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	<title>lotta armata &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 22 Jul 2024 11:11:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>lotta armata &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Alba meccanica 77. La fine del Movimento, l’ascesa funerea della Socialdemocrazia e un disco di Claudio Lolli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Bonanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2022 10:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
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					<description><![CDATA[“Il PCI sta con il padrone/ è questa la vera provocazione/ provocatori sono PCI e sindacato/ che pieni di paura invocano lo Stato/ socialdemocrazia vuol dire repressione/ lotta di classe per la rivoluzione.” Parole d’ordine del corteo autonomo di Milano del 18 marzo 1977 “Nel 1977 la famiglia della sinistra uccise suo padre, il Partito [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-79-ottobre-novembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 79, ottobre – novembre 2022</em>)</a></li>
</ul>



<pre class="wp-block-verse">“Il PCI sta con il padrone/ è questa la vera provocazione/ provocatori sono PCI e sindacato/ che pieni di paura invocano lo Stato/ socialdemocrazia vuol dire repressione/ lotta di classe per la rivoluzione.”
<em>Parole d’ordine del corteo autonomo di Milano del 18 marzo 1977</em>

“Nel 1977 la famiglia della sinistra uccise suo padre, il Partito comunista italiano. Un delitto a lungo cercato. Il parricidio venne consumato quasi fisicamente nell’espulsione dall’Università di Roma occupata di una delle figure più potenti del movimento operaio, il capo della Cgil Luciano Lama. Una lunga fase finisce, l’onda lunga del ‘68 studentesco e del ‘69 operaio. Si interrompe – per via di implosione – la rincorsa al governo del Pci.”
Lucia Annunziata, <em>1977. L’ultima foto di famiglia</em> (Einaudi 2007)

“Alba meccanica è la premonizione dello scenario distruttivo e autodistruttivo. È un cielo cupo, chiuso, senza un raggio di luce, quello di Bologna, un cielo che non si apre. Assomiglia al cielo di certe mattine invernali, coperte, buie al punto che quasi non te lo aspetti. Mattine in cui ti sorprendi a scoprire che il sole non verrà. Ma ‘alba meccanica’ è anche un concetto metaforico che non riguarda solo l’alba di Bologna. Riguarda l’alba di un intero periodo storico. Se ho portato sfiga mi dispiace, però un pochino mi sa che ci ho preso.”
Claudio Lolli,<em> intervista all’autore</em>

“Il giorno di solito comincia sporco come l’inchiostro del nostro giornale scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica federale. Che giorno per giorno avanzando tranquille son quasi davanti alla tua finestra con un corteo di stelle e scintille e i tamburini la banda l’orchestra. Spegnete la luce pensava Ulrike che la foresta più nera è vicina, ma oggi la luna ha una faccia da strega e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina. Spegnete la luce pensava Ulrike che la foresta più nera è vicina, ma un jumbo jet scrive ‘viva il lavoro’ col sangue, nel cielo di questa mattina.”
Claudio Lolli, <em>Incubo Numero zero</em></pre>



<p class="has-drop-cap">L’anno televisivo del Settantasette si apre con la morte annunciata di <em>Carosello</em>. È un accadimento simbolico. Un presagio di fine innocenza. Fuori dal piccolo schermo dilaga la battaglia sui consumi. A cavalcare l’onda della lotta agli sprechi Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, il primo dei partiti all’opposizione. Provata dagli scandali che la squassano dall’interno, la Democrazia Cristiana – come dire? – tace e ringrazia. Il ‘compromesso storico’ sembra a un passo, al punto che dall’America ammoniscono: resistere alle tentazioni. Secondo i conservatori sarebbero in gioco non soltanto il futuro DC ma anche quello della Chiesa. “I fedeli che pensano di essere con lui (col PCI, n.d.r.) sulla rotta di Cristo, poi di fatto si trovano sulla rotta di Marx” tuona dal suo scranno il cardinale Siri.</p>



<p>Tra i cittadini comuni c’è chi spera e c’è chi spara. Il 1977 italiano è un’autentica sinfonia di piombo: il fuoco dell’eversione incendia il Paese: duemilacentoventotto attentati, trentadue persone gambizzate, undici assassinate.</p>



<p>Il 4 maggio a Torino dovrebbe aprirsi il processo ai brigatisti dietro le sbarre. Qualche giorno prima – il 28 aprile – Fulvio Croce, Presidente dell’ordine degli avvocati, viene ucciso in un agguato. Il gruppo di fuoco responsabile dell’omicidio è formato da due uomini e una donna. L’Italia trema, la carica di giudice popolare resta vacante: ci si defila ricorrendo a pretesti e certificati medici. Anche i giornalisti sono sotto tiro, i killer adesso mirano alla testa, come nel caso del vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno. Lo uccidono quattro Br della colonna torinese mentre rientra a casa per il pranzo. Qualche mese prima sono stati gambizzati Indro Montanelli e Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX.</p>



<p>Il 17 febbraio 1977 un altro evento-simbolo racconta, stavolta l’escalation movimentista. Il segretario della Cgil Luciano Lama è contestato dagli studenti durante un comizio all’Università di Roma. È il debutto clamoroso degli Indiani metropolitani, l’ala creativa del Movimento (“<em>scemooo-scemooo</em>” diventa presto un must assembleare), ma allo strappo a sinistra concorrono anche i duri e puri di Autonomia Operaia. Si tratta di un anticipo dei fatti di marzo: a seguito dei tafferugli scoppiati alla Facoltà di Anatomia tra attivisti del Movimento Studentesco e di Comunione e Liberazione, l’11 a Bologna, muore ammazzato lo studente di medicina Francesco Lorusso. L’arrivo delle forze dell’ordine provoca il degenerare degli scontri: un carabiniere replica al lancio di una molotov facendo fuoco ad altezza d’uomo. Lorusso, militante di LC, è raggiunto da un proiettile al torace. La base movimentista non ci sta e si organizza reagendo a sua volta con violenza.</p>



<p>Roma, Piazza della Repubblica, il giorno dopo. Una manifestazione indetta dagli studenti medi è affollata da oltre cinquantamila persone: la mobilitazione di massa è il prologo di un altro pomeriggio di guerriglia urbana. Gli scontri tra forze dell’ordine e giovani del Movimento iniziano a Piazza Venezia e proseguono in Piazza Argentina. Gli attacchi ripetuti frantumano il corteo in diversi tronconi. Si attaccano sedi politiche, commissariati, negozi di armi. Vengono colpiti anche il Tribunale militare, l’ambasciata diplomatica del Cile fresco golpista. Danneggiate alcune macchine della televisione e la sede de Il Popolo, giornale della DC. La Capitale trattiene il fiato, si va avanti in questo modo in diverse zone della città, fino a sera tardi.</p>



<p>Nemmeno a Bologna studenti e polizia stanno a guardare. Sono da poco passate le ventitré del 12 marzo quando le forze dell’ordine fanno irruzione negli studi di Radio Alice, accusata di aver coordinato via etere gli scontri seguiti all’omicidio di Lorusso. Sotto la sigla programmatica Humpty Dumpty (il grosso uovo antropomorfizzato seduto sulla cima di un muretto, nel romanzo di Lewis Carroll), l’emittente aveva distribuito nel circuito delle radio libere un corposo catalogo di eventi, concerti, open radiofoniche, contributi sonori, che incarnano alla lettera la cifra multiforme del ‘77. Le trasmissioni di Radio Alice vengono interrotte per mano militare. Alcuni redattori sono arrestati. Altri si danno alla macchia fuggendo dai tetti. La cronaca concitata dell’irruzione poliziesca si trova su internet, all’indirizzo www. radioalice.org:</p>



<pre class="wp-block-verse">arriva la polizia e allora? – lascia acceso su al massimo al massimo al massimo – se c’è un avvocato, se c’è un avvocato del collettivo di difesa per favore venga qui immediatamente – per favore immediatamente – c’è la polizia qui, in questo momento – le pistole e i mitra puntati – c’è la polizia con i giubbotti antiproiettile – calma ragazzi calma qui stanno per entrare – portate via questo – avete il mandato? – mi fa vedere? – non aprite non aprite fino a quando arriva qualcuno […] Dunque la polizia ha ricominciato a battere sulla porta – continua a urlare di aprire – stai attento, stai giù – stanno arrivando gli avvocati – aspettate cinque minuti […] – senti c’è la polizia alla porta – sono entrati – sono qui – sono entrati sono entrati – siamo con le mani alzate – sono entrati, siamo con le mani alzate – ecco stanno strappando il microfono – mi stanno strappando il microfono – ci abbiamo le mani in alto dicono che questo è un posto di merda…</pre>



<p>A Bologna è questo il clima. Guerresco. Simil-cileno. Repressivo. L’odore dei lacrimogeni opprime la città. Va avanti così fino al 14 marzo, quando i blindati inviati dal ministro degli Interni Francesco Cossiga sgombrano a forza gli studenti dell’università occupata.</p>



<p>La vita della Nazione continua senza sostanziali variazioni sul tema: il 5 luglio il quotidiano Lotta Continua pubblica un appello “Contro la repressione del compromesso storico” cui aderiscono diversi intellettuali dell’epoca (Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Gilles Deleuze, Felix Guattari, Roland Barthes, fra gli altri), e a fine estate la popolazione giovane più <em>impegnata</em> del Paese estende il concetto al Convegno nazionale organizzato dal Movimento a Bologna (23, 24 e 25 settembre). Tra feste improvvisate, rappresentazioni teatrali, eventi musicali, in centomila trasformano la città in un happening senza quartiere. All’interno del Palazzo dello sport il leitmotiv del futuro prossimo movimentista è però affrontato spesso fuori dai denti; di lì alla rissa fratricida il passo è breve. Attori principali autonomi e aderenti a Lotta continua, apostrofati come “nuova polizia”. Per il Movimento del 77 sta per scriversi una pagina storica: senza un accordo strategico fra le diverse anime, la tre giorni bolognese ne sancisce in pratica la dissoluzione politica. L’accadimento nodale sancisce al contempo una fine e un tetro inizio: la morte in croce dell’ideologia e l’inizio del riflusso.</p>



<p>E nel milieu di quest’anno topico Claudio Lolli. Nel 1977 Claudio Lolli osserva le implosioni movimentiste senza supponenza, piuttosto con l’aria meditativa del compagno che ne ha intuito l’esaurimento propulsivo e che intravede in questo i segni di preoccupanti derive sociali. <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> viene pubblicato a settembre da Ultima Spiaggia, l’etichetta indipendente che scommette sull’idea di una produzione discografica slegata dalle consuete logiche commerciali.</p>



<p>Ricorda Lolli: “Alla Emi dopo gli <em>Zingari felici</em> mi avrebbero fatto ponti d’oro. Volevano firmassi con loro un altro contratto, decisamente più consistente. A quel punto io avevo già deciso però di incidere con Ultima Spiaggia e sono andato via, rendendoli – come dire? – molto nervosi. Allora ero giovane e alquanto ideologico. Pensavo che Ultima Spiaggia fosse il posto mio; meno compromesso con le multinazionali americane e stronzate del genere, però è quello che pensavo”.</p>



<p>L’album è <em>precognitivo</em> del presente di allora e di oggi. Una partitura funerea che comincia all’abbrivio degli <em>Zingari felici</em> e sfocia nell’incubo numero zero della repressione. E dunque, per prima cosa, andrebbe sgomberato il campo da un luogo comune: in <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> non si officia soltanto l’intirizzirsi dell’orda d’oro movimentista ma anche l’illividirsi del cielo di Bologna (l’alba meccanica di Bologna) a opera dei clown del Nuovo Ordine socialdemocratico. A parte <em>Autobiografia industriale</em>, scivolata fuori da un qualche cassetto aperto sul passato, le canzoni del disco sono tutte ascrivibili al 1977 e ai suoi dintorni; e per ciò cronistiche nel dettagliare lo sbando seguito al pugno forte calato dal Potere sugli Zingari che tentarono l’assalto al cielo. La Socialdemocrazia (il volto tirato a lucido della sinistra istituzionale) sguinzaglia ovunque i suoi pagliacci sinistri, ectoplasmi proto–kinghiani simili a quello dalla ghigna spettrale e la falce in mano, fissato tra i grattacieli di Manhattan sulla copertina del disco.</p>



<p>Alimentato da ridondanze jazz/prog, e da una brama visionaria che si evidenzia soprattutto nella title-track d’apertura e in <em>Incubo numero zero</em>, <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> è il più ostico degli album di Lolli. L’album più sperimentale e urticante. Il più politico dei dischi che ha scritto, volutamente disequilibrato, attraversato da rabbia lucida, da lucido smarrimento, da ossimori, da paura. Dalla necessità di denuncia. Un disco-specchio di un Settantasette in cui succedono tante cose e tutte assieme. <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> discende <em>evidentemente</em> da quel tempo e da quel luogo. Discende da un brusco risveglio collettivo, dalla violenza di piazza, dal definitivo voltafaccia del Partito Comunista, dai carri armati per le strade della città, dai rantoli del Movimento. <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> discende da tutto questo e da <em>lì</em>.</p>



<p>“[…] È stato un orgasmo di libertà” sintetizza Lolli, “in questo orgasmo di libertà, capisci che il tuo lavoro può essere molto diverso, che l’importante non è scrivere cinque strofe in corrispondenza dal punto di vista metrico, ritmico e strutturale, ma può essere molto diverso, molto più libero […] Non riuscivo più a mettere in fila due accordi che avessi già sentito. A volte ho commesso degli errori, naturalmente, dei peccati di intellettualismo, forse perché poi le canzoni devono avere una loro regolarità… Il materiale era un po’ sulla scia degli <em>Zingari felici</em>, la prima facciata è una specie di suite, mi piaceva molto questa idea di andare oltre la forma canzone. La seconda parte, invece, pesca qua e là. Per me il disco è la prima facciata, quelle prime quattro canzoni… non raccontano esattamente quello che succedeva in quel gran casino che era Bologna nel ‘77, però risentono di quell’atmosfera lì. Io l’ho vissuto come l’inizio della regressione, della restaurazione. Detta metaforicamente: i sogni non sono una cosa individuale e allora buttiamoli fuori negli <em>Zingari felici</em>, poi viene qualcuno a dirti no, toglieteli dalle strade e rimetteteli nei cassetti… C’era questa emergenza un po’ tragica nella città. E tutto era così agitato che abbiamo scelto una musica anch’essa agitata, non canonica”.</p>



<p>Come <em>Io se fossi Dio</em> per la discografia gaberiana, <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> è il punto di non ritorno dello specifico di Lolli. L’ultimo avamposto conosciuto, l’estremo distaccamento ai margini del suo stesso microcosmo. Un disco spiazzante. Maledetto. Interdetto. Incompreso. Distribuito male, eppure ancora attuale per la capacità che ha di disvelare i meccanismi – occulti e palesi – attraverso cui si perpetua la coazione sociale. Quarantasei minuti di sana inquietudine. Scomodi come scomoda riesce a essere la poesia antagonista, il pensiero divergente restituito alla prassi, al piano crudissimo della realtà. Anche per via di tutto ciò, <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> rimane un disco rivoluzionario.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Con un megafono su un autobus rosso/ un cristo uscito dal Circo Togni/ comincia un comizio con queste parole/ Disoccupate le strade, dai sogni/ Disoccupate le strade dai sogni/ Sono ingombranti, inutili, vivi/ I topi e i rifiuti siano tratti in arresto/ Decentreremo il formaggio e gli archivi/ Disoccupate le strade dai sogni/ per contenerli in un modo migliore/ Possiamo fornirvi fotocopie d’assegno/ Un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore/ Disoccupate le strade dai sogni/ </em><em>ed arruolatevi nella polizia/ Ci sarà bisogno di</em><em> partecipare, ed è questo il modo/ al nostro progetto di democrazia/ Disoccupate le strade dai sogni/ e continuate a pagare l’affitto/ ed ogni carogna che abbia altri bisogni/ dalla mia immensa bontà sia trafitto</em></pre>



<p>In <em>Incubo numero zero</em> (traccia n. 2 del disco) sono fissate lucidamente le coordinate di una società iper-controllata; persone reificate a ontologie unidimensionali, prevedibili, governabili, dunque padroneggiabili. La società prospettata dal Nuovo Ordine Democratico è una società artificiale, finto-felice, ultra-amministrata. I vetero-valori sono espressi da indici numerici, proiezioni di calcolo, grafici di gradimento, archivi, schedari, assistenza gratuita, pensieri felici, gesti regimentati. Persino “<em>i carabinieri saranno più buoni</em>” e il loro grado di bontà sarà comunque misurabile.</p>



<p>Viene da ripensare all’analisi marcusiana de <em>L’uomo a una dimensione</em>:</p>



<pre class="wp-block-verse">Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico […] Alla negazione della libertà, e perfino della possibilità della libertà, corrisponde la concessione di libertà atte a rafforzare la repressione. È spaventoso il modo in cui si permette alla popolazione di distruggere la pace ovunque vi sia ancora pace e silenzio, di essere laidi e rendere laide le cose, di lordare l’intimità, di offendere la buona creanza. È spaventoso perché rivela lo sforzo legittimo e persino organizzato di conculcare l’Altro nel suo proprio diritto, di prevenire l’autonomia anche in una piccola, riservata sfera dell’esistenza. Nei paesi supersviluppati, una parte sempre più larga della popolazione diventa un immenso uditorio di prigionieri, catturati non da un regime totalitario ma dalle libertà dei concittadini i cui media di divertimento e di elevazione costringono l’Altro a condividere ciò che essi sentono, vedono e odorano.</pre>



<p>Il piano regolatore del benessere socialdemocratico gravita e si delinea in Lolli attorno a orbite omologanti, opposte alle rotte invece ingovernabili del “tutto-subito”, degli slanci, degli “assalti al cielo”. Non a caso i sogni sono esiliati dal nuovo Sistema, ritenuti contingenti, definiti “<em>ingom</em><em>branti, inutili, vivi</em>”. Ma l’anamnesi del collasso operata da Lolli non si limita alla notifica delle sole libertà eterodirette: in <em>Attenzione</em>, la traccia che chiude, quasi simbolicamente, la facciata A del disco, l’obiettivo del discorso è (re)indirizzato all’interno del corpus movimentista, verso le controindicazioni che il sognare-a-tutti-i-costi, il sognare sterile e fine a se stesso, può comportare. Anche i sogni male orientati, una fantasia disancorata alla prassi, un’utopia priva del suo sostrato ideale, possono degenerare in gabbie dalle quali infine è difficile evadere.</p>



