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	<title>elezioni USA &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 15 Jun 2026 14:21:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>elezioni USA &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>L’influenza di Big Crypto nelle elezioni statunitensi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
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		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici]]></description>
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<ul class="wp-block-list"></ul>
</blockquote>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici</em></p>
</blockquote>



<p><em>I</em><em>l 23 gennaio Trump firma l’ordine esecutivo</em><em> Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology (1), con cui apre la strada </em><em>alle criptovalute. Premettendo che “il settore delle risorse digitali svolge un ruolo cruciale</em><em> nell’innovazione e nello sviluppo economico negli Stati Uniti, nonché nella leadership interna</em><em>zionale della nostra nazione”, l’atto intende</em><em> “proteggere e promuovere la capacità dei singoli cittadini e delle entità del settore privato di </em><em>accedere e utilizzare per scopi legittimi reti</em><em> blockchain pubbliche e aperte senza persecuzioni, inclusa la capacità di sviluppare e distribui</em><em>re software, di partecipare all’estrazione e alla convalida, di effettuare transazioni con altre</em><em> persone senza censura illegittima e di mantene</em><em>re l’autocustodia delle risorse digitali”. Contemporaneamente, l’ordine presidenziale è la</em><em> pietra tombale sul progetto di dollaro digitale emesso dalla FED e, in generale, sull’utilizzo all’interno degli Stati Uniti di qualsiasi valuta digitale nazionale: si legge infatti esplicitamente l’intenzione di “adottare misure per proteggere gli americani dai rischi delle valute digitali delle banche centrali (CBDC), che minacciano la stabilità del sistema finanziario, la privacy individuale e la sovranità degli Stati Uniti, anche vietando l’istituzione, l’emissione, la circolazione e l’uso di una CBDC all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti”. Ciò non significa che gli USA, come Stato, si auto-escludono dalle monete digitali, anzi. L’executive order specifica infatti la volontà di “promuovere e proteggere la sovranità del dollaro statunitense, anche attraverso azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di stablecoin legali e legittime basate sul dollaro in tutto il mondo”. In soldoni – è il caso di dirlo – cosa sta mettendo in piedi Trump?</em></p>



<p><em>Sintetizzando, si può affermare che il neoeletto Presidente statunitense chiuda la porta del mercato delle criptovalute alle banche centrali – </em><em>e dunque alle istituzioni pubbliche – e lasci</em><em> campo libero ai soli privati</em><em>. Mettendo una pietra al collo, di fatto, anche all’idea di un euro digitale, da tempo accarezzata dalla BCE. Una delle peculiarità delle valute a controllo centrale, ma digitali, sarebbe infatti la interoperatività a livello internazionale (euro digitale con </em><em>dollaro digitale con yuan digitale ecc.), che</em><em> l’amministrazione Biden aveva promosso; ma se ora il dollaro, valuta di riferimento mondiale per le transazioni finanziarie e commerciali, viene a mancare, è chiaro che l’interno sistema perde di senso. Trump dunque sceglie </em><em>stablecoin ancorate al dollaro, emesse da società private, per inserire gli Stati Uniti nel mondo delle valute digitali e così preservare, a suo avviso, il dominio dollarocentrico. Non è, come è evi</em><em>dente, una decisione di poco conto. Significa iniziare a intaccare il monopolio statale della moneta.</em><em> Difficile non intravedervi il pensiero</em><em> anarco-capitalista (2), così diffuso nell’ambiente Tech che ha sostenuto Trump nella corsa elettorale.</em></p>



<p><em>Il 6 marzo, con un altro ordine esecutivo (3), il Presidente USA istituisce una “riserva strategica di bitcoin”, nella previsione di ampliarla ad altre criptovalute al fine di “stabilire una riserva di asset digitali degli Stati Uniti”. Al momento nel conto andranno “tutti i bitcoin detenuti dal Dipartimento del Tesoro che sono stati definitivamente confiscati come parte di procedimenti penali o civili [&#8230;] o in soddisfazione di qualsiasi sanzione pecuniaria civile imposta da qualsiasi Dipartimento esecutivo o agenzia”; ciò non toglie che “il Segretario del Tesoro e il Segretario del Commercio svilupperanno strategie per acquisire ulteriori bitcoin governativi, a condizione che tali strategie siano neutrali per il bilancio e non impongano costi incrementali ai contribuenti degli Stati Uniti”. La società di dati blockchain Arkham Intelligence, che tiene traccia dei grandi portafogli di criptovalute, stima che le attuali disponibilità del governo USA sommino oltre 198.000 Bitcoin (4): al valore di metà marzo, parliamo di circa 17 miliardi di dollari. In sé non è una cifra importante, ma anche in questo caso è la decisione a essere peculiare: una criptovaluta emessa da privati entra tra le riserve di uno Stato. E tra gli addetti ai lavori – pur registrando addirittura delusione perché Trump ha, per ora, negato la possibilità che gli Stati Uniti acquistino bitcoin sul mercato, limitandosi a quelli già confiscati in procedimenti giudiziari – già si immaginano altri Paesi istituire riserve di bitcoin, con ciò che può comportare in termini di crescita per il settore privato delle cripto: “Con l’espansione delle riserve, l’infrastruttura</em> <em>per i servizi finanziari Bitcoin dovrà seguire, tra cui soluzioni di portafoglio, framework di regolamento on-chain e binari più forti tra Bitcoin e sistemi fiat. La riserva segna un cambiamento nel ruolo di Bitcoin all’interno del sistema finanziario globale, da attività speculativa a strumento di riserva macroeconomica legittimo e riconosciuto” (5).</em></p>



<p><em>Il punto da focalizzare, tuttavia, è che</em><em> Trump non è solo. Sempre più figure politiche in corsa alle ultime elezioni statunitensi, trasversalmente tra Repubblicani e Democratici, hanno espresso valutazioni positive sulle criptovalute, spesso modificando la posizione criti</em><em>ca precedentemente assunta. Secondo un Re</em><em>port di </em><em>Public Citizen uscito ad agosto scorso, </em>Big Crypto, Big Spending<em>, le società di cripto hanno fortemente influenzato la tornata elettorale per il Congresso, spendendo milioni di dollari per sostenere o attaccare i candidati a favore o contrari. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati rilevanti, da noi aggiornati a marzo 2025, con tabelle a cura di Paginauno. Il nodo centrale da non perdere di vista, continuando a osser</em><em>vare ciò che accade nell’incrocio tra Stato e mercato, è quanto il settore tech stia conqui</em><em>stando a grandi falcate territori un tempo ontologicamente monopolio di Stato (6), con il potere che ne deriva.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Alle ultime elezioni statunitensi le società di criptovalute hanno investito molto denaro per far sì che la regolamentazione del settore diventi una questione prioritaria per i candidati. Il maggior beneficiario dei versamenti aziendali è stato Fairshake PAC, un super PAC che a giugno 2024 ha raccolto 202,9 milioni – diventati 260 a dicembre 2024 – la maggior parte dei quali proviene da imprese del settore&#8230;</p>



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		<item>
		<title>USA. Mandate for Leadership 2025. Il programma conservatore dell’Heritage Foundation</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/usa-mandate-for-leadership-2025-il-programma-conservatore-dellheritage-foundation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Cosa significa oggi definirsi Conservatore? "Mandate for Leadership 2025" dell’Heritage Foundation è un testo fondamentale per comprendere la crisi della società statunitense e dove stanno andando gli USA, che Trump vinca o meno: un documento da leggere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa significa oggi definirsi Conservatore? <em>Mandate for Leadership 2025</em> dell’Heritage Foundation è un testo fondamentale per comprendere la crisi della società statunitense e dove stanno andando gli USA, che Trump vinca o meno: un documento da leggere</p>
</blockquote>



<p><em>Tutti gli analisti USA concordano nel ritrarre gli Stati Uniti come un Paese spaccato in due: Repubblicani e Democratici, per semplificare, anche se i due partiti non rispecchiano a pieno le sfumature e la complessità di posizioni, su diversi temi, dei cittadini statunitensi. Forse è meglio dire, di nuovo semplificando, conservatori e progressisti, con tutto ciò che storicamente le due definizioni si portano dietro, nella politica interna ed estera degli USA. Che a novembre Trump vinca o meno, dunque, il testo pubblicato nell’aprile 2023 dall’Heritage Foundation, </em>Mandate for Leadership 2025. The Conservative Promise, <em>resta fondamentale per comprendere cosa significhi oggi, negli Stati Uniti, definirsi ‘conservatore’; ricordando che il potente think tank non è l’estremo mondo MAGA, anche se dopo averlo osteggiato nella campagna presidenziale del 2016 si è poi fortemente avvicinato a Trump durante la sua presidenza, riuscendo a influenzarne la politica e, in tutta evidenza, rimanendo a sua volta influenzato. Nell’attuale corsa alla Casa Bianca, Trump h</em><em>a negato che il progetto Heritage rappresenti il suo programma politico, e la fondazione ha affermato di non parlare per alcun candidato o campagna in particolare – anche se diversi estensori del testo hanno fatto parte della precedente amministrazione Trump (1). </em>Mandate for Leadership 2025 <em>(2) conta ben 900 pagine e si presenta come il “lavoro dell’intero movimento conservatore”, il “prodotto </em><em>di oltre 400 studio</em><em>si ed esperti di politica”, “un programma preparato</em> da <em>e </em>per<em> i conservatori </em><em>che saranno pronti il ​​primo giorno della prossima Amministrazione a salvare il nostro Paese”, e una sintesi della prefazione che qui riportiamo – i corsivi contenuti sono del testo originale – dà chiaramente l’idea della visione politica complessiva. Visione che sarebbe errato liquidare velocemente come ‘la solita destra’ tradizionalista e religiosa, anti-statale e neoliberista; non perché non lo sia, ma perché la questione centrale è come la sinistra, anche statunitense, sia riuscita a resuscitare un consenso popolare di massa verso simili posizioni abbracciando globalizzazione e delocalizzazioni, libero mercato e finanziarizzazione dell’economia, e occupandosi principalmente – se non unicamente – di diritti civili e immigrazione.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Quarantaquattro anni fa – si legge nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – gli Stati Uniti e il movimento conservatore erano in grave difficoltà, internamente frammentati e strategicamente alla deriva. Oggi l’America e il movimento conservatore stanno attraversando un’era di divisione e pericolo simile a quella della fine degli anni ‘70. Sotto l’élite dominante e culturale di oggi, l’inflazione sta devastando i bilanci familiari, le morti per overdose di droga continuano ad aumentare, e i bambini soffrono la normalizzazione tossica del transgenderismo, con drag queen e pornografia che invadono le biblioteche scolastiche. Le élite contemporanee hanno persino riutilizzato i peggiori ingredienti del ‘radical chic’ degli anni ‘70 per costruire il culto totalitario noto come ‘The Great Awokening’, la cultura woke, mentre oltreoceano una dittatura comunista totalitaria a Pechino è impegnata in una Guerra Fredda strategica, culturale ed economica contro gli interessi, i valori e il popolo americano. La cosa più allarmante di tutte è che le fondamenta morali della nostra società sono in pericolo.</p>



<p>Il primo <em>Mandate for Leadership </em>fu pubblicato nel gennaio 1981, lo stesso mese in cui Ronald Reagan prestò giuramento alla presidenza. Entro la fine di quell’anno, più del 60% delle sue raccomandazioni erano diventate politiche e Reagan era sulla buona strada per porre fine alla stagnazione, rilanciare la fiducia e la prosperità americane e vincere la Guerra Fredda. Oggi il nostro establishment politico e la nostra élite culturale hanno ancora una volta spinto l’America verso il declino; ma ora conosciamo la via d’uscita, anche se le attuali sfide non sono quelle degli anni ‘70. L’eredità di <em>Mandate for Leadership, </em>e in effetti dell’intera Reagan Revolution, è che se i conservatori vogliono salvare il Paese, abbiamo bisogno di un piano audace e coraggioso. Questo libro è il primo passo in quel piano. I suoi trenta capitoli espongono centinaia di raccomandazioni politiche chiare e concrete per gli uffici della Casa Bianca, i dipartimenti del Gabinetto, il Congresso e le Agenzie, le Commissioni e i Consigli.</p>



<p>Questo libro – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – è il lavoro dell’intero movimento conservatore, esprime raccomandazioni su cui l’accordo è già stato raggiunto all’interno del movimento, e ruota intorno a quattro fronti che decideranno il futuro dell’America:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>ripristinare la famiglia come fulcro della vita americana e proteggere i nostri bambini;</li>



