<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>lega nord &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<atom:link href="https://rivistapaginauno.it/tag/lega-nord/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 07 Aug 2024 16:01:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/favicon.ico</url>
	<title>lega nord &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Lombardia. Il leghista e l&#8217;evasore</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lombardia-il-leghista-e-levasore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:26:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3797</guid>

					<description><![CDATA[Il conto in Svizzera di Attilio Fontana: la Lombardia, la Lega Nord e l’evasione fiscale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il conto in Svizzera di Attilio Fontana: la Lombardia, la Lega Nord e l’evasione fiscale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 16 aprile 2020, in piena emergenza Covid, Aria Spa (la centrale acquisti della Lombardia) ordina direttamente, senza alcuna gara di appalto, alla società Dama Spa (che produce il marchio di abbigliamento Paul&amp;Shark), una fornitura di 75.000 camici per medici e infermieri e 7.000 set sanitari per un valore complessivo di 513.000 euro. La moglie del governatore Attilio Fontana, Roberta Dini, possiede il 10% di Dama Spa tramite la società Divadue Srl, mentre il restante 90%, attraverso una fiduciaria svizzera, è di proprietà di Andrea Dini, fratello di Roberta e dunque cognato del presidente della Regione, che ricopre anche il ruolo di amministratore delegato dell’azienda di famiglia. Il 20 maggio la Dama Spa storna la fattura, dopo che i media hanno iniziato a porre al governatore e a Dini domande scomode circa un possibile conflitto di interessi. Si tratterebbe di un equivoco, dichiara Andrea Dini all’inviato di Report Giorgio Mottola: “Quando io non ero in azienda durante il Covid, chi se ne è occupato ha male interpretato, ma poi me ne sono accorto e ho subito rettificato tutto, perché avevo detto ai miei che doveva essere una donazione” (1). Da parte sua Fontana chiarisce: “Non sapevo nulla e non sono intervenuto in alcun modo”. In verità, ma lo scopriremo solo a settembre (dopo la pubblicazione dei messaggi telefonici che si sono scambiati fra febbraio e marzo Andrea e Roberta Dini), a causa del coronavirus la Dama Spa aveva visto crollare il suo fatturato e cercava di riconvertirsi nelle forniture sanitarie per rimediare, almeno parzialmente, a una situazione finanziaria che i fratelli consideravano drammatica (2).</p>



<p>Presumibilmente, dopo l’<em>inopportuno</em> interessamento dei media, Attilio Fontana (“Atti” per gli amici), per evitare altri imbarazzi istituzionali in un momento in cui già si trovava nell’occhio del ciclone a causa della gestione discutibile della pandemia, convince i Dini a rinunciare all’affare, ma in cambio è ‘costretto’ a ripagare la famiglia di tasca sua – almeno parzialmente – per il mancato introito. Così il 19 maggio (casualmente, il giorno prima che Andrea Dini trasformi la fornitura in donazione), Fontana dà mandato all’Unione Fiduciaria Spa, la società fiduciaria che gestisce il patrimonio del governatore, di effettuare un bonifico di 250.000 euro dal suo conto svizzero UBS a favore della Dama Spa: la causale del bonifico si riferisce specificamente alla fornitura di camici.</p>



<p>E qui per Atti le cose si mettono male: Unione Fiduciaria blocca il bonifico perché l’entità della somma, la qualifica del cliente (PEP, acronimo per “Persona Politicamente Esposta”), la mancanza di una causale ‘coerente’ e la provvista da un conto svizzero violano i protocolli antiriciclaggio della fiduciaria, che invia a Bankitalia un SOS, ossia una “Segnalazione di Operazione Sospetta”. Bankitalia, a sua volta, allerta il nucleo speciale di polizia valutaria della guardia di finanza, che gira il fascicolo alla procura di Milano. Così il 25 luglio scorso il governatore viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di “frode in pubbliche forniture”, nell’inchiesta in cui risultano indagati anche Andrea Dini e Filippo Bongiovanni, il direttore generale dimissionario di Aria Spa.</p>



<p>L’interesse dei media ora è tutto per quel conto svizzero. Emerge che il governatore conserva all’UBS un tesoretto di 5,3 milioni di euro. Che Fontana fosse più che benestante già si sapeva, in parte era stato candidato alla presidenza della Regione anche per quello (“Siccome è ricco di famiglia, bisogno di rubare non ne ha”, si diceva negli ambienti della Lega [3]), ma così tanti soldi? E da dove vengono? I <em>rumors</em> si rincorrono, e così il 27 luglio Atti decide di rilasciare un’intervista esclusiva a Francesco Bei di Repubblica (4), per dire la sua sulla vicenda e spiegare la provenienza del denaro.</p>



<p>Circa il bonifico incriminato, il governatore dichiara di aver spontaneamente considerato di alleviare in qualche modo il peso economico dell’operazione del cognato, partecipando personalmente alla copertura di una parte del valore della fornitura. “Si è trattato di una decisione spontanea, volontaria e dovuta al rammarico di constatare che il mio legame di affinità aveva solo svantaggiato un’a-zienda legata alla mia famiglia” (ma perché avrebbe svantaggiato l’azienda se l’intenzione di Dini era davvero quella di fare una donazione?). Quanto al conto svizzero, Atti ne rivendica la perfetta legittimità: “Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente; è riportato nella mia dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”. </p>



<p>Il denaro, in verità, è stato gestito fino al 2015 da due <em>trust</em> alle Bahamas ed è poi ‘emerso’ tramite una procedura chiamata <em>voluntary disclosure</em>. Ma da dove provenivano questi soldi e perché stavano all’estero? “Quello all’estero era un conto che avevano i miei genitori, una cosa purtroppo di moda a quei tempi [&#8230;]. Morta mia mamma, a 93 anni, io l’ho ereditato e l’ho dichiarato nel rispetto delle leggi italiane e pagando il dovuto”, dichiara Fontana. “Sua madre faceva la dentista, erano soldi frutto di evasione fiscale?”, lo incalza il giornalista. “Ma che dice? I miei hanno sempre pagato tutte le tasse, mio papà era dipendente della mutua, mia madre era una super-fifona, figurarsi evadere&#8230; Non so davvero dirle perché portassero fuori i loro risparmi. Comunque era un conto non operativo da decine di anni, penso almeno dalla metà degli anni Ottanta”.</p>



<p>Un cumulo di sciocchezze, e i media non ci mettono molto a scoprirlo.</p>



<p>Come detto, i 5,3 milioni del conto svizzero sono emersi da un procedimento di <em>voluntary disc</em><em>losure</em> (traducibile in italiano con “collaborazione volontaria”) varato dal governo Renzi nel 2015 (5). Come si legge sul sito dell’Agenzia delle entrate, la <em>volu</em><em>ntary disclosure</em> “consente ai contribuenti che detengono <em>illecitamente</em> (il corsivo è dell’autore) patrimoni all’estero di regolarizzare la propria posizione denunciando spontaneamente all’Amministrazione finanziaria la violazione degli obblighi di monitoraggio. Ai contribuenti che aderiscono a questo strumento, l’Agenzia delle Entrate assicura sconti fino alla metà delle sanzioni, mentre le imposte e gli interessi dovuti sui capitali rientrati dall’estero devono invece essere versati per intero”. (6). Altro che madre fifona! E infatti Atti è costretto a correggere il tiro: a proposito del <em>trust </em>alle Bahamas che, a quanto pare, ha occultato per 23 anni il conto di Lugano, dichiara – sempre a Repubblica – qualche giorno dopo: “Escludo che mia madre sia mai stata alle Bahamas. Se i miei genitori hanno commesso delle violazioni, non spetta a me giudicarli. Ma non posso essere io a dover rispondere della loro condotta” (7). Tuttavia ribadisce che fino alla morte della madre, avvenuta il 6 giugno del 2015, il denaro era illecitamente detenuto a sua insaputa.</p>



<p>Prendiamo per buone le sue parole, anche se Fontana è un avvocato d’affari e “non può non sapere del <em>trust </em>nelle isole caraibiche, non fosse altro perché dal 2005 ne è il beneficiario” (8). Inoltre, dal 1997 al 2005 il governatore ha avuto la procura sul conto svizzero da cui è stato creato il <em>trust</em>, e per ottenere la procura su un conto bisogna recarsi personalmente in banca per depositare la firma (9). Si può inoltre arguire che uno strumento di ingegneria finanziaria come il <em>trust</em> è senz’altro più familiare a un legale specializzato nel ramo societario, come Atti, che non a una coppia di medici come i suoi genitori.</p>



<p>Fontana però ha ragione su un punto: portare i soldi all’estero è stato <em>di moda</em> per molto tempo, almeno nell’ambiente da cui il governatore proviene, quello della ricca borghesia lombarda. E qui bisogna fare una piccola digressione storica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dagli anni ’50 ai ’70: evasione sì, conto in Svizzera no</h4>



<p>Dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta, la lotta all’evasione fiscale non è mai stata una priorità per i governi che si sono succeduti alla guida del Paese (ricostruzione del dopoguerra, boom economico, crisi anni ’70, binomio fondi neri-corruzione&#8230; tante le ragioni e non entriamo qui nel merito).</p>



<p>Dal momento che per quarant’anni i controlli tributari sono stati una rarità e i consumi erano effettuati esclusivamente in contanti, per imprenditori, commercianti e professionisti era semplicissimo lavorare in nero, costruendosi tesoretti segreti che venivano gelosamente conservati in casseforti private, cassette di sicurezza e conti in Svizzera. Quest’ultima opzione aveva il pregio di proteggere il <em>malloppo</em> da eventuali sconvolgimenti politici – vittoria elettorale del Pci e possibili imposte patrimoniali – svalutazioni della lira – il franco svizzero era una certezza di stabilità, moneta rifugio per eccellenza – e qualsivoglia altro accadimento, visto anche il segreto bancario custodito meglio di quello del confessionale.</p>



<p>Sembrerebbe tutto molto semplice, con gli occhi di oggi: il Sciur (o la Siura) Brambilla di turno si alza, prende la valigia con i milioni di lire in contanti faticosamente – si fa per dire – sottratti alle grinfie del fisco, sale in macchina, attraversa il confine, sceglie una banca e apre un conto cifrato, dopodiché se ne torna a casa felice e contento. In realtà il processo era molto più complicato perché, se l’evasione fiscale in quegli anni è sempre stata ‘tollerata’, l’esportazione di denaro è stata uniformemente combattuta, e per ottime ragioni.</p>



<p>Le norme valutarie hanno, da sempre, rappresentato uno strumento a tutela dell’economia nazionale, intesa in senso lato, attraverso il controllo dei mezzi di pagamento da e verso l’estero. Ripercorrendo la legislazione valutaria, il primo <em>step</em> normativo è costituito dalla legge n. 786 /1956 (c.d. legge valutaria), che instaurava un regime a impostazione negativa secondo il quale “tutto è vietato ad eccezione di ciò che è espressamente consentito”. L’art.2 della leg-ge recitava infatti: “Ai residenti è fatto divieto di compiere qualsiasi atto idoneo a produrre obbligazioni fra essi e i non residenti, esclusi i contratti di vendita di merci per l’esportazione nonché i contratti di acquisto di merci per l’importazione, <em>se non</em><em> in base ad autorizzazioni ministeriali</em>. Ai residenti è fatto divieto di effettuare esportazioni ed importazioni di merci <em>se non in base ad autorizzazioni ministeriali</em> [&#8230;]” (corsivi dell’autore). L’art. 4 specificava: “I residenti non possono ricevere pagamenti da non residenti o effettuare pagamenti a non residenti, direttamente o per conto dei medesimi [&#8230;]”, e l’art. 5 impediva “di possedere quote di partecipazione in società aventi la sede fuori del territorio della Repubblica, nonché titoli azionari e obbligazionari emessi o pagabili all’estero <em>se non in base ad autorizzazioni ministeriali</em> [&#8230;]” (corsivo dell’autore). Salva l’applicazione delle norme penali, a coloro che effettuavano operazioni in violazione del decreto si applicavano sanzioni amministrative.</p>



<p>Esportare valuta era dunque illegale, a prescindere dal fatto che il denaro trasferito all’estero fosse stato regolarmente denunciato al fisco oppure no, a meno di ottenere una specifica dispensa ministeriale. Il regime di cambi fissi instaurato con Bretton Woods imponeva infatti un ferreo controllo dei flussi valutari in entrata e in uscita, e non era pensabile che la popolazione fosse lasciata libera di movimentare la lira a proprio piacimento.</p>



<p>Negli anni Settanta, a causa della svalutazione della lira (crollo Bretton Woods, crisi petrolifera ecc.), la legislazione divenne ancora più restrittiva: per impedire il deflusso dei capitali verso l’estero, la legge 159/1976 intitolata <em>Disposizioni penali in materia di </em><em>infrazioni valutarie</em> trasforma in fattispecie penali l’esportazione di valuta e la costituzione di capitali all’estero, punibili addirittura con la reclusione: “Chiunque, senza l’autorizzazione prevista dalle norme in materia valutaria, esporta con qualsiasi mezzo fuori del territorio dello Stato valuta nazionale o estera, titoli azionari o obbligazionari, titoli di credito, ovvero altri mezzi di pagamento, è punito con la multa [&#8230;]. Chiunque costituisce fuori del territorio dello Stato, a favore proprio o di altri, disponibilità valutarie o attività di qualsiasi genere senza l’autorizzazione prevista dalle norme in materia valutaria, è punito con la multa [&#8230;]. Nei casi previsti dai commi precedenti, se il valore dei beni esportati ovvero delle disponibilità o attività supera complessivamente 5 milioni di lire, la pena è della reclusione da uno a sei anni e della multa dal doppio al quadruplo del valore predetto [&#8230;]” (art.1).</p>



<p>Difficilmente quindi la ricca borghesia lombarda (fra cui la “super-fifona” madre di Atti) attraversava personalmente la frontiera con i biglietti di banca nella borsetta o nel portabagagli, correndo il rischio di finire in galera: per trasferire il contante esisteva un professionista apposito, il cosiddetto <em>spallone</em> (termine mutuato dal gergo del contrabbando <em>d’antan</em>), il quale agiva per conto dei proprietari del denaro (o del loro commercialista o avvocato di fiducia) e il cui compito era appunto quello di spostare materialmente i capitali dall’Italia alla Svizzera. Il nome non deve trarre in inganno: lo spallone moderno non è più il piccolo criminale che di notte, zaino in spalla, attraversa il confine sui monti per passare attraverso le maglie della polizia di frontiera, ma è un cittadino insospettabile che, per la più semplice delle ragioni, attraversa quotidianamente il confine ed è ben conosciuto dai finanzieri che controllano i valichi: stiamo parlando del frontaliero, cioè del cittadino italiano che abita in genere nelle zone del comasco e del varesotto e che, ogni giorno, attraversa il confine per recarsi al lavoro in Svizzera. Uomini e donne insospettabili, fra cui una zia di chi scrive (quasi coetanea della madre di Fontana e come lei defunta da qualche anno), che integravano lo stipendio elvetico facendo la cortesia (molto ben retribuita) a imprenditori, commercianti e artigiani di traghettare dall’altra parte i ‘risparmi di una vita’.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Anni ’80: l’inversione di tendenza</h4>



<p>È solo dalla metà degli anni Ottanta che la tendenza normativa si inverte, per arrivare gradualmente fino alla completa liberalizzazione della circolazione dei capitali, un passaggio scritto nel Trattato CEE che ha dato vita al Mercato comune europeo. Tutto inizia con la legge 599/1986, che ha attribuito al governo la delega per l’emanazione di decreti sulla base del nuovo principio della “libertà delle relazioni economiche e finanziarie con l’estero”. In forza di tale delega, è stato prima emanato il D.P.R. 454/1987, poi sostituito dal D.P.R. 148/1988 (Testo Unico Valutario), a tutt’oggi vigente, il quale ha un’impostazione opposta a quella della precedente legge valutaria ed è modellato sul principio che “tutto è consentito tranne ciò che è espressamente vietato”. Le fattispecie penali valutarie sono state, invece, depenalizzate dalla legge 455/1988.</p>



<p>Tuttavia un importante correttivo al principio generale del nuovo quadro normativo è stato apportato con il decreto legge 167/1990 dal titolo <em>Rilevazione ai fini fiscali di taluni trasferimenti da e per l’estero </em><em>di denaro, titoli e valori</em> (convertito dalla legge n. 227/1990), che rispondeva all’esigenza da parte dell’Erario di monitorare i trasferimenti di valuta da e verso l’estero, allo scopo di evitare che i capitali nazionali, grazie all’apertura delle frontiere valutarie, si sottraessero agli obblighi connessi alle imposte (guarda caso). Il sistema si basa sulla “canalizzazione, attraverso gli intermediari abilitati, dei trasferimenti transfrontalieri” (cioè i trasferimenti devono avvenire attraverso una banca); contestualmente, è vietato ai residenti in Italia di portare con sé verso o dall’estero somme eccedenti i 20 milioni di lire (cifra poi modificata in 12.500 euro).</p>



<p>In sostanza, dunque, dal 1988 chiunque è libero di trasferire su un conto corrente svizzero (o comunque straniero) la quantità di denaro che desidera, a patto che queste somme siano state regolarmente denunciate al fisco.</p>



<p>Inutile dire che, anche con il nuovo orientamento normativo, le esportazioni di denaro all’insaputa delle autorità tributarie sono continuate, a dispetto delle politiche di lotta (reale o di facciata) all’evasione fiscale adottate dai vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese dagli anni Novanta in poi. Nonostante tre scudi fiscali (10), varati nel 2001, 2003 e 2009, che hanno rappresentato un’opportunità molto più favorevole della <em>voluntary di</em><em>sclosure</em> per legalizzare la posizione dei contribuenti evasori, c’è voluta la morte del segreto bancario svizzero, un processo innescato nel 2009 da un insieme di fattori (11) e giunto a compimento fra il 2016 e il 2018, perché il presidente dell’Associazione Svizzera dei Banchieri, Herbert Scheidt, potesse dichiarare: “Non ci sono più soldi in nero di clienti stranieri, nelle banche elvetiche”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lombardia, terra di evasori</h4>



<p>Dato il regime di anonimato, nulla sappiamo dell’identità dei possessori dei capitali rientrati grazie allo scudo fiscale, ma conosciamo l’importo totale emerso – 85,1 miliardi di euro – e in quali Paesi venissero occultati: 60 miliardi in Svizzera; 7,3 miliardi in Lussemburgo; 4,1 miliardi nel Principato di Monaco e i restanti 13,7 miliardi in altri Paesi.</p>



<p>Diverso il caso della <em>voluntary disclosure</em>, uno strumento che permette di geolocalizzare le istanze di adesione. Ebbene, quasi la metà delle somme rientrate (o comunque dichiarate) appartengono a cittadini governati da Fontana: 26,9 miliardi di euro (circa 60 miliardi l’emerso totale), distribuiti su ben 63.000 richieste di partecipazione al provvedimento. Praticamente, una piccola città di ricchi evasori (di cui Atti avrebbe potuto felicemente candidarsi a sindaco). Secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze, le somme emerse hanno generato un gettito fiscale di 3,8 miliardi di euro. Come era accaduto con gli scudi fiscali, la nazione preferita in cui custodire le somme sottratte al fisco si è rivelata la Svizzera (con un totale emerso di 41,5 miliardi, pari al 69,6% del totale). Un fatto ovvio, dicono i commenti, considerando che fra i migliori clienti italiani delle banche elvetiche ci sono proprio i lombardi, e che gli accordi tra Roma e Berna avevano reso particolarmente rischiosa la situazione di chi aveva un conto non denunciato nella Confederazione. A seguire, tra le mete privilegiate dagli evasori ‘ravveduti’ ci sono il Principato di Monaco, con il 7,7% dei capitali emersi, le Bahamas (3,7%), Singapore (2,3%), il Lussemburgo (2,2%), San Marino (1,9%), e il Liechtenstein (1,4%).</p>



<p>Questi dati, secondo l’Agenzia delle entrate, sono la conseguenza di un fenomeno molto semplice: si evade di più dove si produce e si guadagna di più. Non stupisce dunque che nel 2018 il procuratore di Milano Francesco Greco, nel suo intervento a un convegno organizzato da Bankitalia su criminalità e tutela delle imprese, abbia affermato: “La Lombardia è la terra degli evasori fiscali” (12).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Lega e l’evasione</h4>



<p>La stessa Lombardia che ha dato i natali alla Lega (Lombarda prima, Nord poi), nata ufficialmente nel 1991, ma salita politicamente alla ribalta per la prima volta con le lezioni politiche del 1992, quando ottenne 80 rappresentanti (55 eletti alla Camera, 25 al Senato) contro i 2 (un deputato e un senatore) rimediati alla precedente tornata elettorale. Le elezioni si sono tenute il 5 aprile, con Tangentopoli da poco esplosa e lo Stato messo sotto scacco dalla mafia (il 12 marzo era stato assassinato il luogotenente andreottiano Salvo Lima), e la Lega ha stupito tutti piazzandosi al quarto posto (con circa l’8,65% dei consensi a livello nazionale), dietro i tre principali partiti di massa – Dc, Pds (ex Pci) e Psi – che fino ad allora avevano avuto saldamente in mano i destini della Repubblica. Il movimento di Bossi ottiene oltre tre milioni di voti, tutti concentrati nelle valli alpine e nella parte alta della pianura padana. Una realtà di piccole e medie imprese che nei primi anni ‘90 hanno dovuto fare i conti con la frenata economica, l’avvio della globalizzazione, la concorrenza delle aziende che riuscivano a delocalizzare, tassi di interesse alti e cambio valutario forte; un e-sercito di professionisti, negozianti e artigiani, improvvisamente diventato orfano della ‘tutela tradizionale’ – leg-gi corruzione – di Dc e Psi e incapace di stare su un mercato che iniziava a divenire internazionale, è in cerca di un altro soggetto politico che ne protegga i conti in banca (compresi quelli in Svizzera).</p>



<p>Bossi è l’uomo giusto al momento giusto. Nella mente del <em>Senatur</em> gli interessi della piccola e media azienda sono il cuore della strategia leghista: già l’8 dicembre 1989, nel suo intervento al primo congresso della Lega Lombarda, Bossi chiariva come il federalismo, il faro della visione politica dei lumbard, fosse “profondamente legato alla necessità di costruire un’Europa in cui sia conservata la democrazia e in cui venga salvaguardato l’interesse della piccola e della media industria, destinato invece a scomparire” (13). Gli interessi della Lega e delle PMI lombarde, abituate a un trattamento fiscale di favore (non più sostenibile) coincidono. Ma com’è possibile fare gli interessi del proprio elettorato e nello stesso tempo candidarsi a forza di governo, in un Paese le cui leggi impongono di pagare le tasse? Il Senatur trova la quadra in una frase da manuale della politica: “Noi siamo una forza di governo transitoriamente all’opposizione” (14).</p>



<p>Ma il dubbio resta. In una lunga intervista collettiva di Repubblica a Bossi del 20 marzo 1992 (15), appena qualche giorno prima delle elezioni, si legge: “La Lega raccoglie voti e simpatie nelle province più ricche e tra i commercianti, i professionisti, i piccoli e medi imprenditori, cioè i ceti a cui il nostro sistema fiscale concede in pratica di non pagare le tasse. Lei come pensa di fronteggiare la grande evasione fiscale che c’è nel Paese?” e il Senatur risponde: “Sicuramente l’evasione fiscale è un problema vero e importante e direi che c’è una vasta area di tolleranza e di protezione da parte del regime [&#8230;] Pagare le tasse è doveroso e sacrosanto, però è chiaro che chi paga le tasse pretende poi dei risultati da parte dello Stato e se questi non ci sono o sono troppo pochi c’è una reazione”. Questa strategia, chiamiamola ‘copertura ideologica dell’evasione’, si è rivelata vincente. La ricca borghesia lombarda non evade per avidità (non sia mai!) ma perché Roma non fa nulla per lei, o perché le imposte sono troppo alte, o perché non pagare le tasse è una forma di protesta verso l’immobilismo della politica, eccetera.</p>



<p>Così, strizzando l’occhio agli elettori-evasori del Nord, la Lega ha continuato la sua avanzata sulla scena politica. I titoli dei giornali dell’epoca lo testimoniano: “La lega all’attacco: sciopero fiscale” (24 giugno 1992); “Bossi dichiara guerra al fisco” (24 agosto 1992); “Bossi contro le tasse: da Nord a Sud” (12 luglio 1993), e così via (16).</p>



<p>Sono passati quasi trent’anni, il Senatur è vecchio e malandato, e anche Salvini in verità non sta troppo bene (politicamente), ma è ancora impossibile immaginare di governare la Lombardia senza la Lega. Attilio Fontana è del 1952, la sua compianta madre, Maria Giovanna Brunella, era del 1923, il loro patrimonio in Svizzera “non movimentato dagli anni 80” (in realtà nel 2010 il saldo si è ingrossato di 129.000 euro, nel 2011 è diminuito di mezzo milione, nel 2012 è cresciuto di 442.000 euro, di altri 200.000 euro nel 2013, a cui si aggiungono 600.000 euro nei due anni successivi [17]) non sappiamo esattamente quando sia nato, ma possiamo dire con certezza che la sua stessa esistenza ha costituito un reato fino al 1986, e che fino al 2015 al fisco italiano non è stata versata una lira. E come Fontana e la sua cara mamma, hanno fatto altri 63.000 cittadini lombardi, che hanno evaso le tasse dovute al nostro Paese su un patrimonio complessivo di 26,9 miliardi per anni e anni, e chissà quanti sono quelli che li hanno <em>scudati</em> qualche anno prima (su un totale di 85,1 miliardi). Così, mentre in Lombardia non ci so-no i soldi per pagare i medici, gli infermieri, mentre si tagliano i posti letto, le terapie intensive, i pronto soccorso; mentre mancano le mascherine, i guanti, i respiratori, i tamponi, Fontana regna sulla sua giunta leghista e sulla Lombardia, a cui, insieme alla sua famiglia, ha sottratto risorse per quarant’anni o forse più.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Repubblica, 7 giugno 2020 <a href="https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/07/news/attilio_fontana_moglie_camici_coronavirus_regione_lombardia-258640796/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/07/news/attilio_fontana_moglie_camici_coronavirus_regione_lombardia-258640796/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Il fatto quotidiano, 25 settembre 2020 <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/25/caso-camici-alla-regione-lombardia-la-moglie-di-fontana-scrisse-al-fratello-chiama-lassessore-sembra-siano-molto-interessati/5943741/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/25/caso-camici-alla-regione-lombardia-la-moglie-di-fontana-scrisse-al-fratello-chiama-lassessore-sembra-siano-molto-interessati/5943741/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Repubblica, 26 luglio 2020 <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/26/news/litigi_amori_business_la_dynasty_di_provincia_dietro_quei_camici_bianchi-262956151/">https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/26/news/litigi_amori_business _la_dynasty_di_provincia_dietro_quei_camici_bianchi-262956151/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/07/27/news/fontana_non_mi_dimetto_ho_agito_in_emergenza_e_la_regione_non_ha_pagato_-263042450/">https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/07/27/news/fontana_non_mi_dimetto_ho_agito_in_emer genza_e_la_regione_non_ha_pagato_-263042450/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em> Art. 1 della legge 186/2014, intitolata <em>Disposizioni in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero nonché per il potenziamento della lotta all’evasione fiscale</em></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/Schede/Istanze/Collaborazione+volontaria+(voluntary+disclosure)/Collaborazione+volontaria+infogen/">https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/Schede/Istanze/Collaborazione+volontaria+(voluntary+disclosure)/Collaborazione+volontaria+infogen/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Repubblica, 31 luglio 2020 <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/31/news/fontana_il_mistero_dell_eredita_taciuta_l_esistenza_dei_soldi_in_svizzera-263403630/">https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/31/news/fontana_il_mistero _dell_eredita_taciuta_l_esistenza_dei_soldi_in_svizzera-263403630/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Open, 2 agosto 2020 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.open.online/2020/08/02/il-tributarista-stufano-accusa-fontana-sapeva-di-quel-conto/" target="_blank">https://www.open.online/2020/08/02/il-tributarista-stufano-accusa-fontana-sapeva-di-quel-conto/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em> Lo scudo fiscale è un’agevolazione che permette il rimpatrio e/o la regolarizzazione di attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, in violazione degli obblighi di monitoraggio, a fronte del pagamento di un’unica somma a titolo di imposte, interessi e sanzioni; la regolarizzazione avviene in regime di riservatezza totale (le banche che si occupano di far rientrare i fondi non possono dichiarare al fisco i nominativi dei proprietari dei capitali), e di non punibilità dei reati tributari correlati (come omessa e infedele dichiarazione dei redditi; falsa rappresentazione di scritture contabili obbligatorie; occultamento o distruzione di documenti; false comunicazioni sociali), che prevederebbero pene fino a 6 anni di reclusione</p>



<p class="has-small-font-size">11) La crisi economica del 2008, che ha obbligato i Paesi della Ue ad approvare politiche tributarie più severe contro l’elusione e l’evasione; la lista Falciani e lo Swissleaks; ma soprattutto le pressioni delle banche USA perché il denaro contenuto nei conti correnti aperti dagli ebrei prima della seconda guerra mondiale venisse versato ai cittadini americani legittimi eredi </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> Repubblica, 23 ottobre 2018 <a href="https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/10/23/news/lombardia_evasione_fiscale_allarme_procuratore_greco-209772293/">https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/10/23/news/lombardia_evasione _fiscale_allarme_procuratore_greco-209772293/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>13)</em> I Congresso Nazionale della Lega Lombarda, 8 dicembre 1989, audio dall’archivio di Radio radicale <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/34261/i-congresso-nazionale-della-lega-lombarda" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.radioradicale.it/scheda/34261/i-congresso-nazionale-della-lega-lombarda</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Repubblica, 20 marzo 1992 <a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/03/20/macche-protesta-io-salvero-italia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/03/20/macche-protesta-io-salvero-italia.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">16) Titoli del Corriere della Sera, disponibili su <a href="https://www.nextquotidiano.it/lega-sciopero-fiscale/">https://www.nextquotidiano.it/lega-sciopero-fiscale/</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Il portale del Ticino, 30 luglio 2020 https://www.tio.ch/ticino/attualita/1452329/conto-fontana-lugano-euro-soldi </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Zaia e Salvini. La Lega Veneta e quella Lombarda</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zaia-e-salvini-la-lega-veneta-e-quella-lombarda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:23:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3806</guid>

					<description><![CDATA[Due Leghe in lotta da quarant’anni fra autonomia ed egemonia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Due Leghe in lotta da quarant’anni fra autonomia ed egemonia</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La politica, diceva nella cosiddetta Prima Repubblica il socialista Rino Formica, “è sangue e merda”, concetto meglio articolato dallo stesso politico nell’affermazione: “La politica è per gli uomini il terreno di scontro più duro e più spietato. Si dice che su questo campo ha ragione chi vince, e sa allargare e consolidare il consenso, e che le ingiustizie fanno parte del grande capitolo dei rischi prevedibili e calcolabili”. Se questo era vero in un’epoca in cui ancora erano forti le ideologie nel dibattito politico, lo è tutt’oggi, in un’epoca post-ideologica.</p>



<p>È quello a cui stiamo assistendo all’interno della Lega di Matteo Salvini, partito nazional-populista a capo di un centrodestra sempre più lontano da quello degli anni ’90: cioè alla presunta rivalità fra il capitano Salvini e il governatore del Veneto Luca Zaia, confermato alla guida della Regione alle ultime elezioni con una percentuale che, un tempo, si sarebbe definita “bulgara”: 76,8%.</p>



<p>Il Carroccio, pur presentandosi sin dagli albori come un partito leaderista, guidato in maniera cesaristica del suo padre-padrone, il <em>senatùr</em> Umberto Bossi – a capo di un “partito leninista fondato sul ‘Führerprinzip’” che mai ha permesso il coagularsi di correnti vere e proprie – ha comunque sempre visto al suo interno una certa vivacità. Già quando nacque l’area delle leghe regionaliste settentrionali, fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, vi aderirono personalità di formazione e background diverso: chi proveniente da sinistra (dallo stesso Umberto Bossi a Roberto Maroni o Gipo Farassino), chi dai partiti centristi o dall’estrema destra, sia ‘ufficiale’, il Msi, sia extraparlamentare (1); personalità che, come documentato più volte in questa rubrica, nel corso dei decenni hanno cercato di costruire un’egemonia culturale, scontrandosi anche con settori moderati e centristi. Scontro testimoniato anche dalla ondivaga posizione su temi chiave come la politica estera, ora putiniana, a tratti anti-sistemica se alla Casa Bianca c’è un democratico, per poi essere al contempo filoamericana e trumpista o neocon. Dunque aree con riferimenti culturali antitetici, ma tutte fedelmente salviniane (2).</p>



<p>La leadership di Matteo Salvini, consolidata e rafforzata dalla onnipresenza televisiva del leader populista milanese sin dal dicembre 2013, sembra ora scricchiolare davanti al nuovo presenzialismo del governatore veneto Luca Zaia. Quest’ultimo, a differenza del segretario del suo partito che dopo un anno di governo col M5S è ritornato all’opposizione, incarna l’etica del ‘fare’, cioè il politico che gestisce il territorio, che fa proprio il pragmatismo – e qui trapela l’evidenza della politica post-ideologica dei nostri giorni – specie ora in epoca di Covid-19.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La ‘guerra’ fra Zaia e Salvini secondo la City inglese…</h4>



<p>Generalmente, anche per raggranellare più voti <em>ad personam</em>, è normale che durante le elezioni amministrative, provinciali o regionali, venga presentata una lista civica col nome del candidato alla poltrona in carica, una prassi consolidatasi nella cosiddetta Seconda Repubblica, una delle tante cartine di tornasole di una politica sempre meno legata agli schemi ideologici (eccetto l’ideologia dominante, il pensiero unico liberale, trasversale). È comunque un metro di misura per vedere i rapporti di forza in una determinata coalizione e, nel caso del Veneto, è stata osteggiata dal leader Salvini.</p>



<p>Leggendo questo dispaccio interno al Carroccio, fatto pervenire a tutti i presìdi del partito in giro per il Veneto, sembra che i vertici di via Bellerio stiano dicendo l’ovvio, ma così non è: “Si ribadisce che tutte le sezioni devono fare campagna elettorale solo per la lista Lega”. “È la dimostrazione che Salvini ha una gran paura che la lista di Zaia surclassi quella della Lega”, dice un vecchio colonnello della Liga, fedelissimo del governatore (3).</p>



<p>Una paura, quella di Matteo Salvini, fondata, nonostante “Zaia [sia] stato bossiano con Umberto Bossi, maroniano con Roberto Maroni, ora salviniano con Matteo Salvini, oltre a essere stato anche ‘amico fraterno’ dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. [È un] uomo per tutte le stagioni?&#8221; Può essere una chiave di lettura, che dimostrerebbe la sua vocazione di stare sempre a galla qualunque sia il nocchiero della nave. Coltivando la sua immagine di uomo concreto, che si atteggia come un comune cittadino, che dialoga con tutti, poco incline ai voli pindarici, con una fede incrollabile nelle virtù del mercato e degli schei, che non disdegna di parlare in dialetto” (4). </p>