<p>Va anche detto che sebbene le tracce di <em>Disoccupate le strade dai sogni</em> si auto-palesino come politiche, Lolli non cede mai alla tentazione della scrittura-tazebao: il valore aggiunto narrativo di Claudio Lolli è infatti quello di un <em>poeticismo</em> che non invalida la tempra sociale di questo e di altri suoi album. Al di là della connotazione provocatoria, persino <em>Analfabetizzazione</em> (traccia n. 4), si segnala per una struttura capace di para-poesia, al punto da potersi assumere come eco della pratica (della poetica?) destrutturante/desiderante di Radio Alice. L’ennesimo ed estremo tentativo di una rifondazione esistenziale, più ancora che politica. Il recupero di una <em>resistenza</em> ontologica che alle libertà obbligatorie e alla burocratizzazione della felicità obbligatorie, oppone una provocatoria rottura delle convenzioni sovrastrutturali. A cominciare (non a caso) dalla parola, in quanto espressione di socialità, modo di <em>essere-con</em> gli altri.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>La mia madre l’ho chiamata “sasso”/ perché fosse duratura sì/ ma non viva/ I miei amici li ho chiamati “piedi”/ perché ero felice solo/ quando si partiva/ Ed il mio mare l’ho chiamato “cielo”/ perché le mie onde arrivavano/ troppo lontano/ Ed il mio cielo l’ho chiamato “cuore”/ perché mi piaceva toccarci dentro il sole/ con la mano/ Non ho mai avuto un alfabeto tranquillo, servile/ Le pagine le giravo sempre con il fuoco/ Nessun maestro è stato mai talmente bravo/ da respirarsi il mio ossigeno ed il mio gioco/ Ed il lavoro l’ho chiamato “piacere”/ perché la semantica o è violenza/ oppure è un’opinione.</em></pre>



<p>Le asperità insite all’assetto musicale dell’album si (im)pongono come una partitura coesa al discorso. La sperimentazione – l’improvvisazione jazz e rock, a un passo dal prog – è l’humus musicale di cui si compone <em>Disoccupate le strade dai sogni</em>. Un coacervo di sax sovrapposti, trombone, flauto, chitarre, basso, piano, synth, organo, batteria. E a conferire contorni grotteschi (spettrali) a <em>La socialdemocrazia</em> c’è anche una marcetta che sembra scritta con in testa, ben chiare, le suggestioni politiche di Kurt Weill. Nel caos afasico seguito ai sogni “suicidati” di Bologna, è questa infatti la colonna sonora della fine del mondo libero-sognante, lo spartito paranoide che commenta l’incedere senza ostacoli della socialdemocrazia.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Ma che nebbia, ma che confusione, che aria di tempesta, la socialdemocrazia è un mostro senza testa. Il nemico, marcia, sempre, alla tua testa. Ma una testa oggi che cos’è? E che cos’è un nemico? E una marcia oggi che cos’è? E che cos’è una guerra? Si marcia già in questa santa pace con la divisa della festa. Senza nemici né scarponi e soprattutto senza testa!</em></pre>
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		<title>Quando Moro chiese aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/quando-moro-chiese-aiuto-alla-cia-per-contrastare-le-brigate-rosse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021) Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della lotta armata era «probabilmente sostenuto dall’Est, forse dalla Cecoslovacchia». Aggiunse che il terrorismo italiano e tedesco erano «profondamente legati» e mossi da un medesimo disegno: «Minare le società democratiche sulla frontiere Est-Ovest». </p>



<p>Contrariamente a quel che si ritiene oggi, Moro era convinto che lo sviluppo delle azioni dei gruppi armati avrebbe rafforzato gli obiettivi di governo del Pci: «Un’escalation incontrollata dell’ordine pubblico» – affermava lo statista democristiano – avrebbe reso impossibile ogni opposizione alle richieste, che provenivano dalle «public demands», di «inclusione» e «partecipazione del Pci al governo per porre fine alla violenza» e «ristabilire l’ordine pubblico». Argomenti che spinsero Moro a esortare gli Stati Uniti affinché assumessero «un ruolo attivo nel combattere il terrorismo», chiedendo a Gardner una «maggiore assistenza e cooperazione» da parte dell’intelligence statunitense con i servizi di sicurezza italiani» (1).</p>



<p>A scriverlo è lo storico Giovanni Mario Ceci nel volume <em>La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986)</em> (Carocci 2019). I report dell’agenzia di Langley, dell’ambasciata Usa a Roma e di altri attori dell’amministrazione statunitense, che l’autore cita nel libro, ribaltano l’attuale vulgata <em>mainstream </em>sulle ragioni complottiste che avrebbero portato al rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, sgretolando la convinzione stratificata da decenni di un sequestro sponsorizzato e supervisionato, addirittura con l’apporto diretto di forze esterne al mondo brigatista, per impedire l’alleanza tra Dc e Pci e l’entrata di quest’ultimo nel governo. </p>



<p>Nell’incontro del 4 novembre del 1977, lo statista democristiano fece capire agli americani che l’unico vero modo che avevano per arrestare la progressione elettorale del Pci e le sue ambizioni governative era intervenire su quelle che, a suo avviso, erano le matrici della sovversione interna italiana, ovvero la strategia di destabilizzazione della società che avrebbe trovato sostegno nelle interferenze sovietiche. Attività che, secondo Moro, non era finalizzata a sabotare l’avvicinamento del Pci all’area di governo ma semmai a favorirla rafforzando la sua immagine di unica forza politica in grado di salvare le istituzioni calmierando le spinte antisistema dei movimenti sociali ed esercitando la sua capacità di forza d’ordine&#8230;</p>



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			</item>
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		<title>Il nemico non è. Contestazione, stragismo e lotta armata nei testi dei cantautori *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-nemico-non-e-contestazione-stragismo-e-lotta-armata-nei-testi-dei-cantautori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mario Bonanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>
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					<description><![CDATA["12.770 atti di violenza terroristica, 5.390 feriti, 342 morti (solo nel 1979 si sono registrati 2.200 attentati – firmati da 215 sigle di sinistra e 55 di destra).” Le cifre ufficiali della stagione della violenza politica in Italia “L’atto di violenza [...] deve penetrare a forza nell’uomo che deve soggiacere alla sua azione. L’uomo deve [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<pre class="wp-block-verse">"12.770 atti di violenza terroristica, 5.390 feriti, 342 morti (solo nel 1979 si sono registrati 2.200 attentati – firmati da 215 sigle di sinistra e 55 di destra).”
<em>Le cifre ufficiali della stagione della violenza politica in Italia</em> </pre>



<pre class="wp-block-verse">“L’atto di violenza [...] deve penetrare a forza nell’uomo che deve soggiacere alla sua azione. L’uomo deve venirne contagiato [...] Ma egli deve sapere, o meglio apprendere, che cos’è che l’ha contagiato, perché in tal modo egli trasforma da un lato la cecità della violenza e dall’altro quella dell’emozione in un valore di conoscenza.”
Carl Gustav Jung, <em>Risposta a Giobbe</em> </pre>



<pre class="wp-block-verse">“Venivano da lontano, avevano occhi e cani/ avevano stellette e guanti, e paura/ Erano tre, erano quattro, erano più di ventiquattro/ erano il sale della terra/ erano il fuoco e la guerra/ Erano il segno della croce/ erano cani senza voce, erano denti/ Erano denti senza bocca, erano fuoco che scotta/ erano la vita che rintocca.” 
Francesco De Gregori, <em>Scacchi e tarocchi</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Agosto. Si muore di caldo/ e di sudore/ Si muore ancora di guerra/ non certo d’amore/ si muore di bombe, si muore di stragi/ più o meno di stato/ Si muore, si crolla, si esplode/ si piange, si urla/ Un treno è saltato.” 
Claudio Lolli, <em>Agosto</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Può apparire strano ma il Sessantotto – per alcuni prodromo di ogni strategia eversiva della storia d’Italia – non ha avuto una <em>sua </em>colonna sonora. L’avrà semmai il Settantasette, con i cantori in tempo reale delle istanze movimentiste (Finardi, Camerini, Lolli, Manfredi, con più sporadicità Gianco). Il Sessantotto no. Se si escludono i canti politici, le ballate del primo De Andrè (<em>Tutti morimmo a stento</em>), la gucciniana <em>Dio è morto</em>, le classifiche dei dischi più venduti dell’anno non annoverano canzoni di lotta, soffocate dall’orda popolarissima dei soliti noti: Albano, Morandi, Reitano, Mina, Battisti. Le tracce che il Sessantotto lascerà nella canzone d’autore cavalcheranno piuttosto la sua onda lunga: tutti gli anni Settanta e poco dopo. Istantanee, bilanci, ironie, metafore, evocazioni. Un Sessantotto cantato a posteriori, si potrebbe dire.</p>


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<figure class="alignright size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="295" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/9788899699482.jpg" alt="" class="wp-image-4755"/></figure>
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<p class="has-text-align-left">Francesco Guccini ci girerà attorno, a metà strada tra pubblico e privato, con la rimembrante <em>Eskimo </em>(1974). Antonello Venditti con <em>Compagno di scuola </em>(1975). Mimmo Locasciulli (lo stesso anno) con <em>1968. Dopo</em>. Quindi (nel 1987) con <em>Surrender. Fragili e guerrieri</em>. E ancora: De Gregori, dentro metafora, con la <em>Leva calcistica della classe ‘68 </em>(risale al 1982), e Finardi, con <em>I fiori del maggio </em>(1987, addirittura). A distanza di sicurezza dalla cronaca spicciola, Fabrizio De Andrè pubblicherà un disco intero sul ‘68. Si tratta di <em>Storia di un impiegato </em>(1973) ed è quasi un romanzo in musica: la drammatica impresa eversiva di un travet che decide di saltare il fosso piazzando un ordigno, fuori tempo massimo sulla storia. Il Potere si servirà da par suo del gesto sconsiderato. L’album costituisce una pietra miliare della discografia deandreiana, capace com’è di rappresentare le <em>essenze </em>cruciali di <em>quel </em>tempo; compresa la ‘tentazione’ violenta come sbocco ulteriore delle spinte contestatarie. Una tentazione/scelta troppo semplicisticamente bollata come delirante.</p>



<p>L’anno di <em>Storia di un impiegato </em>riassume di fatto in sé lo spirito del decennio. La divaricazione tra società civile e classe dirigente è sempre più marcata, la crisi, molto più che strisciante. Crisi nera, piuttosto. Profonda, strutturale, senza soluzione di continuità: l’impronta politica caratteristica degli anni Settanta. Si comincia a convivere con l’austerity, ma la filosofia della stragrande maggioranza del Paese resta quella del canta che ti passa. “Si dice: tira a campare/ tanto niente cambierà”, canta Bennato riassumendo il carattere tipico dell’italiano medio. Sul fronte della canzonetta Massimo Ranieri con <em>Erba di casa mia</em> vince Canzonissima. Peppino Di Capri il Festival di Sanremo (<em>Un grande amore e niente più</em>). Gato Barbieri entra in classifica con il tema di <em>Ultimo tango a Parigi, </em>il film di Bertolucci che ha tolto il sonno a più di un italiano baciapile. Studenti e operai si accorgono per primi che troppe cose non vanno come dovrebbero. E non ci stanno. Divampa quasi ovunque la protesta. Anche l’eversione armata, dal canto suo, comincia la sua escalation: piccoli dirigenti, magistrati, poliziotti, giornalisti sono al centro del mirino. BR, ma non solo: a destra come a sinistra è un proliferare di sigle, una miriade infinita di gruppuscoli rivoluzionari. Una lotta senza quartiere, che pretende le sue vittime. Tante.</p>



<p>Una fiumana. Il clima italiano vira sul plumbeo. Rappreso, intirizzito, senza soluzione di continuità. Ritratto benissimo da Francesco De Gregori in <em>La campana</em>. Anno di grazia 1978, quando tutto sembrerebbe ormai compiuto. A livello personale con lo schiaffo doloroso della contestazione al Palalido, subita da un gruppo di autoriduttori durante un concerto. A livello politico-sociale, con l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. <em>La campana </em>è una traccia luttuosa, claustrofobica, pessimista. Il resoconto impietoso di un collasso interiore, rimando al collasso collettivo in cui versa il Paese:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>La campana ha suonato tutto il giorno/ là dove i cani hanno abbaiato/ io ho pianto lacrime fino </em><em>all’osso/ lacrime d’osso sul selciato/ Incollato</em><em> sull’asfalto della strada/ mai stato così lontano/ dalla dolcezza cui tutti hanno diritto/ io con un fascio di giornali in mano/ E con un fascio di giornali in mano pensavo/ si può anche morire di dolore/ I miei amici, lo sai, sono tutti segnati/ i miei amici, lo sai, sono tutti in galera/ sono tutti fregati, sono tutti schedati [...]</em></pre>



<p>Nello stesso album <em>L’impiccato </em>– non senza qualche spunto polemico – riferisce del clima ‘poliziesco’, di violenza e sospetto diffusi, instauratosi nel Paese:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Uno l’hanno preso ieri sera, giovane giovane/ e figlio di buona donna, era/ Figlio di buona donna, pure ladro/ con un sorriso tutto denti di cane/ si nascondeva dietro una serie di ‘che ne so?’/ Poi ne hanno preso un altro padre di famiglia/ faccia scura scura/ vestito grigio, cami</em><em>cia, cravatta/ sguardo perduto all’arrivo in questura/</em><em> Il terzo, accusato d’oltraggio non fece in tempo a aprire la bocca/ che un pugno lo mise a sedere/ allora chiese una sigaretta e confessò in </em><em>fretta/ tutto quello che il commissario voleva sapere/</em><em> Il quarto si chiamava Tommaso e pregava </em><em>e piangeva/ chiese di telefonare all’avvocato/ ma</em><em> l’avvocato non rispondeva/ Il quinto venne assunto in galera per un indizio da niente/ venne assunto in galera/ Il quinto venne assunto in galera per un indizio da poco/ e fu crocefisso col </em><em>ferro e col fuoco/ Forse per un errore o forse per</em><em>ché era stato scoperto/ forse per un’implicita confessione/</em><em> oppure</em> <em>soltanto lo sconforto/ e tutti si domandarono di che segno era il morto.</em></pre>



<p>Sui temi suggeriti dalla strategia della tensione, De Gregori torna l’anno seguente con l’accenno – in <em>Viva l’Italia – </em>al fatidico “12 dicembre” della strage di piazza Fontana (1969), da cui la slavina eversiva fa risalire il suo incipit luttuoso. Quindi, molte lune più in là (1985), in <em>Scacchi e tarocchi </em>si sofferma sul ritratto luci-ombre della generazione della lotta armata. Una traccia introspettiva, tipicamente degregoriana. Dunque poetica, umana, stratificata. La descrizione più efficace degli anni di piombo nella canzone d’autore italiana.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Venivano da lontano, avevano occhi e cani/ avevano stellette e guanti, e paura/ Erano tre, erano quattro, erano più di ventiquattro/ erano il sale della terra/ erano il fuoco e la guerra/ Erano il segno della croce/ erano cani senza voce, erano denti/ erano denti senza bocca, erano fuoco che scotta/ erano la vita che rintocca / Erano tre, erano quattro, avevano sassi, avevano cuo</em><em>ri/ avevano parrucche e occhiali, e pistole a tamburi e silenziatori/ Avevano linguaggio e chitarre/ e da dietro le sbarre ridevano e pure parlavano/</em><em> avevano alcuni moglie e figli che da dietro un vetro adesso/ li salutavano [...]</em></pre>



<p>È utile, a questo punto, fare un passo indietro. Riandare, cioè, al <em>vero </em>anno in cui, in Italia, si tennero dovunque le prove generali della rivoluzione. Quel 1977 a due facce che <em>– </em>a distanza di nemmeno un decennio dal ‘68 <em>– </em>segnerà un’ulteriore svolta storica per il Paese. Da un lato la fantasia al potere, i sogni, la piazza, gli indiani metropolitani, i colori, dall’altro le armi ‘di massa’, accessibili a tutti. Arringati dai cosiddetti “cattivi maestri” (in realtà intellettuali, giornalisti, docenti universitari che scrivono cose scomode), giovani studenti, operai, ma anche figli della piccola e media borghesia italiana, si preparano alla scelta estrema della violenza. La P38 fa il suo ingresso ufficiale nella cronaca. In diretta dalla storia (1978) Rino Gaetano la inserisce <em>– </em>non a caso tra un “68” e un “prosciutto cotto” <em>– </em>nella lunga lista di proscrizione di <em>Nuntereggaepiù</em>(ci finisce dentro anche un incolpevole Guccini).</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Abbasso e alé/ abbasso e alé con le canzoni/ senza fatti e soluzioni/ la castità/ la verginità/ la sposa in bianco il maschio forte/ i ministri puliti, i buffoni di corte/ ladri di polli/ super pensioni/ ladri di stato e stupratori/ il grasso ventre dei commendatori/ diete politicizzate/ evasori legalizzati/ auto blu/ cieli blu/ amore blu/ rock and blues/ nuntereggaepiù/ Eya alalà/ pci psi/ dc dc/ pci psi pli pri/ dc dc dc dc/ Cazzaniga/ avvocato Agnelli Umberto Agnelli/ Susan</em><em>na Agnelli, Monti Pirelli/ dribbla Causio che passa</em><em> a Tardelli/ Muselli Antognoni, Zaccarelli/ Gianni Brera/ Bearzot/ Monzon, Panatta Rive</em><em>ra D’Ambrosio/ Lauda, Thoeni, Maurizio Co</em><em>stanzo, Mike Bongiorno/ Villaggio, Raffa, Guc</em><em>cini/ onorevole eccellenza, cavaliere senatore/ nobildonna,</em><em> eminenza, monsignore/ vossia, cherie, mon amour/ nuntereggaepiù [...]</em></pre>



