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	<title>globalizzazione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>globalizzazione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Epidemie di sistema</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/epidemie-di-sistema/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 19:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[I documenti del World Economic Forum. Dal 2015 con Ebola l’élite economica si prepara a gestire le epidemie per trarre profitto da una collaborazione pubblico/privato, ma le caratteristiche del Covid-19 l’hanno colta impreparata: la simulazione di Event 201 aveva sbagliato lo scenario e paga il just in time e l’incapacità politica. Consapevole che deforestazione, allevamenti intensivi e globalizzazione le favoriscono, con il Covid accelera l’organizzazione per gestire la prossima]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I documenti del World Economic Forum. Dal 2015 con Ebola l’élite economica si prepara a gestire le epidemie per trarre profitto da una collaborazione pubblico/privato, ma le caratteristiche del Covid-19 l’hanno colta impreparata: la simulazione di Event 201 aveva sbagliato lo scenario e paga il <em>just in time </em>e l’incapacità politica. Consapevole che deforestazione, allevamenti intensivi e globalizzazione le favoriscono, con il Covid accelera l’organizzazione per gestire la prossima</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">World Economic Forum, Global Health Security, gennaio 2019: “La quantità e la diversità degli eventi pandemici è aumentata nel corso degli ultimi trent’anni, una tendenza che si prevede si intensificherà. […] La globalizzazione ha reso il mondo più vulnerabile agli impatti sociali ed economici derivanti da focolai di malattie infettive. Una stima di potenziali pandemie per il 21° secolo ne quantifica il costo economico annuale in 60 miliardi di dollari. Un’altra stima misura il costo di una pandemia per influenza in 570 miliardi di dollari l’anno […] Gli economisti valutano che, nei prossimi decenni, le pandemie causeranno perdite economiche medie annue dello 0,7% del Pil globale – una minaccia di dimensioni simili a quella stimata per il cambiamento climatico. È un livello di rischio che le imprese non possono più permettersi di ignorare”.</p>



<p>Da questo documento non trascorrono nemmeno dodici mesi che sul pianeta si diffonde la pandemia di Covid-19. In realtà, il World Economic Forum (WEF), noto per l’annuale incontro a Davos, parla di “rischio epidemie” fin dal 2015. Tuttavia, ciò che emerge dalla lettura dei diversi documenti è che ben poco, nella pandemia di Covid-19, è andato come il grande capitale delle multinazionali ipotizzava, prevedeva, cercava di organizzare. Ne è stato travolto – checché ne dicano ipotesi complottiste varie circolanti in rete, nell’area politica di destra come di sinistra. Ciò non significa che non abbia l’obiettivo di gestire le future epidemie per trarne profitto, come vedremo, e che ora non stia cavalcando quella attuale per uscire da una crisi strutturale (1). </p>



<h4 class="wp-block-heading">Ebola, 2015</h4>



<p>Il “Managing the Risk and Impact of Future Epidemics: Options for Public-Private Cooperation” (2) del giugno 2015, analizza quanto accaduto durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale tra il 2013 e il 2015, per trarne ‘insegnamento’. La chiave di lettura è chiaramente quella capitalistica: “Le epidemie possono devastare le economie e minacciare i grandi investimenti delle multinazionali come quelli delle piccole imprese. Pertanto, mentre molte aziende sono costrette ad agire in base a un senso di responsabilità sociale d’impresa, per un numero crescente di società intervenire, proteggendo operazioni e mercati contro queste minacce, è anche un buon affare. Inoltre, poiché le epidemie possono oggi trasformarsi rapidamente in crisi globali, esse possono avere un impatto anche su quelle imprese che non operano direttamente nelle aree interessate”. Per quanto riguarda direttamente il caso di Ebola, “il focolaio ha innescato una serie di risposte innovative e flessibili di partnership tra imprese, società civile e realtà pubbliche […] che potranno essere applicate la prossima volta che il mondo si troverà ad affrontare un’epidemia del genere”. L’obiettivo dello studio è quindi di “contribuire allo sviluppo di potenziali modelli di cooperazione pubblico-privato per gestire in modo più efficace le future epidemie e anche ridurre il rischio del loro verificarsi”. Vedremo poi nei documenti del 2019 come l’obiettivo sia stato articolato in tutti i suoi aspetti, producendo proposte concrete, ma ciò che più colpisce nel paper del 2015 è un altro passaggio: “L’epidemia di Ebola in Africa occidentale ha rappresentato una sfida senza precedenti per la comunità internazionale, compreso il settore pubblico, le imprese e la società civile. A maggio 2015, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si sono registrati quasi 27.000 casi sospetti o confermati e oltre 11.000 decessi”. </p>



<p>Cinque anni fa, quindi, per quanto il WEF fosse ormai consapevole di quanto le epidemie fossero entrate nel novero degli eventi probabili – il <em>quando</em> era l’unica variabile sconosciuta – considerava i (risibili, se paragonati ai dati dell’epidemia di Covid-19) numeri di Ebola “una sfida senza precedenti”. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Event 201, 2019</h4>



<p>Veniamo al 2019. Già il Global Health Security sopra citato, a gennaio individuava gli ambiti nei quali le imprese dovevano agire, collaborando con il pubblico; ma è l’Event 201, del 18 ottobre 2019, a fornire le informazioni più dettagliate. Organizzato dal Johns Hopkins Center for Health Security, dal WEF e dalla Bill &amp; Melinda Gates Foundation, Event 201 è un esercizio virtuale che simula un’epidemia di un nuovo coronavirus, ipotizzando che prenda avvio “negli allevamenti di suini in Brasile, per poi diffondersi nei quartieri a basso reddito e densamente popolati di alcune delle megalopoli del Sud America ed essere infine esportata in aereo in Portogallo, Stati Uniti e Cina”; da lì, si suppone la totale perdita di controllo e il suo divenire pandemia. L’obiettivo dichiarato è sensibilizzare imprese private e governi sulla “necessità di una cooperazione globale pubblico-privata per mitigare gli impatti economici e sociali di gravi pandemie”. Segue un documento, “Public-Private Cooperation for Pandemic, Preparedness and Response. A Call to Action” (3), nel quale vengono sottoposte “ai leader del business globale, delle organizzazioni internazionali e dei governi nazionali” sette proposte per affrontare, appunto, un evento pandemico. Rimandiamo alla lettura integrale dello studio, qui preme evidenziare solo alcuni punti.</p>



<p>Chiaramente, si suggerisce una pianificazione pre-pandemia, che va da accordi con le imprese logistiche, essenziali per la distribuzione di qualsiasi merce, al potenziamento delle scorte di medicinali, agli investimenti nella ricerca medica legata ai vaccini, con un occhio anche alla necessaria revisione della normativa collegata – si suppone, velocizzazione della fase sperimentale, manleva sulle responsabilità ecc., quanto sta accadendo con il vaccino contro il Covid-19. Si sollecitano poi le grandi imprese a investire nella prevenzione, con una cooperazione pubblico-privata, perché “una grave pandemia interferirebbe notevolmente con la salute della forza lavoro, le operazioni commerciali e il movimento di beni e servizi, e un’epidemia di livello catastrofico potrebbe anche avere effetti profondi e duraturi su interi settori industriali”; si invitano infine varie istituzioni, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, ma anche governi e fondazioni, a studiare supporti finanziari di emergenza. </p>



<p>Fin qui, nulla di particolarmente rilevante nel momento in cui si assume la chiave di lettura degli estensori dello studio – e degli studi sopra citati – ossia la logica del capitalismo, declinata nell’ambito delle corporation. La lettura si fa interessante, per le riflessioni che apre, quando inizia a differire rispetto a ciò che è accaduto con la pandemia di Covid-19. </p>



<p>Sia il report del WEF del 2015 (4), che quello del 2019, che la <em>Call to action</em> dell’Event 201, sottolineano più volte un aspetto: produzione e soprattutto trasporti internazionali, di merci e di persone, non devono fermarsi. Mai. Globalizzazione e catene internazionali del valore non vanno bloccate. Anche di fronte a una pandemia globale. “La paura e l’incertezza sperimentate durante le passate epidemie, anche davanti a focolai limitati a livello nazionale o regionale, hanno a volte portato a misure ingiustificate sui confini, alla chiusura di aziende, a divieti all’importazione e alla cancellazione dei voli aerei e delle spedizioni internazionali. Una pandemia particolarmente rapida e letale potrebbe quindi portare a decisioni politiche per rallentare o fermare il movimento di persone e merci, decisioni potenzialmente dannose per le economie che già sono vulnerabili di fronte a un’epidemia. I ministeri della Sanità e le altre agenzie pubbliche devono collaborare con le agenzie internazionali, con le compagnie aeree globali e con le compagnie di trasporto marittimo globali, per sviluppare scenari di risposta realistici e avviare un processo di pianificazione di emergenza con l’obiettivo di mitigare i danni economici, mantenendo operativi viaggi e rotte commerciali su larga scala, anche durante una pandemia”. E ancora: “Gran parte del danno economico derivante da una pandemia è probabilmente dovuto a un comportamento controproducente di individui, aziende e Paesi. Per esempio, azioni che portano all’interruzione dei viaggi e del commercio o che cambiano il comportamento dei consumatori, possono danneggiare notevolmente le economie”. </p>



<p>Come ben sappiamo, con la prima ondata di Covid-19 è accaduto il contrario: fermo della produzione ‘non essenziale’, chiusura dei confini, blocco dei viaggi aerei, forte rallentamento del commercio internazionale. La classe dirigente politica di quasi tutti i Paesi, a Occidente come a Oriente, ha reagito esattamente come il capitale globale non voleva facesse. E il Pil mondiale è crollato. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Un diverso scenario </h4>



<p>Occorre evidenziare che lo scenario pandemico ipotizzato da Event 201 era molto diverso da quello che si è concretizzato con il Covid-19: l’esercizio virtuale si chiudeva a 18 mesi con 65 milioni di morti. La mortalità ipotizzata era dunque decisamente più alta di quella del virus Sars-Cov-2: a fine novembre, a 12 mesi dall’avvio dell’epidemia – se prendiamo come data di riferimento la comunicazione ufficiale della scoperta del primo caso di contagio in Cina – i morti conteggiati per Covid-19 sono 1,5 milioni a livello globale. </p>



<p>L’unico dato inserito nel report di Event 201 è relativo al tasso di mortalità delle persone positive ospedalizzate, ed era previsto al 14% di media, sui 18 mesi; è un dato che oggi è difficile avere per il Covid, a livello nazionale e ancora più globale. A ottobre è stato condotto in Usa un primo studio dalla Grossman School of Medicine della New York University su 5.000 ricoveri al NYU Langone Medical Center tra marzo e agosto: i pazienti esaminati avevano una probabilità del 25,6% di morire a marzo, diminuita man mano nei mesi seguenti fino ad arrivare al 7,6% di agosto. In ogni caso, a qualsiasi livello si posizionerà, a consuntivo, il tasso di mortalità del Covid-19, si può ragionevolmente affermare che a 65 milioni di morti non si arriverà.</p>



<p> In aggiunta, Event 201 prevedeva una curva costante di crescita dell’epidemia, senza andamenti esponenziali: “Come tutti i modelli di questo tipo, un presupposto fondamentale è che la traiettoria dell’epidemia rimanga continua. Nei focolai reali, la traiettoria è in costante cambiamento in risposta a una serie di fattori come il cambiamento del comportamento collettivo, che tendono a rallentare la crescita delle epidemie”. Rallentare, sicuramente, ma come abbiamo visto, anche impennare. </p>



<p>Probabilmente è per la concomitanza di queste due ipotesi – curva lineare e non picchi esponenziali e un tasso di mortalità molto più alto – che Event 201 non contemplava il problema della veloce saturazione dei posti letto negli ospedali, e quindi il rapido collasso del sistema sanitario in tutti i Paesi. Ed è infatti a causa di questo risvolto che i governi nazionali hanno chiuso commercio, fabbriche e uffici, ripristinato frontiere, fermato rotte internazionali, non dando quindi seguito ai suggerimenti contenuti nelle analisi del World Economic Forum; nonostante le pressioni contrarie del capitale, facilmente visibili anche in Italia nelle mosse di Confindustria e del suo quotidiano economico, Il Sole 24 ore. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La legge del contrappasso</h4>



<p><em>Just in time</em>. È uno dei cambiamenti prodotti dal neoliberismo. È un modello di gestione industriale che, nell’ottica di ridurre il più possibile i costi, elimina il concetto di ‘scorta’ e considera ‘spreco’ tutto ciò che in ‘quel momento’ non è utilizzato a livello ottimale: deve essere prodotto solo ciò che è necessario, nella quantità necessaria, nel momento in cui diviene necessario, ossia quando il cliente lo richiede. </p>



<p><em>Just in time</em> è divenuto anche il lavoro, e lo sappiamo bene: precariato, agenzie interinali e appalto di manodopera rispondono alla logica di poter utilizzare la forza lavoro a seconda delle necessità della curva produttiva, cali e picchi, al pari dell’acquisto di una materia prima. </p>



<p><em>Just in time</em> è la logica che si è andata progressivamente applicando anche alla spesa pubblica, colpita dai tagli: investimenti senza un chiaro ritorno immediato sono esclusi. Va da sé: attrezzare la sanità e implementare programmi di prevenzione per una minaccia aleatoria come un’epidemia, sono investimenti che non rispondono al modello <em>just in time</em>. “Non è pensabile lasciare stabilmente aperte tante terapie intensive, troppo costose, perché stabilmente abbiamo bisogno di altri tipi di interventi. Un posto letto in terapia intensiva costa 10.000 euro, contro i 1.000 di un normale posto.” Parole di Giampiero Russo, responsabile Epidemiologia della città metropolitana di Milano, al Sole 24 ore il 22 ottobre; ma che a pronunciarle sia stato Russo è un caso, avrebbe potuto dirle qualsiasi dirigente politico degli ultimi tre decenni. </p>



<p>È stata la classe dirigente economica che si confronta nel World Economic Forum e annualmente a Davos a spingere per il modello <em>just in time</em> anche nella sfera pubblica: se lo Stato esce dal welfare vi può entrare il capitale privato, e fare profitti. Soprattutto in settori a ‘domanda’ non elastica, come pensioni, scuola, sanità. Lo stesso capitale che ora, con il Covid-19 – e qui sta la legge del contrappasso – ne paga il prezzo. Come ormai noto a tutti, è stato infatti lo smantellamento del servizio sanitario pubblico, ospedaliero e territoriale, a far collassare rapidamente il sistema, saturare i posti letto, rendere ingestibile la curva epidemiologica e quindi far dichiarare i lockdown, prima sociali poi anche produttivi, fino a bloccare le catene internazionali del valore. Un approccio che ha caratterizzato tutti i Paesi, seppur a differenti livelli, perché la logica del <em>just in time</em> è divenuta dominante nel pensiero economico degli ultimi trent’anni. </p>



<p>Il WEF, nel 2015 e nel 2019, era ben consapevole dell’incapacità del welfare pubblico, ridotto a uno scheletro, di far fronte a un’epidemia, e per questo progettava la collaborazione pubblico/privato, con il risvolto di trarne anche profitti; ma il Covid-19 ha anticipato i tempi, è arrivato troppo presto, troppo contagioso, troppo dirompente, per potervi opporre una organizzazione. E in questo scenario, sul tavolo da gioco sono allora comparse anche le carte del consenso politico e dell’incompetenza. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Il consenso e l’incompetenza</h4>



<p>Event 201 evidenziava l’importanza della comunicazione e dell’informazione durante una pandemia. L’approccio ha una sua logica: nel momento in cui i cittadini devono essere disciplinati a rispettare determinati comportamenti ‘anti-contagio’ – dal più ‘lieve’, come indossare una mascherina, fino alle restrizioni della propria libertà sociale, politica e di movimento – l’adesione compatta si può ottenere solo con una mirata, martellante e univoca campagna mediatica di propaganda. E quindi “i governi e il settore privato dovrebbero assegnare una maggiore priorità a sviluppare le modalità per combattere la cattiva informazione e la disinformazione prima della prossima pandemia” si legge al punto 7 della <em>Call to Action</em> di Event 201. E ancora: “I governi dovranno collaborare con le aziende dei media tradizionali e dei social media per la ricerca e l’implementazione di agili approcci per contrastare la disinformazione. Ciò richiederà lo sviluppo della capacità di inondare i media con informazioni veloci, accurate e coerenti. Le autorità sanitarie pubbliche dovrebbero lavorare con i datori di lavoro privati e con leader di fiducia della comunità, come i leader religiosi (o come i personaggi dello spettacolo, vedi la campagna #iorestoacasa, <em>n.d.a.</em>), per divulgare informazioni concrete ai lavoratori e ai cittadini. […] Da parte loro, i media e le imprese dovrebbero impegnarsi a garantire che i messaggi autorevoli siano prioritari e che i falsi messaggi vengano soppressi, anche attraverso l’uso della tecnologia”. </p>



<p>La gestione mediatica dell’epidemia, nel caso italiano, è un aspetto su cui abbiamo già scritto (5). Quindi ci limitiamo a sottolineare come, anche uscendo dal Belpaese, imprese e governi abbiano seguito la strada suggerita dal WEF, che d’altra parte non è nuova: economia e politica si sono spesso unite nella gestione della propaganda, e non solo davanti a eventi storici. Non è un caso che i grandi media, reti televisive e quotidiani a maggiore diffusione, siano in mano al potere politico o a corporation o a realtà imprenditoriali/finanziarie; lo stesso vale per i social media, la cui proprietà fa capo ad aziende private, anche se sono meno controllabili nella dinamica top-down. </p>



<p>Tuttavia, se durante la prima ondata si è registrata la compattezza mediatica auspicata, tranne che per realtà marginali, non si può dire altrettanto per la seconda. Complice l’evidente incompetenza dalla classe politica a gestire le tre crisi: epidemica, economica, sociale. Sostenerla a un certo punto è diventato difficile anche per alcuni grandi media. Soprattutto nel momento in cui l’incompetenza ha iniziato a essere dannosa per lo stesso capitale, in quello che possiamo considerare un secondo contrappasso: a fianco di propri ‘tecnici’ portati a sedere direttamente nelle stanze dei ministeri, negli ultimi decenni l’élite economica ha sostenuto l’ascesa di una classe dirigente politica ignorante e incapace, perché maggiormente influenzabile e manovrabile; ora ne sta pagando il prezzo. Colpevolmente dimentica, oltretutto, di un aspetto cruciale: il politico vuole visibilità ed essere rieletto. Cerca quindi continuamente palcoscenici su cui esibirsi e il suo sguardo è costantemente rivolto ai sondaggi. È la ragione del balletto dei lockdown (sociali, poi economici, poi di nuovo sociali, poi il coprifuoco ecc.): un’altalena che non rappresenta certo progettualità, capacità e competenza ma il cercare di barcamenarsi tra consenso popolare ed esigenze del capitale, e include l’obiettivo di restare politicamente in sella evitando l’esplodere di proteste sociali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il cambio di paradigma che non ci sarà</h4>



<p>Il ricercatore brasiliano Allan Rodrigo de Campos Silva recensisce, a settembre 2020 (6), il libro di Rob Wallace <em>Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Influenza, Agribusiness, and the Nature of Science</em> (2016), che nella pubblicazione brasiliana contiene anche due testi inediti sull’epidemia di Covid-19. “Wallace risale all’epidemia di Ebola in Africa nel 2013” scrive de Campos Silva, “quando la deforestazione ha attirato popolazioni di pipistrelli, depositari naturali di vari virus, come l’Ebola, verso le piantagioni di palme, aumentando così l’interfaccia tra i lavoratori rurali e il potenziale vettore di contagio da Ebola. Contemporaneamente, la nascita di nuove periferie urbane in interfaccia con l’ambiente rurale ha garantito la fornitura costante di un gruppo di esseri umani sensibili. Da queste condizioni, una forte catena di trasmissione ha contribuito a sviluppare l’epidemia regionale di Ebola […] Utilizzando l’esempio di Ebola dell’Africa come spiegazione archetipica, l’autore aiuta a comprendere le dinamiche alla base di altre epidemie, come l’epidemia di influenza aviaria (H5N1) nel 2003, l’influenza suina (H1N1) nel 2009 e persino l’attuale pandemia di Covid-19. Tutte queste epidemie hanno in comune il fatto che compaiono ai confini dell’espansione dell’agribusiness, che distrugge interi sistemi forestali e aumenta l’interfaccia con vettori di trasmissione, facilitando così il cosiddetto spillover su popolazioni umane”. Quindi l’agribusiness, con il land grabbing, cancella aree forestali, zone umide e corsi d’acqua, eliminando le barriere ecologiche alla diffusione dei patogeni. </p>



<p>E ancora: “Uno dei fattori più problematici nella zootecnia industriale è legato al sistema genetico della monocoltura, che riduce la possibilità di variazione genetica tra gli animali, in grado di accumulare resistenza immunitaria a virus e batteri. Oggi, cinque aziende di allevamento controllano circa l’80% del pollame prodotto in tutto il mondo, fornendo polli da carne, galline ovaiole, tacchini e altro pollame, da una banca genetica unificata. La bassa variabilità genetica tra gli animali prodotti in regime di confinamento costituisce un rischio e una scommessa pericolosa per l’agroindustria stessa […] Il sistema è così critico che in molti casi vengono effettuati abbattimenti sacrificali di massa per prevenire un’epidemia incipiente in una regione o addirittura in tutto il pianeta. […] A partire dagli anni ‘90, la progressiva trasformazione neoliberista dell’economia della Cina ha modificato i paesaggi agroecologici del Paese in modo radicale. Tali trasformazioni rendono la produzione globalizzata, presente in tutto il sud-est della Cina, un epicentro per la produzione di nuovi agenti patogeni. Un percorso che il Brasile sta imitando”.</p>



<p>La consapevolezza del capitale globalizzato su questo aspetto è totale, ma non c’è alcuna volontà di cambiamento sistemico. Il Global Health Security di gennaio 2019 inseriva la “deforestazione” tra le cause che aumentano il rischio di epidemie nel XXI secolo, accanto alle dinamiche della globalizzazione. Lo scenario di Event 201 ipotizzava che la prima trasmissione del virus avvenisse negli allevamenti intensivi di suini in Brasile. Tuttavia: “I focolai di malattie infettive sono<em> inevitabili</em>, ma il danno economico che causano non lo è”, ha dichiarato Ryan Morhard, responsabile del Global Health Security del World Economic Forum, in occasione di Event 201. Dall’epidemia di Ebola, nel 2015, il capitale si prepara a <em>gestire</em> le epidemie causate dal sistema produttivo, <em>just in time</em> compreso, non a cercare di eliminarle. Strutturandosi per non dover conteggiare eccessive perdite economiche e anche per trarne profitto: collaborazione pubblico/privato nell’emergenza, utilizzo di denaro pubblico per uscire dalla crisi che esso stesso ha creato, implementazione di nuovi modelli sociali e lavorativi (digitalizzazione, controllo, big data&#8230;).</p>



<p>Il Covid-19 è un’epidemia di sistema. Come le precedenti del XXI secolo. E non illudiamoci che sarà l’ultima. Ha colto il capitalismo impreparato, ma sicuramente accelererà l’organizzazione per gestire la prossima, sotto l’aspetto sia politico, che mediatico, che economico. Chi a sinistra ha fatto dell’ambientalismo la sua prima battaglia, dovrebbe decisamente allargare lo sguardo: quello relativo alle emissioni atmosferiche è un cambiamento strutturale che il capitalismo attuale si è, per quanto lentamente, già preparato a fare – investimenti energetici, modifica delle linee produttive ecc. Mentre separiamo i rifiuti, eliminiamo le bottiglie di plastica, andiamo in bicicletta e ci accingiamo a guidare auto elettriche, prendiamo coscienza del fatto che se l’ambientalismo non è anche lotta contro il sistema capitalistico e la globalizzazione, ne sta facendo il gioco.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-cavalcare-la-tigre-guardare-il-dito-e-non-la-luna/" data-type="post" data-id="3007" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Covid-19. Cavalcare la tigre. Guardare il dito e non la luna</a></em>, Paginauno n. 68/2020</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.weforum.org/reports/managing-risk-and-impact-future-epidemics-options-public-private-cooperation" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.weforum.org/reports/managing-risk-and-impact-future-epidemics-options-public-private-cooperation</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a href="https://www.centerforhealthsecurity.org/event201/event201-resources/200117-PublicPrivatePandemicCalltoAction.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.centerforhealthsecurity.org/event201/event201-resources/200117-PublicPrivatePandemicCalltoAction.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Nel documento, in aggiunta, si sottolinea come durante l’epidemia di Ebola “in Sierra Leone, il Gruppo di Mobilitazione per Ebola del Settore Privato (Ebola Private Sector Mobilization Group, EPSMG) ha fatto pressione, con successo, per tenere aperti i porti nazionali, e questo ha permesso di continuare l’attività economica e di rispondere alle forniture”, <em>Managing the Risk and Impact of Future Epidemics: Options for Public-Private Cooperation</em>, WEF, 4 giugno 2015 </p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" data-type="post" data-id="3273" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Covid-19. Lockdown</em></a>, Paginauno n. 67/2020</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Allan Rodrigo de Campos Silva, Università di Campinas, San Paolo, Brasile &#8211; Revista NERA, v. 23, n. 55, p. 427-431, settembre-dicembre 2020 <a rel="noreferrer noopener" href="https://revista.fct.unesp.br/index.php/nera/article/download/7712/5810" target="_blank">https://revista.fct.unesp.br/index.php/nera/article/download/7712/5810</a> </p>



<p></p>
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		<title>Vento dall&#8217;Est. La nuova Via della Seta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/vento-dallest-la-nuova-via-della-seta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 17:07:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[via della seta]]></category>
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					<description><![CDATA[Le ragioni economiche che spingono la strategia cinese, gli obiettivi, la struttura finanziaria che la sostiene, i rischi della ‘trappola del debito’ in cui già sono caduti alcuni Paesi: la Cina ridisegna il modello di globalizzazione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-62-aprile-maggio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 62, aprile &#8211; maggio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le ragioni economiche che spingono la strategia cinese, gli obiettivi, la struttura finanziaria che la sostiene, i rischi della ‘trappola del debito’ in cui già sono caduti alcuni Paesi: la Cina ridisegna il modello di globalizzazione</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente cinese XI Jinping hanno firmato a Roma il 23 marzo scorso un importante Memorandum d’intesa tra Italia e Cina sulla&nbsp;<em>Belt and Road Initiative</em>&nbsp;(BRI), un enorme programma di investimenti cinesi in infrastrutture lungo la cosiddetta Via della Seta: una definizione che comprende diverse antiche rotte commerciali, terrestri, marittime e fluviali di circa 8.000 chilometri, lungo le quali fin dai tempi di Erodoto si sono snodati gli scambi culturali e commerciali tra Oriente e Occidente. La firma del Memorandum ha reso la visita di Xi particolarmente attesa e rilevante.</p>



<p>I media ne hanno ampiamente seguito la cronaca e discusso, per la magnitudine del progetto – in termini di portata economica e di durata temporale – ma soprattutto perché l’Italia è il primo Paese del G7 a partecipare ufficialmente alla BRI, e questa partnership potrebbe modificare la politica estera e mettere in crisi la storica alleanza con gli Stati Uniti – lasceremo da parte in questa analisi la questione della rete 5G perché articolata e meriterebbe un articolo a sé.</p>



<h4 class="wp-block-heading">One Belt One Road</h4>



<p>Nel settembre del 2013 Xi Jinping ha tenuto un discorso in Kazakistan, all’università di Nazarbaev, dal titolo suggestivo: “Promuovere l’amicizia fra i nostri popoli e lavorare insieme per creare un luminoso futuro” (1). Vi sottolineava che “per forgiare legami economici più stretti, migliorare il livello di cooperazione ed espandere lo spazio di sviluppo nella regione euroasiatica, dovremmo scegliere un approccio innovativo e unire gli sforzi per costruire una cintura economica lungo la Via della Seta. Potremmo iniziare con investimenti in singole aree e congiungerle nel tempo per connettere l’intera regione”.</p>



