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	<title>crisi economica &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>crisi economica &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Implicazioni del conflitto in Ucraina per la sicurezza alimentare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[La denuncia del World Food Program: gli effetti a catena sul mercato del grano e del mais e le ripercussioni dei prezzi di gas e petrolio sul Programma alimentare globale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">World Food Program*</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La denuncia del World Food Program: gli effetti a catena sul mercato del grano e del mais e le ripercussioni dei prezzi di gas e petrolio sul Programma alimentare globale</p></blockquote>



<p>Il conflitto si svolge in uno dei panieri del mondo. Inoltre, la Russia è tra i più importanti esportatori mondiali di energia. I mercati globali del grano e dell’energia sono in subbuglio, e il riflesso sono i forti aumenti dei prezzi; per ora si registrano nei mercati internazionali, è probabile che si ripercuotano sui mercati nazionali, specialmente nei Paesi che dipendono dalle importazioni, con implicazioni per l’accesso al cibo per i più vulnerabili. Allo stesso tempo, gli incrementi dei prezzi del grano e del petrolio aumentano il costo delle operazioni del World Food Program (WFP), riducendo la capacità di servire chi ne ha bisogno proprio quando è più necessario.</p>



<p>Ad aggiungersi alle sfide, il conflitto in Ucraina non avviene nel vuoto. Nuove varianti di Covid-19 e problemi nella catena di approvvigionamento hanno interrotto la ripresa economica globale, mentre l’aumento dell’inflazione e il debito record limitano la capacità dei Paesi di affrontare nuove sfide. Dopo la perdita di ore lavorative equivalenti a 258 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel 2020 e a 125 milioni nel 2021, i mercati del lavoro faticano a riprendersi, con le ore lavorative perse che si stima raggiungeranno, nel 2022, l’equivalente di 52 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.</p>



<p>I Paesi più poveri stanno lottando maggiormente per riprendersi dalle conseguenze economiche della pandemia, lasciati indietro dalla mancanza di accesso ai vaccini e dalla minore capacità di finanziare misure di stimolo. Circa il 60% dei Paesi a basso reddito sono attualmente in difficoltà o ad alto rischio di debito, rispetto al 30% nel 2015.</p>



<p>Nonostante la crescita economica lenta, l’inflazione è in aumento, alimentando il timore di stagflazione. Un totale di 27 Paesi affronta attualmente un’inflazione alimentare annuale del 15% o più, compresi cinque Paesi – Libano, Venezuela, Sudan, Yemen (Internationally Recognized Government ) e Cuba – con tassi a tre cifre. Altri 20 Paesi hanno sperimentato aumenti dei prezzi alimentari tra il 10 e il 15% nell’ultimo anno, e 45 Paesi tra il 5 e il 10%. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Turbolenza nei mercati globali del grano</mark></h4>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia e l’Ucraina sono giocatori chiave nei mercati globali dei prodotti alimentari di base</h4>



<p>Sia l’Ucraina che la Russia sono grandi esportatori di grano e mais, figurando tra i primi cinque esportatori a livello globale per entrambi i prodotti di base (Grafici 1 e 2, pag. 40 e 41). Per il grano, si prevede che le esportazioni ucraine raggiungano 24 milioni di tonnellate nel 2021/22, pari a circa il 12% dei 193 milioni di tonnellate previste. L’Ucraina e la Russia insieme procurano ai mercati globali del grano il 30% delle forniture. Per il mais, l’Ucraina dovrebbe esportare 33 milioni di tonnellate nella campagna 2021/22, pari al 18% dei 186 milioni di tonnellate scambiati a livello globale. Aggiungendo i 4,5 milioni di tonnellate di esportazioni della Russia, la quota congiunta di Ucraina e Russia nel mercato globale del mais arriva al 20%.</p>


<div class="wp-block-image">
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</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1024x441.png" alt="" class="wp-image-6195" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1024x441.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-300x129.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-768x331.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1536x662.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-600x258.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-750x323.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1140x491.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 2. Esportazioni di mais in milioni di tonnellate nel 2021/2022 e variazione rispetto all&#8217;anno precedente</figcaption></figure>
</div>


<p>Anche se rimangono dei punti interrogativi, è probabile che l’impatto del conflitto ucraino sui mercati globali sia più contenuto per il mais che per il grano; ciò è dovuto alle migliori forniture di altri Paesi esportatori di mais, che possono tamponare potenziali carenze.</p>



<p>Il grano e il mais non sono gli unici prodotti agricoli per i quali la Russia e l’Ucraina sono attori chiave sui mercati globali. Insieme, i due Paesi esportano anche circa tre quarti dell’olio di girasole e un terzo delle forniture di orzo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il conflitto interrompe le esportazioni ucraine e russe</h4>



<p>Le operazioni militari possono rendere difficile lo spostamento dei raccolti, sia all’interno che all’esterno del Paese. Dopo l’invasione, l’esercito ucraino ha sospeso la navigazione commerciale nei suoi porti. Allo stesso tempo, l’incertezza sulle sanzioni – che non limitano ancora il commercio marittimo – ha portato molte compagnie di navigazione a sospendere i rapporti con entità russe, e alcune banche a rifiutare l’emissione di lettere commerciali per coprire le spedizioni russe dai porti del Mar Nero. Con i porti ucraini chiusi e le transazioni di grano russo in pausa, 13,5 milioni di tonnellate di grano e 16 milioni di tonnellate di mais sono attualmente congelate in Russia e Ucraina.Inoltre, l’aumento dei premi assicurativi sta facendo salire i costi per le spedizioni dal Mar Nero. Con i porti ucraini chiusi e le transazioni di grano russo in pausa, 13,5 milioni di tonnellate di grano e 16 milioni di tonnellate di mais sono attualmente congelate in Russia e Ucraina.</p>



<p>Inoltre, l’aumento dei premi assicurativi sta facendo salire i costi per le spedizioni dal Mar Nero. Le compagnie di navigazione pagano sia l’assicurazione contro i rischi di guerra che un premio aggiuntivo per entrare in aree ad alto rischio, con tariffe che dipendono dalla destinazione, dal valore della nave e dalle merci. Il tasso di premio del rischio di guerra per sette giorni, stimato, il lunedì prima dell’invasione della Russia, allo 0,025% dei costi di assicurazione, è aumentato sostanzialmente, con gli assicuratori navali che ora quotano tra l’1 e il 2% e fino al 5%. Questo si traduce in centinaia di migliaia di dollari USA, se gli assicuratori sono disposti a fornire una copertura in primo luogo a navi che vengono colpite da missili. I premi per il rischio di guerra hanno raggiunto i 300.000 dollari per alcuni viaggi. Poiché porti del Mar d’Azov e del Mar Nero settentrionale, compresi tutti i porti ucraini, sono stati designati come “aree di operazioni belliche”, i sindacati dei marittimi e i loro datori di lavoro hanno concordato salari extra, benefici e la concessione del diritto di rifiutarsi di navigare – spingendo ulteriormente i costi di spedizione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Prezzi degli alimenti a livelli record</h4>



<p>Il sottoindice del grano dell’International Grains Council’s Grains and Oilseeds Index, una misura delle variazioni delle principali quotazioni di esportazione del grano nel mondo, è aumentato del 28% in due settimane (dal 21 febbraio al 7 marzo). Le singole quotazioni sono salite ancora di più: il grano invernale Soft Red n. 2 degli Stati Uniti ha guadagnato un sorprendente 52% nello stesso periodo (Grafico 3, pag. 42). Il sottoindice del mais ha seguito da vicino, guadagnando il 17% dal lunedì prima dell’invasione (21 febbraio) al 7 marzo (Grafico 4, pag. 43).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="481" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1024x481.png" alt="" class="wp-image-6196" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1024x481.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-300x141.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-768x360.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1536x721.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-600x282.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-750x352.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1140x535.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 3. Prezzi del grano (US$ per tonnellata)</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="533" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1024x533.png" alt="" class="wp-image-6197" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1024x533.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-300x156.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-768x400.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1536x800.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-600x312.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-750x390.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1140x593.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 4. Prezzi del mais (US$ per tonnellata)</figcaption></figure>
</div>


<p>Questi aumenti di prezzo avvengono in un momento in cui le quotazioni dei prodotti alimentari sono già a livelli record; hanno spinto l’Indice dei prezzi alimentari della FAO, una misura del cambiamento mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari, a un nuovo massimo storico nel febbraio 2022.</p>



<p>Guardando indietro nella storia – vale a dire il periodo tra l’ottobre 1914 e il febbraio 1915, quando l’Impero Ottomano bloccò lo stretto dei Dardanelli, tagliando così fuori dai mercati internazionali le esportazioni di grano del Mar Nero che valevano il 22% delle forniture totali – sembra probabile che i prezzi di oggi possano continuare a salire. La perdita dell’accesso al Mar Nero nel 1914 provocò un aumento del 45% dei prezzi del grano al Chicago Board of Trade. Tuttavia, data la situazione in evoluzione, qualsiasi stima delle ramificazioni del mercato dei cereali è a questo punto accompagnata da un grado di incertezza molto elevato. Implicazioni per le forniture globali alimentari dipenderanno dalla durata dell’invasione, come questo impatterà sulla produzione di Black Grano marino – da raccogliere tra luglio e settembre – e per quanto tempo i canali di esportazione saranno bloccati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I Paesi che dipendono dalle importazioni sono i primi a sentire le conseguenze sulla sicurezza alimentare del conflitto</h4>



<p>Diversi Paesi del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e subsahariana e dell’Asia meridionale dipendono dalle importazioni di grano dalla Russia e dall’Ucraina (Tabella 1, pag. 44). Quest’anno in Egitto, il più grande importatore di grano russo e ucraino, le previsioni del rialzo dei prezzi dovrebbero aggiungere 763 milioni di dollari al già pesante conto delle sovvenzioni per il pane, pari a 3,2 miliardi di dollari. Una situazione che ha portato il primo ministro Madbouly ad annunciare piani per il primo aumento, dal 1988, del prezzo di una pagnotta di pane.</p>


<div class="wp-block-image">
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</div>


<p>L’Ucraina ha finora completato solo metà delle esportazioni di grano di questa stagione verso la Libia. Una perdita delle rimanenti esportazioni lascerebbe la Libia con il 30% di grano in meno del necessario per coprire il consumo interno.</p>



<p>Oltre ai Paesi che si riforniscono dalla regione del Mar Nero, quelli che, più in generale, dipendono dalle importazioni di grano, sperimenteranno probabilmente rialzi di prezzi dei prodotti alimentari nazionali, in seguito all’aumento delle quotazioni sui mercati mondiali del grano. Fatture di importazione più alte possono tradursi in prezzi più alti per il cibo locale. Questo a sua volta limita l’accesso al cibo, specialmente per le popolazioni già povere. In più di 40 Paesi in cui opera il Programma alimentare mondiale (PAM), i cereali importati, come il grano e il mais, rappresentano il 30% o più dell’energia alimentare.</p>



<h4 class="has-vivid-red-color has-text-color wp-block-heading">Sconvolgimento nei mercati globali dell’energia</h4>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia è un giocatore chiave nel mercato globale del petrolio</h4>



<p>Dopo gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, la Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio greggio. Esportando 4,62 milioni di barili al giorno, era il secondo più grande esportatore nel 2020 (Grafico 5, pag. 45). Nel 2019, la Russia ha esportato petrolio greggio e petrolio raffinato per un valore di 189 miliardi di dollari, che rappresentavano circa il 47% delle sue esportazioni totali. Il 60% del petrolio russo viene esportato in Europa, la maggior parte attraverso il sistema di oleodotti Druzhba; un altro 20% viene spedito in Cina attraverso oleodotti e rotte marittime. Nel 2019, altri grandi importatori sono stati Corea del Sud, Turchia, Giappone, Bielorussia e Stati Uniti (in ordine di quantità importata).</p>


<div class="wp-block-image">
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</div>


<h4 class="wp-block-heading">Ulteriore pressione sui prezzi già elevati del petrolio</h4>



<p>Prima dell’invasione russa i prezzi globali del greggio erano a un livello molto alto, dopo essere aumentati del 50% nel 2021 a causa della forte domanda, combinata con un’offerta limitata, nella ripresa post pandemia Covid-19. Nonostante l’OPEC+ abbia gradualmente allentato i tagli alla produzione a partire dal 2020, l’offerta totale è rimasta al di sotto degli obiettivi. Le ragioni principali per cui i Paesi non hanno raggiunto i loro target sono state le continue incertezze nel mercato (per esempio le nuove varianti di Covid-19), nonché la mancanza di capacità e le interruzioni accidentali nei Paesi africani produttori di petrolio come Libia, Nigeria, Angola, Congo e Guinea Equatoriale.</p>



<p>Successivamente, a causa delle aspettative di interruzioni delle forniture russe dopo l’invasione, i prezzi sono saliti ai massimi da 14 anni. La quotazione del paniere OPEC, un indice per i Paesi produttori di petrolio, è aumentata del 20% (4 marzo) rispetto al lunedì precedente il conflitto (Grafico 6, pag. 46). In una prima risposta all’impennata dei prezzi, gli Stati membri dell’Agenzia internazionale dell’energia hanno deciso di liberare 60 milioni di barili delle loro riserve strategiche.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1024x622.png" alt="" class="wp-image-6200" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1024x622.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-300x182.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-768x467.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1536x933.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-600x365.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-750x456.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1140x693.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 6. Prezzo del paniere OPEC (dollari USA per barile)</figcaption></figure>
</div>


<p>Anche se non ci sono sanzioni dirette sulle esportazioni di petrolio russo, la fornitura è gravemente interrotta. Le compagnie coinvolte nel commercio del greggio dal Mar Nero hanno sospeso la maggior parte delle loro attività a causa delle incertezze sulle potenziali sanzioni future. Inoltre, molti assicuratori hanno smesso di offrire copertura per le navi che entrano nel Mar Nero o, se disponibili, le assicurazioni vengono vendute con premi estremamente elevati. Due dei cinque principali terminal petroliferi russi, Novorossiysk e Tuapse, si trovano nel Mar Nero. I costi di trasporto sono saliti alle stelle anche per le navi che partono dai porti del Mar Baltico. A causa della ridotta disponibilità dei commercianti ad acquistare il greggio russo degli Urali, esso è stato venduto con uno sconto record – 11,60 dollari al barile (3 marzo) – rispetto al greggio Brent, il più importante in Europa.</p>



<p>Con l’offerta globale di petrolio al suo limite, un’ulteriore interruzione della fornitura di greggio russo potrebbe avere un forte effetto sui prezzi. I grandi produttori mediorientali avrebbero la capacità di fornire più petrolio nel breve periodo, tuttavia, in una riunione del 2 marzo, i Paesi OPEC+ hanno concordato di mantenere i loro obiettivi in graduale aumento e di non espandere significativamente l’offerta in risposta al conflitto.</p>



<p>Le sanzioni dovrebbero ridurre la produzione di petrolio della Russia nel lungo periodo. Le maggiori compagnie petrolifere occidentali hanno ridotto i loro investimenti in joint venture o hanno annunciato la vendita delle loro operazioni in Russia. A causa delle dimensioni delle sanzioni e del grande impatto sul rublo, la Russia potrebbe rispondere mettendo un divieto di esportazione delle sue materie prime – causando un forte impatto economico sul mondo e sull’Europa in particolare. Tuttavia, questo infliggerebbe un danno enorme anche alla Russia, poiché taglierebbe una delle ultime linee finanziarie aperte per il Paese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia è il più grande esportatore di gas naturale del mondo</h4>



<p>Avendo le maggiori riserve di gas, la Russia è il più grande fornitore dei mercati mondiali (Grafico 7, pag. 47). Nel 2019 ha esportato gas naturale per 26 miliardi di dollari, circa il 6,5% del totale delle sue esportazioni: il 78% viene spedito in Europa attraverso i gasdotti. Nel 2021, i Paesi europei hanno importato il 32% del loro gas dalla Russia.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1024x625.png" alt="" class="wp-image-6201" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1024x625.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-300x183.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-768x469.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1536x937.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-600x366.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-750x458.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1140x696.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 7. Le maggiori esportazioni di gas naturale nel 2019 (miliardi di metri cubi)</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Picchi di prezzo nel già volatile mercato europeo del gas</h4>



<p>A differenza del mercato globale del petrolio, i mercati del gas sono meno integrati, e i prezzi non hanno necessariamente le stesse dinamiche in ciascuno degli hub globali. Poiché la gran parte del gas russo viene esportato in Europa, il maggiore impatto sui prezzi è atteso sul mercato europeo. Tuttavia, per diventare meno dipendente dal gas russo, l’Europa si sta già rifornendo da altri fornitori, il che influenzerà altri hub di mercato e, in ultima analisi, farà salire anche i loro prezzi.</p>



<p>La volatilità dei prezzi in Europa è stata elevata da settembre 2021, quando le quotazioni sono salite a causa di una forte ripresa della domanda e di un’offerta più limitata del previsto. Inoltre, la Russia ha ridotto le forniture al mercato europeo nel quarto trimestre del 2021 e nel primo trimestre del 2022. I siti di stoccaggio europei non sono stati quindi riempiti a livelli adeguati. Per compensare la riduzione delle consegne durante la stagione invernale, l’Algeria, l’Azerbaigian e la Norvegia hanno aumentato le loro forniture nei gasdotti e gli Stati Uniti hanno fornito all’Europa gas naturale liquefatto (GNL) supplementare.</p>



<p>L’invasione dell’Ucraina ha causato forti picchi di prezzo. La mattina del 3 marzo, il prezzo del gas dell’hub europeo (Dutch TTF) è salito a un nuovo massimo storico di 199 euro per megawattora. In confronto, il prezzo dei <em>futures </em>del gas naturale negli Stati Uniti ha risposto in modo meno forte (Grafico 8, pag. 48).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1024x517.png" alt="" class="wp-image-6202" width="800" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1024x517.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-300x152.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-768x388.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1536x776.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-600x303.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-750x379.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1140x576.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 8. Prezzi del gas naturale nella Ue e negli USA (euro per megawattora e dollaro USA per milione di unità termiche britanniche)</figcaption></figure>
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<p>Secondo l’agenzia di stampa russa Interfax, dopo l’invasione la fornitura di gas per l’Europa attraverso i gasdotti che attraversano l’Ucraina è continuata come al solito. Secondo i dati della rete, il gas è stato inviato. Gazprombank, che gestisce i pagamenti per le esportazioni di gas dalla Russia, non è attualmente inclusa nelle sanzioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I mercati energetici turbolenti hanno ripercussioni sulla sicurezza alimentare</h4>



<p>Le dinamiche dei prezzi dell’energia influenzano i prezzi degli alimenti attraverso vari canali. Il carburante è un input importante per la produzione agricola: l’aumento dei costi del carburante ha quindi un impatto sui prezzi alla produzione. Allo stesso modo, dato che l’energia è necessaria per la lavorazione degli alimenti, i prezzi elevati aumentano ulteriormente il costo della dieta delle famiglie. L’aumento del carburante implica anche l’aumento dei costi di trasporto, che possono spingere ulteriormente la pressione al rialzo del costo delle importazioni di cibo; può aumentare anche il costo del trasporto degli alimenti locali ai mercati dei consumatori.</p>



<p>L’energia è anche un input per la maggior parte degli altri beni e servizi di consumo. Nel 2021, quando l’economia mondiale si è ripresa dal rallentamento causato dalla pandemia Covid-19, le aziende e le famiglie hanno aumentato la loro domanda di petrolio, causando un’impennata dei prezzi del gas e dell’energia. Circa la metà dei tassi d’inflazione record registrati a fine 2021/inizio 2022 sono stati attribuiti all’impennata dei prezzi dell’energia. Quando i redditi rimangono costanti, l’aumento del livello generale dei prezzi esaurisce il potere d’acquisto delle famiglie. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le quote di spesa alimentare sono elevate, l’inflazione può ridurre significativamente l’accesso al cibo, aumentando così l’insicurezza alimentare.</p>



<p>Inoltre, il gas naturale è un input importante nella produzione di fertilizzanti a base di azoto. L’aumento dei prezzi del gas può quindi far salire i prezzi già elevati dei fertilizzanti. Inoltre, la Russia è uno dei più importanti esportatori mondiali dei tre principali gruppi di fertilizzanti – azoto, fosforo e potassio – e un’interruzione delle sue forniture ai mercati globali potrebbe causare un ulteriore aumento delle quotazioni. L’incremento dei costi dei fattori produttivi, a sua volta, influisce sul raccolto della prossima stagione, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari nel lungo periodo.</p>



<h4 class="has-vivid-red-color has-text-color wp-block-heading">Ripercussioni per le Operazioni del PAM</h4>



<h4 class="has-black-color has-text-color wp-block-heading">Il conflitto in Ucraina ha impatti a breve e a medio termine</h4>



<p>Attraverso il suo impatto sulle esportazioni di grano, il conflitto ucraino influisce, sia a breve che a medio termine, sull’approvvigionamento del Programma alimentare mondiale. Le ripercussioni a breve sugli oleodotti includono la prevista cancellazione o il ritardo delle spedizioni di piselli e orzo dal porto di Odessa. Questo probabilmente influenzerà principalmente le operazioni dell’Africa occidentale, dove il carico è necessario per le distribuzioni di maggio e oltre. Gli effetti a medio termine derivano: dall’aumento dei costi delle operazioni, a causa dell’incremento dei prezzi dei prodotti di base sui mercati internazionali; dalle spese aggiuntive derivanti dalla diversificazione degli approvvigionamenti fuori dalla regione del Mar Nero; e dai tempi di consegna più lunghi quando ci si approvvigiona da destinazioni più lontane.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un aumento stimato di 23 milioni di dollari nei costi mensili per l’approvvigionamento alimentare</h4>



<p>L’Ucraina e la vasta area del Mar Nero sono state la fonte di oltre la metà del grano per le operazioni del World Food Program nel 2021. Mentre per il WFP l’Ucraina non è una fonte significativa di farina di grano, i principali fornitori – Turchia, Egitto e Giordania – dipendono dalle importazioni del Mar Nero per produrre farina. Di conseguenza, le operazioni del WFP più colpite saranno probabilmente quelle più dipendenti dal grano e dalla farina di grano – Afghanistan, Etiopia, Siria e Yemen. Dato il forte aumento dei prezzi di mercato dopo il conflitto in Ucraina, il costo aggiuntivo totale per queste operazioni combinate potrebbe essere di oltre 20 milioni di dollari al mese, supponendo che i prezzi del grano rimangano ai loro attuali livelli elevati.</p>



<p>Anche l’approvvigionamento di legumi dipende fortemente dalle esportazioni ucraine. Nel 2021, un terzo della fornitura del WFP di piselli proveniva dal Mar Nero, destinata a una vasta gamma di operazioni in tutte le regioni, specialmente nell’Africa sub-sahariana. Diversificare l’approvvigionamento in caso di indisponibilità dall’Ucraina incrementerà probabilmente i costi logistici complessivi di circa 3 milioni di dollari al mese, oltre a comportare tempi di consegna più lunghi.</p>



<p>Questi aumenti si aggiungono all’impatto già causato dalla pandemia, che ha visto i prezzi alimentari globali crescere del 36% dal 2019.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’aumento dei prezzi dell’energia aumenta ulteriormente il costo delle operazioni del WFP</h4>



<p>L’aumento dei prezzi dell’energia aumenta ulteriormente il costo delle operazioni del WFP, attraverso i prezzi degli alimenti e i costi del carburante legati alla catena di approvvigionamento, compresi quelli per il trasporto marittimo, terrestre, aereo e per le strutture del WFP. Una prima stima prudente dell’impatto sui costi di trasporto, con tutta l’incertezza dei futuri sviluppi del prezzo del petrolio, pone l’aumento a 6 milioni di dollari al mese.</p>



<p>Insieme ai costi aggiuntivi dovuti alla diversificazione degli approvvigionamenti di legumi, e ai prezzi più alti del grano a livello mondiale, si stima che le operazioni del WFP diventeranno più costose di 29 milioni di dollari al mese nel breve termine. Mentre i cambiamenti stimati dei costi possono fornire una guida, le implicazioni di ciò che questo comporta diventeranno più chiare una volta che il WFP avrà identificato le migliori opzioni alternative per l’approvvigionamento dei prodotti di base, il che include potenziali cambiamenti nel mix generale dei prodotti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>L’invasione russa del 24 febbraio 2022 non ha solo implicazioni importanti per la sicurezza alimentare in Ucraina; con entrambi i Paesi che sono attori chiave nei mercati alimentari mondiali e il ruolo della Russia nei mercati energetici globali, la guerra rischia di aumentare l’insicurezza alimentare in molti luoghi del mondo. Oltre al conflitto stesso, che colpisce soprattutto le importazioni e le esportazioni dell’Ucraina, le sanzioni internazionali sulla Russia e le relative incertezze interromperanno fortemente le attività commerciali. Questo ha messo in subbuglio i mercati globali degli alimenti e dell’energia, spingendo i prezzi già elevati ancora più in alto.</p>



<p>Questi aumenti, una volta trasferiti sui mercati nazionali, limiteranno l’accesso al cibo. Contemporaneamente aumenteranno i costi operativi per il WFP, limitando la sua risposta in un momento in cui è più necessaria.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto (tradotto) del Report <em>Food security implications of the Ukraine conflict</em>, World Food Program, 11 marzo 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>18 settembre, Firenze, GKN: la potenza di un Collettivo di fabbrica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/18-settembre-firenze-gkn-la-potenza-di-un-collettivo-di-fabbrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[GKN]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5510</guid>

					<description><![CDATA[Una chiamata a “insorgere”: un collettivo di fabbrica di un’azienda di medie dimensioni è riuscito, in appena due mesi, a mobilitare migliaia di persone su scala nazionale. Non si vedeva una reazione simile da parecchio tempo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li><li><em>(pubblicato online il 26 settembre 2021)</em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>U<a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"></a>na chiamata a “insorgere”: un collettivo di fabbrica di un’azienda di medie dimensioni è riuscito, in appena due mesi, a mobilitare migliaia di persone su scala nazionale. Non si vedeva una reazione simile da parecchio tempo</p></blockquote>



<p>“La nostra famiglia non è solo la nostra fabbrica, la nostra famiglia è tutto il territorio, sono tutti gli ex licenziati che sono venuti a darci solidarietà, sono le precarie e i precari di questo Paese, le partite IVA, le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo&#8230;”</p>



<p>Dario Salvetti è un delegato RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) dello stabilimento italiano della multinazionale britannica GKN. Insieme ai suoi compagni di lavoro, la mattina del 9 luglio riceve via email la comunicazione dello smantellamento del sito produttivo e dell’avvio di una procedura di licenziamento collettivo. Ma l’azienda ha fatto male i calcoli. Gli operai reagiscono, entrano in fabbrica e iniziano una lotta che li vede raccogliere giorno per giorno un sostegno e una solidarietà sempre più allargate. Organizzati sul modello dei consigli di fabbrica degli anni ‘70, arrivano a convocare per il 18 settembre una manifestazione nazionale per le vie di Firenze. Il grido che li accompagna è “Insorgiamo”, il motto della Resistenza fiorentina. All’appello rispondono migliaia di persone, più di 20.000.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fortezza</h4>



<p>Fortezza da Basso, Firenze. È all’incirca l’ora di pranzo quando gli operai della GKN cominciano a radunarsi nei giardini della Fortezza, e mancano ormai poco più di due ore alla partenza della manifestazione. Arrivano in piccoli gruppi e subito iniziano a organizzarsi, a ripetersi passo passo i dettagli di quello che hanno preparato. Maglietta blu per tutti i lavoratori, pettorina viola per il servizio d’ordine e arancione per gli addetti alla sicurezza. Non è la prima manifestazione che organizzano da quando hanno ricevuto l&#8217;email che annunciava il licenziamento: nell’ultima, il 24 luglio, erano circa 7.000 davanti allo stabilimento di Campi Bisenzio. Ma sanno che questa volta i numeri saranno diversi, che la mobilitazione sarà nazionale, perché da giorni stanno ricevendo adesioni da diverse parti d’Italia. </p>



<p>“La nostra famiglia non è solo la nostra fabbrica&#8230;” afferma Dario Salvetti al Ri-Make di Milano il 6 settembre, durante una delle assemblee in giro per l’Italia in cui hanno raccontato la loro storia e chiamato alla manifestazione del 18, e pezzi di quella famiglia si presentano alla fortezza, puntuali. Ci sono i lavoratori Texprint di Prato, quelli della Piaggio di Pontedera, dell&#8217;Alitalia, gli operai della Sanac di Massa Carrara, della Whirlpool di Napoli, della Embraco di Torino e immancabile la &#8216;Rimaflow fabbrica recuperata&#8217; di Milano, Trezzano; ci sono i gruppi politici e sindacali del territorio, la Fiom e i sindacati di base, gli studenti delle scuole di Firenze e gruppi organizzati provenienti da tutta Italia, con macchine e pullman partiti – tra gli altri – da Milano, Venezia, Torino, Genova, Roma, Ancona, Taranto.</p>



<p>Camminando tra la folla che si raggruppa al concentramento ci si fa un’idea piuttosto chiara: la partecipazione è sicuramente ampia, ma è anche piuttosto settoriale, ha mosso per lo più realtà già politicizzate, per lo meno tra chi viene da fuori. Un fatto di cui i lavoratori hanno piena consapevolezza: “Attorno a GKN c’è un’attenzione nazionale” continua Salvetti al Ri-Make, “ma è un’attenzione nazionale che ha risvegliato solo il ceto politico e sindacale della sinistra radicale. Ancora siamo lontani dal fatto che GKN sia un caso che interessa le masse di questo Paese”. Solo localmente, per ora, la vertenza GKN è riuscita ad arrivare a un buon numero di persone senza bandiera, che sono pronte a scendere in piazza al fianco dei lavoratori perché si riconoscono nella loro lotta. “A livello locale è un movimento di massa, nell’accezione classica del termine: abbiamo con noi le lavoratrici e i lavoratori del commercio, i vigili del fuoco, l’ANPAS, settori della chiesa e delle parrocchie, i circoli tennistici, i circoli scacchistici&#8230; Abbiamo con noi un intero territorio insorto in nostra difesa”.</p>



<p>Sono le tre. Il ritmo dei tamburi sembra scandire il conto alla rovescia, mentre i cori intonati nei megafoni rimbalzano da una parte all’altra del concentramento. Monta l’attesa, mancano pochi minuti alla partenza del corteo. Nel cuore della fortezza, <em>questa</em> massa è pronta a partire. Un gruppo di donne, in cerchio, canta e batte le mani. Indossano una maglietta arancione con scritto <em>Insorgiamo con i lavoratori GKN</em>. “Siamo le mogli!” dice una. Cantano un coro che fino a sera fluirà per il corteo in movimento, crescendo nelle voci a migliaia, come un’onda che prende forza man mano che avanza e si mangia il mare: “&#8230;e non c’è resa, non c’è rassegnazione, ma solo tanta rabbia che cresce dentro me. Occupiamola, fino a che ce ne sarà…”.</p>



<p>Sì, perché gli operai della GKN quel 9 luglio la fabbrica l’hanno occupata, e sono in presidio permanente da allora.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collettivo di fabbrica</h4>



<p>GKN è una multinazionale britannica leader nei settori aerospaziale e automobilistico. Il compartimento automotive dell’azienda impiega 27.500 lavoratori in 51 sedi distribuite in 20 Paesi, tra cui l’Italia, poco fuori Firenze, a Campi Bisenzio. Qui vengono prodotti i semiassi destinati alle automobili fabbricate in Italia da Stellantis, il gruppo nato dalla fusione tra Fiat Chrysler e PSA, che costituiscono circa l’85% delle commesse. Un prodotto che continua a essere necessario anche in questa fase di transizione <em>green</em> del capitalismo che, nel settore automobilistico, punta sempre di più sui veicoli ibridi ed elettrici.</p>