<p>Pragmatismo che è servito all’ascesa di Zaia: secondo il Corriere del Veneto, inserto regionale del Corriere della Sera, “da quando la legge Tatarella ha introdotto l’elezione diretta del presidente della Regione, nel 1995, nessun candidato ha mai toccato vette di consenso così alte in Italia. Non ci riuscì Vito De Filippo in Basilicata nel 2005, non ce la fece Raffaele Lombardo in Sicilia nel 2008 (peraltro finiti entrambi malamente, tra inchieste per rimborsi illeciti e condanne per voto di scambio). Luca Zaia, il viceré del Nordest, sta invece lì, al 70%, e anche se sono solo sondaggi, neppure l’opposizione se la sente di smentirli più di tanto” (5). E il 70% è una percentuale impressionante, pur in una regione storicamente leghista come il veneto, lì dove nacque a fine anni ’70 la Liga Veneta, il primo movimento autonomista regionalista che farà da modello alle altre leghe regionaliste settentrionali.</p>



<p>È una paura analizzata anche dal Financial Times. Secondo il quotidiano della City, “la minaccia più pericolosa” per il leader populista milanese “non arriva dai suoi numerosi nemici, ma dall’interno del suo stesso partito”, minaccia che potrebbe frenare l’ascesa del segretario, teoricamente inarrestabile dal 2013. Durante l’emergenza italiana Covid-19, Salvini “ha faticato a stabilire l’agenda come faceva prima”, facendo “scivolare la Lega nei sondaggi”, e “lo sfidante alla leadership è ora il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, dopo che la sua strategia di lotta al Covid-19 ha attirato l’attenzione globale”. L’articolo di Miles Johnson, intitolato <em>Political hero of Italy’s coronavirus crisis takes shine off Salvini</em>, pubblicato il 4 maggio 2020, è indicativo che anche negli ambienti che contano si guarda all’ascesa della Lega e alla sua leadership: le due regioni più ricche d’Italia, la Lombardia e il Veneto, entrambe amministrate dal Carroccio, hanno adottato approcci diversi per contenere il virus, ma è stato il “modello veneto” quello vincente, con 1.500 morti contro i 14.000 in Lombardia, il tutto per una pragmatica politica fatta di test e tracciamento dei contagi. Il governatore Zaia, spiega il Financial Times, è stato definito dai giornali “mr 80%” o “il Doge”.</p>



<p>Mentre la Lega scendeva dal 34% dei consensi ottenuti alle ultime elezioni europee a meno del 30%, quelli personali di Zaia erano attorno al 50%, secondo un sondaggio del politologo della Luiss Roberto D’Alimonte citato dal quotidiano inglese, ovvero più di quelli del presidente del Consiglio Conte (35%) e del presidente della Repubblica Mattarella (32%), mentre lo stesso Salvini era sceso sotto il 20%. E dire che, ricorda il giornale, da quando è arrivato al vertice del partito nel 2013, “il capitano” l’ha portato da un risultato a una sola cifra a oltre il 30%.</p>



<p>È comprensibile quindi la paura di Matteo Salvini, specie davanti all’incremento dei consensi dei post-missini di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, come già analizzato in questa rubrica (6).</p>



<p>Anche se è assodato che in Veneto il Carroccio ha al suo interno anime ‘radicali’, spesso legate al radicalismo di destra da una parte o al cattolicesimo oltranzista dall’altra (non a caso si è tenuto a Verona il congresso delle famiglie che ha dato voce all’ala più conservatrice del centrodestra, Lega in primis), come documentato da Emanuele Del Medico in un volume dall’inequivocabile titolo <em>All’estrema destra del padre</em> (7) – che pur parlando delle interconnessioni fra estremismo di destra e cattolicesimo oltranzista punta i riflettori sul cosiddetto paradigma veronese, città successivamente guidata da Flavio Tosi, sindaco che inizialmente fu visto come un punto di riferimento per l’ala dura del Carroccio veneto (arrivò a sdoganare persone di Fiamma tricolore o del Veneto fronte skinhead) e poi presentato come alternativa a Matteo Salvini, proprio come Zaia – va ricordato che il successo della Lega Nord, anche nel Veneto, avviene in zone con un forte radicamento e tradizione democristiana o fra l’elettorato pentapartitico: il passaggio dalla “tradizione bianca” alla “protesta verde” (8) renderebbe controproducente un eccessivo slittamento a destra, nonostante sia ovvio che si assiste da danni a una radicalizzazione del ceto medio. </p>



<p>In una prima fase, infatti, la Lega Nord (e prima ancora la Liga Veneta o, in Lombardia, la Lega Lombarda e le formazioni affini) è vista come un movimento che ha come obiettivo la tutela di determinati interessi, strettamente locali, e non legato a questa o quella fazione politica: tale visione permette al partito di avvicinare classi sociali diverse, “operai e imprenditori delle piccole imprese, commercianti e settori del ceto medio urbano impiegatizio” (9). Lo stesso Zaia proviene dal Psi craxiano, partito che negli anni ’80 si è gradualmente spostato verso il centro. Non parliamo quindi di un leghista che flirta – almeno non apertamente – con l’estremismo, come ha fatto il segretario federale sin dall’inizio della sua segreteria.</p>



<p>Allora perché i veneti votano in massa per Zaia? Dove nasce questo consenso diffuso in tutti i ceti sociali, radicato sul territorio, trasversale ai partiti (perché 70% significa oltre il semplice centrodestra)? Come si è arrivati a una simbiosi tra il governatore e i cittadini tale per cui a volte lo stesso Zaia arriva a definire le critiche alla sua amministrazione come “attacchi al popolo veneto”?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Veneto profondo leghista e Zaia</h4>



<p>Va detto che in Veneto, regione storicamente ‘bianca’ e oggi leghista, l’opposizione è debolissima, più che altrove. L’aver candidato Alessandra Moretti, autodefinitasi <em>Ladylike</em>, letteralmente “che ha il portamento di una signora”, per aver rivendicato la necessità che le donne in politica debbano essere esteticamente belle, curate ed eleganti, non ha senz’altro aiutato il Pd e il centrosinistra tout court in una regione ‘popolare’ come il Veneto. Ma le radici del successo di Zaia, vengono da lontano.</p>



<p>Il professore Ilvo Diamanti, politologo e docente di Scienza Politica dell’università di Urbino, spiega in un’intervista al Corriere del Veneto il 5 settembre 2020, che tale successo affonda le radici nella Liga Veneta (non nella Lega Nord, che è ‘lombardocentrica’, cioè ‘padana’), movimento localista nato a fine anni ’70 e che nella Pedemontana delle piccole imprese e dei piccoli comuni ebbe la sua culla. “È lì, nel Veneto profondo dove l’elettore non chiede alla politica di ‘fare’ ma di ‘lasciar fare’ che nasce la Liga di cui oggi Zaia è il massimo interprete, grazie anche a un passato lavorativo che ne esalta le doti di comunicatore, come vediamo dai riscontri su stampa, tivù e social media. Poi c’è l’autonomia, che ci ha consegnato un referendum con oltre 2 milioni di votanti e il Sì al 98%: la Lega di Zaia è ancora la Lega del federalismo, il sindacato del territorio; quella di Salvini è la Lega nazionale, un’altra cosa ormai. Quindi, l’emergenza sanitaria: detto che Zaia ha avuto alti indici di gradimento fin dal primo mandato, è indubbio che questo si è dilatato enormemente negli ultimi sei mesi, quando da parte dei cittadini è emerso prepotentemente il bisogno di punti di riferimento”. Zaia come l’uomo forte? “Sì, purché inteso in termini di autorità, non di autoritarismo”.</p>



<p>Lo scontro già visto in questa rubrica fra una Lega a vocazione nazionale (o nazionalista) che guarda al Rassemblement national di Marine Le Pen, e la Lega Nord, sia nel suo insieme che nelle realtà locali dello zoccolo duro regionalista, centrista ma non necessariamente moderato (si è addirittura parlato di <em>estremismo di centro</em>) (10), è qui evidente.</p>



<p>L’analisi di Diamanti è simile a quella di Paolo Feltrin, politologo dell’università di Trieste: “Zaia parte da basi solidissime, dal 1995 a oggi il Veneto è sempre stato saldamente nelle mani del centrodestra e lui ha governato in continuità, senza scossoni. È uscente, al terzo mandato, dunque è favorito per definizione ma a dargli la spinta decisiva per superare il 70% è stato il virus, che a ben vedere ha rafforzato tutti i vertici di governo, dal premier ai sindaci. Nel mare in tempesta, ci si affida al capitano, a lui si chiede il miracolo. E il Covid ha rilanciato pure il federalismo, che si era un po’ appannato negli ultimi tempi, nella sua accezione migliore: non oppositivo ma collaborativo. Le soluzioni migliori per i cittadini sono scaturite da un confronto a tratti aspro ma fattivo tra Roma e i territori. Esattamente ciò che predica Zaia”.</p>



<p>È il pragmatismo post-ideologico, anticentralista e antiburocratico (ergo antipolitico) il cardine del modo di porsi del presidente veneto. Un pragmatismo che viene da lontano, dalla Dc anni ’80 (11), che spinge Zaia, nonostante faccia politica da quando aveva vent’anni nel Psi craxiano, a ripetere a ogni occasione: “Io non sono un politico, sono un amministratore”. Una narrazione potente in Veneto, secondo Stefano Allievi, professore di Sociologia all’università di Padova: “Zaia mette sempre molta enfasi sulla retorica dei veneti che ‘si tirano su le maniche’, anche se questo a volte tradisce la realtà. È bravo a farsi portavoce del ‘sentire medio’ della gente, non assume mai posizioni divisive o radicali, in Zaia ci si riconosce facilmente perché lui è attento a non scontentare mai nessuno. A questo accompagna un understatement che fa dire ‘è uno di noi’ anche nei comportamenti privati: mai una festa, un salotto, un galà per vip, si tiene a debita distanza dai cenacoli intellettuali. Interpreta la politica come un ‘lavoro’, appunto, per cui fa quello che deve fare, per cui è pagato potremmo dire usando un’espressione cara ai veneti, e torna a casa. Poi certo è molto abile nel porre le domande quando in realtà dovrebbe dare le risposte”, continua Allievi, “ha una straordinaria capacità di reazione nell’emergenza ma è meno incisivo su temi di lungo respiro, come la fuga dei laureati verso l’estero, l’Emilia Romagna e la Lombardia, un futuro già ipotecato. E fa riflettere che Zaia faccia notizia in Italia per la sua forza in Veneto, mentre il Veneto è sempre più debole in Italia. È un successo locale”.</p>



<p>È l’approccio aziendalista che è vincente in Zaia, come nota pure Carlo Alberto Tesserin, tra gli ultimi pezzi grossi della Democrazia Cristiana veneta, consigliere regionale dal 1990 al 2015, ora Procuratore di San Marco: “Mancanza di visione? Si è concentrato sul core business della Regione che è la sanità e non si può dire che questa in Veneto non funzioni bene, specie se si guarda a come vanno le cose vicino a noi. Ha amministrato con risorse ben diverse da quelle di cui hanno potuto disporre la Dc e Galan e se farà la Pedemontana potrà mettersi al petto un’altra medaglia. I Giochi di Cortina, le colline del Prosecco patrimonio Unesco, se poi gli danno l’autonomia&#8230; Dal punto di vista amministrativo è solido, ha svolto tutto il <em>cursus honorum</em>, dal Comune alla Provincia, dalla Regione al ministero, ma il suo vero punto di forza è che lui c’è quando la gente vuole che ci sia: da Vaia all’Acqua Granda, i veneti sanno che si possono fidare e questo è un sentimento che trascende le appartenenze ai partiti”.</p>



<p>Secondo Gianluca Comin, docente di Strategia di Comunicazione alla Luiss: “Si parla molto delle sue doti di comunicatore ma è evidente che senza il buon governo la comunicazione non basta. A fare la differenza sono la sua capacità di sintonizzarsi sui problemi, di essere presente sui temi che sono in cima alle priorità della gente. Poi certo attorno a lui c’è una squadra che lavora bene, con professionalità, dando corpo alle intuizioni che gli portano popolarità. E l’imitazione di Crozza è il sigillo finale sulla sua notorietà”.</p>



<p>Ma allora, perché Salvini teme Zaia? Perché boicottare una lista che potrebbe attrarre ulteriori consensi non necessariamente leghisti a vantaggio del partito? Perché, volendo banalizzare, Luca Zaia non è lombardo, ma veneto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Veneti contro lombardi: uno scontro fra autonomia ed egemonia lungo oltre quarant’anni</h4>



<p>Perché fin dalla sua unità, la Lega Nord – che nasce fra il 1989 e il 1991 per federare i principali movimenti regionalisti dell’Italia settentrionale di allora, e cioè la Lega Lombarda, la Liga Veneta, Piemònt Autonomista, L’Union Ligure, la Lega Emiliano-Romagnola e Alleanza Toscana, organizzandosi in seguito in sezioni territoriali non coperte dai movimenti precedentemente esistenti, e cioè nelle province autonome di Trento e Bolzano, in Friuli-Venezia Giulia, in Val d’Aosta, in Umbria e nelle Marche – in virtù della leadership di Umberto Bossi si è rivelato un partito ‘lombardocentrico’, come già si è detto.</p>



<p>La Lega Nord guidata da Umberto Bossi ha registrato non pochi episodi negativi per la componente che guidava (e guida, dato che formalmente esiste ancora) la Liga Veneta, nonostante la patria del leghismo non sia la Lombardia. Questo fenomeno politico che oggi ha in Salvini il suo leader, non nasce in Lombardia, ma in Veneto. Nel 1979 il professore d’arte padovano Achille Tramarin, scomparso di recente, fonda di fatto la Liga Veneta, che fu a tutti gli effetti la “madre di tutte le leghe”, la prima a raccogliere la naturale vocazione all’indipendentismo di buona parte delle genti venete, nostalgiche della Serenissima Repubblica: una realtà radicata nell’immaginario collettivo veneto, da cui si mutua pure il simbolo nel logo, il “Leone di San Marco”, che nella propaganda antimeridionale venetista – uno dei tratti comuni col leghismo lombardista assieme alla critica al centralismo romanocentrico – diventa il famoso “leon che magna el tèron”. È solo nel 1982 che Umberto Bossi, assieme a Giuseppe Leoni, fonda la Lega Lombarda, con Alberto da Giussano nello stemma, ed è lì che inizia la concorrenza fra i due movimenti, così simili e così differenti.</p>



<p>È la Liga Veneta a guadagnar terreno, inizialmente, dato che alle elezioni del 1983 manda in Parlamento Tramarin, il leader venetista, che esordirà sulla fiducia al governo Craxi pronunciando un discorso in dialetto (anzi, in ‘lingua’, diranno gli autonomisti e gli identitaristi) veneto. Ma ben presto il movimento avrà non pochi problemi interni, con una guerra intestina che porterà Franco Rocchetta a chiedere a Tramarin l’abbandono della guida del partito: dopo una guerra fatta di querele, spintoni e calci verrà espulso, e alla segreteria arriverà Marilena Marin.</p>



<p>L’indebolimento del venetismo favorirà la Lega Lombarda di Umberto Bossi, che eleggerà nel 1987 il suo leader al Senato e anche quello alla Camera, Giuseppe Leoni. Questo favorì gradualmente l’ascesa della componente lombarda, nonostante all’apparenza l’obiettivo di Bossi fosse quello di federare in un un unico fronte tutti i movimenti regionalisti dell’Italia settentrionale. Si aggregheranno per le europee del 1989 nell’Alleanza Nord, il primo abbozzo di Lega Nord, e verranno visti come gli avversari di quel pentapartitismo descritto come “il regime partitocratico” o “Roma ladrona”. In risposta, il 3 marzo 1990 il Partito socialista organizza un raduno in quel luogo che diverrà quasi un sinonimo di leghismo: Pontida. Lì dove le liste leghiste avevano raccolto il 16% dei consensi. Bettino Craxi lancia un’aperta sfida al Carroccio: la riforma costituzionale in senso presidenzialista e federalista. Spinge in tal modo i leghisti a passare dalla mera contestazione all’organizzazione di un raduno proprio a Pontida, il 25 marzo dello stesso anno, primo di una lunga serie di kermesse dove si elabora l’immaginario mitopoietico leghista (lì si sarebbe tenuto, nel 1167, il giuramento che porterà alla nascita della Lega Lombarda, che si opporrà a Federico Barbarossa). Un passaggio fondamentale ai fini egemonici: il movimento nasce per aggregare tutti i movimenti regionalisti e autonomisti del Nord Italia, ma finisce per essere guidato da un leader lombardo che imporrà simbologie e ritualità lombarde, anzi ‘padane’: da Alberto da Giussano nello stemma al giuramento di Pontida, che evoca un evento della storia comunale lombarda, arrivando all’obiettivo della nascita della Repubblica del Nord, che dovrà chiamarsi “Padania”.</p>



<p>Ma ai veneti si concede qualcosa: se il segretario federale è Umberto Bossi, la presidenza va a Marilena Marin, leader della Liga Veneta. Ma sempre in stato di perenne subordinazione alla componente lombarda, e ogni qual volta un esponente veneto rischia di fare ombra al senatùr Bossi, scatta inesorabile l’espulsione. Il primo che ne pagò le conseguenze fu infatti Rocchetta, cacciato nel 1994, seguito nel 1998 da Fabrizio Comencini, reo di aver invocato l’autonomia della Liga Veneta dal partito, di cui era segretario. Anche Giancarlo Gentilini, popolare sindaco-sceriffo di Treviso noto per le sue esternazioni xenofobe, ha avuto modo di provare sulla propria pelle l’ostracismo per alcune dichiarazioni alla stampa evidentemente non gradite ai vertici di via Bellerio. L’ultimo veneto epurato è stato il già citato Franco Tosi, ex sindaco di Verona, che dovette uscire dalla Lega dopo il braccio di ferro coi vertici lombardi perché non intendeva rinunciare alla corsa per la presidenza del Veneto, guarda caso proprio contro il salviniano Luca Zaia (12).</p>



<p>Ciò significa che molto probabilmente Zaia, che non è un politico di primo pelo, non arriverà allo scontro diretto con Matteo Salvini. Non proverà a presentarsi come colui che rilancia la Liga Veneta, perché rischierebbe di fare la fine di molti veneti ‘eccellenti’ che tentarono di sfidare via Bellerio. Meglio accontentarsi del ruolo, tutt’altro che secondario, di “Doge di Venezia”, di fatto sposando il noto detto veneziano secondo cui “<em>Xe megio esser paron de ‘na sessola che servidore de ‘na nave</em>” (“Meglio essere padrone di una sessola [l’umile strumento di legno che serve a svuotare le imbarcazioni dall’acqua] che servitore di una nave”). Ma lo scontro conferma che il Carroccio, pur avendo al suo interno anime radicali, non può puntare al 100% alla radicalità del Rassemblement national lepenista, che è una forza di sola opposizione. La Lega, fin dal 1994, ha gustato la comodità delle poltrone romane e regionali, governando – sempre a vantaggio del ceto elettorale di riferimento, la borghesia produttiva del Nord-Est – le contraddizioni del sistema italiano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Rimando il lettore alla serie di miei articoli dal titolo <em>Alle radici del fascioleghismo</em> pubblicati su Paginauno, dal n. 44 al n. 46 fra il 2015 e il 2016</p>



<p class="has-small-font-size">2)<strong> </strong>Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/fra-washington-e-mosca-passando-per-tel-aviv-la-politica-estera-della-lega-nord/" data-type="post" data-id="2485">Fra Washington e Mosca passando per Tel Aviv. La politica estera della Lega Nord</a></em>, Paginauno n. 51/2017</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Valerio Valentini, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilfoglio.it/politica/2020/09/04/news/cosi-salvini-ordina-di-boicottare-la-lista-di-zaia-ma-i-leghisti-veneti-se-ne-infischiano-332848/" target="_blank"><em>Così Salvini ordina di boicottare la lista di Zaia, ma i leghisti veneti se ne infischiano</em></a>, Il Foglio.it, 4 settembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">4)<strong> </strong>Umberto Baldo, <em>Salvini ed i “lumbard” bloccano l’ascesa di Zaia</em>, TviWeb.it, 10 maggio 2020</p>



<p class="has-small-font-size">5) Marco Bonet, <em>Luca Zaia, perché spopola nei sondaggi: «Incarna l’anima veneta»</em>, Corriere del Veneto, 5 settembre 2020</p>



<p class="has-small-font-size">6)<strong> </strong>Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/fratelli-ditalia-dalla-destra-sociale-al-liberismo-trumpista/" data-type="post" data-id="3336">Fratelli d’Italia, dalla destra sociale al liberismo trumpista</a></em>, Paginauno n. 67/2020</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Emanuele Del Medico, <em>All’estrema destra del padre. Tradizionalismo e destra radicale. Il paradigma veronese</em>, Edizioni La Fiaccola, Ragusa 2004</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Ilvo Diamanti, <em>Il male del Nord</em>, Donzelli Editore, Roma 1996 </p>



<p class="has-small-font-size">9)<strong> </strong>Paul Ginsborg, <em>L’Italia del tempo presente – Famiglia, società civile, Stato 1980-1996</em>, Einaudi, Torino 1998 </p>



<p class="has-small-font-size">10)<strong> </strong>Lo studioso Giovanni De Luna, parlando di “estremismo di centro”, si riferiva al dinamismo economico delle regioni in cui storicamente è radicata la Lega Nord: ha fatto in modo che “nel contenitore di centro nascessero i fermenti di rottura più significativa e quindi gli elementi di una deriva estremista più forte, più radicale. [&#8230;] Gli estremisti di centro sono capaci di trasformare gli interessi specifici in valori. E questi interessi diventano valori importanti nella misura in cui devono essere difesi contro gli altri. Con una forte aggressività. Con accanimento. Proprio osservando questa aggressività possiamo individuare il connotato più significativo di questo estremismo: una concezione perennemente conflittuale della politica” (Giovanni De Luna, intervista rilasciata a Ritanna Armeni, l’Unità, 11 agosto 1997)</p>



<p class="has-small-font-size">11) Il politico democristiano veneto Antonio Bisaglia, di area dorotea, parlando della sua regione nel 1982, prima che si sviluppasse l’insorgenza leghista, afferma: “Per lo sviluppo effettivo delle potenzialità del Veneto, l’ostacolo principale è nella visione centralistica che prevale ancora in Italia. Centralistica e burocratica. Se ciò fosse possibile direi che il Veneto sarebbe pronto a partecipare a uno stato federale. Ma l’Italia no, non sarebbe pronta. L’ostacolo è nello squilibrio troppo forte tra la coesione culturale del Veneto e quella generale. Lo stato ne ha paura” (A. Bisaglia, <em>Il politico come imprenditore, il territorio come impresa</em>, intervista di I. Diamanti, Strumenti, n. 2/1988, pp. 71-80) </p>



<p class="has-small-font-size">12)<strong> </strong>La rottura fra Tosi e Salvini si è registrata dal 2015, quando si nota una netta dicotomia fra la linea del sindaco veronese e quella del segretario federale della Lega. Il primo è per un’alleanza con i moderati centristi e per una Lega non lepenista, e dunque per un modello di partito non di destra ma moderato liberalconservatore (in opposizione con quanto fatto però in giunta con l’apertura all’estrema destra). Il 2 marzo 2015 Salvini lancia un <em>aut aut </em>a Tosi: scegliere tra la Fondazione fondata dal sindaco veronese o la Lega. Due giorni dopo tre consiglieri regionali vicino a Tosi (Luca Baggio, Matteo Toscano e Francesco Piccolo) fondano un nuovo gruppo nel consiglio regionale veneto sancendo così la rottura politica con la Lega. Il 7 marzo 2015 sei parlamentari della Lega di area tosiana annunciano di essere pronti a uscire dal gruppo parlamentare del partito di Salvini nel caso in cui avvenga la rottura definitiva tra la Lega Nord e Tosi. Il 10 marzo 2015 Tosi viene espulso dalla Lega Nord a seguito dello scontro con il segretario, mentre il 13 marzo tre assessori della giunta Zaia annunciano l’uscita dalla Lega Nord e la costituzione di un nuovo gruppo in seno al consiglio regionale veneto pro-Tosi. È il secondo gruppo che sostiene Tosi in seno all’assise veneta. Ciò ha spinto il gruppo su posizioni centriste, portando Tosi prima a schierarsi coi centristi di Area Popolare (ex Udc) e poi ad aderire al cartello “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi (ex FI, poi Ncd). Sul passato filoneofascista di Franco Tosi rimando a Matteo Luca Andriola, <em>La Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist</em>, Edizioni Paginauno, seconda edizione 2019 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Europa a destra. Steve Bannon e The Movement: la Lega delle Leghe</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/leuropa-a-destra-steve-bannon-e-the-movement-la-lega-delle-leghe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 20:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Bannon]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=190</guid>

					<description><![CDATA[Nelle intenzioni del fondatore, il soggetto politico nato a Bruxelles è una “internazionale populista” con obiettivo le elezioni europee del 2019: a cosa mira l’Alt-Right statunitense?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-60-dicembre-2018-gennaio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 60, dicembre 2018 &#8211; gennaio 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nelle intenzioni del fondatore, il soggetto politico nato a Bruxelles era una “internazionale populista” con obiettivo le elezioni europee del 2019: a cosa mirava l’Alt-Right statunitense?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel 2018 la destra nazional-populista sembrava aver trovato la coesione, gettando le basi per la nascita di una Internazionale Sovranista che non abbracciava le sole realtà europee: guardava infatti – e la cosa deve fare riflettere – a quello che stava accadendo negli Stati Uniti con la presidenza del repubblicano ‘populista’ Donald J. Trump. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La Lega delle Leghe di Matteo Salvini e Steve Bannon: un sovranismo a trazione statunitense?</h4>



<p>Il 1° luglio 2018, a Pontida, nella storica kermesse popolare della Lega Nord, Matteo Salvini, segretario e ministro dell’Interno, lancia una “Lega delle Leghe in Europa”, che unisca tutti quei movimenti che “vogliono difendere le loro frontiere e il benessere dei propri figli”. Aggiunge, raggiante: “Per vincere abbiamo unito l’Italia, ora dovremo unire l’Europa”, e sostiene che quelle del 2019 non saranno semplicemente elezioni europee ma “un referendum contro le élite, il mondo della finanza e quello del precariato” (4); un fronte che vede nell’Italia, e non più nella Francia con Marine Le Pen, dopo la sconfitta subita alle presidenziali contro Macron, un’avanguardia.</p>



<p>Parole di Steve Bannon, ex guru del presidente Trump ed ex direttore esecutivo di Breitbart News, sito web di opinioni, notizie e commenti portavoce dell’Alt-Right, ossia Alternative right, o Destra alternativa (5), che in visita a Roma durante la campagna elettorale per le politiche del 2018 ha sostenuto che l’Italia poteva essere il laboratorio per i sovranismi di tutto il continente. </p>



<p>Non è una dichiarazione casuale. Indica che oltreoceano gli ambienti della Alt-Right guardano con attenzione agli eventi politici italiani, e la presenza di due soggetti nazional-populisti di colore diverso, nel 2018 insieme al governo, Lega e M5s, spinge Bannon a ipotizzare l’esportazione del modello ‘gialloverde’ in Europa. Come ha dichiarato in un’intervista rilasciata a La Stampa il 23 maggio 2018: “L’Italia, con il suo ‘governo di unità’, diventerà capofila in Europa del movimento populista anti-establishment. Per la prima volta Bruxelles sarà costretta a trattare con un governo anti-sistema in un Paese fondatore dell’Unione. Un governo che può godere del sostegno travolgente del suo popolo. […] Penso che quello fra M5s e Lega sia un patto intelligente, sono certo che farà gli interessi del popolo italiano. Dimostra inoltre la maturità e la saggezza politica di leader come Di Maio e Salvini, capaci di mettere da parte le loro ambizioni personali per il bene del loro Paese”.</p>



<p>Ma il modello Lega-M5s è esportabile? Sarebbe possibile, in un Paese dell’eurozona come la Francia, per esempio, una convergenza tattica in vista di un governo fra il Rassemblement national di Marine Le Pen, nazional-populista di destra, e La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, forza anti-euro sovranista di matrice socialista, che ha avuto il plauso addirittura di certi settori marxisti critici verso l’eurocomunismo del Pcf e favorevoli alla rottura con l’Unione europea (6)? (Intendiamoci, non stiamo però dicendo che La France insoumise sia simile al Movimento 5 stelle!).</p>



<p>La leader populista francese, intervistata dal Corriere della Sera il 18 maggio 2018, se da una parte loda la convergenza M5s-Lega che potrebbe avere, secondo lei, risvolti positivi in vista delle elezioni europee del 2019 (“Trovo questa situazione entusiasmante perché le prossime elezioni europee potranno essere un vero terremoto: una maggioranza euroscettica a Strasburgo potrebbe decretare la fine di questa corsa folle dell’Unione europea”), non giudica possibile lo scenario di un governo ‘rossoblu’ francese composto dai populisti di destra e dall’estrema sinistra euroscettica: “Intanto, siamo onesti, esiste un’enorme differenza tra i 5 stelle e Mélenchon: il movimento italiano non è favorevole a un’immigrazione sfrenata. E poi i 5 stelle sono chiari nella loro opposizione alle politiche di Bruxelles, a differenza dell’ambiguo Mélenchon”.</p>



<p>A parte il fatto che tali dichiarazioni sono smentite da affermazioni dello stesso leader gauchista francese, che vuole regolamentare i flussi migratori, ma da sinistra (ergo, non limitandosi alla chiusura delle frontiere ma ‘curando’ le cause delle partenze), e che ha espresso più volte sfiducia verso l’euro e la Ue, ciò che interessa è l’attenzione di Bannon per la “Lega delle Leghe” euroscettica. Perché? Sicuramente perché alla Casa Bianca c’è un repubblicano atipico che sembra (sembra) rompere con gli schemi neoliberisti trasversali ai due partiti americani, applicando dazi e un controllo sull’immigrazione, ma non è certo marginale il fatto che tale Internazionale Sovranista non metta in discussione la supremazia statunitense nel continente europeo, cosa tutt’altro che secondaria, dato che solo nel Belpaese ci sono 59 basi militari statunitensi e che l’Italia è il quinto avamposto nel mondo per numero di installazioni Usa (7).</p>



<h4 class="wp-block-heading">The Movement: una Open Society Foundation per il populismo di destra europeo?</h4>



<p>Bannon infatti, poco dopo la kermesse leghista di Pontida, dà vita, sempre nel mese di luglio 2018, all’hotel Mayfair di Londra, a un nuovo soggetto, <em>The Movement</em>, che negli intenti del suo fondatore è una “internazionale populista” che avrà come base Bruxelles, con l’obiettivo di lanciare un’offensiva nel cuore della troika e dei partiti che la supportano, siano essi del Ppe, del Pse o dell’Alde, e di divenire la casa degli identitari di tutta Europa; una sorta di partito transnazionale di nazionalisti, con tanto di staff di dieci persone, che potrebbero salire a 25 dopo il voto del 2019.</p>



<p>Bannon, nel lussuoso albergo britannico, coadiuvato da Raheem Kassam, ex membro dello staff dell’Ukip, nonché collaboratore della rivista Alt-Right Breitbart, ha incontrato i principali rappresentanti della nuova destra populista: Nigel Farage dell’Ukip, uno dei motori della Brexit; lo svedese Kent Ekeroth del Sverigedemokraterna, il partito nazionalista che ha preso il 17,6% alle elezioni del settembre 2018 (8); il nazionalista francese Jérôme Rivière del Rassemblement national; Mischaël Modrikamen del Parti populaire del Belgio, soggetto nazionalconservatore vallone, e sempre per il Belgio ma dal fronte fiammingo, il Vlaams Belang, partito etno-nazionalista dal passato neonazista; e poi la Lega di Matteo Salvini, il Fidesz dell’ungherese Viktor Orbán, in procinto di rompere col Ppe, e il Prawo i Sprawiedliwosc, partito nazionalconservatore di marca liberale, maggioritario al Parlamento di Varsavia (9).</p>



<p>Il sovranismo di destra ha quindi trovato il suo federatore? Se ragioniamo sul fatto che la mente sta negli Stati Uniti e si affianca a Paul Gosar, fra gli interessati al progetto The Movement ed esponente del partito Repubblicano legato al gruppo Freedom Caucus, una fazione ultraconservatrice del Tea Party, qualche dubbio viene, dato che Trump potrebbe usare questi legami per mantenere un controllo sul continente, qualora il progetto andasse in porto. Steve Bannon dunque come George Soros di estrema destra? Soros, il noto finanziere americano-ungherese, organico ai Democratici statunitensi e ai vari progressisti, radicali e liberali europei (aperto finanziatore anche del Partito radicale italiano e vicino al progetto di Emma Bonino +Europa), che utilizza i propri ingenti capitali per sostenere, attraverso le proprie fondazioni, cambiamenti governativi favorevoli agli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti come, per dirne uno, la ‘rivoluzione colorata’ in Ucraina &#8211; sostegno da lui stesso rivendicato in un’intervista alla Cnn il 27 maggio 2014 (10).</p>



<p>Di certo Bannon nel 2018 usa il suo ‘prestigio’ per fare pressioni al governo Conte affinché mantenga buone relazioni con l’esecutivo Trump, reciproci attestati di stima “culminati con l’incontro tra i due [Conte e Trump] alla fine del mese di luglio, incontro che ha fornito alla Casa Bianca garanzie sugli investimenti italiani nel progetto del gasdotto TAP in Salento e sull’acquisto dei caccia F35 ordinati dai precedenti esecutivi italiani” (11).</p>



<p>Non è casuale che le linee-guida di The Movement si sovrappongano perfettamente a quelle che Trump ha per l’Europa. L’ambasciatore americano a Berlino, Richiard Grenell, ha affermato nella primavera 2018 la propria volontà di supportare gli emergenti partiti populisti e conservatori, attirandosi, rivela The Guardian, le critiche di diversi esponenti tedeschi per la violazione del protocollo diplomatico (12).</p>



<p>Va detto che Trump, pur avendo estromesso Bannon dal governo, continua a seguire molte delle direttrici del pensatore Alt-right, come il trasferimento dell’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. Lo sostiene lo scrittore Michael Wolff nel libro <em>Fire and fury</em>, una raccolta di articoli sui retroscena della presidenza del tycoon di New York, prevedendo una possibile cessione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania alla Giordania come soluzione per l’annosa questione palestinese. La strategia trumpista di soft power sui soggetti populisti di destra europei fa leva sulla questione israelo-palestinese, utilizzando anche l’islamofobia presente all’interno di questi partiti, nonostante vi siano anche correnti più filo-palestinesi e filo-arabe (13).</p>



<p>Bannon fa leva anche sul forte sentimento filo-israeliano presente nella destra repubblicana americana – lo stesso Bannon ha dichiarato di sentirsi “orgoglioso di essere un sionista cristiano” – in quella branca dell’evangelismo (la stessa che ha favorito la vittoria dell’ultradestra populista e liberista di Jair Bolsonaro in Brasile) che vede nel ‘popolo eletto’ ebraico una sorta di primato politico-spirituale, e utilizza i brani del Pentateuco relativi alla colonizzazione della Palestina dell’antico popolo israelita come giustificazione per i soprusi in atto dal 1948. Israele è anche oggi, com’è sempre stato, ottimo alleato degli Usa, Salvini l’ha più volte indicato come referente nel campo della sicurezza e Viktor Orbán a luglio 2018 si è recato in visita, come il leader leghista, a Gerusalemme. Simpatie reciproche, ricambiate e documentate, in nome di un nemico comune: l’Islam (14).</p>