<li>smantellare lo Stato amministrativo e restituire l’autogoverno al popolo americano;</li>



<li>difendere la sovranità, i confini e la ricchezza della nostra nazione dalle minacce globali;</li>



<li>garantire i nostri diritti individuali, concessi da Dio, a vivere liberamente, ciò che la nostra Costituzione chiama “le benedizioni della libertà”.</li>
</ul>



<p>Per quanto riguarda il primo punto – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – il prossimo Presidente conservatore dovrà impegnarsi a perseguire la vera priorità della politica: <em>il benessere della famiglia americana. </em>In molti modi, l’<em>intero </em>scopo della centralizzazione del potere politico è quello di <em>sovvertire </em>la famiglia, sostituendo gli amori e le lealtà <em>naturali </em>delle persone con <em>quelli innaturali.</em> Le istituzioni che fungono da mattoni di qualsiasi società sana sono: matrimonio, famiglia, lavoro, chiesa, scuola, volontariato. La comunità più importante in ognuna delle nostre vite, e nella vita della nazione, è la famiglia, e oggi è in crisi. Il 40% dei bambini nasce da madri nubili, più del 70% per i bambini neri. Non esiste un programma governativo che possa sostituire il vuoto scavato nell’anima di un bambino dall’assenza di un padre: è una delle principali cause della povertà, della criminalità, delle malattie mentali, del suicidio degli adolescenti, dell’abuso di sostanze, del rifiuto della chiesa e dell’abbandono scolastico delle scuole superiori. Il mondo non ha mai visto una società fiorente, sana, libera e prospera in cui la maggior parte dei bambini cresce senza i genitori sposati. Se le tendenze attuali continueranno, ci dirigeremo verso l’implosione sociale.</p>



<p>Oggi la sinistra minaccia lo status di esenzione fiscale delle chiese e delle organizzazioni caritatevoli che rifiutano il progressismo woke; presto si rivolgeranno alle scuole e ai circoli cristiani con lo stesso intento totalitario. Il prossimo Presidente conservatore deve rendere le istituzioni della società civile americana obiettivi difficili per i guerrieri della cultura woke, iniziando con l’eliminazione dei termini ‘orientamento sessuale e identità di genere’, ‘diversità, equità e inclusione’, ‘genere’, ‘uguaglianza di genere’, ‘equità di genere’, ‘consapevolezza di genere’, ‘sensibilità di genere’, ‘aborto’, ‘salute riproduttiva’, ‘diritti riproduttivi’. La pornografia che oggi si manifesta nell’onnipresente propagazione dell’ideologia transgender e nella sessualizzazione dei bambini, non ha diritto alla protezione del Primo Emendamento. I suoi fornitori sono predatori di bambini e sfruttatori misogini delle donne. Il loro prodotto crea dipendenza come qualsiasi droga illecita ed è psicologicamente distruttivo come qualsiasi crimine. La pornografia dovrebbe essere messa al bando. Le persone che la producono e la distribuiscono dovrebbero essere imprigionate. Gli educatori e i bibliotecari pubblici che la distribuiscono dovrebbero essere classificati come criminali sessuali registrati. E le aziende di telecomunicazioni e tecnologia che ne facilitano la diffusione dovrebbero essere chiuse. E nelle nostre scuole, la questione dell’autorità dei genitori sull’istruzione dei figli è semplice: le scuole sono al servizio dei genitori, non viceversa.</p>



<p>Ma le promesse pro-famiglia espresse in questo libro, e centrali per l’agenda del prossimo Presidente conservatore, devono andare ben oltre la tradizionale e ristretta definizione di “problemi familiari”. Ogni minaccia alla stabilità familiare deve essere affrontata. Considerate il nostro approccio alle Big Tech: le peggiori di queste aziende si approfittano dei bambini, come gli spacciatori, per renderli dipendenti dalle loro app mobili. Molti dirigenti della Silicon Valley notoriamente non lasciano che <em>i loro figli </em>abbiano smartphone, tuttavia guadagnano miliardi di dollari rendendo dipendenti i figli degli altri. TikTok, Instagram, Facebook, Twitter e altre piattaforme di social media sono specificamente progettate per creare le dipendenze digitali che alimentano la malattia mentale e l’ansia, per logorare i legami dei bambini con i genitori e i fratelli. La politica federale non può permettere che continui questo abuso sui minori su scala industriale.</p>



<p>Infine, i conservatori dovrebbero celebrare con gratitudine la più grande vittoria pro-famiglia di una generazione: l’annullamento della sentenza sull’aborto <em>Roe v. Wade</em><em>, </em>una decisione che per cinque decenni ha preso in giro la nostra Costituzione e ha facilitato la morte di decine di milioni di bambini non ancora nati. Ma la decisione <em>Dobbs </em>è solo l’inizio. I conservatori negli Stati e a Washington, inclusa la prossima Amministrazione conservatrice, dovrebbero spingere il più possibile per proteggere i nascituri in ogni giurisdizione americana. In sintesi, il prossimo Presidente ha la responsabilità morale di guidare la nazione nel ripristino di una cultura della vita in America.</p>



<p>In merito al secondo punto – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – per smantellare lo Stato amministrativo e restituire l’autogoverno al popolo americano, il modo più sicuro è ridurre le dimensioni del governo federale, e la sua portata, a qualcosa che assomigli all’intento costituzionale originale. I conservatori desiderano un governo più piccolo non per il suo bene in sé, ma per il bene della prosperità umana.</p>



<p>Considerate il bilancio federale. In base alla legge attuale, il Congresso è tenuto ad approvare un bilancio (e 12 progetti di legge di spesa specifici per argomento) ogni singolo anno; l’ultima volta che l’ha fatto è stato nel 1996. Perché i leader dei partiti negoziano un disegno di legge di spesa multimiliardario, lungo diverse migliaia di pagine, e poi lo votano prima che chiunque, letteralmente, abbia avuto la possibilità di leggerlo. Il tempo del dibattito è limitato. Gli emendamenti sono proibiti. E tutto questo è sostenuto da una deadline di mezzanotte, quando il precedente disegno di legge di spesa “omnibus” scadrà e il governo federale “chiuderà i battenti”. Questo processo non è stato concepito per dare potere a 330 milioni di cittadini americani e ai loro rappresentanti eletti, ma piuttosto alle élite dei partiti che negoziano segretamente senza alcun controllo o supervisione pubblica. Il comportamento e gli incentivi dei leader del Congresso non sono diversi da quelli delle élite globali, le quali isolano le decisioni politiche (su clima, commercio, salute pubblica ecc.) dalla sovranità degli elettori nazionali. Il controllo pubblico e la responsabilità democratica rendono la vita più dura ai decisori politici, quindi li aggirano. Non è disfunzione: è corruzione.</p>



<p>Abbiamo poi il potere dello ‘Stato amministrativo’. Il Congresso approva leggi intenzionalmente vaghe che delegano il processo decisionale a un’Agenzia federale, i cui burocrati, non solo non eletti ma apparentemente non licenziabili, colgono al volo l’occasione per colmare il vuoto creato dalla codardia pavoneggiante del Congresso. Così abbiamo:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una combinazione di burocrati eletti e non eletti presso L’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, che strangola silenziosamente la produzione energetica nazionale attraverso processi normativi difficili da comprendere;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento della Sicurezza Interna, che ordinano alle Agenzie di controllo delle frontiere e dell’immigrazione di aiutare i migranti a entrare impunemente nel nostro Paese in modo criminale;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento dell’Istruzione, che iniettano razzismo, anti-americanismo, propaganda astorica nelle aule scolastiche americane;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento di Giustizia, che costringono i distretti scolastici a minare gli sport femminili e i diritti dei genitori per soddisfare gli estremisti transgender;</li>



<li>i burocrati woke del Pentagono, che costringono le truppe a partecipare a seminari di “addestramento” sul “privilegio bianco”;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento di Stato, che infondono nei programmi di aiuti esteri degli Stati Uniti un estremismo consapevole riguardo all’“intersezionalità” e all’aborto.</li>
</ul>



<p>C’è poi un’altra questione: la spesa federale incontrollata è la linfa vitale segreta del Great Awokening. Quasi ogni centro di potere detenuto dalla sinistra è finanziato o sostenuto, in un modo o nell’altro, attraverso la burocrazia del Congresso.</p>



<p>Negli affari esteri, nella strategia globale, nel bilancio federale e nell’elaborazione delle politiche, lo stesso schema emerge ripetutamente: le élite centralizzano il potere verso l’alto e lontano dal popolo americano: verso trattati e organizzazioni sovranazionali, verso ‘esperti’ di sinistra, verso i burocrati di carriera non eletti dello Stato amministrativo.</p>



<p>Lo Stato amministrativo non andrà da nessuna parte finché il Congresso non agirà per recuperare il proprio potere dai burocrati e dalla Casa Bianca. Ma nel frattempo, ci sono molti strumenti esecutivi che un coraggioso Presidente conservatore può usare per ammanettare la burocrazia, spingere il Congresso a tornare alla sua responsabilità costituzionale, restituire il potere su Washington al popolo americano, riportare lo Stato amministrativo all’obbedienza e indebolire e de-finanziare i guerrieri della cultura woke che si sono infiltrati in ogni istituzione in America. <em>The Conservative Promise </em>illustra come utilizzare molti di questi strumenti, tra cui: come licenziare burocrati federali presumibilmente ‘non licenziabili’; come chiudere uffici e sedi corrotte e dispendiose; come mettere a tacere la propaganda woke a <em>ogni </em>livello di governo; come ripristinare l’autorità costituzionale del popolo americano sullo Stato amministrativo; e come risparmiare innumerevoli soldi dei contribuenti, facendo queste cose. Infine, il Presidente può ripristinare la fiducia e la responsabilità del pubblico nei confronti della nostra funzione governativa più importante di tutte: la difesa nazionale. Il popolo americano desidera un esercito pieno di militari altamente qualificati in grado di proteggere la patria e i nostri interessi all’estero. Il prossimo Presidente conservatore deve porre fine agli esperimenti sociali di sinistra con l’esercito, ripristinare <em>la guerra </em>come sua unica missione e stabilire la sconfitta della minaccia del Partito Comunista Cinese come sua massima priorità.</p>



<p>Terzo punto: difendere la sovranità, i confini e la ricchezza della nostra nazione dalle minacce globali. Gli Stati Uniti appartengono a “Noi il popolo” – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em>. Ogni autorità governativa deriva dal consenso del popolo, e il successo della nostra nazione deriva dal carattere del suo popolo. Il diritto del popolo americano a governare se stesso è il rovescio del nostro dovere: non possiamo delegare ad altri il nostro obbligo di garantire le condizioni che consentono alle nostre famiglie, comunità locali, chiese e sinagoghe e quartieri, di prosperare. La responsabilità ricade su ognuno di noi, quindi ognuno di noi deve avere la libertà di perseguire il bene per se stesso e per coloro che sono affidati alle nostre cure. Per la maggior parte degli americani, questo è buon senso. Ma a Washington DC e in altri centri di potere di sinistra come i media e l’accademia, questa affermazione di educazione civica di base è bollata come incitamento all’odio. Le élite progressiste parlano in termini altisonanti di <em>apertura, progresso, competenza, cooperazione </em>e <em>globalizzazione. </em>Ma troppo spesso, questi termini sono solo cavalli di Troia retorici che nascondono la loro vera intenzione: spogliare “Noi, il popolo” della nostra autorità costituzionale sul futuro del nostro Paese.</p>



<p>Le élite aziendali e politiche americane non credono negli ideali a cui è dedicata la nostra nazione: autogoverno, stato di diritto e libertà ordinata. Di certo non si fidano del popolo americano e disdegnano le restrizioni che la Costituzione pone alle loro ambizioni. Credono in una sorta di ordine wilsoniano del XXI secolo secondo il quale l’élite manageriale ‘illuminata’ e altamente istruita gestisce ogni cosa, anziché le umili e patriottiche famiglie operaie che costituiscono la maggioranza di quello che le élite chiamano con disprezzo “fly-over country”. Ma la raffinatezza intellettuale, i titoli di studio avanzati, il successo finanziario e tutti gli altri indicatori dello status di élite, non hanno alcuna attinenza con la conoscenza dell’unica questione maggiormente necessaria per governare: cosa significa vivere bene. Questa conoscenza è disponibile a ciascuno di noi, non importa quanto umili siano le nostre origini o quanto modesti siano i nostri risultati. È possibile leggere nel libro della natura umana, di cui tutti noi abbiamo la chiave per il solo fatto di possedere la nostra comune umanità. Una delle grandi premesse della vita politica americana è che chiunque possa leggere in quel libro, deve avere voce nel decidere il corso e il destino della nostra Repubblica.</p>