<p>Per restare in tema di dissacrazione: il profilo di rivoluzionario di area destrorsa, schizzato da Bennato in <em>Dopo il liceo che potevo far </em>suona al vetriolo:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Dopo il liceo che potevo far/ non c’era che l’università/ ma poi il seguito è una vergogna/ son fuori corso qui in facoltà/ e me lo voglio dimenticar/ e bevo, bevo come una spugna [...] E ora ho trovato la giusta via/ sono qualcuno in pirateria/ e questo ormai è il mio destino.../ e se qualcuno mi vuol fermare/ sono disposto anche a sparare/ sono devoto a Capitan Uncino.../ Ai suoi discorsi son sempre presente/ ma non so bene cosa abbia in mente/ e non mi faccio più troppe domande/ e non m’importa dov’è il potere/ finché continua a darmi da bere/ non lo tradisce e fino all’inferno/ lo seguirò/ non lo tradisce e fino all’inferno lo seguirò!</em></pre>



<p>Quindi, sulla questione “cattivi maestri” (di estrema destra, date le bombe) <em>Il rock di Capitan Uncino</em> recita testualmente:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Io sono il professore/ della rivoluzione!/ della pirateria/ io sono la teoria/ il faro illuminante!/ </em><em>Ma lo capite o no?/ Ve lo rispiegherò!/ Per scuotere</em><em> la gente/ non bastano i discorsi/ ci vogliono le bombe!/ Io ero un benestante/ non mi mancava niente/ ma i soldi di papà/ li spendo tutti qua/ a combattere sul fronte!/ Chi si arruolerà/ un bel tatuaggio avrà!/ Ma da quel trampolino/ io chi non vuol firmare/ lo sbatto giù nel mare!</em></pre>



<p>L’intera opera bennatiana, prendendo a prestito la simbologia possibile della fiaba di Peter Pan, ruota attorno alla dialettica realtà/fantasia (leggi stato delle cose/utopia armata), in uno scenario da deriva collettiva dove nessuno si salva e ci fa una bella figura. Né la così detta società civile (rappresentata dai benpensanti di <em>Tutti insieme lo denunciam</em>), né gli ideologi della rivoluzione alla Capitan Uncino, né <em>– </em>tanto meno <em>– </em>la manovalanza armata tipo Spugna e la sua ciurma male in arnese.</p>



<p>Appena meno caustico, ma altrettanto disilluso sulla piega assunta dagli slanci movimentisti, è Gianfranco Manfredi, che nel dittico costituito da <em>Ma non è una malattia </em>(1976) e <em>Zombi di tutto il mondo unitevi</em>(1977) racconta il mesto declino dei sogni rivoluzionari-generazionali. In <em>Ma non è una malattia </em>le vicende <em>– </em>interne ed esterne, psicologiche e sociali <em>– </em>del Movimento Studentesco sono filtrate alla luce di un’ottica quasi surreale. Il carattere dell’estremista-tipo (con i tic, i rigori, le contraddizioni dell’estremista-tipo, retaggi di un ‘dover essere’, prima ancora che di un ‘sentire’ collettivo) è sintetizzato benissimo nell’ironica <em>Quarto Oggiaro</em>:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket saccheggiato (oh ye)/ avevi in tasca una scatola di tonno dello Wyoming.../ si vede che la tua coscienza politica era scarsa.../ Io ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi/ io ci ho qua il caviale/ che a differenza del tonno non fa male/ lo questa sera mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne.../ Mentre tu te mange ‘o tonno con quel fesso di Totonno/ Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione/ Tu hai visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film inchiesta sulla CIA/ Eh ma la tua coscienza politica è proprio scarsa/ Io ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani/ S. Francesco e i sette nani vestiti da nazisti/ ho visto Scapponsanfan’ dei </em><em>fratelli Taviani/ C’eravamo tanto armati e diciotto</em><em> film di marziani (micidiale!) in cineteca.</em></pre>



<p>I sogni morti all’alba dei Settanta trovano spazio anche in <em>Zombi di tutto il mondo unitevi </em>(sempre Manfredi) dove si cantano la ritirata e l’inizio della disfatta generazionale. Siamo, insomma, al capolinea dell’ideale collettivo: il Movimento implode per surplus di ideologia. Un <em>sollen </em>tanto rigoroso da risultare snervante, allargato al rapporto di coppia e ai tanti reduci che popolano il 33 (“<em>Ultimo moicano sampietrino in mano</em>”). Strenui difensori di un ideale di gruppo andato a male, sconfitto dalla storia e dagli eventi, dalla massificazione dilagante. Guerriglieri allo sbando. Forzati dei raduni rock. Come quelli <em>– </em>tra droga, processi ai cantanti e cariche di polizia <em>– </em>di <em>Un tranquillo festival pop di paura</em>. Lontani anni luce dai proletari veri. Quegli zombi di tutto il mondo da cui il titolo, ridotti a “fantasmi del fantasma d’Europa” (il riferimento è all’incipit del <em>Manifesto del Partito Comunista </em>di Marx ed Engel).</p>



<p>Più sodale agli slanci del Movimento, il bolognese Claudio Lolli che <em>– </em>tralasciate le angosce esistenziali alla <em>Aspettando Godot – </em>con <em>Ho visto anche degli zingari felici </em>(1976) centra il duplice obiettivo del disco-capolavoro e del <em>messaggio </em>politico-sociale buono per una generazione di rivoluzionari in fieri. Sono anni di barricate: ideologiche, salottiere, artistiche, di piazza. Anni di attentati. Vigliacchi. Neri. Fascisti.</p>



<p>Anni in cui è facile “ritrovarsi soltanto a dei funerali”. Claudio Lolli ‘svolta’ stilisticamente, raccontandone uno, di questi anni a mano armata. Gli <em>zingari felici </em>si concentra sui dintorni del Settantasei ed è concepito come un’unica <em>suite</em>. Senza pause, con parti orchestrali di fusione tra un brano e l’altro. Con sezioni di fiati, percussioni, e un gruppo di musicisti alle spalle, con cui rielaborare la “Cantata del fantoccio lusitano” di Peter Weiss:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Siamo noi a far ricca la terra/ noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria/ Ma riprendiamola in mano, riprendiamola intera/ riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza.</em></pre>



<p>Tra slancio contestatario (<em>Piazza, bella piazza</em>), i fantasmi del Vietnam (<em>Primo maggio di festa</em>) e quelli del terrorismo nero (la lapidaria <em>Agosto</em>, sulla quale torneremo). L’esigenza di ritrovarsi uniti nella lotta (<em>La morte di una mosca</em>, <em>Albana per Togliatti</em>). E, in anticipo sul dibattito femminista a venire, la bellissima <em>Anna di Francia. C</em>anzoni-specchio di un’epoca e di una generazione.</p>



<p>Egualmente importanti gli esiti del successivo <em>Disoccupate le strade dai sogni</em>, un disco topico del 1977. Un disco battuto in lungo e in largo dalla rabbia. Dalla voglia di denuncia. E d’altro canto profetico del riflusso anni Ottanta che già bussa alle porte. Il discorso si apre con <em>Alba meccanica </em>e approda a <em>I giornali di marzo</em>. In mezzo l’evocativa <em>Analfabetizzazione </em>(un ribaltamento del significante nella lingua parlata), una più tenue <em>Canzone scritta sul muro</em>, la caustica <em>Autobiografia industriale</em>, la cerebrale <em>Da zero e dintorni</em>. E soprattutto <em>Incubo </em><em>numero zero – </em>superbamente evocativa, quasi dylaniana nella sua capacità visionaria <em>– </em>con tutti i crismi del manifesto politico. Sotto la facciata rassicurante della socialdemocrazia il Potere continua a tessere le sue trame e a giocare sporco. Nel testo anche un riferimento a Ulrike Meinhoff, giornalista-terrorista tedesca della RAF, ‘suicidata’ in carcere il 9 maggio del 1976 (l’anno seguente identica sorte toccherà ad Andreas Baader e ad altri compagni della Rote Armee Fraction).</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Il giorno di solito comincia sporco/ come l’inchiostro del nostro giornale/ scritto sui bianchi muri delle prigioni della Repubblica Federale/ Che giorno per giorno avanzando tranquille/ son quasi davanti alla tua finestra con un corteo di stesse e scintille e i tamburini la banda/ l’orchestra/ Spegnete la luce pensava Ulrike/ che la foresta più nera è vicina/ ma oggi la luna ha una faccia da strega/ e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina/ Spegnete la luce pensava Ulrike/ che la foresta più nera è vicina/ ma un </em><em>jumbojet scrive “viva il lavoro”/ col sangue, nel</em><em> cielo di questa mattina.</em></pre>



<p>Ulteriormente diverso l’approccio (testuale) alla rivoluzione di Eugenio Finardi. Che a partire dal 1975 (<em>Non gettate alcun oggetto dal finestrino</em>), l’onda della contestazione la cavalca al galoppo, la batte, la vive, la racconta dal ‘di dentro’. Soprattutto nei memorabili <em>Sugo </em>(1976) e <em>Diesel </em>(1977). Un cantautore organico al Movimento milanese, della scuderia discografica Cramps. Uno da Festival di Parco Lambro che, fino al ripiegamento sul privato di <em>Extraterrestre </em>(1979), si fa interprete a suon di rock della voglia di cambiamento delle masse giovanili. La lingua di Finardi è diretta. Immediata. Comiziante. Quasi sloganistica (“<em>La CIA ci spia</em><em> con l’aiuto della polizia</em>”). Adatta <em>– </em>in tutto e per tutto <em>– </em>alle istanze della rivoluzione in corso. Adatta a passare di stereo in stereo, di chitarra in chitarra, di corteo in corteo in una sorta di implicito passaparola. <em>Sugo</em>, così come i precedenti lavori finardiani, guarda al microcosmo metropolitano, interpretandone gli slanci, le cadute (spesso rovinose), gli incubi, i deliri, e non necessariamente in quest’ordine. In scaletta due canzoni in grado di lasciare un segno indelebile nella storia della protest song: <em>Musica ribelle – </em>assunta a manifesto artistico-ideologico dell’universo giovanile più impegnato <em>– </em>e <em>La radio</em>, pensata tra il serio e il faceto come jingle di Radio Popolare e divenuta inno ufficiale delle nascenti radio libere. <em>Sugo </em>scaturisce soprattutto dalla voglia/esigenza di ‘dire’ (tanto, troppo, comunque). <em>Soldi</em>, <em>Voglio</em>, <em>La Cia</em>, <em>La paura del domani </em>esprimono l’urgenza di una generazione che anela a dare l’assalto al cielo.</p>



<p>Anche <em>Diesel </em>rappresenta dal vivo la tensione sociale del momento. Canzoni come episodi inscindibili dalla realtà circostante che deve fare i conti (e li fa) con la guerra del Vietnam, la droga, il malessere giovanile. Come scritto in precedenza, gli anni Settanta sono anni duri, di scontri di piazza. Sui fronti opposti degli schieramenti, soprattutto studenti e poliziotti. Si scappa e si spara. A volte ad altezza d’uomo. Spesso ci scappa anche il morto. Due episodi tra i tanti (troppi), uno dei quali finito dentro una canzone: 11 marzo 1977, a Bologna, la polizia carica i militanti di sinistra e del Movimento che manifestano per le vie cittadine. I carabinieri aprono il fuoco, uccidendo Pier Francesco Lorusso, di Lotta continua. 12 maggio 1977, a Roma, la polizia attacca una dimostrazione pacifica, organizzata dai radicali per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, facendo largo uso di armi da fuoco, uccidendo Giorgiana Masi, diciannovenne, e ferendo altri sette giovani. È una lotta senza tregua. Strade, fabbriche, università, come trincee. L’aria delle città diventata irrespirabile per il fumo prodotto dai lacrimogeni. Pierangelo Bertoli <em>– </em>in <em>Nonvincono </em>(1976) <em>– </em>non è tenero con quella che, da più parti, viene definita “violenza di Stato”:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Ben altro che pace e lavoro ci hanno portato/ davanti alle fabbriche schierano il carro armato/ e radono al suolo le case ed i forni del pane/ perché tutto un popolo in lotta patisca la fame.</em></pre>



<p>Quindi, in <em>Rosso colore </em>(1977):</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Noi ci unimmo e poi scendemmo per le strade per lottare/ per respingere l’attacco del padrone/ Arrivati da lontano, poliziotti e celerini/ caricarono le donne col bastone/ Respingemmo i loro attacchi con la forza popolare/ ma convinti da corrotti delegati/ ci facemmo intrappolare da discorsi vuoti e falsi/ e da quelli che eran stati comperati.</em></pre>



<p>Il cosiddetto terrorismo non aspetta altro che pretesti di questo tipo. Il 1977 è un anno spietato. Preludio ideale al sequestro e all’assassinio di Aldo Moro (1978). Dopo di che, in Italia, niente sarà più lo stesso. Nemmeno l’indulgenza con cui una fetta di società civile guardava alle prime azioni delle Brigate Rosse. Lo sconcerto è ovunque, diffuso: chi si dissocia, chi prega, chi invoca la pena di morte per i brigatisti in carcere. L’Italia è in panne e ci resterà fin oltre il 1980, anno in cui Giorgio Gaber dà alle stampe <em>Io se fossi Dio</em>, punto di arrivo e summa del Gaber-pensiero. Una ballata copiosa che non risparmia nessuno. Che affonda nel putridume di vecchi e nuovi mostri (inglesi, africanisti, radicali, drogati, piccoli borghesi, “untuosi democristiani”, “grigi compagni del PCI”, giornalisti “necrofili”, “col gusto della lacrima in primo piano”). Una radiografia impietosa delle cancrene (e degli scheletri in capienti armadi) di una nazione in rovina, sia pure già in odore di Milano da bere. Relativamente alla vicenda Moro l’analisi gaberiana non distoglie lo sguardo. Cantando/recitando quanto segue:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Però se fossi Dio sarei anche invulnerabile e perfetto/ allora non avrei paura affatto/ così potrei gridare, e griderei senza ritegno che è una porcheria/ che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia!/ Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili/ di noi posso parlare perché so chi siamo/ e forse facciamo più schifo che spavento/ ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento/ Ma io se fossi Dio, non mi farei fregare da questo sgomento/ e nei confronti dei politicanti/ sarei severo come all’inizio/ perché a Dio i martiri non gli hanno fatto mai cambiar giudizio/ E se al mio Dio che ancora si accalora/ gli fa rabbia chi spara/ gli fa anche rabbia il fatto/ che un politico qualunque/ se gli ha sparato un brigatista/ diventa l’unico statista/ Io se fossi Dio/ quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio/ c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire/ che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana/ è il responsabile maggiore di vent’anni di cancrena italiana/ Io se fossi Dio, un Dio incosciente enormemente saggio/ avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/ quella faccia che era!</em></pre>



<p>Seguono polemiche. A qualcuno “il pensiero dà fastidio”. Se libero, scevro da ipocrisie, condizionamenti ideologici, ancora di più.</p>



<p>Non un unico episodio. Ma una lunga catena di avvenimenti luttuosi dietro ai quali si intravedono dinamiche di controllo e condizionamento della vita politica italiana. Un Idra, un mostro a più teste. Un meccanismo non sempre univoco. Il caos sociale, l’instabilità, la minaccia costante, il terrore vero e proprio, sono gli strumenti con cui, dietro la faccia ufficiale del Potere, un coagulo di forze non meglio e non sempre identificate comincia a giocare, in Italia, una partita di sangue dai contorni, in gran parte ancora incerti. Servizi segreti italiani e internazionali, organizzazioni armate, la destra estrema con tentazioni golpiste, lobby occulte, e altre di tipo economico, preoccupate del cambiamento. Complicate alleanze dove sfumano e convergono le differenze tra legalità e illegalità, apparati statali e criminalità, fenomeni spontanei e altri pilotati a seconda della circostanza. Una strategia della tensione <em>– </em>inaugurata dalla strage alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana e proseguita con la strage di Piazza Della Loggia, a Brescia <em>– </em>che getta la sua ombra lunga sul decennio in esame. Il contraltare all’eversione rossa. Il terrorismo vero. Quello che colpisce nel mucchio. In maniera indiscriminata. Cittadini che nulla c’entrano con il potere politico, che non sono ‘nemici di classe’ o ‘servi del potere’, come quelli, per lo più, colpiti dalle Brigate Rosse. Un piano sotterraneo, piuttosto, che punta alla stabilizzazione ‘al centro’ del sistema. Un apparato perfettamente intercambiabile di uomini fedeli a un’idea di conservazione dello status quo rispetto a qualsiasi forma di cambiamento. È in quest’ottica di immutabilità del potere che si collocano strutture segrete come Gladio, come i Nuclei di Difesa dello Stato, formazioni dal profilo quanto mai ambiguo come il MAR. La lista degli episodi oscuri e luttuosi è lunghissima. Il 4 agosto 1974 una bomba viene fatta esplodere nella vettura n.5 del treno Italicus, l’espresso Roma-Monaco. Muoiono dodici persone. I mandanti e gli esecutori della strage, attribuita alle trame nere, non saranno mai individuati.</p>



<p>In <em>Agosto </em>(<em>Ho visto anche degli zingari felici</em>, 1976) Claudio Lolli descrive così:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Agosto, improvviso si sente/ un odore di brace/ Qualcosa che brucia nel sangue/ e non ti lascia in pace/ Un pugno di rabbia che ha il suono </em><em>tremendo/ di un vecchio boato/ qualcosa che</em><em> crolla, che esplode/ qualcosa che urla/ un treno è saltato/ Agosto. Che caldo, che fumo/ che odore di brace/ Non ci vuole molto a capire/ che è stata una strage/ non ci vuole molto a capire che niente/ niente è cambiato/ da quel quarto piano in questura/ da quella finestra/ Un treno è saltato/ Agosto. Si muore di caldo/ e di sudore/ Si muore ancora di guerra/ non certo d’a</em><em>more/ Si muore di bombe, si muore di stragi/ più</em><em> o meno di Stato/ si muore, si crolla, si esplode/ si piange, si urla/ Un treno è saltato</em>.</pre>