<p>L’esaltazione dello Stato d’Israele è portata avanti in nome delle comuni radici giudaico-cristiane, una visione che mal si coniuga con alcune riflessioni terzomondiste di marca neodestrista o duginista di tipo eurasiatista, che spesso, attraverso associazioni culturali animate da personalità provenienti dalla nouvelle droite o dall’eurasiatismo nazionalbolscevico, vengono veicolate nei medesimi partiti sovranisti.</p>



<p>Ma l’idea bannoniana vede nell’Occidente una <em>weltanschauung</em> forte che dovrebbe unire, contro le élite liberal, gli Stati Uniti e il mondo anglofono, gli Stati membri dell’Unione europea e Israele, scardinando possibilmente l’unione fra Federazione Russa e Cina – quest’ultima minaccerebbe l’egemonia statunitense – e che include tra i nemici altri due Paesi, l’Iran e la Turchia. L’intelaiatura del Bannon-pensiero porta dunque a ricucire lo strappo con Mosca (pur in una relazione altalenante e contraddittoria), con Trump che a Helsinki invita Putin a recarsi a Washington, nell’obiettivo di dare scacco all’egemonia della Germania sulla Ue – specie davanti ai tentativi di Berlino di muoversi autonomamente nel settore energetico, come nel caso del North Stream 2 e del nucleare iraniano – e indebolire la struttura europea.</p>



<p>Ergo, si combatte sì per un indebolimento della Ue in mano alle élite liberiste, ma il progetto non sfocia in un sovranismo puro, dato che avvantaggerebbe comunque gli Stati Uniti nel quadro della loro egemonia e, come si accennava, mal si concilia con la geopolitica elaborata dai circoli russofili presenti nei vari partiti populisti europei, dalla Lega al Rassemblement national ad altri.</p>



<p>Questi ultimi si rifanno alla Quarta Teoria Politica di Alexandr Dugin, il quale, partendo dall’eccezionalismo russo di Konstantin Nikolaevic Leont’ev, dal panslavismo di Nikolaj Jakovlevic Danilevskij e dall’eurasiatismo di Lev Gumilev e Pjotr Nikolajevic Savickij – che vede nell’Eurasia un organico sistema unitario, capace di unificare e conciliare differenti popoli, culture, tradizioni in un grande spazio (<em>mestorazvitie</em>) con assonanze ideologiche col <em>Großraum</em> (grande spazio) di Carl Schmitt – elabora un pensiero che, nonostante abbia subìto il fascino del nazional-europeismo di Jean Thiriart, della nouvelle droite e del tradizionalismo evoliano e guénoniano, punta a superare le tre principali ideologie moderniste (liberalismo, fascismo, comunismo) e la loro eredità spirituale e ideologica, andando oltre al postmoderno, e non attraverso la ‘nuova sintesi’ che fa propria la nouvelle droite. Il tutto proponendo la visione euroasiatista dei ‘grandi spazi’, dei blocchi continentali, un progetto di Grande Europa che guarda alla Russia come perno, vista la sua posizione di ponte fra Europa e Asia, e che si apre alle grandi civiltà, quella islamica e quella cinese, in un’elaborazione che sa di imperiale e che risulta essere in antitesi non solo al fascismo storico, con il suo culto nazionalpopolare della tradizione patria, ma anche a un certo neofascismo odierno che ha finito per rielaborare (dal Front national francese a Orbán) il concetto gaullista di Europa delle Nazioni, che guarda a Est.</p>



<p>I progetti di Steve Bannon sembrano invece conciliarsi con le nuove analisi dell’ex teorico del Grece, Guillaume Faye. Dopo aver rinnegato il terzomondismo di destra elaborato nella primavera 1980 su Éléments n. 34 – su cui appariva in copertina la Statua della libertà in frantumi – nell’articolo <em>Pour en finir avec la civilisation occidentale</em>, dove riteneva necessaria ai fini sovranisti un’alleanza euro-araba contro il mondialismo occidentalista (l’America, continuatrice dell’imperialismo navale inglese, era descritta come una talassocrazia mercantilista che si proiettava, citando il Carl Schmitt di <em>Terra e mare</em>, nei mari e verso un dominio mondiale), Faye approda a posizioni antitetiche nel 1998, nel libro edito per le edizioni dell’Aencre, <em>L’Archéofuturisme</em>, pubblicato in Italia nel 2000 dalle edizioni Barbarossa. Il testo diviene una sorta di manifesto, un libro di culto, per tutta la generazione della destra post lepénista approdata all’antislamismo e all’identitarismo e nei partiti nazional-populisti, fra cui in Italia la Lega Nord.</p>



<p>Possiamo dire che, grazie alle elaborazioni di transfughi della nouvelle droite del Greece, come Dominique Venner, Pierre Vial e Guillaume Faye, abbiamo quella<em> droite identitaire</em> antislamica che ha suoi referenti filosofici ben chiari e, pur riprendendo molti postulati dalle tesi elaborate da Alain de Benoist, come il regionalismo, l’euro-federalismo, il differenzialismo ecc., propone l’unità del blocco continentale da Brest a Vladivostok. Ma non parla né dell’Europa né dell’Eurasia, bensì dell’Eurosiberia, territorio che comprende esclusivamente gruppi di ‘razza bianca’. L’analisi vede la venuta del ‘caos etnico’ nel periodo compreso fra il 2010 e il 2020, causato dall’immigrazione allogena, e Faye distingue il nemico che vuole ‘distruggerci’, l’Islam, dall’avversario che ‘ci indebolisce’ senza tuttavia volere la nostra fine, gli Stati Uniti.</p>



<p>Faye, che verrà attaccato da de Benoist in un’intervista rilasciata nel marzo del 2000 ad Area, mensile della destra sociale di An, per le sue “posizioni fortemente razziste”, pur non essendo cristiano ma pagano esalta anch’egli Israele, come Bannon, in quanto baluardo identitario anti-islamico (15).</p>



<p>Nei disegni di Steve Bannon dunque la Russia va disconnessa dagli attori geopolitici asiatici e riconnessa a una nuova egemonia statunitense, progetto che, anche per i Paesi europei, è tutto eccetto che sovranista. Se n’è accorta Marine Le Pen, la quale, dopo un’iniziale interesse per The Movement, ha affermato di non volersi unire alla coalizione europea populista di Bannon. Un rifiuto annunciato dopo l’8 ottobre durante la sua visita romana all’alleato Matteo Salvini, con queste parole: “Il signor Bannon non proviene da un Paese europeo, è americano, ha suggerito la creazione di una fondazione che mira a offrire studi, sondaggi, analisi di partiti sovranisti europei. Ma la forza politica che nascerà dalle elezioni in Europa, siamo noi, e solo noi, che la struttureremo […] Poiché siamo attaccati alla nostra libertà, attaccati alla nostra sovranità, siamo noi, insieme, rappresentanti di diversi popoli in Europa, che struttureremo la forza politica che mira a salvare l’Europa”.</p>



<p>Che la lobby anti-mondialista e russofila interna al Rassemblement abbia spinto la leader francese a vedere il quadro più ampio della situazione? Anche altri nazional-populisti hanno fiutato odore di egemonia statunitense nel progetto, uno tra tutti il primo ministro ungherese Orbán, che ha affermato di “non essere interessato alle cose che non toccano l’Ungheria” (16).</p>



<p>Insomma, lo scontro è fra diverse visioni geostrategiche tessute nelle segreterie dei partiti e nei vari think tank e associazioni culturali di diversa natura. E pare che a comprenderlo per prima sia stato il già citato ex membro dello staff dell’Ukip, Raheem Kassam, che all’inaugurazione del progetto The Movement ha dichiarato: “Dimenticatevi delle vostre Merkel. I principali protagonisti della politica europea nei prossimi anni saranno Soros e Bannon”.<br>Una prospettiva inquietante.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) P. Zolli, Le parole straniere, Zanichelli, Bologna 1976, pp. 33-34</p>



<p class="has-small-font-size">2) Sovranismo [2017], in <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/sovranismo_%28Neologismi%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.treccani.it/vocabolario/sovranismo_%28Neologismi%29/</a>, Url consultato nel novembre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Il filosofo liberale, europeista, filoamericano, filosionista e russofobo Bernard Henry Levy, al Corriere della Sera del 27 giugno 2016, afferma nel commentare la Brexit: “È la vittoria non del popolo, ma del populismo. […] È la rivincita, in tutto il Regno Unito, di coloro che non hanno mai sopportato che gli Obama, Hollande, Merkel e altri esprimessero la propria opinione su quello che essi si accingevano a decidere. È la vittoria, in altri termini, del ‘sovranismo’ più stantio e del nazionalismo più stupido. È la vittoria dell’Inghilterra ammuffita sull’Inghilterra aperta al mondo e all’ascolto del suo glorioso passato”</p>



<p class="has-small-font-size">4) Dichiarazioni prese dalla stampa italiana del 2 luglio 2018, ma soprattutto da C. Attanasio Ghezzi, Lega delle Leghe, la mappa dei possibili alleati di Salvini in Europa, in <a href="http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/07/02/mappa-leghe-salvini-destre-alleati-europa/221563/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/07/02/mappa-leghe-salvini-destre-alleati-europa/221563/</a>, 2 luglio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">5) Quel “movimento eterogeneo di estrema destra che esiste soprattutto su internet”, visto il forte bipolarismo Usa, come riportava il New Yorker nel marzo 2016, che “promuove ideologie di destra alternative a quelle tradizionali [americane], al conservatorismo classico in auge nel partito Repubblicano (un conservatorismo a sua volta rinnovato con la presenza dei cosiddetti neo-con e coi teo-con, tramite fra la destra politica e l’evangelismo fondamentalista), e ha sdoganato temi che in Europa sono presenti nell’estrema destra o nel nazional-populismo”</p>



<p class="has-small-font-size">6) È il caso del Pôle de renaissance communiste en France (Polo di rinascita comunista in Francia), soggetto marxista-leninista fondato nel gennaio 2004, nato inizialmente come tendenza interna al Pcf, rappresentandone l’ala di estrema sinistra contraria alla ‘mutazione genetica’ che il partito ha avuto dal 1990 (anche se, secondo loro, la degenerazione avviene dal 1976, a opera di George Marchais) con l’abbandono ‘revisionista’ del marxismo-leninismo, dell’idea della dittatura del proletariato, e l’accettazione del metodo borghese e dell’integrazione europea tramite l’eurocomunismo preso dal Pci, desiderando nei fatti il ritorno allo “spirito di Tours”, ossia l’originario programma del Pcf del 1921. Il movimento, tramite il suo presidente, l’ex partigiano comunista Leon Landini, si definisce sì internazionalista, ma al contempo patriottico, sovranista e anti-euro, favorevole all’uscita della Francia dalla Ue, a differenza del Pcf favorevole a una sua riforma in senso progressista, facendo dichiarare al segretario Georges Gastaud in un’intervista rilasciata al giornale comunista online La Città futura, vicino al Prc, l’intento, nonostante le ovvie contraddizioni ‘riformiste’, di sostenere il leader gauchista Jean-Luc Mélenchon nella sua corsa all’Eliseo. Cfr. Lotte sociali, elezioni presidenziali e antimperialismo nella Francia in crisi: il punto di vista dei comunisti, intervista a G. Gastaud a cura di A. Arena, in <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.lacittafutura.it /esteri/lotte-sociali-elezioni-presidenziali-e-antimperialismo-nella-francia-in-crisi-il-punto-di-vista-dei-comunisti" target="_blank">http://www.lacittafutura.it /esteri/lotte-sociali-elezioni-presidenziali-e-antimperialismo-nella-francia-in-crisi-il-punto-di-vista-dei-comunisti</a> 25 marzo 2017</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. <a href="http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Il_Pentagono_e_le_basi_militari_Usa_in_Italia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Il_Pentagono_e_le_basi_militari_Usa_in_Italia.html</a> 14 ottobre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/svezia-immigrazione-e-crisi-del-welfare-state-arriva-la-destra-dei-democratici-svedesi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Svezia. Immigrazione e crisi del welfare state: arriva la destra dei Democratici svedesi</a></em>, Paginauno n. 59/2018</p>



<p class="has-small-font-size">9) Nico Hines, Inside Bannon’s Plan to Hijack Europe for the Far-Right, Daily Beast, 20 luglio 2018, in <a href="http://www.thedailybeast.com/inside-bannons-plan-to-hijack-europe-for-the-far-right" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.thedailybeast.com/inside-bannons-plan-to-hijack-europe-for-the-far-right</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=kPGMPlEHLTA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=kPGMPlEHLTA</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Puglisi, Tra Soros e Bannon, Eurasia. Rivista di studi geopolitici, a. XV, n. 4, ottobre-dicembre 2018, pp. 102, 103</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. Philip Oltermann, New US ambassador to Germany under fire for rightwing support, The Guardian, 4 giugno 2018, in <a href="http://amp.theguardian.com/world/2018/ jun/04/new-us-ambassador-to-germany-under-fire-for-rightwing-support" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://amp.theguardian.com/world/2018/ jun/04/new-us-ambassador-to-germany-under-fire-for-rightwing-support</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-tra-filoislamici-e-islamofobi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nuova destra: fra filoislamici e islamofobi</a></em>, Paginauno n. 50/2016</p>



<p class="has-small-font-size">14) Shimon Stein, Moshe Zimmerman, Israel: The One Place Europe’s anti-Semitic Far Right Wins the Jewish Vote, Haaretz, 20 giugno 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15) Come esposto nel pamphlet islamofobo La nouvelle Question juive pubblicato nel 2007</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. M. G. Matetich, Marine Le Pen rifiuta le “avances” politiche di Steve Bannon, Il Giornale, 8 ottobre 2018, in <a href="http://www.ilgiornale.it/news/mondo/marine-pen-rifiuta-avances-populiste-steve-bannon-1585777.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.ilgiornale.it/news/mondo/marine-pen-rifiuta-avances-populiste-steve-bannon-1585777.html</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lega e 5 stelle: un voto di classe?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lega-e-5-stelle-un-voto-di-classe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 08:39:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[5 stelle]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2479</guid>

					<description><![CDATA[Pd, 5 stelle e Lega; il partito delle élite, il Movimento che raccoglie i consensi del ceto medio in via di proletarizzazione, e una destra nazional-identitaria e sociale che fa asse con l’Ugl e arriva anche al Centro-Sud]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-57-aprile-maggio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 57, aprile &#8211; maggio 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Pd, 5 stelle e Lega; il partito delle élite, il Movimento che raccoglie i consensi del ceto medio in via di proletarizzazione, e una destra nazional-identitaria e sociale che fa asse con l’Ugl e arriva anche al Centro-Sud</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">I recenti avvenimenti politici, dalla Brexit alla vittoria di Trump fino all’affermazione in Francia del Front national, hanno portato alla luce le contraddizioni e la cecità di quella che viene definita, in modo abbastanza generico,&nbsp;<em>l’élite</em>. Le ultime elezioni politiche del 4 marzo scorso hanno allineato anche l’Italia sull’onda lunga del populismo, con l’affermazione, specie nel sud del Paese, del Movimento 5 stelle, e sia nel nord che in parte nella zona centro-meridionale, della Lega di Matteo Salvini; il primo con il 32,43% in entrambe le Camere, mentre il Carroccio, che supera Forza Italia (ferma al 14%) e porta il centrodestra a essere la prima coalizione, ottiene da solo il 17,4%, con punte del 5-6% nel Mezzogiorno.</p>



<p>Per mesi la stampa ha enfatizzato un allarme&nbsp;<em>Onda Nera</em>&nbsp;e teorizzato la possibilità, partendo dai dati di alcune singole realtà come il litorale di Ostia, che l’estrema destra neofascista potesse sfondare ed entrare in Parlamento. Alla fine&nbsp;<em>l’Onda</em>&nbsp;non c’è stata: CasaPound e Forza nuova (quest’ultima alleata con Fiamma tricolore nella lista unica Italia agli Italiani) hanno preso rispettivamente, pur presentandosi in tutti i collegi d’Italia, lo 0,9% e lo 0,37%, cioè le ovvie cifre omeopatiche “da prefisso telefonico. O da ‘irrilevanza’, per dirla con il commento della presidente dell’Anpi, Carla Nespolo”, annota Paolo Berizzi su Repubblica, spiegando che “uno dei motivi del tonfo di CasaPound Italia (e di Italia agli Italiani,&nbsp;<em>n.d.a.</em>) sta proprio [&#8230;] nel processo che, tra gli elettori di destra, anche di estrema destra, ha portato a identificare la Lega come l’unico partito in grado di far pesare in Parlamento e magari in un governo le istanze sovraniste e il contrasto netto all’immigrazione” (1).</p>



<p>Insomma, come avviene dal 1995 dopo la svolta di Fiuggi e la nascita del Msi-Fiamma tricolore di Rauti, l’area neofascista italiana non sfonda se non localmente ed entro certe sottoculture marginali, al netto della sovraesposizione mediatica e dell’eccessiva attenzione che la sinistra antagonista (da quella movimentista fino ai vari soggetti partitici di area marxista, come la lista neocomunista Potere al popolo o la lista trockijsta Per una sinistra rivoluzionaria) le ha dato, invece di concentrare i propri attacchi contro il blocco liberal-liberista egemonizzato dal Partito democratico nel centrosinistra (coi suoi alleati, dai socialisti-ecologisti di Insieme ai radicali ultraliberisti di Emma Bonino di +Europa) e dal centrodestra.</p>



<p>Si può dunque dire che l’onda lunga del successo dei neonazisti greci di Alba dorata – esempio per il radicalismo di destra europeo – non è stata raggiunta perché una fetta consistente di elettorato di destra si è adeguato a una delle istanze più&nbsp;<em>borghesi</em>&nbsp;della politica occidentale, il voto utile: in questo caso indirizzato alla Lega, ormai non più “Nord” (nonostante Umberto Bossi non sia di questo parere, visto che la lista è stata presentata col consueto statuto&nbsp;<em>nordicista</em>) (2) ma nazionale e sovranista: al partito è infatti riuscita anche l’operazione al sud, presentando<br>25 candidati nei collegi uninominali dell’Italia meridionale, “in zone dove le percentuali della fu Lega Nord oscillarono tra lo 0,1 e lo 0,8 alle politiche di cinque anni fa. La strategia per raggiungere l’obiettivo è [stata] semplice: non catapultati o big di partito, ma candidati espressione del territorio” (3). Un mix di giovani e volti nuovi, riciclati – per lo più ex An, magari militanti de La Destra di Storace o di Fratelli d’Italia – e alcuni estremisti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Pd partito delle élite</h4>



<p>Queste ultime elezioni sono fondamentali anche per la lettura che ne è stata data: diversi quotidiani hanno evidenziato che il voto si è polarizzato in senso classista, un’analisi che da anni veniva snobbata. Nel 2013 infatti, il sociologo Ilvo Diamanti, analizzando su Repubblica il successo del Movimento 5 stelle con la scomposizione dei dati elettorali delle elezioni politiche, sostenne: “La base elettorale del M5s è interclassista” (4), facendo una comparazione con la vecchia Democrazia cristiana. Peccato che, se già allora si andavano a vedere i dati nel dettaglio, si scorgeva che il 70% circa dell’elettorato grillino era composto da studenti (dunque molti precari), lavoratori autonomi (dunque, sulla base di altre rilevazioni, circa un 40% di lavoratori autonomi poveri, vista la forte tassazione e che nella categoria erano incluse parecchie partite Iva o persone senza contratto e pagate con ritenuta d’acconto, o piccoli negozianti), disoccupati, operai; insomma, il quotidiano allora diretto da Ezio Mauro – dal 1976 l’house organ del progressismo italiano – per giustificare un inaspettato successo grillino pescato in aree, teoricamente, appannaggio del centrosinistra, definiva “interclassista” una base elettorale che lo è sicuramente, ma solo in parte. E dal 2013 la situazione sociale non è che peggiorata.</p>



<p>Un’analisi della Cgia di Mestre dell’ottobre 2017 annotava come le famiglie che vivono grazie a un reddito da lavoro autonomo sono quelle più a rischio: nel 2015 il 25,8% di questi nuclei familiari è riuscito a tirare avanti stentatamente al di sotto della soglia povertà calcolata dall’Istat, mentre dal 2008 ai primi sei mesi del 2017 lo stock di lavoratori autonomi (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, liberi professionisti, coadiuvanti familiari ecc.) è diminuito di 297.500 unità (-5,5%); nello stesso arco temporale, la platea dei lavoratori dipendenti è invece aumentata di quasi 303.000 unità (+1,8%) – con che tipo di contratti e tutele, poi, è da vedere&#8230; (5). Siamo dunque di fronte a un ceto medio in via di proletarizzazione, ed è una situazione che si registra da anni in tutto il Paese: da qui lo sfondamento del Movimento 5 stelle nel Sud.</p>



<p>Un’analisi del Centro italiano studi elettorali della Luiss immediatamente successiva al voto rileva infatti che “a parità di varie condizioni socio-economiche le province con livelli più alti di disoccupazione presentano maggiore crescita del M5s, mentre le province con maggior aumento della presenza di immigrati presentano un voto più alto alla Lega”, e che “i cambiamenti nei comportamenti di voto e il successo di nuovi partiti sarebbero legati agli effetti di processi di trasformazione come la&nbsp;<em>globalizzazione</em>&nbsp;(sia in senso economico che in senso culturale) che – nel loro produrre<em>&nbsp;vincenti</em>&nbsp;e&nbsp;<em>perdenti</em>&nbsp;(ad esempio i lavoratori i cui posti di lavoro vengono delocalizzati, vedi il recente caso Embraco) – generano conflitti che possono essere cavalcati e politicizzati con successo dai partiti”.</p>



<p>In sintesi “il voto al Pd – rispetto al 18,4% dell’intero campione – è del 13,1% nella classe operaia, del 19,4% in quella medio-bassa, del 18,3% in quella media, mentre sale al 31,2% in quella medio-alta”, un risultato, conclude la ricerca, che conferma come il Pd sia “l’unico partito per cui si registrano effetti significativi della classe sociale sul voto, ma nella direzione inattesa di un suo confinamento nelle classi sociali più alte e con un reddito più alto. In sostanza il Pd del 2018 sarebbe diventato il partito delle élite. Il che aiuterebbe a spiegare perché la parte d’Italia preoccupata dalla precarietà economica e agitata da paure identitarie si sia indirizzata – dando loro oltre il 50% dei voti – verso partiti come Movimento 5 stelle e Lega”.</p>



<p>Il Pd si “configura quindi come partito delle élite”, e se la cosa è “coerente con la strategia scelta dal partito di puntare su temi come l’innovazione tecnologica, i diritti civili, l’integrazione europea, la globalizzazione, e più in generale con una narrazione ottimistica delle trasformazioni dell’economia e della società contemporanea” – nulla a che vedere, insomma, con il lascito socialdemocratico e laburista del vecchio Pds/Ds – tuttavia “l’altra faccia di questa strategia è che, inevitabilmente, i ceti che si sentono minacciati dagli effetti negativi di queste trasformazioni non hanno percepito il Pd come un partito in grado di ascoltare le loro istanze” (6).</p>



<p>Il Pd vince infatti nelle zone benestanti. Significativi i risultati dei collegi a Milano – zona di Corso Monforte e Via della Spiga, dove abbondano boutique, studi legali e negozi di lusso (7) – e a Roma, ai Parioli.<em>&nbsp;La sinistra crolla ovunque, ma ai Parioli si continua a lottare</em>&nbsp;(8), nota con ironia Linkiesta.it, evidenziando anche come la vittoria dell’ex ministro Marianna Madia si avvenuta con il 36% nel collegio che comprende l’agiato quartiere romano, storicamente di destra –&nbsp;<em>pariolino&nbsp;</em>è sempre stato sinonimo di giovane benestante borghese e destrorso (9). In vecchie roccaforti comuniste come Sesto San Giovanni e Reggio Emilia, invece, sono avanzati Lega, Fratelli d’Italia o M5s.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’incognita leghista: una destra nazional-identitaria e sociale</h4>



<p>La Lega Nord, il partito che abbiamo più volte analizzato su Paginauno – puntando i riflettori sulla sua anima identitarista e sui rapporti con filoni culturali antimoderni che, per comodità, definiamo di destra, nouvelle droite in primis ma anche la sottocultura cattolico-tradizionalista e addirittura neofascista – non esiste più. O meglio, formalmente il partito creato da Umberto Bossi fra il 1990 e il 1991 dalla federazione dei vari soggetti regionalisti dell’Italia settentrionale, esiste ancora, ma è rimasto tale solo nello statuto. Con le ultime elezioni è ufficialmente nata una nuova formazione, che è stata preparata dalla fine del 2013, quando poco prima di essere nominato segretario federale, Matteo Salvini incontrò a Milano il filosofo Alain de Benoist, in un dibattito sul tema:&nbsp;<em>La fine della sovranità. La dittatura del denaro che toglie il potere ai popoli&nbsp;</em>(10).</p>



<p>Dopo la nomina, Salvini mette da parte secessione e devolution e fa del suo partito un soggetto nazionale, che però – ed è questa la differenza sostanziale col Front national – non rinnega le proprie radici localiste: il Carroccio, anche a trazione nazionale, infatti, non è diventato un partito giacobino, come un tempo lo era, a destra, il Msi (come tutti i partiti della prima Repubblica, eccetto nell’estrema destra, frange isolate ultracattoliche o conventicole evoliane o nostalgici dell’Ancient Regime) (11) e i cugini del Front national. E lo si nota, checché ne dicano gli opinionisti liberal che parlano di ‘nazionalismo’, dai comizi di Salvini a Milano in piazza Duomo, davanti a cinquantamila persone circa, dove a parte uno striscione tricolore del Movimento per la Sovranità di Gianni Alemanno (l’ex destra sociale), non vi era un solo tricolore; segnale significativo in un’area nella quale la bandiera italiana è ancora percepita come un vessillo massonico-giacobino.</p>



<p>La principale piazza meneghina era invece piena di stendardi regionali del Nord e addirittura del Centro-Sud, compresa la bandiera sarda coi quattro mori. Questo perché la dimensione regionalista nella Lega è ancora molto sentita, semplicemente è da applicare a tutto il territorio italiano. Si pensi al lavoro culturale del gruppo Il Talebano, il think tank identitario leghista di Fabrizio Fratus e Vincenzo Sofo (12), quest’ultimo ex militante de La Destra di Storace di origini calabresi, passato al Carroccio perché percepito come “il solo movimento presente in Italia che si batte per la salvaguardia delle identità e delle tradizioni locali” (13), comprese quelle del Centro e del Sud; un partito, quindi, che non solo non pensa più alla secessione del Nord, ma che diventa a tutti gli effetti il movimento delle tante&nbsp;<em>Italie</em>&nbsp;e delle tante bandiere, a differenza di Fratelli d’Italia, e che rivela l’anima antirisorgimentale e antiglobalista di una certa destra che identifica nella globalizzazione che ha favorito la crisi un’essenza omologante risorgimental-massonico-giacobina, e nell’unità d’Italia il paradigma di tale processo.</p>



<p>Ma oltre a proiettarsi in vetta ai partiti del centrodestra, il nuovo Carroccio ha rafforzato al Nord la sua presenza (arrivando al 27,3% contro il 12,7% di Forza Italia) in aree un tempo a lui precluse, le cosiddette ‘regioni rosse’, da sempre in mano a Pci e Psi, dove ha segnato un 18,7%. Il tema dell’immigrazione ha pagato – il consenso è stato infatti forte nelle province dov’è alta la percentuale di immigrati e stranieri – ma anche il voto dato alla Lega ha risvolti di classe, come quello per il M5s.</p>



<p>Non è una novità la preferenza dei lavoratori per la Lega, ma pare essersi accentuata. Significativo un reportage uscito su La Stampa relativo al comune di Odolo in Val Sabbia, a nord di Brescia: 2.000 abitanti, 1.000 operai e 500 immigrati impiegati nelle locali ditte. È stato definito “il paese dell’orgoglio operaio”, dato che vi si produce il 25% del tondino europeo e il 75% di quello italiano, un comune che vive di metallurgia da secoli. Mille anni fa c’erano solo armaioli. Sei secoli fa aprirono le fonderie. Vent’anni fa ce n’erano sette. Adesso, grazie alla crisi, solo due. Chi non lavora in fonderia lavora nelle aziende dell’indotto come la CMC di Agostino Carli, quindici operai e due milioni di fatturato annuo: “Ma non ci sono più gli operai di una volta. Gente che come me è partita dal niente e ha costruito tutto col sudore della fronte e i calli nelle mani. Siamo rimasti in pochi in Italia. Il primo è Silvio Berlusconi”, dice Carli al quotidiano torinese.</p>



<p>Nel comune la Lega non è votata solo dall’imprenditore, ma massicciamente dai lavoratori. La giunta locale di centrodestra – o meglio, leghista – è guidata da Fausto Cassetti, più di destra che di centro, al suo terzo mandato, eletto con il 40% di preferenze nel 2007, il 72% nel 2012 e il 74% l’anno scorso: più del doppio del risultato del primo partito alle elezioni, insomma, cifre bulgare. Motivo? Il tema dell’immigrazione ha senz’altro pagato, e in una fabbrica dove diversi operai sono stranieri, il voto operaio leghista “non è razzista” in quanto non rivolto allo straniero in generale ma a quello irregolare. Infatti, in un paesino dove la cronaca nera arriva principalmente da televisione e social network, il locale dirigente leghista Giorgio Dusina ripete il sentire comune, lontano dagli studi sulle integrazioni spesso citati dai mass media: “L’immigrato che è integrato, che lavora, che non spaccia, che non commette reati va benissimo. È una risorsa anche per il nostro Paese, fa girare l’economia, come si dice. Io non voglio i ventenni che si girano i pollici e passano da un bar all’altro senza fare niente. Gente che non sai cosa ha in testa quando li incontri e che soprattutto non possiamo più permetterci di mantenere senza che facciano niente tutto il giorno”.</p>



<p>Per trovare un operaio di sinistra, un tempo militante del Pci, bisogna cercare tra gli anziani, critici però rispetto al nuovo corso dell’area. Il giornalista dà voce a Domenico Savoldi, operaio di 54 anni, da sempre di sinistra, che però, amaramente dice: “Lavoro da quarant’anni. Me ne toccano altri quattro. A me ha fregato la Fornero e quelli che hanno votato con lei. Quindi voto ancora a sinistra ma non Matteo Renzi che per gli operai non ha fatto niente. A mia nipote grazie al Jobs Act le hanno appena tolto il contratto. Ha 30 anni. Ma come si fa&#8230;” (14).</p>



<p>Ma è lo sfondamento al Sud che colpisce più di tutto. La parola “Nord” è stata tolta dal logo del Carroccio prima dell’era Salvini. Bossi accusa il segretario di aver snaturato il partito, ma fu il&nbsp;<em>senatur</em>&nbsp;a farlo per primo; la scelta infatti ha radici antiche. Nel maggio 1993, in piena Tangentopoli e dopo aver preso l’8,6% alla Camera e l’8,2% al Senato a livello nazionale, e ottenuto 25 senatori e 55 deputati, a Venezia l’assemblea federale lancia l’idea di cambiare il nome al partito e cavalcare le medesime tematiche nel Centro-Sud, e dà vita a Lega Italia Federale.</p>



<p>La dicitura verrà usata però solo nei collegi centromeridionali, una linea coordinata a Roma da Cesare Crosta – avvocato monarchico che negli anni ‘70 cercò di rifondare il Fronte dell’Uomo qualunque, e candidatosi nel 1979 nelle liste di Democrazia nazionale, scissione nazionalconservatrice del Msi, si dice finanziata dalla P2 tramite il<em>&nbsp;fratello</em>&nbsp;Silvio Berlusconi e col supporto de Il Borghese, che anticipò le tematiche moderate postfasciste di Alleanza nazionale, risultando un flop.</p>



<p>Era il periodo in cui entrava al Senato il politologo federalista Gianfranco Miglio, emerito professore all’Università Cattolica, che proporrà una riforma federale fondata sul ruolo delle macroregioni, con un progetto che prevedeva la nascita di tre blocchi – la macroregione Padana al Nord, al Centro l’Etruria e, al Sud, la regione Mediterranea – più cinque regioni a statuto speciale; l’elezione di un governo direttoriale composto dai governatori delle tre macroregioni, da un rappresentante delle cinque regioni a statuto speciale e dal presidente federale, eletto da tutti i cittadini in due tornate elettorali e rappresentante l’unità del Paese.</p>



<p>È in quel contesto che il Carroccio cerca di sfondare al Sud col progetto Lega Italia Federale, che fa il suo esordio nell’autunno del ‘93 per le amministrative romane – quelle che spinsero Berlusconi a sdoganare Gianfranco Fini, che sfidava Francesco Rutelli – prendendo però un risicato 0,7%. Risultati simili alle regionali del 1995, dove la lista Lega Italia Federale si presenta da sola in Campania e, in Lazio, Puglia e Calabria, appoggiando candidati di centrosinistra in coalizioni che vanno dal Pds a Rifondazione comunista.</p>



<p>È la fase in cui Bossi ha rotto col Cavaliere, e il centrosinistra si mette a flirtare col Carroccio – un partito che ha al suo interno da anni una sottocultura antimoderna e palesemente reazionaria, si pensi a Mario Borghezio, l’ex ordinovista e direttore di Orion-finanza che, dietro invito del direttore del mensile di estrema destra, Maurizio Murelli, è nelle fila di Piemont autonomista dal 1987, e nella Lega Nord dal 1991 – pur di sottrarre voti al Polo di centrodestra: D’Alema, intervistato da Valentino Parlato per Il manifesto, sostiene che il leghismo è una “costola della sinistra”: “La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un anti-statalismo democratico e anche antifascista che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra” (15).</p>



<p>Concetti in parte veri riguardo alla composizione elettorale, ma smentiti dalla svolta successiva secessionista, che rispolverò un certo etnoregionalismo identitario su cui fondare il modello di cittadinanza padano; e che evidenziano inoltre, negando l’organicità del leghismo al blocco di destra e lodando il suo anti-statalismo – cioè il forte liberismo presente nel primo Carroccio, nemmeno mitigato dalla posizione di Salvini sui dazi doganali – quanto fosse la sinistra a essere sempre più simile ai suoi avversari.</p>



<p>Sta di fatto che solo ora, con una crisi economica che non passa e martellando costantemente sul tema&nbsp;<em>law and order</em>&nbsp;dell’immigrazione, la Lega è riuscita in quello che gli era impossibile realizzare nel 1993-1995 con Lega Italia Federale: sfondare al Sud e diventare un partito populista nazionale senza rinnegare la sua matrice regional-identitaria. Nei primi anni Novanta vi era infatti una destra nazionalista, il Msi-Dn di Gianfranco Fini, che intercettava i malumori meridionali espandendosi verso l’elettorato di destra democristiano che, data la fine della guerra fredda, non era più motivato a<em>&nbsp;turarsi il naso</em>&nbsp;e votare Dc ma poteva esprimersi liberamente; oggi, con una destra nazionale debole – nonostante i tentativi di rifondare An – è Salvini a fare incetta di voti al Sud.</p>