<p>Nel 2018 GKN attraversa un periodo di flessione economica ed entra nel mirino del fondo d’investimento Melrose Industries, società che imposta il proprio business sull’acquisizione di aziende in difficoltà da rendere nuovamente appetibili sul mercato ai fini di una futura rivendita. È esattamente quello che ha intenzione di fare con GKN: fiuta l’affare e con un’offerta da 8 miliardi di dollari prende il controllo dell’azienda.</p>



<p>Sul sito di Melrose campeggia il motto “Buy, Improve, Sell”, compra, risana, vendi. “Sostanzialmente vuol dire licenziamenti, taglio del personale e chiusura degli stabilimenti”, sottolinea Matteo Moretti, altro delegato RSU di GKN presente al Ri-Make il 6 settembre. “Hanno iniziato in Germania, poi hanno annunciato la chiusura dello stabilimento inglese e poi sono arrivati a Firenze”. Nonostante tutto il settore produttivo automotive legato a Stellantis in Italia non attraversi un periodo particolarmente florido – anche a causa della &#8216;rivoluzione verde&#8217; e al rallentamento della fornitura di componenti dalla Cina, come spiegano i lavoratori – la fabbrica di Campi Bisenzio non è un’azienda in crisi, anzi. “Non abbiamo fatto un solo giorno di cassa integrazione e nell’ultimo anno e mezzo circa” continua Moretti, “l’azienda ha fatto investimenti considerevoli nel reparto di assemblaggio semiassi, aumentando l’automazione con la tecnologia 4.0. Eravamo in una fase di rilancio dello stabilimento, o almeno questo era quello che l’azienda ci faceva credere”.</p>



<p>È venerdì 9 luglio quando GKN concorda con i lavoratori un giorno di ferie e la chiusura anticipata della fabbrica, proprio in ragione del rallentamento produttivo generale degli stabilimenti. Si riapre lunedì, li aspetta un fine settimana più lungo del solito. Nessuno di loro immagina che quel lunedì non arriverà. Poco dopo le 10 di mattina, via email l’azienda comunica la chiusura definitiva dello stabilimento e il licenziamento collettivo. Circa 500 lavoratori si trovano senza più nulla, da un giorno all’altro. Doveva essere un giorno di mare, sarà invece il primo giorno di lotta. Si danno immediatamente appuntamento davanti ai cancelli e, in non molto, riescono a entrare. Da quel momento prendono fisicamente il controllo della fabbrica. “Abbiamo una squadra di lavoratori che sorveglia tutto il perimetro dello stabilimento” prosegue Moretti al Ri-Make, “7 giorni su 7, 24 ore su 24. Da allora siamo in assemblea permanente, abbiamo votato un regolamento e tutte le decisioni vengono prese insieme. Ce la siamo ripresa, ora la <em>bambina </em>la stiamo curando noi”.</p>



<p>Probabilmente questa storia non sarebbe mai stata possibile se gli operai non avessero alle spalle un percorso maturato negli anni. Anni di confronti, di unità, di lotte. Una reazione così rapida e organizzata arriva per forza da più lontano. “Nei nostri primi anni in fabbrica assistevamo a divisioni sindacali interne basate sulla tessera che si aveva in tasca, una divisione che dal vertice delle organizzazioni si rifletteva poi anche tra i lavoratori. Durante le assemblee si arrivava a uno scontro vero e proprio. Quando noi siamo diventati RSU ci siamo detti che quello scontro non doveva essere nostro, che non avrebbe fatto parte della nostra azione sindacale. Per vincere quelle divisioni abbiamo fatto un patto: decidere sempre e comunque con la nostra testa e portare avanti una linea comune. Quel modo di lavorare è stato l’embrione del Collettivo di fabbrica, che oggi porta avanti la nostra lotta.” </p>



<p>La struttura sindacale interna in GKN vede al suo vertice l’assemblea generale dei lavoratori e una RSU composta da 7 delegati e un RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza). Annualmente la RSU nomina, su approvazione dell’assemblea generale, 12 delegati di raccordo distribuiti nei vari reparti di produzione, sul modello dei consigli di fabbrica degli anni ‘70. In aggiunta, gli operai della GKN hanno costituito un gruppo aperto a tutti i lavoratori che consente alla RSU e ai delegati di raccordo di approfondire, fuori dall’orario di lavoro, le questioni discusse in assemblea: è questo il Collettivo di fabbrica, un luogo di confronto che di norma conta intorno alle 40-50 presenze.</p>



<p>Questo modo di operare ha permesso al Collettivo di conquistare una grande credibilità tra i lavoratori e una forza contrattuale considerevole nella discussione sindacale: “Dal 2008 abbiamo cominciato a prendere la fabbrica in mano: attraverso la lotta e l’organizzazione interna, per esempio, abbiamo fatto in modo che da noi, e in tutte le ditte in appalto, la modifica dell’articolo 18 non valga: il riferimento è ancora l’articolo 18 degli anni ‘70. Ci ispiriamo proprio alle forme rappresentative di quegli anni. Quando Melrose è arrivata qui ha trovato questo tipo di organizzazione, cosa che non è accaduta negli altri stabilimenti GKN”.</p>



<p>Da qui è partita la chiamata a “insorgere” del 18 luglio: da un collettivo di fabbrica di un’azienda di medie dimensioni che è riuscito, appena due mesi dopo, a mobilitare migliaia di persone su scala nazionale. Non si vedeva una reazione simile da parecchio tempo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Unire le lotte</h4>



<p>“Tutti gli operai devono stare davanti!” Il corteo parte quando sono passate da poco le tre e mezza. Alcuni lavoratori in maglietta blu si sono attardati tra la folla festante e vengono richiamati dai loro compagni. Immediatamente, come piccole gocce di mercurio che si ritrovano, ricompongono il blocco di testa. È uno scandire incessante di tamburi e di canti. Davanti a tutti, protetto da due cordoni del servizio d’ordine, il Collettivo di fabbrica. Cantano, urlano, battono le mani, trascinano quella marea ordinata che avanza dietro di loro. A separarli dal resto del corteo è il gruppo di donne in maglia arancione: si tengono per mano, quasi a voler saldare l’unione tra il gruppo di testa e la folla al seguito. Man mano che avanza, il corteo si aspetta. Divora l’asfalto, poi si ferma, riparte. Canta e si ascolta cantare. Sembra riprendere fiato. Procede compatto sotto gli occhi dei passanti che si affacciano ai lati, che applaudono, che incitano, che vogliono testimoniare il loro sostegno.</p>



<p>Appena uscito dai giardini della Fortezza, il corteo si dirige verso viale Strozzi, uno dei viali di Circonvallazione che attraverserà nel percorso: un tributo dichiarato, simbolico, alla manifestazione no-global tenutasi in occasione del Social Forum di Firenze del 2002, quando più di mezzo milione di persone da tutto il mondo si riversarono nelle strade della città. Poco più avanti, superata la via adiacente al binario 16 della stazione di Santa Maria Novella, il percorso imbocca un sottopasso. Le pause si fanno più lunghe, quasi fosse quel luogo a richiederlo. Nel tunnel illuminato dal rosso dei fumogeni, un coro si prende la scena, lo stesso che si cantava al ritrovo, quello che fin dal primo giorno accompagna la lotta del Collettivo di fabbrica. Isolati tra le pareti del tunnel lo cantano tutti, e lo cantano insieme: “Occupiamola, fino a che ce ne sarà…” Le voci prendono sempre più forza, tra i lavoratori qualcuno piange e si abbraccia: in quella frazione di spazio in cui il tempo sembra sospeso, la famiglia la sentono addosso.</p>



<p>La manifestazione avanza, tra canti, fumogeni, ancora altri cori. A metà percorso si ferma, alcuni lavoratori prendono la parola e tutti osservano un minuto di silenzio per l’ennesimo operaio morto in fabbrica, la sera prima in un&#8217;azienda di Campi Bisenzio. Il corteo prosegue fino ad arrivare a piazzale Michelangelo, capolinea della manifestazione, intorno alle 20. Il numero esatto di partecipanti è impossibile da stabilire: il Collettivo comunica 40.000 persone, mentre la cronaca del giorno dopo parlerà di 20.000. Sia come sia, la manifestazione arriverà a dispiegarsi lungo un intero chilometro.</p>



<p>Nel piazzale, il corteo si raggruppa ai piedi di un piccolo palco. A chiudere la giornata un messaggio che arriva forte e chiaro: è ora di unire le lotte, di lavorare insieme per creare una contrapposizione reale, un movimento di massa che combatta per i propri diritti di lavoratori. “Noi non siamo una lotta minoritaria, non ci interessa far polemica di bottega, non ci interessa segnare il punto nel dibatto politico. Per noi questa visibilità è un onere, non è un onore”, scandisce Salvetti del Collettivo di fabbrica. “Però alla fine è semplice: se ci sono delle vertenze in crisi le si uniscono, se ci sono delle lotte le si coordinano, le si convoca nella stessa piazza. È semplice. Se hai una manifestazione come questa ti chiedi anche se non sia arrivato il momento di convocare lo sciopero generale, prima regionale e poi nazionale e di unire le vertenze. È questa la domanda che rimane sospesa a ogni organizzazione politica e sindacale di questo Paese: lo sciopero generale, se non ora quando?”</p>



<p>Intanto, a due giorni dalla manifestazione, il Tribunale del Lavoro di Firenze ha accolto il ricorso presentato dalla Fiom contro i licenziamenti collettivi che sarebbero scattati il 22 settembre, stabilendo che l’azienda ha violato l’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori (condotta antisindacale) non avendo posto in essere “le procedure di consultazione e confronto” con il sindacato come invece previsto anche da un accordo aziendale del luglio 2020. Per ora le lettere di licenziamento sono state bloccate, quindi. Se questo si rivelerà solamente un modo per far calmare le acque e giungere comunque al licenziamento e alla chiusura, oppure se sia il primo passo verso un finale ancora da scrivere, lo capiremo presto.</p>



<p>“La mobilitazione continua perché non c&#8217;è salvezza fuori dalla mobilitazione” è stata la risposta del Collettivo di fabbrica alla sentenza, “e perché ci sono trent&#8217;anni di attacchi al mondo del lavoro da cancellare. Stiamo imparando tante cose in questa lotta. Iniziamo anche a masticare qualcosa di finanza. E quindi, fossimo un azionista PLC Melrose inizieremmo a pensare che forse i nostri soldi non sono proprio in buone mani. Inizieremmo a diversificare il portafoglio. È una semplice opinione, sia chiaro. Noi non siamo azionisti del resto. Siamo gli operai GKN. E questo è quanto. Noi non giochiamo in Borsa. Facciamo semiassi. E insieme a tutti voi, noi insorgiamo.”</p>



<p>E due giorni dopo, il 24 settembre, i lavoratori GKN erano a Roma a manifestare accanto ai lavoratori Alitalia.</p>
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			</item>
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		<title>Dove si pone il limite? Un sistema economico inaccettabile</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dove-si-pone-il-limite-un-sistema-economico-inaccettabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:21:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[bolla finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<category><![CDATA[quantitative easing]]></category>
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					<description><![CDATA[Anno 2020, economia e finanza: la prima crolla, la seconda nuota in un mare di liquidità. Pil mondiale -3,5%, reddito da lavoro globale -8,3%, indice delle Borse Msci World +11,5%. La bolla Bitcoin, le penny stocks, GameStop: speculare con i sussidi pubblici]]></description>
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<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Anno 2020, economia e finanza: la prima crolla, la seconda nuota in un mare di liquidità. Pil mondiale -3,5%, reddito da lavoro globale -8,3%, indice delle Borse Msci World +11,5%. La bolla Bitcoin, le penny stocks, GameStop: speculare con i sussidi pubblici</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Mettiamo insieme alcuni dati.</p>



<p>Il 26 gennaio il Fondo monetario internazionale aggiorna il World Economic Outlook sull’economia globale del 2020: nell’anno della pandemia da Covid-19, il Pil mondiale registra un calo del 3,5%. Un numero senza precedenti, evidenzia il documento. Con l’eccezione della Cina (e altre economie asiatiche, come il Vietnam), in territorio positivo, i dati sono negativi (vedi Grafico 1, pag. 7): si va dal -11,1% della Spagna al -7,2% dell’Eurozona al -3,4% degli Stati Uniti, e via a seguire. Per tornare ai livelli pre-pandemia, sottolinea il report, non basteranno né il 2021 né il 2022, e i numeri previsionali sono aleatori perché molto dipende dalle campagne di vaccinazione, da eventuali nuove ondate, dalle varianti del virus che si affacceranno. Una sola cosa è certa: la crisi economica lascerà povertà e diseguaglianza, e spingerà 90 milioni di persone in una indigenza estrema tra il 2020 e il 2021.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="600" height="437" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1.jpg" alt="" class="wp-image-4806" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1-300x219.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Il 25 gennaio l’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL) pubblica la settima edizione della “Nota OIL Covid-19 e il mondo del lavoro. Stime e analisi aggiornate sull’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro”. Lo studio (vedi Grafico 2, pag. 9) stima al 8,8% la perdita delle ore lavorate a livello globale nel 2020, pari a 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno (calcolati su una settimana lavorativa di 48 ore); è una perdita quattro volte superiore a quella registrata nella crisi del 2009. Parallelamente il reddito da lavoro mondiale è diminuito del 8,3%, per un importo di 3.700 miliardi di dollari, corrispondenti al 4,4% del Pil globale (dato che però non prende in considerazione le misure di sostegno al reddito messe in atto nei diversi Paesi, che hanno momentaneamente mitigato l’impatto della recessione). Le previsioni per i prossimi 12 mesi vanno da uno scenario ottimista a uno pessimista, in entrambi i casi non basterà il 2021 per uscire dalla crisi.</p>



<p>Questo per quanto riguarda l’economia reale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="313" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2.jpg" alt="" class="wp-image-4807" style="width:600px;height:313px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Fonte: Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL), Nota OIL Covid-19 e il mondo del lavoro. Stime e analisi aggiornate sull’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro, 25 gennaio 2021</figcaption></figure>
</div>


<p>Se ci spostiamo su quella finanziaria, prima di tirare le somme dell’anno del Covid è significativo andare al 7 dicembre scorso, quando al Chicago Mercantile Exchange (il principale mercato di titoli derivati sulle commodity) viene per la prima volta quotato un <em>future</em> sull’acqua. Senza entrare in tecnicismi, per quanto l’operazione in sé sia circoscritta – il sottostante del <em>future</em> è il Nasdaq Veles California Water Index, l’indice che rappresenta il prezzo di riferimento dei diritti sull’acqua in California – essa rappresenta il passo iniziale verso la speculazione finanziaria su una risorsa unica e indispensabile alla vita. Nessuno nel mondo finanziario aveva osato tanto, fino a oggi. E non sono secondari due aspetti. L’operazione è stata fatta in piena pandemia, quindi con l’attenzione dell’opinione pubblica rivolta ad altro, e in una fase di crisi mai conosciuta finora, per tipologia, complessità e ampiezza – economica, sociale, politica, sanitaria ecc. Seconda questione: il primo titolo potenzialmente speculativo sull’acqua guarda alla California, terra contraddistinta negli ultimi anni da siccità e incendi, e quindi scarsità d’acqua.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="323" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3.jpg" alt="" class="wp-image-4808" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3-279x300.jpg 279w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 3. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Il 31 dicembre arrivano infine i dati 2020 dei mercati finanziari: l’Msci World, l’indice globale che sintetizza l’andamento delle Borse azionarie dei Paesi avanzati, segna +11,5% – con i dovuti distinguo da Paese a Paese (vedi Grafico 3, pag. 10), che non dipendono da quanto duramente abbia colpito il virus (basta guardare gli indici statunitensi) ma dalla tipologia delle aziende quotate, ossia quanto sul listino complessivo pesino i titoli tecnologici, farmaceutici ecc., la cosiddetta “lockdown economy” (1). In aggiunta, nei primi giorni del 2021 arrivano nuovi record, con la capitalizzazione mondiale delle Borse che raggiunge 103 mila miliardi di dollari – superiore al Pil del pianeta, fermo intorno a 88 mila miliardi. Questo per quanto riguarda le azioni. Si affianca poi un mercato globale delle obbligazioni di 60 mila miliardi fra titoli di Stato e corporate (ossia emessi da imprese). Da questi numeri è infine escluso il mercato dei derivati finanziari pari, in valore nominale, a circa 33 volte il Pil mondiale.</p>



<p>Nell’anno della pandemia quindi, globalmente, la finanza ha manovrato miliardi di dollari e registrato guadagni, mentre altrettanto globalmente il mondo reale andava (e continua ad andare) in pezzi, dal punto di vista economico, politico, sociale, umanitario.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un mare di liquidità</h4>



<p>Nessun analista finanziario ha più il coraggio di negare la bolla, anzi, ormai tutti ne parlano esplicitamente. Ma questa presa d’atto non crea di per sé criticità. Wall Street è in fase rialzista da dodici anni, non è storicamente mai accaduto; la bolla era già evidente negli ultimi mesi del 2019 (2) e la pandemia l’ha ulteriormente gonfiata. Ma tutto prosegue come nulla fosse. I fondamentali economici delle imprese (investimenti, fatturato, produttività, utili ecc.) non hanno più alcuna relazione con le loro quotazioni azionarie: semplificando, tutti comprano, e il prezzo delle azioni sa-le per la sola legge della domanda e dell’offerta. Anche nel mercato obbligazionario tutti comprano, e per la stessa dinamica 18 mila miliardi di bond, quasi un terzo del mercato, registra attualmente tassi di interessi negativi, mentre i rendimenti medi positivi sono sotto lo 0,5%; accanto, i tassi USA dei junk bond, le obbligazioni con rating ‘spazzatura’, sono scesi al 3,96%, il dato storicamente più basso (vedi Grafico 4, pag. 13).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="476" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4.jpg" alt="" class="wp-image-4809" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4-300x238.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 4. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Ma tutti comprano con quali soldi, nel momento in cui l’economia mondiale è in recessione, la disoccupazione aumenta, la povertà cresce? Questo è il punto.</p>



<p>9.000 miliardi di dollari, più del 10% del Pil mondiale, è la cifra che fino a oggi le banche centrali hanno iniettato nel mercato finanziario, tramite le operazioni di Quantitative easing, per rispondere alla pandemia. 9.000 miliardi di liquidità, 9.000 miliardi di nuova moneta <em>stampata</em> per comprare titoli di Stato, obbligazioni aziendali, titoli cartolarizzati dal sistema bancario. Tuttora la sola Fed immette 120 miliardi al mese nei circuiti finanziari e fino a dicembre 2020 la Bce ne ha iniettati 140, prevedendo ora di continuare, con un approccio flessibile per quantità mensile, fino a marzo 2022. Per dare un’idea delle proporzioni, nel solo 2020 la crescita monetaria della Banca centrale statunitense è stata del 22,2%, contro una media negli ultimi dieci anni sotto il 5%. C’è talmente tanto denaro che circola nella finanza e che non si riversa in una economia reale bloccata, che fondi d’investimento, banche, broker, trader&#8230; non sanno più dove collocarlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La follia Bitcoin</h4>



<p>Diversificazione’ è la parola chiave di qualsiasi portafoglio d’investimento, sia esso speculativo o di risparmio. Lasciando da parte i derivati – per quanto anche sui quei mercati ci si muova nella logica di rischio e copertura – azioni e obbligazioni hanno sempre avuto la funzione di compensarsi: l’azione è un rischio, l’obbligazione con un buon rating è una certezza. Con la prima posso guadagnare tanto o perdere parecchio, potenzialmente anche tutto il capitale investito, con la seconda l’utile è risicato perché il tasso di interesse sulla cedola è basso, ma il capitale è come fosse in cassaforte.</p>



<p>Più le banche centrali hanno iniziato a inondare di liquidità il sistema, più gli investitori hanno comprato, sentendosi ‘coperti’ dall’approvvigionamento di denaro del Quantitative easing che garantisce il sostegno al mercato; più gli acquisti crescevano, più le quotazioni delle azioni so-no salite per il solo effetto della domanda, gonfiando la bolla e perdendo i legami con i fondamentali economici delle imprese; come conseguenza, la parte azionaria del portafoglio è divenuta sempre più rischiosa. A quel punto, gli investitori hanno iniziato ad acquistare in massa anche obbligazioni, a compensare il rischio; e più c’è stata domanda di obbligazioni – spinta dallo stesso Qe, in quanto anche le banche centrali comprano obbligazioni – più i rendimenti delle cedole sono calati, fino a entrare in territorio negativo. Arrivando al paradosso che l’investitore oggi <em>pa-ga</em> per mettere il proprio denaro in una obbligazione sicura anziché riceverne una rendita, per quanto minima. È quindi scattata la caccia al ‘be-ne rifugio’, alla ‘riserva di valore’, ossia titoli, asset, investimenti in grado di garantire, perlomeno, il capitale – ancora meglio vederlo accrescere – e quindi trasferire potere di acquisto dal presente al futuro; titoli capaci di compensare i rendimenti sotto zero delle obbligazioni e tutelare gli investimenti in caso di esplosione della bolla finanziaria e conseguente tracollo dei mercati.</p>



<p>Tra le valute, il dollaro è storicamente un bene rifugio, ma oggi può esserlo solo in parte a causa dell’enorme liquidità presente sul mercato e dell’attuale instabilità geopolitica tra USA, Europa e Cina; c’è anche chi paventa un futuro rischio inflazione, nel momento in cui il virus sarà messo sotto controllo e l’economia statunitense ripartirà a ritmo veloce. L’oro è un bene rifugio da sempre, e infatti ha visto impennare le quotazioni. Ma non basta. C’è troppo denaro, serve qualcos’altro per bilanciare il portafoglio. E così le banche d’affari hanno deciso, da un giorno all’altro, che anche il Bitcoin è un investimento sicuro, un bene rifugio.</p>



<p>Di Bitcoin abbiamo già scritto: caratteristiche tecniche e politiche, quando nasce, che cos’è, come funziona e come circola (3). Quando appare oltre i circuiti degli acquisti illegali del dark web, la finanza ne prende le distanze: la tecnologia è nuova e la ‘creazione’ della criptovaluta si sottrae al controllo di qualsiasi autorità centrale istituzionale. “Bitcoin è una truffa, non è una cosa reale, alla fine verrà chiuso. È una bolla finanziaria peggiore di quella dei tulipani, non finirà bene, qualcuno ci resterà secco. Le valute hanno un supporto legale, Bitcoin esploderà.” Parole di Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, a settembre 2017. Dimon aveva ragione, sul piano tecnico e logico, e il Bitcoin del 2017 è lo stesso di oggi. Eppure tutte le banche d’affari, JPMorgan compresa, oggi ci investono miliardi di dollari.</p>



<p>Tutto inizia a muoversi a metà ottobre 2020: improvvisamente la narrazione sul Bitcoin, cambia. Sempre più analisti finanziari iniziano a dichiarare che quelli nella criptovaluta sono investimenti a lungo termine, per tenere, non speculativi; che Bitcoin è un bene rifugio al pari dell’oro; che è un investimento sicuro, anche se contempla ancora rischi, perché le posizioni lunghe degli investitori istituzionali ne mitigano l’alta volatilità di prezzo che l’ha sempre caratterizzato (rapide impennate e vorticose cadute); dichiarano infine che in futuro diventerà una moneta tra le più diffuse, una ‘valuta di scambio’ – ossia per uso commerciale, che utilizzo per acquistare e vendere beni e servizi. E così la quotazione, che tra maggio e ottobre oscillava semi-addormentata tra 9.000 e 10.000 dollari, inizia a salire, arrivando a gennaio 2021 a toccare 40.000 dollari. “Il Bitcoin è qui per restare” afferma ora Rick Rieder, Cio di BlackRock, mentre Citibank prevede che il prezzo possa raggiungere 300 mila dollari entro dicembre 2021 e Raoul Pal, ex di Goldman Sachs, parla di una quotazione pari a 1 milione di dollari fra cinque anni. Nel giro di tre mesi Bitcoin è passato dall’essere considerato qualcosa di sconosciuto e speculativo, caratterizzato da pericolose bolle, a bene rifugio al pari dell’oro, e ora nessun analista finanziario si esprime più in termini negativi sulla criptovaluta.</p>



<p>Siamo davanti a una disarmante follia. Non tanto perché basata, in sé, su una narrazione – molta finanza lo è, ogni bolla – ma perché la narrazione non si preoccupa nemmeno di avere una minima coerenza logica, divenendo emblematica della soglia culturale, politica, economica su cui oggi stiamo affacciati.</p>



<p>Bene rifugio e valuta di scambio. Mettendo per un attimo da parte che si ‘venda’ come bene rifugio qualcosa che fisicamente non esiste (4) – d’altronde siamo entrati in un’epoca virtuale – certamente il Bitcoin è strutturalmente deflattivo: gli corrisponde infatti una quantità finita (5), come l’oro, e quindi il suo prezzo risponde alla legge economica della scarsità – a una domanda crescente risponde un’offerta limitata, quindi la quotazione sale. Potrebbe dunque teoricamente essere un bene rifugio. Ma ciò che rende tale l’oro non è solo la scarsità: il metallo <em>prezioso</em> è considerato universalmente <em>prezioso</em> da centinaia di anni, per questo è una riserva di valore e per questo tuttora riempie i caveau delle banche centrali, anche se non gli corrisponde più l’emissione di moneta. Possiamo giocare al virtuale finché vogliamo, stabilendo culturalmente che sia reale e decidendo, da un certo momento in poi e del tutto arbitrariamente, che abbia un determinato valore: resta il fatto che attualmente il Bitcoin non è altro che una stringa alfanumerica scritta nella memoria di un computer.</p>



<p>Occorre poi mettersi d’accordo: se è deflattivo la sua quotazione è volatile, e quindi non può essere valuta di scambio ma ne rappresenta l’opposto. Una valuta di scambio vuole infatti stabilità: se avessi acquistato (o venduto) a ottobre una merce al prezzo di 1 Bitcoin avrei pagato (o incassato) 9.000 dollari: a gennaio, per la stessa merce, allo stesso prezzo di 1 Bitcoin, avrei pagato (o incassato) 40.000 dollari. Il Bitcoin non sa-rà mai una valuta di scambio, in una economia come quella attuale, data la sua quantità finita. Poter oggi pagare qualcosa in Bitcoin anziché in dollari, perché conviene in base alla quotazione del Bitcoin in questo preciso momento rispetto a quando è stato acquistato sul mercato, non lo rende una valuta di scambio. Ma è questa la narrazione che la classe dirigente finanziaria sta alimentando, nell’ottica di diffondere la criptovaluta tra i piccoli risparmiatori. Da novembre Paypal accetta Bitcoin in pagamento per i conti registrati negli Stati Uniti, e allargherà la possibilità ad altri Paesi entro la metà di quest’anno; altre realtà similari si stanno muovendo in tal senso; mentre il mercato dei derivati si ingegna per far arrivare la criptovaluta anche al pubblico retail, creando i primi ETN (Exchange Trade Note), titoli derivati che, senza entrare in tecnicismi, consentono quote minime di investimento. E la febbre del Bitcoin sale.</p>



<p>Se prima la truffa era il Bitcoin in sé, circoscritta alla consapevolezza del rischio, ora la truffa ha superato lo steccato della speculazione, coinvolgendo anche il singolo piccolo investitore. Un salto di livello, agito dalle banche d’affari, per un’unica ragione: la necessità di inventare un nuovo ‘bene rifugio’, dove poter collocare parte della liquidità immessa dalle banche centrali nei mercati finanziari. Fino al momento in cui, le stesse banche d’affari, decideranno di realizzare i guadagni fin qui solo teorici, vendendo in massa la criptovaluta, facendone crollare la quotazione. Con buona pace del piccolo investitore che pensa di utilizzarla su Paypal.</p>



<p>Si chiama speculazione. Mentre l’economia reale, bloccata dal virus, resta in recessione. Mentre disoccupazione, povertà e diseguaglianza aumentano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La speculazione dei “piccoli”</h4>



<p>Siamo al punto che finisce nella finanza anche il denaro destinato all’economia reale: perfino i sussidi erogati direttamente nel conto corrente dei cittadini statunitensi dal governo USA vanno in Borsa. Nel 2020, in corrispondenza con la loro elargizione, si è impennato il volume di scambi nel mercato delle <em>penny stocks </em>(vedi Grafico 5, pag. 14), azioni che hanno un valore nominale anche inferiore a un dollaro e quindi accessibili ai <em>trader retail</em>, i piccoli investitori che grazie al trading online e a broker come Robinhood agiscono direttamente sul mercato senza passare da fondi, banche ecc. che pongono quote minime di investimento per accedere.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="688" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5.jpg" alt="" class="wp-image-4810" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5-262x300.jpg 262w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 5. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>I trader retail si sono mossi sia acquistando direttamente azioni sia comprando <em>opzioni</em>, quindi entrando nel mercato dei derivati finanziari. Il caso GameStop si inserisce in questa logica. Non ci interessa qui affrontarne le dinamiche tecniche, bensì la narrazione positiva che ne è stata data da più parti, riassumibile in: “Il popolo di Reddit all’assalto dei fondi speculativi di Wall Street”. Di certo qui nessuno piange se gli hedge fund perdono un po’ di dollari nei loro giochi finanziari, ma non si tratta di alcuna “rivolta dei piccoli” bensì di lucrare soldi con la finanza: come è speculazione da una parte – al ribasso per gli hedge fund – lo è dall’altra – al rialzo per i trader retail. C’è ben poco di ideologico e molto di utilitaristico in una mossa finanziaria che porta guadagno: magari si potrà parlare di ideali quando la stessa mossa porterà perdite e verrà comunque attuata. O vogliamo raccontarci che il sistema della grande finanza, che muove migliaia di miliardi di dollari, può essere combattuto, modificato, messo all’angolo, dall’interno, attraverso le sue stesse regole, sotto il mantello di un nome suggestivo come Robinhood?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove si pone il limite?</h4>



<p>Il punto è che c’è qualcosa che non va, profondamente, nella radice culturale, politica ed economica, se nel momento in cui stiamo globalmente vivendo la crisi totale di una sindemia (6) i sussidi pubblici vengono utilizzati per speculare in Borsa. E davanti a questo, come possano andare a finire i giochi azionari del “popolo di Reddit” che gonfiano la bolla, o gli investimenti in Bitcoin del piccolo risparmiatore che crede alla nuova narrazione sulla criptvaluta, e se e quando saranno i trader retail a ritrovarsi con il cerino in mano, perdendo tutto, finisce per divenire una questione secondaria.</p>



<p>Il rapporto Oxfam di gennaio, intitolato “Il virus della disuguaglianza”, di cui riportiamo uno stralcio a pag. 48 e a cui abbiamo dedicato la copertina di questo numero, calcola che “i patrimoni dei 1.000 miliardari più ricchi sono tornati ai livelli pre-pandemici in soli nove mesi mentre per le persone più povere del mondo la ripresa potrebbe richiedere oltre un decennio”; e che “l’aumento della ricchezza dei miliardari dall’inizio della crisi è più che sufficiente a scongiurare che tutti gli abitanti della Terra cadano in povertà a causa del virus e a pagare il vaccino anti Covid-19 per tutti”. I “piccoli” di Robinhood e i “piccoli” che acquistano Bitcoin, mettendo il proprio denaro nella finanza, alimentano questo sistema.</p>