<p>I politici progressisti e gli esperti americani, o non riescono a comprendere questa premessa, o la rifiutano intenzionalmente. Sostengono con entusiasmo organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite e l’Unione europea, che sono gestite quasi interamente da persone che condividono i loro valori e sono per lo più isolate dall’influenza delle elezioni nazionali. Ecco perché sono ansiosi che l’America firmi trattati internazionali su tutto, dai brevetti farmaceutici al cambiamento climatico ai “diritti del bambino”, e perché quei trattati invariabilmente approvano politiche che non potrebbero <em>mai </em>passare attraverso il Congresso degli Stati Uniti.</p>



<p>Ecco perché la sinistra progressista di oggi sostiene così sfacciatamente le frontiere aperte, nonostante la crisi umanitaria senza legge che la sua politica ha creato lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. Cerca di epurare il concetto stesso di Stato-nazione dall’ethos americano, non importa quanto questo aumenti la criminalità o diminuisca le risorse per scuole e ospedali o i salari per la classe operaia. L’attivismo per le frontiere aperte è un classico esempio di ciò che il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer chiamava “grazia a buon mercato”: promuovere pubblicamente la propria virtù senza rischiare alcun inconveniente personale. In effetti, l’unico impatto diretto delle frontiere aperte sulle élite pro-frontiere aperte è che il flusso costante di immigrazione illegale diminuisce i salari delle loro governanti, dei loro giardinieri e camerieri.</p>



<p>“Grazia a buon mercato” descrive appropriatamente anche la relazione amorosa della sinistra con l’estremismo ambientalista: coloro che soffrono di più delle politiche che l’ambientalismo vorrebbe mettessimo in atto sono gli anziani, i poveri e i vulnerabili. Nel profondo, l’estremismo ambientale è decisamente anti-umano. La tutela e la conservazione sono soppiantate dal controllo della popolazione e dalla regressione economica. Gli ideologi ambientalisti vieterebbero i carburanti che alimentano quasi tutte le auto, gli aerei, le fabbriche, le fattorie e le reti elettriche del mondo.</p>



<p>Gli stessi obiettivi sono il cuore del sostegno dell’élite alla globalizzazione economica. Per trent’anni, i leader politici, economici e culturali americani hanno abbracciato e arricchito la Cina comunista e il suo genocida Partito Comunista, svuotando al contempo la base industriale dell’America. Ciò che poteva essere iniziato con buone intenzioni è ora diventato chiaro. Il commercio senza restrizioni con la Cina è stato una catastrofe. Ha reso una manciata di aziende americane enormemente redditizie, distorcendo i loro incentivi commerciali <em>dai </em>bisogni del popolo americano. Per una generazione, i politici di entrambi i partiti hanno promesso che l’impegno con Pechino avrebbe fatto crescere la nostra economia, iniettando al contempo i valori americani in Cina. È accaduto il contrario. Le fabbriche americane hanno chiuso. I posti di lavoro sono stati esternalizzati. La nostra economia manifatturiera è stata finanziarizzata. E per tutto il tempo, le aziende che ne hanno tratto profitto non sono riuscite a esportare i nostri valori di diritti umani e libertà; piuttosto, hanno importato i valori antiamericani della Cina nei loro piani alti.</p>



<p>Poi è arrivata l’ascesa di Big Tech, che ora è meno un <em>contributore </em>all’economia statunitense e più uno strumento del governo cinese. In cambio di manodopera a basso costo e di un trattamento speciale normativo da parte di Pechino, le più grandi aziende tecnologiche americane incanalano dati sugli americani verso il PCC. Consegnano proprietà intellettuali sensibili con applicazioni militari e di intelligence per continuare a far circolare i soldi. Lasciano che Pechino censuri gli utenti cinesi sulle loro piattaforme. Lasciano che il PCC stabilisca le proprie politiche aziendali sulle app mobili. E interferiscono a favore delle priorità politiche del nostro rivale a Washington. Se si vuole comprendere il pericolo rappresentato dalla collaborazione tra Big Tech e PCC, basta guardare TikTok: utilizzata da 80 milioni di americani ogni mese e incredibilmente popolare tra le ragazze adolescenti, è in effetti uno strumento di spionaggio cinese. I legami tra TikTok e il governo cinese non sono laschi e non sono una coincidenza. Lo stesso si può osservare in molti college e università degli Stati Uniti: attraverso gli Istituti Confucio del PCC, Pechino è riuscita a compromettere e cooptare il nostro sistema di istruzione superiore tanto quanto ha fatto con le aziende americane. Si tratta insomma di capire due cose: la Cina è un nemico totalitario degli Stati Uniti, non un partner strategico o un concorrente leale; le élite americane hanno tradito il popolo americano.</p>



<p>Tutti questi problemi si risolvono non potando e rimodellando le foglie, ma sradicando gli alberi, radici e rami. Le organizzazioni e gli accordi internazionali che erodono la nostra Costituzione, lo stato di diritto o la sovranità popolare, non dovrebbero essere riformati: dovrebbero essere abbandonati. L’immigrazione illegale dovrebbe essere fermata, non mitigata; il confine sigillato, non riorganizzato. L’impegno economico con la Cina dovrebbe essere interrotto, non ripensato. La nostra base manifatturiera e industriale dovrebbe essere ripristinata, non deteriorata ulteriormente. Gli Istituti Confucio, TikTok e qualsiasi altro ramo della propaganda e dello spionaggio cinese dovrebbero essere messi fuori legge, non semplicemente monitorati. Le università che prendono soldi dal PCC dovrebbero perdere il loro accredito, carattere e idoneità ai fondi federali.</p>



<p>Il prossimo Presidente conservatore dovrebbe poi andare oltre la mera difesa degli interessi energetici americani e passare all’offensiva, affermandoli in tutto il mondo. Il predominio americano sul mercato energetico globale sarebbe una buona cosa, per il mondo e, cosa più importante, per <em>“Noi, il popolo”. </em>Non si tratta solo di posti di lavoro, anche se scatenare la produzione energetica interna ne creerebbe milioni; non si tratta solo di salari più alti per i lavoratori che non sono andati all’università, anche se riceverebbero gli aumenti che hanno perso per due generazioni. Il dominio strategico energetico a spettro completo faciliterebbe il rilancio dell’intero settore industriale e manifatturiero americano, mentre separiamo la nostra economia dalla Cina. A livello globale, riequilibrerebbe il potere lontano dai regimi pericolosi in Russia e Medio Oriente. Costruirebbe potenti alleanze con nazioni in rapida crescita in Africa, e ci fornirebbe la leva per contrastare le ambizioni cinesi in Sud America e nel Pacifico. A livello locale, guiderebbe miliardi di dollari di investimenti privati nelle comunità che sono state colpite dalla globalizzazione dagli anni ‘90.</p>



<p>Infine l’ultimo punto: garantire i nostri diritti individuali, concessi da Dio, a vivere liberamente, ciò che la nostra Costituzione chiama “le benedizioni della libertà”. La Dichiarazione d’Indipendenza – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – ha affermato la convinzione dei Padri Fondatori dell’America che “tutti gli uomini sono creati uguali” e dotati di diritti dati da Dio alla “Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità”. È quest’ultimo, “la ricerca della Felicità”, a essere centrale nell’eroico esperimento americano di autogoverno. Quando i Fondatori parlavano di “ricerca della Felicità”, ciò che intendevano oggi potrebbe essere inteso in sostanza come “ricerca della Beatitudine”. Vale a dire, un individuo deve essere libero di vivere come ordinato dal suo Creatore, di prosperare. La nostra Costituzione concede a ciascuno di noi la libertà di fare non ciò che vogliamo, ma ciò che dovremmo. Questa ricerca della buona vita si trova principalmente nella famiglia: matrimonio, figli, cene del Ringraziamento e simili. Molti trovano la felicità attraverso il loro lavoro. Pensate agli insegnanti appassionati o ai professionisti sanitari che conoscete, agli imprenditori o agli idraulici che si buttano nelle loro attività, a chiunque veda un lavoro ben fatto come una ricompensa personale. La devozione religiosa e la spiritualità sono le più grandi fonti di felicità in tutto il mondo.</p>



<p>Gli Stati Uniti restano la società più innovativa e in ascesa al mondo. Il governo dovrebbe smettere di cercare di sostituire le proprie preferenze a quelle del popolo, e il prossimo Presidente conservatore dovrebbe sostenere il genio dinamico della libera impresa contro le cupe miserie del socialismo diretto dall’élite. Le immagini satellitari notturne della penisola coreana mostrano il sud del Paese, dominato dal libero mercato, illuminato, con case, aziende e città elettrificate da una costa all’altra. Al contrario, la Corea del Nord comunista è quasi completamente oscura, fatta eccezione per il piccolo puntino della capitale, Pyongyang, dove un dittatore psicotico e i suoi compari vivono. L’impero sovietico è stato un fallimento sociale ed economico. La Corea del Nord, nonostante l’opulenza dei suoi tiranni, è una delle nazioni più povere del mondo. Cuba è così corrotta che la sua gente rischia regolarmente la vita per scappare in Florida su zattere. Il Venezuela era un tempo la nazione più ricca del Sud America; oggi, un decennio dopo che un dittatore marxista ha preso il potere, il 94% dei venezuelani vive in povertà. Persino lo Stato natale del senatore socialista Bernie Sanders, il Vermont, è stato costretto ad abrogare il sistema sanitario statale come pagatore unico appena tre anni dopo averlo creato.</p>



<p>Vediamo la stessa corruzione espressa a livello individuale ogni volta che gli attivisti miliardari per il clima, che vogliono mettere al bando i trasporti alimentati a carbonio, volano a conferenze di alto livello sui loro jet privati. O quando i politici favorevoli alle chiusura per il Covid-19, come l’ex presidente della Camera Nancy Pelosi e il governatore della California Gavin Newsom, sono stati sorpresi dal parrucchiere o a cenare in ristoranti di lusso dopo aver fatto la morale su come tutti gli altri, durante la pandemia, dovessero stare a casa e rinunciare a tali lussi. Per i socialisti, che sono quasi sempre benestanti, il socialismo non è un mezzo per pareggiare i risultati, ma un mezzo per accumulare potere.</p>



<p>Al contrario, nei Paesi con un alto grado di libertà economica, le élite non sono al comando perché <em>tutti </em>sono al comando. Le persone lavorano, costruiscono, investono, risparmiano e creano secondo i propri interessi e al servizio del bene comune dei loro concittadini.</p>



<p>Il prossimo Presidente dovrebbe promuovere politiche economiche pro-crescita che stimolino nuovi posti di lavoro e investimenti, salari più alti e produttività. L’agenda dovrebbe includere la riforma fiscale e normativa e l’applicazione delle norme antitrust contro i monopoli aziendali. Dovrebbe promuovere opportunità educative al di fuori del sistema dominato dai woke di scuole pubbliche e università, tra cui scuole professionali, programmi di apprendistato e alternative ai prestiti agli studenti che finanziano i loro sogni e non gli accademici marxisti. Dovrebbe reprimere la corruzione del capitalismo clientelare che consente alle più grandi aziende americane di trarre profitto dall’influenza politica piuttosto che dall’impresa competitiva e dalla soddisfazione del cliente.</p>



<p>Sono anche necessarie riforme analoghe pro-crescita per la società civile americana. L’America non è un’economia; è un Paese. La libertà economica non è l’unica libertà importante. La libertà di religione, la libertà di parola e la libertà di riunione rappresentano anch’esse componenti chiave della promessa americana. Oggi, oltre al problema della censura delle Big Tech, vediamo oratori universitari zittiti, genitori indagati e arrestati per aver tentato di parlare alle riunioni del consiglio scolastico, e donatori di cause conservatrici molestati e intimiditi. Il prossimo Presidente conservatore deve difendere i nostri diritti del Primo Emendamento.</p>