<p>Frenato dal M5s, ma prendendo comunque alte percentuali rispetto al 1993-1995: 15% a Lampedusa, città simbolo della tragedia migratoria, 23% a Taormina, 9% a Foggia e 13% in Abruzzo, per citare alcuni dati significativi. “Il Lazio, invece, sembra il Piemonte: il partito – spiega Il Fatto Quotidiano – che un tempo intonava&nbsp;<em>Roma ladrona</em>&nbsp;supera ovunque i dieci punti percentuali. Persino dalle parti di Tor Bella Monaca, il quartiere che fu rosso nella Capitale, mentre in provincia di Viterbo la Lega raggiunge addirittura il 20%. [&#8230;] quasi un milione di elettori (per la precisione 987.406) di Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia si sono convertiti al leghismo. [&#8230;] Sissignore. Li hanno chiamati terroni per decenni eppure oggi votano Lega. Nel prossimo Parlamento, quindi, siederanno 23 persone elette dal Carroccio al Sud. Non da sedicenti liste autonomiste più o meno collegate alla Lega ma pronte a dissolversi nel Misto alla prima occasione. No: quei 23 sono eletti proprio dalla Lega, con il simbolo della Lega e gli slogan della Lega. Praticamente potrebbero essere un intero gruppo parlamentare, una pattuglia pronta a cantare&nbsp;<em>Va Pensiero</em>&nbsp;con un fortissimo accento siciliano, calabrese, napoletano” (16).</p>



<p>Un sorpasso ai danni di Berlusconi ma pure dell’area postmissina, come Fratelli d’Italia. L’obiettivo di sottrarre voti alla Meloni è passato anche dalla Puglia, a inizio dicembre, dove Salvini si è recato per presentare un libro su Salvatore Tatarella, pezzo grosso della destra pugliese ed ex collega di Salvini stesso a Strasburgo: è stata la celebrazione di un cognome importante per la destra nazionale come quello dei Tatarella. Pinuccio e Salvatore sono infatti i due politici che, forse più di ogni altro, in Puglia e al Sud hanno retto il vessillo della destra, quella storica, l’Msi, e quella più moderna, Alleanza nazionale, essendo a tutti gli effetti i padri putativi della svolta di Fiuggi nel 1995; una destra non estremista, ma conciliante e pronta al dialogo. Insomma,&nbsp;<em>dorotea</em>. Inserirli nel pantheon leghista non è stato un colpo da poco.</p>



<p>Altro fronte è quello del sindacato. Con un lento lavorio e tramite il vicesegretario Giancarlo Giorgetti – regista dell’avvicinamento al Carroccio del Movimento per la Sovranità di Alemanno e Storace – la Lega è riuscita a fagocitare l’Ugl di Francesco Paolo Capone, il sindacato di destra vicino all’ex partito di Fini ed erede della Cisnal missina, molto radicato al Sud, e a rilanciare un sindacato che già da alcuni anni aveva sorpassato per iscritti la Uil, puntando tutto su una ventata movimentista e una forte opposizione populista alle leggi del mercato del lavoro approvate dal centrosinistra.</p>



<p>Abolizione del Jobs Act, superamento della legge Fornero, piena attuazione all’articolo 46 della Costituzione, introducendo una normativa che regolamenti la rappresentanza in ambito aziendale e sancisca la partecipazione dei dipendenti ai profitti dell’impresa – la cogestione, di fatto, il&nbsp;<em>Mitbestimmung</em>&nbsp;introdotto dai socialdemocratici in Germania ma che, a destra, affonda le radici nel sindacalismo nazionale, nel corporativismo e nella socializzazione di era fascista, da sempre cavalli di battaglia della destra sociale –: sono queste le tre principali richieste formulate alla politica, e in particolare al centrodestra, dal segretario generale dell’Ugl Capone, nella relazione del quarto congresso confederale, dov’è iniziato il flirt con la Lega.</p>



<p>L’asse coi sindacalisti ha fatto sì che il Carroccio, pur avendo una posizione liberista, abbia impostato una campagna elettorale sulla solidarietà sociale e sul protezionismo del Made in Italy, condizionata nel programma economico dalle idee della vecchia destra sociale, la corrente postrautiana di An. Ai primi di gennaio, al Consiglio federale del Carroccio in via Bellerio, Salvini ha affermato: “Il programma della Lega sui temi di lavoro, scuola e università sarà steso con la collaborazione dell’Ugl. Con loro abbiamo confermato un rapporto di reciproca, lunga e proficua collaborazione sia in Italia che all’estero.</p>



<p>Per la Lega è una novità assoluta associare una proposta politica a una proposta sindacale che entrerà nell’argomento lavoro, che è la vera emergenza nazionale, altro che lo ius soli. Le proposte sul lavoro saranno dettagliate alla virgola sui temi del lavoro, del salario minimo e dei contratti e saranno presentate a giorni agli alleati così come quelle su scuola e università. La collaborazione con l’Ugl è uno di quegli apporti esterni di cui avevo parlato. L’Ugl ha più di 160 sedi tra Nord e Sud in Italia e la collaborazione sarà sicuramente utile e positiva” (17).</p>



<p>Concludendo, bisogna fare alcune riflessioni: solo nel 2015 la Cgil perde 700.000 tessere. 7.000 solo la Fiom. Tra quelle rimaste vi è uno strapotere della categoria dei pensionati. Ergo, rimane chi non lavora più. Un risultato per cui la Cgil deve incolpare solo se stessa, nella persona dei suoi dirigenti e burocrati, sempre pronti a scendere in piazza se a fare manovre impopolari è la destra, facendo dell’antiberlusconismo l’unico richiamo identitario, ma prona a firmare accordi al ribasso con un governo cosiddetto di centrosinistra che fa politiche a favore di Confindustria e della troika. Lo sfondamento a sinistra teorizzato nei tardi anni ‘70 dal leader missino Pino Rauti sarà portato avanti dalla Lega di Matteo Salvini, anche grazie all’asse con l’Ugl? Sono riflessioni che a sinistra vanno fatte.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Paolo Berizzi,&nbsp;<em>Elezioni in Italia, il flop dei neofascisti: Forza Nuova e CasaPound non sfondano</em>, Repubblica, 5 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">2) “Votare Lega senza la parola ‘Nord’ nel simbolo? «Nello statuto rimane» e si tratta di «una mascherata per il Sud». Così Umberto Bossi, oggi pomeriggio al seggio di via Fabriano, ha commentato rispondendo a una domanda di Omnimilano. Il fondatore della Lega è arrivato al seggio intorno alle 18 e ha atteso con gli altri elettori, per circa mezzora, il turno per votare stringendo qualche mano tra i presenti”.<em>&nbsp;Elezioni, Bossi al seggio in via Fabriano: Lega senza ‘Nord’? In statuto resta</em>, in omnimilano.it, 4 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Andrea Tundo,&nbsp;<em>Elezioni, così la Lega prova a prendersi il Sud: il mix di riciclati e volti nuovi può valere 25 seggi dall’Umbria alla Sicilia</em>, Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Ilvo Diamanti,&nbsp;<em>Destra e sinistra perdono il proprio popolo. M5s come la vecchia Dc: interclassista</em>, Repubblica, 11 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. lo studio della Cgia di Mestre<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2017/10/POVERTA-AUTONOMI.pdf" target="_blank"><em>&nbsp;Partite Iva più a rischio povertà di lavoratori dipendenti e pensionati</em></a>, 7 ottobre 2017, e gli articoli de Il Giornale (Carlo Lottieri,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="www.ilgiornale.it/news/politica/altro-che-autonomi-evasori-ora-sono-loro-i-nuovi-poveri-1199487.html" target="_blank"><em>Altro che autonomi evasori: ora sono loro i nuovi poveri</em></a>, 29 novembre 2015), di Adnkronos (<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/10/07/partite-iva-nuovi-poveri_FEDcRUMOCLh1C0HiF821DL.html" target="_blank"><em>Partite Iva, i nuovi poveri</em></a>, 7 ottobre 2017) e dell’Espresso (Francesca Sironi,<a rel="noreferrer noopener" href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/02/15/news/nuovi-poveri-italia-1.318133" target="_blank"><em>&nbsp;Ecco chi sono i nuovi poveri nell’Italia ingiusta</em></a>, 19 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">6) Lorenzo De Sio,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://cise.luiss.it/cise/2018/03/06/il-ritorno-del-voto-di-classe-ma-al-contrario-ovvero-se-il-pd-e-il-partito-delle-elite/" target="_blank"><em>Il ritorno del voto di classe, ma al contrario (ovvero: se il PD è il partito delle élite)</em></a>, Centro italiano studi elettorali Luiss, 6 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Fabio Poletti,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.lastampa.it/2018/03/15/italia/politica/il-pd-diventato-il-partito-pi-borghese-di-milano-cresce-in-via-della-spiga-e-corso-monforte-dWIn8kKZhhxhIjb74NUVLJ/pagina.html" target="_blank"><em>Il Pd è diventato il partito più borghese di Milano: cresce in via della Spiega e corso Monforte</em></a>, La Stampa, 15 marzo 2018. L’inchiesta, fatta per le strade di Milano, rivela inoltre che Forza Italia tiene, mentre 5 stelle ottiene ottimi risultati nella zona dell’Ortomercato, e chi spadroneggia nelle periferie è la Lega</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. F.P.,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/05/la-sinistra-crolla-ovunque-ma-ai-parioli-si-continua-a-lottare/37327/" target="_blank"><em>La sinistra crolla ovunque, ma ai Parioli si continua a lottare</em></a>, Linkiesta. it, 5 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">9) Roma, il ricco quartiere Parioli si scopre rosso, L’aria che tira, 30 maggio 2014&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=q74ZB53SFFE" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=q74ZB53SFFE</a>. Cfr. Alessandra Paolini, Rosso Parioli quartiere più dem. “Votavamo destra siamo con Renzi”, Repubblica, 28 maggio 2014: “Cosa è accaduto? I pariolini sono diventati ‘comunisti’? Alvaro Gargani, patron dell’omonima gastronomia gourmet di viale Parioli – tortellini a 48 euro al chilo e colf in fila dentro la divisa da lavoro – sorride. E non sembra sorpreso. «Io sono di destra, lo sono sempre stato: ma stavolta ho votato Pd». E racconta come questo ribaltone dei Parioli, un po’ se lo aspettava. Perché in quella ‘pizzicheria’ di lusso con bottarga e tartufi in vetrina, il signor Gargani ci sta dal ‘60. Dice orgoglioso: «Montezemolo mi diceva sempre “Alva’, qui da te passa tutta l’Italia che conta”. E stavolta anche chi conta si è stufato. E ha messo la croce su Renzi. Perché, ditemi voi, a destra c’era qualcuno da votare? Sono talmente arrabbiato che ho fatto fatica a non dare la preferenza a Grillo». E l’elenco delle cose che vorrebbe da questa vittoria del Pd sono tante. Diminuire le tasse alle piccole aziende, ad esempio «perché ho 16 dipendenti a cui voglio bene e si incassa sempre meno».” Quando si parla di destra radicata ai Parioli s’intende in origine il Movimento sociale italiano, gli eredi di Alleanza nazionale e il centrodestra in generale</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. M.L. Andriola,<em> </em><a href="https://rivistapaginauno.it/alain-de-benoist-e-matteo-salvini-una-lega-nord-al-di-la-della-destra-e-della-sinistra/" data-type="post" data-id="2487" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Alain de Benoist e Matteo Salvini: una Lega Nord “al di là della destra e della sinistra”</em>,</a> Paginauno n. 36/2014, e il mio saggio La Nuova Destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist, Edizioni Paginauno, 2014<br>11) Cfr. M.L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-2000-la-lega-e-il-revisionismo-anti-risorgimentale/" data-type="post" data-id="2463" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alle radici del fascioleghismo. Gli anni 2000: la Lega e il revisionismo anti-risorgimentale</a></em>, Paginauno n. 47/2016 e, in maniera molto più approfondita, il mio saggio accademico L’immaginario anti-risorgimentale della destra italiana, di prossima pubblicazione presso il Giornale di Storia Contemporanea</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. M.L. Andriola,&nbsp;<em>Il Talebano, il think tank dietro la Lega di Salvini</em>, Lettera43.it, 28 marzo 2016, e la lettera di risposta dell’esponente del gruppo Fabrizio Fratus,<a href="https://iltalebano.com/2016/03/30/8027/"><em>&nbsp;Lettera43 ecco chi siamo</em></a>, Lettera43.it, 30 marzo 2016</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cit. in<a rel="noreferrer noopener" href="http://vincenzosofo.com/" target="_blank">&nbsp;http://vincenzosofo.com/</a>&nbsp;al link “Chi sono”</p>



<p class="has-small-font-size">14) Le citazioni sono tutte prese dalle corrispondenze di Fabio Poletti,&nbsp;<em>Nel paese dell’orgoglio operaio. “Dimenticati dalla sinistra”</em>, e&nbsp;<em>Gli operai sedotti da Salvini. “Ora ci abbassi le tasse e mandi via gli irregolari”</em>, entrambe su La Stampa, 15 febbraio 2018 e 6 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">15)&nbsp;<em>D’Alema: Riunirò la sinistra in convento</em>, intervista concessa a Valentino Parlato, Il manifesto, 31 ottobre 1995</p>



<p class="has-small-font-size">16) Giuseppe Pipitone,<em>&nbsp;Elezioni 2018, il sorpasso della Lega passa dal Sud: un milione di voti e 23 eletti. E a Lampedusa Salvini prende il 15%,</em>&nbsp;Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">17) Fabio Pasini,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilcomizio.it/index.php?option=com_k2&amp;view=item&amp;id=1105:la-destra-sociale-di-salvini-dopo-alemanno-e-storace-si-prende-anche-l-ugl-con-la-meloni-ora-e-derby-chi-vincera&amp;Itemid=938" target="_blank"><em>La destra sociale di Salvini, dopo Alemanno e Storace si prende anche l’Ugl. Con la Melony ora è derby. Chi vincerà?</em></a>, ilcomizio.it, 4 gennaio 2018</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fra Washington e Mosca passando per Tel Aviv. La politica estera della Lega Nord</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fra-washington-e-mosca-passando-per-tel-aviv-la-politica-estera-della-lega-nord/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 09:50:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2485</guid>

					<description><![CDATA[Putiniana, no filoamericana, obamiana ma anche trumpiana: piedi per tutte le scarpe]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-51-febbraio-marzo-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 51, febbraio &#8211; marzo 2017)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Putiniana, no filoamericana, obamiana ma anche trumpiana: piedi per tutte le scarpe</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’analisi della politica estera dei partiti politici e dei rapporti che questi intrattengono con movimenti ‘fratelli’ o con certi Stati è da sempre una sorta di cartina al tornasole che permette di capire con chi si ha a che fare. Il Carroccio però, pescando da un elettorato ‘bianco’ ed essendo radicato in quella parte della penisola italiana dov’era forte la Dc e il Pentapartito, formazioni moderate, sin dagli albori ha avuto altalenanti cambiamenti sia in politica interna che in quella estera, con fasi di radicalizzazione e di moderazione.</p>



<p>Oggi si lega a realtà come il Front national, il Vlaams Belang, il Fpö ecc., i quali, in nome di una profonda critica ai vertici dell’<em>eurocrazia</em>&nbsp;di Bruxelles, allineata da sempre agli Stati Uniti, guarderebbero alla Russia di Vladimir Putin. Questo non significa che dentro tali partiti tutti siano allineati su questa posizione, che non coinvolge solo i rapporti con il Cremlino ma anche i giudizi sul Medioriente, come su Israele. Il tutto, però, va analizzato alla luce dei rapporti di forza interni al Carroccio e allo scontro fra una&nbsp;<em>vecchia</em>&nbsp;Lega a trazione localista, interessata a mantenere il partito su posizioni moderate e sempre vicina al centrodestra, e una&nbsp;<em>nuova&nbsp;</em>Lega Nord di stampo sovranista e filolepenista.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gianluca Savoini: un putiniano antimondialista alla corte di Salvini</h4>



<p>Tutti i quotidiani hanno sottolineato con una certa apprensione l’interesse di Matteo Salvini per la Russia di Vladimir Putin il quale, in questa nuova fase di scontro geopolitico con gli Stati Uniti, è arrivato a finanziare e a supportare numerosi partiti euroscettici, diversi dei quali di destra. Il Sunday Telegraph, nel gennaio del 2016 ha pubblicato un’inchiesta che rivelerebbe – ma le accuse sarebbero da provare – che il Cremlino starebbe sistematicamente “infiltrando i partiti politici” in Europa. Il quotidiano britannico svela che James Clapper, direttore della National Intelligence, ha disposto “una vasta verifica” sui flussi di denaro spediti da Mosca alle principali capitali europee negli ultimi dieci anni, accennando a finanziamenti occulti al partito di estrema destra ungherese Jobbik, ai nazisti di Alba Dorata in Grecia e alla Lega Nord in Italia (che però avrebbe smentito tutto), oltre, naturalmente, al Front national della Le Pen, coinvolta nel processo sui finanziamenti elettorali nel 2012 e nel 2014 e beneficiaria di “nove milioni di euro di prestito da una banca di Mosca” e quindi, ma non ufficialmente, dal governo russo.</p>



<p>È però un dato di fatto che la nuova dottrina del Cremlino per il superamento dell’egemonia americana e un più stretto legame euro-russo sia alla costante ricerca di agenti politici e culturali. E la Lega Nord di Salvini, dall’avversione per le unioni civili e il&nbsp;<em>gender</em>&nbsp;al contrasto militare dell’immigrazione, per finire al recente viaggio del segretario federale a Mosca, è il partito italiano che oggi meglio ricalca i valori forti putiniani.</p>



<p>Secondo il Telegraph infatti, la strategia di Putin alimenterebbe “la crescente preoccupazione di Washington sulla determinazione di Mosca di sfruttare le divisioni europee in modo da minare la Nato, bloccare i programmi di difesa missilistica e revocare le sanzioni imposte dopo l’annessione della Crimea”. La recente elezione di Trump, critico verso la russofobia di Hillary Clinton, è stata plaudita da via Bellerio per tali motivi oltre che per la sconfitta Democratica in sé.</p>



<p>La stretta di mano fra il presidente della Federazione Russa e il segretario federale del Carroccio è il coronamento della strategia politica della Lega Nord che ha radici molto profonde, che si intrecciano a quelle del mensile nazional-rivoluzionario Orion, come precedentemente accennato sulle pagine di Paginauno (1). Una russofilia, quella leghista, che non nasce oggi, con Putin al Cremlino, ma negli anni ’90, quando Umberto Bossi volò in Russia per incontrare Zirinovskij, uno dei pochi politici internazionali che all’epoca riconobbe ufficialmente l’indipendenza della Padania<br>proclamata dal&nbsp;<em>senatur</em>&nbsp;e che verrà invitato al Parlamento Padano. Bossi, come oggi Salvini, visiterà il 25 aprile 1998 la capitale russa come ospite d’onore.</p>



<p>È una fase politica particolare quella del Carroccio, quando il partito del Sole delle Alpi, in pieno momento secessionista e di isolamento politico, non solo denuncerà sia il Polo che l’Ulivo, ma si aprirà ad alleanze di piazza contro il mondialismo, l’immigrazione e l’americanizzazione con l’estrema destra di allora, da Fiamma tricolore a Forza Nuova, ben prima dell’abbraccio con CasaPound (2); e difenderà il leader serbo Milosevic attaccato dalla Nato, facendo trovare sullo stesso fronte antiamericano l’estrema sinistra e l’estrema destra (3).</p>



<p>Ieri come oggi, il&nbsp;<em>trait d’union</em>&nbsp;tra il partito di via Bellerio e la Russia è Gianluca Savoini – maroniano contro i bossiani e salviniano contro i maroniani quando questi sosterrà Flavio Tosi, ma profondamente vicino a Mario Borghezio – ex direttore dell’ufficio stampa della Regione Lombardia, ex giornalista de La Padania e ora de Il Populista, Il Giornale, Libero, uomo vicino a Maurizio Murelli, il direttore di Orion titolare delle Edizioni Barbarossa, e ora presidente dell’associazione Lombardia-Russia, che ha una comunanza valoriale con “idee che combaciano pienamente con la visione del mondo enunciata dal Presidente della Federazione Russa nel corso del meeting di Valdai 2013 e che si possono riassumere in tre parole: Identità, Sovranità, Tradizione”. L’associazione è molto attiva nel promuovere non solo relazioni economiche fra aziende italiane e russe per aggirare le sanzioni contro Mosca, ma soprattutto le idee dell’ideologo del neo-eurasismo russo Dugin. Sin dal febbraio del 2014, quando nascerà Lombardia-Russia, gli scritti antimondialisti di Dugin – vicino alla nouvelle droite ed ex penna di Orion – sono apparsi tra i post del sito www.lombardiarussia.org.</p>



<p>Lo studioso, filosofo e cultore di geopolitica all’Università di Mosca, è stato ospite il 4 luglio 2014 a una conferenza pubblica organizzata dall’associazione filoleghista e ad altri incontri, sempre nella capitale meneghina (4). Fu sempre Savoini – all’epoca giornalista de L’Italia settimanale, testata di destra vicina al Msi e poi ad An diretta da Marcello Veneziani – a occuparsi della Consulta per la politica estera leghista, che settimanalmente si riuniva in via Arbe a Milano. “Dopo l’incontro con Zirinovskij – spiega Savoini a L’Huffington Post – Bossi tuttavia si concentrò su altre questioni e per qualche anno non si parlò più della Russia in seno al partito. Io però ho mantenuto i miei contatti con Mosca e quando Matteo è stato eletto sapevo grazie alle mie fonti che stava per scoppiare la questione Ucraina e che questa avrebbe portato al tentativo di dividere Mosca dall’Europa, così ho chiesto al neo-segretario se era interessato a riallacciare i rapporti con il Paese dell’Est” (5).</p>



<p>Le simpatie antimondialiste di Savoini, mutuate da una lunga vicinanza con gli ambienti nazionalbolscevichi di Orion e Synergies européennes, sono evidenti da certi passaggi su La Padania. È lì infatti, quando la Lega farà una politica controcorrente appoggiando Milosevic e aprendosi alla destra radicale, che Savoini, il 26 marzo 1999, dopo la visita di Bossi a Belgrado, intervisterà il segretario federale leghista nell’articolo<em>&nbsp;In marcia contro i massoni</em>, dichiarando: “Non sapevo ci fossero dei massacri dei serbi nei confronti degli albanesi sicuramente c’erano per la pubblicistica americana”.</p>



<p>Le visite proseguirono fino al febbraio 2000, con delegazioni padane al congresso del partito nazionalcomunista serbo, almeno fino all’arresto del leader serbo. Sarà Savoini, sulla Padania, a recensire nel novembre 1998 il saggio del leader comunista russo Gennadij Zjuganov, Stato e Potenza, edito dalle Edizioni all’insegna del Veltro di Claudio Mutti (6), esponente di spicco dell’area nazionalbolscevica ed ex teorico nazi-maoista; nel libro si sintetizza patriottismo, comunismo stalinista ed eurasiatismo, tanto esaltato sulle pagine della rivista di Murelli, e sarà sempre lui, sull’organo leghista, a reintrodurre massicciamente non solo l’antiamericanismo e l’antimondialismo (7) ma anche un cavallo di battaglia nazionalbolscevico, la geopolitica, ovviamente declinata in chiave eurasiatica, per animare l’Eurasia dei popoli a trazione russa sulle idee di Dugin e di Jean Thiriart, l’ex SS belga fondatore negli anni ’60 di Jeune Europe, in cui militeranno i giovani Mutti e Borghezio, e i cui scritti circolerebbero negli ambienti giovanili più radicali del Carroccio (8).</p>



<p>L’attivismo di Savoini lo ha portato a promuovere in tutto il nord Italia una rete di associazioni filorusse come Lombardia-Russia e a stringere un accordo con La Voce della Russia, un ‘megafono’ del Cremlino, con il Ministero dell’informazione della Crimea, che è nelle mani di Dmitriy Polyanskiy, e con l’agenzia filorussa Crimea Inform, il tutto per fare controinformazione antiamericana in un’epoca in cui la stampa è schierata con Washington.</p>



<p>Fra i punti forti del sodalizio filorusso abbiamo l’ex parlamentare leghista Claudio D’Amico, che come ricostruito dal Fatto Quotidiano è vicino al deputato putiniano Aleksej Puskov; Gianmatteo Ferrari, analista informatico, che si occupa di sistemi di sicurezza ed esperto delle vicende russe, amico di Žirinovskij; Luca Bertoni, che segue la comunicazione aziendale, il marketing e gli interessi bancari. Altro fronte di questo sodalizio è Irina Osipova, presidente del movimento Rim Giovani Italo-Russi, candidata alle ultime amministrative romane per Fratelli d’Italia e presentatasi come “putiniana doc”, che ha accompagnato gli uomini del Carroccio e di Lombardia-Russia in diversi viaggi in Russia e in Crimea, e si è attivata a favore della popolazione russa in Ucraina e in Crimea a seguito dell’Euromaidan. Notiamo che alcuni nomi che appaiono oggi accanto a Putin apparivano anche nel corso pro-Milosevic del Carroccio. Non c’è da stupirsi se analizziamo il background di Savoini, mai rinnegato. Ed è un avvicinamento che passa attraverso anche la segreteria del Front national (9).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cablo e Tel Aviv: una Lega filoamericana</h4>



<p>L’analisi del viaggio di Salvini in Israele nel marzo 2016, uno dei baluardi dell’occidentalismo, sembra stravolgere quanto detto, dato che anche nel populismo europeo – analizzeremo quello francese perché è uno dei modelli del segretario leghista – molti leader, come la stessa Marine Le Pen, si barcamenano fra posizioni ora filorusse e filoarabe (magari facendo il tifo un tempo per Saddam Hussein e Mu’hammad Gheddafi e ora per Bashar Al-Assad), ora filoamericane e filosioniste. Ma il populismo europeo, cavalcando la crisi della sinistra, è in piena mutazione genetica, e assume posizioni sociali che il progressismo non fa più sue (10).</p>



<p>Marine Le Pen, segnalava Panorama il 6 dicembre 2011, è “volata a New York ai primi di novembre e ha incontrato per venti minuti l’Ambasciatore di Israele all’Onu, Ron Prosor. E il quotidiano Haaretz le concede una possibilità, purché la condanna dell’antisemitismo sia chiara e forte. A Palm Beach, Marine ha cenato con 200 repubblicani del Tea Party di Bill Diamond, finanziatore ebreo di Rudolph Giuliani. E per un soffio non è stata accolta da vip al Museo della Shoah a Washington. Che il secondo turno sia dietro l’angolo?”.</p>



<p>Perché in effetti, una delle peculiarità di tali viaggi – si pensi a Gianfranco Fini – è quella di facilitare lo sdoganamento, risultando presentabili e moderati, anche nei confronti dei referenti internazionali. Il passato insegna: il&nbsp;<em>flirt</em>&nbsp;coi serbi, che isolò la Lega dal resto del centrodestra, non fruttò consensi a Bossi, e una parte dei vertici attorno a Salvini temono oggi che presentarsi da soli e facendo il tifo per Assad, Putin o la Corea del Nord non frutti consensi, e quindi optano per un nuovo centrodestra, magari a trazione leghista, ma con la presenza dei vecchi compagni di strada di Forza Italia. Uno di questi è Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia, che se ha un modello europeo, non è il Front national che guarda Putin, ma la moderata Csu bavarese (11).</p>



<p>Israele, dove l’attuale governo guidato da Netanyahu è probabilmente il più a destra degli ultimi quarant’anni anni e sopravvive con un solo voto di maggioranza, appeso al contributo di partiti ultraortodossi, è assieme agli Stati Uniti d’America la tappa basilare per sdoganare il Carroccio agli occhi dell’opinione pubblica. L’arrivo nello Stato ebraico nel marzo 2016, però, dove Salvini ha scaricato CasaPound (“È da febbraio dell’anno scorso che non abbiamo più contatti con loro”, assicura [12]), non è avvenuta con la consueta compagnia che attorniava Salvini a Mosca.</p>



<p>A Tel Aviv non c’erano Savoini e altri russofili ma i due vicesegretari federali Giorgetti e Fontana – uomini della vecchia Lega – il capogruppo leghista in Commissione esteri Gianluca Pini, e il giornalista varesotto Max Ferrari, ex mezzobusto di TelePadania. Quest’ultimo, espulso dal Carroccio nel 2006 dopo diciassette anni di militanza dura per contrasti con l’allora cerchio magico bossiano e per la sua fedeltà alla battaglia indipendentista, venne riammesso da Salvini, ed è indicato come l’ex ideologo di Lombardia-Russia (si occuperà poi di geopolitica su La Padania, collaborando con la redazione italiana della Voce della Russia, lanciando una versione russa del proprio blog); ruppe però poi con Savoini sposando, oltre a posizioni filoamericane e il sostegno a Israele, una forte islamofobia.</p>



<p>Uomini diversi e moderati, quindi, perché dietro le quinte – ma neanche tanto velatamente – c’è chi vorrebbe tornare alla vecchia Lega e non manomettere gli equilibri geopolitici che disturbano chi in Italia ha un forte peso, ossia gli Stati Uniti. Nella Lega, infatti, alcuni settori intrattengono rapporti con la diplomazia americana. Ora, con un Trump alla Casa Bianca che pare essere contro la russofobia clintoniana, le strategie possono bilanciarsi, ma ieri, con Obama, parevano divergere. A confermare tali contatti con gli Usa sono ben quattro cablo pubblicati fra aprile e agosto 2009 su WikiLeaks.</p>



<p>Il primo, del 28 aprile 2009, si riferisce a un pranzo fra il console americano a Milano e i leghisti Calderoli e Giorgetti, in occasione delle europee del giugno di quell’anno: “Calderoli e Giorgetti concordarono sul fatto che le elezioni europee di giugno sono di secondaria importanza per il partito. Purtuttavia, la Lega Nord sta chiaramente tenendo d’occhio la competizione. Giorgetti ha fatto notare che i sondaggi mostrano un incremento della forza della Lega, ma paradossalmente il leader della Lega, Umberto Bossi è preoccupato dell’eccessivo successo. Ulteriore guadagno elettorale a scapito del Pdl potrebbe sconvolgere l’equilibrio della coalizione e potrebbe indurre il Pdl a cercare di screditare la Lega a ogni occasione prima delle elezioni del 2010. Giorgetti ha detto che la strategia della Lega, nel breve periodo, è tenersi strettamente abbracciati a Berlusconi. «Se Berlusconi dice rosso, noi diciamo rosso. Se dice nero, nero pure per noi»” (13). Notiamo nella conversazione il tono confidenziale con cui Giorgetti e Calderoli interloquiscono col console, svelandogli strategie elettorali.</p>



<p>Il cablo n. 2, successivo alle europee, descrive una Lega Nord che in Parlamento inizia a presentarsi contraria al finanziamento delle missioni in Afghanistan. Tutta una bufala, certifica il documento: “La tempistica della sparata di Bossi ha più a che fare con un calcolo politico interno. Con il G8 e le elezioni europee alle spalle, la Lega Nord e il Pdl di Berlusconi sono in competizione per agganciare gli stessi elettori per le elezioni regionali di marzo 2010. A seguito dell’affermazione elettorale alle elezioni europee, Bossi sta dimostrando la sua indipendenza da Berlusconi per ottenere un maggiore peso all’interno della coalizione.</p>



<p>Mentre l’Afghanistan è un ‘non problema’, per il nocciolo duro della Lega, Bossi sta cercando di adescare i voti della classe lavoratrice che, nel passato, in questo ambito ha sostenuto le agitazioni dei partiti di sinistra. Assume la posizione anti-militarista per tirarsi a lucido. La maggior parte dei Presidenti di Regione verranno rinnovati la prossima primavera e Bossi è intenzionato ad assicurarsi che la Lega abbia i margini per avere i posti chiave rispetto ai partner del Pdl. Ricordare a Berlusconi, col quale lavora benissimo, il suo crescente potere relativo lo aiuta” (14). E infatti il rifinanziamento verrà approvato dal Senato esattamente il 3 luglio, con la legge 108/2009; la Lega, nei successivi rifinanziamenti, tacerà votando a favore, basti vedere come votò per la missione in Afghanistan il 2 dicembre 2009.</p>



<p>I cablo 3 e 4 invece, dell’agosto 2009, indicano nelle regionali dell’anno successivo uno snodo basilare per i rapporti fra Carroccio e Stati Uniti, visto che sono in ballo ben tre importanti regioni contese fra Pdl e Lega Nord: la Lombardia e il Piemonte, al centro di vasti interessi economici, e il Veneto, che ospita la base militare Dal Molin di Vicenza. Ma i dubbi cadono sui candidati: Zaia, allora ministro dell’Agricoltura, o il sindaco di Verona, Flavio Tosi? Il secondo, “la cui condanna per aver incitato all’odio razziale è stata confermata in appello a luglio”, crea “divisioni ed [è] difficile da far digerire al Pdl e ai membri moderati della Lega”, ma viene riconosciuto come “essere un amministratore efficiente. È chiaramente intenzionato a diventare governatore e sta provando a tirarsi a lucido favorendo relazioni con gli Stati Uniti (rendendosi egli stesso disponibile a incontrare diplomatici Usa e pubblicizzando il nostro viaggio a Verona sui media locali) e rafforzando la sua immagine di figura locale moderata, rispettata e influente. Nonostante sia verbalmente duro sull’immigrazione, ha anche dichiarato pubblicamente che gli immigrati che lavorano sono una parte necessaria dell’economia. L’esito della competizione in Veneto è particolarmente importante per gli interessi Usa in quanto la regione ospita la base militare di Vicenza” (15).</p>



<p>È normale, quindi, che si tema per la successione di Bossi, specie di fronte alle citate fasi antiamericane – condizionate da consiglieri e sodalizi provenienti dal radicalismo di destra – che potrebbero intaccare gli interessi Usa. I papabili potrebbero essere quelli della “prima linea di colonnelli sulla cinquantina, inclusi Maroni. Calderoli e Castelli, che rivendicheranno la leadership quando Bossi andrà via. Tuttavia, il disegno a lungo termine dipenderà anche da quei giovani leader che sono stati idonei per i posti influenti”.</p>



<p>Sono Giorgetti, Tosi e Zaia, anche se gli ultimi due vengono esclusi perché in corsa per le amministrative: “Tosi è in prima linea (insieme a Luca Zaia [&#8230;]) per le elezioni regionali in Veneto nel marzo prossimo. Questo è importante per gli Stati Uniti in quanto il Veneto è uno dei centri economici italiani e ospita la base militare di Vicenza (il quartier generale della componente militare del comando africano degli Stati Uniti e presto sede della ri-consolidata 173ª brigata aerotrasportata)”.</p>