<p>Dove si pone il limite oltre il quale non siamo disposti ad andare? La soglia che ci fa definire inaccettabile questa realtà e questo sistema economico? Comportandoci di conseguenza, nelle nostre scelte? Perché si tratta di scelte, che prima di essere collettive sono sempre personali. Utilizzare il denaro per giocare nella finanza è una scelta, e mai come nell’ultimo anno, prima che etica e politica, è una scelta morale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Salvo diversamente indicato, i dati finanziari contenuti nell’articolo provengono da Il Sole 24 ore</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bolla-finanziaria-e-in-arrivo-la-seconda-tempesta-perfetta/" data-type="post" data-id="111" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</em></a>, Paginauno n. 64/2019</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" data-type="post" data-id="984" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018 </p>



<p class="has-small-font-size">4) Il Bitcoin è una stringa digitale alfanumerica prodotta da un software ed è contenuto in un portafoglio virtuale a chiave crittografata: se si perde il codice, si perdono i bitcoin. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018</p>



<p class="has-small-font-size">5) La formula matematica alla base del software è strutturata in modo che la creazione di Bitcoin sia finito, a termine; si è calcolato – tralasciando i dettagli tecnici – che in totale verranno creati 21 milioni di Bitcoin nel giro di 130 anni circa. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" data-type="post" data-id="984" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018 </p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Baer, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-il-virus-dei-poveri/" data-type="post" data-id="4134" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il virus dei poveri</em></a>, Paginauno n. 70/2020 </p>
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		<title>Il popolo di Trump</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-popolo-di-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed 'etnicizzazione' della working class]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed &#8216;<em>etnicizzazione</em>&#8216; della working class</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nonostante la sconfitta elettorale nelle presidenziali del 3 novembre scorso, l’America non ha abbandonato Trump: The Donald ha ottenuto 74 milioni di voti, 12 milioni in più del 2016 – il che fa di lui il candidato più votato nella storia americana, Joe Biden a parte. Il presidente uscente è riuscito a convincere più del 70% dei suoi elettori (1) che la presidenza gli sia stata sottratta con la frode, e le sue <em>truppe</em> hanno lottato con lui in tribunale, sui media e per le strade fino alla fine, quel 6 gennaio in cui fedelissimi sostenitori hanno preso d’assalto Capitol Hill per impedire che il Congresso ne certificasse la sconfitta. Durante la <em>transition</em> molto si è parlato del rifiuto di Trump di concedere la vittoria, della sua dipendenza dai social media, del suo equilibrio mentale sempre più in bilico, della nuova procedura di <em>impeachement </em>a seguito dei fatti del 6 gennaio, dell’America spaccata in due; ma quasi nessuno si è interrogato sul perché una metà degli americani continui a sostenerlo nel bene e nel male, contro ogni previsione e, a volte, anche contro il proprio interesse.</p>



<p>Dai dati finora disponibili (che non comprendono, purtroppo, un’analisi del voto postale, il cui peso, in questi tempi pandemici, è stato tutt’altro che marginale), le presidenziali del 2020 hanno finito per assomigliare molto a quelle del 2016, in palese controtendenza rispetto ai sondaggi pre-elettorali, tutti solidamente pro Biden. Lo conferma Charles H. Stewart, direttore e fondatore del MIT’s Election Data and Science Lab (2): “Ci sono stati lievi cambiamenti, ma […] molto meno drammatici di quanto ci hanno fatto credere i sondaggi. Semmai, alcune tendenze si sono rafforzate, come la prevalenza del voto <em>Dem</em> fra l’elettorato under 30. In tutti gli altri gruppi di età (30-44, 45-64, 65 e oltre) il divario fra i due contendenti è stato abbastanza ridotto”. Trump ha anche perso un po’ di appeal tra gli elettori a basso reddito, ma l’ex presidente, grazie alla sua politica fiscale, ha guadagnato tra gli elettori con redditi familiari superiori a 100.000 dollari l’anno. Pur non essendoci ancora prove concrete a riguardo, Stewart ritiene che l’aumento dell’affluenza alle urne, al livello più alto mai raggiunto storicamente (3) e determinante per il risultato finale, sia stato alimentato dal voto dei giovani e della comunità latina, due categorie che “storicamente sono state significativamente sotto-rappresentate nell’elettorato” e che hanno scelto in massima parte Biden (con l’eccezione dei giovani maschi bianchi, sostenitori di Donald Trump). Per il resto, poco o nulla è cambiato dal novembre 2016, quando gli USA hanno decretato il successo del presidente più antipolitico della storia americana.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il voto del 2016</h4>



<p>Una delle più grandi sfide che devono affrontare coloro che cercano di capire le elezioni americane è stabilire un ritratto accurato dell’elettorato statunitense e delle sue scelte. Ottenere dati precisi è difficile per tutta una serie di ragioni (fra cui la poca affidabilità degli exit poll), ma il Pew Research Center (un think tank americano apartitico con sede a Washington D.C. che fornisce dati su questioni sociali, opinione pubblica e tendenze demografiche negli Stati Uniti e nel resto del mondo) è riuscito nel 2018 ad arginare il problema introducendo un nuovo approccio, che combina, attraverso una metodologia statistica, i membri del suo panel di ricerca (il <em>National Representative American Trends Panel</em>) con i file degli elettori (che le autorità amministrative rendono disponibili alcuni mesi dopo il voto). Il Pew ha così ottenuto un gruppo di “elettori verificati”, le cui preferenze di voto nel complesso rispecchiano molto da vicino i risultati delle elezioni (4). Intervistando questi elettori verificati è stato possibile realizzare l’analisi più precisa (almeno fino a oggi) delle preferenze di voto in una elezione presidenziale, e la ricerca è divenuta la fonte più attendibile (e più citata) della nuova geografia elettorale USA.</p>



<p>Fra i fattori che sono emersi come fortemente correlati alle decisioni di voto alcuni sono noti da tempo (per esempio l’etnia), altri sono meno intuitivi (per esempio il grado di scolarizzazione). Complessivamente, i bianchi con un’istruzione universitaria di quattro anni o più costituivano il 30% di tutti gli elettori convalidati. Tra questi, il 55% ha detto di aver votato per la Clinton e il 38% per Trump. Ma nel gruppo molto più grande di elettori bianchi che <em>non</em> hanno completato il college (il 44% di tutti gli elettori), Trump ha conquistato il 64% dei voti e la Clinton il 28%: una vittoria schiacciante. Lo spostamento del voto della <em>working class</em> bianca dai candidati democratici a quelli del GOP (acronimo di Good Old Party, come viene chiamato il partito repubblicano USA) ha rappresentato la tendenza politica più importante emersa dalle elezioni presidenziali 2016.</p>



<p>Per quanto riguarda invece le preferenze raggruppate per sesso, età e stato civile, le donne hanno in maggioranza votato Clinton (il 54%, contro il 41% fra gli uomini) e il divario di genere è stato particolarmente significativo tra gli elettori convalidati più giovani di 50 anni, dove la Clinton ha ottenuto il 63% delle preferenze femminili contro il 43% di quelle maschili. Di conseguenza, il voto maschile è sostanzialmente pro Trump. Tra gli elettori sposati (il 52% del campione) Trump ha ottenuto una maggioranza del 55%; fra gli elettori non sposati la situazione si è ribaltata, favorendo la Clinton con il 58% dei voti. Nel 2016, solo il 13% degli elettori convalidati aveva meno di 30 anni, ma questa fascia d’età ha preferito decisamente la Clinton rispetto a Trump (con un margine di 58% a 28%, mentre il 14% ha sostenuto uno dei candidati terzi). Tra gli elettori dai 30 ai 49 anni, il 51% ha sostenuto Clinton, mentre Trump ha vinto tra gli elettori dai 50 ai 64 anni (51% a 45%) e fra quelli dai 65 anni in su (53% a 44%). Quindi le donne, i single e i giovani votano in maggioranza Dem, mentre le famiglie e gli anziani votano Trump.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="363" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg" alt="" class="wp-image-4873" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Dobbiamo notare, tuttavia, che anche nel 2016, così come accade di solito negli USA, le scelte degli elettori e l’affiliazione al partito sono stati quasi sinonimi. Gli elettori repubblicani convalidati hanno riferito di aver scelto Trump con un margine di 92% a 4%, mentre i democratici hanno sostenuto la Clinton con un 94% a 5%. Il circa un terzo (34%) dell’elettorato che si è identificato come indipendente ha diviso i suoi voti in modo quasi equo (43% Trump, 42% Clinton).</p>



<p>Analogamente, il voto del 2016 è stato fortemente correlato alla coerenza ideologica. Collocando gli intervistati in cinque categorie che vanno da “coerentemente conservatore” a “coerentemente liberale” sulla base di una scala composta da dieci valori politici (di cui fanno parte per esempio le opinioni sull’etnia, l’omosessualità, l’ambiente, la politica estera e la rete di sicurezza sociale), praticamente tutti gli elettori convalidati con valori coerentemente liberali hanno votato per Clinton (95%), mentre quasi tutti quelli con valori coerentemente conservatori hanno scelto Trump (98%). Coloro che avevano opinioni conservatrici sulla maggior parte dei valori politici (“prevalentemente conservatori”) hanno favorito Trump (87% a 7%), mentre la Clinton ha vinto, ma in misura meno schiacciante, fra i “prevalentemente liberali” (78%-13%). Fra gli elettori con un profilo ideologico misto (un terzo del totale), vince di misura Trump (48%).</p>



<p>Gli elettori americani storicamente sono nettamente divisi lungo le linee religiose, e questo si è mantenuto costante anche nel 2016. I protestanti costituivano circa la metà dell’elettorato e hanno riferito di aver votato per Trump rispetto alla Clinton con un margine di 56% a 39%. I cattolici erano più equamente divisi: il 52% ha riferito di aver votato per Trump, mentre il 44% ha detto di sostenere la Clinton; tuttavia, i cattolici bianchi non ispanici hanno sostenuto Trump con un rapporto di circa due a uno (64% a 31%), mentre i cattolici ispanici hanno nettamente favorito la Clinton con uno schiacciante 78%. Fra coloro non affiliati alla religione – atei, agnostici e quanti hanno detto che per loro la religione non è “niente di particolare” – una decisa maggioranza ha dichiarato di aver votato per Clinton (65%).</p>



<p>All’interno della tradizione protestante, gli elettori si sono spaccati a seconda dell’etnia: i protestanti evangelici bianchi, a cui appartengono un elettore su cinque, sono stati costantemente tra i più forti sostenitori dei candidati repubblicani e hanno sostenuto Trump con un margine di 77% a 16% (e questo dato è quasi identico al vantaggio di 78% a 16% che Mitt Romney aveva su Barack Obama tra gli evangelici bianchi nei sondaggi del Pew Research Center alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012). Tra i bianchi affiliati al protestantesimo principale – chiese episcopali, presbiteriane, metodiste e luterane – che rappresentano il 15% degli elettori in generale, il 57% ha detto di aver votato per Trump e il 37% ha riferito di aver votato per Clinton. Clinton ha tuttavia vinto in modo schiacciante tra i protestanti neri (96% contro il 3% per Trump).</p>



<p>Infine, per quanto riguarda la distinzione in base al reddito, i democratici vincono sia tra gli elettori con i redditi più alti che tra quelli con i redditi più bassi. Gli elettori che riportano redditi familiari annuali uguali o superiori a 150.000 dollari hanno votato il partito democratico, con un margine di 59% a 39%; come pure gli elettori all’altro estremo, quelli con un reddito inferiore ai 30.000 (62% a 34%). Viceversa, gli elettori con redditi compresi fra 30.000 e i 74.999 dollari hanno scelto in maggioranza il Partito Repubblicano (54% a 44%).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profili demografici e politici degli elettori USA</h4>



<p>Come è facile immaginare, le coalizioni che hanno sostenuto i due candidati nella corsa alle presidenziali sono molto diverse fra loro. Queste differenze rispecchiano gli ampi cambiamenti avvenuti nelle composizioni dei due partiti, che sono oggi più dissimili, dal punto di vista demografico, di quanto sia mai accaduto negli ultimi due decenni. La coalizione democratica raccoglie il voto femminile (61% alla Clinton); gli elettori giovani (il 48% degli elettori Dem ha meno di 50 anni); i cittadini con un alto grado di istruzione (il 43% sono almeno laureati); e circa un terzo degli elettori (il 32%) che vive in un contesto urbano. Viceversa, la coalizione GOP è molto più semplice da definire dal punto di vista demografico: i bianchi costituiscono quasi 9 su 10 sostenitori di Trump (88%); di questi, il 63% non ha un diploma di laurea e il 35% abita in una zona rurale.</p>



<p>Si delineano quindi tre punti fondamentali di discontinuità fra l’elettorato Democratico e Repubblicano statunitense: l’etnia, il livello di scolarizzazione e la zona geografica di appartenenza. Queste differenze sostanziali sono alla base delle divisioni profonde che scuotono oggi gli USA e vedono scontrasti in blocchi contrapposti i bianchi contro i neri, le persone ben istruite contro coloro che hanno a disposizione un’istruzione solo di base e gli Stati rurali contro quelli delle fasce costiere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La working class: ‘etnicizzare’ la situazione economica</h4>



<p>Chi sono gli elettori della <em>working class bianca</em> che costituisce il bacino elettorale più importante di Trump, la cosiddetta ‘base’? Negli USA, i cittadini bianchi senza un’istruzione superiore (<em>college degree</em>) sono spesso chiamati ‘classe operaia’, ma questa etichetta viene usata in modo piuttosto semplicistico. In realtà, la base trumpiana non è composta tanto da ‘colletti blu’, cioè da operai e lavoratori edili, quanto da un mix socioeconomico definito <em>sia</em> dai livelli di reddito, <em>sia</em> dai livelli di istruzione, e cioè da coloro che non hanno un diploma di laurea e che hanno un reddito familiare annuo inferiore alla mediana USA (5). Comprende anche i proprietari di piccole imprese e coloro che lavorano nei servizi, spesso con profili impiegatizi (i cosiddetti ‘colletti bianchi’), e le donne che lavorano, per esempio, nel settore sanitario e nella cura della persona (i cosiddetti ‘colletti rosa’). </p>



<p>In effetti, nel 2016 Trump non ha guadagnato la sua quota maggiore di voti tra i bianchi più poveri d’America, ma tra quelli della ‘classe media’ (un’etichetta <em>catch-all</em> usata per descrivere tutti coloro che si collocano tra i ricchi e chi vive sotto la soglia di povertà). Secondo <em>Identity Crisis: the 2016 Presidential Campaign and the Battle for the Meaning of America</em> (autori John Sides, Michael Tesler e Lynn Vavreck), un libro ampiamente lodato sulle elezioni del 2016, Trump avrebbe “etnicizzato” la situazione economica (<em>racialised economics</em>) promuovendo con successo presso gli americani bianchi “the belief that undeserving groups are getting ahead while your group is left behind”, cioè la convinzione che i gruppi etnici meno meritevoli stessero migliorando il proprio status mentre i bianchi venivano lasciati indietro. Così, nel 2016, sono stati gli elettori bianchi a infilare Trump nello studio ovale, con un sonoro 54% contro il 39% della Clinton, e le prime stime del voto 2020 (sebbene ancora incomplete o parzialmente inesatte) mostrano che The Donald ha addirittura migliorato la sua performance conquistando il 57% dell’elettorato bianco (<em>versus</em> il 42% ottenuto da Joe Biden). Lo conferma un sondaggio condotto da Edison Research per il National Election Pool, che ha intervistato 15.590 elettori all’uscita dal seggio o per telefono (nel caso di voto postale) (6).</p>



<p>I bianchi sono sempre stati la chiave del successo di Donald Trump: nonostante i suoi guadagni nel 2020 anche tra gli elettori di colore e i latini, la base di Trump è sempre stata la gente bianca. E poiché gli elettori bianchi costituiscono la maggioranza dell’elettorato – il 65% secondo Edison Research – essi costituiscono di gran lunga il blocco più grande che lo sostiene.</p>



<p>Fra loro ci sono i bianchi completamente allineati con Trump, quelli che votano per la <em>whiteness</em> (la <em>bianchezza</em>) indipendentemente dallo status socioeconomico o dal livello di istruzione che hanno raggiunto, come i gruppi suprematisti bianchi, ma ce ne sono altri che sono disposti a ignorare qualche aspetto sgradevole della politica trumpiana in favore della sua posizione sulle questioni che li riguardano più da vicino. Per esempio, ci possono essere elettori che non sono d’accordo con la retorica razzista di Trump, ma non se ne preoccupano perché sono antiabortisti oppure favorevoli alle armi e contro le tasse per i super ricchi, e “possono essere in grado di distogliere convenientemente lo sguardo dalle sue politiche di separazione dei figli degli immigrati [dai genitori] perché amano la sua promessa di mettere l’America al primo posto. Invece di affrontare il motivo per cui le proteste antirazziste sono scoppiate nei piccoli paesi e nelle città di tutta la nazione, vogliono solo che le cose tornino alla normalità. A loro, <em>law and order</em> sembra una buona soluzione” (7).</p>



<p>Le donne bianche sembrano aver sostenuto Trump in numero simile o addirittura maggiore nelle ultime elezioni rispetto al 2016. Il 55% delle elettrici bianche ha votato per Trump, secondo gli exit poll di Edison Research, mentre il 43% ha votato per Biden. Il sostegno delle donne bianche per Trump ha un precedente storico: esse sono state a lungo in grado di ottenere potere in una società sessista alleandosi con la supremazia bianca. Come la storica Stephanie Jones-Rogers ha dichiarato nel 2018, “le ragazze e le donne bianche sono state in grado di esercitare il potere in questa nazione, dai suoi inizi coloniali, a causa della loro <em>whiteness</em>”, riferendosi al fatto che pur non avendo gli stessi diritti degli uomini bianchi (per esempio il diritto di voto), le donne bianche avevano il diritto di comprare e vendere schiavi (8).</p>



<p>Secondo i dati degli exit poll analizzati dal Center for Information &amp; Research on Civic Learning and Engagement, anche nel gruppo degli elettori giovani (fra i 18 e i 29 anni), i bianchi sono stati i più propensi a sostenere Trump, con il 43% delle preferenze contro il 9% ottenuto fra i giovani elettori neri, il 13% fra i giovani elettori asiatici e il 21% fra giovani elettori latini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro del voto americano</h4>



<p>Joe Biden ha fatto di tutto per rosicchiare qualche voto dalla base di Donald Trump: ha descritto la corsa presidenziale come “Scranton contro Park Avenue” (il luogo di nascita dei due contendenti), per sottolineare la sua appartenenza alla <em>middle class</em>. Ha urlato contro i tagli alle tasse per i miliardari. Ha dichiarato con orgoglio che con lui sarebbe stato un laureato in un’università statale, non un altro <em>Ivy Leaguer</em>, a sedere nello Studio Ovale. Ha adottato una linea populista in economia. E Biden ha vinto, alla fine, ma gli elettori bianchi senza titolo di studio sono rimasti fedele all’ex presidente, in barba ai sondaggi pre-elettorali (9). Le vittorie democratiche negli <em>swinging States</em> sono arrivate grazie al crescente sostegno dei sobborghi benestanti intorno ad Atlanta, Philadelphia e Detroit, dove Biden ha ampliato i suoi margini in una nuova roccaforte Democratica: gli elettori bianchi con un diploma di studio superiore. “Il fattore più importante uscito da queste elezioni è che la polarizzazione del voto rispetto al livello di istruzione in realtà è aumentata, piuttosto che diminuire come i sondaggi avevano previsto” ha detto David Shor, sondaggista Democratico. “[I Democratici] nonostante gli sforzi hanno fondamentalmente fallito nelle aree meno istruite e hanno guadagnato molto nelle aree istruite”, e anche se il nuovo presidente ha battuto Trump nel voto popolare per più di 6 milioni di voti, il futuro rema contro i democratici, perché Biden ha già cominciato a perdere voti (rispetto alla Clinton) sia fra gli elettori neri (-4%) sia, in misura maggiore, fra gli elettori ispanici (-7%, e Trump ha migliorato i suoi margini in 78 delle 100 contee a maggioranza latina).</p>



<p>Per anni, i Democratici hanno espresso fiducia nel fatto che l’elettorato sempre più vario e meno bianco del Paese avrebbe dato loro un vantaggio a lungo termine sui Repubblicani. Ma Shor (che ha lavorato per Obama nel 2012), racconta un’altra verità: dal momento che i collegi elettorali e la rappresentanza in Senato sono ‘distorti’ a favore degli Stati meno popolati dove dominano i Repubblicani (10), “ai Democratici serve il 54% del voto popolare per i prossimi sei anni per mantenere il controllo di Camera e Senato”, e di conseguenza i Dem devono iniziare a vincere negli Stati rurali e prevalentemente bianchi come l’Iowa e il Montana.</p>



<p>La quota di elettori bianchi senza titolo di studio che vota Democratico ha iniziato a diminuire dagli anni ‘60, durante l’era delle lotte per i diritti civili, quando i Democratici hanno perso il loro appeal nel profondo sud, ma il divario fra il voto delle aree rurali e quello dei centri urbani ha raggiunto nuove vette nel 2016, dopo che Trump ha vinto con una campagna basata sulla linea dura contro l’immigrazione illegale. Oggi in America “gli elettori si riconoscono di più nel partito con cui condividono opinioni sociali e culturali piuttosto che necessariamente opinioni di politica economica”, dice Matt Grossman, responsabile dell’<em>Institute for Public Policy and So</em><em>cial Research </em>alla Michigan State University, “e la stessa tendenza si ritrova nelle nazioni europee”. Con il suo marchio di populismo <em>culturale</em>, non economico, Trump ha alimentato le paure dei bianchi per le proteste razziali che sono scoppiate nelle città; ha spinto per “legge e ordine” durante la campagna; ha criticato pesantemente il movimento Black Lives Matter e ha accusato i Democratici di essere morbidi contro la violenza nera e di schierarsi contro la polizia. Ha avvertito che Biden avrebbe trasformato gli Stati Uniti in un Paese “socialista” e ha accusato i Democratici di voler cancellare il Secondo emendamento, che garantisce il diritto di possedere armi.</p>



<p>Secondo alcuni, come William Frey, autore di <em>Di</em><em>versity Explosion: How New Racial Demographics are</em><em> Remaking America</em>, l’<em>educational divide </em>rappresenterebbe un vantaggio, non uno svantaggio per i Democratici, perché la popolazione dei sobborghi e delle aree urbane, i giovani, le persone di colore e i bianchi con un’istruzione superiore sono tutti gruppi demografici in crescita, mentre gli uomini anziani, bianchi e non istruiti sono una popolazione in declino, specialmente nelle aree rurali, e questo blocco di voto sta diventando più piccolo a ogni tornata elettorale: “[I Repubblicani] stanno ancora abbracciando parti della popolazione in crescita lenta piuttosto che parti della popolazione in più rapida crescita” (11).</p>



<p>Secondo altri analisti politici, come Robert Griffin, direttore di ricerca per il <em>Democracy Fund Voter Study Group</em>, la polarizzazione dell’elettorato rispetto al grado di istruzione rappresenta nel contempo sia un vantaggio che uno svantaggio per entrambi i partiti. Dal punto di vista Repubblicano, la maggior parte degli adulti è priva di titolo di studio. Gli elettori bianchi senza laurea costituivano il 44% degli elettori nel 2016, e poiché questo gruppo è uniformemente distribuito geograficamente in tutto il Paese, i Repubblicani ne beneficiano in termini di rappresentanza nel collegio elettorale, al Senato e alla Camera. D’altra parte gli USA stanno diventando sempre più diversificati rispetto all’etnia e all’istruzione, e la quota di elettori bianchi senza istruzione superiore scende da 2 a 4 punti percentuali ogni anno.</p>



<p>Ma non tutti nel Partito Democratico sono così fiduciosi: Andrew Yang, imprenditore e politico, candidato sindaco Democratico per New York nel 2021, ha un’opinione diversa: “C’è qualcosa di profondamente sbagliato se gli americani della <em>working class</em> non votano un grande partito che teoricamente dovrebbe lottare per loro. Quindi dovete chiedervi: cosa rappresenta il Partito Democratico nelle loro menti? E nelle loro menti, il Partito Democratico, sfortunatamente, rappresenta le élite urbane costiere che sono più preoccupate di sorvegliare le varie questioni culturali che di migliorare lo stile di vita [della <em>working class</em>] che è in declino da anni” (12). Andrew Yang ha perfettamente ragione: basta rivedere il video dell’<em>Inauguration Day</em> del 20 gennaio scorso e prestare attenzione agli artisti che sono stati invitati a celebrarlo, per capire chi e cosa rappresenti oggi Joe Biden. Lady Gaga, dell’Upper West side di Manhattan, vestita in Schiapparelli Haute Couture, canta l’inno americano; Jennifer Lopez, latina del Bronx, in Chanel dalla testa ai piedi, canta <em>This</em><em> land is your land</em>; Amanda Gorman, poetessa afroamericana giovane e bellissima di Los Angeles, recita <em>The Hill We Climb</em> avvolta nel suo cappottino Prada – casualmente, tutte e tre sono anche cattoliche come il nuovo presidente. Non è sorprendente che la <em>working class</em> vada da tutt’altra parte.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’<em>education divide</em> e la <em>whiteness</em></h4>



<p>Il sistema educativo degli Stati Uniti è uno dei più diseguali nel mondo industrializzato, e gli studenti ricevono di norma opportunità di apprendimento drammaticamente diverse in base al loro <em>status</em> sociale. In contrasto con le nazioni europee e asiatiche che finanziano le scuole in modo centralizzato, il 10% più ricco dei distretti scolastici <em>pubblici</em> statunitensi spende quasi 10 volte di più del 10% più povero (13). In <em>A century of educational inequality in the United States</em>, Michelle Jackson e Brian Holzman della National Academy of Sciences of the United States of America hanno analizzato tutte le serie storiche di dati disponibili dal 1908 al 1995, dimostrando che le disuguaglianze nell’accesso a un’istruzione di qualità si sono sempre mosse di pari passo con le diseguaglianze di reddito (tranne durante la guerra del Vietnam, che ha penalizzato in modo maggiore i livelli di istruzione maschile) (14), il che significa non solo che sistemi iniqui di finanziamento scolastico infliggono un danno sproporzionato alle minoranze e agli studenti economicamente svantaggiati, ma che il sistema scolastico statunitense ha cancellato la mobilità sociale, l’essenza stessa dell’<em>American Dream</em>.</p>



<p>Su una base interstatale, queste generazioni di studenti sono concentrate principalmente negli Stati del Sud, che hanno le più basse capacità di finanziare l’istruzione pubblica, mentre su base intra-statale, molti degli Stati con le più ampie disparità nelle spese educative sono i grandi Stati industriali, fra cui Alabama, Arkansas, Illinois, Indiana, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, North Carolina, Ohio, Oregon, Pennsylvania, South Carolina, Texas e Wisconsin. Inoltre, in diversi Stati gli studenti economicamente svantaggiati, bianchi e neri, sono concentrati nei distretti rurali. E questa, certo non a caso, è esattamente (o quasi) la geografia del voto per Trump.</p>



<p>I risultati finali di queste disuguaglianze educative sono sempre più tragici. Oggi più che mai nella storia degli USA, l’istruzione non è solo il biglietto per il successo economico, ma anche per la sopravvivenza di base. Mentre vent’anni fa chi abbandonava la scuola superiore aveva due possibilità su tre di trovare un lavoro, oggi ne ha meno di una su tre, e il lavoro che riesce a trovare paga meno della metà di allora. Chi non ha successo a scuola diventa parte di una crescente sottoclasse isolata dalla società produttiva. Inoltre, i giovani e gli adulti della <em>working class</em>, preparati per lavori che stanno scomparendo, vacillano sull’orlo della mobilità sociale verso il basso. Poiché l’economia non può più assorbire molti lavoratori non qualificati a salari decenti, la mancanza di istruzione è sempre più legata al crimine e alla dipendenza dal welfare (15). E se le condizioni delle minoranze di colore sono oggetto di interesse e preoccupazione e di politiche antidiscriminazione (certo in virtù del loro peso crescente nel sistema elettorale), i poveri bianchi sono in larga parte abbandonati a loro stessi, con la <em>whiteness</em> come unico motivo di orgoglio, quella <em>whiteness </em>che un tempo assicurava uno <em>status</em> e una vita dignitosa e che ora non serve più a niente.</p>



<p>In un’intervista a Le Figaro, lo scrittore e filosofo francese Pascal Bruckner analizza il successo delle teorie indigeniste e decoloniali di matrice statunitense, cioè le teorie americane del genere, della razza e dell’identità, che riconducono tutta la storia umana a queste tre dimensioni e che in sostanza descrivono l’uomo bianco come il responsabile di tutti i mali del mondo (16). Secondo Bruckner, nelle università e nei media sarebbe in atto “una vasta opera di rieducazione che esige che coloro che definiamo bianchi rinneghino se stessi […] L’odio del bianco è innanzitutto un odio di sé da parte del bianco privilegiato. Una sorta di spettacolare autoflagellazione nella quale egli compete con altri a chi si fustiga più violentemente”. Trump, per il maschio bianco americano, è l’emblema del contrario: egli ha in sé la sua ragione d’essere, non chiede scusa nemmeno quando sbaglia, e soprattutto non concede quando perde. Non stupisce che i suoi elettori più fedeli siano disposti a mettere a ferro e fuoco Washington per garantirgli un nuovo mandato. Lui li chiama ‘patrioti’, non ‘perdenti’, e restituisce loro quella dignità che hanno perso fra le macerie del sogno americano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/">https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump">https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em><strong> </strong>La mediana è un valore statisticamente diversa dalla media: secondo il Census Bureau, nel 2016 il reddito familiare annuo mediano era di quasi 60.000 dollari, ma il valore cambia da uno Stato all’altro </p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html" target="_blank">https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7)</em><strong></strong> Cfr. <a href="https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020">https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619">https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em><strong> </strong>Il sistema americano funziona, come è noto, sul sistema dei Grandi elettori: sono gli Stati, e non il popolo, a eleggere il Presidente. Questo significa che tutti gli Stati hanno diritto a una rappresentanza, a prescindere dal numero dei loro abitanti: di conseguenza, gli Stati meno popolati vengono in qualche modo ‘favoriti’ dalla costituzione a svantaggio degli Stati costieri </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong><em> </em></strong><em></em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/" target="_blank">https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong><em> </em></strong>Cfr. <a href="https://www.pnas.org/content/117/32/19108" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/content/117/32/19108</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <em>Inequality in Teaching and Schooling: How Opportunity Is Rationed to Students of Color in America</em>, Linda Darling-Hammond, Stanford University School of Education <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/" target="_blank">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16) </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1" target="_blank">https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1</a> </p>
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		<item>
		<title>Il virus della disuguaglianza *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-virus-della-disuguaglianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[L’accusa di Oxfam International: “La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Oxfam International</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’accusa di Oxfam International: “La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua”</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La crisi del coronavirus si è abbattuta su un mondo già estremamente disuguale. Un mondo in cui uno sparuto gruppo di oltre 2.000 miliardari possedeva più ricchezza di quanta non ne potesse spendere in un migliaio di vite; un mondo in cui quasi metà dell’umanità era costretta a sopravvivere con meno di 5,50 dollari al giorno. Un mondo in cui, in 40 anni, la quota del surplus di reddito andata all’1% più ricco era oltre il doppio di quella fluita alla metà più povera della popolazione globale e in cui, negli ultimi 25 anni, lo stesso 1% più ricco ha bruciato il doppio di carbone rispetto al 50% più povero, acuendo l’attuale crisi climatica e ambientale. Un mondo in cui il crescente divario tra ricchi e poveri ha alimentato e aggravato antiche disuguaglianze di genere e razza.</p>