<p>Il mese successivo, in occasione del meeting dei leader dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation, un organismo nato nel 1989 per favorire la cooperazione economica nelle aree del sud-est asiatico e dell’Oceania), Xi ha rimarcato come la regione ha costituito un importante snodo nelle rotte marittime della Via della Seta fin dai tempi antichi, e che la Cina intendeva approfondire il livello di cooperazione con l’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) utilizzando fondi messi a disposizione a questo scopo per stabilire una solida partnership in vista della costruzione di una nuova Via marittima della Seta (2).</p>



<p>Oggi il progetto strategico di sviluppo del governo cinese, i cui connotati si sono delineati negli anni seguenti (e stanno tuttora definendosi) si configura come un piano di investimenti in infrastrutture che coinvolge 152 Paesi e organizzazioni disseminati fra l’Europa, l’Asia, il Medio Oriente, l’America latina e l’Africa.</p>



<p>La BRI è formata da due componenti distinte, la&nbsp;<em>Silk Road Economic Belt</em>, cui fanno capo gli investimenti in infrastrutture lungo le strade dell’antica Via della Seta, per collegare la Cina all’Asia centrale e all’Europa via terra; e la&nbsp;<em>Maritime Silk Road</em>, che comprende invece gli investimenti necessari a ricostruire e potenziare le infrastrutture lungo le rotte marittime che connettono il sud-est asiatico con i Paesi del Golfo, il Nord Africa e l’Europa. Sono stati inoltre progettati sei ulteriori corridoi economici per connettere alla Belt and Road alcuni Paesi che non erano in origine attraversati dalla Via della Seta, ma considerati strategici dal governo cinese, co-me il Venezuela e l’Australia.</p>



<p>La BRI si configura dunque come un network omnicomprensivo nei settori dei trasposti e delle comunicazioni, composto da ferrovie, autostrade, porti, rotte aeree e marittime, oleodotti, gasdotti e linee elettriche (vedi Figura 1), che dovrebbe funzionare da catalizzatore per grandi cluster industriali, le cui attività si allargherebbero a macchia d’olio nei settori delle costruzioni, della metallurgia, dell’energia, della finanza, delle comunicazioni, della logistica e del turismo, creando un corridoio economico integrato che collegherà il sud-est asiatico (“il motore economico del mondo”) con l’Europa, creando nuove opportunità di crescita e conducendo alla formazione di nuove aree commerciali nell’aria dell’est, dell’ovest e del sud dell’Asia. I Paesi coinvolti dall’iniziativa, secondo la Banca mondiale, costituiscono nel complesso oltre il 30% del Pil globale, il 62% della popolazione e il 75% delle riserve di energia a oggi conosciute (3). Le cifre di cui parla il governo cinese sono impressionanti: 3 bilioni (tre milioni di milioni) di dollari complessivi, di cui circa 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2026 (4), il che rende la BRI la più importante strategia di sviluppo mai concepita.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="495" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-24.jpg" alt="" class="wp-image-2095" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-24.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-24-300x248.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>Il denaro verrà erogato da banche sostenute dal governo centrale cinese, da imprese statali cinesi e da alcune amministrazioni locali cinesi, cui sono stati attribuite quote del Fondo costituito appositamente per l’implementazione dell’iniziativa e che si stanno impegnando attivamente per reperire progetti da finanziare. Ma il&nbsp;<em>leading player</em>&nbsp;è senza dubbio rappresentato dalla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la risposta cinese alla Banca mondiale, inaugurata nel gennaio del 2016 dalla Cina (che fa la parte del leone con una quota compresa fra un terzo e la metà dei finanziamenti erogati) insieme ad altri 57 Paesi, e che ha il suo quartier generale a Pechino (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">We have a dream</h4>



<p>Wang Yiwei è un accademico di fama internazionale: è titolare della cattedra Jean Monet, professore alla School of International Studies e senior fellow al Chongyang Institute for Financial Studies della Renmin University of China (RDCY, inaugurato nel gennaio 2013 e istituito grazie a una donazione di 200 milioni di dollari dall’attuale presidente del Shanghai Chongyang Investment Group, Qiu Guogen, un ex alunno della Renmin University); Wang Yiwei si può considerare un intellettuale organico al governo cinese, nonché uno dei più ferventi estimatori della BRI. Nel suo articolo intitolato <em>China’s New Silk Road: a case study in EU-China relations</em> (6), pubblicato dall’ISPI nel 2015 all’interno del rapporto <em>Xi’s policy gambles: the bumpy road ahead</em>, Wang Yiwei descrive dettagliatamente il punto di vista cinese sull’enorme opportunità che la BRI costituirebbe per il Vecchio continente, e mette in atto un tentativo di seduzione senza precedenti: più che un corteggiamento, potremmo definirlo un adescamento (sebbene di gran classe).</p>



<p>La Cina non è la sola nazione ad aver pensato a una rinascita della Via della Seta, scrive Wang Yiwei: proposte in questo senso sono state avanzate dal Giappone nel 1998 limitatamente all’Asia centrale, dagli USA nel 2011 per l’Asia meridionale e centrale (TPP), dall’India nel 2014 per ristabilire i legami storici con i Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano e da altri Paesi come il Kazakistan e la Corea. Tuttavia, sottolinea l’accademico, la portata economica e diplomatica di questi programmi non sarebbe paragonabile al sogno cinese di promuovere la creazione di “una comunità orientata allo sviluppo cementata da un unico destino”.</p>



<p>La BRI sarebbe superiore sotto tutti gli aspetti anche all’antica Via della Seta: dal punto di vista geografico, perché raggiungerebbe Mosca a nord, i Paesi del Pacifico meridionale a sud, l’America Latina a est e la Germania a ovest; dal punto di vista infrastrutturale, perché non si tratterebbe più di una rotta per il commercio ma di una interconnessione spaziale, economica e culturale complessiva a misura del XXI secolo; e infine dal punto di vista del significato, perché l’antica Via della Seta era stata creata per permettere all’Europa di arrivare in Cina ed esportarne i prodotti, mentre oggi è la Cina che spalanca le sue porte al mondo, in una nuova strategia di apertura “a tutto tondo” verso l’Occidente.</p>



<p>L’obiettivo della BRI è ridisegnare il modello di globalizzazione attuale e promuovere la nascita di un nuovo ordine economico, spostando verso Est l’epicentro dell’egemonia mondiale, attraverso la costituzione di un enorme mercato euroasiatico libero da dazi doganali, l’Eurasian Continental Free Trade Area. Nella grandiosa – e poetica, a modo suo – visione cinese, la BRI rappresenta le ali che faranno decollare l’economia asiatica, ali necessarie affinché i futuri partner mettano da parte le proprie personali preoccupazioni strategiche in nome dello sviluppo: “When economic development is concerned it is easier to achieve a win-win situation without causing excessive strategic concerns”.</p>



<p>C’è una trasparenza, quasi una&nbsp;<em>naivet</em>é nella narrazione cinese che lascia di stucco: quando in gioco ci sono i soldi, tanti, tantissimi soldi – dicono i cinesi – è più facile raggiungere soluzioni che facciano contenti tutti. “Le potenze extraterritoriali come la Russia, gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone non verranno escluse ma tollerate, per enfatizzare lo spirito di cooperazione internazionale e le caratteristiche di pubblica utilità, di modo che [la BRI] non rappresenti una strategia unilaterale cinese. Davvero il progetto One Belt One Road sta mettendo in pratica alla lettera l’idea che il sogno della Cina è lo stesso sogno di una vita migliore comune a tutte le genti del mondo”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il piano Marshall</h4>



<p>Nonostante la millantata universalità del progetto, è evidente e inevitabile che il tentativo di riformare l’ordine mondiale non può piacere a tutti, e in particolare alle nazioni che hanno costruito la loro prosperità sulla situazione geopolitica attuale, Stati Uniti in primis. Ma la Cina vuole chiarire subito alla Ue che qui non si tratta di cambiare squadra, si tratta di cambiare gioco. Dice Wang Yiwei: anche gli USA, alla fine della seconda guerra mondiale, hanno teso una mano all’Europa con il Piano Marshall, per fornire aiuti finanziari alle nazioni devastate dal conflitto, partecipare alla ricostruzione europea ed evitare i default nazionali, ma hanno subito approfittato della propria posizione di superiorità economica per imporre le regole di Bretton Woods, e ciò ha permesso loro di diventare i principali beneficiari del piano di aiuti.</p>



<p>E se è vero che la Cina attuale, come gli USA del dopoguerra, desidera rilanciare la propria immagine globale e la propria influenza, continua Wang Yiwei, ciò non deve avvenire a scapito delle sorti dei propri partner: la BRI non è stata pensata come un piano unilaterale ma come una strategia di sviluppo inclusivo (<em>inclusive development</em>), ragion per cui a tutti i partecipanti sono assicurati miglioramenti economici, stabilità finanziaria e benessere sociale. Inoltre, sottolinea Wang Yiwei, il governo cinese non ha nessun interesse nel condizionare politicamente i propri alleati nel progetto, come invece ha fatto l’America nel dopoguerra con il piano Marshall, allo scopo di contenere il blocco sovietico e la crescita dei partiti comunisti nazionali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Transcending the West and discovering the world</h4>



<p>In sostanza, dice Wang Yiwei, One Belt One Road rappresenta per l’Europa la possibilità di andare oltre la vecchia alleanza a Ovest e di riscoprire il mondo, con innumerevoli vantaggi, primo fra tutti quello di ristabilire il proprio primato culturale. Storicamente, il continente euroasiatico – le cui due grandi civiltà, quella occidentale e quella orientale, erano collegate proprio dalla Via della Seta – ha rappresentato il cuore della civilizzazione mondiale, e così è stato fi-no alla nascita dell’Impero Ottomano. Oggi, l’Europa si confronta con l’opportunità unica di ritornare al centro del mondo, realizzando il sogno dell’Eurasia, quella che Halford Mackinder (il fondatore della geopolitica) chiamava <em>the world island</em>, la cui integrazione riporterebbe gli Stati Uniti (<em>the isolated island</em>) in posizione marginale, ristabilendo l’antico ordine mondiale e gli antichi splendori. Per usare le parole di Wang Yiwei, “l’Europa dovrebbe cogliere al volo questa seconda possibilità di realizzare il proprio sogno, che è complementare al sogno cinese e viene da esso rafforzato”.</p>



<p>Inoltre, alla Cina sembra ormai evidente che l’Europa non riuscirà a portare a termine il proprio percorso di integrazione se la prospettiva rimarrà quella attuale. La BRI, invece, trasformerà l’Europa centrale e orientale (in particolare la Polonia, la Grecia, i Balcani e l’Ungheria) nel nuovo portale europeo cinese, e favorirà la pacificazione con la Russia, di importanza fondamentale per la stabilità del Vecchio continente.</p>



<p>Last but not least, il governo cinese fa brillare davanti agli occhi di questa Europa dilaniata politicamente ed economicamente impoverita un nuovo sogno coloniale: i Paesi dell’Africa occidentale, dell’Oceano indiano e dell’Asia centrale avrebbero infatti bisogno dell’esperienza europea e delle sue pratiche di governance, scrive Wang Yiwei. Sotto l’egida della BRI vi saranno numerose opportunità per la Cina e la Ue di uno “sviluppo collaborativo” (<em>cooperatively develop</em>) in questi nuovi mercati. “L’esperienza, gli standard, l’influenza storica e culturale dell’Europa sono considerati dalla Cina di grande valore. One Belt One Road promuove lo spirito della Via della Seta, cioè la solidarietà, la fiducia reciproca, l’uguaglianza e i benefici comuni, la tolleranza, la possibilità di imparare gli uni dagli altri e la collaborazione<em>&nbsp;win-win</em>. Quando questo spirito si connetterà con lo spirito dell’Europa ed entrerà in risonanza con la potenza normativa della Ue, l’influenza cino-europea aumenterà in modo significativo”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il<em> regulatory capitalism</em> e il modello cinese</h4>



<p>Si comprende ora come quella dichiarata dagli Stati Uniti alla Cina dall’Amministrazione Trump (e da Obama prima di lui) sia ben di più di una guerra commerciale: quel che c’è in gioco è la leadership del capitalismo globale, e gli USA non possono permettersi di perderla. Cosa avverrebbe del debito americano se una nuova potente alleanza asiatica, o addirittura un colosso eurasiatico, sfidasse la supremazia del dollaro?</p>



<p>E se perdesse i suoi accessi privilegiati alle materie prime? Dietro il gigantesco piano di investimenti in infrastrutture traspare la volontà egemonica della Cina, che dal commercio e dalla finanza si dilaterebbe inevitabilmente alla sfera politica e militare. Per questa ragione gli Stati Uniti non hanno partecipato al capitale della AIIB, cogliendo immediatamente nella nuova istituzione la sfida all’architettura nata nel 1944 a Bretton Woods. Obama, in verità, aveva anticipato le mosse cinesi quando, nel 2011, aveva ideato e promosso il TPP (Trans-Pacific Partnership), un trattato di partnership commerciale nel sud-est asiatico per il contenimento dell’influenza cinese che purtroppo (per gli USA) non ha mai visto la luce.</p>



<p>Richard B. Stewart insegna legge alla New York University ed è uno dei maggiori esperti mondiali sui trattati internazionali mega-regionali per la regolamentazione del commercio e degli investimenti. Nel suo articolo&nbsp;<em>TPP’s Regulatory Capitalism and China’s Belt and Road Challenges&nbsp;</em>(7) afferma che la decisione del Presidente Trump di non firmare la nuova versione del TPP, il TPP-11 (firmato da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), incoraggerà la Cina a respingere attivamente il modello di regulatory capitalism – quello di una politica economica globale basata su regole amministrative che non dipendono dal sistema legislativo o giudiziario – su cui si sono fondati gli ultimi quarant’anni di preminenza globale americana.</p>



<p>La domanda che incombe sul futuro del sistema economico mondiale è dunque quali passi istituzionali e legali la Cina intraprenderà per trarre vantaggio dai suoi investimenti in infrastrutture nella Belt and Road Initiative. È probabile che assicurerà un accesso preferenziale alle aziende cinesi nei Paesi che ospiteranno la nuova Via della Seta, e che svilupperà un sistema collegato di leggi e accordi governativi per spingere il gioco in favore dei propri interessi. Per esempio Pechino sembra decisa a istituire tribunali speciali e poli arbitrali all’interno del suo territorio, deputati a risolvere le dispute transnazionali collegate alla BRI, con l’obiettivo di gestire i contrasti in istituzioni controllate dal governo cinese piuttosto che nelle sedi stabilite dal sistema internazionale.</p>



<p>Ma, dopotutto, l’Europa (o meglio, i Paesi in cui il sogno europeo si è trasformato in un incubo, come l’Italia) potrebbe dire: che importa. Gli Stati Uniti hanno sfruttato per decenni la loro rendita di posizione, come dice Wang Yiwei e forse, insieme alla Cina, potremmo tornare a&nbsp;<em>contare</em>&nbsp;qualcosa. E, anche se così non fosse, i finanziamenti di Pechino piovono su magre finanze e, vista la gabbia imposta nell’eurozona ai finanziamenti pubblici, dove altro potremmo trovare il denaro per gli investimenti in infrastrutture o in ricerca, o per ridare slancio all’occupazione?</p>



<h4 class="wp-block-heading">I rischi della partnership</h4>



<p>La Banca Mondiale (Bm), da parte sua, pur non potendo negare la magnitudo dell’iniziativa, pone l’accento sui rischi della partecipazione al progetto (8): richiederà ai Paesi ospitanti di stabilire nuove regole e riforme istituzionali, afferma, e alcune delle infrastrutture progettate dalla BRI potrebbero essere difficili da implementare e creare problemi di sostenibilità fiscale, impatto ambientale o rischi sociali. Anche la riduzione dei dazi potrebbe comportare uno shock economico e rendere necessarie politiche di aggiustamento. Infine, conclude la Banca mondiale, per realizzare le opportunità di crescita e di riduzione della povertà offerte dalla BRI bisognerebbe creare le adeguate condizioni macroeconomiche e le istituzioni di supporto necessarie, e in ogni caso i partner dovrebbero essere consapevoli che i risultati varieranno sia da Paese a Paese che all’interno dei gruppi sociali nazionali sulla base delle condizioni di partenza e delle politiche messe in atto.</p>



<p>Il punto è che la Banca mondiale è parte in causa: l’Asian Infrastructure Investment Bank creata dalla Cina rischia di intaccare la sua egemonia finanziaria, e nella Bm gli Stati Uniti detengono una quota di capitale, e quindi di voto, significativamente maggiore rispetto a tutti gli altri Paesi membri dell’istituzione (9). Ciò non toglie, tuttavia, che accettare l’invito cinese potrebbe avere risvolti negativi, che qualche partnership sta già rivelando.</p>



<p>Per comprendere come ciò sia possibile, bisogna tornare indietro, alle ragioni che hanno spinto Pechino ad adottare una strategia di sviluppo di questo tipo. A partire dal 2012 il governo cinese ha iniziato a promuovere un obiettivo di crescita più contenuto rispetto al passato, pari al 6,5%, definendo il nuovo target&nbsp;<em>new normal</em>. Tale riduzione, si diceva, avrebbe permesso di aumentare la stabilità e riorientare le risorse verso l’interno, migliorando le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini cinesi.</p>



<p>Tuttavia, in contrasto con le dichiarazioni pubbliche, lo Stato ha continuato a perseguire alti tassi di crescita, finanziando una massiccia urbanizzazione che ha creato un vero e proprio boom nel settore delle costruzioni. Sono state edificate strade, ferrovie, aeroporti, centri residenziali e commerciali (che hanno dato vita a delle vere e proprie città fantasma, data l’impossibilità della domanda interna di assorbire l’eccesso di offerta), e l’espansione è stata finanziata con una rapida crescita del debito (10).</p>



<p>In particolare a impennarsi è stato l’indebitamento delle aziende (vedi Grafico 2), ma anche quello delle amministrazioni locali e delle famiglie è cresciuto in modo consistente. Un importante effetto collaterale del boom immobiliare è stato che le imprese, per far fronte ai piani del governo, hanno dovuto aumentare la scala di produzione, il che ha dato origine a gravi problemi di sovracapacità. Xin Zhang della East China Normal University of Shangai (11) sottolinea che i nove settori tradizionali dell’economia cinese (acciaio, cemento, vetro, alluminio, carbone, costruzioni navali, energia solare, energia eolica e petrolchimico) sono quelli che più risentono dell’eccesso di capacità produttiva e sono tutti collegati all’energia, alle grandi opere infrastrutturali e all’edilizia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1.jpg" alt="" class="wp-image-1062" width="454" height="352" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1-300x233.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/viadellaseta3-1-600x465.jpg 600w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></figure></div>



<h4 class="wp-block-heading">Il bisogno di una nuova strategia</h4>



<p>Tale situazione ha iniziato a spingere bruscamente verso il basso i tassi di rendimento, come numerose ricerche condotte in Cina e all’estero hanno dimostrato. Dal 2015, lo spettro della fuga di capitali ha iniziato ad aggirarsi nell’economia cinese, al punto che la Banca centrale ha dovuto bruciare 1 bilione delle sue riserve valutarie per difendere il tasso di cambio dello yuan. Di conseguenza, è diventato sempre più improbabile che Pechino riuscisse a stabilizzare la crescita mantenendo la vecchia strategia di sviluppo: di qui la necessità di cambiare strada.</p>



<p>La BRI rappresenterebbe dunque il tentativo da parte del governo cinese di risolvere i problemi di sovracapacità produttiva, surplus di capitale, minori opportunità di investimento, debito in crescita e diminuzione dei rendimenti attraverso l’espansione geografica delle attività e dei processi economici. Il punto è che i famosi investimenti di cui si compone la BRI sono in sostanza prestiti concessi dalle banche di sviluppo cinesi a Paesi terzi e, come ogni altro prestito, vanno ripagati con gli interessi, a prescindere dai risultati economici ottenuti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La trappola del debito</h4>



<p>L’autostrada Bar-Boljare in Montenero ne è un esempio. L’opera è stata costruita dalla China Road and Bridge Corporation (CRBC) con un prestito di 809 milioni di euro erogato dalla Exim Bank of China (12). Il Fondo monetario internazionale (FMI) – altra parte in causa come la Banca mondiale e per le medesime ragioni sopra riportate, su questo non c’è dubbio e occorre tenerne conto nell’analisi delle sue valutazioni – afferma che, senza la costruzione dell’autostrada, il debito del Montenero sarebbe sceso al 59% del Pil invece di toccare il 78%, come è avvenuto nel 2019, e la prosecuzione dei lavori metterà ulteriormente a rischio la sostenibilità del debito.</p>



<p>Questo è il caso tipico di molti progetti finanziati dalla BRI: le infrastrutture sono edificate da compagnie statali cinesi, utilizzando per lo più lavoratori e materiali cinesi (su cui Pechino impone non vengano applicati Iva o dazi), con una banca di sviluppo cinese a cui il Paese ospite deve ripagare capitale e interessi, e alla fine al partner potrebbe non restare nemmeno la possibilità di sfruttare commercialmente l’opera.</p>



<p>Emblematica è stata la vicenda dello Sri Lanka, il cui governo è stato costretto a cedere la gestione del porto strategico di Hambantota alla Cina con un contratto di 99 anni per non essere riuscito a ripagare il debito di 8 miliardi di dollari sottoscritto con le società cinesi. Anche le nazioni africane, che hanno visto una rapida espansione dell’attività industriale cinese sotto l’egida della BRI, sono esposte a grandi rischi in termini di sostenibilità dei deficit: le economie dei Paesi ricchi di risorse naturali, infatti, sono esposte più di ogni altre alle fluttuazione dei prezzi delle materie prime.</p>



<p>Quando le quotazioni scendono le entrate nazionali si comprimono e i tassi di cambio precipitano, rendendo sempre più difficile ripagare i prestiti contratti con i Paesi stranieri. La Tanzania ha dovuto sospendere nel 2016 la costruzione del porto di Bagamoyo, uno dei progetti della BRI, per mancanza di fondi. Il porto era in origine un investimento congiunto fra la Tanzania e la China Merchants Holding, ma il Paese ha dovuto cedere le sue quote al socio cinese, perdendo così, insieme alla proprietà, anche tutti i diritti di sfruttamento dell’infrastruttura. Dopo queste vicende alcuni Paesi, fra cui la Malesia (che lo scorso agosto ha annullato la costruzione della East Coast Rail Link, del valore di 20 miliardi di dollari, e di due gasdotti del valore di 2,3 miliardi [13]), stanno cancellando o riducendo i propri impegni nella BRI. Ma il caso più delicato, soprattutto per le possibili ripercussioni internazionali, è quello del Pakistan.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il CPEC</h4>



<p>China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), descritto mirabilmente dal si-to del governo come “a journey towards economic regionalization in the globalized world”, “a hope of better region of the future with peace, development and growth of economy” (14) è rappresentato da una serie di infrastrutture in via di costruzione (autostrade, ferrovie, condotte energetiche) per collegare il Porto di Gwadar in Pakistan con la regione cinese dello Xinjiang. Il corridoio è considerato essenziale per le relazioni Cina-Pakistan, sarà lungo 2.700 km e il suo costo è lievitato nel 2017 dai 46 miliardi di dollari iniziali a 62 miliardi.</p>



<p>Il progetto è stato presentato dal governo di Islamabad, perciò l’onere di ripagare il prestito grava sulle spalle del Pakistan, mentre le aziende appaltatrici, così come le attrezzature, i materiali da costruzione e la forza lavoro, e soprattutto gli investitori, cioè le banche che finanziano l’operazione (principalmente la Exim Bank Of China e la China Development Bank) saranno cinesi (15). Il capitale necessario alla costruzione delle infrastrutture di trasporto verrà erogato dalla Cina sotto forma di prestiti a tassi che vanno dal 2 al 5,2%, mentre per quanto riguarda gli investimenti energetici (la parte più sostanziosa dell’accordo) la situazione è più complessa, perché si tratterebbe di una forma particolare di FDI (Foreign Direct Investments, cioè investimenti diretti dall’estero).</p>



<p>Normalmente i FDI sono altamente desiderabili perché assicurano l’ingresso di valuta straniera e aiutano a stabilizzare l’economia, ma in questo caso la situazione è praticamente rovesciata: le grandi banche d’investimento cinesi finanzieranno imprese di costruzione cinesi affinché investano nella costruzione di pipeline in Pakistan; il denaro verrà speso per comprare materiale cinese e per pagare manodopera cinese; in cambio degli investimenti nel settore energetico pakistano le aziende investitrici cinesi otterranno una quota dei profitti sotto forma di dividendi in dollari. Inoltre il governo pakistano si è legalmente vincolato ad assicurare agli investitori cinesi la disponibilità di riserve in dollari affinché questi possano ripagare i prestiti ottenuti dalle banche cinesi.</p>



<p>Il Paese, che già soffre di una carenza di riserve nella moneta statunitense, si trova perciò a dover riversare fiumi di valuta pregiata nell’economia cinese, bussando (come già sta facendo) alle porte del FMI, della Banca mondiale e dell’Arabia Saudita per e-vitare la bancarotta. E cosa avverrà nel 2037-38 se Islamabad, alla scadenza dei prestiti per il CPEC e nel momento in cui dovrà pagare i dividendi agli investitori cinesi, non avesse le necessarie riserve in dollari e dovesse dichiarare il default?</p>



<p>Infine, ciliegina sulla torta, l’accordo per il CPEC prevede anche che il Pakistan rinunci a tassare i 4,42 miliardi di dollari di profitti maturati dalle banche cinesi sui prestiti commerciali erogati, perdendo un piccolo patrimonio in entrate fiscali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Il capitale deve generare profitti, questa è la regola d’oro del capitalismo, e dopo trent’anni di crescita a tassi altissimi sia lo Stato che i capitalisti privati cinesi hanno accumulato somme incredibili. Per esempio, le riserve di valuta straniera cinesi che erano pari a soli 2.262 milioni di dollari nel dicembre del 1980 hanno toccato nel giugno 2014 la cifra record di 3.993.212 milioni di dollari (16).</p>



