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	<title>euro &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 07 Aug 2024 16:05:19 +0000</lastBuildDate>
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	<title>euro &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Seminario online Unione europea. Percorso storico, Trattati, istituzioni, euro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/seminario-unione-europea-percorso-storico-trattati-istituzioni-euro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2020 14:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CORSI & WORKSHOP]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni ue]]></category>
		<category><![CDATA[mes]]></category>
		<category><![CDATA[recovery fund]]></category>
		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
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					<description><![CDATA[Che cos&#8217;è l&#8217;Unione europea? Come agisce? Chi decide? Come funziona l&#8217;euro? Che poteri ha il Parlamento? E la commissione? Trattato dopo Trattato, l&#8217;Unione europea è divenuta una realtà talmente complessa da rendere difficile capirne appieno funzionamento e poteri. Eppure comprenderla è indispensabile perché sempre più incide sulla vita sociale, economica e politica disegnando la società [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che cos&#8217;è l&#8217;Unione europea?</p>



<p>Come agisce? Chi decide? Come funziona l&#8217;euro? Che poteri ha il Parlamento? E la commissione?</p>



<p>Trattato dopo Trattato, l&#8217;Unione europea è divenuta una realtà talmente complessa da rendere difficile capirne appieno funzionamento e poteri. Eppure comprenderla è indispensabile perché sempre più incide sulla vita sociale, economica e politica disegnando la società in cui viviamo.</p>



<p>C&#8217;è un solo modo per andare al di là della propaganda, pro o contro che sia, e poter così costruire una propria opinione: andare alle fonti primarie. Che per l&#8217;Unione europea sono innanzitutto i Trattati che l&#8217;hanno istituita e tuttora la regolamentano, anche attraverso le istituzioni create. </p>



<p>Accanto alla Ue a 27 Paesi vi è poi l&#8217;euro e l&#8217;Unione monetaria, costruita con Maastricht e strutturata sempre più nel dettaglio dopo la “crisi dei debiti sovrani” del 2010, a cui si è aggiunta la “crisi da Covid-19” che ha impresso ulteriori cambiamenti. </p>



<p>Obiettivo del seminario è andare alle fonti primarie e mostrarne il nucleo. Lì, si trovano tutte le risposte.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Struttura seminario online</h3>



<p>Il seminario è strutturato in quattro moduli online tra loro indipendenti. Ci si può iscrivere singolarmente a ogni modulo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Programma</h3>



<h3 class="wp-block-heading has-text-color" style="color:#008080">1° modulo</h3>



<h4 class="wp-block-heading">Costruzione Ue: i Trattati. Contenuto + contesto storico internazionale</h4>



<ul class="wp-block-list">
<li>CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, 1951)</li>



<li>CEE+EURATOM (Trattato di Roma, 1957)</li>



<li>Atto Unico europeo (1986)</li>



<li>Trattato di Amsterdam (1997)</li>



<li>Trattato di Nizza (2001)</li>



<li>Trattato di Lisbona (2007)</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading has-text-color" style="color:#008080">2° modulo</h3>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;euro e la crisi del 2010</h4>



<ul class="wp-block-list">
<li>Trattato di Maastricht (1992)</li>



<li>Semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche</li>



<li>Procedura per gli squilibri macroeconomici (2011)</li>



<li>Six-pack (2011)</li>



<li>Rapporto sul meccanismo di allerta (Alert Mechanism Report, 2011)</li>



<li>Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica monetaria (2012, il cosiddetto “Fiscal Compact”)</li>



<li>Two-pack (2013)</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading has-text-color" style="color:#008080">3° modulo</h3>



<h4 class="wp-block-heading">La crisi Covid-19</h4>



<ul class="wp-block-list">
<li>Bilancio Unione europea: struttura e novità</li>



<li>Recovery Fund</li>



<li>Meccanismo europea di stabilità (MES)</li>



<li>Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency (SURE)</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading has-text-color" style="color:#008080">4° modulo</h3>



<h4 class="wp-block-heading">Chi decide? Istituzioni: struttura, funzionamento, poteri</h4>



<ul class="wp-block-list">
<li>Commissione</li>



<li>Parlamento</li>



<li>Consiglio dell’Unione europea</li>



<li>Consiglio europeo</li>



<li>Comitato economico e sociale europeo</li>



<li>Mediatore europeo</li>



<li>Corte di giustizia</li>



<li>Corte dei Conti</li>



<li>Banca centrale europea</li>



<li>Banca europea per gli investimenti</li>
</ul>



<h3 class="wp-block-heading">Informazioni generali</h3>



<p>Seminario condotto da Giovanna Cracco, direttrice di Paginauno</p>



<p><strong>Modalità</strong>: webinar (video conferenze via Zoom)</p>



<p><strong>Data seminario</strong>: al momento non in programmazione</p>



<h3 class="wp-block-heading">Iscrizioni e informazioni</h3>



<p>mail <a href="mailto:redazione@rivistapaginauno.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">redazione@rivistapaginauno.it</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Per chi sta realmente lavorando questa economia?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/per-chi-sta-realmente-lavorando-questa-economia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 14:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[Europa, teoria economia e giustizia sociale: mentre si proponeva una procedura d’infrazione sulla base di numeri decimali e cifre ipotetiche, nell’Eurozona e in Italia povertà, working poor e diseguaglianza aumentano ogni anno: per chi sta lavorando questa economia?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-63-luglio-settembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 63, luglio-settembre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Europa, teoria economia e giustizia sociale: mentre si proponeva una procedura d’infrazione sulla base di numeri decimali e cifre ipotetiche, nell’Eurozona e in Italia povertà, working poor e diseguaglianza aumentano ogni anno: per chi sta lavorando questa economia?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 3 luglio scorso la Commissione europea ha ritirato la proposta di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (1), dichiarando che terrà il Paese sotto stretta osservazione e se ne riparlerà in autunno, in fase di manovra finanziaria 2020. L’ha fatto perché l’Italia ha messo sul piatto 7,6 miliardi, modificando le proprie politiche economiche così come la Commissione aveva richiesto. Problema risolto? No. E per comprendere quanto sia irrisolto, occorre fare un passo indietro e tornare sul Rapporto con cui il 5 giugno la Commissione Ue aveva proposto l’apertura della procedura d’infrazione.</p>



<p>Per leggerlo (2), la sola volontà non è sufficiente; occorre saltare lo steccato ed entrare nel territorio dell’ostinazione, per poi accettare di muoversi nello spazio dell’incredulità. Dapprima è la fatica a dominare, per la sequela di cifre e percentuali che in modo ossessivo si ripetono, dopodiché arriva la sensazione di essere finiti in un mondo parallelo, nel quale le coordinate con cui dovremmo misurare il reale, non esistono.</p>



<p>Da parte sua, con titoli di scatola in prima pagina, editoriali, analisi e aperture di telegiornali che rappresentano come legittima la posizione della Commissione Ue, nemmeno l’informazione mainstream ha aiutato a giugno e non aiuta tuttora a restare aggrappati alla realtà, anzi contribuisce a eliminare dal discorso pubblico ogni riflessione che entri nel merito. La narrazione sulla bontà dei ‘vincoli di bilancio’ introdotti da Maastricht è pensiero dominante da quasi tre decenni, dunque non stupisce l’acritico recepimento del ‘torto’ e della ‘ragione’; eppure la capacità di ragionamento, per quanto atrofizzata, avrebbe dovuto avere un sussulto davanti alla lettura del Rapporto, e la realtà, per quanto negata, si presenta oggi agli occhi in modo talmente drammatico e prepotente che dovrebbe essere impossibile evitare di guardarla.</p>



<p>Se l’applicazione di una teoria economica allarga la forbice della diseguaglianza sociale e aumenta la povertà, deve essere messa in discussione. Alla radice, nella sua impostazione di base, non in superficie, cercando compromessi che non ne modificano l’impianto. “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” ha affermato a fine giugno Elizabeth Warren, senatrice democratica in corsa alle primarie del partito, al primo dibattito televisivo della campagna e-lettorale: “Sta lavorando alla grande per una piccola minoranza di persone, la minoranza più in alto. Sta lavorando alla grande per i colossi farmaceutici, non per le persone che stanno cercando di ottenere una ricetta gratuita per un farmaco. Sta andando alla grande per le persone che vogliono investire nelle prigioni private, non per gli afroamericani e i latini le cui famiglie vengono distrutte, le cui vite vengono distrutte, le cui comunità vengono rovinate. Sta andando alla grande per i colossi delle compagnie petrolifere che vogliono trivellare ovunque, non per il resto di noi che guarda i cambiamenti climatici incombere sulle nostre vite. Quando hai un governo, quando hai un’economia che va alla grande per chi ha soldi e non va alla grande per tutti gli altri, questa è corruzione, pura e semplice. Dobbiamo dirlo. Dobbiamo attaccarlo a testa alta. E abbiamo bisogno di fare cambiamenti strutturali nel nostro governo, nella nostra economia e nel nostro Paese”.</p>



<p>Non si tratta qui di voler prestar fede alle parole pronunciate in un comizio elettorale, ma di registrare che una figura politica, tutt’altro che marginale come la Warren e non certo socialista, perlomeno le può pubblicamente pronunciare. Accade negli Stati Uniti, che ha dato i natali al neoliberismo con Reagan, e non in Europa, culla della socialdemocrazia del dopoguerra. È pur vero che al neoliberismo non è mai appartenuto il rigido dogmatismo che caratterizza l’ordoliberismo, teoria dominante nella Ue da Maastricht in poi. Ed è la ragione per cui il passaggio dalla socialdemocrazia al neoliberismo e successivamente all’ordoliberismo, ha profondamente mutato le società dei Paesi dell’Eurozona.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="848" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1.jpg" alt="" class="wp-image-1205" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 1</figcaption></figure></div>



<p>La socialdemocrazia era un pensiero politico che cercava di mitigare e arginare lo sfruttamento del lavoro e l’utilitarismo insito nel capitalismo, in nome di una morale – vale la pena scomodare il termine di fronte a un’economia che ha superato anche il confine dell’immoralità per divenire amorale – che aveva il suo fondamento nella giustizia sociale. Se si riconosceva alla libera impresa una capacità propulsiva in ambito economico, si era tuttavia ben consapevoli che il sistema capitalistico è incompatibile con i principi di equità, benessere collettivo, diritti sociali; che la valutazione di ciò che è o meno positivo per la collettività richiede un criterio diverso da quello dei prezzi di mercato e del profitto. Da qui la creazione del welfare, la convinzione che è il pubblico, e non il privato, a dover mantenere il controllo in alcuni ambiti, che è la politica a dover regolare l’economia, pena non solo la creazione di una società profondamente ingiusta e diseguale, ma il venir meno della democrazia. Sono queste le coordinate del tutto assenti nel Rapporto di giugno, sostituite da una sequela astratta di numeri sulla base dei quali la vita di milioni di persone viene mantenuta, o gettata, nell’imbarbarimento e nella povertà.</p>



<p>È necessario riportare alcuni brevi stralci del Rapporto della Commissione per rendersi conto di che cosa stiamo parlando. “Il deficit del bilancio pubblico italiano ha segnato il 2,1% del Pil nel 2018. Secondo il Programma di stabilità e le previsioni di primavera 2019 della Commissione, si prevede che sarà rispettato il valore di riferimento del trattato del 3% del Pil nel 2019. Tuttavia, il valore di riferimento sarà superato nel 2020, in base alle previsioni della Commissione, nell’ipotesi di un mancato cambiamento nelle politiche. Il Programma di stabilità prevede un disavanzo al 2,4% del Pil nel 2019 e al 2,1% nel 2020, prima di ridursi ulteriormente al-l’1,8% del Pil 2021 e all’1,5% nel 2022. […] Pertanto, l’Italia è attualmente conforme al criterio del deficit come definito nel Trattato e nel regolamento (CE) n. 1467/97, sebbene vi sia il rischio che il criterio del disavanzo non venga rispettato nel 2020 sulla base delle previsioni di primavera 2019 della Commissione, nell’ipotesi di un mancato cambiamento nelle politiche”. Questo per quanto riguarda il parametro del deficit.</p>



<p>In merito al debito pubblico: “Dopo aver registrato una crescita media annua di 5 punti percentuali durante la recessione a due fasi del 2008-2013, il rapporto debito pubblico/Pil si è attestato intorno al 131,5% nel 2014-2017, per poi salire al 132,2% nel 2018. […] Per il 2019, il Programma di stabilità prevede che il rapporto debito/Pil aumenti ulteriormente fino al 132,6%, ossia di 0,4 punti percentuali rispetto al livello del 2018. […] La Commissione prevede che il rapporto debito/Pil dell’Italia aumenterà molto più marcatamente nel 2019, al 133,7%. […] Per il 2020, il Programma di stabilità prevede che il rapporto debito/Pil diminuisca al 131,3% cioè 1,3 punti percentuali rispetto al livello 2019. […] La Commissione, invece, si aspetta che il rapporto debito/Pil dell’Italia continui a salire nel 2020, al 135,2%. […] Complessivamente, questa analisi suggerisce quindi che prima facie il criterio del debito ai fini del trattato e del regolamento (CE) n. 1467/97 non è soddisfatto nel 2018, 2019 e 2020, sia in base al Programma di stabilità che alle previsioni di primavera 2019 della Commissione”.</p>



<p>Non è focus di questo articolo ragionare sull’infondatezza dei parametri di Maastricht (3% deficit, 60% rapporto debito pubblico/Pil) che nessun pensiero economico ha mai teorizzato e che la realtà di un Paese a capitalismo avanzato come il Giappone provvede da anni a smentire, e nemmeno entrare nelle dinamiche dell’ordoliberismo; questioni che sono già state trattate in analisi precedenti (3). Ciò su cui si vuole qui riflettere sono altri due aspetti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img decoding="async" width="600" height="724" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2.jpg" alt="" class="wp-image-1206" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 2</figcaption></figure></div>



<p>Per prima cosa, è innegabile che l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia avrebbe creato problemi al Paese. Ciò è dovuto alla comunione di due fattori: l’attuale struttura del sistema finanziario – mercati globalizzati e libera circolazione dei capitali – e l’architettura monetaria dell’euro: una banca centrale per 19 Paesi, che ha come unico mandato il controllo dei prezzi con il monitoraggio del valore dell’inflazione intorno al 2%, e non anche la piena occupazione (a differenza della Fed statunitense, per esempio); e ha come tassativo divieto, salvo casi eccezionali (il “Whatever we takes” di Draghi in piena tempesta sul debito sovrano dei Piigs nel 2012), l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi euro, azione che consentirebbe di mantenere stabile il tasso di interesse pagato sul debito pubblico. L’unione di questi due fattori pone l’Italia del tutto indifesa di fronte alla speculazione finanziaria sui suoi bond sovrani; una dinamica che si scatena – l’abbiamo già vista in opera più volte, con l’impennarsi dello spread – con il duplice obiettivo di mettere pressione politica al governo e di fare facili profitti.</p>



<p>Il punto è che le conseguenze di questa architettura finanziaria ricadono sulla vita delle persone, e anche questo l’abbiamo già visto. Sempre. Sia nell’eventualità che il governo avesse ‘abbassato la testa’ e modificato le politiche economiche per evitare la procedura d’infrazione, co-me è stato, sia nel caso avesse deciso di andare allo scontro con l’Unione europea e l’aumento della spesa per interessi sui titoli di Stato avesse portato a una minore disponibilità finanziaria nel bilancio pubblico. Perché ciò che ci consegna la teoria neoliberista e l’esperienza fin qui vissuta, è che i tagli riguardano sempre il welfare e non altri ambiti di spesa – in linea con tale pensiero, lo stesso Rapporto di giugno della Commissione punta il dito sulla riforma delle pensioni, la cosiddetta Quota 100, criticandola aspramente e affermando che torna “indietro su elementi delle precedenti riforme pensionistiche, peggiorando la sostenibilità delle finanze pubbliche a medio termine”.</p>



<p>La Commissione dunque ha creato le condizioni per una (ulteriore) riduzione della spesa sociale nella politica economica italiana e quindi un (ulteriore) impoverimento di una parte di cittadini, sia nel caso che la procedura si fosse avviata, sia nell’eventualità contraria.<br>L’ha fatto sulla base di cosa? Non solo di due (due!) numeri – e anche fossero fondati per qualche teoria e-conomica il ragionamento non cambierebbe – ossia il parametro del deficit e il rapporto debito pubblico/Pil, non prendendo in considerazione nell’analisi nessun altro dato (il coefficiente di Gini, l’indice di povertà, il tasso di disoccupazione&#8230;); l’ha fatto su numeri che sono frazioni di decimali (nel 2018 il rapporto debito pubblico/Pil anziché diminuire è aumentato dello 0,7%); l’ha fatto su dati previsionali, ipotetici, futuri. L’aumento dello 0,7% è infatti l’unico numero consolidato contenuto nel Rapporto di giugno, tutti i restanti sono aleatori: il parametro del deficit rischia di essere superato nel 2020 e il criterio del debito non sarà soddisfatto nel 2019 e nel 2020.</p>



<p>Entrare maggiormente nel dettaglio dei numeri, ragionare sui decimali, le percentuali e sul torto e la ragione delle previsioni, così come cercare compromessi e flessibilità su tali parametri, è del tutto fuorviante, perché significherebbe accettare le premesse, i presupporti, l’architettura di un pensiero economico che non solo non ha tra le proprie coordinate la giustizia sociale ma che mira a imporre anche al pubblico, alla politica, di non occuparsene. La visione, basata sulla logica competitiva in ogni ambito di vita, è quella del darwinismo sociale. E questo è il secondo a-spetto su cui riflettere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="600" height="718" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4.jpg" alt="" class="wp-image-1209" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4-251x300.jpg 251w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 4<br>&nbsp;</figcaption></figure></div>



<p>Gli ultimi dati Eurostat, qui riportati in diverse tabelle, parlano senza bisogno di tanti commenti.<br>Le persone a rischio povertà (Tabella 1) nell’Eurozona sono il 22%, un dato che in dodici anni, dal 2005 al 2017, si è mantenuto costante, senza diminuire; in Italia, nel 2004 erano il 26,2%, nel 2017 sono salite al 28,9%. Stiamo parlando di 74 milioni di persone nella zona euro e di 17,4 milioni di persone in Italia. I dati della Grecia, che ha vissuto la troika e il passaggio più rapido e violento al neoliberismo/ordoliberismo, sono i più spaventosi: il 32,9% delle persone nel 2003 era a rischio povertà, sono il 34,8% nel 2017: 3,7 milioni. Essere a rischio povertà significa, secondo la definizione Eurostat: “Avere un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito medio nazionale […] avere condizioni di vita gravemente condizionate da una mancanza di risorse, che si riflette nella corrispondenza ad almeno 4 su 9 delle seguenti privazioni: non potersi permettere di i) pagare l’affitto o le bollette, ii) tenere la casa adeguatamente calda, iii) affrontare spese impreviste, iv) mangiare carne, pesce o un equivalente proteico ogni due giorni, v) una settimana di vacanza lontano da casa, vi) auto, vii) lavatrice, viii) TV a colori, ix) telefono”. È importante sottolineare che i dati sono calcolati dopo i trasferimenti sociali, ossia comprendono l’apporto del welfare; quello stato sociale che il neoliberismo/ ordoliberismo sta smantellando.</p>



<p>I lavoratori part time a rischio povertà (Tabella 2) – il cosiddetto fenomeno dei working poor – sono passati nell’Eurozona dall’essere il 10,9% nel 2007 al 14,4% nel 2017; in Italia, la percentuale è aumentata dal 14,6% al 18,6%. I lavoratori full time a rischio povertà (Tabella 3) erano il 7% nel 2007 nei Paesi euro e sono il 7,8% nel 2017; in Italia sono cresciuti dall’8,5% all’11,1%. È l’effetto dell’aumento dello sfruttamento lavorativo in nome del profitto, attuato con la liberalizzazione del mercato del lavoro, la precarietà, la progressiva eliminazione dei diritti dei lavoratori.</p>



<p>Il coefficiente di Gini misurato sul reddito (4) (Tabella 4), espresso in centesimi nelle tabelle Eurostat, è passato dal 30 al 30,5 nell’Eurozona (2007-2017) e dal 32 al 32,7 in Italia. La diseguaglianza è quindi aumentata. E occorre anche tenere presente che quello di Gini è un indice che, calcolando un rapporto, presenta il limite di restare invariato se il reddito dei più ricchi e quello dei più poveri crescono nella stessa proporzione, e quindi di non tenere conto della forbice fra i valori assoluti, che in realtà aumenta (se ‘A’ possiede 10.000 dollari e ‘B’ 100.000, ed entrambi raddoppiano il loro reddito, il coefficiente di Gini non cambia, anche se il divario è salito da 90.000 a 180.000 dollari).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="721" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1.jpg" alt="" class="wp-image-1208" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1-250x300.jpg 250w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 3</figcaption></figure></div>



<p>I dati degli Stati europei, a 19 o a 27/28, non sono omogenei, com’è ovvio che sia. È la dimostrazione che qualsiasi teoria economica deve confrontarsi con il reale, con la struttura finanziaria, economica e manifatturiera del Paese, che è il risultato della sua Storia, la sua politica, la sua realtà sociale. Non esiste una ‘ricetta’ buona per tutti, o meglio: esiste una ricetta buona per il grande Capitale economico e finanziario, globalizzato. Ma se assumiamo che l’economia è una fra le tante attività u-mane, che deve porsi al servizio delle persone, le ricette devono essere diverse a seconda della realtà sociale a cui vengono applicate. Ed è proprio ciò che nega la globalizzazione. Chiedersi “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” è una domanda di una semplicità disarmante, eppure è proprio il punto di partenza di una riflessione che la classe politica al governo da trent’anni ha eliminato dalla sua visione. Ma se la politica cessa di essere l’ambito attraverso il quale gli esseri umani costruiscono e vivono in comunità, stabilendone i diritti e i principi fondanti e la loro valenza superiore rispetto a interessi di parte – a questo servono le Carte Costituzionali (5) – ecco che anche la democrazia viene meno. Ed è la considerazione finale che porta la lettura del Rapporto di giugno della Commissione.</p>