<p>La disuguaglianza è il prodotto di un sistema economico distorto e improntato allo sfruttamento, le cui radici affondano nei principi neoliberisti e nel condizionamento della politica da parte delle élite. Ha sfruttato ed esacerbato sistemi basati su disuguaglianza e oppressione croniche, ossia il patriarcato e il razzismo strutturale radicati nella supremazia bianca. Questi sistemi sono le cause primarie dell’ingiustizia e della povertà: generano enormi profitti, accumulati nelle mani di un’élite patriarcale bianca, sfruttando persone che vivono in povertà, donne e comunità razzializzate e storicamente emarginate e oppresse in tutto il mondo. La disuguaglianza fa sì che vi siano più malati e meno persone istruite che vivono una vita felice e dignitosa; avvelena la politica, alimenta l’estremismo e il razzismo, ostacola la lotta alla povertà, condanna molte più persone alla paura e lascia a poche la speranza.</p>



<p>Quest’estrema disuguaglianza significa che miliardi di persone vivevano già al limite delle proprie possibilità quando è scoppiata la pandemia: non avevano né risorse né alcuna forma di sostegno per resistere alla tempesta economica e sociale che essa ha creato. Oltre tre miliardi di persone non avevano accesso all’assistenza sanitaria, tre quarti di tutti i lavoratori non avevano accesso a forme di protezione sociale come il sussidio di disoccupazione o l’indennità di malattia, e nei Paesi a basso e medio-basso reddito oltre la metà degli occupati si trovava in condizione di povertà lavorativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dall’inizio della pandemia i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri</h4>



<p>Nei primi mesi della pandemia il mercato azionario ha subìto un crollo che ha causato una drastica riduzione della ricchezza finanziaria dei miliardari. Questa battuta d’arresto è stata però di breve durata: nel giro di nove mesi i 1.000 miliardari più ricchi, principalmente uomini e bianchi, hanno recuperato tutta la ricchezza che avevano perso. I governi hanno fornito alle proprie economie un sostegno senza precedenti e il mercato azionario è tornato a espandersi, facendo lievitare i patrimoni miliardari anche mentre l’economia reale si trovava ad affrontare la più profonda recessione da un secolo a questa parte. Dopo la crisi finanziaria del 2008 sono stati necessari cinque anni affinché la ricchezza dei miliardari tornasse ai livelli pre-crisi. A livello mondiale, tra il 18 marzo e il 31 dicembre 2020 la ricchezza dei miliardari ha registrato un’impennata di ben 3.900 miliardi di dollari arrivando a toccare quota 11.950 miliardi. Tale cifra è pari a quella spesa dai governi del G20 in risposta alla pandemia. Il patrimonio dei 10 miliardari più ricchi al mondo è complessivamente aumentato di 540 miliardi di dollari nei nove mesi presi in esame.</p>



<p>A seguito del blocco dei voli commerciali, in tutto il mondo sono aumentate a dismisura le vendite di jet privati. Mentre il Libano si trova ad affrontare una vera e propria implosione economica, i suoi super-ricchi vanno a rilassarsi in località di montagna. Qualsiasi Paese si prenda in esame, sono sempre i più abbienti a essere meno colpiti dalla pandemia e a recuperare più velocemente i propri livelli di ricchezza; rimangono però tra i maggiori responsabili delle emissioni di carbonio e contribuiscono in maniera più incisiva alla crisi climatica.</p>



<p>Tutto ciò accade mentre il mondo è colpito dal più grande shock economico dopo la Grande Depressione e centinaia di milioni di persone perdono il lavoro e affrontano la miseria e la fame a causa della pandemia. Questo shock è destinato a invertire il trend decrescente della povertà globale a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Si stima che nel 2020 l’aumento del numero totale di persone che vivono in povertà potrebbe essersi attestato tra 200 e 500 milioni. Ci vorranno oltre dieci anni perché il numero di persone che vivono in povertà possa tornare al livello precedente la crisi.</p>



<p>La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Vivono con una somma giornaliera che va da 2 a 10 dollari, affittano due stanze in uno slum per la loro famiglia, prima della crisi riuscivano a tirare avanti e cominciavano a sognare un futuro migliore per i propri figli. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua.</p>



<p>Di fronte a tali sofferenze è assolutamente assurdo, sia dal punto di vista logico che morale che economico, permettere che i miliardari traggano vantaggio dalla crisi. Le loro crescenti ricchezze dovrebbero invece essere usate per combattere la crisi e per salvare milioni di vite e garantire fonti di sostentamento a miliardi di persone.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Con la pandemia la disuguaglianza potrebbe aumentare come mai prima d’ora</h4>



<p>Anche se è troppo presto per avere un quadro completo della situazione, la maggior parte degli studi iniziali suggerisce che la disuguaglianza possa essere aumentata in modo significativo. Questo punto di vista è supportato dal sondaggio condotto da Oxfam tra 295 economisti di 79 Paesi, tra cui eminenti economisti mondiali come Jayati Ghosh, Jeffrey Sachs e Gabriel Zucman. L’87% degli intervistati riteneva che nel loro Paese la disuguaglianza di reddito sarebbe aumentata o fortemente aumentata a seguito della pandemia, un’opinione espressa dagli economisti di 77 Paesi su 79. Oltre metà degli interpellati riteneva inoltre che la disuguaglianza di genere sarebbe probabilmente o molto probabilmente aumentata, e oltre due terzi pensavano lo stesso in merito alla disuguaglianza razziale. Due terzi dei partecipanti al sondaggio ritenevano inoltre che i loro governi non avessero un piano adeguato e coerente di lotta alle disuguaglianze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il coronavirus ha acuito le disuguaglianze preesistenti</h4>



<p>La pandemia ha colpito molto più duramente le persone in stato di povertà rispetto ai ricchi e ha avuto effetti particolarmente devastanti sulle donne, la popolazione di colore, gli afro-discendenti, i popoli indigeni e le comunità storicamente emarginate e oppresse in tutto il mondo. Le donne, e in misura maggiore le donne razzializzate, sono più esposte degli uomini al rischio di perdere il lavoro a causa del coronavirus. In America Latina gli afro-discendenti e i popoli indigeni, già emarginati, hanno subìto conseguenze peggiori rispetto al resto della società, sono più esposti al rischio di morte e ancora di più al rischio di povertà.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Salute</h4>



<p>Il coronavirus ha portato alla luce le fragilità di sistemi sanitari pubblici scarsamente attrezzati e sottofinanziati; ha inoltre rivelato i limiti dei sistemi sanitari privati, basati sul privilegio dei più ricchi, in momenti di crisi come quella che stiamo affrontando. La probabilità di morire per Covid-19 è molto più alta per chi è povero e probabilmente è ancora più elevata per gli appartenenti alle comunità di colore o indigene. In Brasile, ad esempio, gli afro-discendenti sono molto più esposti al rischio di morte rispetto ai brasiliani bianchi. Se il loro tasso di mortalità fosse uguale a quello dei bianchi, a giugno 2020 oltre 9.200 afro-discendenti sarebbero stati ancora vivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Istruzione</h4>



<p>Nel 2020 oltre 180 Paesi hanno temporaneamente chiuso le proprie scuole. Nel periodo di chiusura simultanea, quasi 1,7 milioni di bambini e ragazzi sono rimasti a casa. Nei Paesi più poveri la pandemia ha privato gli alunni di quasi quattro mesi di frequenza scolastica, contro le sei settimane dei Paesi ad alto reddito. Si stima che la pandemia cancellerà i benefici ottenuti grazie ai progressi globali degli ultimi 20 anni nel campo dell’istruzione femminile, con conseguente aumento della povertà e della disuguaglianza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro e mezzi di sostentamento</h4>



<p>Centinaia di milioni di posti di lavoro sono andati persi a causa della pandemia. L’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza (CRI, Commitment to Reducing Inequality) pubblicato da Oxfam e Development Finance International rivela che 103 Paesi sono andati incontro alla pandemia con almeno un terzo della propria forza lavoro privo di diritti e tutele, quali ad esempio l’indennità di malattia. La crisi del coronavirus ha messo brutalmente a nudo le disuguaglianze nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, il 90% dei lavoratori nel quartile di reddito superiore ha diritto ai congedi di malattia retribuiti, mentre nel quartile inferiore solo il 47% gode di tale diritto. Nei Paesi a basso reddito il 92% delle donne svolge lavori informali, pericolosi o insicuri. La pandemia ha anche causato una crescita esponenziale dei lavori sottopagati o non retribuiti, svolti prevalentemente da donne e in particolare da donne appartenenti a gruppi emarginati per motivi razziali ed etnici. Una catastrofica perdita di reddito non bilanciata da adeguate misure di supporto ha determinato un aumento incontrollato della fame: secondo stime di pochi mesi fa, entro la fine del 2020 almeno 6.000 persone al giorno sarebbero morte per fame conseguente al Covid-19.</p>



<pre class="wp-block-preformatted"> 
<strong>Il costrutto sociale della razza</strong>
Oxfam usa il termine razza non come categoria biologica ma come costrutto sociale. L’espressione “gruppi razzializzati” è usata in riferimento a tutti quei gruppi che non godono dei privilegi della popolazione bianca a causa di processi di razzializzazione determinati da specifiche dinamiche sociali. Un sistema sociale razzializzato è “un sistema in cui i livelli economici, politici, sociali e ideologici sono parzialmente determinati dalla collocazione dei soggetti in categorie o gruppi razziali”. Alcune società sono altamente razzializzate; in altre la stratificazione non si esplica a livello di razza ma di etnia all’interno dello stesso contesto razziale, come in molti Paesi africani e asiatici, oppure a livello di  casta in quei Paesi dove il sistema di caste costituisce la principale forma di oppressione sistemica.
 La specificità è importante quando si parla di gruppi razzializzati. Questo documento utilizza i termini neri, afro-discendenti, popoli indigeni e comunità storicamente emarginate e oppresse per fornire la più ampia specificità possibile. Il termine ha tuttavia dei limiti: non menziona in modo specifico altre identità razziali o etniche che sono incluse nella voce “comunità storicamente emarginate e oppresse”. </pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Rapporto Oxfam International, gennaio 2021, disponibile integralmente qui <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/Sintesi_report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza_FINAL.pdf">https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/Sintesi_ report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza_FINAL.pdf</a>. In questo estratto non sono riportate le note a piè di pagina, relative alle fonti documentali dei dati inseriti nel rapporto, che si possono trovare nel testo completo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Epidemie di sistema</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/epidemie-di-sistema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 19:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4130</guid>

					<description><![CDATA[I documenti del World Economic Forum. Dal 2015 con Ebola l’élite economica si prepara a gestire le epidemie per trarre profitto da una collaborazione pubblico/privato, ma le caratteristiche del Covid-19 l’hanno colta impreparata: la simulazione di Event 201 aveva sbagliato lo scenario e paga il just in time e l’incapacità politica. Consapevole che deforestazione, allevamenti intensivi e globalizzazione le favoriscono, con il Covid accelera l’organizzazione per gestire la prossima]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I documenti del World Economic Forum. Dal 2015 con Ebola l’élite economica si prepara a gestire le epidemie per trarre profitto da una collaborazione pubblico/privato, ma le caratteristiche del Covid-19 l’hanno colta impreparata: la simulazione di Event 201 aveva sbagliato lo scenario e paga il <em>just in time </em>e l’incapacità politica. Consapevole che deforestazione, allevamenti intensivi e globalizzazione le favoriscono, con il Covid accelera l’organizzazione per gestire la prossima</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">World Economic Forum, Global Health Security, gennaio 2019: “La quantità e la diversità degli eventi pandemici è aumentata nel corso degli ultimi trent’anni, una tendenza che si prevede si intensificherà. […] La globalizzazione ha reso il mondo più vulnerabile agli impatti sociali ed economici derivanti da focolai di malattie infettive. Una stima di potenziali pandemie per il 21° secolo ne quantifica il costo economico annuale in 60 miliardi di dollari. Un’altra stima misura il costo di una pandemia per influenza in 570 miliardi di dollari l’anno […] Gli economisti valutano che, nei prossimi decenni, le pandemie causeranno perdite economiche medie annue dello 0,7% del Pil globale – una minaccia di dimensioni simili a quella stimata per il cambiamento climatico. È un livello di rischio che le imprese non possono più permettersi di ignorare”.</p>



<p>Da questo documento non trascorrono nemmeno dodici mesi che sul pianeta si diffonde la pandemia di Covid-19. In realtà, il World Economic Forum (WEF), noto per l’annuale incontro a Davos, parla di “rischio epidemie” fin dal 2015. Tuttavia, ciò che emerge dalla lettura dei diversi documenti è che ben poco, nella pandemia di Covid-19, è andato come il grande capitale delle multinazionali ipotizzava, prevedeva, cercava di organizzare. Ne è stato travolto – checché ne dicano ipotesi complottiste varie circolanti in rete, nell’area politica di destra come di sinistra. Ciò non significa che non abbia l’obiettivo di gestire le future epidemie per trarne profitto, come vedremo, e che ora non stia cavalcando quella attuale per uscire da una crisi strutturale (1). </p>



<h4 class="wp-block-heading">Ebola, 2015</h4>



<p>Il “Managing the Risk and Impact of Future Epidemics: Options for Public-Private Cooperation” (2) del giugno 2015, analizza quanto accaduto durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale tra il 2013 e il 2015, per trarne ‘insegnamento’. La chiave di lettura è chiaramente quella capitalistica: “Le epidemie possono devastare le economie e minacciare i grandi investimenti delle multinazionali come quelli delle piccole imprese. Pertanto, mentre molte aziende sono costrette ad agire in base a un senso di responsabilità sociale d’impresa, per un numero crescente di società intervenire, proteggendo operazioni e mercati contro queste minacce, è anche un buon affare. Inoltre, poiché le epidemie possono oggi trasformarsi rapidamente in crisi globali, esse possono avere un impatto anche su quelle imprese che non operano direttamente nelle aree interessate”. Per quanto riguarda direttamente il caso di Ebola, “il focolaio ha innescato una serie di risposte innovative e flessibili di partnership tra imprese, società civile e realtà pubbliche […] che potranno essere applicate la prossima volta che il mondo si troverà ad affrontare un’epidemia del genere”. L’obiettivo dello studio è quindi di “contribuire allo sviluppo di potenziali modelli di cooperazione pubblico-privato per gestire in modo più efficace le future epidemie e anche ridurre il rischio del loro verificarsi”. Vedremo poi nei documenti del 2019 come l’obiettivo sia stato articolato in tutti i suoi aspetti, producendo proposte concrete, ma ciò che più colpisce nel paper del 2015 è un altro passaggio: “L’epidemia di Ebola in Africa occidentale ha rappresentato una sfida senza precedenti per la comunità internazionale, compreso il settore pubblico, le imprese e la società civile. A maggio 2015, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si sono registrati quasi 27.000 casi sospetti o confermati e oltre 11.000 decessi”. </p>



<p>Cinque anni fa, quindi, per quanto il WEF fosse ormai consapevole di quanto le epidemie fossero entrate nel novero degli eventi probabili – il <em>quando</em> era l’unica variabile sconosciuta – considerava i (risibili, se paragonati ai dati dell’epidemia di Covid-19) numeri di Ebola “una sfida senza precedenti”. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Event 201, 2019</h4>



<p>Veniamo al 2019. Già il Global Health Security sopra citato, a gennaio individuava gli ambiti nei quali le imprese dovevano agire, collaborando con il pubblico; ma è l’Event 201, del 18 ottobre 2019, a fornire le informazioni più dettagliate. Organizzato dal Johns Hopkins Center for Health Security, dal WEF e dalla Bill &amp; Melinda Gates Foundation, Event 201 è un esercizio virtuale che simula un’epidemia di un nuovo coronavirus, ipotizzando che prenda avvio “negli allevamenti di suini in Brasile, per poi diffondersi nei quartieri a basso reddito e densamente popolati di alcune delle megalopoli del Sud America ed essere infine esportata in aereo in Portogallo, Stati Uniti e Cina”; da lì, si suppone la totale perdita di controllo e il suo divenire pandemia. L’obiettivo dichiarato è sensibilizzare imprese private e governi sulla “necessità di una cooperazione globale pubblico-privata per mitigare gli impatti economici e sociali di gravi pandemie”. Segue un documento, “Public-Private Cooperation for Pandemic, Preparedness and Response. A Call to Action” (3), nel quale vengono sottoposte “ai leader del business globale, delle organizzazioni internazionali e dei governi nazionali” sette proposte per affrontare, appunto, un evento pandemico. Rimandiamo alla lettura integrale dello studio, qui preme evidenziare solo alcuni punti.</p>



<p>Chiaramente, si suggerisce una pianificazione pre-pandemia, che va da accordi con le imprese logistiche, essenziali per la distribuzione di qualsiasi merce, al potenziamento delle scorte di medicinali, agli investimenti nella ricerca medica legata ai vaccini, con un occhio anche alla necessaria revisione della normativa collegata – si suppone, velocizzazione della fase sperimentale, manleva sulle responsabilità ecc., quanto sta accadendo con il vaccino contro il Covid-19. Si sollecitano poi le grandi imprese a investire nella prevenzione, con una cooperazione pubblico-privata, perché “una grave pandemia interferirebbe notevolmente con la salute della forza lavoro, le operazioni commerciali e il movimento di beni e servizi, e un’epidemia di livello catastrofico potrebbe anche avere effetti profondi e duraturi su interi settori industriali”; si invitano infine varie istituzioni, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, ma anche governi e fondazioni, a studiare supporti finanziari di emergenza. </p>



<p>Fin qui, nulla di particolarmente rilevante nel momento in cui si assume la chiave di lettura degli estensori dello studio – e degli studi sopra citati – ossia la logica del capitalismo, declinata nell’ambito delle corporation. La lettura si fa interessante, per le riflessioni che apre, quando inizia a differire rispetto a ciò che è accaduto con la pandemia di Covid-19. </p>



<p>Sia il report del WEF del 2015 (4), che quello del 2019, che la <em>Call to action</em> dell’Event 201, sottolineano più volte un aspetto: produzione e soprattutto trasporti internazionali, di merci e di persone, non devono fermarsi. Mai. Globalizzazione e catene internazionali del valore non vanno bloccate. Anche di fronte a una pandemia globale. “La paura e l’incertezza sperimentate durante le passate epidemie, anche davanti a focolai limitati a livello nazionale o regionale, hanno a volte portato a misure ingiustificate sui confini, alla chiusura di aziende, a divieti all’importazione e alla cancellazione dei voli aerei e delle spedizioni internazionali. Una pandemia particolarmente rapida e letale potrebbe quindi portare a decisioni politiche per rallentare o fermare il movimento di persone e merci, decisioni potenzialmente dannose per le economie che già sono vulnerabili di fronte a un’epidemia. I ministeri della Sanità e le altre agenzie pubbliche devono collaborare con le agenzie internazionali, con le compagnie aeree globali e con le compagnie di trasporto marittimo globali, per sviluppare scenari di risposta realistici e avviare un processo di pianificazione di emergenza con l’obiettivo di mitigare i danni economici, mantenendo operativi viaggi e rotte commerciali su larga scala, anche durante una pandemia”. E ancora: “Gran parte del danno economico derivante da una pandemia è probabilmente dovuto a un comportamento controproducente di individui, aziende e Paesi. Per esempio, azioni che portano all’interruzione dei viaggi e del commercio o che cambiano il comportamento dei consumatori, possono danneggiare notevolmente le economie”. </p>



<p>Come ben sappiamo, con la prima ondata di Covid-19 è accaduto il contrario: fermo della produzione ‘non essenziale’, chiusura dei confini, blocco dei viaggi aerei, forte rallentamento del commercio internazionale. La classe dirigente politica di quasi tutti i Paesi, a Occidente come a Oriente, ha reagito esattamente come il capitale globale non voleva facesse. E il Pil mondiale è crollato. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Un diverso scenario </h4>



<p>Occorre evidenziare che lo scenario pandemico ipotizzato da Event 201 era molto diverso da quello che si è concretizzato con il Covid-19: l’esercizio virtuale si chiudeva a 18 mesi con 65 milioni di morti. La mortalità ipotizzata era dunque decisamente più alta di quella del virus Sars-Cov-2: a fine novembre, a 12 mesi dall’avvio dell’epidemia – se prendiamo come data di riferimento la comunicazione ufficiale della scoperta del primo caso di contagio in Cina – i morti conteggiati per Covid-19 sono 1,5 milioni a livello globale. </p>



<p>L’unico dato inserito nel report di Event 201 è relativo al tasso di mortalità delle persone positive ospedalizzate, ed era previsto al 14% di media, sui 18 mesi; è un dato che oggi è difficile avere per il Covid, a livello nazionale e ancora più globale. A ottobre è stato condotto in Usa un primo studio dalla Grossman School of Medicine della New York University su 5.000 ricoveri al NYU Langone Medical Center tra marzo e agosto: i pazienti esaminati avevano una probabilità del 25,6% di morire a marzo, diminuita man mano nei mesi seguenti fino ad arrivare al 7,6% di agosto. In ogni caso, a qualsiasi livello si posizionerà, a consuntivo, il tasso di mortalità del Covid-19, si può ragionevolmente affermare che a 65 milioni di morti non si arriverà.</p>



<p> In aggiunta, Event 201 prevedeva una curva costante di crescita dell’epidemia, senza andamenti esponenziali: “Come tutti i modelli di questo tipo, un presupposto fondamentale è che la traiettoria dell’epidemia rimanga continua. Nei focolai reali, la traiettoria è in costante cambiamento in risposta a una serie di fattori come il cambiamento del comportamento collettivo, che tendono a rallentare la crescita delle epidemie”. Rallentare, sicuramente, ma come abbiamo visto, anche impennare. </p>



<p>Probabilmente è per la concomitanza di queste due ipotesi – curva lineare e non picchi esponenziali e un tasso di mortalità molto più alto – che Event 201 non contemplava il problema della veloce saturazione dei posti letto negli ospedali, e quindi il rapido collasso del sistema sanitario in tutti i Paesi. Ed è infatti a causa di questo risvolto che i governi nazionali hanno chiuso commercio, fabbriche e uffici, ripristinato frontiere, fermato rotte internazionali, non dando quindi seguito ai suggerimenti contenuti nelle analisi del World Economic Forum; nonostante le pressioni contrarie del capitale, facilmente visibili anche in Italia nelle mosse di Confindustria e del suo quotidiano economico, Il Sole 24 ore. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La legge del contrappasso</h4>



<p><em>Just in time</em>. È uno dei cambiamenti prodotti dal neoliberismo. È un modello di gestione industriale che, nell’ottica di ridurre il più possibile i costi, elimina il concetto di ‘scorta’ e considera ‘spreco’ tutto ciò che in ‘quel momento’ non è utilizzato a livello ottimale: deve essere prodotto solo ciò che è necessario, nella quantità necessaria, nel momento in cui diviene necessario, ossia quando il cliente lo richiede. </p>



<p><em>Just in time</em> è divenuto anche il lavoro, e lo sappiamo bene: precariato, agenzie interinali e appalto di manodopera rispondono alla logica di poter utilizzare la forza lavoro a seconda delle necessità della curva produttiva, cali e picchi, al pari dell’acquisto di una materia prima. </p>



<p><em>Just in time</em> è la logica che si è andata progressivamente applicando anche alla spesa pubblica, colpita dai tagli: investimenti senza un chiaro ritorno immediato sono esclusi. Va da sé: attrezzare la sanità e implementare programmi di prevenzione per una minaccia aleatoria come un’epidemia, sono investimenti che non rispondono al modello <em>just in time</em>. “Non è pensabile lasciare stabilmente aperte tante terapie intensive, troppo costose, perché stabilmente abbiamo bisogno di altri tipi di interventi. Un posto letto in terapia intensiva costa 10.000 euro, contro i 1.000 di un normale posto.” Parole di Giampiero Russo, responsabile Epidemiologia della città metropolitana di Milano, al Sole 24 ore il 22 ottobre; ma che a pronunciarle sia stato Russo è un caso, avrebbe potuto dirle qualsiasi dirigente politico degli ultimi tre decenni. </p>



<p>È stata la classe dirigente economica che si confronta nel World Economic Forum e annualmente a Davos a spingere per il modello <em>just in time</em> anche nella sfera pubblica: se lo Stato esce dal welfare vi può entrare il capitale privato, e fare profitti. Soprattutto in settori a ‘domanda’ non elastica, come pensioni, scuola, sanità. Lo stesso capitale che ora, con il Covid-19 – e qui sta la legge del contrappasso – ne paga il prezzo. Come ormai noto a tutti, è stato infatti lo smantellamento del servizio sanitario pubblico, ospedaliero e territoriale, a far collassare rapidamente il sistema, saturare i posti letto, rendere ingestibile la curva epidemiologica e quindi far dichiarare i lockdown, prima sociali poi anche produttivi, fino a bloccare le catene internazionali del valore. Un approccio che ha caratterizzato tutti i Paesi, seppur a differenti livelli, perché la logica del <em>just in time</em> è divenuta dominante nel pensiero economico degli ultimi trent’anni. </p>



<p>Il WEF, nel 2015 e nel 2019, era ben consapevole dell’incapacità del welfare pubblico, ridotto a uno scheletro, di far fronte a un’epidemia, e per questo progettava la collaborazione pubblico/privato, con il risvolto di trarne anche profitti; ma il Covid-19 ha anticipato i tempi, è arrivato troppo presto, troppo contagioso, troppo dirompente, per potervi opporre una organizzazione. E in questo scenario, sul tavolo da gioco sono allora comparse anche le carte del consenso politico e dell’incompetenza. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Il consenso e l’incompetenza</h4>



<p>Event 201 evidenziava l’importanza della comunicazione e dell’informazione durante una pandemia. L’approccio ha una sua logica: nel momento in cui i cittadini devono essere disciplinati a rispettare determinati comportamenti ‘anti-contagio’ – dal più ‘lieve’, come indossare una mascherina, fino alle restrizioni della propria libertà sociale, politica e di movimento – l’adesione compatta si può ottenere solo con una mirata, martellante e univoca campagna mediatica di propaganda. E quindi “i governi e il settore privato dovrebbero assegnare una maggiore priorità a sviluppare le modalità per combattere la cattiva informazione e la disinformazione prima della prossima pandemia” si legge al punto 7 della <em>Call to Action</em> di Event 201. E ancora: “I governi dovranno collaborare con le aziende dei media tradizionali e dei social media per la ricerca e l’implementazione di agili approcci per contrastare la disinformazione. Ciò richiederà lo sviluppo della capacità di inondare i media con informazioni veloci, accurate e coerenti. Le autorità sanitarie pubbliche dovrebbero lavorare con i datori di lavoro privati e con leader di fiducia della comunità, come i leader religiosi (o come i personaggi dello spettacolo, vedi la campagna #iorestoacasa, <em>n.d.a.</em>), per divulgare informazioni concrete ai lavoratori e ai cittadini. […] Da parte loro, i media e le imprese dovrebbero impegnarsi a garantire che i messaggi autorevoli siano prioritari e che i falsi messaggi vengano soppressi, anche attraverso l’uso della tecnologia”. </p>



<p>La gestione mediatica dell’epidemia, nel caso italiano, è un aspetto su cui abbiamo già scritto (5). Quindi ci limitiamo a sottolineare come, anche uscendo dal Belpaese, imprese e governi abbiano seguito la strada suggerita dal WEF, che d’altra parte non è nuova: economia e politica si sono spesso unite nella gestione della propaganda, e non solo davanti a eventi storici. Non è un caso che i grandi media, reti televisive e quotidiani a maggiore diffusione, siano in mano al potere politico o a corporation o a realtà imprenditoriali/finanziarie; lo stesso vale per i social media, la cui proprietà fa capo ad aziende private, anche se sono meno controllabili nella dinamica top-down. </p>



<p>Tuttavia, se durante la prima ondata si è registrata la compattezza mediatica auspicata, tranne che per realtà marginali, non si può dire altrettanto per la seconda. Complice l’evidente incompetenza dalla classe politica a gestire le tre crisi: epidemica, economica, sociale. Sostenerla a un certo punto è diventato difficile anche per alcuni grandi media. Soprattutto nel momento in cui l’incompetenza ha iniziato a essere dannosa per lo stesso capitale, in quello che possiamo considerare un secondo contrappasso: a fianco di propri ‘tecnici’ portati a sedere direttamente nelle stanze dei ministeri, negli ultimi decenni l’élite economica ha sostenuto l’ascesa di una classe dirigente politica ignorante e incapace, perché maggiormente influenzabile e manovrabile; ora ne sta pagando il prezzo. Colpevolmente dimentica, oltretutto, di un aspetto cruciale: il politico vuole visibilità ed essere rieletto. Cerca quindi continuamente palcoscenici su cui esibirsi e il suo sguardo è costantemente rivolto ai sondaggi. È la ragione del balletto dei lockdown (sociali, poi economici, poi di nuovo sociali, poi il coprifuoco ecc.): un’altalena che non rappresenta certo progettualità, capacità e competenza ma il cercare di barcamenarsi tra consenso popolare ed esigenze del capitale, e include l’obiettivo di restare politicamente in sella evitando l’esplodere di proteste sociali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il cambio di paradigma che non ci sarà</h4>



<p>Il ricercatore brasiliano Allan Rodrigo de Campos Silva recensisce, a settembre 2020 (6), il libro di Rob Wallace <em>Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Influenza, Agribusiness, and the Nature of Science</em> (2016), che nella pubblicazione brasiliana contiene anche due testi inediti sull’epidemia di Covid-19. “Wallace risale all’epidemia di Ebola in Africa nel 2013” scrive de Campos Silva, “quando la deforestazione ha attirato popolazioni di pipistrelli, depositari naturali di vari virus, come l’Ebola, verso le piantagioni di palme, aumentando così l’interfaccia tra i lavoratori rurali e il potenziale vettore di contagio da Ebola. Contemporaneamente, la nascita di nuove periferie urbane in interfaccia con l’ambiente rurale ha garantito la fornitura costante di un gruppo di esseri umani sensibili. Da queste condizioni, una forte catena di trasmissione ha contribuito a sviluppare l’epidemia regionale di Ebola […] Utilizzando l’esempio di Ebola dell’Africa come spiegazione archetipica, l’autore aiuta a comprendere le dinamiche alla base di altre epidemie, come l’epidemia di influenza aviaria (H5N1) nel 2003, l’influenza suina (H1N1) nel 2009 e persino l’attuale pandemia di Covid-19. Tutte queste epidemie hanno in comune il fatto che compaiono ai confini dell’espansione dell’agribusiness, che distrugge interi sistemi forestali e aumenta l’interfaccia con vettori di trasmissione, facilitando così il cosiddetto spillover su popolazioni umane”. Quindi l’agribusiness, con il land grabbing, cancella aree forestali, zone umide e corsi d’acqua, eliminando le barriere ecologiche alla diffusione dei patogeni. </p>



<p>E ancora: “Uno dei fattori più problematici nella zootecnia industriale è legato al sistema genetico della monocoltura, che riduce la possibilità di variazione genetica tra gli animali, in grado di accumulare resistenza immunitaria a virus e batteri. Oggi, cinque aziende di allevamento controllano circa l’80% del pollame prodotto in tutto il mondo, fornendo polli da carne, galline ovaiole, tacchini e altro pollame, da una banca genetica unificata. La bassa variabilità genetica tra gli animali prodotti in regime di confinamento costituisce un rischio e una scommessa pericolosa per l’agroindustria stessa […] Il sistema è così critico che in molti casi vengono effettuati abbattimenti sacrificali di massa per prevenire un’epidemia incipiente in una regione o addirittura in tutto il pianeta. […] A partire dagli anni ‘90, la progressiva trasformazione neoliberista dell’economia della Cina ha modificato i paesaggi agroecologici del Paese in modo radicale. Tali trasformazioni rendono la produzione globalizzata, presente in tutto il sud-est della Cina, un epicentro per la produzione di nuovi agenti patogeni. Un percorso che il Brasile sta imitando”.</p>