<p>La Cina porta avanti la BRI essenzialmente per accedere a nuovi mercati; favorire i propri investimenti; assicurarsi la fornitura di cibo, risorse ed energia; esportare prodotti e servizi; rafforzare il ruolo di valuta globale della propria moneta; incrementare la propria influenza. Tutte operazioni che prima della Cina hanno attuato e tuttora implementano i Paesi occidentali, Stati Uniti e nazioni europee, attraverso varie modalità, dal colonialismo al Piano Marshall al sistema FMI-Banca mondiale: il capitalismo sempre alle stesse regole risponde, a Est come a Ovest. Nel prendere le decisioni, si tratta di esserne almeno consapevoli.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=dHkNzMjEv0Y" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=dHkNzMjEv0Y</a><br>2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://vimeo.com/77520931" target="_blank">https://vimeo.com/77520931</a><br>3) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative" target="_blank">https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative</a><br>4) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://fortune.com/china-belt-road-investment/" target="_blank">http://fortune.com/china-belt-road-investment/</a><br>5) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.aiib.org/en/about-aiib/index.html" target="_blank">https://www.aiib.org/en/about-aiib/index.html</a><br>6) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ispionline.it/it/EBook/CHINA.POLICY.2015/CHINA.POLICY_Cap.6_EBOOK.pdf" target="_blank">https://www.ispionline.it/it/EBook/CHINA.POLICY.2015/CHINA.POLICY_Cap.6_EBOOK.pdf</a><br>7) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://thediplomat.com/2018/05/tpps-regulatory-capitalism-and-chinas-belt-and-road-challenges/" target="_blank">https://thediplomat.com/2018/05/tpps-regulatory-capitalism-and-chinas-belt-and-road-challenges/</a><br>8) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative" target="_blank">https://www.worldbank.org/en/topic/regional-integration/brief/belt-and-road-initiative</a><br>9) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.worldbank.org/en/about/leadership/votingpowers" target="_blank">http://www.worldbank.org/en/about/leadership/votingpowers</a><br>10) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative" target="_blank">http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative</a><br>11) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14650045.2017.1289371?scroll=top&amp;needAccess=true" target="_blank">https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14650045.2017.1289371?scroll=top&amp;needAccess=true</a><br>12) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative" target="_blank">http://www.cadtm.org/A-critical-look-at-China-s-One-Belt-One-Road-initiative</a><br>13) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://thediplomat.com/2018/08/malaysias-canceled-belt-and-road-initiative-projects-and-the-implications-for-china/" target="_blank">https://thediplomat.com/2018/08/malaysias-canceled-belt-and-road-initiative-projects-and-the-implications-for-china/</a><br>14) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://cpec.gov.pk/introduction/1" target="_blank">http://cpec.gov.pk/introduction/1</a><br>15) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dailyo.in/politics/china-debt-trap-pakistan-cpec-imf-imran-khan/story/1/28759.html" target="_blank">https://www.dailyo.in/politics/china-debt-trap-pakistan-cpec-imf-imran-khan/story/1/28759.html</a><br>16) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cadtm.org/The-Domestic-Consequences-of-China-s-One-Belt-One-Road-Initiative" target="_blank">http://www.cadtm.org/The-Domestic-Consequences-of-China-s-One-Belt-One-Road-Initiative</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Facebook ai tempi della governance globale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/facebook-ai-tempi-della-governance-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 09:29:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Facebook, dispositivo biopolitico della governance globale: gli obiettivi del social network nel Manifesto di Zuckerberg: spostare l’orizzonte da politico a morale, trasformare i cittadini in utenti responsabili e il welfare in una solidarietà volontaria degli individui]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-52-aprile-maggio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 52, aprile-maggio 2017)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Facebook, dispositivo biopolitico della governance globale: gli obiettivi del social network nel Manifesto di Zuckerberg: spostare l’orizzonte da politico a morale, trasformare i cittadini in utenti responsabili e il welfare in una solidarietà volontaria degli individui</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 16 febbraio Mark Zuckerberg pubblica su Facebook – dove altro? – quello che subito i media definiscono un “manifesto politico”: si intitola “Building Global Community”,&nbsp;<em>Costruire la comunità globale</em>&nbsp;(1). Il documento segue una fase critica: nei mesi immediatamente precedenti, per due volte il social network è finito sotto l’attenzione dell’opinione pubblica durante la campagna presidenziale statunitense, prima con l’accusa di aver penalizzato i post a favore di Trump e promosso la visibilità di quelli pro Clinton, poi catapultato nella discussione mediatica sulla post verità, in quanto ritenuto responsabile di avere contribuito alla diffusione di fake news che avrebbero favorito sia la vittoria della Brexit che quella di Trump (2). Ne è seguita a dicembre la dichiarazione dello stesso Zuckerberg che Facebook debba oggi essere considerata una&nbsp;<em>media company</em>, ossia una società con responsabilità editoriale, e non una semplice piattaforma veicolo di contenuti caricati dagli utenti, con la conseguente dichiarazione d’intenti di voler adottare un sistema di controllo sui post pubblicati.</p>



<p>Vista la bufera che lo ha attraversato, era inevitabile che Zuckerberg prendesse la parola direttamente, e in modo articolato – il manifesto è un corposo testo di quasi 6.000 parole – per riposizionare Facebook nell’attuale fase politica globale, modificata dai contraccolpi Brexit e Trump. Ed è chiaro che in quanto proprietario di una multinazionale che agisce a livello sovranazionale, Zuckerberg sia uno dei principali sostenitori del processo di globalizzazione, e sia dunque preoccupato dal vento nazionalista e protezionista che ha iniziato a spirare in Occidente. Non ne fa infatti mistero, dichiarando nelle prime righe che quando il social network è nato, la costruzione di una comunità globale non era un’idea controversa ma un progetto considerato unanimemente positivo; ora invece, sottolinea, “in tutto il mondo ci sono persone lasciate indietro dalla globalizzazione, e movimenti favorevoli a un ritiro dalla connessione globale. Ci sono dubbi sul fatto che possiamo essere in grado di costruire una comunità globale che funzioni per tutti, e ci si chiede se il percorso migliore da intraprendere sia quello di connettere sempre di più il mondo o invertire la rotta”.</p>



<p>Il manifesto è quindi indubbiamente un atto politico, ma per coglierne a pieno il senso occorre andare oltre questa prima banale considerazione, e analizzarlo all’interno del contesto, ben più interessante, della&nbsp;<em>governance globale</em>; senza tuttavia dimenticare che ci troviamo di fronte a un’azienda privata che ha come primo scopo quello di fare profitti. Due sono quindi i piani da tenere a mente: quello economico e quello politico.</p>



<p>In sintesi, Zuckerberg dichiara che nei primi dieci anni Facebook si è concentrato sul favorire il collegamento tra amici e famiglie, ma in questa fase il prossimo obiettivo è sviluppare le&nbsp;<em>infrastrutture sociali</em>&nbsp;per la comunità globale: una comunità che deve essere solidale, sicura, informata, impegnata civilmente e inclusiva. Cinque punti che Zuckerberg analizza nel dettaglio.</p>



<p>Solidale. Dagli anni Settanta, scrive Zuckerberg, il tessuto sociale delle comunità locali si è sfaldato; quelle realtà che ci davano supporto, “che si trattasse di chiese, squadre sportive, sindacati o altri gruppi locali”, e che “fornivano a tutti noi un senso di scopo e di speranza”, un “collegamento a qualcosa di più grande”, non esistono più, e ci sentiamo “instabili”. Facebook può contribuire a riportarle in vita, favorendo ancor più di ora la creazione di “gruppi online”. Già attualmente “più di 100 milioni di persone su Facebook sono membri di ciò che chiamiamo gruppi ‘molto significativi’: si tratta di gruppi che al momento dell’adesione diventano rapidamente la parte più importante dell’esperienza di rete sociale”; ora il social si propone di incentivare questa dinamica, aumentando gli inviti e i suggerimenti agli utenti – che Zuckerberg chiama sempre “cittadini” – a collegarsi tra loro, costruendo strumenti “per consentire agli amministratori di gruppo”, i “leader della comunità”, di far crescere quella realtà, e sostenendo anche la creazione di “sotto-comunità” – “una scuola, per esempio, non è una singola comunità, ma molti gruppi più piccoli tra le sue classi, dormitori e gruppi di studenti”.</p>



<p>Sicura. “Problemi come il terrorismo, i disastri naturali, le malattie, le crisi di rifugiati e il cambiamento climatico hanno bisogno di risposte coordinate da un punto di vista globale. Nessuna nazione li può risolvere da sola”. Gli attuali sistemi non sono sufficienti per affrontare queste questioni, scrive Zuckerberg, e così Facebook si candida a essere “l’infrastruttura della sicurezza globale”; non solo per agire dopo una crisi, come già fa ora, afferma, ma per prevenirle, per “identificare i problemi prima che si verifichino”; e sarà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale a consentirlo, che saprà, per esempio, cogliere la differenza tra un post, una foto, un video che è “una notizia sul terrorismo e la propaganda terroristica”; l’intelligenza artificiale aiuterà Facebook a combattere le crisi in tutto il mondo.</p>



<p>Informata. Il punto è dolente, perché tocca la questione delle fake news e della visibilità maggiore data ad alcuni post rispetto ad altri. Zuckerberg ne è consapevole e riconosce le critiche che sono state mosse al social, e propone la sua soluzione: “Aiutare le persone ad avere un quadro più completo, non solo punti di vista alternativi”. Perché una ricerca ha evidenziato che “mostrare alla gente un articolo dalla prospettiva opposta, attualmente aumenta la polarizzazione […] Un approccio più efficace è mostrare una serie di punti di vista, per permettere alle persone di capire dove le loro opinioni si posizionano all’interno di un spettro di opinioni, e comprendere se quello che pensano sia giusto. Nel corso del tempo, la nostra comunità identificherà quali fonti forniscono una gamma completa di punti di vista, e farà in modo che quel contenuto sarà più visibile di altri”.</p>



<p>Impegnata civilmente. Sono due le infrastrutture sociali che Facebook vuole costruire in questo ambito: la prima deve incoraggiare “l’impegno nei processi politici esistenti”, in particolare l’esercizio del voto – Zuckerberg si dichiara negativamente colpito dal fatto che solo la metà circa degli americani aventi diritto ha votato alle ultime elezioni presidenziali. La seconda deve creare “un nuovo processo”, “esplorare modalità di come il governo della comunità potrebbe funzionare su larga scala” per i cittadini di tutto il mondo. Ed è l’impegno civico locale la grande opportunità per farlo, perché “molte politiche che incidono sulle nostre vite sono locali”; e dunque “la costruzione di una comunità informata, di comunità locali di sostegno e di una comunità civilmente impegnata, sono aspetti collegati”.</p>



<p>Inclusiva. “Nel mondo ci sono culture diverse, e le persone sono sensibili a cose diverse”; “con una comunità di quasi due miliardi di persone, non si può avere un unico insieme di principi per governare l’intera comunità; abbiamo bisogno di evolvere verso un sistema di governo più locale”, “abbiamo bisogno di evolvere verso un sistema di controllo personale sull’esperienza”. Facebook intende quindi creare nuove opzioni individuali per impostare la politica dei contenuti che saranno visibili a ciascuno: “Dov’è la vostra linea di accettazione della nudità? Della violenza? Che cosa considerate osceno, blasfemo, volgare? Voi deciderete le vostre impostazioni personali, e Facebook vi porrà periodicamente queste domande per poter sempre più aumentare la vostra partecipazione. [&#8230;] A coloro che non risponderanno, saranno applicate di default le impostazioni scelte dalla maggioranza delle persone di quella regione geografica”.</p>



<p>Ciò che immediatamente salta all’occhio, è l’obiettivo di Facebook di raccogliere sempre più dati dalle persone presenti sul social. Aumentare l’iscrizione a gruppi e impostare la propria politica di contenuti, scegliere quali post, video ecc. vogliamo vedere e quali no, darà a Zuckerberg ancora più informazioni su chi siamo e sulla nostra vita. Una profilazione personale che oltre a invadere ulteriormente lo spazio della privacy – discorso articolato, che non si intende qui affrontare – regalerà alla multinazionale altri dati con cui aumentare i propri profitti, attraverso la loro vendita ad aziende ed enti di ogni natura, per analizzare tendenze di mercato, creare campagne di marketing mirate ecc. E questo è l’aspetto economico del manifesto di Zuckerberg, scontato ma non per questo da sottovalutare.</p>



<p>L’aspetto politico, tuttavia, è quello su cui occorre riflettere maggiormente.<br>Viviamo nell’era della<em>&nbsp;global economic governance</em>&nbsp;(3), che è la pratica di governo dell’economia sociale di mercato, ideologia alla base dell’attuale neoliberismo. In questo processo la società civile diviene un concetto&nbsp;<em>transnazionale</em>&nbsp;e deve trasformarsi in un insieme di individui portatori di capitale economico e umano, soggetti, e non più classi sociali, in sé e per sé. A differenza dell’<em>homo oeconomicus</em>&nbsp;del liberalismo, l’individuo ‘imprenditore di se stesso’ del neoliberismo è chiamato a fare un passo ulteriore: la sua responsabilità deve essere doppia, non più solo personale ma anche collettiva. Nell’impostazione dell’economia sociale di mercato, per evitare l’esplosione di conflitti sociali – su tutti quello causato dell’eliminazione dei diritti del lavoro – lo smantellamento del welfare pubblico a base nazionale deve trovare nella società civile una camera di compensazione per i problemi di ordine sociale ed economico che lo stesso neoliberismo crea, attraverso l’istituzione di realtà private che si richiamano a una solidarietà volontaria degli individui; reti sociali devono sorgere spontaneamente, e i sistemi di protezione sociale devono dipendere dalla volontà degli individui di mobilitarsi. Quelli che fino a oggi abbiamo considerato&nbsp;<em>diritti</em>&nbsp;del cittadino diventano questioni&nbsp;<em>morali</em>: l’individuo ha la responsabilità sociale di aiutare chi non ce la fa.</p>



<p>È chiaro che un simile cambiamento culturale può avvenire solo mettendo in atto una nuova pratica governamentale sugli individui – richiamando i concetti di governamentalità e biopolitica di Foucault. Ed è qui che si inserisce Facebook. L’invito di Zuckerberg alla costruzione di una comunità globale che sia solidale, sicura e impegnata civilmente, va in questa direzione. Non più la politica pubblica di uno Stato, ma gli individui privati devono farsi carico di creare gruppi di supporto solidali; devono mobilitarsi per prevenire e agire nelle crisi, dai disastri naturali ai rifugiati; devono impegnarsi civilmente nella costruzione di un nuovo processo di governo della comunità. Il tutto su base locale, perché nella global economic governance il potere di governo dei processi economici si è spostato nelle mani di organismi<em>&nbsp;tecnici</em>&nbsp;non elettivi e sovranazionali che garantiscono il loro supporto alle necessità del Capitale (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Wto ecc.), sui quali il potere democratico esercitato dalla sovranità popolare non ha più alcuna voce. L’obiettivo evidente è promuovere l’accettazione dello status quo, la globalizzazione come ordine naturale delle cose, e rinchiudere le persone nel loro piccolo mondo, spingendole a farsene carico affinché diventi una ristretta comunità che la solidarietà umana, e non più i diritti, rendano vivibile; l’orizzonte non è più politico, ma morale.</p>



<p>È altresì evidente che la costruzione di una simile realtà implica la messa a disposizione del social network di sempre più dati personali, che possono essere usati anche a fini politici, non solo commerciali: si estende l’ambito del controllo securitario sulle singole persone. Mentre il dichiarato monitoraggio dell’informazione che transita su Facebook permetterà di orientare l’opinione pubblica, evitando, come affermato nel manifesto, la polarizzazione e promuovendo la visibilità solo dei post pubblicati dalle testate mainstream del pensiero unico – affinché gli individui pensino ciò che è giusto pensare.</p>



<p>Viene da chiedersi se questa pratica governamentale funzionerà, dando i suoi frutti. È probabile, purtroppo. Per diverse ragioni. Si inserisce in una cultura individualistica di&nbsp;<em>empowerment</em>&nbsp;che ha già fatto presa sulle nuove generazioni – è la logica delle start-up, dell’imprenditore di te stesso,<em>&nbsp;brand</em>&nbsp;di te stesso –; si innesta in una già esistente esaltazione positiva della società civile, vista come realtà in grado di mobilitarsi da sola per risolvere i problemi – lettura che l’esplosione della crisi del 2007 ha ancora più radicato nelle persone, deluse dalla classe politica percepita, non a torto, sempre più distante e autoreferenziale, corrotta e traditrice, a sinistra, dei propri valori, su tutti la difesa del lavoro.</p>



<p>Infine, ed è l’aspetto forse più disperante, ciò che Zuckerberg propone è una&nbsp;<em>grande narrazione</em>, e per quanto possa risultare fuori tempo nell’attuale epoca postmoderna – caratterizzata proprio dalla fine delle grandi narrazioni ideologiche della precedente era moderna – può avere presa sull’Uomo di oggi. Perché coniuga l’individualismo più sfrenato, ai limiti del darwinismo sociale, dell’autopromozione di se stessi – in un mondo reale, soprattutto quello del lavoro, precario e parcellizzato, e in una realtà virtuale a base quantitativa fatta di click, ‘mi piace’ e numero di follower – al bisogno di ogni essere umano di sentirsi parte di qualcosa, di una comunità, di condivisione; e poco importa se quella di Facebook è una illusione, perché è una partecipazione che elimina i corpi, la materia viva, la chimica delle sensazioni, per esistere solo in una proiezione cerebrale a cui fa da sfondo l’isolamento più completo davanti a uno schermo; oggi pigiando un tasto le persone si sentono soggetti attivi, per di più di qualcosa che percepiscono come rete orizzontale, e non struttura piramidale, e dunque spazio democratico.</p>



<p>Facebook, con i suoi 1,9 miliardi di account in continua espansione, il 55% attivi ogni giorno, una media di 2,5 ore per persona spese quotidianamente sui social media e l’87% delle connessioni effettuate da smartphone (4), si prepara a essere il perfetto dispositivo biopolitico della global economic governance. Svuota di significato il concetto di ‘cittadino’, che ha sempre un’implicazione politica, per trasformarlo in un utente&nbsp;<em>moralmente responsabile</em>&nbsp;della propria piccola comunità. Mentre sulla sua testa continueranno a passare le decisioni politiche, quelle che davvero fanno la differenza nella sua vita. A meno di una diffusa presa di coscienza di che cos’è Facebook, come agisce, e in che pratica e progetto politico si inserisce.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.facebook.com/notes/mark-zuckerberg/building-global-community/10154544292806634/" target="_blank">https://www.facebook.com/notes/mark-zuckerberg/building-global-community/10154544292806634/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Su come il concetto di post verità sia utilizzato dall’establishment per impedire che nel discorso pubblico si affaccino analisi contrarie alla globalizzazione cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/globalizzazione-lufficialita-allattacco/" data-type="post" data-id="1805" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Globalizzazione. L’ufficialità all’attacco</a></em>, Paginauno n. 51/2017<br>3 ) Cfr. Alessandra Algostino, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/gli-strumenti-dellegemonia-neoliberista-la-global-economic-governance/" data-type="post" data-id="1822" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli strumenti dell’egemonia neoliberista: la global economic governance</a></em>, Paginauno n. 52/2017<br>4) Cfr. <em>Digital in 2017 Global Overview</em>, dati 2016: le ore di connessione giornaliera sono relative a tutti i social network e non solo a Facebook, indicato però come il più utilizzato</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Gli strumenti dell&#8217;egemonia neoliberista: la global economic governance</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/gli-strumenti-dellegemonia-neoliberista-la-global-economic-governance/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 09:17:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1822</guid>

					<description><![CDATA[Chi la esercita, come agisce e come vuole trasformare la società e la democrazia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-52-aprile-maggio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 52, aprile &#8211; maggio 2017)</a></em></li></ul>



<p class="has-small-font-size"><em>Alessandra Algostino</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Chi la esercita, come agisce e come vuole trasformare la società e la democrazia</p></blockquote>



<p>Intervento alla serata “Ieri: Pinelli assassinato, Valpreda innocente, piazza Fontana strage di Stato. Oggi: neoliberismo, sfruttamento, progressiva erosione dei diritti, diseguaglianza e populismi”, a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presso il Csa Leoncavallo, Milano, 15 dicembre 2016</p>



<p class="has-drop-cap"><br>Vorrei iniziare quest’intervento muovendo da una sentenza, una sentenza molto particolare, pronunciata dal Tribunale Permanente dei Popoli, un tribunale di opinione, che interviene nei casi nei quali le domande di giustizia dei popoli non trovano ascolto. In questo caso il Tribunale si è pronunciato su istanza del movimento No Tav, al quale si sono uniti altri movimenti di opposizione alle grandi opere. Mi piace muovere da qui perché così ho l’occasione di ricordare una resistenza, che dura ormai da più di venticinque anni, una vera e propria lotta popolare.</p>



<p>Vi voglio citare due passaggi della sentenza: nel primo si rileva come “in Val di Susa si sono violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali” e si riconosce, invece, il valore della lotta contro il Tav, lotta che viene definita “una lotta esemplare”, i cui partecipanti, così come quelli che si oppongono all’aeroporto di&nbsp;<em>Notre Dame des Landes</em>&nbsp;o ad altri progetti, “devono essere considerate come ‘sentinelle che lanciano l’allarme’”; nel secondo passaggio si ragiona dell’“esistenza di un modello consolidato di comportamento nella gestione del territorio e delle dinamiche sociali” nella realizzazione delle grandi opere, un modello nel quale “i governi sono al servizio dei grandi interessi economici e finanziari, nazionali e sovranazionali e delle loro istituzioni”.</p>



<p>Ecco, questo passaggio ben introduce il tema di oggi: gli strumenti e la struttura attraverso le quali il neoliberismo persegue le proprie aspirazioni egemoniche, tentando di renderci tutti sudditi, nella prospettiva di un biopotere esercitato su tutti gli aspetti della vita. È il sistema che è chiamato<em>&nbsp;global economic governance</em>. Di questo, e mi scuso per la presunzione, perché è un tema senza dubbio molto complesso, vorrei discorrere con voi.</p>



<p>Partiamo da uno dei termini citati:&nbsp;<em>governance</em>. Cosa significa?<br>Sempre più si contrappone la<em>&nbsp;governance</em>&nbsp;al&nbsp;<em>government</em>, evidenziando le supposte bontà della prima rispetto al secondo: il government “viene considerato il lato oscuro, arretrato e poco amichevole della pratica democratica di governo”, mentre la governance ne rappresenterebbe “il lato evoluto, trasparente, partecipato” (Belligni). Ma è così? La governance in realtà costituisce uno strumento di ‘presentazione democratica’ di decisioni, una forma di&nbsp;<em>marketing</em>, che, attraverso una procedura impositiva-concertativa, mira a evitare il conflitto, ma la sua logica concertativa reca con sé quello che possiamo definire l’inganno della ‘tavola rotonda’. I partecipanti sono seduti intorno allo stesso tavolo, i posti sono tutti eguali, tutti hanno un eguale diritto a intervenire: una situazione idilliaca? Forse sì, se tutti fossero effettivamente uguali quanto a potere, ma in presenza di diseguaglianze le eguali posizioni del tavolo tondo non sono che una finzione, che nasconde, sotto le vesti di una artificiosa parità, la riproduzione delle disuguaglianze.</p>



<p>Ancora: la concertazione muove dal presupposto che la soluzione possa essere trovata attraverso un accordo fra le parti, il suo principio base è quello del contratto, ma questo, in presenza di interessi divergenti, se non opposti, e di rapporti di forza squilibrati, nasconde dietro la veste accattivante del dialogo, della concordanza, la vecchia e poco presentabile legge del più forte. Infine: chi siede alla tavola rotonda? Chi decide i partecipanti? Tutto è labile e flessibile, ovvero rimesso ai meri rapporti di forza: i partecipanti sono eterogenei, si assiste a una mescolanza fra pubblico e privato, fra (potere di) diritto e (potere di) fatto.</p>



<p>Il processo decisionale è opaco, spesso oscuro e flessibile, non è chiaro&nbsp;<em>chi</em>&nbsp;decide e&nbsp;<em>come</em>, e, allora, ad avvantaggiarsi sarà il più forte. È un processo che si svolge senza luogo e al contempo ovunque. La governance va sostituendo le forme di governo che, se pur attraverso la mediazione – che in molti casi si risolve in finzione – della rappresentanza, hanno il loro fondamento nella sovranità popolare, con processi duttili e flessibili che riflettono unicamente gli interessi di chi detiene il potere, in primo luogo economico: non a caso la definizione recita global&nbsp;<em>economic</em>&nbsp;governance. Emerge, cioè, l’egemonia dell’economia, di un modello economico, sulla politica, sul diritto, sulle persone. Possiamo cioè affermare, che, nonostante esistano resistenze e progetti alternativi, la globalizzazione oggi assume la veste dell’espansione globale del sistema e della logica neoliberista.</p>



<p>La governance mistifica l’esistenza del conflitto con il fine di sancire la vittoria di una classe sociale. È un sistema che agisce su scala globale e l’insieme dei soggetti parte della governance economica globale detiene di fatto la sovranità finanziaria ed economica, una sovranità de-territorializzata e che prescinde dall’espressione della sovranità popolare, esercitata da soggetti molto spesso autoreferenziali o comunque connotati da un rapporto molto labile, quando non inesistente, con la sovranità popolare.</p>



<p>È una rete informale e flessibile, ma, nel contempo, a maglie d’acciaio e potenzialmente senza confini; quali sono questi nuovi sovrani globali? In primo luogo, le organizzazioni economico-finanziarie, come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio (che costituiscono non tanto espressione degli Stati quanto istituzioni strumentali rispetto al modello economico neoliberista o capitalista), quindi gli Stati, e, poi, certo non ultime, le grandi corporation transnazionali, con il loro seguito di<em>&nbsp;law firm&nbsp;</em>(i grandi studi di avvocati, specie statunitensi, ovvero il braccio giuridico delle multinazionali) e il sistema di corti arbitrali, specie in ambito commerciale e in materia di investimenti.</p>



<p>Proviamo, brevemente, a vedere come agiscono.</p>



<p>Iniziamo dalle organizzazioni economico finanziarie: il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) viene istituito nel 1945, in attuazione degli accordi assunti alla Conferenza di Bretton Woods del 1944; ne fanno parte 188 Stati. Obiettivo principale del Fmi è la stabilità del sistema monetario (e finanziario), da perseguire attraverso la cooperazione fra gli Stati, in considerazione dell’interdipendenza dell’economia e nella prospettiva della crescita economica e dell’espansione del commercio internazionale.</p>



<p>L’organo al vertice è il Consiglio dei governatori, composto da un governatore (in genere il ministro delle Finanze o il governatore della Banca centrale) e da un sostituto per ognuno dei 188 Paesi membri. Questo è il più importante organo decisionale (a esso spetta per esempio la determinazione delle quote di ogni membro), ma può delegare, come in genere avviene, i propri poteri al Consiglio esecutivo. Il Consiglio esecutivo è composto da 24 direttori esecutivi, nominati o eletti dai Paesi membri (gli Stati che detengono la quota maggiore) o da gruppi di Paesi; un ruolo chiave, in quanto definisce gli indirizzi strategici (anche se non ha un potere formale di decisione), è esercitato dal Comitato monetario e finanziario internazionale, al quale partecipano 24 membri (solitamente i governatori dei Paesi o gruppi di Paesi che nominano o eleggono un membro del Consiglio esecutivo).</p>



<p>Le decisioni sono per lo più assunte con votazioni a maggioranza qualificata, diversa a seconda dei temi (anche se possono esservi decisioni adottate per consenso, senza ricorrere al voto). Ciascuno Stato dispone di un voto ponderato in relazione alle sue quote (a un maggior capitale corrispondono più voti). La presenza di maggioranze qualificate, unita al voto ponderato, fa sì che alcuni Stati, come gli Stati Uniti o alcuni Paesi Ue, abbiano di fatto un potere di veto.</p>



<p>Tra le funzioni del Fondo, si possono distinguere quella di sorveglianza e quella di assistenza finanziaria. La sorveglianza è esercitata sia nei confronti dei singoli Stati sia nei confronti del sistema economico globale e sfocia nella redazione di rapporti. L’assistenza finanziaria consiste nel supporto finanziario, ovvero prestito, che possono ricevere i Paesi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti. I prestiti sono erogati sotto condizione: il Paese in questione deve seguire un determinato programma (cioè applicare specifiche politiche economiche e finanziarie, con ovvie ricadute sul suo sistema normativo e sui diritti, in specie sociali) e raggiungere determinati obiettivi (le somme sono concesse al Paese in tranche trimestrali previa verifica dell’adempimento delle condizioni).</p>



<p>Il potere di ‘influenza’ è teso ad applicare in maniera rigida e ortodossa i principi dell’economia di mercato e si svolge al di fuori di una legittimazione o controllo democratico, in un contesto nel quale gli Stati sono strutturalmente in posizione diseguale sulla base di parametri economici.</p>



<p>La Banca mondiale è stata istituita nel 1945, sempre nell’ambito del progetto di Bretton Woods del 1944; essa comprende la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Birs o Ibrd) e l’Agenzia internazionale per lo sviluppo (Aid o Ida). Oggi il gruppo della Banca mondiale è formato, oltre che dai due organi citati, dalla Società finanziaria (Ifc), dal Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative agli Investimenti (Icsid), dall’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti (Miga).</p>



