size">8) Basaglia Franco (a cura di), <em>L’istituzione negata</em>, Milano 1968, Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">9) Basaglia Franco, “L’esclusione (la soluzione finale)”, in AA.VV., <em>Le scelte del 68, </em>Milano 1998, Libro del Leoncavallo</p>



<p class="has-small-font-size">10) Basaglia Franco (a cura di), <em>L’istituzione negata, </em>Milano 1968, Einaudi </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Illich Ivan, <em>Nello specchio del passato</em>, Como 1992, RED </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Covid-19. Lockdown</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 16:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
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					<description><![CDATA[Legge, disciplina, sicurezza: cosa è accaduto, dove siamo e dove potremmo essere in futuro: le pratiche politiche attuate, il fallimento dei meccanismi di sicurezza, un nuovo sapere-potere che si impone e lo Stato che si protegge]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/e-uscito-il-numero-67-aprile-maggio-2020/" data-type="post" data-id="97">(Paginauno n. 67, aprile – maggio 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Legge, disciplina, sicurezza: cosa è accaduto, dove siamo e dove potremmo essere in futuro: le pratiche politiche attuate, il fallimento dei meccanismi di sicurezza, un nuovo sapere-potere che si impone e lo Stato che si protegge</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Un rapporto dei servizi segreti, indirizzato alla presidenza del Consiglio e ai ministri competenti, segnala la possibilità di problemi di ordine pubblico nel Sud Italia nel caso l’epidemia da coronavirus dovesse allargarsi anche a quella parte del Paese. È ciò che riporta Fabio Martini in un articolo pubblicato il 26 marzo su La Stampa (1). “Si tratta di un report top secret” scrive Martini, “ma da quel che trapela il pericolo segnalato è quello di un’escalation, che partendo dalla fragilità e dal possibile collasso delle strutture ospedaliere, possa portare inizialmente a ribellioni legate alla carenza di assistenza e aggravate davanti a casi di «raccomandazioni», che in alcune realtà hanno una loro consistenza. E l’ultimo anello di questa escalation nel Sud potrebbe determinarsi con interferenze sempre possibili da parte della criminalità organizzata”.</p>



<p>Lo stesso giorno su Repubblica, edizione Palermo, Claudia Brunetto e Francesco Patané segnalano un “pomeriggio di tensione all’interno del supermercato Lidl di viale Regione Siciliana per il tentativo di una quindicina di persone di scappare con i carrelli pieni senza pagare la spesa […] sul posto sia polizia che carabinieri hanno ricondotto alla ragione la quindicina di clienti […] Si tratta di famiglie palermitane provenienti dal Cep, dallo Zen e da Cruillas che dopo una lunga trattativa con le forze dell’ordine hanno ammesso di non avere più soldi per pagare la spesa perché rimaste senza possibilità di lavorare dopo l’inizio della quarantena. Carabinieri e polizia sono riusciti a convincere le famiglie in difficoltà a lasciare la merce nel supermercato. Nessuno è stato denunciato” (2).</p>



<p>Come si è potuti arrivare a questa situazione, per di più in un tempo decisamente breve (3), in una liberaldemocrazia a capitalismo avanzato del XXI secolo?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Legge, disciplina, sicurezza</h4>



<p>L’epidemia da coronavirus ha prodotto, sui quotidiani e in rete, una serie di analisi e riflessioni che ne hanno seguito l’evoluzione, modificando anche nel tempo la chiave di lettura, com’è normale che sia quando si cerca di capire una situazione nuova e in divenire. Anzi, si può dire che il disorientamento a comprendere è stato specchio sia del disorientamento dei cittadini, sia della gestione caotica, a tratti contraddittoria e incomprensibile, della classe politica italiana, nei vari livelli di governo e responsabilità. Non si intende qui ragionare sui numeri dei contagiati, dei decessi, dei tamponi ecc. né su un aspetto già ampiamente approfondito sui media e che indubbiamente va posto come dato fattuale e premessa che ha condizionato tutti gli eventi, ossia la drammatica situazione del sistema sanitario pubblico italiano smantellato dalle privatizzazioni e dai tagli al welfare operati delle politiche neoliberiste. Dato come acquisito questo elemento, ciò su cui è necessario interrogarsi per cercare di afferrare almeno un capo della matassa, e capire cosa è accaduto politicamente, dove siamo oggi come cittadini e dove potremmo essere in futuro, sono le <em>pratiche di potere</em> messe in atto.</p>



<p>In <em>Sicurezza, territorio, popolazione</em> (4), Michel Foucault analizza tre meccanismi applicati su un territorio e i suoi abitanti in tre diverse epoche storiche: legge, disciplina e sicurezza. In estrema sintesi, e circoscrivendo il ragionamento alla situazione che ci interessa analizzare, il primo attiene al Medioevo: il potere stabilisce una legge e fissa una punizione per chi la vìola; il secondo si costituisce nel XVIII secolo e <em>aggiunge</em> al primo meccanismo un dispositivo di sorveglianza, che mira a prevenire il fatto trasformando il comportamento degli individui – <em>disciplina</em> dunque i corpi, non si limita a punirli quando infrangono un divieto –; il terzo meccanismo, dell’epoca contemporanea, <em>aggiunge</em> ai primi due delle tecniche di sicurezza, che basandosi sulla scienza statistica e su una raccolta di dati e informazioni, mirano a gestire il probabile, l’aleatorio. Foucault sottolinea la dinamica sommatoria dei tre meccanismi: si sviluppano in tre fasi storiche distinte, ma non escludono il meccanismo precedente; ragion per cui l’epoca della sicurezza fa uso anche della pratica legale e di quella disciplinatoria. Così come non è netta la separazione degli effetti/obiettivi ottenuti dalle tre tecniche di potere: una punizione esemplare e severa mira anche a correggere, ossia a disciplinare, il resto della popolazione, e un dispositivo di sorveglianza ha come scopo, trasformando il comportamento, anche quello di gestire la probabilità che si verifichi una situazione.</p>



<p>Spostandosi dall’ambito più immediato, legato ai temi della criminalità e del carcere, al campo medico, Foucault porta tre esempi: la lebbra nel Medioevo, la cui gestione è stata affrontata con un apparato di leggi/punizioni volte semplicemente a separare chi era lebbroso da chi non lo era; la successiva epidemia di peste, affrontata con una regolamentazione che disciplinava gli individui imponendo loro come e quando uscire di casa, i comportamenti da seguire all’interno dell’abitazione, il divieto di contatti, l’obbligo di presentarsi davanti agli ispettori; infine, il vaiolo e le pratiche di inoculazione a partire dal XVIII secolo, che miravano a sapere quante persone fossero colpite dalla malattia, a che età, con quali effetti, con quale mortalità ecc., in un insieme di raccolta di informazioni statistiche e campagne mediche con le quali si cercava di arrestare un fenomeno sia endemico che epidemico.</p>



<p>Ora: è immediato a questo punto il ragionamento sull’attualità. Ancor più se si richiama – per la sua chiarezza ma non è l’unica analisi che va in questa direzione diffusa dal campo medico, che tuttavia non si è certo contraddistinto per un approccio univoco alla gestione dell’epidemia da coronavirus – un’intervista rilasciata il 22 marzo a Globalist.it dal professor Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare e professore di epidemiologia e virologia dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova (5), il quale, partendo da uno studio effettuato sul focolaio esploso nel paese di Vo Euganeo, collabora tuttora con la Regione Veneto nella gestione dell’epidemia. </p>



<p>Rimandiamo alla lettura integrale dell’intervista, ciò che qui preme evidenziare sono alcuni passaggi: “La nostra strategia è quella che si usa in tutte le epidemie che è quella classica di una sorveglianza attiva” afferma il professore; “Sorveglianza attiva sul territorio significa che se una persona chiama e dice ‘sto male’, invece di lasciarla sola a casa senza assistenza e senza niente, con l’unità mobile della Croce Rossa andremo lì, faremo il prelievo alla persona, faremo il tampone ai familiari, faremo il tampone agli amici e al vicinato, perché è là intorno che c’è il portatore sano, è là intorno che ci sono altri infetti […] a raggi concentrici […] così si fa la sorveglianza”; e ancora: “Temo che in Italia manchi la cultura epidemiologica per affrontare le epidemie. Le persone che hanno consentito a Paesi interi di uscire dalla malaria, dal tifo e dal colera purtroppo non stanno più tra noi. Altrimenti questa epidemia avrebbe a-vuto un’altra storia […] è mancato completamente il supporto sul territorio della sanità pubblica. È stato inesistente […] Come fa un sistema sanitario a far fronte a questa marea se non sono stati identificati i casi sul territorio? Non hanno fatto la tracciabilità, non hanno fatto prevenzione. Nessuna epidemia si controlla con gli ospedali, nessuna: si controlla sui territori”. </p>



<p>Per usare le parole di Foucault, un’epidemia si controlla innanzitutto con un dispositivo di sicurezza. E come afferma anche Crisanti, è un sapere storicamente acquisito. La pandemia è un evento probabile e aleatorio che il potere politico – che emana leggi, prescrive, dispone, vieta, emette regolamenti e in uno ‘stato di emergenza’ ha di fatto pieni poteri su tutti gli ambiti sociali ed economici – <em>deve</em> saper gestire, perché la storia l’ha già insegnato.</p>



<p>Meglio compreso dunque che cosa è accaduto, si può anche capire dove siamo oggi. Consapevole – non può essere altrimenti – del proprio totale fallimento nel rispondere all’evento epidemico con i dispositivi di sicurezza che l’evento stesso richiede (ricordiamo che lo ‘stato di emergenza’ è stato dichiarato il 31 gennaio), il potere politico – continuiamo a usare questa definizione e non il termine più specifico di ‘governo’ perché è l’intera classe dirigente politica a essere coinvolta, e vedremo perché – ha applicato con forza i meccanismi di disciplina e di legge; che certo non sarebbero stati esclusi dalla gestione complessiva, ma essendo gli unici attuati, sono stati implementati in modo estremamente violento.</p>



<p>Disciplina sui corpi: limitazioni della libertà di movimento all’intera popolazione sull’intero suolo nazionale – di fatto annullamento di movimento, a meno di doversi procurare cibo, andare a lavorare o per motivi di salute –; obbligo di certificare per iscritto, tramite un modulo da portare con sé, la ragione del proprio essere fuori di casa, a piedi, in auto o con qualsiasi mezzo; polizia per strada con il potere di fermare chiunque per chiedere conto del perché sia uscito dalla propria abitazione; imposizione di un distanziamento spaziale tra una persona e l’altra, da attuarsi sia a carico del singolo (raccomandato un distanziamento perfino all’interno delle mura domestiche, nel nucleo famigliare) che dei gestori delle attività commerciali e produttive rimaste aperte.</p>



<p>Contemporaneamente, applicazione del meccanismo legale, che nella punizione severa diviene anche tecnica disciplinatoria innescando un effetto deterrente: chi viola le disposizioni emanate incorre in un reato che, decreto dopo decreto, ha registrato un’esplosione repressiva senza precedenti. Dai 200 euro iniziali di ammenda si è passati a 3.000, per arrivare anche al reato penale che prevede la reclusione da 3 a 18 mesi per chi, risultato positivo al virus, non rispetta la quarantena, “salvo che il fatto costituisca un delitto colposo contro la salute pubblica punito dall’articolo 452 del codice penale con la reclusione fino a 12 anni”.</p>



<p>Accanto a questi atti più evidenti, il potere politico ne ha implementati altri che, apparentemente differenti, sono invece da inscrivere nelle stesse pratiche.</p>



<p>Il bollettino giornaliero della protezione civile sul numero dei contagiati e dei morti. Assodato, come ormai è divenuto evidente e per stessa ammissione della protezione civile, che entrambi i dati sono privi di qualsiasi coerenza sistemica e affidabilità (6), l’obiettivo del rituale non è la trasparenza ma continuare a spaventare una popolazione già totalmente disorientata; una pratica che, narrata come ‘rassicurante’ – informo i cittadini della situazione di modo che non si sentano in balia dell’ignoto – rientra invece nel meccanismo disciplinatorio.</p>



<p>Stesso discorso per le ordinanze regionali, i Dpcm nazionali, i decreti che si sono susseguiti l’un l’altro; il loro essere scritti in modo vago o incomprensibile; le conferenze stampa o le dirette Facebook a tarda sera; le pubblicazioni in Gazzetta ufficiale la domenica sera con immediata validità dal giorno successivo; il modulo di autocertificazione che cambiava continuamente. Caos, certo, ma consapevole: il potere politico sapeva, e sa, che una simile gestione, generando spaesamento, produce paralisi nei cittadini, che divengono così corpi ancora più docili alla disciplina.</p>



<p>Tra le pratiche di potere adottate, una riflessione merita anche quella che possiamo chiamare ‘la caccia al runner’. Storicamente ogni epidemia deve avere il suo ‘untore’, di modo che la paura, la rabbia, la frustrazione dei cittadini – sentimenti che crescono sempre più come risultato dei meccanismi disciplinari – si possano scaricare in <em>orizzontale</em>, all’interno della popolazione – in una dinamica che vuole anche creare la divisione tra ‘cittadino responsabile’, e dunque facente parte della ‘società civile’, e ‘individuo irresponsabile’, che si pone al di fuori della comunità – e non in <em>verticale</em>, verso le colpe e le responsabilità di quel potere politico che ontologicamente ha il dovere di gestire l’evento di una situazione epidemica. </p>



<p>Certamente la responsabilità individuale è necessaria in un’epidemia, ma ciò a cui abbiamo assistito è stata una dinamica ipertrofica di colpevolizzazione del singolo – supportata dalla complicità della grande informazione – per far sì che il potere potesse parallelamente deresponsabilizzarsi e portare avanti la falsa narrazione di aver ben gestito l’epidemia fin dal suo inizio. E così, mentre lo stato di emergenza veniva dichiarato il 31 gennaio, mentre si è lasciato che il virus si diffondesse senza fare nulla fino al 21 febbraio, data della prima ordinanza del ministero della Salute, mentre non si metteva in atto alcun meccanismo di sicurezza sul territorio per gestire l’epidemia, mentre gli operatori ospedalieri venivano lasciati senza dispositivi di protezione, mentre le persone continuavano a contagiarsi a vicenda sui mezzi pubblici andando a lavorare, e nelle fabbriche del bergamasco e non solo, la responsabilità della diffusione del contagio e della relativa prevenzione per evitarlo veniva scaricata prima su tutti i cittadini e poi, disciplinata la gran parte, sui singoli <em>irresponsabili</em> che facevano “attività motoria individuale all’aperto” invece di starsene rinchiusi in casa. Oltretutto, si è applicato questa dinamica di colpevolizzazione mentre il potere politico, in una vergognosa e inaccettabile complicità con Confindustria, ha bloccato la produzione di beni non necessari solo il 23 marzo, quando gli ospedali lombardi sono arrivati al collasso e i morti si sono iniziati a contare in diverse centinaia al giorno. </p>



