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	<title>fascismo &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>fascismo &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Fascismo, antifascismo e radical chic</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fascismo-antifascismo-e-radical-chic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 18:37:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando l’antifascismo è strumentalizzazione mediatica e propaganda elettorale nelle mani della gauche caviar]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-56-febbraio-marzo-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Quando l’antifascismo è strumentalizzazione mediatica e propaganda elettorale nelle mani della gauche caviar</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Tutto comincia (mediaticamente) a Como, il 28 novembre 2017. Un gruppo di militanti di Veneto Fronte Skinheads (Vfs) entra nella sede dell’associazione<em>&nbsp;Como senza frontiere</em>&nbsp;e, nel silenzio immobile dei volontari, legge un volantino anti-migranti, fa dietrofront e scompare. Il quotidiano Repubblica, in un articolo a firma Paolo Berizzi, titola: “Migranti, così ritorna il fascismo: blitz dei naziskin contro i volontari di Como. E attaccano Repubblica” (1).</p>



<p>Il giornale di Scalfari descrive l’accaduto come “un’irruzione in pieno stile squadrista, ma con una pacatezza inquietante. Fermi, in piedi. Il cranio rasato, i bomber scuri. E un volantino. Letto a mo’ di ‘proclama’ per dire ‘basta invasione’, stop ai migranti e a chi li accoglie”. L’attacco a Repubblica sarebbe il commento, pubblicato su Facebook, di Giordano Caracino, presidente di Vfs, che recita: “Siete in grado di trasformare in violenza la lettura di un comunicato&#8230; antifascisti. Passi lo scontro che sappiamo rifiutate sempre, ma se proprio non reggete neanche più il confronto democratico basato sull’avere delle idee discordanti, se i vostri timpani sono talmente fragili che si lacerano all’ascolto della verità, smettetela di fare politica, fate altro, origami o ricamo per esempio!”</p>



<p>Effettivamente, la reazione sembra sproporzionata rispetto all’accaduto, ma Repubblica si sente toccata in quello che, a quanto pare, è uno dei suoi valori fondanti: l’antifascismo. E, per ribadirlo, pubblica contestualmente uno speciale, sempre a firma di Paolo Berizzi, intitolato “L’avanzata della Galassia Nera”, con sommario: “Il blitz di Como nella sede dei volontari pro-migranti, ultima intimidazione dei gruppi di estrema destra. Viaggio tra i volti di una realtà in continua ebollizione. Per lo storico Gentile sono tutti segnali di una fase di forte crisi della democrazia in Italia e in tutto l’Occidente”. (2).</p>



<p>In realtà lo storico Gentile ridimensiona molto la portata del gesto (“Non lo vedo come una novità, piuttosto mi domando perché questa destra estrema abbia successo”), e descrive il background culturale degli skinhead come “mitologie nordiche” e “simbologie prive di senso, che non hanno niente a che vedere con la storia concreta dei regimi di Mussolini e Hitler”. Invece, invita a considerare preoccupante la “crescente debolezza dei nostri assetti democratici”, parla di “democrazia recitativa”, ossia di una finta rappresentazione di democrazia dove il popolo non decide mai, e conclude: “Oggi le minacce alla democrazia non arrivano dai naziskin, che sono gruppi minoritari, ma dalle stesse istituzioni democratiche che sembrano incapaci di mostrare una superiorità rispetto a ogni forma di prevaricazione”.</p>



<p>La vicenda tuttavia rimbalza rapidamente da un media all’altro, e il venticello si trasforma in una tempesta, tanto che la Digos di Como si sente obbligata ad aprire un’indagine per “violenza privata” contro gli autori del gesto, e il caso finisce addirittura sulla scrivania del ministro dell’Interno Marco Minniti (3). La Cgil, il Comitato Comasco per la Pace, la segreteria del Pd, e i consiglieri di Svolta Civica esprimono solidarietà ai volontari di Como senza frontiere e il vicesegretario del Pd Maurizio Martina propone per sabato 9 dicembre a Como una grande manifestazione contro ogni intolleranza (il questore Giuseppe de Angelis vieterà invece la contromanifestazione organizzata per lo stesso giorno da Forza nuova).</p>



<p>Gli animi non si sono ancora placati che un nuovo gesto di sfida torna a esacerbare il confronto: il 6 dicembre un gruppetto di militanti mascherati, con una bandiera di Forza nuova e un cartello con la scritta “Boicotta Repubblica e L’Espresso”, accende alcuni fumogeni sotto la sede del giornale e legge un proclama di accuse alla redazione. Il leader di Fn Roberto Fiore definisce l’accaduto come il “primo atto di una guerra politica al Gruppo Espresso e al Pd”. Apriti cielo.</p>



<p>Il presidente della Repubblica Mattarella (Pd) invia parole di solidarietà, il premier Gentiloni (Pd) chiama il direttore Calabresi, e il ministro dell’Interno Minniti (Pd) si precipita addirittura in redazione, dichiarando: “Antifascismo e libertà di stampa sono i capisaldi della democrazia” (4). Renzi (Pd), affida a twitter il suo messaggio rassicurante, “Quel passato non tornerà”, mentre il ministro della Giustizia Orlando (Pd) considera “smentiti quanti hanno minimizzato l’allarme estremismo”.</p>



<p>I comitati di redazione di Repubblica e L’Espresso diffondono comunicati per denunciare come “il dilagare di intolleranza, odio, xenofobia e fascismo che Repubblica sta puntualmente documentando con grande attenzione da settimane” abbia raggiunto “una soglia di grande preoccupazione”. Ma, rassicurano, “il nostro giornale non si fa intimidire da queste minacce, fatte utilizzando un linguaggio fascista e paramafioso, e non smetterà di informare i lettori su Forza nuova, così come su ogni altro partito politico italiano”.</p>



<p>Il neofascismo, secondo l’enciclopedia Treccani, è l’insieme dei movimenti politici, nati dopo la Seconda guerra mondiale, che si ispirano all’ideologia del fascismo. Il termine fu usato per la prima volta nel 1945 per designare i gruppi tendenti a ricostituire il partito fascista, spesso formati da reduci della Repubblica sociale italiana: “Il neofascismo ‘parlamentare’ ebbe il suo punto di forza nel Movimento sociale italiano, scioltosi nel 1995 in seguito alla confluenza dei suoi militanti e dirigenti in Alleanza nazionale, e la cui eredità è stata raccolta dal Movimento sociale-Fiamma tricolore”. Forza Nuova è un movimento politico e un partito italiano nazionalista, definito di estrema destra o neofascista, fondato nel 1997 da Roberto Fiore e Massimo Morsello.</p>



<p>Sebbene in Italia l’apologia del fascismo sia vietata dalla XII disposizione transitoria della Costituzione e dalla legge 645 del 2 giugno 1952, il fascismo, ormai endemico in certe fasce della popolazione, non se n’è mai veramente andato né dai banchi parlamentari, né, cosa ancora più grave, dagli apparati dello Stato. Giustiziare i gerarchi è stato semplice, ma estirpare il fascismo da tutti quei settori del Paese che, in un modo o nell’altro, avevano beneficiato della dittatura (e avrebbero volentieri fatto a meno della democrazia, soprattutto se ciò avesse implicato una vittoria comunista alle elezioni), è risultata un’impresa impossibile, e in realtà nessuno ci ha mai davvero provato (a partire da Togliatti che, in nome della pacificazione post bellica, promulgò un’amnistia per i reati comuni e politici, compreso il collaborazionismo con il nemico e reati annessi).</p>



<p>Di conseguenza nella pubblica amministrazione, nell’esercito, nella polizia, nei servizi segreti, nel mondo imprenditoriale e associativo italiano (come ben documentato nel libro&nbsp;<em>I padroni del vapore</em>&nbsp;di Ernesto Rossi), e nella società tutta, le frange di ‘nostalgici’ hanno continuato tranquillamente a riprodursi e a prosperare. In effetti, in Italia gli apparati ‘deviati’ dello Stato hanno fatto ben di peggio che leggere un comunicato in bomber e testa rasata.</p>



<p>Quella che è passata alla storia come ‘strategia della tensione’ è stata una strategia eversiva basata principalmente su una serie preordinata e ben congegnata di atti terroristici (di destra), volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione, tali da giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario. Restiamo alla Treccani, fonte che potremmo definire istituzionale: “L’espressione fu coniata dal settimanale inglese The Observer,<br>nel dicembre 1969, all’indomani della strage di piazza Fontana […] sebbene alcuni studiosi ne retrodatino l’inizio alla strage di Portella della Ginestra (1947) o al cosiddetto Piano Solo del generale De Lorenzo (1964).</p>



<p>&#8220;La bomba di piazza Fontana costituì la risposta di parte delle forze più reazionarie della società italiana, di gruppi neofascisti, ma probabilmente anche di settori deviati degli apparati di sicurezza dello Stato, non privi di complicità e legami internazionali, alla forte ondata di lotte sociali del 1968-69 e all’avanzata anche elettorale del Partito comunista italiano. L’arma stragista fu usata ancora nel 1970 (strage di Gioia Tauro), nel 1973 (strage della questura di Milano), nel 1974, all’indomani della vittoria progressista nel referendum sul divorzio (strage dell’Italicus, strage di piazza della Loggia), e ancora nel 1980 (strage di Bologna), ma non fu l’unica espressione della strategia della tensione, la quale passò anche attraverso l’organizzazione di strutture segrete, in alcuni casi paramilitari e comunque eversive (Rosa dei Venti, Nuclei di difesa dello Stato, loggia P2 ecc.), i collegamenti internazionali (le strutture Gladio o Stay-behind), la progettazione e la minaccia di colpi di Stato (il Piano Solo del 1964, il tentato golpe Borghese del 1970), e infine la sistematica infiltrazione nei movimenti di massa e nelle organizzazioni extraparlamentari, comprese quelle di sinistra, al fine di innalzare il livello dello scontro”.</p>



<p>Eppure, nessuno si è mai stracciato le vesti: anzi, l’Italia ha avuto addirittura un presidente della Repubblica (Cossiga), che si è sempre dichiarato fiero di aver fatto parte di una struttura segreta come Gladio, un’organizzazione paramilitare clandestina, promossa dalla Nato e organizzata dalla Cia con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture, dichiaratamente a favore di un golpe militare in caso di svolta comunista.</p>



<p>Certo, c’erano ancora l’Urss, la guerra fredda, il Muro di Berlino, golpe militari che fioccavano nei Paesi dell’America latina e anche in Europa, tempi storici diversi, insomma, ma se paragonati alle vicende dell’epoca i recenti fatti di cronaca appaiono davvero risibili. Ma allora, perché ricevono tutta questa attenzione mediatica?</p>



<p>A dare una risposta convincente è qualcuno che di terrorismo e stragismo si è occupato parecchio, ed è forse uno dei maggiori esperti in Italia, il giudice Guido Salvini. Salvini ha condotto indagini in materia di lotta armata di sinistra (colonna milanese delle Brigate rosse, Prima linea, Autonomia operaia) e terrorismo di destra (Nuclei armati rivoluzionari) nel periodo di applicazione delle leggi sui pentiti e sui dissociati e, alla fine degli anni Ottanta, dopo la scoperta di Gladio, ha riaperto il fascicolo sulla Strage di piazza Fontana. L’indagine, che ha toccato un ampio arco di episodi precedenti e successivi la strage, ha potuto ricostruire in modo chiaro e coerente il periodo della strategia della tensione, permettendo di acquisire nuovi elementi di conoscenza su numerosi eventi dell’epoca.</p>



<p>Ebbene, Salvini, in un’intervista rilasciata il 12 dicembre scorso a tiscali.it (5) dichiara senza mezzi termini che a suo parere l’allarme sul fascismo è infondato: “Non scherziamo proprio. Questo non è fascismo. L’occupazione a Como della sede di una associazione che si occupa di migranti è un gesto politico di cattivo gusto, forse di prepotenza che non raggiunge, in ogni caso, forme di violenza vera e propria”. L’enfasi posta da alcuni settori politici e mezzi di informazione su vicende di questo tipo dipenderebbe dal fatto che ci troviamo ormai in piena campagna elettorale: “La riscoperta dell’antifascismo (speriamo non militante) rappresenta un collante nel tentativo disperato di tenere unito un vasto schieramento oggi in difficoltà, in funzione delle prossime elezioni politiche di primavera”. E tuttavia, “quello di molte forze di sinistra è un atteggiamento molto poco liberale e alla fine anche politicamente perdente. Tra l’altro dare altissima visibilità a piccoli episodi rischia di spingere altri giovani a ripeterli e ad amplificarli”.</p>



<p>Questo dunque è il senso della chiamata a raccolta degli antifascisti: dare un ruolo e una visibilità a un centrosinistra ormai indistinguibile, negli obiettivi come nei metodi, dal centrodestra – rispetto al quale, però, ha molto meno appeal a fini elettorali. Torna alla mente&nbsp;<em>Aprile</em>&nbsp;di Nanni Moretti e il suo disperato: “D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!”. E l’antifascismo è, per l’appunto, qualcosa di sinistra. I sondaggi per il Pd sono a dir poco sconfortanti, urge una strategia, ed ecco che – puntualmente – il blocco amico dell’editoria si assume l’onere di compattare le anime belle contro l’avanzata della “galassia nera”.</p>



<p>Un’operazione che tuttavia non ha avuto il successo sperato, a causa di una banale svista editoriale. Repubblica, infatti, ha inaugurato il 2018 ri-pubblicando un’intervista concessa al francese Le Figaro da Tom Wolfe, tra gli inventori del new journalism e uno dei più grandi scrittori viventi, dal titolo “I radical chic hanno tradito il popolo” (6).</p>



<p>L’espressione<em>&nbsp;radical chic</em>&nbsp;è stata coniata proprio dallo scrittore americano: era il 1970, e sul New York Magazine Tom Wolfe raccontava la raccolta fondi organizzata dal compositore Leonard Bernstein (nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo) per le Black Panther, una storica organizzazione rivoluzionaria afroamericana. Per non urtare la sensibilità degli ospiti d’onore, Bernstein aveva dato la serata libera ai suoi domestici di colore e aveva assunto dei camerieri bianchi, inaugurando un uso insolito del ‘politicamente corretto’.</p>



<p>Il politicamente corretto, dice Wolfe “è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro. In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle ‘classi dominanti’, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro ‘predominio sociale’ e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo ‘predominio’ e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai ‘bifolchi’ e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. […] Attraverso<em>&nbsp;Radical Chic</em>&nbsp;descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la ‘gauche caviar’ o il ‘progressismo da limousine’, vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i&nbsp;<em>rednecks</em>&nbsp;dell’Ohio […] In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito Democratico. Durante queste elezioni l’aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura”.</p>



<p>La stampa che si posiziona politicamente a destra fiuta subito il colpaccio: da chi sono rappresentati, in Italia, i radical chic&nbsp;<em>wolfiani</em>? Chi è la nostra ‘gauche caviar’? Ma il Pd, ovviamente, e gli intellettuali di sinistra che lo sostengono! Per usare la classica metafora del volley, Repubblica ha alzato una palla perfetta, e Il Giornale ha schiacciato.</p>



<p>Il 3 gennaio esce l’articolo di Michele Porro dal titolo “Tom Wolfe ‘stronca’ Repubblica su Repubblica. L’autorete del quotidiano: pubblicata un’intervista allo scrittore che boccia la sinistra del politicamente corretto”. Il pezzo esordisce così: “Ieri Tom Wolfe ha rilasciato a La Repubblica una bella intervista in cui spiega perché il pensiero di Repubblica è morto”. Lasciando da parte le inesattezze (l’intervista era stata pubblicata due giorni prima, il primo gennaio, e non era stata rilasciata a Repubblica), la sostanza non fa una piega: “Il mondo che sfila per l’accoglienza a Milano, non rendendosi conto di come vivano gli italiani; gli intellettuali che considerano razzisti coloro che sono contro lo ius soli; gli indignati contro il fascismo, l’orda nera della politica europea, ritenuto una seria minaccia e non più banalmente la risposta trumpiana, appunto, all’incapacità delle attuali classi dirigenti di dare una risposta a una società e a un mercato che stanno cambiando rapidamente. Insomma Wolfe ce l’ha con il pensiero di Repubblica e con i suoi intellò di riferimento che sono evidentemente talmente abituati a mascherarsi di fronte ai propri lettori che lo fanno anche di fronte a se stessi. Altrimenti, perbacco, dalle parti di Repubblica si dovrebbero fare un bel esamino di coscienza” (7). Oltre al danno, dunque, anche la beffa.</p>



<p>Sarebbe stato il caso di soprassedere: ormai la frittata era fatta, meglio lasciar cadere il<em>&nbsp;faux pas</em>&nbsp;nel dimenticatoio. Invece, contro ogni logica, Repubblica si lancia in una strenua (quanto impossibile) difesa dei radical chic, e con una delle sue firme di punta. Michele Serra scrive un pezzo intitolato: “Caro Tom Wolfe, ma quali radical chic?”, nel quale leggiamo che “nella vulgata di destra è diventato ‘radical chic’ tutto ciò che odora di solidarismo (è per lavarsi la coscienza!) o di amore per la cultura (è per umiliare la gente semplice!) e ovviamente di critica del populismo (è disprezzo per il popolo!) […] Ma ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente […] Lui, a differenza di Bernstein, non è gravato dai sensi di colpa del ricco di sinistra: perché, fortunato lui, è un ricco di destra”. (8). Come insegnava Schopenhauer, per ottenere ragione quando non hai la verità dalla tua parte, attacca l’avversario ad personam, ed è ciò che fa Michele Serra ridicolizzando Tom Wolfe.</p>



<p>È ovvio che un occhio sulla crescita di realtà come CasaPound (9), così come su certe esternazioni sulla “razza” di esponenti della Lega Nord, bisogna tenerlo. Seriamente, però, che significa interrogarsi sulle cause e non in funzione di propaganda elettorale. Perché diciamocelo: Leonard Bernstein sosteneva le Pantere nere. Non era facile nella New York degli anni Settanta raccogliere fondi per un’organizzazione che sollecitava l’uso della forza (anche se per autodifesa), e che inquadrava la discriminazione della popolazione di colore in un’ottica marxista-leninista di lotta di classe, cioè in opposizione alla struttura capitalistica della società statunitense. I radical chic nostrani si limitano a gridare al lupo fascista, tenendosi ben alla larga da qualunque riflessione – figuriamoci organizzazione – anti-capitalista. E se dev’essere un cardinale conservatore come Bagnasco (10) a dichiarare che il problema più serio in Italia non è il fascismo ma il lavoro (quello vero, che ti permette di progettare il futuro), allora siamo davvero nei guai.</p>