<p>Ventotto persone riunite in un organo sovranazionale non eletto dai cittadini hanno il potere di valutare, giudicare e infine assolvere o condannare, proponendo l’apertura di una ‘procedura tecnica’, la politica attuata da un governo democraticamente eletto. C’è poco da urlare al ‘pericolo fascista’ o ‘populista’. Karl Polanyi lo aveva definito “doppio movimento”: all’eccesso di liberalismo economico risponde una reazione per ristabilire protezione sociale. In un sistema capitalistico, la depoliticizzazione dell’economia porta impoverimento in larghi strati della popolazione; storicamente, per arginare il conseguente conflitto sociale si è avuto un ritorno a un controllo della politica sull’economia. Può avvenire da destra, e così è stato con il fascismo dopo le liberalizzazione economiche e il mercato autoregolato costruito nell’Ottocento, oppure da sinistra, il New Deal di Roosevelt. Se oggi la sinistra non comprende che non si tratta di cambiare le regole di Maastricht, politica peraltro inattuabile (6), ma di rovesciare il tavolo e andarsene (7), per riprogettare una realtà completamente diversa, interamente sua è la responsabilità della società che si va costruendo in questa fase storica.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/communication_to_the%20_council_aftercollege_-_final.pdf" target="_blank"> https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/communication_to_the _council_aftercollege_-_final.pdf</a><br>2) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/com2019_532_it_en.pdf%20" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/com2019_532_it_en.pdf</a><br>3) Cfr. articoli sull’Unione europea, a firma di Giovanna Cracco, a far data da dicembre 2010<br>3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en</a><br>4) Il coefficiente di Gini misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1, o può essere espresso anche in centesimi: il valore 0 corrisponde alla pura equidistribuzione, la situazione in cui tutti percepiscono lo stesso reddito; valori via via maggiori indicano una distribuzione più diseguale, fino al valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione in cui una persona percepisce tutto il reddito del Paese e la restante popolazione non ha reddito<br>5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="http://rivistapaginauno.it/lunione-europea-di-hayek/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>L’Unione europea di Hayek</em></a>, Paginauno n. 61/2019<br>6) Solo un voto all’unanimità tra 27/28 Paesi – 19 per l’eurozona – può cambiare il contenuto dei Trattati, un’ipotesi irrealistica<br>7) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/sovranita-costituzionale-in-fondo-a-sinistra/" target="_blank">Sovranità costituzionale. In fondo a sinistra</a></em>, Paginauno n. 62/2019</p>
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		<title>Europa, squilibri macroeconomici. Il balletto tra Commissione e Germania</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/europa-squilibri-macroeconomici-il-balletto-tra-commissione-e-germania/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 16:09:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[mercantilismo]]></category>
		<category><![CDATA[ordoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[I numeri di cui non si parla: crisi da debito pubblico o da bilancia dei pagamenti? Che danni provoca all’equilibrio dell’eurozona il surplus commerciale tedesco? Istituito dopo i PIIGS del 2010, l’Alert Mechanism Report registra ogni anno gli squilibri macroeconomici tra i Paesi, la Commissione richiama la Germania al rispetto dei parametri ma nulla cambia e nessuna procedura sanzionatoria viene attivata]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-60-dicembre-2018-gennaio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 60, dicembre 2018 &#8211; gennaio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>I numeri di cui non si parla: crisi da debito pubblico o da bilancia dei pagamenti? Che danni provoca all’equilibrio dell’eurozona il surplus commerciale tedesco? Istituito dopo i PIIGS del 2010, l’Alert Mechanism Report registra ogni anno gli squilibri macroeconomici tra i Paesi, la Commissione richiama la Germania al rispetto dei parametri ma nulla cambia e nessuna procedura sanzionatoria viene attivata</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Rapporto debito/Pil al 60% e deficit entro il 3%: sono questi i numeri che il cittadino associa all’Unione europea – accanto alla parola&nbsp;<em>spread</em>, tanto spesso pronunciata da essere divenuta quasi un intercalare – perché l’informazione mainstream li ha ossessivamente ripetuti fino a farli entrare nel linguaggio comune. Eppure ci sono numeri ben più importanti che circolano nelle stanze europee, che la grande stampa generalista – meno quella economica – lascia lì chiusi indisturbati, condannando il cittadino all’ignoranza – e non è un’esagerazione: è strutturale nell’architettura della normativa europea una complicazione che rende fortemente difficoltoso raccapezzarsi per chi voglia conoscerla e ne sfida il grado di ostinazione: le informazioni sono pubbliche e il più delle volte online nei siti ufficiali, ma tra loro scollegate e prive di uno ‘schema’ che possa dare una visione d’insieme; Pollicino insomma, nella Ue non lascia briciole da seguire. Sono numeri che portano a un diverso ragionamento su che cosa significhi&nbsp;<em>equilibrio</em>&nbsp;all’interno del sistema europeo.</p>



<p>Nel 2010 esplode la crisi sui debiti sovrani dei cosiddetti PIIGS europei: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Sappiamo com’è andata (1). L’anno successivo la Commissione europea istituisce la “Procedura per gli squilibri macroeconomici” (<em>Macroeconomic imbalance procedure</em>, MIP), che nasce proprio in conseguenza di quanto accaduto: “La crisi finanziaria ha mostrato che gli squilibri macroeconomici – come un ampio deficit delle partite correnti o una bolla immobiliare – in un Paese possono influenzare gli altri” si legge sul sito della stessa Commissione, e la MIP “mira a identificare, prevenire e affrontare l’emergere di squilibri potenzialmente dannosi che potrebbero influire negativamente sulla stabilità economica in un particolare Paese della Ue”.</p>



<p>La crisi ha dunque obbligato l’Unione europea a spostare lo sguardo un po’ oltre lo steccato dell’ideologia ordoliberista, e a fare i conti con il fatto che la stabilità di un sistema formato da Paesi che hanno politiche e realtà economiche differenti ma condividono la stessa moneta, non dipende solo dalla finanza pubblica. Ai parametri introdotti dal Trattato di Maastricht dunque (60% e 3%) (2), si aggiunge il monitoraggio annuale di altri indicatori economici. Dal 2012, insieme alle diverse Leggi di Bilancio nazionali, la Commissione analizza anche le economie degli Stati Ue e pubblica il “Rapporto sul meccanismo di allerta” (<em>Alert Mechanism Report</em>, AMR), che segnala se un Paese registra o meno “squilibri” e nel caso se essi siano “squilibri eccessivi” o “squilibri eccessivi con a-zioni correttive”, situazione quest’ultima che dà l’avvio a una procedura che sfocia in raccomandazioni per ridurli e un monitoraggio più stretto delle politiche del Paese.<br>Quattordici i parametri fissati (vedi Tabella 1), a cui si affiancano 25 indicatori che forniscono informazioni aggiuntive. Le riflessioni da fare sarebbero diverse.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="424" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-1.jpg" alt="" class="wp-image-1234" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-1.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-1-300x210.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-1-600x420.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption><em>Tabella 1. Parametri Macroeconomic imbalance procedure, MIP. Fonte: Commissione europea</em><br>&nbsp;</figcaption></figure></div>



<p>Per dirne una, il fatto che l’Unione europea consideri equilibrato un tasso disoccupazione fino al 10%. Per contestualizzare il dato ricordiamo che l’ultimo valore italiano, a ottobre, segnava il 10,6%, e per quanto il parametro Ue sia la media triennale, ciò significa che una situazione occupazionale (e sociale) stabilmente simile a quella che oggi si registra in Italia non è considerata problematica, anzi, appena sopra la soglia della&nbsp;<em>normalità</em>&nbsp;per l’equilibrio dell’economia di un Paese.</p>



<p>È una valutazione che purtroppo non sorprende perché in linea con la teoria ordoliberista, che pone al centro la competitività del mercato e la stabilità dei prezzi e non la piena occupazione; è la ragione per cui il mandato assegnato dai Trattati alla Bce ha come obiettivo solo il controllo del tasso d’inflazione (che deve aggirarsi intorno al 2%) e non il dato occupazionale, che appartiene invece alla Fed statunitense, per esempio, e in generale alle Banche centrali nazionali; ed è la ragione per cui nella crisi la Bce è intervenuta tardivamente con il Quantitative Easing (marzo 2015, quando sia la Fed che la Bank of England l’hanno avviato nel marzo 2009), rendendo la crisi così lunga e profonda: nel rispetto delle proprie regole, non è potuta trasformarsi in prestatore di ultima istanza (ossia acquistare titoli pubblici dei Paesi Ue) finché l’inflazione non ha sfiorato lo zero, avvicinando pericolosamente il rischio deflazione.</p>



<p>Tuttavia ciò su cui interessa qui porre l’attenzione è il parametro fissato per le partite correnti, ossia il dato relativo al deficit/surplus commerciale (semplificando: il saldo tra importazioni ed esportazioni); un valore tutt’altro che marginale in un sistema economico come l’Unione monetaria.<br>Germania, Danimarca e Paesi Bassi sforano da anni il valore del 6% di surplus stabilito (vedi Tabelle 2, 3, 4 e 5), incorrendo in uno squilibrio macroeconomico che puntualmente la Commissione Ue registra nell’Alert Mechanism Report annuale (3), inviando raccomandazioni ai tre Paesi (4) che evidentemente, visti i risultati, cadono nel vuoto, non producendo alcuna conseguenza né in termini di cambiamento nelle politiche economiche né nell’avvio di una procedura sanzionatoria, prevista ma mai applicata dalla Commissione (5) (quella Commissione che ha minacciato l’Italia di avviare una procedura d’infrazione giudicando “eccessivo” un deficit al 2,4% – quindi dentro al parametro del 3%).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="424" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-2.jpg" alt="" class="wp-image-1235" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-2.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-2-300x210.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-2-600x420.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption><em>Tabella 2. Bilancio partite correnti Paesi Ue. Fonte: Alert Mechanism Report 2018</em></figcaption></figure></div>



<p>“Le eccedenze in Danimarca, Germania e Paesi Bassi continuano a superare la soglia, come hanno fatto per diversi anni” si legge nell’<em>Alert Mechanism Report 2018</em>, “eccedenze ben al di sopra di quelle che possono essere spiegate dai fondamentali economici (tra cui, ad esempio, l’invecchiamento e il reddito pro-capite relativo)”. Per dimensione dell’economia, è il surplus della Germania che crea seri problemi all’eurozona (6). Vediamo come, semplificando il percorso per non entrare in eccessivi tecnicismi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="424" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-3.jpg" alt="" class="wp-image-1236" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-3.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-3-300x210.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-3-600x420.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption><em>Tabella 3. Parametri MIP Germania. Fonte: Alert Mechanism Report 2018</em></figcaption></figure></div>



<p>La politica economica tedesca si basa sul mercantilismo, un modello che incentiva le esportazioni rispetto alle importazioni, mirando ad avere un surplus commerciale. Il marco era una moneta più forte dell’euro, quindi già nel passaggio da una valuta all’altra la Germania ha visto crescere il proprio export. In aggiunta, dall’entrata nella moneta comune ha applicato quella che viene definita ‘svalutazione competitiva’: riduco l’import comprimendo la domanda interna attraverso la moderazione salariale (7); in tal modo avrò anche un’inflazione inferiore a quella degli Stati concorrenti e quindi prezzi minori; l’export aumenta sia in valore nominale che in proporzione all’import.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="424" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-4.jpg" alt="" class="wp-image-1237" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-4.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-4-300x210.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-4-600x420.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption><em>Tabella 4. Parametri MIP Danimarca. Fonte: Alert Mechanism Report 2018</em></figcaption></figure></div>



<p>Per definizione è un modello non generalizzabile (se un Paese esporta un altro deve importare), e infatti sta in piedi solo se ci sono Stati cosiddetti ‘cicala’, che adottano politiche economiche opposte: espansione della domanda interna (con il sostegno ai salari, al welfare ecc.) e quindi aumento dell’import; l’inflazione inevitabilmente cresce, e allora per poter continuare a esportate a prezzi competitivi svaluto la moneta.</p>



<p>È evidente che il modello mercantilista non è applicabile in un’area monetaria unica, dove gli Stati che adottano politiche espansive non hanno la possibilità di svalutare; a meno di prevedere meccanismi di compensazione tra i Paesi in surplus e quelli in deficit, cosa che la Germania ha sempre categoricamente rifiutato. Il risultato è un inevitabile squilibrio strutturale – non momentaneo – tra le bilance commerciali. A ciò si aggiunge che dall’entrata nell’euro i Paesi cicala non hanno più potuto fare politiche espansive né supportare l’economia con aiuti pubblici, vista l’adozione dei parametri di Maastricht – già da prima spirava quel vento, con il neoliberismo divenuto teoria dominante, ma la deriva ordoliberista Ue ha peggiorato la situazione. La loro economia ha iniziato a rallentare e con essa anche le entrate fiscali, contro un fabbisogno finanziario che al contrario cresceva per le politiche sociali attuate in contrasto alla disoccupazione in aumento.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="424" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-5.jpg" alt="" class="wp-image-1238" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-5.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-5-300x210.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-5-600x420.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption><em>Tabella 5. Parametri MIP Paesi Bassi. Fonte: Alert Mechanism Report 2018</em></figcaption></figure></div>



<p>L’unica soluzione è stata indebitarsi, attraverso l’emissione di titoli di Stato. Ma a quel punto a prestare soldi non erano più gli attori interni (in crisi), né la Banca d’Italia (che non era più una Banca centrale), bensì investitori stranieri (vista la libera circolazione dei capitali), con conseguente rialzo dei tassi di interesse sui titoli per attrarre i capitali; l’immediato passaggio successivo è stata la crescita del debito pubblico dovuta all’aumento della spesa per interessi.</p>



<p>Ricapitolando: la Germania esporta, comprime la domanda interna e accumula un surplus che viene accantonato nelle banche tedesche, le quali prestano il denaro ai Paesi in deficit commerciale, che dunque continuano (anche) a importare dalla stessa Germania. È un circolo vizioso nel quale la Germania vive al di sotto delle proprie possibilità, in termini di ricchezza dell’economia, e i Paesi cicala al di sopra, indebitati.</p>



<p>La logica perversa si interrompe quando i flussi di denaro cessano, ed è ciò che è accaduto improvvisamente a seguito della crisi finanziaria scoppiata nel Stati Uniti con i subprime e poi dilagata ovunque, com’era inevitabile in un’economia finanziaria globalizzata: le banche dei Paesi in surplus hanno chiuso i rubinetti dei prestiti alle banche dei Paesi cicala in deficit, per timore di non riavere indietro il denaro. È seguito il crollo del sistema bancario, il blocco dell’economia reale, gli aiuti pubblici alle banche che hanno fatto impennare i debiti statali, la crisi (e vantaggiosa speculazione, per i grandi attori) sui bond sovrani dei PIIGS, l’intervento (tardivo) della Bce con il Quantitative Easing.</p>



<p>La crisi del debito pubblico in Europa, dunque, è stata in realtà una crisi da squilibrio delle bilance commerciali. Un dato su tutti: uno studio dell’ESMT di Berlino ha calcolato che del denaro prestato alla Grecia nel ‘salvataggio’ del 2010, meno del 5%, ovvero dieci miliardi, è entrato nelle casse pubbliche elleniche, mentre il 95% è andato ai creditori tra restituzione del debito e interessi; tra questi spiccavano per importi le banche tedesche (8).</p>



<p>Al di là delle dinamiche della crisi, il punto è che nel momento in cui l’economia dominante, per grandezza, all’interno di un sistema a valuta unica privo di compensazioni, si ostina a essere mercantilista, obbliga gli altri Paesi ad adottare lo stesso modello; e non potendo svalutare la moneta, l’unico modo per spingere l’export sull’import è applicare la svalutazione competitiva. Se guardiamo alle politiche economiche attuate dai Paesi Ue infatti, negli ultimi anni ma maggiormente nella fase della crisi, e non solo negli Stati assoggettati alla troika, i punti cardine le accomunano:</p>



<p>1. moderazione salariale: riduzione del salario indiretto (welfare) e differito (pensioni) agendo con tagli al bilancio pubblico; riduzione del salario diretto (stipendi) con la liberalizzazione del mercato del lavoro e la conseguente concorrenza fra lavoratori;</p>



<p>2. calo della domanda interna, che produce una diminuzione delle importazioni, e dunque anche se a valori nominali l’export non aumenta, nel rapporto tra i due fattori la bilancia delle partite correnti registra un surplus.</p>



<p>In aggiunta l’inflazione si mantiene bassa, perché l’economia interna è bloccata, e questo consente di avere prezzi concorrenziali per l’export. Un costo del lavoro minore permette invece utili maggiori alle imprese che esportano, e infatti il mercantilismo è una politica che favorisce il grande Capitale interno, che non deve più preoccuparsi del fatto che a bassi salari corrisponde una minore capacità del lavoratore di acquistare le merci che produce, perché il mercato di riferimento diventa quello estero e quindi i prodotti non restano invenduti.</p>



<p>È la politica messa in atto dal governo Monti, che candidamente l’ha dichiarato in una intervista alla CNN nel maggio 2012, quando era presidente del Consiglio: “We are actually destroying domestic demand through fiscal consolidation”, “Stiamo distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale”, ossia le politiche di austerity (9). Se guardiamo ai dati italiani (vedi Tabella 6), il deficit commerciale è iniziato a diminuire proprio dal 2012, arrivando a registrare un surplus dal 2014 in poi.</p>



<p>Infine, conseguenza non secondaria di una simile politica, soprattutto attuata in fase di crisi – a parte l’impoverimento della popolazione e la crescita delle diseguaglianze – è la chiusura delle imprese che vendono principalmente sul mercato interno, con conseguente aumento anche del tasso di disoccupazione, ed è ciò che è accaduto particolarmente in Italia, il cui tessuto produttivo è sempre stato caratterizzato da piccole/medie imprese non focalizzate sull’export.</p>



<p>Ciliegina sulla torta, la Germania ha tratto vantaggi dalla crisi sui debiti sovrani: i suoi bond sono diventati titoli rifugio, registrando addirittura tassi di interesse negativi, e questo ha permesso un risparmio di più di 100 miliardi di euro, più del 3% del Pil tedesco, durante il periodo 2010/2015 (10).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="424" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-6.jpg" alt="" class="wp-image-1239" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-6.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-6-300x210.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/squilibriUe-6-600x420.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption><em>Tabella 6. Parametri MIP Italia. Fonte: Alert Mechanism Report 2018</em></figcaption></figure></div>



<p>La classe dirigente europea è consapevole di questa dinamica, da qui l’istituzione della “Procedura per gli squilibri macroeconomici”. Gli stessi esempi indicati dalla Commissione co-me problematici nell’equilibrio dell’eurozona, “un ampio deficit delle partite correnti o una bolla immobiliare”, lo rivelano: se ci sono Paesi che registrano un “ampio deficit” ce ne sono altri che segnano un altrettanto ampio surplus, e infatti la stessa bolla immobiliare, esplosa in Spagna e Irlanda, si è verificata perché quel surplus immagazzinato dalle banche tedesche è finito sotto forma di prestito a quelle spagnole e irlandesi, andando ad alimentare una crescita nel settore immobiliare che non aveva basi reali nell’economia dei due Paesi; il blocco del mercato interbancario e l’intervento dello Stato ha poi trasformato il debito privato in debito pubblico, a carico dei cittadini.</p>



<p>Anche Vítor Constâncio, all’epoca vicepresidente della Bce, in una relazione del 23 maggio 2013 ha posto il disequilibrio della bilancia dei pagamenti tra i Paesi europei come questione centrale della crisi dei debiti sovrani (11). Eppure la Commissione Ue e la Germania si esibiscono ogni anno in un balletto che non cambia: la prima segnala nell’Alert Mechanism Report un eccessivo squilibrio e invita il governo tedesco a interrompe la moderazione salariale per rilanciare la domanda interna, la seconda fa orecchie da mercante, e nulla accade.</p>



<p>Quando si afferma che l’Unione europea è stata costruita su misura della Germania, non è uno slogan. E il fatto che nonostante la crisi non si vedano cambiamenti all’orizzonte è significativo dell’impossibilità a&nbsp;<em>riformare</em>&nbsp;– verbo che piace a tanta sinistra – una struttura che per apportare modifiche ai Trattati deve registrare all’interno del Consiglio un voto all’unanimità, tra diciannove o ventisette Paesi (!). Ma complice la stampa mainstream, tutti gli occhi sono puntati sul debito pubblico, il deficit e lo spread: il dito e non la luna.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Cracco,&nbsp;<em>Europa: le menzogne sul debito pubblico e la costruzione di un nuovo modello di Stato</em>,&nbsp;Paginauno n. 29/2012<br>2) Parametri che sono comunque rimasti il cieco timone dell’Unione monetaria e sono stati oggetto della normativa conosciuta come “six-pack” e “two-pack” (2011 e 2013) e del “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica monetaria” (2012, il cosiddetto “Fiscal Compact”), che hanno fissato nel dettaglio le regole delle procedure di sorveglianza e di quelle di infrazione, il “braccio preventivo” e il “braccio correttivo”<br>3) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en</a><br>4) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/depth-reviews_en" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/depth-reviews_en</a><br>5) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/excessive-imbalance-procedure_en" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/excessive-imbalance-procedure_en</a><br>6) Dati 2017: su 15.300 miliardi di Pil complessivo per i 28 Paesi (Gran Bretagna inclusa, quindi), la Germania ne segna 3.300, il 21,3%; i Paesi Bassi appena il 4,8% e la Danimarca l’1,9%<br>7) In Germania è stata attuata principalmente non mantenendo la crescita dei salari nominali in linea con la produttività: nel periodo 1999/2008 i salari reali sono diminuiti del 9%, cfr. Peter Bofinger,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.socialeurope.eu/german-wage-moderation-and-the-eurozone-crisis" target="_blank"><em>&nbsp;German Wage Moderation And The Eurozone Crisis</em></a>, Social Europe, 1 dicembre 2015<br>8) Cfr. J. Rocholl, A. Stahmer,<em>&nbsp;Where did the Greek bailout money go?</em>, ESMT White Paper, 2016<br>9) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=A02A4Kk48nQ" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=A02A4Kk48nQ</a><br>10) Cfr. Reint E. Gropp,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.iwh-halle.de/nc/en/press/press-releases/detail/germany-benefited-substantially-from-the-greek-crisis/" target="_blank"><em>Germany Benefited Substantially from the Greek Crisis</em></a>, Halle Institute for Economic Research, 10 agosto 2015<br>11) Cfr. Vítor Constâncio,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130523_1.en.html#/" target="_blank"><em>&nbsp;The European Crisis and the role of the financial system, Speech at the Bank of Greece conference on “The crisis in the euro area”</em></a>, 23 May 2013, Bce</p>
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		<title>Germania, Target 2 e Piano B. Quando l&#8217;Europa fa le pentole ma&#8230;</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/germania-target-2-e-piano-b-quando-leuropa-fa-le-pentole-ma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 14:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
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					<description><![CDATA[Perché economisti tedeschi discutono di eurexit e portano il dibattito sui principali quotidiani: 976 miliardi di credito T2, Maastricht 2 e la condivisione dei rischi, la paura che salti il banco dell’euro]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-59-ottobre-novembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 59, ottobre &#8211; novembre 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Perché economisti tedeschi discutono di eurexit e portano il dibattito sui principali quotidiani: 976 miliardi di credito T2, Maastricht 2 e la condivisione dei rischi, la paura che salti il banco dell’euro</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“La probabilità che l’euro decada non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”. Parole di Kai Konrad, organizzatore insieme a Jörg Rocholl del convegno “L’euro è sostenibile – e se invece non lo è?” (<em>Is the euro sustainable – and what if not?</em>) tenutosi il 14 marzo scorso all’ESMT, European School of Management and Technology, di Berlino (1). Non pensiamo a due figure marginali: Konrad, attuale direttore del Max Planck Institute for Tax Law and Public Finance, è stato presidente del Consiglio dei Consulenti tecnici al Ministero delle Finanze tedesco dal 2011 al 2014, e Rocholl, presidente dell’ESMT, nello stesso ministero è dal 2011, e tuttora, membro del Comitato economico.</p>