<p>Certamente fermare l’attività produttiva di un Paese significa aggiungere il problema economico a quello sanitario – e sono numerose le riflessioni da fare sugli interventi finanziari messi in atto dal governo e sull’atteggiamento dell’Unione europea, ma non è un tema che si vuole affrontare in questa analisi – ma chiunque seguisse l’evolversi della situazione leggendo il quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 ore, si rendeva facilmente conto sia della forte pressione esercitata dall’associazione industriale sulla politica per evitare la chiusura, sia del fatto che il problema principale non era la mancanza di liquidità che il blocco avrebbe comportato alle imprese, per quanto importante, ma la perdita degli spazi conquistati sui mercati internazionali nelle catene del valore, che dovevano essere mantenuti anche mettendo a rischio la salute dei lavoratori e, inevitabilmente, dei loro famigliari.</p>



<p>Una notazione, in questa pervasiva propaganda volta a colpevolizzare i cittadini e ad assolvere il potere politico, merita anche la campagna mediatica #iorestoacasa a cui si sono prestati personaggi della cultura, dello spettacolo e dello sport. Per due ragioni: perché accettando di farne parte si sono resi complici della gestione disciplinatoria e punitiva del potere politico, anziché criticarla, e perché il rispetto nei confronti della moltitudine di cittadini e famiglie rinchiusi in monolocali, bilocali, case senza nemmeno un balcone, oppressi dal pensiero di un saldo in banca vicino allo zero e drammaticamente divisi tra la paura di contrarre il virus andando a lavorare e il bisogno di andarci per poter pagare affitto e bollette, avrebbe dovuto impedire loro di scattare selfie e girare video dall’agio di abitazioni confortevoli e di una tranquilla situazione finanziaria.</p>



<p>Qui è dove siamo oggi. E compreso anche questo, possiamo cercare di capire cosa ci aspetta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un nuovo sapere-potere</h4>



<p>Si parla di riaperture graduali, rischi di lockdown ripetuti, tamponi ed esami fatti a larga parte della popolazione, di un vaccino che non può arrivare prima del 2021. Si parla di <em>app</em> per il tracciamento e di privacy, non è ancora chiaro se imposte obbligatoriamente o su base volontaria. Di certo c’è quanto già contempla il Gdpr europeo, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati in materia di trattamento dei dati personali e di privacy, operativo da maggio 2018. Per il primo ambito, il Gdpr prevede alcune eccezioni in situazioni emergenziali, non considerando <em>assoluto</em> il diritto alla protezione dei dati quando si scontra con altri diritti costituzionali, di pari rango o superiore, come quello alla salute. Quindi il consenso della persona per il loro trattamento può essere bypassato quando vi siano “motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”. </p>



<p>L’epidemia da Covid-19 indubbiamente rientra in questo caso, dunque i dati personali possono essere acquisiti senza il consenso. In merito al secondo ambito, aleggia sulla Ue la direttiva ePrivacy, non ancora entrata in vigore, che regola la privacy delle comunicazioni, e quindi anche la geolocalizzazione necessaria a una eventuale app di tracciamento. E ne contempla l’uso se è possibile l’utilizzo in forma aggregata o ottenendo il consenso per motivi di pubblica sicurezza – e anche in questo caso l’attuale epidemia vi rientra, come fattispecie.</p>



<p>Nel decreto legge 14 del 9 marzo, all’articolo 14, il governo ha già permesso il trattamento “dei dati personali, anche relativi agli articoli 9 e 10 del regolamento (UE) 2016/679 (il Gdpr, <em>n.d.a.</em>), che risultino necessari all’espletamento delle funzioni attribuitegli nell’ambito dell’emergenza determinata dal diffondersi del Covid-19” anche senza il consenso della persona interessata. L’articolo 9 riguarda i “dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché […] dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”; l’articolo 10 riguarda “i dati personali relativi a condanne penali e reati”. Nello stesso decreto, il governo ha autorizzato a fare uso di tali dati<strong> </strong>la Protezione civile, il ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, “le strutture pubbliche e private che operano nell’ambito del Servizio sanitario nazionale e i soggetti deputati a monitorare e a garantire l’esecuzione delle misure disposte ai sensi dell’articolo 3 del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 marzo 2020, n. 13”.</p>



<p>Di fatto quindi, dal 9 marzo, la raccolta dei dati è già attiva, e non solo di quelli sanitari, e ne fanno uso anche realtà private e forze dell’ordine ed esercito, ossia “i soggetti deputati a monitorare e a garantire l’esecuzione delle misure” disposte dalla legge 13/2020, che vedremo. La discussione pubblica in atto su app e tracciamento e relativa privacy è dunque una farsa – chi garantirà che i dati verranno utilizzati in forma aggregata? E chi garantirà invece la protezione di quelli individuali raccolti al fine del tracciamento delle persone risultate positive al virus? Chi garantirà che la app, una volta installata nello smartphone, non avrà accesso a tutto ciò che ognuno di noi archivia in quel computer che ci ostiniamo a chiamare ‘telefono’?</p>



<p>Sempre il decreto legge 14 prevede che la raccolta dei dati possa essere effettuata “fino al termine dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei ministri in data 31 gennaio 2020”, quindi fino al 31 luglio. Per ora. Salvo proroghe che, vista l’evolversi della situazione, è facile prevedere. E salvo app installate nello smartphone.</p>



<p>Per Foucault la Storia è discontinuità: non è un flusso lineare di avvenimenti, un divenire omogeneo, ma una serie di <em>salti</em>, di fratture, di nuove <em>griglie</em><em> di sapere</em> che si costituiscono e si impongono a seguito di nuove scoperte scientifiche, di eventi, sostituendosi alla griglia precedente e producendo cambiamenti politici, economici, sociali. Il rapporto tra sapere e potere è indissolubile per Foucault, è dialettico, sapere e potere <em>si tengono</em>, e divenendo il primo ‘principio di verità’ diviene una pratica di potere.</p>



<p>Parte della scienza medica, tra cui Crisanti, sapeva come gestire l’epidemia da coronavirus. Ma nell’insieme si è divisa, dando indicazioni opposte, e sul Covid-19 ancora regna l’ignoto: gli asintomatici lo trasmettono? Per quanto tempo? Sono possibili ricadute? L’aria è un veicolo di diffusione? Dovremmo indossare tutti mascherine? È dal positivismo ottocentesco che in Occidente siamo culturalmente strutturati ad affidarci alla scienza, alle sue scoperte, alla sua capacità di dare risposte razionali. Ma davanti a questo nuovo virus la scienza medica sta navigando a vista, e anche questo ha disorientato i cittadini. </p>



<p>Su questa destabilizzazione, che tocca paure ancestrali come lo sono la malattia e la morte, il potere politico sta mettendo in atto uno spostamento: la verità e la salvezza, che la medicina non sta fornendo, ci saranno consegnate dalla tecnologia digitale. Questa epidemia rappresenta un salto storico, una frattura: la scienza fornirà il vaccino ma nel frattempo la tecnologia <em>proteggerà</em> la nostra salute, diventerà un principio di verità che sarà una nuova pratica di potere. La sorveglianza sulla vita di ogni singolo cittadino diventerà totale, disegnando una nuova società del controllo; <em>per il nostro bene</em> acquisiremo nuove abitudini e perderemo l’idea stessa di privacy, che è molto più della dimensione privata: è la relazione di potere tra individuo, Stato e mercato. Non resterà l’emergenza, cambierà la normalità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Principe</h4>



<p><em>Il Principe</em> di Machiavelli è divenuto in parte un documento storico, essendo stato superato dall’evolversi dei regimi e delle istituzioni politiche, ma non ha perso di attualità nell’analisi della figura dell’<em>uomo politico</em>, del profilo di colui, oggi non più singolo principe ma classe dirigente, che ha il compito di governare un Paese, prefiggendosi una strategia, e dunque mettendo in campo tattiche. Machiavelli mette subito in chiaro la sua impostazione: lui va alla “verità effettuale della cosa” e non “alla immaginazione di essa”, perché ciò gli pare più conveniente nella sua analisi: diremmo oggi che non si ferma alla narrazione dell’etica ufficiale ma va alla reale natura del potere politico, perché “molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero essere, perché gli è tanto discosto da come si vive a come si doverebbe vivere”. </p>



<p>Per conquistare e mantenere la guida di uno Stato, questo l’obiettivo del principe a cui Machiavelli vuole dare il suo contributo di riflessione, il politico “non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizi, sanza e’ quali possa difficilmente salvare lo Stato”: virtù e vizi, bene e male, l’ambito morale insomma, ha nulla a che vedere con la pratica politica. Ancora, l’uomo politico deve saper usare <em>di leggi e di forza</em>, “quel primo è proprio dell’uomo, quel secondo, delle bestie”: il principe deve “sapere usare l’una e l’altra natura” e della seconda deve prendere la volpe, perché astuta, e il leone, perché forte. “Ma è necessario” sottolinea infine Machiavelli, “questa natura saperla bene colorire ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare”.</p>



<p>Operando una rapida deviazione di percorso dal tema qui affrontato, un recente fatto diviene emblematico di quanto sia attuale Machiavelli. A domanda di una giornalista: “È legale, secondo la legge europea, sparare proiettili di gomma contro i richiedenti asilo?”, azione compiuta dalle forze dell’ordine elleniche sul confine con la Turchia, il portavoce della Commissione europea Eric Mamer, il 6 marzo scorso, risponde: “Direi che non si può fare una domanda teorica come questa, tutto dipende dalle circostanze, e sono le autorità greche che nel loro compito di difendere i confini decidono il modo migliore per raggiungere il loro obiettivo”. Il potere, che impone una morale ai cittadini e anche su quella fa leva per disciplinarli (il ‘bene pubblico’, la ‘società civile’), è per sua natura amorale: la scelta di come agire “dipende dalle circostanze” e utilizza ciò che considera “il modo migliore per raggiungere l’obiettivo”, che per il Principe è uno e uno soltanto: salvare lo Stato. </p>



<p>Mamer ci ha consegnato uno squarcio di verità, un momento di etica non ufficiale – gli uomini non sono macchine e sotto pressione capita che perdano il controllo su ciò che si può dire e ciò che, convenientemente, non si può –; ma è qualcosa che ogni cittadino sa, se si ferma a riflettere. Il potere politico, di ogni colore, sta operando <em>contro</em> il benessere della popolazione da decenni: ha smantellato la sanità, reso precario il lavoro, consentito salari sotto il livello di sussistenza, tagliato le pensioni, distrutto la scuola pubblica. Da decenni gestisce la povertà invece di combattere le cause sistemiche che la creano, e contribuisce attivamente a sostenere una struttura economica capitalistica che genera sempre più disuguaglianza.</p>



<p>Oggi il potere politico ci dice che tutte le pratiche che ha attuato, sta attuando e attuerà, hanno come obiettivo quello di “salvare vite”. Ma se usciamo dalla narrazione e andiamo alla “verità effettuale della cosa”, vediamo che ha utilizzato legge (punitiva) e forza (disciplinare), capacità simulatorie (la negazione delle proprie colpe e responsabilità) e dissimulatorie (ha chiamato “trasparenza” l’instillazione di una quotidiana paura utile a ottenere un maggiore rispetto della disciplina). </p>



<p>Resta un punto: l’applicazione violenta dei meccanismi di legge e di disciplina a compensare dispositivi di sicurezza non attuati, la colpevolizzazione dei cittadini, la creazione del capro espiatorio dell’untore, rispondono almeno alla strategia di “salvare vite” o sono tattiche dovute alle <em>circostanze</em> e volte al solo e unico obiettivo del Principe, ossia salvare lo Stato? Quel che gli avvenimenti e la cronologia ci consegnano, è che quando ha capito la dimensione del problema, che i morti potevano essere migliaia e non centinaia, che il sistema sanitario rischiava il collasso – e in Lombardia di fatto <em>è</em> collassato, lo dimostrano i decessi avvenuti in casa, chissà se la “trasparenza” ci consegnerà mai questi numeri reali – il potere politico ha iniziato a temere per se stesso. È divenuto violento nelle pratiche e, insieme, ha schierato l’esercito.</p>



<p>Il 9 marzo è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale la legge 13/2020: si tratta del decreto legge 6/2020 del 23 febbraio, convertito in legge dal passaggio parlamentare il 5 marzo, durante il quale il Parlamento ha rafforzato il comma (art. 3, comma 5) relativo all’utilizzo dell’esercito: “Al personale delle forze armate impiegato, previo provvedimento del prefetto competente, per assicurare l’esecuzione delle misure di contenimento di cui agli articoli 1 e 2 è attribuita la qualifica di agente di pubblica sicurezza”. Previa autorizzazione prefettizia quindi, che si inserisce nella linea di comando del ministero dell’Interno, i soldati possono avere gli stessi poteri delle forze di polizia, tra cui l’arresto nel caso di disordini pubblici. L’esercito è stato schierato in strada non per sanzionare il singolo runner indisciplinato o chi esce di casa per ragioni non “necessarie” – a questo possono pensare gli abbondanti poliziotti e carabinieri –; è lì per il pericolo segnalato dal rapporto dei servizi segreti, per il rischio di ribellioni legate alla carenza di assistenza sanitaria, per la paura di assalti ai supermercati da parte di cittadini che rimasti senza denaro non possono più comprare il cibo. È lì per mantenere l’ordine pubblico nel caso la situazione, a lungo andare, precipiti, portando con sé non tanto la caduta del governo Conte ma la messa in discussione di tutte le istituzioni politiche di questo Paese, che non hanno tutelato la vita dei cittadini – anche procrastinando la chiusura delle attività produttive. L’esercito è lì, direbbe Machiavelli, per salvare lo Stato, non curandosi il <em>principe</em> “di incorrere nella infamia di quelli vizi, sanza e’ quali possa difficilmente salvarlo”; è lì per usare della <em>bestia</em>. </p>