<p class="has-small-font-size">1) P. Berizzi, <em>Migranti, così ritorna il fascismo: blitz dei naziskin contro i volontari di Como. E attaccano Repubblica, Repubblica</em>, 29 novembre 2017<br>2) P. Berizzi, <em>L’avanzata della galassia nera,</em> Repubblica, 29 novembre 2017<br>3) R. Canali,<em> Blitz antimigranti degli Skinhead a Como: il caso finisce sulla scrivania di Minniti,</em> Il Giorno, 1 dicembre 2017<br>4) <em>Blitz fascista sotto Repubblica. Militanti di Forza Nuova a volto coperto lanciano fumogeni. &#8220;Solo il primo attacco&#8221;. Minniti nella sede del giornale</em>, Repubblica, 6 dicembre 201<br>5) G. Ruotolo,<em> “L’allarme sul fascismo è infondato. È solo l’ultimo collante del centrosinistra”</em>, Tnews, 12 dicembre 2017<br>6) A. Devecchio,<em> Tom Wolfe: “I radical chic hanno tradito il popolo”</em>, Repubblica, 1 gennaio 2018<br>7) N. Porro,<em> Tom Wolfe &#8220;stronca&#8221; Repubblica su Repubblica</em>, Il Giornale, 3 gennaio 2018<br>8) M. Serra,<em> Caro Tom Wolfe, ma quali radical chic?</em>, Repubblica, 4 gennaio 2018<br>9) Cfr. Matteo Luca Andriola, <em>CasaPound: le radici politico-culturali e le ragioni dell’ascesa</em>, Paginauno n. 56/2018<br>10) <em>Fascismo, il cardinale Bagnasco: “Stare attenti a non enfatizzare, il problema più importante è il lavoro”</em>, Genova24.it, 19 gennaio 2018</p>
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		<title>Lo sport fascista nell&#8217;Europa degli anni Trenta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lo-sport-fascista-nelleuropa-degli-anni-trenta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paul Dietschy]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 18:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[Modello, sfida, mezzo di controllo e cultura del consumo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-43-giugno-settembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 43, giugno – settembre 2015)</a></em></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Modello, sfida, mezzo di controllo e cultura del consumo</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Pascal Ory, uno dei più rinomati storici francesi in tema di storia culturale e storia del fascismo in Francia, ha scritto un libro sul governo del Fronte popolare tra il ‘36 e il ‘38, dedicando almeno un capitolo alla sua politica sportiva e definendola una risposta democratica alla sfida dei regimi fascisti. Una risposta senza passo militare o passo dell’oca, ma che dimostra come le politiche sportive, in particolare quelle del fascismo, siano centrali per capire la storia europea dello sport tra le due guerre. Esiste infatti una vera sfida degli stadi, come c’è una sfida diplomatica e militare, e definirei lo sport fascista l’idealtipo dello sport autoritario e totalitario.</p>



<p>Per questo non si può tracciare la storia dello sport in Francia e in Europa senza mettere al centro la politica sportiva del regime fascista. Prima di tutto, la politica sportiva del regime significa la fine della società civile dello sport, ossia dello sport come è stato concepito dall’inizio del Novecento sul modello inglese: un’armata di volontari, di persone che si riuniscono in associazioni e non chiedono nulla allo Stato, volendo essere indipendenti. In realtà questo principio è applicato in modi diversi nel continente: in Italia come in Francia, per esempio, durante la belle époque, gli sportivi vogliono ricevere il sostegno in denaro dello Stato. Ma in ogni caso, lo sport è espressione di una società civile.</p>



<p>In secondo luogo, con la prima politica sportiva statale il regime fascista dà l’avvio all’entrata dello Stato nello sport. Si vedrà che è un po’ più complicato, perché i francesi, per esempio, hanno iniziato una diplomazia sportiva già dopo la prima guerra mondiale, ma è comunque la prima volta che lo Stato dà importanti mezzi allo sport e inizia una politica di costruzione di stabilimenti sportivi; un atteggiamento che sarà seguito con particolare attenzione dai regimi democratici, in particolare di Francia, Belgio e Svizzera.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-del-calcio-Paul-Dietschy.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="300" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/01/2-1.jpg" alt="" class="wp-image-4398"/></a></figure>
</div>


<p>Terzo punto, questa politica significa anche un cambiamento del concetto di internazionalismo sportivo, nato con de Coubertin e l’organizzazione dei primi Giochi olimpici dell’era moderna nel 1896 ad Atene. Fino a quel momento l’internazionalismo sportivo ha come scopo la fratellanza tra i popoli, la pace – anche se c’è un aspetto meno idilliaco, che è l’idea di voler costruire una gerarchia tra i popoli –; il fascismo lo trasforma in ambizione di vittoria, vincere è tutto, e in più mescola i simboli nazionali con quelli dell’ideologia fascista.</p>



<p>Un altro aspetto di questo idealtipo è la volontà, che a dire il vero si può trovare anche nella democrazia, di sedurre le masse e creare consenso tramite lo sport spettacolo e la stampa, la radio, l’informazione scritta, i cinegiornali dell’Istituto Luce. Da questo punto di vista è necessario praticare un esercizio di storicizzazione del fascismo, perché questa spettacolarizzazione dello sport si trova anche in Francia, nella Spagna prima della guerra civile e in Inghilterra. L’ultimo punto, e anche in questo caso il regime fascista non ha l’esclusiva, è l’uso dello sport come metodo di controllo ed esclusione. Proverò a illustrare tutti questi aspetti suddividendo l’analisi in tre parti: la prima dedicata alle origini dello sport fascista, poi vedremo come questa politica è allo stesso tempo un modello e una sfida per l’Europa sportiva, e infine proverò a evidenziarne le contraddizioni e le forme di controllo e persecuzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le origini dello sport fascista</h4>



<p>Tutti i movimenti, come l’Opera nazionale balilla, per esempio, hanno origine nello sport dell’Ottocento, quando nasce un legame forte tra la ginnastica e l’idea di nazione: è la ginnastica che permette la promozione di una cultura nazionale con le sue qualità e la sua unicità. Accade in Francia: dopo la guerra del 1870 c’è un grande sviluppo del movimento ginnastico, con l’importanza della dimostrazione collettiva e la divisa che si porta con fierezza. E ovviamente la stessa cosa si sviluppa anche in Italia, specialmente durante la prima guerra mondiale, quando la Federazione ginnastica nazionale è diretta da un presidente che dà un orientamento nazionalistico al movimento. Anche se non si deve pensare che queste organizzazioni abbiano particolarmente ispirato il fascismo, perché in Francia i movimenti di ginnastica sono antifascisti, e in Italia esistono anche organizzazioni di stampo cattolico, o le famose società Forti e Liberi di stampo socialista o operaio.</p>



<p>Secondo punto importante è l’esperienza della guerra. Ci sono immagini di propaganda francese che mostrano il fronte occidentale non armato di soldati, blindati ecc. ma di sportivi: è una specie di discorso prodromo che vuole mostrare che lo sport è il migliore strumento per preparare i francesi alla guerra, piuttosto che avvicinarsi con un addestramento militare. C’è anche una metafora, molto utilizzata all’inizio del conflitto, quella del grand match, in francese, in inglese del great game, in italiano della grande partita, che sarebbe ovviamente la guerra. Questo spirito è molto utilizzato dalla stampa sportiva italiana, la quale sarà un sostegno importante per la prima politica sportiva del regime, all’inizio del fascismo. Sulla Gazzetta dello sport, nel periodo dell’interventismo, si può leggere questo famoso editoriale: “Fratelli che avete conosciuto, praticato, amato lo sport, prendete la armi per lo sport più antico e più forte, e più vero: la guerra. E si attende la sterminata falange di manipoli perché lo sport vi ha dato forza fisica, capacità morale, disciplina e tu somma me lo rappresenti”.</p>



<p>La guerra è importante anche perché, soprattutto dopo Caporetto e la ritirata sul Piave, ha permesso di diffondere tra le masse rurali – che sono la gran parte delle armate italiane – lo sport, che la maggioranza degli italiani non conosce – e lo stesso fenomeno si può constatare anche in Francia. C’è poi un processo di standardizzazione, dato che lo sport proposto è il più semplice, il più diffuso e quello meno caro, ossia il calcio. Ecco perché l’Almanacco dello sport ha come copertina un soldato che gioca a calcio, e lo si può anche trovare nei giornali di trincea, che sono chiaramente diffusi per inquadrare i soldati.</p>



<p>Lo sport è anche utilizzato nella propaganda militare in quella che si potrebbe chiamare la ‘brutalizzazione’ prodotta dalla guerra: nei giornali di trincea, per esempio, compaiono immagini di un campionato mondiale di lotta, e molto spesso c’è l’assimilazione tra il calcio al pallone che diventa il calcio al nemico. Ma forse ciò che è più importante sono le forme di inquadramento dei soldati, iniziate durante il conflitto e che, in un certo modo, ispireranno le successive grandi organizzazioni di massa come il dopolavoro, nato nel 1925. Ecco quello che scrive Lando Ferretti, il primo presidente fascista del Coni, in un libro che è una specie di breviario dello sport, nel quale si capisce, in sintesi, lo spirito che il regime vuole imprimere allo sport: in questo libro Ferretti commenta l’opera del cattolico Giovanni Minozzi, creatore delle Case del soldato, che miravano contemporaneamente a fornire momenti ricreativi, a inquadrare moralmente i soldati e a diffondere l’idea di nazione.</p>



<p>Ferretti scrive: “Il disperso di Caporetto divenne allora l’eroe dei trionfi del Piave, del Grappa, di Vittorio Veneto, attraverso l’opera assistenziale svolta nelle Case del soldato, negli spacci cooperativi, con scritti e discorsi di buona propaganda – Ferretti capisce che in questo momento è diventata una specifica propaganda di massa che sarà successivamente utilizzata dal regime – quell’opera tenace, appassionata, ardente di fede italiana svolta principalmente nelle retrovie ma anche sulle prime linee della grande guerra è ora ripresa, continuata, rafforzata di mezzi e di spiriti nuovi dal dopolavoro”. Quindi il conflitto è sicuramente una matrice importante della politica sportiva fascista, e si potrebbe anche aggiungere il culto del pilota o il culto dell’ardito, che è contemporaneamente una specie di soldato tra atleti di alto livello e un soldato di forze speciali.</p>



<p>Terzo punto per capire l’origine e l’eredità utilizzata dal regime è quello che possiamo definire ‘dopoguerra sportivo’. Il dopoguerra è stato infatti immediatamente sportivo per diverse ragioni, forse anche per il bisogno di molti europei di distrazione e divertimento dopo la tragedia del conflitto.<br>I campionati di calcio conoscono un grande successo negli anni tra il ‘21 e il ‘23, anche se non bisogna dimenticare la ragione politica che vi sta dietro, ossia la volontà di utilizzare lo sport sul piano diplomatico. Come per i Giochi Interalleati, organizzati nel giugno /luglio 1919 a Parigi, ai quali partecipano 1.415 atleti rappresentanti di 19 nazioni, e un grande pubblico in uno stadio che tiene tra le ventimila e le trentamila persone. L’Italia si classifica terza dietro gli Stati Uniti e la Francia, ma forse l’aspetto più importante non è la partecipazione o il pubblico ma il fatto che, ben lontani dall’essere una manifestazione di fraternità tra alleati, i giochi sono pervasi di aggressività e nazionalismo. La partita di rugby tra Francia e Stati Uniti ne dà l’esempio. Così è descritta da un testimone americano: “Quello che si può fare di meglio senza coltello e pistola”.</p>



<p>Senza dimenticare la rivalità tra le due potenze, che vogliono entrambe mostrare di aver vinto la guerra. In questo periodo c’è anche la volontà di ricerca di uno stile nazionale, e l’idea che la nazionale di calcio rappresenti le virtù, il corpo, la maniera di muoversi, la morale di una nazione.<br>Uno dei primi Paesi ad aver proposto questa interpretazione è la Spagna, che si classifica terza al torneo di calcio di Anversa nel 1920. I giornalisti spagnoli descrivono il modo di giocare della propria squadra come la “furia spagnola”, un’espressione che richiama la famosa ‘furia francese’, quindi un gioco aggressivo, virile, perché deve dimostrare che se anche gli spagnoli non hanno fatto la guerra, sono lo stesso degli uomini. Questa passione si mostra anche durante l’inaugurazione dello stadio Wembley a Londra nel 1923, una specie di catastrofe che termina con 60 feriti e che viene descritta un feu terreur, un episodio che evidenzia il potere di suggestione, di attrazione del calcio, la necessità di controllare le folle e quanto le stesse folle possano essere utilizzate come mezzo di propaganda.</p>



<p>D’altra parte Psicologia delle folle, il famoso saggio di Gustave Le Bon, è del 1895 e Mussolini l’aveva letto con attenzione: chi sa dominare le folle può prendere il potere, scriveva Le Bon. In questo dopoguerra si manifesta un inizio di violenze sportive, anche in Francia, ed è un problema importante da gestire all’inizio del regime fascista. C’è una violenza diffusa sui terreni di calcio, in particolare nel nord Italia, in piccoli centri ma anche a Torino, e questo è ciò che scrive Paese Sportivo, periodico torinese, nel luglio 1925, per la finale di campionato tra il Bologna e il Genoa: “Le squadre non bastano più, ci vogliono i fiancheggiatori i quali operano per tribune o nei posti popolari, allo scopo di mettere i fiancheggiatori avversi in condizioni di inferiorità e così preparare l’atmosfera più adatta alla vittoria dei propri colori”. Un testo decisamente molto attuale, se si pensa agli ultras di oggi. La partita termina in parità, e i sosteni &#8211; tori del Genoa e del Bologna si trovano alla stazione di Porta Nuova; ecco cosa racconta Paese Sera: “Nella stazione di Porta Nuova sono avvenuti alcuni incidenti alla partenza dei due treni speciali, uno per Genova e uno per Bologna. Tra le schiere di supporter genoani e bolognesi vennero scambiate invettive e ingiurie e vennero sparati alcuni colpi di rivoltella, e pare che un supporter genoano sia rimasto ferito piuttosto gravemente”. I supporter del Bologna sono vicini agli squadristi e al fascio locale, quindi il problema del tifo violento è qualcosa che il regime deve regolare, ma lo fa in modo dubbio. Dopo questo incidente infatti, viene varata una legge che prevede che ogni partita debba essere autorizzata dal prefetto, ma per tutti gli anni Trenta persiste un’atmosfera di regionalismo e campanilismo molto forte, che il regime utilizza, attraverso il federale locale, come sostegno alla squadra locale di calcio, in una politica decisamente ambivalente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Modello e sfida per l’Europa sportiva</h4>



<p>La politica sportiva fascista può essere definita un modello, perché vi si ispirano anche regimi democratici, e una sfida, quella degli stadi, che precederà quella delle armi. All’estero è quindi seguita con una certa ammirazione e un po’ di timore. I giornalisti sportivi hanno subito aderito al governo Mussolini, appena qualche settimana dopo la marcia su Roma. Secondo il saggista Felice Fabrizio, che ha scritto la prima storia dello sport fascista in Italia, molta influenza ha avuto il complesso di inferiorità dei giornalisti sportivi, che li ha portati a dare un immediato consenso a un capo di governo che finalmente non disprezzava lo sport, come gli uomini politici che lo avevano preceduto, e quindi a poter sperare di vedersi riconosciuto un diverso statuto professionale. I fatti dimostrano in breve tempo che le speranze nutrite erano fondate: nel marzo 1923 il ministro dell’Istruzione pubblica Giovani Gentile annuncia infatti la creazione dell’Ente nazionale per l’Educazione fisica, che sarà la prima pietra verso la politica sportiva del regime.</p>



<p>Certamente il fascismo è il primo a politicizzare lo sport in Europa, ma anche nelle democrazie c’è questo interesse da parte dei governi. In Francia la ragione principale è che lo sport permette di dimostrare che il Paese non è stato distrutto dalla prima guerra mondiale, che c’è ancora una giovinezza francese, che questa grande potenza non è stata segnata dal conflitto. Nasce in questo periodo la tradizione, importata dall’Inghilterra, secondo la quale il presidente della Repubblica consegna la Coppa di Francia e saluta i giocatori prima della partita. È chiaro che in questo gesto c’è anche una componente ideologica, perché la Coppa di Francia è forse la competizione più popolare, forse più del campionato, perché è la simbolizzazione del principio meritocratico della Repubblica, dei valori francesi; nella Coppa di Francia la piccola società può battere la grande società professionistica, perché i giocatori sono valorosi, lavorano molto, sono<br>seri ecc.</p>



<p>La politica sportiva del regime è prima di tutto una politica edilizia, ed è per questo che è importante agli occhi degli altri Paesi. Tra il ‘27 e il ‘34 il fascismo mette in opera una vasta campagna di costruzione di stadi e terreni sportivi, di due tipi: il campo littorio, con spogliatoi, una pista per l’atletica leggera e un campo da calcio, che è il modello standardizzato per la fatica di massa, allo scopo di fare degli italiani una nazione sportiva; e i grandi stadi, nella periferia delle grandi città, per esempio lo stadio Berta a Firenze, dedicato al ‘martirio’ del fascismo, e lo stadio Mussolini a Torino. Sono stadi moderni, costruiti con tecniche all’avanguardia, con uno stile architettonico che si può definire futurista, e che sono fonte di ispirazione molto importante all’estero. Influenzano infatti lo stadio di Berlino dei giochi olimpici, gli stadi-velodromi di Marsiglia e Bordeaux. Anche i campi littori orientano gli altri Paesi, perché rispondono a una domanda presente in tutta Europa, quella di stadi di piccole dimensioni e piscine; si trovano molti esempi nella periferia di Parigi, municipi di sinistra, radicali, socialisti e anche comunisti iniziano a costruire questo tipo di stabilimento.</p>



<p>Anche se c’è una differenza: negli anni Venti e Trenta, in Francia, sono le giunte comunali a iniziare questa politica, non lo Stato, come accade in Italia. Solo nel 1936 il governo del Fronte popolare, per rispondere alla pressione della stampa francese, che descrive con favore la politica sportiva fascista, lancia la prima politica sportiva nazionale. Questa influenza si può sentire anche nel Regno Unito. Già nel ‘35 viene creato il Central council for Creative physical training, allo scopo di incoraggiare e promuovere le organizzazioni e le attività sportive, in particolare presso le scuole, per migliorare la forma fisica della nazione. Questa disposizione viene completata nel ‘37 con il Pphysical training and recreation Act, una legge che vuole facilitare l’accesso allo sport e all’educazione fisica da parte dei giovani attraverso sovvenzioni agli enti locali per la costruzione di piscine e terreni di gioco, del tutto simili ai campi littori; l’intento è quello di lottare contro l’impatto della crisi e la seduzione del modello fascista.</p>



<p>Secondo elemento importante è quella che si potrebbe definire una politica estera sportiva, che si traduce in una sovversione dell’internazionalismo sportivo. Si è prima richiamata l’opera di de Coubertin, che nel 1894 a Parigi, durante il congresso che ristabilisce i giochi olimpici, dichiara: “Il ristabilimento dei giochi olimpici su una base moderna e con cognizioni adattate alle necessità della vita moderna metterebbe in presenza ogni quatto anni i rappresentanti delle nazioni del mondo, e si può credere che queste lotte pacifiche e cortesi costituiscono i migliori degli internazionalismi, così lo sport deve contribuire alla pace”. Nel 1920 il ministero degli Affari esteri francese crea un servizio di propaganda che si chiama Servizio delle opere francesi all’estero; si tratta di diffondere gli autori e la cultura francesi attraverso una rete di centri culturali, con sezioni che si occupano anche di turismo e sport. In aggiunta, dal ‘20 fino al ‘25 il Comitato francese olimpico viene fortemente sovvenzionato, per supportare anche la creazione di club sportivi all’estero. È grazie a questa rete di diplomazia che la Francia riesce a strappare all’Italia l’organizzazione dei giochi olimpici del 1924.</p>



<p>C’è anche una forte politicizzazione dello sport. Ecco come Ferretti definisce i giochi nel ‘28: “Le olimpiadi, rassegna quadriennale delle stirpi, sono di questa grandezza, cioè della patria. Tendiamo perciò a far sì che nella prossima olimpiade di Amsterdam l’Italia abbia il posto che ormai le spetta per opera del fascismo nel mondo” – nel dopoguerra, per inciso, si verifica una sorta di complicità, o di volontà di non vedere, questa forma di politicizzazione, atteggiamento che pone la questione della continuità di questi legami tra dirigenti sportivi; nel 1954 Jules Rimet così descrive il generale Vaccaro, presidente della Federazione italiana del calcio: “Non dobbiamo giudicare nel generale Vaccaro il personaggio politico, ma lo sportivo ci appartiene. Abbiamo il diritto di dire che è stato per l’associazione italiana un presidente prestigioso, e tutti quelli che sono stati nella federazione con lui devono dare la testimonianza della loro simpatia”.</p>



<p>Un altro elemento importante è la questione del consenso del consumo sportivo. L’esempio più immediato è quello di Primo Carnera che ha giocato, come altri atleti, volenti o nolenti, la sua parte nella conversione ideologica dello sport. Carnera è stato il primo italiano vincitore della categoria dei persi massimi nel 1933, ma è stato prima di tutto una creazione del manager francese Léon See. Carnera è un immigrato dal Friuli e viene ingaggiato da Paul Journée, allenatore al servizio di Léon See, perché è un colosso immenso, e Journée pensa che si possa fare di questo lottatore un grande boxer. All’inizio la figura di Carnera è quella del buon gigante, non è un pugile con molta scienza ma è un personaggio simpatico, al punto che lo si può trovare in réclame pubblicitarie francesi nel ‘32.</p>