<p>La consapevolezza del capitale globalizzato su questo aspetto è totale, ma non c’è alcuna volontà di cambiamento sistemico. Il Global Health Security di gennaio 2019 inseriva la “deforestazione” tra le cause che aumentano il rischio di epidemie nel XXI secolo, accanto alle dinamiche della globalizzazione. Lo scenario di Event 201 ipotizzava che la prima trasmissione del virus avvenisse negli allevamenti intensivi di suini in Brasile. Tuttavia: “I focolai di malattie infettive sono<em> inevitabili</em>, ma il danno economico che causano non lo è”, ha dichiarato Ryan Morhard, responsabile del Global Health Security del World Economic Forum, in occasione di Event 201. Dall’epidemia di Ebola, nel 2015, il capitale si prepara a <em>gestire</em> le epidemie causate dal sistema produttivo, <em>just in time</em> compreso, non a cercare di eliminarle. Strutturandosi per non dover conteggiare eccessive perdite economiche e anche per trarne profitto: collaborazione pubblico/privato nell’emergenza, utilizzo di denaro pubblico per uscire dalla crisi che esso stesso ha creato, implementazione di nuovi modelli sociali e lavorativi (digitalizzazione, controllo, big data&#8230;).</p>



<p>Il Covid-19 è un’epidemia di sistema. Come le precedenti del XXI secolo. E non illudiamoci che sarà l’ultima. Ha colto il capitalismo impreparato, ma sicuramente accelererà l’organizzazione per gestire la prossima, sotto l’aspetto sia politico, che mediatico, che economico. Chi a sinistra ha fatto dell’ambientalismo la sua prima battaglia, dovrebbe decisamente allargare lo sguardo: quello relativo alle emissioni atmosferiche è un cambiamento strutturale che il capitalismo attuale si è, per quanto lentamente, già preparato a fare – investimenti energetici, modifica delle linee produttive ecc. Mentre separiamo i rifiuti, eliminiamo le bottiglie di plastica, andiamo in bicicletta e ci accingiamo a guidare auto elettriche, prendiamo coscienza del fatto che se l’ambientalismo non è anche lotta contro il sistema capitalistico e la globalizzazione, ne sta facendo il gioco.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/" data-type="post" data-id="3007" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Covid-19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</a></em>, Paginauno n. 68/2020</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.weforum.org/reports/managing-risk-and-impact-future-epidemics-options-public-private-cooperation" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.weforum.org/reports/managing-risk-and-impact-future-epidemics-options-public-private-cooperation</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.centerforhealthsecurity.org/event201/event201-resources/200117-PublicPrivatePandemicCalltoAction.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.centerforhealthsecurity.org/event201/event201-resources/200117-PublicPrivatePandemicCalltoAction.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Nel documento, in aggiunta, si sottolinea come durante l’epidemia di Ebola “in Sierra Leone, il Gruppo di Mobilitazione per Ebola del Settore Privato (Ebola Private Sector Mobilization Group, EPSMG) ha fatto pressione, con successo, per tenere aperti i porti nazionali, e questo ha permesso di continuare l’attività economica e di rispondere alle forniture”, <em>Managing the Risk and Impact of Future Epidemics: Options for Public-Private Cooperation</em>, WEF, 4 giugno 2015 </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" data-type="post" data-id="3273" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67/2020</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Allan Rodrigo de Campos Silva, Università di Campinas, San Paolo, Brasile &#8211; Revista NERA, v. 23, n. 55, p. 427-431, settembre-dicembre 2020 <a rel="noreferrer noopener" href="https://revista.fct.unesp.br/index.php/nera/article/download/7712/5810" target="_blank">https://revista.fct.unesp.br/index.php/nera/article/download/7712/5810</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Crisi strutturale. La debolezza del lavoro, fra globalizzazione e tecnologia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/crisi-strutturale-la-debolezza-del-lavoro-fra-globalizzazione-e-tecnologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:27:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[delocalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3788</guid>

					<description><![CDATA[Lavoro, globalizzazione, tecnologia: perché la Fed ha modificato il suo target di inflazione? Le relazioni della Banca dei Regolamenti Internazionali contengono da anni grafici su lavoro, produttività e potere negoziale dei lavoratori. La fotografia di una crisi strutturale da cui il capitalismo cerca di uscire.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre &#8211; novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lavoro, globalizzazione, tecnologia: perché la Fed ha modificato il suo target di inflazione? Le relazioni della Banca dei Regolamenti Internazionali contengono da anni grafici su lavoro, produttività e potere negoziale dei lavoratori. La fotografia di una crisi strutturale da cui il capitalismo cerca di uscire.</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse"> “La moderata crescita dei salari è un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori.”
Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, giugno 2017</pre>



<p class="has-drop-cap">Jackson Hole, 27 agosto: puntuale si tiene il simposio annuale tra le principali banche centrali mondiali. Jerome Powell, presidente della Fed, pronuncia quello che immediatamente gli analisti economici definiscono un “discorso epocale”: il 2% non è più il tasso di inflazione annuo sul quale la Banca centrale americana baserà la propria politica monetaria. È un numero che anche l’Europa conosce, perché target di inflazione per la stessa Bce. Che significa? Perché il 2% e perché questo cambio di direzione?</p>



<p>Non ci interessa in questa sede affrontare aspetti finanziari già trattati su queste pagine – quanto la politica monetaria espansiva messa in atto negli ultimi anni dalle banche centrali non abbia portato denaro all’economia reale ma a quella finanziaria, alimentando bolle obbligazionarie e azionarie (1), e dunque come anche questa mossa della Fed finirà per percorrere la stessa strada –: ciò che qui preme analizzare è il significato nascosto di questo cambio di passo, che riguarda la realtà del mondo del lavoro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La curva di Phillips</h4>



<p>Nel 1958, A.W. Phillips elabora un modello, che diviene noto come la “curva di Phillips”. Appoggiandosi a dati empirici – serie storiche inglesi dal 1861 al 1957 – l’economista mette in relazione disoccupazione e inflazione e afferma che quando la prima scende, la seconda sale. In altre parole, a un aumento dell’occupazione della forza lavoro corrisponde un aumento dell’inflazione. Il ragionamento è il seguente: quando l’economia è in fase di crescita, le imprese cercano manodopera; la disoccupazione dunque diminuisce; nella logica della domanda/offerta, a fronte di richiesta di lavoro ci sono sempre meno lavoratori, dunque questi ultimi hanno più forza contrattuale e possono chiedere salari più alti; per mantenere inalterato il tasso di profitto, le imprese rispondono al maggior costo del lavoro con un rialzo dei prezzi di vendita, merci o servizi che siano; i lavoratori chiedono allora un incremento dei salari, per mantenere il potere d’acquisto; le imprese quindi aumentano ancora i prezzi&#8230; e via di seguito: si innesca una spirale prezzi-salari che spinge verso l’alto l’inflazione.</p>



<p>La curva di Phillips segnò un passaggio importante, perché consentiva ai <em>policy maker</em> (governi o banche centrali) di scegliere un punto sulla curva dove posizionare un target, considerato di ‘equilibrio’, tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione – da qui il doppio mandato della Fed, stabilità dei prezzi e piena occupazione, che non ha invece la Bce, di impianto ordoliberista, che si ferma al primo obiettivo. Il 2% era questo: quel punto che doveva corrispondere a crescita economica, inflazione sotto controllo e un tasso di disoccupazione considerato ‘naturale’, ontologico al sistema. Sul target del 2% si muovevano quindi le politiche monetarie: la Fed teneva d’occhio gli scostamenti, in aumento o diminuzione, della disoccupazione reale rispetto al tasso ‘naturale’, e vigilava sull’inflazione (2). A una fase di crescita economica eccessivamente rapida rispondeva con politiche restrittive, <em>raffreddando</em> l’economia per evitare la spirale prezzi-salari; a una di stagnazione o recessione reagiva con politiche espansive, per spingere le imprese a investire e produrre e quindi ad assumere forza lavoro.</p>



<p>Fin qui, la teoria. E per quanto abbandonata da molti economisti dopo la crisi degli anni ‘70, e da altri aggiornata con l’inserimento di una maggiore complessità nelle variabili dell’inflazione e della disoccupazione, la curva di Phillips è rimasta fino a oggi la base delle politiche delle banche centrali.</p>



<p>A Jackson Hole, Powel dichiara che “la curva di Phillips si è appiattita” (3). Da qui l’abbandono del target del 2%, che non sarà più un riferimento su base annua ma diventerà una “media” calcolata per un “certo periodo di tempo” – c’è chi parla di cinque anni ma Powel non ha specificato termini temporali, ritagliando quindi per la Fed piena libertà di movimento. Se anche l’inflazione dovesse superare il 2% annuo, dunque, a seguito di un’impennata dell’economia nella fase post Covid, la Banca centrale americana non attuerà politiche restrittive ma continuerà con quelle espansive: bassi tassi di interesse, fiumi di denaro immessi nel sistema. Darà priorità, stando alle parole di Powel, al ‘secondo’ mandato della Fed, ossia la piena occupazione – ora che la crisi da coronavirus ha bloccato l’economia statunitense e allungato le file dei disoccupati che chiedono sussidi – mettendo in stand-by l’obiettivo della stabilità dei prezzi.</p>



<p>Sulla carta, è certamente così. Ma il punto, omesso nei discorsi ufficiali e nelle analisi dei quotidiani economici, è: perché la curva di Phillips si è appiattita?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il lavoro</h4>



<p>“L’espansione economica da record che si è conclusa all’inizio di quest’anno” afferma Powel a Jackson Hole, “ha portato al miglior mercato del lavoro che abbiamo visto da tempo. Il tasso di disoccupazione ha oscillato per circa due anni vicino ai minimi storici registrati da cinquant’anni, ben al di sotto della maggior parte delle stime del suo livello sostenibile (il tasso ‘naturale’ di disoccupazione, <em>n.d.a.</em>). […] [Tuttavia] un mercato del lavoro così forte non ha innescato un significativo aumento dell’inflazione”. Powel sta dicendo che la relazione disoccupazione-inflazione non c’è più; sta dicendo che la quasi piena occupazione registrata negli ultimi due anni dall’economia americana (vedi grafico 1, pag. 9) non ha portato alla spirale prezzi-salari: l’inflazione non è infatti cresciuta (vedi grafico 2, pag. 10). La ragione di questa ‘anomalia’, che sovverte la teoria alla base della curva di Phillips, sta tutta nel cambiamento avvenuto nella realtà del mondo del lavoro. Un cambiamento che i <em>policy maker</em> ben conoscono, perché fotografato da anni dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="168" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-2.jpg" alt="" class="wp-image-4591" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-2-300x84.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Tasso di disoccupazione USA. Fonte: USA Bureau of Labor Statistics, <a href="https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet">https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet</a></figcaption></figure>
</div>


<p>“L’appiattimento della curva di Phillips sembra essere iniziato negli anni Ottanta e aver proseguito gradualmente negli anni successivi” scrive la BRI nella sua relazione annuale del giugno 2014 (4): globalizzazione e tecnologia le due cause principali. In poche parole, la BRI afferma che anche se l’occupazione cresce, il potere contrattuale dei lavoratori è divenuto talmente debole che i salari non aumentano, e quindi non si innesca la spirale prezzi/salari e l’inflazione resta bassa. Vediamo i dettagli.</p>



<p>Globalizzazione. Nelle aree a capitalismo avanzato, come gli Stati Uniti e l’Europa, le aziende hanno delocalizzato nei Paesi emergenti, a basso costo del lavoro: i lavoratori statunitensi ed europei si sono quindi trovati in competizione, sul livello dei salari, non più sul piano interno, circoscritto dai confini nazionali, ma su quello internazionale; di conseguenza, anche registrando una quasi piena occupazione interna, non hanno la forza per negoziare aumenti salariali. “Molte imprese internazionali, in particolare, hanno già delocalizzato parte dei loro processi produttivi nelle economie emergenti con ampia offerta di manodopera. E sussiste ancora margine per farlo. […] Alla stessa stregua, i salari interni non possono essere troppo diversi da quelli in altri Paesi che producono beni analoghi destinati ai mercati internazionali, pena la delocalizzazione della produzione all’estero” scrive la BRI nel 2014.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="176" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/2-1.jpg" alt="" class="wp-image-4592" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/2-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/2-1-300x88.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Tasso di inflazione annuale USA. Fonte: USA Bureau of Labor Statistics, <a rel="noreferrer noopener" href="https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet" target="_blank">https://data.bls.gov/pdq/SurveyOutputServlet</a></figcaption></figure>
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<p>E ancora, nella relazione annuale del 2017 (5): si è avuta una “straordinaria crescita delle forze di lavoro a livello mondiale. Negli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila l’apertura dei Paesi asiatici e di quelli dell’ex blocco sovietico ha pressoché raddoppiato le forze di lavoro <em>effettivamente </em>disponibili nel sistema commerciale internazionale. Più di recente, un’ulteriore integrazione economica e una maggiore partecipazione alle catene del valore mondiale hanno rafforzato la concorrenza internazionale nei mercati del lavoro. […] La globalizzazione economica ha favorito una maggiore sostituibilità tra i vari Paesi non solo dei prodotti e servizi intermedi e finali ma anche dei lavoratori. In particolare, la rapida espansione delle catene di valore mondiali registrata negli ultimi decenni si è tradotta in una maggiore competitività in materia di formazione dei prezzi e dei salari tra i vari Paesi. Nel caso dell’occupazione, ciò ha significato una maggiore esposizione alla concorrenza internazionale, direttamente attraverso gli scambi commerciali e indirettamente tramite la minaccia di delocalizzazione della produzione in altri Paesi nelle catene di produzione internazionali”. È una realtà che ormai tutti noi ben conosciamo, e che ha visto la nascita della categoria dei <em>working poor</em>: lavoratori con salari sotto il livello minimo di sussistenza. È ciò che è stato fotografato da quattro studiosi della Cornell University con l’indice “US Private Sector Job Quality Index” (JQI), pubblicato a novembre 2019: nel 1990 il 52,7% dei lavori statunitensi era già di “bassa qualità”, ossia con retribuzioni che non consentivano di “provvedere alle proprie necessità”; nel luglio 2019 la percentuale era salita al 63%. Lo studio definisce “strutturale” il cambiamento e individua la causa proprio nel processo di delocalizzazione, attuato grazie alla globalizzazione, che prima ha interessato il comparto manifatturiero, poi anche quello dei servizi ad alto valore aggiunto (6).</p>



<p>“Da tempo le nuove tecnologie hanno un impatto significativo sui processi di produzione e sulla domanda di manodopera qualificata nelle economie avanzate. In un contesto caratterizzato dallo sviluppo sempre più rapido e dalla crescente versatilità delle attuali tecnologie della robotica, la manodopera del settore manifatturiero è sottoposta a nuove sfide. Allo stesso tempo, anche l’occupazione nel settore dei servizi, per la quale fino a ora la maggiore efficienza della robotica ha rappresentato una minaccia minore, comincia a mostrare una più grande vulnerabilità a tale fenomeno” scrive la BRI nel giugno 2017. Robotica, IA e tutto ciò che ne consegue riduce il numero dei lavoratori impiegati, aumentando la disoccupazione, ma quelli che rimangono a casa sono lavoratori <em>obsoleti</em>, privi della formazione oggi richiesta: fuoriescono dunque dal mercato. Rinunciando a cercare lavoro, non sono registrati dal tasso di disoccupazione (7) e vanno a ingrossare le fila dei cosiddetti “inattivi”. Il dato sulla disoccupazione quindi – anche quando registra una quasi piena occupazione – è un dato falsato.</p>



<p>Ma soprattutto, la tecnologia aumenta la produttività, mentre le retribuzioni, per la dinamica della competizione globale tra lavoratori, non crescono di pari passo, come mostra il grafico 3 (pag. 11) che fotografa la situazione nelle economie dei Paesi del G7 (8): gli aumenti salariali, quando riconosciuti, sono inferiori alla produttività del lavoratore e dunque l’impresa riesce a mantenere, se non incrementare, il tasso di profitto senza dover aumentare il prezzo di vendita delle merci o dei servizi, e la spirale prezzi-salari non si innesca.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="365" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/3-1.jpg" alt="" class="wp-image-4593" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/3-1-300x183.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 3. Fonte: Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, 25 giugno 2017</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Il potere contrattuale</h4>



<p>Consapevole di questa realtà – Powel leggerà sicuramente le relazioni annuali della Banca dei Regolamenti Internazionali – il presidente della Fed non teme smentita quando afferma: “[È] nostra opinione che un mercato del lavoro robusto può essere sostenuto senza causare un’esplosione dell’inflazione”. Non c’è dubbio. Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia gli Stati Uniti – e in generale i Paesi a capitalismo avanzato, o quelli del G7, Italia compresa – possono mirare a tornare, in una ipotetica ripresa economica post Covid, a una situazione di piena occupazione fatta di working poor e lavoratori sottopagati rispetto al valore che producono. La banca centrale americana può quindi abbandonare il target del 2% d’inflazione fissato sulla curva di Phillips – se n’è resa conto anche Christine Lagarde, che ha infatti aperto la discussione all’interno della Bce. “Nei decenni precedenti” continua Powel, “quando la curva di Phillips era più ripida, l’inflazione tendeva ad aumentare notevolmente in risposta al rafforzamento del mercato del lavoro. Talvolta era opportuno che la Fed rendesse più rigorosa la politica monetaria, poiché l’occupazione saliva verso il livello massimo stimato, per evitare un aumento indesiderato dell’inflazione. L’inversione di tendenza chiarisce che, in futuro, l’occupazione potrà muoversi intorno o al di sopra del livello massimo stimato senza causare preoccupazioni”.</p>



<p>Già, i decenni precedenti. “La curva di Phillips era più ripida” per due fattori. Il primo: come già evidenziato, prima delle delocalizzazioni e della globalizzazione, produzione e mercato del lavoro erano interni, dentro i confini nazionali si <em>giocava</em> il conflitto capitale/lavoro: disponibilità di manodopera, salari, costo della vita. Secondo fattore: il conflitto esisteva. Non solo sotto forma di richieste, scioperi, rivendicazioni ma anche di tutele legislative e conseguenti diritti del lavoro. Il grafico 4 (pag. 12), che fotografa la diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori nei Paesi del G7, dal 1975 al 2015, vale più di mille parole: contratti a tempo indeterminato, accordi collettivi e tasso di sindacalizzazione davano ai lavoratori maggiore forza nel negoziare retribuzioni e condizioni di lavoro. È la scoperta dell’acqua calda.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="350" height="479" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/4-1.jpg" alt="" class="wp-image-4594" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/4-1.jpg 350w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/4-1-219x300.jpg 219w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 4. Media dei Paesi del G7. Fonte: Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, 25 giugno 2017. <br>Note grafico 4. 2) medie ponderate costruite utilizzando pesi mobili del PIL (PPA) per le economie del G7; 3) rigidità della legislazione a tutela dell’occupazione; i valori più elevati indicano una maggiore rigidità; 4) numero di lavoratori coperti da accordi collettivi normalizzato in base all’occupazione; 5) rapporto tra il numero di lavoratori iscritti ai sindacati e gli occupati.</figcaption></figure>
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<p>In un sistema capitalistico il rapporto di forza tra impresa e singolo lavoratore non è in equilibrio, anche quando si registra una quasi piena occupazione, salvo particolari figure tecniche o dirigenziali: il lavoratore ha bisogno di lavorare per vivere, e l’impresa ne troverà facilmente un altro più <em>bisognoso</em>, disponibile a una retribuzione inferiore. A meno che la <em>competizione</em> – per la sopravvivenza – tra lavoratori non sia annullata, o almeno mitigata, da tutele e diritti collettivi. Il passaggio alla precarizzazione del mercato del lavoro era quindi condizione indispensabile al capitale occidentale per aprirsi alla globalizzazione: solo così avrebbe potuto affiancare alla delocalizzazione l’abbassamento dei salari nei Paesi a economia avanzata, rendendo competitiva sui mercati internazionali anche la produzione di merci e servizi qui realizzata. È stato un passaggio legislativo, dunque politico, attuato trasversalmente, anche in Italia, dai partiti governativi di destra e di ‘sinistra’ – e anche questo lo sappiamo da decenni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">E ora?</h4>



<p>Se c’è qualcosa di “epocale” nella svolta di Powel è un non-detto: il sistema capitalistico è in crisi strutturale. Una crisi nata negli anni Settanta, a causa dei conflitti operai, della presenza dello Stato nell’economia e del welfare che tutelava i lavoratori anche tramite il salario ‘differito’ (pensioni) e ‘indiretto’ (istruzione pubblica, sanità pubblica ecc.). Una crisi a cui le classi dirigenti politiche ed economiche hanno risposto con la globalizzazione (libera circolazione di merci, servizi, capitali, persone), la fuoriuscita dello Stato dall’economia e lo smantellamento del welfare (neoliberismo), la creazione di un mercato del lavoro individualizzato (precarizzazione) e la finanziarizzazione dell’economia (deregolamentazione dei mercati finanziari). A distanza di cinquant’anni, le soluzioni adottate non reggono più.</p>



<p>L’economia reale produce a basso costo, ma i miseri salari nei Paesi a capitalismo avanzato – tuttora i principali mercati di vendita di merci e servizi – non spingono i consumi e così l’inflazione, insieme al Pil, non cresce; la realizzazione del profitto ‘d’impresa’ si è spostata nell’ambito finanziario, ma in tal modo crea bolle speculative che oggi le banche centrali alimentano continuando a immettere denaro nel sistema, per evitare che esplodano come già accaduto nel 2007/2008; l’impostazione di un’economia ‘a debito’ – carte di credito, mutui, prestiti personali ecc. – per spingere i consumi si inserisce a sua volta in dinamiche finanziarie, creando anch’essa bolle (subprime). Su tutto questo è arrivato il Covid-19.</p>



<p>Governi e capitali occidentali ora cavalcano la tigre (9), nel tentativo di un altro cambiamento – il Green New Deal, il digitale, il 5G ecc. – che salvi il sistema: rinnovando la struttura tecnologica del capitalismo, e implementando maggior controllo e disciplina sulla popolazione. Pur consapevoli che l’unica soluzione, almeno sulla carta, sarebbe quella di aumentare i salari e tornare a politiche keynesiane, non sono disposti a farlo. Peccando forse, sarà il futuro a dirlo, di cecità nel salvaguardare i loro stessi interessi. Perché che ci stiano provando è indubbio, che funzioni è un altro discorso. Dipende da noi. Da ciò che siamo disposti ad accettare, da quanto vogliamo farci impaurire, dalla volontà che abbiamo di ritrovare una solidarietà e una lotta collettiva, fuori dal mondo virtuale dei social, contro la precarizzazione, la competizione, l’individualismo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/bolla-finanziaria-e-in-arrivo-la-seconda-tempesta-perfetta/" data-type="post" data-id="111"> <em>Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</em></a>, Paginauno n. 64/2019</p>



<p class="has-small-font-size">2) Che può essere anche importata, non è una variabile solo interna: la crisi petrolifera del 1973, per esempio, con l’impennata del prezzo del petrolio, innescò l’aumento generale dei prezzi</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20200827a.htm">https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20200827a.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>84ª Relazione annuale</em>, 29 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">5) Banca dei Regolamenti Internazionali, <em>87ª Relazione annuale</em>, 25 giugno 2017</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/io-non-creo-niente-io-posseggo/" data-type="post" data-id="143"> <em>Io non creo niente. Io posseggo</em></a>, Paginauno n. 66/2020</p>



<p class="has-small-font-size">7) Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le “persone in cerca di lavoro” e la “forza lavoro”</p>



<p class="has-small-font-size">8) Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Italia, Canada, Francia Tecnologia. </p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/" data-type="post" data-id="3007">Covid 19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</a>,</em> Paginauno n. 68/2020</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Covid-19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 12:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[mes]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
		<category><![CDATA[troika]]></category>
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					<description><![CDATA[Il MES, il Recovery Fund e la tigre: documenti alla mano per andare oltre la propaganda politica: che cosa prevedono i regolamenti dei prestiti europei, quali condizionalità impongono e quale strategia politica ed economica viene disegnata]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-68-luglio-settembre-2020/" data-type="post" data-id="2727">(Paginauno n. 68, luglio – settembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il MES, il Recovery Fund e la tigre: documenti alla mano per andare oltre la propaganda politica: che cosa prevedono i regolamenti dei prestiti europei, quali condizionalità impongono e quale strategia politica ed economica viene disegnata</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Siamo in piena crisi. Il Pil italiano 2020 potrebbe diminuire fino al 9% e il deficit del bilancio pubblico arrivare all’11%. È la fotografia scattata il primo luglio dall’Ufficio parlamentare di Bilancio nel “Rapporto sulla programmazione di bilancio 2020”. Numeri che potrebbero peggiorare ulteriormente, avvisa il report, perché si basano sul presupposto di una progressiva ripresa dell’economia senza una seconda ondata Covid 19 in autunno. Il fabbisogno di risorse pubbliche a giugno è stato di 21 miliardi contro i 903 milioni di giugno 2019, arrivando a totalizzare 62 miliardi in più rispetto agli stessi sei mesi dell’anno precedente; denaro che finora il governo ha raccolto emettendo nuovi titoli di Stato, dunque aumentando il debito pubblico – che si prevede possa superare il 160% del Pil.</p>



<p>Sul fronte europeo, sempre il primo luglio i tecnici della Commissione dichiarano che al più tardi nella primavera 2021 si dovranno fornire indicazioni sui tempi e sulle condizioni per il ritorno a una piena applicazione, o la revisione, del Patto di Stabilità e Crescita, sospeso a marzo scorso (il Fiscal compact, che prevede un deficit massimo al 3% e una riduzione progressiva del debito pubblico fino ad arrivare a un rapporto con il Pil del 60%); il vicepresidente della Commissione Dombrovskis conferma che la questione sarà affrontata in autunno o in primavera.</p>



<p>In questo contesto si sta consumando il dibattito politico italiano sul MES (Meccanismo europeo di Stabilità) e sul Recovery Fund. Se il primo scatena un confronto – utilizzarlo sì/no, prevede condizionalità sì/no – il secondo trova tutti d’accordo: è finalmente la risposta della Ue che si aspettava, strutturata su sovvenzioni a fondo perduto e prestiti e, una volta trovato il compromesso tra i 27 Paesi, non c’è alcun motivo per non aderire, anzi.</p>



<p>Allo stato attuale, il MES non prevede condizionalità se non quella di utilizzare i fondi per finanziare i costi diretti e indiretti dell’assistenza sanitaria, della cura e della prevenzione dovuti alla crisi Covid 19: niente Troika, nessuna imposizione di politiche macroeconomiche che abbiamo visto all’opera durante la crisi dei PIIGS – tagli alla sanità, al welfare, alle pensioni, privatizzazioni, precarizzazione del lavoro ecc. Come già diversi analisti hanno sottolineato, utilizzare oggi il MES non è dunque un problema, può diventarlo in futuro – e vedremo perché nei dettagli tecnici. Ciò non significa affatto che sia un falso problema. Tuttavia, l’impostazione del dibattito rivela un’altra cosa: siamo davanti al gioco delle tre carte. L’opinione pubblica è spinta a seguire i movimenti della carta del MES e a ignorare quella, di ben altro peso, del Recovery Fund. Guarda il dito e non la luna.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il dito: il MES</h4>



<p>Al solito non è semplice cercare di capire i dettagli di ciò che mette in campo l’Unione europea: non per mancanza di documenti, sui relativi siti Ue sono tutti disponibili – anche se serve una volontà ostinata per trovarli – ma per la matassa che formano.</p>



<p>Per il MES esiste il Trattato (1), poi le Linee guida (2), poi le Condizioni specifiche standard (3); a queste si aggiungono, nel caso dell’assistenza finanziaria resa disponibile per affrontare la crisi sanitaria Covid, le proposte del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo (marzo e aprile), poi la “lettera” dei commissari Dombrovskis/Gentiloni (7 maggio) (4), poi la relativa approvazione dell’Eurogruppo (8 maggio) (5), le Condizioni tecniche specifiche del “Sostegno alla Crisi Pandemica” (8 maggio) (6), infine la decisione del Consiglio dei governatori del MES (15 maggio) (7). Trovati tutti i documenti e ricostruito il puzzle, occorre tenere presente la gerarchia delle fonti giuridiche dell’Unione europea.</p>



<p>Il MES mette a disposizione del Paese che ne fa richiesta una “linea di credito” denominata ECCL pari al 2% del Pil; la si può richiedere entro dicembre 2022 e, dal momento in cui viene aperta, avrà durata di un anno, prorogabile di altri 6 mesi per due volte (dunque due anni in tutto); lo Stato potrà non utilizzarla (ma allora non ha senso richiederla), oppure usarla tutta o in parte, a seconda delle esigenze, e dovrà rendere il prestito in dieci anni (il tasso di interesse è minimo, ma non è un aspetto rilevante: oggi il costo del denaro è a zero e anche il tasso di interesse sulle nuove emissioni di titoli di Stato italiani è molto basso); sono soldi già disponibili e l’Italia potrebbe ricevere fino a 36 miliardi.</p>



<p>Il Trattato del MES (art. 14) prevede che l’apertura di una linea di credito ECCL sia accompagnata da una “sorveglianza rafforzata”, in base al regolamento 472/2013 conosciuto come “two-pack” (8), che consta di due passaggi: una verifica preventiva sulla situazione economica e finanziaria del Paese che la richiede, e condizionalità collegate al rilascio del prestito. La verifica preventiva è già stata attuata dalla Commissione Ue, complessivamente per gli Stati dell’Eurozona, e ha stabilito che tutti e 19 “soddisfano i requisiti di ammissibilità per ricevere il sostegno nell’ambito del Pandemic Crisis Support (Sostegno alla Crisi Pandemica)” (9); sulle condizionalità invece si è aperta la partita. Prima negate, poi riconosciute, poi modificate, il match l’ha chiuso la “lettera” dei commissari Dombrovskis/Gentiloni, che è andata dettagliatamente a modificare il regolamento 472/2013, stabilendo la non applicazione, per questa particolare linea ECCL, di tutti quegli articoli che prevedono condizionalità macroeconomiche. Successivamente, sia l’Eurogruppo che il board del MES hanno confermato questa posizione. Dunque, niente Troika.</p>



<p>Il punto è che diversi elementi evidenziano come la decisione possa modificarsi nel prossimo futuro. Fondamentale, innanzitutto, è la gerarchia delle fonti giuridiche dell’Unione, che pone il Trattato al primo posto e la “lettera” all’ultimo (10): ciò significa che una “lettera” non può modificare un Trattato – facendo un parallelismo un po’ azzardato ma rispettoso nella logica, è come se una lettera del governo italiano pretendesse di modificare la Costituzione. Il Trattato (art. 14, comma 6) prevede che una volta erogata la prima tranche del prestito, il MES possa decidere di cambiare il tipo di intervento, passando a una forma di assistenza finanziaria che contempli condizionalità macroeconomiche (11); la stessa eventualità è prevista nelle Linee guida, all’articolo 7 (12).</p>