<p>Perché è vero che gli uomini sono semplici e si lasciano ingannare, e abbiamo visto fino a ora quanto lo siano, ma quando si tocca la morte e la fame, è quando storicamente il potere ha dovuto usare la forza della repressione visibile, nelle strade, per proteggersi e autoconservarsi. In questo senso è corretto parlare di potere politico e non solo di governo: perché il decreto è stato rafforzato nell’utilizzo dell’esercito dal Parlamento, perché non si è alzata una sola voce politica a denunciare l’uso violento delle pratiche di legge e disciplinatorie né a sottrarsi alla campagna di paura, alla colpevolizzazione dei cittadini, alla creazione del capro espiatorio dell’untore.</p>



<p>Nulla sarà più come prima. Non la socialità, non la modalità lavorativa, non il rapporto del cittadino con il potere. Lo spirito di adattamento è una delle capacità migliori e peggiori dell’Uomo: migliore quando si trova davanti a qualcosa che non è in suo potere modificare, peggiore quando vi si rintana per paura di combattere. L’abitudine fa il resto, e la variabile del tempo è fondamentale: già ora, a un mese, nel momento in cui si scrive, di vita in lockdown, occorre compiere uno sforzo razionale di memoria per ricordare <em>come era prima</em>: com’è uscire di casa perché si ha voglia di farlo, com’è una città occupata dai suoi cittadini e non dalle forze dell’ordine, com’è bersi una birra con gli amici in un pub, com’è manifestare in piazza il proprio dissenso, in una vicinanza e unione di corpi che è forza collettiva. </p>



<p>Il potere lo sa, e sull’elemento tempo agisce affinché la disciplina imposta venga introiettata da ogni singolo divenendo autodisciplina. Riaprirà fabbriche e uffici, torneremo a lavorare – contenti di farlo perché non ci sono né soldi né risparmi a cui attingere – ma ora il senso e il legame collettivo è spezzato. Non per colpa del coronavirus ma per come è stato gestito l’evento epidemia. E non c’è nulla, in questa gestione, che il potere politico abbia attuato senza la consapevolezza di ciò che stava facendo, incidendo sul singolo corpo, fisico, psicologico e intellettuale, e sul corpo sociale, disegnando un nuovo futuro. Ma sempre, accettarlo o rifiutarlo, dipende da noi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) F. Martini, <em>Virus, allarme degli 007 al Sud. “Rischio rivolte se si propaga”</em>, La Stampa, 26 marzo 2020. Notizia riportata anche da V. di Giacomo su Il Mattino il giorno successivo, <em>Avviso a Conte degli 007, “Sommerso e mafie, pericolo rivolte nel Sud”,</em> con ulteriori dettagli</p>



<p class="has-small-font-size">2) C. Brunetto e F. Patané, <em>Coronavirus, Biagio Conte: “Allarme povertà in città”. Lidl preso d’assalto da un gruppo di indigenti</em>, Repubblica ed. Palermo, 26 marzo 2020</p>



<p class="has-small-font-size">3) È del 21 febbraio la prima ordinanza, del ministero della Salute, che individua una “zona rossa” in 11 comuni della Lombardia, del 23 febbraio il decreto legge che dà le prime disposizioni di contenimento, del 25 febbraio il Dpcm che istituisce una “zona gialla” in sei regioni del Nord Italia, dell’8 marzo il Dpcm che estende una serie di restrizioni a tutta Italia e del giorno successivo, 9 marzo, il Dpcm che applica all’intero Paese le limitazioni di movimento individuali </p>



<p class="has-small-font-size">4) Corso al Collège de France tenuto da Michel Foucault nel 1978, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2005 </p>



<p class="has-small-font-size">5) Chiara D’Ambros, <em>Crisanti: “Epidemia di coronavirus in Italia? Numeri inesatti. Male contenimento e monitoraggio di positivi’’</em>, globalist.it, 22 marzo 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">6) Accertato il fatto che è possibile contrarre il virus ed essere asintomatici, il numero dei contagiati assume un significato solo nel caso venga effettuato il tampone a tutta la popolazione; in merito al numero dei decessi, già il 22 marzo il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha denunciato un ‘sommerso’ di persone decedute, soprattutto nelle Rsa ma anche nella loro abitazione, che non emerge dai dati ufficiali </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 10:13:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=899</guid>

					<description><![CDATA[Nuove tecnologie ed egemonia digitale: come ci stanno cambiando? Tablet gestiscono e controllano il lavoro, smartphone creano le nostre mappe concettuali e ci chiudono in un sapere procedurale: l’innovazione tecnologica è progresso sociale? È ora di domandarselo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017</a>)</em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nuove tecnologie ed egemonia digitale: come ci stanno cambiando? Tablet gestiscono e controllano il lavoro, smartphone creano le nostre mappe concettuali e ci chiudono in un sapere procedurale: l’innovazione tecnologica è progresso sociale? È ora di domandarselo</p>
</blockquote>



<p><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;</em>L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro<em>, a cura di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2016), presso il Csa Vittoria, Milano, 20 ottobre 2016</em></p>



<p class="has-drop-cap">La letteratura sul mondo di internet, sui cambiamenti che la nuove tecnologie digitali stanno generando, è abbastanza vasta. Tuttavia è una letteratura tendenziosa, perché o affronta il problema in maniera molto teorica oppure dal lato dei social network, che in apparenza è quello più diffuso o quello su cui si cerca di attirare maggiormente l’attenzione. Ma questo territorio, pur nella sua importanza – noi abbiamo cercato di farne una lettura con&nbsp;<em>L’Impero virtuale</em>, un lavoro che ha preceduto questo – è un aspetto secondario, perché il vero nodo delle tecnologie digitali è ciò che caratterizza il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario a quello che tutti chiamano capitalismo digitale. Un passaggio interno al modo di produzione capitalistico, e dunque anche al modo di consumo, di conduzione delle mappe culturali, e questo caratterizza una trasformazione sociale profondissima che non coinvolge soltanto alcuni aspetti della vita sociale e comunicativa, ma il nostro modo di essere all’interno della società, alla radice.</p>



<p>Il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario – che ha dominato l’Ottocento, il Novecento e l’inizio del secolo attuale, e che tuttora occupa uno spazio consistente del modo di produzione capitalistico, benché in declino – a quello attuale, rappresentato da una oligarchia industriale e produttiva completamente nuova che quindici anni fa non esisteva (aziende come Google, Amazon, Facebook&#8230;), è caratterizzato da due tendenze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: una è l’enorme velocità delle transazioni e delle trasformazioni.</p>



<p>Un’azienda che quindici anni fa non c’era e che oggi è quella che ha il più alto fatturato del mondo e investe tre miliardi di persone sul pianeta, è un problema, perché ci mostra una velocità di sviluppo incommensurabile a confronto con la General Motors, per esempio, l’impresa che negli anni Sessanta aveva il fatturato maggiore. Nei secoli scorsi ci sono voluti cent’anni alle aziende automobilistiche per acquisire una posizione di mercato significativa a livello mondiale, qui stiamo invece parlando di soggetti produttivi nati in pochissimi anni, e con un’occupazione irrisoria rispetto ai livelli precedenti – Google, la più grossa struttura mondiale per importanza, fatturato, coinvolgimento di persone, in tutto il mondo non ha più di 50.000 persone alle sue dipendente, cioè nulla.</p>



<p>Ma a questa enorme velocità corrisponde una enorme lentezza nella percezione delle trasformazioni che queste strutture ci mettono sotto gli occhi e nelle tasche, nelle mani, nel portafoglio, e rispetto alle quali ci dobbiamo confrontare. Poiché solo quindici anni fa queste aziende non esistevano, era molto difficile prevedere le modalità con cui avrebbero operato, tant’è che oggi arranchiamo nella difficoltà di non applicare, in una maniera ingenua o pigra, le chiavi interpretative che si sono sviluppate nell’Ottocento e nel Novecento. In questo doppio movimento di velocità enorme e lentezza ci troviamo dunque spaesati, ed è qui che cogliamo oggi uno dei più grossi problemi e delle più grandi lacune, perché una persona spaesata non è in grado di affrontare la dimensione con cui si deve confrontare, che è una dimensione di malessere, di immense aree che vengono polarizzate verso la povertà, espulse dai livelli di consumo. Esiste oggi un nuovo tipo di esclusione sociale, quella tecnologica, digitale: interi gruppi sociali vengono buttati fuori dal mondo.</p>



<p>Questo è il quadro, e per entrarci inizierò raccontando una storia che ha toccato il nostro cantiere sociale, emblematica e interessante. È la storia di un lavoratore di un’azienda importante leader nel mondo, la Leroy Merlin, e che chiamerò Filippo.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="295" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-4.jpg" alt="" class="wp-image-3872"/></figure>
</div>


<p>Un giorno Filippo va a lavorare come al solito, e l’azienda gli dice: da oggi tu dovrai utilizzare questo bracciale elettronico, un tablet che entra in funzione con il badge, appena Filippo fa il suo ingresso in azienda. Filippo va allo spogliatoio e poi al punto di lavoro, dove è abituato a incontrare il capo reparto che gli dà le indicazioni per la giornata. Ma lì non trova nessuno e sente invece un beep beep provenire dal suo tablet sul braccio, lo guarda, e vi trova scritte sette operazioni che deve compiere. Sullo schermo appare: operazione numero 1, spostare il bancale X dal posto Y al posto Z, 7 minuti; operazione numero 2, spostare un altro bancale, 12 minuti, e via di seguito. Filippo si accinge a svolgere il suo compito e trova un altro lavoratore, che è stato convogliato anche lui dal suo tablet su quel bancale per fare quell’operazione, ma non si possono parlare perché al primo saluto che si scambiano, il tablet dice: dovete lavorare, non chiacchierare, se chiacchierate vi leviamo punti.</p>



<p>Quali punti? Lo scoprono dopo la prima operazione. Fanno il lavoro in 8 minuti, e il tablet segnala che ci hanno messo un minuto in più del previsto, dunque gli verranno tolti 120 punti; ma indica anche che se nella seconda operazione impiegheranno un po’ meno dei 12 minuti previsti, dei punti verranno aggiunti, quindi potranno tornare in equilibrio. Finite le sette operazioni, il tablet gliene assegna immediatamente altre, per esempio è entrata tanta gente in negozio quindi dice a Filippo di andare al posto X a fare l’operazione Y per 42 minuti, ecc. Filippo quindi scopre che da quel momento viene remunerato con dei punti, e che la sua vita non è più regolata da relazioni prossimali con una gerarchia, ma che la gerarchia è incorporata in uno strumento che è diventato il suo capo.</p>



<p>Abbiamo raccolto tante storie di questo genere, e sono tutte uguali. L’aspetto interessante, intanto, è che il tablet bracciale è prodotto dalla Motorola, un’azienda tra le prime a essersi formate nella produzione di telefoni cellulari a livello internazionale e che poi ha lavorato soprattutto con il Dipartimento di Stato americano per la tecnologia digitale, e oggi è leader nella produzione di strumenti del controllo.</p>



<p>Cerchiamo quindi di capire che cosa significhi oggi il controllo del lavoro, quanti versanti ha. Rimaniamo all’interno di questa storia per vedere cosa ci insegna, al di là dello sgomento, sul cambiamento della modalità della gestione del lavoro in azienda. Non abbiamo più una gerarchia<br>prossimale, relazioni tra lavoratori, ma un mutamento radicale di quella che è stata la categoria principale di lettura del mondo del lavoro in tutto il Novecento, ossia la categoria del ‘tempo’.</p>



<p>Sappiamo tutti che storicamente i contratti retribuiscono ore di lavoro – l’azienda compra lavoro e lo paga tanto all’ora – e si articolano intorno a una categoria di tempo che è il tempo orario; sono state fatte quindi, e si fanno tuttora, lotte per diminuire l’orario, aumentare la retribuzione oraria ecc. Ora, nel passaggio al capitalismo digitale, questa categoria di tempo non ha più alcun valore, perché ciò che viene misurato dal bracciale non è l’ora di lavoro ma quanto lavoro viene fatto realmente all’interno di un’ora.</p>



<p>Quindi siamo dentro una retribuzione che non è più del tempo di lavoro ma della produttività in tempo reale. Questo cambia completamente il quadro, perché è immediatamente chiaro che la quantità di lavoro che un lavoratore deve svolgere per rimanere all’interno del precedente standard è, se non raddoppiata, sicuramente molto intensificata. Quindi il cambiamento dell’idea di tempo comporta un cambiamento dell’idea di intensità dello sfruttamento.</p>



<p>Si modifica però anche l’idea di spazio, perché qual è lo spazio tra due persone che sono intermediate da un dispositivo digitale? Possono essere migliaia di chilometri. Prendiamo i droni, per esempio, che vengono lanciati in Afghanistan, Siria o Iraq, da una base che sta in Italia o negli Stati Uniti. Esiste oggi la possibilità in tempo reale di vedere un territorio, esplorarlo, decidere con un impulso di mandare un drone e colpire, stando in una stanza a 100, 1.000 chilometri. Quindi la distanza non si misura più in metri o chilometri, ma in tecnologia.</p>



<p>Questo è un problema di fondo, perché pone la domanda: la tecnologia della Motorola, da chi è realmente gestita? Da un capo che sta in una stanza al terzo piano, oppure da un ufficio che gestisce 40/50 strutture della Leroy Merlin in giro per l’Italia o per l’Europa? È una questione importante, perché ci dice che la mutazione dello spazio comporta anche il fatto che i lavoratori, benché spazialmente vicini in metri, ma dotati ognuno di un dispositivo digitale che li collega a una piattaforma, sono in termini di spazio, di distanza tecnologica, lontanissimi.</p>



<p>Questa mutazione profonda dell’idea di tempo e di spazio ci pone un problema che ora vorrei spostare dal mondo del lavoro a tutti i mondi, un aspetto che riguarda ciascuno di noi in termini molto concreti e pratici. Gli smartphone sono ormai diventati una tecnologia digitale che indossiamo, che ci portiamo in tasca, e dobbiamo capire come questo ragionamento si concretizza attraverso questa tecnologia con la quale abbiamo una maggiore famigliarità.</p>