<p>Poi il pugile cambia Paese e cambia immagine. Diventa, come ha mostrato Daniele Marchesini nel suo bel libro Carnera, il simbolo della rivoluzione antropologica realizzata dal regime. In un momento in cui la taglia media degli italiani è di un metro e 60 centimetri, e in cui molti giovani sono riformati alla leva, Carnera diventa non solo un simbolo di questa rivoluzione, ma anche un personaggio dello star system, dell’industria del consenso e del divertimento. Quindi Carnera è interessante perché mostra due aspetti della politica del regime: è aggressivo – è quello può dare un pugno ai fucili degli avversari del campo democratico – ma è contemporaneamente simbolo di una cultura del consumo che si diffonde anche sotto il fascismo.</p>



<p>Carnera è solo una parte di questa cultura e della costruzione del consenso. Lo sport invade infatti la stampa italiana, per esempio La stampa di Torino, diretta all’inizio degli anni Trenta da Curzio Malaparte, entra nel cinema e nella letteratura per i giovani, e nelle réclame pubblicitarie, come nel caso di quella del Cinzano, che recitava: dopo lo sport bevete un Cinzano. È però difficile trovare una specificità italiana, perché il calcio è una cultura europea e il fatto di mescolare consumo e sport è una cosa che si trova in Francia, in Italia, in Germania prima dell’arrivo al potere di Hitler.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Mezzo di controllo e persecuzione</h4>



<p>Come abbiamo già accennato, la nascita di una politica sportiva significa la fine della società civile dello sport. Nel 1925 Lando Ferretti è nominato presidente del Coni; è un fascista, certo perbene – se esistono fascisti perbene – chiamato a dirigere questo ente per conto del regime. La stessa creazione dell’Opera nazionale del dopolavoro, che la storica americana Victoria de Grazia ha definito un mezzo di standardizzazione del tempo libero, è anche un mezzo per controllare lo sport dilettanti. Nel ‘26 viene istituita l’Opera nazionale balilla e nel ‘28 c’è la promulgazione della Carta dello sport. Il Coni passa sotto il diretto controllo del partito – il segretario del partito nazionale fascista diventa di diritto il presidente del Coni – e i presidenti delle diverse federazioni sportive vengono nominati e non più eletti – perfino per la federazioni degli scacchi.</p>



<p>Questa presa di controllo delle società sportive può essere osservata a tutti i livelli. A Torino, per esempio, tutte le società di stampo operaio o socialista vengono sciolte o prese in mano da fascisti – la società sport del Lingotto diventa il gruppo sportivo Dresda, dedicato al ‘martirio’ del fascismo. Anche una società come la Juventus subisce questa politicizzazione e questa dinamica totalitaria: nel ‘22 aveva costruito il proprio campo, il campo Marsiglia, ma nel 1935, su invito del podestà e del segretario federale di Torino, si trasferisce nello stadio Mussolini. Dopo la morte di Edoardo Agnelli, la famiglia non si interessa più alla società sportiva e la Juventus inizia a sentire la mancanza di denaro, subendo l’influenza del federale a tal punto che il nuovo presidente Emilio de la Forest sceglie, sempre su invito del federale, di cambiare la struttura della società, per farne una società di massa e popolare, aperta a tutti gli sport, e non più aristocratica.</p>



<p>Viene istituito anche una sorta di mecenatismo imposto agli industriali, che viene denunciato solo dopo la caduta di Mussolini nel settembre ‘43. Il quotidiano La Stampa scrive: “Il federale convocava gli industriali e i commercianti di forti possibilità finanziarie e li convinceva, anche se erano riluttanti, ad accettare la presidenza della società da salvare. Il sistema aveva vantaggi immediati e svantaggi a non lunga scadenza, e spesso gli improvvisati dirigenti non aspettavano che l’occasione propizia per svignarsela, cercando in vario tempo di recuperare la maggior parte dei denari dovuti sborsare per forza”.</p>



<p>Non avviene diversamente in Germania. Dal gennaio ‘33 il Führer è impegnato nella politica sportiva e nel ‘38 le federazioni tedesche perdono l’autonomia, venendo integrate nella Federazione nazionalsocialista degli esercizi fisici interfederali, ente direttamente sotto il controllo del partito nazista. Anche in Francia, durante il regime di Vichy, lo sport viene messo sotto controllo. Nel dicembre del 1940 viene promulgata la Carta dello sport, che fonda la dottrina sportiva del regime su tre principi: unità, autorità e disciplina. Parole che potrebbero essere riprese dal regime fascista. Anche qui le federazioni devono essere autorizzate dal Commissario generale dello sport, e i loro presidenti sono nominati direttamente dal commissario stesso. È la fine della democrazia sportiva.</p>



<p>In questa costruzione dell’uomo nuovo sportivo vi sono tuttavia contraddizioni che si possono trovare sia in Italia, che in Francia che in Germania. Ci sono infatti sport che non sono idonei, in particolare in Italia c’è il ciclismo, molto popolare, eppure Mussolini non è mai andato a una tappa del Giro. Per lui il ciclismo mostra un’Italia del passato, con strade non asfaltate, un sud desolato, quindi non è certo lo sport fascista. L’atletica leggera, il nuoto e il rugby sono sport fascisti. I primi due perché necessari al soldato, l’ultimo perché è uno sport di combattimento. La palla ovale è anche lo sport delle élite fasciste, ed è molto importante in Italia, Germania – basti pensare che la Federazione Fira (Federazione internazionale del rugby amatoriale) riunisce persone che hanno convergenze ideologiche, e una delle lingue ufficiali è il tedesco – e Francia, dove il rugby è presentato come lo sport per la giovinezza di Vichy.</p>



<p>La contraddizione sta nel fatto che per gli italiani, i francesi e anche i tedeschi, lo sport del dopolavoro sono le bocce: 200.000 praticanti in Italia. Ma non si può certo dire che le bocce siano uno sport fascista! Infine, un rapido accenno all’aspetto della persecuzione e quello della resistenza. Si può dire che c’è una convergenza tra i tre regimi perché progressivamente, brutalmente in Germania e progressivamente in Italia e in Francia, lo sport diventa anche un mezzo per escludere coloro che non devono fare parte del movimento sportivo, cioè i socialisti, i comunisti, poi in Italia i cattolici, e ovviamente gli ebrei. C’è anche un modo di praticare l’esclusione nelle colonie, e in questo senso l’Italia non è sola, nella volontà di assegnare ai calciatori indigeni il ruolo di coloro che non sanno giocare se non a piedi nudi, con brutalità. Ci sono poi attacchi dell’Italia alla Francia per il primo giocatore francese nero nella nazionale di calcio, e quando nel 1938 la squadra va Napoli per giocare si scatena una fortissima indignazione nella stampa italiana.</p>



<p>In tutto questo ci sono anche alcuni individui che scelgono di dire no, in Italia, in Germania e Francia, dove viene anche creato un movimento di resistenza sportivo che protesta contro la deportazione degli sportivi ebrei. In conclusione, la storia del fascismo sportivo non è solo italiana ma è europea. Quindi non si può capire la storia dello sport in Europa senza tracciare il percorso delle influenze, e la si deve rileggere anche in questa prospettiva; da qui deriva la permanenza di certi dirigenti nel dopoguerra, e il fatto che nei tre Paesi la maggior parte degli sportivi non abbia mai fatto un esame di coscienza.</p>



<p class="has-small-font-size">*Storico, francese, specializzato nella storia dello sport, in particolare del calcio. Tra le sue pubblicazioni: Histoire du football, Paris, Éditions Perrin, 2010, pubblicato in Italia dalle <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-del-calcio-Paul-Dietschy.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Edizioni Paginauno, Storia del calcio, 2016</a></p>
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		<title>Il battaglione Azov: la legione nera del neofascismo ucraino</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-battaglione-azov-la-legione-nera-del-neofascismo-ucraino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 10:01:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
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					<description><![CDATA[Milizie di volontari neofascisti riconosciute dal governo ucraino, nel silenzio dell’Europa]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Milizie di volontari neofascisti riconosciute dal governo ucraino, nel silenzio dell’Europa</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">La guerra civile che sta insanguinando l’Ucraina orientale – dov’e in corso un’offensiva dopo il golpe atlantista a Kiev – ha fatto riscoprire all’Occidente la figura&nbsp;<em>romantica</em>&nbsp;del cosiddetto ‘volontario’, cittadini dell’Unione europea corsi ad arruolarsi in alcune formazioni dell’esercito ucraino in lotta contro i cittadini dell’Ucraina orientale, sprezzantemente definiti ‘separatisti’ (critici, invece, verso l’ingresso del Paese nella liberista Ue, un fronte trasversale composto da movimenti borghesi apertamente filoputiniani e altri, come il Partito comunista ucraino, bandito nella zona filoccidentale, gemellato con quello russo e storicamente legato all’unita dell’Ucraina con l’Urss, a cui vanno sommati battaglioni formati da lavoratori, alcuni di matrice trockijsta). La propaganda mediatica occidentale e caricaturale: si parla di combattenti ‘europeisti’ per la liberta in marcia per sconfiggere i separatisti filo-russi al soldo di Putin, usando vecchie comparse anticomuniste come Adam Michnik, ex sostenitore di Solidarnosc, che dalla prima pagina di Repubblica arriva addirittura a complimentarsi con il governo golpista di Kiev per la propria “ragionevole moderatezza” (1).</p>



<p>“Di fatto, come sostenuto dai comunisti – ricorda Evgenyj Tsarkov, parlamentare del Partito comunista d’Ucraina – cio che si e verificato nel Paese, la cosiddetta ‘rivoluzione’, e stato principalmente un colpo di stato oligarchico. […] L’essenza originaria della protesta degli ucraini scesi sul Majdan era combattere il dominio dell’oligarchia sul Paese. La lotta contro il fatto che il destino di un intero Paese e dei suoi milioni di cittadini fosse nelle mani di alcuni ricchi, ignorando completamente l’opinione della gente. Come risultato, purtroppo, la nostra diagnosi e stata confermata: nel Paese c’e stata una banale sostituzione di alcuni oligarchi con altri. La forza della protesta e stata sfruttata per rimuovere Yanukovich, che aveva cercato di diventare il proprietario esclusivo del Paese. Oggi, anche il nuovo presidente e il suo capo dell’Amministrazione sono i piu evidenti rappresentanti dell’oligarchia” (2).</p>



<p>Le risposte successive, appena giunto al potere determinando la secessione delle regioni orientali e lo scoppio della guerra civile, sono state la messa al bando del Pcu, stecca nel coro alle successive riforme neoliberiste, e le conseguenze di tali politiche, cioe il peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini e i vari rincari: i prezzi dei prodotti da forno sono aumentati del 46%, e il paniere alimentare del 97%; i medicinali del 127%; il gas del 52%, e dal primo luglio 2014 le tariffe per la fornitura dell’acqua dell’84%, del 105% quelle per le acque di scarico, del 93% quelle per il consumo dell’acqua. Allo stesso tempo, vi e stata una riduzione del 63% delle prestazioni sociali e la moneta nazionale, la grivna, si e svalutata del 53%, preludio a una privatizzazione della Banca nazionale sul modello occidentale (3).</p>



<p>In Ucraina inoltre, la situazione in questi mesi e alquanto confusa, dato che il Paese si presenta, per l’appunto, diviso, e il popolo e letteralmente ostaggio di rivalita interimperialiste, e di calcoli cinici di oligarchi corrotti ora allineati nel campo filo-occidentale, pronti a finanziare raggruppamenti neofascisti per conservare i privilegi economico-sociali che l’ingresso nella Ue gli permetterebbe di acquisire.</p>



<p>Ecco allora che il governo di Kiev usa gruppi paramilitari di ogni tipo, dando carta bianca ai servizi segreti (Sbu), alle compagnie mercenarie statunitensi (per esempio, Blackwater), mentre nell’aprile 2014 viene riformata la Guarda nazionale. Ed e questo quello che ci interessa: il corpo viene infatti integrato da battaglioni di volontari civili. E qui la questione diventa imbarazzante perche il fronte occidentalista filo-Ue, alfiere delle liberta individuali e dei diritti civili a scapito di quelli sociali, ha fatto si che in tali battaglioni – come gia visto nell’articolo precedente (4) – entrassero militanti di movimenti e partiti filonazisti che si ispirano al collaborazionismo ucraino degli anni ’40, movimenti che compongono l’esecutivo di governo.</p>



<p>A questi gruppi autoctoni si somma il battaglione Azov, “una formazione paramilitare nata nei giorni della Maidan e poi incorporata nella Guardia nazionale ucraina con decreto del ministro dell’Interno Avakov” (5), famosa per esser composta da volontari provenienti da tutto il continente e militanti nell’estrema destra; battaglione nato nei primi giorni della rivolta nel Donbass, e capace di raccogliere al suo interno componenti di Pravy Sektor e della formazione neonazista Patriot Ukraiyny. Il sito vicino al Pcf,&nbsp;<em>Solidarité Internazionale</em>, scrive che il battaglione “si compone di circa 500 combattenti, tutti civili dalle stesse convinzioni: quella di un ‘nuovo ordine’ basato sulla superiorita della razza bianca, una ‘rivoluzione nazionale’ antidemocratica, antisemita, anticomunista, ma dietro Stati Uniti e Unione europea. La spina dorsale del battaglione e composta da attivisti dell’Adunata nazionalsociale (Sna), tra cui il capo del battaglione Andrej Belitzkij, che non e altro che il capo del ramo paramilitare della Sna,&nbsp;<em>Patrioti ucraini</em>. Sna fu fondata nel 2008 e si dichiara apertamente nazista, e nata dalla fusione di alcuni gruppuscoli neonazisti.</p>



<p>Ha apertamente criticato il partito fascista Svoboda per la sua moderazione, la sua parte ‘liberale’, ma anche i neonazisti di Settore destro, accusati di debolezza, anche se il rapporto tra Sna e Settore destro e stretto. Sna ufficialmente, come si puo vedere sul loro sito, mira a «guidare la rivoluzione nazionale» e la «pulizia etnica dell’Ucraina», «guidando i popoli bianchi nella lotta mondiale per la sopravvivenza, contro il nemico subumano, i semiti». Sulla base del programma nazista, Andrej Belitzkij puo impostare obiettivi piu concreti: «La missione storica della nostra nazione in questo momento critico e guidare le razze bianche in una crociata finale per la sopravvivenza»“ (6).</p>



<p>L’ideologia politica che unisce tali ambienti e evidente non solo da quello che scrivono i blog e i siti non allineati o la stampa russa, ma dalle stesse simbologie utilizzate: sullo scudo del battaglione si erge il Wolfsangel (<em>dente di lupo</em>), simbolo araldico utilizzato dai nazionalsocialisti (ripreso dalla 2° divisione SS Panzer Das Reich, responsabile del massacro di Oradour-sur-Glane), sovrapposto allo Schwarze Sonne, il sole nero esoterico anch’esso legato al neopaganesimo nazista e utilizzato – con qualche variante grafica – dall’associazione identitarista germanica di matrice neodestrista Thule-Seminar, un tempo sezione tedesca del Grece di Alain de Benoist e oggi legata all’associazione etnoregionalista francese Terre et Peuple.</p>



<p>Il battaglione Azov e riconosciuto da un governo ucraino a sua volta legittimato dalle cancellerie occidentali, Italia compresa. L’offensiva ai danni dell’Ucraina, a suo tempo governata da una giunta filo-russa, mira a espandere i confini della Ue, ed e una reazione alla nascita dell’Unione doganale euro-asiatica creata dal governo Putin, come riconosce Matteo Cazzulani, responsabile per i rapporti del Pd milanese con i partiti democratici e progressisti nel mondo: “L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione doganale eurasiatica mette a serio repentaglio la sicurezza energetica ed economica della Ue, che vedrebbe naufragare la possibilita di rafforzare la propria economia tramite l’integrazione di un Paese dalle enormi potenzialita umane, agricole, industriali come l’Ucraina” (7).</p>



<p>Della cosa si e accorta anche l’eurodeputata della lista L’Altra Europa per Tsipras, Barbara Spinelli, che il 2 settembre scorso ha denunciato a Bruxelles non solo le sanzioni contro la Russia, ma l’utilizzo di tali milizie neonaziste. Il governo italiano e la Ue, spiega Spinelli, devono “prendere atto che il governo di Kiev ha attuato una strategia militare pericolosa avvalendosi di milizie di estrema destra. L’esempio piu lampante e il battaglione Azov, formazione paramilitare di ispirazione neonazista che risponde al ministero degli Interni. Contro questa strategia l’Europa tace, come tacciono gli Stati Uniti” (8).</p>



<p>Non dimentichiamo, inoltre, lo stanziamento nel mese di settembre di novanta paracadutisti della Brigata Folgore, che compongono i 4 mila uomini che la Nato vuole inviare nelle regioni orientali dell’Europa in vista di esercitazioni (tuttora in corso di svolgimento: dal 13 al 20 settembre a Lviv, in Ucraina, dal 15 al 27 in Germania e Norvegia dal 15 settembre al 2 ottobre in Polonia, mentre dal 3 al 13 dicembre e programmato il Trident Lance, “il piu grande e sofisticato esercizio per la catena di comando dalla fine della guerra fredda”) tra la Germania, l’Estonia, la Polonia, la Lettonia e la Lituania, per aumentare la visibilita in tali zone al fine di fungere da deterrente contro “il timore di Stati Uniti e Unione Europea […] che il presidente russo Vladimir Putin dopo l’Ucraina punti ai Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania)”; anche se, precisano le autorita della Nato, tali esercitazioni “erano previste da tempo, ben prima che scattasse l’invasione della Crimea” (9).</p>



<p>Ovviamente l’Italia, che fin dal dopoguerra ha avuto una delle ‘fascisterie’ fra le piu attive sul continente, alcune delle quali coinvolte in fatti di destabilizzazione atlantista (la strategia della tensione su tutti, basti pensare al coinvolgimento di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale ecc. negli eventi, nonostante non si sia fatta ancora chiarezza ne sulle precise dinamiche ne sugli effettivi attori coinvolti), non si e lasciata sfuggire l’evento ucraino: infatti la fascinazione del battaglione per l’ideologia fascista – una sorta di legione straniera neonazista o di Waffen-SS 2.0 – ha attratto anche qualche volontario dall’Italia gravitante attorno agli ambienti di CasaPound. Fra i giovani ucraini del reparto, ci sono ultras della Dynamo Kiev, con il mito dell’impero romano e dell’Europa cristiana delle crociate. Sui pettorali e sui bicipiti hanno tatuate rune e celtiche (sicche gli antifascisti italiani e i comunitaristi patriottici filoputiniani hanno coniato a riguardo il termine dispregiativo&nbsp;<em>camerati runomuniti</em>, oltre a Casa-Gladio, CasaNato ecc.).</p>



<p>“Si”, dice Jaroslav Jakimcuk, un combattente di 24 anni intervistato dal giornalista Danilo Elia quest’estate, “l’ho conosciuto Francesco Saverio Fontana, ha combattuto con noi. E gia tornato in Italia, pero” (10). Il giovane, volontario ricoverato in un ospedale da campo a Dnipropetrovsk e gravemente ferito da schegge di una fugass, un ordigno artigianale comandato a distanza, mentre con il suo gruppo stava entrando a Mariinka, un sobborgo di Donetsk, nel momento piu cruciale dell’offensiva, rifiuta l’accusa di estremismo. Anche Ljoša, diciottenne, nell’intervista si definisce semplicemente ‘patriota’: “Cos’e estremismo? Il nazionalismo e estremismo? Noi siamo patrioti, combattiamo per la patria. Se e cosi, allora siamo estremisti, ma in un senso buono […] Non mi piace neanche che ci chiamino eroi, pero. Amo il mio Paese, non ci ho pensato due volte ad arruolarmi. Non ho fatto niente di straordinario” (11). Ma nelle regioni di Donetsk e Lugansk, il battaglione Azov non e affatto visto come patriota ma come aggressore. E chi e Francesco Saverio Fontana?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fontana e Besson</h4>