<p>Gli Stati membri della Bm sono 188 e la sua struttura è simile a quella del Fmi. Al vertice vi sono il Consiglio dei governatori, il principale organo decisionale, composto da un governatore e da un sostituto per ciascun Paese membro, nominati per cinque anni; nonché il presidente, eletto per cinque anni dal Consiglio dei direttori esecutivi.</p>



<p>L’amministrazione è affidata al Consiglio dei direttori esecutivi, al quale il Consiglio dei governatori delega spesso i propri poteri, composto da 25 direttori esecutivi nominati o eletti dai Paesi membri (i cinque principali azionisti, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti, esprimono ciascuno un direttore; gli altri Paesi, i rimanenti 20). Le decisioni sono assunte a maggioranza e, come per il Fondo monetario, il voto è ponderato su base censitaria, ovvero proporzionale alle quote di capitale versate dai membri.</p>



<p>Il primo obiettivo della Bm è stato la ricostruzione delle economie dei Paesi europei e del Giappone dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale; quindi, la Banca ha diretto i propri programmi di finanziamento ai Paesi in via di sviluppo e, con gli anni ‘90, ai Paesi usciti dal blocco sovietico, per individuare oggi le proprie priorità nella lotta alla povertà e nel sostegno allo sviluppo.</p>



<p>In concreto i finanziamenti concessi dalla Bm sono accompagnati dalla richiesta al Paese beneficiario di riforme strutturali (nella prospettiva di sostenere un ‘buon governo’) e di politiche macroeconomiche nel senso della liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione (riguardanti in specie i servizi sociali). Oltre le condizioni, spesso i programmi della Bm prevedono forme di partenariato con il settore privato e la cosiddetta società civile (organizzazioni non governative).</p>



<p>Anche qui emerge l’adozione di un credo neoliberista ‘spinto’, dove impera la diseguaglianza del potere economico, che è costitutiva del modello competitivo dell’economia di mercato. Quanto alle politiche, è facile individuare dietro l’ornamento della ‘condizionalità’ la presenza di imposizioni (in violazione della libera determinazione dei popoli degli Stati): un esempio dell’egemonia dell’economia sulla politica.</p>



<p>L’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc o, come è più nota, Wto, World Trade Organization), contemplata anch’essa nella Conferenza di Bretton Woods del 1944, viene creata solo nel 1995, nel cosiddetto Uruguay Round del Gatt (Trattato Generale sulla Tariffe e il Commercio, ovvero General Agreement on Tariffs and Trade). Il Wto comprende oggi 161 membri, in maggioranza Stati, ma per essere membri del Wto è sufficiente avere una autonomia in campo commerciale (territori doganali indipendenti, come è per esempio per l’Unione europea).</p>



<p>La struttura del Wto è complessa, basandosi, oltre che sul Trattato di Marrakech (1994), che lo istituisce e ne regola il funzionamento, su una molteplicità di accordi, che contengono le regole del commercio internazionale. L’organo principale del Wto è la Conferenza ministeriale, alla quale partecipano i ministri responsabili per il commercio estero ed eventualmente altri coinvolti (per esempio, ministri per l’agricoltura); le funzioni decisionali per così dire ordinarie sono svolte dal Consiglio generale, al quale partecipano gli ambasciatori degli Stati membri.</p>



<p>Vi sono quindi una pluralità di comitati, consigli e gruppi di lavoro specializzati (in relazione agli accordi e alle materie) che fanno capo al Consiglio generale. Le decisioni generalmente sono assunte per consenso (non però con una formale approvazione, ma semplicemente con una non opposizione); laddove ciò non sia possibile, si ricorre al voto, con maggioranze diverse a seconda dell’oggetto. Ciascuno Stato dispone di un voto (con la particolarità dell’Ue che agisce in modo unitario, attraverso la Commissione, a nome dei suoi 28 membri e dispone dei relativi voti).</p>



<p>Il Wto ha come obiettivo principale lo sviluppo del commercio internazionale, in modo tale che esso possa essere libero e prevedibile, per cui suoi scopi sono l’eliminazione delle barriere commerciali, la creazione di un mercato competitivo (senza, per esempio, sovvenzioni alle esportazioni o misure analoghe), con l’applicazione tra i membri del principio di non discriminazione, ovvero della nazione più favorita (se uno Stato ha un trattamento privilegiato, esso deve essere esteso a tutti).</p>



<p>Emblematico della presenza della liberalizzazione quale principio chiave è il tema della protezione dell’ambiente e della salute: per garantirli si consente il mantenimento di qualche barriera commerciale, ma con la precisazione che la tutela dell’ambiente non deve essere utilizzata per coprire politiche protezionistiche (noto è il caso, ancora aperto, della carne trattata con ormoni: in ragione del principio di precauzione vigente in ambito comunitario, l’Ue ne ha vietato l’importazione, ma Stati Uniti e Canada hanno fatto ricorso al meccanismo di risoluzione delle controversie del Wto, ottenendo nel 1998 la condanna dell’Ue).</p>



<p>Altro rilevante attore della global economic governance sono le imprese transnazionali. Le grandi corporation acquistano un peso sempre maggiore, con una concentrazione di potere, che, muovendo dal settore economico, pervade la sfera politica e il campo normativo. In proposito è sufficiente richiamare i dati relativi, rispettivamente, al fatturato di alcune imprese transnazionali e al Pil di alcuni Stati (espressi in milioni di dollari), tutti fra le prime 100 economie mondiali: Wal-Mart Stores, 485.651; Austria, 436.344; Exxon Mobil, 382.597; Colombia, 377.740; Volkswagen, 268.567; Cile, 258.061; Chevron, 203.784; Perù, 202.903; Apple, 182.795; Ungheria, 137.104 (1).</p>



<p>Vorrei poi raccontarvi di un caso, che testimonia la resistenza nei confronti della prepotenza di una multinazionale, ma anche il potere di quest’ultima: il caso che vede opporre la Chevron e l’Ecuador. Dagli anni Sessanta per trent’anni il governo ecuadoriano affida alla Texaco (poi Chevron) lo sfruttamento petrolifero di importanti giacimenti. Le attività estrattive comportano ingenti danni dovuti agli enormi quantitativi di rifiuti tossici, alle fuoriuscite petrolifere, alle centinaia di chilometri di oleodotti e una forte contaminazione ambientale, con un incremento delle malattie, soprattutto oncologiche.</p>



<p>Dopo alcuni tentativi giudiziari fallimentari, la vicenda porta alla pronuncia della Corte nazionale di giustizia ecuadoriana che, nel 2013, condanna la società a un risarcimento pari a circa 9,5 miliardi di dollari (anche se parallelamente la Chevron si rivolge alla Corte permanente di arbitrato, ottenendo da quest’ultima il riconoscimento dell’operatività della clausola di esonero di responsabilità). Una vittoria, comunque, del diritto e dei diritti, ma – a riprova del potere delle imprese transnazionali – una vittoria rimasta sulla carta, date le difficoltà incontrate nell’esecuzione della sentenza (Chevron ovviamente non ha più interessi aggredibili in Ecuador; e, fra gli Stati stranieri, per ora solo il Canada ha aperto alla possibilità per le vittime di richiedere l’esecuzione della condanna in Canada): insomma dopo ventiquattro anni di ricorsi e processi, nessuno ha ancora pagato per la devastazione dell’ecosistema amazzonico e il danno arrecato alle popolazioni.</p>



<p>Per chiudere con una battuta sul potere delle multinazionali e del tipo di rapporto economia-politica-diritto, si può citare la risposta di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fca e presidente di Cnh Industrial, alla domanda: «Lei non si sente in qualche modo gestito dai politici?»; «Assolutamente no. Zero. Ma proprio zero. Quello che i politici possono fare è fissare norme che mi obblighino ad adeguarmi. In ultima analisi, però, sta a me decidere: se mi conviene mi adeguo, altrimenti cerco, nei limiti della legalità ovviamente, di trovare alternative» (2).</p>



<p>Quanto agli arbitrati commerciali, i più famigerati sono i meccanismi Isds (Investor-State Dispute Settlement), assurti alla fama con il TTIP e il CETA, ossia dei tribunali, possiamo definirli, per la sicurezza degli investitori, presenti nella maggior parte degli accordi di libero scambio o in materia di investimenti, bilaterali (circa 1.400 sono quelli stipulati fra Stati membri o direttamente fra l’Ue e Paesi terzi) e multilaterali.</p>



<p>Per comprendere di cosa si discorre, vi ricordo due esempi. La Lone Pine Resources, azienda Usa, si appella nel 2013 al Nafta, nei confronti della decisione del Quebec di imporre una moratoria sull’estrazione di gas o petrolio dal fracking, per i pericoli che ne possono derivare all’uomo e all’ambiente (Bill 18, An Act to limit oil and gas activities, adottato il 13 giugno 2011 dall’Assemblea nazionale del Quebec). A essere eccepite sono in particolare l’espropriazione senza equo indennizzo e la mancanza dei previsti guadagni (ovvero la violazione dell’obbligo di un trattamento giusto ed equo): al governo canadese viene chiesto un risarcimento complessivamente stimato in oltre 250 milioni di dollari.</p>



<p>La Vattenfall, multinazionale con sede in Svezia, intenta due procedimenti contro la Germania, nel 2009 e nel 2012, utilizzando lo strumento offerto dall’<em>Energy Charter Treaty</em>. Nel primo caso la questione verte sul rilascio dei permessi necessari per la realizzazione di una centrale elettrica a carbone ad Amburgo: la Vattenfall consegue un accordo con il quale, oltre i permessi necessari, ottiene uno ‘sconto’ sulle opere a suo carico previste per ridurre l’impatto ambientale della struttura. Nel 2012, la causa è mossa in seguito alla decisione dello Stato tedesco di accelerare la dismissione dell’energia nucleare: il costo stimato del procedimento è di 9 milioni di euro, con una richiesta di risarcimento che si aggira intorno ai 4-5 miliardi di euro.</p>



<p>È evidente l’influenza, sia deterrente sia sanzionatoria, che tali meccanismi esercitano nei confronti degli Stati, che sono costretti a un rigido&nbsp;<em>selfrestraint</em>&nbsp;nella propria libertà normativa e politica. I giudici o, più correttamente, gli arbitri sono sempre gli stessi esperti, i giuristi degli investimenti internazionali, che molto spesso sostengono cause da avvocati (sono in continuo conflitto di interessi): una giustizia oligarchica per l’oligarchia economica.</p>



<p>Tribunali speciali, dunque, che garantiscono una diretta protezione agli investitori, e quale benefit accessorio, ma certo non secondario, eludono il ricorso ai tribunali ordinari e intimoriscono gli Stati, nel caso sorgesse loro la velleità di esercitare una piena potestà legislativa e adottare scelte politiche autonome, magari a tutela di diritti come la salute o il lavoro. Un altro esempio è il meccanismo di conciliazione e di arbitrato presso il Wto, che mira, con procedure flessibili, a risolvere i contrasti attraverso negoziazioni e mediazioni.</p>



<p>Perno di tale meccanismo è l’Organo di risoluzione delle controversie, il quale, dopo un primo tentativo di conciliazione, istituisce un Panel (Gruppo speciale), ovvero una corte arbitrale, formata da tre o cinque esperti scelti consultando le parti della controversia. Il report (la ‘sentenza’) del Panel viene inviato al Dsb, che può rigettarlo (solo) per consenso. I Paesi condannati sono tenuti a conformarsi alla decisione del Dsb; nel caso non ottemperino, può essere prevista una compensazione e, se manca l’accordo anche su questa, la parte vincente può chiedere l’autorizzazione a imporre delle sanzioni commerciali al soccombente. Le sanzioni costituiscono uno strumento di ritorsione diseguale, che ovviamente ha un peso maggiore quando a praticarle sono Stati economicamente forti.</p>



<p>Infine, quali attori della global economic governance si possono citare le agenzie di rating e law firm. Le agenzie di rating e, in specie, le tre grandi sorelle (Standard&amp;Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings), sono società private cui progressivamente sono stati assegnati anche compiti pubblici e influenzano pesantemente le scelte politiche e normative degli Stati, espropriando i cittadini degli Stati della loro sovranità. Quanto alle law firm, evidentemente prive di qualsivoglia riconducibilità alla sovranità popolare, esse esercitano un peso non indifferente nella produzione delle regole della globalizzazione economica. E, in proposito, mi sembra utile spendere alcune parole sulle nuove regole del governo mondiale dell’economia.</p>



<p>Si possono delineare tre elementi chiave: contrattualizzazione, privatizzazione e flessibilità del diritto.</p>



<p>Si ragiona di contrattualizzazione del diritto, per sottolineare come esso sia sempre più frutto di processi di governance, ai quali partecipano attori differenti, in rappresentanza dei vari interessi di volta in volta coinvolti, e di privatizzazione del diritto, per evidenziare il ruolo dei soggetti privati nella produzione delle norme (si pensi, emblematicamente, alla&nbsp;<em>lex mercatoria</em>, ovvero al diritto, che disciplina i rapporti commerciali nello scenario globale del mercato, creato dalle grandi corporation multinazionali). È un diritto senza luogo, ma non nel nome delle persone, bensì del mercato; è un diritto senza democrazia.</p>



<p>È un diritto flessibile, ovvero a disposizione di chi esercita il potere economico. Un potere che spinge per una sempre maggiore de-regolamentazione; pensiamo ai trattati di libero scambio, come il Nafta, il CETA – sul quale occorre condurre una battaglia per evitare che si concluda il processo di ratifica – il TTIP, attualmente in fase di stallo, anche grazie alla forte opposizione incontrata, o il TISA (Trade in Services Agreement), riguardante la liberalizzazione dei servizi, in corso di negoziazione fra 23 membri del Wto, tra i quali l’Ue, un altro ‘mostro’ contro cui lottare.</p>



<p>È un diritto, quello della global economic governance, che spesso ricade sotto la dizione&nbsp;<em>soft law</em>, che indica un insieme disomogeneo di atti accomunati dall’esercitare effetti giuridicamente rilevanti, pur essendo formalmente privi di efficacia giuridica vincolante. Sono atti privi di forma predeterminata e spesso adottati al di fuori di criteri di legittimazione democratica; sono espressione, cioè, di un potere di fatto, fondato sull’effettività.</p>



<p>Due esempi per tutti. Primo: la famigerata lettera inviata dalla Bce al governo italiano il 5 agosto del 2011. Essa è priva di alcun valore giuridico, ma la richiesta di precise riforme che essa conteneva (fra cui l’inserimento in Costituzione del principio di pareggio di bilancio, o la contrattazione aziendale, la riforma del lavoro e delle pensioni), è stata puntualmente assolta.</p>



<p>Secondo: gli hot spot, luoghi di identificazione/detenzione per migranti e procedure attraverso le quali il diritto di asilo è sempre più revocato in dubbio. La loro fonte è l’Agenda europea sulla migrazione, adottata dalla Commissione europea il 13 maggio 2015, attraverso una comunicazione, un atto privo di valore giuridico vincolante che incide sui diritti e sulla vita delle persone; mentre in Italia la loro fonte è in alcune disposizioni amministrative, denominate “Procedure Operative Standard (Sop)”, pubblicate dal ministero dell’Interno.</p>



<p>La soft law è un diritto che di morbido ha solo la sua duttilità e conformabilità rispetto alle esigenze di chi detiene il potere (in specie economico), ma costruisce delle rigidissime e solidissime gabbie d’acciaio. Per tornare ai sovrani globali, fra essi è da annoverare anche lo Stato, o, meglio, gli Stati, perché essi sono presenti ciascuno con il proprio peso specifico (ovvero in posizioni di diseguaglianza). Gli Stati, peraltro, sono attori della governance, ma molto spesso sono ridotti al ruolo di esecutori, vincolati nelle scelte politiche e normative.</p>



<p>Essi tuttavia sono assai ‘utili’ in quanto forniscono servizi, appalti, interventi in salvataggio del mercato e delle banche; esercitano una funzione di controllo dell’ordine sociale. Non è un caso che negli Stati si affermino o tentino di affermarsi modelli di tipo maggioritario, ovvero modelli efficientisti, delle autocrazie elettive (in Italia abbiamo appena bloccato il 4 dicembre il tentativo di sancire in forma costituzionale tale modello), perché sono più funzionali alle esigenze delle élite economico-finanziarie. Tali modelli esprimono una esclusione politica che si accompagna all’esclusione sociale, una diseguaglianza economica che ha un riflesso in sistemi elettorali diseguali che mirano a escludere classi sociali e visioni alternative dallo spazio politico.</p>



<p>La sovranità popolare viene ridotta al voto per eleggere ogni cinque anni un decisore. Il dissenso viene represso con campagne mediatiche denigratorie, militarizzazione, torsione e abuso degli strumenti penali (come è accaduto in Valsusa). La democrazia – quella sociale – con la sua aspirazione all’eguaglianza politica e all’emancipazione sociale rischia di divenire null’altro che un simulacro dietro cui si cela una oligarchia predatoria.</p>



<p>La struttura che abbiamo cercato di delineare è molto simile nei vari settori, cioè sia che si discorra di sovranità alimentare, che di gestione dell’acqua, che, ancora, di controllo dei migranti, ma bisogna anche considerare come in ciascuno di questi esempi esistono dei movimenti di opposizione, come Via Campesina per il cibo, o, se pensiamo all’acqua, la protesta di Cochabamba o, ancora, la battaglia per l’acqua pubblica in Italia, o, in relazione ai migranti, le azioni di disobbedienza a fronte della chiusura delle frontiere.</p>



<p>Esistono cioè molte resistenze a questo nuovo ordine imperiale, molte lotte; ci sono alternative. Imprescindibile, secondo me, è il ruolo dell’auto-organizzazione, dei movimenti, quella che viene definita la democrazia dal basso, ma che altro non è che la sua essenza, ovvero il recupero dell’idea di democrazia come partecipazione viva, effettiva, e come fondata sul riconoscimento dell’esistenza del pluralismo, del dissenso e del conflitto sociale.</p>



<p>Sono reduce da una intensa campagna per il No al referendum del 4 dicembre – come battaglia per la Costituzione letta come progetto per limitare il potere e costruire un tipo di società che mette al centro la persona e non il profitto di pochi – e nei tanti incontri sul territorio ho conosciuto una realtà che lotta, che ragiona, che si oppone, che propone e pratica alternative al sistema dominante.</p>



<p>Il 4 dicembre, poi, mentre seguivo i risultati del referendum, ho letto per esempio dell’oleodotto bloccato negli Stati Uniti dalla battaglia dei Sioux; ma sono tantissime le lotte che si possono ricordare, come, per tutte, la battaglia dei curdi, per un territorio e (soprattutto) per un nuovo tipo di società. E poi ci sono le resistenze più vicine a noi, come quella dalla quale siamo partiti e che sento mia, la lotta No Tav, una vera e propria lotta di popolo.<br>La gabbia d’acciaio della global economic governance si può spezzare.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Top200,&nbsp;<em>La crescita del potere delle multinazionali</em>, in<a href="http://www.cnms.it/index.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;www.cnms.it</a>, ottobre 2015<br>2) S. Marchionne,&nbsp;<em>Il mondo secondo Marchionne</em>, conversazione a cura di L. Caracciolo e F. Maronta, in Limes, n. 10/2015, pag. 273</p>
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		<title>Globalizzazione. L&#8217;ufficialità all&#8217;attacco</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/globalizzazione-lufficialita-allattacco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 09:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
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					<description><![CDATA[La paura di una nuova morale collettiva. Uomini di Stato, discorso pubblico, identificazione di valori: ben oltre l’unpolitically correct Trump ha infranto il dover-essere e l’ufficialità non sta a guardare]]></description>
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<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-51-febbraio-marzo-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 51, febbraio &#8211; marzo 2017)</a></em></li>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La paura di una nuova morale collettiva. Uomini di Stato, discorso pubblico, identificazione di valori: ben oltre l’unpolitically correct Trump ha infranto il dover-essere e l’ufficialità non sta a guardare</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel suo corso al Collège de France&nbsp;<em>Sullo Stato</em>&nbsp;(1), Pierre Bourdieu riflette anche sul tema dell’ufficialità e del discorso pubblico. Partendo dalla questione cardine che può essere sintetizzata nella domanda&nbsp;<em>che cos’è lo Stato?</em>&nbsp;– una serie di principî che consentono un dominio, il detentore della violenza&nbsp;<em>legittima</em>&nbsp;sia fisica che simbolica (riconosciuta come tale, e dunque basata anche su un consenso dei cittadini), un’illusione radicata nelle nostre menti, che dunque esiste essenzialmente perché crediamo che esita… – il sociologo francese analizza la contrapposizione tra pubblico e privato e la conseguente natura del concetto di ufficialità.</p>



<p>Sintetizzando il ragionamento, il pubblico è innanzitutto ciò che si oppone al privato, che è il singolare, il particolare, il personale ma anche il nascosto e l’invisibile; il pubblico dunque è il collettivo ma anche ciò che si mostra quando ci si trova davanti agli altri, divenendo ciò che è ufficiale. Da qui la conseguente riflessione di Bourdieu sulla nozione di morale, se ne possa esistere una privata: “Un uomo invisibile, ossia sottratto alla pubblicità, al divenire pubblico, allo svelamento davanti a tutti, davanti al tribunale dell’opinione, può rendere possibile una morale? Detto altrimenti, non esiste forse un nesso indissolubile tra visibilità e moralità?”. Se è così, l’effetto dell’ufficialità porta con sé sia una universalizzazione (il collettivo) che una moralizzazione (il pubblico).</p>



<p>Il delegato dunque, figura ufficiale che un gruppo elegge o incarica per essere rappresentato pubblicamente, esprime nei suoi discorsi la morale collettiva del gruppo che rappresenta – bene/male, giusto/sbagliato, diritti/doveri ecc. La possiamo definire una condivisione di valori, che non si possono rinnegare senza negare se stessi, poiché il singolo si identifica con il collettivo in quanto membro di&nbsp;<em>quella</em>&nbsp;comunità che si riconosce in&nbsp;<em>quella</em>&nbsp;morale. L’ufficialità è quindi la messa in scena pubblica, la rappresentazione dell’immagine che il gruppo ha di se stesso, davanti agli altri ma anche allo specchio; è ciò che si deve-essere.</p>



<p>Gli uomini di Stato esprimono la morale in cui i cittadini di un Paese si identificano. Una morale considerata collettiva in quanto&nbsp;<em>pubblica opinione</em>, un’entità continuamente invocata che non è affatto, chiaramente, l’opinione di tutti e nemmeno della maggioranza, ma quella di “coloro che sono degni di averne una”, scrive Bourdieu. “L’opinione pubblica è l’impressione su qualsiasi argomento manifestata e prodotta dalle persone più informate, intelligenti e morali della comunità. Tale opinione è gradualmente diffusa e adottata da tutti gli individui”. Ne consegue che “la verità dei dominanti diviene quella di tutti”, grazie alle sfere mainstream dell’informazione e della cultura che si fanno carico della sua diffusione dall’<em>alto</em>&nbsp;al<em>&nbsp;basso</em>.</p>



<p>Se la facciamo risalire alla nascita del Wto nel 1995 – per quanto già prima erano stati avviati processi di delocalizzazione produttiva, accordi commerciali come il GATT e politiche neoliberiste – la globalizzazione è il concetto centrale su cui la classe dirigente ha costruito il discorso pubblico negli ultimi vent’anni. Un disegno economico a misura del Capitale è stato rivestito di valori morali positivi, perché potesse divenire pensiero dominante: apertura, abbattimento delle barriere mentali e fisiche, libertà di movimento, mescolanza di culture, arricchimento intellettuale, espansione dei diritti umani e civili, connessione con il mondo; in una parola,&nbsp;<em>progresso</em>&nbsp;dell’umanità verso un benessere condiviso da tutti i popoli, economico e culturale. Nel mondo occidentale la narrazione ha retto finché la disoccupazione e la povertà, l’abbassamento dei salari e lo sfruttamento lavorativo, non sono diventati parte del quotidiano della maggioranza delle persone, e per la prima volta dal dopoguerra i figli hanno iniziato a vivere in condizioni peggiori dei padri. Sempre più individui hanno smesso di identificarsi nella morale collettiva, ma i delegati – e ancor di più i maître à penser – non hanno percepito quanto profondo e diffuso fosse il cambiamento in atto, e non hanno modificato la narrazione etica con cui avevano infiocchettato la globalizzazione. La caduta è stata libera: prima la Brexit e poi Trump.</p>



<p>Chi ha letto nel referendum britannico e nelle elezioni Usa una rivolta anti-establishment, ha ragione in questo senso: è stata una rivolta contro il discorso pubblico, un rifiuto che ha fagocitato, purtroppo, anche i concetti di destra e sinistra. La situazione americana sarà da seguire, per comprendere se Trump si rivelerà portatore di una diversa ufficialità, e dunque di una nuova morale collettiva, o se resterà qualcosa di completamente differente. Perché al momento la classe dominante – politica, economica e culturale – che si erge ancora a rappresentante di valori positivi, difende la globalizzazione; il protezionista Trump dunque rappresenta l’immorale, la rottura con il&nbsp;<em>dover-essere</em>, ed è perciò il privato elevato a pubblico, il personale, il censurato, il nascosto che si mostra – in una dinamica profondamente postmoderna e nella quale la definizione&nbsp;<em>unpolitically correct</em>&nbsp;affibbiata da più parti al nuovo presidente Usa è estremamente riduttiva. Quanto l’establishment non intenda rinunciare alla propria patente morale è evidente nella reazione dura e immediata, e nella scelta delle parole chiave che – non senza arroganza e spocchia – ha inserito nel suo discorso: ignoranza, populismo, post-verità.</p>



<p>Già il 20 maggio 2016 il Washington Post pubblica un articolo intitolato: “Dobbiamo sradicare gli americani ignoranti dall’elettorato” (2). Un paio di settimane prima, il 3 maggio, con il ritiro degli ultimi due competitor rimasti in corsa, Trump è divenuto formalmente il candidato Repubblicano alla presidenza Usa – poi ufficializzato nella convention di luglio. Lo shock nelle file delle élite, sia Conservatrici che Democratiche, è enorme. “Mai così tante persone ignoranti hanno preso decisioni che avranno conseguenze su tutti noi”, scrive David Harsanyi.</p>



<p>E prosegue: “Se non avete idea di cosa diavolo sta succedendo, avete anche il dovere civico di evitare di sottoporre il resto di noi alla vostra ignoranza. Purtroppo, non possiamo fidarci di voi. Ora, se il voto è un rito consacrato della democrazia, come i liberal sostengono spesso, sicuramente la società può pretendere che i suoi partecipanti rispettino determinate aspettative minime”. L’articolo propone un test di educazione civica per poter accedere alla cabina del voto, e non perdona l’ignoranza di cui accusa gli elettori americani perché oggi, scrive Harsanyi, tutti hanno accesso alle informazioni, e quindi, “se rinunci a informarti, non ti puoi alzare in piedi a dire al resto di noi come vivere la nostra vita. Non votare”. E conclude: “Alcuni di voi mi accuseranno di spacciare rozzo elitismo. Ma io dico che è vero il contrario. A differenza di molti che dipendono dagli elettori ignoranti per esercitare e garantire il loro potere, io mi rifiuto di credere che la classe operaia o le persone più svantaggiate siano meno in grado di comprendere il significato della Costituzione o i profili della governance rispetto all’altezzoso 1% dei cittadini”.</p>