<p>Innanzitutto, essa ci pone di fronte un primo problema fondamentale: funziona se si è connessi. Vale a dire che il nostro telefono, come il Gladiator di Filippo, funziona solo dentro un sistema di connessioni: il dispositivo di Filippo è connesso con la piattaforma, il nostro con internet. Già questo ci dice una cosa, ossia che non siamo noi, come persone, in connessione, ma lo sono gli strumenti, gli oggetti sono connessi tra di loro. Da questa connessione usciamo molto ridimensionati rispetto agli ultimi 30/40.000 anni di storia.</p>



<p>L’umanità ha impiegato decine di migliaia di anni per imparare a operare con delle tecnologie strumentali (il fuoco, la ruota, la scrittura ecc.). Sono strumenti che venivano manovrati da chi li utilizzava – il meccanico il cacciavite, il muratore la cazzuola, lo studente la penna. Lo strumento si qualificava dunque come una specie di protesi del corpo, e attraverso questo potenziamento strumentale venivano realizzate delle operazioni. Con Gladiator, con lo smartphone, succede esattamente l’opposto: il rapporto non è più tra corpo e strumento, unilaterale in questo senso, ma è rovesciato, perché è lo strumento che decide cosa fa, cosa può fare e cosa farà quel corpo. Gladiator dice a Filippo cosa fare, se lo ha fatto bene o male, se ci ha messo troppo tempo o poco, se gli mette punti o glieli toglie&#8230; vale a dire lo gestisce: lo strumento ha il comando di Filippo. Filippo lo indossa, ma paradossalmente è Filippo che è indossato dallo strumento.</p>



<p>Guardiamo ora la microfisica del potere di questa relazione con lo strumento. Che cosa succede quando utilizziamo lo smartphone? Prima operazione, lo connettiamo, ossia lo strumento si connette; seconda operazione, vogliamo mandare una email, un messaggino, una domanda su Google, facciamo dunque un’azione, un’operazione che in termini tecnici si chiama ‘produzione di un documento’. Nel momento in cui realizziamo questa operazione, lo strumento ne fa subito un’altra che dice: alle ore 22.30, nella città di Milano, dal dispositivo XY è stato prodotto il documento Z. Poi prende i due documenti e li mette in due armadi: in uno archivia la vostra domanda, nell’altro il metadocumento, cioè la possibilità di richiamarlo.</p>



<p>Moltiplicate queste operazioni per 50, 200 miliardi di produzioni di documenti in un giorno, ed è facile capire che siamo dentro una situazione in cui delle imprese, proprietarie dei brevetti e degli strumenti che utilizziamo, ricevono 30/40 miliardi di domande, quindi un patrimonio di informazioni che hanno la caratteristica di essere trasformazioni del vostro atto; in una parola, ‘dati’. Che non sono nostri.</p>



<p>Noi abbiamo fatto una produzione di un dato e l’abbiamo consegnata ai proprietari del dispositivo, i quali l’hanno inserita nei loro armadi e a questo punto hanno un patrimonio di migliaia di dati ogni giorno, su cui faranno operazioni di varia natura: di ricerca, commerciali, economiche, li venderanno ecc., e ci faranno grandi affari. Questa è la ragione per cui questi strumenti vengono dati gratuitamente, perché sul nostro lavoro produttivo le aziende fanno miliardi di profitti.</p>



<p>Se guardiamo questo meccanismo da un punto di vista di classe, la produzione di questi dati diventa produzione di plusvalore assoluto, vale a dire io produco un documento senza essere compensato che costituirà la base della ricchezza del padrone a cui lo consegno, quindi è una produzione di lavoro gratuito. Ci troviamo quindi improvvisamente all’interno di un panorama in cui oggi nel mondo miliardi di persone stanno producendo gratuitamente plusvalore per aziende capitalistiche, che sono proprietarie non solo delle tecnologie ma anche dei dispositivi tecnologi, perché ce li vendono, e noi ne siamo in possesso perché li abbiamo comprati e tutti i mesi paghiamo una quota per connetterci a internet.</p>



<p>Ma c’è un’altra implicazione. Una volta che abbiamo prodotto dei dati, questi vengono registrati, vale a dire restano in quegli armadi insieme con i metadati che li identificano, sicché ogni ulteriore vostro dato consentirà, attraverso i metadati che lo riguardano, di specificarvi e tirarvi fuori come un pesce rosso dall’acquario nel momento cui qualcuno lo vorrà. Per cui se qualcuno vorrà sapere cosa avete fatto in un determinato giorno sarà sufficiente un algoritmo particolare per pescare in questi armadi e tirare fuori il vostro profilo, una traccia del vostro passaggio nel mondo. È chiaro quindi che non stiamo solo producendo ricchezza per altri, ma anche un controllo su noi stessi, esattamente come Filippo che con ogni operazione produce valore per l’azienda e traccia del suo operato.</p>



<p>Dopo sei mesi sarà possibile verificare tutte le sue tracce, e magari vedere che il suo rendimento è sostanzialmente costante ed è un profilo basso, per cui meglio licenziarlo che tenerlo. Attraverso le tracce che noi lasciamo esiste ormai la possibilità di documentare momento per momento la vita delle persone, e in questo senso l’idea di controllo sociale oggi si fonda intimamente e profondamente con l’idea di produzione del valore; non sono più due momenti legati a due istituzioni. Abbiamo quindi istituzioni nuove che hanno la caratteristica di sommare insieme questi due momenti, che storicamente erano assegnati a istituzioni diverse che operavano con strategie diverse.</p>



<p>Giusto per fare un’osservazione che andrebbe sviluppata, possiamo anche dire che chi produce plusvalore assoluto storicamente sono gli schiavi: veniva dato loro solo il sufficiente per mangiare, per rimanere in vita. Tutta la storia del movimento operaio si è sviluppata per appropriarsi di una parte, sempre maggiore, del valore prodotto. Stiamo quindi entrando in un’era in cui il capitalismo digitale recupera l’idea di schiavitù, e la ripropone sotto forma di un lavoro volontario e gratuito disseminato e suadente, per cui, in qualche misura, non lo percepiamo neppure come tale, perché attraverso ideologie come quella della trasparenza, del&nbsp;<em>mettete tutti i vostri dati in rete, le fotografie, i viaggi, i selfie</em>, stiamo entrando in un’idea nuova del controllo sociale, perché autogenerato dagli stessi controllati; e dovremmo capirne a fondo le implicazioni.</p>



<p>Facciamo un ulteriore passo: cosa succede in ciascuno di noi mentre produciamo un documento? Compiamo un atto, il dispositivo lo cattura, e in questa operazione cattura anche le operazioni mentali che abbiamo compiuto, perché possiamo compiere solo quelle operazioni che il dispositivo accetta. Questo è un passaggio importante, legato al titolo del libro, che recupera un’idea di Gramsci, quella di egemonia, in una maniera molto particolare. Il dispositivo produce le strategie mentali attraverso cui lo possiamo usare, perché se non lo utilizziamo secondo quelle strategie, obbligatorie per farlo operare, non funziona; se non ci adattiamo a digitare con il pollice, a richiamare le app in un certo modo, a fare quei passaggi da un simbolo a un altro, lo strumento non funziona; c’è, ha tutte le potenzialità, ma ha delle mappe concettuali implicite che si svelano solo nel momento in cui noi impariamo a utilizzarle, e quindi ci abituiamo a utilizzarle.</p>



<p>È un passaggio di una potenza trasformativa gigantesca, perché cambia completamente l’intera storia del Novecento dal punto di vista della colonizzazione dell’immaginario, vale a dire della costruzione dell’egemonia. E qui Gramsci ci viene in aiuto. Analizzando il problema del potere, Gramsci aveva proposto una sottilissima discussione tra quella che è la linea del dominio e l’opportunità, da parte dei dominatori, di metterla in secondo piano. Sottilmente aveva detto: è ovvio che il potere è dominio, altrimenti non sarebbe potere; ha il potere di fare qualcosa e anche di sottomettere qualcuno, ha la forza per farlo, quindi è dominio; ma è altrettanto ovvio che un potere che ha la forza del dominio ha più interesse a usarla il meno possibile, perché significa vivere in un territorio costantemente teso. Se dunque riesce a costruire delle rappresentazioni delle situazioni, tali che le persone dominate le facciano proprie, ecco che i dominati non confliggeranno più con il potere, ma utilizzeranno le sue stesse rappresentazioni per spiegarsi la propria situazione e accettarla.</p>



<p>Da qui noi leggiamo la funzione della scuola, degli intellettuali, degli apparati culturali, dei giornali, dei catechismi, delle scuole di partito ecc., perché ogni gruppo di potere deve costruire delle rappresentazioni che in qualche misura facciano presa sulle persone; con McLuhan poi il ragionamento si è allargato ai media, come base della trasformazione dei modi di vedere e di concettualizzare la realtà.</p>



<p>Oggi questo discorso lo possiamo prendere e buttare alle ortiche, non ha più alcun significato. Benché ci siano ancora tutti questi strumenti, la dinamica di produzione dell’egemonia non funziona più così. Oggi ti viene venduto, e tu lo compri, un oggetto che ti è diventato indispensabile per sopravvivere in questo tipo di mondo, e vai a lavorare e hai delle tecnologie che operano nello stesso modo. L’intermediazione tecnologico-digitale sta diventando onnivora, mangia ogni aspetto della vita, e si attiva secondo mappe concettuali incorporate che funzionano nella misura in cui tu le metti in funzione, vale a dire produci strategie mentali per farlo, per adattartici, e queste mappe culturali diventano quelle con le quali vivi. È in atto una discussione, molto pericolosa, sulla servitù volontaria; molti filosofi, bravi e interessanti per diverse cose, ci inducono progressivamente a pensare che dato lo stato di passività che c’è in giro, le persone ormai si fanno volontariamente schiave.</p>



<p>Ma il problema qui non è la volontarietà. Filippo non ha alcuna volontarietà a usare il suo tablet, non può non usarlo, perché altrimenti viene socialmente escluso dal lavoro; gli studenti della seconda elementare di Biella o di Bari non possono non usare i tablet della Samsung, dati gratuitamente, perché un’idea nuova di scolarizzazione dice che occorre digitalizzare la scuola, e quindi elimino il cartaceo e ti do un tablet, e alla piccola età della tua prima socializzazione non ti dico più cosa devi pensare ma come devi usare uno strumento, che ti insegnerà le mappe concettuali con cui tu potrai stare al mondo.</p>



<p>Mappe concettuali volute, prodotte, costruite da aziende proprietarie capitalistiche, che oggi hanno in mano l’universo sociale dentro il quale ci muoviamo. Quindi la produzione di mappe culturali non passa più per una via ‘alta’, l’intellettuale che dice dovete pensare così, il prete ecc.; tutto ciò esiste tuttora e ci sarà ancora per un po’ di tempo, ma adesso abbiamo un ragazzo che a quattordici anni ha già lo strumento in tasca, e se si vuole procurare delle informazioni deve imparare le procedure per farlo.</p>



<p>Deve cioè imparare una mappa con cettuale che le precedenti generazioni non hanno mai appreso in giovane età, che è il sapere procedurale, che non è conquista di una conoscenza ma di una procedura con cui io conquisto una conoscenza. Se io conosco quella procedura mi procuro una app che mi dice come fare ad arrivare in un posto anche se non conosco la città, prendo il navigatore e gli dico: dimmi come fare ad arrivare là. E di questa strada, del percorso che ho fatto per arrivarci, non conoscerò mai nulla, non conoscerò la città, solo le procedure per procurarmi le conoscenze.</p>



<p>È una modalità completamente nuova perché queste conoscenze che andiamo a procurarci sono il famoso armadio secondo; quando pongo la domanda, infatti, i dispositivi che la analizzano sono in grado di leggere tutte le domande che ho fatto e di darmi la risposta più conveniente per le strutture produttive. Per esempio: se oggi negli Stati Uniti due persone chiedono a Google come andare da una via all’altra, hanno due soluzioni diverse; è un dispositivo già operante, in Italia non ancora ma arriverà, che prima di darti la risposta traccia il tuo profilo e vede, per esempio, che sei uno che legge libri, e allora ti dirotta su una via dove sono presenti delle librerie. Dà quindi una risposta rispetto a un’idea di consumo.</p>



<p>Dispositivi, app, smartphone, intermediazioni tecnologico-digitali filtrano dunque oggi la produzione delle nostre conoscenze e progressivamente generano mappe culturali, che già significa imporre, costruire egemonia, vale a dire il modo attraverso cui guardiamo il mondo e ce lo rappresentiamo. E se sono in grado di leggere il tuo profilo e di curvare la tua rappresentazione del mondo a una serie di seduzioni che colgono nel tuo vissuto, ho in mano una capacità non solo di controllo sociale di tipo poliziesco, ma una ben più interessante che è il controllo dei processi di consumo, oggi misura dell’esistenza. Non esiste più infatti un’idea di cittadinanza fuori da un’idea di consumo: se non siamo in grado di pagarci l’affitto, le cure, i tram, andiamo a piedi, ci sbattono fuori casa e dalla dimensione sociale, ci escludono digitalmente.</p>



<p>A tal punto tutto questo è oggi diventato una questione seria che nelle più grandi università americane, lo potete verificare facilmente, non si può più entrare soltanto sulla base del reddito e del merito, che erano i due criteri essenziali, ma ne è stato istituito un terzo: la reputazione digitale. Vale a dire che se tu, Filippo, chiedi di entrare nella mia università, io vado a vedere chi sei nel mondo, e scopro che non hai Linkedin, non sei su Facebook, non utilizzi Twitter e non metti le tue fotografie su Instagram, e mi chiedo: chi sei, un terrorista? Ti tieni fuori da ciò che a me consente di profilarti? E allora non ti prendo. L’assenza dai media, dalla produzione sistematica e continuativa di informazioni, quindi l’assenza di tracciabilità, è oggi diventata una penalizzazione sociale.</p>



<p>C’è quindi una pressione a essere sempre più presenti. Ma questo non vale solo per le grandi università americane, anche per le imprese che assumono. Esistono programmi che fanno la lettura del profilo digitale, e sono in vendita normalmente, quelli più economici non funzionano particolarmente bene ma già con un costo medio si può avere in mano qualcosa di buono, oltre a esserci intere agenzie che fanno questo lavoro per le aziende. E non filtrano le assunzioni nell’esercito o nei servizi segreti, ma per normali lavori.</p>