<p>Vi è poi Salvini, giovane rampante della Lega a Milano, all’epoca consigliere comunale, che pubblicamente “è sempre sulle posizioni più radicali, ma non ha mai messo in pratica le sue politiche perché non ha mai ricoperto ruoli amministrativi oltre che consigliere comunale. Tuttavia è la musa ispiratrice del nucleo della Lega Lombarda ed era presente alla fondazione della Lega Nord. Con un po’ di esperienza politica, ora, è probabile che Salvini possa giocare un ruolo più importante all’interno del partito” (16). Salvini, quindi, non desta alcuna preoccupazione all’amministrazione Usa, nonostante sia visto – come infatti avverrà – come uno dei papabili.</p>



<p>Ed ecco che qualche mese prima di partire, Salvini spiega all’Huffington Post il suo tour in Israele, rassicurando tutti sui rapporti con CasaPound: “I problemi di Israele sono ben altri, dall’Iran alla Turchia che fa poco contro l’Isis. CasaPound è l’ultimo dei problemi. Io vado come segretario della Lega. Punto. E non incontrerò certo i filopalestinesi”. E in merito al futuro viaggio negli Usa: “Per noi la reaganomics resta un riferimento fondamentale sui temi delle tasse, della concorrenza. Il nostro riferimento è chi pensa a una economia di questo tipo. I miei incontri saranno con esponenti del partito Repubblicano”. E su Giorgetti, per Salvini una “colonna portante” in un eventuale governo con la Lega nonostante sia notoriamente filoamericano mentre lui guardi alla Russia, il segretario federale afferma: “Meglio così, ci sono sensibilità diverse. Io sono l’amico dello zar, se c’è qualcuno amico degli altri tanto di guadagnato&#8230;” (17).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. M. L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-80-dalle-leghe-alla-lega/" data-type="post" data-id="2457" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alle radici del fascioleghismo. Gli anni ‘80: dalle leghe alla Lega</a></em>, Paginauno n. 44/2015</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. M. L. Andriola, <a href="https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-90-il-carroccio-e-la-nuova-destra-franco-italiana/" data-type="post" data-id="2461" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Alle radici del fascioleghismo. Gli anni ‘90: il Carroccio e la Nuova destra franco-italiana</em>,</a> Paginauno n. 45/2015</p>



<p class="has-small-font-size">3) Stefano Vaj, ex esponente del Grece avvicinatosi all’associazione leghista Terra Insubre, scriverà che “potrebbe [&#8230;] piacevolmente sorprendere l’assoluta unanimità con cui praticamente tutte le forze al di fuori dalla più immediata area culturale occidentalista e mondialista – da Rifondazione comunista al Front national, dalla Lega Nord a Sinergie europee al Grece alla Fiamma tricolore – hanno mostrato di percepire immediatamente strumentalità e reale significato dell’attacco degli Usa alla Serbia di Slobodan Milosevic”; S. Vaj,&nbsp;<em>Processo alla Serbia</em>, in L’Uomo libero, n. 54, ottobre 2002. Sull’organo leghista furono ospitati interventi di Alain de Benoist e Guillaume Faye, anch’egli noto esponente del Grece e amico di Vaj. Cfr. A. de Benoist,&nbsp;<em>Kosovo e Kurdistan, due pesi e due misure</em>, La Padania, 2 aprile 1999; Id.,&nbsp;<em>Si è aperto il vaso di Pandora</em>, ivi, 6 aprile 1999; G. Faye,<em>&nbsp;I governi europei battano un colpo</em>, ivi, 19 aprile 1999</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Eliseo Bertolasi,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://lombardiarussia.org/index.php/component/content/article/56-categoria-slide/328-aleksandr-dugin-a-milano-la-sfida-eurasiatica-della-russia" target="_blank"><em>Aleksandr Dugin a Milano: La sfida eurasiatica della Russia</em></a>, Lombardia-Russia associazione culturale, 7 luglio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">5) F. Bisozzi,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.huffingtonpost.it/2014/12/11/lega-russia-intervista-gianluca-savoini_n_6307776.html" target="_blank"><em>Lega e Russia, una storia di rapporti lunga 15 anni. Intervista a Gianluca Savoini, l’uomo di Salvini che tiene i fili,</em></a>&nbsp;L’Huffington Post, 17 dicembre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. G. Savoini,&nbsp;<em>Ziuganov comunista anomalo</em>, in La Padania, 20 novembre 1998</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. G. Savoini,&nbsp;<em>Non dobbiamo essere una colonia Usa</em>, La Padania, 26 marzo 1999: “«Come friulani avvertiamo molto da vicino i pericoli legati alla guerra lanciata dalla Nato contro la Serbia. Come Governo della Padania siamo convinti che la sottomissione totale dell’Italia ai diktat americani non potrà che causare danni a tutti i padani». Alessandra Guerra, ministro degli Esteri della Padania e consigliere regionale leghista in Friuli, evidenzia come questa guerra dimostra ancora una volta la prepotenza degli Stati Uniti d’America e l’intenzione di Washington di incunearsi direttamente nei Balcani, per impedire una possibile saldatura tra il blocco europeo e russo”. In un’intervista che Savoini farà a Claudio Risé, questi dirà che la guerra balcanica è stata “una guerra mondialista. Ufficialmente [&#8230;] motivata con l’intento di appoggiare un movimento di radicamento, quello cioè degli abitanti albanesi del Kosovo per una maggiore autonomia da Belgrado, dalla quale li divide la religione, l’etnia, la cultura, insomma tutto. Nella realtà ci si dimentica che la realtà del Kosovo presentava tensioni croniche da decenni. È stata però la falsa notizia della pulizia etnica in atto nella regione e la guerra scatenata ufficialmente per evitarla che hanno dato via libera a Milosevic per procedere alla deportazione contro i kosovari, ormai resi ufficialmente nemici in quanto alleati dell’aggressore Nato”; G. Savoini,&nbsp;<em>Parla Claudio Risè, docente di Polemologia. «Chi non obbedisce agli Usa è massacrato»</em>, La Padania, 26 marzo 1999</p>



<p class="has-small-font-size">8) In un documento presentato dall’associazione filoleghista Il Talebano – il circolo di destra aderente alla Lega che inviterà Alain de Benoist a discutere con Matteo Salvini nel dicembre 2013 (cfr. M. L. Andriola,<em>&nbsp;Alain de Benoist e Matteo Salvini: una Lega Nord “al di là della destra e della sinistra”</em>, Paginauno n. 36/2014) – come contributo al dibattito congressuale della Lega Nord, si legge che “alcuni decenni or sono Jean Thiriart elaboro` la teoria geostorica dell’Eurasia. Il geopolitico belga era convinto che la strada da seguire fosse quella di unire le terre comprese tra Lisbona e Vladivostok in un’unica nazione, uno spazio continentale che prende ragione della sua esistenza dal momento della caduta dell’U.R.S.S. Tale nazione, nella prospettiva di Jean Thiriart, dovrà essere uno stato politico, un sistema aperto e in espansione che sia espressione di uomini liberi verso un futuro collettivo e condiviso. Noi partiamo da questa visione per proporre l’Europa delle Patrie in cui siano i popoli a decidere del loro futuro. Un grande territorio i cui tutti i popoli saranno padroni di decidere seguendo le loro tradizioni come la loro cultura millenaria. Mille patrie in un’unica nazione, quella europea. Vogliamo costruire un’Europa dei popoli federata ad una grande Russia”;&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://iltalebano.files.wordpress.com/2014/07/documento-di-idee_iltalebano.pdf" target="_blank">https://iltalebano.files.wordpress.com/2014/07/documento-di-idee_iltalebano.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Nel Front il fronte pro-Putin è guidato dal deputato Christian Bouchet, ex neodestrista espulso dalla sezione del Grece di Nantes per “estremismo” ed ex leader del movimento nazionalbolscevico Nouvelle résistance (poi Unité radicale), gemellato con Nuova azione, l’espressione politica di Orion, sezione francese di quel Fronte europeo di liberazione fondato da Murelli nel 1989 a cui appartenevano realtà nazionalrivoluzionarie come gli inglesi di Third way, gli spagnoli di Alternativa europea, i tedeschi del Sozialrevolutionäre Arbeiterfront, i polacchi di Przclom Narodowy e i belgi del Parti communautaire national-européenne (Pcn), erede di Jeune Europe; Cfr. J.-Y. Camus,&nbsp;<em>Une avant-garde populiste: ‘peuple’ et ‘nation’ dans le discours de Nouvelle Résistance</em>, in Mots, n.55, giugno 1998, pp. 128-138 e N. Lebourg,&nbsp;<em>Stratégies et pratiques du mouvement nationaliste-révolutionnaire français: départs, desseins et destin d’Unité Radicale (1989-2002)</em>, in Le Banquet, n. 19-20, febbraio 2004, pp. 381-400. Un altro è Aymeric Chauprade, geopolitico di 47 anni, docente a Paris I e collaboratore di Éléments, organo del Grece, ora vicinissimo al Front national, ponte fra Front e il Cremlino, ospite alla Duma di Mosca nel 2013&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.agerecontra.it/public/pres30/?p=11770" target="_blank">http://www.agerecontra.it /public/pres30/?p=11770</a>. La stessa nouvelle droite francese, un tempo europeista, da alcuni anni è eurasiatista, come dimostra il numero 131 del trimestrale grecista Éléments, dell’aprile-giugno 2009, dedicato alla Russia, con un dossier dal titolo Demain les Russies!, dove la questione del ruolo geopolitico del colosso dell’Est viene affrontata facendo il tifo per Mosca nel ruolo di liberatrice dei popoli europei dalle tenaglie unipolari calate sul globo dal 1991 in poi.</p>



<p class="has-small-font-size">10) I vertici del Front national “trent’anni fa si definivano liberali e raeganiani”, osserva il teorico della nouvelle droite francese Alain de Benoist, intervistato da Bruno Giurato per Lettera43.it. “Al giorno d’oggi, dopo che Marine Le Pen è succeduta al padre [&#8230;] lo stesso movimento milita contro il libero scambio, reclama l’introduzione di un certo protezionismo, e denuncia con vigore la deregulation economica”; A. de Benoist, intervista rilasciata a B. Giurato,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2013/04/25/perche-la-vera-decrescita-oggi-e-politica-non-economica/83283/" target="_blank"><em>Perché la vera decrescita oggi è politica, non economica</em></a>, Lettera43.it, 25 aprile 2013</p>



<p class="has-small-font-size">11) Nel suo libro-manifesto del 2012,<em>&nbsp;Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari</em>, Maroni scrive: “Il nostro obiettivo politico (della Lega, n.d.a.) è quello di diventare il primo partito in tutte le regioni del Nord, sul modello della Csu bavarese [&#8230;] Questo assunto ci colloca a grandissima distanza dai partiti e dai movimenti neonazionalisti. Insomma, è ora di finirla con i soliti stereotipi: noi non siamo i nipotini di Le Pen”, R. Maroni,&nbsp;<em>Il mio Nord. Il sogno dei nuovi barbari,</em>&nbsp;con C. Brambilla, Sperling &amp; Kupfer, 2012, pp. 3, 4</p>



<p class="has-small-font-size">12) A. Longo,<em>&nbsp;Salvini sbarca in Israele «Il mio modello». Il leader leghista a Gerusalemme scarica CasaPound: «Nessun contatto con loro»</em>, La Repubblica, 30 marzo 2016</p>



<p class="has-small-font-size">13)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/plusd/cables/09MILAN95_a.html" target="_blank">https://wikileaks.org/plusd/cables/09MILAN95_a.html</a>, 28 aprile 2009, pubblicato in italiano in&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-1/" target="_blank">http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-1/</a>, Url consultato nell’ottobre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">14)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/plusd/cables/09ROME877_a.html" target="_blank">https://wikileaks.org/plusd/cables/09ROME877_a.html</a>, 30 luglio 2009, pubblicato in italiano in&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-1/" target="_blank">http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-1/</a>, Url consultato nell’ottobre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">15)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/plusd/cables/09MILAN173_a.html" target="_blank">https://wikileaks.org/plusd/cables/09MILAN173_a.html</a>, 13 agosto 2009, pubblicato in italiano in&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-2/" target="_blank">http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-2/</a>, Url consultato nell’ottobre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">16)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/plusd/cables/09MILAN176_a.html" target="_blank">https://wikileaks.org/plusd/cables/09MILAN176_a.html</a>, 19 agosto 2009, pubblicato in italiano in&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-2/index.html" target="_blank">http://ilcappellopensatore.it/2015/08/lega-nord-diplomazia-usa-pt-2/</a>, Url consultato nell’ottobre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">17) A. Carugati,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.huffingtonpost.it/2015/08/14/matteo-salvini-tour-internazionale_n_7988844.html" target="_blank">Matteo Salvini annuncia all’HuffPost un tour estero in autunno: da Nigeria e Russia a Usa e Israele. Presto un Congresso Lega,</a>&nbsp;L’Huffington Post, 14 agosto 2015</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alle radici del fascioleghismo. Gli anni 2000: la Lega e il revisionismo anti-risorgimentale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-2000-la-lega-e-il-revisionismo-anti-risorgimentale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 08:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2463</guid>

					<description><![CDATA[Gli anni ’90 furono per la Lega Nord un decennio di approdo governativo (nel 1994), di rottura con il leader del centrodestra Silvio Berlusconi e della creazione di una ‘parentesi’ secessionista, quando il Carroccio acquisisce l’odierna dicitura&#160;Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, che diventerà il nuovo nome del movimento con la modifica dello statuto, approvata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-drop-cap">Gli anni ’90 furono per la Lega Nord un decennio di approdo governativo (nel 1994), di rottura con il leader del centrodestra Silvio Berlusconi e della creazione di una ‘parentesi’ secessionista, quando il Carroccio acquisisce l’odierna dicitura&nbsp;<em>Lega Nord per l’Indipendenza della Padania</em>, che diventerà il nuovo nome del movimento con la modifica dello statuto, approvata il 15 febbraio 1997. Abbiamo già visto negli articoli precedenti (1) che è in quella fase di relativo isolamento che la Lega, se da una parte riscopre le sue radici movimentiste e populiste degli anni ’80 – quando le leghe regionali erano percepite come fenomeni folkloristici che riuscivano a malapena a entrare in qualche consiglio comunale, magari leggendo proclami in lingua vernacolare – con nuove simbologie identitarie, come il Sole delle Alpi verde su bandiera bianca, dall’altra si rinsaldano i rapporti con una certa area dell’estrema destra.</p>



<p>È nel decennio successivo, quando tra il 1999 e il 2000 il Carroccio si avvicina nuovamente alla coalizione di centrodestra, rinsaldando i rapporti con Berlusconi e Forza Italia, partorendo la Casa delle Libertà, la nuova alleanza tra Lega, Forza Italia, An e centristi che muove i primi passi già alle regionali del 2000, che la Lega cerca di costruire sulle pagine culturali delle sue riviste, dall’organo ufficiale La Padania fino a testate collaterali come Terra Insubre o il periodico di Oneto, una sorta di controstoria del periodo risorgimentale e della fase successiva alla rivoluzione francese. E nel farlo rinsalderà culturalmente i suoi legami già esistenti con una certa estrema destra e con l’integralismo cattolico, critico verso un fenomeno percepito come massonico, giudaico e sovversivo.</p>



<p>L’obiettivo di questo filone revisionista non è affatto legato alla metodologia gramsciana sull’analisi del Risorgimento (2), ma consiste nel contestare alle radici la cultura avversaria, che per la Lega ha da sempre annichilito le identità locali. I festeggiamenti del 17 marzo, festa dell’Unità d’Italia, vengono visti dall’organo leghista come i festeggiamenti di un “golpe” che sacrificava la festa del popolo e degli alpini per la festa della monarchia, “un’offesa alla memoria e un insulto alla storia” (3). Visto che l’orizzonte identitario leghista si forgia attorno al mito della Padania e delle piccole patrie declinate in senso regionale, è su questo che si basa il suo senso di appartenenza. Saranno quindi le storie locali o – usando il linguaggio leghista – le storie delle varie entità regionali che fondano lo Stato italiano a dover diventare l’“oggetto di feste preesistenti risemantizzate o di feste create&nbsp;<em>ex novo</em>, assunte come contrappeso della festa del 17 marzo” (4).</p>



<p>La stigmatizzazione del Risorgimento è evidente sin dagli albori delle leghe regionaliste, si consolida dopo l’unità dei vari soggetti localisti nella Lega Nord e si rafforza durante la fase secessionista, quando nasce il mito della Padania, che avendo bisogno, come ogni mito nazionalista, di simboli capaci di creare un forte senso di appartenenza, si nutre di rivisitazioni revisioniste del passato preunitario e della stessa epopea risorgimentale.</p>



<p>Come nel XIX secolo – per lo storico Eric Hobsbawm il secolo della “invenzione delle tradizioni” – gli Stati assoldano letterati, eruditi e accademici per forgiare discorsi di memoria atti ad animare una storia condivisa con lo scopo di “inventare” – e non semplicemente “inventariare”, visto che “all’alba del XIX secolo, le nazioni non hanno ancora storia [&#8230;]. Alla fine del secolo [però], esse sono in possesso di un racconto continuo” (5) – entità nazionali che si ritenevano eterne, essenze precedenti a ogni esistenza, partorienti però una mitologia identitaria, anche la Lega Nord, ora con un piede nelle istituzioni l’altro all’opposizione, farà qualcosa di simile: per legittimare l’esistenza di una patria padana decostruirà l’identità italiana forgiatasi con il Risorgimento, partendo anche dai popoli autoctoni preromani – i celti e in parte i longobardi – esaltando il Medioevo delle patrie locali, alternativa al Risorgimento che le cancellò omologandole entro un unico contenitore.</p>



<p>Il ricorso di simboli già citati come il Sole delle Alpi, il fazzoletto e la camicia verde, l’invenzione dei giochi padani, della propria nazionale di calcio, l’elezione di Miss Padania, pur sminuite dai mass media come mero folklore – idem per l’associazionismo padano – hanno come scopo quello di creare un sentimento di appartenenza comune fondato sull’identità padana, una casa “dove preparare le condizioni per ritrovare le nostre radici, ricostruire la nostra identità” (6).</p>



<p>Fenomeno non limitato al Risorgimento: definendo mendace l’identità unitaria italiana, alcune testate fiancheggiatrici ricostruiscono in maniera mitizzata il passato celtico-insubrico e anti-romano del nord Italia e la civiltà longobarda, descrivendo l’Editto di Rotari come un “capitolo decisivo della storia del diritto europeo” (7) più di quello romano; si loda il periodo comunale, dal giuramento di Pontida del 4 aprile 1167 dei comuni della Lega lombarda (ma i documenti coevi la chiamano&nbsp;<em>Societas Lombardorum</em>) alla battaglia di Legnano fra Comuni lombardi e il Sacro Romano Impero di Federico Barbarossa – appropriandosi di uno degli eventi più osannati dalla retorica risorgimentale, elogiato da Carducci, celebrato e diffuso nei circoli anti-austriaci dai versi di Giovanni Berchet (8), ripreso dai patrioti lombardi nel 1848, riferimento dei neoguelfi e utilizzato addirittura dai cattolici rispettosi del&nbsp;<em>non expedit</em>&nbsp;dopo la presa di Porta Pia – fino a usare il<em>&nbsp;Va pensiero</em>&nbsp;come inno leghista contro&nbsp;<em>Fratelli d’Italia</em>&nbsp;di Goffredo Mameli, dipinto come un “ladro, per aver copiato le strofe da Anastasio Cannata, un frate amante della poesia che gli aveva offerto rifugio” (9).</p>



<p>Il Risorgimento è visto come figlio delle manovre della massoneria anglo-francese ai danni dei tradizionali Stati d’Europa, un punto d’incontro con la pubblicistica del radicalismo di destra: “[L]’unità d’Italia era una specie di Risiko, giocato al Tavolo Verde delle Logge” (10), “un gioco complesso e a tratti, persino, fortuito di azioni diplomatiche, trame massoniche, intrallazzi indicibili e iniziative militari” (11). Le figure chiave del Risorgimento sono demonizzate: Garibaldi è un “avventuriero”, un “cosmopolita massonico al soldo degli inglesi”, reo d’aver rovesciato uno dei “modelli migliori di onestà regia in Europa, devoto alla chiesa”, i Borboni, un “negriero e commerciante di schiavi” (12); nelle fiction Rai sul Risorgimento – elogiate in maniera eccessiva dall’agiografia di Stato, qui denigrate per valorizzare la natura fittizia dei ‘padri’ dell’Italia – “Vittorio Emanuele mal sopportava Cavour”, Mazzini, di cui si sottolinea l’affiliazione massonica, “era un pericolo pubblico”, il cattolico Gioberti invece un idealista (13), mentre Anita Garibaldi è dipinta come una donna dai facili costumi (14).</p>



<p>La Lega Nord arriverà ad appropriarsi delle Cinque giornate di Milano del 1848, decontestualizzando, destoricizzando ed elevando il tutto a insorgenza localista, non evidenziandone la portata europea ma, pur non negando la valenza anti-austriaca dell’evento (15), elogiando l’episodio come epopea prettamente cittadina e milanese (16).</p>



<p>Ergo, si elevano le Cinque giornate di Milano e Carlo Cattaneo – eletto a padre del federalismo, dimenticando la sua affiliazione alla massoneria – pensando alla battaglia di Legnano e ad Alberto da Giussano. Durante le celebrazioni del 150º dell’Unità d’Italia, l’unico che sembra esser rivalutato, paradossalmente, è Camillo Benso di Cavour, che secondo lo scrittore Arrigo Petacco “considerava l’unità una corbelleria [&#8230;] e che era stato costretto a ricredersi quando Garibaldi gli aveva offerto su un vassoio il Regno delle Due Sicilie” (17).</p>



<p>Lo stesso dicasi per l’esaltazione delle insorgenze antifrancesi, rivolte popolari scoppiate in Italia negli anni tra il 1796 e il 1814 nei territori occupati dalle armate della Francia rivoluzionaria, organizzati nelle cosiddette Repubbliche sorelle, create con la partecipazione dei simpatizzanti filo-francesi e giacobini locali. Per il Carroccio tali insorgenze sanfediste – spesso supportate dalla nobiltà locale e dal clero – prefigurano la battaglia di libertà affrontata dai popoli della Padania per affrancarsi dal giogo romano-centrico, e vengono comparate con la rivolta antigiacobina nella Vandea francese, mito, tra l’altro, di Irene Pivetti, ex presidente della Camera eletta in quota leghista. Ovviamente la stampa del Carroccio analizza solo gli accadimenti del nord della penisola, ma il fenomeno porterà certi settori dell’area post missina – quelli che si rifanno alla destra sociale e precedentemente alla figura di Pino Rauti – a rivalutare addirittura il sanfedismo nel mezzogiorno italiano, una sorta di rivincita, su mensili politico-culturali come Area, L’Italia settimanale e Secolo d’Italia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il minimo comune denominatore fra Lega e radicalismo di destra: fra Localismo e Tradizione</h4>



<p>Esiste un minimo comune denominatore antimoderno fra Lega Nord e radicalismo di destra su tali questioni storiografiche. In un ambiente dove è forte l’inclinazione cospirazionista, dove è facile&nbsp;<em>somatizzare</em>&nbsp;i processi storici specie se figli del 1789 e dei suoi valori, percepiti ovviamente come disvalori, tutti gli eventi “violatori dell’ordine tradizionale, a cominciare dalla Rivoluzione francese, sono addebitati a menti diaboliche organizzate (sette segrete massoniche, circoli finanziari, gruppi di rabbini in odore di miracoli e specialisti della&nbsp;<em>Quabbalà</em>&nbsp;e di altri testi esoterici ecc.) le quali agiscono nell’ombra”, osserva lo storico Francesco Germinario (18).</p>



<p>Julius Evola, filosofo tradizionalista, arrivò a elogiare il feudalesimo, in cui la cittadinanza non si fondava sulla volontà popolare, visto che il nazionalismo “nato presso alle rivoluzioni che hanno travolto i resti del regime aristocratico-feudale [&#8230;] esprime dunque un puro ‘spirito di folla’, è una varietà dell’intolleranza democratica per ogni capo che non sia un mero organo della ‘volontà popolare’, in tutto e per tutto dipendente dalla sanzione di questa. Così noi vediamo facilmente che fra nazionalismo e anonimato alla sovietica o all’americana, in fondo vi è solo una differenza di grado: nel primo il singolo è ridissolto nei ceppi etnico-nazionali d’origine, nel secondo vien sorpassata la stessa differenziazione propria a questi ceppi etnici, e si produce una più vasta collettivizzazione e disintegrazione nell’elemento massa” (19).</p>



<p>La decadenza è accelerata per esempio in era medievale dalla rivolta dei comuni contro l’Impero – al contrario, un mito per la Lega – quando la Chiesa cattolica benedì la rivolta, evento che “esprimeva semplicemente l’insurrezione del particolare contro l’universale, in relazione con un tipo di organizzazione sociale rifacendosi non più alla casta guerriera, ma addirittura alla terza casta, al borghese e al mercante che usurpando la dignità del reggimento politico e del diritto alle armi, fortificano le loro città, innalzano i loro vessilli, organizzano i loro eserciti contro le coorti imperiali e l’alleanza difensiva della nobiltà feudale. Qui si inizia il movimento dal basso, il sollevarsi della marea delle forze inferiori” (20).</p>



<p>Vi è una differenza fra leghismo e destra radicale: se i primi esaltano l’epopea medievale della Lega lombarda come paradigma dell’autonomismo settentrionale, i secondi lo interpretano come il trionfo della decadenza mercantilistica e materialista iniziata “con la rivolta dei mercanti lombardi contro il Sacro Romano Impero nel XII secolo, in nome solamente di un mero interesse economico” (21). Il 1848, i moti precedenti e l’unificazione d’Italia rappresenterebbero una tappa fondamentale di quegli avvenimenti antitradizionali che, con la rivolta dei comuni lombardi, dissacrarono l’Impero conducendo l’Europa alle rivoluzioni del XVIII secolo (americana e francese) e a quella bolscevica del 1917; e dietro le quinte agivano ebrei o massoni quali capi dei movimenti rivoluzionari, coadiuvati dai&nbsp;<em>gojm</em>&nbsp;(<em>gentili</em>) appartenenti per lo più alla classe borghese o membri di una nobiltà decaduta perché contaminata dall’Illuminismo, antenato dell’internazionalismo marxista (22).</p>



<p>Da queste analisi la redazione di Orion concepisce “il Risorgimento come una delle tante creature del giudaismo sionista per mano della massoneria [&#8230;] a cominciare dal massone Mazzini – allevato preso la sovversivissima Loggia di Londra – per finire a Garibaldi con tutto quello che sta in mezzo. Il fatto che lo ‘spirito nazionalistico’ abbia animato la lotta di tanti camerati che hanno persino dato la vita significa tutto e non significa nulla, così come è un nonsenso il moderno filonazionalismo e il nascente filoregionalismo che contraddistingue alcune formazioni politiche” (23).</p>



<p>Si contrapporrà al Risorgimento massonico il Medioevo, una “resistenza alla sovversione moderna” (24), contro la “destra patriottarda, coccardiera e cripto-risorgimentale” – il Msi, per esempio – che fonda l’idea di cittadinanza sulla democratica volontà popolare: come alternativa il radicalismo di destra propone di “aggregare gli ‘affini’ al di sopra dei [&#8230;] particolarismi nazionali e culturali per ricomporre, anzi, rifondare un ordine politico strutturato sulla base di prospettive continentali e radicato nei comuni valori della Civiltà indoeuropea” (25).</p>



<p>Come nella pubblicistica leghista e addirittura post missina si elogiano poi le insorgenze popolari “contro i giacobini e contro le armate napoleoniche vengono viste [&#8230;] come una resistenza naturale e spontanea alla modernità, la quale cominciava a proclamare quel progetto ideologico che mira a realizzare una umanità senza radici, il cui unico punto di riferimento è la mitologia del progresso”(26). Una lotta antimondialista ante litteram fatta a colpi di forcone.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Matteo Luca Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-90-il-carroccio-e-la-destra-radicale/" data-type="post" data-id="2459" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alle radici del fascioleghismo. Gli anni ‘90: il Carroccio e la destra radicale</a></em>, Paginauno n. 46/2016</p>



<p class="has-small-font-size">2) Antonio Gramsci caldeggiava “la pubblicazione ed esame dei libri e delle memorie degli antiliberali e antifrancesi nel periodo della Rivoluzione francese e di Napoleone e reazionari nel periodo del Risorgimento [&#8230;], in quanto anche le forze avverse al moto liberale furono una parte e un aspetto non trascurabile della realtà”. A. Gramsci,&nbsp;<em>Il Risorgimento</em>, in&nbsp;<em>Quaderni dal carcere</em>, n. ed. riveduta e integrata a cura di V. Gerratana, Editori Riuniti, 1977, p. 164</p>



<p class="has-small-font-size">3) R. M.,&nbsp;<em>Il ‘golpe’ sul 4 novembre</em>, La Padania, 19 febbraio 2011 e R. Ciambetti,<em>&nbsp;Festeggiare il Regno Sabaudo? Vergogna</em>, La Padania, 20-21 febbraio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">4) A. Di Qual,&nbsp;<em>Revisionismo leghista a 150 anni dall’unità d’Italia</em>, Italia contemporanea, n. 274, aprile 2014</p>



<p class="has-small-font-size">5) A.-M. Thiesse,<em>&nbsp;La creazione delle identità nazionali in Europa</em>, Il Mulino, 2001, p. 127</p>



<p class="has-small-font-size">6) Padanità, a. I, n. 0, marzo 1998, p. 1</p>



<p class="has-small-font-size">7) E. Percivaldi, Il diritto Longobardo, barbaro o civile, Terra Insubre, a. VI, n. 18, 2001</p>



<p class="has-small-font-size">8) ll giuramento di Pontida di G. Berchet, pubblicato a Parigi nel 1829 nella raccolta Le Fantasie, è oggi riprodotto nel sito del Movimento giovani padani: cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.giovanipadani.leganord.org/articoli.asp?ID=5260" target="_blank">http://www.giovanipadani.leganord.org/articoli.asp?ID=5260</a>, URL consultato il 2 maggio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr.&nbsp;<em>Mameli, primo ladro della storia d’Italia. Risorgimento, l’altra verità</em>, La Padania, 2 settembre 2009</p>



<p class="has-small-font-size">10) G. Reguzzoni,&nbsp;<em>150 anni: meglio pensare, prima di festeggiare</em>, La Padania, 5 marzo 2011</p>



<p class="has-small-font-size">11) G. Reguzzoni,<em>&nbsp;Plebisciti 1860. La grande truffa</em>, La Padania, 16-17 gennaio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">12) La Padania, luglio 2007. L’articolo si riferisce all’episodio in cui Garibaldi aveva accettato di condurre una nave con lavoratori cinesi dal Perù a Hong Kong per conto di un armatore genovese, anche se non è confermato da fonti certe storiografiche</p>



<p class="has-small-font-size">13) P. Franco,&nbsp;<em>MassacreRai la storia</em>, La Padania, 8 gennaio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">14)&nbsp;<em>Quell’inutile fiction su Anita</em>, La Padania, 28 gennaio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr.<em>&nbsp;Polemica a Milano. V Giornate “tricolori”? Il Carroccio frena: prima parliamone</em>, La Padania, 11 gennaio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr.&nbsp;<em>Cinque Giornate, Milano celebra la sua epopea</em>, La Padania, 16 marzo 2011</p>



<p class="has-small-font-size">17) A. Petacco,&nbsp;<em>Cavour considerava l’unità d’Italia una corbelleria</em>, La Padania, 6 gennaio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">18) F. Germinario,&nbsp;<em>Estranei alla democrazia. Negazionismo e antisemitismo nella destra radicale italiana</em>, BFS, 2001, p. 18. Sulla massoneria e sulla sua evoluzione in senso ‘sovversivo’, si veda L. Castro,&nbsp;<em>La massoneria tra tradizione e sovversione</em>, in Heliodromos, nuova serie, nn. 19-20-21, marzo 1983-giugno 1984</p>



<p class="has-small-font-size">19) J. Evola,&nbsp;<em>Due facce del nazionalismo</em>, La Vita Italiana, a. XVIII, n. 216, marzo 1931, p. 232</p>



<p class="has-small-font-size">20) J. Evola,&nbsp;<em>Rivolta contro il mondo moderno</em>&nbsp;[1934], Edizioni Mediterranee, 1993, p. 374</p>



<p class="has-small-font-size">21) P. Rada, recensione a P. Rauti e R. Sermonti,&nbsp;<em>Fascismo e Mezzogiorno</em>, Settimo Sigillo, 1990, Avanguardia, n. 139, estate 1997</p>



<p class="has-small-font-size">22) “[&#8230;] il risorgimento – scrive Evola – non fu un movimento nazionale che per accidente; esso rientrò nei moti rivoluzionari determinatisi in tutto un gruppo di Stati in conseguenza dell’importazione delle idee della rivoluzione giacobina. Il ‘48 e il ‘49, per esempio, ebbero un identico volto nei movimenti italiani e in quelli che si accesero a Praga, in Ungheria, in Germania, nella stessa Vienna asburgica, in base a un’unica parola d’ordine. Qui si ebbero semplicemente tante colonne dell’avanzata di un unico fronte internazionale, comandato dall’ideologia liberaldemocratica e massonica, fronte che aveva anche i suoi dirigenti mascherati”. J. Evola,&nbsp;<em>Gli uomini e le rovine</em>, Settimo Sigillo, 1990, pp. 117, 118</p>



<p class="has-small-font-size">23) Uno scivolone immaginario, n. f. [ma attribuibile a M. Murelli], Orion, n. 20, maggio 1986. Un concetto tutt’altro che nuovo: basti sfogliare altre testate affini o quelle del Centro studi Ordine nuovo per veder descrivere nella stessa maniera negativa Mazzini e Garibaldi, il primo violentemente contestato perché il suo “populismo” “esalta il moto ascensionale delle plebi e guarda con soddisfatto disprezzo a quello discendente delle aristocrazie”. M. Franchini,&nbsp;<em>Il ‘populismo’ di Mazzini è legato al pensiero democratico</em>, Ordine Nuovo, a. II, n. 10-11, ottobre-novembre 1956. Cfr. L. Romano,<em>&nbsp;Garibaldi,&nbsp;</em>in Heliodromos, nuova serie, n. 18, gennaio-febbraio 1983</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. P. Andriani,&nbsp;<em>Medio Evo: magnifica resistenza alla sovversione moderna</em>, Ordine Nuovo, a. II, n. 10-11, ottobre-novembre 1956</p>



<p class="has-small-font-size">25) M. Lattanzio,&nbsp;<em>Equivoche ‘introduzioni</em>’, recensione ad A. Romualdi, I<em>l Fascismo come fenomeno europeo</em>, con un’Introduzione di M. Veneziani, Settimo Sigillo, 1984, Orion, n. 16, gennaio 1986, p. 53</p>



<p class="has-small-font-size">26) Recensione a L. Tadolini,&nbsp;<em>Contro il Tricolore</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Aurora, a. VI, n. 2, febbraio 1994</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alle radici del fascioleghismo. Gli anni &#8217;90: il Carroccio e la destra radicale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-90-il-carroccio-e-la-destra-radicale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2016 08:56:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2459</guid>