<p>Il 23 giugno 2016, tre giorni dopo il referendum sulla Brexit, Ilya Somin, professore di Legge alla George Mason University, scrive sul Washington Post: “Dopo il voto della scorsa settimana, sono emerse nuove evidenze che suggeriscono che il risultato è stato influenzato da una diffusa ignoranza politica. Nel periodo immediatamente successivo al voto si è registrato un picco in Gran Bretagna nelle ricerche su internet di domande come:&nbsp;<em>Che cosa è l’Unione europea?</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Che cosa significa lasciare l’Unione europea?</em>&nbsp;Ovviamente, gli elettori ragionevolmente ben informati avrebbero dovuto sapere le risposte a queste domande prima di andare alle urne, invece che dopo”. “Purtroppo – continua Somin – l’ignoranza degli elettori britannici sui problemi della Brexit è solo un esempio del fenomeno, più ampio, di ignoranza politica razionale […] comune in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, e in tutto il mondo”. E conclude citando il professor Jason Brennan, definendolo uno dei maggiori esperti accademici mondiali sul tema votazioni e conoscenza politica, il quale “sostiene che il caso Brexit suggerisce che non dovremmo permettere che tali decisioni siano prese con un referendum popolare” e che “forse sarebbe stato meglio se la questione Brexit fosse stata decisa dal Parlamento, i cui membri, in media, hanno più conoscenza rispetto agli elettori, e tuttora si oppongono in modo schiacciante alla Brexit” (3).</p>



<p>In casa nostra, subito dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, Massimo Gramellini su La Stampa se ne esce con “L’ignoranza al potere” (4), e scrive che l’ignoranza è una brutta bestia, che oggi suo nonno, come tanti elettori di Trump, non si vergognerebbe affatto di avere studiato poco, che “anzi trasformerebbe il suo complesso di inferiorità in una forma di orgoglio, non considerando più la cultura uno strumento di crescita economica e sociale, ma il segnale distintivo di una camarilla arrogante di privilegiati”, e conclude che nel voto americano ha dominato il rancore, la ricerca di un capro espiatorio e di un vendicatore per la condizione di disagio che l’ignorante vive.</p>



<p>A ruota Michele Serra, su Repubblica (5), definisce la vittoria di Trump “sintomo solo in parte di nuovi disagi, e in parte molto cospicua della revanche anti-Obama del peggior vecchiume reazionario di una tragica, deprimente, America bigotta, ignorante e maniaca delle armi”.</p>



<p>Il popolo, dunque, è ignorante. Dietro la scelta di questa accusa si muove un piano sapiente e preciso: ignorante è una persona che va educata, non qualcuno a cui si riconosce un legittimo, seppur diverso, punto di vista; l’ignorante non sa, ma una volta istruito, saprà riconoscere la bontà della globalizzazione. Parallelamente, e infilando in un unico pentolone le realtà più disparate, ogni figura politica che si oppone alla globalizzazione è un populista. L’accoppiata ignoranza-populismo vuole produrre l’effetto di una presa a tenaglia, dal&nbsp;<em>basso</em>&nbsp;e dall’<em>alto</em>, al fine di squalificare sia la domanda che l’offerta di un qualsivoglia programma politico critico verso la globalizzazione. Una manovra che trova la sintesi nel concetto di post-verità, che l’ufficialità rappresenta come una trappola infida da cui il popolino, per il suo bene, deve essere paternalisticamente protetto, al pari di un bambino lasciato solo davanti allo schermo televisivo; perché nella Brexit e nelle elezioni Usa si è espresso a tal punto preda delle sue emozioni e personali (ignoranti) convinzioni da mettere in secondo piano la realtà oggettiva, e dirottato da fake-news che non è stato in grado di riconoscere come tali.</p>



<p>La nozione di post-verità dunque, portando all’interno del discorso pubblico una auto-assoluzione per la classe dominante – non ha alcuna colpa nell’essere stata rifiutata, non ha&nbsp;<em>errori&nbsp;</em>su cui riflettere – e una colpevolizzazione dei cittadini-bambini, apre la porta alla pubblica legittimazione della censura dello schermo considerato pericoloso: la rete.</p>



<p>A dicembre sono iniziate le prime mosse preparatorie. Dalla dichiarazione di Mark Zuckerberg che Facebook debba oggi essere considerata una&nbsp;<em>media company</em>, ossia una società con responsabilità editoriale, e non una semplice piattaforma veicolo di contenuti caricati dagli utenti, con la conseguente adozione di un sistema di controllo sui post pubblicati; da Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, che in una intervista al Financial Time ha proposto la creazione di un network europeo anti-bufale coordinato da Bruxelles, “pronto a intervenire rapidamente se l’interesse pubblico viene minacciato” – e non è difficile immaginare che cosa possa essere ritenuto ‘interesse pubblico’ dal potere di Bruxelles – perché “la postverità è uno dei motori del populismo ed è una minaccia che grava sulle nostre democrazie”; per arrivare, nel nostro piccolo giardino, ad Andrea Orlando, ministro di Giustizia, secondo il quale “qui non parliamo di Facebook, qui parliamo del futuro della nostra democrazia […]. Al momento non esiste una legge che renda Facebook responsabile [dei contenuti veicolati sulla piattaforma] ma di questo discuteremo in sede europea prima del G7, per mettere a tema il problema senza ipocrisie”.</p>



<p>Ora: non si tratta di negare l’esistenza dell’ignoranza in parte della popolazione. Il livello culturale è precipitato negli ultimi tre decenni, ed è sotto gli occhi di tutti anche senza scomodare gli studi che parlano della diffusione drammatica dell’analfabetismo funzionale, ossia l’incapacità a capire un testo che si legge. Il punto è come la classe dirigente intende cavalcare l’esistenza dell’ignoranza per mantenersi al potere, proteggere gli interessi del Capitale e preservare le dinamiche della globalizzazione.</p>



<p>Perché finché l’ignorante ha creduto alla sua narrazione, non rappresentava un problema. Anzi: un popolo bue è più facilmente governabile di un popolo istruito. Oggi infatti non intende affatto istruirlo, ma solo rinchiuderlo in un recinto, fare in modo che non abbia possibilità di accesso a un pensiero politico critico verso l’esistente, che diffondendosi, e trovando delegati, possa divenire una nuova morale collettiva.<br>Da sinistra, la questione fondamentale è una: fare in modo che la nuova morale non sia di destra (6).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Pierre Bourdieu,&nbsp;<em>Sullo Stato</em>. Corso al Collège de France, Volume 1 (1989-1990), Feltrinelli</p>



<p class="has-small-font-size">2) David Harsanyi,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.washingtonpost.com/opinions/we-must-weed-out-ignorant-americans-from-the-electorate/2016/05/20/f66b3e18-1c7a-11e6-8c7b-6931e66333e7_story.html?utm_term=.892446f605c0" target="_blank"><em>&nbsp;We must weed out ignorant Americans from the electorate</em></a>, The Washington Post, 20 maggio 2016</p>



<p class="has-small-font-size">3) Ilya Somin,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.washingtonpost.com/news/volokh-conspiracy/wp/2016/06/26/brexit-regrexit-and-the-impact-of-political-ignorance/?utm_term=.0a99c9ef1703" target="_blank">&nbsp;<em>Brexit, Regrexit, and the impact of political ignorance</em></a>, The Washington Post, 26 giugno 2016</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. M. Gramellini, L’ignoranza al potere, La Stampa, 11 novembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. M. Serra, L’Amaca, La Repubblica, 11 novembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Cracco,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/krisis-il-rifiuto-da-destra-che-interroga-la-sinistra/" data-type="post" data-id="890" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Krisis. Il rifiuto da destra che interroga la sinistra</a></em>, Paginauno n. 50/2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>CETA: prove generali di deregulation</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ceta-prove-generali-di-deregulation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 17:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[trattati libero scambio]]></category>
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					<description><![CDATA[Dentro il CETA, un altro TTIP tra Canada e Unione europea pronto alla firma: merci, servizi, accesso agli appalti pubblici, privatizzazione del welfare e aziende che possono fare causa agli Stati con la clausola ICS]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dentro il CETA, un altro TTIP tra Canada e Unione europea pronto alla firma: merci, servizi, accesso agli appalti pubblici, privatizzazione del welfare e aziende che possono fare causa agli Stati con la clausola ICS</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Fallito il quindicesimo round di negoziati sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, la cui approvazione è fortunatamente rimandata a data da destinarsi, ma che rappresenta ancora il cuore della strategia per il commercio internazionale (1), l’Europa punta ora le sue carte sul CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), un trattato di libero scambio con il Canada. Il testo dell’accordo, che, se dovesse incassare l’approvazione del Consiglio e del Parlamento europei, diverrebbe operativo dal 2017, è stato siglato dai capi negoziatori il primo agosto 2014 e reso pubblico il 26 settembre successivo, in occasione del vertice Ue-Canada. Una nuova versione del testo, rivisto sotto il profilo giuridico, è stato poi pubblicato il 29 febbraio 2016 (2). Secondo le parti firmatarie, il CETA rappresenta un accordo ambizioso che offrirà nuove opportunità per il commercio e gli investimenti agli operatori economici sulle due sponde dell’Atlantico, con l’obiettivo di “creare nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra l’Unione europea e il Canada, segnatamente grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici” (3).</p>



<p>Il trattato rientra nella strategia del&nbsp;<em>Trade for all: towards a more responsible trade and investment policy</em>, pubblicato nell’ottobre 2015 dal commissario europeo al commercio Cecilia Malmström (4): “Negli ultimi anni il dibattito che ha attraversato l’Unione europea ha insegnato alcune lezioni importanti in tema di commercio internazionale. È chiaro che i cittadini europei si aspettano che il commercio produca benefici economici reali per i consumatori, i lavoratori e le piccole imprese”, scrive la Malmström nella prefazione. “Tuttavia – continua – essi credono anche che l’apertura dei mercati non debba compromettere i principî fondamentali, come i diritti umani e uno sviluppo sostenibile a livello mondiale, o gli standard qualitativi, le regole a difesa dell’ambiente e i servizi pubblici nei loro Paesi d’origine. Essi chiedono anche di essere maggiormente informati sulle trattative condotte in loro nome. Con la nuova strategia Trade for all, la Commissione si propone di adattare questo approccio alle politiche commerciali per renderle più responsabili, cioè più efficaci, trasparenti e portatrici non solo dei nostri interessi, ma anche dei nostri valori”.</p>



<p>Il riferimento agli errori compiuti durante le negoziazioni del TTIP è chiaro: scarsa trasparenza e poca attenzione ai valori non piacciono ai cittadini europei, la cui opposizione (per esempio gli oltre tre milioni di firme raccolte dalla petizione contro il TTIP), se non ha determinato di fatto il fallimento delle trattative (per questo pare esserci voluto Trump), ha acceso i riflettori sul trattato e fatto crescere un movimento dal basso di opposizione. E, sebbene la Malmström del consenso se ne faccia un baffo (“Non ho ricevuto il mio mandato dagli Europei”, ha dichiarato all’Independent a proposito delle proteste sopra citate (5), almeno a parole ha dovuto tenerne conto per evitare di incassare nuove sconfitte. Tuttavia le sue intenzioni non sono cambiate di una virgola: “Le principali priorità rimangono i più importanti progetti in corso. L’Europa deve cercare con forza di ridare energia alla World Trade Organisation e di portare a termine il TTIP, l’accordo di libero commercio col Giappone e l’accordo di investimenti con la Cina” (6).</p>



<p>Capire quali siano i fondamenti (economici, ma anche ideologici) della nuova strategia europea è fondamentale per inquadrare qualunque trattato internazionale verrà siglato da qui in poi, dei quali il CETA è solo il primo in ordine di tempo, e non certo il principale.</p>



<p>Secondo la Malmström, “il commercio non è mai stato più importante per l’Europa” (7): non solo la crisi del 2009 ha portato alla convinzione che esso possa rappresentare una forza stabilizzatrice nei periodi di recessione, ma si prevede anche che circa il 90% della crescita economica globale fra dieci o quindici anni sarà generato fuori dall’Europa; secondo la Commissione, dunque, la ripresa economica dovrà essere consolidata attraverso legami più forti con i nuovi centri dello sviluppo.</p>



<p>Le vendite al resto del mondo generano, per le imprese europee, un numero crescente di posti di lavoro: “Più di 30 milioni di lavoratori dipendono oggi dalle esportazioni al di fuori dell’Unione Europea – due terzi in più rispetto a quindici anni fa – il che significa che l’export finanzia in Europa quasi un posto di lavoro su 7”. Per esempio, secondo il documento, 200.000 posti di lavoro in Polonia, 140.000 in Italia e 130.000 nel Regno Unito dipendono dalle esportazioni tedesche fuori dall’Europa; e 150.000 posti di lavoro in Germania, 50.000 in Spagna e 30.000 in Belgio dipendono dalle esportazioni francesi.</p>



<p>Da un lato questa vocazione internazionale renderebbe le imprese più competitive e permetterebbe loro di diversificare i mercati (e di conseguenza i rischi), e dall’altro rappresenterebbe il metodo più rapido per creare crescita e posti di lavoro. Aprire l’economia europea al commercio e agli investimenti sarebbe fondamentale per migliorare la produttività e attirare nuovi capitali privati, due fattori di cui l’Europa ha “dolorosamente bisogno”, perché questa apertura porterebbe “idee e innovazione, nuove tecnologie e i migliori ricercatori”, abbassando i prezzi e allargando l’offerta di beni, a tutto vantaggio non solo dei consumatori, ma anche delle imprese, che vedrebbero scendere il costo dei fattori di produzione.</p>



<p>Le imprese europee, si legge nel documento, già oggi altamente competitive, si trovano in ottima posizione per beneficiare dei vantaggi di una maggiore interrelazione a livello globale: dal 2000 al 2015 le esportazioni comunitarie sono quasi triplicate, raggiungendo i 1.500 miliardi di euro, e la quota europea dell’export mondiale rimane stabilmente, e nonostante la crisi, sopra al 15%. Se si tiene conto che nello stesso periodo quella della Cina è passata dal 5% al 15%, la performance delle imprese nostrane può essere considerata eccezionale; di certo migliore di quella degli Stati Uniti, che ha visto scendere la sua quota all’11%, e più ancora di quella del Giappone, crollato al 4,5%.</p>



<p>Per incrementare la nostra capacità di trarre benefici dal commercio e dagli investimenti globali, la Commissione “ha sviluppato un’ambiziosa agenda di accordi bilaterali che completano l’impegno dell’Europa nella World Trade Organization”, concludendo o negoziando tutta una serie di accordi di libero scambio (in inglese FTA, free trade agreement) con i maggiori partner mondiali. Ma, avverte la Malmström, questa ambiziosa agenda comunitaria raggiungerà il suo scopo solo se supportata da misure interne ai Paesi membri: “Riforme strutturali, meno burocrazia, un migliore accesso al credito e più investimenti in infrastrutture, competenze, ricerca e sviluppo sono essenziali per rafforzare la capacità dell’Unione di trarre vantaggi dall’apertura dei mercati”.</p>



<p>Ed è in quest’ottica che bisogna inquadrare anche il CETA, un “accordo ambizioso che aprirà nuove opportunità per il commercio e gli investimenti sulle due sponde dell’Atlantico e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa. Il CETA sopprimerà i dazi doganali, porrà fine alle limitazioni sull’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’Ue. L’accordo contiene anche tutte le garanzie necessarie per far sì che i vantaggi economici ottenuti non vadano a scapito dei diritti fondamentali, delle norme sociali, del diritto dei governi di legiferare, della protezione dell’ambiente o della salute e sicurezza dei consumatori” (8).</p>



<p>Il CETA uniformerebbe dunque le condizioni di concorrenza in Canada, “uno dei partner strategici più stretti e di più vecchia data, l’undicesima economia mondiale per ordine di grandezza e il dodicesimo partner commerciale più importante”.</p>



<p>L’accordo, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbe creare nuove opportunità per il commercio e gli investimenti grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali. A parere della Commissione, il CETA “è pienamente coerente con le politiche dell’Unione”: in particolare “l’accordo non indebolirà né modificherà la legislazione dell’Ue né modificherà, ridurrà o eliminerà le norme dell’Ue nei settori regolamentati”, e “comprende anche capi su commercio e sviluppo sostenibile, commercio e lavoro nonché commercio e ambiente, che collegano l’accordo commerciale agli obiettivi globali dell’Ue in materia di sviluppo sostenibile e agli obiettivi specifici negli ambiti del lavoro, dell’ambiente e dei cambiamenti climatici”.</p>



<p>Tutte le importazioni dal Canada dovranno soddisfare le norme e i regolamenti interni della Ue, per esempio le norme tecniche e di prodotto, le norme sanitarie o fitosanitarie, i regolamenti sulla sicurezza degli alimenti, le norme in materia di OGM, protezione dell’ambiente, protezione dei consumatori, e così via. Sembra tutto favoloso, ma è davvero così?</p>



<p>Per comprendere quanto sia ampia la portata del trattato, basti pensare che esso contiene disposizioni che riguardano il trattamento nazionale e l’accesso al mercato per le merci, misure di difesa commerciale, ostacoli tecnici agli scambi, misure sanitarie e fitosanitarie, dogane e agevolazione degli scambi, sovvenzioni, investimenti, scambi transfrontalieri di servizi, ingresso e soggiorno temporanei di persone fisiche per motivi professionali, riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali, regolamentazione interna, servizi finanziari, servizi di trasporto marittimo internazionale, telecomunicazioni, commercio elettronico, politica della concorrenza, imprese pubbliche, monopoli e imprese cui siano riconosciuti diritti o privilegi speciali, appalti pubblici, proprietà intellettuale, cooperazione regolamentare, commercio e sviluppo sostenibile, commercio e lavoro, commercio e ambiente, dialoghi e cooperazione bilaterali, disposizioni amministrative e istituzionali, e, per finire, trasparenza e risoluzione delle controversie.</p>



<p>Fra i vantaggi del trattato, la proposta della Commissione sottolinea innanzitutto la possibilità di “offrire risparmi sui dazi doganali, opportunità per i prestatori di servizi e meccanismi trasparenti ed efficaci di protezione degli investimenti e di risoluzione delle controversie” (9).</p>



<p>L’ultimo punto merita una particolare attenzione: il CETA, in “netta rottura rispetto all’approccio tradizionale”, prevede la creazione di un sistema giudiziario specifico per la protezione degli investimenti, il cosiddetto ICS (Investors Court System), costituito da un tribunale permanente e da un tribunale d’appello, che “condurrà i procedimenti di risoluzione delle controversie in modo trasparente e imparziale”. Il meccanismo dell’ICS consentirebbe agli investitori canadesi nell’Ue – e agli investitori Ue in Canada – di citare in giudizio uno Stato davanti a un tribunale speciale qualora esistano normative nazionali o comunitarie che ledano i loro interessi e i loro diritti. L’ICS si discosta solo in alcuni dettagli da una clausola più celebre e molto controversa nota come ISDS (Investor State Dispute Settlement) contenuta nel TTIP, che consente agli investitori di citare in giudizio uno Stato e di chiedere un risarcimento in caso di trattamento iniquo o discriminatorio, esproprio indiretto o esproprio diretto (nazionalizzazione): sfortuna vuole che i primi due concetti abbiano, nella definizione della clausola, contorni talmente indefiniti da includere qualsiasi provvedimento pubblico in grado di danneggiare gli interessi di un investitore. Nel CETA, la clausola ICS lascia intatta la sostanza della clausola ISDS, cioè la possibilità degli investitori stranieri di citare in giudizio uno Stato in caso di trattamento discriminatorio, ingiusto, iniquo e in caso di esproprio ed esproprio indiretto (10).</p>



<p>Nonostante lo sforzo di dare nel testo del CETA una precisa definizione del concetto di “giusto ed equo” trattamento, infatti, viene espressamente riconosciuto agli investitori la possibilità di ricorrere al tribunale speciale quando lo Stato “frustra” le “legittime aspettative” di guadagno che si sono create. Evidentemente né la clausola ISDS né la clausola ICS impediscono alle autorità di adottare qualsivoglia provvedimento nell’interesse pubblico, ma scoraggiano altrettanto chiaramente misure tali da ledere gli interessi degli investitori stranieri, cosicché gli Stati non corrano il rischio di dover pagare risarcimenti colossali.</p>



<p>A seguito dell’acceso dibattito sulla legittimità della clausola, gli Stati membri, con il sostegno della Commissione, hanno scelto di escludere l’ICS dal campo di applicazione provvisoria del CETA. Ciò significa che l’attuazione del nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti avverrà solo una volta che tutti gli Stati membri avranno completato le procedure nazionali di ratifica. Nel frattempo la Commissione procederà con il Canada all’ulteriore definizione di alcuni aspetti del nuovo sistema, quali la selezione dei giudici, l’accesso delle imprese più piccole e il meccanismo di ricorso (11).</p>



<p>Il secondo gruppo di vantaggi evidenziati dalla Commissione è costituito dal “riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali”, il che si tradurrebbe in trasferimenti più agevoli di personale e di altri professionisti tra l’Ue e il Canada e in un miglioramento della capacità delle società europee di fornire assistenza post-vendita (esportando attrezzature, macchinari e software, e inviando tecnici addetti alla manutenzione e altri specialisti). Questa caratteristica è particolarmente importante nel settore dei servizi, da cui attualmente dipende il 70 % del Pil europeo. Non solo, grazie alle nuove tecnologie, le esportazioni di servizi in senso stretto negli ultimi dieci anni sono raddoppiate, fino a raggiungere i 728 miliardi di euro, ma anche le imprese manifatturiere hanno cominciato a comprare, produrre e vendere servizi per agevolare la vendita dei loro prodotti (si pensi ai finanziamenti per l’acquisto di una nuova auto, o alla consegna dei prodotti acquistati online); il fenomeno continua a crescere, tanto che ormai i servizi ‘incorporati’ nei beni rappresentano il 40% del valore delle merci esportate.</p>



<p>Il commissario Malmström dichiara che circa un terzo dei posti di lavoro generati dalle esportazioni di prodotti manifatturieri fanno riferimento a servizi ausiliari come i trasporti o la logistica, e la proporzione è addirittura maggiore nel settore dei macchinari complessi (apparecchi medici, turbine eoliche, ecc.), in cui l’installazione, la manutenzione e il training del personale fanno parte del pacchetto di vendita. È evidente, tuttavia, che questo “riconoscimento reciproco” da un lato potrebbe portare a un ‘annacquamento’ delle qualifiche imprudente o ingiustificato, e dall’altro aumenterebbe di certo la concorrenza all’interno delle professioni, con conseguenze non sempre positive dal punto di vista del bene comune.</p>



<p>Il terzo filone di possibili vantaggi per le imprese nostrane è costituito, secondo la Commissione, dalla possibilità di accesso agli appalti pubblici canadesi: “Il Canada ha aperto alle società dell’Ue le proprie gare d’appalto pubbliche in misura maggiore rispetto agli altri suoi partner commerciali. Le aziende dell’Ue potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello di province e comuni canadesi e saranno le prime aziende non canadesi a poterlo fare. Si stima che le dimensioni del mercato canadese degli appalti pubblici a livello provinciale siano il doppio di quelle del suo equivalente federale” (12).</p>



<p>Quello che la proposta non esplicita è che la stessa disponibilità verrà concessa nell’Unione alle aziende canadesi. Perciò, se da un lato le nostre imprese potranno accedere liberamente agli appalti in Canada, dall’altro aumenterà il numero dei concorrenti nelle gare europee: chi si avvantaggerà del nuovo sistema saranno, come al solito, le aziende più competitive, ma cosa questo davvero significhi in termini di costi per la collettività (qualità delle infrastrutture o dei servizi, posti di lavoro persi o creati, livello di sicurezza, ecc.), resta avvolto nella nebbia.</p>



<p>Ma che qualche rischio ci sia, soprattutto sul versante del welfare, è la stessa Commissione a riconoscerlo, anche se implicitamente: “Come in tutti gli altri suoi accordi commerciali, nel CETA l’Ue salvaguarda pienamente i servizi pubblici. Se lo desiderano, per un determinato servizio gli Stati membri dell’Ue potranno gestire monopoli pubblici. Il CETA non obbligherà né inviterà i governi a privatizzare o deregolamentare servizi pubblici quali l’approvvigionamento idrico, la sanità, i servizi sociali o l’istruzione. Gli Stati membri dell’Ue conserveranno la facoltà di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli. Nessuna disposizione del CETA impedirà inoltre a un governo di uno Stato membro dell’Ue di revocare in futuro, in un qualunque momento, qualsiasi decisione autonoma eventualmente adottata per la privatizzazione di tali settori” (13).</p>



<p>E ancora: “Il CETA garantisce che il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche sia pienamente preservato. La proposta non incide sulla protezione dei diritti fondamentali nell’Unione”. Ma se il CETA non influenzasse in senso privatistico le politiche sul welfare dell’Unione, che bisogno ci sarebbe di anticipare eventuali obiezioni, rassicurando gli Stati membri sulla presunta ‘neutralità’ dell’accordo? Come si dice,&nbsp;<em>excusatio non petita, accusatio manifesta</em>.</p>



<p>Un altro tipo di problema è rappresentato dai danni (certi) collegati all’abolizione dei dazi doganali a fronte di (possibili) nuove opportunità. Il dazio, in campo economico, è definito come una barriera artificiale ai flussi di beni e/o servizi tra due o più Paesi, barriera che nasce dalle esigenze di politica economica di un singolo Stato (o gruppo di Stati) di controllare i flussi di beni in entrata (importazioni) e in uscita (esportazioni) dallo Stato stesso.</p>



<p>Nella maggior parte dei casi il dazio viene riscosso attraverso una dichiarazione doganale, ed è rappresentato da una somma di denaro (una percentuale del valore dei beni sottoposti a dazio), che l’importatore paga per avere il diritto di commercializzare, nel Paese in cui esercita la sua attività, merci prodotte all’estero: per esempio, un importatore italiano, per commercializzare in Italia merci prodotte in India, deve versare allo Stato una determinata somma di denaro, proporzionale al valore di tali merci. Il dazio fa aumentare il costo totale dei beni importati, e pertanto influenza al rialzo il prezzo al quale queste merci saranno offerte al pubblico: essi vengono definiti una misura protezionistica proprio perché&nbsp;<em>proteggono</em>&nbsp;il mercato interno dalla concorrenza dei Paesi stranieri, incentivando l’uso dei prodotti nazionali, più appetibili in termini di prezzo.</p>



<p>Con l’attuazione del CETA le aziende italiane (ma il discorso vale per ogni Paese della Ue) si troveranno ad affrontare non solo i competitor dei Paesi membri (in Europa le merci circolano liberamente), ma anche quelli di oltreatlantico, e non saranno solo i prezzi dei beni e servizi canadesi a scendere, ma anche quelli dei beni e servizi comunitari, per effetto dell’aumento della concorrenza. E prezzi più bassi (a parità di altri fattori) significano utili più bassi, con le conseguenti pressioni per il contenimento dei costi, primo fra tutti quello dei salari.</p>



<p>D’altro canto, rinunciare ai dazi impoverisce gli Stati, perché, come abbiamo visto, essi rappresentano entrate fiscali, che possono essere investite a favore delle aziende, per esempio per sostenere la domanda interna, o a favore dei cittadini, per esempio in servizi. “La Commissione stima che, una volta completata l’attuazione dell’accordo dopo sette anni, i dazi non riscossi raggiungeranno un importo pari a 311 milioni di euro, poiché, alla data di entrata in vigore dell’accordo, sarà soppresso il 97,7% delle linee tariffarie dell’Ue e, successivamente, un ulteriore 1% gradualmente entro 3, 5 o 7 anni. L’importo di 311 milioni di euro corrisponde all’80% dei dazi stimati riscossi dagli Stati membri dell’Ue sui prodotti canadesi importati in base ai dati del 2015. La stima prende in considerazione la nuova decisione sulle risorse proprie, che riduce dal 25% al 20% le spese di riscossione che gli Stati membri mantengono” (14).</p>



<p>Inoltre, a causa dell’ICS, “un importo pari a 0,5 milioni di euro di spese annuali supplementari è previsto a decorrere dal 2017 (con riserva di ratifica) per finanziare la struttura permanente che comprende un tribunale di primo grado e un tribunale d’appello”.</p>