<p>Le tragedie si consumano a ritmo serrato, ciò che è peggio fra il disinteresse o il disincanto di molti. Stampa compresa, per lo più distratta e/o reticente. Come ne <em>I giornali di marzo </em>(<em>Disoccupate le strade dai sogni</em>, 1977, ancora Lolli) che fa riferimento all’assassinio dello studente Lo Russo, morto nel corso di scontri con la polizia:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Alle 13.15 sono partiti alcuni colpi/ in un succedersi incalzante di fughe assalti e contrassalti/ solo le poche centinaia di persone che non erano scappate/ da alcuni uffici sono stati portati all’aperto tavoli/ i nostri aspiranti tupamaros devono convincersi/ I giornali di marzo/ i </em><em>giornali di marzo hanno capito/ i giornali di marzo/</em><em> i giornali di marzo hanno mentito/ Gli uomini sono scesi a terra già in assetto da campagna/ prudenza delle forze dello Stato/ hanno replicato con lanci a ripetizione di candelotti lacrimogeni/ è stato centrato alla schiena cadendo immediatamente/ Coi bottoni dorati e gli ottoni lucenti/ fischiando la marsigliese/ mentre il vento fa il solletico ai sogni/ rimasti impigliati nel cancello dei denti.</em></pre>



<p>Con l’acuta preveggenza che lo contraddistingue, Giorgio Gaber ne <em>La presa del potere </em>(1972), allestisce uno scenario futuribile, ma non troppo, di golpe borghese. Un avanzare lento, quasi un contagio. Inarrestabile. Un clima angosciante, di revanscismo destrorso che tracima. In questo modo:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Avvolti in lucidi mantelli/ guanti di pelle, sciarpa nera/ hanno le facce mascherate/ le scarpe a punta lucidate/ sono nascosti nella sera/ Non fanno niente, stanno fermi/ sono alle porte di Milano/ con dei grossissimi mastini/ che stan seduti ai loro piedi/ e loro tengono per mano/ Han circondato la città/ la stan guardando da lontano/ sono imponenti e silenziosi/ [...] E l’Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar/ e l’Italia rideva e cantava [...] Ora lavorano più in fretta/ hanno moltissimi alleati/ hanno occupato anche la RAI/ le grandi industrie, gli operai/ anche le scuole e i sindacati/ Ora si tolgono i mantelli/ son già sicuri di aver vinto/ anche le maschere van giù/ ormai non ne han bisogno più/ son già seduti in Parlamento/ Ora si possono vedere/ sono una razza superiore/ sono bellissimi e hitleriani.</em></pre>



<p>Come si vede, qualcosa di infido, di criptico, di misterioso, che allunga le trame mentre il cittadino medio (ahilui) gioca alle carte e parla di calcio nei bar. Distratto. Assuefatto. Pavido. Alienato. Indifferente alle cose (ai <em>fatti</em>) che contano davvero. Un’ignavia intellettuale, quella dell’italiano-tipo, stigmatizzata anche da Stefano Rosso. Nel 1978, in un clima di terrorismi diffusi (in molti sensi), la sua <em>Colpo di stato </em>illustra come tutto, nel Belpaese, risulti, in fin dei conti, velleitario. Destinato a finire a tarallucci e vino (“Colpo di stato/ ma che colpo se lo stato qui non c’è/ colpo di stato/ vai allo stadio? Aspetta, vengo insieme a te”).</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>E tra gente che gesticola con le armi/ e tra i nuovi santi illuminati al neon/ sta nascendo un nuovo tipo di ideale/ quello yankee tipo “fatelo da voi”/ E tra scioperi d’autonoma estrazione/ lo studente che si interroga da sé/ sta covando forse la rivoluzione/ mentre la signora bene prende il tè/ Colpo di stato/ ma che colpo se lo stato qui non c’è/ Colpo di stato/ e qui intanto farà il colpo del caffè [...] Poi c’è chi cercando la rivoluzione/ ha trovato infine le comodità/ chi confonde il pranzo con la colazione/ chi confonde la salute con l’età/ E da migliaia d’anni non </em><em>cambia la storia/ Giulio Cesare, Cavour testa</em><em> pelata/ e il copione ormai lo san tutti a memoria/ è la solita, non cambia la menata/ Colpo di stato/ ma che colpo se lo stato qui non c’è/ Colpo di stato/ vai allo stadio?/ Aspetta, vengo insieme a te.</em></pre>



<p>Lo stadio è assumibile come luogo-simbolo dell’indole italiana. Una nazione da bar-sport (versione aggiornata del luogo comune “italiano pizza e mandolino”). Eternamente irrisolta. Infelice. Lamentosa. Soprattutto incompiuta. La nazione delle tragedie sfiorate, delle coppe del mondo acciuffate coi denti, delle rivoluzioni, invece, mancate di un soffio. E così anche gli appuntamenti decisivi con la storia. Ancora Stefano Rosso, qualche anno dopo (1980), nella fototessera collettiva <em>– </em>un po’ complice e moltissimo feroce <em>– </em>data da <em>L’italiano</em>. Dove si ride piuttosto per non piangere:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>[...] Siam tutti preti, navigatori/ figli di ‘gnotta e grandi cantautori/ Mamma è una santa/ le altre da bordello/ se perde il Napoli faccio un ma</em><em>cello/ Se trovo un portafogli perché è vecchio/ tv</em><em> a colori e pane dentro al secchio/ Siam diploma</em><em>tici, laici, estremisti/ frutteti-asmatici e poi femministi/</em><em> di calcio tecnici, d’amor maestri/ figli di parroci in gite campestri/ Del cruciverba siamo i pensatori/ quattro infermieri, centosei dottori [...] Ma cosa guardi, cosa c’è di strano?/ Chi sono dici? Beh, sono italiano/ son stato il primo a perdere la mano/ sia col tedesco che l’a</em><em>mericano/ Confesso, è vero, ma non è finita/ prossima</em><em> vittima è l’ora proibita/ Ma cosa guardi, </em><em>cosa c’è di strano?/ Chi sono dici? Beh, sono</em><em> italiano!</em></pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal libro <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-nemico-non-e-Mario-Bonanno.php" target="_blank"><em>Il nemico non è. I cantautori, la guerra e il conflitto sociale</em></a>, Mario Bonanno, Paginauno edizioni</p>



<p></p>
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		<title>Il Pci, Moro e gli amici americani</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-pci-moro-e-gli-amici-americani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:15:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[pci]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[I contatti, la “diplomazia delle conferenze”, il viaggio negli USA di Napolitano e il mancato viaggio di Berlinguer]]></description>
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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I contatti, la “diplomazia delle conferenze”, il viaggio negli USA di Napolitano e il mancato viaggio di Berlinguer</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Maggio 1978, il viaggio mancato di Berlinguer negli Usa</h4>



<p>Nel luglio del 1977 la nuova Amministrazione Carter autorizza l’apertura di un ufficio di corrispondenza de <em>l’Unità</em> a Washington. La direzione del giornale in accordo con quella del Pci inviò sul posto un giornalista di provata esperienza, Alberto Jacoviello, che oltre al ruolo di corrispondente svolse nei fatti anche quello di ambasciatore del Pci in ambienti accademici e politici (1). L’ambasciatore Usa in Italia, Richard Gardner, rivendicò per sé questo passo: “Fin dai miei primi mesi come ambasciatore ero riuscito a convincere Washington ad approvare l’apertura di un ufficio dell’‘Unità’ nella capitale statunitense” (2). Un lavoro che cominciò a dare presto i suoi frutti: il 18 novembre 1977 giunse alla sezione Esteri del Pci una lettera dal Dipartimento di scienze politiche dell’università di Yale. Su sollecitazione della professoressa Yasmine Ergas, intenzionata a tradurre il libro di Enrico Berlinguer, <em>La politica internazionale dei comunisti italiani </em>(3), il professor Joseph La Palombara (4) chiedeva se il segretario del Pci fosse disponibile a scrivere una prefazione per la traduzione americana. La missiva era in realtà un buon pretesto per sondare nuovamente le intenzioni del segretario comunista sulla possibilità di un suo viaggio negli Stati Uniti. La Palombara chiedeva anche se Berlinguer potesse prendere in considerazione un invito, del quale non abbiamo però altra fonte o conferma, formulato un po’ di tempo prima dalla sua università per recarsi a Yale come “Chubb Fellow”, una posizione di prestigio per i conferenzieri propria della Yale University. Questa posizione, proseguiva La Palombara, “è la formula con la quale Santiago Carrillo è stato qui questa settimana e sono certo che potrà dire che è una formula ideale” (5). </p>



<p>Invitato per un ciclo di conferenze, il segretario dei comunisti spagnoli Santiago Carrillo era giunto a Yale quattro giorni prima, il 14 novembre 1977, tenendo una serie di incontri durante i quali aveva evitato di presentarsi come “ambasciatore dell’eurocomunismo” per non irritare eccessivamente il Pcus. Nonostante questa precauzione riuscì lo stesso a suscitare scalpore, in Spagna e in Europa, dichiarando – senza aver prima consultato nessun altro dirigente del suo partito – che il Pce non era più “leninista”. L’affermazione colpì favorevolmente Brzezinski, il quale compilò una sua personale classifica di affidabilità, ritenendo i comunisti italiani e francesi destalinizzati, a differenza dei portoghesi, ma ancora troppo leninisti (6).</p>



<p>Nel resto della sua lettera, La Palombara spiegava di non voler minimizzare “i problemi concernenti le norme e la realizzazione di questo tipo di visita […]. Naturalmente ci vorrà un certo tempo, una considerevole riflessione ed una accurata preparazione per sistemare tutto in modo che sia soddisfacente per Berlinguer. Il mio parere è che tale visita potesse coincidere con l’uscita qui del libro di Berlinguer. Per favore, può seguire questa questione e farmi sapere quale sia il Suo pensiero per risolverla?” (7).   </p>



<p>La lettera di La Palombara ha una indubbia rilevanza storiografica: scopriamo infatti che erano ben due i dirigenti del Pci invitati negli Stati Uniti. La circostanza solleva interessanti interrogativi poiché il visto finale lo ottenne solo Napolitano, responsabile della politica economica del Pci, e non il segretario generale Berlinguer. La proposta di La Palombara si arenò perché un secondo invito per tenere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti programmato per il mese di maggio 1978 pervenne a Berlinguer l’8 febbraio 1978 da una seconda sede, la New York University. La lettera, indirizzata al responsabile dell’ufficio Esteri del Pci Segre, era firmata da Norman Birnbaum, sociologo dell’Amherst College ed esponente dell’ala sinistra del partito democratico statunitense. L’invito, era stato preceduto da un incontro a gennaio con lo stesso Segre (8). Secondo Pons, che dedica alla vicenda un succinto commento, il viaggio di Berlinguer non ebbe luogo “forse a causa dell’affare Moro” (9). Se è probabile che l’esito mortale del sequestro e gli effetti che produsse sul quadro politico abbiano indotto Berlinguer a rinunciare al viaggio, dagli archivi del Pci emergono anche segnali di una certa prudenza verso l’invito di Birnbaum. Franco Calamandrei, senatore e membro della Commissione esteri, che ebbe modo di incontrare l’universitario americano il 19 gennaio 1978, scrisse in una relazione inviata al partito che il docente era stato “indicato fra i tanti più o meno collegati con la Cia” (10). Una voce, più che un’informazione, fin troppo generica ma forse sufficiente per consigliare prudenza.</p>



<p>Anche altre circostanze invitarono alla cautela, come la collocazione politica del docente, molto critica nei confronti dell’Amministrazione Carter, situazione che poteva sollevare problemi di opportunità diplomatica per una viaggio così delicato. Resta senza risposta, invece, l’esito infruttuoso dell’invito di La Palombara e a oggi non sappiamo se fu una scelta autonoma dell’Amministrazione Usa, che ritenne di selezionare l’esponente del Pci considerato più affidabile (Giorgio Napolitano), oppure una decisione interna al gruppo dirigente comunista.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-black-color has-text-color has-link-color wp-elements-9935a9c9a56da1f3362c4c53d2a2dfca">Il Pci e gli amici americani</h4>



<p>Dalla metà degli anni Settanta il Pci e l’ambasciata americana avviano una sorta di ‘politica dei contatti’, una tessitura che passava attraverso relazioni di vario livello, soprattutto riservate, in alcune circostanze molto formali anche di natura pubblica, con esponenti della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Eurocomunismo e compromesso storico, le due novità politiche introdotte da Berlinguer, avevano dato al Pci un rilievo internazionale attorno al quale ruotava l’inevitabile attenzione e l’interesse delle cancellerie occidentali, per capire meglio i possibili sviluppi della situazione, adeguarsi alla possibile entrata nel governo del più importante partito comunista d’Occidente, che alle elezioni regionali del 1975 aveva compiuto un balzo di 5 punti, minacciando il primato trentennale della Dc.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il rapporto Boies</h4>



<p>Proprio nel 1975 fu preparata una relazione, nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e forse funzionario della Cia sotto copertura, nella quale si prospettava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. L’opinione però era in contrasto con le convinzioni del segretario di Stato, Henry Kissinger, e per queste ragioni non produsse effetti immediati; tuttavia, come ha spiegato il professor Joseph La Palombara, era condivisa da molti (11). D’altronde, prosegue La Palombara, “vari personaggi che all’epoca testimoniarono al Congresso sul ‘caso Italia’ ne erano convinti, e le elezioni del 1976 confermarono l’onda lunga comunista. Scrissi in quel momento che m’aspettavo anch’io il Pci al governo, ma non da solo e non senza problemi” (12). La Cia sosteneva la necessità di aprire rapporti con il Pci e di individuarne gli interlocutori giusti in vista di un suo probabile accesso al governo e l’analisi di Boies era frutto di un lavoro protratto nel tempo: il 13 agosto 1974, infatti, Sergio Segre, responsabile della sezione Esteri del Pci, aveva già riferito a Berlinguer di alcuni incontri avuti con Boies poco tempo prima del suo rientro negli Stati Uniti. In procinto di lasciare l’ambasciata, Boies aveva quindi presentato a Segre il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel corso di quell’incontro – riferisce Segre – il nuovo primo segretario dell’ambasciata Usa aveva ritenuto maturi i tempi di “un dialogo fruttuoso” tra le parti “superando le barriere di questi anni” (13).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La politica dei contatti</h4>



<p>Prima del 1975, scrive Silvio Pons, Segre era stato il solo esponente del Pci ammesso ad avere rapporti con l’ambasciata americana (14), ma dal 1975 anche Luciano Barca entrò a far parte di quella dinamica. E fu proprio Barca a raccontare per primo l’incontro tra un membro della Direzione del Pci ed emissari del governo degli Stati Uniti: “Nel giugno del ‘75, per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Weenick, con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del Pci, prende contatto con me (ovviamente autorizzato da Berlinguer). È la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del Pci, anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. In realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano. </p>



<p>Poiché gli incontri cominciarono a essere periodici e a entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre a Weenick la necessità di incontrare, prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta, membro della Segreteria e nostro ‘ministro degli Esteri’. La richiesta spaventò evidentemente l’ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito a pranzo da Piperno (noto ristorante situato nel Ghetto a Roma, <em>n.d.a.</em>). Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: «Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli Esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me». Così è iniziato l’incontro, e Weenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo” (15).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="200" height="280" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1-3.jpg" alt="" class="wp-image-5293"/></figure>
</div>


<p>Alla vigilia del primo incontro Barca aveva cercato di capire se il funzionario dell’ambasciata americana fosse un uomo della Cia: “Mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca, a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici” (16). Che Weenick fosse veramente un agente sotto copertura della Cia incaricato di raccogliere da fonti dirette informazioni sulla evoluzione del Pci non è del tutto certo (ed è anche secondario), e anni dopo Barca ricevette una diversa informazione che situava il funzionario alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Ciò che risulta rilevante sul piano storico è il fatto che due importanti dirigenti del Pci, su mandato del segretario e della sezione Esteri del partito, si incontrarono per diverso tempo con un funzionario che consapevolmente ritenevano essere un membro dell’agenzia di intelligence Usa.</p>



<p>L’esito degli incontri fu molto positivo, tanto che poi “sono cominciati ad arrivare altri americani, anche quelli della Exxon tra gli altri, tutti in cerca di assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica: non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava. Molti rappresentanti di gruppi americani, forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica, apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità (1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito” (17).</p>



<p>Tra i cablo inviati dalla sede diplomatica romana al Dipartimento di Stato ce n’è uno del 2 maggio 1978 che riferisce il risultato di una delle conversazioni periodiche che Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che “l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro” e ha “fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra”. “Sin dal rapimento – sono le parole di Barca riportate nel cablo – nel corso dell’ultimo anno il Pci ha consegnato al ministero degli Interni informazioni anche su alcuni nostri amici che riteniamo stiano partecipando a gruppi delle Br presenti in certe aziende come Sip e Siemens”. Alle osservazioni del funzionario che lamenta un articolo di Macaluso apparso su l’Unità nel quale si suggerisce il coinvolgimento della Cia nel rapimento Moro, Barca replica: “La direzione del Pci ha ordinato, a lui e altri, di astenersi dal ripetere tali accuse senza fondamento poiché il Pci non ha alcun elemento che possa suggerire un coinvolgimento della Cia nel rapimento” (18).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Carter e “la diplomazia delle conferenze”</h4>



<p>Con l’arrivo alla Casa Bianca di Jimmy Carter, nel gennaio 1977, trovò nuovo slancio la “diplomazia delle conferenze” ossia l’idea di ricorrere alla politologia come arma diplomatica, invitando negli Usa gli esponenti dell’Eurocomunismo a tenere dei cicli di lezioni nelle università. Sostenere lo sganciamento dei partiti comunisti occidentali dalla sfera d’influenza sovietica rientrava nella strategia americana, che mirava a rafforzare le spinte di dissenso all’interno del campo socialista. “Prima di fare una richiesta formale all’Amministrazione abbiamo comunque sondato l’ambiente”, racconta La Palombara: “Cyrus Vance [il nuovo segretario di Stato] lo conoscevo da prima, in qualità di membro del consiglio d’amministrazione della Yale University. ‘Zibig’ Brzezinski, che ora era consigliere per la Sicurezza nazionale, avrebbe già potuto dirci se l’idea era ok”.</p>