					<description><![CDATA[Gli anni ’90 sono stati un decennio di grandi cambiamenti per l’Italia e l’Europa intera, visto l’inizio di una nuova fase a seguito del collasso del socialismo reale nell’Est; una fase che si caratterizzerà con l’avvio del neoliberismo, la globalizzazione e la sostituzione, in alcuni Paesi – come il nostro – della classe dirigente politica. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-46-febbraio-marzo-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 46, febbraio &#8211; marzo 2016)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-drop-cap">Gli anni ’90 sono stati un decennio di grandi cambiamenti per l’Italia e l’Europa intera, visto l’inizio di una nuova fase a seguito del collasso del socialismo reale nell’Est; una fase che si caratterizzerà con l’avvio del neoliberismo, la globalizzazione e la sostituzione, in alcuni Paesi – come il nostro – della classe dirigente politica. La Lega Nord, partito populista che inizia ad affermarsi grazie a Tangentopoli, cavalcando il malcontento popolare verso una partitocrazia corrotta, e in realtà una falsa opposizione al sistema, in quanto funzionale al nuovo corso economico: lo dimostrano le affermazioni di alcuni esponenti del Carroccio, come Franco Castellazzi (“Noi siamo per il liberismo della piccola e media impresa, a fianco del&nbsp;<em>siur</em>&nbsp;Brambilla, per dire, e non per quello di Gardini. Perché e nel modo di produrre della piccola e media impresa che noi ci riconosciamo, in cui troviamo i valori di vita, le tradizioni, la cura dell’ambiente che ci appartengono”, Il Giorno, 1o marzo 1991), Umberto Bossi (“Noi siamo ostili ai grandi gruppi, ma vogliamo che il liberalismo conviva con la società. Non abbiamo nulla contro il capitale multinazionale, vogliamo salvare altri valori”, Corriere della Sera, 7 novembre 1990); posizioni ribadite espressamente nel primo Congresso della Lega, dove la piccola e media impresa e assunta a “base sociale e civile contro l’inciviltà dei partiti”, come “spina dorsale dell’economia italiana”, senza alcun riferimento ai lavoratori (1).</p>



<p>Non mancano nemmeno appoggi da parte di quella stessa stampa straniera che sosterrà apertamente il modello di sviluppo neoliberista e i piani di risanamento proposti dai vertici della Ue e dal Fondo monetario internazionale – come il Wall Street Journal (4 ottobre 1991), che definisce il partito bossiano “il più influente agente di cambiamento della scena politica italiana”, o il settimanale britannico The Economist, che il 28 febbraio 1992 si spinge “addirittura oltre, invitando gli elettori italiani a dare il loro voto proprio alla formazione di Bossi oppure al Pri di La Malfa, considerati entrambi come gli unici fautori di rinnovamento all’interno del decadente panorama politico italiano” (2).</p>



<p>La fortuna della Lega Nord e spiegabile entro le dinamiche di questo scontro economico accennato nelle dichiarazioni dei vari esponenti del partito: una parte della borghesia produttiva vedeva con apprensione la nascente globalizzazione, e agiva di conseguenza. L’appoggio da parte dell’estrema destra e anch’esso funzionale, a creare un’arma di distrazione di massa con l’utilizzo di tematiche populiste atte a espandere verso il classico elettorato di sinistra il soggetto leghista. E in quegli anni, infatti, che i “caratteri di destra della Lega Nord” diventano “da subito evidenti, nonostante le pretese di Bossi di accreditare il mito di un nazionalismo padano trasversale alla tradizionale bipartizione dell’asse politico”, scrive lo studioso Ugo Maria Tassinari (3). E una caratteristica che tocca sia l’ala lombarda che quella piemontese, da cui partirà il flirt coi leghisti della rivista nazionalista rivoluzionaria&nbsp;<em>Orion</em>&nbsp;(4), che quella venetista incarnata dalla Liga Veneta.</p>



<p>Il Carroccio si avvicinerà palesemente all’estrema destra subito dopo la rottura con il centrodestra di Silvio Berlusconi, quando riscopre la sua identità padana e secessionista. Il ricercatore antifascista Saverio Ferrari e solito dire che la Lega inizia il suo viaggio nell’estrema destra nel 2002, con il suo quarto congresso ad Assago, quando il movimento assume ufficialmente la linea della difesa della purezza della razza padana contro la società multirazziale, per la necessita di difendersi dall’invasione extracomunitaria in corso, portatrice di contaminazioni di ogni genere, malattie comprese. Il giornalista nota dal palco la denuncia di un non meglio identificato complotto internazionale, “ordito da circoli finanziari, massoni e comunisti”, volto a intaccare “tradizioni culturali e religiose” allo scopo di favorire un indistinto cosmopolitismo (5), cioè il mondialismo (la critica da destra alla globalizzazione, riflessione nata negli anni ‘60 da Jean Thiriart, leader nazionalbolscevico di Jeune Europe, e rielaborata da certi esponenti della nouvelle droite e del radicalismo di destra (6).</p>



<p>Non solo: vengono rilevati degli stand librari dove sono venduti i testi di Julius Evola e quelli delle Edizioni di Ar di Franco Freda, e Ugo Maria Tassinari nota la presenza – non solo in quell’assise – di gadget particolari con figure come il Triskel, “un antico simbolo runico già adottato da alcune divisioni delle Waffen SS”, diffusissimo fra i giovani padani e i volontari verdi (7). E grazie a personalità di tale area che il movimento riscopre certe simbologie utilizzate per animare un senso di appartenenza. Il fenomeno pero non nasce nel 2002: casomai viene ufficializzato.</p>



<p>Alberto Sciandra, ex segretario provinciale della Lega Nord nella città piemontese di Cuneo, proveniente culturalmente dalla destra ultraradicale (era un assiduo frequentatore del Centro librario Barbarossa di Saluzzo, li dove c’erano le Edizioni Barbarossa e dove veniva pubblicata la rivista Orion di Maurizio Murelli) ammette, intervistato, che la decisione di iniziare a “giocare con il dio Po”, le adunate, gli alzabandiera, l’uso non più di Alberto da Giussano ma del Sole delle Alpi – introdotto da Gilberto Oneto, direttore dei Quaderni Padani ed ex vignettista della <em>Voce della Fogna</em> di Marco Tarchi, animatore della nuova destra italiana – e di determinati simboli e miti celtici (“la riscoperta del celtismo in salsa padana”), furono determinati da personaggi interni alla Lega Nord e provenienti dagli ambienti dal radicalismo di destra; persone che conoscevano molto bene l’importanza comunicativa ed emotiva di determinati simboli, e che riuscirono a convincere Bossi a incamminarsi su questa strada, giudicata, pero, da Sciandra, molto pericolosa: “Abbiamo giocato molto agli apprendisti stregoni e che nessuno si sia fatto male e stato davvero un caso”.</p>



<p>Anche l’uso delle Guardie Padane, secondo Sciandra, venne giudicato interessante, ma non come un mero servizio d’ordine bensì una realtà pericolosa, un movimento nel movimento, “le SA della situazione”. Sciandra fu uno degli organizzatori della prima manifestazione della Lega Nord alla sorgente del Po nel 1996, autore dello striscione<em> Dio lo vuole</em> (8).</p>



<p>Tornando ai temi affrontati al congresso leghista di Assago, notiamo che l’analisi di Ferrari pecca semplicemente perché va retrodatata: le collaborazioni sulle pagine de La Padania di personalita provenienti dalla nouvelle droite – come Alain de Benoist o Guillaume Faye, autore nel 1981 de&nbsp;<em>Il sistema per uccidere i popoli</em>, manifesto neodestrista dell’antimondialismo ristampato nel 1997 dalla Societa Editrice Barbarossa, quando Orion e organo di Sinergie europee, associazione rosso-bruna che univa destra radicale e l’ala piu dura della nuova destra europea – sono datate fra il 1998 e il 1999, quando infuria la guerra in Kosovo, denunciata da questi come un’ingerenza imperialista americana ordita dai poteri forti per espandere l’<em>American way of life</em>&nbsp;verso Est. E a Belgrado andranno alla corte di Slobodan Miloševic delegazioni leghiste e di Forza nuova – oltre ai Comunisti italiani di Cossutta e Diliberto, che pero stavano al governo con D’Alema, pur contestando l’intervento militare e manifestando una certa ambiguità.</p>



<p>Uno dei documenti del partito bossiano era intitolato, non casualmente,&nbsp;<em>Multiculturalismo, società multirazziale e mondialismo: il sistema per uccidere i popoli</em>, e riprendeva palesemente le tesi neodestriste; pubblicato dal Carroccio nel 1998, vi si leggeva che il mondialismo americano non e il naturale frutto insito nella natura stessa del capitalismo – come invece dicono i marxisti – ma un complotto anglo-americano-sionista, animato da lobby occulte per omogeneizzare i popoli attraverso il meticciato, il melting pot e l’immigrazione extraeuropea; la stessa tesi e riportata in un altro documento dello stesso anno,&nbsp;<em>Padania, identità e società multirazziali</em>, al n. II di&nbsp;<em>Enti padani locali federali</em>.</p>



<p>La riscoperta del celtismo accomunerebbe poi Orion e il Carroccio, che ha fatto proseliti anche in una frazione dell’estrema destra che si richiama giust’appunto all’esperienza nazionalbolscevica, i cosiddetti ‘partigiani europei’, eredi Thiriart, “una fazione dell’estrema destra, che, passando attraverso il neofascismo si e evoluta verso il nazionalismo rivoluzionario e l’estrema sinistra anti-sionista, libertaria e non dogmatica” (9), un filone che nel Carroccio viene riscoperto, oltre che dalla Libera compagnia padana di Oneto, dall’associazione identitaria Terra Insubre di Varese – impegnata a valorizzare il patrimonio storico ed etnico dell’area che va dall’Adda al Ticino e dal Po al Canton Ticino – e in moltissimi altri gruppi parte del movimento identitario che stanno nella Lega Nord.</p>



<p>Da li partono i contatti politici, datati sempre attorno al 1999, e il cemento di questo flirt fra radicalismo di destra e Lega Nord sarà – nel contesto citato – la critica all’immigrazione, al mondialismo e all’Islam, dagli strali contro i poteri forti e l’innaturale&nbsp;<em>liason</em>&nbsp;fra alta finanza, triplice sindacale e sinistra di governo. Quando verrà malmenato da militanti forzanovisti, in diretta tivù, il convertito all’Islam Adel Smith, la cosa verrà plaudita negli ambienti leghisti – ma non in quelli di un certo radicalismo di destra, che ruota intorno a riviste filoarabe come Avanguardia e Orion: la prima filo-iraniana, la seconda capace di proporre un’Eurasia delle regioni e delle comunita identitarie caratterizzata da una forte connotazione antiamericana, alleata alle forze nazionalcomuniste, tradizionaliste, integraliste dell’ex impero sovietico e della sfera islamica, una componente che ipotizzerà l’alleanza con il mondo dell’Islam (eccetto le petromonarchie, fondamentalismo ritenuto manovrato dalla Cia e dal Mossad) in chiave antimondialista.</p>



<p>L’altro legame e la difesa delle radici cristiane, portando a metter da parte o semplicemente a barcamenarsi con un certo neopaganesimo, e a flirtare con il cattolicesimo tradizionalista preconciliare, con i lefebvriani e altre realtà affini: per esempio, il Movimento universitario padano della Cattolica di Milano organizza convegni anticonciliari e anti-risorgimentali con l’Istituto Mater Boni Consilii, realtà legata a Sodalitium che promuove l’anti-giudaismo in voga nella Chiesa fino alla prima meta del Novecento.</p>



<p>Ma i legami – senza dilungarci in personalità vicine a Borghezio come Marco Rondini, segretario leghista della Martesana proveniente dalle file del Fronte nazionale di Franco Freda e poi vicino a Cuore nero, Max Bastoni, leader dei volontari verdi legatissimo a Borghezio, che gli donera per l’inaugurazione del Centro identitario Bassano del Grappa, centro sociale leghista, un’ascia bipenne, simbolo oltre che della tradizione europea utilizzato dal Centro studi Ordine nuovo di Pino Rauti e Clemente Graziani – portano il Carroccio a fare manifestazioni in comune con Forza nuova e Fiamma tricolore, cavalcando una serie di casi di cronaca nera a Milano nel 1999, e a proporre un referendum anti-immigrati, stringendo con tali partiti patti per raccogliere le firme.</p>



<p>Spulciando la rete, non era – e tutt’ora non e – insolito trovare forum dell’ultradestra con collaboratori che bazzicano o militano nella Lega Nord, come non e insolito imbattersi in siti di associazioni identitarie gravitanti attorno al Carroccio – alcune delle quali le abbiamo elencate qui e in altri articoli – che consigliano ai loro militanti letture ‘fondanti’ prese dai cataloghi delle Edizioni di Ar, Settimo Sigillo, Edizioni all’insegna del Veltro, Società Editrice Barbarossa e di molte altre case editrici della destra più estrema e radicale; a sottolineare innanzitutto che nella Lega Nord un filo nero – qui più volte accennato – esiste, e soprattutto che viene a crollare lo stereotipo della destra estrema composta da picchiatori semianalfabeti; uno stereotipo presente nell’antifascismo militante, che si limita all’eterna schedatura ma non comprende che oggi la battaglia e anche culturale.</p>



<p>Si era accorto di questa mancanza il prof. Giorgio Galli già nel lontano 1983, il quale partecipo al convegno “Nuova Destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta” tenutosi a Cuneo il 19-21 novembre 1982, insieme ad alcuni fra i maggiori intellettuali italiani riconducibili all’area politico-culturale della sinistra e a quella del liberalismo, come Nicola Tranfaglia, Marco Revelli, Gianni Vattimo, Costanzo Preve, Giovanni Tassani, Norberto Bobbio, Franco Ferraresi, Marco Nozza, riuniti con il presupposto di esaminare in maniera critica le varie novità provenienti dall’estrema destra italiana, per “approfondire senza pregiudiziali le idee e la prassi dell’avversario” (10). Peccato che i pregiudizi, invece, c’erano eccome.</p>



<p>Infatti, nel 1983, nell’introdurre il suo libro&nbsp;<em>La Destra in Italia</em>, il politologo milanese, dopo aver spiegato che la destra tout court non e affatto un corpo estraneo alla cultura europea o, peggio, una parentesi nella storia italiana (in barba alle tesi di Benedetto Croce) ma una risposta reazionaria a certe istanze progressiste (11), egli dirà la sua, criticando la metodologia dei colleghi che come lui a Cuneo analizzavano la destra di quegli anni, spiegando che negare l’esistenza di una cultura di destra sarebbe stato senz’altro deleterio per le ricerche e per la comprensione del fenomeno: “L’atteggiamento degli studiosi definiti o che si definiscono ‘democratici’ e questo: la cultura di destra non esiste, oppure e un insieme di concetti mal digeriti; essa non e quindi l’ambiente nel quale si formano giovani che hanno una certa visione del mondo o un certo sistema di valori; i giovani della destra sono una minoranza di squadristi pagati dagli industriali che vogliono combattere i sindacati. Mi chiedo se valeva la pena pubblicare in Italia decine di libri sulle origini e le ragioni di successo del fascismo, per poi ridursi a simili semplificazioni di fronte a un fenomeno attuale che lo studioso deve capire come tale, prima di decidere di osteggiarlo in tutti i modi come cittadino o, se si vuole, come intellettuale democratico”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. V. Moioli,&nbsp;<em>Il tarlo delle Leghe</em>, a cura della Associazione Culturale A. Gramsci, ed. Comedit 2000, 1991 e P. Griseri,&nbsp;<em>Nel Paradiso del senatur</em>, Il manifesto, 8 novembre 1992</p>



<p class="has-small-font-size">2) L. Costantini,<em>&nbsp;Dentro la Lega</em>, Euripes/Koinè, 1994</p>



<p class="has-small-font-size">3) U. M. Tassinari,&nbsp;<em>Fascisteria. Storia e mitografia della destra radicale in Italia</em>, Sperling &amp; Kupfer, 2008</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. M. L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-80-dalle-leghe-alla-lega/" data-type="post" data-id="2457">Alle radici del fascioleghismo. Gli anni ‘80: dalle leghe alla Lega</a></em>, Paginauno n. 44/2015</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. S. Ferrari,<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.osservatorionuovedestre.org/?p=1169" target="_blank">&nbsp;<em>Tra razzismi vecchi e nuovi l’evoluzione della Lega Nord</em></a>, Osservatorionuovedestre.org, 28 aprile 2004</p>



<p class="has-small-font-size">6) Il mondialismo per Jean Thiriart, è l’“espressione delle scadute concezioni dell’ideologia liberalborghese e dei suoi derivati che, partendo dalla considerazione che gli uomini sono uguali, ritengono che sia possibile stabilire delle regole generali, applicabili a tutti e in tutti i tempi”; J. Thiriart,<em>&nbsp;La grande nazione. 65 tesi sull’Europa</em>&nbsp;[1965], Società Editrice Barbarossa, 1993</p>



<p class="has-small-font-size">7) U. M. Tassinari, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">8) A. Sciandra, intervista rilasciata a F. Dalmasso il 10 dicembre 2005, ora in Le Leghe di S. Dalmasso, da C.I.P.E.C, Quaderno n. 17, Appunti sui partiti politici in provincia di Cuneo (1976-1992), ora in&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec34.htm" target="_blank">http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec34.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">9)&nbsp;<em>Manifesto politico del Partigiano europeo</em>, in Orion, a. VI, n.10, ottobre 1989. “Nell’area nazionalcomunista – rileva Tassinari – non esistono problemi di appartenenza religiosa e convivono tranquillamente cattolici tradizionalisti, pagani come Murelli, Battarra (che dichiarano di avere abbandonato da tempo i riti del solstizio), Carlo Terracciano (che usava il calendario romano e ha testimoniato autentico stoicismo preparandosi alla precoce morte per tumore con rigore e intensa spiritualità) e Alessandra Colla (cultrice di Ipazia, la prima martire del paganesimo), agnostici come Galmozzi [Enrico, ex fondatore di Prima linea, avvicinatosi nei primi anni ‘90 al gruppo ma poi allontanatosi successivamente, ritornando a posizioni intransigentemente antifasciste, n.d.a.] e musulmani come Mutti”; U. M. Tassinari, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">10) G. Quazza,&nbsp;<em>Introduzione ai lavori</em>, in Aa.Vv.<em>&nbsp;Fascismo oggi. Nuova Destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta</em>, in Notiziario dell’Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e provincia, n. 23, giugno 1983</p>



<p class="has-small-font-size">11) “La cultura della destra e le sue proposte politiche – scrive il professore – non sono un’escrescenza anomala del corpo socio-culturale dell’Occidente. Ne sono una componente da tre secoli minoritaria, che ciclicamente riaffiora come alternativa all’illuminismo riformista (compresa la sua componete cristiana), ogni volta che questa forma culturale basilare all’Ovest dal XVII secolo a oggi incontra difficoltà di riflessione o di progetto. La difficoltà dell’Occidente in questo scorcio di secolo consiste nel problema irrisolto del rapporto fra sviluppo e arretratezza in singoli ambiti nazionali, ma soprattutto a livello mondiale. I ‘limiti dello sviluppo’, per usare un’espressione tipica degli anni Settanta, coesistono con il sottosviluppo. È decisivo sottolineare [&#8230;] che il problema della ‘fame nel mondo’, sul quale si sono ultimamente impegnati i radicali, è un aspetto di questo dramma dell’Occidente. È nella famosa misura in cui l’illuminismo riformista (filone nel quale si colloca l’esperienza radicale) non trova a questo problema una sua soluzione, che la cultura e la proposta di una gerarchizzazione mondiale del radicalismo di destra potrebbe trovare spazio e consenso, come rilevo in sede di conclusione”; G. Galli,&nbsp;<em>La Destra in Italia</em>, Gammalibri, 1983</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alle radici del fascioleghismo. Gli anni &#8217;90: il Carroccio e la Nuova destra franco-italiana</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-90-il-carroccio-e-la-nuova-destra-franco-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2015 08:58:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2461</guid>

					<description><![CDATA[Nell’ultimo articolo (1) abbiamo analizzato le origini del cosiddetto&#160;fascioleghismo, negli anni ’80, ai tempi delle prime leghe regionali. Fu dalle pagine di&#160;Orion, una delle più importanti riviste della destra radicale italiana, che iniziò questa interessante sinergia, che porterà una parte dei suoi lettori e collaboratori, su diretto invito del fondatore del mensile, Maurizio Murelli, militante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-45-dicembre-2015-gennaio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 45, dicembre 2015 &#8211; gennaio 2016)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-drop-cap">Nell’ultimo articolo (1) abbiamo analizzato le origini del cosiddetto<em>&nbsp;fascioleghismo</em>, negli anni ’80, ai tempi delle prime leghe regionali. Fu dalle pagine di&nbsp;<em>Orion</em>, una delle più importanti riviste della destra radicale italiana, che iniziò questa interessante sinergia, che porterà una parte dei suoi lettori e collaboratori, su diretto invito del fondatore del mensile, Maurizio Murelli, militante dell’ultradestra milanese e in seguito editore e animatore della Società Editrice Barbarossa, nota casa editrice militante di destra, ad aderire alle leghe e in seguito alla Lega stessa, perché, a detta del direttore, nel panorama politico degli anni ’80, dominati dal pentapartito, sono percepite “come un mezzo per scardinare il sistema liberale, retto dalla partitocrazia”. Un nome su tutti? Mario Borghezio, che inizia a collaborare attivamente a questo progetto culturale (2).</p>



<p>La Lega Nord però, avvicinatasi sempre di più all’area di governo con Tangentopoli, mostra effettivamente il suo vero volto: pur predicando una netta differenza dagli altri soggetti politici, il progetto leghista, da un punto di vista economico, si allinea sempre di più al nuovo corso imposto dal sistema, proponendo soluzioni liberoscambiste. Il sodalizio di Orion, quindi, archivia quella fase e, parallelamente a questo flirt coi leghisti, accentua i rapporti con i soggetti nazional-europeisti a lei simili sparsi nel continente, con gli ambienti culturali della&nbsp;<em>nouvelle droite</em>&nbsp;franco-belga, specialmente con Robert Steukers e l’opposizione nazionalcomunista russa, guidata dal comunista Gennadij Zjuganov.</p>



<p>Orion e questi ‘camerati’ animeranno dal 1989 soggetti come il movimento Nuova azione e il Fronte europeo di liberazione, coordinamento continentale dei vari movimenti ‘nazionalisti rivoluzionari’ ispirati alle idee di Jean Thiriart, animatore negli anni Sessanta di Jeune Europe (dove militerà il giovane Borghezio), un movimento nazional-rivoluzionario che arriverà a proporre – tesi sposata da Orion dal 1986-87, con il Muro di Berlino in piedi, venendo tacciata di comunismo da ampi settori della destra dell’epoca – la nascita di un immenso “impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino” (3), l’Eurasia; suggestioni che vengono unite alle tesi enunciate negli anni ’30 dal generale Karl Haushofer, sostenitore dell’alleanza fra Germania e Russia per contrapporre il&nbsp;<em>kontinentalblok</em>&nbsp;(blocco continentale) eurasiatico alle “potenze oceaniche”, e che saranno studiate negli ambienti dello Stato Maggiore sovietico dagli anni Settanta, costituendo il perno delle idee geostrategiche di Aleksandr Dugin teorico eurasiatista scoperto in Italia dagli ambienti di Orion e poi sulle pagine della rivista&nbsp;<em>Eurasia</em>, alternativa antiamericana a&nbsp;<em>Limes</em>, e parte dell’entourage di Vladimir Putin (4).</p>



<p>Questo non significa che la Lega Nord smetterà di diventare d’un tratto un parziale punto di riferimento per certi settori del radicalismo di destra.<br>Tralasciando momentaneamente gli orionisti rimasti nel partito, che influenzeranno molte fasi della storia del Carroccio, andiamo ad analizzare nel dettaglio alcuni sodalizi interni al Carroccio animati da ex militanti di destra capaci di introdurre nel partito i temi del Grece (<em>Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne</em>), l’associazione culturale animata negli anni ’60 da Alain de Benoist, che elabora tutt’oggi il discorso metapolitico della nouvelle droite, su Paginauno più volte analizzato: una corrente di pensiero che elogia il regionalismo perché, scrive il belga Steukers, potrebbe costituire la “leva a una contestazione globale del sistema giacobino, direttamente ispirato dai Lumi” (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Nuova destra italiana e la Libera compagnia padana</h4>



<p>La Nuova destra italiana nasce negli anni ’70 in seno alla corrente rautiana del Msi. Il gruppo trae origini da un sodalizio animato nel 1974 da alcuni giovani esponenti del Fronte della gioventù di Firenze guidati da Marco Tarchi (all’epoca collaboratore delle Edizioni di Ar di Freda oltre che pupillo di Pino Rauti), i quali, dopo essere entrati in contatto con il Grece, animeranno una fanzine dissacrante,&nbsp;<em>La voce della fogna</em>, un tentativo di risvegliare l’ambiente dal mero nostalgismo. Che cosa meglio delle pubblicazioni edite dal Grece per rinnovare il Msi? Chi meglio di Pino Rauti, da tutti conosciuto come il più aperto alla cultura, per applicare il cosiddetto gramscismo di destra al partito?</p>



<p>La componente, nel 1977 darà vita al primo Campo Hobbit, tenutosi a Montesarchio, presso Benevento, l’11 e 12 giugno 1977, “il primo festival di musica, spettacolo e grafica dell’estrema destra”, ispirato ai raduni della sinistra come Parco Lambro, un omaggio a J.R.R. Tolkien, autore dell’opera fantasy&nbsp;<em>Il Signore degli Anelli</em>, saga ispirata alle leggende nordiche e ai romanzi medievali, dove magia, esoterismo, paganesimo, la venerazione&nbsp;<em>völkisch</em>&nbsp;per la natura e per la comunità, si fondono insieme. Infatti, “per i più avvertiti”, nota Tassinari in&nbsp;<em>Fascisteria</em>, “c’erano valori e contenuti importanti nel ‘camerata elfo’: le radici, la lotta del bene contro il male, il richiamo alle tradizioni europee, la contrapposizione tra spirito e materia, il senso forte della comunità”, un modo per uscire dal nostalgismo, unico perno identitario missino, costruendo così dei miti alternativi (l’identità) intorno ai quali aggregare una comunità militante.</p>



<p>Fra il 1978-1979 la Nuova destra animerà diverse esperienze editoriali come&nbsp;<em>Dimensione ambiente</em>, pubblicazione scientifica ed ecologista;&nbsp;<em>Eowyn</em>, periodico dell’alternativa femminile, che esalterà la femminilità contro il discorso del femminismo, ispirata a un personaggio femminile di Tolkien;&nbsp;<em>Machina</em>, consacrata allo spettacolo;&nbsp;<em>Dimensione cosmica</em>, incentrata su fantascienza e fantasy (vi scriveva Gianfranco De Turris, oggi presidente della Fondazione Julius Evola, curava i romanzi dell’Editrice Nord e dell’Urania, la collana di fantascienza della Mondadori);&nbsp;<em>Diorama letterario</em>&nbsp;ed&nbsp;<em>Elementi</em>, ispirato all’organo del Grece. L’obiettivo è rinnovare l’ambiente, e da lì partire, con un nuovo Msi egemonizzato da questi giovani intellettuali, meno di destra, più aperto, meno nostalgico, alla conquista della società civile italiana. L’espulsione del giovane Tarchi nel 1981, per aver pubblicato sulla Voce della Fogna una falsa pagina del Secolo d’Italia dove si sbeffeggiavano i leader del partito, porrà fine al progetto, dando il via a una serie di convegni dove non solo si contesterà la vecchia destra e il radicalismo di destra, ma si porranno le basi per questa corrente, imitando sempre più il modello metapolitico dei cugini francesi del Grece (6).</p>



<p>La corrente inizia a interessarsi al Carroccio nel 1990. L’integrazione europea, inoltre, spinge Alain de Benoist a interessarsi alla Lega, visti gli ottimi risultati del 1992. Nel gennaio 1993, su Diorama letterario, il filosofo contesta Maastricht perché aggrega i popoli dall’alto partendo da valori “materialisti”, “economicisti” e “illuministi” e non in virtù di un’identità basata sull’appartenenza, sul radicamento e su un “comune destino”. I popoli però non stanno a guardare: “ovunque” avvengono reazioni a Maastricht, visto che “le patrie carnali riprendono il sopravvento” e “a Ovest l’Italia regista l’ascesa delle leghe autonomiste”. De Benoist punta alla “possibilità di formare in Europa un’unità politica federativa, sulla base dei popoli e delle regioni” (7). Nel settembre 1993 esce un numero monografico del mensile dal tema<em>&nbsp;L’ipotesi federalista, una prospettiva per l’Europa dei popoli</em>. L’editoriale d’apertura del direttore, Marco Tarchi, è intitolato&nbsp;<em>Dalla riscoperta delle piccole patrie alla grande federazione dei popoli d’Europa</em>.</p>



<p>Vi sono anche contributi di leghisti come Irene Pivetti, cattolica tradizionalista filovandeana e, in seguito, presidente della Camera, e di Gianfranco Miglio, ideologo del Carroccio. Sono presenti interventi di intellettuali della Nuova destra, come il fiammingo Luc Pauwels, che propone il federalismo etnico “basato sull’autogestione, che si è sviluppato dal basso e nel quale i fattori culturali ed etnici hanno la priorità sui fattori tecnico-amministrativi” (8), e Robert Steukers, che sostiene l’ipotesi secessionista bossiana perché “l’Italia del Nord, senza il peso finanziario determinato dalla corruzione politica e dalle reti di rapporti, sarebbe prospera come la Germania, se non di più” (9). Inizia una fruttuosa collaborazione fra la Nuova destra europea e il Carroccio, con convegni organizzati in giro per il nord Italia, in comuni amministrati dalla Lega (10). Insomma, il filosofo della nouvelle droite non scopre la Lega con Salvini.</p>



<p>Interessante anche il fatto che uno degli ex collaboratori della Voce della Fogna, Gilberto Oneto, detto&nbsp;<em>Il Gamotta</em>, fumettista, inizierà a introdurre uno dei temi clou della Lega, ovvero la messa in discussione del Risorgimento, nel fumetto&nbsp;<em>Il Gamotta fa le pulci alla storia patria&#8230; a libera ruota su Gary Baldi,</em>&nbsp;una satira ai danni di Garibaldi e dell’epopea risorgimentale.<br>L’Italia moderna, marcia e decadente, si fonda su un patriottismo fittizio e massonico, e Garibaldi è dipinto come un individuo mediocre, onanista, un imbelle che unifica l’Italia solo grazie all’aiuto della massoneria, forza occulta che contamina l’Italia, manovrando le varie battaglie dei Mille per distruggere la tradizione e le piccole patrie aristocratiche d’<em>Ancient Régime</em>&nbsp;(11). Oneto aderirà poi al Carroccio, animando un’associazione, la Libera compagnia padana che, all’inizio dell’epopea secessionista, quando i vertici di via Bellerio intendono costruire il mito della Padania libera, darà un contributo essenziale.</p>



<p>Come nel XIX secolo gli Stati assoldano letterati, eruditi, accademici per forgiare discorsi di memoria atti ad animare una storia condivisa con lo scopo di “inventare” – e non semplicemente “inventariare”, visto che “all’alba del XIX secolo, le nazioni non hanno ancora storia [&#8230;]. Alla fine del secolo [però], esse sono in continuo possesso di un racconto continuo” – (12) entità nazionali che si ritenevano eterne, essenze precedenti a ogni esistenza, partorienti però una mitologia identitaria (13), in epoca più recente la Lega, per legittimare l’esistenza di una Patria padana, fa qualcosa di simile, dato che Oneto verrà addirittura nominato Ministro dell’Identità Padana nel Governo sole. L’organo di Oneto, i<em>&nbsp;Quaderni Padani</em>, è un bimestrale incentrato su “l’autonomia e l’unità della Padania” (14), cercando di tracciare “i confini fisici di una koinè come quella Padana, intesa come comunità etnoculturale e sociale che aspira a istituzioni coerenti anche dal punto di vista delle suddivisioni territoriali”.</p>



<p>I padani sono concepiti da Oneto come una “comunità umana [&#8230;] con numerosi punti di omogeneità etnica e linguistica [&#8230;] e uno dei dati essenziali fa riferimento alle comuni indoeuropee di tutta la popolazione formata dai discendenti dei liguri, veneti, celti e longobardi, le quattro stirpi che hanno contribuito in forma prioritaria e pressoché esclusiva alla formazione del comune patrimonio genetico dei padani” (15). Nel bimestrale vi sono numerosi articoli revisionisti sul passato celtico, longobardo e germanico dei padani (16), sulle insorgenze antigiacobine fra la fine del XVIII secolo e i primissimi anni del XIX secolo, strumentalizzate dall’estrema destra evoliana per contestare la modernità vigente, utilizzate dalla Lega Nord per innalzare le piccole patrie cancellate dal centralismo giacobino e massonico, processo simile, secondo i leghisti, al mondialismo, che annichilisce le piccole realtà locali in nome dell’universalismo, innalzandone le istanze vocaliste in ambito culturale (17).</p>



<p>Abbondano, inoltre, le nostalgie al passato imperiale asburgico, vero Impero delle patrie, che secondo Oneto tutelava le minoranze etniche, compresi i padani (18). Ma il riferimento alla nuovelle droite è diretto: nel n. 43/44 del 2002 viene pubblicato un articolo di de Benoist intitolato&nbsp;<em>Europa e mondializzazione</em>. Il leader del Grece ripete ai lettori leghisti che il federalismo deve sempre e comunque collegarsi all’idea di Impero: “Solo il federalismo ‘dal basso’, detto [&#8230;] federalismo integrale o societario, fondato su una applicazione rigorosa del principio di sussidiarietà, può permettere – facendo partire la costruzione europea dal livello comunitario, locale e regionale – di scongiurare allo stesso tempo impotenza e livellamento.</p>



<p>Occorre disfarsi di quella visione statalista e assolutista che ha per troppo tempo impedito di pensare l’esercizio della democrazia all’interno di un quadro diverso da quello dello Stato-nazione, che ha dappertutto fatto crescere l’uniformità, la relegazione nel privato dei legami sostanziali fra i membri delle diverse comunità, la soppressione dei radicamenti concreti e delle appartenenze particolari, la centralizzazione e la concentrazione dei poteri nelle mani di una Nuova Classe di gestori e di tecnici. [&#8230;] i piccoli Stati europei devono federarsi fra di loro [&#8230;] i grandi devono federarsi all’interno delle grandi frontiere. Si tratta di trovare i corpi intermedi soppressi da secoli di giacobinismo e di far risorgere una vita locale fondata su dei valori condivisi e oggi minacciata dalla razionalità anonima, dai valori mercantili e dalla globalizzazione. [&#8230;] si tratta in una certa misura di immaginare un’altra globalizzazione. Non una globalizzazione orientata verso l’omogeneo, verso la diffusione uniforme di valori mercantili, ma una globalizzazione fondata sulla conservazione della diversità [&#8230;], la formazione di grandi spazi continentali autocentranti, la pluralità delle potenze, l’economia locale, la democrazia partecipativa (e non più solo rappresentativa) e il principio di sussidiarietà” (19).</p>