<p>Fontana, alias Francois Xavier Fontaine, nome di battaglia ‘Stan’, e un noto militante della destra radicale apparso su vari quotidiani e periodici per la sua presenza in Ucraina nei giorni dell’Euromaidan, “definito ‘ufficiale’ di collegamento con gli squadristi italiani in diversi siti e blog. E ad addestrare le truppe di Kiev ci sarebbero contractor della Blackwater, e anche istruttori Cia”, come racconta Il Fatto Quotidiano (12). Fontana – vicino a Gabriele Adinolfi (tra di fondatori di Terza posizione e oggi uno degli intellettuali di riferimento di CasaPound) e a Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale – negando una filiazione con i ‘fascisti del III millennio’, descrive a Fausto Biloslavo, inviato de Il Giornale con un passato nel Fronte della gioventu (l’organizzazione giovanile del Msi), la sua ‘romantica’ presenza in Ucraina nel reportage&nbsp;<em>Gli uomini neri</em>.</p>



<p>L’ex missino ed ex avanguardista cinquantatreenne, chiamato ‘zio’ o ‘don’ dai camerati piu giovani, si presenta al giornalista triestino in giubbotto antiproiettile, passamontagna nero sul volto, occhiali scuri e kalashnikov – confermando quello che molti sui camerati negavano mesi fa: non era li solo come inviato di Adinolfi per Noreporter.org, sito d’informazione ‘non conforme’, ma anche come combattente – spiegando: “Sulle barricate di piazza Maidan mi sono ritrovato per caso affascinato da una rivoluzione di popolo [cosi, nella propaganda neofascista, e descritto il golpe atlantista,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] […] E dalle giovani centurie di Pravi Sektor […] con gli scudi medievali assieme alle babucke che portavano il te a 17 sotto zero o le ragazze indaffarate a riempire di benzina le bottiglie vuote per trasformarle in molotov”. “Nel momento del pericolo e scattata una molla. […] Come diciamo in Italia era finita la commedia. Non era piu un gioco. Cosa dovevo fare tornarmene a casa e abbandonare i camerati delle barricate di Maidan?” (13). E cosi, dopo aver partecipato alla ‘rivoluzione colorata’ finanziata da George Soros (14), Fontana passa all’azione e il 13 giugno 2014 partecipa alla battaglia di Mariupol, la citta costiera sul mare di Azov conquistata dai miliziani filorussi, dove il battaglione nero ha ucciso una ventina di civili: “Siamo andati avanti noi. Abbiamo preso una contraerea piazzandola ad alzo zero e polverizzato le barricate dei filo russi”.</p>



<p>Ma non e solo. Con lui un altro camerata dalla Francia, Gaston Besson, avventuriero, ex cercatore d’oro in Colombia, ex paracadutista e fascista ‘rivoluzionario’ dai lontani anni Settanta, un uomo che, in epoche recenti, e sempre stato in prima linea li dove si spara. A Biloslavo infatti dice: “Non sono un mercenario e nemmeno un agente segreto. Non mi nascondo. Mi definisco un rivoluzionario, idealista, che ha attraversato due guerre e tre insurrezioni in Croazia, Bosnia, Birmania, Laos, Suriname”.</p>



<p>Le idee sono sempre quelle di quando era giovane: “Non dimentichiamo che siamo il braccio armato del Sna, e che siamo vicini a Settore destro”. E li come reclutatore dei volontari europei che combattono per annettere il Donbass, molti dei quali “arrivano dai Paesi del nord Europa come Svezia, Finlandia, Norvegia. Le richieste giungono anche dall’Italia. I figli dei croati che hanno combattuto negli anni Novanta [assieme a molti fascisti europei,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] vogliono venire a fare la loro parte” (15).</p>



<p>Biloslavo firma anche un altro reportage su Panorama, protagonisti ancora Fontana e Besson: “«Siamo ultra` nazionalisti, non nazisti» spiega Francesco. «Certo non rimpiangiamo la Russia stalinista». Aggiunge il francese: «Siamo anticomunisti, ma lo spirito e lo stesso delle brigate internazionali che combattevano in Spagna negli anni Trenta. Tatuaggi e simbologia sono da ‘cattivi ragazzi’, ma la vera battaglia e per l’Ucraina unita e indipendente»” (16).</p>



<p>Questo il battaglione Azov che sta&nbsp;<em>dalla parte</em>&nbsp;dell’Unione europea. E chiaro che nel Paese si sta combattendo molto piu che una guerra civile: sul piatto ci sono ben altri interessi economici e geopolitici, e ogni alleato va bene a Europa e Stati Uniti.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) “Ammiriamo la ragionevole moderatezza, la determinazione e il senso di responsabilità della società civile e delle autorità ucraine, mentre ci fa rabbia vedere l’aggressione nei confronti dell’Ucraina da parte della politica imperiale della grande Russia”. A. Michnik, La Repubblica, 6 marzo 2014</p>



<p class="has-small-font-size">2) E. Tsarkov (parlamentare del Pc d’Ucraina e segretario regionale di Odessa del Pcu, ufficio stampa del Pcu),&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/24219-chi-ha-effettivamente-guadagnato-dalla-vittoria-del-majdan.html" target="_blank">Chi ha effettivamente guadagnato dalla vittoria del Majdan</a></em>, Marx21, 13 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">3)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Matteo Luca Andriola,&nbsp;<em><a href="https://rivistapaginauno.it/leuromaidan-e-i-camerati-nazifascisti-di-kiev/" data-type="post" data-id="2495" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev</a></em>, Paginauno n. 39/2014</p>



<p class="has-small-font-size">5) D. Elia,<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Ucraina/Ucraina-tra-i-feriti-del-battaglione-Azov-155287" target="_blank">&nbsp;Ucraina, tra i feriti del battaglione Azov</a></em>, Osservatorio Balcani e Caucaso, 29 agosto 2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) I. Kolomoisky,&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.solidarite-internationale-pcf.fr/article-bataillon-azov-une-milice-neo-nazie-des-brigades-internationales-fascistes-finances-par-l-oli-124559517.html" target="_blank">Il battaglione Azov, una milizia neonazista, delle Brigate internazionali fasciste finanziata dall’oligarca israelo-ucraina</a></em>, Solidarité Internazionale Pcf, 17 settembre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">7) A. Lattanzio,&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="https://aurorasito.wordpress.com/2014/09/18/i-veri-rosso-bruni-il-pd-e-i-nazisti-del-battaglione-azov/" target="_blank">I veri rosso-bruni: il PD e i nazisti del battaglione Azov</a></em>, Aurora, 17 settembre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">8) B. Spinelli, Interrogazione parlamentare, audizione del ministro degli Esteri Federica Mogherini davanti agli eurodeputati italiani, Bruxelles, 2 settembre 2014, ora al sito web&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.altraeuroparoma.it/blog/guerra-ucraina-interrogazione-di-barbara-spinelli/" target="_blank">http://www.altraeuroparoma.it/blog/guerra-ucraina-interrogazione-di-barbaraspinelli/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9)<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.blitzquotidiano.it/politica-europea/ucraina-i-para-della-folgore-nei-4mila-di-pronto-intervento-nato-1962706/" target="_blank"><em>&nbsp;Ucraina, i parà della Folgore nei 4mila di pronto intervento Nato</em></a>, in Blitz Quotidiano, 3 settembre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">10) D. Elia, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">11)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">12) S. Citati,<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/11/italiani-in-ucraina-casa-pound-e-brigata-garibaldi-sulla-nuova-cortina-di-ferro/1023343/" target="_blank">&nbsp;<em>Italiani in Ucraina: Casa Pound e Brigata Garibaldi sulla nuova Cortina di Ferro</em></a>, Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">13) F. Biloslavo,<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ilgiornale.it/static/reportage/ucraina/uomini_neri.htm" target="_blank"><em>&nbsp;Gli uomini neri</em></a>, Il Giornale, luglio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">14) Noto miliardario e speculatore, che con l’Open Society Institute ha finanziato le diverse ‘rivoluzioni colorate’ nell’Est, movimenti come le Femen e le Pussy Riot e, negli anni ’70-80, gruppi dissidenti anticomunisti come i cecoslovacchi di Charta 77 e i polacchi di Solidarnosc. Coinvolto anche in speculazioni ai danni dell’economia italiana: “George Soros ha fatto incetta di bond italiani comprandoli da Mf Global, la società di brokeraggio finita di recente in bancarotta. Due miliardi in buoni del Tesoro europei, soprattutto italiani, sono finiti nelle mani del finanziere americano dopo che quest’ultimo li ha comprati sulla piazza londinese da Kpmg Llp, l’amministratore che gestisce la bancarotta di Mf Global. È quanto rivela il Wall Street Journal, secondo cui l’ottantunenne uomo d’affari, col suo team d’investimento del Soros Fund Menagement, ha comprato 2 miliardi di dollari in bond (sui 6,3 mld in mano alla società prima del fallimento) a un prezzo inferiore ai valori di mercato in una transazione che ha coinvolto anche Jp Morgan, ammontare ragguardevole, se si pensa che il Soros Fund Management gestisce, a quel che si sa, 5,8 miliardi di dollari”. M. Zola, Economia: George Soros, filantropo e speculatore, compra bond italiani, East journal, 25 dicembre 2011</p>



<p class="has-small-font-size">15) F. Biloslavo, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">16) F. Biloslavo,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.panorama.it/news/esteri/italiano-combatte-ucraina-russia/" target="_blank"><em>Il camerata italiano sul fronte dell’Est</em></a>, Panorama, 1 luglio 2014</p>
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		<title>L&#8217;Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/leuromaidan-e-i-camerati-nazifascisti-di-kiev/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2014 09:04:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[La crisi ucraina: il ruolo dei movimenti neofascisti sulle barricate dell’Euromaidan]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-39-ottobre-novembre-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La crisi ucraina: il ruolo dei movimenti neofascisti sulle barricate dell’Euromaidan</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 2 maggio 2014 passerà alla storia come il giorno del massacro di Odessa. Prima di quella data, se si fosse cercato sulle opere di consultazione o su internet tali parole, il riferimento apparso sarebbe stato quello in relazione allo sterminio della popolazione ebraica della città ucraina di Odessa e delle zone circostanti a opera dei nazisti tra il 22 e il 24 ottobre 1941 quando, come rappresaglia per un’azione partigiana, un numero compreso tra 25.000 e 34.000 ebrei vennero uccisi a colpi di arma da fuoco o bruciati vivi dalle forze di occupazione rumene e tedesche. Per la cronaca recente invece, il 2 maggio scorso, nella stessa città, dopo una serie di duri scontri di piazza tra circa 500 filorussi e oltre 1.000 filo-occidentali, compresi gli ultrà delle squadre di calcio di Chernomorets e Kharkiv, un gruppo di manifestanti filorussi si è rifugiato nel Palazzo dei sindacati.</p>



<p>Ne sono seguiti ulteriori scontri, conclusi con un vero e proprio eccidio. I fautori del massacro, i nazifascisti di Pravy Sektor (<em>Settore Destro</em>), movimento paramilitare che si ispira ai collaborazionisti ucraini che abbandonarono l’Urss per vestire la divisa SS, hanno ucciso 38 persone, devastando i principali luoghi di aggregazione politica e sociale, ossia le sedi dei partiti, delle associazioni e dei sindacati. Con il passare del tempo il bilancio delle vittime è cresciuto, arrivando a 46, man mano che venivano trovati nuovi cadaveri negli scantinati e nei piani alti; 48 altre possibili vittime mancano all’appello. Secondo le stime il reale bilancio della strage potrebbe essere superiore alle 110 vittime (1). Il tutto con il consenso/assenso della polizia dell’illegittimo governo di Kiev, che non ha fatto nulla per impedire la carneficina, lo stesso governo sostenuto dalle cancellerie occidentali, compreso il governo Renzi. È il caso di analizzare le principali forze neofasciste in campo e i loro legami con i relativi ‘camerati’ occidentali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La&nbsp;<em>fascisteria</em>&nbsp;italiana e la crisi ucraina</h4>



<p>La maggioranza dei movimenti politici neofascisti italiani – a partire da Forza nuova e CasaPound Italia – supportano i nazionalisti ucraini che hanno dato una svolta violenta ed eversiva alle rivolte dell’Euromaidan, un golpe esplicitamente supportato non solo dai media occidentali ma anche dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Forza nuova, infatti, era da anni in buoni rapporti con i nazionalrivoluzionari di Svoboda, dando voce sul loro sito web ad Andriy Voloshyn, loro portavoce, mentre Roberto Fiore, leader del partito neofascista, ha espresso sulla sua personale pagina Facebook la vicinanza ai camerati, giustificando l’abbattimento del governo filorusso di Yanukovych, accusato di essere corrotto e criminale (2). Del tutto simili le considerazioni dei ‘fascisti del III millennio’, CasaPound, vicinissimi a Pravy Sektor, la componente militante e armata del nazionalismo ucraino (3), convinti, grazie soprattutto alle tesi dell’intellettuale neofascista Gabriele Adinolfi (4), che i nazionalisti ucraini stiano combattendo per conseguire una “terza via”.</p>



<p>Questi, parlando della politica filoaraba di Aldo Moro, arriva a comparare tale scelta geopolitica ‘terzaforzista’ alla lotta ‘rivoluzionaria’ dei nazionalisti ucraini, bardati, non dimentichiamolo, con le insegne dei gruppi collaborazionisti della seconda guerra mondiale e autori di diverse stragi in questi mesi: “Gli ucraini si sentono minacciati dalle ingerenze russe (o quantomeno da quelle dei partigiani russofoni) e cercano sponda in Occidente. Sicché Soros finanziò la Rivoluzione arancione che era così poco consona allo spirito profondo degli ucraini che riuscì a fallire miseramente fino a far scegliere, anche da una parte dell’elettorato nazionalista, alle elezioni successive un governo russofono che si presentava come moderato ma che presto tradì le promesse. […] In questa guerra mondiale si vuole paralizzare la pipeline naturale che l’Ucraina rappresenta come congiunzione tra Russia ed Europa. […] Si tratta di denunciare le manovre di Soros e dei suoi fratellastri e di scalzarne le ingerenze con opera assidua di sorveglianza e d’inchiesta. Si tratta di rivendicare il nazionalismo ucraino e la non negoziabile indipendenza nazionale ma, al tempo stesso, di accogliere la necessità di un rapporto privilegiato con la Russia, sia per ragioni economiche ed energetiche, sia per prospettiva di divenire storico, sia perché, dal punto di vista dello scontro di civiltà e di cultura che oggi contrappone Mosca e l’Occidente, l’Ucraina è nello stesso campo di Putin e non può cambiarlo in nessun modo senza mutar pelle e anima” (5).</p>



<p>C’è da farsi qualche domanda sulla logica di tali raggruppamenti, dato che è un po’ difficile massacrare cittadini ucraini di etnia russa e successivamente ristabilire “un rapporto privilegiato con la Russia”, specie per la partecipazione dei militanti alle manifestazioni supportate dai media occidentali per “aprire l’Ucraina alla democrazia”, liberista ovviamente, dato che i primi provvedimenti presi, oltre alla messa al bando del locale partito comunista, uno dei promotori della resistenza del Donbass, è stata la reintroduzione di quelle leggi liberoscambiste adottate dopo la Rivoluzione arancione del 2004 dal duo filoamericano formato da Yulia Tymoshenko e Viktor Yushchenko. </p>



<p>Non è la prima volta che il popolo ucraino deve scegliere alle urne se stare con l’Unione europea – e quindi con gli Stati Uniti – o dare il voto a forze politiche favorevoli al mantenimento di una partnership con la vicina Russia: il presidente filorusso Viktor Yanukovich era stato infatti eletto democraticamente il 7 febbraio 2010 sconfiggendo la Tymoshenko al secondo turno con 48,95% di voti contro il 45,47%. L’avversaria mise in discussione il responso delle urne, dato che chi aveva vinto era quello che, secondo il suo punto di vista, era stato delegittimato dalla Rivoluzione arancione del 2004. Non dimentichiamo che le elezioni presidenziali di quell’anno videro come avversari il primo ministro in carica, Yanukovich, e l’ex primo ministro e leader dell’opposizione filo-occidentale Yushchenko. Il secondo turno vide prevalere la fazione filorussa con il 49,46% dei consensi contro il 46,61% ottenuto dall’avversario. Il risultato venne però contestato in quanto, secondo l’opposizione, le elezioni erano fraudolente.</p>



<p>Esplose la Rivoluzione arancione, finanziata dalle Ong occidentali, agenzie non governative vicine alla Rockefeller Foundation e alla Cia, come la Soros Family Fondation (per la promozione della ‘società civile’, che finanzia a sua volta la Open Society Institute di Soros), la Freedom House (a sostegno dei media ‘indipendenti’ – tanto osannata da Beppe Grillo negli spettacoli del 2005 – creata dalla moglie dell’ex presidente Roosevelt), l’International Repubblican Institut (finalizzato alla costruzione di nuovi partiti in linea con i valori liberali, presieduto da John McCain, giunto a Kiev per complimentarsi coi leader golpisti) e la National Democratic Institut for International Affairs (per promuovere ‘elezioni democratiche’), la United States Agency for International Development e l’Albert Einstein Institution, fondazioni ‘benefiche’ nate attorno al proposito di esportare la democrazia, alla base delle rivoluzioni colorate nei Paesi dell’Europa dell’est, come in Serbia (2000), in Georgia (2003) e in Kirghizistan (2005), per penetrare nel territorio post-sovietico e ‘annetterlo’ alla Ue, e quindi al sistema euro-americano (6). Il primo risultato di questa “rivoluzione spontanea” – così fu definita dalla stampa occidentale – fu l’annullamento del secondo turno delle elezioni presidenziali. Venne organizzato un terzo turno e Yushchenko, con il 51,99% contro il 44,19%, viene eletto presidente.</p>



<p>I politici del fronte filo-occidentale presero così la decisione, di fronte a un’opinione pubblica internazionale che avvallava quell’elezione, di ritirare l’invalidamento e il ricorso alla giustizia (7). Ma subito dopo il rovesciamento del governo filorusso avvenuto quest’anno, le proposte economiche liberiste precedentemente accantonate vengono riproposte a gran voce: l’Ucraina deve allinearsi sempre di più al modello euro-americano. Il presidente filorusso decide di sospendere l’accordo Ucraina-Ue. Secondo David Teutrie: “La proposta fatta (dalla Ue) all’Ucraina è qualcosa che io definirei una strategia perdente. Perché? L’accordo prevedeva l’istituzione di una zona di libero scambio tra la Ue e l’Ucraina. Ma essa era sfavorevole alla seconda perché avrebbe aperto il mercato ucraino ai prodotti europei e solo socchiuso quello europeo ai prodotti ucraini, che per lo più non sono concorrenziali sul mercato occidentale. Vediamo quindi che vi sono assai pochi vantaggi per l’Ucraina. Per semplificare, l’Ucraina avrebbe subìto tutti gli svantaggi di questa liberalizzazione del commercio con la Ue, senza riceverne alcun vantaggio” (8).</p>