<p>Sull’aspetto giuridico, che già di per sé basterebbe, si va a sommare la dichiarazione del Consiglio dei governatori del MES del 15 maggio, che evidenzia: “I membri del MES che beneficiano del sostegno alla crisi pandemica saranno soggetti a una maggiore sorveglianza da parte della Commissione europea. Secondo la Commissione, il monitoraggio e i requisiti di rendicontazione si concentreranno sull’effettivo utilizzo dei fondi per coprire i costi sanitari diretti e indiretti. Inoltre, non ci saranno missioni ad hoc oltre a quelle standard che si svolgeranno nell’ambito del semestre europeo. Il MES effettuerà il suo sistema di allarme rapido per analizzare la capacità di rimborso del Paese beneficiario in coordinamento con la sorveglianza della Commissione”. Una sottolineatura che, se da un parte conferma le condizionalità legate solo all’utilizzo dei fondi per i costi sanitari, dall’altra ribadisce la “maggiore sorveglianza” a cui sono soggetti i Paesi e, soprattutto, come sia stata la Commissione ad aver ora stabilito quest’unica condizionalità: ciò non esclude affatto che la Commissione stessa non possa ritenere necessario passare a un’altra forma di assistenza finanziaria, con condizionalità macroeconomiche, in base all’art. 14 del Trattato, se nel corso della sorveglianza la situazione finanziaria del Paese dovesse peggiorare.</p>



<p>Infine, anche le Condizioni tecniche <em>specif</em><em>iche</em> di questa linea ECCL relativa al “Sostegno alla Crisi Pandemica” evidenziano in tre punti come il Trattato e le Linee guida rimangano gli assi portanti (13).</p>



<p>In conclusione, una volta attivata la linea di credito ECCL e incassata la prima rata del finanziamento, tutto può cambiare e la Troika può entrare dalla porta principale senza nemmeno dover bussare. E certamente, né i numeri macroeconomici italiani sopra riportati né la futura discussione in merito al ripristino della piena applicazione del Fiscal compact, depongono a favore di una situazione stabile.</p>



<p>Il MES rappresenta dunque un rischio per il futuro: fortemente probabile, ma comunque aleatorio. Il Recovery Fund invece è certo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La luna: il Recovery Fund</h4>



<p>Al momento in cui si scrive, nulla è definitivo: c’è la proposta della Commissione Ue del 27 maggio (composta da alcuni comunicati stampa e un working paper) (14) e la proposta del Regolamento del Fondo, presentata sempre dalla Commissione, il 28 maggio (15). È quest’ultimo il documento più importante. Perché se è molto probabile che il negoziato tra i 27 Paesi porterà a cambiamenti sulle cifre messe a disposizione, la struttura tecnica resterà invariata, nella migliore delle ipotesi, peggiorerà se ci saranno modifiche. Come prima cosa, il quadro generale.</p>



<p>Il Bilancio pluriennale dell’Unione europea 2021-2027, in discussione e da approvare entro l’anno, è previsto di 1.100 miliardi; il “Next Generation EU”, il “nuovo strumento di emergenza per la ripresa”, si va ad aggiungere: sono 750 miliardi, di cui 560 destinati al “Fondo per la ripresa e la resilienza” e i restanti volti a integrare fondi nuovi o già esistenti – occorre tenere sempre a mente che sono cifre da dividere per sette anni e 27 Paesi (vedi immagine 1, pag. 11). Il denaro sarà raccolto aumentando il contributo annuale che ciascun Paese versa alla Ue – che passa dall’1 all’1,4% del Pil –; incrementando allo 0,6% quelle che vengono definite “risorse proprie” dell’Unione – una percentuale sui dazi doganali, sull’IVA ecc. –; ed emettendo obbligazioni sul mercato. Queste ultime rappresentano la novità: saranno emesse tra il 2021 e il 2024 e avranno scadenze tra i 3 e i 30 anni. Rappresentano un debito, come i titoli di Stato di un Paese, e ciò significa che l’Unione europea dovrà rimborsare il capitale alla scadenza e pagare, semestralmente o annualmente, gli interessi: saranno i futuri bilanci pluriennali della Ue a farsene carico, e dunque i contributi che ogni Paese versa annualmente all’Unione sono destinati ad aumentare. Ma non è questo il punto focale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="589" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/2-3.jpg" alt="" class="wp-image-3915" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/2-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/2-3-300x295.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/2-3-75x75.jpg 75w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Immagine 1. Fonte: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al<br>Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, 27 maggio 2020</figcaption></figure>
</div>


<p>Dei 560 miliardi destinati al “Fondo per la ripresa e la resilienza”, 310 sono sovvenzioni a fondo perduto e 250 sono prestiti; entrambe le risorse sono disponibili fino al 2024 e per quanto riguarda le sovvenzioni, almeno il 60% deve essere impegnato entro il 2022; per entrambe, la richiesta di accesso deve essere presentata su base volontaria dallo Stato membro; la quota del prestito non può superare il 4,7% del RNL (Reddito nazionale lordo) mentre le sovvenzioni sono concesse in base a tre parametri: popolazione, Pil pro capite, tasso di disoccupazione.</p>



<p>Secondo i calcoli del working paper, sul totale dei 750 miliardi (quindi l’intero Next Generation EU e non solo il Recovery Fund) all’Italia spetterebbero 153 miliardi (tra sovvenzioni e prestiti) e dovrebbe contribuire al rimborso, nei futuri bilanci pluriennali Ue, con 96,3 miliardi; incasserebbe dunque netti 56,7 miliardi, pari al 3,2% del Pil (vedi tabella 2, pag. 12).</p>



<p>Questo è il primo dato su cui riflettere: le cifre sono ridicole. 153 miliardi in quattro anni (entro il 2024) sono pari, in un calcolo grossolano, a poco più di 38 miliardi l’anno; certamente l’Italia ne restituirebbe 96,3 in un tempo molto più lungo, a partire dal prossimo bilancio pluriennale Ue 2028-2034, ma lo sbalzo temporale esiste anche per i titoli di Stato: raccolgo oggi il denaro dall’investitore e lo restituisco a 5, 10, 20 o 30 anni. Sicuramente il tasso di interesse che l’Italia pagherebbe sul prestito dell’Unione è basso, ma valgono le stesse considerazioni fatte per il finanziamento del MES; mentre è indubbio che 56,7 miliardi a fondo perduto sono un dato positivo, ma restano il 3,2% del Pil, all’interno di una crisi che registra i numeri macroeconomici sopra citati. Il punto focale quindi è: qual è la contropartita? Che cosa c’è sull’altro piatto della bilancia?</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="650" height="457" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-7.jpg" alt="" class="wp-image-3914" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-7.jpg 650w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-7-300x211.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-7-600x422.jpg 600w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 2. Fonte: Commissione Staff Working Document, Identifying Europe&#8217;s recovery needs, 27<br>maggio 2020</figcaption></figure>
</div>


<p>C’è di fatto qualcosa che assomiglia molto alla Troika, scritto nei tecnicismi del Regolamento del Fondo.</p>



<p>Sia il prestito che la sovvenzione sono rilasciati sulla base di progetti “di investimenti e riforme” (sottolineiamo <em>riforme</em>) che il Paese deve presentare alla Commissione Ue: le riforme sono da attuare in quattro anni, gli investimenti in sette. Entrambi si devono inscrivere all’interno delle “raccomandazioni specifiche per Paese rivolte dal Consiglio agli Stati membri nel contesto del semestre europeo”, che è lo strumento che detta gli orientamenti di politica economica ai Paesi membri. Tre sono i “nuclei di coordinamento della politica economica: riforme strutturali […]; politiche di bilancio, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche in linea con il Patto di stabilità e crescita; prevenzione degli squilibri macroeconomici eccessivi” (16). Una volta approvato il progetto, i finanziamenti del Recovery Fund, siano essi prestiti o sovvenzioni, saranno concessi a rate, sulla base dell’avanzamento delle riforme e degli investimenti, ed è la Commissione l’organo deputato alla stretta sorveglianza: “L’erogazione del contributo finanziario seguirà il completamento delle tappe e degli obiettivi concordati con lo Stato membro interessato. Tali dati pertinenti dovranno essere integrati in un apposito strumento di monitoraggio per Stato membro e per settore politico. A tal fine, gli Stati membri includeranno, nelle loro relazioni annuali sui progressi compiuti nel semestre europeo, prove dei progressi compiuti verso le tappe e gli obiettivi e forniranno alla Commissione l’accesso ai dati di base, compresi i dati amministrativi, se del caso”. </p>



<p>Ancora, sempre citando il Regolamento del Fondo: “Ai fini di un efficace monitoraggio dell’attuazione, gli Stati membri dovranno riferire trimestralmente, nell’ambito del processo del semestre europeo, sui progressi compiuti nella realizzazione del piano di recupero e di resilienza”. Infine, nel caso di mancata attuazione o ritardo nell’implementazione delle riforme e degli investimenti, le rate potranno essere sospese e/o i finanziamenti cancellati: “Per consentire l’adozione di misure che colleghino lo strumento (il Recovery Fund, <em>n.d.a.</em>) a una sana governance economica, al fine di garantire condizioni di esecuzione uniformi, è opportuno conferire al Consiglio il potere di sospendere, su proposta della Commissione e mediante atti di esecuzione, il periodo di tempo per l’adozione di decisioni sulle proposte di piani di recupero e di resilienza e di sospendere i pagamenti a titolo di tale strumento, in caso di inosservanza significativa in relazione ai casi pertinenti connessi al processo di governance economica […] Ai fini di una sana gestione finanziaria, occorre stabilire norme specifiche per gli impegni di bilancio, i pagamenti, la sospensione, la cancellazione e il recupero dei fondi. […] I pagamenti dovrebbero essere effettuati a rate ed essere basati su una valutazione positiva, da parte della Commissione, dell’attuazione del piano di recupero e di resilienza da parte dello Stato membro. La sospensione e la soppressione del contributo finanziario dovrebbero essere possibili quando il piano di recupero e di resilienza non è stato attuato in modo soddisfacente dallo Stato membro”. </p>



<p>(Rimandiamo al dossier <em><a href="https://rivistapaginauno.it/gli-euroleaks-di-varoufakis-la-verita-sui-negoziati-tra-la-grecia-e-la-troika/" data-type="post" data-id="3017" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli euroleaks di Varoufakis. La verità sulla trattativa tra la Grecia e la Troika</a></em>, a pag. 16, per approfondire quali meccanismi implementi questo tipo di procedura – rate, riesami, valutazioni – e come si imponga sulle politiche di un Paese che vi si sottopone.)</p>



<p>A concludere, non manca la possibilità della segretezza, che renderà arduo per i cittadini comprendere quel che accade: “La Commissione trasmette senza indugio al Parlamento europeo e al Consiglio i piani di recupero e di resilienza approvati nell’atto di esecuzione della Commissione a norma dell’articolo 17.2. Lo Stato membro interessato può chiedere alla Commissione di rettificare informazioni sensibili o riservate la cui divulgazione metterebbe a repentaglio gli interessi pubblici dello Stato membro”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cavalcare la tigre</h4>



<p>La crisi economica mordeva già nel 2019. L’estate più pazza del mondo, quando i tassi di interesse sui titoli di Stato e sulle obbligazioni corporate erano entrati in territorio negativo e il prezzo dell’oro si impennava (oro e obbligazioni sono i tipici beni rifugio); quando tutti i dati macroeconomici dell’economia reale indicavano che la recessione bussava alle porte dell’autunno, con la crescita cinese che registrava una flessione sulle attese e quella statunitense che iniziava leggermente a frenare, la Germania che temeva il terzo trimestre in negativo, l’Opec che continuava a tagliare le previsioni di domanda di petrolio e l’FMI che gli andava dietro, continuando ad abbassare le stime di crescita mondiale per il 2019 e il 2020; quando la bolla finanziaria si stava gonfiando a dismisura e, per non farla esplodere, Bce e Fed riaprivano il Quantitative easing (17). Su tutto, la struttura manifatturiera era da riprogettare, nell’ottica di una transizione ecologica, e nessuna impresa privata avrebbe mai avuto i capitali per farlo: serviva lo Stato, che doveva tornare a mettere piede nell’economia con la potenza di investimenti pubblici, per salvare il capitalismo da una sua ennesima crisi. Già la proposta di bilancio pluriennale dell’Unione europea presentato dalla Commissione Junker andava in questa direzione, puntando su quello che era stato chiamato <em>Green New Deal</em>. Poi è arrivato il Covid 19 a travolgere ogni cosa.</p>



<p>Sia chiaro: non stiamo dicendo che l’epidemia da coronavirus sia stata programmata o voluta o cercata o fatta accadere in qualche modo. Cavalcare la tigre non significa andare in cerca della tigre: significa trovarcisi in groppa, non si sa come, e a quel punto studiare una strategia.</p>



<p>Il Covid 19 dà alla politica la possibilità di disegnare una nuova società con una rapidità impensabile. Sul piano tecnologico e sociale (tracciamento, controllo, mutazione di fruizione degli spazi pubblici, isolamento individuale), formativo (scuola) e lavorativo (smart working). Una “nuova normalità”. Non si stanno infatti approntando piani per rispondere all’emergenza nel caso il contagio da coronavirus torni a diffondersi in autunno, per essere preparati ed evitare un altro lockdown: si sta strutturando <em>stabilmente</em> la società in modo diverso, che l’epidemia torni o meno.</p>



<p>In groppa alla tigre anche il capitalismo, che ha nella crisi da Covid la <em>scusa</em> per richiedere prepotentemente gli aiuti di Stato per salvarsi – senza mutare l’ideologia neoliberista: il controllo delle imprese rimane privato; lo Stato sta facendo da banca, da facilitatore, da supporto; non c’è nulla di keynesiano nelle politiche attuate dal governo italiano e dalla Ue.</p>



<p>In groppa alla tigre anche l’Unione europea. Il Recovery Fund, al pari del MES, è ciò che è stata la Troika nella crisi dei debiti sovrani del 2010-2012: porterà le politiche neoliberiste dove c’è ancora spazio per applicarle o inasprirle. Di modo che superata la crisi, il capitalismo, ristrutturato con i soldi pubblici, possa entrare in una nuova fase di crescita. Mentre un abile gioco delle tre carte porta l’opinione pubblica italiana a dibattere sul MES e ad aprire le braccia al Recovery Fund.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.esm.europa.eu/sites/default/files/20150203_-_esm_treaty_-_it.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.esm.europa.eu/sites/default/files/20150203_-_esm_treaty_-_it.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a href="https://www.esm.europa.eu/sites/default/files/esm_guideline_on_precautionary_financial_assistance.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.esm.europa.eu/sites/default/files/esm_guideline_on_precautionary_financial_assistance.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.esm.europa.eu/sites/default/files/facility_specific_terms_15122015_clean.pdf">https://www.esm.europa.eu/sites/default/files/facility_specific_terms_15122015_clean.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.consilium.europa.eu/media/43823/letter-to-peg.pdf">https://www.consilium.europa.eu/media/43823/letter-to-peg.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/05/08/eurogroup-statement-on-the-pandemic-crisis-support/">https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/05/08/eurogroup-statement-on-the-pandemic-crisis-support/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.consilium.europa.eu/media/44011/20200508-pcs-term-sheet-final.pdf">https://www.consilium.europa.eu/media/44011/20200508-pcs-term-sheet-final.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.esm.europa.eu/press-releases/esm-board-governors-backs-pandemic-crisis-support" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.esm.europa.eu/press-releases/esm-board-governors-backs-pandemic-crisis-support</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) La normativa conosciuta come “six-pack” e “two-pack” (2011 e 2013) e il “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica monetaria” (2012, il cosiddetto “Fiscal Compact”) hanno fissato nel dettaglio le regole delle procedure di sorveglianza e di quelle di infrazione, il “braccio preventivo” e il “braccio correttivo”, relativi ai parametri finanziari di bilancio dei Paesi dell’Eurozona</p>



<p class="has-small-font-size">9) Dichiarazione Eurogruppo 8 maggio 2020, vedi nota 5</p>



<p class="has-small-font-size">10) Gerarchia delle fonti giuridiche dell’Unione europea: 1. trattati; 2. regolamenti, direttive, decisioni, pareri, raccomandazioni; 3. comunicazioni, risoluzioni. Tra queste ultime rientrano le “lettere”</p>



<p class="has-small-font-size">11) Trattato MES, art. 14 comma 6: “Dopo che un membro del MES abbia già ottenuto fondi una prima volta (per mezzo di un prestito o di un acquisto sul mercato primario), il consiglio di amministrazione decide di comune accordo su proposta del direttore generale e sulla base di una valutazione condotta dalla Commissione europea, di concerto con la BCE, se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un’altra forma di assistenza finanziaria” </p>



<p class="has-small-font-size">12) Linee guida sull’assistenza finanziaria precauzionale, articolo 7, “Riesame dell’adeguatezza dell’assistenza finanziaria precauzionale”, commi 2.2 e 3.3: “Nel caso in cui il membro beneficiario del MES si discosti dalle sue condizioni politiche o se tali impegni sono diventati chiaramente inadeguati per risolvere la minaccia di perturbazioni finanziarie, il Consiglio dei governatori può decidere di chiudere la linea di credito. Il membro beneficiario del MES dovrebbe allora richiedere un sostegno regolare alla stabilità, con un programma di aggiustamento macroeconomico completo, secondo la procedura a esso applicabile”; “Dopo che il membro del MES beneficiario ha attinto per la prima volta fondi attraverso un prestito o un acquisto sul mercato primario, il consiglio di amministrazione decide, su proposta del direttore generale e sulla base di una valutazione condotta dalla Commissione europea, di concerto con la BCE, se la linea di credito continua ad essere adeguata o se è necessaria un’altra forma di assistenza finanziaria”</p>



<p class="has-small-font-size">13) Condizioni tecniche specifiche del “Sostegno alla Crisi Pandemica”, 8 maggio: “Per ogni richiesta di sostegno alle crisi pandemiche saranno seguite le procedure previste dal trattato del MES e dalla linea guida sull’assistenza finanziaria precauzionale”; per la sorveglianza “saranno seguite le disposizioni pertinenti della linea guida del MES. La Commissione ha fornito chiarimenti sul monitoraggio e la sorveglianza, che <em>dovrebbero</em> (corsivo dell’autore, <em>n.d.a.</em>) essere commisurati alla natura dello shock simmetrico causato da COVID 19 e proporzionati alle caratteristiche e all’utilizzo del sostegno alla crisi pandemica, in conformità con il two-pack (regolamento UE n. 472/2013)”; base giuridica è “l’attuale quadro giuridico del MES, in particolare l’articolo 14 del trattato MES, l’orientamento del MES sull’assistenza finanziaria precauzionale e i documenti di prestito del MES” </p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_940" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_940</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/com_2020_408_en_act_part1_v9.pdf" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/com_2020_408_en_act_part1_v9.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-semester/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-semester/</a>. In merito al modus operandi del semestre europeo, cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/per-chi-sta-realmente-lavorando-questa-economia/" data-type="post" data-id="1203">Per chi sta realmente lavorando questa economia?</a></em>, Paginauno n. 63/2019</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/bolla-finanziaria-e-in-arrivo-la-seconda-tempesta-perfetta/" data-type="post" data-id="111">Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</a></em>, Paginauno n. 64/2019</p>



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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Riflessioni su coronavirus e crisi economica*</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/riflessioni-su-coronavirus-e-crisi-economica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 12:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=3028</guid>

					<description><![CDATA[Cosa rivela la pandemia di un sistema mondiale che era già al collasso, dal punto di vista ambientale, finanziario e produttivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-68-luglio-settembre-2020/" data-type="post" data-id="2727">(Paginauno n. 68, luglio – settembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa rivela la pandemia di un sistema mondiale che era già al collasso, dal punto di vista ambientale, finanziario e produttivo</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Pur tralasciando, per il momento, di verificare quanto di fake news e di teorie complottiste stia circolando nell’etere sulle origini ingegneristico-genetiche del virus, o sulla possibilità che dai laboratori americani o cinesi, per errore o volontariamente, sia uscito il ‘regal corona’ con tutti gli annessi e connessi del caso sugli scenari imperialistici internazionali, un paio di cose ci sentiamo in dovere di dirle.</p>



<p>Innanzitutto, quale <em>condicio sin qua non</em>, va denunciata la variegata rottura tra la forma produttiva capitalistica e il mondo della natura. Il fenomeno non è certamente nuovo, dura almeno da un paio di secoli, ma mai come in questo periodo si è espresso in tutta la sua devastante nocività. Il tanto decantato sviluppo produttivo è consistito sì nell’aumento della produzione, nell’innovazione tecnologica, nel produrre di più in tempi e costi minori, ma in regime capitalistico tutto questo ‘progresso’ si è trasformato in un maggiore arricchimento della classe dominante e nell’impoverimento di enormi masse lavoratrici. Il medesimo ‘progresso’ invece di favorire, attraverso lo sviluppo delle forze produttive, tempo libero da dedicare a una migliore qualità della vita, ha imposto una maggiore disoccupazione, l’allungamento della giornata di lavoro, maggiore sfruttamento, salari di fame per la stragrande maggioranza dei lavoratori e un progressivo impoverimento della società. Per un altro verso la spasmodica ricerca del massimo profitto, in tempi recenti resa più difficile e per questo più cattiva, dalle maggiori difficoltà di valorizzazione del capitale sulla base della caduta del saggio medio del profitto, ha finito per intaccare pesantemente anche il rapporto tra società e natura. La rottura di questo equilibrio sta avendo effetti dirompenti a tutti i livelli, da quello eco (in)sostenibile dell’inquinamento alla deforestazione. Dagli allevamenti intensivi alle pandemie degli ultimi trent’anni. Gli scarti organici della produzione chimica, o quelli genericamente industriali, hanno inquinato le falde acquifere ai quattro angoli del mondo, dando in mano il trasporto e lo scarico del materiale, a volte radioattivo, alla mafie di turno. Il che sta rendendo pericolosa la coltivazione degli ortaggi e della frutta provenienti da quelle zone, per non parlare degli allevamenti che di quelle acque hanno bisogno e dei prodotti di derivazione come il latte e i formaggi. Alla base del fenomeno la necessità da parte dei produttori (cioè dei capitalisti) di risparmiare sui costi di smaltimento, scaricando le conseguenze del lo-ro criminale comportamento sul resto della popolazione.</p>



<p>La deforestazione che avviene nelle zone verdi del mondo, veri e propri produttori di ossigeno, in esclusiva funzione del profitto dei proprietari terrieri (coltivazioni di mais, soia segale ecc.) e degli allevatori di bovini, produce due effetti pesantemente negativi. Il primo è quello di favorire la distruzione di un ecosistema in equilibrio, con la conseguenza che alcuni animali, naturalmente portatori di virus, pur di resistere in un ambiente naturale che non è più il loro, sono costretti a modificare le loro abitudini e a invadere altri habitat, con il risultato di avvicinarsi all’ambiente antropizzato, diventarne preda e, attraverso la catena alimentare, arrivare nell’organismo umano infettandolo. Se il salto traumatico ambientale comporta una contiguità prolungata con le società umane, i ‘nuovi’ batteri e virus possono diventare l’innesco di un ciclo infettivo mortale, che ha trovato nella deforestazione e nella rottura dell’ecosistema il suo innesco inevitabile. Da cui la facile connessione tra l’interesse economico, la traumatica mutazione eco-ambientale e la diffusione di virus che il capitalismo non produce ma che non è in grado di gestire adeguatamente, favorendone, invece, la diffusione.</p>



<p>Il riscaldamento climatico e le glaciazioni sono fenomeni naturali e ciclici, ma quando all’interno di questi meccanismi spontanei dell’evolversi della natura si innesta il ‘virus’ del profitto, gli effetti vengono decuplicati, esasperati e molto spesso in maniera colpevolmente incontrollabile. Le emissioni di gas serra, i buchi nell’ozono, che consentono ai raggi solari di penetrare nell’atmosfera sino a surriscaldarla di oltre due gradi, hanno come effetto immediato lo scioglimento dei ghiacciai millenari. Dal loro scioglimento, oltre al fenomeno dell’innalzamento delle acque con conseguenze gravi per l’ecosistema precedente, possono emergere e riprendere vita batteri e virus la cui nocività potrebbe essere letale. Al riguardo si sono tenute una ventina di Assise Internazionali per contenere gli effetti negativi di questi fenomeni umani. Risultato zero. La paura dei mutamenti climatici è stata nettamente inferiore alla voracità di quegli interessi capitalistici che li hanno prodotti. </p>



<p>Nello scontro tra ‘belle’ dichiarazioni e i pressanti interessi dei capitalismi internazionali, non c’è stata lotta, hanno stravinto i secondi. Lo stesso dicasi per l’allevamento intensivo, soprattutto dei bovini, che vengono gonfiati dall’ormone della crescita, da una alimentazione a base di carne e/o di pesce e di quel mais transgenico che proviene in larga misura proprio dalla deforestazione dei polmoni verdi del mondo. Questi fattori contribuiscono alla produzione di emissioni di metano, al surriscaldamento e all’inquinamento dell’aria. In più, gli allevamenti intensivi comportano la somministrazione di antibiotici, di antiparassitari e, quando va bene, di anabolizzanti che finiscono sulle tavole degli umani consumatori, ignari di ciò che son costretti a mangiare. In via subordinata, va anche denunciato l’incredibile spreco di acqua che questi allevamenti intensivi di bovini impongono. Basti un dato per tutti. Per produrre una bistecca da un chilogrammo occorrono complessivamente 12 mila litri di acqua. </p>



<p>Per non parlare delle varie modificazioni genetiche (fatte passare per ibridazioni) degli animali d’allevamento intensivo che, sempre in nome del profitto, devono essere sempre più pesanti (per vendere più carne), devono produrre sempre più latte (in poche generazioni si è passati da vacche che producevano spontaneamente 18 litri di latte al giorno, a 35 con punte massime di 40). Se poi qualcuno ha visto qualche allevamento intensivo dei polli, o si ricorda degli esperimenti di clonazione della pecora Dolly e quelli genetici sulla mucca pazza, e i pericolosi esperimenti che hanno portato alla meningite bovina, abbiamo quadrato il cerchio di un perverso percorso alla cui base c’è sempre l’inquietante presenza del dio profitto. È pur vero che oggi gli ambienti di allevamento sono curati molto meglio di prima. I capi di bestiame sono più controllati e la pulizia degli ambienti è fatta di norma. Ma, paradossalmente, è proprio l’uso di queste molecole chimiche di contrasto che possono costringere qualche batterio o virus a trovare il modo di resistere ai trattamenti igienizzanti per mezzo di una mutazione genetica, e a diffondersi, via alimentazione, nell’ambiente umano, con le conseguenze che sappiamo. </p>



<p>Senza contare le numerose ‘devianze’ alle più banali norme di sicurezza per gli animali perché troppo costose. Così, nelle vaste aree nelle quali gli animali sono industrialmente allevati vengono inquinati con i loro liquami estesi tratti di territorio, le falde acquifere e quelle di superficie, liberando oltretutto nell’aria metano e altri gas serra. Così è avvenuto che negli enormi spazi dedicati all’industria dell’allevamento intensivo, come nelle pianure del Brasile, dell’Argentina, degli Usa e dell’Australia, gran parte delle superfici agricole è occupata da monoculture di mais e soia geneticamente modificati, che sottraggono terre ai contadini tradizionali, inquinano il suolo e contribuiscono al riscaldamento globale. Il dato impressionante è che, in nome del solito</p>



<p>profitto, le moderne metodiche di allevamento intensivo hanno ingigantito il numero dei capi di bestiame moltiplicando tutti gli effetti nocivi che abbiamo precedentemente citato. Si calcola che il numero degli animali allevati nel mondo, sia passato dai 7 miliardi del 1970 agli oltre 24 miliardi del 2011 (dati FAO), i dati più aggiornati ci dicono che oggi sono quasi raddoppiati.</p>



<p>Per concludere, c’è il più grande business del mondo, quello che da decenni innesca lotte civili, tensioni internazionali e guerre. Quello che fa correre il mondo verso la sua distruzione, ovvero il petrolio e tutti i suoi derivati (plastica), al pari del carbone e di tutti i combustibili prodotti da fonti non rinnovabili. Il risultato del loro enorme consumo ha trasformato l’atmosfera dei centri industriali, delle grandi metropoli, ma più in generale di tutto il pianeta (hanno trovato tracce di gas combusti da petrolio nei ghiacciai alle falde dell’Himalaya) in una bolla tossica e irrespirabile, con vittime all’interno delle comunità particolarmente colpite, che vanno da Taranto a Pechino, passando per il resto del pianeta sotto forma di piogge acide, inquinamento dell’aria, surriscaldamento dell’atmosfera. I morti che tutto ciò lascia dietro di sé non sono mai considerati come vittime del ‘progresso di estorsione del plusvalore’, ma come nascosti martiri ‘dell’evoluzione sociale’. </p>



<p>È proprio l’inquinamento che, secondo autorevoli scienziati borghesi, fungerebbe in questa crisi da coronavirus come vettore nella trasmissione del virus stesso, che trova nelle polveri sottili (PM10) un comodo mezzo di trasporto. Per cui non è azzardato lanciare lo slogan che “il vero virus è il capitalismo” e che solo dalla sua estinzione è possibile salvare una umanità sempre più stritolata dalla ferrea morsa di una società mortalmente decadente. Un esempio chiarificante sta nella decisione di Trump di tagliare gli investimenti sulla ricerca dei virus. Sino a un paio di anni fa il governo americano aveva sostenuto il programma Predict, finanziato dalla Usaid, l’Agenzia americana per la cooperazione internazionale. In funzione di queste ricerche della Predict sono stati identificati 900 nuovi virus da animali, compresi ben 160 nuovi ceppi di coronavirus. Ma Trump, nell’ottobre 2019, ha deciso di chiudere Predict, ritenuto troppo favorevole alle istanze ambientali ed ecologiste.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Come la scienza economica borghese affronta il problema coronavirus</h4>



<p>Ora possiamo affrontare il problema in termini semplici appoggiandoci a quanto sentenziano i teorici dell’uscita da questa ulteriore crisi economico-finanziaria che il coronavirus ci ha confezionato. I ‘guru’ dell’economia internazionale stanno approcciando il problema della crisi da coronavirus da un punto di vista finanziario, ‘bancario centrico’, e non poteva essere diversamente, commettendo una serie di errori valutativi dell’intero sistema e-conomico-finanziario mondiale che cercano di dominare, non accorgendosi di esserne dominati.</p>



<p>Per loro la crisi, e intendiamo tutte le crisi sin qui avvenute negli ultimi decenni, sarebbero dovute alla mancanza di domanda. Di questo se ne discuteva già nell’Ottocento all’interno degli schemi dell’economia classica di Ricardo e Smith. Da buon marxista, gli rispondo che la teoria delle crisi dovute alla mancanza di una sufficiente domanda, crisi ineluttabilmente intrinseca al sistema capitalistico basato sull’iniquo rapporto tra capitale e forza lavoro, è falsa, come imprecisa e fuorviante l’altra definizione che al sostantivo crisi aggiunge l’aggettivo finanziaria. È falsa, perché è solo una parziale osservazione delle contraddizioni all’interno del sistema capitalistico. È falsa perché nella sua unicità di analisi perde di vista ben altre contraddizioni che segnano pesantemente l’attuale crisi. È falsa perché vede solo nel fenomeno finanziario, dei movimenti dei capitali fittizi e speculativi l’essenza di queste crisi. Ciò detto, va da sé che si produce ‘sempre troppo’ sotto forma di merci e servizi in rapporto a una progressiva diminuzione del costo del lavoro (salari e stipendi), il che non riesce a supportare completamente la domanda. </p>



