<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>democrazia &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<atom:link href="https://rivistapaginauno.it/tag/democrazia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 May 2026 15:44:44 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/favicon.ico</url>
	<title>democrazia &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/liberta-vs-sottomissione-desiderio-di-autoritarismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9317</guid>

					<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere “Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Ma il fischiare nel buio non porta luce. La solitudine, la paura e lo sgomento rimangono; le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della ‘libertà da’; debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione a un capo o il conformismo ossessivo delle democrazie.”<br>Erich Fromm,<em> Fuga dalla libertà</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Un sondaggio Reuters/Ipsos, pubblicato il 26 gennaio scorso (1), fotografa un 39% di statunitensi che approva la politica di Trump in materia di immigrazione, e tra questi il 13% ritiene addirittura che il governo non stia facendo abbastanza; è un sondaggio su scala nazionale condotto tra il 23 e il 25 gennaio, ossia appena prima e subito dopo l’uccisione del secondo cittadino a Minneapolis da parte di agenti ICE. Reuters evidenzia come la maggioranza degli statunitensi disapprovi, ma il punto non è certo questo: perché dopo l’omicidio, da parte di ufficiali pubblici, di due persone in meno di un mese, l’approvazione popolare dovrebbe essere allo zero percento. E invece, se restringiamo il sondaggio al solo elettorato Repubblicano, il 55% ritiene che gli sforzi degli agenti ICE per affrontare l’immigrazione irregolare “sono più o meno giusti”, e per il 23% “non sono abbastanza”; appena il 20% pensa che l’ICE sia andata “troppo oltre”.</p>



<p>Andando indietro di qualche mese, a fine settembre 2024 il Pew Research Center (2) registra il 69% di statunitensi convinti che Trump stia tentando di esercitare un potere maggiore rispetto ai Presidenti precedenti, e il 49% tra loro lo considera negativo per il Paese. Ma, di nuovo, se guardiamo al solo elettorato Repubblicano, è il 49% a ritenere che Trump stia abusando del proprio potere, e solo per il 14% è una cosa negativa: il 24% lo ritiene positivo e il 10% “non sa”. In aggiunta, il 74% degli elettori Repubblicani pensa che nel suo attuale mandato Trump abbia “sicuramente” o “probabilmente” reso più efficiente la funzionalità del governo, migliorato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo (73%) e gestito un’amministrazione aperta e trasparente (70%).</p>



<p>Tirando le somme, la base elettorale Repubblicana, che ha portato Trump alla Casa Bianca, continua in larga maggioranza ad approvarne la politica, per quanto quest’ultima si stia rivelando sempre più autoritaria.</p>



<p>Se veniamo a noi, l’annuale rapporto Censis (3), uscito a dicembre 2025, fotografa un’Italia nella quale il 38,7% dei cittadini ritiene la democrazia non più adeguata in un epoca storica, come l’attuale, in cui contano forza e aggressività, e il 29,7% considera i regimi autocratici più adatti a governare il mondo di oggi. Un terzo degli italiani, dunque, sembra guardare con favore a una forma politica autoritaria. Non è un dato che si possa archiviare con un’alzata di spalle. Eppure, come Reuters non dà rilevanza al 39% di statunitensi che sostiene la violenta politica anti-immigrazione di Trump, così i principali media italiani liquidano in una riga il desiderio di autoritarismo di un terzo della popolazione italiana, limitandosi a osservare che l’incertezza ampiamente diffusa porta a cercare sicurezza nell’uomo forte. Tutto qui. Cosa questo davvero significhi, non importa. Difficile dire se la superficialità con cui viene trattato il dato sia figlia dell’intenzione di non voler dare troppa visibilità a una simile realtà – posizione che rivelerebbe la consapevolezza della sua drammatica importanza – oppure derivi, al contrario, dall’incapacità a prenderla sul serio, nell’idea che rappresenti un mero insignificante <em>scivolone</em>, nella convinzione che il regime democratico non sarà mai davvero messo in discussione. Nel primo caso, è ovvio che non è ignorandola, che la realtà muta; nel secondo, la cecità storica unita a un vuoto idealismo, non può che portare rovine&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 95</a></p>



<p>copia digitale PDF: <strong>3,00 euro</strong><br>copia cartacea: <strong>12,00 euro</strong></p>



<div class="wp-block-buttons is-layout-flex wp-block-buttons-is-layout-flex">
<div class="wp-block-button"><a class="wp-block-button__link has-background wp-element-button" href="https://rivistapaginauno.it/abbonamenti/" style="background-color:#008080" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Acquista copia (arretrati) o abbonati qui</a></div>
</div>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il parlamentare. Un’autobiografia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-parlamentare-unautobiografia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:15:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9170</guid>

					<description><![CDATA[Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne Il parlamentare John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale Il parlamentare (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il Parlamento oltre la retorica democratica. Considerato il primo romanzo politico scozzese, ne <em>Il parlamentare</em> John Galt lancia una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale</p>
</blockquote>



<p><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il parlamentare</a><em> (Edizioni Paginauno, 2021) è considerato il primo romanzo politico in lingua inglese: capolavoro di arguzia, è una critica devastante dell’autonomia della politica nei confronti degli interessi del mondo economico e del tornaconto personale. Il protagonista è uno scozzese che, appena tornato dall’India, acquista un seggio in un quartiere ‘marcio’. La sua vicenda trasforma il romanzo in un insuperabile studio sulla corruzione del Parlamento inglese pre-riforma (1832), e sorprende per la sua attualità. Il lettore non faticherà infatti a riconoscere tra le righe gli stessi mali che, a partire dal 1861, affliggono la politica italiana. John Galt ha la capacità di mostrare quale sia la vera funzione di un Parlamento, al di là delle dichiarazioni di facciata sulla retorica democratica.</em></p>



<p><em>Pubblichiamo la Postfazione al romanzo a firma di Carmine Mezzacappa</em><em>.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">John Galt e il suo tempo</h4>



<p class="has-small-font-size">Carmine Mezzacappa</p>



<p>Quando si affronta la lettura di un qualsiasi romanzo, è buona pratica collocarlo nel contesto storico, politico, sociale e culturale del periodo in cui l’autore lo ha scritto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-parlamentare-John-Galt.php" target="_blank" rel=" noreferrer noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="300" height="452" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg" alt="" class="wp-image-9171" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/il-parlamentare-94-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></figure>
</div>


<p>Sarebbe interessante adottare lo stesso approccio nel caso in cui si volesse spiegare il perché viene tradotto un determinato romanzo straniero, soprattutto quando quel testo contiene temi che sono pertinenti al dibattito in corso nel Paese della lingua di arrivo e offre un confronto dialetticamente costruttivo tra le due culture in questione.</p>



<p><em>Il parlamentare</em>, sebbene ambientato nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, invita a fare alcune riflessioni utili anche riguardo al nostro tempo. È ciò che emerge dalla rappresentazione fatta da Galt del sistema parlamentare che, già alla sua nascita, evidenziava anomalie in contraddizione con i nobili principi su cui si fondava.</p>



<p>Il protagonista, Archibald Jobbry, ex funzionario imperiale in India, torna in Inghilterra con un discreto patrimonio. Oltre ad acquistare una tenuta nella sua amata Scozia, si domanda quali altri investimenti potrebbe fare e non gli dispiace la proposta che gli viene rivolta di comprare il seggio di un deputato stanco di vivacchiare in Parlamento. Ed ecco subito la prima anomalia: la politica concepita come ‘affare’, non come vocazione.</p>



<p>Oggi si levano cori indignati contro il basso livello etico e morale dei politici e attribuiamo questo scadimento al degrado della società contemporanea. In realtà, dal quadro che fa l’autore scozzese si potrebbe dire che ne soffriva anche quel sistema parlamentare britannico che avrebbe posto le fondamenta della democrazia moderna&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 94</a></p>



<p>copia digitale PDF: <strong>3,00 euro</strong><br>copia cartacea: <strong>12,00 euro</strong></p>



<div class="wp-block-buttons is-layout-flex wp-block-buttons-is-layout-flex">
<div class="wp-block-button"><a class="wp-block-button__link has-background wp-element-button" href="https://rivistapaginauno.it/abbonamenti/" style="background-color:#008080" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Acquista copia (arretrati) o abbonati qui</a></div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Covid. L&#8217;obbligo vaccinale va alla Corte costituzionale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-obbligo-vaccinale-corte-costituzionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5851</guid>

					<description><![CDATA[Il CGA siciliano ritiene l'obbligo vaccinale per il personale sanitario in contrasto con la Costituzione, perché “il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid” mettono potenzialmente a rischio la salute del vaccinato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li><li>Pubbblicato online il 24 marzo 2022</li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il CGA siciliano ritiene l&#8217;obbligo vaccinale per il personale sanitario in contrasto con la Costituzione, perché “il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid” mettono potenzialmente a rischio la salute del vaccinato</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Scrivevamo nel <a href="https://rivistapaginauno.it/polemos-e-padre-di-tutte-le-cose/" data-type="post" data-id="5788" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 76 di febbraio-marzo scorso</a>: &#8220;Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (CGA) equivale, nell’autonomia riconosciuta alla regione, al Consiglio di Stato italiano: ha dunque il compito di esprimere pareri sugli atti normativi del governo, a partire dalle questioni sollevate nei TAR siciliani. Una sua ordinanza del 12 gennaio 2022 si rivela particolarmente interessante: ritrovandosi a dover decidere in merito all’obbligo vaccinale, i cinque giudici siciliani affrontano i diversi temi che da mesi ruotano intorno ai vaccini Covid e alla loro gestione, e ritrovandosi privi dei dati per deliberare, li richiedono al governo: danno tempo fino al 28 febbraio per produrli, convocano l’udienza il 16 marzo per il confronto, e solo a quel punto decideranno se “sollevare l’incidente di costituzionalità” presso la Consulta. L’obbligatorietà vaccinale potrebbe quindi arrivare (finalmente) davanti alla Corte costituzionale.</p>



<p>Tutto nasce dal ricorso di uno studente di infermieristica: non essendosi vaccinato, l’Università degli Studi di Palermo gli nega la partecipazione al tirocinio – necessario a completare gli studi – all’interno di una struttura sanitaria. L’obbligo che tocca lo studente è quindi quello relativo al personale sanitario, ma ciò che solleva il CGA sulla legittimità costituzionale è – ancor più – applicabile all’obbligo imposto a una parte di popolazione unicamente in base all’età anagrafica&#8230;&#8221; (<a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/polemos-e-padre-di-tutte-le-cose/" data-type="post" data-id="5788" target="_blank">continua a leggere l&#8217;articolo del numero 76</a>)</p>



<p>Il 16 marzo, dati richiesti alla mano, i cinque giudici siciliani hanno sollevato l&#8217;incidente di costituzionalità: l&#8217;obbligo vaccinale per il personale sanitario va davanti alla Corte costituzionale (<a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato3219910.pdf" data-type="URL" data-id="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato3219910.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui il testo dell&#8217;Ordinanza</a>).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Estratti salienti dell&#8217;Ordinanza del 16 marzo 2022 (pubblicata il 22 marzo)</span> </h4>



<h4 class="wp-block-heading">Eventi avversi</h4>



<p>Elementi di criticità appaiono emergere […] con specifico riferimento alla problematica degli eventi avversi.</p>



<p>[…] rispetto al totale delle dosi totali somministrate in Italia di vaccini (sia obbligatori che raccomandati: Esavalenti , Tetravalente, Trivalente, Antipneumococcici, Anti-rotavirus, Antimeningococco, MPR-MPRV-V e Anti-papillomavirus), nel 2020 sono state inserite nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza complessivamente 5.396 segnalazioni di sospetti eventi avversi a vaccini, pari a 17,9 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, delle quali solo 1,9 costituiscono segnalazioni gravi. Invece, dall’esame del “Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti-COVID-19” […] emerge che «complessivamente, durante il primo anno dell’attuale campagna vaccinale, sono state inserite, nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza, 117.920 segnalazioni di sospetto evento avverso, successivo alla vaccinazione, su un totale di 108.530.987 dosi di vaccino, con un tasso di segnalazione di 109 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, e con un tasso di 17,6 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate». Come risulta evidente, non solo il numero di eventi avversi da vaccini anti SARS-COV-2 è superiore alla «media degli eventi avversi già registrati per le vaccinazioni obbligatorie in uso da anni», ma lo è di diversi ordini di grandezza (109 segnalazioni, a fronte di 17,9, e con un tasso di 17,6 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, a fronte di un tasso 1,9 segnalazioni gravi).</p>



<p>[…] la raccolta dei dati che emergono dalla consultazione della banca dati europea (EudraVigilance, facilmente accessibile attraverso il sito AIFA) permette di rilevare che a fine gennaio 2022 risultavano somministrati in ambito EU/EEA 570 milioni di dosi (ciclo completo e <em>booster</em>) del vaccino Cominarty (BioNTech and Pfizer), in relazione al quale esultano acquisite 582.074 segnalazioni di eventi avversi, dei quali 7.023 con esito fatale; quanto al vaccino Vaxzevria (AstraZeneca), a fronte di 69 milioni di dosi si registravano 244.603 segnalazioni di eventi avversi, dei quali 1.447 con esito fatale; quanto al vaccino Spikevax (Moderna), a fronte di 139 milioni di dosi risultavano segnalati 150.807 eventi avversi, dei quali 834 con esito fatale; quanto al Covid-19 Vaccine Janssen, a fronte di 19 milioni di dosi risultavano 40.766 segnalazioni, delle quali 279 con esito fatale.</p>



<p>Indubbiamente, la maggior parte degli effetti collaterali, elencati nel database, evidenziano sintomi modesti e transitori; gli eventi avversi più seri comprendono disordini e patologie a carico dei sistemi circolatorio (tra cui trombosi, ischemie, trombocitopenie immuni), linfatico, cardiovascolare (incluse miocarditi), endocrino, del sistema immunitario, dei tessuti connettivo e muscolo-scheletrico, del sistema nervoso, renale, respiratorio; neoplasie. Nel novero di tale elencazione rientrano, evidentemente, anche patologie gravi, tali da compromettere, in alcuni casi irreversibilmente, lo stato di salute del soggetto vaccinato, cagionandone l’invalidità o, nei casi più sfortunati, il decesso. È, quindi, da dubitarsi che farmaci a carico dei quali si stiano raccogliendo segnalazioni su tali effetti collaterali soddisfino il parametro costituzionale sopra richiamato.</p>



<p>Vero è che le reazioni gravi costituiscono una minima parte degli eventi avversi complessivamente segnalati; ma il criterio posto dalla Corte costituzionale in tema di trattamento sanitario obbligatorio non pare lasciare spazio ad una valutazione di tipo quantitativo, escludendosi la legittimità dell’imposizione di obbligo vaccinale mediante preparati i cui effetti sullo stato di salute dei vaccinati superino la soglia della normale tollerabilità, il che non pare lasciare spazio all’ammissione di eventi avversi gravi e fatali, purché pochi in rapporto alla popolazione vaccinata, criterio che, oltretutto, implicherebbe delicati profili etici (ad esempio, a chi spetti individuare la percentuale di cittadini &#8216;sacrificabili&#8217;). Pare, quindi, che, non potendosi, in generale, mai escludere la possibilità di reazioni avverse a qualunque tipologia di farmaco, il <em>discrimen</em>, alla stregua dei criteri rinvenibili dalla richiamata giurisprudenza costituzionale, vada ravvisato nelle ipotesi del <em>caso fortuito </em>e <em>imprevedibilità della reazione individuale</em>. Ma nel caso in questione, l’esame dei dati pubblicati nel sito EudraVigilance disaggregati per Stato segnalatore evidenzia una certa omogeneità nella tipologia di eventi avversi segnalati dai vari Paesi […] il che lascia poco spazio all’opzione caso fortuito/reazione imprevedibile. In tale condizione, vi è da dubitarsi della coerenza dell’attuale piano vaccinale obbligatorio con i principi affermati dalla Corte [costituzionale] […]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Attendibilità del sistema di raccolta dati in ordine agli eventi collaterali</h4>



<p>Tale questione assume rilievo cruciale, specie per i farmaci sottoposti ad autorizzazione condizionata, per i quali, successivamente alla commercializzazione, prosegue il processo di valutazione […] suscettibile di essere inficiato tanto da un’erronea attribuzione alla vaccinazione di eventi e patologie alla stessa non collegati causalmente, quanto da una sottostima di eventi collaterali, specie gravi e fatali.</p>



<p>[…] Viene introdotto un tema oggettivamente importante, quello dell’adeguatezza dei sistemi di monitoraggio dei vaccini anti-Covid-19 al fine di individuare la connessione tra la vaccinazione e gli eventi sfavorevoli che colpiscono la popolazione vaccinata nell’ambito di un piano vaccinale “di massa”.</p>



<p>[…] Lo stesso utilizzo dell’algoritmo (dell&#8217;OMS, <em>n.d.r.</em>), che espunge la segnalazione di eventi distanti, nel tempo, rispetto alla data della vaccinazione, non pare coerente con le esigenze di studio dei profili di rischio a medio lungo termine dei farmaci sottoposti ad approvazione condizionata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Triage pre-vaccinale</h4>



<p>Ulteriori profili di criticità emergono dalla circostanza che, come emerso dalle risultanze dell’istruttoria, non è prevista, a fini della sottoposizione a vaccino, una relazione del medico di base, il quale normalmente ha un’approfondita conoscenza dei propri assistiti. Il triage pre-vaccinale viene, quindi, demandato al personale sanitario che esegue la vaccinazione, che a sua volta deve affidarsi alle (inevitabilmente variabili) capacità del soggetto avviato a vaccinazione di rappresentare (nella ristretta tempistica a ciò destinata) fatti e circostanze rilevanti circa le proprie condizioni generali e lo stato di salute.</p>



<p>Oltretutto […] non vengono richiesti esami di laboratorio, quali accertamenti diagnostici da eseguire prima della vaccinazione, o test, inclusi quelli di carattere genetico, nonostante le risultanze confluite nel rapporto annuale sui vaccini nonché emergenti dal data base europeo abbiano evidenziato alcuni effetti collaterali gravi come miocarditi e pericarditi (correlabili prevalentemente ai vaccini a base di RNA) ed eventi tromboembolici (più frequenti nei vaccini con vettore virale), che potrebbero essere scongiurati esentando dalla vaccinazione, o sottoponendo preventivamente ad idonea terapia farmacologica, soggetti che evidenzino specifici profili di rischio (come trombofilie ereditarie).</p>



<p>Appare particolarmente critica la circostanza che non è previsto, prima della somministrazione del vaccino, nemmeno un tampone Covid, che potrebbe evidenziare una condizione di infezione in atto, che evidentemente sconsiglia la somministrazione del vaccino, avuto riguardo al rischio di reazione anomala del sistema immunitario, su cui hanno ampiamente argomentato gli studiosi incaricati delle consulenze di parte dell’appellante.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sottoscrizione del consenso informato</h4>



<p>Risulta, evidentemente, irrazionale la richiesta di sottoscrizione di tale manifestazione di volontà all’atto della sottoposizione ad una vaccinazione indispensabile ai fini dell’esplicazione di un diritto costituzionalmente tutelato quale il diritto al lavoro […]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Incidente di costituzionalità</h4>



<p>Ritenuto che: […]</p>



<p>b.2) per tutte le ragioni sopra diffusamente esposte, (in disparte la controversa adeguatezza del sistema di monitoraggio, prevalentemente imperniato alla farmacovigilanza passiva) che i parametri costituzionali per valutare la legittimità dell’obbligo vaccinale, come fissati dalla costante giurisprudenza della Corte costituzionale, non sembrano rispettati, in quanto non vi è prova di vantaggio certo per la salute individuale e collettiva superiore al danno per i singoli, non vi è prova di totale assenza di rischio o di rischio entro un normale margine di tollerabilità, e non vi è prova che – in carenza di efficacia durevole del vaccino – un numero indeterminato di dosi, peraltro ravvicinate nel tempo, non amplifichi gli effetti collaterali dei farmaci, danneggiando la salute; non sono state adottate “misure di mitigazione” e “misure di precauzione” ad accompagnamento dell’obbligo vaccinale, quali adeguati accertamenti in fase di triage pre-vaccinale, e adeguata farmacovigilanza post vaccinazione, con il rischio che in nome della vaccinazione di massa risulti sbiadita la considerazione della singola persona umana, che andrebbe invece sostenuta e rassicurata […]</p>



<p>b.4) l’attuale previsione dell’obbligo vaccinale anti SARS-COV-2 presenta profili di criticità, con riferimento alla percentuale di eventi avversi e fatali (ben superiore alla media degli altri vaccini, obbligatori e non), che peraltro allo stato non sembrano oggetto di prevenzione (attraverso un sistematico coinvolgimento dei medici di base e l’esecuzione di test diagnostici pre-vaccinali);</p>



<p>b.5) il sistema di raccolta del consenso informato risulta irrazionale laddove richieda una manifestazione di volontà per la quale non vi è spazio in capo a chi subisce la compressione del diritto all’autodeterminazione sanitaria, a fronte di un dovere giuridico ineludibile;</p>



<p>b.6) il complesso normativo sopra descritto si pone in tensione, per tutte le motivazioni sopra articolate, con i seguenti articoli della Costituzione: 3 (sotto i parametri di razionalità e proporzionalità); 32 (avuto riguardo alla compressione della libertà di autodeterminazione sanitaria in relazione a trattamenti farmacologici suscettibili di ingenerare effetti avversi non lievi né transitori); 97 (buon andamento, anche in relazione alle criticità del sistema di monitoraggio); 4 (diritto al lavoro), nonché art. 33 e 34 (diritto allo studio), oggetto di compressione in quanto condizionati alla sottoposizione alla vaccinazione obbligatoria; 21 (diritto alla libera manifestazione del pensiero, che ricomprende il diritto ad esprimere il proprio dissenso), in relazione all’obbligo di sottoscrizione del consenso informato per poter accedere ad un trattamento sanitario imposto; oltre che con il principio di proporzionalità e con il principio di precauzione desumibili dall’art. 32 Cost. (avuto riguardo alle più volte rilevate criticità del sistema di monitoraggio, nonché all’assenza di adeguate misure di attenuazione del rischio quali analisi e test pre-vaccinali e controlli post vaccinazione);</p>



<p>b.7) appare carente un adeguato bilanciamento tra valori tutti di rilievo costituzionale, e in particolare tra tutela della salute da una parte, e tutela dello studio e del lavoro dall’altra, che soddisfano parimenti bisogni primari del cittadino.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pólemos è padre di tutte le cose</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/polemos-e-padre-di-tutte-le-cose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5788</guid>

					<description><![CDATA[Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" data-type="post" data-id="5779" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 76, febbraio &#8211; marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente</p></blockquote>



<p><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Aggiornamento 22 marzo 2022.<em> </em></span><span class="has-inline-color has-black-color"><em>L&#8217;obbligo vaccinale per il personale sanitario va davanti alla Corte costituzionale: il CGA siciliano lo ritiene in contrasto con la Costituzione perché “il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid” mettono potenzialmente a rischio la salute del vaccinato</em></span> (<a href="https://rivistapaginauno.it/covid-obbligo-vaccinale-corte-costituzionale/" data-type="post" data-id="5851" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggi i dettagli&#8230;</a>)</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-verse">“La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa.”</pre>



<p class="has-drop-cap">Il 6 gennaio scorso il governo Draghi decreta l’obbligo vaccinale Covid 19 per i cittadini di età superiore a cinquant’anni: riguarda non solo le due dosi della “vaccinazione primaria” ma anche il cosiddetto <em>booster</em>, e si traduce in sospensione dall’impiego senza retribuzione per i lavoratori non in regola con la vaccinazione e privi del Green Pass da guarigione. Il provvedimento è chiaramente spinoso dal punto di vista costituzionale – lo vedremo – e sociale – per la fase pandemica nel quale si colloca, al di là della questione no vax – ma il presidente del Consiglio non ritiene di dover argomentare la decisione; lo farà solo quattro giorni dopo, aggiungendo le scuse per aver “sottovalutato le attese per una conferenza stampa”. <em>Noblesse oblige</em> titolano i principali media italiani (“Draghi si scusa”), incapaci (o servili al punto da diventarlo) di riconoscere l’arroganza del potere quando sorride e ha modi garbati; quell’arroganza che ritiene di poter decidere senza dover dare alcuna spiegazione. A sua discolpa, dobbiamo tuttavia riconoscere che Draghi non è abituato a vestire l’abito del politico: nulla gli è più alieno del concetto di ‘rappresentanza del popolo’. E probabilmente considera la Costituzione un vetusto fardello inadeguato alle attuali esigenze dei mercati globali e del <em>sacro</em> Pil.</p>



<p>Iniziamo a entrare nelle questioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">C’è un giudice a Palermo</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>È innegabile che quei crimini furono </em><em>commessi nell’ambito di un ordine ‘legale’, e che anzi fu questa la loro principale</em><em> caratteristica.”</em></pre>



<p>Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (CGA) equivale, nell’autonomia riconosciuta alla regione, al Consiglio di Stato italiano: ha dunque il compito di esprimere pareri sugli atti normativi del governo, a partire dalle questioni sollevate nei TAR siciliani. Una sua ordinanza del 12 gennaio 2022 (1) si rivela particolarmente interessante: ritrovandosi a dover decidere in merito all’obbligo vaccinale, i cinque giudici siciliani affrontano i diversi temi che da mesi ruotano intorno ai vaccini Covid e alla loro gestione, e ritrovandosi privi dei dati per deliberare, li richiedono al governo (2): danno tempo fino al 28 febbraio per produrli, convocano l’udienza il 16 marzo per il confronto, e solo a quel punto decideranno se “sollevare l’incidente di costituzionalità” presso la Consulta. L’obbligatorietà vaccinale potrebbe quindi arrivare (finalmente) davanti alla Corte costituzionale.</p>