<p>Anche il presidente Carter era informato, spiega La Palombara, “perché Brzezinski non era certamente in grado, da solo, di mutare la politica dei visti ai dirigenti comunisti. A tal fine, inoltre, occorreva un lavoro di preparazione con il Congresso americano, e con i nostri sindacati, Afl-Cio, da sempre ferocemente anticomunisti. Insomma non bastava che Brzezinski bussasse allo studio ovale, soprattutto dopo le elezioni italiane del 1976” (19). Tra coloro che si attivarono per creare un canale di comunicazione tra la nuova Amministrazione statunitense e il Pci troviamo Franco Modigliani, futuro premio Nobel per l’economia, che venne più volte consultato dal Dipartimento di Stato sulla situazione economica e politica italiana. Questi aveva consigliato l’apertura al Pci e alla Cgil, ritenuti i soli in grado di arginare la protesta sociale e far accettare i sacrifici richiesti. Nel corso del 1976 aveva più volte incontrato Napolitano, in quel momento responsabile del settore economico del Pci (20).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La diplomazia personale di Giorgio Napolitano</h4>



<p>Nel novembre del 1976, dunque prima dell’insediamento ufficiale di Carter, giunse in visita a Roma il senatore Ted Kennedy. Sembrò l’occasione ideale per un incontro con un esponente del Pci, o almeno questa era la convinzione di Napolitano che, sia pur privo di incarichi nella politica estera del partito, fece di tutto per accreditarsi. L’entourage del senatore Kennedy agì in modo prudente e sotto stretta osservazione dell’ambasciata, che riferiva ogni suo movimento al Dipartimento di Stato. Oltre al presidente della Repubblica Leone, al presidente del consiglio Andreotti e al presidente della Fiat Gianni Agnelli, i politici ammessi agli incontri ufficiali furono solo i segretari della Dc, Zaccagnini, e del Psi, Craxi. Il responsabile dell’ufficio Esteri del Pci, Sergio Segre, ricevette un invito unicamente per la cena di cortesia insieme ad altri trenta ospiti. Kennedy non volle che l’evento fosse fotografato e l’ambasciatore Volpe riportò a Kissinger ogni minimo dettaglio, anche la disposizione a tavola degli invitati. In quella circostanza, riferisce Volpe in un documento stilato per il Segretario di Stato, “ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato” (21). Una dimostrazione della pervicacia del personaggio e della propensione a tessere una sua diplomazia personale accanto a quella del partito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La politica di “non interferenza, non indifferenza”</h4>



<p>Nel marzo del 1977 arrivò da parte della nuova Amministrazione democratica un primo prudente segnale di cambiamento: il Segretario di Stato Vance e il ministro del Tesoro Michael Blumenthal stilarono un memorandum per il presidente dove si tracciavano le linee della cosiddetta politica di “non interferenza, non indifferenza”, riguardo alla scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Nello stesso documento si davano indicazioni meno rigide sui visti d’ingresso da rilasciare ai dirigenti del Pci e si fornivano nuove direttive sulla “politica dei contatti” da tenere con gli esponenti di quel partito. Era questo il quadro all’interno del quale doveva operare il nuovo ambasciatore scelto da Washington: Richard N. Gardner, giovane avvocato e professore di diritto internazionale alla Columbia University (22).</p>



<p>Divisa al suo interno su quelli che sarebbero stati gli sviluppi della situazione politica italiana, l’Amministrazione statunitense assumeva una posizione di prudenza, e apparentemente attendista, che in sostanza chiedeva al Pci di fornire le conferme del proprio mutato atteggiamento in politica internazionale, dando prova della propria affidabilità, prima di essere chiamata ad assumere una diversa posizione nei suoi confronti. Gardner aveva il compito di svolgere, come vedremo, questa “politica degli esami”, un delicato lavoro di approfondimento e verifica. “Ricevemmo dettagliate istruzioni dal Dipartimento di Stato – scriverà nelle sue memorie – che consentivano un approfondimento dei contatti con il Partito comunista”, estese anche a funzionari del Pci con o senza incarichi pubblici ma con modalità che non suscitassero “l’impressione che i comunisti avessero improvvisamente guadagnato il favore americano”. Fu così che Martin Weenick, il funzionario addetto ai rapporti con il Pci che aveva già contatti regolari con Sergio Segre e “occasionali con altre tre o quattro persone”, poté “vedere anche membri di spicco della segreteria del partito, come Pajetta e Napolitano” (23).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ramificazione dei contatti tra esponenti Pci e funzionari dell’ambasciata</h4>



<p>L’estensione e l’approfondimento di queste relazioni fu tale che, racconta sempre l’ambasciatore, in un bilancio “della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale” (24). A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: “Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse”.</p>



<p>Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1° aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro. “Il Console ha osservato – scrive Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie”.</p>



<p>Nel luglio successivo il console approfondì i suoi contatti incontrando “due dozzine di funzionari Pci” della Lombardia arrivando alla conclusione che il “Pci in questa regione ha attraversato dei cambiamenti fondamentali” fino al punto da “far dire a molti responsabili locali sostanzialmente onesti che essi sostengono il modello di democrazia occidentale, inclusa la lealtà a Comunità europea e Nato”. Il giudizio tuttavia non era condiviso dall’ambasciata di Roma che in un cablo del 19 luglio parlava di “conclusioni troppo ottimistiche” che a giudizio dell’ambasciatore Gardner non trovavano riscontro tra i dirigenti nazionali del partito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Basta con la Dc”, il dibattito in via Veneto</h4>



<p>Il 3 marzo Allen Holmes, vice di Gardner e soprattutto Deputy Chief of Mission, ovvero diplomatico più alto in grado in via Veneto – perché Gardner era un ambasciatore di nomina politica – firmò un telegramma di undici pagine intitolato <em>A dissenting of American politicy in Italy</em> nel quale mostrava di dissentire radicalmente dalla politica estera statunitense condotta fino a quel momento in Italia. Il testo metteva in forma un’opinione minoritaria ma presente nell’Amministrazione Carter, che riteneva ormai superata “l’attitudine interventista” e la convinzione che l’Italia dovesse ancora essere considerata “una nazione a sovranità limitata”. Il diplomatico suggeriva a Washington una “revisione politica che deve affrontare i fatti”, i quali mostravano che l’alleanza con i democratico-cristiani aveva comportato “diversi svantaggi”, trasformando l’America in “un fattore della politica interna italiana” che “ci porta a sminuire i fallimenti della Dc e a sopravvalutare la sua capacità di autoriformarsi”. </p>



<p>Il bilancio, secondo Holmes, era fallimentare: “Dovremmo essere onesti e ammettere che la perpetuazione al potere di un singolo partito non significa avere una democrazia sana” e che se in trent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a “rafforzare la democrazia in Italia farebbero bene a lasciar perdere”. Per il vice di Gardner andava rivisto “l’immutabile atteggiamento rispetto al Pci che invece sta cambiando”; a suo avviso l’Amministrazione Usa era ferma “alle analisi del 1950 che lo descrivevano come il partito dei poveri mentre l’arricchimento della popolazione ha portato a un suo rafforzamento” e “la tradizione rivoluzionaria del Pci non è quella russa, i comunisti italiani non sanno nulla del comunismo russo e i suoi leader sono intellettuali marxisti dell’Ovest non dell’Est”. Per il Deputy Chief di via Veneto, “la collaborazione con il governo Andreotti dal 1976, gli atteggiamenti responsabili sull’ordine pubblico, le posizioni moderate sull’economia, la formale accettazione della Nato e della Comunità europea, il discorso di Berlinguer al XIV Congresso del partito e la decisione della Cgil di abbandonare l’Organizzazione internazionale del lavoro [non potevano essere considerate] operazioni di facciata”<em>.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Il viaggio negli Usa di Napolitano, in pieno sequestro Moro</h4>



<p>“Come sapete, qualche mese fa ho ricevuto e ho accolto in linea di massima l’invito di alcune università a recarmi negli Stati uniti per un giro di conferenze e seminari nella prima metà del mese di aprile”. A scrivere è Giorgio Napolitano in una lettera indirizzata il 2 febbraio 1978 alla segreteria del suo partito. Più avanti nel testo il dirigente comunista entra nei dettagli della preparazione e della organizzazione del viaggio: “In particolare il prof. La Palombara alcune settimane or sono mi ha detto di aver parlato personalmente con l’ambasciatore Gardner e di aver ricevuto assicurazioni in proposito. Accenni nello stesso senso mi ha fatto il professor Modigliani, venuto ancor più di recente in Italia. Infine avevo parlato anche io, come alcuni compagni sanno, col primo segretario dell’ambasciata americana, il quale mi aveva solo raccomandato di avanzare per tempo la richiesta del visto. Se voi siete d’accordo, io dunque inoltrerei senz’altro la richiesta del visto e preciserei alle università che mi hanno invitato, il mio periodo di soggiorno negli Stati uniti che dovrebbe cominciare il 4 o 5 aprile e durare una quindicina di giorni. Si tratta infatti di trascorrere due o tre giorni in ciascuna delle tre università che mi hanno invitato (Princeton, Yale, Harvard) e di avere inoltre alcuni giorni per contatti, discussioni ecc. che è possibile avere a New York e a Washington. Per quanto riguarda questa possibilità di incontri fuori dal giro delle università, ho preso accordi con Jacoviello quando è venuto a Roma e posso fare affidamento su diversi altri amici e canali negli Stati Uniti. Avremo comunque tempo di parlare nel merito dell’atteggiamento da tenere nel corso delle discussioni che potrò avere negli Stati Uniti” (25).</p>



<p>Napolitano lavorava da almeno tre anni a questo appuntamento con un impegno e uno zelo personale che lasciano trapelare il desiderio di accreditarsi in tutti i modi come l’interlocutore privilegiato di quell’avvicinamento a Ovest (vedi i ripetuti tentativi di accreditarsi al ricevimento dato da Ted Kennedy durante la sua visita a Roma nel novembre 1976), a cui la segreteria di Berlinguer stava lavorando da quando aveva preso in mano le redini del Pci. Convinto di essere giunto nell’anticamera del governo sulla spinta di una progressione elettorale che sembrava inarrestabile, il vertice comunista riteneva fondamentale, per poter compiere indenne il passo finale, ottenere l’avallo dell’Amministrazione statunitense.</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Se il Pci ottiene un attestato di rispettabilità dagli Usa, la vittoria elettorale sarebbe inevitabile”</h4>



<p>Già nel 1975 era pervenuto a Giorgio Napolitano un primo invito a recarsi negli Stati Uniti per tenere un ciclo di conferenze promosso dallo stesso Centro studi che poi lo avrebbe invitato di nuovo nel 1978. In quell’occasione non fu possibile dare seguito alla richiesta, in quanto il Dipartimento di Stato gli negò il visto, così come lo negò a Segre, che stava per recarsi a Washington con una delegazione dell’Istituto Affari Internazionali. Per protesta l’intera delegazione (compreso Gianni Agnelli) rinunciò al viaggio (26). L’incidente si risolse nel novembre quando Segre e Franco Calamandrei poterono infine entrare negli Usa come membri di una delegazione dell’Unione interparlamentare guidata da Giulio Andreotti, che svolse il ruolo di garante.</p>



<p>A individuare la figura di Napolitano era stato un piccolo gruppo di accademici che comprendeva, oltre al citato La Palombara, Stanley Hoffmann di Harvard, Nick Wahl di Princeton e Zbigniew Brzezinski, docente alla Columbia University, esponente della commissione Trilateral e futuro consigliere della Sicurezza nazionale del presidente Carter. Si trattò, sempre secondo le parole di La Palombara, di un primo tentativo di apertura verso l’eurocomunismo rivolto all’Amministrazione Ford. Con una lettera alla Casa Bianca, inviata da Wahl e firmata da Hoffmann, “volevamo indagare se l’esecutivo fosse disposto ad adottare un’interpretazione più morbida dei visti d’ingresso per un numero limitato di eurocomunisti europei che consideravamo importanti. Ma il risultato fu, come sappiamo, negativo. Si incaricò di bloccare tutto Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato retto da Kissinger” (27). La pubblicazione nel 2015 dei <em>Kissinger cables</em>, le comunicazioni tra Henry Kissinger e le ambasciate Usa di tutto il mondo, ha permesso di conoscere meglio i retroscena di questo rifiuto.</p>



<p>Era l’agosto del 1975 quando l’ambasciatore a Roma John Volpe scriveva al suo superiore: “Nell’aprile scorso, abbiamo raccomandato di non rilasciare un visto a Giorgio Napolitano, che voleva recarsi negli Stati Uniti per tenere conferenze in quattro università” (28). Dalle comunicazioni emerge che della faccenda si era occupato direttamente lo stesso Kissinger il quale, anche se in un cablo all’ambasciatore Volpe qualificava la richiesta “intempestiva”, mostrava di avere una lettura complessa delle posizioni interne al Pci. Nel 1976, infatti, scrisse che “i comunisti non sono tutti uguali” e tra questi distingueva Napolitano che “ha confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno Stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico” (29). </p>



<p>La decisione americana, dettata da realpolitik, era legata tra le altre ragioni alla necessità di non fare gesti che legittimassero, e quindi favorissero elettoralmente, il Pci, forza politica in forte ascesa e con ulteriori margini di progresso. “Non c’è dubbio – scriveva ancora Volpe nell’agosto dello stesso anno – che il rilascio di visti per Berlinguer e per altri alti funzionari del Pci giocherebbe a favore della loro rispettabilità democratica agli occhi dell’elettorato italiano. E come ha detto Berlinguer a Moro, «se il Pci dovesse ottenere un attestato di rispettabilità, la vittoria sarebbe inevitabile»” (30). Negare il visto d’ingresso avrebbe suscitato delle critiche ma sarebbe stato, concludeva l’ambasciatore, “il danno minore per gli Stati Uniti e per la causa della democrazia in Italia di quanto lo sarebbe lo sfruttamento da parte del Pci del rilascio dei visti come una sorta di presunta indicazione del fatto che il governo americano ha accettato le credenziali democratiche del Pci” (31).</p>



<h4 class="wp-block-heading">18 marzo 1978, è arrivato il visto grazie ad Andreotti</h4>



<p>Il 18 marzo 1978 Napolitano annunciò che aveva ricevuto finalmente il visto per gli Usa (32). Il viaggio, che sarebbe durato due settimane, era nato da un’iniziativa del Centro per gli studi europei diretto dal professor Stanley Hoffmann dell’università di Harvard. L’intenso programma di incontri, seminari e conferenze era coordinato dal professor Peter Lange, un italianista in contatto con La Palombara. A sbloccare il visto di Napolitano aveva anche contribuito l’intercessione di Andreotti, come avrebbe rivelato egli stesso: “Mi diedi da fare anch’io con l’ambasciata statunitense a Roma perché quel visto fosse concesso. Si trattava infatti di un’occasione importantissima: Napolitano poté spiegare agli americani l’evoluzione del Pci e il senso della politica che il suo partito perseguiva in quegli anni” (33). In una lettera autografa del 9 maggio 2006, conservata presso l’archivio Andreotti, Napolitano appena eletto al Quirinale rendeva omaggio a quel gesto che creò le basi della sua futura carriera istituzionale (34): “Non dimentico come ti adoperasti per il buon esito di quella mia prima missione negli Stati Uniti: venni a chiederti consiglio nel tuo studio a Palazzo Chigi, mi assicurasti il sostegno della nostra ambasciata a Washington, mi mettesti in contatto con Dini, a casa del quale potei incontrare il rappresentante del Fondo monetario” (35).</p>



<p>Una confidenza importante quella a cui si lasciò andare Napolitano, che lasciava trapelare uno dei segreti del suo viaggio negli Usa, tenuto nascosto ai militanti del Pci. Nella sua nota alla Segreteria Napolitano riferiva che avrebbe “ritirato, ovviamente, il visto e deciso con voi se partire alla data stabilita, in relazione al modo in cui si evolverà la vicenda Moro e la situazione complessiva” (36).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le perplessità della Direzione: chi parte? Napolitano o Berlinguer?</h4>



<p> A suscitare perplessità tra i massimi dirigenti del Pci sui tempi del viaggio, il cui inizio era previsto per il 3 aprile, non era soltanto il rapimento Moro o l’esame parlamentare della legge sull’aborto, i cui margini di approvazione erano strettissimi, tanto che la partita si sarebbe giocata con pochi voti di differenza (37). Sullo sfondo, molto probabilmente, c’era il sopra ricordato invito a Berlinguer stesso di recarsi negli Stati Uniti, che non a caso chiese a Napolitano di verificare la possibilità di un rinvio.</p>



<p>In una seconda lettera indirizzata il 23 marzo a Berlinguer, Natta e al resto della Segreteria, emergono i sondaggi fatti per valutare un possibile ritardo del viaggio: “Secondo il suggerimento datomi da Berlinguer stamattina – scrive Napolitano – ho telefonato oggi pomeriggio a Jacoviello per chiedergli di sondare con gli amici americani la possibilità di far slittare – data la coincidenza con le votazioni sull’aborto – di almeno una dozzina di giorni tutte le date del mio programma di conferenze e incontri negli Stati Uniti. Jacoviello mi ha risposto di considerarlo impossibile – dato che ci sono volute settimane per combinare i diversi impegni e fissare le date – e ha aggiunto che mentre, ovviamente, eventuali ulteriori aggravamenti della situazione dell’ordine democratico potrebbero risultare talmente drammatici da giustificare l’annullamento, il rinvio sine die del mio viaggio sarebbe difficile spiegarlo agli amici americani con la faccenda delle votazioni sull’aborto. Se ne potrebbe dare un’interpretazione politica (un ripensamento politico sul mio viaggio) con conseguenze alquanto negative” (38).</p>