<p>Di fronte a tali fatti e al diretto finanziamento statunitense, il ruolo dei movimenti neofascisti sulle barricate dell’Euromaidan non può dirsi funzionale, checché ne dica Adinolfi, a una ‘terza posizione’, ma serve al rafforzamento geopolitico delle posizioni atlantiste e all’espansione dell’eurozona. È evidente la diretta contiguità fra tali gruppi nazionalisti di estrema destra, utilizzati come bassa manovalanza per imporre con le cattive il nuovo corso politico-economico, visto che le buone, le rivoluzioni colorate, non hanno convinto la maggioranza degli ucraini. Come dimenticare poi la presenza di Svoboda nel governo di Kiev, con il leader, il neonazista Oleg Mahnitsky, nominato procuratore generale dell’Ucraina, ruolo di importanza strategica in una situazione di questo tipo, e di tre ministri, Oleksandr Sych, vice primo ministro, Andriy Mokhnyk, ministro dell’Ambiente e Oleksandr Myrnyi, ministro dell’Agricoltura, militanti di Svoboda. Paradossale e ambiguo il loro programma, in teoria una ‘terza via’ o ‘terza posizione’ (una Ucraina equidistante dalla Ue e dalla Russia ed economicamente corporativa), in pratica succube di Kiev. Svoboda si dichiara apertamente disposto a negoziare l’ingresso nella Nato, chiedendo il sostegno agli Usa e all’Inghilterra per difendere l’Ucraina contro i russi e costituire un proprio arsenale nucleare rafforzando militarmente il Paese in chiave antirussa, concedendo addirittura spazi per costruire basi militari Nato e rafforzando i legami economici con la Ue (9).</p>



<p>Pravy Sektor invece – l’ala più violenta e militarista della piazza, diretta responsabile del massacro di Odessa – si presenta come una piccola coalizione guidata da Dmitro Yarosh, a capo di “Trizub” (il&nbsp;<em>Tridente</em>, simbolo utilizzato dall’estrema destra ucraina durante il regime collaborazionista ma anche dai nazional-rivoluzionari francesi di Troisiéme voie, cugini skinhead legati a livello europeo con CasaPound [10]), che ha il sostegno, lo abbiamo già detto, di CasaPound e di Adinolfi. La coalizione neonazista Pravy Sektor – i cui militanti si autoproclamano “soldati della rivoluzione nazionale” – è composta da gruppi come i Patrioti dell’Ucraina, l’Ukrainska natsionalna asambleya-Ukrainska narodna sambooborunu-Una-Unso (Assemblea nazionale ucraina-Autodifesa nazionale ucraina), Bilyi Molot (Martello Bianco) oltre all’ala più estrema e militante di Svoboda, legata a Forza nuova e a Fiamma tricolore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Mercenario o volontario? Il caso Fontana e la pista croata</h4>



<p>Quello che coinvolge l’Italia – escludendo il supporto che il governo Renzi sta dando al governo golpista di Kiev – nelle vicende ucraine è quindi relativo al rapporto fra la<em>&nbsp;fascisteria</em>&nbsp;italiana e quella ucraina, che non si riduce a un semplice supporto teorico, ma anche concreto, per la presenza di volontari armati di origine italiana coinvolti nell’offensiva ai danni della minoranza russofona. Uno di questi è Francesco Saverio Fontana, alias François Xavier Fontaine, nome di battaglia ‘Stan’, ritratto nelle foto con indosso una felpa di CasaPound – nonostante neghi categoricamente di esserne un militante – e la tuta mimetica, e l’avambraccio tatuato dalla scritta “Si vis pacem para bellum” (“Se vuoi la pace prepara la guerra”). Fontana è legato ad Adinolfi, a sua volta vicino a Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia nazionale, in prima fila nelle trame degli anni ‘70 e nella strategia della tensione. Secondo il sito informativo di geopolitica Aurora, diretto da Alessandro Lattanzio, Fontana sarebbe protetto dal servizio segreto estero italiano (Aise) (11).</p>



<p>Fontana, però, non si descrive come un mercenario ma come un volontario, una figura romantica in cerca di avventure tipicamente novecentesca. Sulla sua pagina Facebook scrive: “Mercenario è chi percepisce una paga, io sostengo la rivoluzione nazionale in Ucraina, viaggio a mie spese anche se in verità mi danno molte zuppe e anche ‘salo’ (lardo) a volontà. Almeno lì la rivoluzione la fanno invece di passare le giornate su internet a fare i commissari politici antifascisti credendosi per questo rivoluzionari. Non sono militate di CasaPound, quindi vi prego di non chiamarla in causa se siete onesti. Quella maglietta ha molti anni ed era un regalo destinato a un ucraino a Zaparozhya. L’ho indossata su richiesta del destinatario del regalo per esprimere la mia italianità in occasione di una bella e commuovente celebrazione religiosa precristiana in una foresta a sole 11 ore di bus da Odessa ove sono arrivato solo il 2. In quanto ad Adinolfi e Delle Chiaie non hanno bisogno che qualcuno parli al posto loro. Adinolfi poi mi sembra che abbia capito perfettamente come stanno le cose e chi è contro chi; cosa che ai rivoluzionari da tastiera pare molto difficile. Mi sembra anche che tenga una posizione molto equilibrata e costruttiva. In quanto ai servizi è vero; li abbiamo incontrati spesso, contro le nostre organizzazioni degli anni Settanta si sono mossi parecchio, ci hanno calunniato, hanno provato a costruire prove e che ci hanno sparato addosso. Sì, i servizi li conosciamo, noi; come conosciamo la guerra qui. Non deliriamo, questo lo lasciamo ad altri” (12).</p>



<p>Soffermandosi sempre sugli articoli apparsi sul sito d’informazione geopolitica Aurora, esplicitamente filorusso, un sito aggiornato che riporta i dispacci governativi di Mosca e delle varie repubbliche secessioniste dell’Est ucraino, divenendo così una fonte di controinformazione rispetto ai media occidentali filoatlantisti, noteremo che la situazione è molto diversa: i neofascisti europei, infatti, sono lì non come semplici osservatori, ma come “istruttori militari” al servizio del governo golpista di Turchinov, capace di sostituire la colomba Arsen Avakov, contrario a un’offensiva ai danni della Repubblica popolare di Donetsk, con il falco Valentin Nalivajchencko, che guiderà invece l’assalto ai danni delle regioni russofone.<br>Chi è costui?</p>



<p>“Aleksandr Jakimenko, ex-capo del servizio di sicurezza dell’Ucraina, ha riferito che Nalivajchencko è un’agente della Cia da diversi anni, da quando era Console generale dell’Ucraina a Washington tra il 2006 e il 2010. L’integralista evangelista Turchinov, la spia della Cia Nalivajchencko e il locale duce neo-nazista Dmitrij Jarosh (leader di Pravy Sektor,&nbsp;<em>n.d.a.</em>) si sono consultati prima di organizzare l’assalto a Donetsk, sull’organizzazione dei commando dei neo-nazisti, inquadrati da istruttori mercenari stranieri travestiti da ufficiali della SBU. Infatti il ministro degli Esteri russo ha detto che nell’operazione contro la città di Slavjansk partecipano elementi armati stranieri. Un aderente alle milizie di autodifesa dichiarava che le comunicazioni radio tra i militari ucraini avvenivano anche in inglese, in ‘diverse occasioni’. Almeno 300 cittadini di Polonia e Stati baltici hanno avuto un passaporto ucraino per partecipare all’aggressione contro l’Ucraina russofona. Il ‘ministro’ degli Interni Arsen Avakov e il capo dell’SBU Valentin Nalivajchencko, il 29 aprile hanno inviato istruzioni al servizio migrazione di consegnare urgentemente passaporti ucraini a 300 cittadini di Polonia e Paesi baltici. I cittadini di questi Paesi agiscono da comandanti di campo e consiglieri delle unità paramilitari nel sud-est dell’Ucraina per combattere le milizie dell’autodifesa.</p>



<p>Sono presenti anche scandinavi, soprattutto mercenari e fascisti svedesi e danesi. Infatti, il mercenario nazi-atlantista John O. G. Christensen è stato catturato dalle forze patriottiche del Donbass” (13). Fontana, nel descrivere i suoi camerati provenienti da varie regioni d’Europa, fa riferimento alla loro preparazione militare, evidenziando che magari lui è lì solo come “osservatore” per conto di Adinolfi e di Noreporter, la testata online che fa capo a CasaPound e all’area non conforme, confermando così le analisi del ministro degli Esteri russo: “L’apripista di noi volontari non ucraini venuti a Kiev per dare – e non per chiedere o consigliare – è stato un francese, ora anche croato di passaporto e adozione, Gaston Besson che seppur a soli 46 anni vanta ben 5 guerre volontarie alle spalle, tra cui quella Karen e il risorgimento croato. […] Nella Maidan, tra le sue tende, da qualche giorno è sempre più difficile trovare quelle schiere di giovani che costituivano il nucleo forte delle Centurie di Auto Difesa, e dopo aver dismesso gli scudi tolti di forza ai poliziotti sono ormai partiti a centinaia per rinforzare i gruppi paramilitari di Pravy Sektor e dei Patrioti ucraini dell’est e del sud est. Ora si arruolano nella neo costituita Guardia nazionale (responsabile dell’assedio di Slavjansk, composto per lo più da membri di Pravy Sektor e da altri gruppi neofascisti,&nbsp;<em>n.d.a.</em>), individuata come irripetibile occasione di armarsi da parte dei singoli, e così ricevere un addestramento militare e forgiare una truppa di soldati politici” (14).</p>



<p>Il militante citato nell’articolo, il quarantaseienne Gaston Besson, è protagonista di uno degli episodi più interessanti che hanno caratterizzato l’estrema destra europea dopo il crollo del Muro, e cioè il coinvolgimento di questi nel cosiddetto ‘risorgimento croato’, e cioè la secessione della Croazia dalla Jugoslavia nel 1991-1992. Molti estremisti di destra europei si arruolarono nelle milizie croate – la ‘legione nera’ – visto che il regime di Zagabria, guidato dall’ultracattolico Franjo Tudjman, si ispira va alla Croazia indipendente, lo Stato collaborazionista creato dalla Germania nazista e dall’Italia fascista. Anche all’epoca – come oggi con l’Ucraina – la fascisteria si divise in due fazioni, una filo-croata nazional-rivoluzionaria – cioè più vicina al modello dei fascismi storici – e una filoserba socialista nazionale o nazional-bolscevica, a favore della Serbia di Milosevic, ortodosso, socialista, filorusso e contrario all’indipendenza del Kosovo e della Bosnia-Erzegovina, dove erano le milizie jihadiste (rafforzate dalle milizie provenienti da tutto il mondo islamico, in nome della Jihad) appoggiate dagli Usa.</p>



<p>I gruppi mercenari filo-croati (sulle milizie filo-serbe si sa ben poco: vennero supportate per lo più dai settori della destra patriottica slava e russa, come i social-patriottici del Pamjat, a cui era affiliato Aleksandr Dugin, ideologo della nuova destra russa, traduttore dei libri di Evola, Guénon e Alain de Benoist dopo l’89, collaboratore della rivista nazionalcomunista Orion, dal 2000, vicinissimo all’entourage del presidente Putin e ideologo dell’area nazional-comunitarista eurasiatista, favorevole a una alleanza fra Europa e Eurasia) venivano finanziati – secondo Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera – da una “holding nera”, un complesso finanziario messo in piedi dai fuoriusciti italiani di Terza posizione in Gran Bretagna guidati da Roberto Fiore, successivamente leader di Forza nuova, e dall’ex terrorista dei Nar Massimo Morsello, che nel 1997 fonderanno Forza nuova. La più importante fonte di finanziamento è l’agenzia turistica Easy London e i circa 1.300 negozi della catena Meeting Point, tutti legati a Forza nuova.</p>



<p>Tra le attività di tale holding vi è una catena di ristoranti, negozi alimentari di prodotti italiani, una casa discografica e scuole di lingua, come quella di Westminster Bridge Road dove, secondo la magistratura italiana, si tenevano periodicamente congressi di organizzazioni fasciste di tutta Europa e il cui contratto d’affitto era intestato direttamente a Morsello. L’holding era alla base dei finanziamenti da Third Position International – un network neofascista a cui era affiliato il British National Party e l’Npd tedesco – attraverso il “Gruppo dei Quaranta”, una rete che raccoglierebbe, come riporta un’inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera nel 1997, i resti di varie organizzazioni eversive dell’estrema destra, come il movimento politico Ordine nuovo, i Nuclei armati rivoluzionari e Terza posizione, “le [cui] tracce […] sono state individuate nella ex Jugoslavia, in Italia e ovviamente in Gran Bretagna. Usando come copertura ditte e società (legate a Meeting Point, Easy London ecc.,&nbsp;<em>n.d.a.</em>) i neonazisti hanno arruolato lo scorso anno volontari da inquadrare nelle unità paramilitari della milizia croata HOS. Aiuti alla fazione sono stati inviati da Third Position International che ha patrocinato raccolte di denaro ‘in favore dei bambini croati’. […] È probabile che attraverso il centro di reclutamento i neofascisti sono riusciti a raccogliere miliziani dell’ultradestra europea disposti a dar manforte ai camerati croati” (15). È possibile che tale rete, visto che le società legate alla holding nera sono tutt’oggi in auge e sostengono finanziariamente il partito di Roberto Fiore, abbia permesso e favorito l’invio in Ucraina di volontari neofascisti europei?</p>



<p>Se all’inizio delle proteste di piazza questa rete appariva eccessivamente intricata e di difficile comprensione ora, alla luce di questo salto indietro nel tempo nella Croazia nei primi anni ‘90, forse la matassa potrebbe iniziare a sbrigliarsi e la trama apparirci più chiara. Da notare però, che mentre i nazionalisti ucraini neofascisti vengono supportati dai loro camerati di mezza Europa e dal governo di Kiev (ergo, dalla Nato e dall’Unione europea), nell’Ucraina orientale, a maggioranza di etnia russa, la situazione appare diversa e apparentemente molto più intricata: oltre a realtà politiche esplicitamente di estrema sinistra legate all’eredità storica del movimento operaio comunista, come i battaglioni operai o i minatori della Repubblica popolare del Donetsk, alcuni filo-quartinternazionalisti (16), altri vicini al partito comunista ucraino, storicamente filosovietico e stalinista, messo al bando nell’Ucraina ‘libera’ (e liberista) (17), cosa che ha permesso ai vari partiti comunisti e alle diverse reti antifasciste europee di leggere il conflitto ucraino come uno scontro fra fascismo e antifascismo, ci sono invece realtà nazional-patriottiche o nazional-comuniste ed eurasiatiste che non solo collaborano con tali realtà marxiste contro l’invasore filo-americano ma che ricevono il diretto appoggio dall’ala nazional-patriottica del partito di Putin (che come detto ha in Dugin il suo ideologo) e di quelle realtà italiane che vengono denominate dalla stampa nostrana “rosso-brune”, piccoli raggruppamenti eurasiatisti come i socialpatriottici di Stato &amp; Potenza-Socialismo patriottico – simultaneamente filoputiniano e con un programma che ricalca quello del Partito comunista russo, patriota, veterostalinista ma demarxistizzato e favorevole all’alleanza col clero ortodosso – il gruppo Millennivm-Partito comunitarista europeo, vicino ai giovani del partito di Putin e favorevoli a un socialismo comunitario europeista interclassista e patriottico di marca neo-corporativa e il Coordinamento progetto eurasia di Claudio Mutti, editore un tempo vicino a Franco Freda ed ex collaboratore di Orion, vicinissimo e amico di Dugin (è lui ha tradurre i suoi libri in italiano per le Edizioni all’insegna del Veltro), in contatto con l’ala più radicale della nouvelle droite francese (Alain de Benoist è per esempio schierato con l’Ucraina filorussa, visto il suo disprezzo per l’americanismo) e, nello stesso tempo, dato che disconoscono l’etichetta destra/sinistra, traduttore dei saggi di Ghennadij Zjuganov, leader del Partito comunista russo.</p>



<p>Se tali intese al di là della destra e della sinistra – comunque funzionali a una sconfitta dell’avversario liberal-nazista, dato che questi battaglioni collaborano militarmente assieme – appaiono oscure all’osservatore occidentale, così abituato al rispetto dell’incomunicabilità fra opposti estremi, questi tenga presente che nella Russia post-comunista e nel mondo slavo in generale esse sono normali: nel primo caso abbiamo avuto nel 1993 il Fronte di salvezza nazionale, coalizione rosso-bruna anti-eltsiniana che aggregava i nazionalisti nostalgici della Russia zarista, i gruppuscoli neofascisti assieme al citato Partito comunista di Zjuganov (che arriverà a prendere il 30% in diverse tornate elettorali), mentre nella Serbia di Slobodan Milosevic aggredita dall’imperialismo occidentale, sia nei primi anni ‘90 che nel 1999 si aggregarono attorno al presidente i nostalgici del socialismo titino assieme ai monarchici cetnici nostalgici del re e del generale Draza Mihailovic. Ciò ha permesso la presenza nell’Ucraina orientale, al fianco dei comunisti, di gruppi che in Occidente verrebbero catalogati come fascisti, facendo allarmare i giornalisti occidentali e quelli di sinistra che hanno parlato di infiltrazioni rosso-brune: è veramente così? Ne parleremo nel prossimo articolo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://contropiano.org/internazionale/item/23801-quel-che-e-accaduto-davvero-ad-odessa" target="_blank"><em>Quel che è accaduto davvero ad Odessa</em></a>, Contropiano.org, 7 maggio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10152266768820856&amp;id=88329995855&amp;stream_ref=5" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10152266768820856&amp;id=88329995855&amp;stream_ref=5</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.facebook.com/votacasapound/posts/10152020686942842" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/votacasapound/posts/10152020686942842</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Gabriele Adinolfi, punto di riferimento per CasaPound, fondatore negli anni ‘70 del gruppo nazional-rivoluzionario Terza posizione, rifugiatosi in Francia dopo il blitz del 28 agosto 1980 a seguito dell’accusa di coinvolgimento nella strage di Bologna del 2 agosto dello stesso anno</p>



<p class="has-small-font-size">5) G. Adinolfi,<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/ucraina-lo-strettissimo-sentiero-per-una-terza-via-5838/" target="_blank"><em>&nbsp;Ucraina: lo stretto sentiero per una terza via</em></a>, Il Primato nazionale, 23 febbraio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr.<em>&nbsp;Russia contro America, peggio di prima</em>, supplemento a Limes, n. 4/2008, p. 18</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr.<em>&nbsp;AFP, Présidentielle en Ukraine: Timochenko retire son recours en justice</em>, in RTL, 20 febbraio 2010 e Id.,&nbsp;<em>Élection présidentielle. Ioulia Timochenko refuse de reconnaître sa défaite</em>, in Le Point, 9 febbraio 2010</p>



<p class="has-small-font-size">8) D. Teutrie,<em>&nbsp;L’accord d’association de l’UE avec l’Ukraine est une stratégie perdantperdant</em>, in “Institut de la Démocratie et de la Coopération”, 4 febbraio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Programma di Svoboda,<a rel="noreferrer noopener" href="http://en.svoboda.org.ua/about/program/" target="_blank">&nbsp;http://en.svoboda.org.ua/about/program/</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. S. A. Bellezza,<em>&nbsp;Il tridente e la svastica. L’occupazione nazista in Ucraina orientale</em>, Franco Angeli, 2010</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. F. Fracassi,&nbsp;<em>Fontana, il mercenario italiano che combatte per Pravy Sektor</em>, Popoff Globalist, 7 maggio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">12) <a href="http://www.facebook.com/francosisxavier.fontaine.90?ref=ts&amp;fref=ts" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.facebook.com/francosisxavier.fontaine.90?ref=ts&amp;fref=ts</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) A. Lattanzio,<em>&nbsp;Ucraina, il ritorno di Gladio</em>, Aurora, 3 maggio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">14) F. S. Fontana, dichiarazione riportata in U. M. Tassinari,&nbsp;<em>Mercenari in Ucraina, così a marzo Fontana raccontava Pravy Sektor ai lettori di Noreporter</em>, L’Alter-Ugo blog, 7 maggio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">15) G. Olimpio, Corriere della Sera, 24 novembre 1997</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&amp;oid=3933" target="_blank"><em>&nbsp;I minatori si organizzano per formare i loro battaglioni</em></a>, Partito comunista dei lavoratori, 22 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. P. Selmi,&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/24474-sopravvivere-nel-donbass-anatomia-dellennesima-catastrofe-umanitaria-nella-civile-europa.html" target="_blank">Sopravvivere nel Donbass: anatomia dell’ennesima catastrofe umanitaria nella ‘civile’ Europa</a></em>, Associazione Marx21, 12 settembre 2014</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sul delitto Matteotti e le mazzette del Duce</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sul-delitto-matteotti-e-le-mazzette-del-duce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2014 09:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2501</guid>