<p>Questo libro, questo programma, l’intero <em>Progetto 2025</em> – conclude la Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – è un piano per unire il movimento conservatore e il popolo americano contro il dominio delle élite e i guerrieri della cultura woke.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://www.cbsnews.com/news/what-is-project-2025-trump-conservative-blueprint-heritage-foundation/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cbsnews.com/news/what-is-project-2025-trump-conservative-blueprint-heritage-foundation/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Qui il testo completo <a href="https://static.project2025.org/2025_MandateForLeadership_FULL.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://static.project2025.org/2025_MandateForLeadership_FULL.pdf</a></p>
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			</item>
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		<title>Il popolo di Trump</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-popolo-di-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed 'etnicizzazione' della working class]]></description>
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<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed &#8216;<em>etnicizzazione</em>&#8216; della working class</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nonostante la sconfitta elettorale nelle presidenziali del 3 novembre scorso, l’America non ha abbandonato Trump: The Donald ha ottenuto 74 milioni di voti, 12 milioni in più del 2016 – il che fa di lui il candidato più votato nella storia americana, Joe Biden a parte. Il presidente uscente è riuscito a convincere più del 70% dei suoi elettori (1) che la presidenza gli sia stata sottratta con la frode, e le sue <em>truppe</em> hanno lottato con lui in tribunale, sui media e per le strade fino alla fine, quel 6 gennaio in cui fedelissimi sostenitori hanno preso d’assalto Capitol Hill per impedire che il Congresso ne certificasse la sconfitta. Durante la <em>transition</em> molto si è parlato del rifiuto di Trump di concedere la vittoria, della sua dipendenza dai social media, del suo equilibrio mentale sempre più in bilico, della nuova procedura di <em>impeachement </em>a seguito dei fatti del 6 gennaio, dell’America spaccata in due; ma quasi nessuno si è interrogato sul perché una metà degli americani continui a sostenerlo nel bene e nel male, contro ogni previsione e, a volte, anche contro il proprio interesse.</p>



<p>Dai dati finora disponibili (che non comprendono, purtroppo, un’analisi del voto postale, il cui peso, in questi tempi pandemici, è stato tutt’altro che marginale), le presidenziali del 2020 hanno finito per assomigliare molto a quelle del 2016, in palese controtendenza rispetto ai sondaggi pre-elettorali, tutti solidamente pro Biden. Lo conferma Charles H. Stewart, direttore e fondatore del MIT’s Election Data and Science Lab (2): “Ci sono stati lievi cambiamenti, ma […] molto meno drammatici di quanto ci hanno fatto credere i sondaggi. Semmai, alcune tendenze si sono rafforzate, come la prevalenza del voto <em>Dem</em> fra l’elettorato under 30. In tutti gli altri gruppi di età (30-44, 45-64, 65 e oltre) il divario fra i due contendenti è stato abbastanza ridotto”. Trump ha anche perso un po’ di appeal tra gli elettori a basso reddito, ma l’ex presidente, grazie alla sua politica fiscale, ha guadagnato tra gli elettori con redditi familiari superiori a 100.000 dollari l’anno. Pur non essendoci ancora prove concrete a riguardo, Stewart ritiene che l’aumento dell’affluenza alle urne, al livello più alto mai raggiunto storicamente (3) e determinante per il risultato finale, sia stato alimentato dal voto dei giovani e della comunità latina, due categorie che “storicamente sono state significativamente sotto-rappresentate nell’elettorato” e che hanno scelto in massima parte Biden (con l’eccezione dei giovani maschi bianchi, sostenitori di Donald Trump). Per il resto, poco o nulla è cambiato dal novembre 2016, quando gli USA hanno decretato il successo del presidente più antipolitico della storia americana.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il voto del 2016</h4>



<p>Una delle più grandi sfide che devono affrontare coloro che cercano di capire le elezioni americane è stabilire un ritratto accurato dell’elettorato statunitense e delle sue scelte. Ottenere dati precisi è difficile per tutta una serie di ragioni (fra cui la poca affidabilità degli exit poll), ma il Pew Research Center (un think tank americano apartitico con sede a Washington D.C. che fornisce dati su questioni sociali, opinione pubblica e tendenze demografiche negli Stati Uniti e nel resto del mondo) è riuscito nel 2018 ad arginare il problema introducendo un nuovo approccio, che combina, attraverso una metodologia statistica, i membri del suo panel di ricerca (il <em>National Representative American Trends Panel</em>) con i file degli elettori (che le autorità amministrative rendono disponibili alcuni mesi dopo il voto). Il Pew ha così ottenuto un gruppo di “elettori verificati”, le cui preferenze di voto nel complesso rispecchiano molto da vicino i risultati delle elezioni (4). Intervistando questi elettori verificati è stato possibile realizzare l’analisi più precisa (almeno fino a oggi) delle preferenze di voto in una elezione presidenziale, e la ricerca è divenuta la fonte più attendibile (e più citata) della nuova geografia elettorale USA.</p>



<p>Fra i fattori che sono emersi come fortemente correlati alle decisioni di voto alcuni sono noti da tempo (per esempio l’etnia), altri sono meno intuitivi (per esempio il grado di scolarizzazione). Complessivamente, i bianchi con un’istruzione universitaria di quattro anni o più costituivano il 30% di tutti gli elettori convalidati. Tra questi, il 55% ha detto di aver votato per la Clinton e il 38% per Trump. Ma nel gruppo molto più grande di elettori bianchi che <em>non</em> hanno completato il college (il 44% di tutti gli elettori), Trump ha conquistato il 64% dei voti e la Clinton il 28%: una vittoria schiacciante. Lo spostamento del voto della <em>working class</em> bianca dai candidati democratici a quelli del GOP (acronimo di Good Old Party, come viene chiamato il partito repubblicano USA) ha rappresentato la tendenza politica più importante emersa dalle elezioni presidenziali 2016.</p>



<p>Per quanto riguarda invece le preferenze raggruppate per sesso, età e stato civile, le donne hanno in maggioranza votato Clinton (il 54%, contro il 41% fra gli uomini) e il divario di genere è stato particolarmente significativo tra gli elettori convalidati più giovani di 50 anni, dove la Clinton ha ottenuto il 63% delle preferenze femminili contro il 43% di quelle maschili. Di conseguenza, il voto maschile è sostanzialmente pro Trump. Tra gli elettori sposati (il 52% del campione) Trump ha ottenuto una maggioranza del 55%; fra gli elettori non sposati la situazione si è ribaltata, favorendo la Clinton con il 58% dei voti. Nel 2016, solo il 13% degli elettori convalidati aveva meno di 30 anni, ma questa fascia d’età ha preferito decisamente la Clinton rispetto a Trump (con un margine di 58% a 28%, mentre il 14% ha sostenuto uno dei candidati terzi). Tra gli elettori dai 30 ai 49 anni, il 51% ha sostenuto Clinton, mentre Trump ha vinto tra gli elettori dai 50 ai 64 anni (51% a 45%) e fra quelli dai 65 anni in su (53% a 44%). Quindi le donne, i single e i giovani votano in maggioranza Dem, mentre le famiglie e gli anziani votano Trump.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="363" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg" alt="" class="wp-image-4873" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Dobbiamo notare, tuttavia, che anche nel 2016, così come accade di solito negli USA, le scelte degli elettori e l’affiliazione al partito sono stati quasi sinonimi. Gli elettori repubblicani convalidati hanno riferito di aver scelto Trump con un margine di 92% a 4%, mentre i democratici hanno sostenuto la Clinton con un 94% a 5%. Il circa un terzo (34%) dell’elettorato che si è identificato come indipendente ha diviso i suoi voti in modo quasi equo (43% Trump, 42% Clinton).</p>



<p>Analogamente, il voto del 2016 è stato fortemente correlato alla coerenza ideologica. Collocando gli intervistati in cinque categorie che vanno da “coerentemente conservatore” a “coerentemente liberale” sulla base di una scala composta da dieci valori politici (di cui fanno parte per esempio le opinioni sull’etnia, l’omosessualità, l’ambiente, la politica estera e la rete di sicurezza sociale), praticamente tutti gli elettori convalidati con valori coerentemente liberali hanno votato per Clinton (95%), mentre quasi tutti quelli con valori coerentemente conservatori hanno scelto Trump (98%). Coloro che avevano opinioni conservatrici sulla maggior parte dei valori politici (“prevalentemente conservatori”) hanno favorito Trump (87% a 7%), mentre la Clinton ha vinto, ma in misura meno schiacciante, fra i “prevalentemente liberali” (78%-13%). Fra gli elettori con un profilo ideologico misto (un terzo del totale), vince di misura Trump (48%).</p>



<p>Gli elettori americani storicamente sono nettamente divisi lungo le linee religiose, e questo si è mantenuto costante anche nel 2016. I protestanti costituivano circa la metà dell’elettorato e hanno riferito di aver votato per Trump rispetto alla Clinton con un margine di 56% a 39%. I cattolici erano più equamente divisi: il 52% ha riferito di aver votato per Trump, mentre il 44% ha detto di sostenere la Clinton; tuttavia, i cattolici bianchi non ispanici hanno sostenuto Trump con un rapporto di circa due a uno (64% a 31%), mentre i cattolici ispanici hanno nettamente favorito la Clinton con uno schiacciante 78%. Fra coloro non affiliati alla religione – atei, agnostici e quanti hanno detto che per loro la religione non è “niente di particolare” – una decisa maggioranza ha dichiarato di aver votato per Clinton (65%).</p>



<p>All’interno della tradizione protestante, gli elettori si sono spaccati a seconda dell’etnia: i protestanti evangelici bianchi, a cui appartengono un elettore su cinque, sono stati costantemente tra i più forti sostenitori dei candidati repubblicani e hanno sostenuto Trump con un margine di 77% a 16% (e questo dato è quasi identico al vantaggio di 78% a 16% che Mitt Romney aveva su Barack Obama tra gli evangelici bianchi nei sondaggi del Pew Research Center alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012). Tra i bianchi affiliati al protestantesimo principale – chiese episcopali, presbiteriane, metodiste e luterane – che rappresentano il 15% degli elettori in generale, il 57% ha detto di aver votato per Trump e il 37% ha riferito di aver votato per Clinton. Clinton ha tuttavia vinto in modo schiacciante tra i protestanti neri (96% contro il 3% per Trump).</p>



<p>Infine, per quanto riguarda la distinzione in base al reddito, i democratici vincono sia tra gli elettori con i redditi più alti che tra quelli con i redditi più bassi. Gli elettori che riportano redditi familiari annuali uguali o superiori a 150.000 dollari hanno votato il partito democratico, con un margine di 59% a 39%; come pure gli elettori all’altro estremo, quelli con un reddito inferiore ai 30.000 (62% a 34%). Viceversa, gli elettori con redditi compresi fra 30.000 e i 74.999 dollari hanno scelto in maggioranza il Partito Repubblicano (54% a 44%).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profili demografici e politici degli elettori USA</h4>



<p>Come è facile immaginare, le coalizioni che hanno sostenuto i due candidati nella corsa alle presidenziali sono molto diverse fra loro. Queste differenze rispecchiano gli ampi cambiamenti avvenuti nelle composizioni dei due partiti, che sono oggi più dissimili, dal punto di vista demografico, di quanto sia mai accaduto negli ultimi due decenni. La coalizione democratica raccoglie il voto femminile (61% alla Clinton); gli elettori giovani (il 48% degli elettori Dem ha meno di 50 anni); i cittadini con un alto grado di istruzione (il 43% sono almeno laureati); e circa un terzo degli elettori (il 32%) che vive in un contesto urbano. Viceversa, la coalizione GOP è molto più semplice da definire dal punto di vista demografico: i bianchi costituiscono quasi 9 su 10 sostenitori di Trump (88%); di questi, il 63% non ha un diploma di laurea e il 35% abita in una zona rurale.</p>



<p>Si delineano quindi tre punti fondamentali di discontinuità fra l’elettorato Democratico e Repubblicano statunitense: l’etnia, il livello di scolarizzazione e la zona geografica di appartenenza. Queste differenze sostanziali sono alla base delle divisioni profonde che scuotono oggi gli USA e vedono scontrasti in blocchi contrapposti i bianchi contro i neri, le persone ben istruite contro coloro che hanno a disposizione un’istruzione solo di base e gli Stati rurali contro quelli delle fasce costiere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La working class: ‘etnicizzare’ la situazione economica</h4>



<p>Chi sono gli elettori della <em>working class bianca</em> che costituisce il bacino elettorale più importante di Trump, la cosiddetta ‘base’? Negli USA, i cittadini bianchi senza un’istruzione superiore (<em>college degree</em>) sono spesso chiamati ‘classe operaia’, ma questa etichetta viene usata in modo piuttosto semplicistico. In realtà, la base trumpiana non è composta tanto da ‘colletti blu’, cioè da operai e lavoratori edili, quanto da un mix socioeconomico definito <em>sia</em> dai livelli di reddito, <em>sia</em> dai livelli di istruzione, e cioè da coloro che non hanno un diploma di laurea e che hanno un reddito familiare annuo inferiore alla mediana USA (5). Comprende anche i proprietari di piccole imprese e coloro che lavorano nei servizi, spesso con profili impiegatizi (i cosiddetti ‘colletti bianchi’), e le donne che lavorano, per esempio, nel settore sanitario e nella cura della persona (i cosiddetti ‘colletti rosa’). </p>