<p>Anche ammesso che le imprese comunitarie siano tanto competitive, a livello globale, da crescere a forza di esportazioni, erodendo le quote di mercato dei concorrenti extraeuropei, non è per nulla detto che ciò possa essere considerato positivo. Per capirlo bisogna, purtroppo, fare una piccola digressione tecnica e ripescare il concetto che in macroeconomia è conosciuto come “equilibrio dei saldi settoriali”.</p>



<p>Questo principio postula che la somma dei saldi tra i tre macro-settori economici di uno Stato (<em>saldo pubblico</em>, ovvero la differenza tra spese e tasse,&nbsp;<em>saldo privato</em>, ovvero la differenza tra risparmi e investimenti, e&nbsp;<em>saldo estero</em>, ovvero la differenza tra esportazioni e importazioni) debba essere pari a zero. Considerando che i Paesi dell’area euro hanno aderito al principio del pareggio di bilancio e che quindi il saldo pubblico deve essere per definizione nullo, l’equazione dei saldi settoriali si può ridurre a: saldo privato + saldo estero = 0, cioè saldo privato = saldo estero. Ciò significa che la differenza fra risparmi privati e investimenti privati coincide con la differenza fra esportazioni e importazioni: di conseguenza se un Paese esporta molto più di quel che importa, deve necessariamente investire molto meno di quel che risparmia, cioè non può azionare la leva degli investimenti.</p>



<p>Questo è quello che è successo in Germania, che da più di otto anni viola le regole europee sul surplus, danneggiando non solo gli equilibri già precari dell’eurozona, ma anche se stessa, proprio a causa della caduta degli investimenti. Chen Zhao, co-direttore del settore Global Macro Research di Brandywine Global, una società di investimenti che gestisce 70 miliardi di dollari, dichiara: “Una scarsa propensione agli investimenti in manutenzione e sviluppo delle infrastrutture è in gran parte dovuta a una concezione, a mio avviso, errata delle politiche di gestione del bilancio statale, che sembrano idealizzare una soluzione di bilancio in pareggio […] La mancanza cronica di investimenti a lungo termine e il deterioramento delle infrastrutture pubbliche che ne consegue rappresenta in realtà un’opportunità per i governi per impiegare capitale in maniera produttiva nella ricostruzione. Purtroppo, al contrario, molti Paesi – Germania inclusa – non stanno andando in questa direzione […] sprecando così un’interessante opportunità di investimento e rilancio […] che potrebbe rendere invece la Germania ancora più competitiva in futuro” (15).</p>



<p>Gli fa eco Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital, società di gestione del risparmio: “Keynes diceva che l’equilibrio di un gruppo di nazioni in un regime di moneta unica è incompatibile con un surplus commerciale strutturale di una singola nazione verso le altre […] Dalla riunificazione, la Germania ha approfittato del debito creato da alcuni Paesi come una forma di&nbsp;<em>vendor financing</em>&nbsp;per incrementarvi le esportazioni, ha poi dato il via alla compressione salariale e alla delocalizzazione selvaggia nell’Europa dell’Est. Il surplus commerciale è il frutto di un progetto pluriennale sul quale si fonda la politica tedesca. Adottato come strategia all’interno di una comunità di nazioni che condividono la stessa moneta, ha un effetto di alterazione dell’equilibrio tra le stesse nazioni e rende la moneta unica l’epicentro della propagazione degli squilibri” (16).</p>



<p>Puntare tutto sulle esportazioni, all’interno del patto di stabilità, presenta dunque un grosso rischio per i cittadini europei, e non solo per quelli dei Paesi più fragili e meno competitivi (i cui mercati verrebbero ulteriormente impoveriti dalla concorrenza straniera), ma anche per quelli dei Paesi più forti, che già vedono degenerare la qualità delle infrastrutture e dei servizi statali in nome della crescita del surplus. La grande domanda a cui il CETA non risponde infatti è: se tutti vendono, chi compra?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Si veda per esempio&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/index_it.htm" target="_blank">http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/index_it.htm</a><br>2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2014/september/tradoc_152806.pdf" target="_blank">http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2014/september/tradoc_152806.pdf</a><br>3)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52016PC0444" target="_blank">http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52016PC0444</a><br>4) Il testo in versione originale (inglese) è consultabile all’indirizzo:&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf" target="_blank">http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf</a><br>5) J. Hilary,<em>&nbsp;I didn&#8217;t think TTIP could get any scarier, but then I spoke to the EU official in charge of it</em>, Independent, 12 ottobre 2015<br>6)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf" target="_blank">http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf</a><br>7)&nbsp;<em>Trade for all</em>, cit.<br>8) Proposta di Decisione del Consiglio relativa alla firma, a nome dell’Unione europea, dell’accordo economico e commerciale globale tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra, Strasburgo, 7 luglio 2016<br>9)&nbsp;<em>Ibidem</em><br>10) Cfr. CETA, articolo 8.9 e seguenti<br>11) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.euroconsulting.be/2016/11/03/vertice-ue-canada-standard-elevati-per-il-commercio-internazionale-nellaccordo-commerciale-appena-firmato" target="_blank">http://www.euroconsulting.be/2016/11/03/vertice-ue-canada-standard-elevati-per-il-commercio-internazionale-nellaccordo-commerciale-appena-firmato</a><br>12) Proposta di Decisione del Consiglio, cit.<br>13)<em>&nbsp;Ibidem</em><br>14)&nbsp;<em>Ibidem</em><br>15) Vito Lops,&nbsp;<em>Perché alla Germania conviene ridurre il surplus commerciale</em>, Il Sole 24 Ore, 27 settembre 2016<br>16)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Krisis. Il rifiuto da destra che interroga la sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/krisis-il-rifiuto-da-destra-che-interroga-la-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 09:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=890</guid>

					<description><![CDATA[Brexit e Trump, la rivolta da destra alla globalizzazione: e la sinistra? Dispersione delle lotte, spostamento sui diritti civili, utopie internazionaliste su un’Europa diversa: la sinistra paga l’abbandono della chiave economica e l’incapacità a leggere il presente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Brexit e Trump, la rivolta da destra alla globalizzazione: e la sinistra? Dispersione delle lotte, spostamento sui diritti civili, utopie internazionaliste su un’Europa diversa: la sinistra paga l’abbandono della chiave economica e l’incapacità a leggere il presente</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Alla fine, le persone hanno iniziato a dire&nbsp;<em>basta</em>. Lo hanno fatto prima gli inglesi con la Brexit e poi gli statunitensi con l’elezione di Trump. Un rifiuto che ha spaccato come una mela entrambi i Paesi: 51,9% Leave contro 48,1% Remain in Gran Bretagna, con un’affluenza del 72,2%; 46,4% Trump e 47,9% Clinton per il voto popolare negli Usa, con il 53,9% dei votanti (il meccanismo dei ‘grandi elettori’ ha poi portato la vittoria al candidato Repubblicano). Colpisce la forza del No: 17,4 milioni di inglesi e 62,2 milioni di americani lo hanno espresso resistendo alla battente campagna mediatica degli organi di informazione mainstream, schierati in blocco per il Sì.</p>



<p>In Gran Bretagna, un’analisi disaggregata del voto pubblicata dal Telegraph (1) mostra come abbiano votato in maggioranza per il Remain solo la Scozia, Londra e l’Irlanda del Nord; nel resto del Paese ha vinto il Leave, con le ex zone manifatturiere Midlands, Yorkshire e Nord-Est, oggi impoverite e disoccupate dopo deindustrializzazioni e delocalizzazioni, che hanno visto le percentuali più alte di rifiuto.</p>



<p>Negli Usa, gli exit pools pubblicati dal New York Times (2) evidenziano come la Clinton abbia registrato un aumento di voti nelle fasce sociali ad alto reddito (+9% tra i 100 e i 200.000 dollari), pur non raggiungendo la maggioranza in un elettorato tradizionalmente Repubblicano, e come Trump abbia invece guadagnato consensi tra le classi meno agiate, storicamente Democratiche: +16% sotto i 30.000 dollari e +6% dai 30.000 ai 50.000 (3).</p>



<p>È chiaro che in una elezione giocano molti fattori, ma una tendenza si può comunque cogliere – ci sono arrivati perfino alcuni editorialisti di punta embedded alla politica neoliberista, colti di sorpresa dai risultati di entrambe le votazioni, e che nelle analisi precedenti al voto avevano del tutto ignorato la questione di classe su cui sia Trump che lo Ukip stavano facendo leva in campagna elettorale. Semplificando, il Sì rappresentava la globalizzazione, la linea di continuità con le attuali politiche economiche, e dunque accordi di libero scambio tra Paesi e libera circolazione di capitali, merci e persone; il No proponeva un cambiamento, una chiusura delle frontiere agli stranieri e un freno al libero mercato internazionale di merci e capitali.</p>



<p>Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti il rifiuto alla globalizzazione ha indossato le vesti del nazionalismo, declinato come patria e sentimento culturale di appartenenza (<em>Make America Great Again</em>), e come contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini (<em>Britain First</em>); una posizione che si è anche tradotta nella demonizzazione dell’immigrazione e, soprattutto negli Usa, delle minoranze e dell’Islam.</p>



<p>Disaggregando i voti statunitensi, il Pew Research Centre di Washington (4) ha evidenziato come mormoni (61%), bianchi evangelici (84%) e bianchi cattolici (60%) abbiano votato a forte maggioranza per Trump; sul piano etnico, il 58% dei bianchi ha dato la sua preferenza al candidato Repubblicano contro appena il 37% di voti alla Clinton, mentre il 65% dei latinos e l’88% dei neri si è schierato con Hillary – appena il 29% dei primi e l’8% dei secondi con Trump. La questione identitaria quindi, declinata sia in senso religioso che etnico, ha avuto la sua importanza.</p>



<p>Ma è la conseguenza di una situazione, la causa scatenante è l’impoverimento. Non per la classe dirigente neoliberista, ovviamente, che ha tutto l’interesse a tralasciare la lettura economica del voto per focalizzarsi su quella identitaria. Può così accusare di pericoloso ‘populismo’ sia Trump che Farange, condannarli da un punto di vista morale ed etico, e lanciare l’allarme sulla deriva xenofoba e razzista del ‘popolo’ – fino a spingersi a mettere in dubbio il principio del suffragio universale quando non dà un risultato conforme ai desiderata.</p>



<p>Con questo approccio può non solo evitare il confronto sugli effetti sociali delle politiche neoliberiste, e procedere sulla stessa strada, ma anche continuare a produrre una rappresentazione positiva della sua ideologia: di pari passo con la globalizzazione andrebbero i diritti dell’Uomo, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo culturale che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera ripiegamento e chiusura, in nome di una apertura al mondo intero e di una emancipazione dell’umanità tutta; diritti, progresso e capitalismo viaggerebbero insieme, insomma.</p>



<p>Anche l’analisi che vuole sia una ribellione anti-establishment, anti-sistema e dunque genericamente antipolitica contro l’élite, di destra e di sinistra (corrotta, impaludata con le lobby, privilegiata ecc.), mira a nascondere l’aspetto economico del No. Non c’è dubbio che almeno in parte siamo di fronte alla rivolta dell’<em>uomo qualunque</em>, ma resta il fatto che establishment e sistema sono neoliberisti da trent’anni; dunque&nbsp;<em>essere contro</em>&nbsp;significa essere contro le politiche attuate. Senza dimenticare che l’etichetta ‘antipolitica’ serve anche a squalificare, a non riconoscere la patente di legittimità politica, a chiunque critichi la globalizzazione.</p>



<p>Infine, anche la lettura secondo cui negli Usa non ha vinto Trump ma ha perso la Clinton, poiché il primo ha grosso modo conservato i voti Repubblicani rispetto alle precedenti elezioni mentre la seconda ha perduto quasi 2,5 milioni di consensi, esclude volutamente dall’analisi il fatto che il programma protezionista in campo economico di Trump non rappresenta affatto la tradizionale posizione Repubblicana, da sempre a favore della globalizzazione; al punto che una buona parte del partito aveva ingaggiato una battaglia contro il suo stesso candidato.</p>



<p>Detto questo, non si può certo negare che Trump e Farange abbiano strumentalizzato il disagio delle fasce più povere della popolazione e della white middle class depauperizzata incanalandolo nei binari del razzismo e della xenofobia; d’altra parte si posizionano entrambi politicamente a destra, dunque non deve sorprendere. Il problema infatti è dalla parte opposta, a sinistra; perché (finalmente) è in atto una rivolta popolare contro la globalizzazione, ma ha preso le caratteristiche di una ribellione di destra.</p>



<p>La sinistra è da decenni in una crisi profonda; lo riconosce ormai tutta l’area che possiamo definire antagonista. Le ragioni sono molteplici. Il crollo dell’Urss ci ha consegnato il fallimento del cosiddetto comunismo reale, lasciandoci orfani di un’utopia che non si è realizzata e a tal punto disorientati da non saperne immaginare, nel reale – che nella teoria siamo bravi tutti – un’altra.</p>



<p>Lo sviluppo tecnologico ci ha portati al capitalismo digitale, al lavoro cognitivo, volontario – consapevole o meno – e gratuito, e gli strumenti di lettura dei meccanismi di sfruttamento del lavoro validi nel Novecento arrancano nella difficoltà di aggiornarsi. Ma fedele a una visione finalistica della Storia che la Storia stessa ha negato, la sinistra si ritrova ad analizzare le contraddizioni interne al sistema capitalistico, le sue crisi cicliche e strutturali, la caduta tendenziale del saggio di profitto, le retribuzioni scese sotto il livello di sussistenza e dunque il crollo della domanda ecc., nell’escatologica attesa della sua implosione e nella spasmodica ricerca di quale sia la nuova composizione di classe su cui far leva per rovesciarlo.</p>



<p>Le battaglie per i diritti civili (sacrosanti, intendiamoci!), quella relativa all’identità di genere soprattutto, ha portato una parte del movimento ad allontanarsi dalle questioni sociali, con la conseguente frammentazione delle lotte ma anche, pian piano, la perdita di pensiero politico. Non si tratta di non riconoscere l’importanza del tema, ma femminismo, diritti degli omosessuali ecc. sono battaglie su cui aveva senso focalizzarsi negli anni Settanta-Ottanta, perché prive di voce e rappresentanza; ma da quando il Pci ha avviato il percorso Pds-Ds-Pd e sposato il neoliberismo, le ha fatte proprie sostituendole a quelle del lavoro, e hanno dunque trovato da tempo un referente politico che le sta portando avanti, per quanto lentamente. È paradossale che una parte della sinistra antagonista si sia prodotta nello stesso spostamento ideologico operato dalla sinistra governativa. Una vignetta circolata in rete nei giorni di approvazione della legge sulle unioni civili sintetizza perfettamente la questione: due uomini festeggiano felici la possibilità di unirsi davanti alla legge: “Che bello possiamo sposarci” dice uno, e l’altro risponde: “Sì, ma con quali soldi?”.</p>



<p>Il principio dell’internazionalismo, infine, oltre a continuare a produrre un’astratta quanto vaga narrazione universalistica e collettiva di emancipazione della classe lavoratrice mondiale a cui, nell’attuale postmodernismo, non crede più nessuno – soprattutto le giovani generazioni, nate postmoderne – produce nei centri sociali innamoramenti come quello per il Rojava e sforzi per organizzare carovane e dibattiti concentrati sul capire come quell’esperienza di democrazia dal basso possa essere attuata qui da noi. Confronti che spesso eludono una questione di fondo: i curdi, oltre a rivendicare il diritto a uno Stato e a un territorio, hanno creato e difendono quella realtà con le armi; qui il movimento non riesce nemmeno a concepire la violenza su una vetrina, come ha dimostrato la divisione in cui si è prodotto dopo i fatti del May Day di Milano del 2015.</p>



<p>Ma soprattutto l’internazionalismo impedisce lo sviluppo di un’analisi, e di un concreto progetto, che faccia i conti con l’evoluzione sovranazionale e globalizzata che ha conosciuto il capitalismo, e il conseguente impatto registrato sullo spazio di sovranità di uno Stato. E qui sta lo snodo che consegna la ribellione popolare di oggi alla destra.</p>



<p>Il caso Europa è emblematico. Pur essendo ormai del tutto evidente la natura neoliberista dell’Unione fin dalle sue fondamenta – basta leggere i vari trattati che dalla Ceca fino a quello di Lisbona passando per Maastricht l’hanno istituita e strutturata (5) – la gran parte della sinistra antagonista si ostina a portare avanti l’idea di un’Europa unita ma diversa, modificata in senso socialdemocratico – ché ormai di anticapitalismo quasi non si parla più, proprio perché a causa del disorientamento non sappiamo più immaginare una concreta alternativa all’attuale struttura economica, con il paradosso di ritrovarci a rimpiangere, e a difendere, quella socialdemocrazia che fino agli anni Settanta la sinistra extraparlamentare ha combattuto.</p>



<p>E dunque il problema è l’egemonia della Germania e il suo ordoliberismo, senza il quale chissà mai che Europa potremmo avere. Una lettura che resiste anche davanti al fallimento di Tsipras, guardando allora a Podemos, come se due rappresentanti di governi socialdemocratici seduti in Commissione europea potessero mutare i rapporti di forza in una Unione di 27 Paesi (6), o come se fosse ipotizzabile che un vento socialdemocratico tornasse a soffiare sugli Stati europei tutti, mutando a maggioranza i partiti al potere – soprattutto ora, che a tirare è la corrente di destra, e che i cittadini hanno ormai chiaro che per questa Unione devono ringraziare anche i partiti socialdemocratici di un tempo, che tradendo i propri valori l’hanno così costruita.</p>



<p>La forza di un pensiero politico sta nel suo essere vivo; nella capacità di relazionarsi con il presente, con il mutare della Storia, non per negarsi ma al contrario per divenire più forte. Non è un oggetto sacrale da chiudere in una vetrinetta, ma qualcosa da interrogare continuamente.<br>Vedere nell’Unione europea un passo avanti nella direzione dell’internazionalismo di sinistra significa voler restare a tal punto fedeli a un principio da forzare la lettura della realtà. Così come non vedere che oggi l’ambito statuale è l’unico in grado di porre un freno alla globalizzazione attraverso politiche monetarie, fiscali e di investimenti – in una parola attraverso quella politica economica che l’Unione europea ha sottratto ai Paesi – significa essere ciechi. Oltretutto lo Stato resta tuttora l’unico spazio nel quale possa essere esercitata la democrazia contro le decisioni sovranazionali prese nei ristretti consessi politici ed economici non elettivi. E tra l’altro per chi (compreso chi scrive) ha cessato da tempo di credere alla democrazia per come si è strutturata nei Paesi occidentali, evidenziandone la falsa natura, la Brexit e l’elezione presidenziale Usa hanno mostrato quanto possa invece avere ancora una sua forza.</p>



<p>È indubbio che le implicazioni economiche e finanziarie di un’uscita dall’Europa sono enormi, e a sinistra non mancano economisti che le stanno studiando. C’è chi, come Cesaratto (7), considera più fattibile un’uscita&nbsp;<em>a caldo</em>, dovuta a una crisi sociale o politica a cui l’Europa si dimostri incapace o non intenzionata a rispondere, piuttosto che un’uscita unilaterale<em>&nbsp;a freddo</em>, programmata. Di certo, vista l’aria che tira, se la sinistra non accetta di confrontarsi seriamente sulla questione, consegnerà l’Europa alla destra.</p>



<p>Perché non le sottrarrà mai la ribellione in atto contro la globalizzazione se si infila nel coro che urla semplicisticamente al ‘fascismo’, invece di evidenziare quanto le politiche della destra siano tutt’altro che anti-sistema. Se Trump riuscirà a riportare la manifattura dentro i confini Usa, è facilmente immaginabile che lo farà a colpi di incentivi e sgravi fiscali, mentre i nuovi posti di lavoro creati continueranno a essere soggetti allo sfruttamento più violento (8).</p>



<p>Non sottrarrà mai alla destra la ribellione se si limita a opporre i diritti umani al problema dell’immigrazione. Solo chi non vive in periferia può ostinarsi a negare quanto, in situazioni economicamente disagiate – e gli immigrati approdano in questo tipo di quartieri – tra disoccupazione e uno stato sociale sempre più ridotto al minimo, la convivenza tra culture diverse diventi difficoltosa e provochi rabbia, attriti, conflitti, che alla lunga sfociano nel razzismo e nella xenofobia. I&nbsp;<em>buoni sentimenti</em>&nbsp;(perché così sono percepiti quando si taglia sul cibo per arrivare a fine mese) dei diritti umani qui non trovano casa. Ed è dura ammetterlo, ma le campagne di raccolta fondi e assistenza agli immigrati messe in piedi dai centri sociali, che poi non muovono un dito per sostenere la lotta dei lavoratori dell’impresa accanto contro i licenziamenti – e in questi anni ce ne sono state parecchie – spostano a destra le persone prive di una chiave di lettura economica rispetto a ciò che sta accadendo.</p>



<p>Non si tratta di fare una classifica della disperazione ma, appunto, di tornare a un pensiero politico che ha nell’economia la sua forza, nella capacità di leggere i meccanismi del capitalismo, le dinamiche di sfruttamento del lavoro, gli immigrati utilizzati come ‘esercito di riserva’ per innescare un generale abbassamento dei salari e la strumentalizzazione della ‘guerra fra poveri’ su cui fa leva la destra, funzionale al Capitale.</p>



<p>Se la sinistra antagonista non torna a concentrarsi sul lavoro, e non fa un bel tuffo nell’acqua gelida del presente, liberandosi di sogni internazionalistici irrealizzabili – oggi è molto più concreta una collaborazione in senso solidaristico tra Stati dotati di sovranità sulle proprie politiche economiche – non avrà che da puntare il dito su se stessa per l’ondata di destra che sta sommergendo l’Europa e il mondo occidentale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-results-and-live-maps/" target="_blank">http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-results-and-live-maps/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=1" target="_blank">http://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=0</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) In merito ai dati statistici statunitensi che mostrano una ripresa economica e un calo del &#8211; la disoccupazione in atto nell’ultimo anno, rimando a un’inchiesta di Zeit di settembre: ciò che ci si dimentica spesso di analizzare, infatti, è la qualità del lavoro oggi creato, per lo più sottopagato. L’articolo evidenzia come perfino nella Silicon Valley, una delle zone più ricche degli Stati Uniti, centinaia di migliaia di persone, pur facendo due/tre lavori, non riescono a sopravvivere e si ritrovano in coda per l’assistenza alimentare. Cfr. Moritz Aisslinger,&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.zeit.de/2016/38/silicon-valley-kalifornien-usa-armut/komplettansicht" target="_blank">Die armen Kinder vom Silicon Valley</a></em>, Zeit, 22 settembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/11/09/behind-trumps-victory-divisions-by-race-gender-education/" target="_blank">&nbsp;http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/11/09/behind-trumps-victory-divisions-by-race-gender-education/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/leuropa-vista-da-sinistra/" data-type="post" data-id="1231" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>L’Europa vista da sinistra</em></a>, Paginauno n. 39/2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/" data-type="post" data-id="1241" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</em>,</a> Paginauno n. 41/2015</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Sergio Cesaratto,<em>&nbsp;Sei lezioni di economia</em>, segnalato su Paginauno n. 50/2016</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/" data-type="post" data-id="899" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</a></em>, Paginauno n. 50/2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Survival economy</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/survival-economy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 11:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[gig economy]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2686</guid>

					<description><![CDATA[Tra stagnazione secolare e riequilibri globali, il capitale italiano arranca e la sharing economy è la nuova frontiera dello sfruttamento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-48-giugno-settembre-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 48, giugno &#8211; settembre 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tra stagnazione secolare e riequilibri globali, il capitale italiano arranca e la sharing economy è la nuova frontiera dello sfruttamento</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il processo di globalizzazione non si arresta. Una tappa dietro l’altra, le politiche degli Stati proseguono nella creazione di un unico libero mercato mondiale, senza barriere protezionistiche per merci, servizi e capitali. A Occidente dodici Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno firmato il TPP, il Trattato di libero scambio dell’area del Pacifico (1), e sono in corso i negoziati tra Usa e Europa per il TTIP (2). A Oriente la Cina preme per essere riconosciuta dall’Unione europea come ‘economia di mercato’, un cambiamento di status che cancellerebbe i dazi doganali oggi applicati ai suoi prodotti. Difficilmente accadrà ora, ma è solo questione di tempo. A fine 2016 avrebbe dovuto infatti concludersi il processo avviato nel 2001, quando il Paese asiatico entrò nel Wto accettando un periodo di osservazione di quindici anni. Oggi gli Stati Uniti fanno pressione per respingere la richiesta, e l’Europa va nella medesima direzione.</p>



<p>Ufficialmente la politica cinese è ancora troppo presente nella struttura produttiva per essere considerata un’economia di mercato, in realtà, visto l’evolversi della crisi nei Paesi a capitalismo avanzato, aprire adesso le porte alle merci cinesi a basso prezzo significherebbe annientare l’industria manifatturiera ancora rimasta nel Vecchio Continente. Il 12 maggio scorso dunque il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza (546 sì, 28 no e 77 astenuti) una risoluzione contraria, e anche la Commissione si sta allineando. Ma l’attuale rifiuto non è indicatore di un’inversione di tendenza: il processo di globalizzazione sa essere flessibile, sa rallentare per poi ripartire più vigoroso.</p>



<p>C’è tuttavia chi parla esplicitamente di ‘stagnazione secolare’ – ma non per questo, per inciso, mette in discussione la globalizzazione. Ne dibatte un filone di economisti, capeggiati dallo statunitense Lawrence Summers (3), il quale ha proposto per la prima volta la sua analisi davanti al Fondo monetario internazionale nel novembre 2013. Secondo Summers da circa vent’anni l’economia reale non registra una crescita ‘sana’: prima del 2001 l’aumento del Pil è coinciso con la bolla borsistica delle dot.com, tra il 2002 e il 2007 con la bolla immobiliare poi esplosa con i mutui subprime. Da allora, siamo ancora qui a dibatterci con la recessione, nonostante le banche centrali, la Fed prima e successivamente la Bce, abbiano portato praticamente a zero il costo del denaro e inondato il mercato di liquidità. Sono gli investimenti privati nel capitale produttivo a mancare, sia per Summers che per il Fmi, mentre il denaro prende la strada della finanza – si temono, ancora, bolle finanziarie.</p>



<p>Né Summers né gli analisti del Fmi spiegano tuttavia le ragioni del calo degli investimenti, limitandosi a scattare una fotografia di ciò che hanno davanti: forse perché per farlo dovrebbero scomodare Marx e la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto.</p>



<p>Contemporaneamente, la divisione internazionale del lavoro, strutturata dall’organizzazione produttiva su base globale, si va modificando. Le tre grandi aree del mondo inizialmente create stanno cambiando. L’Africa e il Medio Oriente sono ancora le zone di estrazione delle materie prime, ma l’Asia non è più solo la ‘fabbrica del mondo’ e Stati Uniti ed Europa hanno forti difficoltà a continuare a essere le regioni in cui vendere le merci prodotte. E infatti il Fmi, lanciando l’allarme sull’eccessiva lentezza della crescita economica mondiale, spinge la Cina a favorire la nascita di un mercato interno, per creare quel ceto medio che possa acquistare i prodotti fabbricati non solo in Asia ma anche in Europa e Usa (4).</p>