					<description><![CDATA[L’affaire Sinclair Oil, corruzione e mazzette all’ombra dell’omicidio che ha segnato l’avvio della dittatura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-37-aprile-maggio-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 37, aprile &#8211; maggio 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’affaire Sinclair Oil, corruzione e mazzette all’ombra dell’omicidio che ha segnato l’avvio della dittatura</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Fra i vari temi portati avanti dalle forze politiche di stampo populista e neofascista nell’Europa martoriata dalla crisi e dall’austerity imposta dalla Troika neoliberista, vi è quello della lotta a oltranza alla corruzione, cavallo di Troia per una contestazione radicale della democrazia, puntellando le proprie ragioni a un bastone costruito su un falso mito: quello secondo cui il fascismo avrebbe mantenuto salda la sovranità nazionale degli Stati in cui esso dominava, grazie all’onestà dei propri dirigenti politici.</p>



<p>Secondo costoro, con la sconfitta delle forze militari dell’Asse, l’Europa, spartita fra Usa e Urss, divenne un burattino nelle mani di due sistemi (il bolscevismo e la democrazia plutocratica) dietro cui si celavano forze occulte come l’ebraismo e la massoneria. Sempre secondo costoro, i dittatori fascisti – dipinti come dei ‘padri della patria’ o come delle ‘sagge guide’ – erano personaggi incorruttibili che imponevano il loro ordine autoritario per il bene comune. Attenzione però, perché qui non i tratta di un’operazione revisionista portata avanti esclusivamente dalla destra radicale, ma anche da certi settori moderati dell’editoria e dell’editoria nostrana attraverso la diffusione di saggi storici, scritti da giornalisti, e quindi redatti con una sintassi molto più avvincente di certi mattoni accademici, caratterizzati dall’assenza o quasi delle note a piè di pagina e di una bibliografia. Mi riferisco ai libri di Giordano Bruno Guerri, Arrigo Petacco, Antonio Spinosa o ai truculenti&nbsp;<em>romanzoni splatter</em>&nbsp;alla Dario Argento, capaci di presentare il regime fascista in maniera edulcorata, come un autoritarismo alieno da ogni degenerazione totalitaria (una “defascistizzazione retroattiva del fascismo” [1]) e da ogni forma di corruzione.</p>



<p>Naturalmente questo è falso. Il regime fascista, come ogni tipo di regime, compreso quello democratico, è stato soggetto a forme di corruzione simili in tutto e per tutto a quelle che hanno caratterizzato la successiva Prima Repubblica, e quella vigente. Solo che, vista l’assenza di libertà d’informazione ed eliminando – per non disturbare il manovratore di turno e far passare l’idea che si potesse dormire con la porta aperta – dai quotidiani la cronaca nera, facendola rispuntare solo quando il ‘mariuolo’ risultava nel Casellario politico centrale alla voce antifascista o sovversivo, tali notizie non potevano trapelare.</p>



<p>Un caso eclatante di corruzione e di trasferimento di sovranità nazionale a favore delle plutocrazie che coinvolse direttamente Mussolini, allora presidente del Consiglio a capo di una coalizione di centro-destra, è collegato al delitto Matteotti, ed è documentato da diversi saggi. I più interessanti sono di Mauro Canali (<em>Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini</em>, Il Mulino, 1997) e di Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino (<em>Il golpe inglese</em>, Chiarelettere, 2011). È il caso di addentrarci in un caso di serio revisionismo storico, da intendere non come contraffazione della verità, ma come revisione delle analisi in corso alla luce di nuove scoperte. Il deputato e segretario del Psu Giacomo Matteotti è passato alla storia per ciò che ha significato il suo assassinio.</p>



<p>Il 30 maggio 1924, pronunciò alla Camera parole di fuoco in contestazione dei risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile, richiedendo di invalidare l’elezione almeno di un gruppo di deputati – secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli perpetrati dagli squadristi. La richiesta venne respinta dall’assemblea con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.<br>Il 10 giugno Matteotti esce di casa da via Pisanelli n. 40 per recarsi alla biblioteca della Camera per ultimare il testo del discorso che vi terrà il giorno dopo, quando, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia viene raggiunto da un commando della Ceka fascista (antesignana dell’Ovra) capitanata da Amerigo Dumini, che lo carica con violenza su una Lancia Kappa noleggiata da Filippo Filippelli, direttore del quotidiano fascista <em>Corriere Italiano</em>, e parte a gran velocità verso Ponte Milvio e la periferia romana. In auto scoppia un violento alterco, e il fascista Giuseppe Viola accoltella Matteotti, che muore. Il corpo verrà seppellito a Macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano a 25 km da Roma. Verrà ritrovato il 12 agosto 1924 da un cantoniere che lavora lungo la via Flaminia.) La vedova del deputato scriverà una lettera a Federzoni sul Corriere della Sera, ministro degli Interni, chiedendo che alle esequie non vi siano membri del Pnf e della Milizia, cioè le Camicie nere (2).</p>



<p>Nel 1926 si svolgerà a Chieti un processo farsa in cui il pubblico ministero Del Vasto, durante tutta la requisitoria, divide il capo di accusa in due momenti ben distinti. Il primo è l’ordine di sequestro, il secondo è l’uccisione. I due capi d’imputazione non vengono collegati, e quindi chi ha dato l’ordine del sequestro (Mussolini) non ha dato quello di uccidere; chi ha ucciso lo ha fatto involontariamente. La cosa ancora più farsesca è che a difendere gli esecutori fu incaricato l’avvocato Roberto Farinacci, ras di Cremona, esponente di spicco dell’ala più oltranzista e filonazista del fascismo e segretario nazionale del Pnf, che trasforma l’udienza in un processo politico all’antifascismo nostrano con una foga tale che il Duce, poco tempo dopo, dovrà togliergli la segreteria del partito.</p>



<p>La magistratura sarà mite con gli imputati: il 24 marzo 1926, infatti, la Corte d’Assise riconosce gli squadristi Cesare Rossi e Giovanni Marinelli colpevoli dell’ordine di sequestro e Filippo Filippelli colpevole per avervi cooperato. Però, essendo i loro reati estinti per l’amnistia del 31 luglio 1925, verranno subito rimessi in libertà. I sequestratori Viola e Malacria sono assolti per non aver commesso il fatto; Volpi, Dumini e Poveromo invece sono condannati a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni, che, sempre in virtù dell’amnistia, saranno ridotti a due mesi di prigione. Giustizia è fatta.<br>Il regime superò questo momento critico, apprestandosi ad avviarsi verso il totalitarismo. Ma la domanda è: che c’entra tutto questo con una storia di tangenti? Quale era il vero messaggio che sarebbe trapelato dalle future dichiarazioni dell’esponete del Partito socialista unitario?</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’affare della Sinclair Oil</h4>



<p>Nel 1921 l’<em>Antipartito</em>&nbsp;fascista – il Movimento dei fasci di combattimento nato a Milano in Piazza San Sepolcro nel 1919 – diventa partito. Un partito come quello fascista, che auspica la presa del potere, non poteva che archiviare l’iniziale fase populista, movimentista e trasversalista, e per farlo si struttura con un tesseramento, sedi, federazioni ecc., senza contare le squadracce, armate di tutto punto. Tutto questo ha una spesa. Uno dei mezzi per recuperare capitali – oltre al classico finanziamento da parte degli imprenditori e degli agrari – è il finanziamento illecito: diversi quadri del neonato Pnf si dedicano al traffico dei residuati bellici, attività che non coinvolge solo il fascismo. Quantità di armi cedute ufficialmente per rottamazione a finte cooperative di reduci, che, nella pratica, vengono ricollocate sulla piazza europea a prezzo di mercato con evidente margine di guadagno. Nel Pnf si distinguono Carlo Bazzi, direttore di Nuovo Paese, e uno dei protagonisti dell’affaire Matteotti, ossia Amerigo Dumini, arrestato per esportazione illegale d’armi al neonato Regno di Jugoslavia. Ma il business delle armi è per così dire un osso più che spolpato, dato che non è monopolio dei soli fascisti.</p>



<p>Filippo Filippelli, giornalista e faccendiere fascista, anch’egli implicato nel caso Matteotti, capisce che bisogna pescare capitali in altri ambiti.<br>Uno è quello dei grandi appalti, delle infrastrutture pubbliche, dei finanziamenti per grandi opere e, in particolare, il commercio floridissimo del petrolio. Nel 1922, l’anno in cui Mussolini forma il suo governo, l’80% del mercato petrolifero del Regno d’Italia era gestito dagli americani della Standard Oil tramite la Società Italo-Americana pel Petrolio (Siap), mentre il restante era fornito dalla filiale italiana della Royal Dutch Shell, come riportano sia lo storico Mauro Canali che il giornalista ed ex dirigente dell’Eni Benito Li Vigni (3). Nel 1923 la Anglo-Iranian Oil Company, società petrolifera del governo britannico, decide di scalzarne una fetta con un’efficace concorrenza, peraltro gradita.</p>



<p>Peccato che Gelasio Caetani, ambasciatore italiano a Washington, si fece portavoce di un’altra azienda statunitense, la Sinclair Oil, precedentemente sostenuta da alcuni dei principali gruppi finanziari di New York, come la banca di John Davison Rockefeller, presidente e fondatore della Standard Oil, la quale, con quello che si può definire un colpo di mano, riesce a spuntare col neonato governo fascista – una coalizione di centro-destra composta dalle varie anime del liberalismo conservatore italiano, dai fascisti ai nazionalisti ai cattolici popolari – una convenzione a costi più alti dell’azienda inglese. Non saranno pochi fra i deputati dell’opposizione a chiedersi il perché, e la cosa insospettì l’Anglo-Iranian Oil Company. Nonostante questo il governo continuò le trattative, arrivando a una convenzione, fatta approvare a un Consiglio dei ministri poche settimane dopo le elezioni del 1924. La Sinclair Oil ottenne così l’esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento di tutti i giacimenti petroliferi presenti sul territorio italiano, come in Emilia e in Sicilia, e molti vantaggi per poter effettuare scavi in tutta la penisola, come una concessione di novant’anni e l’esenzione dalle imposte (4). In cambio di tangenti, la Sinclair avrebbe inoltre ottenuto di non permettere a un ente petrolifero statale – ergo, italiano – di intraprendere trivellazioni nel deserto libico, colonia italiana.</p>



<p>Il governo italiano scelse come mediatori per trattare con la Sinclair dei politici del Pnf, degli imprenditori e dei diplomatici come, per esempio, i ministri dell’Economia nazionale Orso Mario Corbino e dei Lavori pubblici Gabriello Carnazza, che avevano dei conflitti d’interesse in quanto legati tra loro da imprese commerciali (molte delle quali, guarda caso, in Sicilia) e imprese con diversi gruppi finanziari ed aziendali statunitensi (tra cui la casa Morgan, uno dei finanziatori della Sinclair Oil).</p>



<p>Mauro Canali inserisce, fra i vari mediatori, lo stesso giornalista Filippo Filippelli (fondatore del Corriere Italiano a cui fu intestato il noleggio dell’auto usata per il sequestro di Matteotti), legatissimo al fratello del Duce, Arnaldo Mussolini, e documenta che pochi giorni prima della stipula della convenzione questi avesse ricevuto la prima rata di una tangente pari a un milione di lire, a cui ne sarebbero dovute seguire altre dalla Società Italo-Americana pel Petrolio, filiale italiana della Standard Oil (5). Tutto questo, poco prima delle elezioni del 1924 – svoltesi con la legge elettorale Acerbo – nonostante l’immagine della Sinclair Oil fosse stata minata da uno scandalo molto grave che venne rilevato da moltissimi quotidiani di diversi Paesi, a eccezione della stampa italiana, che si stava avviando alla dittatura del Minculpop e delle veline di regime: l’impresa petrolifera era stata implicata in un caso di corruzione per ottenere il controllo di un pozzo di petrolio molto redditizio situato a Teapot Rock, nel Wyoming. L’inchiesta si concluse nel 1929 con la revoca della suddetta concessione e la condanna del senatore repubblicano Albert B. Fall, rappresentante del gabinetto di governo che aveva firmato la concessione (primo caso di una condanna di questo tipo) e di Harry Ford Sinclair, presidente della Sinclair Oil.</p>



<p>A disturbare la faccenda entrò in gioco il governo britannico. Questi interpretò gli accordi fra il governo Mussolini e gli americani della Sinclair Oil come un attacco diretto ai propri interessi economici. La stampa inglese, sia quella laburista che quella conservatrice o liberale, contestò energicamente la convenzione italo-americana (nonostante certe clausole, come la concessione di un vero e proprio regime di monopolio a favore degli americani della Sinclair Oil nell’intraprendere trivellazioni nel deserto della Libia, una colonia del Regno d’Italia, non fossero di pubblico dominio). Ed è qui che entra in gioco Giacomo Matteotti.</p>



<p>Il segretario del Psu era di casa in Inghilterra. La tradizione riformista e ‘fabiana’ del laburismo inglese, basata sul sistema cooperativo, si adattava perfettamente a quella dei socialisti unitari italiani, espulsi dal Psi nel 1922 dalla corrente massimalista e filosovietica capitanata dal leader Serrati.<br>Nel 1924, poco prima della sua morte, il deputato aveva fatto tradurre in inglese il suo libro&nbsp;<em>Un anno di dominazione fascista</em>&nbsp;col titolo&nbsp;<em>The Fascists exposed. A Year of Fascist Domination</em>, una cronaca delle violenze perpetrate dalle camicie nere e dalla polizia fascistizzata, col benestare del primo ministro Benito Mussolini, ai danni delle opposizioni e del movimento operaio (6).</p>



<p>Il Psu era vicino all’Indipendent labour party, al potere in Inghilterra, e Matteotti, nel bel mezzo dello scandalo Sinclair Oil e delle trattative col governo mussoliniano, effettuò il suo viaggio. Canali documenta, fonti alla mano, che durante il viaggio Matteotti acquisì, probabilmente da fonti vicinissime o organiche ai laburisti, le prove della corruzione presente nell’affare Sinclair, o per lo meno avrebbe completato le informazioni già in suo possesso. Lo stesso Benito Li Vigni nota che la tesi secondo cui la fonte delle informazioni della corruzione del governo italiano fosse britannica è confermata da diversi articoli pubblicati negli Stati Uniti dopo la morte del deputato, e da un articolo apparso sul Popolo d’Italia, organo ufficiale del Pnf, nell’agosto del ‘24 (7).</p>



<p>Il Daily Herald, organo ufficiale dell’Indipendent labour party, sostenne sin dall’inizio che l’omicidio dell’onorevole Matteotti era direttamente legato al timore che questi, ritornato in Italia, denunciasse la corruzione dei vertici governativi alla Camera, attaccando anche Arnaldo Mussolini, destinatario di una tangente pari a 30 milioni di lire pagate dalla Sinclair. Il periodico&nbsp;<em>English Life</em>&nbsp;pubblicò un articolo postumo del defunto deputato in cui questi denunciava a chiare lettere per corruzione sia la compagnia petrolifera statunitense che il governo fascista. Gli accordi con la Sinclair, quindi, verranno cancellati dal governo italiano nel novembre 1924.</p>



<p>Canali evidenzia un’altra situazione molto interessante e che fa riflettere: Velia Matteotti, moglie del deputato social-unitario, e i figli Giancarlo e Matteo (quest’ultimo sarà esponente del Psdi di Giuseppe Saragat, partito erede del Psu turatiano), non accuseranno mai il dittatore fascista e non faranno mai causa al regime per l’omicidio del parente, neanche quando il fascismo crollerà definitivamente nel 1945 e quando il neonato sistema postfascista imbastirà un processo per riaprire il caso nel 1947, in quanto il fascismo, secondo lo storico, ne aveva comprato il silenzio, risanando le finanze disastrate della vedova, quasi sull’orlo del fallimento.</p>



<p>Canali sostiene anche che il regime, a conferma del ‘ravvedimento’ della famiglia, impose a quest’ultima che uno dei figli – il futuro socialdemocratico Matteo – frequentasse la scuola pubblica. Nel 1947, in seguito al Decreto luogotenenziale n. 159 del 27 luglio 1944 (che rendeva potenzialmente nulle le condanne superiori ai tre anni avvenute in epoca fascista), la Corte d’Assise di Roma riaprì il processo nei confronti di Giunta, Rossi, Dumini, Viola, Poveromo, Malacria, Filippelli e Panzeri.</p>



<p>Dumini, Viola e Poveromo verranno condannati all’ergastolo (pena che verrà poi commutata in 30 anni di carcere, Dumini verrà amnistiato sei anni più tardi), agli altri sarà riconosciuto il non luogo a procedere a causa dell’amnistia disposta nel 1946. All’epoca del processo, però, non emersero le ragioni economico-finanziarie dell’omicidio, permettendo che si consegnasse alla storia la morte di Matteotti come una punizione per aver denunciato alla Camera i soprusi e i brogli fascisti.</p>



<p>Un’altra possibile pista – legata a quella economico-affarista – coinvolgerebbe Vittorio Emanuele III, del tutto indifferente nei confronti della firma della convenzione con la Sinclair Oil, e vicino agli ambienti mussoliniani durante il delitto e durante l’Aventino. Questo sembrerebbe confermato delle finanze di casa Savoia, disastrose anche per via della guerra appena conclusasi. Scrive Canali: “I familiari di Matteotti hanno sempre sospettato che mandante dell’omicidio fosse re Vittorio Emanuele, secondo loro proprietario di quote della Sinclair. Invece, io sono giunto alla conclusione che fu proprio Mussolini, che aveva intascato tangenti direttamente da questa operazione, a ordinare l’eliminazione del suo avversario politico” (8). “Le camicie nere – prosegue lo storico – furono finanziate dalla Standard Oil” (9).</p>



<p>Ma i casi di corruzione non si limitano a questo.</p>



<p>La ricerca di Canali prende spunto da un’altra parte: il giornalista Ray Moseley, corrispondente da Londra del Chicago Tribune, in un suo libro su Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero del Duce, scrive: “Alcuni documenti conservati nell’archivio nazionale degli Stati Uniti hanno rivelato che Galeazzo Ciano aveva nascosto milioni di pesos in Argentina e, assieme a Mussolini, aveva depositato segretamente altri fondi in Svizzera” (10). Il Duce, sostengono fonti vicine all’intelligence americana – un plico di carte dal titolo <em>Flight of Italian Capital (Mussolini)</em>, fatte pervenire a Gennaro De Stefano, giornalista di Oggi – costruì una fortuna all’estero che non fu utilizzata né da lui né dai suoi discendenti. Il mito neo/postfascista di Mussolini fucilato a Dongo dai partigiani e morto senza un soldo è una falsità, buona per aggregare una comunità militante e nostalgica, ma inservibile da un punto di vista storiografico.</p>



<p>Alcuni però, preferiscono scagionare Mussolini, dando la colpa solo ai Savoia: prima del 1997, infatti, vi erano stati dei giornalisti che avevano fiutato la pista affaristica: sull’Avanti del 27 luglio 1985, Antonio Landolfi ne parlava in&nbsp;<em>La Massoneria e il delitto Matteotti: un’altra verità</em>, recensendo il libro di Matteo Matteotti&nbsp;<em>Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia</em>, dove viene incolpata Casa Savoia, e il mensile&nbsp;<em>Storia Illustrata</em>, nel novembre dello stesso anno, dedicava ampio spazio all’argomento, pubblicando un’intervista all’esponente del Psdi dal titolo:&nbsp;<em>Delitto Matteotti. Fu uno sporco affare di petrolio</em>. Nell’intervista, rilasciata a Marcello Staglieno, giornalista-storico del Giornale di Montanelli transitato poi a Il Secolo d’Italia (organo del Msi), Matteo Matteotti afferma che nel 1924 i giornali parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata dal padre alla Camera, riferendosi in particolare a un dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, in cui era fatto riferimento, assieme alle questioni delle bische e dei petroli, all’implicazione della massoneria italiana, oltre che a una possibile affiliazione, non improbabile, di Matteotti.</p>