<p>Tutto nasce dal ricorso di uno studente di infermieristica: non essendosi vaccinato, l’Università degli Studi di Palermo gli nega la partecipazione al tirocinio – necessario a completare gli studi – all’interno di una struttura sanitaria. L’obbligo che tocca lo studente è quindi quello relativo al personale sanitario, ma ciò che solleva il CGA sulla legittimità costituzionale è – ancor più – applicabile all’obbligo imposto a una parte di popolazione unicamente in base all’età anagrafica.</p>



<p>Vediamo l’ordinanza nei punti chiave.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Art. 32: autodeterminazione vs interesse collettivo</h4>



<p>Punto di partenza è il noto articolo 32 della Costituzione: “La giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di vaccinazioni obbligatorie”, scrivono i magistrati siciliani, “è salda nell’affermare che l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute della singola persona (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto delle altre persone e con l’interesse della collettività”; “è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”, prosegue l’ordinanza, tuttavia “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività <em>non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria</em>. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico [per quelle sole conseguenze che appaiano <em>normali e, pertanto, tollerabili</em>], <em>ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri</em>” (corsivo mio).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Panta rei</h4>



<p>Messi i punti fermi sull’articolo 32, i magistrati evidenziano che “la situazione sanitaria appare in costante divenire e già in parte diversa rispetto quella oggetto di valutazione della citata decisione della III sezione [del Consiglio di Stato, n. 7045/2021, che ha ritenuto legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario], con specifico riferimento alla diffusione di nuove varianti quale la Omicron, rispetto alle quali i vaccini non sono ancora ‘aggiornati’, di guisa che sulla relativa e attuale efficacia protettiva la comunità scientifica non pare aver raggiunto una conclusione unanime (sebbene l’orientamento prevalente sia favorevole), mentre si profila una reiterazione di somministrazioni in tempi ravvicinati (sei mesi o addirittura quattro), sulla cui opportunità non si ravvisa, parimenti, una posizione unanime, per cui”, continuano i giudici siciliani, “l’<em>attuale obbligo vaccinale pone un (nuovo) problema di proporzionalità</em>, dato che si profila una imposizione di ripetute somministrazioni nell’anno per periodi di tempo indeterminati”; stante l’attuale situazione occorre dunque verificare, concludono i magistrati, “se l’obbligo vaccinale per il Covid 19 soddisfi le condizioni dettate dalla Corte in tema di compressione della libertà di autodeterminazione sanitaria dei cittadini [&#8230;] ossia <em>non nocività dell’inoculazione per il singolo paziente e beneficio per la salute pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ma i dati?</h4>



<p>È a questo punto, dopo aver stabilito l’equilibrio che deve sussistere tra autodeterminazione e interesse collettivo e aver rilevato il mutamento di una situazione in continuo divenire, che i cinque magistrati siciliani si ritrovano impossibilitati a pronunciarsi perché privi dei dati per farlo, e li richiedono al governo.</p>



<p>In particolare, ritengono di dover accertare: “1) le modalità di <em>valutazione di rischi e benefici</em> operata, <em>a livello generale, nel piano vaccinale</em> e, <em>a livello individuale</em>, da parte del medico vaccinatore, anche sulla basa dell’anamnesi pre-vaccinale; se vengano consigliati all’utenza test pre-vaccinali, anche di carattere genetico (considerato che il corredo genetico individuale può influire sulla risposta immunitaria indotta dalla somministrazione del vaccino); chiarimenti sugli studi ed evidenze scientifiche (anche eventualmente emerse nel corso della campagna vaccinale) sulla base dei quali venga disposta la vaccinazione a soggetti <em>già contagiati dal virus</em>; 2) le modalità di raccolta del <em>consenso informato</em>; 3) l’articolazione del sistema di monitoraggio, che dovrebbe consentire alle istituzioni sanitarie nazionali, in casi di pericolo per la salute pubblica a causa di effetti avversi, la sospensione dell’applicazione dell’obbligo vaccinale; chiarimenti sui dati relativi ai rischi ed eventi avversi raccolti nel corso dell’attuale campagna di somministrazione e sulla elaborazione statistica degli stessi […] e sui dati relativi alla <em>efficacia dei vaccini</em> in relazione alle nuove varianti del virus; 4) articolazione della <em>sorveglianza post-vaccinale e sulle reazioni avverse ai vaccini</em>, avuto riguardo alle due forme di sorveglianza <em>attiva</em> (con somministrazione di appositi questionari per valutare il risultato della vaccinazione) e <em>passiva</em> (segnalazioni spontanee, ossia effettuate autonomamente dal medico che sospetti reazioni avverse)” (corsivo mio).</p>



<p>Evidenziano infine i magistrati che i dati del governo dovranno dare “chiarimenti circa il perdurante obbligo di sottoscrizione del consenso informato anche in situazione di obbligatorietà vaccinale” e fornire i “dati attualmente raccolti dall’amministrazione in ordine all’efficacia dei vaccini, con specifico riferimento al numero dei vaccinati che risultino essere stati egualmente contagiati dal virus (ceppo originario e/o varianti), sia il totale sia i numeri parziali di vaccinati con una, due e tre dosi; i dati sul numero di ricovero e decessi dei vaccinati contagiati; i dati di cui sopra comparati con quelli dei non vaccinati”.</p>



<p>Ricapitolando, le questioni che l’ordinanza dei magistrati siciliani pone, riguardano: la valutazione rischi/benefici dei vaccini Covid, a livello generale (campagna vaccinale) e individuale; l’inoculazione a soggetti già contagiati dal virus; l’efficacia dei vaccini rispetto alla trasmissibilità del virus e alla malattia Covid, e in merito alle nuove varianti; il consenso informato; il sistema di farmacovigilanza sulle eventuali reazioni avverse. Per tutti gli aspetti sollevati i giudici richiedono i dati e le evidenze scientifiche che hanno supportato le decisioni politiche prese dall’avvio della campagna vaccinale, per poter “accertare se [l’obbligo imposto] sia costituzionalmente legittimo”. Come già rilevato, il governo ha tempo fino al 28 febbraio per ottemperare alla richiesta, il 16 marzo ci sarà l’udienza e poi sapremo se l’obbligo vaccinale andrà davanti la Corte costituzionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">(Apparente) stato dissociativo</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato ‘normale’, e uno </em><em>di questi, si dice, aveva esclamato addirittura:</em><em> «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho </em><em>visitato.»“</em></pre>



<p>Se ripercorriamo i tre temi focalizzati dall’ordinanza – art. 32 della Costituzione, mutamento della situazione pandemica e dati relativi – ci ritroviamo davanti esattamente i punti critici già sollevati da più parti – anche su queste pagine (3) – contro la campagna di vaccinazione di massa e il collegato Green Pass.</p>



<p>Innanzitutto quell’“interesse della collettività” citato <em>ad libitum</em>, secondo il quale la vaccinazione protegge dalla trasmissione del contagio e dunque protegge gli altri. Una condizione che è ufficialmente alla base del Green Pass, con le relative discriminazioni e i ricatti lavorativi: “La carta verde dà la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” ha affermato Draghi il 22 luglio scorso, segnando l’avvio dell’imposizione del Pass. Tempo pochi mesi, all’arrivo dell’inverno, e la falsità della dichiarazione si è fatta ‘materia’, con l’esplosione dei positivi sintomatici e contagiosi tra i soggetti vaccinati con due e anche tre dosi. Ma fin dall’estate del 2021 diversi studi scientifici iniziavano ad analizzare questa caratteristica dei vaccini, negandola – la protezione dal contagio è parziale e sussiste per un tempo breve, non oltre i 120 giorni – inserendo dunque i vaccini Covid nella categoria dei “vaccini imperfetti”: agiscono sulla malattia, mitigandola, ma non sulla trasmissione del virus. </p>



<p>Abbiamo riportato uno di questi studi, tra i tanti, nell’analisi pubblicata a ottobre (4), ne citiamo ora un altro più recente uscito su Lancet, a gennaio, ancora più critico, viste le variazioni subite dal virus e la mole di dati che sempre più il tempo assomma: “Questo studio ha mostrato che l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione comunitaria delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non sembra essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate. Il razionale scientifico per la vaccinazione obbligatoria negli Stati Uniti si basa sulla premessa che la vaccinazione impedisce la trasmissione ad altri, con conseguente ‘pandemia dei non vaccinati’. Tuttavia, la dimostrazione di infezioni virali da Covid-19 tra gli operatori sanitari completamente vaccinati (HCW) in Israele, che a loro volta possono trasmettere questa infezione ai loro pazienti, richiede una rivalutazione delle politiche di vaccinazione obbligatoria che portano al licenziamento del personale sanitario non vaccinato negli Stati Uniti. Infatti, c’è una crescente evidenza che i titoli virali di picco nelle vie aeree superiori dei polmoni e il virus coltivabile sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati” (5).</p>



<p>Eppure, anche l’obbligo della vaccinazione over 50 è stato imposto sulla base di questa condizione: ai fini della “<em>prevenzione dell’infezione</em> da SARS-CoV-2”, si legge nel decreto legge varato dal governo Draghi. (Ma non dimentichiamo mai la responsabilità del Parlamento e del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che hanno approvato questo e ogni singolo precedente provvedimento governativo: nel conteggio di Openpolis, sono stati 892 (!) gli atti, di varia natura, emessi dalle istituzioni da gennaio 2020 a gennaio 2022.)</p>



<p>L’ordinanza dei giudici siciliani evidenzia poi la questione del divenire, che è tanto fondamentale quanto banale, ma anche questa pare sfuggire al governo Draghi. Il 6 gennaio, quando l’obbligo vaccinale viene votato in Consiglio dei ministri, si ha già evidenza che la nuova variante Omicron prenderà il sopravvento in breve tempo ed è caratterizzata da una maggiore contagiosità ma da una minore gravità (la stessa ordinanza del GCA infatti, del 12 gennaio, la pone al centro della riflessione): la gran parte dei governi stranieri inizia a dichiarare che si intravede la fine del tunnel, Draghi decreta come se nel tunnel fosse appena entrato. Un obbligo che inevitabilmente deve fare i conti con la pragmatica tempistica della vaccinazione, e infatti diventa esecutivo da lì a tre settimane (1° febbraio, e 15 febbraio per la sospensione dal lavoro senza stipendio), quando probabilmente la curva pandemica di Omicron sarà addirittura in calo – ed è infatti ciò che è avvenuto. Un obbligo legiferato per restare in vigore fino al 15 giugno: governo e Parlamento riusciranno a riconciliarsi con la realtà, facendolo decadere ben prima?</p>



<p>La richiesta dei dati, infine, è l’aspetto più sorprendente dell’ordinanza del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano, perché rivela che la mancanza di trasparenza sui numeri della pandemia vige anche tra organismi istituzionali e non solo tra governo e cittadini. La denunciano da due anni sempre più ricercatori scientifici, ripetutamente chiedendo che siano resi pubblici i dati grezzi e non solo quelli già elaborati e aggregati, a sua insindacabile valutazione, dall’Istituto Superiore di Sanità. Fino a ora nessun <em>open data</em> è stato messo a disposizione. È chiaramente un punto centrale, poiché è sui dati che il governo afferma di prendere le proprie decisioni. Ed è lì a ricordarcelo, indelebile, la scenetta del ministro della Salute, Roberto Speranza, alla conferenza stampa del 10 gennaio: orgoglioso, afferma che “il decreto fa fare un passo avanti molto importante per il Paese” mentre sventola un grafico, fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, con omini colorati grandi e piccini – la bambina di cinque anni che è in me, ringrazia, ricordando anche il libro del ministro, ritirato al suo esordio a ottobre 2020, per <em>pietas</em> (nostra) e vergogna (sua).</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Criminali e buffoni</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Chiunque poteva ve</em><em>d</em><em>ere che quest’uomo non era un ‘mostro’ ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.”</em></pre>



<p>100 euro di multa una tantum per gli over 50 che non rispettano l’obbligo di vaccinazione. “100 euro sono pochi per i ‘furbi’ no vax”, “La nostra salute vale così poco?” titolano i media mainstream l’8 gennaio, lasciando poi decadere l’indignazione già il giorno successivo: aizzare la massa al ‘linciaggio’ dei no vax è un conto, scagliarla verso un provvedimento del governo, è un altro. Un fondo di verità, eppure, è ravvisabile: se la vaccinazione fosse davvero salvifica nei confronti dell’interesse collettivo, come le leggi approvate ancora ribadiscono nell’impostazione, fissare una sanzione di appena 100 euro è ridicolo. È da buffoni.</p>



<p>La Corte costituzionale ha affermato (sentenza n. 5/2018) che spetta al Legislatore decidere tra ‘raccomandazione’ vaccinale e ‘obbligo’ vaccinale, “nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo” (6). Chiaramente 100 euro non garantiscono affatto “l’effettività dell’obbligo”. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di imporre la vaccinazione agli over 50, sarebbe stato sufficiente fissare una sanzione più gravosa. Quali necessità ha quindi dovuto/voluto “calibrare” con 100 euro il governo Draghi? Difficile dare una risposta. Si può provare a mettere insieme una serie di elementi.</p>



<p>Primo. Innanzitutto, la questione ‘risarcimenti’ in caso di effetti collaterali avversi a causa della vaccinazione, non è una questione sul tavolo: la Corte costituzionale ha infatti già decretato in passato che “sul piano del diritto all’indennizzo le vaccinazioni raccomandate e quelle obbligatorie non subiscono differenze” (7). Quindi nulla cambia tra l’obbligo vaccinale e la ‘raccomandazione’ istituita con l’introduzione del Green Pass. Resta aperto l’aspetto della sottoscrizione del consenso informato, e infatti ne chiedono lumi anche i magistrati siciliani.</p>



<p>Secondo. La pressione reale legata all’obbligo è esercitata sulla parte di popolazione over 50 che ha un’occupazione, che vive il ricatto di restare senza stipendio per mesi non avendo più la precedente alternativa (seppur economicamente costosa) del tampone ogni 48 ore. Se restiamo ai dati della variante Delta, ancora dominante nel momento in cui è stato legiferato l’obbligo, l’assenza dal lavoro per malattia dovuta al Covid era pari ad almeno una settimana, più spesso ne servivano due per negativizzarsi. Mentre l’economia è in ripresa dopo il -9% di Pil registrato nel 2020 e Confindustria è sulle barricate da mesi, affermando che tutto deve restare aperto e le ‘maestranze’ devono lavorare, pena la perdita delle posizioni acquisite nei mercati internazionali.</p>



<p>Terzo. Il sistema sanitario pubblico è privo di risorse e mezzi (esattamente come due anni fa) per affrontare un’altra eventuale ondata pandemica, mentre le terapie domiciliari precoci sono sempre al palo perché osteggiate a favore dei vaccini.</p>



<p>Se teniamo insieme tutti gli elementi di realtà – compreso il precedente dato sulla fattispecie di “vaccini imperfetti” – risulta difficoltoso affermare che l’obbligo vaccinale imposto corrisponda a una misura di salute pubblica, di interesse per la collettività: si configura come un trattamento sanitario imposto alla persona, contro il suo diritto all’autodeterminazione. In nome del <em>sacro</em> Pil, possiamo dire, e della competizione economica internazionale. E infatti disoccupati e pensionati (dunque anziani, una categoria a rischio!) possono anche non vaccinarsi: pagheranno appena 100 euro per evitarlo.</p>



<p>Se inseriamo nel ragionamento il tema dell’occupazione dei posti letto ospedalieri, e dunque della sottrazione della possibilità di cure ad altre patologie, la questione si fa spinosa. Se la <em>ratio</em> è imporre all’individuo un trattamento sanitario preventivo per evitare che, nel caso contragga una malattia, finisca ricoverato in ospedale, indubbiamente sto cercando di prevenire l’occupazione di un posto letto e ciò incide sulla disponibilità di sanità pubblica; ma è un operare da Stato etico. Siamo certi di volerlo? Che facciamo allora con fumo, alcol e obesità? Con comportamenti che incidono sulla salute degli individui, portandoli a un eventuale ricovero ospedaliero? E che tipo di sanità pubblica vogliamo? Finanziata e organizzata per rispondere alle esigenze di una popolazione consapevole e libera di scegliere i propri comportamenti, o ridotta all’osso, che tanto ci pensa lo Stato etico a impedire che i cittadini ne abbiano bisogno, imponendo ‘vita sana’ e farmaci preventivi sotto forma di vaccini?</p>



<p>I 100 euro di sanzione sono dunque lì, a ridicolizzare una classe dirigente buffona. Ciò non significa che non sia anche pericolosa. Criminale lo è di certo.</p>



<p>L’articolo 32 della Costituzione “non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”, ricordano i giudici siciliani. Ed è per questo che chiedono dati dettagliati sulla valutazione rischi/benefici, collettiva e individuale, e sulla metodologia di farmacovigilanza – rimandiamo su questo tema all’articolo del <a href="https://rivistapaginauno.it/vaccini-e-tamponi-chi-rischia-cosa/" data-type="post" data-id="5807" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prof. Marco Cosentino a pag. 52</a> e ai diversi interventi che si sono susseguiti al Convegno “Pandemia: invito al confronto” organizzato a gennaio dal Coordinamento 15 ottobre. A quale beneficio collettivo contribuisce un cinquantenne – così come un trentenne e un settantenne, per non parlare di un bambino o un adolescente – iniettandosi un vaccino imperfetto? E quale beneficio individuale ne trae un cinquantenne – così come un trentenne, diversamente da un settantenne – in buona salute? E a quali rischi si sottopongono i nostri tre ipotetici soggetti? Infine, la domanda più importante: qual è il rapporto rischi/benefici per ciascuno di loro? A breve, medio e lungo termine? A breve, abbiamo un enorme problema di raccolta dati legati al sistema di farmacovigilanza passiva, a medio e lungo è impossibile saperlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">L’èra della libertà concessa</span></h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare.</em>Così<em> stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge. Alla polizia e alla Corte disse e ripeté di aver fatto </em><em>il </em><em>suo dovere, di avere obbedito non soltanto a ordini, ma anche alla legge.”</em></pre>



<p> Il 2 febbraio il Consiglio dei ministri decreta il Green Pass senza scadenza per chi ha ricevuto tre dosi di vaccino oppure due dosi+guarigione. Al Green Pass – base o super – è ormai collegata l’intera vita quotidiana: lavorare, prendere un autobus o un caffè al bar (anche all’aperto, dove non è più obbligatoria la mascherina&#8230;!), andare in banca o in posta (a ritirare la pensione), entrare in un negozio che non sia un alimentari o una farmacia, godersi un film al cinema o un dibattito o la presentazione di un libro, persino andare alla scuola elementare se scatta la Dad – ci vuole, come si suol dire, uno stomaco di ferro per decretare una discriminazione tra bambini, ma d’altra parte il governo Draghi lo stomaco l’aveva già esibito aprendo alla vaccinazione dai 5 anni.</p>



<p>L’inasprimento generalizzato del Green Pass – con la creazione della versione super – che colpisce anche chi è sotto i cinquant’anni, ha evidentemente l’obiettivo primario di imporre la terza dose a chi ha già fatto le prime due: gli under 50 che non si sono finora vaccinati, infatti, difficilmente lo faranno per andare al bar, resteranno sulla loro posizione. Terza dose significa Green Pass senza scadenza. È possibile che sarà decretata la fine del suo utilizzo prima del 15 giugno – o almeno ce lo auguriamo: finirà l’(apparente) stato dissociativo del governo Draghi? – ma ciò non significa la sua eliminazione: ‘senza scadenza’ significa infatti mantenerlo e poterlo riattivare in qualsiasi momento. In chiave sanitaria, come è stato fino a ora, o per altri utilizzi, grazie alle sue caratteristiche dinamiche: permette di collegare i dati di un cittadino a condizionalità, che siano condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti…) o status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale… qualsiasi cosa), e tramite una app in mano a chiunque può essere consentito o negato l’accesso dell’individuo a qualcosa (un luogo, un servizio, un diritto&#8230;). “Il Green Pass è qui per restare” scrivevamo a ottobre, perché le sue particolarità tecniche lo rendono un futuro strumento di controllo estremamente potente e funzionale – rimandiamo all’articolo per i dettagli sulla piattaforma implementata (8). Se così sarà lo vedremo, di certo a breve potrà restare collegato alla vaccinazione Covid, se dal prossimo autunno scatterà il meccanismo della quarta dose o del richiamo annuale e la connessa ‘riattivazione’ del Pass: torneranno i ricatti e le discriminazioni sospesi, forse, nella stagione estiva?</p>



<p>Dopo “Il Green Pass è libertà” dei mesi precedenti, a inizio febbraio i quotidiani celebrano “Draghi riapre l’Italia”, nuove regole verso quella che sarà la “libertà ritrovata”: una ‘libertà’ che si connota dal venire meno dell’utilizzo delle mascherine all’aperto (!) e da una nuova discriminazione nella scuola primaria tra bambini vaccinati e bambini non vaccinati. Quando 3,8 milioni di cittadini over 12 non può nemmeno salire su un treno e da lì a pochi giorni migliaia di lavoratori over 50 saranno sospesi senza retribuzione (si stima 500.000). Sono cittadini che non esistono, per l’informazione di regime: cancellati dalla visuale pubblica. La gran parte della popolazione – indottrinata e manipolata dalla propaganda o semplicemente indifferente alla violazione dei diritti e alla discriminazione subita da altri cittadini, incapace perfino di rinunciare al ristorante come atto di protesta – vive una ‘liberazione’, senza nemmeno riflettere che la libertà non è qualcosa che ci viene concesso dall’alto: liberi si nasce. A meno di essere sudditi e non cittadini, o di vivere in un regime autoritario anziché in uno Stato di diritto. “Perché da sempre”, ricorda il <a href="https://rivistapaginauno.it/si-caelum-digito-tetigeris-osservazioni-sulla-legittimita-costituzionale-degli-obblighi-vaccinali/" data-type="post" data-id="5810" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prof. Alessandro Mangia nella sua analisi a pag. 64</a>, “il vero problema dello stato d’eccezione non è mai stato quello della sua ammissibilità o della sua ‘apertura’, visto che lo stato d’eccezione si impone da sé. Il problema dello stato d’eccezione è sempre stato quello della sua chiusura, e di tutto quel che, in genere, tende a lasciarsi dietro”.</p>



<p>“Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi” diceva Eraclito. Il conflitto rivela l’uomo: chi sei? Da che parte stai? Che cosa fai? Per cosa combatti?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza n. 38/2022 del 12 gennaio 2022, pubblicata il 17 gennaio 2022 <a href="https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Nel dettaglio l’ordinanza richiede i dati a un “collegio composto dal Segretario generale del Ministero della Salute, dal Presidente del Consiglio superiore della sanità operante presso il Ministero della salute e dal Direttore della Direzione generale di prevenzione sanitaria”</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) Carlos Franco-Paredes, <em>Transmissibility of SARS-CoV-2 among fully vaccinated individuals</em>, gennaio 2022, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext" target="_blank">https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza cit. </p>



<p class="has-small-font-size">7) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’egemonia pandemica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/legemonia-pandemica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 14:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5630</guid>

					<description><![CDATA[Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" data-type="post" data-id="5623" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”
Antonio Gramsci, <em>L’Ordine Nuovo</em>, 1919-1920</pre>



<p class="has-drop-cap">Due domande ricorrono nella mente.</p>



<p>La prima: com’è possibile che milioni di persone abbiano cessato di utilizzare la logica per leggere la realtà, abbiano abdicato alla razionalità che collega fra loro dati, numeri e fonti, e continuino a prestare fede a una classe dirigente che sta gestendo una pandemia con contraddizioni continue, incongruenze, illogicità e affermazioni che la stessa realtà si occupa di smentire dopo pochi giorni (1). È un fatto che non si può spiegare con la semplice capacità di persuasione di una propaganda martellante: c’è altro.</p>



<p>La seconda: com’è possibile che, per la maggior parte, l’informazione e la cultura italiana (anche la scienza è cultura), si prestino da due anni a essere strumento di propaganda senza opporre alcun ragionamento, critica, contestualizzazione agli atti del potere politico; rinunciando non solo alla propria deontologia – i mestieri di giornalista e di medico implicano una responsabilità legata all’etica – ma non temendo nemmeno di apparire stolte marionette; certi dunque che nessun cittadino, un giorno, chiederà loro conto di ciò che stanno facendo.</p>



<p>Sono due domande che scomodano Gramsci e i suoi concetti di ‘egemonia’ e di ‘intellettuale organico’; e un fatto, su tutti, ha rivelato oltre quale limite questa situazione si è spinta. Il 27 novembre scorso il senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, è ospite alla trasmissione <em>In onda</em> su La7: le sue affermazioni hanno fatto il giro della Rete, quindi sono ormai note. Ma partiamo comunque dalle parole (i corsivi sono miei).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le parole</h4>



<p>“Da due anni,” afferma Monti, “con lo scoppio della pandemia, di colpo, abbiamo visto che il modo in cui abbiamo organizzato il nostro mondo <em>è desueto, non serve più</em>. Due cose sono state toccate: la comunicazione e la governance del mondo, dal punto di vista della sanità. Comunicazione: subito abbiamo iniziato a usare il termine ‘guerra’ perché è una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun Paese una politica di comunicazione adatta alla guerra […] Io credo che bisognerà, andando avanti questa pandemia, e comunque <em>per futuri disastri globali della salute</em>, trovare un sistema che concili certamente la libertà di espressione, ma <em>che dosi dall’alto l’informazione</em>”. E ancora: “Comunicazione di guerra significa che c’è un <em>dosaggio dell’informazione</em>, che nel caso di guerre tradizionali è odioso perché <em>vuole far virare la coscienza e la consapevolezza della gente</em>, ma nel caso di una pandemia, quando la guerra non è contro un altro Stato ma contro un morbo, contro una cosa che è comune a tutto il mondo, io credo che bisogna trovare delle modalità <em>meno democratiche</em> secondo per secondo&#8230;” E continua, Monti: “Abbiamo o non abbiamo accettato delle limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento? E bene che siano venute da parte dei governi. Quindi in una <em>situazione di guerra</em>, quando l’interesse di ciascuno coincide con l’interesse pubblico, pena il disastro del Paese e di ciascuno, <em>si accettano delle limitazioni alla libertà</em>. Noi ci siamo abituati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi profonda verità o qualsiasi profonda sciocchezza, su qualsiasi media, come un diritto inalienabile garantito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: signori, in caso di guerra&#8230;” E conclude: “[In un regime democratico il dosaggio dell’informazione dovrebbe farlo] il governo, ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie. Ma guardate che ci siamo già in questo, perché subiamo delle limitazioni molto più gravi che non la <em>limitazione nel conoscere</em> o la limitazione nell’ascoltare opinioni, perché subiamo delle limitazioni nel nostro modo di vita”.</p>