<p>Napolitano voleva assolutamente partire. Lo si capisce dalla cura degli argomenti che sceglie per far comprendere agli altri dirigenti del suo partito quanto un rinvio rischiasse di provocare malintesi diplomatici, che avrebbero azzerato il faticoso obiettivo di allacciare rapporti con le autorità statunitensi ed essere finalmente riconosciuti come una potenziale forza di governo che non avrebbe messo in discussione gli equilibri geopolitici. “Detto ciò – continua la sua lettera alla Segreteria – lascio valutare a voi i due lati della questione: l’annullamento del viaggio (posso anche provare a telefonare direttamente all’americano Peter Lange che ha collaborato alla definizione di tutto il programma, per vedere se è possibile uno spostamento di 12-15 giorni anziché un rinvio sine die, ma l’opinione negativa di Jacoviello mi sembra fondata) e il rischio che il margine di maggioranza nelle votazioni sull’aborto risulti talmente ristretto da rendere decisivo il mio voto. Si può anche – come si diceva stamattina con Natta – verificare l’evolversi della situazione nel corso delle votazioni e prima di quella finale, riservandosi di richiamarmi ove ciò appaia indispensabile (anche se alcuni degli impegni di maggior rilievo politico sono previsti per gli ultimi giorni della mia permanenza negli Usa: in modo particolare l’incontro di New York è previsto per il giorno 14)” (39).</p>



<h4 class="wp-block-heading">3 aprile, parte Napolitano con una ricca agenda di appuntamenti</h4>



<p>La Segreteria comprese le ragioni e il 3 aprile Napolitano lasciò l’Italia per New York. Anche se non era il primo dirigente del Pci a fare ingresso negli Usa, la sua visita costituiva una novità assoluta, come lui stesso sottolineò in un articolo-resoconto scritto al suo rientro e apparso su <em>Rinascita</em> del 5 maggio 1978: “La novità e il significato dell’avvenimento stavano nel fatto stesso del rilascio del visto” (40), concesso in deroga alla legislazione (lo Smith Act del 1940 e il McCarran Act del 1950) che impediva il rilascio di permessi di entrata per chi era ritenuto una “minaccia” per il Paese (i comunisti tradizionalmente rientravano in quella categoria). “Per la prima volta – prosegue Napolitano – un membro della Direzione del Pci [era stato] invitato in quanto tale negli Stati Uniti per illustrare la politica del Pci, e non come componente di una delegazione unitaria, di carattere parlamentare o regionale o comunale” (41), come era stato in precedenza per Pecchioli e Segre.</p>



<p>Il programma degli incontri era davvero molto fitto (42): si andava dai confronti con gli staff dirigenziali e le redazioni dei più noti quotidiani e settimanali, come il New York Times, il Washington Post, Newsweek, o i top editors di Time e Fortune, a conversazioni private con rappresentanti del mondo degli affari e del mondo politico e culturale, fino alle conferenze nelle università di Princeton, Harvard e Yale. Chiudevano l’esperienza alcuni seminari al Centro di ricerca della politica estera della John Hopkins University di Washington e al Centro di studi strategici della Georgetown University diretto da Kissinger, nonché importanti incontri con gruppi e centri decisionali come il Lehman Institute e il Council on Foreingn Relations dove, a detta di La Palombara, la visita raggiunse il suo culmine davanti a un uditorio composto da avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale (43).</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Le Brigate rosse non sono marionette di un complotto reazionario ma figli degeneri del marxismo rivoluzionario”</h4>



<p>I temi affrontati durante gli incontri furono la politica estera del Pci, la sinistra europea, la politica economica, in particolare la posizione del Pci sull’intervento dello Stato nell’economia e, ovviamente, il terrorismo. Se ne parlò, scrisse Napolitano su Rinascita, fin dal primo giorno nella redazione di Newsweek: “Si discute sulle sue cause, sulla sua dimensione internazionale e sulla rilevanza e virulenza in Italia. Mi sembra che venga apprezzato il nostro impegno a non seguire la troppo facile strada della riduzione del fenomeno a complotto reazionario – le Brigate rosse come marionette, opportunamente travestite, della reazione – e a fare invece i conti con le degenerazioni, fino al delirio ideologico e al crimine più barbaro, dell’ispirazione rivoluzionaria del marxismo e del movimento comunista” (44).</p>



<h4 class="wp-block-heading">A casa di Agnelli in Park Avenue</h4>



<p>Pochi giorni dopo a Princeton si registrò un episodio particolare: al momento delle domande un giovane studente, esprimendosi in un buon inglese, dopo aver rilevato contraddizioni nell’esposizione di Napolitano, chiese quali legami restassero ancora tra gli scritti del giovane Marx e la politica del Pci. Alla fine egli stesso si presentò al dirigente comunista: era Edoardo Agnelli, il figlio di Gianni (45).</p>



<p>La trasparenza impiegata nel caso dell’aneddoto su Edoardo Agnelli non trovò seguito quando si trattò di riferire l’incontro, mantenuto segreto per trentacinque anni, che Napolitano ebbe con il padre, Gianni Agnelli, nella sua casa in Park Avenue, a New York. L’episodio venne rivelato dal protagonista soltanto nel 2013: “Fui condotto – raccontò Napolitano – da Furio Colombo nella casa dell’Avvocato in Park Avenue. Sapeva che ero in America, voleva conoscermi. Parlammo vivacemente, dei miei incontri americani in primo luogo, ma anche dell’Italia naturalmente. Curioso, attento, gentile. E, di certo, uomo di visione internazionale. Ecco l’impressione che mi fece subito Agnelli in quell’incontro che rappresentava un inedito o quasi, perché credo che fino a quel momento l’Avvocato conoscesse di persona pochissimi esponenti nazionali del Pci oltre a Giorgio Amendola e Luciano Lama, che aveva avuto come controparte sindacale. Così cominciò una conoscenza, nacque un interesse reciproco, e si avviò un rapporto che ebbe poi tappe interessanti e particolari in seguito” (46).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Magro bilancio ma pieno accordo sulla linea della fermezza</h4>



<p>La missione negli Stati Uniti aveva “acceso un interesse” verso il Pci, aperto “canali di comunicazione e confronto” che da lì bisognava percorrere. Fu quello il bilancio del viaggio negli Usa tirato da Napolitano al suo rientro (47). Secondo l’esponente comunista, il contatto di notevole ampiezza avuto “con ambienti rappresentativi del mondo universitario e culturale americano, in alcuni dei suoi centri più importanti e più impegnati politicamente” sarebbe stato estremamente utile poiché era convinto “che tra questo mondo e le sedi di elaborazione della politica ci sia comunicazione, non separazione”.</p>



<p>In sostanza il suo viaggio aveva permesso all’Amministrazione Carter di rimettere in discussione diffidenze e pregiudizi verso i comunisti italiani. Nonostante ciò il favore accademico raccolto era rimasto privo di risultati politici. Il Pci non ottenne la benedizione auspicata, anche perché la situazione politica italiana stava evolvendo velocemente. Alle elezioni amministrative parziali del maggio 1978 il Pci subì un primo segnale di arresto che spinse Berlinguer ad accennare un’autocritica sulla politica del compromesso storico: “Siamo stati generosi forse fino al livello della ingenuità, anche perché a questa nostra generosità e lealtà non ha corrisposto eguale lealtà da parte di altri partiti e da parte della stessa Democrazia cristiana” (48).</p>



<p>Nel gennaio del 1979 il Pci uscì dalla maggioranza di governo, tardiva decisione che non impedì la durissima sconfitta elettorale del giugno 1979, dove i comunisti arretrarono per la prima volta dalla nascita della Repubblica, perdendo quattro punti percentuali e un milione e mezzo di voti.</p>



<p>Addebitare quel risultato alla politica di logoramento che gli americani avevano ricalcato sulla strategia elaborata da Moro, sarebbe riduttivo. Nessuno aveva obbligato il Pci a scegliere la strada del compromesso storico. I comunisti pagavano il prezzo della loro inadeguatezza di cultura politica che il decennio aveva portato in superficie: la scelta di strategie fondate sull’autonomia del politico nel momento di massimo protagonismo dei movimenti sociali, probabilmente ne mise a nudo l’incapacità di interpretare quelle domande di radicale mutamento, che avevano osteggiato nonostante ne avessero ricavato un vantaggio elettorale alla metà degli anni Settanta. Non a caso, l’unico vero risultato politico incassato durante il viaggio di Napolitano negli Usa fu la totale sintonia sulla strategia della fermezza da mantenere di fronte al sequestro di Moro, e più in generale verso i sommovimenti sociali di quel periodo. La politica americana era dettata dalla realpolitik: nel momento in cui il Pci non sembrava più in grado di varcare la soglia di Palazzo Chigi, per gli Usa veniva meno il problema di concedergli eventuali <em>atout</em>, anche se ciò non impedì l’ulteriore approfondimento della “politica dei contatti”. Il 20 luglio 1978 l’ambasciatore Gardner, in accordo con il Dipartimento di Stato, sottoscrisse un memorandum che “apriva un nuovo corso, autorizzando un numero molto maggiore di funzionari d’ambasciata a intrecciare rapporti con i membri del partito comunista” (49).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La processione dei dirigenti del Pci davanti al cancello di Villa Taverna</h4>



<p>Si veda anche Un’altra ‘gaffe’ dell’ambasciatore, <em>l’Unità</em>, 22 luglio1978 Le nuove procedure consentirono inviti formali per esponenti del Pci che ricoprivano incarichi pubblici, dal sindaco di Roma al presidente della Camera, nessuna preclusione nei rapporti con i giornalisti de l’Unità e grande disponibilità in ambito culturale (50). Il problema dell’Amministrazione Usa restava sempre quello di non dare adito all’equivoco che questo diverso atteggiamento verso il Pci, questo lavoro di conoscenza di una parte d’Italia rimasta fino a quel momento ai margini, potesse essere interpretato come un lasciapassare per l’ingresso del Pci al governo. Per aggirare questo rischio Gardner ottenne da Brzezinski e Vance un’ulteriore concessione: fu stabilito un protocollo segreto che consentiva all’ambasciatore in persona di incontrare in privato alcuni esponenti di primo piano del Pci, come Emanuele Macaluso, Ugo Pecchioli e lo stesso Napolitano.</p>



<p>Il primo incontro avvenne a casa di Cesare Merlini, presidente dell’Istituto Affari internazionali, in cui si stabilirà una consuetudine di incontri protetti da riservatezza assoluta. Per evitare fughe di notizie l’ambasciatore riferì direttamente a Carter e Brzezinski senza mai inviare telegrammi a Washington. Napolitano ne parlò solo con Berlinguer (51). Nonostante l’impegno assunto, però, fu proprio Gardner – per rispondere a chi negli Usa criticava il suo operato – a far trapelare la notizia sul Los Angeles Times. Oltre ai ricevimenti a Villa Taverna, si riferiva che “Gardner aveva incontrato funzionari del partito comunista soltanto in occasioni private” e si lasciava chiaramente intendere che avesse visto “almeno due dei membri della segreteria del partito: Giorgio Napolitano e Giancarlo Pajetta”. L’articolo riportava anche valutazioni politiche sull’esito degli incontri, “apparsi deludenti”, inquadrandoli in una strategia che mirava a “incoraggiare e accelerare il processo di occidentalizzazione del partito” (52). Il tiro giocato dall’ambasciatore Usa provocò indignate proteste sulla stampa del Pci e un duro editoriale di Eugenio Scalfari, su <em>la Repubblica</em>, con il titolo “L’ambasciatore delle gaffes” (53), ma non mise fine alla processione dei dirigenti del Pci davanti al cancello di Villa Taverna.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Pasquale Chessa,<em> L’ultimo comunista</em>, Chiarelettere, 2013, cit., p. 129</p>



<p class="has-small-font-size">2) R.N. Gardner, <em>Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981</em>, Mondadori, Milano 2004, p. 244</p>



<p class="has-small-font-size">3) E. Berlinguer, <em>La politica internazionale dei comunisti italiani. 1975-76</em>, Editori Riuniti, Roma, 1976</p>



<p class="has-small-font-size">4) Politologo della università di Yale, tra i maggiori esperti della politica italiana, nel biennio 1980-81 fu capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma</p>



<p class="has-small-font-size">5) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, f. 1185. L’originale in inglese della lettera si trova nel microfilm 0310, f. 1184</p>



<p class="has-small-font-size">6) <em>l’Unità</em>, 16 novembre 1977</p>



<p class="has-small-font-size">7) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">8) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Esteri lettera 8 febbraio 1978, b. 2477</p>



<p class="has-small-font-size">9) S. Pons, <em>Berlinguer e la fine del comunismo</em>, Einaudi, 2006, cit., p. 135</p>



<p class="has-small-font-size">10) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, 1978, Segreteria, Microfilm 7801, f. 0087, citato in P. Chessa, <em>L’ultimo comunista</em>, Chiarelettere, 2013, cit., p. 139 </p>



<p class="has-small-font-size">11) Intervista a Joseph La Palombara di G. Cubeddu, <em>Alla ricerca della solidarietà nazionale</em>, aprile 2008, p. 3 (<a href="http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">12) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 080, Estero 1974, f. 401</p>



<p class="has-small-font-size">14) S. Pons, <em>Berlinguer e la fine del comunismo,</em> Einaudi, 2006, cit., p. 50</p>



<p class="has-small-font-size">15) L. Barca, <em>Il Pci e l’Europa</em>, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (<a href="http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/">http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/</a>), scaricato il 26 aprile 2016), ma anche L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, Rubettino Roma, 2005, vol. II, pp. 601-603</p>



<p class="has-small-font-size">16) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">17) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">18) M. Molinari, <em>Governo ombra. I documenti segreti degli USA sull’Italia degli anni di piombo</em>, Rizzoli, 2012, p. 109-112. Barca riferisce anche che Macaluso “è stato rimproverato per non aver informato il partito sul coinvolgimento di una figlia acquisita in un gruppo di estrema sinistra”. Si trattava di Fiora Pirri Ardizzone</p>



<p class="has-small-font-size">19) La Palombara, <em>Alla ricerca della solidarietà nazionale</em>, op. cit. p. 3 </p>



<p class="has-small-font-size">20) F. Modigliani, <em>L’impegno civile di un economista</em>, a cura di Pier Francesco Asso, Protagon – Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, 2007, pp. 35-37, cit. in P. Chessa, <em>L’ultimo comunista. La presa del potere di Giorgio Napolitano,</em> Chiarelettere, Roma 2013, p. 140</p>



<p class="has-small-font-size">21) <em>la Repubblica</em>, 8 aprile 2013, «Quell’incontro con Napolitano che Ted Kennedy rifiutò tre volte»</p>



<p class="has-small-font-size">22) R.N. Gardner, <em>Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981</em>, Mondadori, Milano 2004 Italy, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">23) Ivi, p. 124. Cfr L. Barca, <em>Il Pci e l’Europa</em>, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (<a href="http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/">http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">24) R.N. Gardner, <em>Mission Italy,</em> cit., p. 125 </p>



<p class="has-small-font-size">25) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0317, Estero, Lettera di Giorgio Napolitano alla segreteria, 2 febbraio 1978, f. 1152</p>



<p class="has-small-font-size">26) <em>la Repubblica</em>, 3 aprile 1999 </p>



<p class="has-small-font-size">27) Intervista a Joseph La Palombara di G. Cubeddu, <em>Alla ricerca della solidarietà nazionale</em>, aprile 2008, p. 2-3 (<a href="http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm">http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">28) S. Maurizi, <em>Espressonline</em>, 8 aprile 2015. Vedi <a href="http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900</a></p>



<p class="has-small-font-size">29) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">30) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">31) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">32) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, Direzione sezione estero, Stati Uniti, «Nota di Giorgio Napolitano alla segreteria», 18 marzo 1978 (514/S), ff. 2156-57</p>



<p class="has-small-font-size">33) R. Rotondo, «Napolitano in Usa, così Andreotti mediò», Avvenire, 17 aprile 2013</p>



<p class="has-small-font-size">34) Giorgio Napolitano fu presidente della Camera dei deputati nella XI legislatura dal 1992 al 1994; ministro dell’Interno nel primo governo Prodi, 1996-1998; senatore a vita dal 2005; presidente della Repubblica con doppio mandato dal maggio 2006 fino al gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">35) <em>Avvenire</em>, 17 aprile 2013 </p>



<p class="has-small-font-size">36) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">37) La legge 194 che introduceva l’interruzione volontaria della gravidanza venne approvata dalla Camera il 14 aprile 1978, alla fine di una seduta fiume di 36 ore, con 308 voti favorevoli (quelli di Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e di un drappello di democristiani) e 275 contrari (quasi tutta la Dc, Msi, e per ragioni opposte i Radicali e il Pdup-Dp). Un mese più tardi, il 18 maggio 1978, venne approvata in via definitiva al Senato senza subire alcuna ulteriore modifica, con 160 voti a favore e 148 contrari</p>



<p class="has-small-font-size">38) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, Direzione sezione estero, Stati Uniti, Nota di Giorgio Napolitano alla segreteria, 23 marzo 1978 (533/S), f. 2158 </p>



<p class="has-small-font-size">39) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">40) G. Napolitano, «Il Pci spiegato agli americani. Taccuino di viaggio negli Usa», <em>Rinascita</em>, 5 maggio 1978, p.32</p>



<p class="has-small-font-size">41) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">42) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, f. 2146, A. Jacoviello, <em>l’Unità</em>, 5 aprile 1978</p>



<p class="has-small-font-size">43) J. La Palombara, op. cit., pp. 5-6</p>



<p class="has-small-font-size">44) G. Napolitano, op. cit., p. 32 </p>



<p class="has-small-font-size">45) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, f. 2148, <em>l’Unità</em>, 9 aprile 1978</p>



<p class="has-small-font-size">46) <em>la Repubblica</em>, 13 gennaio 2013</p>



<p class="has-small-font-size">47) G. Napolitano, op. cit., p. 32 </p>



<p class="has-small-font-size">48) Rapporto di Enrico Berlinguer alla riunione dei segretari regionali, 25 maggio 1978, <em>l’Unità</em>, 26 maggio 1978</p>