<p>In effetti, nel 2016 Trump non ha guadagnato la sua quota maggiore di voti tra i bianchi più poveri d’America, ma tra quelli della ‘classe media’ (un’etichetta <em>catch-all</em> usata per descrivere tutti coloro che si collocano tra i ricchi e chi vive sotto la soglia di povertà). Secondo <em>Identity Crisis: the 2016 Presidential Campaign and the Battle for the Meaning of America</em> (autori John Sides, Michael Tesler e Lynn Vavreck), un libro ampiamente lodato sulle elezioni del 2016, Trump avrebbe “etnicizzato” la situazione economica (<em>racialised economics</em>) promuovendo con successo presso gli americani bianchi “the belief that undeserving groups are getting ahead while your group is left behind”, cioè la convinzione che i gruppi etnici meno meritevoli stessero migliorando il proprio status mentre i bianchi venivano lasciati indietro. Così, nel 2016, sono stati gli elettori bianchi a infilare Trump nello studio ovale, con un sonoro 54% contro il 39% della Clinton, e le prime stime del voto 2020 (sebbene ancora incomplete o parzialmente inesatte) mostrano che The Donald ha addirittura migliorato la sua performance conquistando il 57% dell’elettorato bianco (<em>versus</em> il 42% ottenuto da Joe Biden). Lo conferma un sondaggio condotto da Edison Research per il National Election Pool, che ha intervistato 15.590 elettori all’uscita dal seggio o per telefono (nel caso di voto postale) (6).</p>



<p>I bianchi sono sempre stati la chiave del successo di Donald Trump: nonostante i suoi guadagni nel 2020 anche tra gli elettori di colore e i latini, la base di Trump è sempre stata la gente bianca. E poiché gli elettori bianchi costituiscono la maggioranza dell’elettorato – il 65% secondo Edison Research – essi costituiscono di gran lunga il blocco più grande che lo sostiene.</p>



<p>Fra loro ci sono i bianchi completamente allineati con Trump, quelli che votano per la <em>whiteness</em> (la <em>bianchezza</em>) indipendentemente dallo status socioeconomico o dal livello di istruzione che hanno raggiunto, come i gruppi suprematisti bianchi, ma ce ne sono altri che sono disposti a ignorare qualche aspetto sgradevole della politica trumpiana in favore della sua posizione sulle questioni che li riguardano più da vicino. Per esempio, ci possono essere elettori che non sono d’accordo con la retorica razzista di Trump, ma non se ne preoccupano perché sono antiabortisti oppure favorevoli alle armi e contro le tasse per i super ricchi, e “possono essere in grado di distogliere convenientemente lo sguardo dalle sue politiche di separazione dei figli degli immigrati [dai genitori] perché amano la sua promessa di mettere l’America al primo posto. Invece di affrontare il motivo per cui le proteste antirazziste sono scoppiate nei piccoli paesi e nelle città di tutta la nazione, vogliono solo che le cose tornino alla normalità. A loro, <em>law and order</em> sembra una buona soluzione” (7).</p>



<p>Le donne bianche sembrano aver sostenuto Trump in numero simile o addirittura maggiore nelle ultime elezioni rispetto al 2016. Il 55% delle elettrici bianche ha votato per Trump, secondo gli exit poll di Edison Research, mentre il 43% ha votato per Biden. Il sostegno delle donne bianche per Trump ha un precedente storico: esse sono state a lungo in grado di ottenere potere in una società sessista alleandosi con la supremazia bianca. Come la storica Stephanie Jones-Rogers ha dichiarato nel 2018, “le ragazze e le donne bianche sono state in grado di esercitare il potere in questa nazione, dai suoi inizi coloniali, a causa della loro <em>whiteness</em>”, riferendosi al fatto che pur non avendo gli stessi diritti degli uomini bianchi (per esempio il diritto di voto), le donne bianche avevano il diritto di comprare e vendere schiavi (8).</p>



<p>Secondo i dati degli exit poll analizzati dal Center for Information &amp; Research on Civic Learning and Engagement, anche nel gruppo degli elettori giovani (fra i 18 e i 29 anni), i bianchi sono stati i più propensi a sostenere Trump, con il 43% delle preferenze contro il 9% ottenuto fra i giovani elettori neri, il 13% fra i giovani elettori asiatici e il 21% fra giovani elettori latini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro del voto americano</h4>



<p>Joe Biden ha fatto di tutto per rosicchiare qualche voto dalla base di Donald Trump: ha descritto la corsa presidenziale come “Scranton contro Park Avenue” (il luogo di nascita dei due contendenti), per sottolineare la sua appartenenza alla <em>middle class</em>. Ha urlato contro i tagli alle tasse per i miliardari. Ha dichiarato con orgoglio che con lui sarebbe stato un laureato in un’università statale, non un altro <em>Ivy Leaguer</em>, a sedere nello Studio Ovale. Ha adottato una linea populista in economia. E Biden ha vinto, alla fine, ma gli elettori bianchi senza titolo di studio sono rimasti fedele all’ex presidente, in barba ai sondaggi pre-elettorali (9). Le vittorie democratiche negli <em>swinging States</em> sono arrivate grazie al crescente sostegno dei sobborghi benestanti intorno ad Atlanta, Philadelphia e Detroit, dove Biden ha ampliato i suoi margini in una nuova roccaforte Democratica: gli elettori bianchi con un diploma di studio superiore. “Il fattore più importante uscito da queste elezioni è che la polarizzazione del voto rispetto al livello di istruzione in realtà è aumentata, piuttosto che diminuire come i sondaggi avevano previsto” ha detto David Shor, sondaggista Democratico. “[I Democratici] nonostante gli sforzi hanno fondamentalmente fallito nelle aree meno istruite e hanno guadagnato molto nelle aree istruite”, e anche se il nuovo presidente ha battuto Trump nel voto popolare per più di 6 milioni di voti, il futuro rema contro i democratici, perché Biden ha già cominciato a perdere voti (rispetto alla Clinton) sia fra gli elettori neri (-4%) sia, in misura maggiore, fra gli elettori ispanici (-7%, e Trump ha migliorato i suoi margini in 78 delle 100 contee a maggioranza latina).</p>



<p>Per anni, i Democratici hanno espresso fiducia nel fatto che l’elettorato sempre più vario e meno bianco del Paese avrebbe dato loro un vantaggio a lungo termine sui Repubblicani. Ma Shor (che ha lavorato per Obama nel 2012), racconta un’altra verità: dal momento che i collegi elettorali e la rappresentanza in Senato sono ‘distorti’ a favore degli Stati meno popolati dove dominano i Repubblicani (10), “ai Democratici serve il 54% del voto popolare per i prossimi sei anni per mantenere il controllo di Camera e Senato”, e di conseguenza i Dem devono iniziare a vincere negli Stati rurali e prevalentemente bianchi come l’Iowa e il Montana.</p>



<p>La quota di elettori bianchi senza titolo di studio che vota Democratico ha iniziato a diminuire dagli anni ‘60, durante l’era delle lotte per i diritti civili, quando i Democratici hanno perso il loro appeal nel profondo sud, ma il divario fra il voto delle aree rurali e quello dei centri urbani ha raggiunto nuove vette nel 2016, dopo che Trump ha vinto con una campagna basata sulla linea dura contro l’immigrazione illegale. Oggi in America “gli elettori si riconoscono di più nel partito con cui condividono opinioni sociali e culturali piuttosto che necessariamente opinioni di politica economica”, dice Matt Grossman, responsabile dell’<em>Institute for Public Policy and So</em><em>cial Research </em>alla Michigan State University, “e la stessa tendenza si ritrova nelle nazioni europee”. Con il suo marchio di populismo <em>culturale</em>, non economico, Trump ha alimentato le paure dei bianchi per le proteste razziali che sono scoppiate nelle città; ha spinto per “legge e ordine” durante la campagna; ha criticato pesantemente il movimento Black Lives Matter e ha accusato i Democratici di essere morbidi contro la violenza nera e di schierarsi contro la polizia. Ha avvertito che Biden avrebbe trasformato gli Stati Uniti in un Paese “socialista” e ha accusato i Democratici di voler cancellare il Secondo emendamento, che garantisce il diritto di possedere armi.</p>



<p>Secondo alcuni, come William Frey, autore di <em>Di</em><em>versity Explosion: How New Racial Demographics are</em><em> Remaking America</em>, l’<em>educational divide </em>rappresenterebbe un vantaggio, non uno svantaggio per i Democratici, perché la popolazione dei sobborghi e delle aree urbane, i giovani, le persone di colore e i bianchi con un’istruzione superiore sono tutti gruppi demografici in crescita, mentre gli uomini anziani, bianchi e non istruiti sono una popolazione in declino, specialmente nelle aree rurali, e questo blocco di voto sta diventando più piccolo a ogni tornata elettorale: “[I Repubblicani] stanno ancora abbracciando parti della popolazione in crescita lenta piuttosto che parti della popolazione in più rapida crescita” (11).</p>



<p>Secondo altri analisti politici, come Robert Griffin, direttore di ricerca per il <em>Democracy Fund Voter Study Group</em>, la polarizzazione dell’elettorato rispetto al grado di istruzione rappresenta nel contempo sia un vantaggio che uno svantaggio per entrambi i partiti. Dal punto di vista Repubblicano, la maggior parte degli adulti è priva di titolo di studio. Gli elettori bianchi senza laurea costituivano il 44% degli elettori nel 2016, e poiché questo gruppo è uniformemente distribuito geograficamente in tutto il Paese, i Repubblicani ne beneficiano in termini di rappresentanza nel collegio elettorale, al Senato e alla Camera. D’altra parte gli USA stanno diventando sempre più diversificati rispetto all’etnia e all’istruzione, e la quota di elettori bianchi senza istruzione superiore scende da 2 a 4 punti percentuali ogni anno.</p>



<p>Ma non tutti nel Partito Democratico sono così fiduciosi: Andrew Yang, imprenditore e politico, candidato sindaco Democratico per New York nel 2021, ha un’opinione diversa: “C’è qualcosa di profondamente sbagliato se gli americani della <em>working class</em> non votano un grande partito che teoricamente dovrebbe lottare per loro. Quindi dovete chiedervi: cosa rappresenta il Partito Democratico nelle loro menti? E nelle loro menti, il Partito Democratico, sfortunatamente, rappresenta le élite urbane costiere che sono più preoccupate di sorvegliare le varie questioni culturali che di migliorare lo stile di vita [della <em>working class</em>] che è in declino da anni” (12). Andrew Yang ha perfettamente ragione: basta rivedere il video dell’<em>Inauguration Day</em> del 20 gennaio scorso e prestare attenzione agli artisti che sono stati invitati a celebrarlo, per capire chi e cosa rappresenti oggi Joe Biden. Lady Gaga, dell’Upper West side di Manhattan, vestita in Schiapparelli Haute Couture, canta l’inno americano; Jennifer Lopez, latina del Bronx, in Chanel dalla testa ai piedi, canta <em>This</em><em> land is your land</em>; Amanda Gorman, poetessa afroamericana giovane e bellissima di Los Angeles, recita <em>The Hill We Climb</em> avvolta nel suo cappottino Prada – casualmente, tutte e tre sono anche cattoliche come il nuovo presidente. Non è sorprendente che la <em>working class</em> vada da tutt’altra parte.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’<em>education divide</em> e la <em>whiteness</em></h4>



<p>Il sistema educativo degli Stati Uniti è uno dei più diseguali nel mondo industrializzato, e gli studenti ricevono di norma opportunità di apprendimento drammaticamente diverse in base al loro <em>status</em> sociale. In contrasto con le nazioni europee e asiatiche che finanziano le scuole in modo centralizzato, il 10% più ricco dei distretti scolastici <em>pubblici</em> statunitensi spende quasi 10 volte di più del 10% più povero (13). In <em>A century of educational inequality in the United States</em>, Michelle Jackson e Brian Holzman della National Academy of Sciences of the United States of America hanno analizzato tutte le serie storiche di dati disponibili dal 1908 al 1995, dimostrando che le disuguaglianze nell’accesso a un’istruzione di qualità si sono sempre mosse di pari passo con le diseguaglianze di reddito (tranne durante la guerra del Vietnam, che ha penalizzato in modo maggiore i livelli di istruzione maschile) (14), il che significa non solo che sistemi iniqui di finanziamento scolastico infliggono un danno sproporzionato alle minoranze e agli studenti economicamente svantaggiati, ma che il sistema scolastico statunitense ha cancellato la mobilità sociale, l’essenza stessa dell’<em>American Dream</em>.</p>