<p>Dunque sempre più il cerchio si stringe, sempre più diventa importante capire bene questa intermediazione, perché ne dipenderà il nostro futuro scolastico, sanitario, nel mondo dei trasporti – quello della reputazione digitale era un criterio molto importante imposto da Uber all’inizio, per esempio, non solo ai suoi autisti ma anche ai clienti che volevano salire sulle automobili, dunque siamo alla profilazione di chi viaggia.</p>



<p>Voglio chiudere il ragionamento ponendovi quattro grandi territori di riflessione che abbiamo in qualche misura assunto come territori di tendenza forte.</p>



<p>Il primo è di per sé ovvio, ma ha un’implicazione fortissima sul piano culturale, ed è il trionfo della ‘quantità’. Quando parliamo di tecnologie digitali parliamo di parti dell’esperienza umana che sono traducibili in dati, vale a dire in numeri. Tutta la tecnologia digitale funziona a base quantitativa, occorre trasformare delle conoscenze in numeri e dati, perché poi ci saranno altre modalità, gli algoritmi, che leggeranno questi numeri e creeranno i profili e tutto ciò cui abbiamo accennato. La trasformazione quantitativa del mondo, lo si coglie intuitivamente, è una delle caratteristiche costitutive del capitalismo, che trasforma in valore e in denaro l’attività umana. Facebook funziona con i ‘mi piace’, le visualizzazioni&#8230; numeri. La scuola sta cambiando, entra il registro elettronico e poi il metodo Invalsi, e io comincio a valutarti solamente in base a degli algoritmi che leggono la trasformazioni in numeri del tuo percorso scolastico.</p>



<p>Stessa cosa per le carriere dei docenti: quelle universitarie sono regolate dai numeri delle pubblicazioni annuali, dal numero di pubblicazioni su riviste particolarmente quotate, dal numero di citazioni che ricevono i libri pubblicati ecc. Tutto ciò dà origine a un numero finale, e il prof. Filippi avrà 184 e il prof. Rossi 122, e il numero più alto, ovviamente, vince. La trasformazione in quantità è un grande problema perché ci rende ciechi rispetto alla questione fondamentale dell’esistenza umana, che è sempre stata quella di generare qualcosa che prima non esisteva, e dunque la creatività e la capacità di creare una qualità diversa che non è certo numerabile. Se appiattiamo il mondo alla sua dimensione quantitativa uccidiamo una parte dell’anima della nostra specie, quella che ha sempre creato il futuro, la trasformazione, il cambiamento.</p>



<p>La seconda direttrice è ciò che abbiamo chiamato ‘autismo digitale’, ovvero la morte del&nbsp;<em>noi</em>. È una terribile esperienza umana che vediamo tutti i giorni in metropolitana, nei treni, perfino in casa, in teatro, in chiesa&#8230; persone che ormai sono connesse, transitano da un posto all’altro senza guardare nessuno e niente, non conoscono più l’ambiente, il territorio, la faccia delle persone che gli sono intorno, guardano nello schermo. È una chiusura non nel proprio corpo, come l’autismo dei detenuti nei campi di concentramento, persone che non ce la facevano più a sopportare la realtà che stavano vivendo e si chiudevano in loro stesse; l’autismo digitale è&nbsp;<em>entrare</em>&nbsp;nel dispositivo, esservi risucchiati come corpi, vite, storie.</p>



<p>È un’esperienza che dal Giappone agli Stati Uniti alla Svezia oggi viene studiata con enorme preoccupazione, in Giappone c’è un’enormità di giovani che non esce più dal virtuale, dalla connessione, di casa, che entra in relazioni soltanto per queste vie. Gli psichiatri li hanno chiamati&nbsp;<em>hikikomori</em>, ma persino a Milano e a Roma c’è un gruppo di medici e psichiatri che si stanno interessando a questa situazione. E non è una patologia che riguarda delle persone, è una tendenza sociale che dobbiamo imparare a guardare, a conoscere e ad affrontare tutti insieme, perché è un problema che riguarda il nostro modo di vivere e non il modo di vivere di qualcuno che è diventato una vittima predestinata, quasi ci fossero persone più deboli che non ce la fanno.</p>



<p>Il terzo territorio è quello che abbiamo definito ‘obesità tecnologica’. È quel&nbsp;<em>rimpinzamento</em>&nbsp;di tecnologia creato da una dinamica di dipendenza. Quando voi avete un dispositivo tecnologico, da quel momento dipendete dagli aggiornamenti continui, di cui lo strumento non vi chiede minimamente notizia perché già assumendolo li avete autorizzati, sono fatti in vostro nome. Ma gli aggiornamenti sono anche predisposizioni del dispositivo per nuove app, oppure per portarvi via quello che ci mettete dentro. Quindi si entra in una dipendenza tecnologica che è obbligatoria, ed è un problema serio perché questo ci metterà di fronte a una trasformazione profondissima del rapporto di proprietà. È ciò di cui si sente parlare in merito alle automobili automatiche, che andranno senza autista: saranno pochissime aziende ad averle, tu potrai usarle, ci sali sopra, paghi con la carta di credito, la utilizzi, ma il parco macchine non sarà più gestibile da te ma nelle tecnologie e nelle forme che loro decideranno.</p>



<p>Esistono tre implicazioni dell’obesità tecnologica: l’esternalizzazione delle conoscenze, della memoria e dell’intelligenza. Tre operazioni che cambiano la nostra antropologia. Ho già fatto accenno al sapere procedurale: non serve che tu sappia delle cose, le conoscenze ci sono, c’è bisogno che tu impari a prenderle. Questo significa che le conoscenze le hanno altri, tu puoi avere le procedure per procurartele. La tua memoria poi, non è più tua. Nel momento in cui l’hai scritta sul digitale, hai caricato le tue fotografie, i ricordi del giorno in cui ti sei innamorato, hai fatto un viaggio ecc., tutto finisce negli armadi di queste strutture, e se vorrai recidere il rapporto con quel social network non ti verranno più restituite. Ma anche se è la posta elettronica, è la stessa cosa, come ha mostrato lo scandalo di Yahoo, tutte le mail consegnate ai servizi di sicurezza. Il punto non è se abbiamo qualcosa da temere, ma che non abbiamo più controllo sulle cose che facciamo, non c’è più intimità con le nostre produzioni.</p>



<p>L’esternalizzazione dell’intelligenza è infine la cosa più grave che sta succedendo, e va sotto la voce di intelligenza artificiale. Significa che se oggi un medico deve preparare una terapia per la cura di un cancro, per esempio, benché brillante, studioso, il migliore, può avere accesso a 3.000 diagnosi, avrà studiato 5.000 casi&#8230; ma io, IBM – che si installerà a Milano nella zona dell’ex Expo con i soldi del governo italiano – se mi dai i dati di un determinato caso lo comparo con otto miliardi di casi che esistono nel mondo, perché prendo i dati di tutto il pianeta, dunque i miei algoritmi fanno diagnosi migliori. E i medici dovranno prenderne atto, dice IBM, quindi tanto vale che si convenzionino con noi e ci diano tutte le loro informazioni. Ma IBM è un’azienda privata, ha degli algoritmi proprietari e brevettati, nessuno sa quali siano: quali operazioni fa sulla salute dei cittadini di tutto il mondo?</p>



<p>La quarta tendenza, infine, non vorrei venisse letta in una sfumatura un po’ moralistica: è lo smarrimento del limite. La questione dei limiti è molto importante nella storia dell’umanità, che l’ha sempre regolata con dei tabù culturali, non uccidere i tuoi figli, per esempio, perché c’è stato un periodo in cui i figli venivano sacrificati agli dei. La discussione dei limiti ha dunque una natura etica ma nello stesso tempo un’implicazione politica, e stabilire dei limiti è molto importante.</p>



<p>Per esempio: nella seconda guerra mondiale non sono stati stabiliti molti limiti rispetto al rastrellamento delle persone di un orientamento politico o di un’appartenenza supposta etnica, per cui i nazisti in Germania e i fascisti in Italia hanno pensato di prendere delle persone – omosessuali, comunisti, zingari, anarchici, ebrei&#8230; – e chiuderle in campi di concentramento e ucciderle; oppure gli americani non hanno stabilito molti limiti quando, finita la guerra, senza averne alcun bisogno, hanno sganciato due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, 200.000 morti subito e altri 300.000 dopo.</p>



<p>È stata la tecnologia a generare questo superamento dei limiti? La tecnologia c’era. O è stato Truman? O sono stati Hitler e Mussolini? O è stato un governo? O è stato l’esercito americano, o il pilota che ha sganciato la bomba? Ecco, questo è un problema di limiti. Dobbiamo sapere che a volte delle capacità umane possono compiere atti, gesti, pratiche, che in quanto umani riteniamo di non volere e non potere compiere. Oggi esiste una discussione filosofica molto importante nelle comunità scientifiche che lavorano sulla tecnologia, in particolare in un filone che si chiama transumanesimo, al quale afferiscono e aderiscono tutte le grandi figure dell’oligarchia tecnologica digitale; essi dicono che la tecnologia non si deve porre dei limiti, come affermava il capitalismo, l’importante è andare avanti, l’innovazione tecnologica è di per sé un valore positivo.</p>



<p>Io dico invece che a questo punto ci viene posta una domanda politica serissima e veramente importante, perché riguarda la filosofia, l’etica, la responsabilità che ognuno di noi si prende nel mondo: qual è il significato che vogliamo dare alla parola ‘progresso’? È una discussione difficilissima da fare. Che significato vogliamo dare a questa parola che ci ha riempito di scritti, giornali, libri, riviste per gli ultimi due secoli? Il progresso tecnologico visto come una possibilità di emancipazione e di crescita, una possibilità di migliorare le umane sorti&#8230; chi non si è collocato nel campo del progresso e del progressismo? Tutti gli scritti di Marx vanno in questa direzione, tutta una serie di orientamenti nei territori ci hanno sempre visto, come sinistra, porci su questo terreno, dove la parola progresso era abbinata comunque allo sviluppo delle tecnologie – poi certo se ne faceva la critica dicendo, con Marx, che nelle tecnologie si interiorizzano i rapporti di produzione, dei valori impliciti, e dunque dobbiamo fare differenziazioni.</p>



<p>Io oggi invece pongo una questione di fondo: se non sia giunto il momento in cui l’idea di progresso sociale prenda le distanze dall’idea di innovazione tecnologica. Perché siamo forse arrivati su una frontiera in cui ci dobbiamo porre dei limiti molto precisi per quello che riguarda l’implementazione tecnologica, e dobbiamo metterci in grado di misurarla rispetto alle implicazioni sociali che comporta. È una discussione che bisognerà aprire ed è molto articolata, e va ben oltre una stupida separazione tra chi è pro e chi è contro. Si tratta di comprendere quale destino vogliamo, se quello di Google, dei big data, o quello di un’umanità consapevole delle sue capacità, e della possibilità di orientarle in una direzione piuttosto che un’altra.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Colonizzazione dell&#8217;immaginario e controllo sociale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 15:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nuovo modo di produzione capitalistico fa profitti sfruttando lavoro gratuito, colonizza l’immaginario e produce controllo sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Un nuovo modo di produzione capitalistico fa profitti sfruttando lavoro gratuito, colonizza l’immaginario e produce controllo sociale</p></blockquote>



<p>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>L’Impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</strong>, Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2015) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 14 febbraio 2016</p>



<p class="has-drop-cap"><br><em>L’Impero virtuale</em>, nonostante il titolo, non è un lavoro su internet; internet è solo lo sfondo, è un territorio che oggi fa parte dello spazio in cui viviamo e quindi in qualche modo, parlando di questo libro, lo attraverseremo. Non è neanche un sermone contro le tecnologie, che esistono fin da quando un uomo ha preso in mano una clava, ossia uno strumento, e che quindi accompagnano l’intera storia dell’umanità. Non si tratta dunque di essere né pro né contro, ma di mantenere vivo un pensiero critico – che in quest’epoca fa un po’ difetto – anche sugli strumenti, soprattutto quelli che non sono né secondari né trascurabili per il fatto che investono la nostra vita, sia lavorativa che relazionale. Intendo la nostra vita di specie, cioè una vita che è trasversale e ci mette sullo stesso piano di un cittadino cinese, spagnolo, del Sudafrica ecc.</p>



<p>È una riflessione necessaria perché queste nuove tecnologie, a differenza di quelle precedenti della società industriale, si implementano a una velocità straordinaria, per cui abbiamo di fronte a noi un percorso di trasformazione sociale che va talmente veloce che la nostra capacità di coglierne il senso dello sviluppo, il significato e le implicazioni, come singoli cittadini e anche ricercatori e soprattutto come lavoratori che vivono in vario modo questi territori, è disorientata. Un disorientamento che assume due facce: quella dell’accettazione, spesso acritica, di queste tecnologie, come se fossero ormai una normalità; oppure un’accettazione molto dolorosa, perché chi deve fare i conti con un bracciale che monitorizza la sua vita lavorativa per ogni secondo di spazio e di tempo, ha certamente una relazione diversa con questi dispositivi rispetto a una persona che li utilizza in maniera acritica o superficiale.</p>



<p>In questo libro è importante il sottotitolo:&nbsp;<em>Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</em>. La proposta di ragionamento è infatti sulle tecniche e sulle modalità di colonizzazione dell’immaginario, indubbiamente la materia prima più preziosa che esista sul pianeta, perché se perdiamo la capacità di immaginare in modo autonomo prospettive che ci facciano bene, è certo che può esserci chi è interessato a immaginare per noi delle prospettive che, al contrario, tanto bene non ci fanno.</p>



<p>Siamo abituati a pensare la colonizzazione per ciò che la storia ci consegna, una storia atroce di prepotenze e di atti di forza, di guerre, di tentativi di subordinazione di altri Paesi, ma cosa significava e cosa significa in termini di pensiero critico? Per prima cosa vuol dire immaginare un ordine diverso di un certo territorio, e poi imporlo ai propri fini. Per esempio, vedo una bella prateria, immagino di trasformarla in un allevamento intensivo di mucche, ed ecco che mi approprio con la forza di quel territorio e trasformo il suo ordine in un ordine produttivo per me, al di là della storia, della cultura, di tutto ciò che quel territorio costituisce storicamente e culturalmente. La storia del colonialismo è quindi la storia dell’imposizione a dei territori di un ordine immaginario a fini produttivi.</p>