<p>I concetti espressi sono talmente chiari da non aver bisogno di essere spiegati. Giusto qualche considerazione sui corsivi applicati:</p>



<p>1. Monti parla del presente ma ha lo sguardo rivolto al futuro, e dà per scontato l’avvento di ulteriori “disastri globali della salute”: dunque in qualche modo non ritiene temporaneo lo stato di emergenza nel quale viviamo da due anni, al punto da definire “desueta” l’organizzazione che ci siamo dati finora come società;</p>



<p>2. Monti considera la pandemia una “situazione di guerra” che legittima “limitazioni alla libertà”, e valuta quella ulteriore che propone, ossia una informazione “dosata dall’alto”, “meno democratica” e controllata dal governo, meno grave rispetto ad altre a cui abbiamo acconsentito; “la limitazione del conoscere” o “nell’ascoltare opinioni”, insomma, dovrebbero essere più accettabili della limitazione al movimento personale che abbiamo – e stiamo – subendo; come se il diritto del cittadino a essere informato fosse qualcosa che non inerisce al “nostro modo di vita”, che riguarda invece viaggiare, fare shopping, andare al ristorante&#8230; e naturalmente lavorare. Produci-consuma-(crepa), sembrerebbe. E <em>non</em> pensare.</p>



<p>Sono parole gravi, è evidente. Tuttavia il problema non è tanto che Monti le abbia pronunciate – perché sappiamo chi è Monti, politicamente ed economicamente, quindi non sorprende che gli siano uscite di bocca. La gravità sta in altri due aspetti.</p>



<p>Il primo. I tre giornalisti in studio (Concita de Gregorio, David Parenzo e Marco Damilano) non sobbalzano sulla sedia né respingono seduta stante come ‘inaccettabili’ quelle dichiarazioni da parte di un senatore a vita; anzi. In un imbarazzo visibile – indice del fatto che si rendono conto di ciò che Monti sta affermando – balbettano un ripetitivo “è interessante quel che dice, spieghi bene il concetto” (!). Damilano tenta perfino una difesa (non richiesta) dello stesso senatore: “Io non credo che Monti stia attaccando la libertà di parola nostra, dei cittadini e di chi fa il nostro mestiere, credo che stia segnalando un problema […] cioè che tutti dicono la qualunque su qualunque cosa, spesso senza averne la competenza”. Abbiamo dunque una complicità tra Monti – che lancia la palla – e i giornalisti – che la tengono in campo. Al punto che il giorno successivo, quando il clamore suscitato dall’affermazione impone al senatore un chiarimento, Monti si appoggia proprio sui giornalisti per confermarla: “Al di là del termine infelice,” dichiara, “il tema esiste, al punto di essere stato argomento di dibattito con i tre autorevoli giornalisti in studio, per svariati minuti”.</p>



<p>Secondo punto. Se Monti pronuncia queste parole, e con la calma di chi le sta ben soppesando, significa che ritiene di <em>poterle</em> pronunciare: in televisione, in prima serata, in una trasmissione che ha un pubblico diffuso. Significa che ritiene che i cittadini italiani sono pronti a sentirle.</p>



<p>Vediamo Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’egemonia</h4>



<p>Già Marx, nella <em>Ideologia tedesca</em> (1846), scrive che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”; Gramsci approfondisce, aggiorna l’analisi alle società moderne e va oltre. Il concetto di ‘egemonia’ che sviluppa nei <em>Quaderni del carcere</em> (2), collegato alla riflessione sullo Stato e sulla società civile, è ampio e sfaccettato: qui ne utilizzeremo solo alcuni aspetti. Chiaramente la riflessione nasce storicamente nell’ambito del pensiero comunista e intende analizzare come la sovrastruttura di una società capitalistica riesca, utilizzando molteplici mezzi, a creare una visione del mondo che legittima il capitalismo, e a far sì che tale visione venga assimilata anche dalla classe antagonista al Capitale, ossia dai lavoratori; che in tal modo danno, paradossalmente, il proprio consenso a una sistema economico che li sfrutta e li impoverisce, anziché opporvisi. Nel tempo l’uso del concetto è uscito dall’alveo del pensiero di sinistra per essere utilizzato trasversalmente negli ambiti più diversi, dall’economia alla geopolitica; ma il nucleo del significato è rimasto.</p>



<p>Semplificandone la complessità, possiamo dire che Gramsci introduce l’‘egemonia’ opponendola al ‘dominio’: entrambi rappresentano l’esercizio di un potere, ma se il dominio è ‘forza’ e ‘costrizione’, l’egemonia è “direzione <em>intellettuale</em> e <em>morale</em>” – da qui la locuzione ‘classe dirigente’, che è altra cosa da ‘classe dominante’: è attraverso l’egemonia, dice Gramsci, che la classe dominante si accredita come classe dirigente.</p>



<p>L’egemonia infatti crea, in estrema sintesi, la nostra concezione del mondo: idee, ideologie, valori, principi, simboli, sensibilità, abitudini, modi di vivere&#8230; per dirla con Gramsci: “La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza […] quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre anche tale concezione”.</p>



<p>Caratteristica peculiare dell’egemonia è quella di generare <em>consenso</em>: è una relazione di autorità che si basa sul consenso dei soggetti subordinati. Un consenso che nasce grazie al “prestigio” e alla “fiducia” che i cittadini riconoscono al “fondamentale gruppo dominante”. Ne consegue che quello egemonico è un potere <em>riconosciuto</em> – poiché si basa sul consenso – e quindi ritenuto <em>legittimo</em>, a differenza del ‘dominio’ il quale, basandosi sulla forza e la costrizione, è un potere ‘di fatto’, ossia si può esercitare anche quando il soggetto subordinato non lo riconosce.</p>



<p>Inoltre, appoggiandosi a prestigio e fiducia, il rapporto di egemonia non può che essere “pedagogico”. Scrive Gramsci: “Il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente ‘scolastici’ […]. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di ‘egemonia’ è necessariamente un rapporto pedagogico”.</p>



<p>E non è affatto un potere mite. Perché se anche non utilizza la forza, il consenso è ottenuto tramite strategie manipolative, indottrinamento, costruzione di falsi miti e narrazioni funzionali al consolidamento del potere dominante: agisce nella sfera psicologica/emotiva/ideologica anziché in quella fisica, e l’assenso che produce non è quindi libero né attivo ma eterodiretto e passivo.</p>



<p>Infine, l’egemonia è “ovunque” e “sempre”, e questo significa che pervade la nostra vita in un modo totalizzante. La società civile la esercita attraverso realtà private di ogni tipo, dagli organi di informazione alla letteratura, al cinema, alla pubblicità, alla stessa produzione capitalistica (la merce come feticcio, da Marx, che replica alienazione e contemporaneamente colonizza l’immaginario); lo Stato la esercita mediante le sue istituzioni – scuola, università, radio e televisione pubblica ecc. – e attraverso “tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio”.</p>



<p>Nelle società moderne, quindi, non esiste potere senza egemonia, non c’è Stato senza egemonia, afferma Gramsci.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli intellettuali organici</h4>



<p>Anche nel caso della categoria degli ‘intellettuali’ la riflessione di Gramsci è ampia e articolata, e ne utilizzeremo solo una parte; Gramsci arriva a dire che “tutti gli uomini sono intellettuali” – perché a tutte le funzioni sociali attengono relazioni intellettuali, ossia capacità di <em>dirigere</em> e generare <em>consenso</em> – “ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali […]. Si formano così storicamente delle categorie specializzate per l’esercizio della funzione intellettuale, si formano in connessione con tutti i gruppi sociali ma specialmente in connessione coi gruppi sociali più importanti”. Chiaramente, i giornalisti rientrano nella categoria degli intellettuali; ma anche gli scienziati – virologi, medici ecc. – i sociologi, i sondaggisti così come gli artisti nel senso più ampio (attori, scrittori, cantanti, <em>influencer</em> vari&#8230;).</p>



<p>“Gli intellettuali sono i ‘commessi’ del gruppo dominante” scrive Gramsci (3): hanno la funzione di rappresentare e veicolare le idee e la visione del mondo della classe dominante. Organizzano sia il “consenso ‘spontaneo’ dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante”, sia la legittimazione “dell’apparato di coercizione statale che assicura ‘legalmente’ la disciplina di quei gruppi che non ‘consentono’ né attivamente né passivamente”. In altre parole: gli intellettuali si fanno strumento di potere sia per produrre egemonia (consenso) sia per legittimare il dominio (la repressione dell’apparato coercitivo dello Stato) su quella parte di cittadini che all’egemonia, ossia al pensiero dominante, si oppongono.</p>



<p>Gli intellettuali organici sono una categoria fondamentale perché creano l’opinione pubblica, e “ciò che si chiama ‘opinione pubblica’ è strettamente connesso con l’egemonia politica” scrive Gramsci. E: “Lo Stato quando vuole iniziare un’azione poco popolare crea preventivamente l’opinione pubblica adeguata, cioè organizza e centralizza certi elementi della società civile”. La combinazione della forza (dominio) e del consenso (egemonia) è l’esercizio del potere come si esercita nel regime parlamentare, afferma Gramsci (4), in un equilibrio mobile a seconda delle circostanze, “senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi <em>cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica</em>” (corsivo mio).</p>



<p>Com’è strutturato al suo interno il campo degli intellettuali? “Nel più alto gradino troviamo i ‘creatori’ delle varie scienze, della filosofia, della poesia ecc.; nel più basso i più umili ‘amministratori e divulgatori’ della ricchezza intellettuale tradizionale, ma nell’insieme tutte le parti si sentono solidali. Avviene anzi che gli strati più bassi sentano di più questa solidarietà di corpo e ne traggano una certa ‘boria’”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La pandemia</h4>



<p>Veniamo a oggi.</p>



<p>L’egemonia che la classe dirigente è riuscita a esercitare sui cittadini italiani in questi ultimi due anni è senza precedenti: perché arrogandosi la patente di ‘Verità’ scientifica e di ‘Progresso’ tecnologico e creando lo stigma del no-vax/no-pass anti-scienza, irrazionale e complottista, ha fatto uso di una campagna delegittimatoria totalizzante nei confronti di ogni tipo di opposizione, e storicamente è difficile che accada in una democrazia. La narrazione pandemica – vaccini, rischi/benefici, effetti collaterali, cure alternative, emergenza, Green Pass, contagi, morti, immunità, mascherine, distanziamento, lockdown&#8230; – è stata pervasiva (h24), terrorizzante (lo è tuttora) e assoluta. È stata “sempre” e “ovunque”, ha determinato “una riforma delle coscienze” e creato una “nuova concezione del mondo”, ci ha “diretto intellettualmente e moralmente” con il nostro consenso perché, ignoranti e spaventati, abbiamo riconosciuto “fiducia” e “prestigio” allo Stato (la classe politica dominante/dirigente, che fosse personificata da Conte, Draghi, Mattarella, Figliuolo ecc.) e ai ‘virologi di Stato’, e ci siamo accomodati nel ruolo di bambini all’interno del rapporto pedagogico così impostato.</p>



<p>“Commessi” della classe dominante sono stati – e sono – i giornalisti, gli influencer, i personaggi dello spettacolo e gli scienziati a vario titolo: ossia gli “intellettuali organici” ligi al compito a loro riservato di creare consenso, indirizzare l’opinione pubblica o, se questa volta vogliamo utilizzare le parole di Mario Monti anziché quelle di Gramsci, “far virare la coscienza e la consapevolezza della gente”. Difficile riuscire a capire in quale percentuale in loro si mescolino incapacità, stupidità, pigrizia, vigliaccheria, malafede, buonafede, convenienza – e se tutti gli ingredienti siano presenti: quel che è accaduto il 27 novembre alla trasmissione <em>In</em><em> onda</em> ne fa dubitare. Perché ammesso e non concesso che un “commesso” assolva al proprio ruolo in buonafede nel caso della narrazione pandemica, quella buonafede non la si può altrettanto concedere quando quel “commesso” offre la sponda a un senatore a vita che invoca la censura governativa sulla stampa.</p>



<p>Di certo, oggi Monti ritiene che l’egemonia sia salda al punto da poter fare un ulteriore passo avanti: limitare la libertà d’informazione con il consenso dei cittadini. Non avrebbe pronunciato – e successivamente confermato – quelle parole in televisione se non fosse convinto che i tempi siano maturi. E purtroppo, vista la velocità con la quale la strada intrapresa viene percorsa – ne sono cartina tornasole il Green Pass sempre più discriminatorio e l’accettazione remissiva di continue dosi di vaccino – il senatore ha probabilmente ragione. Eppure, parallelamente, significa anche che la classe dirigente inizia a temere l’impatto sulla società del pensiero critico; nelle parole di Gramsci, significa che il potere egemonico paventa una “una crisi di autorità”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crisi di autorità</h4>



<p>Il potere è saldo finché è egemone, ci dice Gramsci. Il consenso è la sua forza, ma anche il suo punto debole, perché si basa su un processo che coinvolge la soggettività; e lì si può generare subordinazione acritica così come un pensiero antagonista.</p>



<p>La “crisi di egemonia della classe dirigente avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse, […] o perché vaste masse […] sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” Quando avviene, scrive Gramsci, vediamo agire la “doppia natura del Centauro machiavellico, della forza e del consenso, del dominio e dell’egemonia, della violenza e della civiltà […], dell’agitazione e della propaganda, della tattica e della strategia”. Ossia: la classe dominante/dirigente esercita contemporaneamente entrambi i poteri: a un maggiore utilizzo dell’apparato repressivo dello Stato corrisponde una maggiore pressione nell’ambito dell’egemonia. È ciò che stiamo vivendo.</p>



<p>Per quanto ancora egemone, la narrazione pandemica prodotta dallo Stato e dai suoi “commessi” mostra nuove crepe ogni giorno che passa: l’immunità vaccinale dura sempre meno, non blocca la trasmissione del virus, la nuova variante Omicron, stando ai primi riscontri, sembra essere meno preoccupante, eppure devono vaccinarsi anche i bambini – a fronte di una totale assenza di conoscenza sugli effetti a lungo a termine del vaccino. Siamo davanti a un fallimento sempre più visibile. Sei milioni di italiani (così titolano i quotidiani, ossia grossomodo il 10%) non si sono vaccinati e sono sempre più rumorosi nelle piazze no-vax/no-pass del sabato pomeriggio, mentre una informazione critica e argomentata, basata su fonti autorevoli, sta crescendo in Rete. Se questa informazione dovesse diffondersi maggiormente tra i cittadini si rischierebbe la “crisi di autorità”. È per questo che Monti chiama alla censura, con la condiscendenza dei tre giornalisti in studio. Occorre evitare che il dubbio si diffonda; che milioni di italiani si mettano in fila per la terza dose meno fiduciosi ed entusiasti della prima volta e chiedendosi se ci sarà anche la quarta e che senso abbia tutto questo; che altri milioni accettino il <em>booster </em>solo perché costretti dal Green Pass in scadenza, e dunque con animo bellicoso perché, a differenza delle vaccinazioni precedenti, questa volta si sentono <em>costretti</em> a farlo.</p>



<p>“Doppia natura del Centauro machiavellico”, scrive Gramsci.</p>



<p>Sul piano dell’egemonia, il potere strepita in modo sempre più forsennato al terrore e all’emergenza (indipendentemente dai numeri reali) accusando i no-vax dell’aumento dei casi positivi – nonostante l’ormai riconosciuta deficienza dei vaccini nel proteggere dalla trasmissione del virus. Utile capro espiatorio da sbattere in prima pagina, i no-vax sono perfetti per compattare una popolazione che <em>non deve</em> avere dubbi e aizzarla contro un ‘nemico’, e per nascondere il fallimento della classe dirigente nella gestione della pandemia.</p>



<p>Sul piano del dominio, al disciplinamento del Green Pass ‘base’ (5) si è accompagnata la repressione del ‘super’ Green Pass: a cittadini che non hanno commesso alcun reato, amministrativo o penale, bensì nel rifiutare un trattamento sanitario stanno esercitando un diritto che (ancora) la Costituzione gli riconosce, è vietato per legge accedere ad alcuni luoghi.</p>



<p>Da sinistra, c’è chi afferma che quella del Green Pass – e in generale la gestione della pandemia – non è la battaglia da combattere; i problemi sono altri, dicono: il lavoro, i licenziamenti, la povertà in aumento&#8230; Certamente. Ma al di là del fatto che la sinistra dovrebbe lottare contro ogni discriminazione e il Green Pass ne crea una, forse ciò che sfugge è che l’emergenza e la pandemia sono gli strumenti che la classe dominante/dirigente sta usando per disegnare una nuova società e su di essi è riuscita a produrre una nuova egemonia: se non li denunciamo come tali, non può esserci opposizione. “Le ideologie sono per i governati delle mere illusioni, un inganno subito,” scrive Gramsci, “mentre sono per i governanti un inganno voluto e consapevole. Per la filosofia della <em>praxis</em> le ideologie sono tutt’altro che arbitrarie; esse sono fatti storici reali, che occorre combattere e svelare nella loro natura di strumenti di dominio non per ragioni di moralità ecc. ma proprio per ragioni di lotta politica: per rendere intellettualmente indipendenti i governati dai governanti, per distruggere un’egemonia e crearne un’altra, come momento necessario del rovesciamento della <em>praxis</em>”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) In merito all’illogicità della gestione pandemica Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021</p>



<p class="has-small-font-size">2) I virgolettati di Gramsci sono tratti da: Antonio Gramsci, <em>Quaderni del carcere</em>, Einaudi, 1975 </p>



<p class="has-small-font-size">3) Gramsci riflette anche sul fatto che ogni ogni classe sociale ha i propri intellettuali e quindi una classe può, anzi deve cercare di, essere ‘dirigente’ prima di divenire ‘dominante’, ossia deve creare egemonia nella società: è l’egemonia culturale che un tempo in Italia – ormai non più – apparteneva alla sinistra. Ma è un altro discorso rispetto all’analisi di questo articolo</p>



<p class="has-small-font-size">4) Gramsci analizza l’utilizzo del dominio e dell’egemonia anche in un regime dittatoriale come quello fascista, ma è un’analisi che ci porterebbe fuori focus rispetto a questo articolo </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/" target="_blank"><em>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</em></a>, Paginauno n. 74/2021 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Consiglio europeo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-consiglio-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 13:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5653</guid>

					<description><![CDATA[Il Consiglio europeo: nascita, evoluzione, forza e debolezza nel passaggio da Stati-nazione a Stati-membri]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Perry Anderson*</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il Consiglio europeo: nascita, evoluzione, forza e debolezza nel passaggio da Stati-nazione a Stati-membri</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">L’intervento che segue, a firma di Perry Anderson (storico accademico e saggista britannico), è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021 (1) e affronta, da un punto di vista storico, le cinque istituzioni principali dell’Unione europea: la Corte di Giustizia, la Commissione, il Parlamento, la Bce e il Consiglio. Dopo aver pubblicato la parte relativa alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/" data-type="post" data-id="4538" target="_blank">Corte di Giustizia</a>, alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-commissione-europea/" data-type="post" data-id="4760" target="_blank">Commissione</a>, al <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/il-parlamento-europeo-e-la-bce/" data-type="post" data-id="4977" target="_blank">Parlamento e alla Bce</a>, chiudiamo con il Consiglio europeo e le conclusioni su economia, euro, diritti, democrazia.</pre>



<p class="has-drop-cap">Il Consiglio europeo comprende capi di governo che godono di maggioranze in veri e propri parlamenti, frutto di elezioni significative. Come tale, è diventato la massima autorità dell’Unione. <em>The </em><em>Passage to Europe</em> di Van Middelaar è in gran parte la storia della sua ascesa a questa posizione, ed è giustificata la sua affermazione che il Consiglio è ora il principale motore dell’integrazione europea. Quello che non fa è guardare sotto il cofano. Che tipo di veicolo sta avanzando? È questo il soggetto della più fondamentale di tutte le opere sulla Ue dell’ultimo decennio,<em>European Integration</em> di Christopher Bickerton, il cui titolo anodino, condiviso da decine di altri libri, nasconde la sua distinzione, che si concretizza nel sottotitolo che fornisce la sua argomentazione: “Dagli Stati nazionali agli Stati membri”.</p>



<p>Tutti hanno un’idea di cosa sia uno Stato-nazione, e molti sanno che 27 Paesi (dopo l’uscita del Regno Unito) sono Stati-membri dell’Unione Europea. Qual è la differenza concettuale tra i due? La definizione di Bickerton è succinta. Il concetto di Stato-membro esprime un cambiamento fondamentale nella struttura politica dello Stato, con i legami orizzontali tra i dirigenti nazionali che hanno la precedenza sui legami verticali tra i governi e le loro società. Questo sviluppo lo ha colpito per la prima volta, spiega, al momento del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona. “Quando è stato annunciata la vittoria del No, i membri del governo irlandese hanno espresso un misto di sorpresa e imbarazzo: sorpresa perché non avevano familiarità con i sentimenti prevalenti all’interno della loro popolazione, e imbarazzo perché questo comprometteva molte delle promesse che avevano fatto ai loro pari in precedenti incontri a Bruxelles”. (La descrizione è una sorta di eufemismo: avvistato fuori da un pub a Dublino quella sera, Brian Lenihan, ministro delle Finanze dell’epoca, era pallido come un cencio).</p>



<p>Come è avvenuto il passaggio dallo Stato nazionale allo Stato membro? Dopo la seconda guerra mondiale – Bickerton segue qui Alan Milward e John Ruggie – nell’Europa occidentale è stato raggiunto un compromesso di classe tra capitale e lavoro, che ha preso la forma organizzativa di uno Stato corporativo impegnato nella piena occupazione, in una serie di servizi sociali e in una redistribuzione del reddito. Sulla base di una crescita economica costante, il consenso ideologico di questo periodo presupponeva un forte coinvolgimento del governo nella vita economica e garantiva l’innalzamento del tenore di vita popolare. Tuttavia, allo stesso tempo, “un contratto sociale più egualitario e redistributivo” rispetto agli anni precedenti della guerra “coincideva con un restringimento dello spettro politico”: la de-radicalizzazione della sinistra presagiva una più ampia de-politicizzazione, e la mancanza di sperimentazione politica portava al dominio dei partiti centristi. La crisi economica generale degli anni Settanta ha visto il disfacimento di questo compromesso di classe, mentre la crescita cresceva, i conflitti industriali crescevano e le idee keynesiane cedevano il passo alle dottrine hayekiane o Public Choice, che disprezzavano il contratto sociale. Per un certo periodo i governi hanno continuato a provare ricette familiari, ma all’inizio degli anni Ottanta è arrivato il neoliberalismo, con la Thatcher pioniera, seguito dall’inversione a U di Mitterrand e dallo schiacciamento degli scioperi danesi, belgi e britannici. Liberati dalle pressioni del lavoro organizzato, i governi convergevano verso la deregolamentazione e la privatizzazione per liberare i mercati dell’innovazione e della concorrenza secondo le prescrizioni del nuovo periodo. L’Atto Unico europeo del 1985 ne ha segnato la trasposizione sul piano comunitario.</p>



<p>Il rilancio della dinamica di integrazione sotto Delors è stato quindi il risultato di un modello di cambiamento politico interno, nel quale le priorità politiche erano diventate un ridimensionamento fiscale, una repressione salariale e un ritorno alle ortodossie finanziarie di stampo classico. Non è mai stato facile ottenere un consenso duraturo degli elettori su questo percorso, ma man mano che i processi di integrazione si approfondivano, coinvolgendo un coordinamento ministeriale sempre più stretto a livello transfrontaliero, i governi potevano presentare misure impopolari come necessità derivanti dalla costituzione della Comunità. Dal tempo di Montesquieu e Madison in poi, il costituzionalismo aveva comportato l’idea di un’autolimitazione della volontà politica per salvaguardare le libertà del soggetto: un insieme di vincoli interni – divisione dei poteri, controlli ed equilibri – per assicurare la nazione contro la tirannia, sia essa governata da monarchi o da mafiosi. A tempo debito, questo è diventato il formato liberale standard dello Stato-nazione. Con l’avvento della Comunità Europea, una volta che la Corte di Giustizia è riuscita a costituzionalizzarla efficacemente, se non formalmente, gli Stati membri hanno accettato una serie di vincoli esterni la cui forma era radicalmente diversa. “Il soggetto attivo, cioè il popolo, non è il soggetto che fa il vincolo”, scrive Bickerton: “I governi nazionali si impegnano piuttosto a limitare i propri poteri per contenere il potere politico delle popolazioni nazionali. Invece che i popoli che si esprimono come potere costituente attraverso questa architettura costituzionale, i governi nazionali cercano di limitare il potere popolare legandosi attraverso un insieme esterno di regole, procedure e norme. Un funzionamento interno della sovranità popolare che serve a unire lo Stato e la società è sostituito da una esternalizzazione dei vincoli al potere nazionale intesa come un modo per separare la volontà popolare dal processo decisionale”.</p>