<p>Su una base interstatale, queste generazioni di studenti sono concentrate principalmente negli Stati del Sud, che hanno le più basse capacità di finanziare l’istruzione pubblica, mentre su base intra-statale, molti degli Stati con le più ampie disparità nelle spese educative sono i grandi Stati industriali, fra cui Alabama, Arkansas, Illinois, Indiana, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, North Carolina, Ohio, Oregon, Pennsylvania, South Carolina, Texas e Wisconsin. Inoltre, in diversi Stati gli studenti economicamente svantaggiati, bianchi e neri, sono concentrati nei distretti rurali. E questa, certo non a caso, è esattamente (o quasi) la geografia del voto per Trump.</p>



<p>I risultati finali di queste disuguaglianze educative sono sempre più tragici. Oggi più che mai nella storia degli USA, l’istruzione non è solo il biglietto per il successo economico, ma anche per la sopravvivenza di base. Mentre vent’anni fa chi abbandonava la scuola superiore aveva due possibilità su tre di trovare un lavoro, oggi ne ha meno di una su tre, e il lavoro che riesce a trovare paga meno della metà di allora. Chi non ha successo a scuola diventa parte di una crescente sottoclasse isolata dalla società produttiva. Inoltre, i giovani e gli adulti della <em>working class</em>, preparati per lavori che stanno scomparendo, vacillano sull’orlo della mobilità sociale verso il basso. Poiché l’economia non può più assorbire molti lavoratori non qualificati a salari decenti, la mancanza di istruzione è sempre più legata al crimine e alla dipendenza dal welfare (15). E se le condizioni delle minoranze di colore sono oggetto di interesse e preoccupazione e di politiche antidiscriminazione (certo in virtù del loro peso crescente nel sistema elettorale), i poveri bianchi sono in larga parte abbandonati a loro stessi, con la <em>whiteness</em> come unico motivo di orgoglio, quella <em>whiteness </em>che un tempo assicurava uno <em>status</em> e una vita dignitosa e che ora non serve più a niente.</p>



<p>In un’intervista a Le Figaro, lo scrittore e filosofo francese Pascal Bruckner analizza il successo delle teorie indigeniste e decoloniali di matrice statunitense, cioè le teorie americane del genere, della razza e dell’identità, che riconducono tutta la storia umana a queste tre dimensioni e che in sostanza descrivono l’uomo bianco come il responsabile di tutti i mali del mondo (16). Secondo Bruckner, nelle università e nei media sarebbe in atto “una vasta opera di rieducazione che esige che coloro che definiamo bianchi rinneghino se stessi […] L’odio del bianco è innanzitutto un odio di sé da parte del bianco privilegiato. Una sorta di spettacolare autoflagellazione nella quale egli compete con altri a chi si fustiga più violentemente”. Trump, per il maschio bianco americano, è l’emblema del contrario: egli ha in sé la sua ragione d’essere, non chiede scusa nemmeno quando sbaglia, e soprattutto non concede quando perde. Non stupisce che i suoi elettori più fedeli siano disposti a mettere a ferro e fuoco Washington per garantirgli un nuovo mandato. Lui li chiama ‘patrioti’, non ‘perdenti’, e restituisce loro quella dignità che hanno perso fra le macerie del sogno americano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/">https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump">https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em><strong> </strong>La mediana è un valore statisticamente diversa dalla media: secondo il Census Bureau, nel 2016 il reddito familiare annuo mediano era di quasi 60.000 dollari, ma il valore cambia da uno Stato all’altro </p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html" target="_blank">https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7)</em><strong></strong> Cfr. <a href="https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020">https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619">https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em><strong> </strong>Il sistema americano funziona, come è noto, sul sistema dei Grandi elettori: sono gli Stati, e non il popolo, a eleggere il Presidente. Questo significa che tutti gli Stati hanno diritto a una rappresentanza, a prescindere dal numero dei loro abitanti: di conseguenza, gli Stati meno popolati vengono in qualche modo ‘favoriti’ dalla costituzione a svantaggio degli Stati costieri </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong><em> </em></strong><em></em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/" target="_blank">https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong><em> </em></strong>Cfr. <a href="https://www.pnas.org/content/117/32/19108" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/content/117/32/19108</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <em>Inequality in Teaching and Schooling: How Opportunity Is Rationed to Students of Color in America</em>, Linda Darling-Hammond, Stanford University School of Education <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/" target="_blank">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16) </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1" target="_blank">https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Midterm elections. Trump e i Repubblicani allo sbando</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/midterm-elections-trump-e-i-repubblicani-allo-sbando/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 07:56:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2879</guid>

					<description><![CDATA[L’attacco con l’Op-Ed del New York Times, il 25° emendamento, i sondaggi, l’economia che tira ma non per i salari della middle class: Repubblicani sempre più allo sbando e rischio di fuoco amico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-59-ottobre-novembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 59, ottobre &#8211; novembre 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’attacco con l’Op-Ed del New York Times, il 25° emendamento, i sondaggi, l’economia che tira ma non per i salari della middle class: Repubblicani sempre più allo sbando e rischio di fuoco amico</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Lo scorso 5 settembre il New York Times pubblica l’ennesimo pezzo destinato a scuotere l’opinione pubblica e la presidenza Trump. Questa volta si tratta di un Op-Ed (il termine deriva dalla locuzione anglosassone&nbsp;<em>opposite the editorial page</em>, perché in origine questi commenti venivano stampati sul lato opposto rispetto agli editoriali), che si intitola “I Am Part of the Resistance Inside the Trump Administration” (“Faccio parte della resistenza interna all’Amministrazione Trump”). Nel breve inciso che precede l’articolo vero e proprio, il Times spiega che l’autore è un “alto funzionario” dell’amministrazione Trump di cui il giornale conosce l’identità, che ha chiesto di essere protetto con l’anonimato per evitare di venire rimosso dal suo incarico. “È straordinariamente raro che il Times garantisca l’anonimato a un autore […] e il giornale potrebbe citare solo una manciata di ca-si precedenti” (1), ma James Dao, il responsabile della sezione Op-Ed, dichiara che il board del giornale, dato il contenuto dell’articolo, ha “avvertito fortemente” (“felt strongly”) la necessità di mettere il popolo americano al corrente della situazione (2). Per comprendere la portata politica del commento non vi è altra strada che riportare il testo nella sua interezza (vedi box a fine articolo) (3).</p>



<p>Com’era prevedibile, l’articolo ha suscitato le ire immediate del Presidente che, furente per essere stato pubblicamente descritto come un incapace sotto tutela, ha postato sul suo account twitter una sola parola, scritta a lettere maiuscole, seguita da un punto di domanda: “TRADIMENTO?” (“TREASON?”), seguita, un’ora e mezzo più tardi (quando le reti tv avevano ormai definitivamente concluso che l’Op-Ed non poteva essere considerato un atto di tradimento, almeno non secondo la Costituzione americana), da un altro twitt: “Il cosiddetto ‘alto funzionario dell’Amministrazione’ esiste davvero, o è solo un’altra fonte telefonica del New York Times sulla via del fallimento? Se l’anonimo CODARDO esiste davvero, il Times deve consegnarlo immediatamente al governo per motivi di sicurezza nazionale!”.</p>



<p>In effetti, che ciò che avviene nelle stanze del potere venga riportato ai media (e potenzialmente non solo a loro), non pare essere un comportamento coerente con le regole cui i pubblici ufficiali di alto livello dovrebbero conformarsi. Così due giorni dopo, a bordo dell’Air Force One, Trump dichiara ai giornalisti di aver chiesto al Dipartimento di Giustizia di investigare sull’identità dell’autore dell’articolo, e ha ribadito che quella di smascherarlo e punirlo costituisce una chiara necessità di sicurezza nazionale. Ma gli esperti frustrano anche questa ipotesi: a meno che ‘gola profonda’ non sia un membro dell’esercito, cui è vietato danneggiare o diffamare il comandante in capo, non vi sono le basi legali per far partire la caccia al responsabile, visto che al NYT non sono state rivelate informazioni secretate. Certo, il misterioso autore potrebbe essere licenziato, ma nulla di più.</p>



<p>Ovviamente, tutti gli alti funzionari di Casa Bianca e governo hanno preso pubblicamente le distanze dall’Op-Ed, rilasciando alla stampa dichiarazioni in cui si dicono del tutto in disaccordo con le affermazioni del misterioso autore, che rimane dunque senza nome. Ma la vicenda ha alimentato quella che i media Democratici definiscono “la crescente paranoia” del Presidente circa l’affidabilità dei suoi collaboratori, dopo le indiscrezioni filtrate sui contenuti di&nbsp;<em>Fear: Trump in the White House</em>, l’ultimo libro di Bob Woodward (4), firma di punta del Washington Post, che sarebbe uscito esattamente una settimana più tardi, il 12 settembre. Il libro è colmo di aneddoti rivelati da importanti membri dello staff presidenziale che, proprio come l’anonimo del NYT, ammettono di tenere nascoste informazioni a Trump e di ignorare alcune delle sue richieste per timore della sua incompetenza: “[Nella mia carriera] non ho mai visto un caso di presidenza così avulsa dalla realtà che la circonda”, ha dichiarato Woodward alla NBC il 10 settembre, “questo fatto non è stato considerato con la dovuta serietà. Alcune delle cose che Trump ha fatto e fa mettono davvero a repentaglio la sicurezza nazionale” (5).</p>



<p>Del resto, la resistenza si fa contro un invasore, e che Trump sia considerato tale dall’establishment non dovrebbe rappresentare una novità per nessuno. Tuttavia, non tutti i critici del Presidente hanno apprezzato la mossa del Times e del suo sconosciuto informatore. David Jolly, ex rappresentante della Florida, ha dichiarato su MSNBC, rivolgendosi all’autore: “Se vuoi fare qualcosa per servire la nazione, esci allo scoperto e mettici il tuo nome”. David Frum, scrittore conservatore il cui ultimo libro si intitola<em>&nbsp;Trumpocracy: The Corruption of the American Republic</em>&nbsp;(Trumpocrazia: la corruzione della Repubblica americana), ha messo in guardia su The Atlantic l’anonimo “eroe” della democrazia: con la sua mossa avrebbe soltanto aggravato la paranoia presidenziale, indebolendo ulteriormente il governo degli Stati Uniti.</p>



<p>Anche molti lettori del Times hanno avuto reazioni marcatamente negative nei confronti dell’autore dell’Op-Ed e del giornale, e hanno inondato la redazione di missive indignate: “Non è accettabile rivolgere attacchi personali su una testata internazionale sotto una cappa di anonimato”, ha scritto Jonathan Popler, un lettore di Alpharette, Georgia; “Il fallimento del trumpismo deve essere combattuto, ma un ‘colpo di Stato amministrativo’, per citare Bob Woodward, non è il modo in cui vincono le democrazie. Noi vinciamo con dibattici pubblici, assumendoci le responsabilità delle nostre sorti politiche, con elezioni libere e rispettando il principio di maggioranza”, gli fa eco Gerald Pomper, un professore di scienze politiche di Highland Park, New Jersey. E ancora Noah Lang, da Irvington, New York: “Il Presidente Trump ha ragione: l’alto funzionario che ha scritto l’attacco anonimo contro di lui è davvero un ‘codardo’. Se il funzionario e i suoi amici repubblicani avessero un minimo di fegato, il Presidente cui affermano di resistere se ne sarebbe andato da un pezzo” .</p>



<p>Ari Fleischer, ex portavoce della Casa Bianca (2001-2003), in un articolo pubblicato da Usa Today intitolato “L’Op-Ed del New York Times tradisce Trump e gli elettori. I membri dello staff non devono guidare gli Stati Uniti” (6), aggiunge qualcosa di più. Partendo dal presupposto che “se accetti di lavorare per il Presidente, devi credere nel Presidente, non solo nelle sue politiche”, Fleischer afferma che è un preciso dovere dei membri dello staff far partecipe il Presidente del loro eventuale dissenso e consigliarlo privatamente su come sia più opportuno agire, ma che in ogni caso il Presidente è libero di decidere come comportarsi. Se un membro dello staff non si sente più in grado di supportare il comandante in capo, o ha dubbi sulla sua capacità di fare il suo lavoro, lui (o lei) “deve comportarsi onestamente e dare le dimissioni. A quel punto, può uscire allo scoperto e dire quel che gli pare. È una tradizione americana e può essere un comportamento nobile. Ma farlo mentre si è ancora alle dipendenze del Presidente è disonesto e autoreferenziale”.</p>