<p>A riguardo, Staglieno cita un’intervista rilasciata da Gianfranco Fusco al quotidiano della Fiat nel 1978 dove si affermava che “nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia, duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Rispettabile Loggia The Unicorn And The Lion. E di essere venuto casualmente a conoscenza del fatto che, in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil – la futura Bp – esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel registro degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”. A questo aveva aggiunto: “Sempre sul piano delle ipotesi, ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, certo Thishwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier sulle collusioni fra il re e la Sinclair” (11). La stampa neofascista, ovviamente, ci andò a nozze, dato che ciò scagionava l’amato Duce, incolpando la monarchia e la massoneria (12).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Secondo Emilio Gentile il fascismo fu una via italiana al totalitarismo, “un fenomeno politico moderno, nazionalista e rivoluzionario, antiliberale e antimarxista, organizzato in un partito milizia, con una concezione totalitaria della politica e dello Stato, con un’ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilista e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista, mirante alla creazione di nuovo ordine e di una nuova civiltà”. E. Gentile, <em>Fascismo. Storia e interpretazione</em>, Laterza, 2002, pp. IX, X. Sempre secondo Gentile il revisionismo storiografico moderato, inaugurato da Indro Montanelli col libro <em>Buonuomo Mussolini</em> (1947), intende “togliere al fascismo gli attributi che gli furono propri e che ne caratterizzarono l’individualità propria” dando una “rappresentazione alquanto indulgente, se non proprio benevola, dell’esperienza fascista: una vicenda più comica che tragica, una sorta di istrionica farsa di simulazione collettiva, recitata per venti anni dagli italiani”, definita dallo storico come “defascistizzazione retroattiva del fascismo”. Ibidem, p. VII</p>



<p class="has-small-font-size">(2) “Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno: nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio. Chiedo che nessuna Camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta. Voglio viaggiare come semplice cittadina, che compie il suo dovere per poter esigere i suoi diritti; indi, nessuna vettura-salon, nessun scompartimento riservato, nessuna agevolazione o privilegio; ma nessuna disposizione per modificare il percorso del treno quale risulta dall’orario di dominio pubblico. Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, sia esso affidato solamente a soldati d’Italia”. Lettera di Velia Matteotti, pubblicata sul Corriere della Sera, 20 agosto 1924</p>



<p class="has-small-font-size">(3) B. Li Vigni,<em> Le guerre del petrolio</em>, Editori Riuniti, 2004, pp. 173 e ss e pp. 133 e ss. Anche Li Vigni collega la morte di Matteotti alla questione petrolifera</p>



<p class="has-small-font-size">(4) Cfr. R.D.L. n. 677, 4 maggio 1924</p>



<p class="has-small-font-size">(5) M. Canali,<em> Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini</em>, Il Mulino, 1997</p>



<p class="has-small-font-size">(6) G. Matteotti, <em>Un anno di dominazione fascista</em>, Tipografia italiana, 1923; ed. inglese,<em> The fascisti exposed. A Year of Fascist Domination</em>, Indipendent labour party Publication department, 1924</p>



<p class="has-small-font-size">(7) Cfr. <em>La grande piovra</em>, n. f., in Il Popolo d’Italia, 10 agosto 1924. Sul quotidiano però si afferma che i possibili mandanti dell’omicidio potevano essere gli stessi inglesi: “Non mi meraviglierei – scrive Mussolini sul suo giornale – se dovesse risultare domani che la mano stessa che forniva a Londra all’on. Matteotti i documenti mortali, contemporaneamente armasse i sicari che sul Matteotti dovevano compiere il delitto scellerato”</p>



<p class="has-small-font-size">(8) M. Canali, <em>Matteotti fu ucciso perché scoprì le mazzette di Mussolini</em>, intervista rilasciata a G. De Stefano, in Oggi, n. 51, 2000</p>



<p class="has-small-font-size">(9) La tesi di Mussolini finanziato dal capitalismo inglese è senz’altro provata da fonti d’archivio, anche se risulta indigesta all’estrema destra moderna, che vede nel fascismo una rivoluzione social-nazionale e non la reazione del ceto medio antisocialista. Cfr. M. Barozzi, <em>I finanziamenti britannici nel 1917 a Mussolini</em>, in Rinascita-Quotidiano di sinistra nazionale, 20 ottobre 2009. Secondo il fascista Barozzi – esponente della Federazione nazionale combattenti della Rsi (FNCRSI) – “quel delitto ebbe una triplice finalità: 1. eliminare un uomo (Matteotti) in procinto di denunziare una serie di scandali che avrebbero coinvolto vari settori dell’industria e della finanza, e soprattutto casa Savoia; 2. sbarazzarsi di un capo di governo (Mussolini) che con il suo dirigismo nella prassi di governo, non consentiva ai grandi gruppi speculativi, alcuni sorti anche all’ombra della presidenza del Consiglio, di trafficare in ogni campo. Gruppi finanziari e speculativi, a cominciare dalla Commerciale di Toeplitz, che pur avevano investito forte sul fascismo e nella marcia su Roma; 3. far saltare certi progetti, che già nel 1923 si delineavano nella mente di Mussolini, circa una apertura ai socialisti e ai confederali e verso la Chiesa, prospettiva quest’ultima alquanto temuta dalla massoneria”. Id., <em>Il golpe inglese. Oltre due secoli di ingerenza britannica nel nostro Paese</em>, ivi, 16 settembre 2011</p>



<p class="has-small-font-size">(10) R. Moseley, <em>Ciano, l’ombra di Mussolini</em>, p. 205, cit. in Oggi , n. 51, 2000</p>



<p class="has-small-font-size">(11) M. Matteotti, <em>Delitto Matteotti. Fu uno sporco affare di petrolio</em>, intervista rilasciata a M. Staglieno, in Storia Illustrata, novembre 1985</p>



<p class="has-small-font-size">(12) Il settimanale di destra Il Candido, diretto dal senatore missino Giorgio Pisanò, dedica al caso Matteotti due pagine nel gennaio del 1986. “La massoneria – è la tesi degli articoli – fa uccidere Matteotti per addossare la responsabilità a Mussolini e conseguentemente costringerlo alle dimissioni”. “Il gruppo che decretò la morte di Matteotti era legato a grossi industriali, si trattava insomma di un gruppo di potere che poteva contare, fra l’altro, sull’attivo concorso della massoneria di Palazzo Giustiniani e su uomini politici del peso di Filippo Turati e di Giovanni Amendola”. Insomma, socialisti antifascisti che farebbero ammazzare un socialista che smaschera e denuncia Mussolini. Il Candido citava come prova frasi di Mussolini riguardo al rapimento e al delitto, descritti come “una bufera che mi hanno scatenato contro proprio quelli che avrebbero dovuto evitarla” (parlando con la sorella Edvige) in chiaro riferimento ad alcuni suoi collaboratori (De Bono, Marinelli, Finzi e Rossi, quasi tutti legati alla massoneria). In un’altra occasione ebbe a definire il delitto “un cadavere gettato davanti ai miei piedi per farmi inciampare”. Nel discorso alla Camera del 13 giugno Mussolini aveva gridato: “Solo un nemico che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico contro di me, poteva effettuare questo delitto che ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione”. Cfr. <em>L’assassinio dell’esponente socialista fu deciso in un ristretto ambiente affaristico e massonico milanese</em>, in Il Candido, 30 gennaio 1986</p>
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		<title>Rosso dentro. Un ricordo di Giulio Salierno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/rosso-dentro-un-ricordo-di-giulio-salierno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 14:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Da 'Autobiografia di un picchiatore fascista' a 'Fuori margine': percorso intellettuale di un uomo che attraverso l’esperienza del carcere abbandona l’ideologia fascista per approdare al marxismo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-16-febbraio-marzo-2010/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 16, febbraio &#8211; marzo 2010)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Giuseppe Ciarallo</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Da &#8216;Autobiografia di un picchiatore fascista&#8217; a &#8216;Fuori margine&#8217;: percorso intellettuale di un uomo che attraverso l’esperienza del carcere abbandona l’ideologia fascista per approdare al marxismo</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Quando agli inizi del 1976 uscì nelle librerie <strong>Autobiografia di un picchiatore fascista</strong> di Giulio Salierno (1), il clima che si respirava in ogni piccolo e grande centro del nostro Paese era di scontro sociale furioso. Uno Stato democratico a parole ma repressivo e reazionario nei fatti, sfruttava a proprio vantaggio una situazione esplosiva creata ad arte e presentata al cittadino medio con il nome esplicito di ‘teoria degli opposti estremismi’, come a dire, confluite verso il centro e sostenetelo fortemente perché sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra non possono venire che violenza e destabilizzazione.</p>



<p>In verità, in quegli anni di violenza ne arrivava da tutte le parti, e la peggiore era proprio quella attuata dallo Stato attraverso la repressione delle forze dell’ordine e, peggio, con gli attentati e le stragi provocate da organi dei servizi segreti, sempre in combutta con elementi dell’eversione nera, come è stato dimostrato dalle indagini e dai processi degli anni successivi.<br>Senza voler tenere una macabra contabilità dei morti, che indubbiamente ci furono da una parte e dall’altra, è indiscutibile che fu la sinistra a pagare col maggior numero di vittime il clima arroventato di quegli anni. Per cui, quando un mio compagno di classe mi suggerì il libro di Salierno, gli risposi – le parole esatte non le ricordo, ma più o meno il senso doveva essere questo – che a un picchiatore fascista non si doveva permettere di scrivere un’autobiografia, lo si doveva solo appendere per i piedi in piazzale Loreto. Questo per capire il livello di coinvolgimento emotivo e l’aria pesante che si respirava.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="300" height="508" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-10.jpg" alt="" class="wp-image-1755" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-10.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-10-177x300.jpg 177w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>Poi in un modo o nell’altro quel libro mi capitò tra le mani e io, spinto dalla curiosità che qualsiasi oggetto fatto di carta stampata suscita da sempre in me, lo lessi. E lo lessi tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, e durante la lettura riuscii persino a mettere in&nbsp;<em>stand-by</em>&nbsp;l’odio che provavo per quelli che sentivo essere miei acerrimi nemici. Potenza della letteratura.<br>In quelle righe, che raccontano di una vita ambientata nella Roma dell’immediato dopoguerra – ma che per tanti versi ricordava il frenetico periodo che stavamo attraversando – vi si potevano leggere l’insofferenza verso l’attendismo dei partiti madre (Msi per loro, Pci per noi), la voglia di fare qualcosa in prima persona, il bisogno di spaccare tutto per poi poter ricostruire un mondo diverso (ognuno secondo la propria, opposta, ottica), l’analisi sull’uso della violenza, della reazione alla violenza, sull’uso delle armi.</p>



<p>Negli anni ’50 Giulio Salierno è un attivista di spicco del Movimento sociale italiano romano, segretario dell’agguerrita sezione di Colle Oppio, frequenta le alte sfere del partito, Graziani, Almirante, Rauti, e arriva persino a essere ammesso nell’elitaria cerchia degli allievi di Julius Evola, esoterista e filosofo del nazismo, personaggio carismatico dell’estrema destra dell’epoca. Dopo esser passato per la ‘scuola della strada’, punteggiata di risse, agguati, bastonature, scontri fisici, atti di vandalismo verso le sedi dei partiti della sinistra, Salierno comincia a pensare a qualcosa di più importante e fortemente simbolico, un sogno da realizzare: uccidere il comandante partigiano Walter Audisio, il ‘famigerato’ colonnello Valerio che ordinò a Dongo l’esecuzione di Benito Mussolini. Vendicare la morte del duce del fascismo, questo il suo ambizioso obiettivo, azione che sarebbe anche servita a dare un preciso segnale alla direzione del partito, una brusca sterzata a quel Movimento sociale, da qualche tempo sempre più attendista, che di lì a qualche anno avrebbe preso una deriva filogovernativa e addirittura filoatlantica, fino a sfociare nel 1960, nell’appoggio esterno al governo Tambroni.</p>



<p>Con un suo camerata finisce invece, nel corso di un banale diverbio, per uccidere un ragazzo che ha resistito al furto della sua auto, vedendosi passare così dal mito, il vendicatore di Mussolini, all’accusa per lui infamante di essere un delinquente comune. È una lettera anonima che mette la questura sulle tracce dei due ricercati, una lettera anonima che Salierno sospetta essere una soffiata da parte di alcuni settori dell’Msi, interessati a sbarazzarsi di due personaggi scomodi e soprattutto poco inclini alla disciplina di partito.</p>



<p>Salierno fugge in Francia, si arruola nella Legione straniera e viene avviato a combattere in Algeria dove, contrariamente a quanto si pensi della Legione – che non chieda cioè conto del passato dei suoi soldati – viene consegnato all’Interpol. Finisce imprigionato, in attesa dell’estradizione, in alcune galere del Paese maghrebino fino al rimpatrio. L’ideologia fascista, che ha sostenuto il giovane Salierno fino alla fuga in Francia, comincia a vacillare già nelle carceri algerine, dove si sente molto più vicino a quella che la società reputa feccia – meritevole di essere gettata e dimenticata in una cella – che all’ordine costituito; ordine che fino a quel momento aveva rappresentato per lui il cardine di un sistema indispensabile per garantire il necessario rigore in società facilmente corruttibili. Tale è il coinvolgimento emotivo di Salierno nei confronti dei ribelli algerini che dividevano con lui il camerone del carcere di Sidi-Bel-Abbés, che da essi verrà alla fine considerato “un arabo nato per caso in un Paese lontano chiamato Italia” e addirittura contattato per far parte del nascente Fronte di liberazione nazionale, che sarà una spina nel fianco del colonialismo francese fino all’indipendenza conquistata definitivamente nel luglio 1962.</p>



<p>Il completamento del percorso di trasformazione avviene nelle carceri italiane nelle quali Salierno scopre l’appartenenza alla classe degli sfruttati e la solidarietà con altri detenuti più sfortunati di lui, ai quali sono negati persino gli strumenti intellettuali necessari a operare scelte coscienti e mirate.<br>In cella, aggirando in qualche modo l’accorta censura vigente in carcere, Salierno legge tutto ciò che gli passa tra le mani e in particolare si concentra su Dostoevskij, Gramsci, Marx. Si laurea in Economia e commercio e dopo una detenzione durata tre lustri, nel 1968, grazie anche all’intervento di Umberto Terracini, a metà della pena si vede graziato per i suoi meriti di studioso. Di lì a qualche anno usciranno tre suoi saggi sulla condizione degli istituti di pena del nostro Paese, <strong>Il carcere in Italia</strong> scritto a quattro mani con Aldo Ricci, <strong>Il sottoproletariato in Italia</strong> e <strong>La repressione sessuale nelle carceri italiane</strong>.</p>



<p>È, quello della vita in carcere, della condizione del recluso, un argomento che assorbirà ogni energia, ogni attimo della vita di Salierno. Il carcere, io credo, visto quasi come il ventre capace di generare l’uomo nuovo Salierno, lo strumento terribile e necessario per entrare in contatto con il mondo degli emarginati, degli ultimi in ogni senso, di quell’umanità la cui colpa principale è quasi sempre la miseria. E il suo contributo allo studio del sistema repressivo del crimine non sarà quello del freddo analista alle prese con provette, vetrini e microscopio, ma il lavoro di un uomo appassionato, capace di ‘sporcarsi le mani’, che parla sempre con cognizione di causa per aver vissuto sulla propria pelle la violenza di un’istituzione che tutto fa (e intende fare) tranne che recuperare alla società il malcapitato che finisce nell’infernale meccanismo. Salierno sa, essere il crimine un prodotto e un elemento indispensabile al perfetto funzionamento di una ‘sana’ società capitalistica, da qui l’instillazione scientifica del sentimento di paura e insicurezza che il potere e i media operano quotidianamente nella gente.</p>



<p>“Il bisogno popolare di forca, agghindata a festa multimediale, è stato posto in cima ai doveri di tutti i partiti dell’arco costituzionale. La volontà di reprimere, il piacere di processare e condannare non appartengono più a una élite autoritaria al potere, ma a tutti i concorrenti della competizione elettorale e di quelli confinanti e sacrificano e rinnegano ogni principio di civiltà in vista dell’artificioso scambio sicurezza-consenso” (2).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img decoding="async" width="300" height="510" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-11.jpg" alt="" class="wp-image-1756" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-11.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-11-176x300.jpg 176w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>Culmine di questa ricerca sul campo è <strong>Fuori margine</strong>, libro dal sottotitolo emblematico, <em>Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi</em>, che è il condensato, anzi la scelta della minima parte di un copioso materiale, impossibile da pubblicare per intero, raccolto in oltre due anni di lavoro, consistente in centinaia e centinaia di narrazioni raccolte dalla viva voce degli interessati attraverso la tecnica dell’io narrante. I protagonisti – rapinatori, spacciatori, assassini, trans e prostitute – nelle intenzioni della ricerca escono dal ruolo di ‘oggetti dell’analisi’ per diventarne i soggetti, e questo in forza del fatto che i vari personaggi nel raccontare di se stessi sono costretti a prendere coscienza della loro situazione, diventando così primi attori di un’operazione culturale che rifiuta l’etichetta di ‘saggio sociologico’. Sono facilmente intuibili le difficoltà di una ricerca che si propone di raccontare la marginalità dal suo interno, di scandagliare l’animo di persone condannate dalla vita che è toccata loro in sorte a essere sempre sul chi va là, ad avere tempi, psicologia e ritmi diversi da quelli della cosiddetta gente ‘normale’, persone che spesso hanno visto la propria fiducia tradita e le parole dette, travisate e ritorte contro di loro.</p>



<p>A dimostrazione di quanto detto poc’anzi, Salierno afferma, anzi rivendica il suo sentimento di empatia e la sua scelta di pariteticità con i protagonisti dei racconti: “Chi scrive è facilitato dai suoi trascorsi. Negli anni passati nelle carceri algerine, francesi e italiane ha conosciuto migliaia e migliaia di detenuti di tutte le nazionalità. E ne ha condiviso fame, rabbia e speranze. Naturalmente, ciò pesa in questo genere d’inchieste. E conta” (3).</p>



<p>Dalla sua giovanile militanza fascista, dunque, Salierno approda a una ragionata e profonda consapevolezza della necessità di battersi sempre e dovunque per una società senza classi e senza galere. Nell’introduzione alla prima edizione di Autobiografia di un picchiatore fascista, Corrado Stajano dà delle avvertenze al lettore: “È necessario leggere il libro abbandonando quel residuo di giudizio morale che può sussistere in noi anche dopo che si è riconosciuta la necessità del recupero degli avversari politici. Non lasciarsi cioè fuorviare da quel pizzico di ambiguità che si avverte in quasi tutte le opere del genere. Un’ambiguità qui sottolineata dall’ambiente dove si svolgono i fatti, una città come Roma dove non esistono né una classe operaia né una borghesia illuminata, con le loro culture, dove non esiste scontro di classe e questo porta a una confusione di ruoli e di rapporti, rendendo possibili e naturali tutte le commistioni”.</p>



<p>Pur riconoscendo l’ambiguità come un rischio potenziale in opere di questo genere, e nonostante i dubbi e la mia diffidenza iniziale, non concordo con le parole di Stajano: nel caso in questione, la conversione dal fascismo al marxismo, dolorosamente vissuta da Giulio Salierno attraverso lo studio e la presa di coscienza della sua identità di classe, è avvenuta in maniera netta e precisa, senza lasciare dietro di sé dubbi, strascichi, doppiezze, fino a farne a tutti gli effetti un vero intellettuale organico, nel senso propriamente gramsciano del termine, che dedica ogni energia alla sua classe di appartenenza e traduce in azione il vigore che sprigiona dai bisogni e dalle passioni del suo popolo, infondendo coerenza e forza organizzativa. In altri casi di metamorfosi politiche non si può non notare nella nuova natura un’ombra, una traccia del vecchio percorso, una sorta di leggera ambiguità che impedisce alla nuova figura di risultare nitida e perfettamente a fuoco. In Salierno no. </p>