<p class="has-small-font-size">49) N. R. Gardner, op. cit., p. 244 </p>



<p class="has-small-font-size">50) Ivi, pp. 244-245</p>



<p class="has-small-font-size">51) Ivi, p. 244, Cf. Presentazione del libro di Gardner a Roma, 4 settembre 2004. (<a href="https://www.radioradicale.it/scheda/161849/mission-italy-gli-anni-di-piombo-raccontati-dallambasciatore-americano-a-roma-1977" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.radioradicale.it/scheda/161849/mission-italy-gli-anni-di-piombo-raccontati-dallambasciatore-americano-a-roma-1977</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">52) Ivi, p. 259, articolo ripreso dal <em>International Herald Tribune</em>, 20 luglio 1978</p>



<p class="has-small-font-size">53) <em>la Repubblica</em>, 21 luglio 1978. </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Uomo di potere, martire e profeta, la doppia narrazione pubblica della figura di Aldo Moro, prima e dopo il sequestro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/uomo-di-potere-martire-e-profeta-la-doppia-narrazione-pubblica-della-figura-di-aldo-moro-prima-e-dopo-il-sequestro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 10:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=915</guid>

					<description><![CDATA[La narrazione dell’uomo politico prima e dopo il sequestro, la strumentale costruzione di una memoria, l’intervista postuma di Scalfari, il Memoriale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-63-luglio-settembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 63, giugno-ottobre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La narrazione dell’uomo politico prima e dopo il sequestro, la strumentale costruzione di una memoria, l’intervista postuma di Scalfari, il Memoriale</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“E poi, se si pensa al caso estremo di Moro, che come mi disse in un incontro il suo collaboratore Corrado Guerzoni, non era un uomo di potere, bensì era il potere nella sua indivisibilità e unicità.”<br>Miguel Gotor,&nbsp;<em>Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica</em>, Paperfirst 2019, p. 17</pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Nel 1998 fu inaugurata a Maglie, davanti al palazzetto natale della famiglia, una statua in bronzo di Aldo Moro. L’opera raffigura il presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana con sottobraccio una copia del quotidiano l’Unità, organo del Partito comunista italiano. Secondo lo scultore Antonio Berti (1) il monumento doveva simboleggiare la strategia perseguita dal politico democristiano, le sue aperture e la sua vocazione inclusiva. Un omaggio alla visione prospettica della politica italiana che nelle intenzioni dell’artista doveva disvelare il messaggio contenuto nell’esperienza politica di Moro.</p>



<p>Una metafora di quei mutamenti che sarebbero potuti intervenire se non fosse stato ucciso dalle Brigate rosse la mattina del 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di sequestro trascorsi nell’appartamento-prigione di via Montalcini 8, a Roma. A dire il vero, al momento della sua inaugurazione, il 23 settembre 1998, da parte del presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, avversario storico di Moro dentro al partito, l’opera suscitò sconcerto tra gli ex democristiani che vi scorsero un tradimento della vita politica dello statista pugliese, una rimozione più che una celebrazione della sua storia.</p>



<p>Nel turbine delle inchieste giudiziarie di Mani pulite (2) che avevano portato alla dissoluzione del partito, e morto anche lo scultore (il bronzo venne realizzato postumo su un suo bozzetto), nessuno si era più occupato del progetto dopo che nel 1993 la Direzione della Dc aveva approvato l’opera. A guidare il governo in quel momento era Romano Prodi, un democristiano cresciuto sulle poltrone dell’Iri, capo di una coalizione (l’Ulivo) che riuniva ex Pci, che nel frattempo avevano preso il nome di Democratici di sinistra, ed ex esponenti della sinistra democristiana, raccolti prevalentemente nel Partito popolare italiano.</p>



<p>La Dc era scomparsa insieme a tutte le altre forze politiche di quella che ormai era definita ‘Prima repubblica’. L’edificazione controversa della statua materializzava perfettamente la nuova air du temps: la narrazione postuma di un Aldo Moro impegnato a creare le condizioni politiche dell’alternanza, avvenire raffigurato in una intervista postuma di cui parleremo più avanti, quella ipotetica “terza fase” che avrebbe permesso al Pci di salire al governo senza scosse di sistema. Il bronzo di Maglie simboleggiava il momento di cesura che fondava questa ‘seconda esistenza’ dello statista pugliese, una lettura della sua ‘lezione politica’ largamente accettata e condivisa nei decenni successivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Pasolini, Sciascia e Petri: il processo alla Democrazia cristiana</h4>



<p>Durante la sua prima esistenza, l’esperienza politica morotea, i suoi anni di governo, le sue vicissitudini parlamentari, il suo linguaggio ellittico, avevano suscitato giudizi e apprezzamenti molto meno consensuali. Inviso alla destra per l’esperienza del centrosinistra (3), Moro era molto criticato anche a sinistra e preso di mira da quegli ambienti intellettuali più impegnati che vedevano nella sua figura politica l’essenza democristiana dell’occupazione del potere. Un’immagine diametralmente opposta a quella diffusa dopo la sua morte. Con una serie di articoli apparsi tra l’agosto e il settembre 1975 (4), Pier Paolo Pasolini aveva chiesto un processo alla Democrazia cristiana, “un processo penale, dentro un tribunale”, dal quale i processati uscissero “ammanettati fra i carabinieri” (5).</p>



<p>Nel corso delle sue invettive lo scrittore fece più volte ricorso alla figura del “Palazzo”, inteso come metafora del potere, divenuto poi d’uso comune, rivendicando la necessità di portare a giudizio “i gerarchi della Dc” (6). Pasolini accusava la classe di governo democristiana di “una quantità sterminata di reati […] indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (7) (almeno in quanto colpevole incapacità di punire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità nell’abbattimento ‘selvaggio’ delle campagne, responsabilità nell’esplosione ‘selvaggia’ della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori” (8).</p>



<p>Quasi due anni dopo, il 10 marzo del 1977, Aldo Moro – divenuto nel frattempo Presidente del Consiglio nazionale della Dc – in un clamoroso discorso tenuto davanti alle Camere riunite a difesa di Luigi Gui, un suo collega di partito accusato di corruzione nella vicenda delle tangenti versate per l’acquisto di aerei militari della Lockheed (9), rispose a Pasolini con dei toni inusuali nel suo stile, gridando – seppur con la sua vocina flebile e gentile –: “Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare” (10). Con il voto compatto del suo partito e il sostegno dei neofascisti del Msi, Gui venne salvato, ma inevitabilmente quel giorno Moro divenne l’emblema del “regime”, l’amministratore di quel “Palazzo” evocato da Pasolini, il politico che rivendicava sfacciatamente la trentennale impunità del suo partito e che offriva al Paese l’immagine arroccata di una Dc sorda a ogni richiesta di trasparenza e cambiamento.</p>



<p>È nella temperie di questo clima che Leonardo Sciascia concepì Toto Modo (11), un giallo fantapolitico nel quale si mettevano all’indice i peccati dei notabili democristiani riunitisi nel labirintico eremo di Zafer per eseguire gli esercizi spirituali secondo le regole di Sant’Ignazio di Loyola alla ricerca di un irraggiungibile rinnovamento morale. Elio Petri, due anni dopo, nel 1976, suscitò scandalo ispirandosi liberamente al testo dello scrittore di Racalmuto da cui tirò fuori un film dallo stesso titolo, protagonisti Gian Maria Volontè, a cui venne affidata un’interpretazione di Moro dal realismo impressionante, capace di mettere in luce tutti i tic del potere e Michel Piccoli, nella veste di un Andreotti crudele puparo trovato morto a chiappe scoperte (personaggi entrambi assenti nel libro).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Scalfari, gli omissis, l’antelope Coobler e l’intervista postuma</h4>



<p>Il 14 ottobre 1978 Eugenio Scalfari pubblicò una intervista postuma di Aldo Moro (immagine 1). Nella premessa il direttore de la Repubblica spiegava di aver incontrato per l’ultima volta il Presidente del consiglio nazionale della Dc il 18 febbraio 1978, un mese prima del suo rapimento, nel pieno della trattativa in corso con il Pci per il varo della nuova maggioranza di governo che poi vedrà la luce il 16 marzo. Si trattava – scriveva Scalfari – del primo incontro “da quando, nella primavera del 1968, si era svolto alla Camera dei deputati un appassionato dibattito sullo scandalo Sifar, sul ‘piano Solo’ architettato dal generale Giovanni De Lorenzo e sugli ‘omissis’ con i quali Moro aveva mutilato i documenti che i giornalisti dell’Espresso avevano addotto in loro difesa. In quel dibattito, tra lui presidente del Consiglio e me deputato socialista indipendente, c’era stato uno scontro assai vivace. Dopo d’allora, più nulla: dieci anni di rottura, quando c’incontravamo nei corridoi di Montecitorio, ciascuno dei due guardava da un’altra parte per evitare il saluto”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale1.jpg" alt="" class="wp-image-916" width="274" height="492" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale1-167x300.jpg 167w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" /></figure></div>



<p>I giornalisti di cui parlava Scalfari erano Scalfari stesso, allora direttore de l’Espresso, e Lino Jannuzzi, che a partire dal maggio del 1967 con una serie di articoli aveva rivelato un progetto di golpe ideato nel marzo del 1964 dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo. Denuncia da cui era scaturita una causa giudiziaria (12). L’incontro si sarebbe tenuto in via Savoia, dove Moro aveva il suo ufficio: una sorta di quartier generale della sua corrente politica, situato in un grosso appartamento dove era conservato il suo prezioso archivio e lavoravano collaboratori e segretarie.</p>



<p>Moro – scrisse Scalfari – parlò per due ore e acconsentì che venissero presi appunti su quanto diceva, chiedendo tuttavia che non fossero utilizzati, “almeno per ora”. Un impegno mantenuto fino a quel 14 ottobre, quando Scalfari impresse un nuovo corso agli eventi di fronte all’accelerazione improvvisa della situazione dovuta al ritrovamento, il primo ottobre, nella base brigatista di via Monte Nevoso 8, a Milano, del dattiloscritto della memoria difensiva di Moro, perché, come ebbe a scrivere lui stesso: “Intorno alle parole di Moro s’è combattuta e tuttora si combatte una battaglia importante, una battaglia politica” (13).</p>



<p>Fin dalla sua uscita la Repubblica non mostrò grande riguardo verso Aldo Moro e così la mattina del 16 marzo, nella edizione apparsa prima che si diffondesse la notizia del sequestro, in un articolo a firma Francesco Scottoni, Moro era stato indicato come la possibile “Antelope Coobler”, nome in codice sotto il quale si sarebbe celato il collettore della tangente pagata dalla Lockeed (14) (immagini 2 e 3). L’articolo scomparve dalla edizione straordinaria che sostituì la precedente. Successivamente, nel corso della prigionia, Moro fu descritto da un ampio schieramento politico e giornalistico come una vittima della sindrome di Stoccolma, un politico privo di senso dello Stato autore di lettere che non erano moralmente e materialmente ascrivibili alla sua persona.</p>



<p>Durante le riunioni della Direzione del Pci, oltre a denunciare l’uso di violenza psichica e preparati chimici per far collaborare il prigioniero, furono espressi giudizi pesantissimi nei confronti del prigioniero, per Aldo Tortorella, “il problema della vita di Moro non [era] facile: perché intanto è un democristiano e poi per il fatto in sé”, venne evocata anche una possibile debolezza umana di Moro (15). La Repubblica assumendo un ruolo di quotidiano-partito, da schierare nella lotta quotidiana per supplire alle presunte carenze dei partiti e stimolare la loro azione dall’esterno, si candidò a svolgere la funzione guida del fronte della fermezza (16): “Oggi sappiamo – ha riconosciuto Miguel Gotor nel suo Il memoriale della repubblica – che Scalfari sbagliava, […] ma la volontà di piegare la realtà alla necessità, come egli scriveva, di «combattere una battaglia importante, una battaglia politica» contro «il partito della trattativa» faceva premio su qualsiasi altra considerazione” (17).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="275" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale2.jpg" alt="" class="wp-image-917" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale2-300x138.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Immagine 2</figcaption></figure></div>



<p>Una posizione – continua sempre Gotor – che “rifletteva l’incattivimento di una campagna di negazione dell’autenticità del pensiero di Moro, iniziata dal governo al fine di attenuare il potere di ricatto delle Brigate rosse durante il sequestro, che sarebbe proseguita sul suo cadavere trasformato in ‘statista’ dalla retorica nazionale, a patto, però, che quelle parole non fossero le sue. Era un visibile ricatto morale e politico, di raro ed elaborato cinismo: l’esaltazione della figura del ‘martire’ doveva necessariamente corrispondere alla negazione del suo ultimo pensiero. Le circostanze e le intenzioni avevano trasformato Moro in un loquace fantasma postumo, un fantasma dattiloscritto, di quelli che non potevano fare paura” (18).</p>



<p>Echi di questa posizione si ritrovavano a conclusione dell’intervista postuma, dove Moro avrebbe chiesto a Scalfari se nutriva “ancora del rancore per quella vecchia storia degli omissis”. In risposta, Scalfari riferì di averlo rimproverato, ricordandogli che “in quell’occasione violò la Costituzione perché rese impossibile l’esercizio della difesa dell’imputato che è un principio per chi crede nella democrazia”. La replica di Moro, sempre secondo il direttore di la Repubblica, avrebbe fornito la prova della infondatezza “della tesi di coloro che descrivono Moro come personaggio indifferente allo Stato”.</p>



<p>Questi infatti rispose, o meglio avrebbe risposto: “Ha ragione. Ma vede, c’è un altro principio nella Costituzione, ed è quello di tutelare lo Stato anche col segreto quando ciò sia indispensabile per garantire la sicurezza. Io, come presidente del Consiglio, dovetti scegliere tra l’uno e l’altro principio. Questa è la mia giustificazione. Comunque mi dispiacque molto d’esser stato costretto a fare quella scelta”. Argomento che avrebbe confermato Scalfari nella convinzione “che la voce che cominciò a parlare pochi giorni dopo dal ‘carcere del popolo’ non era la stessa che avevo ascoltato in via Savoia”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="390" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale3.jpg" alt="" class="wp-image-918" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale3.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale3-231x300.jpg 231w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>Il direttore di la Repubblica si riferiva alla richiesta di scambio di prigionieri avanzata da Moro durante la prigionia. In realtà, nella lettera a Cossiga, recapitata il 29 marzo, dove si richiamava esplicitamente la ragion di Stato, Moro spiegava con argomentazioni giuridiche proprie del suo patrimonio culturale di professore di diritto e procedura penale, che nella situazione in cui si trovava: “La dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato.</p>



<p>Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile”. Elencava di seguito una serie di precedenti storici a sostegno della sua tesi (19). Nella successiva lettera a Zaccagnini, recapitata il 4 aprile, evocava le norme sullo stato di necessità e ricordava come “queste idee [fossero state] già espresse a Taviani per il caso Sossi e a Gui a proposito di una legge contro i rapimenti” (20). Circostanza ribadita nel famoso stralcio manoscritto del Memoriale recapitato tra il 9 e 10 aprile, meglio noto come lettera a Taviani (21).</p>



<p>Alla luce di queste parole si può senza dubbio convenire con Scalfari che Moro non fosse affatto indifferente alla ragion di Stato, come l’episodio degli omissis aveva dimostrato. Tuttavia nella ragioni motivate dal prigioniero essa avrebbe dovuto giustificare lo scambio di prigionieri, non negarlo, conciliandosi nella fattispecie anche col principio umanitario. Una concezione capovolta rispetto alla interpretazione della ragion di Stato difesa da Scalfari che, in un editoriale del 21 aprile 1978, davanti al dilemma “Sacrificare un uomo o perdere lo Stato”, non aveva avuto dubbi sulla scelta da fare (22).</p>



<p>Nelle intenzioni del direttore di la Repubblica, l’intervista postuma del 14 ottobre rappresentava una strumentale riabilitazione della figura politica di Moro dopo il calvario della prigionia, una resurrezione utilitaristica che attribuiva al suo messaggio una dimensione profetica. Nel corpo dell’intervista, con una nettezza e un linguaggio lontani dalle cautele delle sue complesse alchimie linguistiche, Moro affermava che la Democrazia cristiana sarebbe stata pronta a farsi da parte per facilitare l’ingresso del Partito comunista al governo: “Non è affatto un bene – avrebbe spiegato il leader Dc – che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana […]. La nostra democrazia è zoppa fin quando la Democrazia cristiana sarà inchiodata al suo ruolo di unico partito di governo. Dobbiamo operare in modo che ci siano alternative reali di governo alla Dc”. Per questa ragione egli stava lavorando per favorire una “seconda fase in cui il Pci potrà governare con la Dc”, perché questo sarebbe stato “l’interesse egoistico della stessa Dc”, liberata finalmente “dalla necessità di governare a tutti i costi” e non più in grado “di tenere da sola” un Paese alla sfascio, travolto dalle tensioni sociali.</p>



<p>Rendendo pubblica questa conversazione, Eugenio Scalfari realizzava una operazione politica di grande portata e – come vedremo più avanti – di sofisticata manipolazione (23): egli consegnava al Paese quello che avrebbe dovuto essere il testamento politico di un Moro libero nei suoi intendimenti, “l’ultima e più netta espressione del suo pensiero politico”, come scrisse Enzo Forcella a commento del testo (24). Un pensiero autentico opposto alle parole recluse apparse nelle lettere rese note durante il sequestro oppure presenti nel dattiloscritto appena ritrovato in via Monte Nevoso, tanto che sorge spontanea una domanda: per quale motivo un messaggio carico di un tale significato politico e morale non era stato rivelato nei mesi precedenti, all’indomani della sua morte, nelle settimane che seguirono il cordoglio e il lutto?</p>



<p>La singolarità di questa testimonianza postuma di Moro consiste nel fatto che una lettura sincronica delle altre testimonianze presenti non conferma affatto le affermazioni riportate da Scalfari. Appena due settimane prima dell’incontro col direttore de la Repubblica, il 2 febbraio 1978, Moro aveva ricevuto l’ambasciatore americano Richard Gardner, il quale scrisse nel suo diario che il leader Dc “riteneva necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il Pci in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri” (25).</p>