<p>Abbiamo anche delle ‘sviste’, che rivelano come su Quaderni padani non vi siano solo riferimenti a una cultura come la Nuova destra, ormai estranea ai vari miti totalitari del XX secolo – si pensi a Edoardo Zarelli, animatore di Arianna Editrice, ecologista e decrescista convinto, autore di articoli dove è evidente come la sua percezione di ‘nuova sintesi’ cerchi di coniugare ecologismo profondo, decrescita, radicamento identitario e critica verso la modernità – ma anche riferimenti al nazifascismo: è il caso della ristampa di un saggio pubblicato nel marzo 1943 su&nbsp;<em>Signal</em>, la “rivista delle forze armate dell’Asse pubblicata durante la seconda guerra mondiale in numerose lingue europee” (20), intitolato&nbsp;<em>Noi Europei. Wir, die Europäer</em>, che “descrive con grande chiarezza l’idea di Europa fatta di nazioni-stato che si era venuta formando in taluni ambienti intellettuali nazisti. Il documento è estremamente importante perché rivela una corrente di pensiero di cui molto poco è stato detto ma molto in certe visioni contemporanee e nei progetti di uomini, gruppi e partiti che pure parrebbero essere ideologicamente antitetici all’ambiente culturale di cui Signal era il coerente prodotto” (21).</p>



<p>Ma questo non è che uno dei sodalizi padanisti che introducono nella Lega temi etnocentrici mutuati dalla Nuova destra o dal neofascismo. E neanche uno dei più radicali. La sua esistenza, però, indica, dato che Oneto aveva incarichi ‘istituzionali’ e la sua rivista era sponsorizzata su La Padania e Radio Padania – uno dei collaboratori è Andrea Rognoni, vicino a Borghezio, speaker dell’emittente di partito – che la presenza di queste sottoculture all’interno del Carroccio non avveniva all’insaputa dei vertici di via Bellerio, ma era da questi patrocinata, rivelando quindi che la Lega Nord si barcamenava fra un modello centrista e liberale, propenso a catturare il consenso dei ceti moderati e, all’occorrenza, allearsi con il centro-destra, e la destra radicale. Non va tralasciato il fatto che non è una prerogativa della sola Lega: anche nella vecchia Alleanza nazionale – e oggi in Fratelli d’Italia – e nello specifico nella destra sociale (basti spulciare le pagine culturali del Secolo d’Italia o di Area), abbondavano i contatti con la destra radicale militante, la stessa che Fini sosteneva estranea al suo progetto di destra moderna e democratica; segno che il vecchio retaggio almirantiano del Msi, un partito che indossa simultaneamente il doppiopetto moderato, tirando fuori il manganello della militanza dura al momento opportuno, non è affatto tramontato.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. M. L. Andriola, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-80-dalle-leghe-alla-lega/" data-type="post" data-id="2457">Alle radici del fascioleghismo. Gli anni ’80: dalle leghe alla Lega</a></em>, Paginauno n. 44, ottobre-novembre 2015</p>



<p class="has-small-font-size">2) Il direttore del mensile, spiegando ai lettori l’avanzata della Lega lombarda in alcuni comuni della provincia di Varese e di Bergamo a scapito di Dc e Pentapartito, parla di “etnocrazia alla riscossa”, sostenendo che “è pur vero che il discorso politico-culturale che va sfiorando [la Lega] è di estremo interesse e di estrema sintonia con le posizioni già espresse in Orion, almeno potenzialmente. Per questa ragione invitiamo i nostri lettori lombardi ad avvicinarsi alla Lega apportando il loro contributo per una visione più profonda della concezione etnocentrica”. M. Murelli,<em>&nbsp;Etnocrazia alla riscossa</em>, in Orion, a. IV, n. 3, marzo 1988</p>



<p class="has-small-font-size">3) Jean Thiriart, ex membro delle Waffen-SS, divisione Wallonien, e attivo sostenitore dell’Oas, imposta questo nuovo movimento con l’intento di liberare l’Europa dal dominio sionista e da quello russo-americano, unendo così “l’Europa da Brest a Bucarest”, illustrata nel libro-manifesto&nbsp;<em>Un impero di 400 milioni di uomini, l’Europa</em>, scritto nel 1964. Dal 1965 Jeune Europe si sposterà gradualmente a ‘sinistra’, divenendo “un’organizzazione nazional-rivoluzionaria e poi nazional-comunista, alla perenne ricerca di un’alleanza con gli Arabi nasseriani, i Palestinesi, i Cinesi di Chu En-lai, i Romeni di Ceausescu ecc.” (Cit. in Aa.Vv.,<em>&nbsp;Léon Degrelle fascista per Dio e per la Patria</em>, Barbarossa, 1999, p. 57</p>



<p class="has-small-font-size">4) Nelle analisi di Dugin – rielaborazione del tradizionalismo di René Guénon e Julius Evola, della scuola eurasiatista russa di Trubeckoj e Gumilëv e del bizantinismo di Konstantin Leont’ev – partendo dalle posizioni di Haushofer, il&nbsp;<em>kontinentalblok</em>&nbsp;è percepito come una “casa eurasiatica” antiatlantica, fortemente spirituale, dove il popolo russo è visto come l’erede del “turanismo”, la “psicologia-ideologia imperiale nomade” trasmessa a Mosca dall’Orda d’Oro, individuando nella Russia il “cuore del mondo” (l’<em>Heartland</em>&nbsp;haushoferiano) attorno al cui centro geometrico, ricavato dall’intersezione del 60º meridiano est con il circolo polare artico, ruoterebbero le “peregrinazioni dell’anima umana”, una “geografia sacrale” tratta dalle opere dello storico francese Gaston Georgel, allievo di Guénon, spingendolo a ricavare il concetto di Leont’ev di&nbsp;<em>novyj sojuz</em>&nbsp;(nuova alleanza) fra Islam e cristianesimo ortodosso contro Occidente liberale decadente (A. Dugin,&nbsp;<em>Continente Russia</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, 1991, pp. 63,64; 33; 22-24; 6); tesi che si sommano al nazional-europeismo di Jeune Europe, a quelle di Alain de Benoist (nonostante fra questi e Dugin, pur nella reciproca stima, vi siano differenze) e a una parziale rivalutazione del ruolo geopolitico di Stalin e dell’Unione Sovietica (al punto di collaborare nei primi anni ’90 con il Pc russo di Gennadij Zjuganov alla stesura del libro-manifesto di quest’ultimo,&nbsp;<em>Stato e Potenza</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, 1998), la cui esistenza è vista come una continuità fra la Russia pre-rivoluzionaria e quella successiva, la cui caduta è giudicata come una iattura, l’inizio della penetrazione euro-atlantista verso est e la possibile instaurazione del “nuovo ordine mondiale” americano, l’omologazione mondialista del globo, tutte tesi che la rivista Orion propagandò per anni</p>



<p class="has-small-font-size">5) R. Steukers, Introduzione, in G. Faye,<em>&nbsp;Il sistema per uccidere i popoli</em>, Barbarossa, 1997, p. 22</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. gli atti dei seguenti convegni: Apiù Mani,&nbsp;<em>Proviamola nuova</em>, atti del convegno “Ipotesi e strategie di una ‘Nuova destra’”, L.Ed.E., 1980; Apiù Mani,&nbsp;<em>Al di là della destra e della sinistra</em>, atti del convegno “Costanti ed evoluzioni di un patrimonio culturale”, L.Ed.E., 1982; Apiù Mani,&nbsp;<em>Occidente: decadenza di un mito</em>, L.ed.E., 1982; Apiù Mani,&nbsp;<em>Le forme del politico</em>, La Roccia di Erec, 1984</p>



<p class="has-small-font-size">7) A. de Benoist,&nbsp;<em>L’Europa oltre Maastricht</em>, in Diorama letterario, n. 164, gennaio 1993, p. 4</p>



<p class="has-small-font-size">8) L. Pauwels,&nbsp;<em>Il lungo cammino dopo Maastricht: dalla Cee all’impero federale europeo</em>, in Diorama letterario, n. 171, settembre 1993, p. 19</p>



<p class="has-small-font-size">9) R. Steukers,&nbsp;<em>Verso l’unità europea attraverso la rivoluzione regionale?,</em>&nbsp;in Diorama letterario, n. 171, settembre 1993, p. 42</p>



<p class="has-small-font-size">10) Diorama pubblicizzerà un interessante dibattito fra la Lega Nord e de Benoist tenutosi a Gorizia l’11 dicembre 1993 e organizzato dalla locale giunta regionale leghista intitolato&nbsp;<em>Dopo Maastricht, quale Europa? Prospettive e scenari per l’unità europea</em>, dove il presidente della provincia Monica Marcolini e l’assessore alla Cultura e alle Politiche di confine Raoul Lovisoni, leghisti, mostrandosi in sintonia con il filosofo, sostengono che all’Europa serve “un pensiero forte transmoderno da opporre al pensiero debole postmoderno”, che tenga presente che “tutta la cultura europea subisce il fascino del ‘mitopoietico’ dove il fatale, il sacro, il fantastico, l’identitario, prendono il sopravvento sulle normali coordinate illuministico-razionaliste”. E. D’Erme,&nbsp;<em>Un federalismo imperiale. Lega e Nuova Destra si sono incontrate a Gorizia. Stesse parole, nemici e proposte. Invitato d’eccezione, il filosofo francese Alain de Benoist&nbsp;</em>, in il manifesto, 15 dicembre 1993</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr.<em>&nbsp;Il Gamotta fa le pulci alla storia patria… a libera ruota su Gary Baldi,</em>&nbsp;in La Voce della Fogna, n. 14, giugno 1977</p>



<p class="has-small-font-size">12) A.-M. Thiesse,<em>&nbsp;La creazione delle identità nazionali in Europa</em>, Il Mulino, 2001, p. 127</p>



<p class="has-small-font-size">13) Per Benedict Anderson l’idea nazionale partorisce una mitologia che si declina sotto aspetti differenti: mito di origine, mito di continuità e mito di destinazione. Cfr. B. Anderson,&nbsp;<em>Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi</em>, Manifestolibri, 2000</p>



<p class="has-small-font-size">14)<em>&nbsp;Un’associazione per la Padania</em>, n. f., in Quaderni Padani, n. 1, estate 1995, p. 2</p>



<p class="has-small-font-size">15) G. Oneto,&nbsp;<em>L’invenzione della Padania</em>, Foedus, 1997, pp. 156, 157 e 169</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. M. G. Montagna,<em>&nbsp;La Terra di Mezzo. Il recupero del celtismo padano</em>, in Quaderni Padani, n. 2, autunno 1995, pp. 1-4; B. Maggi,&nbsp;<em>Anche i Celti possono aiutarci a ottenere l’indipendenza</em>, in ivi, n. 6, luglio-agosto 1996, pp. 20-23; E. Percivaldi,&nbsp;<em>L’alfabeto Ogam: un’espressione originale della cultura celtica</em>, in ivi, n. 11, maggio-giugno 1997</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. F. Grisolia,&nbsp;<em>Viva Maria! Le insorgenze antigiacobine in Liguria</em>, in Quaderni Padani, n. 20, novembre-dicembre 1999, pp. 29-30; A. Rognoni,&nbsp;<em>Per una geofilosofia delle Insorgenze padane</em>, in ivi, n. 29, maggio-giugno 2000, pp. 1-4; M. Pintus,&nbsp;<em>Insorgenze piemontesi e partigiani ‘barbetti’ dell’epoca napoleonica</em>, in ivi, pp. 33-37; O. Sanguinetti,&nbsp;<em>Le insorgenze popolari contro-rivoluzionarie in Lombardia nel periodo napoleonico</em>, in ivi, pp. 41-47; F. Bonaiti,&nbsp;<em>Le insorgenze antigiacobine bergamasche (29-30 marzo 1797)</em>, in ivi, pp. 48-49; A. Mestriner Benassi,&nbsp;<em>La Vandea estense</em>, in ivi, pp. 57-62; G. Oneto,&nbsp;<em>Quegli autonomisti di duecento anni fa</em>, in ivi, pp. 81-84; R. Bracalini,&nbsp;<em>La scuola e l’istruzione negli Stati preunitari</em>, in ivi., n. 33, gennaio-febbraio 2001, pp. 32-37</p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. G. Oneto,&nbsp;<em>L’aquila d’Europa</em>, in Quaderni Padani, n. 31, settembre-ottobre 2000, pp. 20-28; M. de Leonardis,&nbsp;<em>Francesco Giuseppe I: sovrano esemplare di un Impero provvidenziale</em>, in ivi, pp. 29-35; C. Galimberti,&nbsp;<em>Lombardo-Veneto e Impero asburgico</em>, in ivi, n. 40, marzo-aprile 2002, pp. 14-23</p>



<p class="has-small-font-size">19) A. de Benoist,<em>&nbsp;Europa e mondializzazione,</em>&nbsp;in Quaderni Padani, a. VIII, n. 43-44, settembre-dicembre 2002, p. 65</p>



<p class="has-small-font-size">20) Sulla storia della rivista nazionalsocialista Signal rimando a F. Guidali,&nbsp;<em>Il fotogiornalismo tedesco. Il caso di Signal</em>, in Forme e modelli del rotocalco italiano tra fascismo e guerra, atti del convegno “Attualità, cultura e politica: forme e modelli del rotocalco italiano tra fascismo e guerra”, a cura di R. De Berti &#8211; I. Piazzoni, XIII, Cisalpina, 2009, pp. 377-412</p>



<p class="has-small-font-size">21) Introduzione a G. Wirsing,<em>&nbsp;Noi Europei. Wir, die Europäer</em>, in Quaderni Padani, n. 43-44, settembre-dicembre 2002, p. 149</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alle radici del fascioleghismo. Gli anni &#8217;80: dalle leghe alla Lega</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alle-radici-del-fascioleghismo-gli-anni-80-dalle-leghe-alla-lega/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2015 07:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2457</guid>

					<description><![CDATA[(Paginauno n. 44, ottobre &#8211; novembre 2015) Sembra che la stampa italiana abbia scoperto solo poco prima delle elezioni europee del maggio 2014 il fenomeno del&#160;fascioleghismo, cioè l’interazione politica fra piccole realtà palesemente neofasciste come CasaPound Italia e la Lega Nord diretta da Matteo Salvini, erede di Umberto Bossi, capace di proiettare un fenomeno caratterizzatosi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-44-ottobre-novembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 44, ottobre &#8211; novembre 2015)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Sembra che la stampa italiana abbia scoperto solo poco prima delle elezioni europee del maggio 2014 il fenomeno del&nbsp;<em>fascioleghismo</em>, cioè l’interazione politica fra piccole realtà palesemente neofasciste come CasaPound Italia e la Lega Nord diretta da Matteo Salvini, erede di Umberto Bossi, capace di proiettare un fenomeno caratterizzatosi fin da subito per la peculiarità del localismo in ambito nazionale, un ambizioso progetto atto a creare il ‘Fronte Nazionale’ italiano. Il grosso della stampa però, dimentica che il Carroccio intrattenne apertamente rapporti con certi settori della destra radicale negli anni ’90, nel periodo del suo massimo isolamento politico, dopo aver rotto col centrodestra. Ma questo è quello che ufficialmente viene detto da analisti, politologi e reporter avvezzi e accorti, che non si limitano ad analizzare l’attualità, ma scavano nelle emeroteche, negli archivi online dei quotidiani e scovano certe similitudini. Cambiano i nomi, e ieri era Flavio Tosi, leghista doc e animatore di una Verona&nbsp;<em>nera</em>, aperta alle più radicali anime della destra nazionale e degli skinheads, a essere additato come l’uomo dell’ala dura ma presentabile di via Bellerio, mentre oggi la stampa lo dipinge come moderato, leader della lista&nbsp;<em>Fare</em>!, progetto bocciato alle regionali e alternativa al ‘radicale’ Salvini, amico dei fascisti del III millennio. Ma le radici del&nbsp;<em>flirt</em>&nbsp;coi leghisti non nascono né oggi, né negli anni ’90, ma agli albori del fenomeno leghista.</p>



<p>Affronteremo il tutto – anche se più volte ne abbiamo parlato sulle pagine di Paginauno, ponendo l’attenzione al caso europeo, alla&nbsp;<em>nouvelle droite</em>&nbsp;di Alain de Benoist e alla sua attenzione per l’etnonazionalismo e il populismo identitario, fra cui la Lega Nord – in una serie di approfondimenti storico-politologici, che analizzeranno pezzo per pezzo, decennio per decennio, la fascinazione leghista per il neofascismo e il radicalismo di destra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Orion e il flirt coi leghisti: una rivolta contro il mondialismo moderno</h4>



<p>Le primissime leghe regionali, “formazioni politiche emerse nel corso degli anni ottanta nei contesti regionali a statuto ordinario nel Nord [che] esprimono rivendicazioni ispirate all’autonomia territoriale e all’antagonismo verso il sistema politico tradizionale” (1), hanno una carica antisistemica che ben si coniuga con temi cari e congeniali alla destra radicale come l’identitarismo, il rifiuto dell’immigrazione, la derivante omologazione etnoculturale, la messa in discussione dell’unità d’Italia (soggetto ‘massonico’) e della partitocrazia liberale.</p>



<p>Una delle più interessanti iniziative politico-culturali in seno al radicalismo di destra nel nostro Paese è stato il mensile&nbsp;<em>Orion</em>, nato nel 1984 come un bollettino di informazioni bibliografiche, edito dalla Società Editrice Barbarossa di Maurizio Murelli (2), vicino alle posizioni di Franco Freda. Attivo nella polemica contro il ‘mondialismo’ – come a destra viene definita la globalizzazione neoliberista (3) – a Orion – proprio perché la rivista si poneva come una cassa di risonanza dei temi discussi nell’area, rifiutando qualsiasi percorso politico-organizzativo – collaborarono quasi tutti i più significativi esponenti del radicalismo di destra italiano, e la rivista fu tra i primi periodici a dare spazio alle tematiche negazioniste, creando una rubrica apposita sull’argomento, affidata a Carlo Mattogno. Ancora negli ultimi anni ha pubblicato articoli di Robert Faurisson, esponente più rappresentativo del negazionismo europeo. Su quasi ogni numero non mancano, infine, articoli antisionisti, percepito sia come ‘potere occulto’ che come forza di occupazione in Palestina. Dopo avere appoggiato il regime islamico di Teheran, le attenzioni dei redattori si spostarono verso i circoli e le riviste ‘nazionalcomuniste’ russe, la cosiddetta area rosso-bruna, comprendente i veterostalinisti del Pcfr e i vari nazionalisti neozaristi – fra cui il teorico eurasiatista Aleksandr Dugin.</p>



<p>Negli anni ’90 il mensile è diventato espressione italiana del gruppo di Synergies européennes (Sinergie europee), un’aggregazione di natura culturale che ha visto la confluenza di esponenti del radicalismo di destra e quelli più radicali della nouvelle droite, fra i quali il fiammingo Robert Steuckers. Sul modello del Grece di de Benoist, Orion e Synergies européennes organizzavano annualmente le Università d’estate per simpatizzanti, una scelta critica verso l’approdo sincretico&nbsp;<em>et-et,</em>&nbsp;e nell’edizione del 2000, tenutasi a Gavirate (Varese), vennero poste le basi per CasaPound. Pochi, però, sanno che Orion, fra la fase nazionalista rivoluzionaria e quella rossobruna, ha un flirt con le prime leghe, divenendo uno dei principali laboratori di tale avvicinamento. Infatti prima della nascita della rivista, Murelli, attorno alla Società Editrice Barbarossa, nel 1979 dà vita al Centro culturale Barbarossa di Saluzzo (Cuneo), dove l’editore era in semilibertà vigilata, un sodalizio originalmente legato a Freda e alle Edizioni di Ar, formato da ex ordinovisti e personalità provenienti dal gruppo torinese di Europa civiltà, altro gruppo di estrema destra. Orion diviene il laboratorio politico privilegiato per tale fenomeno.</p>



<p>In Piemonte infatti, fra i primi partiti localisti spicca il Moviment d’arnàssita piemontéisa, detto Lista Piemont, guidato da Roberto Gremmo, che nelle prime tornate elettorali – che corrispondono al primo periodo di vita del Centro culturale Barbarossa – prenderà risultati piuttosto deludenti, cioè lo 0,80% alla regionali del 1980, lo 0,58% alle politiche del 1983 e lo 0,39% alle europee del 1984 (solo 0,75% alla lista sardista e l’Union Valdotaine). L’esplosione del ‘piemontesismo’ avviene nel 1987, quando Piemont (Gremmo) raccoglie l’1,85% (7.000 voti), mentre un’altra lista scissionista, Piemont autonomista di Gipo Farassino – affiancato dall’avvocato Mario Borghezio, ex direttore di&nbsp;<em>Orion-finanza,</em>&nbsp;inserto del mensile murelliano, ex militante dell’organizzazione nazionalcomunitarista Jeune Europe e frequentatore del Centro culturale Barbarossa – ottiene il primo dato significativo, cioè il 3,41% (13.000 voti), superando in provincia partiti storici quali il Psdi, il Msi e altre formazioni ‘nuove’, come i radicali e i verdi.</p>



<p>La scissione di Piemont autonomista – che in teoria avrebbe dovuto indebolire il piemontesismo – è dovuta alla strategia isolazionista di Gremmo, critico verso una strategia unitaria a favore della federazione delle varie leghe nel Nord Italia. L’affermazione avviene in contemporanea al crollo della Liga veneta, che non andrà oltre lo 0,73%, mentre si registrerà l’affermazione della Lega lombarda, che prende l’1,8% ed elegge un senatore, Umberto Bossi, e un deputato, Giuseppe Leoni (4). Da notare che ben “prima del riassetto del panorama politico realizzatosi nel 1994, nella Lega Nord confluirono risorse umane e soprattutto organizzative provenienti dall’ala destra della vecchia Dc e soprattutto dal Msi” (5), senza contare la destra radicale.</p>



<p>Piemont autonomista si caratterizza per la ricerca di interlocutori settentrionali senza abbandonare i temi etnocentrici, com’è evidente dal convegno tenutosi a Torino lo stesso anno, in cui viene stabilito che “l’identità etnico-culturale piemontese è uguale a tutela e salvaguardia della lingua, della cultura, dei modi di essere e dei valori; è senso civile della convivenza, della legalità, dello Stato di diritto, per la difesa dei diritti naturali delle etnie”. Il concetto di etnia è simile a quello di&nbsp;<em>razza:</em>&nbsp;“I diritti naturali delle etnie affondano le loro radici nel tempo dell’evoluzione storica. [&#8230;] L’etnia va intesa come un momento evolutivo-biologico-socio-culturale unitario. [&#8230;] Queste realtà biologiche e queste realtà etno-culturali non sono mai state percepite dalle ideologie tradizionali” (6). La regione, infatti, “è concretamente quel che la nazione non sempre è, il contesto entro cui si affermano le culture minoritarie. Il regionalismo, l’etnismo, sono nomi moderni dell’eterna rinascita delle patrie carnali” (7). La destra radicale infatti, all’astrazione della sinistra contrappone idee-forza reali, concrete, come la Nazione, la Razza, il Sangue, il Suolo e l<em>’Heimat</em>, che non necessitano di spiegazioni razionali, che possono invece essere agitati ed evocati giacché le parole “alla fine si rivelano più limitative che rappresentative delle idee” (8).</p>



<p>Il minimo comune denominatore con Orion fa sì che dal 1987 si assiste sul mensile a un maggiore interesse per il regionalismo e il leghismo, e si concretizza quando Murelli pubblica nel numero di novembre il&nbsp;<em>Manifesto dell’Etnocrazia</em>, in cui si dichiara che il radicamento etnoidentitario che parte dal basso, cioè dai quartieri, dai municipi, dalle città e dalle regioni, è l’unico mezzo per smuovere le acque stagnanti dell’impasse di un’Italia uscita duramente e con grandi difficoltà dagli anni di piombo (9). Seguirà quella che potrebbe apparire una penetrazione che ha fra le sue figure chiave Alberto Sciandra, studente universitario e poi dirigente leghista piemontese (cofondatore della sezione di Cuneo nel 1989 e di quella di Saluzzo, candidato alle comunali di Cuneo nel 1990, poi consigliere comunale e segretario provinciale nel 1992-1998), il futuro on. Guido Rossi (teorico dell’alleanza antimondialista con l’Islam, “che la destra radicale ha scoperto vent’anni prima della sinistra”) e Francesco Littera, anche se a fondare nel 1989 la prima sezione leghista a Cuneo – la prima in provincia, guarda caso, è a Saluzzo – contribuiranno personalità provenienti da diversi ambienti politici, ex Psi, ex liberali, ex Dc e addirittura ex comunisti.</p>



<p>La figura di Mario Borghezio – che “a parte la sua militanza con Giovane Europa assieme a Claudio Mutti (tra gli altri) è poi stato contiguo a On in modo particolare legatissimo a Salvatore Francia [&#8230;] Ferratissimo in Mondialismo e Trilateral [&#8230;] Fu lui – spiega Murelli – a fornirmi la prima lista dei componenti quando le liste erano segrete” (10), apparse su Orion-finanza nel n. 3, giugno 1985 – era un po’ diversa da quella di oggi: filoislamico e ferocemente antigiudaico, il suo interesse per l’Islam, protrattosi durante il primo governo Berlusconi, quando Borghezio, all’epoca sottosegretario alla Giustizia, si batte per un concordato fra Stato italiano e Unione delle comunità islamiche italiane, è archiviato con gli attentati dell’11 settembre 2001 (11), sposando le tesi<em>&nbsp;fallacciane</em>&nbsp;della maggioranza, forti anche negli ambienti della destra cattolica, una lobby forte nel Carroccio (12).</p>



<p>Il leghista Scianda non nasconde le sue posizioni, “un po’ le suggestioni della nuovelle droite francese, un po’ il tradizionalismo alla Julius Evola”, e approda alla destra radicale – frequentando a Saluzzo il Centro culturale Barbarossa – nonostante il background familiare, padre partigiano ferito in combattimento – come reazione al&nbsp;<em>sinistrismo</em>&nbsp;dei coetanei. È grazie alla lettura di Evola che Sciandra “fa discendere la sua scelta di scegliere la&nbsp;<em>via del guerrier</em>o in contrapposizione alla&nbsp;<em>via del sacerdote</em>&nbsp;[due vie dell’uomo previste da Evola,&nbsp;<em>n.d.a.</em>], la scelta, cioè, di fare politica” (13), frequentando il circolo di Saluzzo con l’amico Rossi dopo aver frequentato il gruppo Piero Micca, una società di rievocazione storica composto da figuranti con divise dell’esercito piemontese del 1705–1706, che ricostruivano l’assedio di Torino. La conoscenza della storia locale, l’esaltazione di episodi passati carichi dell’inequivocabile emotività potevano essere usati come&nbsp;<em>miti</em>&nbsp;aggregativi e spesi nell’arena politica, spiega Marco Tarchi, politologo e ideologo della Nuova destra, sottolineando l’urgenza di “saper creare&nbsp;<em>miti fondatori</em>, quindi di aver&nbsp;<em>capacità mitopoietica</em>, e di saper esprimere una<em>&nbsp;liturgia</em>, una sorta di&nbsp;<em>rito comunitario</em>” (14).</p>



<p>Le leghe regionaliste vengono viste dal sodalizio attorno a Orion come un mezzo per scardinare il sistema liberale, retto dalla partitocrazia. Murelli, spiegando ai lettori l’avanzata della Lega lombarda in alcuni comuni della provincia di Varese e di Bergamo a scapito della Dc e del Pentapartito, parla di “Etnocrazia alla riscossa”. Il direttore sostiene che “è pur vero che il discorso politico-culturale che va sfiorando [la Lega] è di estremo interesse e di estrema sintonia con le posizioni già espresse in Orion, almeno potenzialmente. Per questa ragione invitiamo i nostri lettori lombardi ad avvicinarsi alla Lega apportando il loro contributo per una visione più profonda della concezione etnocentrica” (15).</p>



<p>Fra il 1987 e il 1989 Orion pubblicizzerà eventi culturali patrocinati dalle varie leghe regionali, ma pure dall’Union valdotaine schierata a sinistra, e alle elezioni europee del 1989 la rivista dedicherà un’intera pagina pubblicando il seguente appello: “Alle consultazioni per l’elezione del Parlamento europeo si presenteranno alcune liste autonomiste. La nostra indicazione è quella di votare per esse. Non è certamente attraverso queste votazioni che riusciremo a riscattare il destino europeo, ma un piccolissimo contributo lo si può dare utilizzando il voto a favore delle leghe autonomiste siano esse lombarde o sarde. Quantomeno si provocherà profonda irritazione nel sistema partitocratico nazionale e, in caso di successo, oltre a scompaginare i disegni partitocratici, si getteranno le premesse per un tipo di politica radicata al suolo, agli usi e costumi delle diverse popolazioni. Noi ci batteremo per un’Eurasia delle mille bandiere, un’Eurasia senza più nazioni colonizzatrici, confini territoriali imposti a tavolino dal Mondialismo. Contribuiamo tutti alla distruzione dei partiti! Votiamo per le leghe autonomiste tanto al nord quanto al sud! Contribuiamo a scardinare la logica mondialista!” (16).</p>



<p>Quella di Orion è quindi una fase&nbsp;<em>padanista</em>, neocelticista che innalza<em>&nbsp;tutte</em>&nbsp;le regioni etniche a baluardo contro l’omologazione mondialista, arrivando a pubblicizzare&nbsp;<em>Etnie</em>, periodico nato nei primi anni ’80 che si batte per la difesa dei dialetti e delle tradizioni locali di tutto il globo – il cui direttore parteciperà a un numero di&nbsp;<em>Diorama letterario</em>&nbsp;(17), organo della Nuova destra italiana – comunicati della Lega lombarda e recensioni di libri di collaboratori che si avvicineranno in seguito al leghismo (18).</p>



<p>Ma l’attrazione per il soggetto animato da Umberto Bossi, che con Tangentopoli inizia la sua ascesa, comincia a scemare quando la Lega diventa un fenomeno di massa. La redazione si accorge che con la caduta del Muro di Berlino il capitalismo, la struttura, per sopravvivere necessita di cambiamenti radicali in ambito sovrastrutturale, archiviando lo Stato-nazione, l’interventismo statale e puntando tutto su un sistema liquido, federale, funzionale al libero mercato. Il primo ad accorgersi di tutto è il collaboratore Renato Pallavidini, ex esponente del Pci cossuttiano (vicino negli anni ’80 a Interstampa e all’Associazione culturale marxista) passato al fascismo rosso e poi al nazionalcomunismo: il suo background marxista gli permette di spiegare che la Lega Nord è funzionale al disegno mondialista.</p>



<p>I motivi che spingono Bossi a fare politica sono tutt’altro che solidaristi e sociali: “&#8230; da un lato un vergognoso sentimento antimeridionale [&#8230;], dall’altro la volontà egoistica e godereccia di poter usufruire senza problemi, e per intero, di questa ricchezza; una volontà, questa, che è lo specchio fedele di un modello di società individualistica, e frantumata in una miriade di interessi corporativi e reciprocamente contrapposti” (19). Il Carroccio è espressione degli umori di vasti settori di ceti medi e di piccola borghesia, e “può diventare uno strumento delle trame politiche del capitale finanziario italiano e delle forze imperialiste e mondialiste”. Le istanze autonomiste sono funzionali alla logica capitalista come quelle che avevano condotto il grande capitale ad appoggiare il fascismo per poi sovvertirlo definitivamente, trasformandolo in un movimento antiproletario – Pallavidini, vicino al socialismo nazionale e alla Cisnal, in quota rautiana, elogia il fascismo-movimento e non il fascismo-regime.</p>



<p>La Lega, caratterizzata dalla presenza delle classi medie e da un carattere filo-capitalista e neoliberista, seguirebbe la stessa identica logica: “Nel ’22 dalla protesta dei ceti medi nacque il fascismo-regime, oggi sono sorti la Lega Nord e il vento separatista, ma nella sostanza si riproduce, entro forme politiche, programmi, valori diversi, un medesimo ribellismo piccolo-borghese che, privo di una guida cosciente, orientato spontaneamente su un falso obiettivo strategico, rappresentato dalla sola classe politica, può diventare uno strumento del potere economico” (20). Non solo: le manovre economiche dei primi anni ’90 in senso neoliberale – svalutazione della lira, privatizzazioni in vista del Trattato di Maastricht ecc. – servono a “rafforzare i grandi gruppi capitalistici nazionali e transnazionali: modifica la struttura del pubblico impiego, del sistema sanitario, di quello pensionistico, liberando risorse per gli investimenti privati e sottraendole a stipendi e pensioni”. La Lega Nord, col suo liberismo, continua a esistere perché non fa paura ai poteri forti: “Sino a oggi lo hanno lasciato crescere (Bossi), e in parte la Lega serviva a distruggere, al Nord, il consenso sociale ed elettorale dei vecchi partiti, sulle ceneri si vogliono costruire quelle riforme e quel nuovo su cui ci siamo dilungati” (21), un nuovo che predica il libero mercato a destra quanto a sinistra.</p>



<p>Orion abbandonerà in parte il filoleghismo quando si renderà conto che le tesi di Pallavidini sono tutt’altro che infondate, e che la Lega Nord, avvicinandosi sempre di più alla stanza dei bottoni, avrebbe abbandonato ben presto il discorso etnocratico per sposare temi poujadisti, antifiscalisti e apertamente neoliberisti. Lo dimostrano le affermazioni di alcuni esponenti del Carroccio, come Franco Castellazzi, che dichiara: “Noi siamo per il liberismo della piccola e media impresa, a fianco del&nbsp;<em>siur</em>&nbsp;Brambilla, per dire, e non per quello di Gardini. Perché è nel modo di produrre della piccola e media impresa che noi ci riconosciamo, in cui troviamo i valori di vita, le tradizioni, la cura dell’ambiente che ci appartengono” (Il Giorno, 1º marzo 1991). O quelle di Umberto Bossi, che afferma: “Noi siamo ostili ai grandi gruppi, ma vogliamo che il liberalismo conviva con la società. Non abbiamo nulla contro il capitale multinazionale, vogliamo salvare altri valori” (Corriere della Sera, 7 novembre 1990). Concetti ribaditi espressamente nel primo Congresso della Lega, dove la piccola e media impresa è assunta a “base sociale e civile contro l’inciviltà dei partiti”, come “la spina dorsale dell’economia italiana”, senza alcun riferimento ai lavoratori salariati (22).</p>



<p>Senza contare quanto scrive la stampa straniera, come il Wall Street Journal (4 ottobre 1991), che definisce il partito bossiano “il più influente agente di cambiamento della scena politica italiana”. Il settimanale britannico The Economist, il 28 febbraio 1992, si spinge “addirittura oltre, invitando gli elettori italiani a dare il loro voto proprio alla formazione di Bossi oppure al Pri di La Malfa, considerati entrambi come gli unici fautori di rinnovamento all’interno del decadente panorama politico italiano” (23). Tutte posizioni che sembrano cozzare col solidarismo di Orion.</p>