<p>È una storia violenta, realizzata in nome di una ideologia e di grandi miti, per esempio in nome della superiorità dell’Occidente che va a portare la sua cultura in altri territori. L’Italia conosce molto bene la pochezza di questo ragionamento, dalla seconda metà dell’Ottocento a tutto il periodo fascista siamo andati in Africa a portare la cultura imperiale, colonizzazioni che si sono tradotte in uso di gas tossici, iprite, arsenico&#8230; Questo ha significato anche costruire grandi fabbriche, la Montecatini è nata sulla produzione di queste sostanze che nel 1922 erano già state messe fuori legge, ma che noi abbiamo usato negli anni ‘40 soprattutto, prima in tutto il Corno d’Africa e poi nel periodo tra il ‘42 e il ‘43 nell’area più a nord.</p>



<p>Colonizzazione quindi storicamente è significato questo, ma il colonizzatore non ambisce solo ad appropriarsi delle risorse del territorio, vuole anche cambiare il modo di pensare delle popolazioni, far digerire l’idea che è un bene essere colonizzati. Questa seconda operazione culturale è quella che va sotto il nome di immaginario, ed è chiaro che è importante perché da ciò dipende una condiscendenza, un’assenza di resistenza, un’accettazione di un fatale destino; è importante che le persone accettino la schiavitù senza bisogno di mettere loro una palla al piede, perché in questo modo la partita è vinta. Il colonialismo del Novecento questa partita l’ha persa, la disfatta è sotto i nostri occhi, i Paesi colonizzatori sono ancora lì con armi di ogni tipo a cercare di averla vinta nei territori che ritengono strategici per motivi militari o economici.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="305" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/1.jpg" alt="" class="wp-image-3989" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/1.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/1-197x300.jpg 197w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure></div>



<p>Ma la novità che mi interessa mettere in evidenza è che questo discorso, ancora valido per alcuni aspetti, sta per essere superato da un’intuizione piuttosto geniale. Sono una decina d’anni che il modo di produzione capitalistico, attraverso una serie di passaggi che sono stati la finanziarizzazione e poi più recentemente l’entrata in campo di nuove tecnologie digitali, ha intuito che si poteva catturare l’immaginario senza fare delle guerre e senza dichiararlo, ma seminando per il mondo una serie di dispositivi tecnologici gestibili individualmente, ossia non solo sul piano lavorativo; dispositivi che avessero in sé la capacità e la potenzialità di imporre a chi li utilizzava un ordine del discorso non legato alla parola, non legato quindi a tutta quella straordinaria fatica che è stata fatta nei secoli passati per imporre un ordine del discorso e del pensiero alle popolazioni colonizzate.</p>



<p>Detto in altre parole: se io produco un oggetto che per qualche ragione diventa attraente, riesco a trasformarlo in un oggetto del desiderio e di consumo, che consente a chi lo possiede di fare una serie di operazioni e anche di divertirsi, nonché di fare cose utili, allora posso pensare di costruire degli oggetti che funzionano a due livelli: l’uso pratico e le sue potenzialità utilizzative, e un ordine del discorso che è necessario per farlo funzionare. Per usare uno smartphone dobbiamo entrare nella sintassi di quello strumento: ha tasti, schermi, applicazioni, modalità di connessione ecc., e nella misura in cui entriamo in questo ordine di utilizzo entriamo in una sintassi di pensiero. Una modalità che porta con sé un mito potente e un’ideologia: questa è una tecnologia rivoluzionaria, che sta cambiando il modo di comunicare delle persone, che produce più libertà per tutti, afferma il mito; ma è anche un passaggio nella storia del modo di produzione capitalistico, che in tal modo si allontana dalla brutta immagine che di sé ha lasciato nei secoli precedenti e conquista un territorio di gradimento. La colonizzazione dell’immaginario è questa operazione.</p>



<p>La conduce un gruppo ristretto di grandi imprese che soltanto dieci anni fa non esistevano, e questo è un primo dato molto interessante. Google, per esempio, è del 2005, Facebook del 2004 ma dentro l’università, quando ha cominciato a diventare impresa era già il 2007. Quindi abbiamo due imprese che forniscono delle piattaforme straordinariamente curiose perché sono gratuite, e dunque siamo indotti a usare uno strumento che può essere utile per tantissime operazioni. Chiaramente la domanda diventa: come hanno fatto queste due aziende, in così pochi anni, a diventare due delle società con il più alto fatturato del mondo? E come hanno fatto a diventare le due imprese che hanno anche il più alto livello di profitto all’interno del fatturato? E ancora, come hanno fatto queste due imprese, che occupano pochissima gente, a essere due delle aziende con il più alto fatturato al mondo?</p>



<p>Perché se guardo l’azienda che detiene il primato del fatturato, ossia la Walmart, la più grande impresa di distribuzione, ho davanti una società che ha una gigantesca struttura e che porta al suo attivo 1,3 milioni di lavoratori direttamente e un altro paio di milioni indirettamente; quindi un’azienda che fa il più alto fatturato del mondo attraverso il lavoro di circa 3 milioni di persone. Dunque come fa Facebook a fare il suo altissimo fatturato con appena 25.000 lavoratori? Come fa Google, che ne ha 50.000 ma nell’intero gruppo, quindi circa 200 aziende?</p>



<p>Sono domande che ci dobbiamo porre perché noi utilizziamo gli strumenti che queste due aziende forniscono tutto il giorno, nel lavoro e nella vita privata, e la risposta è molto importante perché ci porta a guardare come sta cambiando la nostra vita sociale.</p>



<p>Una prima risposta è molto tecnica e nello stesso tempo molto chiara: quando facciamo una ricerca in Google noi produciamo un documento, e Google a sua volta produce un secondo documento sul nostro, che dice: alle ore 20.45 di mercoledì 7 gennaio 2015 dal computer xyz è stato prodotto il documento in questione; dopodiché lo registra in un server. Visto che il popolo degli utilizzatori è molto vasto, in un giorno, un mese, un anno, all’interno di Google si producono miliardi di documenti. Cosa potrà mai fare un’azienda che si ritrova con miliardi di dati? Mappe concettuali dei desideri e delle necessità delle persone di questo pianeta.</p>



<p>Può estrarre, per esempio, tutti i dati di coloro che chiedono dei farmaci contro il mal di stomaco, e per farlo ha bisogno semplicemente di un bravo matematico che introduca uno strumento tecnico, che si chiama algoritmo, capace di estrarre dei dati. Qualsiasi tipo di dato, che va a formare dei profili della tendenza di consumo: gusti musicali, sessuali, della moda ecc. Chiaramente, con in mano questi profili Google può andare da chi produce farmaci, musica, vestiti, libri, qualsiasi cosa&#8230; e venderglieli. Al contrario di quello che facciamo noi, che regaliamo la nostra domanda/ricerca a Google.</p>



<p>E altrettanto chiaramente si possono estrarre anche dei profili molto più sottili, che non solo registrano la tendenza già data ma predittivi; si possono poi costruire delle sofisticate architetture che consentono di estrarre dati che possono interessare Stati e servizi di sicurezza, non solo aziende. Ecco quindi che abbiamo un mercato del nostro lavoro.</p>



<p>Guardiamo bene questo lavoro gratuito, perché ci siamo tanto scandalizzati, e giustamente, per il lavoro gratuito di Expo, soprattutto perché quella di far lavorare gratuitamente le persone è una tendenza, ma qui siamo di fronte a un gruppo di imprese che fa lavorare gratuitamente circa tre miliardi di persone&nbsp;<em>senza imporlo</em>, e con quel lavoro gratuito fa montagne di denaro. Se ne appropria, che in termini di analisi sociale vuol dire quello che Marx chiamava estrazione di plusvalore assoluto, cioè estraggo denaro e non ho un costo del lavoro. È esattamente, da un punto di vista tecnico, l’equivalente dello schiavismo, dei campi di concentramento, nei quali si faceva lavorare alla Volkswagen, alla Thyssen, gente rastrellata da tutta Europa. Noi stiamo assistendo al fatto che un gruppo di imprese rastrella lavoro gratuito e plusvalore assoluto in giro per il mondo, ed è per questa ragione che in pochissimi anni e con pochissimi lavoratori pagati queste aziende realizzano profitti da capogiro.</p>



<p>Profitti che ci devono interessare non tanto perché loro diventano ricchissimi e noi ci guadagniamo la vita a fatica, e non è certamente una bella cosa vedere dei processi sociali di questo genere, ma soprattutto perché queste imprese stanno investendo i capitali così rastrellati nella ricerca delle alte tecnologie, vale a dire nella ricerca di quegli strumenti che potranno consolidare sempre più il loro dominio. Questi investimenti sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sui territori che oggi sono a fondamento di tutte le più grosse imprese economiche, stanno portando via la ricerca al mondo sociale, e sono ormai in mano a pochissimi gruppi: Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Apple.</p>



<p>Da qui l’idea di guardare queste imprese non tanto come società singole ma come un’oligarchia, perché questo sono: un’oligarchia che si implica e si tiene. Facebook può esistere solamente perché ci sono Apple e Microsoft, perché è chiaro che la prima produce una piattaforma ma solo perché le altre due producono lo strumento per entrare in relazione con quella piattaforma. Quindi queste imprese si tengono a vicenda, e diventano così sempre più potenti, proprio come hanno fatto le oligarchie nel passato.</p>



<p>C’è una differenza, però: per la prima volta siamo di fronte a un’oligarchia che non è di area, cioè non è italiana, tedesca, francese ecc.; è americana, sicuramente, per la stragrande maggioranza del suo capitale – ma non solo, è anche un po’ araba e cinese – però indipendentemente da questo è un’oligarchia che ragiona in termini di mondo. Ad Amazon interessa nulla vendere i suoi prodotti in Spagna piuttosto che in Grecia, interessa vendere in tutte le parti del mondo. Gli interessa insomma creare un sistema dentro il quale le persone diventano insieme utilizzatori dei servizi e riproduttori del sistema, e questo ci mette di fronte a un movimento che, dal punto di vista della logica dello sviluppo, possiamo chiamare ricorsivo. Ossia: io produco un documento, e quel documento si ritorce contro di me come minore livello della mia libertà. È il principio delle manette americane: se muovi i polsi, le manette si stringono di più. Ecco allora che il problema diventa serio, perché non è un problema di tecnologie ma di&nbsp;<em>quali</em>&nbsp;tecnologie, e queste fanno male ai polsi, alla mia libertà.</p>



<p>Richelieu diceva&nbsp;<em>datemi una parola e vi impicco un uomo</em>; figuriamoci se diamo tutto il nostro archivio di parole, quante impiccagioni ci aspettano sull’uscio. Questo è il punto. Il controllo, gli algoritmi, le interazioni con i siti per acquistare o scaricare applicazioni, programmi ecc. sono gestiti da computer, non più da essere umani; sono macchine quelle che incamerano i documenti, e questo ci deve preoccupare anche perché nel momento in cui, per esempio, un giorno decido di tirare il collo alla gallina del mio vicino perché fa un chiasso infernale e divento un criminale, l’algoritmo andrà a vedere tutto quello che ho fatto fino a quel momento e scoprirà che, caso mai, quindici anni fa ho scritto dei versi contro le galline&#8230; e allora ecco la prova!, c’è una costanza nel tempo!</p>



<p>Ciò che voglio dire è che queste tecnologie non solo non sono ingenue, ma essendo ricorsive ci mettono in un doppio stato di soggezione: non ci si può sottrarre e nello stesso tempo se si usano si moltiplicano i loro effetti negativi.</p>



<p>Ci sono altri due aspetti particolarmente importanti su cui riflettere: la sorveglianza panottica della società e la produttività nel mondo del lavoro. Nel Novecento ci siamo abituati a osservare il controllo sociale perché è stato un secolo di conflitti. Chiunque fosse in lotta con il mondo aveva di fronte a sé una parte politica, i carabinieri, la polizia, e se aveva in mente qualche pratica poco legale, come l’attacchinaggio notturno, per esempio, doveva stare attento, e se veniva preso si trovava segnato quello che aveva fatto su un cartellino; molte persone, quando poi sono andate a lavorare dopo un po’ di militanza giovanile, si sono sentite ripetere quel che era stato scritto su quel cartellino.</p>



<p>Questo per dire che esisteva una memoria, ma il controllo era effettuato su chi si muoveva: il normale pensionato che viveva la sua vita tranquillo aveva nulla da temere, nel senso che nessun organo di polizia si interessava particolarmente a lui perché sarebbe stato uno spreco inutile di tempo.</p>



<p>Oggi questo sistema di controllo non c’è più. Proprio perché queste tecnologie lo consentono, il controllo è cambiato, ha rovesciato il suo paradigma: non ha più bisogno di controllare chi si muove, nella sua logica non ha più senso, perché chi si muove un giorno fa un attacchinaggio e un altro giorno no; ciò di cui ha bisogno è poter controllare chi si muove nel giorno e nel momento in cui vuole controllarlo, e in quel momento poter avere tutto di lui. E siccome è possibile farlo, controlla preventivamente tutti.</p>



<p>Siamo quindi di fronte a una società in cui ognuno di noi è soggetto a un controllo, non perché abbia fatto qualcosa ma semplicemente perché esiste, e quindi è un potenziale criminale. Quando prendiamo la metropolitana siamo ripresi dalle telecamere, non stiamo facendo niente di male eppure veniamo filmati, perché si suppone che un giorno qualcuno possa mettere un ordigno da qualche parte, e in quel caso la polizia potrà ripescare tutte le informazioni catturate intorno a quell’evento: le mail spedite in quei giorni, i documenti prodotti, i filmati realizzati dalle varie telecamere. Avrà una massa di documenti che, unita a banche dati molto precise, potrà consentire delle comparazioni tra i volti noti e i volti catturati. Faccio l’esempio delle banche dati delle immagini perché piattaforme come Instagram, Facebook, che invitano i loro utilizzatori a mettere sempre più foto <em>taggate</em>, ossia che abbiano il riferimento al nome della persona, consentono di costruire banche dati di volti, e oggi il controllo visivo delle facce è in grado di compararle e leggere.</p>