<p>Come riporta Die Welt (2), gli economisti invitati hanno concordato sulla necessità di modificare i Trattati dell’Unione europea inserendo una regola eurexit, secondo tre scenari ipotizzabili: l’uscita di un Paese senza il consenso degli altri Stati, l’uscita con il consenso degli altri Stati, l’uscita imposta a un Paese contro la sua volontà. “I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’attuale incertezza, rendendo così i conflitti fra gli Stati meno probabili”, ha affermato Clemens Fuest, presente all’incontro, accademico di forte peso nell’opinione pubblica tedesca, presidente dell’Ifo Institute for Economic Research, l’ente di ricerca più importante del Paese.</p>



<p>Nelle parole degli intervenuti, ad avere interesse all’uscita potrebbero essere sia gli Stati core, i più ricchi, come la Germania, sia quelli periferici, i più deboli – espressamente citata l’Italia –: i primi nel caso la discussione in corso su Maastricht 2 porti alla costruzione di una Unione che, pur in cambio di un rafforzamento della disciplina fiscale fortemente voluta dai tedeschi, preveda una qualche forma di condivisione europea dei rischi, come un’assicurazione comune sui depositi bancari (ci torneremo); i secondi per riguadagnare la competitività perduta con l’entrata nell’euro, attraverso il ritorno a una valuta nazionale, con conseguente controllo sulle politiche monetarie, svalutazione compresa. Divario che Hans-Werner Sinn, fra gli economisti tedeschi più influenti e membro dal 1989 del Consiglio Consultivo del Ministero dell’Economia, ha illustrato al-la platea: perché i Paesi più deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, ha affermato, quest’ultima dovrebbe avere un’inflazione del 4,5% più alta rispetto a quella degli altri Stati dell’eurozona per i prossimi dieci anni. Scenario dai tempi lunghi e altamente improbabile, vista la logica mercantilista che domina la politica tedesca da anni.</p>



<p>La prima considerazione che sovviene, è che in Germania economisti di riferimento e con peso politico e mediatico discutono di uscita dall’euro senza suscitare reazione isteriche negli organi di stampa – come accade invece in Italia, dove ammessa, ma per nulla concessa, la buonafede, appena una figura pubblica accenna al solo concetto di eurexit, articoli e talk show sommergono i cittadini raccontando loro quanto sia impensabile, inattuabile, improponibile, economicamente e politicamente devastante il solo parlarne – si sta scomodando anche la forma narrativa: Sergio Rizzo, una vita al Corsera e oggi vicedirettore di Repubblica, è da poco uscito per le edizioni Feltrinelli con un romanzo distopico dal titolo&nbsp;<em>02.02.2020 La notte che uscimmo dall’euro</em>: “I capitali fuggono all’estero. I bancomat chiudono. Esplode l’inflazione. Una distopia tanto possibile da sembrare vera. Per guardare oltre l’abisso sul quale il nostro Paese si sta affacciando”&#8230; vale la pena leggere direttamente l’articolo di presentazione che ne fa lo stesso autore su Repubblica (3).</p>



<p>Il cigno nero di Savona, insomma, il Piano B, in terra germanica non scandalizza né toglie appetito, anzi apre dibattiti. E i quotidiani li seguono, permettendo quindi ai cittadini di informarsi e, mettendo a confronto posizioni diverse, crearsi un’opinione. Su tutti, la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), il maggiore giornale tedesco, ospita regolarmente interventi dell’economista Sinn, che ha fatto del sistema europeo dei flussi monetari Target 2 (T2) uno dei suoi principali temi di discussione; perché, di fatto, è una questione fondamentale nel caso salti il banco dell’euro, soprattutto per la Germania.</p>



<p>Purtroppo occorre entrare in qualche tecnicismo, pur semplificando. Target 2 è una piattaforma elettronica per il regolamento dei pagamenti in euro tra i Paesi della Ue (4). Esempio di scuola: quando l’azienda italiana A acquista beni dall’impresa tedesca B, saldando con un bonifico, il trasferimento di fondi è solo elettronico e fa il&nbsp;<em>giro dell’oca</em>: dalla banca italiana presso cui l’azienda A ha il conto (per esempio Unicredit) alla Banca d’Italia, dalla Banca d’Italia alla Bundesbank, dalla Bundesbank alla banca tedesca presso cui l’impresa B ha il conto (per esempio Deutsche Bank) (vedi Figura 1).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-1.jpg" alt="" class="wp-image-1212" width="454" height="320" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-1.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-1-300x211.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-1-600x422.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></figure></div>



<p>Tutti i pagamenti transfrontalieri, quindi – di qualsiasi natura: pagamento di merci o servizi, trasferimento di capitali, investimenti finanziari – avvengono tramite la banche centrali dei rispettivi Paesi, o meglio, tramite scritture contabili nei conti di riserva che esse detengono presso la Bce – essendo divenute, con l’unione monetaria, semplici succursali della Banca centrale europea. Su ogni conto Paese, definiamolo così, sono dunque registrati i diversi attivi e passivi – a seconda che&nbsp;<em>si incassi o si paghi</em>&nbsp;– la cui differenza genera il saldo, a credito o a debito, che le banche centrali degli Stati della Ue hanno verso la Bce: questo è ciò che viene chiamato<em>&nbsp;saldo Target 2</em>.<br>Trattandosi di un’unione monetaria, l’insieme bancario è unico, nel suo (dis)equilibrio complessivo. Significa che i saldi T2 sono solo numeri, siano essi attivi o passivi: crediti non e-sigibili o debiti da non estinguere, potenzialmente dall’entità illimitata e senza alcuna scadenza. Se però l’unione monetaria si rompe, perché un Paese esce dall’euro o salta l’intero sistema, cambia tutto. Andiamo con ordine.</p>



<p>Per come è stato strutturato, Target 2 evidenzia innanzitutto quanto l’Unione sia lontana dall’essere una&nbsp;<em>unione</em>. Fino al 2007, ossia prima della crisi, i saldi T2 dei Paesi erano intorno allo zero, e questo avveniva perché gli istituti commerciali (Unicredit, Deutsche Bank ecc.) si scambiavano direttamente fra loro moneta elettronica (riserve bancarie, per essere più esatti) sul mercato interbancario, un’operazione che andava ad annullare i trasferimenti T2. Con il fallimento di Lehman Brothers e la slavina che si è messa in moto è crollata la fiducia, le banche hanno cessato di prestarsi denaro e i saldi T2 si sono impennati (vedi Figura 2).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-2.jpg" alt="" class="wp-image-1213" width="605" height="477" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-2.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-2-300x237.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/target2-2-600x473.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /></figure></div>



<p>Una situazione che ha reso plasticamente visibili i disequilibri tra Paesi sottolineati anche da Sinn al convegno berlinese. I saldi T2 riflettono infatti la bilancia dei pagamenti tra gli Stati della Ue: la Germania, mercantilista sul piano commerciale – mantiene un surplus dell’8-9% contro il 6% fissato nei Trattati – e, su quello dei capitali, Paese<em>&nbsp;rifugio</em>&nbsp;in tempi di crisi da debiti sovrani, è arrivata a luglio a registrare un credito Target 2 di 976,3 miliardi di euro. L’Italia ma anche la Spagna, ex Pigs, economie deboli e che hanno vissuto la fuga di capitali, segnano sul conto debiti 480,9 miliardi la prima e 399 miliardi la seconda.</p>



<p>Su questi numeri ha inciso anche il Quantitative easing avviato da Draghi nel 2015 – dovrebbe terminare a dicembre di quest’anno – anch’esso strutturato sulla logica di una non-unione: la Bce infatti non acquista direttamente i bond sovrani dei diversi Paesi ma demanda l’operazione alle singole banche centrali nazionali (5): Bankitalia compra i titoli di Stato italiani, la Bundesbank quelli tedeschi ecc. Impostazione che ha fatto esplodere il credito T2 della Germania e il debito T2 dell’Italia – ma anche della Spagna – per due ragioni. La prima: Francoforte è la principale Borsa dell’Unione monetaria (Uem), ed è su quella piazza che Banca d’Italia ha rastrellato i titoli pubblici in mani straniere, extra Uem (fondi d’investimento anglosassoni, per esempio). La seconda: gli investitori italiani, paventando il rischio Paese, hanno venduto a Bankitalia i bond che detenevano in portafoglio e hanno spostato all’estero il denaro così ricavato, in lidi ritenuti più sicuri – tra cui i titoli sovrani tedeschi – nella classica dinamica della fuga dei capitali. Entrambe le operazioni hanno generato importanti trasferimenti Target 2 dall’Italia alla Germania, aumentando il debito della prima e il credito della seconda.</p>



<p>Fermo restando la realtà economica/ finanziaria che il Target 2 ci mette di fronte, l’aspetto più incredibile è tuttavia un altro, e qui si entra nel surreale. Poiché l’uscita dall’euro non è contemplata nei Trattati, non è stata tracciata alcuna strada nel caso l’unione monetaria esploda, e con essa anche il sistema Target 2. Questo fa sì che sul piano economico non ci sia nemmeno accordo su che cosa siano i saldi T2: gli economisti si dividono tra chi afferma che so-no crediti/debiti reali dei Paesi verso la Bce, quindi da incassare/pagare in caso di eurexit, e chi sostiene che siano solo scritture contabili, da stracciare, perché l’impresa B tedesca ha già ricevuto il suo denaro in cambio della merce, così come l’investitore anglosassone che ha venduto il suo titolo di Stato italiano sulla Borsa di Francoforte, e dunque il debito di fatto è già stato saldato. Non solo.</p>



<p>Nel caso avesse la meglio la prima valutazione – e di fatto pare sia così – subentra il problema legale: è infatti del tutto assente il quadro giuridico di riferimento per imporre al debitore di pagare quanto deve. Significa che se salta il sistema euro siamo al&nbsp;<em>tana liberi tutti</em>, perché non esisterebbe più la stessa Bce e di conseguenza i crediti Target, in quanto rivendicazioni nei confronti di un sistema inesistente, perderebbero la loro base legale; se invece l’euro resta in piedi e a uscire è solo un Paese, non c’è norma che fissi l’obbligo del pagamento, o in quale valuta debba essere effettuato – euro o la nuova moneta nazionale, sicuramente svalutata? – e si aprirebbero contenziosi legali capaci di tenere tutto in sospeso per lungo tempo. Checché ne dica il presidente della Bce, Mario Draghi. (6).</p>



<p>Difficile dire a questo punto se la costruzione di una tale assurda architettura monetaria sia dovuta a incapacità, errori di valutazione o cosa. Di certo si è accompagnata all’idea che “l’euro è irreversibile” (7) e alla decisione di non prevedere clausole per l’uscita; senza dubbio rivela il respiro corto, la pochezza storica e politica, uno sguardo figlio, in qualche modo, della miopia da “fine della Storia” di Fukuyama, che la stessa Storia si è già occupata di smentire. Non solo perché è di per sé inconcepibile, come cittadini, ritrovarsi in una simile situazione, ma anche perché è ovvio che non sono certo i debitori, come l’Italia, a non dormire la notte: è la creditrice Germania, sulla cui misura l’euro è stato costruito, a ritrovarsi insonne. E infatti Sinn perde la voce lanciando continui allarmi dalle pagine della FAZ. Ne riportiamo alcuni significativi stralci.</p>



<p>“Nell’ambito del sistema di pagamento di Bretton Woods, la necessità di rimborsare il debito in valuta e-stera con degli attivi che non potevano essere creati dal nulla, manteneva i saldi entro limiti ristretti. Nell’eurosistema invece non è previsto alcun rimborso. Questo spiega l’enorme aumento dei saldi Target. In effetti la Germania è diventato un enorme negozio self-service nel quale puoi far segnare sul conto a tuo piacimento, senza che il proprietario del negozio possa chiedere il pagamento dei suoi crediti” scrive il 17 luglio.</p>



<p>E ancora: “Ci sono essenzialmente cinque accordi istituzionali che hanno consentito la creazione asimmetrica di credito all’interno dell’eurosistema nei primi anni della crisi finanziaria, diciamo fino al 2012 circa. Il primo è il sistema Target stesso. Il Trattato di Maastricht non dice nulla a proposito. Questo sistema è stato creato dalle banche centrali stesse, senza chiedere nulla ai Parlamenti. […] Il rischio di una perdita diventa concreto nel momento in cui le altre banche centrali, a causa dei loro debiti Target, non possono più far fronte ai loro impegni di pagamento all’interno dell’eurosistema. Così ad esempio un fallimento dello Stato italiano […]. La situazione sarebbe molto simile se l’Italia dovesse uscire dall’euro e smettesse di onorare i suoi debiti Target. Si spera che questi scenari estremi non si materializzino mai, tuttavia sono rilevanti per l’ulteriore sviluppo dell’eurozona nella misura in cui forniscono ai Paesi in crisi una potenziale arma di minaccia finalizzata alla creazione di una ‘unione di trasferimento’. Il nuovo governo italiano ha giocato apertamente questa carta. O i Paesi del nord mettono mano al borsellino oppure dovranno farlo con l’uscita dalla moneta unica, se necessario tramite il fallimento della propria banca centrale”. (8)</p>



<p>Il 5 agosto Sinn incalza, rispondendo, sempre sulle pagine della FAZ, all’economista Martin Hellwig, direttore del Max Planck Institute for Research on Collective Goods, che nel dibattito in corso sull’Europa minimizza l’importanza dei saldi Target. “La crescita dei saldi Target obbliga la Bce a fare chiarezza. Il suo presidente cerca di schivare le domande relative al loro rimborso, a una loro limitazione o alle garanzie, e accusa ogni critico di volere la fine l’euro” scrive Sinn.</p>



<p>E continua: “Secondo la mia interpretazione i crediti Target della Bundesbank sono paragonabili a un fido bancario nell’ambito dei rapporti dell’eurosistema […] Hellwig mette in dubbio la natura creditizia dei saldi Target in quanto egli ritiene che la Bundesbank sia una filiale della Bce, e considera «semanticamente priva di senso» un’analisi dei flussi di pagamento internazionali basata sull’economia tedesca, in quanto, dietro ai pagamenti ci sono sempre delle persone e delle istituzioni, la cui classificazione per nazionalità, secondo lui, non è importante. In questo modo egli porta il corso della storia molto avanti, perché lo Stato europeo, che forse consentirebbe una tacita rinuncia nei confronti delle rivendicazioni verso gli altri Paesi, in Europa non è stato ancora fondato. Fino a ora i beni della Bundesbank appartengono ancora allo Stato tedesco […].</p>



<p>&#8220;In particolare il pericolo si materializzerebbe se un Paese o più Paesi dovessero lasciare l’eurosistema. Se l’eurosistema nel complesso dovesse collassare, la parte tedesca dell’area valutaria si troverebbe su di un enorme montagna di moneta creata dalla banca centrale, troppo grande per un solo Paese e con enormi rischi di inflazione. […] Sarebbe molto scomodo anche se un singolo Paese come l’Italia dovesse minacciare l’uscita. In una lettera a due deputati Cinque Stelle Mario Draghi ha dichiarato che l’Italia in caso di uscita dalla moneta unica avrebbe dovuto saldare interamente il suo debito Target. Secondo Martin Hellwig, tuttavia, non vi è alcuna base giuridica per fare ciò, e anche se fosse obbligata a farlo, di fatto Banca d’Italia potrebbe anche non adempiere ai suoi obblighi perché i suoi attivi sarebbero costituiti da lire svalutate e sul lato del passivo del bilancio ci sarebbero i debiti Target in euro” (9).</p>



<p>Il problema della Germania, come accennato, è Maastricht 2 e la proposta di aprire a una condivisione dei rischi tra i Paesi. 154 economisti tedeschi, tra cui anche Sinn, a maggio hanno pubblicato, sempre sulla FAZ, un accorato appello perché ciò non accada. “Noi – 154 professori di economia – mettiamo in guardia da un ulteriore sviluppo dell’unione monetaria e bancaria europea in direzione di una unione basata sulla messa in comune della responsabilità. Le proposte del presidente francese Macron e del presidente della Commissione europea Juncker, menzionate nell’accordo di coalizione di Berlino, comportano dei grandi rischi per i cittadini europei. […] Se il sistema di garanzia dei depositi bancari, come previsto, venisse messo in comune, verrebbero socializzati anche i costi degli errori che le banche e i governi hanno commesso in passato” scrivono.</p>



<p>E ancora: “Il previsto Fondo europeo per gli investimenti per la stabilizzazione macroeconomica e il Fondo per il sostegno delle riforme strutturali porteranno a ulteriori trasferimenti e prestiti a favore di quei Paesi della zona euro che in passato hanno evitato di fare le riforme necessarie. Sarebbe un errore premiare una condotta sbagliata. La Germania, all’interno del sistema di pagamento interbancario Target 2, ha già accettato più di 900 miliardi di euro di passività della Bce, sui quali non vengono pagati interessi e per i quali non è prevista alcuna scadenza o rimborso”. Ribadiscono poi: “Il principio di responsabilità è una pietra miliare dell’economia sociale di mercato [l’ordoliberismo,&nbsp;<em>n.d.a.</em>]. L’unione fondata sulla messa in comune della responsabilità mina la crescita e minaccia la prosperità di tutta l’Europa”. Chiedono una regola per l’eurexit: “L’eurozona ha bisogno di una procedura di insolvenza ordinata per gli Stati e di una procedura per l’uscita ordinata” e concludono, categorici: “Nel consiglio Bce è necessario collegare i diritti di voto con le responsabilità. I saldi Target devono essere compensati con regolarità. Gli acquisti di titoli di Stato devono cessare rapidamente” (10).</p>



<p>I 154 economisti sono in numerosa e illustre compagnia: anche gli intervenuti al convegno ESMT di marzo, e soprattutto la stessa Angela Merkel, hanno più volte ribadito che la Germania non ha alcuna intenzione di far parte di una unione che condivide i rischi, e nel caso la proposta veda la luce vuole avere la possibilità di uscire dall’euro. Ma non può farlo finché non viene costruita una base giuridica per i rimborsi dei crediti Target 2; non può andarsene senza sapere se e in quali modalità riavrà indietro 976 miliardi di euro.</p>



<p>Oltretutto a maggio 2019 si terranno le elezioni europee, tira aria di populisti e i rapporti di forza politici potrebbero cambiare; già si modificheranno con l’uscita della Gran Bretagna, come evidenzia Sinn intervistato sulla televisione tedesca nel marzo scorso: “Il maggior problema della Brexit non è, come molti credono, il fatto che le esportazioni verso la Gran Bretagna potrebbero diminuire drasticamente, ma la scomparsa del pensiero liberista britannico all’interno della Ue. Questa forma di pensiero e questa cultura economica sono invece decisivi, e a causa della Brexit potrebbero uscirne fortemente danneggiati. In termini concreti: nel Consiglio europeo c’è una minoranza di blocco per la quale è necessario avere il 35% della popolazione della Ue. Fino a ora abbiamo avuto un equilibro fra il nord (Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Paesi scandinavi&#8230;) e Sud (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia&#8230;). I Paesi del nord fino a ora avevano il 39%, i Paesi del sud il 38% della popolazione Ue. Entrambi avevano una minoranza di blocco, il sud e il nord. Quando però la Gran Bretagna sarà uscita, il nord avrà so-lo il 30% della popolazione – e quindi non avrà più la minoranza di blocco – il sud avrà però il 43%. Ciò significa che in futuro il sud potrà fare ciò che vuole. I tedeschi si accorgeranno che i loro conti sono stati saccheggiati quando ormai sarà troppo tardi. […] Lo spostamento dei rapporti di forza, verso un dominio del sud, è estremamente preoccupante. Stiamo andando verso una ‘unione di trasferimento’, dalla quale non potremo più difenderci, perché non avremo più una minoranza di blocco” (11).</p>



<p>A questo si aggiungono le elezioni nazionali che vedono l’ascesa, a sud come a nord dell’Europa, di partiti sovranisti e conseguenti cambi di governi, e senza regole sui saldi T2 la Germania resterebbe con il cerino acceso in mano anche nel caso un Paese decida di lasciare la moneta unica, facendo deflagrare il sistema.</p>



<p>Intendiamoci: la Germania non ha alcuna intenzione di uscire dall’euro, è lo spazio ideale per la sua economia dal punto di vista produttivo, commerciale, finanziario e monetario, ed è molto probabile che i negoziati su Maastricht 2 andranno nella direzione voluta dal governo tedesco, come è sempre accaduto in Europa. Ma il peso e la qualità del dibattito in corso – compresi i toni allarmistici che caratterizzano Sinn – danno l’idea della pressione che i centri di ricerca e gli ambienti accademici esercitano sulla politica, agendo anche attraverso la costruzione di un’opinione pubblica informata tramite i grandi quotidiani, affinché il governo operi all’interno dell’Unione per difendere gli interessi della Germania.</p>



<p>Il confronto con il dibattito pubblico italiano è inevitabilmente impietoso: qui, nell’ambito giornalistico, propaganda orwelliana e ignoranza vanno a braccetto. Un dibattito esiste, e a portarlo avanti sono anche da noi alcuni economisti e movimenti politici extraparlamentari, ma non esce dall’ambito della rete perché i media mainstream si guardano bene dal dare loro visibilità. Ne consegue un’inconsapevolezza spaventosa dei cittadini italiani su una realtà, l’unione monetaria, che tracciando la strada delle politiche economiche dei Paesi dell’eurozona decide delle loro vite più di qualsiasi governo nazionale possano eleggere. Impossibile dire cosa accadrà. Di certo, se cambiamento in una qualche direzione ci sarà, coglierà di sorpresa gli italiani molto più dei tedeschi.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.esmt.org/euro-sustainable-and-what-if-not" target="_blank"><em>Is the euro sustainable – and what if not?</em></a>, ESMT Berlino, 14 marzo 2018<br>2) Cfr. Holger Zschäpitz,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.welt.de/finanzen/article174560810/Euro-Nicht-nachhaltig-Notfallplaene-der-Oekonomen-Sinn-und-Fuest.html" target="_blank"><em>Die Notfallpläne für einen möglichen Euro-Zerfall</em></a>, Die Welt, 15 marzo 2018<br>3 ) S. Rizzo,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.repubblica.it/robinson/2018/09/06/news/anticipazione_rizzo_la_notte_che_uscimmo_dall_euro-205698847/" target="_blank"><em>La notte che uscimmo dall’euro: un’anticipazione del libro di Sergio Rizzo</em></a>, La Repubblica, 6 settembre 2018<br>4) Chi volesse approfondire, consiglio la pubblicazione di Sergio Cesaratto,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.sinistrainrete.info/pdf/cesaratto-target2.pdf" target="_blank"><em>Una nessuna centomila. Le molte verità di Target2</em></a>, Università di Siena, Quaderni del Dipartimento di Economia politica e Statistica, aprile 2017; il testo si confronta anche con le diverse e opposte interpretazioni del Target 2<br>5) Più precisamente: la Bce acquista direttamente sul mercato una quota pari all’8% dei titoli di Stato dei vari Paesi, le banche centrali nazionali comprano il restante 92%<br>6) Il 18 gennaio 2017, in risposta a un’interrogazione di due europarlamentari 5 stelle, Draghi afferma: “Se un Paese lasciasse l’eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”. Dichiarazione che fa scalpore, perché vi si legge il riconoscimento implicito di una eurexit – possibilità sempre negata dallo stesso Draghi – ma che riceve anche immediate smentite da ogni parte, che sottolineano come di fatto non esista un quadro giuridico che lo affermi, né nei Trattati né in altre leggi/regolamenti europei<br>7) Affermazione di Draghi, quando tirava l’aria di crisi dalla Grecia: “Lasciatemi sottolineare che l’irreversibilità dell’euro ha fatto parte dell’architettura dell’Unione europea fin dal Trattato di Maastricht […] come ho affermato ripetutamente anche di fronte al Parlamento europeo, il ritiro di uno Stato membro dall’euro non è previsto dai Trattati” ha risposto a una interpellanza di diversi parlamentari europei, il 7 maggio 2015”<br>8) Hans-Werner Sinn,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.sinistrainrete.info/pdf/cesaratto-target2.pdf" target="_blank"><em>&nbsp;Fast 1000 Milliarden Euro</em></a>, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 luglio 2018<br>9) Hans-Werner Sinn,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/konjunktur/bringen-die-target-salden-deutschland-in-gefahr-15723567.html" target="_blank"><em>&nbsp;Irreführende Verharmlosung</em></a>, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 5 agosto 2018<br>10)&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/konjunktur/oekonomen-aufruf-euro-darf-nicht-in-haftungsunion-fuehren-15600325.html" target="_blank">Der Euro darf nicht in die Haftungsunion führen!</a></em>, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 21 maggio 2018<br>11) Jürgen Fritz,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/konjunktur/bringen-die-target-salden-deutschland-in-gefahr-15723567.html" target="_blank"><em>Prof. Sinn: Der wahre Grund für das Scheitern von Jamaika war ein ganz anderer</em></a>, Epoch Times, 16 marzo 2018</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sergio Cesaratto. Regole per chi? Italia e Germania, le doppie morali dell&#8217;euro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sergio-cesaratto-regole-per-chi-italia-e-germania-le-doppie-morali-delleuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 07:21:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[ordoliberismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2621</guid>