<p>Il flirt coi leghisti sembra aver termine, nonostante nel 1993, per le amministrative a Milano, Orion appoggi la lista civica Federalismo (2.247 voti, corrispondenti allo 0,3%), sostenendo la candidatura di Piero Bassetti, mentre Carlo Terracciano – orionista proveniente dalla Nuova destra, introduttore della geopolitica e dell’eurasiatismo sulle pagine del mensile – è in lista a Firenze per il Movimento autonomista toscano. Ma con il partito di Bossi le cose cambiano. Di fronte a una Lega Nord che cerca di presentarsi come forza antisistemica fondandosi sul neoliberismo – contro il centralismo e l’assistenzialismo di&nbsp;<em>Roma ladrona</em>&nbsp;ai danni del nord produttivo – il gruppo, disilluso da ogni progetto politico parlamentare, decide di sperimentare&nbsp;<em>nuove sintesi</em>&nbsp;molto più radicali rispetto a quelle precedentemente viste: all’Est, nella Russia postcomunista di Boris El’cin, diviene possibile concretizzare l’idea unendo al tutto le suggestioni geopolitiche introdotte sul mensile da Terracciano nel 1986-1987. Da quel momento Orion diventa il laboratorio per un’eresia&nbsp;<em>politicamente scorretta</em>, il nazionalcomunismo, trasformandosi in “Mensile di opposizione globale” (dal n. 99, dicembre 1992, archiviando così la precedente dicitura di “Organo di stampa del Fronte Antimondialista”) e divenendo, come recita la copertina del n. 100, gennaio 1993, “un punto rosso nella galassia nera, un punto nero nella galassia rossa”. Nasce così il nazionalcomunismo.</p>



<p>Attorno a Orion si coagulerà definitivamente il grosso della galassia rosso-bruna italiana, costituendo la più importante rivista dell’area. Ciò non pone tuttavia fine al flirt di tutta la destra radicale o di certi suoi settori più intellettualmente colti con il fenomeno leghista. Chiusa la parentesi di Orion, altri soggetti, come la Nuova destra di Marco Tarchi, si interesseranno al Carroccio, movimento ancora federalista e localista&#8230;</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) I. Diamanti,&nbsp;<em>La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico</em>, Donzelli, 1993</p>



<p class="has-small-font-size">2) Maurizio Murelli (Milano, 12 ottobre 1954), militante della destra radicale meneghina, ricordato soprattutto come uno dei protagonisti del giovedì nero di Milano, era iscritto al Msi dal 1969. Nel settembre 1972 iniziò a frequentare gli ambienti dei neofascisti milanesi che si davano ritrovo in piazza San Babila. Il 12 aprile 1973 partecipò agli scontri tra neofascisti e forze dell’ordine, nel cosiddetto giovedì nero di Milano, che culminarono con la morte dell’agente di polizia Antonio Marino, colpito al petto da una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, altro militante di piazza San Babila. Murelli fu arrestato assieme a Loi, incriminato per aver gettato le bombe, anche se non fu lui il responsabile della morte di Marino. Fu infine condannato a diciotto anni di reclusione. Durante la prigionia collaborò al bollettino clandestino Quex, promosso da detenuti neofascisti, promotore dello ‘spontaneismo armato’, prima di animare il mensile Orion. Cfr. M. Griner,<em>&nbsp;Anime nere</em>, Sperling &amp; Kupfer, 2014</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. M. Fraquelli,&nbsp;<em>A destra di Porto Alegre. Perché la Destra è più noglobal della Sinistra</em>, Rubbettino, 2005. Il mondialismo è “un’ideologia, un progetto, una tendenza [&#8230;] parte integrante di progetti variamente formulati da diverse organizzazioni tra di loro alleate e concorrenti al tempo stesso; che il Governo Mondiale è un progetto perseguito e non realizzato; che comunque queste organizzazioni hanno un potere enorme e controllano diversi Paesi attraverso mezzadri insediati nei governi, attraverso l’Alta Finanza, il sistema bancario, il sistema creditizio, l’infiltrazione in organismi come l’Onu, il Gatt, l’Unicef ecc.; esse controllano inoltre la totalità dei mezzi di informazione e cercano di agire in modo discreto per plasmare menti e condizionare caratteri; lavora per lo sfruttamento intensivo del Terzo Mondo; lavora attraverso il controllo geopolitico, geofinanziario, geoenergetico; lavora per distruggere culture e popoli, per omologare, omogeneizzare, appiattire, uniformare”. M. Murelli,&nbsp;<em>Fisionomia ed essenza del mondialismo</em>, in Orion, n. 74, novembre 1990</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Repubblica, 17 giugno 1987, e i vari commenti sui quotidiani nazionali. Cfr. G. Galli,&nbsp;<em>I partiti politici italiani (1943-2004</em>), Bur, 2004</p>



<p class="has-small-font-size">5) A. Trabucco,&nbsp;<em>Il sistema politico a Cuneo – Dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia</em>, tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, a.a. 2002-2003</p>



<p class="has-small-font-size">6)<em>&nbsp;Convegno sulle autonomie a Palazzo Lescaris / Autonomie perché?</em>, in Piemont Autonomista, n. 1, gennaio 1988</p>



<p class="has-small-font-size">7) A. de Benoist,&nbsp;<em>Le idee a posto</em>, Napoli, Akropolis, 1983</p>



<p class="has-small-font-size">8) F. G. Freda,&nbsp;<em>Il cattiverio e le beatitudini</em>, in Gruppo di Ar,<em>&nbsp;Totalità sociale e comunità organica</em>, Edizioni di Ar, 1982</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr.&nbsp;<em>Manifesto dell’Etnocrazia</em>, in Orion, a. IV, n. 11, novembre 1987. Il flirt coi leghisti viene accennato da U. M. Tassinari, nel suo<em>&nbsp;Fascisteria. Storia, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia,</em>&nbsp;Sperling &amp; Kupfer, 2008</p>



<p class="has-small-font-size">10) M. Murelli, dichiarazione rilasciata a U. M. Tassinari, in www.ugomariatassinari.it 27 maggio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">11) Il ‘voltafaccia’ è denunciato dallo stesso Murelli, che scriverà: “Un personaggio stomachevole che riempie sempre più spesso il video è l’onorevole padano Mario Borghezio, che oggi fa della guerra al terrorismo e all’Islam la sua bandiera di lotta. Un altro che ha fatto presto a cambiare cavallo. Il lettore deve sapere che tra il 1985 e il 1990 l’onorevole Borghezio era ospite a casa mia praticamente tutte le settimane. Fu l’ideatore di Orion-finanza, supplemento a Orion. Anch’io passavo per terrorista e più di me passava per terrorista Claudio Mutti che amorevolmente Borghezio soprannominava ‘Muttim’ e della cui amicizia, fin dai tempi di Giovane Europa, menava vanto. Dunque, oltre a frequentare amabilmente me, Salvatore Francia (più volte accusato di essere il terrorista numero uno di Ordine Nuovo), Adriana Pontecorvo (sempre di Ordine Nuovo) e Oggero di Carmagnola (che stampava una rivista intitolata, ma guarda caso, Jihad); oltre ad accompagnarsi a sedicenti ‘colonnelli’ del fantomatico Stato del Sahara Occidentale Spagnolo; oltre a essere accusato lui stesso di atti terroristici (e, mi pare di ricordare, processato) per una lettera anonima della Falange armata inviata all’allora giudice di Torino Violante; ebbene, a parte queste ‘pericolose’ ed ‘equivoche’ frequentazioni ciò che lo contraddistingueva era la sua ideologia ferocemente antiamericana e antigiudaica. Oggi, e cito lui perché è il più insopportabile nei suoi atteggiamenti provocatori e mistificatori di bassa lega, è diventato come molti altri campione dell’intransigenza anti-islamica”. M. Murelli,<em>&nbsp;Occidente fronte infame</em>, in Orion, ottobre 2001. Al quotidiano dei Ds dirà: “Io, in semilibertà, mi ero stabilito a Saluzzo. Là avevo fondato Orion, punto di ritrovo di tante persone di destra. [&#8230;] Borghezio era un giovane avvocato con origini di estrema destra, aveva il pallino del complotto giudaico-massonico. [&#8230;] Poi, purtroppo, sono stato io a consigliargli di entrare in Lega. Quel movimento era agli albori. Qualcuno di noi lo considerava una pagliacciata. Altri no. Io ho detto a Mario: prova a entrare, mi pare che in Lega si stia concentrando il discorso delle tradizioni, dell’identità&#8230; È entrato, fine anni Ottanta. Dopo un po’ l’ho perso di vista. E me lo ritrovo capovolto. [&#8230;] Non avrei mai pensato che arrivasse a quest’odio per l’Islam, a questa difesa delle radici cristiane. È inspiegabile, è un nonsenso. [&#8230;] Perché le radici che consideravamo, allora, erano semmai pagane. [&#8230;] E comunque l’islamismo è rispettatissimo”. M. Murelli, dichiarazione rilasciata a M. Sartori,&nbsp;<em>Borghezio: Fascio, Lega e Bastone. Ora è il campione della lotta all’Islam ma un tempo gridava al complotto giudaico-massonico</em>, in l’Unità, 23 ottobre 2002</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. M.L. Andriola,&nbsp;<em>Chiesa e Lega: una storia di amore e odio</em>, in Lettera43, 12 agosto 2015</p>



<p class="has-small-font-size">13) A. Sciandra, dichiarazione rilasciata a F. Dalmasso, Cuneo, 18 gennaio 2006, in S. Dalmasso,&nbsp;<em>Le Leghe</em>, da C.I.P.E.C – Quaderno n. 17 – Appunti sui partiti politici in provincia di Cuneo (1976 – 1992), <a href="http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec34.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec34.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) M. Tarchi,&nbsp;<em>Dalla politica al “politico”: il problema di una nuova antropologia</em>, in A più mani,&nbsp;<em>Al di là della destra e della sinistra</em>, LEdE, 1982</p>



<p class="has-small-font-size">15) M. Murelli,&nbsp;<em>Etnocrazia alla riscossa</em>, in Orion, a. IV, n. 3, marzo 1988</p>



<p class="has-small-font-size">16)<em>&nbsp;Elezioni europee</em>, n.f., in Orion, aprile 1989</p>



<p class="has-small-font-size">17) G. Fiocchi,&nbsp;<em>Lumbard, parlemm lumbard</em>, in Etnie, n. 13, gennaio 1987 e, per un’analisi più completa, R. Biorcio,&nbsp;<em>La Padania promessa</em>, Il Saggiatore, 1997</p>



<p class="has-small-font-size">18) Mi riferisco a<em>&nbsp;Noi, celti e longobardi</em>&nbsp;di Gualtiero Ciola, in arte Walto Hari, esponente del Movimento odinista che, oltre a collaborare a Orion, parteciperà all’esperienza dei<em>&nbsp;Quaderni Padani&nbsp;</em>dell’ex neodestrista Gilberto Oneto e a La Padania, occupandosi di etnografia e storia locale, o pubblicando reportage sui movimenti indipendentisti d’Europa, come quello nordirlandese, dando voce a Gerry Adams, lo storico leader dell’Ira; occupandosi dei fiamminghi, dei bretoni o di movimenti affini al gruppo di Orion; pubblicizzando le relative feste etniche che si svolgevano in Europa, come il Festival Interceltico che si teneva a Lorient, in Bretagna, che dava voce al movimento bretone, o la kermesse fiamminga Diksmuide. Nel 1988 Marco Battarra – socio di Murelli e all’epoca proprietario della Bottega del fantastico, libreria di area e nuova redazione di Orion dopo il trasferimento del suo fondatore da Saluzzo a Cusano Milanino – riguardo a Diksmuide, in un monografico dedicato al Movimento Fiammingo (in copertina la Torre d’Yser, il vessillo fiammingo, e il motto “Combatti con noi per costruire l’Europa dei popoli, lotta con noi per costruire l’Europa Etnica”), la descrive come “&#8230; una favolosa festa [&#8230;] [a cui] abbiamo fraternamente partecipato: noi – i soli italiani presenti, assieme a un rappresentante della Lega lombarda – e numerosi rappresentanti di altri gruppi, europei, sudafricani, avvolti dalla sempre calorosa accoglienza dei camerati fiamminghi, nostri fratelli di lotta. Qui la birra scorre a fiotti, le fanciulle sono bionde e belle, i giovani sfilano con le bandiere al suono di trombe e tamburi. Diksmuide è il crogiolo della futura Europa dei popoli, l’Europa nella quale andremo a testa alta e capelli al vento”. M.B. [M. Battarra], Diksmuide 1988, in Orion, ottobre 1988</p>



<p class="has-small-font-size">19) R. Pallavidini,<em>&nbsp;Lega Nord e dintorni</em>, in Orion, dicembre 1991</p>



<p class="has-small-font-size">20) R. Pallavidini,<em>&nbsp;Elezioni ’92: un’analisi</em>, in Orion, nuova serie, aprile 1992</p>



<p class="has-small-font-size">21) R. Pallavidini,<em>&nbsp;Italia novembre 1992</em>, in Orion, nuova serie, novembre 1992</p>



<p class="has-small-font-size">22) Cfr. V. Moioli,&nbsp;<em>Il tarlo delle Leghe</em>, a cura della Associazione Culturale A. Gramsci, ed. Comedit 2000, 1991 e P. Griseri,<em>&nbsp;Nel Paradiso del senatur</em>, Il manifesto, 8 novembre 1992</p>



<p class="has-small-font-size">23) L. Costantini,&nbsp;<em>Dentro la Lega</em>, Euripes/Koinè, 1994</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lega Nord: a destra la nazione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lega-nord-a-destra-la-nazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 08:46:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[casapound]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2483</guid>

					<description><![CDATA[La svolta di Salvini: da Roma ladrona al nazionalismo di destra]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-42-aprile-maggio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 42, aprile &#8211; maggio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La svolta di Salvini: da Roma ladrona al nazionalismo di destra</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Quel che era palese sin dalle elezioni europee del giugno 2014, si è concretizzato alla manifestazione della Lega Nord a piazza del Popolo a Roma il 27 febbraio 2015, quando al Carroccio – e a Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale di Giorgia Meloni, ex leader di Azione giovani – si è aggiunto il movimento neofascista CasaPound Italia.</p>



<p>Il movimento fondato all’inizio degli anni Novanta da Umberto Bossi dalle ceneri della galassia autonomista italiana e oggi guidato da Matteo Salvini, europarlamentare ed ex consigliere comunale a Milano, ha così pubblicamente sancito quello che i lettori di Paginauno sanno da diverso tempo, e cioè che la Lega Nord, pur ufficialmente estranea alla classificazione di movimento di estrema destra, intrattiene da parecchio tempo contatti con quell’ambiente, dall’estrema destra più culturalmente preparata e colta – la&nbsp;<em>nouvelle droite</em>&nbsp;animata dal filosofo Alain de Benoist – a quella più militante, movimentista e sociale, che palesemente si rifà al fascismo o, addirittura, al nazismo.</p>



<p>La Lega, abbandonate momentaneamente le parole d’ordine sull’indipendenza della Padania, oggi punta a caratterizzarsi sempre più come partito ‘patriottico’ alla pari del Front national francese, e Salvini si incorona, di fronte a un ormai vetusto e politicamente impresentabile Berlusconi, leader rampante del suo ‘ideale e nuovo’ centrodestra, caratterizzato in senso nazional-populista e con un orientamento maggiormente connotato a destra, quella più estrema. Basta, quindi, con un centrodestra che ufficialmente è prono ai vertici della Ue; basta con le figure rassicuranti e moderate come i Fini, gli Alfano, i Cicchitto, i Brunetta, i Casini, i Buttiglione ecc., che caratterizzarono – e alcuni caratterizzano tuttora – il classico centro-destra italiano. Ora di poli moderati – in teoria, sempre che la situazione non evolvi – ne abbiamo due: uno con l’epicentro in via Bellerio e con Salvini leader, l’altro simile a quello tradizionale che tutti conosciamo, con epicentro ad Arcore e Berlusconi leader, e Ncd come forza benpensante a fianco.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Da Roma ladrona a Piazza del Popolo</h4>



<p>Il grosso della stampa italiana è rimasta sorpresa per la presenza di CasaPound alla manifestazione romana, svoltasi in uno dei&nbsp;<em>sancta sanctorum</em>&nbsp;della sinistra storica nazionale, Piazza del Popolo, dove partiti come il Pci, il Psi e i sindacati concludevano, durante la cosiddetta Prima Repubblica, le loro manifestazioni. Insomma, un altro segno di una sinistra che non c’è più e che sta perdendo terreno ogni giorno che passa. In piazza, oltre ai ragazzi di CasaPound e a Fratelli d’Italia, ad affiancare i leghisti si sono viste anche delegazioni dell’ultradestra francese, come i federalisti del Bloc Identitaire, ispirati al movimentismo dei “fascisti del III millennio” e al modello populista della Lega Nord, i nazional-populisti del Front e altri ancora. Dal palco è stato anche letto un messaggio della presidente del Front national francese Marine Le Pen, per evidenziare l’unità d’intenti.</p>



<p>Sventolando bandiere della Federazione russa – nuovo faro per una Lega e un populismo europeo in odore di antimondialismo e antiamericanismo, che fa il tifo per Vladimir Putin, difensore della sovranità territoriale russa, del proprio spazio geopolitico e delle tradizioni – la Lega salviniana sembra ritrovare se stessa (1), un flirt che ha origini antiche e presente anche in altri soggetti simili in Europa (2).</p>



<p>Nel Carroccio sono sempre convissute due anime: una liberale, moderata e di Palazzo, l’altra – che ha in Mario Borghezio una delle sue icone – di lotta e di governo, animatrice di ronde contro rom e immigrati e capace, da sempre, di intessere relazioni con l’ultradestra, ieri con Forza nuova, Fiamma tricolore e il Fronte sociale nazionale, oggi con i ragazzi di Iannone e Di Stefano; i quali, partiti dalla sede di via Napoleone III all’Esquilino, sono transitati a Villa Borghese, in piazzale delle Canestre e da lì sono arrivati in Piazza del Popolo, portando in testa le gigantografie dei due marò, Girone e Latorre. &#8220;Salvini è assolutamente l’unico leader da contrapporre a Renzi. Non ce ne sono altri oggi in Italia e dobbiamo sostenerlo con tutte le nostre forze, e sono sicuro che vinceremo&#8221;.</p>



<p>A nulla sono valse le dichiarazioni antifasciste – comiche per chi conosce un po’ la storia della Lega – di Umberto Bossi, il quale, di fronte all’alleanza con CasaPound, dice: “Io non avrei potuto mai farlo [l’alleanza con il movimento di Iannone,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] per la storia di partigiani combattenti della resistenza della mia famiglia”, sostenendo poi che “non c’è un’alleanza, questa è un’alleanza transitoria perché quando sei circondato&#8230;”, forse dimenticando che il flirt fra neofascismo e leghismo è vecchio quanto il Carroccio stesso – Borghezio viene da lì, per esempio – e in alcuni comuni, come la Verona di Tosi, oggi espulso dal partito perché ‘moderato’, il partito ha sdoganato le intese con la destra radicale già dagli anni ’90.</p>



<p>Quindi, la figura di Tosi come alternativa a Salvini, così com’è costruita dai mass media, è quantomeno singolare: come dimenticare lo sdoganamento&nbsp;<em>tosiano</em>&nbsp;di Piero Puschiavo, oggi imprenditore veronese di estrema destra ma ieri leader di primo piano del Veneto fronte skinheads-Vfs (ex missino poi in Fiamma tricolore), recentemente animatore di Progetto Nazionale, un contenitore&nbsp;<em>nero</em>&nbsp;apertamente sostenuto dal sindaco&nbsp;<em>moderato</em>?<br>Come dimenticare Andrea Miglioranzi, anch’egli nel Vfs e dirigente di Progetto Nazionale insieme a Massimo Piubello (capogruppo lista Tosi in consiglio comunale), arrestato per istigazione all’odio razziale, musicista – come Gianluca Iannone di CasaPound – della band nazi-rock dei Gesta Bellica (con testi emblematici, come&nbsp;<em>Il capitano</em>, dedicato all’ex capitano delle SS Erich Priebke;&nbsp;<em>8 settembre</em>, che recita: “Io sono camicia nera: la mia patria è la mia bandiera”, e testi antisemiti e xenofobi come: “Tu, ebreo maledetto, giudeo senza patria” o “Furti, droga, musi neri, tutto questo non mi va: Potere bianco, sola possibilità”) e nominato dal sindaco responsabile dell’Istituto storico della Resistenza! (3).</p>



<p>“Vogliamo andare a governare. L’Italia merita di più”, sostiene Salvini sul palco. “Ambisco a parlare a tutti, anche ai delusi di Renzi e agli ex grillini”, ormai in crisi e sprovvisti – a differenza della Lega – di un forte retroterra culturale. Matteo Salvini sul palco si presenta in maniera del tutto distinta dai classici politici. Vuole apparire come un comune cittadino. “Non temo disordini – ha poi aggiunto – Roma è una città civile, una città stupenda, colorata, arrabbiata ma pacifica”. Parlando del premier democratico Renzi, a cui l’iniziativa è stata dedicata (#Renziacasa, come recita l’hashtag), Salvini ha fatto rilevare che quest’ultimo “sta svendendo all’Europa gli ultimi pezzi di aziende sane italiane. Le svende all’Europa e alle multinazionali”, mentre il Carroccio sta “con le piccole e medie imprese”, cioè la colonna vertebrale dell’economia italiana, oberata non solo dalla crisi ma dalla stessa globalizzazione (4).</p>



<p>L’unica opposizione scesa in piazza contro i leghisti e i loro alleati è quella delle associazioni antirazziste, dei gruppi antifascisti e dei centri sociali, raccolti in corteo attorno allo slogan #MaiconSalvini e dietro il grido: «Salvini, Roma non ti vuole». La critica del fronte antisalviniano si è limitata al razzismo xenofobico&nbsp;<em>fascioleghista</em>&nbsp;e alla presenza della pattuglia di CasaPound, marginale ma decisamente in vista. Scrive il giornalista di Internazionale, Alessandro Leogrande: “A formare una macchia nera alla destra del palco ci sono i fascisti di CasaPound: stretti, compatti, con i loro anfibi paramilitari e i bomber neri, i cappelli di lana e gli occhiali da sole, le celtiche e i tricolori. Il blocco nero è ben riconoscibile anche perché ai suoi lati i militanti del servizio d’ordine indossano una canotta rossa con la tartaruga, simbolo del movimento. Accanto a loro spuntano, numerose e immacolate, le bandiere di ‘Sovranità-Prima gli italiani’, blu con delle spighe di grano gialle. È il nuovo contenitore politico lanciato da CasaPound per allargare la propria base e venire incontro al nuovo leghismo nazionale. Insieme alle bandiere hanno issato una foto alta due metri del fuciliere Massimiliano Latorre, uno degli eroi indiscussi della giornata” (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il nuovo laboratorio leghista e nazionalista</h4>



<p>Oltre a ‘Sovranità’, la Lega ha lanciato nel centro-sud il movimento ‘Noi con Salvini’, un tentativo tutt’altro che inedito dato che in Francia Marine Le Pen sta organizzando una realtà simile, affiancando al Front national il Ressemblement Blue Marine, una lista aperta alla società civile.<br>Colpisce però il tentativo – non solo da parte dei vertici della Lega, ma anche dell’estrema destra – di fare del Carroccio il nuovo polo d’aggregazione dell’ultradestra italiana in chiave sovranista, progetto sviluppatosi a partire dal giugno 2014, quando il giornalista romano Ugo Gaudenzi – ex leader di Lotta di Popolo, organizzazione sessantottina di estrema destra definita nazimaoista, capace di proporre una sintesi di nazionalismo, europeismo, socialismo e sintassi sinistrese – direttore del quotidiano di ‘sinistra nazionale’ Rinascita e animatore di una piccola struttura atta a supportare il Carroccio, la Lega Nazionale, ha invitato i lettori a votare per Salvini e la Lega Nord.</p>



<p>Infatti, visto che “lo sbarramento al 4% […] è il trucco su cui la partitocrazia nazionale ha impostato la sua strategia di regime”, impedendo così ai vari gruppi euroscettici di estrema destra – CasaPound, Forza nuova, Fiamma tricolore, ecc. – di presentarsi alle europee, il giornalista ha consigliato “di andare al voto, [e] di scegliere chi sfida a viso aperto l’eurocrazia, il mostro di Bruxelles che taglieggia e priva del futuro la nostra comunità nazionale. […] l’Italia voti per la Lega, al nord, al centro, al sud, nelle sue isole. Si premierà così un movimento nuovo che, oltre a essere da sempre contrario all’eurocrazia, ha in questi giorni proposto cinque fondamentali referendum, per far riacquistare il diritto alla libertà di opinione (abrogazione della legge Mancino), per regolamentare la prostituzione (sanità, fisco), per abrogare la legge Fornero tagliapensioni, per cancellare l’inutile costosissimo sistema delle 100 e più prefetture provinciali italiane, per fermare l’immigrazione, togliendo ai nuovi arrivati i privilegi lavorativi anti-italiani” (6). Quello delle europee quindi, come ribadì anche il leader di CasaPound su Facebook (7), era una sorta di voto dato al meno peggio, turandosi il naso.</p>



<p>Con il passare dei mesi però, con il graduale spostamento a destra del Carroccio, l’appoggio è stato entusiasta. È sempre Gaudenzi sul suo giornale a proporre, dopo la manifestazione romana, qualcosa di più che un semplice voto di protesta. Infatti, è “nella sua sostanza politica che la manifestazione di Piazza del Popolo ha segnato uno spartiacque di popolo e l’inizio di una concreta costruzione di una potente alternativa ai governi della miseria che hanno condotto l’Italia a una crisi culturale, economica e politica senza pari. […] Non tutto il programma di questa nuova Lega, ma gran parte di quanto dichiarato dal palco alzato sotto il Pincio, è stato di per se stesso un buon avvio sulla giusta strada per rifare l’Italia. Ora sta ai cittadini, a chi ha aderito e sta partecipando a questa mobilitazione del popolo italiano, sostenere il cammino comune – tanto – e avanzare quelle proposte alternative e praticabili per rendere ferrea e ben consequenziale la tattica offensiva agli obiettivi strategici di liberazione e indipendenza”.</p>



<p>Il tutto, senza dimenticare le contraddizioni interne, dato che le proposte sociali della Lega stridono con le “prese di posizione o accenni a libertà interne da conculcare con mandati in bianco alla repressione, a idee fallaciane e atlantiche e sioniste di supremazia di un Occidente che nella realtà storica sta annaspando nel fango della sua teoria di ‘scontro delle civiltà’ costruita a tavolino, alleanze tattiche con gruppi che rappresentano solo se stessi” (8). Insomma, far convivere corporativisti, liberisti, europeisti, euro-scettici, nazionalisti, eurasiatisti filoputiniani ecc. potrebbe essere la nuova sfida di Matteo Salvini, fermo restando che se ieri il minimo comune denominatore era l’anticomunismo, oggi ad aggregare fascisti e non sotto le insegne di Alberto da Giussano è la lotta all’immigrazione – che si esplicita nella caccia alla vittima di tale processo, e non nella messa in discussione del sistema che lo produce.</p>



<p>Una destra che sta organizzando convegni con la presenza di intellettuali – perché è dalle idee che passa la possibile vittoria – come quello tenutosi il 24 febbraio 2015 con le costituende Lega Romana e Lega Nazionale, e quello del 28 febbraio organizzato dal circolo culturale filoleghista Il<br>Talebano – lo stesso che ospitò il dibattito fra Salvini e Alain de Benoist nel 2013 – tra Riva destra e Generazione identitaria, gruppo federalista gemellato al Bloc Identitaire – che ha inviato suoi rappresentanti – con la partecipazione di Pietrangelo Buttafuoco e dei giovani intellettuali di destra de L’Intellettuale Dissidente, con l’obiettivo di dare al Carroccio uno spessore culturale. E se gli intellettuali invitati vengono quasi tutti da destra, è evidente che sarà da lì che verranno gli input per la Lega che Salvini sta guidando.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Affondano infatti nel mito geopolitico dell’unità dell’Eurasia, spazio alternativo a quello atlantista che ha nella Russia il suo perno, tesi elaborata negli anni ’60 dall’ex SS Jean Thiriart, leader di Jeune Europe – disposto ad accantonare l’anticomunismo contro il “male americano” – rielaborata dal 1986 sulle pagine di Orion, rivista dell’estrema destra nazional-bolscevica diretta da Maurizio Murelli. Oggi nella Lega il discorso filorusso – con forti reminiscenze eurasiatiste – è affrontato dall’Associazione Lombardia-Russia, diretta dall’ex giornalista de La Padania Gianluca Savoini, un tramite fra Carroccio e la Russia di Vladimir Putin. Savoini, con un passato nell’estrema destra, era vicino a Murelli, che fra gli anni ’80 e ’90 ebbe un flirt con i leghisti, una fase padanista, neocelticista e autonomista che inserisce la Regione, entità che va preservata a tutti i costi dall’omologazione mondialista, in un contesto paneuropeista ed etnofederale, l’Europa dei popoli o l’Europa etnica (cfr.&nbsp;<em>Per l’Europa delle cento bandiere</em>, in Orion, a. VI, n. 3, marzo 1989 e&nbsp;<em>Orion per l’Europa delle cento bandiere</em>, in ivi., a. VI, n. 4, aprile 1989), concetto mutuato anche dalla nouvelle droite, con cui intratteneva cordiali rapporti. Tale fase arrivò al punto che fu proposta l’adesione di alcuni lettori e collaboratori – fra cui Mario Borghezio – alle prime Leghe regionali, all’epoca in fase embrionale, da sostenere come alternativa alla democrazia liberale partitocratica: Murelli, spiegando ai lettori l’avanzata della Lega Lombarda in alcuni comuni in provincia di Varese e di Bergamo a scapito della Dc e del Pentapartito, parlò di “etnocrazia alla riscossa” contro la partitocrazia. Il direttore spiega che “è pur vero che il discorso politico-culturale che va sfiorando [la Lega,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] è di estremo interesse e di estrema sintonia con le posizioni già espresse in Orion, almeno potenzial &#8211; mente. Per questa ragione invitiamo i nostri lettori lombardi ad avvicinarsi alla Lega apportando il loro contributo per una visione più profonda della concezione etnocentrica”. M. Murelli,&nbsp;<em>Caleidoscopio. Etnocrazia alla riscossa</em>, in Orion, a. IV, n. 3, marzo 1988</p>



<p class="has-small-font-size">2) In maniera del tutto simile alla Lega, nel Front ci sono personalità formatisi nella nouvelle droite o nel nazional-bolscevismo, che puntano a far sì che il leader, la Le Pen, guardi all’Est. E il caso del deputato del Fn Christian Bouchet, ex neodestrista (espulso dalla sezione di Nantes del Grece di Alain de Benoist per ‘estremismo’) ed ex leader del movimento nazional-bolscevico Nouvelle résistance gemellato con Nuova azione, espressione politica di Orion, e sezione francese del Fronte europeo di liberazione – fondata da Murelli nel 1989 – a cui appartenevano realtà nazional-rivoluzionarie come gli inglesi di Third way, gli spagnoli di Alternativa europea, i tedeschi del Sozialrevolutionäre Arbeiterfront, i polacchi di Przclom Narodowy e i belgi del Parti communautaire national-européenne (Pcn), ‘erede’ di Jeune Europe. Cfr. J.-Y. Camus,&nbsp;<em>Une avant-garde populiste: ‘peuple’ et ‘nation’ dans le discours de Nouvelle Résistance</em>, in Mots, n.55, giugno 1998, pp. 128-138</p>



<p class="has-small-font-size">3) P. Berizzi,&nbsp;<em>Skinhead, ex Msi, antisionisti: le amicizie nere dei duellanti della Lega. Salvini ha arruolato CasaPound. Ma Tosi lo ha preceduto nel circondarsi di estremisti di destra,</em>&nbsp;in La Repubblica, 5 marzo 2015. Berizzi prosegue: “Una poltrona Tosi non la nega a nessuno. Per l’avvocato Roberto Bussinello, già dirigente di Forza nuova, uno che quando muore Priebke posta su fb un «Capitano ora sei per sempre con i tuoi guerrieri nei Campi Elisi», arriva la nomina nell’organismo di vigilanza dell’Azienda comunale dell’energia elettrica e gas. Tutto si tiene nella nuova Lega nero-verde agitata dal duello Salvini-Tosi. Non sorprende che i camerati di CasaPound siano accolti a braccia aperte anche dal primo cittadino di Verona. L’altra sponda, in Veneto come in Lombardia, è Progetto Nazionale. Vi hanno aderito anche Pasquale Guaglia &#8211; none, ex cassiere dei Nar, milanese, affermato commercialista indagato nel 2012 dalla Dia di Reggio Calabria per lo scandalo del Carroccio e gli investimenti in Tanzania. E poi il suo delfino, Domenico Magnetta. Chi è costui? Ex Avanguardia nazionale, un passato di rapine ed eversione, amico e complice (di fuga) del boss di Mafia Capitale ed ex terrorista Massimo Carminati, oggi Magnetta conduce una trasmissione a Radio Padania Libera. Dà voce a commercianti ‘strozzati’ da fisco ed Equitalia. E spesso esonda anche sui migranti. Altri fascisti sedotti dalla Lega lepenista salviniana. Roberto Jonghi Lavarini. Tra i fondatori di Cuore Nero, oggi è l’anima del Progetto Grande Milano. Che aderisce a Progetto Nazionale. Soprannominato ‘Il Barone Nero’, l’Unione delle comunità ebraiche italiane l’ha denunciato per le sue recenti dichiarazioni antisemite a Le Iene . Eccolo, Lavarini. Anche lui in posa. Prima con Salvini in maglietta bianca ‘Stop invasione’. Poi con Tosi in camicia nera. Bipartisan. O forse no”</p>



<p class="has-small-font-size">4) S. Turin,<em>&nbsp;Roma, Lega in piazza con CasaPound</em>, Corriere della Sera, 15 febbraio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">5) A. Leogrande,<em>&nbsp;Lega Nord: il fallimento di Salvini</em>, Internazionale, 1 marzo 2015</p>



<p class="has-small-font-size">6) U. Gaudenzi,&nbsp;<em>Con la Lega, per abbattere l’euro-miseria,</em>&nbsp;Rinascita, 17 aprile 2014</p>



<p class="has-small-font-size">7) Gianluca Iannone su Facebook: “CasaPound non è abituata a rimanere alla finestra. Ho scelto e vi invito per questa volta a votare Lega con preferenza a Borghezio nella circoscrizione centrale, anzitutto per l’alleanza con il Front national di Marine Le Pen, per le posizioni antieuro, per le posizioni contro l’immigrazione, per i referendum contro la Fornero e la legge Mancino [&#8230;] Io, come molti di voi avranno capito, per il tricolore e l’unità della nazione sono pronto a farmi ammazzare. E so bene che questa scelta di voto per la Lega (che riguarda solo ed esclusivamente queste elezioni) porterà critiche da un mondo di destra che ricorderà le passate posizioni anti-italiane della Lega”. Cfr. M. De Fazio,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.barbadillo.it/24028-europee-casapound-si-schiera-con-la-lega-di-salvini-per-noeuro-e-marine-le-pen/" target="_blank"><em>Europee. CasaPound si schiera con la Lega di Salvini per NoEuro e Marine Le Pen</em></a>, Barbadillo.it, 24 maggio 2014</p>



<p class="has-small-font-size">8) U. Gaudenzi,&nbsp;<em>Dopo il 28 febbraio: ora serve l’unità</em>, Rinascita, 1 marzo 2015<br><br></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