<p>Disonesto perché il misterioso autore vuole conservare il suo posto di lavoro e, nel contempo, coprirsi le (s)palle nel caso le cose per Mr Trump dovessero volgere al peggio. Autoreferenziale perché “chi diavolo è lui per decidere quale sia la giusta direzione? Gli americani hanno risolto il problema quando, piaccia o no, hanno eletto Donald Trump nel 2016. Secondo la Costituzione, è compito del Presidente decidere quale sia la ‘giusta’ direzione”. Sono gli elettori a decidere l’orientamento della Repubblica e, se al popolo americano non piace quel che Trump sta facendo, voterà in modo che alle elezioni di midterm che si svolgeranno il 6 novembre prossimo (7) prevalga il Partito Democratico. E con questo arriviamo a un nodo cruciale per la comprensione degli eventi (e della politica editoriale del NYT): le elezioni di midterm.</p>



<p>Come dichiara il Washington Post con apparente&nbsp;<em>naïveté</em>&nbsp;(8), le discussioni successive alla stampa dell’Op-Ed hanno “contribuito a mettere in ombra la pubblicazione di diversi dati economici positivi”, prevista per due giorni più tardi, che non hanno avuto l’attenzione mediatica che meritavano. Il Dipartimento del Lavoro ha annunciato infatti lo scorso 7 settembre che il mese di agosto è stato il 95° mese di fila in cui l’occupazione è aumentata senza interruzioni, e con un incremento sostenuto, pari a 201.000 posti di lavoro. Anche gli stipendi sono in crescita, il primo segnale incoraggiante dopo anni di stallo. Ma soprattutto, il Pil è cresciuto del 4,1% nel secondo trimestre del 2018, e questo è il dato migliore dal 2014 (9).</p>



<p>Bisogna ammetterlo, sul versante economico gli americani viaggiano col vento in poppa: crescita sopra il 4%, disoccupazione al 3,9%, inflazione al 2%, indici Dow Jones e Nasdaq ai massimi: se il celebre adagio&nbsp;<em>It’s the economy, stupid!</em>&nbsp;vale, Trump non dovrebbe avere nessun problema nelle elezioni di novembre. In effetti, i sondaggi mostrano che l’economia è uno dei pochi comparti in cui il Presidente si avvicina al tasso di gradimento ritenuto convenzionalmente necessario per aggiudicarsi anche il secondo mandato.</p>



<p>Da qui la necessità, per gli avversari (politici e mediatici), di mantenere l’attenzione dell’America focalizzata su temi in cui le performance di Trump siano decisamente peggiori, come la politica estera, o addirittura di infangarne l’immagine con ogni mezzo disponibile. La ‘staffetta’ fra Washington Post e New York Times è ormai da tempo smaccata, tanto che a furia di giocare sporco contro il Presidente i due giornali stanno rischiando di perdere la loro immacolata reputazione (oltre a dare credibilità alle accuse contro i media di Trump).</p>



<p>Tuttavia la posizione del Presidente nei sondaggi è precaria. Secondo la società di ricerche Gallup (10), gli&nbsp;<em>approval ratings</em>&nbsp;di Trump nel mese di settembre non sono andati oltre il 40%, mentre il gradimento medio storico dei presidenti americani (1938-2018) nello stesso periodo (il settimo&nbsp;<em>quarter</em>&nbsp;di presidenza) è ben più elevato, il 54%. Tutti i recenti predecessori di The Donald hanno fatto meglio di lui: Obama (45%), Bush junior (67%), Clinton (42%), Bush senior (72%), Reagan (42%), e così via fino a Kennedy e Eisenhower. Non solo: il gradimento internazionale della leadership americana ha toccato il minimo storico, e la Germania ha rimpiazzato gli Usa al primo posto nella classifica delle top-rated potenze globali, secondo il&nbsp;<em>Gallup’s Rating World Leaders: 2018</em>.</p>



<p>Tutto merito della strategia delle fake news? Certo, la pressione mediatica negativa si riflette nei sondaggi, ma i dati economici, almeno in parte, mentono, o almeno non dicono tutta la verità.</p>



<p>C’è abbondanza di motivi per cui cavillare con la sostanza delle rivendicazione economiche di Trump. È vero che&nbsp;<em>growth is roaring</em>&nbsp;(la crescita ruggisce) e la disoccupazione è ai minimi storici, ma i benefici della controversa riforma fiscale entrata in vigore a gennaio 2018 (11) non hanno toccato tutti allo stesso modo: se gli americani con un reddito superiore ai 19.051 dollari l’anno hanno goduto di una riduzione delle aliquote da un minimo dell’1% a un massimo del 4%, a seconda degli scaglioni di reddito di appartenenza, per i redditi più bassi (sotto i 19.051 dollari) non è cambiato nulla, e l’aliquota è rimasta immobile al 10% (e ricordiamo che negli Usa l’assistenza sanitaria gratuita non esiste, l’istruzione universitaria è a pagamento così come è necessario investire in un fondo pensione per garantirsi un reddito nella vecchiaia). Non solo, i salari crescono ancora troppo poco.</p>



<p>Consideriamo la situazione dei&nbsp;<em>blue collar</em>&nbsp;nella cosiddetta&nbsp;<em>rust belt</em>&nbsp;(12), uno dei bacini elettorali del Presidente: a luglio 2018 il salario lordo orario per un operaio del settore manifatturiero era pari a circa 27 dollari in Ohio, Illinois, Indiana e Wisconsin; e a circa 26 dollari in Pennsylvania, Iowa, e Michigan. Nel settore delle costruzioni le cose vanno meglio, ma non abbastanza: in Illinois si guadagnano circa 38 dollari all’ora e nello stato di New York circa 39, mentre in Indiana, Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin siamo intorno ai 29 dollari lordi all’ora (13). Quello che il dato della disoccupazione ai minimi storici non dice è che molti sono costretti a fare due o tre lavori per sbarcare il lunario.</p>



<p>Di conseguenza, almeno una parte dell’elettorato bianco povero di Trump non ha probabilmente ottenuto dall’amministrazione i benefici che sperava. Non solo: le politiche commerciali di Trump, in particolare i dazi sui 200 miliardi di beni importati dalla Cina, entrati in vigore il 24 settembre, preoccupano, secondo i sondaggi, i consumatori americani per l’andamento dei prezzi in autunno: le grosse catene di distribuzione, tra cui Walmart, hanno infatti annunciato un aumento dei prezzi sui beni del settore manifatturiero.</p>



<p>D’altro canto, è probabile che siano stati proprio i detrattori di Trump, cioè gli americani con un alto titolo di studio, ottimi stipendi e consistenti portafogli azionari (e che non comprano beni cinesi), a beneficiare in modo più consistente delle politiche del Presidente, non solo per quanto riguarda i propri redditi personali, ma anche per le migliori prospettive di utile delle corporation per cui lavorano, la cui aliquota fiscale è stata tagliata di ben 14 punti percentuali, passando dal 35% al 21%. Tutto ciò, purtroppo, non li ha convinti a giudicare con minore severità Donald Trump e il suo operato (come dice l’adagio, beato chi non si aspetta gratitudine, perché non rimarrà deluso).</p>



<p>In ogni caso, il risultato della politica del&nbsp;<em>Good Old Party</em>, il Partito Repubblicano, è stato un’esplosione del deficit di bilancio: il taglio delle tasse è costato 1.500 miliardi di dollari, e a giugno 2018 il deficit era salito del 16%, a 607,1 miliardi di dollari (erano 523,1 miliardi nel 2017). In effetti, già a gennaio, dopo l’approvazione del pacchetto fiscale, l’agenzia cinese Dagong aveva deciso di tagliare il rating sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+ (con prospettiva negativa), convinta che la crescente dipendenza da una modalità di sviluppo economico basata sul debito avrebbe continuato a erodere la solvibilità del governo federale degli Stati Uniti: “Carenze nell’attuale ecologia politica statunitense rendono difficile l’amministrazione efficiente del governo federale, facendo sì che lo sviluppo economico nazionale deraglierà dalla strada giusta […] Riduzioni fiscali massicce riducono direttamente le fonti di rimborso del debito del governo federale”, ha dichiarato Dagong, per concludere: “La solvibilità virtuale del governo federale è probabilmente destinata a diventare il detonatore della prossima crisi finanziaria” (14).</p>



<p>Fatto sta che la situazione per il Partito Repubblicano in vista delle midterm elections non è affatto rosea: secondo i sondaggi relativi al mese di settembre condotti da Fox, Reuters, NBC, Economist, Rasmussen, CNN e Quinnipiac, i Democratici al Congresso hanno un vantaggio che varia dal 4 al 14%, quindi è probabile che conserveranno la maggioranza della Camera; mentre per quanto riguarda la situazione al Senato, dei 100 seggi in palio 44 sono attribuibili con sufficiente sicurezza al Partito Democratico, 47 ai Repubblicani, ma in ben 9 distretti la situazione è imprevedibile. Se fino a settembre le previsioni dichiaravano impossibile per i Democratici raggiungere la maggioranza al Senato, oggi la situazione è cambiata: “Abbiamo migliori chance di riprenderci il Senato di quanto nessuno abbia mai immaginato”, ha dichiarato il leader della minoranza democratica Chuck Schumer ad ABC News. In particolare, i Democratici dimostrano una forza insospettata in due Stati che non eleggono un democratico al Senato da trent’anni, il Tennessee e il Texas, e ciò genera un crescente ottimismo fra gli avversari di Trump.</p>



<p>Inoltre, secondo indiscrezioni circolate intorno a un meeting tenutosi alla casa Bianca dopo il Labor Day (15), Neil Newhouse, uno dei principali sondaggisti del Partito Repubblicano, avrebbe informato il Presidente e il suo staff che il fattore determinante per le prossime elezioni non sarà l’andamento dell’economia o la creazione di posti di lavoro, i fiori all’occhiello dell’Amministrazione, ma i sentimenti che gli elettori “provano” (“feel”) nei confronti di Trump. Secondo Newhouse la maggioranza dell’elettorato, compresa una considerevole percentuale di coloro che sono favorevoli ai Repubblicani, trova il Presidente “antipatico”.</p>



<p>E le ultime evoluzioni del caso Kavanaugh stanno facendo precipitare la situazione. Dopo il pensionamento di Anthony Kennedy, il 9 luglio Trump ha nominato Brett Kavanaugh (avvocato e giudice Repubblicano) nuovo membro della Corte Suprema, la più alta Corte federale degli Stati Uniti. La Corte Suprema è composta da nove giudici (un Presidente e otto&nbsp;<em>associates justices</em>) nominati a vita, con la facoltà di ritirarsi per ragioni d’età o di salute. La nomina, secondo l’article II section 2 della Costituzione americana, deve essere confermato dal Senato con una votazione a maggioranza semplice.</p>



<p>Prima della votazione finale, tuttavia, il candidato deve essere sentito dal&nbsp;<em>Senate Judiciary Committee</em>&nbsp;in una serie di udienze, cui partecipano, oltre al&nbsp;<em>nomenee</em>, testimoni che supportano o si oppongono alla sua conferma. Durante il&nbsp;<em>confirmation process</em>&nbsp;di Kavanaugh, Christine Blasey Ford, stimata psicologa (è stata ricercatrice a Stanford al Dipartimento di Psichiatria e ha insegnato, sempre a Stanford, alla facoltà di medicina) e attualmente professore di statistica all’Università di Pa-lo Alto (California), ha denunciato alla stampa un tentativo di stupro da parte del candidato alla Corte Suprema avvenuto nei primi anni ‘80, quando erano entrambi adolescenti. Kavanaugh ha “categoricamente e inequivocabilmente” negato che il fatto sia mai accaduto, ma il prolungarsi dell’attenzione della stampa sulla vicenda, insieme alle continue indiscrezioni, alla fine ha fatto saltare i nervi al Presidente, che all’inizio aveva tenuto un atteggiamento prudente e misurato.</p>



<p>Il 21 settembre Trump ha deciso di pubblicare un twitt che getta discredito sulla donna mettendo in dubbio la sua sincerità, cosa molto pericolosa negli Usa in questi tempi di Me Too: “Sono certo che se l’attacco alla Dott.ssa Ford fosse stato così terribile come racconta, lei o i suoi amorevoli genitori avrebbero denunciato immediatamente il fatto alle locali forze dell’ordine”.</p>