<p>Al termine della guerra fredda, nel 1990, i dirigenti europei avevano consolidato la transizione verso lo Stato membro. Con Maastricht e la proclamazione dell’unione monetaria, i vincoli che ciò comportava aumentavano naturalmente, così come la loro convenienza per i governi che cercavano di imporre ordinanze neoliberali di un tipo o dell’altro ai loro cittadini. Nel 1992-93, Giuliano Amato mise in atto una “correzione fiscale” – cioè un pacchetto di austerità – pari a non meno del 6% del Pil italiano in nome del <em>vincolo esterno </em>di necessità dell’Unione. Quando la moneta unica, lungi dal portare una rinnovata crescita e prosperità, ha fatto sprofondare l’Italia in una prolungata stagnazione e regressione, e l’Eurozona nel suo complesso nella crisi, la risposta non è stata quella di allentare i corsetti dell’appartenenza all’Unione, ma di renderli ancora più stretti, con la spettacolare costrizione della sovranità popolare nel Patto Fiscale del 2012. In questo modo, le restrizioni esterne dell’Unione sono state per la prima volta scritte, per volere della Germania, nelle Costituzioni interne dei successivi Stati membri, e i loro bilanci annuali, cuore tradizionale della politica interna, sono diventati oggetto di rinvigorimento e di istruzione da parte degli inviati di Bruxelles.</p>



<p>Anche se raramente l’attrito è assente da tali visite, la disciplina che esse rappresentano è stata in gran parte accettata come parte dell’ordine naturale delle cose. “Per gli Stati membri”, scrive Bickerton, “l’Eurozona non è solo un’unione monetaria, ma anche un quadro collettivo per una politica macroeconomica coordinata a cui tutti appartengono e che, in molteplici modi, è costitutiva delle loro identità e dei loro interessi come Stati membri”. Non ultimo li protegge dall’intrusione di potenziali proteste, poiché il risultato dei comitati di esperti – ratificato in conclavi ministeriali, annunciato dai capi di governo e presentato ai cittadini in patria come <em>faits accomplis</em> – diventa la norma. In questo processo, ciò che contraddistingue la Ue, come struttura politica diversa da ogni altra, è la presunzione di consenso e i protocolli che ne derivano, che costituiscono il codice di funzionamento del suo essere. A Bruxelles, gli emissari delle diverse nazioni si confrontano su questioni di carattere specialistico, sviluppando un <em>esprit de corps</em> e un’identificazione professionale con l’aspetto tecnico delle loro discussioni, in un sistema volto a escludere l’imprevedibilità del dibattito pubblico o il disaccordo politico. Lo stesso schema regge più in alto, in quanto le decisioni vengono passate al Consiglio dei ministri in un determinato settore e, ove richiesto, fino al Consiglio europeo stesso, dove il risultato viene unto con fotografie di famiglia e comunicati unanimi. L’imperativo del consenso è tutto. “Questo spiega perché la politica della Ue è così segreta e manca di ciò che è elementare nella vita politica a livello nazionale”, dove il conflitto è aperto e normale, osserva Bickerton.</p>



<p>Strutturalmente, egli giudica lo Stato-membro una forma sociale “fragile e contraddittoria”, al tempo stesso potente nell’immunizzare i governi nazionali contro le pressioni sociali interne, e debole nella mancanza di radici lontanamente paragonabili ai legami verticali tra i governi e le popolazioni dello Stato nazionale classico. La forma di politica nazionale a cui dà origine, spesso tenuta a contrapporre una tecnocrazia dominante a un populismo oppositivo, tende piuttosto a una combinazione maligna dei due, con leader che mescolano una posizione populista sull’immigrazione a un approccio tecnocratico all’economia, come Sarkozy, o che si atteggiano come Blair come un manager pragmatico vicino ai sentimenti della gente comune; Macron offre l’ultima versione della miscela. La superficialità dell’attaccamento delle élite ai cittadini che rappresentano rafforza inevitabilmente il loro senso di solidarietà reciproca nel <em>club dei leader</em> dell’Unione, dove si riuniscono ogni due mesi circa. Ma l’amicizia che offre non è, per Bickerton, un rifugio stabile. Vista storicamente, l’appartenenza a uno Stato membro è una “forma di Stato dura ma vuota”.</p>



<p>Istituzionalmente, però, si è riempito. Dal 2017 il Consiglio europeo possiede per le sue sessioni bimestrali una nuova sede fortemente simbolica – lanterna in forma di lanterna per il caldo bagliore che irradiano le sue deliberazioni, policroma in arredi per la diversità dei popoli da loro illuminati – dove si riuniscono i capi di Stato e di governo, più i presidenti della Commissione e del Consiglio stesso. A loro volta sono affiancati dall’Eurogruppo dei ministri delle Finanze dell’Eurozona, che si riuniscono mensilmente, e il cui presidente può anche partecipare al Consiglio quando viene invitato, come pure l’Alto rappresentante del pilastro (molto meno importante) degli Affari esteri e della Sicurezza dell’Unione. Pur essendo l’autorità politica suprema dell’Unione, il Consiglio europeo non legifera di per sé: le leggi sono questioni di ordine inferiore per i tracciamenti dei triloghi (2) che vi sono sotto. Il suo compito sono le grandi decisioni dell’Unione: essenzialmente, la gestione delle crisi, la revisione dei Trattati e la politica estera. Vale a dire, urgenti problemi economici e di “sicurezza” (cioè di rifugiati); questioni costituzionali (la parola è proibita dal Trattato di Lisbona, ma la cosa rimane); relazioni con altri poteri (e la periferia della Ue, dove l’allargamento permane nei Balcani). È qui che nascono gli “allarmi” che richiedono le coraggiose “escursioni” dei racconti di van Middelaar sull’Unione. Esempi degni di nota: la gestione della delinquenza greca; l’utilizzo della venalità turca; il rifiuto della bozza di Costituzione con una recensione della stessa a Lisbona; la punizione della Russia per l’annessione; e della Gran Bretagna per la diserzione.</p>



<p>In linea di principio, l’anello debole nella giurisdizione del Consiglio è economico, poiché non ha alcuna autorità sulla Bce, la cui indipendenza è assoluta e il potere sulle economie dell’Unione non ha rivali. In pratica, l’Eurogruppo fornisce un collegamento informale, un rappresentante della banca che partecipa alle sue riunioni, che sono ancora più riservate di quelle del Consiglio stesso, anche perché la presenza in esse della banca, in deroga alla sua indipendenza, richiede un velo di discrezione. Per formazione e prospettive i ministri delle Finanze tendono a essere simili, come Varoufakis ha scoperto nel suo breve periodo di collaborazione con l’Eurogruppo. I disaccordi sono più frequenti in seno al Consiglio. Prima delle sue riunioni i partecipanti possono appuntarsi posizioni controverse, mentre durante e dopo di esse, le fughe di notizie – tipicamente slogan confusi per il consumo dei media – riportano scontri d’opinione, vincitori e perdenti in discussioni, secondo il gusto dei leaker. Ma i procedimenti stessi rimangono nascosti al pubblico, e vengono emessi in decisioni che sono virtualmente sempre annunciate <em>nem con</em> (<em>nem con</em> = all’unanimità, dal latino <em>nemine contradicente</em> = nessuno contrario, <em>n.d.r.</em>), in linea con la prassi comune in tutte le istituzioni della Ue.</p>



<p>Nel caso del Consiglio, in tali manifestazioni di unanimità è in gioco molto di più della generica omertà della classe politica europea. Infatti, la verità dietro di esse è scomodamente in contrasto con le formalità della sua composizione, nella quale tutti gli Stati membri sono tecnicamente uguali e possono bloccare decisioni in conflitto con quelli che ritengono essere gli interessi nazionali vitali. La realtà, naturalmente, è che con grandi disparità tra i Paesi che vanno da ottanta milioni a mezzo milione di abitanti, due Stati – Germania e Francia – comandano <em>de facto</em> il procedimento in ragione delle loro dimensioni e del loro potere. Della coppia, eredi del trattato che de Gaulle ha siglato con Adenauer, la Germania è ora la più forte e la più potente economicamente. Ma anche se questo vantaggio la rende <em>primus inter pares</em>, il suo margine di superiorità, e il suo peso relativo all’interno dell’Eurozona nel suo complesso, è troppo limitato per darle l’egemonia che i teorici più audaci sostengono. La Francia rimane militarmente più forte e diplomaticamente più esperta, in un rapporto da cui ognuno dipende in egual misura. Poiché non sempre sono d’accordo, e quando lo sono, non sempre possono insistere, non ogni decisione del Consiglio è una traduzione della loro volontà. Semplicemente, senza bisogno di alcun accenno di veto, nessuna proposta che non sia di loro gradimento ha alcuna possibilità di passare, mentre qualsiasi proposta dietro la quale si uniscono con la forza congiunta può essere deviata, ma non sarà contrastata dalle altre due dozzine di Stati del Consiglio. Il Trattato di Maastricht è stato il frutto di un patto tra Mitterrand e Kohl; il Trattato di Lisbona, tra Merkel e Sarkozy; l’attuale pacchetto Covid, tra Macron e Merkel. In ogni caso l’iniziativa è arrivata, inarrestabile, da Berlino e da Parigi. In ogni caso, i dettagli sono stati adattati per accogliere gli Stati minori, senza che la direzione sia stata modificata.</p>



<p>L’unica volta in cui una importante proposta, su cui Germania e Francia hanno insistito, ha incontrato un’opposizione intransigente è stata il Fiscal Compact, al quale la Gran Bretagna ha posto il veto nel 2011, illuminando le realtà della struttura del potere in Europa. Senza indugio, Berlino e Parigi hanno semplicemente bypassato il Consiglio con uno strumento internazionale al di fuori del quadro giuridico della Ue, il Trattato sulla Stabilità, il Coordinamento e la Governance, al quale tutti gli altri Stati membri hanno dovuto aderire. L’effetto è stato esattamente lo stesso. Cameron si è lamentato del fatto che Merkel e Hollande non si sono nemmeno preoccupati di rispettare le apparenze, cucendo insieme questo accordo nei locali dell’Unione a Bruxelles. La lezione è chiara. Se i due egemoni europei dovessero incontrare – post Brexit – una simile caparbietà in una questione a cui danno importanza, possono rispondere con un trattato internazionale bilaterale (o multilaterale), facendo un giro di boa intorno all’ostacolo. Non è un caso che Jean-Claude Piris abbia concluso il suo libro del 2012, <em>The Future of Europe</em>, sottolineando quanto sia conveniente e fruttuoso il ricorso a tali trattati “aggiuntivi”. Allo stato attuale, però, con la Gran Bretagna fuori dai piedi, c’è poco da fare. Un solo fatto incongruo è sufficiente a portare a casa le prospettive, e il potere, del duo franco-tedesco. Ci sono stati tre presidenti del Consiglio europeo da quando l’ufficio è stato creato nel 2010. Di questi, due sono stati belgi – un Paese con poco più del 2% della popolazione dell’Unione. Perché? Perché si può contare sul fatto che i politici poco appariscenti di uno Stato debole, abilmente collocato tra la Francia e la Germania, non si incrociano, ma aiutano le buone intenzioni di entrambi.</p>



<p>È stato spesso osservato che l’insieme istituzionale della Ue è politicamente <em>sui generis</em>, una creazione più facilmente definibile in negativo che in positivo. Non è, ovviamente, una democrazia parlamentare, priva di divisioni tra governo e opposizione, di competizione tra i partiti per le cariche, o di responsabilità nei confronti degli elettori. Non c’è né una separazione tra il potere esecutivo e quello legislativo, sul modello americano; né una connessione tra di loro, sul modello britannico o continentale, in cui un esecutivo è investito da una legislatura eletta di cui rimane responsabile. È piuttosto il contrario: un esecutivo non eletto detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa, mentre una magistratura, autoinvestita di un’indipendenza che non è soggetta ad alcuna revisione o controllo costituzionale, emette decisioni che sono effettivamente inalterabili, siano esse conformi o meno ai Trattati su cui si basano nominalmente. La regola dei procedimenti dell’Unione, siano essi presieduti da giudici, banchieri, burocrati, deputati o primi ministri, è la segretezza, ove possibile, e il loro esito, l’unanimità.</p>



<p>Secondo le parole di Majone, il suo critico liberale più lucido, il mondo in cui vive l’Unione è un mondo in cui “il linguaggio della politica democratica è in gran parte incomprensibile”. Unico nella storia costituzionale moderna, osserva, “il modello non è Atene ma Sparta, dove l’assemblea popolare votava sì o no alle proposte avanzate dal Consiglio degli anziani, ma non aveva il diritto di proporre misure per conto proprio”. La cultura politica delle élite dell’Unione assomiglia a quella della Restaurazione europea e di ciò che è seguito, prima delle riforme sul diritto di voto del XIX secolo, “quando la politica era considerata un monopolio virtuale di gabinetti, diplomatici e alti burocrati”. L’<em>habitus </em>mentale e istituzionale dell’Europa del Vecchio Regime è ancora vivo nel “sistema di governo della Ue che si suppone postmoderno”. In sintesi, l’ordine dell’Unione è quello di un’oligarchia.</p>



<p>Gli storici possono rispondere, sì, ma la Restaurazione ha portato in Europa la pace che è durata quarant’anni, o su un secolo di conti in sospeso. L’integrazione europea, per quanto non democratica nella sua struttura, non ha forse raggiunto lo stesso risultato per tre quarti di secolo, dopo le terribili guerre interne del 1914 e del 1939? Nel credo ufficiale della Ue, probabilmente non si ripete con tanta insistenza nessun’altra affermazione, e i movimenti che mettono in discussione l’Unione sono spesso attaccati come portatori del bacillo delle guerre future. La verità, naturalmente, è che dopo il 1945 non c’è mai stato il rischio di un altro scoppio di ostilità tra Germania e Francia, o altri Paesi dell’Europa occidentale, perché la guerra fredda ha reso l’intera regione un protettorato della sicurezza americana. La Nato, non la CEE, ha messo a tacere i conflitti militari del passato. Come disse una volta causticamente Albert Hirschman: “La Comunità Europea è arrivata un po’ in ritardo nella storia per la sua missione, ampiamente proclamata, di evitare ulteriori guerre tra le maggiori nazioni dell’Europa occidentale”. Beneficiaria della Pax Americana piuttosto che progenitrice della stessa, l’Unione ha affrontato la sua prima prova come vero e proprio custode della pace in Europa dopo la guerra fredda. Fallì miseramente, non impedendo ma alimentando la guerra nei Balcani, poiché la Germania appoggiò la secessione slovena dalla Jugoslavia, il colpo che innescò i successivi conflitti omicidi che la Ue, trascinata sulla scia di Helmut Kohl, si dimostrò incapace di moderare o di far cessare. Ancora una volta non è stata Bruxelles, ma Washington a decidere finalmente il destino della regione. Anche l’allargamento dell’Unione agli ex Paesi del Patto di Varsavia, la sua grande conquista storica, ha seguito le orme degli Stati Uniti, la loro inclusione nella Nato prima del loro ingresso nella Ue.</p>



<p>I diritti umani sono un altro <em>punto d’onore </em>nel repertorio delle relazioni pubbliche dell’Unione. Il Consiglio d’Europa, che comprende venti Stati che non fanno parte della Ue, tra cui Russia, Turchia, Georgia e Azerbaigian, ha istituito una Convenzione sui diritti dell’uomo e un tribunale per proteggerli già nel 1953, le cui disposizioni sono state essenzialmente riprodotte nel 2000 nella Carta dei Diritti Fondamentali della Ue, così come la Ue avrebbe portato la bandiera del Consiglio come propria. Come altrove, la proclamazione e l’osservazione di tali diritti non sono la stessa cosa. La brutalità ordinaria della polizia è certamente inferiore a quella degli Stati Uniti, dove le condizioni di detenzione sono anche peggiori, e i detenuti sono molto più numerosi. Ma questo non distingue la Ue, dal Canada o dai Paesi dell’Europa occidentale che non appartengono all’Unione. Più precisamente, quando l’America ha richiesto la cooperazione europea nelle <em>extraordinary renditions</em>, i membri della Ue hanno prestato assistenza nei sequestri e nella fornitura di camere di tortura sul territorio dell’Unione, assistenza documentata e denunciata da un procuratore svizzero al Consiglio d’Europa senza che la Ue abbia alzato un dito per denunciare i responsabili. Laddove le violazioni della sua Carta provengono da governi che non le piacciono, come attualmente in Ungheria e in Polonia, l’Unione minaccerà sanzioni. Laddove esse provengano da governi con i quali desidera mantenere buoni rapporti, chiuderà un occhio, o cercherà di renderle accettabili, anche se le infrazioni sono molto più estreme – come nell’occupazione militare di lunga data e nella pulizia etnica del territorio dell’Unione nel nord di Cipro; per non parlare di Israele, invitata a considerare l’adesione all’inizio della storia della Comunità, e più recentemente descritta dal primo Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri come ‘membro onorario’. Per quanto riguarda i rifugiati, il record di disumanità europea nell’Egeo e in Libia parla da sé. La migrazione è diventata in gran parte una questione di sicurezza.</p>



<p>Solidarietà, un altro termine importante nel lessico della Ue, si riferisce a due caratteristiche della sua immagine di sé. La prima sottolinea i fondi strutturali e di coesione, il 30% del bilancio della Commissione erogato ai Paesi e alle regioni più povere dell’Unione per progetti di trasporto, ambientali e di altro tipo. Anche se non sempre ben spesi, questi fondi sono realmente redistributivi e storicamente hanno avuto un impatto significativo sui maggiori beneficiari: Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Più grande ancora è la Politica agricola comune (PAC), che eroga oltre il 40% del budget ed è regressiva, con la maggior parte del denaro che va ai contadini più ricchi, soprattutto in Francia, anche se i milionari titolati in Gran Bretagna hanno accaparrato più di tutti. Combinato, l’effetto <em>equity</em> dei due tipi di spesa è probabilmente neutro, forse negativo. Il secondo senso di solidarietà si riferisce alla “politica sociale” europea, definita in senso lato come misure per ridurre la vulnerabilità dei lavoratori salariati e delle loro famiglie, e dei cittadini meno abbienti in generale, ai capricci del mercato. Wolfgang Streeck ne ha tracciato l’evoluzione dagli anni Sessanta a oggi. In origine, si trattava di tentativi di alterare i rapporti capitale-lavoro promuovendo la cogestione industriale – a cui le imprese resistevano – che avrebbe dato ai lavoratori il diritto di essere rappresentati nei consigli di amministrazione delle società stesse. La direttiva Vredeling che ha dato forma a queste speranze è stata abbandonata dopo l’approvazione dell’Atto Unico europeo, e l’attenzione si è spostata sulle questioni salute, sicurezza e pari opportunità.</p>



<p>Su insistenza di Delors, proclamando la necessità di un’Europa sociale, l’Unione Monetaria creata a Maastricht è stata accompagnata, nella boscaglia delle clausole adiacenti e sussidiarie del Trattato, da un Capitolo sociale che prometteva il rafforzamento dei diritti del lavoro, dal quale la Gran Bretagna ha optato. Così poco è venuto da questo pezzo di simbolismo, osserva Streeck, che la sua successiva adozione da parte del New Labour “ha fatto nulla per evitare l’aumento delle disuguaglianze, il decadimento della contrattazione collettiva e il deterioramento delle condizioni di lavoro nel Regno Unito negli anni successivi”. In tutta l’Unione europea, questi sono stati anni nei quali le imprese hanno attaccato con successo la fornitura di servizi pubblici in nome del diritto della concorrenza, mentre la Corte di Giustizia ha inflitto successivi colpi freddi ai diritti sindacali. L’attuale Pilastro europeo dei diritti sociali, annunciato nel 2017, non cambia la tendenza: in quanto insieme uniforme di ingiunzioni in mezzo a enormi differenze tra gli Stati membri, è in gran parte lettera morta. Nelle sedi pubbliche e accademiche, commenta Streeck, i discorsi sull’Europa sociale sono svaniti quando la Ue è stata identificata principalmente come un veicolo di “pace universale, diritti umani e discorsi civili, piuttosto che come un’alternativa al capitalismo sfrenato”. La sua conclusione: “Ciò che sembra chiaro è che il progetto, che risale agli anni Settanta, di un Welfare State europeo sovranazionale che dà una definizione politica a un ‘modello sociale europeo’, è giunto al termine”.</p>



<p>E la crescita economica europea, in questo caso? Mentre il Pil dell’Europa occidentale è cresciuto di circa il 2% all’anno tra il 1900 e il 1950, dal 1950 al 1973 ha raggiunto il 5% all’anno, una velocità senza precedenti nella sua storia. Ma fino a che punto ciò è dovuto all’integrazione? In quegli anni, la Germania occidentale e l’Italia sono cresciute del 5% annuo, la Francia del 4%, il Belgio del 3,5% e i Paesi Bassi del 3,4%. Ma al di fuori della CECA e della CEE, l’Austria ha registrato una crescita media annua del 4,9%, la Spagna del 5,8%, il Portogallo del 5,9% e la Grecia del 6,2%. La domanda repressa prima della guerra, l’intervento dello Stato e la cooperazione internazionale hanno avuto un ruolo importante. Dato che il boom è iniziato un decennio prima della CEE, l’integrazione da sola non può spiegare questi rapidi tassi di crescita. L’impatto della CEE sul boom non è mai stato oggetto di una ricerca di reale precisione. Ma se è esistito, in questi anni è stato piccolo e potrebbe anche essere stato negativo. Secondo Patel non c’è stata “praticamente nessuna pressione pubblica a presentare un resoconto chiaro dei risultati economici del processo di integrazione”. La Comunità non era in questa fase particolarmente neoliberale, come a volte si è affermato in seguito. Anche se la politica di concorrenza può essere stata plasmata dagli ordo-liberali tedeschi negli anni ‘60, il loro impatto era ancora altamente selettivo, non incideva sulla maggior parte del bilancio che era dominato dalle concessioni agli agricoltori francesi che essi aborrivano. Strutturalmente, l’integrazione europea era “nata tecnocratica”, come è rimasta. Per i suoi cittadini, la Comunità era ciò che Patel definisce un “adiaphora”: cioè, secondo la filosofia stoica, “una questione che non ha alcun merito o demerito morale”. Tale era l’indifferenza popolare nei suoi confronti che alla fine degli anni Sessanta solo il 36% dei suoi abitanti riusciva a nominare correttamente tutti e sei i membri della CEE.</p>



<p>Come è andata l’Eurozona dal 1973? Nel 2000 l’Agenda di Lisbona del Consiglio europeo ha promesso un aumento della produttività del 4% all’anno, circa il doppio di quella statunitense. In realtà, è aumentata di circa lo 0,5-1% all’anno. Per quanto riguarda la crescita complessiva, ecco le cifre: anni 1973-79 la crescita media del Pil nell’area euro è stata del 2,7%; anni 1984-94, 2,5%; anni 1994-98, 2,3%; anni 1999-2003, 2,1%; anni 2004-08, 1,8%; anni 2012-19, 1,2%. In altre parole, un calo costante dal 1973, anche prima del crollo del 2020, quando nei primi sei mesi dell’anno il Pil era sceso del 15,7%.</p>



<p>Per quanto riguarda il contributo dell’integrazione al record, Barry Eichengreen e Andreas Boltho – due economisti impegnati a favore dell’unità europea – hanno calcolato in un documento del 2008 che nel lungo periodo, dal periodo della CECA a quello dell’UEM, “i redditi europei sarebbero stati circa il 5% più bassi di oggi, in assenza della Ue”. Né il commercio intra-Ue è aumentato molto dai tempi dell’Unione, mentre la sopravvalutazione dell’euro ha favorito le importazioni dagli Stati Uniti, dalla Cina e da altri Paesi, dirottando al contempo gli scambi commerciali dall’interno della Ue. Più in generale, l’eterogeneità socio-economica e geopolitica dei quindici membri dell’Unione nel 1995, ulteriormente accentuata dall’arrivo di altri dodici nel corso del decennio successivo, ha reso sempre meno possibile il raggiungimento di decisioni comuni. In termini pratici, l’allargamento a Est ha reso impossibile l’“Europa sociale” così come concepita da Delors, poiché il reddito medio dei nuovi membri dell’Unione era solo il 40% della media dei quindici membri dell’Europa occidentale. Le risorse della Ue erano insufficienti per colmare il divario.</p>



<p>Il contrasto tra Occidente e Oriente non è stata l’unica frattura nell’Unione. Da destra, per Bolkestein la moneta unica è stata afflitta da un difetto di nascita. La sua fatale debolezza, ha detto a un pubblico nel 2012, è dovuta al fatto che si trovava a “cercare di servire due gruppi di Paesi molto diversi tra loro per cultura economica, terre del Nord che rispettavano regole e disciplina e terre del Mediterraneo che cercavano soluzioni politiche ai problemi economici. Il primo gruppo – Germania, Paesi Bassi, Finlandia e altri – voleva la solidità; il secondo la solidarietà, che significa il denaro degli altri. Non poteva e non è andata bene. Herman Van Rompuy aveva ragione a chiamare l’euro un sonnifero: i Paesi del Mediterraneo potevano godere di tassi d’interesse artificialmente bassi, cosa che hanno fatto in abbondanza, sognando un <em>dolce far niente</em>”.</p>



<p>Da sinistra, per Claus Offe, è chiaro che “l’euro ha reso il capitalismo democratico europeo più capitalistico e meno democratico”, sradicando i mercati finanziari dagli Stati ed esponendo gli Stati alle loro vicissitudini, in un sistema che Offe non giudica più favorevolmente, se non per ragioni opposte, di Bolkestein. “L’euro sotto il regime della Bce generalizza eccessivamente la politica monetaria in economie molto divergenti e la loro posizione nel ciclo economico. Invece di ‘una taglia unica per tutti’, ci troviamo in una situazione di ‘una taglia unica per nessuno’ a causa dell’incapacità istituzionale della politica monetaria di rispondere alle specificità dei Paesi e alle loro situazioni”. Tuttavia, non appena l’ha detto con disinvoltura, ha ritrattato con sobrietà. Perché c’è un Paese di cui questo giudizio non tiene conto: il suo. Dati gli enormi vantaggi che la Germania trae dall’euro, scrive Offe, “ogni possibile governo tedesco farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere intatta la moneta comune evitando l’inadempienza di qualsiasi membro dell’Euroclub. Perché questa moneta permette al governo tedesco di vivere in un mondo ideale dove il piacere non è seguito dal rimpianto, il che significa che il surplus di esportazioni non è seguito, né la sua continuazione è limitata, dall’apprezzamento della moneta del Paese”.</p>