					<description><![CDATA[Nell’ignoranza drammatica in cui i media mainstream tengono i cittadini italiani in tema di Unione europea, una narrazione si è talmente solidificata da essere divenuta faticosamente scalfibile: l’Italia non rispetta le regole, ed è per questo che fatica economicamente a stare al passo con gli altri Paesi dell’eurozona; ha speso e continua a spendere troppo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-59-ottobre-novembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 59, ottobre &#8211; novembre 2018)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-drop-cap">Nell’ignoranza drammatica in cui i media mainstream tengono i cittadini italiani in tema di Unione europea, una narrazione si è talmente solidificata da essere divenuta faticosamente scalfibile: l’Italia non rispetta le regole, ed è per questo che fatica economicamente a stare al passo con gli altri Paesi dell’eurozona; ha speso e continua a spendere troppo in welfare, ed è per questo che il suo debito pubblico tocca vette da capogiro in rapporto al Pil.</p>



<p>Ad aprile di quest’anno Sergio Cesaratto, professore di Politica monetaria e fiscale dell’Unione economica e monetaria europea all’Università di Siena, esce per i tipi di Imprimatur con un agile saggio che demolisce pezzo per pezzo questa errata narrazione. Unendo chiave di lettura politica e analisi economica, con un linguaggio semplice e comprensibile anche a chi non mastichi di economia, Cesaratto mostra quanto i disequilibri dell’eurozona abbiano ragioni strutturali e sistemiche, e come queste siano aggravate dalle scelte dei governi tedeschi, che da anni portano avanti un modello economico incompatibile con le regole di una unione monetaria. Applicando oltretutto una doppia&nbsp;<em>morale</em>&nbsp;all’interno della Uem: i Pigs devono rispettare le norme, quelle scritte nei Trattati e quelle non scritte di disciplina economica, la Germania no.</p>



<p><br><strong>Partiamo dall’inizio: l’Italia è tra i Paesi fondatori dell’Unione europea, e ne ha promosso e seguito l’intero percorso, dalla Ceca alla Cee, dall’entrata nello Sme all’Atto Unico Europeo nel 1986. Approdare a Maastricht nel 1992 e alla moneta unica era quindi in qualche modo già scritto nella strada intrapresa, eppure non c’è dubbio che legarsi ai cosiddetti “vincoli esterni”, in tema di bilancio pubblico e politica monetaria, è stato un ‘salto di qualità’, se così possiamo definirlo, importante rispetto al far parte solo di un mercato comune, come era l’Unione disegnata fino a quel momento dai Trattati sottoscritti. Perché i governi italiani hanno deciso di farlo? Tu individui nel libro ragioni sociali ed economiche&#8230;</strong></p>



<p>In Italia il conflitto sociale esplose nel 1962-63, poi con maggiore virulenza nel 1969, per poi continuare per tutti gli anni Settanta – non entriamo in questa sede nelle cause di tale conflitto, o apriremmo una parentesi troppo estesa. Frutto dell’elevato conflitto salariale e degli shock petroliferi, l’inflazione aumentò; la svalutazione della lira consentiva tuttavia all’Italia di difendere la competitività esterna. Aumentarono la spesa sociale volta ad attenuare il conflitto e il sostegno alle imprese, ma non l’imposizione fiscale. Il debito pubblico italiano ne risultò accresciuto, ma la Banca d’Italia non faceva mancare il suo sostegno stampando moneta (nulla di male, a mio avviso), per cui i conti erano sotto controllo.</p>



<p>L’europeismo italiano si spiega in grande misura come la ricerca di qualcosa che ponesse ordine nelle nostre vicende, e in particolare arginasse il conflitto sociale e la tentazione dei governanti di regolare questo conflitto con la spesa pubblica. Gli accordi di cambio – al di là delle chiacchiere degli economisti – hanno infatti il precipuo scopo di portare disciplina sociale: il conflitto sociale genera inflazione e quest’ultima perdita di competitività; la svalutazione del cambio fa recuperare la competitività; se quest’ultima possibilità viene meno, si tagliano le ali al conflitto sociale. A essere benevoli, i padri dello Sme prima e dell’euro dopo (dunque Andreatta e la sua corte di professori bolognesi, e gli uomini di Bankitalia post-Baffi come Ciampi e Padoa-Schioppa) ritenevano che fuori dai vincoli europei l’Italia non si sarebbe disciplinata da sola.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="291" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/08/1-50.jpg" alt="" class="wp-image-3452"/></figure>
</div>


<p>Nei fatti l’autoimposto vincolo esterno, se da un lato ha certamente disciplinato il lavoro (e dagli anni Novanta la spesa pubblica), ha dall’altro condotto il Paese in una ‘stagnazione secolare’. Più precisamente, negli anni Ottanta il vincolo estero ha determinato l’aumento del rapporto debito pubblico/Pil. Questo per tre fattori: 1) gli elevati tassi di interesse necessari per ‘tenere il cambio’, cioè per attirare capitali esteri in presenza di disavanzi delle partite correnti (disavanzi dovuti, appunto, dal cambio sopravvalutato); 2) l’incidenza negativa che la perdita di competitività esterna ebbe sulla domanda aggregata e le entrate fiscali; 3) la reazione dei governi nel periodo 1979-1991 volta a sostenere la domanda interna a fronte, appunto, di questa incidenza negativa.</p>



<p>Dal 1992 con Maastricht l’orientamento fiscale si fa molto restrittivo e con lo scemare degli effetti positivi della svalutazione del 1992-3 il debito pubblico esplode di nuovo, anche per il completamento della liberalizzazione dei movimenti di capitale, conclusa nel 1990. L’epoca dell’euro comincia nel 1995, con il vantaggio di tassi di interesse più bassi, certo, ma con una lenta perdita di competitività e una politica fiscale restrittiva. Se il rapporto debito/Pil diminuisce, dal 1995 la produttività stagna. Senza crescita della domanda, infatti, le imprese non investono e non innovano.</p>



<p>C’erano alternative? Difficile dirlo. Ma impariamo però la lezione. Come intuì Paolo Baffi, l’idea di raddrizzare il Paese coi tassi fissi non era un’idea feconda. I tassi di cambio fissi sono una gabbia al conflitto sociale, al punto che eminenti economisti bor-<br>ghesi’ li hanno visti come incompatibili con la democrazia.</p>



<p><strong>L’eurozona è in crisi, e su questo non c’è dubbio. È iniziata nel 2007/2008, con l’esplosione della bolla finanziaria dei subprime statunitensi, il fallimento della Lehman Brothers e tutto quello che ne è seguito. È stata una crisi che ha investito l’intero globo, in dinamiche e tempi differenti, vero è però che se esaminiamo i fondamentali di diversi Paesi l’inversione di tendenza e l’uscita dalla crisi si è iniziata a registrare – giusto a livello di dati economici, l’impoverimento della popolazione è altra cosa. Eppure alcuni Stati europei, i cosiddetti Paesi periferici, tra cui l’Italia, arrancano. C’è evidentemente un problema strutturale nell’architettura del sistema della moneta unica. Tu parli di “violazione delle corrette regole del gioco” da parte della Germania, non solo delle regole scritte nei Trattati ma anche di quelle non scritte ma riconosciute dalla disciplina economica come necessarie per il funzionamento di un sistema a cambi fissi quale è l’euro, e affermi che il modello tedesco è incompatibile con queste regole. Che regole ha violato e continua a violare la Germania?</strong></p>



<p>Il termine “regole del gioco” fu coniato per il&nbsp;<em>gold standard</em>&nbsp;(il sistema aureo in cui le valute erano convertibili in oro a un tasso prefissato, e avevano dunque rapporti di cambio fissi fra di loro), un sistema a cui Michael Bordo e altri hanno assimilato l’euro. L’idea era che il Paese in surplus commerciale, accumulando oro (o monete convertibili in oro) avrebbe dovuto lasciar correre l’inflazione perdendo competitività e aggiustando così i conti con l’estero. Questo avrebbe consentito ai Paesi deficitari di incorrere in una minore deflazione. Insomma l’aggiustamento sarebbe dovuto ricadere su entrambe le parti.</p>



<p>Questo non accadde, e infatti nel corso degli anni Venti e Trenta il&nbsp;<em>gold standard</em>&nbsp;fu abbandonato in quanto apportava un’impronta deflazionistica in una economia globale già in crisi. Questa descrizione dei meccanismi di aggiustamento è un po’ scolastica. In termini più concreti, l’economia in surplus deve effettuare politiche economiche espansive: esattamente l’opposto di quanto ora accade con la Germania e le sue politiche mercantiliste, che ha un avanzo spropositato e adotta una politica fiscale restrittiva con un surplus di bilancio.</p>



<p>Sintetizzando, la Germania viola queste due ‘regole’ base: ha da anni un avanzo commerciale ben superiore al 6% fissato dal Six Pack, una normativa europea; si rifiuta di interrompere la moderazione salariale per rilanciare la domanda interna, e quindi aumentare le importazioni, e in tal modo viola di fatto anche due regole non scritte: quella della convergenza, nella zona euro, di tassi di inflazione vicini al 2%, e quella di mantenere la crescita dei salari nominali in linea con la produttività.</p>



<p><strong>Chiaramente la Germania si muove all’interno dell’unione monetaria proteggendo i propri interessi economici; nel sottotitolo del libro, però, tu parli di “doppia morale”, scomodando quindi un concetto, quello di moralità, che generalmente ha ben poco a che fare con l’economia. A meno che non si parli di ordoliberismo, un pensiero economico nato, non a caso, a Friburgo, e infatti ne parli&#8230;</strong></p>



<p>Sì, chiaramente mi riferisco all’ordoliberismo, una ideologia (stento a chiamare e-conomia questo accrocco di chiacchiere) che permea il modo di pensare delle élite tedesche. Il pensiero ordoliberista si è fatto portatore in economia di un giudizio morale attraverso il ‘principio di responsabilità’ e il conseguente concetto di ‘colpa’, e tutto ciò che non è pareggio di bilancio è divenuto immorale, il debito è immorale ecc. Ma come al solito il moralista è il peggior peccatore. Lo Stato tedesco ha aiutato con centinaia di miliardi le banche tedesche, e le grandi banche di quel Paese sono banche speculative ed erano in crisi perché protagoniste del tracollo finanziario americano; alla Germania fu in parte condonato e in parte dilazionato il debito di guerra, ma non altrettanta benevolenza Berlino ha mostrato con la Grecia. E dalla crisi la Germania a stra-guadagnato: dall’euro debole, che ha favorito ancora di più le sue esportazioni, alla fuga dei capitali dai Paesi periferici verso i suoi titoli di Stato, con enormi risparmi di spesa per interessi – è stato calcolato che tra il 2010 e il 2015 lo Stato tedesco si è finanziato risparmiano interessi per 100 miliardi, pari al 3% del Pil!). Il danno e la beffa per noi!</p>



<p><strong>Nel libro affermi che “l’unione monetaria è basata su principi antidemocratici che vedono la prevalenza della flessibilità dei mercati sui principi di democrazia sociale”, e che “la fine della sovranità economica è la fine della democrazia”. Non è semplice per un cittadino che non mastichi di economia capire perché la sovranità monetaria e una banca centrale che dialoghi con la politica siano condizioni indispensabili per l’esistenza della democrazia in un Paese. Ce lo spieghi?</strong></p>



<p>La democrazia consiste nel decidere sui diritti civili e sulla politica economica. La politica economica si basa su tre elementi: politica fiscale, politica monetaria e politica del cambio. Tutti e tre ci sono ora sottratti da istituzioni sovranazionali. Ma in Europa non esiste un interesse sovranazionale comune. In ogni caso il nostro voto riguarda ora i soli diritti civili. È una menomazione esiziale della democrazia. La sinistra europeista e cosmopolita non lo capisce, ritiene che l’internazionalismo sia non avere Patria. Può anche averlo detto qualche padre del socialismo, ma è sbagliato, come ben sapevano Togliatti o Lelio Basso.</p>



<p>Internazionalismo significa battersi per la libertà dei popoli, per la loro libertà di decidere il proprio destino. Senza uno Stato nazionale scompare la lotta di classe. Tutta questa operazione di smantellamento dell’autonomia democratica è legata al disegno dell’autoimposto vincolo estero di cui abbiamo detto sopra. Questo vale anche per la difesa del senso di cultura e comunità nazionale senza la quale non c’è spirito di appartenenza civile e democratico. La sinistra ha purtroppo lasciato alla destra queste bandiere. E la destra tale rimane, per cui io non mi fido.</p>



<p><strong>Non hai certo la sfera di cristallo, ma una domanda sul “che fare?” è d’obbligo. Stanti gli attuali rapporti di forza l’unione monetaria non può cambiare – anzi, la discussione attuale sulla riforma delle regole, il cosiddetto Maastricht 2, va in direzione ancora peggiore in termini di perdita di sovranità economica. Siamo in una situazione di stallo, e il fatto che non esistano regole per l’uscita dall’euro mette tutti i Paesi di fronte a un salto nel vuoto nel caso di eurexit o di rottura del sistema euro, eventualità da non escludere nel caso esploda una nuova crisi finanziaria – che ci sarà prima o poi, perché l’economia insegna che sono cicliche. Cosa è ragionevole ipotizzare che comporterebbe per l’Italia l’uscita dall’euro?</strong></p>



<p>Le prospettive di riforma progressista dell’eurozona sono nere. La logica tedesca è solo quella di darci in pasto ai mercati affinché ci discipliniamo (come se fossimo davvero indisciplinati!). Buone le proposte del documento del prof. Paolo Savona, ma si limitano a chiedere una commissione di studio e, si sa, una commissione di studio non la si nega a nessuno.<br>Nel caso di una crisi finanziaria e di attacco dei mercati al debito pubblico italiano le ipotesi sono: a) troika (ops! Ci scusi signor Tsipras, istituzioni) più un nuovo Monti (è già pronto da tempo: Enrico Letta con magari Draghi presidente della Repubblica); b) uscita.</p>



<p>L’uscita implica problemi formidabili sia nel breve che nel lungo periodo. Molto dipende se ci sono o meno ritorsioni europee. In sintesi, nel breve periodo gli ‘amici’ europei ci possono staccare la spina di Target 2, il sistema elettronico dei pagamenti su cui viaggiano le nostre operazioni bancarie. Sarebbe la paralisi, ma anche un atto di guerra nei nostri confronti. Nel medio periodo c’è il problema del debito estero non ridenominabile in nuove-lire (incluso parte del debito pubblico e i saldi Target 2). Si tratta di aprire negoziati. Meno preoccupante è il fronte svalutazione/inflazione, sui cui si esercitano i catastrofisti più sciocchi. La svalutazione di cui ha bisogno la lira sarebbe limitata. L’inflazione deve essere tenuta sotto controllo da una rigida politica dei redditi (il caro amico Giorgio Cremaschi se ne faccia una ragione). I salari aumenteranno con la ripresa della produttività. Importante è che con gli spazi dateci dalla svalutazione, si possa fare una espansione fiscale tale da far riprendere subito occupazione e produttività. Ma, ripeto, il punto chiave è l’atteggiamento di Francia e Germania.</p>



<p><em>Sergio Cesaratto è fra i più noti economisti critici internazionali. Ha studiato alla Sapienza, dove ha conseguito il dottorato, e all’Università di Manchester. È professore ordinario di Politica monetaria e fiscale dell’Unione Economica e Monetaria europea, Economia internazionale e Post-Keynesian Economics all’Università di Siena. Ha pubblicato sulle principali riviste eterodosse internazionali e si è occupato, fra l’altro, di crisi europea, moneta, crescita, pensioni e innovazione tecnologica.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Governo vs Unione europea: chi resterà con il cerino?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/governo-vs-unione-europea-chi-restera-con-il-cerino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2018 15:20:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1243</guid>

					<description><![CDATA[Tria e Savona, l’accoppiata euro-scettica: Lega e 5 stelle si giocano tutto: Contratto di governo o perdita di voti, flessibilità europea o procedura d’infrazione. Le contraddizioni destinate a esplodere e la paura dell’establishment che una solida narrazione critica della Ue metta radici]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-58-giugno-settembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 58, giugno &#8211; settembre 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Tria e Savona, l’accoppiata euro-scettica: Lega e 5 stelle si giocano tutto: Contratto di governo o perdita di voti, flessibilità europea o procedura d’infrazione. Le contraddizioni destinate a esplodere e la paura dell’establishment che una solida narrazione critica della Ue metta radici</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Giovanni Tria al Ministero dell’Economia al posto di Paolo Savona, e quest’ultimo agli Affari europei, e tutto si è appianato: la crisi, politica, mediatica e finanziaria (speculativa [1]), dettata dalle posizioni anti-euro di Savona è rientrata. Sorprendentemente, perché sulla carta l’accoppiata è la più euroscettica che un governo italiano abbia mai visto. Non si spiega quindi il ‘cessato allarme’, se non con il fatto che l’alternativa – un governo Cottarelli che non avrebbe ricevuto neanche un voto in Parlamento, altre elezioni a breve e la conseguente instabilità per mesi – sarebbe stata ancora peggiore; evidentemente ora sono tutti convinti che Tria e Savona non usciranno dai consueti binari nei rapporti con l’Unione europea, ma ha ragione Salvini quando afferma di non aver fatto alcun passo indietro perché sulla moneta unica Tria ha le stesse posizioni di Savona.</p>



<p>Certamente il primo è meno&nbsp;<em>barricadero</em>&nbsp;del secondo, non ha mai parlato di un Piano B per l’<em>Italexit</em>, ma condivide il medesimo pensiero – che tra l’altro appartiene a diversi economisti critici verso l’euro, una posizione che fino a oggi ha avuto poco visibilità al di fuori dei circoli accademici, delle testate specializzate e della rete.</p>



<p>In una estrema sintesi, inevitabilmente tecnica, i punti chiave di questa posizione sono due: l’impostazione mercantilistica della Germania, che genera un surplus commerciale e finanziario in un’area monetaria priva di collaterali strumenti di compensazione che possano riequilibrare la bilancia dei pagamenti import/export tra i Paesi; e le regole inserite nei Trattati, fiscal compact ma non solo, che impediscono agli Stati di attuare una politica economica espansiva in una fase di crisi non certo alle spalle. “Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali, ma non ha ragione neanche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando dice che «l’euro è irreversibile», se non chiarisce quali sono le condizioni e i tempi per le necessarie riforme per la sua sopravvivenza. Anche perché il maggior pericolo è l’implosione non l’exit” scriveva Tria sul Sole 24 ore nel marzo 2017 (2), puntando il dito sia sulla politica commerciale tedesca che sull’ostinazione europea a voler perseguire l’austerity invece di promuovere un piano di investimenti pubblici.</p>



<p>Aspetti affrontati anche a dicembre 2016, su Formiche.net, in un articolo nel quale Tria si dichiarava d’accordo con le posizioni espresse proprio da Savona qualche giorno prima sul Corriere della sera, in un commento scritto a quattro mani con Giorgio La Malfa (“Quel che mi ha colpito è che un’analisi economica seria, non si tratta di una battuta di politici anti-euro, ma di due eminenti economisti con i quali peraltro concordo in pieno, non abbia ricevuto fino a oggi commenti rilevanti, in accordo o in disaccordo”) (3): qui Tria entrava nella dinamica della svalutazione della moneta come strumento di riequilibrio economico del mercato, interdetto all’interno di un’unica area valutaria quale è l’euro, concludendo: “Non si tratta di dividersi tra liberisti e keynesiani, tra fautori delle virtù del mercato e fautori dell’intervento dello Stato. Il nodo è che il libero mercato qui non c’entra niente. Se con cambi fissi si rinuncia a un meccanismo di riequilibrio allora devono esserci altri meccanismi in un sistema coerente, i mercati non funzionano a metà. E non c’entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche. Se saremo meno bravi saremo più poveri, ma la competizione non può essere truccata, il mercato non può essere distorto solo per la parte che conviene ad alcuni Paesi e invocato per il resto. Peraltro, dal 2008 ci dicono che la risposta dovrebbe essere la deflazione interna, ma è evidente che questa c’è stata ma non ha funzionato, anche perché promuovere la deflazione in Paesi con alto debito, e non parliamo solo dell’Italia, è un evidente suicidio. Forse è ora di abbandonare molti tabù che hanno impedito, come rilevano La Malfa e Savona, almeno di analizzare i problemi e prepararsi a soluzioni alternative”.</p>



<p>È indubbio quindi che il neo ministro dell’Economia ha nei confronti dell’euro una posizione che non è mai appartenuta ad alcuno dei suoi predecessori, e questo potrebbe portare interessanti e nuovi sviluppi con l’Unione europea.</p>