<p>Lo sviluppo delle forze produttive ha come scopo quello di produrre di più a costi inferiori, dove i costi inferiori sono, in larga parte, proprio i salari e gli stipendi che concorrono a formare la domanda. Quindi meno domanda equivale a una minore realizzazione dei profitti per l’apparato produttivo di merci e servizi, e i capitali non vanno più prevalentemente all’investimento produttivo ma verso la speculazione. Meccanismo perverso che, nel breve periodo, può produrre dei vantaggi per alcuni capitali, ma che alla fine crea bolle speculative sempre più grandi sino a farle scoppiare. Scoppi che inceppano ulteriormente sia il sistema finanziario sia quello produttivo sottostante che, in ultima analisi, è alla base della speculazione stessa nel momento in cui i saggi del profitto, che latitano sempre di più, spingono i capitali verso l’avventura speculativa in cerca di extra profitti. Allora non è all’interno del mercato, del suo muoversi in termini di merci e di capitali che vanno ricercati i motivi degli squilibri del sistema, ma è nei meccanismi che presiedono alla valorizzazione del capitale, alla formazione del profitto e alle forme contraddittorie che li regolano che bisogna andare, per comprenderne le cause. Non è sufficiente rimanere all’interno del mercato (crisi di domanda o di offerta, di sovrapproduzione o di sottoconsumo) in cui si manifestano solo gli effetti di quei meccanismi economici che operano contraddittoriamente all’interno della forma produttiva e, quindi, distributiva del capitalismo.</p>



<p>Infatti, la causa prima della crisi strutturale attuale è il frutto di una cronica insufficienza di valorizzazione dei capitali produttivi dovuta alla legge della caduta del saggio del profitto. Detto in termini semplici, lo sviluppo delle forze produttive, cioè i maggiori investimenti tecnologici in capitale costante (macchinari, materie prime ecc.) rispetto agli investimenti in forza lavoro, consente di produrre più merci, ma alla condizione di togliere posti di lavoro e, di conseguenza, di restringere inevitabilmente l’ambito della estrazione di plusvalore. È il rimpicciolirsi della fonte di formazione del profitto, che finisce per contrarre ulteriormente la domanda stessa, diminuendo il numero dei percettori di reddito. Siamo in presenza di una delle tante contraddizioni del sistema produttivo-distributivo capitalistico in cui, per massimizzare i profitti, si produce sempre di più a fronte di una riduzione assoluta o parziale del numero dei lavoratori e, quindi, di una quota parte della domanda. Per cui la caduta del saggio del profitto è contemporaneamente sinonimo di una diminuzione del saggio di valorizzazione del capitale e della contrazione della massa dei redditi da lavoro, che sul mercato ha l’effetto di diminuire la domanda costringendo i capitali a imboccare altre strade per rimpinguare i sempre più magri ‘bottini’ dell’estorsione del plusvalore. Ecco perché la speculazione è direttamente proporzionale alla diminuzione del saggio del profitto. Più i processi di valorizzazione del capitale tendono a rallentare più la speculazione aumenta sino a creare una massa enorme di capitale speculativo internazionale pari, oggi, a 13 volte il prodotto mondiale lordo.</p>



<p>Ciò nonostante, per i ‘guru’ la soluzione a questa crisi sarebbe semplice: ancora nuovo danaro pubblico che viene dato quasi gratuitamente alle banche le quali, a loro volta, lo dovrebbero dare alle imprese sotto forma di finanziamenti produttivi, per riprendere il ciclo ‘normale’ di finanziamento-produzione-distribuzione (quest’ultima iniqua, come da precedente richiamo al rapporto capitale-forza lavoro, e penalizzata da una progressiva diminuzione del potere d’acquisto). Evidentemente, non è bastata l’esperienza della crisi del 2008 all’interno della quale, in Europa come negli Usa, sono caduti a pioggia migliaia di miliardi nelle casse degli istituti di credito con scarsi risultati sul piano della ripresa economica. Le banche, gonfie di capitali freschi, hanno prima messo a posto i bilanci interni, hanno scaricato i titoli tossici, venduto una parte di crediti non più esigibili per il fallimento delle imprese debitrici, poi hanno continuato a investire prevalentemente sul terreno della speculazione, e le imprese sono rimaste al palo, o quasi. La sola differenza con la crisi del 2008 è che oggi la cascata di miliardi di euro – 750 in prima battuta, in seguito si sono aggiunti 2.700 da parte della Bce, più 100 miliardi come fondo contro la disoccupazione, e oltre 2.770 miliardi di dollari da parte della Federal Reserve con l’aggiunta di altri 2.300 – sono soldi che stanno arrivando durante la crisi e non dopo, sia alle banche che direttamente alle imprese, proprio per evitare il fatale ingorgo tra il capitale finanziario gestito dalle banche e le imprese che non lo ricevono a sufficienza. Queste ultime, peraltro, nella situazione ex post della crisi da coronavirus, saranno costrette a chiudere o a lavorare al rallentatore. </p>



<p>Anche se, va detto, tutti questi soldi sono potenziali e non tutti finiranno nelle tasche delle aziende e della popolazione. Il commercio subirà la stessa situazione, così come la logistica e tutto l’indotto produttivo-distributivo, compresa una parte dei servizi. Il che comporta inevitabilmente un aumento della disoccupazione e l’ennesima politica dei sacrifici già invocata da Confindustria con il placet dei sindacati. E certamente, a salvare il sistema creditizio non sono sufficienti le forme assicurative di cui si doterebbero le banche per non correre il rischio di fallire come nel 2008. Per cui il sistema creditizio, come è già avvenuto in questi ultimi dieci anni senza grandi successi, prende dallo Stato soldi a costo zero, se non sottocosto, solo in parte li investe produttivamente sotto forma di crediti esigibili nei confronti di imprese ‘garantite’, il resto va ancora alla speculazione sui mercati delle azioni più appetitose o verso il mercato monetario (dollaro in primis, ma anche renminbi, yen e rublo, a seconda degli andamenti imperialistici monetari mondiali).</p>



<p> Andrà anche verso il mercato obbligazionario, se garantisce tassi di interesse congrui alla massa degli investimenti speculativi fatti e a condizione dell’affidabilità dell’ente, ovvero dello Stato che li emette. Conclusione, con simili politiche finanziarie ci sarà un aumento del debito pubblico, una diminuzione per la fine del 2020 di 10/15 punti del Pil mondiale, un progressivo indebitamento di tutta l’economia mondiale. Nonostante il secondo diluvio di capitali, non si eviterà la chiusura di quelle fabbriche che non reggeranno le difficoltà di un mercato sempre più ristretto e competitivo e l’ingigantirsi di una speculazione spaventosa che rischia di ripetere, nonostante le nuove instillazioni di capitali, una crisi finanziaria maggiore di quella da cui non siamo ancora usciti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le prime conseguenze economiche</h4>



<p>Un’altra differenza con la crisi del 2008 sta nel tragico fatto che quella del coronavirus non solo si sovrappone alla precedente sommando disastri economici a disastri finanziari, ma mette in evidenza l’impoverimento delle famiglie che in questi dieci anni hanno dovuto sopperire alla mancanza di un welfare in disarmo, proprio nei settori chiave del sostegno alla povertà. Per restare sempre negli Usa quale osservatorio privilegiato della nascita di tutte le ultime crisi, è pur vero che il governo Trump ha previsto un fondo per la disoccupazione, ma all’interno di un trend che, in soli due mesi (febbraio e marzo) ha visto un calo della produzione del 5,6%, e si prevede una diminuzione a fine anno del 16%, con una perdita media del quasi 12%. Per cui c’è poco da sperare, anche perché il peggio deve ancora venire. La chiusura di centinaia di migliaia di fabbriche e aziende in genere ha già portato a moltiplicare le richieste dei sussidi di disoccupazione, arrivate a 16 milioni. Gli stanziamenti previsti, anche se nominalmente ingenti, non saranno in grado di tappare tutte queste nuove falle che si sommano a quelle della ‘vecchia’ crisi. Prima ancora dello scoppio di questa crisi, il Bureau of Labor Statistics forniva dati secondo i quali risultava che oltre il 20% delle famiglie americane era composto da disoccupati. (Va ricordato per l’ennesima volta che il trucco, per rendere ‘positivi’ i dati statistici, è sempre consistito nel calcolare solo i disoccupati ufficiali, cioè quelli che cercano un lavoro fino a quattro settimane dopo la perdita del loro impiego, dopo di che escono ufficialmente dalle statistiche.) </p>



<p>Quasi il 90% dei nuovi posti di lavoro, di cui l’amministrazione Trump si vantava durante i primi due anni della sua amministrazione, era soltanto a part time (dai 3 a un massimo di 6 mesi di contratto, soprattutto, ma non solo, nella ristorazione e nei fast food, con una retribuzione media di 350 dollari settimanali). Senza contare che nel computo degli occupati rientrano anche quelli che lavorano una o due settimane al mese, e non tutti i mesi, con contratti a termine e salari di fame. In questo modo almeno 90 milioni di proletari e di piccola borghesia americani si sarebbero dovuti considerare disoccupati o sottoccupati, invece di figurare come occupati a tutti gli effetti nei calcoli statistici ufficiali. Se poi aggiungiamo che all’interno di questi 90 milioni ci sono 50 milioni di diseredati (homeless, lavoratori poverissimi, che vivono in case-roulotte, in macchina o in case fatiscenti) che sono sotto la soglia della povertà e, come s’è detto, l’aggiunta di 16 milioni di disoccupati in tre sole settimane tra la fine di marzo e i primi di aprile, il quadro è completo. Questo a testimonianza che già prima della crisi del ‘corona’ l’economia americana, al pari di quella internazionale, era ben lontana dall’aver superato quella dei ‘subprime’ e che la seconda si è sommata alla prima in un percorso di crisi permanente di cui non si vede la fine.</p>



<p>Queste manipolazioni statistiche fraudolente, artatamente confezionate e messe a ‘disposizione’ dell’opinione pubblica, avvengono anche nel calcolo del Pil (con opportuni aggiustamenti, i quali prendono come base il Pil trimestrale più alto trasformandolo in annuale). Inoltre, si fanno passare per “investimenti fissi” le spese militari e quelle cosiddette di “ricerca e sviluppo”. Il tutto ancora una volta spacciato per ‘crescita’ nel solito tentativo di gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica, che deve essere rassicurata e deve stare tranquilla per non rompere la pace sociale in un clima di crescente incertezza. Ciliegina sulla torta di menzogne, va aggiunto che, in queste fraudolenti operazioni contabili, avviene anche che le polizze assicurative contro le malattie sono trasformate in “spese per investimenti per beni di largo consumo”. </p>



<p>Non da ultimo, va detto che soltanto un 20% dei salari (dati del Bureau of Labor Statistics) ha avuto negli ultimi anni aumenti, peraltro molto contenuti, mentre per l’80% dei lavoratori il salario è fortemente diminuito, rimanendo, come potere d’acquisto, agli anni 1980. Già agli inizi di questa crisi non sono però mancate le grida di allarme da parte di alcuni autorevoli analisti americani, che della situazione interna conoscono anche le pieghe più recondite, pur rimanendo vittime della falsità statistiche di cui abbiamo fatto cenno. Per esempio, Mickey Levy, economista della Banca Berenberg, ex capo economista della Bank of America, afferma che “l’economia statunitense è in recessione”, e lo dice sulla base del suo ultimo aggiornamento di dati e scenari economici. “Avremo una dura contrazione dell’attività economica e del Pil nella prima metà dell’anno, con un calo del 4,5% nel primo trimestre e dell’11,7% nel secondo”. Ma non è il solo a temere per il futuro crisi più profonde. Citigroup dà il 40% di probabilità di una debacle dell’intero sistema, in tempi lunghi ma non lontani.</p>



<p>Se questo è il quadro agli esordi della crisi, gli scenari che ci aspettano non sono certo confortanti, nemmeno sul piano ‘del quieto vivere’, nonostante il tentativo di comprare con pochi spiccioli la pace sociale che, se terminasse, finirebbe per stravolgere ulteriormente i piani di rilancio dell’economia capitalistica sia negli Usa che in Europa. Piani che, accanto agli investimenti promessi ai settori chiave dell’economia e anche alle piccole e medie industrie, devono forzatamente prevedere un lungo periodo di lacrime e sangue per la forza lavoro. Nel frattempo, e siamo soltanto al 20 marzo, molte delle majors americane prevedono il ricorso al nuovo Quantitative easing. Secondo le stime di Bloomberg, dopo i rifinanziamenti di CEC Entertainment, Metropolitan Transportation Authority, Diamondrock Hospitality, Tailored Brands, J Jill, Boyd Gaming e National Vision, sono seguite a breve quelli dati alla Ford (15,4 miliardi), Kohl’s (1 miliardo) e TJX (1 miliardo) per un controvalore di giornata di 21 miliardi di dollari, a seguire AT&amp;T (3 miliardi), Delta Airlines (2-4 miliardi), Edison International (800 milioni) e Pioneer Natural Resources (1 miliardo). Ma l’aspetto più preoccupante è che siamo in presenza, nella stragrande maggioranza dei casi citati, delle stesse aziende che, dopo aver usufruito della fase monetaria più lunga e favorevole della storia americana (2009-2019), dopo aver operato il buybak (remunerazione degli azionisti tramite il riacquisto di azioni e aumento dei dividendi) per centinaia di miliardi (2016-2019), dopo aver usufruito del più ampio taglio fiscale dal secondo dopoguerra a oggi (2017) e aver registrato profitti da record (2018), ora sono costrette (vedi recentemente il caso Boeing) a ricorrere al salvataggio pubblico, pena il rischio fallimento.</p>



<p>Questo negli Usa, ma non diversamente dall’Europa e dall’Italia che già erano in recessione tecnica alla fine dell’anno precedente. Per cui, mentre sulle imprese e sulle banche caleranno ancora migliaia di miliardi di dollari e di euro, sulla classe lavoratrice arriveranno, insieme alle briciole, misure pesantissime, erogate in nome dell’emergenza e della necessità di sacrificarci tutti (?), perché la barca è una e va salvata a tutti i costi. Dimenticando di dire, come al solito, che in quest’unica barca c’è chi rema e chi batte il tempo.</p>



<p>Inoltre, la crisi da virus sta mettendo in luce quanto il sistema capitalistico sia da anni alla frutta. Lo smantellamento del welfare è avvenuto su tutti i fronti, da quello pensionistico a quello dell’istruzione, dai tagli ai servizi a quelli dei finanziamenti della ricerca scientifica. E quello che oggi drammaticamente risalta sono soprattutto i tagli nella sanità, che mostrano tutta la loro tragica carenza e criticità nei confronti della pandemia. Spagna e Inghilterra hanno già dichiarato di non avere i mezzi sanitari per affrontare adeguatamente l’emergenza, oltretutto partendo colpevolmente in ritardo nell’affrontare la crisi coronavirus. Negli Usa le cose non vanno meglio. A parte il ritardo provocato dell’incoscienza criminogena del presidente, il sistema sanitario degli Usa, stoppato il tentativo di Obama di estendere la sanità anche ai meno abbienti, e abortito per la tenace resistenza della lobby delle assicurazioni, si trova al centro dell’emergenza, con strutture non adeguate ad affrontare una situazione così grave e vasta.</p>



<p>Manca di tutto, dai macchinari per la respirazione assistita, ai tamponi e ai reagenti chimici per verificare la positività dei tamponi stessi. Il governo Usa è stato addirittura costretto a importare dalla Cina qualche milione di mascherine, perché il suo sistema sanitario ne era sprovvisto e nessuna fabbrica è stata in grado di riconvertire la produzione in materiali sanitari e in tempi utili. Come al solito, chi è ricco può sperare di salvarsi usufruendo degli ospedali di eccellenza, chi è povero muore. Un esempio è dato dalle recenti statistiche che sono uscite in America riguardo alla differenza di morti tra la popolazione bianca e quella nera che, per definizione, appartiene alle stratificazioni più povere. Per esempio, in Illinois gli infettati bianchi sono al 27,5% e i neri al 29,4%, mentre i deceduti da Corona sono neri al 42% e i bianchi al 37%. Si potrebbe dire un divario relativamente modesto. Ma se disaggregassimo i dati ne uscirebbe che gli afroamericani sono soltanto il 13,8% dell’intera popolazione, che è in maggioranza bianca. A Chicago (siamo all’8 aprile), abbiamo che il 70% dei decessi è tra la popolazione di colore. </p>



<p>E i neri rappresentano solo il 29% dell’intera popolazione metropolitana. In North Carolina i contagiati sono di colore nel 37% dei casi a fronte di un 21% del resto della popolazione, ovviamente bianca. In Michigan poi, dove la popolazione dello Stato è composta per il 14% da neri, gli afroamericani infetti sono il 35% dei casi complessivi e il 40% dei morti. Nella città di New York, i casi di maggior contagio si contano nelle zone con i redditi più bassi, nelle periferie dove ‘abitano’ gli homeless, nel South Bronx meridionale o nel Queens, dove abitualmente vivono i meno abbienti, i disoccupati e parte di quei 16 milioni di disperati che hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione. Nessuna meraviglia. Non è il coronavirus che è razzista, ma la società americana che non concede protezione sanitaria alle stratificazioni sociali più povere che, come si diceva poc’anzi, se non ha i soldi per farsi un’assicurazione, muore. In Italia, negli ultimi dieci anni, sono pesantemente diminuiti i finanziamenti alla sanità per 37 miliardi di euro. Si sono tagliati migliaia di posti di lavoro (medici, infermieri e addetti ai laboratori di ricerca). Si sono chiusi i presidi sanitari periferici con la perdita di 70 mila posti letto, arrivando così al fatidico appuntamento con la ‘crisi virale’ in condizioni di alta precarietà sanitaria. Negli istituti per anziani manca praticamente tutto e il tasso di mortalità dei degenti è impressionante, ed è così alto che sono in atto alcune indagine della magistratura milanese sui maggiori nosocomi della Lombardia, tra i quali la ‘mitica Bagina’ meno conosciuta come Pio Albergo Trivulzio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le seconde conseguenze economiche</h4>



<p>Questo è il tragico scenario se la crisi da Corona durerà solo quattro o sei mesi, perché se dovesse durare di più le cose andrebbero molto, ma molto peggio. Gli effetti rebound nel settore finanziario quale conseguenza di una ripresa economica, che i soliti ‘guru’ si aspettano già a partire dagli inizi del quarto trimestre del 2020, sono una pia illusione. Le statistiche fornite al riguardo sono una proiezione basata sul nulla, come le analisi dell’andamento positivo dell’economia mondiale prima della crisi del 2008, che nessuno degli analisti aveva preannunciato, fatte salve pochissime eccezioni. La ripresa economica, se ci sarà, avrà tempi lunghi e sarà solo temporanea e non risolutiva in questa fase di decadenza del sistema economico capitalistico. Non è che passato, ipoteticamente e sperabilmente, lo spettro del Corona, dalla settimana successiva tutto riprenderà come prima.</p>



<p>La Cina è economicamente in ginocchio. Gli ultimi dati sull’incremento del Pil davano un misero 2,8%. Gli Usa sono pieni di debiti e di deficit sino alla cima dei capelli e si basano solo sulla supremazia del dollaro e sull’esercito più potente del mondo per sopravvivere. Mezza Europa è in recessione tecnica, Germania compresa, e il futuro è sempre più grigio. I nuovi soldi che la Bce starebbero erogando dovrebbero servire, in minima parte, a mantenere i redditi delle famiglie, la cassa integrazione nel caso dei lavoratori dipendenti, o i sussidi diretti nel ca-so degli autonomi. Ma, soprattutto, dovrebbero fornire alle imprese la liquidità necessaria per pagare debiti e fornitori ed evitare che falliscano o che siano costrette a licenziare i dipendenti. Mentre, come già detto, le <em>tranche</em> più consistenti andranno a gonfiare le casse delle banche e di conseguenza, le bolle speculative, sino a quando i saggi del profitto delle imprese saranno così bassi da non giustificare nuovi investimenti, sempre fatte salve le solite eccezioni quali le grandi majors che godono dell’intervento diretto dello Stato quando i finanziamenti delle banche non risultano essere sufficienti o addirittura assenti.</p>



<p>In una relazione realizzata dall’Organizzazione del Lavoro (OIL, che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) si ipotizza che la crisi da pandemia rischierebbe di provocare, a scala internazionale, la perdita di 25 milioni di posti di lavoro almeno, andando a incidere su di un tessuto produttivo in cui, già a partire dal 2019, si contavano 188 milioni di disoccupati nel mondo. Un numero nettamente superiore a quello che si è verificato dopo la crisi economica del 2008, che determinò un incremento della disoccupazione mondiale di 22 milioni di unità. Sempre secondo le stime dell’Organizzazione del lavoro saranno le vecchie economie capitalistiche occidentali quelle più funestate dalla crisi, con una perdita di guadagni che si prevede sfiorerà i 3.100 miliardi di euro entro la fine del 2020. Senza contare che l’OIL non tiene minimamente conto delle condizioni economiche e finanziarie devastate dei Paesi della periferia del capitalismo, come il Brasile, il Venezuela, l’India e la stessa Russia che parzialmente si salva con i giacimenti di gas e petrolio, pur subendo i danni del crollo del prezzo del greggio. Inoltre prevede che “tra 8 e 35 milioni di persone rientreranno nella categoria dei cosiddetti ‘lavoratori poveri’ (che sono quelli che guadagnano meno di 2,90 euro al giorno)”, mentre si pensava che nel 2020 la cifra totale di questi, pari a 630 milioni di persone, sarebbe diminuita di 14 milioni di persone.</p>



<p>Più allarmante è l’Agenzia delle Nazioni Unite con sede a Ginevra, che aveva anticipatamente pubblicato un rapporto il 18 marzo, in cui prevedeva che la crisi producesse almeno 25 milioni di disoccupati, ma soltanto a livello europeo. Nell’ultima sua stima, le proiezioni sugli effetti del coronavirus a livello internazionale e per gruppi di regioni economiche sono peggiorate di molto. L’Agenzia prevede infatti che la crisi ridurrà drasticamente il numero di ore lavorate nel mondo del 6,7%, già a partire dal secondo trimestre del 2020, il che equivale a un esubero (licenziamenti) di 195 milioni di lavoratori. Secondo una ulteriore stima della medesima Agenzia, nei settori trainanti dell’economia mondiale potrebbero essere “circa 1,25 miliardi i lavoratori ad alto rischio per l’incremento drastico e devastante dei licenziamenti, delle riduzioni dei salari e dell’orario di lavoro”.</p>



<p>Ma i saggi del profitto, al di là delle inevitabili fluttuazioni di breve periodo, non sono destinati ad aumentare, se non a costi immani di supersfruttamento dei lavoratori. Troppo e irreversibilmente alta è la composizione organica del capitale (rapporto tra la massa del valore del capitale costante e il numero/valore delle unità della forza lavoro impiegate nel ciclo produttivo). Si stima che nel settore metalmeccanico (produzione di automobili, autocarri e macchinari di movimento terra), la forza lavoro sia, in rapporto al capitale costate, del solo 7%. Rimanendo in tema di previsioni, e torniamo all’ultimo trimestre del 2019 quando la crisi del coronavirus non era all’orizzonte, lo status dell’economia mondiale era già sull’orlo del tracollo. Con questa crisi si sommeranno disastri economici su disastri economici, con effetto moltiplicatore su tutto lo scenario internazionale.</p>



<p>Dai già citati dati economici e finanziari, ora passiamo a quelli dell’indebitamento globale, sintomo di una economia malata che cerca di sopravvivere oscillando tra speculazione e indebitamento, sperando di ripagare prima o poi i debiti contratti e di ‘sanare’ con la speculazione le falle che la crisi da saggio del profitto sta facendo all’interno dell’economia reale. Speranze destinate solo ad aggravare la situazione e non a risolverla. Secondo l’Institute of financial finance, i debiti accumulati sino al terzo trimestre del 2019 dalle famiglie, dalle imprese non finanziarie e dagli Stati ammontavano all’astronomica cifra di 253 mila miliardi di dollari, il 322% del Pil mondiale. Un costo basso del danaro e un dollaro debole, oltre alla vitale necessità di reperire finanziamenti sul mercato internazionale, hanno spinto all’indebitamento anche i Paesi emergenti, che hanno raggiunto il record nominale di 72 mila miliardi di dollari. In forte crescita soprattutto il debito in valuta estera, il che ha creato un’esposizione finanziaria potenzialmente esplosiva, sopratutto se in futuro gli Usa dovessero procedere a una ‘normalizzazione’ dei tassi di interesse (aumento). </p>



<p>E, come sta accadendo, la crisi ‘virale’ farà il suo corso nel destabilizzare ulteriormente queste deboli economie, strozzate da un debito pubblico insostenibile, dalla recessione internazionale e dallo spauracchio che il servizio sui loro debiti in dollari possa essere aumentato da un rialzo dei tassi di interesse americani. Sta di fatto che il debito dei Paesi ‘emergenti’, calcolato in valuta pregiata (quasi esclusivamente in dollari), ha raggiunto il picco di 8.300 miliardi di dollari ed è praticamente più che raddoppiato in appena 10 anni. Nel complesso, il debito dei Paesi emergenti, escluso il settore finanziario, ha raggiunto il 187% del Pil, con una punta incredibile a Hong Kong (365%). Gli anni a venire non potranno che peggiorare la situazione, gettando nel baratro le loro economie e trascinando con sé centinaia di milioni di proletari.</p>



<p>Se questo è il quadro generale attraverso il quale si presenta la situazione economica mondiale di fronte a una crisi, due sono le prospettive possibili di ‘salvezza’ dell’intero mondo capitalistico.</p>



<p>La prima consiste in un supersfruttamento basato sull’allungamento della giornata lavorativa, sull’aumento dei ritmi di produzione, sul contenimento dei salari e sul decurtamento delle pensioni e, più in generale, sull’ulteriore smantellamento del welfare. Operazioni già in atto, ma non ancora in termini sufficienti. Rimanendo però all’interno della fase attuale, per i lavoratori che lavorano nelle strutture produttive strategiche (quelle che non possono essere sospese o rallentate) la situazione diventerebbe insostenibile. La mancanza di condizioni igieniche-sanitarie adeguate, la forzata vicinanza tra lavoratore e lavoratore, la scarsa reperibilità di mascherine e tute, per non parlare della necessità della costruzione ex novo di docce e di altri sistemi di decontaminazione, potrebbero favorire una epidemia interna – e quindi poi esterna – ai luoghi di lavoro, come per altro si è verificato: vedi le province di Brescia e di Bergamo, in cui il padronato locale si è opposto all’istituzione di “zone rosse” quando il contagio era già diffusamente in corso. Allora, ai sacrifici già in atto e a quelli che verranno, si sommerebbe la paura dell’infezione, con il rischio di perdere la vita e non più soltanto il posto di lavoro. Per cui il capitale si troverebbe di fronte a una probabile, quanto determinata, risposta di classe fatta di scioperi, rivendicazioni economiche e di sicurezza sul lavoro di difficile gestione. In questo caso la ‘militarizzazione’, che oggi, in maniera soft, si presenta come necessario aiuto all’amministrazione dell’ordine comportamentale della popolazione in regime di emergenza sociale, si trasformerebbe immediatamente in militarizzazione vera e propria contro le rivolte operaie in nome della pace sociale.</p>



<p>Altrimenti la soluzione delle soluzioni (la seconda) sarebbe una ‘bella’ guerra che tutto distruggerebbe per tutto ricostruire, dando al sistema capitalistico gli spazi economici per un nuovo ciclo di accumulazione.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato su Prometeo, 10 aprile 2020</p>
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		<title>A dieci anni dallo scoppio della crisi, a che punto è l&#8217;economia mondiale *</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Damen]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 15:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[La situazione dell’economia mondiale, tra finanziarizzazione, svalutazione competitiva, debiti e conflitti]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-62-aprile-maggio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 62, aprile &#8211; maggio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La situazione dell’economia mondiale, tra finanziarizzazione, svalutazione competitiva, debiti e conflitti</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">La situazione mondiale continua a essere dominata dalle stesse cause che hanno determinato la crisi della fine del primo decennio degli anni Duemila e dal solito ruolo che in essa hanno svolto gli Stati Uniti d’America. È da lì che è partita l’esplosione della bolla speculativa del 2007, nella quale i titoli cosiddetti subprime si sono svalutati dal 60 al 100%. Titoli che erano stati preventivamente e proditoriamente sparsi – come abbiamo ampiamente visto e descritto – nelle pance delle banche di tutto il resto del mondo, nei fondi speculativi, dando vita alla più devastante crisi finanziaria dal secondo dopoguerra a oggi.</p>



<p>In quella occasione, come ancora oggi, si parla di bolla speculativa esplosa, di crisi finanziaria che ha colpito i principali istituti di credito americani e poi, a cascata, il mercato finanziario mondiale. Noi ci siamo sforzati di dimostrare che quella crisi trovava le sue origini non nel mondo della finanza, che ne è stato solo una conseguenza, ma in quello dell’economia reale. Negli Usa, come nei settori del capitalismo più avanzato, da decenni, anche se con un andamento sinusoidale, cioè con alti e bassi, più bassi che alti, la redditività degli investimenti andava calando nonostante un aumento della produttività.</p>



<p>I saggi del profitto erano in costante diminuzione e masse sempre più consistenti di capitali lasciavano l’economia ‘reale’, quella che produce beni e servizi, che crea valore sulla base dello sfruttamento della forza lavoro, per rincorrere il miraggio di facili guadagni nel settore della speculazione che, in qualche modo, ripagasse il capitale dei mancati profitti del settore produttivo con quelli speculativi. Con la conclusione di deprimere ulteriormente la produzione reale attraverso la fuga dei capitali e di andare a ingigantire un meccanismo parassitario che partiva dalla finanziarizzazione della crisi stessa, attraverso la formazione di capitale fittizio, ovvero di credito facile, grazie al basso costo del danaro, inondando l’economia americana di un mare di debiti, sia da parte dello Stato, delle imprese e persino delle famiglie.</p>



<p>Capitale fittizio che, al primo rincaro dei tassi di interesse, imposto dalla Federal Bank, avrebbe fatto esplodere il tutto con le conseguenze planetarie che abbiamo visto. Esplosione che si è abbattuta sui meccanismi finanziari, sulle banche da salvare a ogni costo (too big too fail), ricadendo poi pesantemente sul già fragile tessuto produttivo che l’ha generata, e peggiorando le condizioni salariali e di sfruttamento dei lavoratori.<br>Oggi la situazione, non solo non è migliorata, ma è cambiata in peggio.</p>



<p>La ‘crescita’ degli Stati Uniti, annunciata a tutto il mondo come il miracolo economico che è ‘scoppiato’ dopo i disastri della crisi, in tempi e modi prodigiosi, con un Pil che raggiungerebbe nel 2019 il 3% – ma, si dimentica di dire, con una bilancia dei pagamenti con l’estero che ha raggiunto vertici inimmaginabili – è avvenuta nelle sabbie mobili di un incredibile innalzamento del debito pubblico e privato, delle aziende e delle società finanziarie, con cifre da capogiro per il deficit federale e dei singoli Stati che, complessivamente, ha raggiunto la cifra record di 237 mila miliardi, pari al 390% del Pil. L’unico vero successo è quello dell’incremento di alcuni settori produttivi grazie all’abbassamento del 30% delle tasse voluto da Trump. Abbassamento pagato dallo Stato anche con i soldi degli operai e degli impiegati che si somma ai circa 10.000 miliardi di dollari che sempre lo Stato ha sborsato nel solo 2008 per salvare il salvabile nel settore produttivo (mentre per l’economista Stigliz si arriverebbe tranquillamente ai 20.000 miliardi di dollari versati dalla Banca centrale per tamponare i debiti di banche e soprattutto delle imprese).</p>



<p>Per tamponare invece l’emorragia finanziaria con il Quantitative easing è stato fatto un regalo di oltre 12.000 miliardi a favore delle sole banche (oltre i 20 miliardi sempre per Stigliz). Il millantato milione di posti di lavoro che Trump sventola come una bandiera, a testimonianza della presunta ripresa economica, in realtà si è concretizzato in qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro, con contratti ultra precari, persino di una settimana, sottopagati, senza nessuna copertura sanitaria e sindacale. Mentre ‘l’economia del debito’ si dilata progressivamente a preoccupante dismisura. In un anno, dal 2016 al 2017, il debito è aumentato del 10,2%, il debito delle società non finanziarie (imprese) è cresciuto dell’11,1%, il debito pubblico è aumentato del 6,7%, il debito delle famiglie è cresciuto del 12,5% e il debito del settore finanziario è cresciuto dell’11,3%.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il macigno dei debiti</h4>