<p>Per il resto, naturalmente, la questione è quella di riuscire a ricevere questo apprezzamento. La cintura meridionale e orientale degli Stati sta pagando il prezzo di un’unione monetaria mal concepita che ora non può essere invertita. Anche se “l’introduzione dell’euro in una zona valutaria fondamentalmente imperfetta è stato un errore enorme, lo stesso vale ormai semplicemente per rimediare a tale errore”, poiché la dissoluzione dell’Eurozona equivarrebbe a uno tsunami di regressione economica e politica. Da qui la “trappola” in cui si trova l’Europa, che non può né andare avanti né indietro.</p>



<p>Fritz Scharpf, al quale Offe chiede consiglio, è meno categorico. Inoltre, a partire dal 2015, ha concluso che la decisione della Ue di salvare la moneta unica piuttosto che smantellarla ha creato un euro-regime economicamente repressivo e politicamente autoritario, enormemente controproducente. Costringendo gli Stati membri in difficoltà ad adottare l’austerità fiscale e la svalutazione interna, riducendo i costi del lavoro con gli effetti di una pressione permanente al ribasso sui redditi salariali, sui trasferimenti sociali e sui trasferimenti pubblici, la politica ufficiale è stata “completamente priva di legittimità democratica”. In futuro, ha sostenuto Scharpf, gran parte dell’<em>acquis </em>comunitario dovrebbe essere de-costituzionalizzato, riportandolo alle condizioni ordinarie di riesame e revisione legislativa. Per il momento, nessun politico responsabile ha ritenuto che ciò fosse fattibile. Ma se un secondo grande shock, paragonabile all’impatto della crisi finanziaria globale, colpisse il sistema, la democrazia europea dovrebbe essere ricostruita dal basso verso l’alto, ripristinando le necessarie barriere all’interferenza del mercato sia a livello sovranazionale che nazionale.</p>



<p>L’ultima e più squallida parola viene da Dani Rodrik. L’analogia storica più vicina all’euro, così come la conosciamo oggi, potrebbe essere il Gold Standard così com’era prima della prima guerra mondiale, prima che ci fosse uno stato sociale sviluppato o una politica anticiclica? Entrambi esistono oggi e complicano i compiti dell’Unione. La democrazia, la sovranità e la globalizzazione possono essere felicemente combinate? Purtroppo non esiste una democrazia a livello europeo, e le riforme adottate dopo la crisi del 2008 – unione bancaria, controllo fiscale più severo – hanno reso l’Unione più tecnocratica, meno responsabile e più distante dagli elettori europei. Ciò che gli esempi americani dimostrano è che le élite europee devono fare una scelta, optando o per l’unione politica a scapito della sovranità nazionale, o per la sovranità nazionale a scapito dell’unione politica. Le soluzioni intermedie – un po’ di democrazia a livello nazionale, un po’ di più a livello europeo – non funzioneranno. La realtà, conclude Rodrik, è che potrebbe essere troppo tardi per prendere la prima strada, nella speranza che alla fine emerga un <em>demos </em>europeo che corrisponda a una federazione europea. Se così fosse, è difficile vedere come una moneta unica possa essere riconciliata con molteplici politiche democratiche. Forse è meglio abbandonare la speranza che un giorno l’unione economica si dimostri compatibile con la democrazia come eventualmente ricostituita, e chiedersi invece quale grado di integrazione economica sia compatibile con la democrazia come attualmente istituita.</p>



<p>Quindi, se cerchiamo i lati positivi nella performance complessiva della Ue dopo Maastricht, non è facile trovarli. Pace internazionale, diritti umani, solidarietà sociale, crescita economica: l’armadio è piuttosto vuoto. Eppure, come possono sottolineare i difensori, non è completamente vuoto. Due caratteristiche della Ue che fanno una vera differenza per la vita di molti dei suoi cittadini sono evidenti. La prima è la comodità di viaggiare senza passaporto nella zona Schengen, che esclude ancora Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro e Irlanda dalla Ue, ma include Islanda, Norvegia, Liechtenstein e Svizzera esterni alla Ue. Più in generale, c’è la varietà di prodotti sugli scaffali dei supermercati che ha seguito il mercato unico, l’Unione che interpella i suoi cittadini come consumatori piuttosto che come soggetti politici. La perdita di strutture di basso profilo di questo tipo non passerebbe senza protestare; l’abitudine è una forza potente negli affari umani. Anche in questo secolo le aspettative politiche nelle società avanzate sono diminuite quasi ovunque. Se la pubblicità dell’Unione per se stessa, per la quale spende una fortuna in euro ogni anno, non incontra altro che una svogliata acquiescenza, piuttosto che un attivo appoggio da parte delle popolazioni che presiede, questo è sufficiente per i suoi scopi. La paura dell’ignoto è il tegumento più importante.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Storico accademico e saggista britannico. Questo intervento è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021; qui l’articolo in lingua inglese, dove si può consultare anche la bibliografia <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union" target="_blank">https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/europa-la-democrazia-dei-triloghi/"><em>Europa: la democrazia dei triloghi</em></a><em>,</em> Paginauno n. 42/2015. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/contro-il-green-pass-la-posta-in-gioco-disciplina-e-sorveglianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[blockchain]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[green pass]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5540</guid>

					<description><![CDATA[Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le ‘condizionalità’ che implementa e l’identità digitale, i corpi docili e la disciplina come pratica di potere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" data-type="post" data-id="5522" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 74, ottobre <em>–</em> novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gli ultimi studi su vaccini, contagiosità e immunità naturale, la blockchain europea del Green Pass con le ‘condizionalità’ che implementa e l’identità digitale, i corpi docili e la disciplina come pratica di potere</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Il corpo è anche direttamente immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono e lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, l’obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni. Questo investimento politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento: il corpo diviene forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato.”
Michel Foucault, <em>Sorvegliare e punire</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Chi non astrae da ciò che è dato, chi non collega i fatti ai fattori che li hanno prodotti, chi non disfà i fatti nella sua mente, in realtà non pensa.”
Herbert Marcuse, <em>L’uomo a una dimensione</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Ciò che ruota attorno a Covid-19, vaccini e Green Pass andando a investire le sfere politiche, economiche e sociali, è molto ampio. Circoscrivere un’analisi a un focus è inevitabile. Su ciò che è stata la gestione politica della pandemia abbiamo già scritto ad aprile 2020 (1), e con il passare del tempo la situazione non è affatto cambiata. La novità degli ultimi mesi sono i vaccini. Non si intende qui approfondire l’intricata questione – sperimentazione, produzione, brevetti, effetti collaterali, sviluppo alternativo del protocollo per le terapie di cura ecc. – ma la campagna vaccinale italiana e l’introduzione del Green Pass, con la tecnologia blockchain e la rete europea <em>Gateway</em> che lo caratterizzano.</p>



<p>Partiamo dai punti fermi.</p>



<p>1. Vaccinazione e Green Pass sono due atti differenti. La scelta di vaccinarsi contro il virus Sars-Cov-2 tocca aspetti intimi e personali quali le ataviche paure della malattia e della morte, a cui ciascuno risponde con le proprie, insindacabili, scelte. Quanto la martellante propaganda politica e mediatica abbia alimentato ad arte <em>tutte</em> le possibili paure umane in questi quasi due anni, è un discorso che esula dalla riflessione che si vuole qui affrontare: resta l’esistenza del sentimento con cui ognuno deve scendere a patti, e la vaccinazione è uno dei patti possibili. Il Green Pass è un’altra cosa: pur vaccinandosi, si può decidere di non scaricarlo e di non utilizzarlo. Sulla sua divenuta obbligatorietà di fatto, legata all’università e al lavoro, torneremo più avanti, ma la questione focale è che vaccinazione e Green Pass sono due azioni separate, due decisioni diverse in capo a ogni persona, e la prima non implica per forza la seconda.</p>



<p>2. La libertà individuale non è assoluta: all’interno di una comunità deve fare i conti con la dimensione collettiva, ossia deve limitarsi.</p>



<p>Stabilito questo, si tratta di ragionare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il sonno della logica</h4>



<p>Due sono gli aspetti che investono la vaccinazione: protezione personale e circolazione del virus (ossia protezione degli altri). Su questi temi, aggiungiamo altri punti fermi.</p>



<p>3. Il vaccino tutela il vaccinato dal contrarre la malattia in forma grave e quindi, in teoria, dal ricovero ospedaliero e, si spera, dalla morte. L’ultimo studio al momento disponibile (21 luglio 2021) dell’Istituto Superiore di Sanità (2) analizza le caratteristiche dei 127.044 pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 (sono lo 0,21% della popolazione italiana, secondo i dati Istat): l’età media è 80 anni e, su un campione rappresentativo di ogni fascia di età, il numero medio di patologie presenti è 3,7. Sono numeri che, a distanza di 16 mesi dall’inizio dell’epidemia, confermano il dato che i decessi colpiscono gli anziani, prevalentemente con patologie, e le persone non anziane già compromesse da patologie.</p>



<p>4. Si moltiplicano studi e dichiarazioni che fissano a sei mesi la protezione degli attuali vaccini, periodo dopo il quale l’efficacia progressivamente diminuisce in modo importante. Una ricerca pubblicata su Lancet e confermata da Luis Jodar, vicepresidente senior e direttore medico di Pfizer Vaccines, afferma che dopo sei mesi l’efficacia di due dosi Pfizer decade dall’88% al 47% e che “le infezioni da Covid-19 nelle persone che hanno ricevuto due dosi di vaccino sono pertanto molto probabilmente dovute alla diminuzione di efficacia e non causate dalla Delta o altre varianti che sfuggono alla protezione del vaccino” (3): da qui l’avvio della campagna per la terza dose.</p>



<p>5. Anche le persone vaccinate possono trasmettere il virus. Al momento non si hanno ancora studi con numeri definitivi, ma la contagiosità sembra essere inferiore rispetto ai non vaccinati. Quello della Oxford University del 29 settembre, pubblicato in preprint su MedrXiv (4) – quindi ancora privo della peer-reviewed – sembra essere l’ultimo e più completo studio sul tema: basato sul tracciamento di un campione di 95.716 casi indice, ha rilevato una minore contagiosità rispetto alla variante Delta del 65% per Pfizer e del 36% per AstraZeneca. Da una parte quindi si conferma che i due principali vaccini non bloccano la trasmissione, dall’altra è comunque positivo, soprattutto per il dato di Pfizer – molto meno per quello di AstraZeneca – poter ridurre la circolazione del virus. Tuttavia il tracciamento operato ha evidenziato anche che dopo appena 12 settimane (meno di tre mesi) non si misura più alcuna differenza tra vaccinati e non vaccinati nella trasmissione della variante Delta. In altre parole, i due vaccini presi in esame proteggono dal contagio per appena tre mesi. </p>



<p>Lo studio rileva inoltre che gli eventi di contatto si sono verificati “prevalentemente all’interno delle famiglie (70%), nei visitatori delle famiglie (10%), in eventi e attività (10%) e al lavoro/scuola (10%)”: ci si contagia dunque all’80% nell’ambiente domestico e solo per il 20% nei luoghi pubblici (dove ora è necessario il Green Pass). </p>



<p>Infine un dato estremamente significativo: la contagiosità degli asintomatici. Il tracciamento ha mostrato che, nel caso dei vaccinati, la trasmissibilità del virus (variante Delta) da parte degli asintomatici era ridotta del 39%; contemporaneamente però si è rilevato che “le cariche virali nelle infezioni della variante Delta che si verificano <em>dopo</em> la vaccinazione sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati, anche se la durata dello spargimento virale può essere ridotta. Ciò mette in dubbio che la vaccinazione possa controllare la diffusione della Delta con la stessa efficacia di Alpha (la precedente variante, <em>n.d.a.</em>) e se, con una maggiore trasmissibilità, ciò spieghi la rapida diffusione globale della Delta nonostante la crescente copertura vaccinale”. Ripetiamo che è uno studio recente che attende la peer-reviewed, e quindi dati definitivi sulla questione ancora non esistono, ma indubbiamente i ricercatori sono autorevoli e il campione preso in esame è ampio.</p>



<p>6. L’immunità naturale offre una protezione più duratura rispetto ai vaccini, e la acquisiscono anche gli asintomatici e i paucisintomatici. Il 7 luglio 2021 l’Istituto Mario Negri affronta il tema (5) mettendo a confronto diversi studi internazionali, e aggiunge: “I dati ufficiali riportano che circa il 10% della popolazione italiana ha avuto una diagnosi di laboratorio di positività al SARS-CoV-2. Questa percentuale, in realtà, potrebbe essere molto più alta dato che la maggior parte delle infezioni (si stima tra l’80 e il 90%) rimane asintomatica e non viene quindi diagnosticata”. Per quanto sia una stima, è un numero impressionante; anche fosse solo il 40-50%. Perché significa, dopo 19 mesi di pandemia e tre ondate, che oggi una parte niente affatto irrilevante della popolazione – milioni di persone – è già protetta dall’immunità naturale <em>senza saperlo</em>, e altri milioni di cittadini potrebbero acquisirla entrando in contatto con il virus evitando di ammalarsi. Una immunità a lungo termine, che potrebbe durare addirittura anni grazie alle “cellule della memoria” che si rifugiano nel midollo osseo, e proteggere anche dalle varianti (quelle finora conosciute, ovviamente: non si può studiare ciò che ancora non esiste): si rimanda direttamente al link in nota per i dettagli scientifici. L’Istituto Negri evidenza inoltre che nelle persone già in possesso dell’immunità naturale la vaccinazione aumenta la protezione dal virus, ed è ovvio: produce gli anticorpi a breve – quelli che decadono dopo sei mesi circa – sommandoli alla protezione delle cellule della memoria. Ma il punto è che gli studi effettuati finora mostrano che l’immunità naturale di durata già offre, di per sé, la protezione.</p>



<p>7. Quando ragioniamo in termini di trasmissibilità/circolazione del virus, quindi, la semplice equazione “non-vaccinato = maggiore contagiosità rispetto al vaccinato” è errata: sia perché non tiene conto dell’immunità naturale già acquisita <em>inconsapevolmente</em> da milioni di persone rimaste asintomatiche nelle precedenti ondate, sia perché la minore contagiosità dei vaccinati potrebbe durare appena tre mesi (a fronte di un Green Pass che ne dura dodici). Certo il Pass viene rilasciato anche a chi ha una diagnosi di guarigione dal Covid, dunque a chi ha l’immunità naturale, ma è evidente che un asintomatico non può avere una diagnosi di guarigione da una malattia di cui non ha manifestato sintomi.</p>



<p>Tirando le somme, il vaccino protegge se stessi dalla malattia grave ma non protegge in egual misura gli altri; pur diminuendo la diffusione del virus (forse per appena tre mesi), non ne blocca la circolazione – né l’eventuale creazione di varianti –; milioni di persone hanno inconsapevolmente già acquisito una immunità naturale che li pone sullo stesso piano dei vaccinati ed è durevole (a differenza di quella data dai vaccini, a quanto pare); gli asintomatici vaccinati hanno cariche virali simili a quelle dei non vaccinati, e questo incide nella trasmissibilità del virus; la mortalità per Covid-19 colpisce i ‘fragili’, ossia anziani (prevalentemente con patologie) e non anziani già compromessi da patologie.</p>



<p>La prima considerazione è ovvia: le categorie ‘fragili’ possono proteggersi. Questo è il dato principale e positivo della vaccinazione. E significa anche, parallelamente, che non si pone alcun dilemma etico tra libertà individuale e collettività, perché le conseguenze della scelta di non immunizzarsi con il siero ricadono unicamente sulla persona che opera tale scelta: <em>l’altro</em>, che ha optato per la vaccinazione, è protetto. Dunque, come è insindacabile la decisione personale di vaccinarsi, lo è quella contraria.</p>



<p>È privo di fondamento ribattere che la mancata inoculazione è comunque un atto egoista e irresponsabile in quanto, se si contrae la malattia, si contribuisce a <em>intasare</em> gli ospedali, pesando quindi economicamente sul sistema sanitario e togliendo posti letto ad altre patologie: al di là del fatto che il ragionamento apre a una pericolosa deriva da Stato etico, che impone una condotta sanitaria ai cittadini in nome dell’utilitarismo (non fumare perché il tuo eventuale tumore ai polmoni inciderà sul sistema sanitario, non ingrassare, non bere ecc.), quanti 12enni, 20enni, 30enni, 40enni, 50enni hanno <em>intasato</em> gli ospedali nelle precedenti ondate, occupando posti letto? I dati dell’ISS (6) danno la risposta. Dal 23 febbraio 2020 al 4 ottobre 2021 (19 mesi) i ricoveri totali sono stati 433.835: appena il 17,16% hanno riguardato la fascia di età 12-50 anni (0,91% per 12-20 anni; 2,79% per 21-30 anni; 4,74% per 31-40 anni; 8,71% per 41-50 anni). Se guardiamo alle terapie intensive, negli stessi 19 mesi il totale degli ingressi è stato di 58.950: solo il 10,16% relativo a persone tra 12 e 50 anni (0,25% nella fascia di età 12-20; 0,82% per 21-30 anni; 2,41% per 31-40 anni; 6,68% per 41-50 anni). Numeri che nulla hanno intasato.</p>



<p>La seconda considerazione investe la scelta politica di mettere in atto una campagna vaccinale sull’intera popolazione sopra i 12 anni – mentre si sta studiando anche il siero per i bambini –: sulla base dei dati e dei fattori sopra analizzati, è una decisione che non ha alcun fondamento logico. Una cosa è rendere disponibile il vaccino a tutti i cittadini, dando la priorità alle categorie ‘fragili’: questo approccio consente a ognuno di fare insindacabilmente la propria libera scelta (<em>libera</em> significherebbe <em>informata</em>, l’esatto contrario della propaganda da cui siamo stati martellati, ma è un diverso discorso che qui non affrontiamo); un altro è obbligare di fatto tutta la popolazione a vaccinarsi, con l’introduzione del Green Pass – che vedremo.</p>



<p>A sostegno della inoculazione di massa si continua a portare il rapporto rischi/benefici, ma è una narrazione falsata in partenza perché mistifica i fattori di realtà fino a oggi conosciuti: anche escludendo i recenti dati acquisiti nello studio della Oxford University sopra riportato (soprattutto la decadenza del minor contagio da vaccinazione dopo 12 settimane, poi la questione degli asintomatici), da una parte abbiamo l’immunità naturale <em>duratura</em> già acquisita da milioni di persone e il loro contributo al rallentamento della circolazione del virus, dall’altra c’è l’attuale impossibilità a conoscere gli effetti a lungo termine della vaccinazione; un aspetto che non può essere messo da parte con superficiale rapidità, soprattutto per adolescenti e giovani – per non parlare dei bambini. </p>



<p>Vale la pena ricordare che l’EMA ha rilasciato a tutti i vaccini una “autorizzazione condizionata” (<em>conditional marketing authorization</em>) proprio per l’assenza delle informazioni relative ai rischi a lungo termine: Pfizer, per esempio, prevede di terminare i trial clinici il 2 maggio 2023 (7). Una criticità evidenziata sia dall’OMS (“Non sono ancora disponibili dati sulla sicurezza a lungo termine e il tempo di follow-up rimane limitato” [8]) che dall’EMA (“Al momento della disponibilità del vaccino, la sicurezza a lungo termine del vaccino BNT162b2 mRNA [Pfizer] non è completamente nota […] le informazioni mancanti riguardano: dati di sicurezza a lungo termine; uso in gravidanza e durante l’allattamento; uso in pazienti immunocompromessi; uso in pazienti fragili con comorbilità […] uso in pazienti con disturbi autoimmuni o infiammatori; interazione con altri vaccini” [9]). Ora, detta brutalmente: una persona anziana può a ragion veduta ritenere poco rilevanti gli eventuali effetti a lungo termine del vaccino, a fronte di un rischio molto più concreto di malattia grave Covid-19; un adolescente o un 50enne inverte i fattori dell’equazione.</p>



<p>Certo esiste una parte di popolazione che per ragioni di salute non può vaccinarsi, ma purtroppo è un aspetto che i vaccini non hanno affatto risolto, vista la loro incapacità a bloccare la circolazione del virus. È infatti un ulteriore dato che avrebbe dovuto incentivare investimenti e attenzione sullo studio dei protocolli di cura, rimasti invece al palo: <em>i vaccini ci salveranno</em> è stato l’unico approccio sanitario, fin dall’inizio. E se gettiamo uno sguardo al domani, l’impostazione non sembra cambiare: il 4 ottobre l’Ema ha approvato la terza dose per tutti gli over18 mentre Ugur Sahin, amministratore delegato di BioNTech (in un’intervista al Financial Times), Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer (alla ABC) e Stéphane Bancel, CEO di Moderna (al quotidiano svizzero Neue Zuercher Zeitung) hanno già messo le mani avanti dichiarando in coro che il futuro sarà la vaccinazione annuale (10). Affermazione che è scappata di bocca anche a Draghi, nella conferenza stampa dell’8 aprile scorso: “Dovremo continuare a vaccinarci negli anni a venire perché ci saranno delle varianti, quindi questi vaccini vanno adattati”. Approccio valido per i ricchi Paesi che possono acquistare e pagare alle società farmaceutiche le dosi di vaccino, ovviamente: i cittadini ‘fragili’ dei Paesi poveri possono sperare e attendere (11).</p>



<p>A supporto dell’imposizione di una vaccinazione di massa non può essere richiamato nemmeno l’eventuale fattore ‘long covid’, non essendoci ancora studi in grado di fotografarlo con dati certi, e nemmeno il tema ‘varianti’: gli attuali sieri sono stati sviluppati precedentemente all’individuazione delle varianti. L’apertura della campagna vaccinale in queste condizioni è stata una scommessa: solo dopo infatti i dati hanno mostrato che i vaccini danno protezione anche dalla variante Delta. Una scelta decisamente discutibile sul piano del rapporto rischi/benefici.</p>



<p>In conclusione, la realtà che viviamo è nebulosa e illogica: nebulosa per tutto ciò che ancora non è chiaro, illogica per tutto ciò che già lo è. E anziché agire con cautela, riservare il vaccino alle categorie ‘fragili’ di <em>tutti</em> i Paesi del pianeta, informare adeguatamente i cittadini, rafforzare la sanità di territorio e lo studio dei protocolli di cura, rendere accessibili tamponi gratuiti, l’Unione europea si è inventata il Green Pass e governo e Parlamento italiano l’hanno trasformato in un obbligo vaccinale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’obbligo vaccinale del Green Pass</h4>



<p>Si parla di “spinta gentile” e di “obbligo surrettizio”, invocando perfino una legge che renda l’obbligo trasparente. Il Green Pass è un ricatto: esteso a università (1 settembre) e lavoro (15 ottobre) si configura come un obbligo vaccinale che discrimina chi non accetta un trattamento sanitario.</p>



<p>È un obbligo perché non lascia scelta a milioni di persone, coloro che non possono permettersi di pagare due/tre tamponi a settimana, operando una discriminazione di tipo economico su un <em>bisogno</em> fondamentale: il lavoro. (E non chiamiamolo <em>diritto</em> perché raggira la realtà: <em>diritto</em> è qualcosa che mi appartiene e posso scegliere se rivendicare o meno, <em>bisogno</em> è qualcosa che non mi lascia scelta. Diverso è ciò che Marx definiva “attività” in una società non capitalistica, ma è un altro discorso&#8230;) Il lavoro è un bisogno perché per vivere, pagare il cibo, l’affitto e le bollette, si <em>deve</em> lavorare. Al prezzo calmierato di 15 euro a tampone si sommano 45 euro a settimana, 180 euro al mese. Per una persona. In ottica familiare, magari con figli all’università, la spesa può moltiplicarsi. La <em>scelta</em> che viene data a queste persone, nella situazione nebulosa e illogica in cui ci troviamo, è accettare un trattamento sanitario che non vogliono o non avere i soldi per sopravvivere.</p>



<p>C’è poi l’aspetto della gestione: cercare la farmacia che applica il prezzo calmierato, prenotare il tampone ogni due giorni, calcolare l’orario – compatibilmente con quello lavorativo – per poter sfruttare a pieno le 48 ore&#8230; quanto tempo si può resistere prima di cedere al ricatto? Al momento, l’Italia è l’unico Paese al mondo che ha esteso il Green Pass ai luoghi di lavoro, mentre solo quattro Stati hanno imposto l’obbligo vaccinale direttamente per legge: Indonesia, Turkmenistan, Tagikistan e Micronesia.</p>



<p>Per non parlare del paradosso che prende vita: all’interno dei luoghi ‘solo Green Pass’ sono i vaccinati a poter portare il virus; chi sceglie di non farlo ha in mano un tampone negativo e quindi tutela <em>davvero</em> gli altri.</p>



<p>Tamponi e protocolli di cura infatti, accanto alla vaccinazione delle persone ‘fragili’, sono strumenti sanitari; il Green Pass è un lasciapassare politico.</p>



<p>“L’Assemblea esorta gli Stati membri e l’Unione europea” afferma la Risoluzione 2361 del 27 gennaio 2021 del Consiglio d’Europa (12) “a garantire che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è sottoposto a pressioni politiche, sociali o di altro tipo per essere vaccinato se non lo desidera; a garantire che nessuno venga discriminato per non essere stato vaccinato, per possibili rischi per la salute o per non volersi vaccinare; […] a distribuire informazioni trasparenti sulla sicurezza e sui possibili effetti collaterali dei vaccini […] a comunicare in modo trasparente i contenuti dei contratti con i produttori di vaccini e renderli pubblicamente disponibili per l’esame parlamentare e pubblico” (13). Parole vuote, prive della forza di imporre alcunché ai governi dei Paesi e aggirabili con la fasulla alternativa del tampone.</p>