<p>Siamo quindi passati da un controllo a posteriori e mirato, a un controllo a priori che potrà essere mirato qualora fosse necessario, perché il materiale per farlo esiste. Questo ci mette già di fronte all’idea di una società della sudditanza, perché una popolazione soggetta a un controllo di polizia a priori è una popolazione in stato di sudditanza. Il suddito è colui che non decide le pratiche di potere che si sviluppano su di lui, le subisce e nient’altro, in nome di un’ideologia che è quella della sicurezza. Ed è francamente un’<em>idea</em>&nbsp;di sicurezza, che comporta il fatto che volontariamente e passivamente noi ci assoggettiamo a questo tipo di pratiche.</p>



<p>Anche nel mondo del lavoro è mutato il sistema di controllo a distanza dei lavoratori. Nella società industriale, fino a qualche anno fa e ancora tutt’oggi in moltissime aziende, il controllo passava attraverso dei controllori umani – il capo squadra, il capo reparto, il capo officina ecc. – quella che i sociologi chiamavano la catena del potere e che è stata studiata a lungo. L’ultimo anello controllava che il lavoratore svolgesse delle prestazioni utili per l’impresa, per esempio controllava il tempo impiegato per una certa operazione, e per farlo utilizzava un altro umano, il cronometrista, una figura che si metteva alle spalle del lavoratore e prendeva il tempo.</p>



<p>Poi diceva: stai andando troppo piano, perché tizio per fare la stessa operazione ci mette tot secondi in meno. A quel punto si apriva una contrattazione – ma tizio è tre volte più grande di me&#8230; – c’era dunque un dialogo tra umani, che a volte era un conflitto, a volte una lotta, a volte uno sciopero. Questa è la storia del movimento dei lavoratori lungo tutto il Novecento, una lotta di contrattazione della propria sopravvivenza nel mondo del lavoro, per far sì che lo sfruttamento non diventasse estremo e consentisse di rifiatare; spesso si perdeva, talvolta si riusciva a guadagnare qualche frammento di secondo, ed ecco che si respirava un po’.</p>



<p>Questo paradigma oggi è sparito. La logica dell’intero apparato produttivo, essendosi digitalizzata, ora funziona intorno a un altro paradigma, quello della concorrenza internazionale, che consente di fare studi di settore. Quanto tempo impiegano alla Volkswagen a fare l’operazione di verniciatura di una scocca, per esempio? 42 secondi. Quanto ci mettono in Giappone? 36 secondi. Quanto ci mette questo stabilimento? Un minuto. Quindi, in nome della competizione internazionale, fuori dalla quale non c’è mercato, l’azienda chiude, l’impresa stabilisce un tempo di produzione che è un tempo a priori rispetto al lavoratore, è un tempo ‘atteso’, così viene definito. Per cui l’azienda firma un contratto di lavoro, di quelli che si fanno oggi, ossia non di categoria ma singolo, in cui dice al lavoratore: vuoi venire a lavorare qui? Va bene, firmi un contratto per fare quella operazione in 32 secondi, perché il tempo atteso è questo.</p>



<p>E c’è anche un altro aspetto: il tempo atteso è controllato da un computer, perché sono i computer che fanno girare le linee di produzione, i sistemi di lavoro, a quella velocità. Prendiamo per esempio Amazon. Noi apprezziamo il fatto che se andiamo sul suo sito a cercare un libro che non troviamo ormai da nessuna parte, perché magari è fuori produzione, lì lo troviamo, è anche scontato e in due giorni arriva a casa; perfetto. Pago con la mia carta di credito, entro quindi nel sistema, il libro arriva e io sono soddisfatto. Ma qual è l’implicazione? Che per farmi avere il libro in quel modo Amazon utilizza 15.000 robot nei suoi magazzini, vale a dire fa funzionare la velocità con cui elabora il mio ordine in un tempo preciso, per esempio due minuti, di cui un minuto e 40 secondi sono per il robot, che andrà a prendere il libro in qualche scaffale, e il tempo rimanente è riservato all’imbustatore, che non può quindi che lavorare a quella velocità.</p>



<p>E allora Amazon, che ha stabilito il tempo atteso a priori, fa parcheggiare le ambulanze fuori dai suoi magazzini di logistica, e il lavoratore che crolla viene immediatamente tolto dalla linea, sostituito con un altro, messo sull’ambulanza e portato via – è uscito su Le Monde diplomatique, sul Times, sul Guardian, sui più grandi giornali internazionali, un lavoro di ricerca davvero ben fatto sul rapporto tra la salute di questi lavoratori e la velocità a cui devono lavorare, che produce capogiri, svenimenti ecc.</p>



<p>Noi siamo felici di ricevere il libro in tre giorni, ma molte persone vengono stritolate da questo dispositivo totalmente automatizzato, gestito da un sistema di computer, e che noi mettiamo in movimento quando chiediamo un libro ad Amazon; perché siamo noi che lo mettiamo in movimento. Amazon, come la Walmart, dice ai suoi lavoratori che se è diventata in pochissimi anni la più grande azienda di commercializzazione è perché fornisce dei servizi rapidi, efficaci, efficienti, e quindi se le persone la premiano andando sul suo sito a comprare, vuol dire che ha ragione: la legittimazione della sua operatività viene dai suoi utilizzatori.</p>



<p>È un discorso su cui dovremmo interrogarci molto, e che pone una questione di fondo. È un po’ scabrosa, perché ci chiama in ballo: stiamo parlando di un’oligarchia di imprese, di una nuova fase del modo di produzione capitalistico, ma stiamo parlando di noi. Questo insieme di dispositivi funziona alla sola e unica condizione che ciascuno di noi lo faccia funzionare. Nessuno lo impone, è un dato di fatto della storia dentro la quale siamo capitati, e a un certo punto, svegliandoci, ci troviamo a interrogarci, visto che non possiamo più fare a meno di questo tipo di strumenti per milioni di ragioni, su quale sia il nesso tra lo sviluppo del capitalismo digitale e la nostra responsabilità singola di utilizzatori dei suoi sistemi.</p>



<p>È una domanda inquietante perché al fondo pone la questione della responsabilità etica, una questione con cui è sempre stato difficile fare i conti, ma che nel Novecento veniva affrontata all’interno di grandi sguardi, della ragione storica del raggruppamento in cui ognuno si trovava e nella quale univa la sua azione politica e la sua responsabilità individuale, che si collocava quindi nel quadro di una militanza. Oggi siamo in una società di solitudini, dove certo esistono ancora gruppi, anarchici, comunisti o rivoluzionari di qualche genere, ma la stragrande maggioranza dei cittadini è dentro un’estrema confusione nelle sue prospettive, nelle sue pratiche, nei ricatti che subisce, nella lentezza della sua capacità di accedere a una consapevolezza dei dispositivi dentro i quali gira, che ci fanno intravedere una condizione penosa di forti solitudini che ognuno deve in qualche modo masticare e addomesticare; e ovviamente, in queste solitudini, nessuno di noi può pensare di sfidare il mondo, sarebbe non solo temerario ma anche stupido, pensare di rispondere a tutto questo alzando una bandiera personale&#8230; prendo il telefonino lo schiaccio contro una ruspa e vado a vivere nel bosco.</p>



<p>Possiamo anche fare scelte di sottrazione, ma il mondo del lavoro, della cittadinanza, della scuola, non può affrontare un passaggio così violento rispetto alla sociabilità delle persone, sottraendosi. Occorre affrontarlo. E il primo passo per farlo è la ripresa di due elementari considerazioni.</p>



<p>Primo: questo territorio di cui stiamo parlando si chiama&nbsp;<em>modo di produzione capitalistico</em>, vale a dire un modo di produzione all’interno del quale alcuni, per realizzare dei profitti, sfruttano tutti gli altri. Questo è un punto fermo che non può essere cancellato dall’ideologia della rete, che dice che siamo nel regno della libertà, che adesso ognuno può fare qualcosa di più; no, siamo all’interno di una situazione in cui un’oligarchia capitalistica sta pensando di estendere lo sfruttamento in una nuova forma, e con una capacità di forte colonizzazione dell’immaginario su tutto il pianeta. Quindi una situazione infinitamente più pericolosa di ieri.</p>



<p>Secondo: dobbiamo prendere assolutamente contezza della nostra lentezza. Noi siamo in ritardo, siamo lenti nel leggere le operazioni di potere che si realizzano attraverso il nostro corpo. È facile citare Foucault e la microfisica del potere – che significa: guarda il modo in cui il potere ti attraversa, e il modo in cui operi e agisci con le tue azioni – ma è proprio questo. Concludo quindi con un’immagine di Foucault, che ci racconta la nostra condizione ma solo a metà, proprio perché il tempo è andato così veloce che anche questa grande immagine della microfisica del potere, quella del panottico, non regge più.</p>



<p>Il panottico era un’idea portata avanti alla fine del Settecento da Bentham, un giurista inglese che in realtà aveva rubato l’idea al fratello, un industriale che lavorava per la Russia e aveva messo in piedi un grande campo di lavoro, di tipo schiavistico, per l’estrazione di sostanze all’interno di un’area. Questo industriale aveva bisogno di esercitare un controllo estremamente forte sui lavoratori, per cui si era inventato un interessante dispositivo: una torretta molto alta al centro del campo, dall’interno della quale qualcuno osservava i lavoratori. Ma l’intuizione brillante era che questo qualcuno non doveva essere visibile ai lavoratori, che dovevano sapere che c’era ma non vederlo, perché altrimenti sarebbe dovuto essere una presenza costante all’interno della torretta, e anche con mille occhi.</p>



<p>Quindi Bentham aveva immaginato un situazione coperta, in cui i lavoratori sapevano di essere controllati ma non potevano vedere se il controllore li stava effettivamente guardando. È un sistema che è filtrato anche nella nostra società, per esempio il carcere di San Vittore è costruito sull’idea panottica. L’intuizione di Bentham è chiara: siccome tu sai di essere controllato, ti comporterai esattamente come io voglio che tu ti comporti, altrimenti sei uno stupido. Quindi, di fatto, non serve nemmeno che io ti controlli, perché tu farai comunque quello che voglio, perché pensi di essere controllato. Questo era il panottico e oggi, molto spesso e a sproposito, si dice che internet è un panottico grande come il mondo. Non è vero. Internet è il rovesciamento dell’idea panottica, ed è molto più grave.</p>



<p>La rete parte dall’idea che tu non sei sorvegliato. Nei protocolli di Facebook trovate scritto che il principio fondamentale della piattaforma è la trasparenza, dunque se tu ti nascondi, se non metti tutti i tuoi dati, gli amori, cosa hai mangiato per colazione la mattina, sei un tipo sospetto: se non hai niente da nascondere butta tutto ciò che sei in Facebook, socializza e il mondo della sociabilità ti aprirà infinite porte. Da queste strutture parte quindi una proposta anti-panottica: chiedi e ti sarà dato, ti dice Google, butta le tue fotografie su Instagram, metti i tuoi post in Twitter e Facebook e ti saranno restituiti come<em>&nbsp;like</em>. E allora ecco che questa operazione diventa insidiosa, perché se le persone si convincono di non essere controllate non solo diventano i primi fornitori di quei documenti che producono tutta la ricchezza che abbiamo visto, ma anche coloro che producono tutte le informazioni che porteranno al loro controllo biopolitico, vale a dire il controllo della loro salute, delle relazioni, dei gusti ecc. È il sogno del capitalismo, trasformare il mondo in un sistema di merci, in cui non c’è solamente la merce che si compra e si vende ma anche quella che si autoproduce. È il punto estremo di un percorso che possiamo considerare piuttosto rischioso.</p>
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		<title>Expo 2015 Milano, Mayday no Expo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-milano-mayday-no-expo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2015 08:19:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Fotoreportage di Giulia Zucca Milano, 1 maggio 2015]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size">Fotoreportage di Giulia Zucca</p>



<p>Milano, 1 maggio 2015</p>


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<p></p>
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		<title>La crisi del lavoratore sociale, tra pratiche di controllo e speculazione economica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-crisi-del-lavoratore-sociale-tra-pratiche-di-controllo-e-speculazione-economica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 16:59:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1127</guid>

					<description><![CDATA[Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-42-aprile-maggio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 42, aprile &#8211; maggio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>La rivolta del riso. Le frontiere del lavoro nelle imprese sociali tra pratiche di controllo e conflitti biopolitici</strong>&nbsp;a cura di Renato Curcio (Quaderni di ricerca sociale, Sensibili alle foglie) presso Piano terra (Milano), 22 febbraio 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quello che è stato definito ‘stato sociale’ è in crisi. Il welfare si è rivelato essere una serie di politiche illusorie portate avanti negli anni Settanta e Ottanta, che hanno dato vita e origine a un’imprenditoria che poi è stata chiamata in vario modo: imprenditoria sociale, comunità di accoglienza ecc. Percorsi in parte contro-istituzionali, e in parte di supplenza alla mancanza di attenzione verso i problemi di grandi fasce sociali all’interno di questo Paese. C’è stata un’imprenditoria di lucro, di rapina, di mistificazione e di copertura politica – Milano la conosce bene: il governatore di un tempo si è fatto strada a partire dalle imprese messe in piedi in quegli anni – che dietro un volto sociale nascondeva un’attività semplicemente lucrosa; c’era poi un’imprenditoria che possiamo definire ‘religiosa’, che partiva da una cultura della carità, del sostegno alle fasce deboli, cose encomiabili e dignitose ma che tuttavia, in uno Stato laico, lasciano il tempo che trovano e anche insoddisfazione in quella parte di cittadinanza che, pur rispettando tutti i punti di vista religiosi, è interessata al diritto alla parità dei cittadini e non a logiche sussidiarie, di aiuto, di sostegno; abbiamo avuto, infine, un’imprenditoria con caratteristiche più laiche: è stata minoritaria, molto piccola, tuttavia è esistita.</p>



<p>È nata da persone che in genere venivano dalla militanza politica e dai centri sociali, dallo scontento rispetto al sistema, che hanno messo in piedi coraggiosi esperimenti di presenza all’interno dei territori più disastrati di questo Paese. Negli anni ’70/80 sono quindi nate alcune imprese che hanno elaborato un’idea di autosufficienza, di autonomia, di possibilità di intervento sul territorio sociale senza fare né richieste né collette.<br>Tutto questo però è il passato. Un passato remoto, vista la velocità a cui corre oggi la società.</p>