<p>Finché è stato fascista lo è stato fino in fondo, inequivocabilmente, con tutto il trasporto possibile, così quando durante la detenzione, attraverso lo studio e l’impegno nelle lotte dei detenuti ha operato la trasformazione abbracciando il marxismo, la sua scelta è stata altrettanto autentica e senza appello. Sembra quasi che lo scrittore, con la sua autobiografia, abbia voluto saldare definitivamente un conto con il proprio passato.<br>Giulio Salierno, medico di se stesso, al termine di un lungo e tortuoso percorso è giunto alla conclusione che l’unico antidoto al terribile veleno del fascismo, è e sarà sempre la cultura.</p>



<p class="has-small-font-size">(1) Dopo più di trent’anni il libro è stato nuovamente pubblicato da Minimum fax nel 2008<br>(2) Dall’introduzione dello stesso Giulio Salierno a <em>Fuori margine – Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi</em>, Einaudi, 2001<br>(3) Ivi</p>



<p><strong>Autobiografia di un picchiatore fascista</strong>, Giulio Salierno, Minimum fax, 2008</p>



<p><strong>Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi<br></strong>Giulio Salierno, Einaudi, 2001</p>
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		<title>Il giorno della memoria per dimenticare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-giorno-della-memoria-per-dimenticare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 13:24:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[leggi razziali]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[La riduzione degli orrori del Ventennio al solo episodio delle leggi razziali, a copertura di una cultura fascista tuttora presente nelle logiche economiche e politiche]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-11-febbraio-marzo-2009/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 11, febbraio &#8211; marzo 2009)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La riduzione degli orrori del Ventennio al solo episodio delle leggi razziali, a copertura di una cultura fascista tuttora presente nelle logiche economiche e politiche</p></blockquote>



<p><em>“L’intelligenza non avrà mai peso mai, / nel giudizio di questa pubblica opinione. / Neppure sul sangue dei lager otterrai, / da una delle milioni d’anime della nostra nazione, / un giudizio netto interamente indignato. / Irreale è ogni idea, irreale è ogni passione / di questo popolo ormai dissociato / da secoli, la cui soave saggezza / gli serve a vivere. Non l’ha mai liberato. / Mostrare la mia faccia, la mia magrezza. / Alzare la mia sola puerile voce / non ha più senso. La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio, e anche questo mi nuoce.”</em><br>(Pier Paolo Pasolini)</p>



<p class="has-drop-cap">Mancano pochi giorni al 27 gennaio, giorno della memoria. Come gli anni precedenti, sarà un tripudio di commemorazioni, non senza danni per la verità storica, purtroppo.<br>I treni carichi di studenti partiranno regolarmente verso i campi di concentramento, i giornali e le televisioni ne parleranno, documentari e film sulla Shoah riempiranno i programmi commemorativi, così come non mancheranno le iniziative private, per un pentimento collettivo che rimuove la colpa e salva anche chi non si è mai pentito. Poco male. Il bagno di folla, per un giorno illuderà di abitare da un’altra parte, che gli italiani non votino alla grande per Berlusconi e Lega nord.<br>La contraddizione non può non indurre qualche riflessione sul contributo di questa commemorazione in merito a ciò che realmente è stato il fascismo e sulla percezione che di esso oggi ne hanno gli italiani.<br>Anche perché, davanti all’oblio che immediatamente segue la contrizione collettiva, diventa difficile evitare di porsi un paio di dolorose domande.</p>



<p>Come possono conciliarsi, nella coscienza di un individuo, la commozione postuma o le lacrime tardive per le deportazioni nei lager di ebrei, zingari, omosessuali e comunisti, e l’indifferenza di fronte al razzismo grondante da ogni riga dell’ultimo pacchetto sicurezza sfornato dal governo che ha votato? Quasi non ci fosse apparentamento ideologico tra quelle deportazioni e queste leggi. E come può una persona ritrovarsi tanto sensibile il 27 gennaio di ogni anno e votare una coalizione che vince in allegra alleanza con partiti come Forza nuova e Fiamma tricolore?<br>È questo senso di normalità e di indifferenza, che si sta creando di fronte alla larga diffusione popolare di una cultura politica fascista, a rendere l’idea di quanto possa pesare su una popolazione una mancata resa dei conti con il proprio passato.<br>Tuttavia occorre precisare che di ritorno non si tratta, giacché il fascismo non è stato mai accantonato. Tenuto nascosto, questo sì – come un vecchio nonno che sbava a tavola – ma sempre ospitato in casa nell’attesa che il lungo processo di profonda rimozione subìto dagli italiani gli creasse il contesto giusto per riemergere senza dover provare più alcuna vergogna.</p>



<p>Ci sono state in Italia situazioni politiche, questioni di governabilità che persistono tutt’oggi, per le quali era necessario impedire il radicamento di una memoria collettiva realmente antifascista. Pure ammettendo le ambiguità che questo termine reca con sé. Difficile pensare, in effetti, che si possa essere antifascisti senza essere anche anticapitalisti.<br>Eppure la politica italiana è riuscita a portare avanti questa impostura e a dissimulare lo spirito fascista che ha continuato ad animare il grande capitale. E se il potere borghese insediatosi dopo la dittatura ha costantemente dimostrato di non avere alcun interesse a far ricordare, è giusto credere che ricorrenze istituzionali come il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre e il 27 gennaio rispondano attivamente a questo principio di rimozione.</p>



<p>Ogni ricorrenza storica istituita dal potere rientra in un sistema invisibile di comunicazione ideologica a tripla funzione: fissare una data in memoria di un fatto storico, astrarre questo fatto dal contesto politico ed economico della sua epoca e renderlo in tal modo simbolo di un valore da considerarsi assoluto.<br>Se è vero che da un lato ricordare le vittime della Shoah significhi riconoscere nel fascismo la complicità grave delle deportazioni degli ebrei da parte del regime, per altro verso presuppone la riduzione, attraverso una plateale ammissione di colpa, dell’orrore del Ventennio a quest’unico episodio. Anch’esso mondato e assolto, anno dopo anno come in una messa domenicale, attraverso la ripetizione irriflessiva.</p>



<p>Solamente un Paese con la coda di paglia avrebbe potuto inventarsi un giorno della memoria sul solo episodio della propria storia vergognosa, con il quale oltretutto era ormai divenuto impensabile non fare i conti. Non fosse altro per l’inevitabile confronto incrociato con la storia di un’altra nazione. Non c’è alcuna nobiltà nell’istituire un giorno della Shoah in Italia, quando sarebbe stato più logico istituire un giorno in ricordo delle vittime del fascismo. Al contrario vi si ritrova l’intera gamma di vizi di un potere le cui costanti storiche sono la menzogna perpetuata e la verità negata nel tempo e contro ogni evidenza.<br>Fingere che le leggi razziali siano state l’unico errore del fascismo, la parte cattiva, significa implicitamente affermare che gli eccidi di operai e dirigenti socialisti, le chiusure delle Camere del lavoro, l’annullamento con la forza di ogni forma di opposizione politica nel 1921, i genocidi posti in atto nella ex Jugoslavia e l’uso dei gas tossici in Etiopia non siano mai esistiti o che appartengano al sedicente fascismo buono.</p>



<p>Ma non esiste speranza di istituire una ricorrenza del genere, perché quel periodo storico è denso di significati che si riflettono minacciosamente nelle odierne logiche economiche.<br>Niente è più sbagliato del considerare il fascismo in astratto, come se fosse esclusivamente un impianto ideologico sottovuoto politico. Poteva crederci Giovanni Gentile, da buon seguace dell’idealismo, ma non ci può credere chi pensa all’economia come primo motore del mondo. In fondo, la politica al fascismo ha dato solo la forma e il nome. È più corretto semmai parlare di fascismo riferendosi al sistema di produzione e alle sue logiche aberranti.</p>



<p>Nel romanzo di Fred Uhlman,&nbsp;<strong>Niente resurrezioni, per favore</strong>, trent’anni dopo la fuga da una Germania in pieno delirio nazista e antisemita, Simon ritorna nella sua città natale. Appena sbarcato dall’aereo, entra nel bar dove era solito incontrare i compagni di studio e vi trova un vecchio amico.<br>Non sa di avere di fronte un ex nazista arricchitosi con la ricostruzione. Simon lo ascolta parlare in maniera convulsa dei compagni di scuola caduti in guerra: “La percentuale è più alta ancora, supera il 50%”, “21 più 3 di cui non si sa più niente e che sono dati per morti: totale 24”, anche se “chi è morto è morto e noi siamo vivi”; della città ricostruita: “Avresti dovuto vedere questi posti dopo la guerra. Ventimila morti in una sola notte. Il 65% degli edifici distrutti”; della grande ascesa economica: “Sai come abbiamo fatto? Lavorando sodo. Quattordici ore al giorno per dieci anni [&#8230;]. Prestiamo addirittura denaro all’America”; della propria attività: “Dirigo una ditta di lucido da scarpe, la più grande d’Europa, detto tra noi, ho aumentato la produzione del 27%”. Un’intera società ridotta a un mucchio di cifre in attivo, compreso il rapporto morti e vivi, nel cui conteggio mancano gli ebrei.</p>



<p>L’uomo che Uhlman presenta, lungi dall’essere una macchietta, è uno dei prodotti umani del dopoguerra, nato da uno Stato delegittimato dalla storia, nonché frutto sociale della ricostruzione. Del momento, cioè, in cui la Germania e i tedeschi sono diventati le ‘cavie’ di un esperimento politico ed economico, organizzato dagli Alleati, che avrebbe reso il libero mercato con le sue regole la colonna portante su cui fondare il futuro Stato tedesco. Obiettivo: introdurre in Europa i principi di quel neoliberismo i cui effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti. Ben inteso: che il dominio economico costruisca la politica non è una novità storica. </p>



<p>È semmai una prassi. Ma nel caso della Germania, il vero esperimento consisteva nel trattarla alla stregua di una nazione priva di storia perché si sgravasse del peso della memoria. Una tabula rasa politica ed economica ideale per innestarvi, attraverso il quotidiano circuito lavorativo, un sistema di mercato che fosse totalmente libero, creatore di nuova storia e di nuova linfa vitale a uno stato già avanzato. Una dinamica <em>in progress</em> che avrebbe permesso di saltare la normale gradualità storica e di mettere in moto una libertà economica assoluta, sopra la quale ancorare una sovranità politica. Lo Stato sarebbe sorto in seguito, naturalmente nella forma di una democrazia cristiana. E sarebbe stata questa nuova libertà acquisita a creare il diritto pubblico tedesco, rendendo la nazione perdente il cuore pulsante di una sofisticata evoluzione del capitalismo.</p>



<p>Un progetto facile da servire a una popolazione uscita sconfitta dalla guerra senza possibilità di appello. I partiti politici di destra e di sinistra, investitori, operai, padroni, sindacati, come un’unica entità compatta accettavano e si coinvolgevano nel nuovo gioco economico creando, inconsapevolmente attraverso automatismi lavorativi, un consenso a circuito chiuso che sarebbe diventato anche e soprattutto consenso politico. Una negazione della memoria storica e del conflitto sociale a tutto vantaggio di un’orgogliosa accettazione di massa della crescita economica nazionale.<br>Così Simon, atterrato per cercare una memoria, si ritrova nel mezzo di un rovesciamento dell’asse temporale. Il tempo della storia è diventato tempo comprato al minuto del libero mercato.</p>



<p>Mentre la Germania – vinta e senza una guerra di liberazione da presentare al tribunale della storia – negli anni dal ’45 al ’48 si è vista guidata per mano dagli Alleati verso la nuova forma di Stato democratico, l’Italia, grazie alla Resistenza, si è ritrovata legittimata a uscire dalla dittatura con le proprie forze. E il primo problema che il nuovo potere borghese ha dovuto affrontare è stato il conflitto di classe di cui erano portatori i partigiani rossi.</p>



<p>Questo voleva dire che gli occorreva trovare la maniera di trasformare in perdente una parte di coloro che avevano vinto. E per riuscirvi occorrevano due mosse iniziali: disarmare quei partigiani e trovare alleanze che garantissero il sostegno al governo De Gasperi. Entrambe questioni che Togliatti si sarebbe affrettato a risolvere. La prima grazie all’aiuto dei vertici del Cln, e la seconda direttamente, promulgando un’amnistia che avrebbe contribuito a rimettere in circolo nel sistema linfatico della politica uomini, strutture e istituzioni appartenenti al vecchio regime. Dinamica alla quale si sarebbe aggiunta la rimessa in sella dei capitani d’industria, adesso diventati democristiani. A sparare addosso agli operai, ora che non c’era più Balbo, ci avrebbe pensato il democristiano e antifascista Scelba con i suoi celerini, perché fossero chiari i valori del nuovo Stato liberale.</p>



<p>In questo modo, la Resistenza, che aveva legittimato l’Italia davanti alla storia, veniva spogliata di quella componente conflittuale che ideologicamente si scontrava e contraddiceva il nuovo potere borghese restauratore.<br>Nessun romanzo italiano ha fatto ritornare un Simon sulle tracce della memoria. Buon per lui, visto che cosa ne è stato della verità storica. Anche se, per trovare una situazione simile a quella incontrata dal suo omonimo tedesco, sarebbe dovuto tornare qualche decennio più tardi, nella prima metà degli anni Novanta, durante i giorni della concertazione.</p>



<p>Avrebbe visto i figli del fascismo tornare al governo, e i figli politici e i capitani d’industria della restaurazione sepolti da avvisi di garanzia e accusati di avere messo in piedi un sistema economico totalmente protetto e corrotto. Avrebbe assistito alla nascita e all’ascesa di un partito razzista e xenofobo. Avrebbe trovato i lavoratori narcotizzati e privati di una coscienza di classe, insieme a un ‘nuovo’ gruppo dirigente – questo sì, consapevole della propria forza di classe – pronto per una profonda restaurazione produttiva, che avrebbe ridotto l’impresa a semplice contenitore organizzativo di risorse, rivoluzionato il mercato del lavoro e i suoi rapporti di produzione, sconvolto l’intera struttura sociale del Paese; deciso a sferrare l’ultimo attacco ai lavoratori. Violento, seppure per altre vie, quanto lo squadrismo del 1921.</p>



<p>Mantenuto in vita quando sarebbe dovuto morire, il fascismo è stato dal ’45 a oggi utilizzato dal potere (inteso nella commistione mafia, politica e industria) ogni qualvolta la democrazia si dimostrava troppo debole nei confronti della piazza. Fino a renderlo, tra progetti eversivi e tentativi di golpe, presenza costante della vita sociale e politica del Paese, al punto di influenzarne le scelte e di agire, in completa complicità con gli apparati militari e i servizi segreti, in funzione di forza paramilitare nel conflitto di classe contro gli operai, con stragi ed esecuzioni mirate.<br>Ma non vanno dimenticati i cospicui finanziamenti provenienti da grandi industriali. È sufficiente ricordare il supporto economico, logistico e spirituale garantito, nel bresciano, dai ‘re del tondino’ negli anni Settanta a giovani neofascisti (1), o i fiumi di soldi versati nelle casse del Msi di Almirante, di Leghe, di gruppuscoli della destra eversiva, da parte di industriali, albergatori, agrari e banchieri.</p>



<p>La massiccia rimozione ha mostrato i suoi frutti, coloriti e sani, nel 2008. I saettanti saluti romani che hanno accolto l’elezione a sindaco di Roma di Gianni Alemanno sono stati l’inizio, non di una resurrezione giacché solo chi muore può eventualmente risorgere, ma di una rivendicazione di spazio, chiesta a chi ha raccolto politicamente l’eredità dei massacratori del Ventennio. A un uomo che crede e sostiene essere la promulgazione delle leggi razziali l’unico errore di Mussolini; lo dicono anche calciatori, attori, lo si fa credere in programmi televisivi; lo sostiene La Russa, che ancora in una commemorazione è riuscito a celebrare la brigata Nembo. Salvo poi negare in maniera indiretta la stessa faticosa ammissione, chiedendo la repressione e la deportazione di extracomunitari ogni volta che qualcuno di loro viene coinvolto in un fatto di nera, e spingendo gli italiani all’odio, com’è strategia della Lega, facendo loro credere che la disoccupazione sia colpa dello straniero che gli porta via casa e lavoro.</p>



<p>Tuttavia i paragoni con il 1921 e gli anni Settanta sono impropri. Mentre allora il fascismo è stato usato per prendere il potere o come strumento di difesa da parte delle classi dominanti, oggi i gruppi neofascisti, come quelli di Fiore, della Mussolini, di Tilgher, di Adinolfi o di Romagnoli, esigono una legittimazione politica. E il guaio è che dal loro punto di vista hanno persino ragione a chiederla. Perché oggi il fascismo, seppure nella sua forma più moderna realizzata nel programma della P2 di Licio Gelli, seppure riuscendo ad apparire più velato dalle maglie di fasulle maschere democratiche, c’è! Permane e affligge ancora gli italiani, compresi quelli che credono di volerlo. È qui, presente, tra le righe della riforma della giustizia, nel pacchetto sicurezza, nella militarizzazione delle città, nella distribuzione di telecamere a ogni angolo, nella social card per i poveri; c’è nel consumismo, nell’analfabetismo di ritorno, nel liberismo protetto dei capitani d’industria e nel precariato in cui essi costringono la vita dei lavoratori, nella sottocultura politica degli italiani, nelle tante celebrazioni e nelle ricorrenze che sotto sotto mirano a salvaguardarne il retroterra culturale.</p>



<p>E quanto la rimozione sia stata conveniente alla sinistra quanto alla destra è testimoniato dai fatti della storia più recente. A Fini ha dato occasione di riciclare se stesso e di trasformare Alleanza nazionale da partito fascista a partito conservatore – ed essere così più presentabile in Europa – al semplice prezzo di un’abiura molto ambigua e un giorno della memoria; alla sinistra ha permesso di spennare la Resistenza, per bocca di Violante, fino a denudarla completamente di qualunque connotazione rivoluzionaria, occupare così uno spazio politico di centro e vendersi definitivamente ai poteri forti del capitale.</p>



<p>Ai capitani d’industria, ai banchieri, agli speculatori della finanza i quali oggi, dietro la plastica della mediazione politica democratica e del cosiddetto benessere creato dal consumismo, non hanno smesso di riprodurre, nel mercato del lavoro, condizioni di sfruttamento e di controllo che da sempre negano i tanto esaltati principi democratici. Le medesime sotto il fascismo e in democrazia. Tant’è che per queste persone le cose non sono mai cambiate, visto che di qualunque regime sono i finanziatori e i diretti responsabili di quanto accade alla popolazione. Cadono i dittatori, cadono i governi, eppure loro sono sempre lì, immobili e immortali.</p>



<p>Peccato, comunque. Sarebbe stata una bella sorpresa per gli italiani scoprire che gli uomini del duce non hanno ucciso solamente Giacomo Matteotti come per anni hanno fatto credere loro! Che colpo accorgersi d’un tratto che la guerra civile – che c’è stata, eccome – non l’hanno iniziata i partigiani nel 1943, bensì gli industriali e gli agrari nel ’21 per difendersi dai moti del biennio rosso, durante i quali i lavoratori, i proletari e i sottoproletari avevano rivendicato dei diritti davanti ai capitalisti che si erano vergognosamente arricchiti durante la grande guerra: sfruttando gli operai fino al midollo, producendo scarpe di cartone e divise di cotone per “i coraggiosi soldati italiani” (per dirla come La Russa) mandati a morire al fronte.<br>Già, ma poi il fattore economico rischierebbe di diventare parte integrante della storia. Allora, magari, sarebbe tutta un’altra storia.</p>



<p class="has-small-font-size">(1)<em> La sottile linea nera</em>, Mimmo Franzinelli, Rizzoli</p>
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