<p>C’è altro: il Green Pass non rappresenta solo l’obbligo vaccinale. È insieme una tecnologia e una pratica di potere. Partiamo dalla prima.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La blockchain del controllo</h4>



<p>Il Green Pass entra in vigore il primo luglio, ed è una creazione europea: il Parlamento Ue lo approva e viene presentato come una “facilitazione” per i viaggi tra Paesi all’interno della Ue, perché elimina quarantene e tamponi. Tutti gli Stati europei lo abilitano: alcuni lasciano i cittadini liberi di scaricarlo, altri (per ora Francia, Irlanda, Austria, Olanda, Portogallo, Grecia, Romania, Danimarca, Croazia) lo legano all’accesso a ristoranti, cinema, musei ecc. Tra il 22 luglio e il 16 settembre il governo Draghi approva una serie di decreti legge – convertiti in legge dal Parlamento con una rapidità che raramente si è vista – che lo rende obbligatorio prima per ristoranti al chiuso, cinema, musei ecc., poi per treni a lunga percorrenza e università, infine per i luoghi di lavoro, pubblici e privati.</p>



<p>Il Green Pass si basa su una tecnologia blockchain a crittografia asimmetrica, ossia a doppia chiave, pubblica e privata (14). Senza entrare in eccessivi tecnicismi, permette di collegare determinate ‘condizioni’ a un individuo, il quale, scaricando il Pass, apre la propria identità digitale sulla relativa piattaforma di rete europea (la DGCG, <em>Digital Green Certificate Gateway</em>, anche detta <em>Gateway</em>, gestita direttamente dalla Commissione Ue: permette l’interoperabilità delle reti nazionali <em>Digital Green Certificate-DGC</em>) (15). Oggi la ‘condizione’ implementata è sanitaria: la vaccinazione o il tampone negativo o la guarigione dal Covid-19 abilitano il soggetto a entrare in determinati luoghi, ottenendo il via libera all’accesso dal software <em>VerificaC19 </em>che controlla il QR code del Pass. Le ‘condizioni’, lo abbiamo visto, sono state decise da governo e Parlamento italiani per via legislativa, e allo stesso modo possono mutare. L’eccezionalità del Green Pass è infatti la sua caratteristica tecnica che lo rende uno strumento dinamico, il cui utilizzo potrà estendersi e arricchirsi nelle forme più diverse: potrà abilitare il soggetto in base a condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti&#8230;) o a status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale&#8230; qualsiasi cosa).</p>



<p>Non solo. La struttura a blockchain permette una raccolta dei dati (potenzialmente infinita) che non è aggregata: la blockchain <em>individualizza</em> i dati, legandoli all’identità digitale creata, e come tali li conserva. Il Green Pass quindi sta attuando una schedatura di massa. Nella migliore delle ipotesi sta testando la funzionalità dell’infrastruttura – che potrebbe essere la base del futuro euro digitale – nella peggiore sta già creando le identità digitali dei cittadini e implementando il database di una piattaforma che potrà essere utilizzata per gli usi più diversi. Al Green Pass si affianca infatti un cambiamento legislativo sull’utilizzo dei dati.</p>



<p>Con il decreto legge n. 139 dell’8 ottobre, il governo ha messo mano alla legge 196/2003 sulla privacy: con l’articolo 9, il nuovo decreto stabilisce che “il trattamento dei dati personali da parte di un’amministrazione pubblica […] nonché da parte di una società a controllo pubblico statale […] è sempre consentito se necessario per l’adempimento di un compito svolto nel pubblico interesse o per l’esercizio di pubblici poteri a essa attribuiti. La finalità del trattamento, se non espressamente prevista da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento, è indicata dall’amministrazione, dalla società a controllo pubblico in coerenza al compito svolto o al potere esercitato”. Viene inoltre abrogato l’articolo 2 quinquesdecies del codice della Privacy, che consentiva al Garante di intervenire preventivamente sull’attività della pubblica amministrazione imponendo “misure e accorgimenti a garanzia” dei dati dell’interessato se il trattamento dei dati presentava “rischi elevati”, anche se svolto “per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico”. In altre parole, ora qualsiasi ente pubblico o società a controllo statale potrà decidere autonomamente (“la finalità del trattamento è indicata dall’amministrazione stessa”) di utilizzare <em>tutti</em> i dati personali del cittadino per qualsiasi obiettivo (la vaghezza della dicitura “pubblico interesse”); per di più eludendo il controllo preventivo del Garante della Privacy.</p>



<p>L’accoppiata <em>Gateway</em>/modifica legislativa mette le basi per una nuova realtà. L’incrocio dei dati è infatti sempre stato il principale problema dell’amministrazione pubblica: lo Stato già detiene molte informazioni personali del cittadino, ma su database separati. Il <em>Digital Green Certificate</em> nazionale è la piattaforma nella quale poter trasferire, e poi via via aggiornare, tutti i dati dei cittadini (catasto, motorizzazione, Agenzia Entrate, fascicolo sanitario, dati giudiziari&#8230; per non parlare delle informazioni in mano alle diverse società partecipate dallo Stato), collegandoli alle loro identità digitali; il <em>Gateway</em> europeo permetterà l’interoperabilità tra le reti nazionali; la blockchain consentirà l’emissione di Pass ‘condizionati’.</p>



<p>Anche la conservazione dei dati diventa potenzialmente infinita. A oggi, il Green Pass e i dati di contatto forniti (telefono e/o email), così come le informazioni che hanno generato il Pass (vaccino, tampone o guarigione) sono conservate fino alla scadenza del Pass stesso, dopodiché “vengono cancellate”; queste ultime, tuttavia, possono essere conservate nel caso “siano utilizzate per altri trattamenti, disciplinati da apposite disposizioni normative, che prevedono un tempo di conservazione più ampio” (16).</p>



<p>Si aggiunge infine la questione del tracciamento. Oggi la app <em>VerificaC19</em> lavora offline: la legge raccomanda di connettersi al <em>Gateway </em>almeno una volta nell’arco di 24 ore e aggiornare, in locale, i codici dei Green Pass esistenti. Non potrebbe fare diversamente, la rete non reggerebbe. Ma è facile ipotizzare che quando sarà attivo il 5G il tracciamento diventerà possibile, accanto alla creazione di nuovi Pass, nuove ‘condizionalità’ e nuove app di verifica che lavoreranno online.</p>



<p>Il costante controllo della nostra vita operato da Google, Facebook, Microsoft ecc. a fini economici è divenuto ‘usuale’ e difficilmente aggirabile; anche l’utilizzo dei dati raccolti da Big Tech per obiettivi politici è qualcosa con cui abbiamo già fatto i conti (vedi Cambridge Analytica); ma il controllo da parte dello Stato è un’altra cosa. Non si tratta di scomodare il Grande Fratello di Orwell – anche perché sarebbe piuttosto il “mondo nuovo” di Huxley, vista la remissività con cui il Green Pass è stato accettato dalla popolazione – ma di essere consapevoli che il campo di potere politico è sempre, in potenza, quello dominante: perché detiene il monopolio della violenza e perché emette le leggi, ossia stabilisce cosa è legale e cosa non lo è; a quale condotta corrisponde un reato e quindi una pena, detentiva o meno. Con <em>Gateway,</em> blockchain e Green Pass lo Stato potrà operare un controllo capillare e individualizzato su ogni cittadino, preventivo o a posteriori, e attuare discriminazioni (come già ha fatto). Senza nemmeno la necessità dello smartphone, perché il QR code può essere verificato anche su carta.</p>



<p>Risultava curioso, infatti, il nome scelto per il lasciapassare: <em>Green</em> Pass. Certo oggi tutto si inscrive nella narrazione <em>green</em> perché ciò che è <em>green</em> è <em>cool</em>, ma ora è evidente che non si tratta solo di marketing: il Pass è qui per restare. Il suo nome non poteva richiamare un evento specifico, per di più drammatico, come una pandemia.</p>



<p>È questa la <em>Rivoluzione Tech</em>? La nuova società digitalizzata che ci attende? Non si dovrebbe mai dimenticare che la privacy non è la nostra dimensione privata ma la relazione di potere tra individuo, Stato e mercato.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corpi docili</h4>



<p>In termini di pratiche di potere, dove si inscrive il Green Pass?</p>



<p>“La disciplina fabbrica degli individui”, “fabbrica corpi sottomessi ed esercitati, corpi ‘docili’. La disciplina aumenta le forze del corpo (in termini economici di utilità) e diminuisce queste stesse forze (in termini politici di obbedienza)”. E ancora: “Il potere disciplinare è un potere che, in luogo di sottrarre e prevalere, ha come funzione principale quella di ‘addestrare’ o, piuttosto, di addestrare per meglio prelevare e sottrarre di più. Non incatena le forze per ridurle, esso cerca di legarle facendo in modo, nell’insieme, di moltiplicarle e utilizzarle”; “non è un potere trionfante, che partendo dal proprio eccesso può affidarsi alla propria sovrapotenza; è un potere modesto, sospettoso, che funziona sui binari di un’economia calcolata, ma <em>permanente</em>”. Sono parole di Michel Foucault, tratte da <em>Sorvegliare e punire </em>(17). Non si può non andare al pensatore francese se si vuole ragionare sulle pratiche di potere. Sono diversi i punti di riflessione che il testo apre, nel momento in cui lo si rilegge immersi nella realtà del Green Pass. Proviamo a toccarli.</p>



<p>Primo punto: correggere.</p>



<p>La disciplina, riflette Foucault, produce corpi pronti a eseguire le prestazioni richieste; mentre la legge <em>vieta o impone</em> e i meccanismi di sicurezza <em>gestiscono</em> una realtà, la disciplina <em>prescrive</em>. Essa include la punizione (la sanzione per chi rifiuta il Green Pass, che da pecuniaria arriva fino alla sospensione dal lavoro senza stipendio) ma il suo obiettivo non è punire, bensì correggere: “Il castigo disciplinare ha la funzione di ridurre gli scarti. Deve dunque essere essenzialmente <em>correttivo</em>”; “la punizione, nella disciplina, non è che un elemento di un sistema duplice: gratificazione-sanzione. Ed è questo sistema a divenire operante nel processo di addestramento e di correzione”. Dopo mesi di lockdown e assenza di socialità, il potere ‘gratifica’ il cittadino con la ‘libertà’: non si impone (legge) con una obbligatorietà vaccinale ma prescrive un comportamento. <em>Tutto tranne un altro lockdown</em> è ciò che probabilmente ognuno di noi si è sentito dire da almeno un amico; <em>Il Green Pass è libertà</em> è stato lo slogan politico servilmente riportato dai grandi media. </p>



<p>Una ‘libertà’ – va da sé, o non si porrebbe la necessità del secondo elemento, la correzione – accessibile solo al <em>buon</em> cittadino, colui che è pronto a eseguire la prestazione richiesta: la vaccinazione. Qualsiasi tipo di potere sa che non potrà mai aspirare a imporsi sulla totalità dei cittadini, e infatti la disciplina <em>riduce</em> gli scarti, non li elimina. Chi invoca la persuasione per convincere i no-vax – non operando in malafede alcuna distinzione tra no-vax e no-pass – finge di non sapere che il potere ha storicamente sempre accettato che una parte della popolazione si sottragga al suo dominio, finendo ai margini della società, nei bassifondi di un ‘mondo altro’ – piccola criminalità, sottoproletariato, poveri, stranieri irregolari&#8230; Ciò che conta è la dimensione: questa alterità esclusa deve essere quantitativamente minima per non divenire un problema di difficile gestione. La prima sanzione ha colpito la socialità – il Green Pass di agosto – la seconda ha alzato l’asticella all’università, la terza al luogo di lavoro: aumento progressivamente la sanzione per ottenere più correzione e ridurre gli scarti.</p>



<p>Secondo punto: normalizzare.</p>



<p>“L’arte di punire, nel regime del potere disciplinare,” scrive Foucault, “non tende né all’espiazione e neppure esattamente alla repressione, ma pone in opera cinque operazioni ben distinte: […] paragona, differenzia, gerarchizza, omogeneizza, esclude. In una parola, <em>normalizza</em>. […] Appare, attraverso le discipline, il potere della Norma”. Poco importa se la ‘norma’ creata è del tutto illogica, ciò che conta è che sia percepita dalla popolazione come <em>normale.</em> Ed è la lenta progressione della disciplina a farla percepire come tale, il lento spostamento dei punti di riferimento, l’abitudine che si acquisisce alla nuova realtà, dimenticando quella precedente: la costante mancanza di coerenza nella gestione dell’epidemia è divenuta <em>normale</em>, i vaccini che decadono dopo sei mesi sono <em>normali</em>, offrire il proprio smartphone a uno scanner per entrare in un ristorante, al cinema, al lavoro è <em>normale.</em></p>



<p>Terzo punto: dividere.</p>



<p>Creata la ‘norma’,la disciplina riproduce, costantemente, “la divisione tra normale e anormale”, e quel che rientra in quest’ultima categoria – creata dalla società stessa – è, ovviamente, ciò che la società mette ai margini ed esclude. È un processo talmente evidente che pochi esempi sono sufficienti: “Propongo una colletta per pagare ai no-vax gli abbonamenti Netflix per quando dal 5 agosto saranno agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci” (Roberto Burioni, 23 luglio); “È sbagliato considerare l’attacco no-vax come un attacco perseguibile a querela: oggi è un attacco contro lo Stato e come tale dovrebbe essere perseguito” (Matteo Bassetti, 25 luglio); “Criminali no-vax” (Libero, 31 agosto, titolo di prima pagina); “Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile” (Mattia Feltri, Il Domani, 5 settembre).</p>



<p>Quarto punto: sorvegliare.</p>



<p>“[Il potere disciplinare] si organizza come potere multiplo, automatico e anonimo; poiché se è vero che la sorveglianza riposa su degli individui, il suo funzionamento è quello di una rete di relazioni dall’alto al basso, ma, anche, fino a un certo punto, dal basso all’alto e collateralmente. […] La disciplina fa ‘funzionare’ un potere relazionale che si sostiene sui suoi propri meccanismi e che, allo splendore delle manifestazioni, sostituisce il gioco ininterrotto di sguardi calcolati. Grazie alle tecniche di sorveglianza, la ‘fisica’ del potere, la presa sul corpo, si effettuano tutto un gioco di spazi, di linee, di schermi, di fasci, di gradi, e senza ricorrere, almeno in linea di principio, all’eccesso, alla forza, alla violenza. Potere che è in apparenza tanto meno ‘corporale’ quanto più è sapientemente ‘fisico’”. Spazi (luoghi in cui si può accedere solo con il Green Pass), sorveglianza verticale (<em>Gateway</em> e blockchain) e collaterale (il cameriere, il controllore sul treno, il bigliettaio del cinema, l’impiegato adibito al lavoro, a cui bisogna esibire il Pass): una rete di sguardi che quotidianamente controllano. Potere fisico non solo perché si impone sul corpo, ma perché il corpo è il primo ‘oggetto’ che viene investito dalla disciplina del lasciapassare: deve essere sottoposto a un trattamento sanitario (vaccino) o a un esame diagnostico (tampone).</p>



<p>Quinto punto: utilizzare.</p>



<p>“La disciplina è il procedimento tecnico unitario per mezzo del quale la forza del corpo viene, con la minima spesa, ridotta come forza ‘politica’ e massimalizzata come forza utile”. Abbiamo già visto, nel corso della prima ondata, quali sono stati i punti di crisi dell’epidemia, quelli che hanno mosso le decisioni politiche; sappiamo tutti, tolto il velo dell’ipocrisia pelosa ai discorsi ufficiali e alle lacrime da studio televisivo, che per la classe dirigente politica ed economica di questo Paese il problema non è mai stato la morte di migliaia di anziani in pensione, ma il blocco dell’economia e gli ospedali pieni, la pressione di Confindustria da una parte e il conflitto sociale che ne poteva scaturire, dall’altra. Il Green Pass riesce a massimalizzare l’utilità di tutti i corpi: quelli dei cittadini attivi producono e consumano, vanno a lavorare e al ristorante; quelli degli anziani/’fragili’ fanno pressione affinché il resto della popolazione si disciplini: <em>non ti importa che io possa morire?</em> L’umano sentimento della solidarietà viene trasformato in strumento utile alle pratiche disciplinari e in annullamento del pensiero critico.</p>



<p>Tirando le somme, il Green Pass ha corretto, normalizzato, diviso, sorvegliato e utilizzato i cittadini, disciplinandoli. È, a oggi, l’ultimo atto di una serie di pratiche politiche (18) che hanno creato una popolazione docile perché impaurita, prima shockata e poi <em>normalizzata</em> in una nuova abitudine, che si affida al ‘sovrano’ per la sua salvezza, convinta che la propria vita dipenda da un trattamento sanitario a cui è disposta a sottoporsi annualmente, e da un lasciapassare politico che lo attesti e che le garantisca l’accesso a luoghi nei quali possa interagire solo con persone altrettanto verificate e controllate. Una popolazione che ora si sente corroborata dal calo del numero dei contagi e delle ospedalizzazioni (ma attendiamo la stagione fredda per vedere quel che accade, viste le caratteristiche degli attuali vaccini), e non si domanda se la stessa situazione sarebbe stata raggiunta anche vaccinando solo le categorie a rischio e lasciando la libera scelta: perché eliminando la malattia grave tra anziani e ‘fragili’ gli ospedali sarebbero comunque stati vuoti; perché dopo 19 mesi di pandemia, l’immunità naturale dei milioni di asintomatici avrebbe comunque rallentato la circolazione del virus, garantendo anche la diffusione di una immunità di durata. Non si chiede, insomma, se senza il ricatto e la discriminazione del Green Pass non si troverebbe ora nella stessa situazione di salute pubblica, ma in una società molto diversa: dove le persone, e non lo Stato, possono ancora decidere del rapporto rischi/benefici di un trattamento sanitario sul proprio corpo.</p>



<p>Non ci sono risposte. Come sopra già evidenziato, la situazione è nebulosa e illogica. Ma ciò che lascia sconcertati è che non ci siano – e non ci siano state – domande.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Discriminazione</h4>



<p>Al 22 luglio, data del primo decreto Green Pass, il 47,6% dei cittadini si erano <em>volontariamente</em> già vaccinati, e arrivavano al 62,4% se aggiungiamo al conteggio l’inoculazione delle prime dosi: quella italiana non si poteva certo definire una popolazione che fuggisse il vaccino. Al 20 luglio erano già stati <em>volontariamente</em> scaricati 36 milioni di Green Pass (19); al 29 luglio, pochi giorni dopo il decreto, erano diventati 41,3 milioni (20). Sorprende che milioni di persone non abbiano battuto ciglio sulla discriminazione che il Pass già operava, accettando supinamente che in alcuni luoghi dove prima <em>tutti</em> i cittadini potevano avere accesso con misurazione della temperatura, mascherina e distanziamento, dal 6 agosto potessero entrare, sempre con misurazione della temperatura, mascherina e distanziamento, solo coloro che avevano acconsentito a un trattamento sanitario o a un esame diagnostico. Poco importa se ristoranti al chiuso, cinema, teatri ecc. non si configurano come diritti o bisogni fondamentali: il principio non cambia. La discriminazione non è qualcosa di quantificabile: <em>è</em> o <em>non è</em>.</p>



<p>Difficile dire se questa arrendevolezza abbia consentito a governo e Parlamento di alzare l’asticella del ricatto al lavoro; sicuramente l’ha facilitato. Incontrando resistenze, forse il potere politico avrebbe abbandonato l’idea (come precedentemente accaduto per la app Immuni) e l’obbligo non sarebbe stato esteso. Il ‘se fosse’ è sempre un gioco inutile perché il filo del tempo non si può riavvolgere, ma nel momento in cui lo si utilizza per un’analisi costruttiva non è affatto una sterile speculazione. L’apertura di un conflitto sociale inizia sempre con una scelta individuale: scioperare, andare in piazza, rifiutarsi, sono innanzitutto scelte – e responsabilità – personali, che solo dopo si trasformano in collettive. Chi lotta sa che l’impotenza e la frustrazione sono sentimenti diffusi, perché nella complessità politica ed economica di oggi è difficile che l’apertura di un conflitto con il potere porti a un cambiamento sociale nel breve termine. Ma il Green Pass, come prima la app Immuni, offriva questa possibilità. Quella di dire NO, di rifiutarsi di avallare con il proprio comportamento – scaricare e utilizzare il Pass – una pratica discriminatoria. Era una scelta politica che, ricordiamo, aveva nulla a che fare con l’insindacabile decisione di vaccinarsi, e non richiedeva certo un gran sacrificio: non andare al ristorante, a teatro, al cinema&#8230;</p>



<p>Molti cittadini, in numero maggiore rispetto a quelli che stanno riempiendo le piazze contro il Pass, ora si dichiarano contrari alla sua applicazione al lavoro; eppure, in una incoerenza che sembra non riguardarli, continuano ad avallare la discriminazione utilizzando il lasciapassare per riempire locali serali e ristoranti; non hanno modificato la loro condotta dopo il 16 settembre, quando il governo ha esteso l’obbligo al lavoro a partire dal 15 ottobre e l’asticella della discriminazione si è alzata. Lasciare vuoti ristoranti, cinema, teatri ecc. può diventare un’arma economica di pressione sul potere politico, oltre a rappresentare un atto di protesta collettiva e di coerenza personale.</p>



<p>Non si può né sperare né attendere una chiamata strutturata e organizzata, da sinistra, per questo conflitto: salvo poche realtà o singoli individui, la sinistra movimentista che si riempie continuamente la bocca della parola ‘discriminazione’, dichiarando di volerla combattere, si è appiattita sulle posizioni governative spedendo il cervello in vacanza. Sta, dunque, a ciascuno di noi. Scegliere.</p>



<p class="has-small-font-size"> (Articolo chiuso in redazione il 12 ottobre 2021)</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Giovanna Cracco, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" target="_blank"><em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67/2020</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia">https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-decessi-italia</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <em>Lancet: “Due dosi Pfizer efficaci fino a sei mesi”</em>, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. The impact of SARS-CoV-2 vaccination on Alpha &amp; Delta variant transmission, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.09.28.21264260v1.full-text" target="_blank">https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.09.28.21264260v1.full-text</a> </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <em>Covid-19 ed immunità: quanto a lungo può durare la protezione?</em> <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.marionegri.it/magazine/covid-19-durata-immunita" target="_blank">https://www.marionegri.it/magazine/covid-19-durata-immunita</a> </p>



<p class="has-small-font-size">6) Per comodità sono stati presi i numeri già elaborati dal gruppo CovidStat dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), basati sui dati acquisiti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://covid19.infn.it/iss/" target="_blank">https://covid19.infn.it/iss/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. <a href="https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04368728?term=NCT04368728&amp;draw=2&amp;rank=1">https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04368728?term=NCT04368728&amp;draw=2&amp;rank=1</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://apps.who.int/iris/rest/bitstreams/1327316/retrieve">https://apps.who.int/iris/rest/bitstreams/1327316/retrieve</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/comirnaty-epar-risk-management-plan_en.pdf" target="_blank">https://www.ema.europa.eu/en/documents/rmp-summary/comirnaty-epar-risk-management-plan_en.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. «Varianti, servirà un nuovo vaccino», A. Caperna, Il Giornale, 4 ottobre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">11) Vedi Rapporto Oxfam International, pag. 36 </p>



<p class="has-small-font-size">12) Il Consiglio d’Europa, nato nel 1949, è un’organizzazione internazionale che promuove la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto; è composto da 47 Stati membri ed è un organo indipendente dall’Unione europea</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://pace.coe.int/en/files/29004/html" target="_blank">https://pace.coe.int/en/files/29004/html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">14) Abbiamo già parlato di blockchain in relazione ai bitcoin: le caratteristiche tecniche restano le medesime. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56, febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52</p>



<p class="has-small-font-size">16) Disposizioni attuative dell’articolo 9, comma 10, del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, art. 16 </p>



<p class="has-small-font-size">17) Tutti i virgolettati di questa parte dell’articolo sono tratti da: Michel Foucault, <em>Sorvegliare e punire</em>, Einaudi </p>



<p class="has-small-font-size">18) La disciplina sui corpi è iniziata con le limitazioni alla libertà di movimento; l’obbligo di certificare per iscritto il proprio essere fuori di casa tramite un modulo da portare con sé e da esibire, se richiesto, alle forze di polizia; l’imposizione di mascherine e di un distanziamento tra persone. Anche il rituale del bollettino giornaliero sul numero dei contagiati e dei morti rientrava nel meccanismo disciplinatorio: dati privi di coerenza sistemica avevano l’obiettivo di continuare a spaventare una popolazione già totalmente disorientata, rendendola ancora più arrendevole alla disciplina. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67, aprile 2020</p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/20/news/speranza-vaccino-essenziale-anche-sotto-i-40-anni-36-milioni-di-green-pass-scaricati-fino-ad-oggi-1.40517764">https://www.lastampa.it/cronaca/2021/07/20/news/speranza-vaccino-essenziale-anche-sotto-i-40-anni-36-milioni-di-green-pass-scaricati-fino-ad-oggi-1.40517764</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.adnkronos.com/green-pass-speranza-strumento-anti-restrizioni-gia-scaricati-41-3-mln_4pPX4QasGLTwn7c96t1TiN" target="_blank">https://www.adnkronos.com/green-pass-speranza-strumento-anti-restrizioni-gia-scaricati-41-3-mln_4pPX4QasGLTwn7c96t1TiN</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Parlamento europeo e la Bce</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-parlamento-europeo-e-la-bce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=4977</guid>

					<description><![CDATA[L’istituzione con meno potere e quella più potente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<p class="has-small-font-size">Perry Anderson*</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’istituzione con meno potere e quella più potente</p></blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">L’intervento che segue, a firma di Perry Anderson (storico accademico e saggista britannico), è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021 (1) e affronta, da un punto di vista storico, le cinque istituzioni principali dell’Unione europea: la Corte di Giustizia, la Commissione, il Parlamento, la Bce e il Consiglio. Dopo aver pubblicato la parte relativa alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-corte-di-giustizia-europea/" data-type="post" data-id="4538" target="_blank">Corte di Giustizia</a> e alla <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-commissione-europea/" data-type="post" data-id="4760" target="_blank">Commissione</a> passiamo al Parlamento e alla Bce: con ben pochi poteri il primo, forse l’istituzione europea più potente la seconda.</pre>