<p>In tutto questo, l’Italia arranca più di altri Paesi; sta faticando non poco per adattarsi alla globalizzazione. Le cause della sua ‘arretratezza’ vanno ricercate nelle caratteristiche storiche della classe dirigente politica ed economica, e di conseguenza nella struttura produttiva messa in piedi. Pochi capitali investiti, innanzitutto – la maggior parte dei profitti è sempre rimasta nelle tasche degli imprenditori invece di prendere la via dell’innovazione e della ricerca – e un forte sostegno/legame con la politica alimentato dalla micro e macro corruzione; una quota molto alta di piccole e medie imprese contro pochi grandi gruppi a controllo familiare, che si giovavano di posizioni di monopolio/oligopolio proprio grazie alla vicinanza con la politica; una forte presenza dello Stato nell’economia, con la proprietà diretta di banche e aziende; l’esistenza della cosiddetta ‘galassia del nord’, riunita nel patto di sindacato di Rcs, con Mediobanca a ruolo di coordinatore di quello che è stato definito ‘capitalismo di relazione’; e infine il ‘bancocentrismo’, la caratteristica tutta italiana di rivolgersi alle banche per trovare capitali da investire – sottoscrivendo prestiti – invece di andare sul mercato azionario.</p>



<p>Anche l’esistenza all’interno dei confini di una ‘zona depressa’ nella quale investire con il forte sostegno dello Stato, il Meridione, ha inciso nella mancanza di interazione con l’estero del capitale italiano. La bella penisola, insomma, ben più di altri Paesi, si reggeva su un sistema economico chiuso e protetto (oltre che colluso con la criminalità organizzata), e per questo poco concorrenziale; quando si sono aperte le frontiere, non ha saputo stare sul mercato.</p>



<p>L’euro è stato il fattore decisivo per iniziare a modificare la struttura economica, a partire dalle privatizzazioni avviate nel 1992, ma il processo è stato lento e ha incontrato non poche resistenze da parte di imprenditori abituati a stare al caldo. Ora il problema è che la crisi globale, giunta a questo punto, lascia ben poco tempo per riorganizzarsi.</p>



<p>Lo sa Renzi, che da quando è entrato a Palazzo Chigi ha il piede premuto sull’acceleratore, e sembra averlo ben chiaro anche il nuovo presidente di Confindustria. Alla sua prima uscita pubblica, il 26 maggio scorso, Vincenzo Boccia è stato esplicito. Ha parlato della necessità di attrezzarsi “al nuovo paradigma economico. Noi imprenditori dobbiamo costruire un capitalismo moderno fatto di mercato, di apertura ai capitali e di investimenti nell’industria del futuro”; ha affermato che oggi servono “dimensioni adeguate. Per questo dobbiamo crescere. Crescere deve diventare la nostra ossessione. […] Ricordando a tutti, a partire da noi stessi, che ‘piccolo’ non è bello in sé, ma è solo una fase della vita dell’impresa. Si nasce piccoli e poi si diventa grandi”; ha condannato il ‘bancocentrismo’ italiano e promosso la raccolta di capitali sui mercati azionari (“Il nostro obiettivo come imprenditori è raccogliere capitale adeguato ai piani di crescita industriale: più capitale di rischio, meno capitale di debito. Le imprese devono utilizzare strumenti finanziari alternativi e diventare meno ‘bancocentriche’”); ha promosso fusioni e acquisizioni, anche con realtà straniere, criticando la struttura familiare tipica delle imprese italiane (“Non dobbiamo rimanere soggiogati dalla paura della perdita del controllo”).</p>



<p>Boccia (classe 1964 – Giorgio Squinzi, fino a ieri presidente, era del 1943) ha lanciato il sasso nello stagno del capitale italiano: o si adatta alla globalizzazione o muore. Perché anche i dati del 2015 confermano che la capitalizzazione della Borsa di Milano è tra le più basse dell’Unione europea, appena il 35% del Pil a fronte di un 65% della media Ue, con la Francia che tocca l’81% e la Gran Bretagna il 121%; su 6.000 imprese italiane che fatturano più di 50 milioni, solo 220 sono quotate in Borsa. Spingere il mercato dei capitali significa non solo uscire dal bancocentrismo ma anche favorire i processi di fusione e acquisizione, superando in tal modo il controllo familiare, il capitalismo di relazione e la struttura a piccole/medie imprese. In questa direzione va anche la lotta alla diminuzione del debito pubblico: ridurlo, infatti, significa spostare il risparmio italiano dai titoli di Stato alla Borsa.</p>



<p>Si tratta di una riorganizzazione complessiva dell’economia e della struttura delle imprese italiane, che fino a oggi ha proceduto con lentezza e ora deve farsi più rapida; una trasformazione che si inscrive nel passaggio da una fase capitalistica nazionale a una globalizzata. Ciò significa che la riduzione del numero di imprese, per chiusura o per acquisizione, che si registra da quando è scoppiata la crisi nell’economia reale nel 2008, non è un processo negativo che la politica italiana sta cercando di contrastare, ma il&nbsp;<em>necessario</em>&nbsp;percorso di adattamento alla globalizzazione che sta favorendo, e che oggi esplicitamente spinge.</p>



<p>La situazione ha del paradossale. Sulla sponda dello sfruttamento del lavoro l’Italia si è già adeguata alla globalizzazione: attraversando il Pacchetto Treu, la legge 30 e infine il Jobs Act il lavoro è oggi a uso e consumo delle curve produttive e la retribuzione collegata alla produttività; è a buon punto anche il welfare, dal quale lo Stato si sta rapidamente ritirando per lasciare spazio ai profitti privati; sul lato del capitale, invece, non è ancora pronta. Dunque continua ad annaspare più di altri Paesi, con il Pil asfittico, lo spettro della deflazione sempre accanto e la disoccupazione stabile a due cifre, mentre nelle grandi città si sopravvive grazie alla&nbsp;<em>sharing economy</em>, Airbnb e Uber su tutte. Una situazione che non cambierà nemmeno se il capitale italiano riuscirà a globalizzarsi e a registrare una crescita economica, perché se gli&nbsp;<em>equilibri</em>&nbsp;della globalizzazione trasformeranno davvero la Cina nel nuovo mercato di vendita, a che prezzo potranno essere vendute le merci in Asia, e quindi a quale costo del lavoro potranno essere prodotte nei Paesi a capitalismo avanzato?</p>



<p>E allora più che sharing economy sarebbe corretto definirla&nbsp;<em>survival economy</em>, perché già ora a tenerla in piedi non è la favoletta della&nbsp;<em>condivisione</em>, che ha così positivamente colpito l’immaginario delle nuove generazioni, ma l’incubo della&nbsp;<em>sopravvivenza</em>.</p>



<p>“Airbnb è più di un gruppo di case. È un modo radicale per ripensare l’economia. Circa il 62% degli host di Airbnb usa il servizio per pagare l’affitto o il mutuo” (5), dice Brian Chesky – classe 1981, cofondatore e oggi amministratore delegato di Airbnb, patrimonio netto di 3,3 miliardi di dollari secondo la rivista Forbes – che centra il punto: ci si paga l’affitto o il mutuo. Airbnb si affianca al welfare familiare per compensare le entrate di un lavoro sottopagato, o gratuito (stage) o inesistente. Gli host sono per lo più giovani, che si dividono un appartamento di due/tre camere e ne danno la disponibilità intera su Airbnb, o che vivono in un monolocale o in un appartamento con due stanze e ne affittano una. Il disagio è evidente: pulire casa e cambiare la biancheria ogni volta, fare la questua dagli amici per poter dormire sul loro divano, o sopportare, con il sorriso e la gentilezza, estranei per casa.</p>



<p>Uno studio dell’Università Bocconi intitolato “L’ospitalità alternativa a Milano” del febbraio 2015 – quindi precedente ai sei mesi di Expo, che hanno fatto esplodere il fenomeno – fotografa l’esistenza di 6.800 alloggi proposti su Airbnb, contro 455 alberghi e 398 esercizi extra-alberghieri (B&amp;B, affittacamere regolarmente iscritti al registro, ostelli ecc.). Una vera economia parallela che offre prezzi per tutte le possibilità, dai 20 euro a notte a qualche centinaio, a seconda delle sistemazioni e delle zone.</p>



<p>Certo c’è anche chi ha fiutato l’affare. Analizzando la sola zona del centro storico, lo studio Bocconi prende a campione 505 alloggi: il 61% degli host offre una sola sistemazione (è quel 60% che ci paga l’affitto), il restante 39% due o più case, a Milano e/o in altre città (il 4% gestisce almeno dieci alloggi). Si sono quindi inseriti nel circuito Airbnb anche proprietari di tre o più case (sfitte) e imprese immobiliari: per loro è un’ulteriore occasione di profitto, che si inserisce nella logica capitalistica.</p>



<p>Ma ciò che segna la differenza è quel 60% di individui sottopagati o disoccupati di cui Airbnb mette a valore la casa/camera privata, trattenendo per sé commissioni che variano dal 9 al 15%. In meno di otto anni l’azienda californiana ha superato i 20 miliardi di dollari di quotazione,<br>mentre l’host è contento se a 30, o 50 o 100 euro alla volta riesce a pagarsi l’affitto. Airbnb non rappresenta solo un ‘nuovo modello economico’, come dice Chesky, ma anche una nuova forma di sfruttamento.</p>



<p>Così come Uber, che trasforma la tua auto privata in un taxi e ti propone di diventare ‘autista’. “Guida quando vuoi, guadagni quello di cui hai bisogno” recita il sito; puoi guidare di notte, o nel fine settimana, quando sei libero dall’altro lavoro sottopagato. Si potrebbe anche riflettere su come l’economia ‘digitale’ stia grattando via la terra da sotto i piedi a quella ‘analogica’ – i tassisti, gli albergatori&#8230; – ma questo è un altro discorso.</p>



<p>Di sicuro, tra i ‘se’, i ‘forse’ e i rallentamenti che caratterizzano questa fase della globalizzazione, il processo di sfruttamento dell’Uomo all’interno del sistema capitalistico, italiano e mondiale, è in continua evoluzione e non conosce momenti di arresto. Accanto a quello classico legato alla forza lavoro si è sviluppata la messa a profitto del comune (6), il lavoro gratuito che tutti noi forniamo alle multinazionali GAFA – Google, Amazon, Facebook, Apple – (7) e la sharing economy. E se un tempo era semplice riconoscere la forma e il luogo di sfruttamento, oggi è molto più difficile. Ma è il primo passo da compiere per opporsi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Sono coinvolti: Stati Uniti, Messico, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Iacopo Adami,<em><a href="https://rivistapaginauno.it/informazione-potere-e-ttip/" data-type="post" data-id="2890" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Informazione, potere e TTIP</a></em>, Paginauno 48/2016</p>



<p class="has-small-font-size">3) Lawrence Summers, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti dal 1999 al 2001 con Clinton, rettore dell’Università di Harvard dal 2001 al 2006, Direttore del National Economic Council dal 2009 al 2010 con Obama</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Giovanna Baer,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/too-slow-for-too-long/" data-type="post" data-id="2504">Too slow for too long</a></em>, Paginauno n. 48/2016</p>



<p class="has-small-font-size">5) Rebecca Chao,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://techpresident.com/news/25119/how-internet-saves" target="_blank"><em>How the Internet Saves at #PDF14</em></a>, techpresident.com, 6 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giorgio Griziotti,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/tecnologie-capitalismo-e-vie-di-fuga/" data-type="post" data-id="2290">Tecnologie, capitalismo e vie di fuga</a></em>, Paginauno n. 48/2016</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Renato Curcio,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" data-type="post" data-id="1104">Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</a></em>, Paginauno n. 47/2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Too slow for too long</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/too-slow-for-too-long/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 09:30:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Crescita economica cercasi: il report di aprile del Fondo monetario internazionale lancia l’allarme: la Cina ci salverà?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-48-giugno-settembre-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paginauno n. 48, giugno &#8211; settembre 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Crescita economica cercasi: il report di aprile del Fondo monetario internazionale lancia l’allarme: la Cina ci salverà?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap"><em>Too slow for too long</em>&nbsp;(1): il titolo dell’ultimo World Economic Outlook (WEO), un report pubblicato dal Fondo monetario internazionale due volte all’anno, in primavera e in autunno, e che contiene le analisi e le previsioni che costituiscono parte integrante delle politiche di sviluppo economico del Fondo sui mercati finanziari internazionali e nel sistema globale, non è foriero di buoni presagi. Secondo la relazione resa nota ad aprile, l’alta volatilità dei mercati azionari, il basso tasso di crescita delle economie avanzate e il protrarsi delle turbolenze nei Paesi emergenti e a basso reddito, oltre alle numerose crisi di origine non economica (disastri naturali, terrorismo ecc.), non solo riducono le stime di crescita economica per il 2016 e il 2017, ma suggeriscono che la probabilità di sviluppi inaspettati negativi è divenuta più elevata.</p>



<p>Nonostante in Cina nel corso del 2015 la crescita sia stata leggermente migliore delle aspettative, per effetto della resilienza della domanda interna, che ha compensato la contrazione del settore manifatturiero, nelle economie avanzate asiatiche a essa collegate – come Hong Kong e Taiwan – i risultati si sono bruscamente contratti per effetto del declino delle esportazioni. In America Latina, la regressione è stata peggiore delle aspettative in Brasile, mentre nel resto del continente il livello di attività è stato in linea con le previsioni.</p>



<p>Ampiamente scontata è stata anche la recessione in Russia, che tuttavia si è estesa alla maggior parte delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, in parte come conseguenza della crisi russa e in parte per effetto del ribasso del prezzo del petrolio (molti di questi Paesi sono infatti esportatori di greggio e gas naturale). Gli indicatori macroeconomici suggeriscono che anche nei Paesi sub-sahariani e in Medio Oriente (dove non sono disponibili dati trimestrali), i risultati sono stati inferiori alle attese, sempre a causa del prezzo del petrolio, ma anche del declino delle quotazioni di altre materie prime e dei conflitti interni.</p>



<p>In generale, anche le tensioni geopolitiche hanno avuto il loro peso sulla contrazione della crescita globale (specialmente in Ucraina, Libia e Yemen), insieme al declino della produzione in dustriale causata dalla crisi degli investimenti, in particolare nel settore energetico e minerario, e dalla decelerazione delle attività manifatturiere cinesi.</p>



<p>Secondo gli analisti del Fondo monetario internazionale, la crescita globale prevista per il 2016 si attesterà su un modesto 3,2%, valore corretto al ribasso dello 0,2% rispetto ai dati di gennaio. Sebbene le previsioni indichino che la ripresa si rafforzerà nel corso del 2017 e degli anni successivi, bisogna prepararsi a fare i conti con l’incremento del grado di incertezza.<br>Dal momento che nei Paesi avanzati la crescita rimarrà contenuta, l’accelerazione attesa, dicono i ricercatori, dipenderà da un tasso di sviluppo robusto nei mercati emergenti, il cui effettivo realizzarsi si basa su alcuni fattori tutt’altro che scontati: la graduale normalizzazione delle condizioni nei sistemi attualmente sotto pressione; il riassetto positivo dell’economia cinese; l’aumento delle attività nei Paesi esportatori di materie prime; e infine una crescita senza scosse nelle rimanenti economie in via di sviluppo.</p>



<p>Ma il rischio può essere anche un altro: un persistente basso tasso di crescita è in grado di per sé di ridurre i risultati potenziali e, con essi, i consumi e gli investimenti; di conseguenza, continui&nbsp;<em>downgrade</em>&nbsp;delle previsioni di crescita potrebbero mettere in stallo l’economia mondiale, determinando una diffusa stagnazione secolare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La sindrome cinese</h4>



<p>La Cina sta attraversando una fase di transizione importantissima ma complessa verso una crescita più sostenibile basata su consumi e servizi, di cui alla fine, secondo il Fmi, beneficeranno tutti i Paesi dell’area, ma che nel frattempo può avere effetti avversi soprattutto sulle economie più deboli. Il rallentamento del tasso di sviluppo in Cina è dipeso soprattutto dall’andamento degli investimenti e delle esportazioni, che hanno invertito la tendenza dopo un lungo periodo di rapido crescita. Data la dimensione del mercato cinese, il suo livello di apertura, l’alto livello degli investimenti e dell’attività di import-export, il fenomeno si è ripercosso lungo i canali commerciali su tutte le economie mondiali, con effetti diretti (la riduzione della domanda dei prodotti dei Paesi partner) e indiretti (l’impatto sulle quotazioni di specifici beni importati dalla Cina, per esempio le materie prime), che hanno influenzato sia i tassi di cambio, sia i mercati azionari.</p>



<p>Dal momento che la Cina è uno dei primi dieci partner commerciali di più di cento Paesi, i quali nel loro complesso rappresentano circa l’80% del Pil mondiale, il suo ruolo nel processo di import-export regionale e globale (importazione di beni semilavorati e beni capitali ed esportazione di prodotti finiti) la rende un perfetto ‘conduttore’ di crisi che hanno la loro origine non solo all’interno, ma anche all’estero.</p>



<p>La situazione è resa ancora più critica dall’importanza che il Paese ha assunto negli ultimi dieci anni come consumatore finale dei beni prodotti in Europa e negli Stati Uniti: lo staff del Fmi calcola che la diminuzione di un punto percentuale della crescita cinese riduce la crescita dei Paesi del G20 (le prime venti economie mondiali) dello 0,25%, e per queste economie mature, le cui sorti gravitano intorno a un tasso di sviluppo minimo, un quarto di punto può fare la differenza. A questo si aggiunge che la Cina è il maggior importatore di un vasto numero di materie prime, soprattutto metalli (nel 2014 rappresentava il 40% della domanda globale), e che il rallentamento degli investimenti ha avuto un impatto significativo sulla richiesta e sulla quotazione di tali beni, il cui prezzo dal 2011 è sceso in media del 60%. Ciò ha generato un sostanziale eccesso di capacità produttiva nel settore minerario e ha forzato i Paesi esportatori ad adattare i propri sistemi economici ai ricavi più bassi.</p>



<p>Sembra dunque cruciale per il benessere mondiale che la Cina riorganizzi il proprio modello economico, facendo crescere il tenore di vita della famiglia media per orientare lo sviluppo verso i consumi e i servizi e realizzare quello che le autorità di Pechino chiamano “il sogno cinese”.<br>Martin Feldstein, professore di Economia all’Università di Harvard e presidente emerito del National Bureau of Economic Research, sostiene (2) che “una crescita più rapida della spesa per i consumi avrebbe l’effetto di invertire il recente rallentamento nella crescita del Pil, fornendo la domanda supplementare necessaria per creare posti di lavoro per quei milioni di cinesi che stanno abbandonando il settore agricolo e gli altri milioni che si stanno laureando in una delle università del Paese. In questo momento, in Cina, la spesa per i consumi rappresenta appena il 36% del Pil, circa la metà del livello degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. Le ragioni di questa percentuale così bassa sono da ricercarsi nel peso limitato del reddito delle famiglie sul Pil complessivo e nell’elevato tasso di risparmio delle famiglie”.</p>



<p>I funzionari cinesi sperano che redditi più alti per le famiglie possano produrre un rafforzamento della spesa per i consumi, in una fase in cui il restringimento del mercato del lavoro sta causando un aumento dei salari e il processo di urbanizzazione sta spostando i lavoratori da impieghi agricoli a bassa produttività a impieghi meglio retribuiti nelle città.</p>



<p>Tuttavia, secondo Feldstein, ci sarebbe un’altra strada, più rapida e semplice, per far crescere la spesa per i consumi, e questa strada “consiste nel ridurre il tasso di risparmio delle famiglie, attestato su livelli elevati a causa di diversi fattori, fra cui il rischio di perdere il lavoro e l’assenza di un programma previdenziale pubblico affidabile”. Il problema, in particolare, sarebbe la mancanza di una protezione sanitaria: “La sanità pubblica è molto rudimentale e le assicurazioni sanitarie private sono accessibili a pochi, perciò le famiglie accumulano grandi quantità di denaro liquido per avere una riserva a cui attingere quando si presenta la necessità di pagare un ricovero ospedaliero”. Secondo il professore, ex consulente di Reagan, la via più sicura per risolvere il problema non sarebbe potenziare il sistema di welfare, ma incoraggiare i datori di lavoro ad acquistare assicurazioni sanitarie aziendali, escludendo i versamenti effettuati allo scopo dal reddito imponibile.</p>



<p>“Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna questa misura si è rivelata un incentivo molto efficace per l’acquisto di assicurazioni private. Gli stessi benefici fiscali potrebbero essere estesi anche all’acquisto di un’assicurazione sanitaria da parte dei singoli individui, consentendo loro di dedurre i premi versati dal proprio reddito imponibile”. In questo momento, in Cina, gli incentivi fiscali sono usati per incoraggiare i piani di risparmio previdenziale ma, sebbene necessario, questo “produce l’effetto indesiderabile di incrementare il risparmio delle famiglie, invece di far crescere la spesa per i consumi”.</p>



<p>Al contrario, la deducibilità per il datore di lavoro dei premi dell’assicurazione sanitaria ridurrebbe il tasso di risparmio nazionale, inducendo i dipendenti a sostituire i consistenti accantonamenti personali di liquidità con le polizze aziendali.</p>



<p>Un’analisi analoga del problema, ma con conclusioni diverse, è quella effettuata da Romano Prodi su Il Messaggero (3). Secondo Prodi, i consumi cinesi non riescono a crescere abbastanza velocemente per compensare gli effetti negativi della stagnazione delle esportazioni e degli investimenti non solo perché “molta parte dei cittadini impiega i maggiori guadagni non in consumi ma in risparmio, per fare fronte a un’insufficiente diffusione di un adeguato sistema sanitario e pensionistico”, ma anche a causa della grande lotta contro la corruzione che si sta mettendo in atto in Cina, “operazione assolutamente necessaria perché la corruzione si stava diffondendo in modo tale da mettere a rischio le radici stesse dello Stato”. Questa battaglia ha portato da un lato a un forte calo della domanda dei beni di lusso (alimentata dalle bustarelle), mettendo in difficoltà le aziende occidentali e molti produttori cinesi che erano vigorosamente entrati nel settore dei prodotti di consumo più costosi; e dall’altro ha rallentato il funzionamento del settore pubblico, rinviando di fatto molte delle necessarie decisioni economiche.</p>



<p>Per cercare di contenere il tasso di risparmio delle famiglie il governo cinese, riporta Prodi, ha iniziato la costruzione di migliaia di presidi sanitari distribuiti in tutto il Paese, ma piani di questo genere richiedono tempi molto lunghi, mentre l’emigrazione delle imprese a bassa tecnologia e ad alta intensità di mano d’opera procede alla velocità di un fulmine verso i Paesi a più basso costo del lavoro, come il Vietnam, il Bangladesh e il Myanmar. Il governo cinese ha pertanto iniziato “una politica espansiva del bilancio volta a contrastare gli elementi negativi che si sono prodotti negli ultimi mesi e ad accelerare le trasformazioni necessarie per fare fronte al rallentamento dell’economia”. Secondo Prodi il sistema nel lungo periodo possiede ancora grandi potenzialità di crescita, grazie a “l’urbanizzazione di altri 200 milioni di contadini, risorse umane sempre più specializzate, un rapidissimo sviluppo dei consumi di prodotti elettronici, massicci investimenti nel settore ecologico e sanitario e, soprattutto, un impressionante stimolo alla modernizzazione delle strutture produttive”.</p>



<p>Per facilitare questo processo, a settembre 2015 il Consiglio di Stato cinese ha messo in palio 60 miliardi di yuan (9,43 miliardi di dollari) per la creazione di un fondo nazionale a sostegno dello sviluppo delle piccole e medie imprese, quelle cioè che devono fare il “salto di qualità” (4). Il governo centrale contribuirà con 15 miliardi di yuan, mentre il resto degli investimenti verrà da imprese statali, enti locali, istituzioni finanziarie e società private. Tuttavia le misure non hanno ancora dato i risultati sperati: ad aprile 2016 in Cina il commercio ha segnato un +10,1%, inferiore alle attese degli analisti, mentre gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 10,5% da gennaio, contro stime di un incremento dell’11% (5), e Yu Yongding, docente universitario nonché uno dei più prestigiosi ricercatori dell’Accademia cinese di scienze sociali, intervistato da Repubblica lo scorso aprile non addolcisce la pillola: “Non dovete stupirvi se la crescita cinese scenderà sotto il 6% nel 2016. Troppi sono gli elementi negativi ancora irrisolti, e praticamente tutti i fattori di valutazione, dall’efficienza di capitale alla produttività del lavoro, sono ancora in caduta” (6).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un barile di guai</h4>



<p>L’altra grande minaccia alla crescita globale è, secondo il Fmi, la drastica riduzione dei prezzi delle materie prime. Nei Paesi esportatori le ragioni di scambio sono crollate, con la conseguenza che tali Paesi (spesso caratterizzati da basso reddito) faticheranno a riportare il loro tasso di crescita ai livelli di un tempo, a meno che non differenzino le basi delle loro esportazioni (un processo che richiede tempo). Sebbene in linea di principio il fenomeno dovrebbe tradursi in vantaggi simmetrici per i Paesi importatori, in pratica gli effetti negativi sui produttori hanno finora dominato la scena economica, con dinamiche simili a quelle del decennio 1929-1939. È stato soprattutto a causa del crollo dei prezzi delle materie prime che nel 2015 l’inflazione nelle economie avanzate è stata pari in media allo 0,3%, il livello più basso dallo scoppio della crisi finanziaria, mentre il tasso globale di inflazione è rimasto stabile all’1,6-1,7%, un valore molto più basso di quello desiderato dalle banche centrali.</p>



<p>In molti mercati emergenti, il crollo del prezzo del petrolio e di altri beni (incluso quello del cibo, che ha un alto impatto sull’indice dei prezzi dei Paesi in via di sviluppo) ha sì ridotto l’inflazione, ma in alcune nazioni come il Brasile, la Colombia e la Russia una massiccia svalutazione delle monete nazionali ha eroso in larga parte questo effetto positivo, e l’inflazione è addirittura risalita. Il prezzo del greggio è sceso più del 32% fra agosto 2015 e febbraio 2016, per effetto dell’aumento della produzione nei Paesi membri dell’Opec e in Russia, delle attese di un comportamento analogo dell’Iran, e per le preoccupazioni da una parte circa la forza della domanda globale e le previsioni di crescita a medio termine, dall’altra per il comportamento dei mercati finanziari sempre più avversi al rischio, e che perciò potrebbero decidere di abbandonare gli investimenti in materie prime e azioni.</p>



<p>Insieme a quelle del petrolio sono scese non solo le quotazioni di carbone e gas naturale, ma anche di merci diverse dal carburante, come i metalli (-9%) e i prodotti agricoli (-4%). Il protrarsi nel tempo delle quotazioni attuali del greggio, secondo il Fmi, potrebbe ulteriormente destabilizzare le prospettive di crescita dei Paesi esportatori, e sebbene alcuni di questi dispongano di considerevoli riserve finanziarie, tali risorse si stanno consumando, mentre altri Paesi produttori si devono confrontare già da oggi con la necessità di tagli alla spesa.</p>



<p>Molto interessante a questo proposito è un editoriale del Guardian del gennaio scorso dal titolo <em>The Guardian view on the geopolitics of falling oil prices</em> (7), in cui si analizzano le conseguenze del crollo dei prezzi del greggio. Secondo il quotidiano britannico, sebbene nella geopolitica della<br>produzione petrolifera le previsioni siano sempre un rischio, si può comunque presumere che “se il prezzo del barile continuerà a precipitare le ripercussioni saranno enormi a livello globale. Basti pensare a come i massimi e i minimi delle quotazioni hanno influito sulle relazioni internazionali e gli sviluppi politici degli ultimi quarant’anni. La crisi petrolifera degli anni Settanta ha rimodellato il panorama mondiale e ha dato una nuova rilevanza al Medio Oriente. Quando i prezzi sono crollati alla metà degli anni Ottanta, la fine dell’Unione Sovietica è stata accelerata dal collasso delle sue esportazioni. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990 nasceva in parte dalla volontà di conquistare nuovi territori in un momento di ristrettezze finanziarie. In Algeria, altro Paese profondamente dipendente dagli introiti del petrolio, lo stesso calo del prezzo (fino a meno di dieci dollari al barile) ha innescato una vittoria elettorale degli islamisti, un colpo di Stato e poi la guerra civile”.</p>