<p>La grande recessione del 2007-8 e la conseguente lunga depressione che dura tuttora, hanno modificato il quadro economico generale rendendolo più debole. Siamo in presenza di una economia capitalista mondiale stagnante, dove il tasso di crescita della produttività è basso. L’aumento degli scambi commerciali si è rallentato e, soprattutto, la redditività dei capitali a investimento produttivo non si è ripresa e la cooperazione è stata sostituita da una concorrenza sempre più crudele (vedere la politica dei dazi di Trump). Secondo le proiezioni degli economisti della Banca mondiale, c’è da aspettarsi che la crescita economica mondiale diminuisca al 2,9% entro il 2020 e che, quindi, la lunga depressione iniziata nel 2008 non solo non è finita ma continuerà con il suo pericoloso fardello di guerre commerciali, guerre economiche e guerre di rapina sempre più violente e generalizzate.</p>



<p>Il debito pubblico che nel 2007 era di circa 9.000 mld di dollari (il 75% del Pil) era arrivato a 19.200 miliardi nel 2016, il 105% del Pil; negli ultimi anni, sotto Trump, non ha fatto altro che peggiorare e in futuro andrà ancora peggio. Con l’accelerazione delle politiche di Trump, si è forse arrivati al 130%. Secondo il Ministero del Tesoro il deficit di bilancio per il 2018 è aumentato del 17% ed è il più elevato dal 2012. Le entrate sono aumentate dello 0,4% mentre le spese hanno superato il 3,2%. Il Congressional Budget Office prevede per il 2019 che il deficit di bilancio arrivi a un trilione di dollari (mille miliardi). Con la politica di Trump, che ha previsto spese straordinarie come i 700 miliardi di dollari per la difesa, il taglio delle tasse del 31% per le imprese, a fronte (va detto) di un incremento delle imposte ai privati del 6,1%, il deficit federale aumenterà di ulteriori 214 miliardi di dollari, ‘grazie’ all’aumento dei costi dovuti agli incrementi degli interessi sul debito che si sommano ai già citati tagli delle tasse e alle spese militari per la difesa.</p>



<p>Nel frattempo il debito federale è schizzato a 22.000 mld contro circa 18 di entrate. Il bilancio di oltre la metà degli Stati federali è in deficit e sostenuto sempre dalla politica in deficit dello Stato federale americano.<br>In aggiunta ci sono i debiti contratti dagli studenti per iscriversi ai college e alle università che hanno toccato i 1.300 miliardi di dollari; i debiti delle carte di credito ammontano a 1.600 mld; 1.100 mld per le auto e ben 11.800 mld i debiti delle imprese. A questi va aggiunta una cifra enorme, ma non data, riguardante i debiti per l’acquisto di immobili, come non è dato l’ammontare del debito complessivo dei singoli Stati. Il dato più preoccupante però è quello relativo al debito delle imprese.</p>



<p>Se è vero che nel primo trimestre del 2018, le più importanti 500 imprese statunitensi hanno realizzato un aumento del 26% dell’utile per azione, è anche vero che ciò è stato reso possibile esclusivamente da un’enorme riduzione delle tasse proposta e realizzata dall’Amministrazione Trump. Se si considerassero i profitti dell’intero settore aziendale prima delle riduzioni delle imposte, abbiamo che nel primo trimestre del 2018 si sarebbe registrato non un guadagno, ma un calo dello 0,6%, immediatamente preceduto da un primo calo nel quarto trimestre 2017 dello 0,1%. Con le riduzioni fiscali, i profitti sono aumentati del 6%, mentre la produttività è rimasta al palo e la redditività media degli impianti in America e nelle economie del G7 rimane ben al di sotto dei livelli pre-crisi, anche dopo dieci anni di presunta ripresa e nonostante le potenti iniezioni di capitale da parte dalla Banca federale come delle altre Banche centrali dei maggiori Paesi industrializzati.</p>



<p>La vera questione della difficoltà di uscita dalla crisi è nella mancanza di un sufficiente tasso di valorizzazione del capitale, con lo spauracchio che la prossima crisi, ampiamente annunciata dagli stessi analisti a-mericani, si manifesterà nella esplosiva combinazione tra il debito delle imprese produttive negli Usa, come in tutte le economie del G7, e la massa dei debiti contratti. Per esempio, il debito delle società non finanziarie americane ha toccato un massimo nel ‘dopo-crisi’ del 72% del Pil, pari a 14,5 trilioni nel 2017, lo stesso debito nel medesimo settore delle società non finanziarie, ovvero di quelle società che agiscono nel settore produttivo di merci e servizi, è stato superiore di 810 miliardi rispetto all’anno precedente, con un 60% dell’incremento derivato dall’aver contratto ulteriori debiti con le banche e con altri istituti finanziari.</p>



<p>Allo stato attuale, i soli finanziamenti obbligazionari rappresentano il 43% del debito in essere, con una scadenza media di 15 anni rispetto alla scadenza precedente di 2,1 anni, sempre per prestiti alle imprese americane. Il che implica che circa 3,8 trilioni di dollari andranno come rimborso annuo per il prestito contratto. Una valanga di debiti non può che prevedere tante slavine di rimborsi sui capitali ricevuti in prestito, anche se al momento a tassi d’interesse bassi. In ogni caso il dato complessivo che emerge è il seguente: “Tutte le società, sia d’investimento produttivo che speculative, hanno aumentato significativamente l’uso della leva finanziaria. Alcune società hanno contratto debiti non per investire produttivamente ma per finanziare i riacquisti di azioni, di obbligazioni e di titoli di Stato, creando un ampio flusso finanziario di cassa e di riserva. In sostanza, la mancanza di remuneratività delle imprese agenti nel settore produttivo, le ha costrette a un indebitamento progressivo ma orientato più verso la speculazione che verso la produzione” (1).</p>



<p>Questo vale soprattutto per le grandi aziende, mentre le piccole non hanno a disposizione nemmeno questa opzione, a meno di non correre grossi rischi sino al fallimento. Per cui sono rimaste ferme in balia del mercato che, in più di un’occasione, le ha definitivamente eliminate. Sembra lo schema della finanziarizzazione della crisi che ha preceduto lo scoppio della bolla dei subprime. Gran parte di tale debito è valutato BBB, il rating più basso delle imprese a investimento produttivo. Ciò significa che sono solo un pelo al di sopra delle valutazioni indesiderate (spazzatura) e che il loro destino è legato al minimo aumento dei tassi di interesse, che finirebbe per gonfiare i debiti contratti, aumentare il servizio sul debito e ad accrescere i costi di produzione. Il numero di società con rating BBB è aumentato del 50% dal 2009 e non sembra fermarsi.</p>



<p>Questa è la vera situazione dell’economia americana ‘uscita’ dalla crisi. Debito pubblico, deficit federale, deficit nella bilancia dei pagamenti con l’estero, debiti di metà degli Stati americani. Debiti pubblici a cui si sommano i debiti privati e quelli delle imprese. Una montagna di debiti e di deficit che renderebbe l’economia americana tra le più precarie al mondo, se non fosse per il ruolo egemone del dollaro e per la forza del suo esercito, pronto a intervenire ai quattro angoli del mondo al minimo rischio di interferenze nei confronti delle sue mire strategiche e necessità finanziarie.</p>



<p>Ma come dice Michael Roberts nel suo The long depression, “il grande rischio è la combinazione di una redditività in calo e di un debito elevato in aumento nei settori aziendali, non solo americani, ma di tutto il G7. Se i profitti dovessero continuare a scivolare verso il basso, mentre il costo del servizio sul debito dovesse aumentasse con l’aumentare dei tassi di interesse, allora questa sarebbe una pericolosa ricetta per fallimenti aziendali a catena e una nuova, devastante crisi del debito. Il debito globale, in particolare il debito societario, è ai massimi storici”. E noi aggiungiamo: la bomba è innescata, a quando lo scoppio?</p>



<p>Anche alla periferia del capitalismo, nei cosiddetti Paesi emergenti, il fenomeno si riproduce nelle medesime condizioni. La maggioranza delle aziende produttive e società finanziarie dei paesi ‘emergenti’ si è pesantemente indebitata in dollari, dato che il corso del dollaro, allora (prima della crisi) era ed è relativamente basso e i tassi di interesse praticati sulla divisa verde dalla Federal Bank sono stati volutamente tenuti quasi nulli. Buona parte dell’enorme flusso di capitali che si è trasferito nelle economie emergenti non era destinata a investimenti produttivi, ma in prestiti e obbligazioni per attività speculative. Mentre i flussi di capitali a lungo termine per investimenti produttivi verso le economie emergenti (IED) sono in precipitoso declino da almeno una decina d’anni, ovvero dall’inizio della crisi dei subprime. Le conseguenze sono evidenti: in tutti i Paesi che sono stati coinvolti da crisi finanziarie, l’innalzamento dei tassi di interesse dei loro titoli di Stato è stato una costante.</p>



<p>Questo è il quadro delle svalutazioni a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo. Titoli di Stato: in Turchia i tassi d’interesse che lo Stato deve pagare ai sottoscrittori dei titolo pubblici sono passati dal 12 al 20, in Argentina dal 6 al 12, in Russia dal 4 all’8, in Indonesia dal 3 al 9, in Brasile dal 10 al 267 in Libano dal 20 al 281, in Sudafrica dal 12 al 112 (a esclusione della Cina tutti i BRICS). Svalutazione delle divise, ovvero la perdita del potere d’acquisto: Argentina, pesos -46%, Turchia, lira -45%, Sudafrica, rand -22%, Brasile, real -21%, Russia, rublo -19%, Giappone, yen -5,5%.</p>



<p>Sembra un film già visto, un film dell’orrore con devastazioni economiche e sociali, quando il dio profitto perde il suo ruolo egemone nella produzione di plusvalore, fa scappare i capitali a investimento produttivo verso la speculazione, verso una enorme produzione di capitale fittizio, a causa di una redditività dei capitali sempre più bassa. La politica del debito su cui ‘regge’ l’economia americana ne è un esempio. Tutti i dati fondamentali dell’impianto economico americano sono – come abbiamo visto – in rosso, i debiti soffocano le attività produttive e le stesse imprese, ai limiti della sopravvivenza sul mercato interno, mimano le grandi concentrazioni di capitali speculativi nella speranza di sopravvivere alla diminuzione dei saggi del profitto.</p>



<p>È per tutelare queste imprese, sommerse dai debiti e dalla mancanza di remuneratività dei loro investimenti (metà delle quali godono appunto di un rating da BBB appena sopra il livello spazzatura), che Trump ha pensato di innalzare i dazi contro mezzo mondo e in particolare la Cina, senza considerare che la Cina, con le sue merci a bassissimo costo, finora ha permesso agli oltre 80 milioni di poveri americani che vivono sotto la soglia di povertà, di sopravvivere. Senza contare le inevitabili reazioni di quella parte del mondo messo sotto il peso dei dazi doganali eretti come un muro contro le merci e la maggiore competitività estera.</p>



<p>In realtà – detto qui per inciso – la Cina, come nuova potenza in piena emersione, ma con problemi di bilancio (anch’essa sotto il peso di un aumentato debito pubblico), pur essendo stata, al netto delle sanzioni di Trump, il principale partner commerciale degli Usa, sta adottando una politica del tutto differente, ossia orientata a sviluppare la nuova Via della Seta e a creare un nuovo canale diretto di comunicazione e traffico di merci e capitali verso Occidente, attraversando le vecchie Repubbliche sovietiche orientali e verso l’Africa, via terra e via mare con l’obiettivo di arrivare al Mediterraneo, dopo essere riuscita ad avere il controllo commerciale del porto greco del Pireo.</p>



<p>Un canale nel quale le compravendite non avvengono più in dollari ma in renmimbi. Chiaro atto di ‘guerra’ della Cina, non solo contro la politica americana dei dazi, ma come tentativo di fare della propria divisa un serio concorrente al dollaro sui mercati commerciali mondiali, con l’obiettivo di partecipare all’accaparramento di capitali esteri e del plusvalore che essi contengono. Se ciò avvenisse, saremmo in presenza di un ‘nuovo’ terreno di scontro tra imperialismi, più sofisticato nella forma in cui si esprime ma non meno dirompente di altri che sono ancora in corso.</p>



<p>È cresciuta pure la contesa contro la Russia. Anche in questo caso uno dei contenziosi riguarda la possibilità di commerciare in rubli il gas naturale, e magari il petrolio, dopo la feroce lotta degli ultimi anni in cui hanno tentato (Russia e Arabia Saudita) di mettere fuori gioco gli Usa, che puntavano sullo shale oil, molto più costoso di quello saudita. Il rinnovo delle sanzioni e la politica dei dazi contro Putin rientrano nella logica di ‘difesa’ degli interessi americani almeno per tre ragioni fondamentali: impedire alla Russia di stabilirsi nel Mediterraneo salvando il regime siriano di Assad; staccare l’Europa dalla dipendenza energetica con Mosca, dando vita a una serie di pipeline in sostituzione di quelle russe esistenti e da costruire; non concedere in tutti i modi l’opportunità a Mosca di commercializzare i suoi ‘tesori energetici’ siberiani in rubli, dopo che la minaccia di sostituire il dollaro è arrivata dalla Cina e dal Venezuela di Maduro.</p>



<p>A questi scenari, già gravidi di tensioni al limite dello scontro quasi diretto, si aggiungono i dazi contro l’Iran e la Corea del Nord, ma anche contro il Venezuela e il Canada, oltre che la minaccia di un innalzamento delle tasse commerciali per Germania e Italia. Nel caso del Venezuela, la politica dei dazi commerciali di Trump tende a due obiettivi: il primo è destabilizzare il governo Maduro, già messo male dalla devastante crisi economica che sta attraversando il Paese, favorendo politicamente e finanziando l’opposizione di destra. Il secondo, come già accennato, consiste nell’impedire a Maduro di vendere il suo petrolio con una nuova divisa (il petro) che dovrebbe sostituire il dollaro, almeno nell’area dell’America latina (2).</p>



<p>Quella dei dazi imposti dagli Usa è lo sbocco di una politica di vecchissimo corso, che data all’agosto 1971, quando si verificò il primo deficit della bilancia commerciale Usa (2,5 milioni di dollari, oggi è di 556 miliardi di dollari). Quegli Usa che, nel secondo dopoguerra, avevano letteralmente inondato con le loro merci il mondo intero, si erano trovati, nemmeno trent’anni dopo, a essere importatori netti di merci e servizi. Il deficit in sé non era elevato, ma era rivelatore della diminuita competitività delle merci americane e di una pericolosa inversione di tendenza nei rapporti con Europa (Germania) e Giappone.</p>



<p>L’allora presidente Nixon fu costretto a prendere le tre storiche misure nel tentativo di salvare le imprese americane dalla agguerrita concorrenza estera: aumentare le tasse sull’importazione del 12%; la contemporanea svalutazione del dollaro (da 35 passa a 38 dollari oncia oro) di un altro 12%; con il guadagno, in un colpo solo, di un 24% di margine commerciale sul resto del mondo; la dichiarazione di incontrovertibilità del dollaro in oro.</p>



<p>Come dire, noi eravamo liberisti fintanto che dominavamo il mercato commerciale, nel momento in cui abbiamo perso questo predominio imponiamo tasse e dazi alle merci d’importazione senza alcun riguardo per i trattati di libero scambio ai quali abbiamo sempre fatto riferimento. Per il dollaro è valsa la medesima legge. La sua svalutazione competitiva del 12% dava temporaneamente margini di sopravvivenza alle industrie americane e tanto bastava. Per lo sganciamento del dollaro con l’oro il discorso era duplice.</p>



<p>Da un lato i forzieri americani non erano più in grado di sostenere con le loro riserve auree, peraltro in continua diminuzione, l’enorme massa di dollari in circolazione sul mercato internazionale, massa in continua espansione. Dall’altro, con un dollaro svalutato e sganciato dalla parità aurea, chi ci rimetteva erano gli speculatori, i risparmiatori e tutti gli istituti di credito internazionali che, negli anni precedenti, avevano investito sul dollaro come bene-rifugio. Ma le Amministrazioni successive hanno fatto in modo di continuare a fare del dollaro, pur sganciato dall’oro, la divisa universale degli scambi mondiali, il bene di rifugio per eccellenza, una merce di vendita il cui costo di produzione era vicino allo zero, lo strumento monetario per tutte le speculazioni, il mezzo attraverso il quale convogliare verso l’economia americana enormi flussi di capitali.</p>



<p>Ma un dollaro forte avrebbe inevitabilmente penalizzato la competitività delle merci americane, creando di anno in anno voragini all’interno del deficit commerciale. A questa semplice constatazione le varie Amministrazioni hanno fatto di tutto per rendere il dollaro sempre più forte, tentando di ridurre i danni commerciali. Era più importante che il dollaro continuasse a dominare sul mercato monetario internazionale, facendo confluire nell’economia americana fiumi di capitale finanziario che servivano a finanziare i vari deficit, e quello che rimaneva poteva essere esportato sotto forma di capitali a investimento nei Paesi dove il costo del lavoro fosse di gran lunga inferiore di quello a cui veniva comprata la ‘capacità lavorativa’ dei lavoratori americano.</p>



<p>Era talmente importante questo ruolo del dollaro, che dopo le crisi petrolifere degli inizi degli anni Settanta, i governi americani non hanno esitato a inscenare episodi di guerra, sia per mettere le mani sulle materie prime energetiche, sia per fare in modo che i produttori petroliferi e di gas non osassero pretendere dai loro clienti, divise diverse dal dollaro. Le cosiddette guerre del petrolio o ‘dei tubi’ – intendendo per ‘tubi’ le vie di commercializzazione (pipeline) – nonché il ‘perenne’ dominio del dollaro, sono ancora attuali dagli anni Settanta, sono solo cambiate e ampliate la loro cornice geografica, l’intensità e la ferocia.</p>



<p>L’Amministrazione Trump sembra tentare la quadrature del cerchio, ovvero continuare ad avere un dollaro forte e una bilancia dei pagamenti con l’estero, se non in positivo, almeno con un deficit accettabile. La politica dei dazi, oltre alla sua valenza politica di contrapposizione imperialistica con nemici giurati e con avversari commerciali, tende proprio a questo, avere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè un dollaro forte e una bilancia dei pagamenti che non sia il frutto di una perenne penalizzazione di quanto prodotto negli States.</p>



<p>In estrema sintesi, dazi doganali a parte, le guerre, di volta in volta, generate dalle crisi economiche, oltre a distruggere valore capitale per ricostruire, sono il pane quotidiano del capitalismo, che deve raggiungere con la forza delle armi quegli obiettivi economici e strategici che, con la forza della diplomazia e della ‘normale’ concorrenza, non è in grado di raggiungere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La guerra permanente</h4>



<p>Ecco perché le guerre, che dal 1945 non si sono mai fermate, esprimono oggi la tensione tra gli Usa e le altre potenze imperialiste su di un piano che trasferisce il livello del confronto produttivo, commerciale, monetario, nonché strategico, su quello apertamente militare. Ma il motore, oggi, è e rimane però quello della crisi economico-finanziaria, della scarsa redditività degli impianti, della crisi dei profitti e della conseguente speculazione, degli immensi debiti contratti e del rischio che un aumento dei tassi d’interesse negli Usa crei una crisi debitoria insanabile e le premesse per una nuova crisi mondiale peggiore di quella che, gli ottimisti, definiscono passata.</p>



<p>È stato sufficiente che l’andamento dei tassi al rialzo – per quanto riguarda i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi, sia nominali che reali a 10 anni – si siano spinti rispettivamente al 3,25% e all’1%, sui massimi del 2011, per scatenare un putiferio sui mercati finanziari di New York, il 10 ottobre del 2018. Per cui, i rinnovati timori per un ulteriore aumento dei rendimenti dei Treasury e il rischio di una guerra commerciale con la Cina, ha portato il Dow Jones (-3,155) e lo Standard &amp;Poor 500 (-3,29%) a chiudere la giornata peggiore dall’8 febbraio 2018. Il terrore dei mercati – e le relative vendite che hanno colpito particolarmente i titoli del comparto tecnologico (Nasdaq) – ha riguardato anche la guerra dei dazi contro la Cina.</p>



<p>Ma il detonatore più forte è stato il timore che con tassi di interesse più alti, l’indebitamento di interi settori produttivi, tra cui quelli tecnologici, li facesse saltare. Titoli come quelli di Facebook, di Twitter e di Netflix hanno perso in un attimo il 20% del loro valore. Persino Trump ha accusato violentemente la politica monetaria della Fed – “pazza” secondo il tycoon – per aver operato il terzo rialzo consecutivo dei tassi nell’arco del 2018. Il tutto è indice indiscutibile di una crisi permanente del capitale che si mostra alla superficie con i crolli finanziari e, nella sostanza, nella ormai endemica mancanza di rendimenti nel mondo dell’economia reale, che spinge i capitali stessi a fuggire l’investimento per imboccare l’inutile, se non più rischiosa, strada della speculazione.</p>



<p>Ecco allora che l’unica via per tentare di uscire dalla crisi economica-finanziaria è, nel breve periodo, la svalutazione competitiva, la speculazione, la politica dei dazi, l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro, lo smantellamento dello Stato sociale; ma, alla lunga, solo una consistente distruzione di valore capitale può risolvere i problemi di crisi da profitti del capitale. Non è un caso che la seconda guerra mondiale abbia devastato innanzitutto tutto i settori produttivi di quella parte del pianeta in guerra, concedendo all’imperialismo Usa di investire produttivamente nelle infrastrutture e nella ricostruzione degli impianti industriali europei localizzati principalmente in Italia, Francia, Germania, e anche nel lontano Giappone, e di esportare il suo surplus di capitale finanziario nei settori chiave dell’economia dei Paesi sconfitti.</p>



<p>Facendo così dei vinti e degli alleati un enorme spazio in cui inserire un nuovo ciclo di accumulazione. Ma la chiusura della seconda guerra mondiale non ha fermato la furia dell’imperialismo, sia americano che russo, che in termini strategici diversi hanno continuato a confrontarsi. Non perché la seconda tragedia mondiale non avesse distrutto abbastanza, ma perché, oltre a distruggere per ricostruire, l’imperialismo ha bisogno di esportare capitali, di investire all’estero, di controllare e sfruttare i territori ricchi di materie prime funzionali al processo di valorizzazione del capitale e, non da ultimo, di usufruire delle materie energetiche, di gestirne i percorsi commerciali, di parteciparne, possibilmente in termini monopolistici, alle rendite.</p>



<p>In effetti, all’indomani della seconda guerra mondiale non ha fatto che susseguirsi una lunga serie di guerre denominate ‘fredde’, ossia combattute solo indirettamente dalle due grandi centrali dell’imperialismo uscite vincitrici dalla guerra. Da quelle che hanno attraversato la Cina nel periodo 1937/49 con un Partito Comunista Cinese schierato con i russi e un Kuomintang filo americano, la cui conclusione è stata la spartizione del Paese dopo il 1949 in due parti, quella continentale, caduta sotto l’influenza russa, e quella insulare (Taiwan) americana. Solo un anno dopo il confronto si sposta in Corea (1950/53).</p>



<p>Seguì il conflitto in Vietnam nel (1962/75) e i fatti bellici che insanguinarono il centro America, in Honduras e Nicaragua con e contro i sandinisti. Come al solito, da una parte l’imperialismo russo a difesa delle ‘sue nuove colonie’ americane, dall’altra gli Usa che si ‘offrivano’ dei servigi del panamense e narcotrafficante Noriega per sconfiggere i sandinisti. Quest’ultimo personaggio, che scaricava in America tonnellate di droga proveniente dai cartelli colombiani, in un apposito reparto dell’aeroporto di Los Angeles vietato agli stessi servizi americani, faceva il viaggio di ritorno, carico di armi fornitegli dalla Cia da distribuire ai Contras operanti in centro America.<br>Potremmo continuare con lo scontro Urss-Usa nel contenzioso nazionalistico tra Israele e palestinesi, la crisi dei missili a Cuba, l’affaire Panama, con relativo sbarco americano ecc. Una guerra infinita interrotta non da una soluzione di pace ma da un necessario abbandono da parte di uno dei due contendenti.</p>



<p>Venne infatti l’implosione dell’Urss. Implosione dovuta a una decrescente competitività, a un incremento spropositato degli investimenti in beni strumentali a fronte di una forza lavoro che rimaneva sempre la stessa e di una produttività decrescente, favorendo così una modificazione della composizione organica del capitale e una inesorabile caduta dei saggi del profitto. Gli ingenti investimenti in capitale costante si facevano, nonostante la loro scarsa produttività e remuneratività, perché funzionali alla potente oligarchia di Stato, che dagli stanziamenti finanziari all’industria e all’agricoltura ricavava la sua ‘quinquennale’ tangente.</p>



<p>Più lo Stato investiva in capitale costante sotto forma si investimenti, anche se scarsamente produttivi, più l’oligarchia russa aveva la possibilità di stornare quote di capitale da deviare nelle proprie tasche. Nella crisi economica del sistema sovietico, ancora una volta c’è stato lo zampino degli Usa che, concentrando la competizione sul piano della rincorsa alle innovazioni tecnologiche militari, obbligarono il governo dell’Urss a indebitarsi pesantemente nel settore degli armamenti, il quale governo arrivò a spendere per tale voce il 23% del proprio Pil, contro il 7-8% che spendevano gli Usa.</p>



<p>Questa enorme sproporzione portò a un deficit spropositato nelle casse dello Stato russo, che aprì le prime brecce nel sistema economico sovietico a capitalismo di Stato, già minato dalla piaga di un saggio del profitto in costante caduta, e alla periferia del suo impero. Situazione nella quale la Cia e il Vaticano furono abili nell’inserirsi, specie in Polonia con l’esperienza di Solidarnosc. L’implosione cancellò la ‘fugace’ esperienza di un falso socialismo nato dalla sconfitta della rivoluzione d’Ottobre, primo e unico (per il momento) esempio storico di rivoluzione proletaria.</p>



<p>Seguirono dieci anni di mono imperialismo, che consenti agli Usa, di entrambe le Amministrazioni, di fare il bello e il cattivo tempo sullo scenario internazionale. Era l’epoca delle ‘prime’ guerre del petrolio, del suo controllo e dei business collaterali, quali la costruzione di pipeline, di centri di stoccaggio e di raffinerie che, ovviamente, dovevano cadere nelle esose mani delle compagnie petrolifere americane e delle imprese specializzate nelle grandi opere, legate alle prime, sia per questioni di logistica ingegneristica, sia perché partecipi sodali alla sfruttamento della medesima rendita petrolifera. È il periodo in cui l’imperialismo americano si ‘è esibito’ nella guerra in Iraq del 1990/91, in quella dell’Afghanistan e poi nella seconda guerra in Iraq del 2003. Dieci anni inframmezzati anche da guerre ‘minori’ ma strategicamente importanti, come quelle nell’area del Sahel in Africa e quella che ha distrutto la Jugoslavia, ultimo baluardo europeo del falso socialismo titoista.</p>



<p>Nel frattempo la Russia post sovietica, grazie ai giacimenti siberiani di petrolio e di gas, ha riguadagnato posizioni nella graduatoria dell’imperialismo internazionale, riproponendosi, con la Cina, quale controparte allo strapotere americano, dando vita a una sorta di seconda guerra fredda. A questo punto (2011), dopo l’esplosione delle ‘primavere arabe’, il conflitto si è spostato in Siria e Libia. In Siria la Russia, appoggiando Bashar el Assad, difende i suoi interessi tanto verso il Mediterraneo, con il mantenimento dei porti militari e commerciale di Tartus e Latakia, quanto verso il Medio Oriente contro l’Arabia saudita, Israele e il loro mentore imperialistico americano.</p>



<p>Quella che si sta svolgendo sotto i nostri occhi può essere definita una guerra generalizzata condotta da tutte le più potenti centrali imperialiste presenti nell’area. Sul campo troviamo la Russia e gli Usa con i loro alleati. Insieme alla Russia si muove l’Iran, si muovono l’Iraq, il Libano e gli Hezbollah libanesi. Ovvero l’asse sciita del Medio oriente. Con gli Usa l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar che costituiscono l’asse sunnita, fedele, ma non troppo, alle ambizioni di Trump.<br>In Libia sono operativamente presenti Francia, Italia, Inghilterra e Usa. Francia e Inghilterra sono state alla base della spedizione militare contro Gheddafi, spalleggiati dall’onnipresente imperialismo americano, con il doppio scopo di togliere all’Eni il controllo del 40% del petrolio libico (Francia) e di impedire a Gheddafi di vendere il suo petrolio in eu-ro, rubli o yuan.</p>



<p>In Siria abbiamo avuto la presenza massiccia di tutti i maggiori interpreti di questi massacri. Con interessi diversi, a volte contrastanti, si sono formate nuove alleanze, sciolte delle vecchie, in un susseguirsi di episodi che hanno visto la rovina di un intero Paese con due milioni di morti e oltre quattro milioni di profughi. La Turchia, la Russia, l’Iran e l’asse sciita da una parte. Gli Usa, Israele e l’asse sunnita dall’altra. Ognuno con i suoi interessi da difendere; in mezzo, il variegato campo dei nazionalismi curdi, diventato lo strumento di guerra di alcuni imperialismi e l’obiettivo da abbattere per altri, pur facendo parte, a volte, della stessa coalizione.</p>



<p>Se contassimo gli imperialismi presenti, le loro aree di influenza, la loro operante presenza bellica, dovremmo concludere di essere in presenza dii una ‘strana’ guerra mondiale dove, salvo rari casi, definiti incidenti, tutto il quadro imperialistico, fatta eccezione per la Cina, si scontra in una delle zone a più alta intensità strategica. Non è illusorio pensare che una simile guerra generalizzata, al deflagrare della nuova bolla finanziaria, spinta da un aumento dei tassi di interessi, possa determinare un peggioramento degli andamenti economici in tutto il mondo e l’intensificarsi degli attuali focolai di guerra o la creazione di nuovi.</p>



<p>Oltre all’analisi dell’esistente, negli aspetti legati alla denuncia politica va affermato con forza che la crisi non è un accidente, un inevitabile incidente naturale o una maledizione divina di qualsivoglia genere, ma il prodotto di questo modo di produzione, del capitalismo in pesante crisi economica dalla quale non riesce a uscire, che sta generando una massa finanziaria 12/14 volte il prodotto interno lordo mondiale, che fugge la produzione per dedicarsi al palliativo della speculazione, perché nella economia reale non ha più sufficienti margini di profitto per i suoi investimenti produttivi. È la caduta del saggio del profitto, che accelera la concorrenza tra capitali e lo scontro tra gli imperialismi.</p>



<p>In questo quadro la tendenza alla guerra non è uno spauracchio, ma la realtà concreta che caratterizza tutte le relazioni internazionali e uno stato di fatto che vede coinvolte tutte le principali potenze imperialiste del pianeta in vari luoghi del mondo.</p>



<p class="has-small-font-size">* Pubblicato su Prometeo, dicembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">1) Fabio Damen, <em>La crisi dei profitti alla base della finanziarizzazione dell’economia</em>, Prometeo, novembre 2009</p>



<p class="has-small-font-size">2) Il 23 gennaio 2019 è poi scattata l’operazione Guaidò, supportata dagli Usa (n.d.r.)</p>
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