<p class="has-drop-cap">E il Parlamento europeo? Composto ora da 705 deputati, ripartiti tra i 27 Paesi dell’Unione per ridurre un po’ il peso dei più grandi (la Germania in particolare), e facendo la spola mensilmente tra Bruxelles e Strasburgo, è stato storicamente alleato della Commissione e della Corte nelle sue aspirazioni a un futuro federalista per l’Europa. La Commissione avrebbe voluto diventare quello che Hallstein si aspettava che fosse, l’esecutivo di governo dell’Europa, e l’Assemblea – è arrivata a essere ufficialmente un Parlamento solo negli anni ‘80 – ha cercato di diventare la legislatura dell’Europa di cui questo esecutivo sarebbe stato responsabile: speranze che non si sono concretizzate. Tuttavia, nel corso del tempo il Parlamento ha acquisito una notevole infrastruttura burocratica propria – attualmente circa settemila funzionari lo servono – e un numero limitato di poteri, di cui i tre più significativi sono il diritto di “codecisione” con il Consiglio sulla legislazione proposta dalla Commissione; il diritto di respingere – ma non di modificare – il bilancio proposto dalla Commissione; e il diritto di respingere – ma non di eleggere – i commissari scelti dal presidente della Commissione. Ciò che non possiede sono i diritti di eleggere un governo, di avviare una legislazione, di imporre tasse, di definire il welfare, o di determinare una politica estera. In breve, è una parvenza di un Parlamento, come normalmente inteso, ben lontana dalla realtà di un Parlamento.</p>



<p>Gli elettori ne sono consapevoli e hanno mostrato scarso interesse. L’affluenza alle urne alle elezioni europee è notoriamente scarsa, in calo costante nel corso di quattro decenni, al punto che la sua ripresa a poco più del 50% nel 2018 potrebbe essere acclamata come il segno di una democrazia europea solida, anche se il dato è ancora dieci punti al di sotto della cifra del 1979, quando si tennero le prime elezioni di questo tipo. Né la maggior parte dei cittadini si prende la briga di andare alle urne a votare sulle questioni europee: piuttosto, nel votare a favore o contro i partiti locali, essi esprimono il loro punto di vista sull’andamento dei loro governi nazionali. Il risultato è un’assemblea composta da circa duecento eterocliti partiti, che si raggruppano poi in sei o sette blocchi, la cui unità non è profonda – i legami tra i deputati delle delegazioni nazionali sono spesso più stretti che con i loro affiliati paneuropei. </p>



<p>Non può emergere alcuna divisione tra governo e opposizione, perché non c’è un governo da formare o da contrastare. Lo schema è invece quello di grandi coalizioni lungo le linee tedesche, che riuniscono blocchi di centro-destra e di centro-sinistra per controllare i lavori, ed eleggono i capi e i presidenti dei comitati chiave dell’assemblea dalle loro fila, con l’apporto variabile degli ausiliari liberali e verdi. La differenza politica tra i due blocchi principali, in generale abbastanza sbiadita a livello nazionale, diventa quasi invisibile nelle successive combinazioni GroKo (abbreviazione di ‘Grande Coalizione’, in uso in Germania,<em> n.d.a.</em>) a Bruxelles e Strasburgo.</p>



<p>Come ci si potrebbe aspettare, in questa enorme, eterogenea, in gran parte cerimoniale istituzione, i deputati hanno poco appetito per le emozioni di essere effettivamente presenti. La presenza media è di circa il 45%. Praticamente tutto il lavoro è affidato a commissioni, dove a porte chiuse vengono messi in scena i misteri del “trilogo” (2): i rappresentanti del Parlamento si riuniscono con i rappresentanti del Consiglio dei Ministri e della Commissione per discutere con i rappresentanti del Consiglio dei Ministri e della Commissione su quali proposte legislative emanate dalla Commissione, e tipicamente pre-autorizzate dagli Stati membri e dai loro rappresentanti permanenti a Bruxelles, possono essere accettate per essere trasmesse al voto in Camera – le discussioni ruotano per lo più intorno a questioni di procedura piuttosto che di sostanza. Come osserva Christopher Bickerton, “tra il 2009 e il 2013, l’81% delle proposte sono state approvate in prima lettura con il metodo del trilogo. Solo il 3% ha raggiunto la terza lettura, dove i testi vengono discussi nelle sessioni plenarie del Parlamento”. Questa è l’alchimia della codecisione.</p>



<p>Nel 2014, quando l’affluenza alle urne era appena del 42,5%, il Parlamento ha lanciato una campagna con un ampio sostegno mediatico per trasformare le elezioni in un esercizio paneuropeo di volontà democratica: ognuno dei blocchi politici avrebbe nominato un candidato alla presidenza della Commissione – legalmente in dono al Consiglio – e il blocco che si assicurava il maggior numero di seggi, dotato del sostegno di tutto il Parlamento, avrebbe poi elevato il suo <em>Spitzenkandidat </em>al comando della Commissione, come qualsiasi altra legislatura potrebbe votare un governo in carica. Il centrodestra ha ottenuto il maggior numero di voti: il suo candidato era il faccendiere Jean-Claude Juncker. </p>



<p>Dopo qualche tergiversazione, la Merkel ha convinto il Consiglio ad accettarlo e Juncker è diventato presidente della Commissione con la forza di circa il 10% dell’elettorato europeo. Se non lo avesse fatto, ha detto Habermas alla <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung</em>, sarebbe stata “una pallottola nel cuore del progetto europeo”. Cinque anni dopo Macron ha puntato i piedi, e il presidente successivo è stato scelto secondo le regole dal Consiglio, ignorando lo sfortunato <em>Spitzenkandidat</em>. Indignato per questo rifiuto delle sue pretese, si è parlato di una ribellione in Parlamento, che pur non avendo il diritto di scegliere può rifiutare un presidente della Commissione. Ma questo non provocherebbe una crisi del progetto europeo? La terrificante prospettiva di un aperto disaccordo tra le sue istituzioni ha placato il morale a Ursula von der Leyen, che è riuscita ad accontentarsi di un’elezione.</p>



<p>La funzione del Parlamento europeo, che non aggrega né incanala i desideri degli elettori, dai quali una volta chiuse le urne si stacca completamente, è, come ha detto lo studioso italiano Stefano Bartolini, un “consolidamento d’élite”. Ovvero, un processo in cui i partiti colludono tra loro per presentare l’apparenza di un’assemblea democratica, dietro la quale si trincerano comodamente le caserme oligarchiche. Questi sarebbero felici di acquisire più poteri, ma non hanno alcun interesse a cederne a coloro che rappresentano nominalmente. L’ampiezza del divario tra l’istituzione e le popolazioni sottostanti può essere giudicata dalle rare occasioni in cui queste ultime hanno potuto far sentire direttamente la loro voce. Nei Paesi Bassi, l’affluenza alle urne per le elezioni europee del 2004 è stata solo del 39%. Un anno dopo è stata del 63% per il referendum sul progetto di Trattato costituzionale – che, pur essendo sostenuto dall’80% della delegazione olandese a Strasburgo/Bruxelles, è stato respinto dal 62% degli elettori olandesi.</p>



<p>Il Parlamento non è quello che sembra, ed è la componente meno consequenziale dell’Unione. Significa che è poco più di una foglia di fico glorificata? Non proprio. Le apparenze contano, e a suo modo il Parlamento svolge un ruolo costruttivo per l’Unione, fornendo una misura della legittimazione che ogni ordine liberale che si rispetti richiede. Per quanto limitati possano essere gli investimenti dei cittadini, i sondaggi paneuropei sincronizzati sono meglio di niente, e i loro beneficiari possono continuare a sperare che un giorno ne scaturisca una vivace politica federale.</p>



<p>Di tutt’altro ordine di peso politico è la Banca centrale europea, creata per gestire la moneta unica entrata in vigore nel 1999. Oggi è una delle più potenti istituzioni dell’Ue, alcuni direbbero, la più potente. Con sede a Francoforte, il suo consiglio direttivo è composto dai capi delle Banche centrali dei Paesi dell’eurozona e dai sei membri del suo comitato esecutivo, che si riuniscono ogni due settimane. I suoi lavori, a differenza di quelli della Fed o della Banca d’Inghilterra, ma in linea con quelli della Corte di Giustizia europea, sono segreti. Occasionalmente, a differenza della Corte di Giustizia europea, un membro può dimettersi, ma le sue decisioni sono formalmente unanimi. Nessun dissenso viene mai pubblicato. Il Trattato di Maastricht ha conferito l’indipendenza assoluta alla banca, che opera senza alcuno dei contrappesi – Congresso, Casa Bianca, Tesoro – che circondano la Fed, inserendola in un contesto politico in cui è pubblicamente responsabile. A differenza di qualsiasi altra banca centrale, l’indipendenza della Bce non è semplicemente statutaria, con regole o obiettivi modificabili per decisione parlamentare: è soggetta solo alla revisione dei trattati. Né, a differenza della Commissione, del Parlamento, della Corte di Giustizia o persino del Consiglio, i suoi procedimenti sono macchinosi. Può agire con una velocità e un impatto che nessun’altra istituzione dell’Ue può eguagliare.</p>



<p>Maastricht ha dato alla Bce un unico obiettivo. Laddove la Fed è incaricata dal Congresso di assicurare la massima occupazione e la stabilità dei prezzi, la responsabilità unica della Bce è quella di assicurare la stabilità monetaria in quella che è diventata l’eurozona. Fin dall’inizio, come gli economisti sapevano e non pochi hanno sottolineato, le economie che avrebbero dovuto adottare l’euro, che differiscono ampiamente per dimensioni, composizione e livello di sviluppo, non soddisfacevano in alcun modo i criteri di una “area valutaria ottimale” come indicato dall’economista Robert Mundell e altri. Al contrario. Ma questo non ha scoraggiato il Comitato Delors che ha guidato il progetto, poiché i suoi obiettivi erano politici più che economici: in parte per legare una Germania riunificata all’interno della Comunità Ue, ma più in generale per creare una moneta che bloccasse gli Stati che l’hanno adottata in modo così stretto da costringerli a far seguire all’unione monetaria quella politica. Come obiettivo esplicito era un passaggio troppo lontano all’epoca di Maastricht, dove le speranze federaliste sono state infrante da una contrattazione intergovernativa di tipo tradizionale; tuttavia, il Trattato ha creato un’Unione Economica e Monetaria Europea, e i politici riuniti hanno firmato il documento non pensando alle conseguenze che si sarebbero potute manifestare quando non fossero stati stati più in carica. Le porte di un’unione politica non sono state aperte, né sono state chiuse.</p>



<p>La disgiunzione tra mezzi e fini si è presto fatta sentire. Wim Duisenberg, il rozzo banchiere olandese che divenne il primo presidente della Bce, si vantava di essere un rozzo campione dell’ortodossia finanziaria sulle migliori linee anglosassoni. Eppure era felicissimo quando la Grecia, dopo aver opportunamente falsificato i suoi bilanci pubblici, adottò prontamente l’euro. Le sue ragioni non erano economiche, ma politiche. Anche se la moneta unica non era, per chi la amministrava, una semplice scorciatoia verso il federalismo, era – come direbbe Giandomenico Majone, un pensatore più fedele ai principi classici – un “progetto di prestigio” volto a elevare il profilo dell’Ue nel mondo. Un decennio dopo, l’eurozona avrebbe pagato per questa vanità.</p>



<p>Jean-Claude Trichet, il francese successivo al timone di Francoforte, era una figura più tranquilla ma altrettanto cieca. La sua risposta alla crisi finanziaria globale è stata pro-ciclica: aumentare i tassi di interesse per costringere i governi a tagliare la spesa pubblica, imponendo l’austerità come cura per il crollo. Il suo successore, Mario Draghi, è stato ampiamente celebrato per aver invertito la rotta, spruzzando denaro nelle economie dell’eurozona con l’acquisto di titoli di Stato e una generosa dose di altre forme di liquidità. In realtà, c’è stata più sovrapposizione tra le due cose di quanto generalmente si creda. Draghi, responsabile di un vasto programma di privatizzazioni in Italia, è stato più apertamente neoliberale, dichiarando il contratto sociale europeo obsoleto sulle pagine del <em>Wall Street Journal</em>. </p>



<p>Ma nell’agosto 2011 i due hanno scritto insieme una lettera segreta a Berlusconi, allora Primo ministro italiano, chiedendogli di ricorrere a un meccanismo di emergenza per tagliare le pensioni e altre spese pubbliche – una violazione senza precedenti del mandato da parte della banca. Tre mesi dopo Berlusconi non c’era più. Da parte sua, Trichet, al termine del suo mandato, aveva ripreso a ricorrere a schemi per aggirare il divieto del Trattato di Maastricht sull’acquisto del debito pubblico da parte della banca. Elogiando il suo capo, l’ex capo della ricerca della Bce, Lucrezia Reichlin, ha dichiarato al <em>Financial Times </em>nel febbraio 2012: “L’intero concetto di aggirare le regole europee e di fare Qe senza chiamarlo Qe è stato estremamente intelligente”.</p>



<p>Cinque mesi dopo, Draghi ha annunciato pubblicamente alla City: “Nell’ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro”. Dopo aver vantato la superiorità dei risultati economici dell’eurozona rispetto a quelli di Stati Uniti e Giappone (quest’ultimo meno “socialmente coeso” dell’Unione, dove metà dei giovani di Italia, Spagna e Grecia erano disoccupati), ha finito per chiarire la posta in gioco della crisi. Nessuno dovrebbe “sottovalutare la quantità di capitale politico che viene investito nell’euro”. È per salvaguardare questo che è stato richiesto l’<em>ultima ratio regis</em>: “targeted longer-term refinancing operations” (TLTRO), “outright monetary transactions” (OMT) e tutto il resto, o modi intelligenti per aggirare le regole europee, “nell’ambito del mandato” della banca – cioè in palese violazione degli articoli 123 e 125 del Trattato di Lisbona.</p>



<p>A tempo debito, la loro legalità sarebbe stata contestata dinanzi alla Corte di Giustizia europea. Ma così come non ha avuto alcuna remora nell’interpretare il Trattato di Roma per arrogarsi poteri di cui non si trova traccia nel documento firmato dai Sei, così la Corte di Giustizia europea non ne ha avuta alcuna nel decidere che Lisbona significava il contrario di ciò che diceva. Poiché ora si trattava non di leggere in un trattato ciò che non conteneva, ma di epurarne uno di ciò che conteneva, le contorsioni richieste erano, secondo le parole di Horsley, “erculee”. La commedia dei giudici che spiegava solennemente che l’assistenza finanziaria nell’ambito del Meccanismo europeo di stabilità (MES) costituiva un atto di politica economica, non monetaria, ed era quindi perfettamente in ordine, mentre le transazioni monetarie vere e proprie erano uno strumento di politica monetaria, non economica, e quindi erano anch’esse perfettamente in ordine, richiede la penna di uno Swift. Cosa significava in realtà la “clausola di non salvataggio” dell’articolo 125? Che i bail-out andavano bene, purché servissero “all’obiettivo superiore” di preservare l’euro. O, nella lucidità di van Middelaar, infrangere le regole significava essere fedeli al Trattato.</p>



<p>In Germania i tentativi successivi del 1974, 1986, 1993 e 2009 hanno contestato il fatto che le leggi o i Trattati dell’Unione possano avere validità prima che la Corte costituzionale del Paese abbia raggiunto lo stesso risultato. I giudici di Karlsruhe hanno dichiarato che la Legge Fondamentale tedesca, <em>Grundgesetz, </em>non può essere annullata dalla Corte europea, ma poiché nessuna violazione di questo tipo si è “finora” o “ancora” verificata, i querelanti non hanno alcun precedente. L’anno scorso Karlsruhe è stata nuovamente invitata a pronunciarsi, questa volta sulla legalità dell’approvazione che la Corte di Giustizia europea aveva dato al programma di acquisto di obbligazioni della Bce: ancora una volta si è rifiutata di dire che ciò era illegale, pur osservando che la proporzionalità dei suoi effetti non era stata adeguatamente valutata, e incaricando il governo tedesco e la Bundesbank di effettuare tale valutazione e di garantire un’adeguata proporzionalità. </p>



<p>Nei media c’è stato trambusto. Al <em>Financial Times </em>è venuto un colpo apoplettico: “Il tribunale tedesco ha messo una bomba sotto l’ordinamento giuridico dell’Ue”, ha gridato Martin Sandbu. “Il tribunale ha lanciato un missile legale nel cuore dell’Ue. Il suo giudizio è straordinario. È un attacco all’economia di base, all’integrità della banca centrale, alla sua indipendenza e all’ordinamento giuridico dell’Ue”, ha tuonato Martin Wolf, “gli storici del futuro potrebbero segnare una svolta decisiva nella storia dell’Europa, verso la disintegrazione”. Non devono aver spostato un capello. La Corte di Karlsruhe è un organo per lo più sdentato, come indicano le sue sentenze studiatamente sospese. Meglio conosciuta per aver docilmente ribaltato la Legge Fondamentale tedesca per consentire a Schröder e Merkel nel 2005 di inscenare un’elezione incostituzionale prima della scadenza dei seggi, si preoccupa di evitare gravi offese alle <em>Obrigkeiten</em> (Autorità, <em>n.d.a.</em>) del giorno. È improbabile che Berlino e Francoforte abbiano difficoltà a far tornare Karlsruhe a dormire.</p>



<p>Nessuna fede è invocata con tanta frequenza dall’Ue, o identificata in modo così compiacente con se stessa, come lo stato di diritto. <em>Fatta la legge, trovato l’inganno </em>è la saggezza popolare in Italia. L’adagio implica che coloro che fanno la legge e coloro che la ingannano non sono gli stessi. Ciò che distingue l’Unione è che le due parti sono una cosa sola. Nelle mani della Corte europea e del coro dei suoi ammiratori, lo stato di diritto è arrivato a significare più o meno il malgoverno degli avvocati che non si fermeranno davanti a nulla per piegare i testi a loro piacimento, a scapito della comprensione ordinaria di una giustizia di principio. Così come la Corte di Giustizia europea, la Banca centrale europea, la Commissione europea, se si servono interessi superiori. La sopravvivenza di un’unione monetaria da cui dipendono mercati del lavoro razionali, tasse e trasferimenti, la prosperità di tutti? Ma come ha replicato più di un analista, sono i banchieri e i giudici le autorità più competenti a determinare come debbano essere pensioni o salari? Certamente, in queste materie, se la cavano abbastanza bene da soli. È questa la qualifica più appropriata? Il motto di Fritz Scharpf è: nell’Ue, sono proprio le istituzioni che hanno il maggiore impatto sulla vita quotidiana della maggior parte delle persone a essere più lontane dalla responsabilità democratica.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)Storico accademico e saggista britannico. Questo intervento è stato pubblicato sulla London Review of Books, Volume 43, n. 1, gennaio 2021; qui l’articolo in lingua inglese, dove si può consultare anche la bibliografia <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union" target="_blank">https://www.lrb.co.uk/the-paper/v43/n01/perry-anderson/ever-closer-union</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/europa-la-democrazia-dei-triloghi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Europa: la democrazia dei triloghi</em></a><em>,</em> Paginauno n. 42/2015. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sovranità costituzionale: in fondo a sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sovranita-costituzionale-in-fondo-a-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 17:57:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=222</guid>

					<description><![CDATA[Il Manifesto sottoscritto da Rinascita, Patria e costituzione e Senso comune e la strada tracciata da Thomas Guénolé di La France Insoumise]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-62-aprile-maggio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 62, aprile &#8211; maggio 2019)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il Manifesto sottoscritto da Rinascita, Patria e costituzione e Senso comune e la strada tracciata da Thomas Guénolé di La France Insoumise</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">La proposta politica di queste elezioni europee registrerà un vuoto a sinistra. Probabilmente inevitabile, in questa fase. Da un lato la sopravvivenza, nonostante il crollo di consensi, di un partito come il Pd, che pur avendo più nulla del pensiero di sinistra si posiziona ancora su quel lato dell’arco parlamentare, crea l’illusione che la sinistra sia ancora politicamente rappresentata e cattura i voti di un elettorato che nella gran parte non è nemmeno più socialdemocratico ma si sente ancora ideologicamente lì posizionato (se il Pd si decidesse a dichiararsi un partito liberale di centro farebbe un’operazione di verità, cosa che ovviamente non ha la convenienza elettorale a fare).</p>



<p>Dall’altro la difficoltà vissuta dal pensiero di sinistra nel comprendere il presente, le sue dinamiche economiche e sociali, e aggiornarsi di conseguenza, l’ha portato a essere assente per lungo tempo sul piano culturale, il primo da sviluppare per poter poi formulare una proposta politica, con il risultato che i partiti – al plurale, viste le numerose divisioni – di sinistra hanno perso terreno anno dopo anno fin quasi a scomparire. Intendiamoci: non si sta affermando che le categorie storiche del pensiero di sinistra siano superate: la principale, il conflitto Capitale/lavoro, è oggi più viva che mai, così come i meccanismi con cui il capitalismo riesce a superare ogni sua crisi; ma la realtà dei Paesi a capitalismo avanzato, ancor più in un sistema globalizzato come quello attuale, è divenuta più complessa di quella del Novecento.</p>



<p>Il lavoro è stato reso ‘flessibile’ e precario ed è dunque diventato una lotta individuale, molto è divenuto cognitivo mentre il lavoratore è stato trasformato in ‘capitale umano’ e l’idea di ‘classe’ è scomparsa; la finanziarizzazione, la libera circolazione dei capitali e la catena del valore divenuta internazionale hanno reso meno individuabile e raggiungibile, anche nelle lotte, la proprietà contro cui aprire il conflitto, mentre il dumping sociale ha innescato quello tra lavoratori; il capitalismo digitale ha messo a valore la vita e non più solo il lavoro. Il pensiero critico di sinistra non è riuscito a evolvere alla stessa velocità con cui la realtà mutava, ha tenuto fermi parole e schemi, teorici e pratici, del secolo scorso e ha perso la capacità di parlare alle nuove generazioni che quella realtà vivevano, il cui immaginario è stato dunque colonizzato dal pensiero dominante neoliberista; quando lentamente è riuscito a tornare a leggere la società, si è ritrovato a dover costruire su macerie.</p>



<p>Le ragioni per cui, all’interno di questa Unione europea, sia impossibile per un Paese attuare politiche economiche anche solo socialdemocratiche, sono state analizzate più volte su queste pagine, entrando nel merito dei Trattati che la costituiscono, nel loro percorso storico di costruzione e nella loro impostazione neoliberista e ordoliberista; allo stesso modo sono state analizzate le ragioni per cui quei Trattati non sono modificabili, e dunque la Ue stessa non sia riformabile – in estrema sintesi, non ci stancheremo mai di ripeterlo, molto banalmente solo un voto all’unanimità tra 27/28 Paesi – 19 per l’eurozona – può cambiare il contenuto dei Trattati, un’ipotesi irrealistica (1).</p>



<p>Un partito di sinistra dunque, che miri a realizzare un programma politico minimamente keynesiano, che ponga al primo posto la lotta alla diseguaglianza crescente, alla disoccupazione, all’erosione dei diritti sociali e della democrazia, allo svilimento del lavoro e allo stallo economico, non può che mettere al primo punto la questione dell’uscita dell’Italia dall’Unione europea. E anche su questo la sinistra è entrata in crisi.</p>



<p>Il grosso scoglio da affrontare è stato il concetto storico di internazionalismo. Negli ultimi tre decenni – a eccezione del breve periodo del movimento no global, a cui è stata tagliata la testa al G8 di Genova del 2001 con straordinaria efficacia militare – la sinistra ha progressivamente confuso l’idea di internazionalismo con quella di cosmopolitismo, fino a non vederne più le differenze e a far confluire la prima nella seconda (2), ritrovandosi così a promuovere un concetto perfettamente integrato e culturalmente funzionale alla costruzione di una globalizzazione capitalista di impianto neoliberista, e a sostenere un’Unione europea che a quella costruzione fornisce un contributo attivo con la sua visione politica e le sue regole.</p>



<p>L’appropriarsi poi del concetto di nazione da parte della destra, che lo ha declinato in nazionalismo, ha fatto sì che a sinistra l’idea di sovranità nazionale, da riconquistare in quanto unico spazio all’interno del quale possa esprimersi un conflitto sociale che porti a un riequilibrio dei rapporti di forza tra Capitale e lavoro, fosse messo al bando (3).<br>Ma dopo anni di paralisi, qualcosa ha finalmente iniziato a muoversi.</p>



<p>Il 9 marzo scorso a Roma è stato presentato il “Manifesto per la sovranità costituzionale”, sottoscritto da Rinascita, Patria e Costituzione e Senso comune. Una realtà appena nata che ha l’ambizione a trasformarsi in partito, consapevole, nelle parole conclusive pronunciate a Roma, che la strada per farlo è tutta ancora da percorrere e per nulla semplice. In estrema sintesi si tratta di una proposta socialdemocratica, nel riconoscimento che in passato una simile posizione si sarebbe definita riformista ma allo stato attuale delle cose ha valenza rivoluzionaria, e di fatto è così.</p>



<p>Rimandiamo a una lettura integrale del Manifesto nei suoi vari punti (4), un aspetto tuttavia è da sottolineare: sorprende la puntualizzazione, fatta più volte, di voler tenere insieme un rinnovato socialismo con il “cristianesimo sociale”, “l’umanesimo laico della tradizione socialista e l’umanesimo cristiano”, la citazione di papa Francesco e della sua enciclica Laudato sii.</p>