<p>L’Osservatorio conti pubblici italiani ha quantificato il costo del “Contratto di governo” sottoscritto da 5 stelle e Lega tra i 108 e i 125 miliardi, a fronte di coperture che non sono state indicate (Figura 1).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/contratto-governo-m5s-lega.jpg" alt="" class="wp-image-1244" width="615" height="516" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/contratto-governo-m5s-lega.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/contratto-governo-m5s-lega-300x252.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/contratto-governo-m5s-lega-600x503.jpg 600w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /><figcaption>Figura 1. Contratto di Governo Lega e Movimento 5 Stelle, Quantificazione delle misure.<br>Fonte: Osservatorio conti pubblici italiani</figcaption></figure></div>



<p>Di certo se ne troveranno, ma gli analisti concordano sul fatto che le misure programmate possono essere attuate solo ricorrendo a un deficit di bilancio, come previsto anche al punto 8 dello stesso Contratto. Ciò significa entrare in rotta di collisione con l’Unione europea. Tria sa certamente cosa lo aspetta, ed è qui, oltretutto, che entrerà in gioco anche Savona. Quando il neo ministro dell’Economia presenterà alla Commissione Ue una manovra di bilancio in deficit, rischierà di far scattare l’art. 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFEU) che regola i “disavanzi pubblici eccessivi” (4) (vedi box in fondo all’articolo).</p>



<p>Di fatto, l’Italia potrà essere commissariata, perdendo sovranità sulla sua politica economica: gli potrà essere imposto un vincolo per l’emissione di nuovi titoli di Stato, una revisione dei prestiti concessi dalla Banca europea per gli investimenti, e delle sanzioni. Sull’avvio di questa procedura non solo Tria ma anche Savona avrà un ruolo chiave: rientra infatti tra le competenze del ministro per gli Affari europei seguire le procedure d’infrazione, adoperandosi per prevenirle.</p>



<p>La ‘messa in mora’ non scatterà in automatico: le regole europee hanno infatti la caratteristica di essere particolarmente sensibili alle convenienze e soprattutto ai giochi di forza e di potere: la Germania non ne rispetta da anni alcune fondamentali (5) eppure non è mai stata messa all’angolo. Ma proprio perché, per quanto rigide sulla carta, sono di fatto decisioni soggette a scelte politiche, è facile prevedere che con l’Italia e il suo governo ‘populista’ la Commissione non sarà altrettanto benevola come è da sempre nei confronti della Germania.</p>



<p>Tria e Savona, e Salvini e Di Maio, affermano di voler modificare le regole scritte nei Trattati; forse non gli ultimi due, ma di certo i primi sono consapevoli che non sarà possibile, perché solo un voto all’<em>unanimità</em>&nbsp;all’interno del Consiglio – quindi dei rappresentanti di tutti i Paesi – e la successiva approvazione da parte di&nbsp;<em>tutti</em>&nbsp;i relativi Parlamenti nazionali, può modificare il contenuto dei Trattati (6). Dunque qualcuno resterà con il cerino acceso in mano. O l’Unione europea, se la Commissione approverà il deficit in bilancio, stiracchiando le regole, o il governo italiano. Ma è difficile che la Ue forzerà i vincoli fino al punto di rendere realizzabile l’intero Contratto: potrà al massimo concedere un po’ di ‘flessibilità’, e a quel punto Di Maio e Salvini dovranno spiegare ai proprio elettori perché non sono in grado di attuare interamente il programma che hanno sottoscritto.</p>



<p>Non è detto che, come cittadini, sapremo ciò che accade in quelle segrete stanze. L’art. 126 infatti prevede che le ‘raccomandazioni’ della Commissione al Paese soggetto a procedura d’infrazione non siano rese pubbliche, a meno che il Paese si rifiuti di seguirle: in questo caso la Commissione può scegliere se togliere la riservatezza (vedi commi 7 e 8 nel box in fondo all’articolo).</p>



<p>C’è un altro aspetto da considerare. È probabile che il nuovo governo azzererà vertici e direttori Rai, com’è consuetudine, e insedierà i&nbsp;<em>propri uomini</em>. Se dunque l’Unione europea si rivelerà un ostacolo insormontabile per l’attuazione del programma, Salvini e Di Maio avranno nella televisione pubblica un palcoscenico da cui spiegare ai cittadini le ragioni per cui non possono dar seguito alle loro politiche economiche – e se non sono stupidi e non vogliono crollare nei consensi alle prossime elezioni non si limiteranno a lanciare generici slogan del tipo “è colpa dell’Europa”, poco efficaci perché presterebbero il fianco ad accuse di sprovvedutezza e incompetenza, ma daranno chiarimenti dettagliati –; potranno farlo direttamente o ponendo davanti alle telecamere Tria e Savona, ben più preparati in materia, e oltretutto due figure tecniche che all’interno del mondo economico si sono già contraddistinte per le loro posizioni critiche sull’euro (quindi difficilmente si faranno problemi a ribadirle) e, salvo sorprese, prive di ambizioni politiche, dunque di calcoli su futuri eventuali interessi elettorali.</p>



<p>Tirate giù le maschere, il governo potrà anche trovare conveniente dare le dimissioni. A quel punto la campagna elettorale avrà davvero i toni da referendum pro o contro l’euro, ma con una differenza sostanziale rispetto a oggi: le posizioni contro, anche quelle dei cittadini, saranno rafforzate dalla concretezza di una consapevolezza dei meccanismi e della realtà europea che oggi generalmente manca, perché la narrazione dominante a favore dell’euro è stata semplicistica, omissiva e il più delle volte falsa. Allora sì che la Lega, forse i 5 stelle, si spera anche una sinistra finalmente risvegliata (7), potranno porre seriamente sul tavolo il tema di un Piano B per l’Italexit; cosa impossibile ora – come dimostra anche l’impegno di Salvini e Di Maio ad affermare che non c’è alcuna intenzione di uscire dall’euro – perché mancando la conoscenza, nei cittadini prevale, ed è comprensibile, la propaganda a favore diffusa da decenni, e dunque l’incapacità a immaginare qualcosa di diverso e la conseguente paura per ciò che viene percepito come un salto nel vuoto.</p>



<p>E forse è questo che più terrorizza l’establishment politico, economico e finanziario: la Lega e i 5 stelle si giocano tutto e con questo governo potrebbe diffondersi e mettere radici una solida diversa narrazione rispetto all’Unione europea.</p>



<p>C’è una nota dolente, ovviamente: è un governo a trazione a destra. Il Contratto non è tutto da cestinare, ha luci e ombre, ma nelle più oscure di queste ultime si riconosce la mano della Lega: derive securitarie e giustizialiste (qui c’è anche il contributo dei 5 stelle), politica dell’immigrazione repressiva (tuttavia dopo quel che è riuscito a fare il Pd targato Minniti vedremo una linea di continuità [8]) e flat tax, su cui Tria, prima ancora che il nome uscisse per il Dicastero dell’Economia, su Formiche. net (9) si era espresso entusiasticamente, perfino prevedendo di far scattare in parziale copertura le clausole di salvaguardia dell’Iva – nel Contratto è tuttavia indicata la volontà di sterilizzarle, vedremo. Dubbioso era invece sul reddito di cittadinanza, ma è probabile che quando sarà chiaro che è in realtà un reddito di inclusione sociale, in stile Piano Hartz tedesco, che mira a gestire la povertà invece di modificare la struttura del sistema capitalistico che la genera (10), Tria diventerà favorevole.</p>



<p>Questo governo quindi potrebbe fare esplodere le contraddizioni – e ha già iniziato a farlo, costringendo Mattarella a mostrare l’etica non ufficiale in un discorso di 7 minuti che resterà nella storia della democrazia italiana: è il mercato ad avere il primato, non la volontà popolare. Salvo poi fare un passo indietro, sicuramente per l’errore Cottarelli, ma forse il Quirinale si è anche reso conto che anni di manipolazione dell’opinione pubblica a opera dei media mainstream non hanno normalizzato (rimbecillito) i cittadini fino al punto di non comprendere la gravità politica di quelle parole. Purtroppo sarà un governo di destra a farle esplodere. Ma qui, come più volte scritto in queste pagine, è mancata la sinistra.</p>



<div class="wp-block-group has-very-light-gray-background-color has-background"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-background has-very-light-gray-background-color"><strong>Articolo 126, Trattato sul funzionamento dell’Unione europea<br>(paragrafi 5-9/11)</strong></p>



<p class="has-background has-very-light-gray-background-color"><strong>5.</strong>&nbsp;La Commissione‚ se ritiene che in uno Stato membro esista o possa determinarsi in futuro un disavanzo eccessivo‚ trasmette un parere allo Stato membro interessato e ne informa il Consiglio.<br><strong>6.</strong>&nbsp;Il Consiglio, su proposta della Commissione e considerate le osservazioni che lo Stato membro interessato ritenga di formulare, decide, dopo una valutazione globale, se esiste un disavanzo eccessivo.<br><strong>7.</strong>&nbsp;Se, ai sensi del paragrafo 6, decide che esiste un disavanzo eccessivo, il Consiglio adotta senza indebito ritardo, su raccomandazione della Commissione, le raccomandazioni allo Stato membro in questione al fine di far cessare tale situazione entro un determinato periodo. Fatto salvo il disposto del paragrafo 8, dette raccomandazioni non sono rese pubbliche.<br><strong>8.</strong>&nbsp;Il Consiglio, qualora determini che nel periodo prestabilito non sia stato dato seguito effettivo alle sue raccomandazioni, può rendere pubbliche dette raccomandazioni.<br><strong>9.</strong>&nbsp;Qualora uno Stato membro persista nel disattendere le raccomandazioni del Consiglio, quest’ultimo può decidere di intimare allo Stato membro di prendere, entro un termine stabilito, le misure volte alla riduzione del disavanzo che il Consiglio ritiene necessaria per correggere la situazione. In tal caso il Consiglio può chiedere allo Stato membro in questione<br>di presentare relazioni secondo un calendario preciso, al fine di esaminare gli sforzi compiuti da detto Stato membro per rimediare alla situazione.<br><strong>11.</strong>&nbsp;Fintantoché uno Stato membro non ottempera a una decisione presa in conformità del paragrafo 9, il Consiglio può decidere di applicare o, a seconda dei casi, di rafforzare una o più delle seguenti misure:<br>— chiedere che lo Stato membro interessato pubblichi informazioni supplementari, che saranno specificate dal Consiglio, prima dell’emissione di obbligazioni o altri titoli;<br>— invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato membro in questione;<br>— richiedere che lo Stato membro in questione costituisca un deposito infruttifero di importo adeguato presso l’Unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto;<br>— infliggere ammende di entità adeguata.</p>
</div></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Massimo Brambilla,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.milanofinanza.it/news/sull-italia-impazza-la-speculazione-lo-dicono-i-cds-201805291423266209" target="_blank"><em>Sull’Italia impazza la speculazione. Lo dicono i Cds</em></a>, Milano Finanza, 30 maggio 2018<br>2) Giovanni Tria e Renato Brunetta,<a rel="noreferrer noopener" href="http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/commenti-e-idee/2017-03-08/superare-tabu-salvare-unione-ed-euro-210449.shtml?uuid=AEW38Ak" target="_blank"><em>&nbsp;Superare i tabù per salvare Unione ed euro</em></a>, Il Sole 24 ore, 8 marzo 2017<br>3) Giovanni Tria,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="formiche.net/2016/12/competizione-truccata-europa-germania/index.html" target="_blank"><em>Vi spiego la competizione truccata in Europa che favorisce la Germania</em></a>, Formiche.net, 30 dicembre 2016<br>4) Art. 104 Trattato di Maastricht, divenuto l’art. 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFEU) dopo le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona<br>5) Cfr. Sergio Cesaratto,<em>&nbsp;Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, le doppie morali dell’euro</em>, Imprimatur; vedi anche la recensione a pag. 75<br>6) Art. 48 del Trattato sul funzionamento dell’Unione<br>7) Cfr. Giovanna Cracco,<em>&nbsp;<a href="http://rivistapaginauno.it/sinistra-e-unione-europea-aspettando-godot/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sinistra e Unione europea: aspettando Godot</a>,</em>&nbsp;Paginauno n. 57/2018<br>8) Cfr. Giovanna Baer,<em>&nbsp;Italia vs Ong: vietato salvare i migranti</em>, Paginauno n. 58/2018<br>9) Cfr. Giovanni Tria,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="formiche.net/2018/05/di-maio-salvini-politica-industriale-tria/index.html" target="_blank"><em>Perché Di Maio e Salvini devono concentrarsi sulla politica industriale. L’opinione di Tria</em></a>, Formiche.net, 14 maggio 2018<br>10) Cfr. Clash City Workers,<em>&nbsp;<a href="http://rivistapaginauno.it/la-germania-incantata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Germania incantata</a></em>, Paginauno n. 53/2017</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ordoliberismo. Il piano biopolitico</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ordoliberismo-il-piano-biopolitico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 12:11:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[ordoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Mutare l’ambiente per modificare il comportamento dell’individuo: la forma ‘impresa’ come modello universalmente valido di regolazione sociale di un cittadino pacificato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-53-giugno-settembre-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 53, giugno &#8211; settembre 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Mutare l’ambiente per modificare il comportamento dell’individuo: la forma ‘impresa’ come modello universalmente valido di regolazione sociale di un cittadino pacificato</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’ordoliberismo tedesco è sotto accusa. Non più, ormai, solo da parte del ‘populismo’ – calderone in cui il pensiero mainstream infila ogni forma di opposizione allo status quo – ma anche per bocca di quella politica che si presenta come&nbsp;<em>argine</em>&nbsp;alla stessa&nbsp;<em>deriva</em>&nbsp;populista. Le politiche di austerity imposte ai Paesi dall’Europa si sommano all’impoverimento causato dalla globalizzazione, e i cittadini iniziano a sentirsi rappresentati da forze politiche che propongono un cambiamento in senso nazionalista; per tutta risposta, anche i partiti favorevoli all’Unione europea hanno iniziato a criticarla. Renzi, per restare nell’ambito italiano, da presidente del Consiglio lanciava strali un giorno sì e l’altro pure contro le rigide regole di Bruxelles, che a suo dire bloccavano la già timida crescita economica che iniziava a far capolino, e contro una Germania che continuava a imporre la sua visione ordoliberista a tutti i Paesi della Ue.</p>



<p>Che l’ordoliberismo sia la teoria economica alla base della costruzione dell’Europa, non c’è dubbio, e in casa nostra perfino i grandi media sono arrivati a riconoscerlo e a criticarlo, dopo aver evitato il tema per anni e santificato l’inflessibile schema normativo europeo che, finalmente, metteva fine alla politica di espansione del debito pubblico tipicamente italiana.</p>



<p>Con una sintesi estrema, l’ordoliberismo tedesco, che affonda le radici nella scuola austriaca di von Hayek, ritiene che la competizione sia l’unico principio ordinatore degli scambi economici, ma a differenza del liberismo classico crede che il libero mercato non si formi in modo naturale, lasciando agire al suo interno le forze che lo compongono, ma che abbia bisogno, per esistere, di uno Stato, che attraverso leggi e regole deve garantire il suo pieno e corretto funzionamento. Lo Stato quindi non è affatto fuori dall’economia, è al contrario uno ‘Stato forte’, che deve depoliticizzare le relazioni socio-economiche e i rapporti di potere capitalistici, perché le norme che consentono al libero mercato di esprimersi devono essere fisse: non possono venire modificate a seconda degli effetti positivi o negativi prodotti nella società – l’inserimento in Costituzione dei vincoli di pareggio del bilancio pubblico ne è un esempio. Ne consegue che è essenziale creare istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), fuori dal campo di battaglia degli interessi particolari – imprese, sindacati, gruppi di pressione ecc. – che agiscono sulla politica.</p>



<p>Quanto questa teoria economica non generi affatto un miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei cittadini e anzi aumenti le diseguaglianze, è ormai evidente. E non l’ha prodotto nemmeno nella società tedesca, il cui successo tanto decantato e portato a esempio della bontà della teoria, e in nome del quale l’ordoliberismo è divenuto base della costruzione dell’Unione europea, ha ben poco di veritiero, come mostra un’analisi approfondita della situazione germanica che vada oltre gli sterili dati economici su Pil, occupazione ecc. (1).</p>



<p>Se restiamo nel campo dell’etica ufficiale quindi, che vuole che il fine ultimo delle politiche economiche di uno Stato sia la crescita del benessere di tutti i cittadini, l’ordoliberismo ha ampiamente dimostrato di essere una teoria sbagliata. Su questa base, per non continuare a perdere consenso elettorale, la classe politica di diversi Paesi europei, Italia in testa, ha iniziato a parlare di un’Unione da rifondare: l’ordoliberismo non funziona, non lo vogliamo. Ma al di là del teatrino, occorre ragionare su un aspetto ben più importante: la posta in gioco del neoliberismo – scuola americana (i Chicago Boys di Milton Friedman) o austriaca – è la sopravvivenza del capitalismo alle sue crisi. Uno dei suoi scopi dunque, soprattutto nell’ambito europeo, che aveva alle spalle qualche decennio di cultura politica socialdemocratica, era modificare la società e i cittadini; e purtroppo, su questo piano, l’ordoliberismo ha già raggiunto il suo obiettivo.</p>



<p>Giuliana Commisso nel suo&nbsp;<em>La genealogia della governance</em>, uscito per i tipi di Asterios nel 2016, analizza l’ordoliberismo tedesco tenendo come filo conduttore gli studi di Foucault sulla governamentalità; un approccio che permette una lettura di questa teoria economica che generalmente sfugge, e dunque un livello di ragionamento più ampio e complessivo.</p>



<p>Con Foucault, l’attuale governance è vista come una strategia di potere e una pratica di governo, che colloca l’azione nel campo biopolitico; agendo attraverso i corpi delle persone, essa mette in atto modalità che funzionano sulla base della tecnica e non del diritto, della normalizzazione e non della legge, e che vengono esercitate a livelli e in forme che vanno al di là dello Stato e dei suoi apparati.</p>



<p>L’ordoliberismo ha trasmesso il concetto della competizione totale dalla sfera economica a quella sociale, sia creando una nuova cultura che istituendo una serie di meccanismi che la impongono e la regolano. La sua forza è stata di agire sull’ambiente, modificandolo, mutando di conseguenza il comportamento dell’individuo. La forma ‘impresa’ e il principio della concorrenza sono divenuti fondanti di ogni relazione, modelli universalmente validi di regolazione sociale: la persona non è più un lavoratore ma un proprietario di ‘capitale umano’, che deve vendere se stesso sul mercato in competizione con gli altri, capitalizzando le competenze acquisite; l’analisi quantitativa ed efficentista tipica della sfera aziendale – rating, benchmark ecc. – è stata estesa a ogni ambito del percorso di vita di un individuo: sociale (il numero di follower, ‘mi piace’ ecc.), scolastico e lavorativo.</p>



<p>È il concetto di&nbsp;<em>empowerment</em>, che porta con sé oltre al darwinismo sociale, una forte colpevolizzazione individuale: se non ce la fai è colpa tua, non vali abbastanza, non ti impegni abbastanza. E dunque, non hai diritto a essere aiutato attraverso il welfare – quel poco che ne è rimasto – sei un peso per la società, ed è giusto che tu sia condannato a restarne ai margini, abbandonato. È questa la realtà che disegnano le politiche scolastiche e lavorative messe in atto nei Paesi europei: se rifiuti l’alternanza scuola/lavoro durante il tuo percorso di studi, e dunque non accetti fin da adolescente di essere sfruttato lavorando gratuitamente, interiorizzando il concetto, vieni bocciato; se terminata la scuola rifiuti di accumulare stage non retribuiti dimostri di non volerti impegnare nella costruzione del tuo curriculum e della tua&nbsp;<em>professionalità</em>; se da disoccupato rifiuti qualsiasi lavoro ti venga offerto per mansione e salario non hai diritto al sussidio pubblico.</p>



<p>È chiaro che riuscire a rendere egemone una simile visione consente anche di eliminare il concetto di ‘classe sociale’ e di costruire un cittadino post ideologico, perché a guidarlo bastano l’etica e la morale, che sono aspetti individuali; e dunque un cittadino pacificato, che al proprio impoverimento risponde sentendosi personalmente responsabile, e non innescando conflitti sociali.</p>



<p>Perché questa visione sia accettata deve essere tuttavia assunta come vera dalle persone. L’ordoliberismo ci è riuscito trasferendo pian piano il potere decisionale dalla sfera politica, che agisce in base a ideali e principi qualitativi, all’ambito economico, che risponde a valori quantitativi. Chi ha qualche anno sulle spalle può rendersi conto del cambiamento culturale che è avvenuto nella società. Oggi è considerato<em>&nbsp;normale</em>, per esempio, che un’impresa abbia diritto a delocalizzare inseguendo il profitto, anche se questo genera disoccupazione; a trasformare la forza lavoro da stabile a&nbsp;<em>flessibile</em>&nbsp;per utilizzarla in base ai picchi di produttività, anche se questo crea una massa di cittadinilavoratori sottopagati e precari; che sia stato trasferito al mercato finanziario il giudizio sulla<em>&nbsp;bontà</em>&nbsp;delle politiche di un Stato – attraverso il rating sui titoli pubblici, la possibilità di farvi agire le dinamiche speculative ecc.</p>



<p>Cambiamenti nel modo di pensare collettivo, trasmessi dall’alto al basso attraverso la diffusione di un nuovo pensiero, che hanno promosso l’idea che il mercato, e non più la politica, sia lo spazio che produce la<em>&nbsp;verità</em>, che distingue il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato.</p>



<p>Qualcosa si sta muovendo: negli Stati Uniti alla primarie Democratiche il 67% dei votanti tra i 18 e i 29 anni ha dato la propria preferenza a Sanders – e vedremo nelle vicine elezioni in Gran Bretagna quanti voti delle giovani generazioni andranno a Corbyn. Sono voti che in qualche modo, difficile sapere quanto profondamente, rifiutano questa visione. Se è l’inizio di un cambiamento, una cosa tuttavia è certa: che l’austerity venga messa da parte dai governi europei, che i diktat economici della Ue divengano meno stringenti, l’ordoliberismo ha già modificato l’ambiente sociale nel quale viviamo; servirà non poco tempo per riuscire a metterlo culturalmente in discussione.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, <a href="http://rivistapaginauno.it/la-germania-incantata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Germania incantata</a>, Paginauno n. 53/2017</p>
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		<title>Crisi greca: quel che non si dice</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/crisi-greca-quel-che-non-si-dice/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2015 16:45:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[crisi greca]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Come ti svendo un Paese: i numeri che rivelano le falsità della propaganda dell’austerity e il precedente del ‘Fondo indipendente’]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-44-ottobre-novembre-2015/" data-type="post" data-id="736" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 44, ottobre &#8211; novembre 2015)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Come ti svendo un Paese: i numeri che rivelano le falsità della propaganda dell’austerity e il precedente del ‘Fondo indipendente’</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Dopo mesi di negoziati tra la Grecia e i suoi creditori e un referendum dal risultato straordinario che non è servito assolutamente a nulla, il 14 agosto il Parlamento di Atene ha approvato il terzo accordo per il salvataggio a opera delle istituzioni internazionali ‘amiche’ in cinque anni. Quasi un terzo dei 149 parlamentari di Syriza, il partito di sinistra dell’ex primo ministro Tsipras, ha rifiutato di sostenerlo e lui si è dimesso. A una crisi economica che sembra senza alcuna uscita si è dunque aggiunto l’esacerbarsi della crisi politica, e nel settembre scorso la Grecia ha affrontato le quinte elezioni politiche in sei anni. Tsipras ha vinto di nuovo (ma questa volta con un’astensione che ha raggiunto il 46%) e lo scenario più probabile è la riproposta di un’alleanza di governo fra Syriza e Greci Indipendenti (Anel), partito di destra, ma mentre il nome di chi ricoprirà le cariche che contano al momento in cui si scrive è ancora sconosciuto, quali saranno le misure da intraprendere è tristemente chiaro a tutti, perché il Paese non è più padrone del proprio destino. A rigor di logica, la Grecia è da considerarsi a tutti gli effetti uno Stato occupato, ma da chi, e perché?</p>