<p>E anche se le democrazie liberali dell’Occidente hanno beneficiato del crollo del blocco sovietico, il calo dei prezzi non ha certo portato pace e stabilità nel mondo arabo e musulmano. “In generale possiamo dire che il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto la speranza che le potenze emergenti possano continuare la loro crescita modernizzandosi e contribuendo a garantire la stabilità internazionale. Troppi governi, infatti, hanno basato le loro ambizioni sui prezzi alti di prodotti che oggi sono in caduta libera. […] Prendiamo l’esempio del Brasile. Un tempo descritto come il campione del sud del mondo, oggi barcolla perché l’economia è in crisi e la situazione è resa ancora più instabile dallo scandalo di corruzione che ha colpito il gigante petrolifero Petrobras. Il Brasile è una democrazia, dunque l’instabilità è una notizia sgradita. Il calo del prezzo del petrolio non aiuterà nemmeno il nuovo governo della Nigeria, primo produttore di petrolio in Africa, in un momento in cui le reti jihadiste si stanno diffondendo nella regione e oltre”.</p>



<p>Continua il Guardian: “La caduta del prezzo del petrolio non colpisce solo i Paesi amici dell’Occidente, ma anche le potenze che considera avversarie. In Russia, Vladimir Putin sembra determinato a restituire al suo Paese il ruolo di grande potenza ricorrendo all’avventurismo militare in Europa e in Medio Oriente, ma ora deve gestire una complicata equazione finanziaria. Il Cremlino ha appena annunciato un taglio del 10% della spesa pubblica, segno evidente che il Paese sta subendo le conseguenze delle sanzioni internazionali e del calo dei prezzi in un’economia che ha bisogno di un petrolio ad almeno cento dollari al barile.</p>



<p>“Altri regimi altrettanto colpiti dal calo del prezzo del greggio cercano di compensare con i fondi d’investimento statali, ma si tratta di interventi limitati. Il Venezuela è un altro esempio delle insidie di quella che è definita la maledizione delle risorse, ovvero l’eccessiva dipendenza dal petrolio a scapito della modernizzazione e della diversificazione dell’economia. La crisi del modello ‘bolivariano’ avrà conseguenze al livello regionale, a partire da Cuba, Paese a lungo sostenuto dai sussidi venezuelani e attualmente impegnato in una nuova fase dei suoi rapporti con gli Stati Uniti.</p>



<p>“L’area dove le conseguenze geopolitiche del calo del prezzo del petrolio sono più imprevedibili è naturalmente il Medio Oriente. L’Arabia Saudita ha orchestrato la riduzione del costo del barile nel tentativo di indebolire l’Iran, suo rivale regionale, nel momento in cui torna sul mercato delle esportazioni petrolifere. Tuttavia i prezzi bassi rappresentano anche un problema interno per le dinastie del Golfo. A lungo termine questo potrebbe ridurre la conflittualità della regione, ma a breve termine potrebbe essere un’ulteriore causa di tensioni per regimi traballanti, che vogliono<br>distogliere l’attenzione dai problemi interni. La Russia potrebbe fare la stessa scelta, mentre la reazione di Pechino è ugualmente imprevedibile.Quel che è certo è che entrate petrolifere troppo basse possono essere altrettanto dannose di entrate troppo alte”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">A mali estremi, estremi rimedi</h4>



<p>È lo stesso Fmi ad avvertire che, attualmente, le probabilità che lo scenario ipotizzato dal WEO si realizzi appaiono più basse, e che di conseguenza il rischio di un indebolimento dell’economia mondiale è diventato più elevato. Il risultato di questa fragilità congiunturale è l’urgenza di misure di ampio respiro per gestire la maggiore vulnerabilità. Secondo gli economisti del Fmi, nei Paesi avanzati tali misure dovrebbero articolarsi su tre piani: riforme strutturali per potenziare gli investimenti e la produttività (ossia abbassamento dei salari e riduzione delle tutele del lavoro, da una parte, e dall’altra smantellamento del welfare per creare un nuovo mercato per il Capitale privato), politiche monetarie accomodanti per contrastare le pressioni deflazionistiche (il Quantitative easing messo in atto dalla Bce, con estremo ritardo rispetto alla Fed americana), e politiche fiscali&nbsp;<em>growth-friendly</em>&nbsp;per sostenere la domanda; mentre nei mercati emergenti le autorità dovrebbero concentrarsi sul contenimento dei problemi di origine macroeconomica e finanziaria.</p>



<p>Se tuttavia dovesse verificarsi una diminuzione significativa del tasso di crescita, per mettere al riparo l’economia globale da una nuova spirale recessiva sarebbe necessaria una “politica macroeconomica collettiva” che potenzi la rete di salvataggio e i poteri di controllo delle istituzioni finanziarie e isoli le ricadute degli shock di origine non economica. Secondo Maurice Obstfelt, economic counsellor del Fmi, “l’attuale peggioramento dell’outlook e le conseguenze negative a esso associate richiedono una risposta immediata”.</p>



<p>Se i responsabili politici delle nazioni sapranno riconoscere i rischi cui sono esposti tutti i Paesi e concerteranno i provvedimenti necessari per mettere al riparo l’economia, le ricadute positive sui livelli di fiducia globale saranno sostanziali, dice Obstfelt, “rafforzando la crescita e impedendo ulteriori ritardi della ripresa”. Diversamente, ci troveremo di nuovo davanti al baratro. Una prospettiva, dopo quasi dieci anni di crisi, che dovrebbe mettere in discussione l’ideologia neoliberista, anche in una delle sue istituzioni-tempio, il Fmi; eppure neanche la scalfisce.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Dove non diversamente indicato, i dati economici e i commenti contenuti nell’articolo sono tratti dal World Economic Outlook:<em>&nbsp;Too Slow for Too Long</em>, International Monetary Fund, Washington, aprile 2016<br>2) M. Feldstein,<em>&nbsp;La via salutare alla crescita dei consumi in Cina</em>, il Sole 24 Ore, 10 settembre 2015<br>3) Romano Prodi,&nbsp;<em>La Cina e i consumi: Le due ragioni che frenano la crescita di Pechino</em>, Il Messaggero, 17 ottobre 2015<br>4) Cfr. R. Fatiguso,<em>&nbsp;Il decollo mancato dei consumi interni</em>, Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2015<br>5) Cfr. Ansa,&nbsp;<em>Cina: frenano consumi e investimenti</em>, 14 maggio 2016<br>6) E. Occorsio,&nbsp;<em>Allarme di Pechino: “La crescita cinese scenderà sotto il 6%”</em>, La Repubblica, 12 aprile 2016<br>7)&nbsp;<em>The Guardian view on the geopolitics of falling oil prices</em>, The Guardian, 13 gennaio 2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Informazione, potere e TTIP</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/informazione-potere-e-ttip/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 08:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[trattati libero scambio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2890</guid>

					<description><![CDATA[TTIP alla volata finale: dentro il Trattato di libero scambio Usa-Ue che nel silenzio dei media si vuole firmare entro l’autunno]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-48-giugno-settembre-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 48, giugno &#8211; settembre 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>TTIP alla volata finale: dentro il Trattato di libero scambio Usa-Ue che nel silenzio dei media si vuole firmare entro l’autunno</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel giugno del 2013, durante il summit del G8 in Irlanda del Nord, alla presenza di Barack Obama, David Cameron, José Manuel Barroso e Herman Van Rumpy (all’epoca rispettivamente presidente della Commissione europea e presidente del Consiglio europeo), sono iniziati i negoziati tra Stati Uniti e Unione europea sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Parternship).</p>



<p>Si tratta di un trattato di libero scambio il cui obiettivo è l’abolizione dei dazi doganali e l’<em>armonizzazione</em>&nbsp;(il termine è di Cecilia Malmström, commissaria al Commercio europeo) delle norme, che regolano la produzione e il traffico di prodotti e servizi tra le due sponde dell’Atlantico. Inizialmente i negoziati si svolgevano nella più totale segretezza (1).</p>



<p>Perfino i deputati europei potevano accedere ai documenti solo all’interno di una sala di lettura di sei metri quadrati, predisposta dalla Commissione, dove si era ammessi uno alla volta, con il divieto di portare con sé penna, block notes e cellulare. La possibilità di prendere appunti era limitata ad alcuni scarabocchi a matita su una carta speciale, non fotocopiabile.</p>



<p>Tale assenza di trasparenza ha determinato le proteste dei movimenti sociali, nonché di una parte degli stessi parlamentari europei, i quali il 9 ottobre 2014 sono riusciti a ottenere la declassificazione del mandato negoziale del TTIP. In altre parole, a partire da quel momento, le direttive sulla cui base viene discusso il negoziato sono rese note, e nel gennaio 2015 la Commissione europea ha pubblicato i suoi primi testi di posizionamento inerenti al TTIP. Tuttavia, restano segreti i risultati delle trattative – una situazione quantomeno paradossale in democrazia. A questo proposito, è bene notare come il Parlamento europeo non abbia, de facto, alcun modo di partecipare ai negoziati – può esprimere, cioè, il suo giudizio soltanto al momento del voto finale, senza la possibilità di intervenire sul testo.</p>



<p>Infatti, secondo il Trattato di Lisbona che, tra le altre cose, regola il funzionamento delle istituzioni europee, la gestione degli accordi bilaterali è esclusivo appannaggio della Commissione europea.</p>



<p>Ma facciamo un passo indietro: è bene ricordare, infatti, che quest’ultima è composta da individui non eletti direttamente dai cittadini. Alle ultime elezioni del 2014, per la prima volta il nome del presidente della Commissione è stato indicato nella scheda elettorale accanto al simbolo dei diversi partiti politici (oggi è presidente Jean-Claude Juncker), ma precedentemente era proposto dal Consiglio europeo; in accordo con gli Stati membri egli sceglie poi gli altri 27 commissari, uno per ogni Paese, e il Parlamento europeo è chiamato a esprimersi sulla Commissione nel suo insieme. Dunque un giro parecchio intricato, dove risultano evidenti i numerosi gradi di separazione tra le istituzioni e il cittadino.</p>



<p>Tornando al TTIP, gli europarlamentari possono formulare solo quesiti circostanziali, a cui chiaramente la Commissione è tenuta a rispondere – nel rispetto, però, della riservatezza. Insomma, la logica è: chiedimi pure tutto quello che vuoi, tanto posso decidere io se renderne conto o meno.</p>



<p>Ma cosa prevede esattamente il TTIP? La questione dei dazi doganali è, in realtà, di secondaria importanza essendo questi, in numerosi casi, già molto bassi. Il vero obiettivo del Trattato è imporre un’egemonia normativa sulla produzione e sul consumo di beni e servizi in tutta l’area atlantica. E poiché tale uniformazione si attuerebbe in nome di un aumento del commercio e degli investimenti, è ovvio che essa determinerebbe un livellamento al ribasso delle leggi e dei princìpi che regolano i mercati, influenzando, tra l’altro, la capacità degli Stati di legiferare nell’interesse dei cittadini.</p>



<p>A questo proposito è emblematica la questione relativa al meccanismo ISDS (Investor-State Dispute Settlement), già in vigore in numerosi trattati di libero scambio (anche intereuropei), che prevede l’istituzione di arbitrati internazionali per la risoluzione delle controversie tra Stato e investitore. Ciò significa, in altre parole, che se venisse firmato il TTIP, anche nel contesto dell’accordo bilaterale tra Europa e Stati Uniti le multinazionali sarebbero libere di far causa agli Stati promotori di politiche che possano intralciare gli interessi delle imprese.</p>



<p>Per avere un’idea di come ciò possa avere ripercussioni tragiche sulla vita di ognuno, basti pensare al caso di Veolia contro Alessandria di Egitto. Nel 2011, in seguito alla primavera araba e al rovesciamento di Mubarak, il nuovo governo aveva portato il salario minimo da 41 a 72 euro al mese; Veolia, multinazionale francese che opera nel settore dei rifiuti, non volendo veder ridotti i propri profitti, ha fatto causa al governo egiziano per 70 milioni di euro. Ecco dunque che tematiche come il lavoro, ma anche l’ambiente e le politiche sociali, diventano appannaggio esclusivo dei maggiori gruppi imprenditoriali.</p>



<p>In cosa consiste esattamente il meccanismo ISDS è ben chiarito nel saggio&nbsp;<em>TTIP. L’accordo di libero scambio transatlantico. Quando lo conosci lo eviti</em>&nbsp;di Paolo Ferrero, Elena Mazzoni e Monica Di Sisto (uscito a marzo per Derive Approdi): “L’iter arbitrale può avvenire in luoghi del tutto informali, quali sale riunioni di grandi alberghi; manca palesemente di indipendenza; i giudici sono pagati dalle società private che ricorrono e il conflitto di interessi è macroscopico; i casi sono discussi da un numero molto limitato di persone, una casta di qualche centinaia di avvocati che guadagnano milioni di dollari con cause che essi stessi esortano a muovere contro gli Stati. Tutto questo in assenza di una regolamentazione chiara che definisca i loro ambiti di intervento: in un processo possono indossare i panni del giudice, in un altro rappresentare l’accusa, in un terzo la difesa”. Inoltre, “i mediatori hanno un loro tornaconto nel deliberare a favore delle imprese, in quanto, così facendo, le incentivano a promuovere nuovi ricorsi”.</p>



<p>Le numerose critiche inerenti all’inserimento della clausola ISDS nel TTIP hanno portato l’Unione europea a proporre una modifica nell’ambito del negoziato, chiedendo di istituire, al posto degli arbitrati, delle Corti specifiche, più simili a dei tribunali internazionali. Il 16 settembre 2015 Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione europea, ha trionfalmente dichiarato: “La proposta relativa a un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti rappresenta una reale innovazione. Questo nuovo sistema sarà composto da giudici pienamente qualificati, i procedimenti saranno trasparenti e le cause saranno giudicate in base a regole chiare.</p>



<p>Il tribunale sarà inoltre soggetto al riesame di un nuovo organo d’appello. Con questo nuovo sistema tuteliamo il diritto dei governi di legiferare e garantiamo che le controversie in materia di investimenti siano risolte nel pieno rispetto dello stato di diritto” (2). Peccato che, appena ventiquattro ore dopo la proposta europea, la Camera del commercio degli Stati Uniti, controparte della Commissione nel negoziato, l’abbia respinta in termini assoluti.</p>



<p>Il fantasma degli arbitrati internazionali continua, dunque, ad aleggiare intorno al Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea. Se si considera poi il fatto che nel TTIP viene aggirata la clausola contenuta nel GATS (Accordo generale sul commercio dei servizi), secondo cui sono esclusi da ogni processo di liberalizzazione quei servizi forniti dagli Stati nell’ambito della loro attività pubblica, si capisce come il Trattato pregiudichi la possibilità dei governi di promuovere politiche volte alla tutela del welfare o alla sostenibilità ambientale, andando a insidiare anche servizi quali la sanità, l’istruzione ecc. Perché basta restringere il concetto di&nbsp;<em>servizio pubblico</em>, non considerando tali quelli che possono essere offerti anche da soggetti terzi o per la cui erogazione è previsto un corrispettivo economico, e i giochi sono fatti.</p>



<p>Tuttavia la questione è trattata solo indirettamente dal TTIP, che la demanda al TiSA (Trade in Service Agreement), l’accordo sul commercio dei servizi reso noto ufficialmente il 10 marzo 2015, in seguito alle rivelazioni di Wikileaks del 19 giugno 2014, il cui obiettivo dichiarato è aprire al mercato il maggior numero di settori dei servizi pubblici (3).</p>



<p>Ci si potrebbe dilungare ancora molto sugli effetti che produrrebbe la firma del TTIP. Si pensi, per esempio, al principio di precauzione adottato, fino a questo momento, dall’Unione europea, che prevede di non immettere sul mercato alimenti, farmaci o altre merci di cui non si abbiano a disposizione dati scientifici conclusivi, concernenti la loro sicurezza o nocività per l’uomo e l’ambiente. Negli Stati Uniti questo non esiste, ma vige la consuetudine di ritirare prodotti dal mercato solo<em>&nbsp;dopo</em>&nbsp;che sia stata assodata la loro nocività e abbiano, dunque, già avuto modo di provocare danni. Una differenza notevole che, nel contesto del TTIP, cesserebbe di esistere in quanto, come già accennato, uno degli obiettivi principali del Trattato è l’<em>armonizzazione</em>&nbsp;(al ribasso) delle norme.</p>



<p>O ancora si potrebbero accennare gli sconvolgimenti a cui sarebbe soggetto il settore agroalimentare. Sempre il libro di Ferrero, Mazzoni e Di Sisto cita l’elenco stilato dal ministero dell’Agricoltura statunitense che individua le ‘regole’ da eliminare, secondo il punto di vista dei maggiori esportatori americani ed europei. In pratica, bisognerebbe “rendere legale il lavaggio del pollo col cloro per disinfettarlo; rendere legale l’allevamento di suini manzi e bovini ricorrendo a ormoni della crescita; rendere legale l’utilizzo di ormoni che compromettono il sistema endocrino umano per selezionare le specie; consentire la permanenza di alti residui di pesticidi dentro frutta e verdura; porre fine al bando degli Ogm; limitare i controlli sanitari e fitosanitari lungo tutta la filiera; limitare la protezione di quei prodotti legati ai territori che li producono così indissolubilmente da assumerne il nome: le cosiddette indicazioni geografiche, tra cui doc, dop e così via”.</p>



<p>Se il Trattato Transatlantico trovasse applicazione, si ultimerebbero così i piani dei teorici del neoliberismo, secondo cui l’azione dello Stato deve avvenire lungo tre assi gerarchizzati, nei quali il potere legislativo e quello esecutivo vengono subordinati al livello ‘meta legale’, che è la massima libertà delle imprese e della concorrenza. Verrebbe inoltre a crearsi un’enorme area geopolitica, estesa dal Canada al Messico e dall’Europa al Giappone, fino all’Australia, con gli Stati Uniti al centro. Gli effetti del TTIP andrebbero infatti a sommarsi a quelli degli altri due grandi trattati di libero scambio voluti dagli Usa: il TPP (Trans-Pacific Partnership), firmato nel febbraio 2016, e il NAFTA (North America Free Trade Agreement), firmato nel dicembre 1992.</p>



<p>Va poi ricordato il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), tra l’Europa e il Canada, la cui rifinitura legale è stata annunciata il 29 febbraio 2016. A questo punto ci si dovrebbe pure chiedere quali rapporti intendano mantenere gli artefici di tali manovre con i Paesi esclusi – Russia e Cina in primis – ma è già abbastanza chiaro che si tratta&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;di strategie volte a far fronte a una guerra economica sempre più aspra, sorella gemella della guerra guerreggiata (basti pensare ai campi di battaglia di Siria e Ucraina).</p>



<p>Insomma, il discorso è ampio – e ciò che finora è stato citato basta a rendere un’idea dell’enorme portata del TTIP. Com’è possibile, dunque, che la stragrande maggioranza dei cittadini europei – e in particolare quelli italiani – non l’abbia mai nemmeno sentito nominare? La risposta è semplice: basta leggere i principali quotidiani, guardare i telegiornali o ascoltare le maggiori radio per rendersi conto che nessuno ne parla. Non è certo una sorpresa, purtroppo: lo stretto rapporto tra potere economico e politico da una parte e informazione dall’altra non dovrebbe essere ormai un mistero per nessuno.</p>



<p>Si tratta di una storia antica, che risale agli albori del giornalismo nostrano. Sono numerosi i documenti che, fin dall’Unità d’Italia – e anche prima, nel contesto dei vari Regni – attestano l’esistenza di fondi segreti da destinare alla sovvenzione di quelle testate impegnate nella celebrazione e legittimazione del neonato governo. In una relazione dell’ottobre 1871 redatta dal segretario generale del ministero dell’Interno Gaspare Cavallini al ministro Lanza, si legge: “Il lavoro che mi hai affidato è compiuto colla maggiore diligenza. Tutte quante le carte dal 1862 sino al giorno d’oggi furono da me esaminate, niuna eccettuata. Risulta che tutti i Gabinetti sussidiarono, chi più, chi meno, la stampa, ma soprattutto i Gabinetti Rattazzi, Cantelli e Ferraris; […] Risulta che i Ministri Ricasoli, Chiaves, Cadorna e Lanza non rilasciavano alcun Buono in proprio capo; risulta invece che altri ne prelevarono per somme enormi; accennerò solo che nel 1862 vi sono Buoni firmati da Rattazzi per £. 209.450 e Capriolo [Vincenzo] per £. 99.310 Totale £. 308.460” (4).</p>



<p>Ma naturalmente non era solo il governo a finanziare la stampa. Già allora il controllo di aziende e banche era una pratica diffusa. Risale al marzo 1886 la fondazione a Genova del Secolo XIX, grazie alle sovvenzioni del gruppo siderurgico Ansaldo; sempre a marzo, ma del 1885, il Corriere della Sera ottenne generosi investimenti da parte dell’industriale cotoniero Benigno Crespi, a cui poi si aggiunsero quelli di Giovanni Battista Pirelli ed Ernesto De Angeli. E ancora: tra il 1888 e il 1892 la Banca Romana pagò oltre 765.000 lire a diversi giornalisti e una decina di testate, ponendo le basi per uno scandalo che coinvolse nomi allora di spicco quali Costanzo Chauvet, Giuseppe Turco e Carlo Levi. Fino ad arrivare a oggi, con le principali imprese manifatturiere e finanziarie che si spartiscono quote azionarie dei grandi quotidiani e i processi di accentramento proprietario a cui assistiamo.</p>



<p>A fronte di ciò, è impossibile non andare con la mente ai due grandi romanzi distopici di Aldous Huxley e George Orwell, nei quali il rapporto tra potere e informazione ha un’importanza centrale. Spesso&nbsp;<em>1984</em>&nbsp;è citato come metro di paragone della realtà odierna. In effetti qualche somiglianza c’è – e riguarda soprattutto, oltre a quello del controllo sociale, l’aspetto relativo alla propaganda. All’epoca – il romanzo è scritto nel 1948 – Joseph Goebbels nella Germania nazista aveva fatto scuola (una per tutte, la famosa frase: “Ripetete un bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”), ma la successiva società dei consumi ha perfezionato il marketing agendo sulle emozioni, il concetto di status symbol e i desideri indotti. Proprio per questo il parallelismo con&nbsp;<em>1984</em>&nbsp;risulta obsoleto: nel libro di Orwell la dittatura è dichiarata, il nemico ben visibile, nonostante i tentativi di manipolazione mentale della popolazione, e il regime si regge ancora, in gran parte, sulla repressione violenta dei dissidenti.</p>



<p>Pur essendo stato pubblicato sedici anni prima, è decisamente più attuale lo scenario de<em>&nbsp;Il mondo nuovo</em>&nbsp;di Huxley, in cui la società è regolata dal principio della produzione in serie (applicato anche agli esseri umani) e la popolazione sa nulla del proprio passato, se non che era caratterizzato dalla barbarie. Le persone sono soggette a ciò che nel romanzo viene chiamato&nbsp;<em>condizionamento</em>&nbsp;(termine che sostituisce&nbsp;<em>educazione</em>), che le rende gioiosamente inconsapevoli, vivono e consumano felici e assumono regolarmente una droga euforizzante, il soma. “La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù”. Questo scrive Huxley, e in questo spostamento dell’attenzione, in questa incoscienza felice sta la terribile preveggenza della sua opera.</p>



<p>Oggi il funzionamento della censura non implica necessariamente l’utilizzo di pratiche repressive (per quanto mai abbandonate e ancora adoperate all’occorrenza), ma si struttura nel non dare visibilità a questioni essenziali, saturando l’etere di inessenziali, mentre l’antipolitica e l’imbarbarimento culturale fanno il resto. Si assiste così a fenomeni grotteschi, come i dieci chilometri di coda sull’autostrada A8 il 17 aprile – giorno del referendum sulle trivelle – causati dall’inaugurazione del centro commerciale più grande d’Europa ad Arese, e alle due ore di coda che quelle stesse persone sono state disposte a fare una volta raggiunta la meta per accaparrarsi il pollo fritto di una catena di fast-food.</p>



<p>Individui che, se anche leggono i quotidiani, non hanno la più pallida idea di cosa sia il TTIP e non sanno che i membri della Commissione europea stanno facendo di tutto per giungere alla firma del Trattato entro l’autunno di quest’anno, mentre ancora gli Stati Uniti sono retti dall’amministrazione Obama; perché tutti i candidati alle presidenziali americane si sono dichiarati contrari e, anche se resta poi da vedere cosa farà realmente il vincitore della corsa una volta eletto, ciò lascia supporre un interessamento alla questione da parte dei mezzi di informazione, anche mainstream, d’oltreoceano, cosa che è mancata – e continua a mancare – in Italia.</p>



<p>Di fronte a questa situazione, è normale per chi ancora conserva un atteggiamento critico sentirsi sopraffatto. Tuttavia può essere di aiuto ricorrere al concetto greco di&nbsp;<em>parresia</em>, iniziato a circolare intorno al V secolo a.C. Secondo la definizione data da Michel Foucault, “la funzione della parresia non è dimostrare la verità a qualcun altro, ma è quella di esercitare una critica: una critica dell’interlocutore, o anche di se stesso. […] La parresia è una forma di critica verso gli altri o verso se stessi, ma sempre in una posizione in cui colui che parla o che confessa è in una condizione di inferiorità rispetto all’interlocutore. Il&nbsp;<em>parresiastes</em>&nbsp;è sempre meno potente della persona con cui sta parlando. La parresia viene dal basso, ed è diretta verso l’alto” (5).</p>



<p>Nonostante la mancanza di trasparenza e le attuali forme di censura praticate dall’informazione ufficiale, in Europa è riuscito a svilupparsi un ampio movimento&nbsp;<em>Stop TTIP</em>, e il 7 maggio scorso si è tenuta a Roma una manifestazione di protesta che ha portato in piazza 30.000 persone provenienti da tutta Italia. Inoltre, la Francia si è già dichiarata contraria alla firma del Trattato, ed è del 2 maggio la notizia che Greenpeace Olanda ha pubblicato online il testo di consolidamento del TTIP, che inquadra la situazione dei lavori ad aprile – 248 pagine in linguaggio legale, tecnicamente complesso, più una nota interna dell’Unione europea (6).</p>



<p>Finché resteranno gruppi di persone consapevoli e decise a porsi in maniera conflittuale rispetto al potere, la parresia sarà sempre possibile – e con essa, forse, il cambiamento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Per tutte le informazioni inerenti al TTIP, rimando al saggio di Paolo Ferrero, Elena Mazzoni e Monica Di Sisto,<em>&nbsp;TTIP. L’accordo di libero scambio transatlantico. Quando lo conosci lo eviti</em>, Derive Approdi, 2016, nonché al sito web del movimento Stop TTIP Italia&nbsp;<a href="https://stop-ttip-italia.net%20e%20a%20quello%20della%20Commissione%20europea%20http//ec.europa.eu/index_it.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://stop-ttip-italia.net e a quello della Commissione europea http://ec.europa.eu/index_it.htm</a><br>2) Commissione europea, Comunicato stampa “La Commissione propone un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti per il TTIP e altri negoziati commerciali e d’investimento dell’Ue”, 16 settembre 2015<br>3) Cfr. S. Maurizi,<em>&nbsp;WikiLeaks: ecco l’accordo segreto per il liberismo selvaggio</em>, L’Espresso, 19 giugno 2014. Il negoziato è ancora un corso e riguarda Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea, Costa Rica, Giappone, Hong Kong (Cina), Islanda, Israele, Liechtenstein, Mauritius, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Perù, Stati Uniti, Svizzera, Taiwan, Turchia e Unione europea<br>4) Mauro Forno,<em>&nbsp;Informazione e potere. Storie del giornalismo italiano</em>, Laterza<br>5) Michel Foucault,&nbsp;<em>Discorso e verità nella Grecia antica</em>, Donzelli<br>6)&nbsp;<a href="https://www.ttip-leaks.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ttip-leaks.org/</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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