<p>L’aver posto come snodo centrale la costruzione di una società nella quale i principi della Costituzione italiana siano attuati non solo sul piano formale ma anche sostanziale – uguaglianza, equità, solidarietà e giustizia sociale, piena occupazione, limitazione e governo del mercato e funzione sociale della proprietà privata – e affermare che storicamente nella stesura della Costituzione si siano tenute insieme la cultura socialista con quella cristiana – ma anche quella liberale, allora, da qui la prima parte dell’art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera” – non dovrebbe significare tuttavia sentire la necessità, oggi, in un programma politico, di includere un riferimento religioso. Ma tant’è. Una premessa che non entusiasma, ma vedremo come si declina.</p>



<p>Al di là di questo, qui interessa porre una riflessione a margine: occorre avere ben chiara la strada da percorrere, e dichiararlo.</p>



<p>Nel Manifesto è evidenziato come l’Unione europea ponga un limite invalicabile per l’attuazione di un simile programma politico, ed è scritto che il quadro europeo in cui muoversi non è l’attuale Ue ma “una confederazione di democrazie nazionali sovrane che affrontino assieme (ma non in antagonismo con il resto del mondo) le sfide della pace, della salvaguardia ambientale e della giustizia sociale”; non è tuttavia dichiarata esplicitamente l’intenzione di uscire dalla Ue né dall’eurozona. Negli interventi sul palco a Roma (5) qualche relatore l’ha affermato senza mezzi termini, ma l’impressione è che sia ancora l’elefante dentro la cristalleria che la maggior parte evita di guardare. E per le ragioni sopra evidenziate, questo è il primo punto da chiarire o l’intero programma resta chiacchiere.</p>



<p>Una volta sciolto questo nodo, ce n’è un altro altrettanto importante: come uscire?</p>



<p>Allo stato attuale non è presente nei Trattati una norma che preveda l’abbandono dell’eurozona – esiste solo l’art. 50 che contempla l’uscita dall’Unione europea, e la Brexit rende evidente quanto sia difficoltoso attuarla anche senza la complicazione ulteriore della moneta unica. Ciò significa che si calpesterebbe non solo un terreno finora inesplorato, ma dove non esistono regole di sorta su cui fare affidamento. Un salto nel vuoto che spaventa la maggior parte dei cittadini, anche coloro che si rendono conto che restando all’interno dell’Unione nulla cambierà mai; per questo l’istinto conservatore ha il sopravvento. Diventa dunque fondamentale, se si vuole diventare partito e candidarsi a cercare consenso elettorale per poter realizzare il programma scritto nel Manifesto, mettere nero su bianco questo percorso; se non lo si fa, comprensibilmente non arriveranno nemmeno i voti che si potrebbero raccogliere, perché tutto assume il sapore dell’irrealizzabile.</p>



<p>Thomas Guénolé, politologo, membro di La France insoumise e co-direttore della Scuola di formazione politica del partito, pubblica un articolo su Le Monde diplomatique di marzo, che può offrire uno spunto di partenza per l’elaborazione di una strategia. È un intervento interessante perché estremamente ancorato alla realtà e delinea un percorso preciso da mettere in atto nei confronti dell’Unione europea. Non parte dall’obiettivo di volerne uscire, ma tracciando un processo a tappe non esclude di arrivarci.</p>



<p>Primo: disobbedire. In due modi: utilizzando la clausola dell’opting-out (6) per gli accordi non ancora sottoscritti, e non rispettando le regole di quelli già firmati (il Fiscal compact, per esempio). Una volta salita al governo, scrive Guénolé, anche all’interno di una coalizione più ampia ma concorde sugli obiettivi, La France insoumise inizierà a disobbedire a tutte le regole Ue che impediscano l’attuazione del programma politico presentato alle elezioni.</p>



<p>Secondo: iniziare a elaborare un nuovo Trattato europeo e proporlo ai governi degli altri Stati membri. Nulla impedisce infatti che un’organizzazione europea parallela nasca tra i Paesi che decidano di farlo, in una negoziazione che inevitabilmente lascerà sul tavolo qualcosa, e saranno poi i cittadini, tramite referendum, a decidere se l’accordo raggiunto debba o meno essere sottoscritto. In sintesi, per questo nuovo Trattato La France insoumise propone l’abolizione dei vincoli di Maastricht ai bilanci statali, la fine delle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici e la possibilità di ri-nazionalizzare dove già si è fatto entrare il privato, una moratoria su debiti pubblici al fine di valutare la quota del ‘debito odioso’ (7), la modifica dello statuto della Bce che deve tornare a dialogare con la politica e porre al primo punto del proprio mandato la piena occupazione e l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi dell’eurozona, l’introduzione della Tobin Tax (la tassazione sulle transazioni finanziarie) e la separazione tra banche d’affari e banche commerciali.</p>



<p>Terzo: nel frattempo, la disobbedienza messa in atto produrrà tre scenari possibili.</p>



<p>Il primo: la resa dei Paesi ordoliberisti e l’adozione di un Trattato di rifondazione dell’Unione europea da parte di tutti i suoi Stati membri; Guénolé evidenzia subito come questa possibilità sia altamente improbabile.</p>



<p>Secondo scenario: sottoscrizione tra i governi dei Paesi che intendono elaborare un nuovo Trattato di un accordo che metta immediatamente in atto un opting-out e una disobbedienza alle regole collettiva; Guénolé ritiene l’avverarsi di questa possibilità molto probabile.</p>



<p>Terzo scenario: interruzione dei negoziati da parte della Commissione europea e conseguente uscita unilaterale dalla Ue della Francia e dei Paesi che stanno elaborando un nuovo Trattato, successiva sottoscrizione del nuovo Trattato e nascita di un’altra Unione europea.</p>



<p>Guénolé considera questa terza opzione altamente improbabile perché una rottura drastica, che porterebbe a un tuffo nel vuoto, non conviene a nessuno, nemmeno alla Germania, ed è dunque ragionevole pensare che davanti alla possibilità di negoziato offerta dal secondo scenario, le trattative con i Paesi paladini dell’ordoliberismo possano trovare un punto di accordo in un compromesso che porti a una riscrittura delle regole.</p>



<p>Ma, sottolinea Guénolé, è indispensabile che La France insoumise abbia un Piano B nel caso il terzo scenario si verifichi. Perché “in qualsiasi negoziato, per ottenere un accordo soddisfacente bisogna avere una ‘soluzione alternativa’, vale a dire una via d’uscita unilaterale di fronte all’interruzione delle trattative; e, soprattutto, essere realmente preparati ad attuarla se il ca-so lo richiedesse. Non prevedere un tale scenario significa indicare fin dall’inizio agli interlocutori che sarà sufficiente far saltare i negoziati per la capitolazione dell’altra parte”. La France insoumise dunque, intraprende questa strada pronta a uscire dall’euro, sul piano ideologico e soprattutto pratico.</p>



<p>La Francia non è l’Italia. Ha più forza contrattuale da spendere all’interno dell’Unione, soprattutto nel rapporto con la Germania, quindi le pressioni che può esercitare sono indubbiamente maggiori. Questo non esclude tuttavia che il Capitale cosmopolita non possa mettere in atto un attacco finanziario anche sui titoli pubblici francesi, facendo impennare il famigerato spread e innescando le conseguenze note, come ha più volte agito su quelli italiani – e prima ancora sui cosiddetti PIIGS – per piegare le politiche governative ai dettami neoliberisti, qualora se ne volessero allontanare. Il movimento dei gilet gialli, oltretutto, rende la realtà sociale francese tutt’altro che doma, quindi la situazione è delicata.</p>



<p>Per quanto diversa dunque, non si può dire che oggi la Francia si trovi in una fase tale per cui, il percorso che traccia Guénolé per La France insoumise possa essere ragionevolmente ipotizzato oltralpe ma non in Italia. Questo significa che la strada che propone Guénolé può essere un buon punto di partenza per riflettere e disegnare un percorso simile.</p>



<p>Il Manifesto per la sovranità costituzionale offre un’analisi teorica per comprendere dove siamo e dove andare, ma un partito ha anche l’obbligo di tracciare la via pratica. La sinistra italiana, finalmente tornata a leggere il presente, deve liberare il cittadino dalla sensazione di impotenza di trovarsi in un vicolo cieco, e può farlo solo se offre un modo concreto per cambiarlo, il presente.</p>



<p>Occorre dichiarare senza mezzi termini i passi che si vogliono fare nei confronti dell’Unione europea, scrivere questo benedetto Piano B, e presentare tutto con chiarezza. A quel punto anche la democrazia riacquisterà un senso, perché si potrà tornare a scegliere tra alternative politiche reali e non fittizie come ora, tra due diverse proposte di società e futuro. Tra darwinismo sociale e diritti sociali; tra sfruttamento e dignità del lavoro; tra diseguaglianza ed equità; tra competizione individuale e solidarietà; tra destra e sinistra.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Articoli sull’Unione europea, a firma di Giovanna Cracco, a far data da dicembre 2010</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Alessandro Somma, Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale, Derive e Approdi</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Manifesto-per-la-sovranit%C3%A0-costituzionale-4.pdf" target="_blank">https://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Manifesto-per-la-sovranit%C3%A0-costituzionale-4.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://patriaecostituzione.it/gli-interventi-del-9-marzo-2019/" target="_blank">http://patriaecostituzione.it/gli-interventi-del-9-marzo-2019/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) L’opting-out è la possibilità concessa a uno Stato membro di non aderire o aderire successivamente a talune disposizioni di un accordo</p>



<p class="has-small-font-size">7) Per ‘debito odioso’ si intende un debito non vincolante in quanto illegittimamente contratto da un governo nel nome di uno Stato e destinato a soddisfare interessi diversi da quelli pubblici e collettivi, nella piena consapevolezza dei creditori e nell’incoscienza dei cittadini; i prestiti devono essere stati utilizzati per attività che non hanno portato benefici alla cittadinanza nel suo complesso</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Unione europea di Hayek</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lunione-europea-di-hayek/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2019 15:34:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1215</guid>

					<description><![CDATA[Hayek, l’Unione europea e la Costituzione italiana: come sottrarre agli Stati la sovranità sulle politiche economiche per la piena realizzazione del liberismo. Nella “federazione interstatale” ipotizzata dall’economista austriaco nel 1939, il ritratto della Ue e l’ammissione che la democrazia viene limitata. Ma è costituzionale?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-61-febbraio-marzo-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 61, febbraio &#8211; marzo 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Hayek, l’Unione europea e la Costituzione italiana: come sottrarre agli Stati la sovranità sulle politiche economiche per la piena realizzazione del liberismo. Nella “federazione interstatale” ipotizzata dall’economista austriaco nel 1939, il ritratto della Ue e l’ammissione che la democrazia viene limitata. Ma è costituzionale?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Ci attende una lunga campagna elettorale in vista delle europee di maggio. La complessità dei Trattati, degli accordi intergovernativi (come il Fiscal compact) e della struttura legislativa e istituzionale Ue non facilita i cittadini alla comprensione del ‘sistema’ Unione europea, e una politica sempre più spettacolo e povera di cultura avrà gioco facile ad appoggiarsi a slogan e dogmi. Eppure non è affatto complicato capire dove siamo. Certo occorre uscire dal postmodernismo e portare la riflessione sul piano storico e teorico, l’unico che consente di guardare l’Unione europea senza le lenti distorcenti della propaganda, a favore o contro; perché l’Unione europea, come tutti i progetti umani, e quelli politici ed economici non fanno certo eccezione, è figlia di un pensiero, di un’idea di società. Facciamo quindi un passo indietro.</p>



<p>L’affermarsi del sistema economico capitalistico ha prodotto il suo specifico conflitto sociale. Ben prima dei cosiddetti Trenta gloriosi – gli anni del dopoguerra caratterizzati, nei Paesi europei, da politiche socialdemocratiche di stampo keynesiano – il potere politico è intervenuto nella sfera economica per disinnescare il conflitto di classe, agendo principalmente su due piani: operando una redistribuzione attraverso le politiche fiscali, e implementando uno stato sociale – la prima a strutturarlo è stata la Prussia di Bismarck di fine Ottocento, dopo aver cercato inutilmente di contenere le rivolte del nascente movimento operaio attraverso la repressione.</p>



<p>Per il pensiero economico liberista è una inaccettabile invadenza: Friedrich von Hayek, tra i massimi esponenti della Scuola austriaca, assertore dell’esistenza di una autoregolamentazione del mercato, di un ordine spontaneo che agisce attraverso la concorrenza, sostiene che il mercato non deve subire limiti. L’economista inizia dunque a riflettere su come eliminare l’ingerenza: individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione, che consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione – capitali, merci, persone – e trova la soluzione nella sua “abrogazione”.</p>



<p>È il 1939 e Hayek pubblica un saggio sul trimestrale&nbsp;<em>New Commonwealth Quarterly</em>&nbsp;intitolato “The economic conditions of interstate federalism”; vi ipotizza la costruzione di una “federazione interstatale” tra Paesi, incardinata sull’unione della “sfera economica” e non di quella politica, all’interno della quale siano rimossi “gli ostacoli al movimento di uomini, beni e capitali”; “l’abrogazione delle sovranità nazionali” scrive Hayek, “e la creazione di un efficace ordine internazionale del diritto è un complemento necessario e il logico compimento del programma liberale”. Infatti, “l’assenza di barriere tariffarie e la libera circolazione di uomini e capitali tra gli Stati della federazione” continua l’economista, “ha alcune importanti conseguenze che spesso vengono trascurate: limitano in larga misura la portata della politica economica dei singoli Stati. Se merci, uomini e denaro possono circolare liberamente attraverso le frontiere interstatali, diventa chiaramente impossibile influenzare i prezzi dei diversi prodotti attraverso l’azione del singolo Stato”.</p>



<p>Hayek evidenzia un ulteriore effetto ‘positivo’ della federazione interstatale: verrebbero limitate anche “le interferenze meno radicali con la vita economica rispetto alla regolamentazione del denaro e dei prezzi”, per esempio “una legislazione come la limitazione del lavoro minorile o dell’orario di lavoro diventa difficile da eseguire per il singolo Stato”. Data la libera circolazione dei capitali, infatti, il Paese dovrebbe attrarli offrendo un costo del lavoro uguale o minore a quello degli altri Stati della federazione, comprimendo salari e diritti, e affiancando politiche fiscali favorevoli alle imprese. Il potere statale di intervento nell’economia dunque, attraverso politiche di protezione sociale e redistributive, verrebbe automaticamente limitato dalla logica ferrea della concorrenza, l’unica a regnare nel libero mercato.</p>



<p>Hayek pone poi come condizione necessaria anche l’istituzione di una politica monetaria comune: “Sarà anche chiaro che gli Stati all’interno dell’Unione non saranno in grado di perseguire una politica monetaria indipendente […] una politica monetaria nazionale che fosse prevalentemente guidata dalle condizioni economiche e finanziarie del singolo Stato porterebbe inevitabilmente alla rottura del sistema monetario universale. Chiaramente, quindi, tutta la politica monetaria dovrebbe essere una questione federale e non statale”. Anche su questo piano, spoliticizzando e denazionalizzando la moneta, ossia rompendo il legame tra Banca centrale e Paese, è il mercato a dettare legge e non più la politica, in questo caso quello finanziario – speculazione sui titoli pubblici, sentenze inappellabili di private agenzie di rating, spread&#8230; una realtà più che evidente ormai.</p>



<p>A questo punto l’economista sposta la riflessione sulla sfera politica: “Il lettore che ha seguito l’argomento fino a ora probabilmente concluderà che se, in una federazione, i poteri economici dei singoli Stati saranno così limitati, il governo federale dovrà assumere le funzioni che gli Stati non possono più svolgere e deve fa-re tutta la pianificazione e la regolamentazione che gli Stati non possono fare”. Ma non è così. Non può.</p>



<p>“È difficile immaginare come,” scrive infatti Hayek, “in una federazione, si possa raggiungere un accordo sull’uso di tariffe per la protezione di particolari industrie. Lo stesso vale per tutte le altre forme di protezione. A condizione che ci sia una grande diversità di condizioni tra i vari Paesi, come sarà inevitabilmente il caso in una federazione, l’industria obsoleta o in declino che chiede a gran vo-ce assistenza incontrerà quasi invariabilmente, nello stesso campo e all’interno della federazione, industrie avanzate che chiedono libertà di sviluppo […] Ma anche dove non si tratta semplicemente di ‘regolare’ (cioè, frenare) il progresso di un gruppo per proteggere un altro gruppo dalla concorrenza, la diversità delle condizioni e i diversi gradi di sviluppo economico raggiunti dai diversi membri della federazione porranno seri ostacoli alla legislazione federale. […] Anche una legislazione come la limitazione dell’orario di lavoro o dell’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, o la tutela dei servizi, sarà vista in una luce diversa nelle regioni povere e nelle regioni ricche”.</p>



<p>Dunque, conclude Hayek, “sembrano esservi pochi dubbi sul fatto che la portata della regolamentazione della vita economica sarà molto più ristretta per il governo centrale di una federazione che per gli Stati nazionali. E poiché, come abbiamo visto, il potere degli Stati che costituiscono la federazione sarà ancora più limitato, la gran parte delle interferenze con la vita economica a cui siamo abituati sarà del tutto impraticabile da un’organizzazione federale”.</p>



<p>La federazione interstatale raggiunge così l’obiettivo prefissato da Hayek, nella logica del pensiero liberista: estromettere la politica dalla regolamentazione del mercato, quella politica che mira ad attutire gli effetti sperequativi in termini di creazione di ricchezza prodotti dal sistema capitalistico.</p>



<p>“La conclusione che, in una federazione, certi poteri economici, che ora sono generalmente esercitati dagli Stati nazionali, non potrebbe essere esercitati né dalla federazione né dai singoli Stati, implica che ci dovrebbe essere meno governo a tutto tondo […] Ciò significa che la federazione dovrà possedere il potere negativo di impedire ai singoli Stati di interferire con l’attività economica in determinati modi, sebbene non possa avere il potere positivo di agire al loro posto […] Significa che la pianificazione in una federazione non può assumere le forme che oggi sono preminentemente conosciute con questo termine; che non ci deve essere alcuna sostituzione delle interferenze quotidiane e delle regole per le forze impersonali del mercato […] la politica dovrà [solo] assumere la forma di fornire un quadro razionale permanente entro il quale l’iniziativa individuale avrà il più ampio campo di applicazione possibile e sarà realizzata per funzionare nel modo più vantaggioso possibile; e dovrà integrare il funzionamento del meccanismo competitivo quando, per loro natura, alcuni servizi non possono essere portati avanti e regolati dal sistema dei prezzi”.</p>



<p>È la trasformazione dello Stato nell’attore che deve limitarsi a tracciare l’architettura (il “quadro razionale permanente”) dentro la quale il libero mercato può agire in totale autonomia: nessun aiuto pubblico alle imprese, nessuna protezione ai lavoratori con contratti collettivi nazionali – anche i lavoratori devono muoversi in regime di concorrenza tra loro – nessun welfare che, sostenendo economicamente e attraverso servizi pubblici le fasce più deboli della popolazione, le sottrae all’arena del mercato.</p>



<p>Seguito l’economista nella sua riflessione, risulta evidente che la federazione interstatale disegnata da Hayek nel 1939 è il ritratto dell’Unione europea, nel suo intero percorso di costruzione.</p>



<p>Dalla nascita della Ceca nel 1951, trattato che istituiva un unico mercato del carbone e dell’acciaio, che eliminando sovvenzioni statali alle produzioni, diritti doganali e restrizioni quantitative all’import/export, sottraeva ai sei Stati firmatari la sovranità nazionale sulla politica economica delle due materie fondamentali per la ricostruzione industriale post bellica e la trasferiva all’Alta Autorità, organo della nuova entità sovranazionale che aveva il compito di stabilire le politiche di produzione e circolazione in un regime di libera concorrenza.</p>



<p>Passando per la creazione della Cee nel 1957, che ha esteso il mercato unico a tutti i settori manifatturieri e ha sancito i quattro pilastri fondamentali della futura Unione: libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali.</p>



<p>Approdando a Maastricht nel 1992, trattato nel quale si è innestata anche la teoria ordoliberista tedesca, con l’imposizione dei vincoli al bilancio pubblico, e che ha sancito la nascita di un’unica politica monetaria, con l’euro.</p>



<p>È questo, la struttura del pensiero di Hayek che ha trovato compimento nella Ue, ciò che si intende quando si afferma che l’impianto neoliberista è insito nei Trattati europei, come più volte affermato anche da chi scrive, su queste pagine. E chi afferma che la soluzione ai mali dell’Europa sia un’unione anche politica e non solo economica, dovrebbe riflettere sulla disarmante logica del ragionamento dell’economista austriaco: è difficile immaginare come in una federazione di Stati che registrano tra loro grandi diversità di sistemi e condizioni economiche sia possibile trovare un accordo su politiche comuni, siano esse industriali, monetarie o sociali. E aggiungiamo, come ricordato più volte, che la modifica dei Trattati Ue richiede un voto all’unanimità.</p>



<p>Resta una questione fondamentale: se la politica è esclusa dalle decisioni economiche, che fine fa la democrazia? È una domanda che si pone anche Hayek, e con molta franchezza risponde che la democrazia ne esce limitata. “Se, nella sfera internazionale, l’ordine democratico dovrebbe dimostrarsi possibile solo se i compiti del governo internazionale si limitano a un programma essenzialmente liberale, non farebbe altro che confermare l’esperienza nella sfera nazionale, nella quale ogni giorno sta diventando più ovvio che la democrazia funzionerà solo se non la sovraccaricheremo e se le maggioranze non abuseranno del loro potere di interferire con la libertà individuale”.</p>



<p>Come abbiamo visto, l’economista associa lo Stato alle politiche di redistribuzione della ricchezza che vanno ad alterare l’equilibrio creato da mercato, e individua la causa nell’invadenza delle istituzioni democratiche (“le maggioranze”); da qui la necessità di non “sovraccaricarle”. Che si occupino d’altro – oggi diremmo diritti civili – non di economia. E conclude: “Se il prezzo che dobbiamo pagare per lo sviluppo di un ordine democratico internazionale è la restrizione del potere e delle funzioni del governo, non è sicuramente un prezzo troppo alto”.</p>



<p>Tuttavia c’è un problema. Per fortuna i Trenta gloriosi hanno creato strutture con cui ancora oggi fare i conti. Ricordiamo che Hayek scrive nel 1939, e dalla seconda guerra mondiale sono uscite Costituzioni, come quella italiana, di impronta keynesiana: il conflitto con i Trattati europei, di impronta neoliberista, è inevitabile. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1) richiama l’obiettivo della piena occupazione e non certo quello dei prezzi, della concorrenza e del libero mercato, così come i limiti imposti all’iniziativa economica privata contenuti nell’art. 41 e seguenti, in nome di “fini sociali”; l’art. 3 affianca all’uguaglianza formale quella sostanziale, imponendo allo Stato di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona u-mana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3). Principi oggi disattesi, ma ci sono alcuni diritti scritti tra i ‘fondamentali’ e ‘incomprimibili’ che è più difficile ignorare. Si pone dunque il problema se i Trattati Ue, che li negano, siano costituzionali.</p>



<p>Si è cercato di sanare questo conflitto con il Fiscal compact (2012) che ha imposto di inserire nella normativa nazionale – “tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”, sottolineava – l’obbligo del pareggio di bilancio nel Def annuale, vincolando dunque le politiche economiche alle disponibilità finanziarie; in Italia ci ha pensato il governo Monti a modificare l’art. 81 della Carta, con il voto ad ampia maggioranza del Parlamento. Ma nel 2016 una sentenza della Corte Costituzionale ha sollevato il problema (1).</p>



<p>È una pronuncia relativa a una legge della Regione Abruzzo secondo cui la Regione stessa è tenuta a contribuire alle spese sostenute dalle Province – nel caso del ricorso, Pescara – per il trasporto degli studenti disabili nella misura del 50%. Negli anni tra il 2006 e il 2012 la Regione ha erogato alla Provincia somme inferiori e, afferma l’amministrazione di Pescara, il mancato finanziamento ha determinato un indebitamento tale da comportare una drastica riduzione dei servizi per gli studenti disabili, compromettendo l’erogazione dell’assistenza specialistica e dei servizi di trasporto.</p>



<p>La Provincia ricorre dunque al Tar e la Regione risponde che non contesta la legittimità delle spese ma che la stessa legge regionale prevede che il contributo sia garantito solo “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio”; il Tar investe allora la Corte Costituzionale, sollevando il dubbio di costituzionalità in merito all’art. 38 che stabilisce che “gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”.</p>



<p>Da una parte la Provincia sottolinea che “in tal modo, il godimento del diritto allo studio degli studenti disabili, tutelato dalla Costituzione, sarebbe rimesso ad arbitrari stanziamenti di bilancio di anno in anno decisi dall’ente territoriale […] senza che di ciò vi sia alcuna evidenza o limite a garanzia dell’effettivo godimento dei diritti costituzionalmente garantiti”, dall’altra la Regione rileva che “l’effettività del diritto allo studio del disabile deve essere bilanciato con altri diritti costituzionalmente rilevanti e, in particolare, con il principio di copertura finanziaria e di equilibrio della finanza pubblica, di cui all’art. 81 della Costituzione”.</p>



<p>La Corte Costituzionale, dando ragione alla Provincia, afferma: “Non può essere condivisa in tale contesto la difesa formulata dalla Regione secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili della fattispecie in esame, debbano essere sempre e comunque assoggettati a un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili. […] è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.</p>



<p>Vale ripeterlo: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.</p>



<p>A sinistra iniziano a farsi spazio movimenti di pensiero che parlano di ‘sovranità democratica’ e ‘sovranità costituzionale’ e di uscita dall’euro, in modo serio e approfondito. A quasi trent’anni da Maastricht e dopo quasi venti di Unione monetaria, distruzione del welfare, compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, crescita delle disuguaglianze, non è più eludibile una domanda: che società vogliamo per il futuro? Quella del mercato o quella dei diritti costituzionali? È il caso di darsi una risposta prima di maggio.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Sentenza n. 275, 16 dicembre 2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