<h4 class="wp-block-heading">La storia (1)</h4>



<p>Il 4 ottobre del 2009 il movimento socialista panellenico Pasok vince le elezioni. Già a una prima analisi dei conti pubblici emergono differenze fra quanto dichiarato dal governo uscente (primo ministro per due mandati consecutivi a partire dal 2004 era stato Kostas Karamanlis, di Nea Demokratia) e la realtà: il rapporto deficit/Pil è infatti al 12%, il doppio del previsto – non entriamo qui nel dettaglio della vicenda della falsificazione dei conti pubblici messa in atto per entrare nel gruppo di Paesi che hanno adottato l’euro fin dal suo esordio, né della consulenza a tal scopo fornita da Goldman Sachs, né del fatto che gli altri Paesi europei ne fossero a conoscenza, né, infine, delle dinamiche dell’attacco speculativo messo in atto tra novembre 2009 e aprile 2010 sui titoli pubblici ellenici (2). A fine dicembre arrivano i primi tagli imposti dal governo Papandreou all’interno di un piano triennale di risanamento, ma gli osservatori internazionali dubitano che sarà sufficiente, e la situazione precipita rapidamente.</p>



<p>Le agenzie iniziano a tagliare il rating e i tassi di interesse salgono, peggiorando i conti pubblici. Il Fondo monetario internazionale (allora diretto da Dominique Strauss-Kahn) decide di inviare una missione ad Atene in vista di un possibile prestito. Pochi giorni dopo Bruxelles decide di insediare in modo permanente un tecnico di Eurostat (l’istituto di statistica della Comunità europea) nel board dell’Elstat, l’istituto di statistica greco (un segretariato generale del ministero dell’Economia e delle Finanze). Si diffondono i timori di una crisi del debito, e l’Eurozona vara un piano di aiuti che prevede prestiti bilaterali con un contributo del Fmi.</p>



<p>A maggio Atene annuncia una terapia choc da 30 miliardi, praticamente un settimo del Pil del Paese, e l’Eurogruppo dà il via libera a un meccanismo di sostegno finanziario da 110 miliardi di euro. Ma la situazione non migliora, e Moody’s, Standard &amp; Poor’s e Fitch abbassano ulteriormente il rating. Il governo è costretto a nuovi tagli per 6,5 miliardi di euro, che non risultano sufficienti, e l’Eurozona condiziona l’erogazione di nuovi aiuti a risparmi di spesa per ulteriori 28 miliardi di euro da attuarsi entro il 2015.</p>



<p>A settembre il governo vara un’ulteriore manovra, e il Paese viene commissariato dalla Commissione europea, la Bce e il Fmi (la cosiddetta troika). L’Europa attiva il fondo salva-Stati garantendo alla Grecia un po’ di respiro, ma la crisi si avvita, perché nel frattempo, fra la recessione globale e l’austerità forzata, il Paese è precipitato in una tragica spirale. La disoccupazione vola e il Pil sprofonda: scoppia una protesta di piazza che sfocia in guerriglia nel centro di Atene, e Papandreou si dimette pianificando le elezioni per la primavera del 2012.</p>



<p>L’Europa, apparentemente preoccupata di un contagio da default sui Paesi finanziariamente più deboli della comunità, dà il via libera a nuovi aiuti per 130 miliardi rimandando per la seconda volta il fallimento, altrimenti inevitabile. A marzo i detentori di debito ellenico si vedono ridurre il valore nominale dei titoli del 50% (il cosiddetto<em>&nbsp;haircut</em>, o taglio del debito), con un contestuale allungamento della scadenza.</p>



<p>Le elezioni di primavera danno la vittoria ad Antonis Samaras, di Nea Demokratia. Il governo è disposto a collaborare con la Ue, ma la pazienza del popolo greco, stremato dalla recessione, è agli sgoccioli. Cresce il consenso alle&nbsp;<em>ali estreme</em>&nbsp;della politica: Alba dorata a destra, Syriza a sinistra, entrambe contrarie a pagare il debito e a sottostare alle politiche imposte dalla troika. Il 29 dicembre 2014 il Parlamento greco non riesce a eleggere il nuovo presidente della Repubblica e il governo cade. Alle elezioni del 25 gennaio 2015 vince Alexis Tsipras, il nuovo&nbsp;<em>eroe</em>&nbsp;della politica greca, cui la popolazione affida le ultime speranze di riscatto.</p>



<p>Tsipras inizia immediatamente un tour in Europa per convincere Bruxelles e Francoforte a ridefinire il debito greco e spazzare via la politica di austerity della troika. Ministro delle Finanze è il carismatico Yanis Varoufakis, economista greco che, al momento della nomina, insegna alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs dell’Università del Texas a Austin. Ma per il nuovo esecutivo ellenico arrivano subito i guai: non solo i partner europei, soprattutto la Germania, sono decisi a mantenere la direzione di politica economica imposta dalla troika, ma la Bce taglia la Grecia dai finanziamenti diretti alle banche, costrette a finanziarsi con la liquidità’ di emergenza (Ela).</p>



<p>In aprile Tsipras e Varoufakis portano all’Europa una nuova proposta di riforme, più dettagliata della precedente, ma lo sforzo non basta a sbloccare gli aiuti. All’Eurogruppo Varoufakis viene accusato di essere “un dilettante e un perditempo”. A maggio la recessione peggiora e i creditori vanno in pressing per tagli pari ad almeno tre miliardi di euro entro l’anno.<br>Il 4 giugno Atene informa Christine Lagarde, direttore del Fmi, che le quattro rate del prestito da rimborsare nel corso del mese verranno accorpate in un unico pagamento, con scadenza al 30 giugno, per un totale di 1,6 miliardi di euro. Mentre all’Eurogruppo le trattative si susseguono frenetiche in cerca di un accordo (ma la rigidità della posizione tedesca impedisce qualunque mediazione), le banche elleniche rischiano il crack per i depositi in fuga, e la Bce è costretta a erogare i fondi d’emergenza necessari per fare fronte alla situazione.</p>



<p>Il 27 giugno il premier greco indice un referendum nella giornata di domenica 5 luglio per chiedere ai cittadini ellenici di pronunciarsi a favore o contro il piano di riforme imposto dalla troika. Il 30 giugno Atene non rimborsa la rata del Fmi: è tecnicamente default, e le banche greche vengono chiuse fino a data da destinarsi per evitare il crollo del sistema finanziario.<br>La situazione viene però congelata dalle istituzioni internazionali in attesa dell’esito del referendum, che vedrà il NO vittorioso con una maggioranza del 60%. Ma se il popolo greco pensava che ribellarsi sarebbe servito ad ammorbidire le pretese dei creditori si era davvero sbagliato: il risultato ottenuto è addirittura l’opposto, fra lo sconcerto degli osservatori: le condizioni che Tsipras viene di fatto obbligato a firmare sono ancora più pesanti di quelle che la troika aveva proposto prima del referendum, con un atteggiamento che si può solo definire punitivo (3).</p>



<p>Entro il 15 luglio il Parlamento greco deve approvare la riforma dell’Iva e quella del sistema pensionistico nei termini stabiliti dalla troika, assicurare la piena indipendenza dell’ente statistico nazionale Elstat e la piena attuazione del Fiscal compact. Entro il 20 luglio deve presentare una proposta per “depoliticizzare l’amministrazione pubblica”, ma soprattutto i greci devono licenziare il personale assunto nella pubblica amministrazione in eccedenza rispetto agli impegni pregressi. Entro il 22 luglio Atene deve adottare un nuovo codice di procedura civile per accelerare i processi e ridurne i costi, e trasporre in legge nazionale la direttiva sulla risoluzione bancaria. Inoltre, il Parlamento dovrà legiferare nel medio termine per una riforma del mercato energetico e di quello del lavoro, per un rafforzamento del settore finanziario e per un piano di privatizzazioni.</p>



<p>E, ciliegina sulla torta, la Grecia non potrà più indire referendum senza il consenso della troika: la precondizione per aprire il negoziato su un nuovo piano di ‘aiuti’ è stata infatti la firma di un accordo che prevede di “consultare preventivamente e concordare” con Bce, Fmi e Commissione europea “tutte le proposte legislative rilevanti prima di sottoporle al Parlamento o alla consultazione pubblica”. E il documento approvato all’unanimità dai capi di Stato e di governo dell’area euro puntualizza che questo passaggio con la troika deve avvenire in tempi che risultino “adeguati”.</p>



<p>La morale è una sola: sfidare chi ti ha prestato soldi non porta a nulla di buono.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri</h4>



<p>Quando si sente parlare del default di un’intera nazione, o di un rapporto debito/Pil ormai ingovernabile, è difficile mantenere i nervi saldi. Ma un rapporto è solo un numero diviso per un altro numero, e non dice assolutamente nulla dei valori assoluti in gioco. Vediamo quindi di stabilire quali siano le cifre di cui stiamo parlando, e come si collochino nel contesto europeo.<br>La Grecia ha un debito pubblico di circa 312 miliardi di euro e un Pil di circa 223 miliardi di euro, per un rapporto debito/Pil pari al 170%. Sembrano cifre enormi, e senza dubbio lo sono, ma l’Italia, la cui situazione appare oggi tranquilla, ha un debito di 2.199 miliardi di euro e un rapporto debito/Pil al 135%. La Grecia in valore assoluto vale appena la metà della Lombardia (il cui Pil, il 20% di quello italiano, è intorno ai 430 miliardi di euro). Basti pensare che nella sola giornata del 29 giugno (quella precedente il default tecnico), le Borse del vecchio continente hanno perso oltre 287 miliardi di euro, ossia quanto sarebbe bastato a saldare l’87% del debito di Atene.</p>



<p>E non prendiamo nemmeno in considerazione i ribassi dei corsi delle azioni di cui le aziende europee hanno sofferto in relazione ai problemi di solvibilità della Grecia negli ultimi cinque anni, altrimenti sarebbe chiaro che il prezzo pagato dall’<em>Europa che lavora</em>, come direbbero alcuni, ai diktat neoliberisti nei confronti di Atene sarebbe assolutamente da folli. Ma di ristrutturazione del debito, che parrebbe l’unica soluzione percorribile per rilanciare l’economia greca, non si vuole nemmeno sentire parlare. È una questione di principio, sarebbe come trattare con i&nbsp;<em>terroristi</em>: lo fai una volta e non te ne liberi più. Se si dà il placet comunitario all’haircut greco, come si farà a tenere la linea dura con gli altri debitori potenzialmente insolventi (Italia, Spagna, Portogallo)? Chi non restituisce i soldi, nella migliore tradizione cravattara, non va ucciso, semmai riempito di botte, e poi prosciugato, finché il poveretto non ha più niente che valga da dare in cambio. Ma a che prezzo?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quando la cura è peggio del male</h4>



<p>Dopo la ‘cura’ di austerity imposta dagli investitori istituzionali il tasso di disoccupazione della Grecia è diventato il più alto dell’intera area euro (Figura 1), trasformando quella che sembrava una crisi puramente finanziaria in un vero e proprio dramma sociale.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="434" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-1.jpg" alt="" class="wp-image-1120" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-1-300x217.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Figura 1. Tasso di disoccupazione area euro a febbraio 2015. Fonte: Eurostat</em><br>&nbsp;</figcaption></figure>
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<p>Se confrontiamo la crisi greca con la peggiore delle recessioni moderne, la Grande depressione del 1929 – a cui ha fatto seguito il New Deal rooseveltiano, decisamente lontano dalle politiche di austerity messe oggi in atto – notiamo come, sebbene esse siano equivalenti per quanto riguarda la dinamica di contrazione del Pil, nel caso di Atene non si riesce a notare a ben sei anni dall’inizio nessuna inversione di rotta, e nulla lascia credere che la situazione sia vicina a cambiare (Figura 2).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="401" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-2.jpg" alt="" class="wp-image-1121" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-2-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Figura 2. Confronto andamento del Pil nella Crisi del 1929 e nella Crisi greca. Fonte: Eurostat</em></figcaption></figure>
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<p>Le misure draconiane di austerità applicate in Grecia, secondo l’American Enterprise Institute’s Desmond Lachman, hanno portato il Paese al “collasso economico dentro la camicia di forza dell’euro. Quella camicia di forza ha impedito la svalutazione della moneta e l’applicazione di politiche monetarie indipendenti”.<br>La crisi del debito ha distrutto l’economia della Grecia, e di riflesso la sua capacità di rimborsare i creditori e creare occupazione. Atene si è quindi vista costretta a chiedere aiuto all’Eurozona e al Fondo monetario internazionale. E le misure di austerità imposte hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di vita nel Paese.</p>



<p>I depositi bancari, che erano al massimo nel momento del primo downgrade del debito avvenuto nel 2009, hanno iniziato a diminuire per toccare il minimo alle elezioni legislative di gennaio (Figura 3). I prestiti stranieri sono serviti solo a proteggere i creditori, e di certo non hanno aiutato il rilancio dell’economia.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="415" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-3.jpg" alt="" class="wp-image-1122" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-3-300x208.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Figura 3. Valore depositi banche greche. Fonte: Banca centrale greca</em><br>&nbsp;</figcaption></figure>
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<p>I detrattori affermano che ancora oggi la Grecia spende troppo, e che questo sia il nocciolo del problema: gli altri Paesi europei hanno accettato misure che Atene si rifiuterebbe di porre in atto. Come si evince dal grafico pubblicato il 29 giugno da Simon Tilford, direttore del Centre for European Reform di Londra, le affermazioni sono del tutto false (Figura 4).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="557" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-4.jpg" alt="" class="wp-image-1123" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-4-300x279.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Figura 4. Andamento spesa pubblica. Fonte: Centre for European Reform di Londra</em></figcaption></figure>
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<p>Per citare solo una delle manovre, nel 2011 l’esecutivo, cedendo in parte alle pesanti pressioni della troika, aveva spostato 30.000 dipendenti statali in una sorta di “riserva lavorativa”, garantendo loro per 12 mesi uno stipendio pari al 60% di quanto precedentemente contrattato, e successivamente licenziando quelli che non erano riusciti a ricollocarsi nel settore pubblico (non vogliamo nemmeno pensare come il nostro Paese avrebbe affrontato una simile eventualità). Ma in totale, dal 2009, sono addirittura 258.000 i dipendenti espulsi dal sistema pubblico, la cui forza lavoro è passata da 907.351 a 651.717 unità, con una diminuzione pari al 26% (Figura 5).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="193" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-5.jpg" alt="" class="wp-image-1124" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-5-300x97.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Figura 5. Dipendenti pubblici Grecia. Fonte: Comunità europea</em></figcaption></figure>
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<p>Eppure Atene sta peggio di prima. Secondo il premio Nobel Paul Krugman, ciò è accaduto perché “l’economia greca è crollata, in gran parte a causa di queste misure di austerità, che hanno trascinato le entrate dello Stato verso il basso”.<br>E non stupisce che le entrate fiscali siano crollate (Figura 6), dato quel che è successo a salari e stipendi.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="442" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-6.jpg" alt="" class="wp-image-1125" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Grecia-figura-6-300x221.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Figura 6. Imposte dovute e non incassate in percentuale sul totale delle entrate fiscali, anno 2010. Fonte: Ocse</em></figcaption></figure>
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<p>Già nel 2013 un giovane avvocato guadagnava 400 euro al mese per otto ore di lavoro al giorno in uno studio legale. K.S, 27 anni, laureato in diritto e con un master in Germania, commentava: “Il contributo sociale è di 150 euro al mese e spendo 45 euro di abbonamento per i trasporti pubblici. Che cosa mi rimane per vivere? Conosco giovani avvocati che lavorano senza contare le ore, e rimangono in ufficio fino a mezzanotte per guadagnare 600 o 800 euro al mese. Guadagnano meno di un operaio non specializzato. Purtroppo lo statuto di dipendente non è stato riconosciuto per i giovani avvocati”.</p>



<p>Invece P.K., 30 anni, laureato in ingegneria elettronica al Politecnico, con tanto di dottorato di ricerca e pubblicazioni all’attivo, dopo aver insegnato alla Scuola di Alti studi tecnici per 700 euro al mese e part time per un semestre alla Scuola tecnica di Chalkida per 300 euro al mese, è rimasto disoccupato: “È impossibile vivere, soprattutto per noi tecnici che abbiamo un’assicurazione più cara. La maggior parte dei miei colleghi è già andata all’estero” (4).</p>



<p>La povertà ha raggiunto livelli record: The Guardian riporta che, solo ad Atene, la Chiesa ortodossa nutre 55.000 persone al giorno, mentre le autorità municipali distribuiscono altri 7.000 pasti nelle&nbsp;<em>soup kitchens</em>&nbsp;nei dintorni della città. Padre Timotheos, portavoce del Santo Sinodo, il collegio dei vescovi ortodossi, afferma: “In uno dei sobborghi tipici della classe media come Zographou il numero delle persone che ha bisogno di aiuto è passato da 50 nel 2011 a 500 nel 2013” (5). E la situazione continua a peggiorare: secondo un rapporto della General Confederation of Greek Workers (GSEE), la percentuale di cittadini che vive sotto la soglia di povertà è raddoppiato negli ultimi anni, e ha raggiunto la cifra record del 40% (6).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Privatizzazioni: perché e per chi?</h4>



<p>Come parte dell’accordo siglato a luglio, le autorità greche dovranno trasferire aziende e beni pubblici per un totale di 50 miliardi di euro (quasi un quarto del Pil del Paese) a un fondo indipendente, gestito dalle autorità greche con la supervisione delle istituzioni internazionali, che venderà tali asset a soggetti privati per incassare denaro contante; questa monetizzazione, si legge nel documento, sarà una fonte finanziaria per il rimborso programmato del nuovo prestito dell’Esm (il Meccanismo Europeo di Stabilità, ironicamente definito anche&nbsp;<em>salva-Stati</em>).</p>



<p>Questa idea del fondo indipendente, cara soprattutto alla Germania, e in particolare al suo ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, non è per niente nuova, come nota acutamente Dirk Laabs su The Guardian (7).<br>Venticinque anni fa, nell’estate del 1990, Schäuble era a capo della delegazione della Germania Ovest chiamata a negoziare i termini della riunificazione con la Repubblica democratica tedesca; allora ministro degli Interni, Schäuble era considerato il più autorevole consigliere del cancelliere Helmut Kohl.</p>



<p>La situazione dell’ex DDR non era diversa da quella della Grecia all’ingresso di Syriza nel governo: si erano appena tenute le prime elezioni libere, a pochi mesi dalla caduta del Muro, e alcuni delegati di Berlino Est sognavano un nuovo sistema politico, una ‘terza via’ fra il capitalismo occidentale e il vecchio sistema socialista, ma non avevano alcuna idea di dove trovare il denaro per pagare i conti in rosso del proprio Stato. Viceversa, la Germania Ovest aveva l’occasione, i soldi e un piano: qualunque bene la DDR possedesse doveva essere trasferito al sistema economico capitalista e velocemente liquidato a investitori privati per recuperare il denaro necessario a ripianarne le finanze. In altri termini, Schäuble e il suo team volevano la DDR a garanzia dei finanziamenti.</p>



<p>All’epoca quasi tutte le imprese ex comuniste, anche i negozi o i distributori di benzina, erano di proprietà della cosiddetta Treuhandanstalt, volgarmente nota come Treuhand, un’agenzia fiduciaria istituita in origine da alcuni dissidenti della DDR per evitare che i politici corrotti vendessero a loro piacimento le imprese di Stato alle banche e alle società tedesche.<br>Il loro obiettivo era trasformare le aziende pubbliche in società private, che potessero a tutti gli effetti far parte di un’economia di mercato. Schäuble non aveva alcun interesse a mettere in atto questo processo di integrazione, ma gradiva l’idea di un fondo fiduciario che operasse al di fuori del governo: sebbene manovrato dal ministro delle Finanze, sarebbe sembrato un’agenzia indipendente.</p>



<p>Già nell’ottobre del 1990, perfino prima della riunificazione tedesca, la Treuhand era fermamente nelle mani della Germania Ovest. Ma il gioco si rivelò molto più difficile del previsto.<br>Come accade sempre in un sistema capitalista, il mercato aveva anticipato la politica, e quasi tutti i settori di valore, come quello bancario e quello energetico, erano già stati assorbiti dalle aziende occidentali. Non solo: dopo l’introduzione del marco in pochi giorni la fragile economia dell’Est arrivò al collasso finanziario. Come la Grecia, necessitò di un massiccio programma di aiuti governativi, che furono però stabiliti in segreto e il cui importo, 100 miliardi di marchi, divenne pubblico solo diversi anni dopo.</p>



<p>Con i prezzi del lavoro e delle materie prime alle stelle, la Treuhand non ebbe alcuna possibilità di vendere molte delle sue aziende, e dopo alcuni mesi iniziò a chiudere intere fabbriche, licenziando migliaia di lavoratori. Alla fine il fondo non solo non portò denaro nelle casse della Germania Ovest, ma costò un saldo negativo di ben 71 miliardi di euro.<br>Nella realtà la Treuhand non aveva giocato il ruolo di strumento di privatizzazione, ma era diventata una specie di holding socialista, che aveva perso miliardi di marchi per continuare a pagare gli stipendi ai lavoratori dell’Est: siccome Kohl e Schäuble non erano i Chicago boys, ma politici che volevano essere rieletti, pomparono miliardi di marchi in un’economia allo sfascio pur di mantenere il consenso, ed è qui che termina il parallelo con la Grecia: ci sono dei limiti alle misure di austerity che un governo può imporre ai suoi cittadini, mentre quelle che si possono imporre a chi non è chiamato a votarti sono potenzialmente infinite.</p>



<p>Così l’agenzia si prese tutte le colpe per la situazione economica dell’ex DDR (il primo di aprile del 1991 il presidente della Treuhand, Detlev Karsten Rohwedder, venne assassinato a colpi di pistola da un soggetto ancora ignoto, si pensa un militante di sinistra), mentre il partito di Kohl e Schäuble, i conservatori della Cdu, continuarono a governare per anni – fino a oggi, in effetti. Come conclude bene il giornalista del Guardian, quello che i politici tedeschi hanno imparato è che “se ti atteggi a neoliberista dal cuore puro puoi continuare a prendere decisioni che non hanno un vero significato economico” (8), almeno finché questo ti concede un vantaggio politico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Mors tua, vita mea</h4>