<p>L’uscita di Trump non aiuta affatto ‘l’operazione simpatia’, e mette in seria difficoltà i Repubblicani al Congresso nella prossima tornata elettorale, come testimonia una telefonata al Presidente del leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell per esprimere tutta la sua contrarietà (16). Il tweet, infatti, aliena ai Repubblicani il sostegno delle donne e degli elettori indipendenti moderati; tra l’altro, lungi dall’essere utile, l’esternazione ha reso ancora più difficile la conferma del giudice: un sondaggio condotto da NBC News e Wall Street Journal e pubblicato il 22 settembre indica che il gradimento di Kavanaugh da parte degli americani è sceso al 34% (mentre il 42% è contro un’eventuale conferma), il che lo rende il candidato alla Corte Suprema con il più basso tasso di popolarità dal 1987.</p>



<p>Purtroppo per il Presidente, e ovviamente per Kavanaugh, il 23 settembre un’altra donna ha accusato il giudice dalle pagine del New Yorker di “sexual misconduct”, un termine ampio che designa un comportamento sessuale sgradito, commesso senza il consenso del partner o attraverso l’uso di violenza, intimidazione, coercizione o manipolazione. L’episodio incriminato sarebbe avvenuto all’Università di Yale durante l’anno accademico 1983-84, e la vittima, Deborah Ramirez, una compagna di studi di Kavanaugh, ha chiesto l’apertura di un’indagine dell’FBI.</p>



<p>Tirando le fila, Trump si conferma essere per i Repubblicani il problema che è sempre stato; e se il suo bacino di consenso, la classe media bianca impoverita, lo abbandona perché, anche se l’economia tira, di fatto non sta facendo politiche economiche a suo favore, è giunto il momento di intensificare il fuoco amico. Perché è indubbio che l’asse Washington Post/New York Times non ha mai smesso in questi due anni di attaccare Trump, e non si fa pregare per pubblicare un Op-Ed che torna a tirare fuori dal cilindro il 25° emendamento e l’incapacità a governare, ma è vero anche che è difficile appartenga ai Democratici il misterioso funzionario anonimo; il prezzo è alto, la sconfitta alle elezioni di midterm – comunque già probabilmente perse – ma può valere la pena per liberarsi del ‘corpo estraneo’ che si è infiltrato nel&nbsp;<em>Good Old Party</em>.</p>



<div class="wp-block-group has-very-light-gray-background-color has-background"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-background has-very-light-gray-background-color"><strong>New York Times, 5 settembre 2018, Op-Ed<br>Faccio parte della resistenza interna all’Amministrazione Trump</strong></p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Il Presidente Trump sta affrontando un esame della sua presidenza cui nessun altro leader americano moderno è mai stato sottoposto.<br>Non è solamente lo special counsel (1), che incombe minaccioso. O che la nazione è aspramente divisa a proposito della leadership di Mr. Trump. E neppure che il suo partito potrebbe facilmente perdere il controllo della Camera a favore di un’opposizione fortemente determinata a causarne la caduta.<br>Il problema, di cui egli non si rende pienamente conto, è che molti degli alti funzionari della sua amministrazione lavorano alacremente dall’interno per ostacolare parti della sua agenda politica e le sue peggiori inclinazioni.<br>Io lo so. Sono uno di loro.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Per essere chiari, la nostra non è la solita resistenza da sinistra. Vogliamo che l’amministrazione abbia successo e pensiamo che molte delle sue iniziative politiche abbiano già reso l’America più sicura e più prospera.<br>Ma noi crediamo che il nostro primo dovere sia verso questo Paese, e il Presidente continua ad agire in modo contrario al benessere della nostra repubblica.<br>Questa è la ragione per cui molti dei funzionari nominati da Trump hanno giurato di fare il possibile per preservare le istituzioni democratiche, bloccando gli impulsi più nocivi di Trump fino a che egli non sarà fuori dall’ufficio ovale.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">La radice del problema è l’amoralità del Presidente. Chiunque lavori con lui sa che non è possibile rintracciare alcun principio guida all’interno del suo processo decisionale.<br>Sebbene sia stato eletto per i Repubblicani, il Presidente mostra poca affinità per gli ideali tradizionalmente abbracciati dai conservatori: libero pensiero, libero mercato e un popolo libero. Nel migliore dei casi, egli ha invocato questi ideali come parte di un copione teatrale. Nel peggiore, li ha palesemente violati.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Oltre al suo marketing di massa del concetto che la stampa “è il nemico del popolo”, gli impulsi del Presidente Trump sono generalmente anti-mercato e anti-democratici.<br>Non fraintendetemi. Vi sono aspetti brillanti che la quasi infinita copertura mediatica negativa dell’amministrazione manca di riportare: una deregulation efficace, la storica riforma fiscale, forze armate più forti e altro ancora.<br>Ma questi successi sono stati raggiunti a dispetto dello stile di leadership del Presidente, che è impetuoso, antagonistico, meschino e inefficace, e non grazie a esso.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Gli alti funzionari che lavorano dalla Casa Bianca ai rami esecutivi dei ministeri e delle agenzie sono disposti ad ammettere in privato il loro quotidiano scetticismo sui commenti e sulle azioni del comandante in capo.<br>Molti stanno lavorando per proteggere la propria attività operativa dai suoi capricci.<br>Nelle riunioni [il Presidente] cambia argomento ed esce dai binari, si lascia andare a invettive monotone e la sua impulsività conduce a decisioni improbabili, male informate e qualche volta incoscienti, che devono essere riviste.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">“È letteralmente impossibile dire se cambierà idea da un minuto all’altro”, si è recentemente lamentato con me un alto funzionario, esasperato perché in una riunione nello Studio Ovale il Presidente aveva fatto marcia indietro su un’importante decisione politica presa soltanto una settimana prima.<br>Questo comportamento erratico sarebbe più preoccupante se non fosse per degli eroi sconosciuti che lavorano dentro e intorno alla Casa Bianca. Alcuni dei suoi assistenti sono stati descritti dai media come cattivi, ma in privato hanno fatto di tutto per mantenere le decisioni pericolose all’interno della West Wing (2), sebbene non abbiano sicuramente avuto sempre successo.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Può essere di scarso conforto in quest’epoca caotica, ma gli americani dovrebbero sapere che ci sono adulti nella stanza. Siamo pienamente consapevoli di ciò che sta succedendo. E stiamo cercando di fare ciò che è giusto anche contro la volontà di Donald Trump.<br>Il risultato è una presidenza a due binari.<br>Consideriamo la politica estera: in pubblico e in privato, il presidente Trump mostra una preferenza per gli autocrati e i dittatori, come il Presidente della Russia Vladimir Putin o il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, e dimostra poco apprezzamento sincero per i vincoli che ci legano alle nazioni alleate, che hanno i nostri stessi pensieri.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Acuti osservatori hanno notato, tuttavia, che il resto dell’amministrazione agisce in un’altra direzione, nella quale Paesi come la Russia sono accusati di ingerenza indebita e puniti di conseguenza, e gli alleati ovunque nel mondo sono rispettati come pari invece che ridicolizzati come rivali.<br>A proposito della Russia, per esempio, il Presidente era riluttante a espellere così tante spie di Putin come ritorsione per l’avvelenamento di un ex agente russo in Inghilterra. Si è lamentato per settimane perché i membri di alto livello del suo staff avevano permesso che finisse invischiato in nuovi battibecchi con la Russia, e ha espresso insoddisfazione per le sanzioni che gli Stati Uniti continuano a imporre al Paese per il suo comportamento negativo. Ma la squadra della sicurezza nazionale ha più buonsenso: queste misure andavano prese, dato che Mosca era ritenuta responsabile.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">Questo non è opera del cosiddetto deep state (3). È opera dello Stato forte.<br>Data l’instabilità che molti testimoniano, all’interno del governo si è iniziato presto a mormorare di invocare il 25° emendamento (4), che avrebbe innescato una complicata procedura per rimuovere il Presidente. Ma nessuno intendeva accelerare una crisi istituzionale. Perciò faremo quello che possiamo per orientare l’amministrazione finché, in un modo o nell’altro, questa situazione avrà termine.</p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color">La preoccupazione maggiore non è ciò che Mr. Trump ha fatto alla presidenza, ma piuttosto ciò che noi, come nazione, gli abbiamo permesso di farci. Siamo sprofondati insieme a lui e abbiamo permesso che i nostri discorsi venissero spogliati di ogni civiltà. Il senatore John McCain (5) lo ha espresso nel modo migliore nella sua lettera di commiato. Tutti gli americani dovrebbero dare ascolto alle sue parole e sfuggire al tranello del tribalismo, con l’alto obiettivo di unirci intorno ai nostri valori comuni e all’amore per la nostra grande nazione.</p>



<p class="has-background has-small-font-size has-very-light-gray-background-color">1) Robert Mueller, incaricato di indagare sugli sforzi del governo russo di orientare le elezioni presidenziali del 2016<br>2) L’ala ovest della Casa Bianca che ospita gli uffici presidenziali<br>3) L’espressione deep state indica una situazione politica in cui un organo interno allo Stato, come per esempio le forze armate o le autorità pubbliche (i servizi segreti, la polizia, la polizia segreta, le agenzie amministrative o qualsiasi branca che si occupi della burocrazia di governo) non risponde alla leadership politica civile<br>4) L’emendamento che disciplina la procedura di rimozione del Presidente Usa in quanto incapace di esercitare i poteri e i doveri del suo uffizio<br>5) Il senatore dell’Arizona morto il 25 agosto per un tumore al cervello, che ha sempre negato il suo sostegno a Donald Trump</p>
</div></div>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Michael M. Grynbaum, <em>Anonymous Op-Ed in New York Times Causes a Stir Online and in the White House</em>, New York Times, 5 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">2)<em> How the Anonymous Op-Ed Came to Be</em>, New York Times, 8 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) La traduzione è a cura dell’autore, l’originale in lingua inglese qui:<em> I Am Part of the Resistance Inside the Trump Administration</em>, New York Times, 5 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">4) Coautore con Carl Bernstein della serie di articoli che hanno scoperchiato lo scandalo Watergate e provocato le dimissioni di Richard Nixon, nonchè del libro<em> Tutti gli uomini del Presidente</em>, da cui è stato tratto il film omonimo</p>



<p class="has-small-font-size">5) Chris Cillizza, <em>The reporter who broke Watergate says he&#8217;s never seen anything like the Trump administration</em>, The Point, 11 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">6) Ari Fleischer, <em>New York Times op-ed betrays Trump, voters. Staffers don’t get to steer US</em>, Usa Today, 7 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">7) Le “midterm election” si tengono ogni quattro anni ed eleggono i 435 membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei membri del Senato. Si chiamano in questo modo perché cadono nel mezzo di ogni mandato presidenziale, due anni dopo la nomina del Presidente</p>



<p class="has-small-font-size">8) Josh Dawsey, David Nakamura, Philip Rucker,<em> Trump says Justice Department should investigate anonymous op-ed author</em>, Whashington Post, 7 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">9) Stephen Collinson, <em>Trump&#8217;s right: The economy is doing well and he deserves some credit</em>, CNN, 27 luglio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">10) Presidential Approval Ratings, Donald Trump, Gallup, dati al 23 settembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">11) Per i dettagli della riforma, si veda<em> Trump tax plan: the key points from the final bill</em>, The Guardian, 19 dicembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">12) La <em>rust belt</em> (cintura della ruggine) inizia nella parte occidentale dello Stato di New York e si estende attraverso la Pennsylvania, la Virginia Occidentale, l’Ohio, l’Indiana e la penisola inferiore del Michigan, terminando nell’Illinois settentrionale, nell’Iowa orientale e nel Wisconsin sudorientale; è la zona degli Usa in cui le condizioni di vita sono drammaticamente peggiorate a seguito della contrazione della produzione industriale</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <em>Blue Collar Earnings In Rust Belt</em>, Ecoomic research Federal Reserve Bank of St. Luis, 1 aprile 2018</p>



<p class="has-small-font-size">14) <em>Allarme debito: l&#8217;agenzia Dagong taglia il rating degli Usa da A- a BBB+</em>, Il Sole 24 ore, 16 gennaio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15) Quest’anno la festività americana del Labor Day è caduta lunedì 3 settembre</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://edition.cnn.com/videos/politics/2018/09/23/kavanaugh-accuser-tweets-trump-mcconnell-vpx.cnn" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://edition.cnn.com/videos/politics/2018/09/23/kavanaugh-accuser-tweets-trump-mcconnell-vpx.cnn</a></p>
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