<p>Il presente è un terremoto sociale che dagli anni Novanta ha investito tutta la realtà europea, quella italiana in maniera vigorosa, e ha mandato all’aria questo ‘castello’. L’orizzonte che veniva chiamato ‘stato sociale’ dagli economisti e dai sociologi si è rivelato essere una ‘baracca’, all’interno della quale alcuni mangiavano nelle greppie più fornite di fieno – gli opportunisti trafficanti della vita sociale – altri cercavano in qualche modo di sopravvivere. È questa la fascia di imprenditoria dell’ambito sociale, ma un’impresa non si regge senza che ci siano dei lavoratori; ed è proprio in questo momento di dissesto che hanno iniziato a manifestarsi, soprattutto in città come Torino, Milano e Genova, delle avvisaglie estremamente pericolose.</p>



<p>Le istituzioni forti – la magistratura, il carcere, una serie di istituzioni che fanno la politica sociale, direttamente o indirettamente, la costruiscono e ne definiscono i confini – hanno cominciato a pretendere precise prestazioni da parte delle imprese sociali, e di conseguenza anche da parte dei loro lavoratori. Facciamo un esempio: se fino a un certo momento una grossa comunità come poteva essere quella di don Gallo a Genova, che viveva dal basso e raccoglieva gente dalla strada, poteva attuare una determinata politica nei confronti delle persone che facevano uso di sostanze, fondata sul principio della libertà di queste stesse persone di stare o non stare in comunità, da un certo punto in poi questo approccio non è stato più possibile. Progressivamente sono stati sistematicamente posti una serie di vincoli a queste imprese: attraverso i sostegni, la possibilità di prendere persone dal carcere, si è iniziato a vincolare ogni cosa a precise prestazioni: ti do una persona in affidamento, ma stai attento perché alla sera non deve uscire. Ora: in una comunità aperta, dove non ci sono sbarre, questo che cosa significa? O riconverti la tua comunità in un carcere, non lo dici, lo mascheri, ma lo fai, oppure alla prima trasgressione vieni considerato poco affidabile dalle istituzioni, e quindi perdi la possibilità di mantenerti in piedi, perdi le entrate economiche.</p>



<p>Questo insieme di spinte e controspinte, ricatti istituzionali, ha comportato una ristrutturazione poderosa nel campo dell’imprenditoria sociale: i gruppi più cinici si sono adeguati e si sono resi disponibili a trasformarsi in un carcere e a definirlo ‘comunità’. A fare, in pratica, una cosa e a chiamarla diversamente, con il nome che le istituzioni gradiscono di più. È chiaro che molti lavoratori, all’interno di questa situazione, si sono trovati dentro a una morsa: se vuoi continuare a lavorare qui diventi il testimone fedele della correttezza dell’operazione istituzionale che stiamo compiendo, se non ti va bene puoi sempre andartene.</p>



<p>È ovvio che oggi questo non è un problema che riguarda solo i lavoratori sociali, ma l’intero ambito lavorativo: è la ristrutturazione del mondo del lavoro, che funziona sul principio di prestazione e fidelizzazione dei lavoratori all’impresa, attraverso un sistema di ricatti molto complicato e molto mediato. Nell’ambito che stiamo analizzando, questa modalità sta producendo la nuova cornice dentro la quale si svolge quello che si chiama, con una parola misteriosa, ‘lavoro sociale’. Misteriosa perché francamente penso che bisognerebbe essere molto espliciti su questo: oggi la definizione di lavoro sociale non ha alcun significato, nel senso che il mondo precedente non c’è più e il mondo nuovo non c’è ancora.</p>



<p>Siamo quindi dentro una situazione in cui chi opera in questo terreno ha un problema estremamente serio di definizione di due piani della propria vita: la definizione identitaria di sé come lavoratore – non di sé come persona – e la definizione delle imprese sociali in cui lavora. Quindi: chi sei come lavoratore, che categoria di lavoro sei – è importante, perché non c’è lavoro senza definizione categoriale e senza definizione categoriale non c’è diritto – questa categoria in questo Paese che spazio sociale ha, quali caratteristiche ne definiscono i contorni? E: le imprese sociali in cui lavori, chi sono veramente, chi le autorizza a essere quello che sono, in che rapporto stanno con le politiche dello Stato che si sta riformulando e ristrutturando a passi veloci?</p>



<p>Tutte le storie raccontate nel cantiere dai diversi lavoratori sociali sono certamente storie di sofferenza, ma sono soprattutto storie di smarrimento: a un certo punto ognuno di loro si trova a dover scegliere il luogo in cui lavora – anche se fino a un certo punto, perché è il luogo in cui lavora che lo sceglie – e questa scelta è vincolata a un sistema di prestazioni fondate sostanzialmente sul ricatto lavorativo; e quando parlo di ricatto lavorativo non mi riferisco a categorie morali o etiche, ma a dispositivi sociali precisi e molto stretti.</p>



<p>Facciamo un esempio: a una comunità che lavora con persone che hanno problemi di droga viene dato in affidamento un ragazzo che si suppone abbia fatto uso o abuso di sostanze. Dopo pochi giorni però si scopre che questa persona non ha fatto né uso né abuso di droga ma è uno spacciatore, che viene consegnato alla comunità semplicemente perché il carcere se ne vuole sbarazzare – perché è un rompiscatole, perché in carcere crea troppi problemi. La comunità ovviamente sottolinea l’assurdità della situazione: qui ho gente che fa uso di sostanze, mi mandi uno spacciatore? Tra loro esistono vincoli territoriali e quindi relazioni, questo ragazzo e gli altri presenti in comunità si conoscevano bene per i vicoli della città e hanno una lunga storia di rapporti piuttosto pericolosi, dunque, in che situazione mi metti? Risposta dell’istituzione: prendere o lasciare. Questa è la realtà delle assegnazioni.</p>



<p>Anzi, diciamola in modo ancora più chiaro: l’istituzione rilancia. Metti in piedi una struttura di accoglienza di gente che viene dal carcere, propone alla comunità, persone che ti mando perché sono andate fuori di testa con la carcerazione, perché fanno uso di sostanze, perché non so dove metterle all’interno del carcere, e più gente prendi più soldi ti do; più mi metti in piedi un apparato di accoglienza più sono contento come Stato, anche perché l’Unione europea mi sta addosso perché ci sono troppi carcerati, per cui mi fa comodo sbarazzarmi di quella parte di detenuti che non ha problemi di ordine sociale, che rompe le scatole all’istituzione e che è sempre più gestita con criteri di narcosi – le carceri sono passate da un tipo di controllo fondato sui guardiani a un tipo di controllo chimico: sempre più la tranquillità degli istituti è basata sui tranquillanti, sulle sostanze, sul dormire e sull’interesse reciproco che l’istituzione e il detenuto hanno su questo stato di cose: più il carcerato sta tranquillo più avrà giorni di abbuono, e più sta tranquillo più il carcere potrà spendere meno nelle politiche di gestione.</p>



<p>Questi sono approcci che già troviamo a Firenze, a Genova, a Roma, e in questo scuro territorio si inserisce il lavoratore sociale. Osservando chi è questo lavoratore abbiamo progressivamente dovuto stilare dei profili: è ovvio che una parte sono semplicemente ragazzi e ragazze che, non trovando lavoro, cercano disperatamente di ottenerne una piccola quota. Una quota transitoria, precaria e flessibile, e soprattutto esposta a una pericolosissima sperimentazione neoliberale, quella del lavoro volontario.</p>



<p>Sempre più il ricatto lavorativo non passa solo dall’essere dentro o fuori dal mondo del lavoro, ma anche attraverso il dispositivo della&nbsp;<em>mission</em>: lavori cinque giorni pagato e due gratuitamente, in nome della&nbsp;<em>mission</em>. Ci sono parole veramente ipocrite, perché sappiamo benissimo che non c’è alcuna&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;– anche Apple parla di&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;mentre produce qualcosa che non è certamente un prodotto senza profitto. Il lavoro volontario è una logica ormai già diffusa nelle scuole – nelle alberghiere, per esempio, dal secondo anno in poi gli studenti devono fare obbligatoriamente stage estivi gratuiti, la scuola li pretende come documento di certificazione del curriculum scolastico, ed è in tutto e per tutto lavoro gratuito, spesso in alberghi a cinque stelle; per non citare la situazione più clamorosa, quella dell’Expo e dei suoi 18.500 lavoratori volontari, e anche in questo caso lo scambio passa attraverso una certificazione dell’aver lavorato che forse, un domani, la persona potrà spendere in qualche modo. Tutto ciò è legale, governato dalle leggi di questo Paese.</p>



<p>Chi si è progressivamente adagiato dentro questo tipo di cose si è trovato pian piano a dover fare i conti con un ulteriore piano di ristrutturazione, che ha a che vedere con i soldi. Il denaro è da sempre un grande analizzatore per capire come vanno le cose, vedere come si muove è essenziale. Dunque, da dove arrivano i soldi alle imprese sociali? Oggi sempre meno dallo Stato, perché è in crisi, e sempre più da nuove istituzioni finanziarie: le fondazioni.</p>



<p>A Milano come a Torino, le fondazioni bancarie hanno ormai esercitato un’opzione forte per la trasformazione in un affare privato di quello che era il lavoro sociale, lo spazio in qualche modo immaginato da uno Stato per affrontare dei territori di difficoltà, e le caratteristiche di questo nuovo sistema sono quelle statunitensi, dove delle imprese si propongono in base a un principio economico molto semplice: il differenziale economico. Un detenuto costa allo Stato 100/120 euro al giorno, a seconda delle stime; se io, Stato, trovo una comunità che me lo prende per 50 euro, guadagno 50/70 euro al giorno per ogni carcerato. Quindi lo Stato privatizza e mette in appalto questo tipo di lavoro, che può riguardare il detenuto ma anche le persone con problemi di handicap, e le persone dei diversi circuiti pseudo-psichiatrici; potenzialmente dunque un’area sociale sempre più vasta.</p>



<p>Tutti gli analisti dei territori sociali infatti, da Bauman in giù, hanno ormai ben chiaro qual è la prospettiva che ci aspetta in Italia e in Europa: aree crescenti di persone espulse dal mondo della produzione, che verranno buttate sul territorio della inutilità sociale. Un territorio senza destino per chi ha una certa età, di disperazione per i più giovani. Un territorio che bisogna nominare, affermare che esiste, perché è vastissimo ed è uno spazio in cui oggi stanno ‘pescando’ sia le fondazioni bancarie, attraverso la logica dei bandi per costruire il differenziale economico, sia lo Stato, per introdurre nella cultura di questo Paese la logica del lavoro volontario.</p>



<p>Il punto centrale della discussione è dunque questo: chi opera su questo terreno, per destino, maledizione, scelta, oggi deve in qualche modo cercare di definire chi è e perché lo fa; e lo possono fare solo le lavoratrici e i lavoratori, perché nessun altro lo farà in questo Paese. O meglio, qualche mese fa il governo Renzi ci ha provato, e la proposta è sconcertante: si è parlato di una ristrutturazione del servizio civile, che finora ha funzionato con poche persone, portandolo a 100.000 operatori e mantenendo lo statuto economico attuale, ossia 400 euro al mese. È chiaro che con questi lavoratori, che volontariamente scelgono di andare a lavorare per 400 euro mensili, si possono andare a riempire i ranghi delle imprese del lavoro sociale. Per ora il progetto di legge è stato accantonato per mancanza di coperture economiche, ma questo è l’orientamento in atto nel Paese. Anche perché, come abbiamo detto, sempre più persone vengono espulse dal territorio del lavoro reale – in Italia il mondo industriale si sta restringendo, e chi ha un’aspirazione di vita un po’ più ampia fugge all’estero – e sempre più si espande una vasta categoria sociale che avrà bisogno di un sostegno di qualche natura. Il progetto, quindi, è quello di costruire un’economia su queste persone.</p>



<p>Diciamolo in modo crudo: 60.000 detenuti, in un Paese come l’Italia, vengono considerati troppi, ma sono pochissimi in parallelo con gli Stati Uniti, dove il penale si è fortemente espanso. Sono considerati pochi perché non c’è un’impresa privata che abbia rilevato lo spazio penale, e non ci sono imprenditori lungimiranti che si propongono di fare le carceri private; ci ha provato Monti con un disegno di legge, ma nessuno ha accettato.<br>Questo non significa che i vecchi imprenditori filibustieri, quelli che negli anni ’70/80/90 già si erano costruiti piccoli imperi economico/politici, non stiano prendendo la palla al balzo; non tanto per costruire qualcosa di chiaro e definito, ma per creare un’imprenditoria sociale mascherata, che sotto l’abito ipocrita delle&nbsp;<em>buone persone</em>&nbsp;che fanno del bene alle&nbsp;<em>povere persone</em>&nbsp;si sta ristrutturando per un’accoglienza ‘industriale’ del malessere.</p>



<p>Oggi il lavoratore sociale deve conoscere questa prospettiva, per guardarsi in faccia e scegliere. Se questo gioco non gli interessa, deve innanzitutto definirsi come categoria sociale, e rispetto a uno Stato e a una imprenditoria di questo genere deve farsi valere collettivamente, e non singolarmente: non c’è soluzione personale a problemi sistemici, e questo è un problema sistemico. Chi lo vuole affrontare si deve attrezzare per farlo, chi spera che con il tempo la situazione si chiarirà verrà semplicemente travolto da questa macchina infernale, che ha due necessità di fondo: il controllo sociale di massa e la speculazione economica sul controllo.</p>



<p>Accettare questo stato di cose significa darsi una definizione professionale di controllo sociale, e fare ciò che viene richiesto per attuare il controllo: mettere le camicie di forza, legare le persone, legarle con i farmaci, tenerle chiuse, non farle uscire, denunciarle se fanno qualcosa che non corrisponde ai piani di trattamento. Personalmente mi auguro che all’interno del mondo degli operatori sociali maturi un atto di definizione di sé a volto scoperto, che affermi chiaramente che tipo di lavoro si vuole fare e quale si rifiuta, con quali tutele e con quali diritti, e vada oltre la formula né missionari né volontari: perché questo è il presupposto, non essere né quello né questo, ma poi che cosa vuoi essere? Questo è l’obiettivo che abbiamo di fronte.</p>
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