<p>Se poi la crisi degli altri risulta uno dei tuoi fattori critici di successo, perché cambiare strategia? Ed è proprio questo che accade fra Grecia e Germania: la debolezza dell’una accresce l’appetibilità finanziaria dell’altra, e questa appetibilità si traduce in miliardi di euro.<br>L’Halle Institute for Economic Research (Iwh), membro della Leibnitz Association, ha pubblicato nell’agosto scorso uno studio da cui risulta che “il pareggio di bilancio in Germania è in gran parte il risultato di pagamenti di interessi più bassi a causa della crisi del debito europeo”. Secondo le simulazioni dell’istituto tedesco, la crisi del debito ellenico ha portato a “una riduzione dei tassi del Bund di circa 300 punti base”. Cioè oltre 100 miliardi di interessi in meno da versare ai creditori, una quota pari a più del 3% del Pil della Germania (9).</p>



<p>La dinamica economica è semplice: nei momenti di crisi, gli investitori (non certamente gli speculatori…) liquidano i titoli dei Paesi le cui economie sono meno floride per trasferirli in quelli con fondamentali più affidabili, e i titoli di Stato tedeschi, i cosiddetti Bund, sono i più sicuri della zona euro. “Il risultato – commentano i ricercatori – è che la Germania ha beneficiato in modo sproporzionato di questo effetto”.<br>Analizzando gli andamenti dei titoli di Stato greci e tedeschi, l’Iwh ha stabilito che a ogni cattiva notizia sulla Grecia i rendimenti (cioè il tasso di interesse) dei Bund scendevano e quelli dei titoli ellenici salivano: “Gli effetti sono simmetrici” e in caso di eventi importanti valevano anche 20-30 punti base al giorno. Per esempio il mercato ha reagito con preoccupazione alla probabilità di vittoria di Syriza, premiando indirettamente il governo tedesco, e lo stesso si è ripetuto al rifiuto di Tsipras di accettare i diktat della troika, mentre quando la Grecia ha accettato il memorandum l’effetto si è ribaltato: il rendimento dei Bund è aumentato e quello dei titoli greci è sceso.</p>



<p>Per la loro simulazione gli studiosi hanno utilizzato una metodologia standard – chiamata regola di Taylor – e hanno concluso che nel quinquennio 2010-2015, grazie alle turbolenze sulla Grecia, la Germania ha risparmiato oltre 100 miliardi di euro. E, dal momento che ha sborsato in termini di aiuti solo 90 miliardi, “se la Grecia paga i suoi debiti, o paga in parte, i risparmi sono notevoli”, ma anche se non rimborsasse nemmeno un euro “la Germania sarebbe comunque in vantaggio” di 10 miliardi di euro. A causa dell’interdipendenza delle dinamiche finanziarie ed economiche fra gli Stati membri dell’Unione europea (con le regole attuali, per cui la moneta è unica, ma gli Stati diversi), si è creato un meccanismo perverso, che fa in modo che “le formiche esistono solo se ci sono le cicale”, come nota Giovanna Faggionato su Lettera43.<br>Lunga vita alla crisi greca, dunque, e lunga vita a Schäuble.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) I dati citati nel capitolo sono contenuti nell’articolo<em> Dalla Troika al referendum: i 5 anni della Grecia sull’orlo del default</em>, rainews.it, 5 luglio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/europa-le-menzogne-sul-debito-pubblico-e-la-costruzione-di-un-nuovo-modello-di-stato/" data-type="post" data-id="1217" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa: le menzogne sul debito pubblico e la costruzione di un nuovo modello di Stato</a></em>, Paginauno n. 29/2012</p>



<p class="has-small-font-size">3) Sulla prevedibilità di tale conclusione politica cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/" data-type="post" data-id="1241" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</a></em>, Paginauno n. 41/2015</p>



<p class="has-small-font-size">4) Vangelis Papavassiliou, <em>Grecia: l’inarrestabile crollo dei salari</em>, www.voxeurop.eu, 19 settembre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">5) Helena Smith, <em>Greece’s food crisis: families face going hungry during summer shutdown,</em> The Guardian, 6 agosto 2013</p>



<p class="has-small-font-size">6) Ioanna Zikakou,<em> Four in Ten Greeks live in poverty</em>, greece.greekreporter.com, 29 luglio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">7) Dirk Laabs,<em> Why is Germany so tough on Greece? Look back 25 years</em>, The Guardian, 17 luglio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">8) “[…] if you act the pure-hearted neoliberal you can still get away with decisions that don’t make perfect economic sense”, Dirk Laabs, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">9) Giovanna Faggionato, <em>Iwh: «La crisi greca? Berlino ci guadagna 100 mld»</em>, lettera43, 10 agosto 2015</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 16:15:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[crisi greca]]></category>
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					<description><![CDATA[La resa dei conti di una sinistra miope]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-41-febbraio-marzo-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 41, febbraio &#8211; marzo 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La resa dei conti di una sinistra miope</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Si fa un gran parlare, nei salotti a sinistra del Pd, di un vento nuovo che soffia in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. L’entusiasmo con cui se ne discute ha un che di infantile. Certo la novità è positiva, e ai due partiti va il merito di voler portare al centro del dibattito europeo un pensiero politico alternativo al neoliberismo dominante, ma ciò di cui la sinistra pare non rendersi conto è la conseguenza che questo avrà sulla sua visione politica, la resa dei conti che l’aspetta; da qui, dal non capirlo, l’infantilismo.</p>



<p>Syriza e Podemos costringeranno l’Unione a togliersi il velo, a mostrare la sua radice ontologica di istituzione nata al servizio del grande capitale finanziario e manifatturiero – in una parola, la sua natura classista – e questo obbligherà la sinistra a confrontarsi con la miopia che la caratterizza da quando ha abbandonato gli strumenti di analisi della propria cultura, primi fra tutti quelli economici. E a trarne le conseguenze politiche: sinistra e Unione europea sono incompatibili.</p>



<p>Né Syriza né Podemos parlano di uscita dall’euro, al contrario, vogliono restarci. Entrambi sono unanimemente definiti, dalla politica e dai media, ‘sinistra radicale’, e già questo dovrebbe indurre a una prima riflessione. I programmi dei due partiti non vanno oltre un’impostazione socialdemocratica, e ciò significa che per la Ue la socialdemocrazia – che ha le sue radici proprio in Europa – è oggi considerata una politica ‘radicale’; e questo non sorprende. Disarma invece che anche la sinistra la consideri tale, e abbia fatto propria, rimettendola in circolo a sua volta, la definizione imposta dall’ideologia neoliberista – e le parole sono importanti, eccome! Un atteggiamento che rivela quanto il pensiero unico dominante, in un tempo relativamente breve, abbia colonizzato ogni spazio, modificato cultura, storia politica e punti di riferimento della stessa sinistra. In fondo, anche l’idea che l’Unione possa essere modificata dall’interno è un tassello del medesimo pensiero dominante, della propaganda che rappresenta la Ue come una realtà politica democratica, un’istituzione nata per il benessere dei cittadini europei.</p>



<p>Il partito greco ha vinto le ultime elezioni nazionali, e probabilmente l’attuale situazione economica giocherà a suo favore: dopo la recessione puntuale è arrivata la deflazione e la Bce, in linea con il proprio mandato di mantenere l’inflazione intorno al 2%, ha varato il Quantitative Easing (QE), che inietterà liquidità nel sistema attraverso l’acquisto di titoli pubblici e privati sul mercato secondario, dando fiato agli investimenti produttivi (o a un’altra bolla finanziaria, si vedrà). Syriza quindi si troverà davanti un’Unione disposta ad allentare la stretta monetaria, pena la sua implosione economica.</p>



<p>In aggiunta, la critica all’austerity è sempre più condivisa – in politica, dai media e dal capitalismo manifatturiero, che da tempo chiede soldi pubblici a gran voce – e questo porterà qualche lieve vantaggio al partito ellenico nelle sue trattative con l’Unione. All’iniziale terrorismo politico dei governi europei nei confronti della probabile vittoria di Tsipras si è infatti sostituita, nelle due settimane precedenti il voto greco, una presa di posizione più conciliante: perfino nelle colonne del Corsera, così come nelle fila del Pd, Syriza non era più rappresentato come un pericoloso ‘partito comunista’, ma come un soggetto&nbsp;<em>giustamente</em>&nbsp;critico verso l’eccesso di austerità.</p>



<p>Il cosiddetto “Programma di Salonicco” annunciato da Syriza nel settembre 2014 è più pragmatico delle proposte di Podemos. Al momento della sua stesura, il partito greco era consapevole della possibilità del voto a breve termine, a causa dello snodo dell’elezione del presidente ellenico a gennaio e le conseguenti, probabili, dimissioni del governo. Podemos, al contrario, ha ancora davanti diversi mesi prima di doversi confrontare con l’attuazione di un programma – le elezioni spagnole sono previste a novembre – e può ancora cullarsi nell’utopia.</p>



<p>I due partiti sono innanzitutto costretti a fare i conti con la mancanza di sovranità monetaria; devono dunque assumere il punto di vista neoliberista della Ue, che fa del debito pubblico questione centrale, e affrontarlo come primo scoglio. Entrambi propongono una rinegoziazione, da attuare non unilateralmente ma accordandosi con gli altri Stati europei, i quali dovrebbero quindi accettare di vedere stralciato una parte del credito detenuto dalle loro banche private; dovrebbero poi acconsentire a un abbassamento dei tassi di interesse sul debito rimasto, e a un allungamento dei tempi di restituzione. Probabile che, dati i tempi di politiche monetarie espansive, verrà trovato un accordo sul secondo punto – già al forum di Davos, a gennaio, la Finlandia, Paese ‘falco’ delle politiche rigoriste europee, dichiarava attraverso il suo premier Alexander Stubb di essere disponibile a una modifica delle condizioni di rientro del debito greco – ma è impensabile l’accordo sulla cancellazione, seppur parziale: creerebbe un precedente non gestibile per l’Unione.</p>



<p>L’allentamento del rigore monetario non significa tuttavia la rinuncia alle politiche neoliberiste. Unanimi infatti Bce e Commissione continuano a ribadire che le ‘riforme strutturali’ devono essere attuate: privatizzazioni, precarizzazione del mercato del lavoro, detassazione per le imprese, cancellazione del welfare. Syriza e Podemos pensano invece che una volta arrivati al governo dei rispettivi Paesi potranno decidere le politiche fiscali, economiche e sociali interne, dandogli un’impronta socialdemocratica. I loro programmi sono ricchi di buone intenzioni.</p>



<p>In sostituzione del Memorandum della troika, il partito greco propone un “Piano di ricostruzione nazionale” (costo stimato 12 miliardi) che prevede diversi sussidi sociali (elettricità gratuita e buoni pasto per 300.000 famiglie e garanzia abitativa per 30.000, assistenza medica e farmaceutica gratuita e trasporti pubblici gratuiti per i disoccupati), politiche fiscali redistributive (abolizione della tassa sulla prima casa, a eccezione delle abitazioni di lusso, introduzione di una imposta sulle grandi proprietà, esenzione tributaria per i redditi fino a 12.000 euro annui, restituzione della tredicesima alle pensioni sotto i 700 euro), forme di giustizia sociale (sospensione dei pignoramenti della prima casa, cancellazione parziale del debito privato per le persone sotto la soglia di povertà), politiche sul lavoro (ripristino del salario minino a 751 euro e della normativa relativa ai diritti del lavoro, con la reintroduzione dei contratti collettivi e l’abolizione delle leggi che consentono licenziamenti ingiustificati di massa e l’affitto dei lavoratori), blocco delle privatizzazioni.</p>



<p>Il dato con cui Tsipras evita di fare i conti è che senza la sovranità monetaria un Paese non può decidere la propria politica economica. Se parliamo di&nbsp;<em>contentini</em>, lo spazio c’è, ma l’Europa non accetterà mai un cambiamento di ideologia politica, dal neoliberismo alla socialdemocrazia; potrà cedere sulle misure di emergenza sociale, ma il vero nodo sono il mercato del lavoro e le privatizzazioni, e lì non c’è trattativa possibile. La Grecia si troverà quindi di fronte al fatto di non avere i soldi per sostenere un simile programma di governo, e di non poterli stampare; in un circolo vizioso, con un simile programma di governo non potrà nemmeno trovarli sul mercato finanziario privato (dal paradigma neoliberista e speculativo) senza dover pagare interessi da usura che la porterebbero all’insolvibilità. Il Paese è quindi nelle mani della Bce, e il Quantitative Easing potrà essere una risposta, ma (ovviamente) non è a costo zero.</p>



<p>L’operazione è legata a doppio filo alla quota di partecipazione di ogni Paese nel capitale della Bce stessa: significa che dei 1.140 miliardi previsti fino a settembre 2016, sarà destinato alla Grecia appena il 2% (22,8 miliardi). Potrebbero essere sufficienti. Per riceverli, tuttavia, la Grecia dovrà rimanere all’interno del ‘piano di salvataggio’ della troika. Progettando un mirabile cappio al collo infatti, la Bce ha stabilito che sono acquistabili solo titoli con rating superiore a BB, ammettendo l’eccezione per Grecia, Portogallo e Cipro, che registrano rating inferiori, a patto che i tre Paesi rispettino il piano; se quindi Syriza porterà avanti il progetto di cancellazione parziale del debito, si collocherà automaticamente fuori dal programma di salvataggio, e quindi fuori dal QE; ed è probabile che se non rispetterà il Memorandum della troika, attuando politiche interne socialdemocratiche, si posizionerà altrettanto automaticamente fuori dal piano di salvataggio e dal QE. Dei 22,8 miliardi poi, potrà essere destinato all’acquisto di titoli pubblici un importo non superiore al 33% del debito di ogni Stato (quello della Grecia è pari a 315 miliardi: in teoria quindi, il suo intero QE potrà essere usato per l’acquisto di titoli pubblici, ma ancora non è chiaro); di questa quota la Bce acquisterà direttamente, facendosene quindi garante in caso di insolvenza, solo l’8%: il rimanente 92% sarà in capo alla Banca centrale greca.</p>



<p>Siamo di fronte a un paradosso: l’Unione europea, più realista del re, sembra prepararsi a una fuoriuscita dall’euro della Grecia, tutelandosi dall’eventuale contraccolpo finanziario, mentre Syriza pare Alice nel paese delle meraviglie.</p>



<p>Ancora più illusorio, abbiamo detto, è il programma di Podemos. Accanto a misure simili per pensiero politico a quelle indicate dal partito greco, e differenti per la diversa situazione dei due Paesi (riduzione della settimana lavorativa a 35 ore, cancellazione delle leggi che precarizzano il lavoro, aumento del salario minimo, pensione pubblica non contributiva, tassa patrimoniale ecc.), Podemos attacca il capitale finanziario e la speculazione, proponendo maggiori imposte, la regolamentazione del mercato, la separazione tra banche di investimento e banche commerciali, e il controllo pubblico su settori come telecomunicazioni, energia, trasporti, sanità. Ma ciò che più lascia esterrefatti è la proposta di trasformare la Bce in una istituzione ‘democratica’ sotto il controllo del Parlamento (immaginiamo europeo, non è specificato), subordinata alle scelte politiche.</p>



<p>Ora: la proprietà della Bce è in mano alle banche centrali dei diversi Paesi europei: la Bundesbank ne possiede il 18%, il Banque de France il 14%, la Banca d’Italia il 12%; il Banco de Espana il 9% e la Bank of Greece, come abbiamo visto, appena il 2%. È chiaro che solo una decisione politica può rivedere la natura e l’impostazione delle diverse istituzioni europee, Bce compresa: governi nazionali presenti in Commissione e Consiglio, e rappresentanti dei partiti che siedono in Parlamento. Occorre quindi domandarsi che forza potrebbero esprimere in Europa Syriza e Podemos per imporre una trasformazione.</p>



<p>Il vero potere è in mano alla Commissione. Ipotizzando una vittoria di Podemos alle prossime elezioni nazionali, e quindi la creazione di un fronte socialdemocratico europeo, Grecia e Spagna porterebbero in Commissione un rappresentante a testa su 28: ininfluenti per cambiare le cose. Un po’ di potere ce l’hanno anche il Consiglio – e anche lì i due Paesi esprimerebbero insieme due delegati su 28 – e il Parlamento (in realtà molto meno di quanto abbia sulla carta). Le prossime elezioni europee si terranno nel 2019. In un esercizio di ottimismo, immaginiamo una vittoria schiacciante dei due partiti e, ragionando per eccesso, attribuiamo a Syriza e Podemos tutti i seggi relativi ai due Paesi (cosa difficile, vista la natura proporzionale delle diverse leggi elettorali europee): arriverebbero a contare 75 parlamentari (54 la Spagna e 21 la Grecia) su 751. Non uno di più, perché i seggi sono ripartiti tra gli Stati membri in base alla popolazione di ciascun Paese in rapporto a quella complessiva dell’Unione. La Germania, da sola, ne conta 96.</p>



<p>In questi anni di crisi economica non è stata nemmeno ampliata la missione della Bce, aggiungendo al controllo dell’inflazione lo scopo della piena occupazione – come è per la Fed statunitense. Pensare che la Banca centrale europea possa addirittura diventare ‘democratica’, è una ingenuità politica non giustificabile. Nei primi tre Paesi, Germania, Francia e Italia, che da soli detengono il 44% del capitale della Bce, una sinistra modello Podemos, se anche esistesse strutturata come partito e si presentasse alle elezioni, non avrebbe alcuna possibilità di arrivare al governo; credere diversamente significa non avere il polso della realtà. Solo la Francia vedrà forse all’Eliseo una forza politica che contesta, non solo sulla carta, l’approccio neoliberista della Ue, ma è un partito di destra, il Front national di Marine Le Pen, che dall’Unione dichiara di voler uscire, non imprimerle un’altra direzione politica. In Italia, se è chiara la via intrapresa della Lega Nord di Salvini, anch’essa di destra ed euroscettica, non si è ancora capito dove intenda andare il Movimento 5 stelle (o quel che ne resta).</p>



<p>Una realtà, quella europea, che Tsipras ben conosce, al pari di Pablo Iglesias, leader di Podemos, e attualmente parlamentare a Bruxelles. Eppure entrambi non ne traggono le conseguenze politiche. Non hanno il coraggio di portare fino in fondo l’analisi: l’Unione europea non può essere cambiata dall’interno. Solo quando questo sarà finalmente chiaro, potremmo iniziare a parlare di un programma di sinistra davvero ‘radicale’.</p>
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		<title>Stress da stress test</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stress-da-stress-test/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 09:09:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
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		<category><![CDATA[trattati ue]]></category>
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					<description><![CDATA[La bocciatura delle banche italiane, i quotidiani schierati a difesa e il circolo vizioso del ‘sistema Paese’]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La bocciatura delle banche italiane, i quotidiani schierati a difesa e il circolo vizioso del ‘sistema Paese’</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 26 ottobre scorso sono stati resi noti i risultati della ‘valutazione approfondita’, composta da un esame della qualità dell’attivo patrimoniale (Aqr, Asset quality review) (1) e da uno stress test (con doppio scenario, di base e avverso) (2), effettuata dalla Banca centrale europea sui bilanci dei maggiori istituti di credito dell’Eurozona (dati al 31 dicembre 2013). Undici banche, di cui due italiane (Cassa di Risparmio di Genova e Montepaschi), non hanno superato l’esame. In realtà sarebbero state venticinque, di cui nove italiane, per una carenza di capitale complessiva di 25 miliardi di euro, ma nel corso del 2014 alcune di loro sono corse ai ripari, ripianando la situazione, fra cui sette italiane (Veneto Banca, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare dell’Emilia Romagna, Popolare di Milano e Popolare di Vicenza, le ultime due sul filo di lana), con iniezioni di capitale per complessivi 15 miliardi. Le altre sono rimaste al palo, e la Bce ne ha assunto la vigilanza a partire dal 4 novembre.</p>



<p>Come risultato, Montepaschi dovrà raccogliere nei prossimi nove mesi 2,11 miliardi di euro, e Carige 810 milioni. “Questa revisione senza precedenti delle posizioni delle banche più grandi – ha detto il vicepresidente della Bce, Vitor Constancio, nel presentare i risultati alla stampa – aumenterà la fiducia del pubblico nel settore bancario. Identificando problemi e rischi, contribuirà a riparare i bilanci e rendere le banche più robuste. Ciò dovrebbe facilitare più credito in Europa, il che aiuterà la crescita economica” (3). La mancanza di credito, soprattutto alle imprese piccole e medie del sud Europa, viene infatti considerata una delle cause principali della stagnazione.</p>



<p>A casa nostra la bocciatura non è stata affatto presa bene, nonostante i problemi di Montepaschi e Carige fossero noti da tempo. E diversi commentatori sono corsi a ripetere ai microfoni il refrain secondo il quale&nbsp;<em>altri</em>&nbsp;in Europa stanno peggio. Secondo alcuni di loro tra il 2007 e il 2013 il sistema finanziario italiano e quello francese sono stati i migliori d’Europa perché, sulla base degli aiuti pubblici di cui hanno beneficiato, hanno reso ai rispettivi Stati più denaro di quello che hanno ricevuto. Le banche tedesche, invece, sono state le peggiori. “È importante chiarire a quanto ammontava, ancora a fine 2013, il sostegno complessivo che ciascuno Stato europeo ha concesso ai rispettivi sistemi bancari, sempre con il beneplacito della Commissione europea. Gli aiuti pubblici ricevuti dalle banche hanno migliorato oggettivamente gli stress test: le carenze di capitale emerse sarebbero infatti ulteriori rispetto ai rafforzamenti di capitale già ottenuti dagli Stati, da rimborsare secondo gli accordi stipulati. Il fatto invece che in taluni casi gli aiuti alle banche sono stati resi possibili solo grazie ai fondi forniti agli Stati dall’Esm o dal Fmi non influisce sul sistema di calcolo usato da Eurostat, visto che sono sempre gli Stati a essere direttamente responsabili della restituzione dei fondi alle istituzioni internazionali” (4).</p>



<p>Tradotta dal gergo criptico dell’economista, questa frase vuol semplicemente dire che gli Stati, come la Germania, che si sono indebitati con istituzioni sovranazionali al fine di investire nel sistema bancario nazionale, hanno alterato le regole della concorrenza del settore, e di conseguenza la promozione che le banche tedesche hanno ottenuto dalla Bce sarebbe il frutto di una specie di ‘imbroglio’ ai danni di quelle che non hanno beneficiato di aiuti pubblici. Così almeno la pensa Guido Salerno Aletta, una delle penne di punta del gruppo Class Editore: “Lo Stato italiano, nel periodo 2007-2013, ha incassato dalle banche complessivamente ben 1,36 miliardi di euro netti, a fronte degli aiuti concessi con i Tremonti-bond, i Monti-bond e soprattutto con la garanzia sovrana prevista nel decreto Salva-Italia sulle emissioni bancarie […] le esposizioni dirette (<em>liabilities</em>) dello Stato italiano verso il sistema bancario, che hanno impatto sul debito pubblico, ammontavano a fine 2013 ad appena 4 miliardi di euro, una inezia”.</p>



<p>Il sistema bancario italiano non ha avuto quindi necessità di aiuti pubblici dopo la crisi finanziaria del 2008, e anzi nel 2012 è intervenuto a sostegno del debito pubblico. Se poi, successivamente, ha visto aumentare le sofferenze, è per colpa della crisi economica causata, secondo Salerno Aletta, solo “dall’errata valutazione dell’impatto delle misure fiscali adottate per raggiungere l’equilibrio strutturale del bilancio pubblico”, cioè dalle misure fiscali depressive che sono state adottate per fare cassa e rientrare entro i parametri di Maastricht. “A fine 2013, l’esposizione dello Stato tedesco in termini di liabilities è stata di 217,9 miliardi di euro, su un complesso a carico degli Stati dell’Eurozona pari a 343,4 miliardi di euro. C’è una enorme sproporzione: mentre il Pil della Germania è pari al 28,1% di quello dell’Eurozona, l’ammontare delle esposizioni dello Stato tedesco verso il suo sistema bancario è pari al 63% di quello totale. Non si scappa, delle due l’una: o sono le banche tedesche a essere poco affidabili, oppure è lo Stato tedesco a essere troppo generoso”.</p>



<p>E ancora: “Quello della Germana è un vero e proprio sistema, un’architettura che usa il sistema bancario e le sue perdite per rendere più competitiva l’industria sul piano del commercio internazionale: un dumping che danneggia comparativamente gli altri competitor. […] Le banche tedesche sussidiano l’industria erogando prestiti con tassi di interesse irrisori, se non in perdita, bilanciati da investimenti esteri a tassi elevati e quindi molto rischiosi. Quando le banche tedesche accusano perdite, il costo viene accollato al bilancio pubblico”.</p>



<p>A Salerno Aletta fanno eco Fabio Pavesi e Carlo Bastasin su Il Sole 24 ore del 26 ottobre: “Le banche tedesche non solo godono di un’economia tra le più salde, ma sono di fatto le meno esposte. È infatti il credito l’attività considerata più a rischio per una banca. Le attività finanziarie, comprare e vendere azioni, bond e commodity sono considerate meno pericolose, tanto più se gli asset finanziari, come è accaduto in questi ultimi anni salgono a dismisura. Quel capitale, calcolato dalle autorità per stabilire la solidità patrimoniale, non è parametrato all’intero bilancio ma alle sole attività a rischio, i cosiddetti Rwa. E qui il sistema tedesco ha tutti i vantaggi dalla sua parte. Gli Rwa, le attività ponderate per il rischio, sono infatti relativamente più basse delle altre banche commerciali, in particolare quelle del sud Europa. Le banche germaniche cioè fanno, in proporzione, meno credito e più trading finanziario”. E concludono: “Di fatto ciò che rende più solide le banche germaniche è la loro bassa esposizione al credito, non certo l’abbondanza di capitale che anzi è tenuto ai livelli minimi indispensabili. Quel che lascia perplessi è che le attività di trading finanziario siano di fatto considerate meno pericolose. Finché i mercati salgono nessun problema per i bilanci di banche come le tedesche imbottite di Bund, azioni, titoli strutturati” (5).</p>



<p>Ma non è stato solo il quotidiano di Confindustria a concedere scusanti ai nostri istituti di credito: tutti i principali giornali si sono schierati compatti pro banche. Nel suo articolo&nbsp;<em>L’irritazione di Bankitalia: calcoli su scenari improbabili</em>, Stefania Tamburello sul Corsera del 27 ottobre cita Fabio Panetta, vicedirettore generale di Bankitalia e rappresentante italiano nel meccanismo di vigilanza della Bce, che alla conferenza stampa tenutasi a Palazzo Koch dopo la pubblicazione dei risultati ha definito “estremo, quasi apocalittico” lo scenario economico dello stress test, che disegnerebbe “un Paese al collasso e con zero possibilità di realizzarsi”, dal momento che prevede cinque anni di recessione, il crollo del Pil come in tempo di guerra, il forte rialzo dei tassi a medio e lungo termine e il riacutizzarsi delle tensioni sul debito sovrano (ma sarà poi così improbabile, questo scenario?). “«Per le banche italiane si ipotizzavano perdite di circa 3 miliardi e mezzo sui titoli pubblici in portafoglio, mentre nella realtà si sono registrate plusvalenze» dice ancora Panetta.</p>



<p>Uno scenario dunque troppo severo, deciso a Francoforte collegialmente dopo un’ampia discussione che risente sicuramente della situazione di bassa crescita dell’Italia. «Fosse stata una corsa di cavalli sarebbe stato come partire con l’handicap» rileva il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi”.</p>



<p>Repubblica ha scelto invece di intervistare il presidente dell’Abi Antonio Patuelli (6), che afferma: “L’esito dei test delle banche è soddisfacente per noi: c’è grande prevalenza di risultati positivi, e i rilievi emersi sono stati in gran parte già risolti. La prova di revisione degli attivi è andata bene per tutti, ed è quella che si basa su dati reali, esistenti. Purtroppo è andato meno bene lo stress test, esercizio teorico fatto con assunzioni catastrofiche, ma che richiede rafforzamenti concreti”, ma “paghiamo la debolezza del Paese”. Inoltre, “il debito pubblico italiano non ha favorito le banche. Aggiungo che l’Italia è storicamente Paese con imprese gracili e sottocapitalizzate. E che gli aiuti pubblici alle banche durante la crisi, sono stati erogati generosamente altrove, come i 40 miliardi della Germania o i 45 della Spagna, ma non da noi. Altra forma di non aiuto, la tassazione di settore, da anni superiore a tutti i Paesi europei. Non parliamo della&nbsp;<em>bad bank</em>, concetto che in italiano non ha neanche traduzione: gli alleggerimenti di sofferenze qui avvengono tutti con operazioni di mercato, non con fondi pubblici come in Spagna, dove hanno risanato le banche anche grazie ai contribuenti italiani”.</p>



<p>In sostanza, le critiche che economisti, analisti e banchieri nostrani fanno alla valutazione della Bce (e che non riguardano tanto la bocciatura degli istituti di credito italiani, quanto la promozione degli altri, soprattutto quelli tedeschi), poggiano su tre capisaldi: il sostegno finanziario che quasi tutte le nazioni, ma non la nostra (apparentemente in nome della libertà di mercato), hanno riconosciuto alle banche in periodo di crisi; le ‘apocalittiche’ ipotesi di base assunte dalla commissione per gli stress test; e la vocazione all’investimento invece che al credito che caratterizza le banche tedesche.</p>



<p>Partiamo dalla fine (e i lettori ci scuseranno per il necessario abuso di termini tecnici, che cercheremo di spiegare): la vocazione agli investimenti è stata chiamata in causa soprattutto per quanto riguarda le cosiddette Landesbanken, un gruppo di istituti di credito a proprietà regionale (dei lander, gli Stati federati in cui è suddivisa la Germania) unico nel suo genere, su cui si erano concentrate le preoccupazioni degli analisti (anche internazionali) prima degli esami della Bce, e che abbastanza a sorpresa, almeno per alcuni, sono stati invece promossi in blocco. Le Landesbanken, responsabili istituzionali delle attività delle Sparkassen (le banche di risparmio a base locale e regionale), hanno come business principale il<em>&nbsp;wholesale banking</em>, sono cioè ‘banche all’ingrosso’.</p>



<p>Questo significa che il loro core business consiste nell’offrire servizi finanziari di alto livello non alle famiglie e alle piccole imprese (che beneficiano invece, come accade da noi, del credito delle banche di risparmio), ma ad altri intermediari finanziari operanti nel credito al consumo, nel settore dei mutui o dei prestiti personali, ai grandi clienti corporate, alle imprese di medio-grandi dimensioni, alle società che costruiscono e investono in immobili, agli investitori internazionali, a clienti istituzionali (per esempio i fondi pensione, gli enti locali o le agenzie governative), e ovviamente alle altre banche e istituzioni finanziarie.</p>



<p>Le Landesbanken sono impegnate in attività quali l’emissione e la sottoscrizione di azioni e obbligazioni, la quotazione in borsa, il market making (7), che assicura la negoziazione anche ai titoli poco trattati, la consulenza finanziaria, le operazioni di M&amp;A (fusioni e acquisizioni) e il fund management, cioè l’attività di trading su portafogli in titoli di grandi dimensioni per conto di operatori terzi. Nessuno stupore quindi che siano “imbottite di Bund, azioni, titoli strutturati”, è la loro attività tipica, e i giornalisti del Sole 24 ore dovrebbero saperlo, come dovrebbero sapere che c’è una ragione se questi “Bund, azioni, titoli strutturati” vengono considerati meno rischiosi dei prestiti alle famiglie e alle imprese, non solo in presenza di un’economia solida come quella tedesca, ma soprattutto nelle fasi recessive: a differenza delle sofferenze bancarie (cioè dei crediti che divengono inesigibili, in tutto o in parte, perché i clienti non riescono più a rimborsare i prestiti), le azioni, le obbligazioni e i derivati possono essere velocemente venduti sul mercato, quindi hanno necessariamente un profilo di rischio più basso (ovviamente, quanto più basso dipende dalla qualità del singolo titolo).</p>



<p>Non ce ne vogliano Salerno Aletta, Pavesi e Bastasin, ma le Landesbanken, ben lungi dall’essere un problema per la solidità del sistema bancario, sono invece uno dei fattori critici di successo dell’economia tedesca. Anche a noi un po’ di wholesale banking farebbe comodo. Le imprese italiane, che si finanziano quasi esclusivamente con il credito, durante questi anni di crisi hanno sofferto ben più dei loro concorrenti d’oltralpe, come spiega bene Gianluca Antonecchia (8): “Dall’inizio del secolo e fino al 2007 il modello di finanziamento bancario ha permesso alle imprese italiane un soddisfacente (quando non abbondante) grado di disponibilità creditizia. Ciò ha rafforzato i canali di dipendenza delle imprese italiane dal settore bancario, rinviando quel processo di diversificazione delle fonti di finanziamento (verso obbligazioni e capitalizzazione interna, soprattutto) che gli altri due grandi partner /competitor europei, Francia e Germania, stavano al tempo affrontando. Come dalla miglior tradizione popolare, però, dopo i confetti escono i difetti. La crisi economica ha messo in evidenza il difetto più destabilizzante del sistema bancocentrico di finanziamento alle imprese: la prociclicità. La stretta creditizia si è perciò abbattuta con maggior reverbero sulle economie come quella italiana e spagnola che, non avendo sviluppato solide alternative ai prestiti bancari, si sono ritrovate senza liquidità sufficiente (gli squilibri nei conti pubblici hanno, poi, aggravato la situazione)”.</p>



<p>Stefano Caselli e Stefano Gatti dell’Università Bocconi, in uno studio condotto da Carefin Bocconi con Equita Sim, sottolineano come “bancocentrismo e frammentazione del sistema produttivo insieme determinano il sottodimensionamento del mercato finanziario e il limitato ricorso delle imprese italiane al finanziamento sul mercato dei capitali. L’incidenza dei prestiti obbligazionari sul totale dei debiti delle aziende non finanziarie non raggiunge il 7%: solo poche aziende emettono obbligazioni sul mercato dei capitali, in media dieci all’anno nell’ultimo decennio. Pur mostrando una crescita significativa rispetto ai livelli del 2007, il rapporto tra obbligazioni e debiti finanziari delle imprese italiane è circa la metà di quello delle aziende francesi e anglosassoni. Analogamente, il ricorso al finanziamento con capitale di rischio in Borsa è circoscritto a poche grandi imprese. In Italia la capitalizzazione totale delle imprese non finanziarie è inferiore al 20% del Pil, mentre in Francia e in Germania raggiunge invece il 50% e 35% dei rispettivi Pil. […]</p>



<p>Appare dunque evidente l’urgenza di avvicinare le imprese ai mercati dei capitali per dare all’economia reale gli strumenti per affrontare la crisi; risulta altresì evidente come il raggiungimento di questo obiettivo non possa prescindere da un settore di intermediazione finanziaria sviluppato ed efficiente. Affinché le imprese, e in particolare le Pmi, incrementino la quantità di capitale investito nell’attività imprenditoriale anche attraverso un significativo riequilibrio della loro struttura finanziaria è infatti necessario l’intervento efficace di intermediari che congiungano le risorse finanziarie dei mercati alle necessità di finanziamento. […] Dallo studio […] emerge tuttavia come il settore dell’intermediazione finanziaria in Italia sia strutturalmente sottodimensionato e dominato da un numero ristretto di campioni nazionali e come dall’inizio della crisi a oggi il settore abbia subìto un ulteriore consistente ridimensionamento, caratterizzato dalla progressiva scomparsa di operatori collegati alle banche commerciali, dalla riduzione dei team dedicati ai servizi di ricerca societaria e dal continuo allontanamento degli operatori esteri”.</p>



<p>Il problema diviene ancora più drammatico perché, nelle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura del nostro sistema industriale, si aggiunge un altro fattore, anche lui figlio dell’antica (ormai) disponibilità di credito: la resistenza dei proprietari a investire nell’azienda i soldi propri: “Vitale ed elastica, a tratti geniale, ma anche minuta e sottocapitalizzata. L’impresa famigliare italiana ha spesso il proprietario Porschemunito, dalle frequenti gite a Chiasso, e una patrimonializzazione sistematicamente inferiore rispetto alle concorrenti tedesche, francesi e perfino spagnole. E, oggi, questi limiti del nostro capitalismo a prato basso iniziano a emergere, non senza drammaticità. Adesso, che la pax fra banche e imprese si è rotta e che il confronto sui mercati non ha in palio la crescita bensì la sopravvivenza, i numeri assumono un significato preciso” (9). Perché negli anni buoni l’imprenditore Porschemunito, come lo chiama il giornale di Confindustria, invece di investire nella sua azienda e accantonare fondi, ha intensificato le gite a Chiasso, nella convinzione che gli utili sono dei proprietari, e le perdite dei creditori. Così se la fabbrichetta di famiglia fallisce, oltreconfine il futuro è assicurato. Altro che capitale di rischio.</p>



<p>E arriviamo al secondo ordine di accuse, la presunta mancanza di discernimento degli stress test, accusati di ‘punire’ i nostri istituti di credito per la debolezza della struttura economica italiana e per le basse aspettative di crescita del Pil. Al contrario, come abbiamo visto, le ipotesi della Bce fotografano esattamente quel che succede in un sistema bancocentrico come il nostro: ogni stretta di liquidità del sistema creditizio si ripercuote sul sistema economico (perché non vengono erogati i prestiti che servono a finanziare le imprese) e ogni crisi del sistema economico si ripercuote sul sistema bancario (perché i prestiti erogati quando l’economia&nbsp;<em>girava</em>&nbsp;smettono di essere rimborsati). Banche, imprese, famiglie sono legate a doppio filo nella già citata prociclicità: quando le cose vanno bene, vanno bene per tutti e quando vanno male, vanno male per tutti. Adesso, come tutti sanno, vanno male, e invece di mugugnare per le bocciature strameritate meglio sarebbe che i nostri vertici istituzionali (Bankitalia in testa) si ingegnassero per scioglierci da questo abbraccio mortale.</p>



<p>Se non si vogliono cambiare le cose, tuttavia, una ragione c’è, e riguarda – caso strano – proprio l’ultimo gruppo di critiche alla Bce che dobbiamo analizzare, il presunto favoritismo accordato alle banche tedesche in quanto beneficiarie di rilevanti aiuti di Stato. Oltre a non specificare come mai sarebbe un problema il sostegno pubblico ai settori economici in difficoltà (il sistema bancario è un settore proprio come il manifatturiero, l’editoria, l’edilizia ecc. e investirvi darebbe l’opportunità di aver voce in capitolo nelle sue strategie di indirizzo, nota non irrilevante per una politica che vuole dire la sua anche con i poteri forti), i Chicago Boys di casa nostra, ben più tolleranti verso le iniezioni di denaro pubblico quando vengono effettuate in loro favore sotto forme meno trasparenti, evitano di dichiarare che lo Stato non investe nelle banche nostrane perché sono le banche a investire nello Stato, e ne sono diventate oggi l’azionista di maggioranza. Secondo un’elaborazione dati congiunta Bankitalia-Bloomberg, ad aprile 2013 la quota di debito pubblico posseduta dalle banche italiane si attestava al 50%, e a essa si deve aggiungere il 5% circa storicamente nelle mani di Bankitalia.</p>



<p>Lo riporta Frank Menichelli nel suo studio intitolato&nbsp;<em>Chi detiene il debito pubblico italiano? Un’analisi di lungo periodo</em>&nbsp;(10), pubblicato dall’associazione Nuova Economia Nuova Società (Nens) (11). Consideriamo l’andamento di lungo periodo (1997-2013) delle quote percentuali di debito pubblico italiano detenute da banche italiane ed estere. Secondo Menichelli, l’andamento delle grandezze riportate identifica con buona precisione tre fasi distinte: “Un primo periodo (1997-1999) in cui il processo di convergenza verso la moneta unica ha imposto una rapida ‘europeizzazione’ del debito con una crescita decisa della quota detenuta dal settore bancario estero, prevalentemente comunitario; un periodo intermedio (2000-2008) caratterizzato dalla prevalente e capillare diffusione del debito italiano nelle banche dell’Eurosistema e dalla sostanziale costanza della quota detenuta dal sistema bancario nazionale; […] un periodo terminale (2009- 2013), in cui a partire dallo shock globale del fallimento di Lehman Brothers, il differenziale negativo tra le quote detenute dai sistemi bancari nazionale ed estero si è andato riducendo, dapprima per la crescita sostenuta del debito nelle mani delle banche italiane.</p>



<p>Il fenomeno si è poi amplificato per la riduzione improvvisa della quota detenuta dagli investitori esteri. […] Il processo di nazionalizzazione del debito non è solo la spia di un malfunzionamento del sistema finanziario comunitario, ma a sua volta ha degli effetti negativi particolarmente pronunciati sull’economia italiana. […] La quota di debito nelle mani degli investitori privati è infatti crollata da oltre il 40% a poco più del 10%; quest’ammontare pari a oltre il 30% del debito governativo italiano è detenuta ora in maggioranza dal settore bancario nazionale visto che il differenziale della quota detenuta dal sistema bancario estero è passata solo dal 20% al 35%. Complice di questo trend è stato anche il fenomeno dell’intermediazione da spread; le banche hanno infatti trovato dei guadagni privi di rischio proprio sostituendosi agli investitori privati nell’acquisto di titoli di Stato e collocando loro finanza strutturata di bassa qualità, cioè con probabilità risibile di fornire rendimenti coerenti con i rischi trasferiti. Le banche italiane sono dunque sempre più coinvolte a doppio filo nel rifinanziamento del debito governativo: infatti i rendimenti elevati rendono l’investimento in titoli di Stato appetibile in un momento di recessione in cui i profitti derivanti da investimenti nell’economia reale calano naturalmente”.</p>



<p>E ancora: “Con il deflagrare della crisi del debito italiano nell’estate 2011 il tasso di incremento del debito detenuto dal sistema bancario subisce un’ulteriore accelerazione, mentre i prestiti alle famiglie e alle imprese iniziano addirittura a decrescere in valore assoluto, dando l’avvio al temuto credit crunch [stretta creditizia,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] che sta tuttora aggravando l’infinita recessione dell’economia italiana”.</p>



<p>La situazione tuttavia diventerebbe drammatica qualora i titoli del debito governativo diventassero ‘carta straccia’ a causa delle pessime condizioni dell’economia dello Stato (è già successo a Irlanda e Grecia, per esempio): le banche, azioniste di maggioranza dell’Italia, sono massimamente esposte verso il ‘rischio Paese’, e gli esami della Bce non potevano non rilevarlo.</p>



<p>Le presunte ipotesi apocalittiche degli stress test e relative bocciature svelano dunque la pessima gestione non solo finanziaria, ma anche industriale e della cosa pubblica che costituiscono oggi il sistema Italia (una ragione c’è se gli investitori esteri da noi non solo latitano, ma addirittura scappano, come i cervelli), indissolubilmente intrecciate nel circolo vizioso che si autoalimenta sotto gli occhi di tutti, ma che a nessun osservatore conviene denunciare (figuriamoci spezzare). A quelli legati alle imprese o coinvolti in politica, perché sono sottomessi ai diktat delle banche, e a quelli collegati alle banche perché al momento sopravvivono discretamente sulle macerie della nostra economia (anche se gli indici di Borsa iniziano a tentennare davanti a tanta salute). Certo che prima o poi anche le macerie finiranno. E allora dove saremo?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Gli attivi di una banca sono i suoi crediti, denaro che l’istituto ha investito in titoli finanziari e prestiti (a famiglie, imprese e altre banche). L’Aqr aveva lo scopo di verificare se il capitale di una banca fosse adeguato a fronteggiare il rischio insolvenza dei vari attivi; era considerato congruo un valore pari all’8% del capitale. ‘Capitalizzare’ significa versare nuova liquidità per portare il capitale a un valore appropriato al rischio </p>



<p class="has-small-font-size">2) Uno stress test è una simulazione di quel che avverrebbe ai conti di una banca se peggiorassero le condizione macroeconomiche di base (variazione del Pil, andamento dei tassi di interesse ecc.)</p>



<p class="has-small-font-size">3) A. Merli,&nbsp;<em>Stress test: non passano 25 banche, 9 sono italiane. Più capitale per Mps e Carige</em>, Il Sole 24 ore, 26 ottobre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">4) G. Salerno Aletta,&nbsp;<em>Perché Berlino non può dare lezioni</em>, www.formiche.net, 26 ottobre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">5) F. Pavesi, C. Bastasin,<em>&nbsp;Il paradosso delle banche tedesche: hanno più derivati che crediti ma vengono promosse</em>, Il Sole 24 ore, 26 ottobre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) A. Greco, Patuelli:&nbsp;<em>«Aiuti miliardari a Spagna e Germania, noi paghiamo la debolezza del Paese»</em>, La Repubblica, 27 ottobre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">7) Per market maker si intende “il soggetto che si propone sui mercati regolamentati e sui sistemi multilaterali di negoziazione, su base continua, come disposto a negoziare in contropartita diretta acquistando e vendendo strumenti finanziari ai prezzi da esso definiti”. D. Lgs. n. 58/1998, art. 1, comma 5-quater</p>



<p class="has-small-font-size">8) Gianluca Antonecchia,<em>&nbsp;Impresa e banca, storia di una relazione in crisi reversibile</em>, www.prometeia.com, 25 agosto 2014</p>



<p class="has-small-font-size">9) M. Alfieri, P. Bricco,<em>&nbsp;Il coraggio di investire sull’azienda</em>, Il Sole 24 ore, 20 settembre 2009</p>



<p class="has-small-font-size">10) F. Menichelli,&nbsp;<em>Il processo di nazionalizzazione del debito pubblico italiano. Il supporto Bce alle banche, la disintermediazione dell’economia reale e la possibile fine dell’euro</em>, www.nens.it</p>



<p class="has-small-font-size">11) Nens è un think tank fondato nel 2001 da Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco, insieme con Nicola Rossi, Giulio Sapelli, Giuseppe Farina e Paolo Ferro Luzzi</p>
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