<p>Nei tre precedenti incontri che si tennero lungo tutto il 1977, Moro aveva spiegato al diplomatico Usa che da parte democristiana non c’era mai stata la volontà di condividere il potere con i comunisti, ma che la situazione economico-sociale e la forza elettorale che avevano raggiunto imponevano delle concessioni. Non potendo andare a elezioni anticipate, che avrebbero rischiato di rafforzare ulteriormente il Pci, bisognava mantenere le redini del governo, aprendo ai comunisti l’ingresso nella maggioranza e coinvolgendoli nella elaborazione di un programma di governo senza concedere loro alcun ministero.</p>



<p>Una strategia rivolta a impegnare il Pci nella difesa dello Stato avvalendosi della sua capacità di fare argine contro la protesta sociale (26). Il 5 novembre 1977, annotava sempre Gardner dopo un altro incontro con Moro, “il Pci non è più in grado di sfruttare i vantaggi di un partito di opposizione, cominciava a incontrare difficoltà e a temere la possibilità di una futura perdita di voti. Tenendo i comunisti a metà strada, un po’ dentro e un po’ fuori, sarebbe stato possibile logorali” (27).</p>



<p>In queste testimonianze non solo non si intravede la mitologica “terza fase”, quella che avrebbe visto la Dc rinunciare al governo del Paese in favore del Pci, ma nemmeno tracce di quella seconda in cui Dc e Pci si sarebbero trovati accanto in un governo di coalizione. D’altronde è noto che fu Moro stesso a depennare la lista dei ministri concordata dal Pci con Andreotti e Zaccagnini, nella quale era prevista la presenza di tre indipendenti di sinistra, eletti nelle liste di Botteghe oscure. Imposizione che provocò il disappunto e l’amarezza di Zaccagnini, il quale aveva riferito ai suoi intimi l’intenzione di dare le dimissioni da segretario della Dc (28) e la collera dei dirigenti del Pci che si trovarono davanti al fatto compiuto, tanto che l’Unità non fece in tempo a togliere una surreale intervista ad Alessandro Natta, braccio destro di Berlinguer, che annunciava l’ingresso di ministri graditi al Pci nel nuovo governo (29).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ottobre 1978, Monte Nevoso e il ritrovamento della memoria difensiva di Moro</h4>



<p>Il primo ottobre 1978, dopo un complessa indagine durata alcuni mesi, i carabinieri dei nuclei speciali antiterrorismo, da poche settimane nuovamente guidati dal generale Dalla Chiesa, fecero irruzione nella base brigatista di via Monte Nevoso 8, nel quartiere milanese di Lambrate. Nella stessa operazione vennero smantellate altre basi, arrestati due dei quattro membri dell’esecutivo nazionale, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, catturata Nadia Mantovani e presi altri militanti della colonna Walter Alasia. La base di Monte Nevoso conteneva l’archivio storico dell’organizzazione. Su un tavolino, all’interno di una cartellina azzurrina, venne rinvenuto un dattiloscritto: si trattava della memoria difensiva di Aldo Moro che Nadia Mantovani aveva da pochi giorni preso in mano dopo che le era stato affidato l’incarico di predisporre l’opuscolo, annunciato nel comunicato numero 6, del 15 aprile precedente, all’interno del quale sarebbero state rese note al movimento rivoluzionario le dichiarazioni di Moro.</p>



<p>Nei decenni successivi la mancata pubblicazione dell’interrogatorio di Moro durante il sequestro ha dato corpo a una vastissima letteratura di stampo prevalentemente complottista che ha accusato le Br di non aver rispettato l’impegno preso durante il sequestro. In realtà i brigatisti nelle due circostanze precedenti l’annuncio del 15 aprile, in cui avevano affrontato il tema della pubblicazione dell’interrogatorio di Moro, si erano limitati a scrivere: “Le informazioni che abbiamo così modo di recepire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario” (comunicato numero 3 del 29 marzo), e “confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario” (comunicato numero 5 del 10 aprile).</p>



<p>Le Br avevano solo annunciato l’intenzione di rendere pubbliche le risposte di Moro senza mai specificare il momento esatto in cui ciò sarebbe avvenuto. Per altro esse indicavano una condizione preliminare: ovvero la verifica delle parole di Moro che inevitabilmente avrebbe richiesto del tempo (e solo con il secondo ritrovamento del 1990 si è compreso quanto fosse complessa e consistente la mole degli scritti prodotti dal leader democristiano durante i 55 giorni) e dunque precluso qualsiasi possibilità di pubblicazione immediata di quelle carte.</p>



<p>Non trovano fondamento dunque le accuse di incoerenza o addirittura di connivenza con supposte ‘entità’ intervenute durante il sequestro, o addirittura mandanti del rapimento stesso, per recuperare le dichiarazioni di Moro. Queste congetture, elaborate essenzialmente attorno a quella che è stata definita la teoria del “doppio ostaggio” (30), che avrebbe visto separare il destino del prigioniero da quello delle sue rivelazioni o addirittura dei documenti più scottanti che Moro teneva nel suo archivio privato di via Savoia (31), al di là della consueta assenza di riscontri, non hanno mai superato il requisito essenziale della prova logica.</p>



<p>Rapire un’autorità pubblica depositaria di possibili segreti Nato (32) da carpire avrebbe avuto senso solo se l’ente promotore fosse appartenuto al blocco orientale, ipotesi che non ha potuto giovarsi nemmeno dei lavori condotti dalla commissione Mitrokhin, anch’essa pervenuta a un nulla di fatto nonostante la fine del blocco socialista e l’apertura dei suoi archivi. Contro ogni evidenza, l’ipotesi che ha riscontrato maggiore successo è stata quella opposta che scorge nel campo atlantico-occidentale l’ente o gli enti che avrebbero sovradeterminato i brigatisti, o promosso il rapimento, se non addirittura operato al loro posto con la tecnica della “false flag”.</p>



<p>Senza mai trovare un’adeguata soluzione all’aporia verso cui simili congetture conducono, gli spericolati sostenitori di questo tipo di ricostruzioni non sono mai riusciti a spiegare perché servizi segreti, governi, forze occulte occidentali o chi per loro, avrebbero dovuto far rapire, lasciar rapire o sequestrare in prima persona, un’autorità depositaria indiretta di segreti che gli enti stessi di matrice atlantica inevitabilmente possedevano, oltretutto in misura notevolmente superiore e in forma diretta in quanto fonti originarie degli stessi.</p>



<p>In parole più semplici: perché mai ambienti Nato avrebbero dovuto facilitare il rapimento di Moro per estorcergli il segreto della esistenza della rete Stay behind di cui loro stessi erano i promotori? Quesito che non trova risposta anche quando, riconosciuta l’autonomia delle Br, ci si domanda perché mai queste avrebbero corso il rischio di un’azione di fuoco come quella di via Fani per prendere in ostaggio un’autorità depositaria di segreti e poi evitare accuratamente di renderli pubblici?</p>



<p>Per ovviare a queste deficienze logiche ultradecennali, in tempi recenti si è corsi ai ripari elaborando delle varianti che hanno introdotto la presenza di un “patto del silenzio”, un accordo tra Br e gli enti (la Dc, settori dello Stato o altri enti) che avrebbero tratto un utile dalla scomparsa di Moro e dal recupero dei suoi segreti. Secondo questi autori le dichiarazioni di Moro, le dinamiche e i luoghi del sequestro sarebbero state la merce di scambio di questo “patto d’omertà” (33). Elaborazione che, come sempre, quando è costretta a scendere dal piano della congettura a quello della prova, non è in grado di fornire riscontri sui tempi, le modalità, i luoghi e i termini di questo patto, i vantaggi che ne avrebbero tratto le Brigate rosse.</p>



<p>Nel libro intervista con Rossanda, Moretti spiega che durante il sequestro le Br resero pubblici solo quei testi di Moro che potevano incidere “direttamente sullo scontro che [era] in atto”, dunque le lettere e lo ‘stralcio’ su Paolo Taviani, estratto dalle riposte che Moro andava fornendo durante l’interrogatorio e che affrontava il nodo dello scambio dei prigionieri al centro dell’interesse dei brigatisti.</p>



<p>Il Memoriale – aggiunge Moretti – verrà preservato per le fasi successive, “avrà valore in seguito. Lo utilizzeremo in un secondo momento. Curiosamente sembra che abbia più valore oggi [1993, N.d.A.], a distanza di quindici anni, che non allora” (34), chiosa ironicamente il dirigente brigatista. Non a caso l’annuncio sulle modalità (“attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestini delle Organizzazioni Combattenti”) e sui tempi (“verranno utilizzate per proseguire con altre battaglie il processo al regime e allo Stato”) di diffusione delle dichiarazioni di Moro arriverà solo una volta conclusa la fase dell’interrogatorio del prigioniero. Riconosciuta la sua colpevolezza e pronunciata la condanna, secondo la strategia perseguita dai brigatisti si doveva aprire la seconda fase del sequestro: quella della trattativa vera e propria che mai decollerà.</p>



<p>Da quanto appreso durante una conversazione tenuta con Lauro Azzolini: la divulgazione della memoria difensiva di Moro faceva parte – come abbiamo già visto – del “progetto di sviluppo dell’azione Moro con il proseguimento della ‘Campagna di primavera’ che consisteva nello sviluppare il contenuto del Memoriale per preparare nuove azioni” (35). Le Br avevano deciso di utilizzare parti del Memoriale come materiale da inserire in eventuali rivendicazioni di attentati contro personalità citate da Moro proprio nella sua difesa scritta. Circostanza che spiega, ulteriormente, perché il suo contenuto non poteva essere anticipato senza mettere in allarme i futuri obiettivi e dunque pregiudicare gli sviluppi successivi dell’azione brigatista.</p>



<p>Questo progetto offensivo fu stroncato dal durissimo colpo inferto alla colonna milanese che faceva seguito a quanto era già accaduto il 17 maggio precedente a Roma con la scoperta della tipografia di via Pio Foà 31 e la cattura di Enrico Triaca (36), che dopo un interrogatorio sotto tortura portò gli inquirenti nell’appartamento di via Palombini 19. Due basi importanti della struttura logistica della colonna romana, adibite per il lavoro di comunicazione e propaganda (37). Questa prima perdita, pochi giorni dopo la riconsegna del corpo di Moro in via Caetani, aveva obbligato le Br a rivedere tempi e modi della pubblicazione dell’interrogatorio.</p>



<p>Il 23 giugno 1978 furono scarcerati dalla Corte d’assise di Torino, che aveva appena concluso il processo contro il cosiddetto “nucleo storico”, Nadia Mantovani e Vincenzo Guagliardo perché avevano oltrepassato i termini di carcerazione preventiva. L’esecutivo brigatista individuò subito nella Mantovani, che aveva una formazione universitaria, la persona più adatta per portare a termine l’opuscolo con l’interrogatorio e le lettere di Moro selezionate per la pubblicazione. Sottoposti alla misura del soggiorno obbligato, Mantovani e Guagliardo fecero perdere le loro tracce alla fine di luglio. In quella circostanza la Mantovani integrò le fila della colonna Walter Alasia e dopo un primo veloce passaggio nella base di Monte Nevoso, a seguito dello scandalo suscitato dalla sua fuga, venne condotta per precauzione in una baita di montagna dove trascorse il resto dell’estate (38).</p>



<p>A fine settembre, come riferì Franco Bonisoli nel corso di una deposizione durante il processo Metropoli, i documenti di Moro vennero portati in via Monte Nevoso: “Arrivarono a Milano già battuti a macchina, erano stati battuti tutti a Roma. Furono portati in via Monte Nevoso da me, pochi giorni prima del mio arresto”. Nella stessa circostanza Bonisoli e Azzolini ribadirono, che “in via Monte Nevoso dovevano esserci delle fotocopie degli originali degli interrogatori di Moro; non molto diversi da quello che è poi uscito in forma dattiloscritta” (39) (immagine 4).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="404" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale4.jpg" alt="" class="wp-image-919" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale4-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Immagine 4</figcaption></figure></div>



<p>Il dattiloscritto ritrovato nel 1978 raccoglieva, secondo il verbale di perquisizione, sessantotto pagine: ventinove riguardavano una selezione di lettere, le altre quarantanove il testo della memoria difensiva vera e propria; tutto fu raccolto in una cartellina color carta da zucchero. Si trattava di una prima stesura degli scritti di Moro che Franco Bonisoli e Nadia Mantovani avrebbero dovuto innanzitutto controllare, ed eventualmente integrare con il resto delle fotocopie di manoscritto una volta riordinate e accompagnare con un’analisi politica del testo. Tutti questi documenti, le fotocopie manoscritte delle lettere e della memoria difensiva, che spesso conteneva più stesure di un medesimo testo, furono raccolti in una cartellina marrone. Azzolini la nascose in una intercapedine ricavata sotto una finestra (le sue impronte digitali furono rinvenute su alcuni fogli), chiusa da un pannello sigillato e poi verniciato con molta cura, davanti al quale era stato posto un piccolo mobiletto (40).</p>



<p>Convinti che i carabinieri avessero trovato l’integralità dei documenti, anche quelli celati nell’intercapedine, Franco Bonisoli e altri brigatisti nel luglio 1982, durante le udienze del processo Moro, nel rivendicare l’autenticità continuamente messa in discussione del dattiloscritto, chiesero di allegare agli atti del processo le fotocopie degli originali che erano nella base. “Se venisse allegata agli atti – affermò Bonisoli – quella famosa cartelletta marrone, contenente tutti gli scritti di Aldo Moro durante la sua prigionia […] avreste anche voi elementi maggiori per vedere l’autenticità di quegli scritti o meno” (41).</p>



<p>Lungo tutto il decennio ’80, Bonisoli, Azzolini, Mantovani e altri esponenti della Walter Alasia continuarono a denunciare il mancato ritrovamento delle fotocopie dei manoscritti, del denaro e delle armi che erano state riposte nella intercapedine, che non risultavano nell’inventario indicato nei verbali di perquisizione dell’appartamento di Monte Nevoso, senza mai essere presi sul serio dall’autorità giudiziaria. Il timore che in quelle carte vi fossero rivelazioni dirompenti sul malaffare e la corruzione del partito democristiano, sui retroscena delle stragi e dei tentati golpe o su questioni di natura strategica, come accordi o patti segreti riguardanti la Nato e gli Stati Uniti, fece tremare il sistema politico e gli alti comandi militari e mise in fibrillazione le redazioni dei giornali.</p>



<p>In effetti la memoria difensiva di Moro si era sviluppata attorno a un nucleo di sedici quesiti formulati dal comitato esecutivo delle Br che coprivano l’intero trentennio di vita repubblicana. Ai brigatisti interessava capire in che modo lo Stato imperialista delle multinazionali (42) interagisse in Italia, quali fossero le fonti di finanziamento della Dc e i suoi rapporti con gli Stati Uniti e le banche, quale il ruolo della grande stampa nel progetto di ristrutturazione capitalistica, da loro definito “neogollista”. Avevano chiesto lumi sul ruolo avuto dal Fondo monetario internazionale (che aveva fornito un prestito all’Italia per tamponare il debito), quale era stato l’apporto di singole personalità democristiane come Andreotti, Fanfani, Cossiga e Taviani, il ruolo giocato dal grande capitale industriale, e in particolare il significato dell’entrata diretta in politica della famiglia Agnelli (nel 1976 Umberto Agnelli era stato eletto senatore nelle file della Democrazia cristiana).</p>



<p>Avevano fatto domande sulla Montedison, sulla presidenza della Repubblica, sul ruolo svolto dal generale De Lorenzo e dal presidente della Repubblica Segni nelle vicende del ‘piano Solo’. Altri quesiti affrontavano il ruolo di De Gasperi, la strategia della tensione e la strage di piazza Fontana, la ricostruzione dell’ultima crisi di governo e il coinvolgimento del Pci nella maggioranza, la politica italiana in Medio Oriente. Infine le Br avevano cercato di capire se esistesse un coordinamento Nato contro le guerriglie europee.</p>



<p>La risposta di Moro, piuttosto contorta e sostanzialmente negativa, espressa in due diverse stesure presenti nelle fotocopie di manoscritto dell’ottobre 1990, mancava invece nel dattiloscritto reso pubblico dalla magistratura, su pressione del governo, il 17 ottobre 1978. A questo testo si aggiungevano ventotto lettere, diciotto delle quali erano inedite, o meglio non erano note ufficialmente: tra queste c’erano missive dirette al Papa, Zaccagnini, Cossiga, Fanfani, Piccoli, Waldheim e collaboratori di Moro, oltre ad altre versioni della lettera alla Dc (43).<br>Ampi stralci del Memoriale ritrovato filtrarono molto presto. Giorgio Battistini su la Repubblica pubblicò una serie di anticipazioni sempre più dettagliate nei numeri del 6, 7, 8 e 10 ottobre 1978. Sembra accertato che la fonte del giornalista fosse il generale Enrico Galvaligi, stretto collaboratore di Dalla Chiesa (44).</p>



<p>La conoscenza anticipata, rispetto all’opinione pubblica, dei contenuti delle carte di Moro aveva anche permesso di avviare una campagna di ridimensionamento delle temute rivelazioni che vi erano presenti. Miriam Mafai, importante firma del quotidiano, scriveva in un commento di quei giorni largamente condiviso: “Il fatto che il dossier sia stato trovato in uno dei covi delle Br non basta infatti a sancirne l’autenticità” (45). Moro non era stato Moro durante la prigionia e ora che era morto, e le sue parole riapparivano, avrebbe continuato a non esserlo. I dirigenti democristiani annunciarono che l’organo del partito, il Popolo, non avrebbe pubblicato nemmeno uno stralcio delle “confessioni”, non ritenendole “moralmente ascrivibili” alla sua persona, anche se a loro avviso il documento non conteneva rivelazioni sensazionali e la sua pubblicazione non poteva nuocere alla sicurezza dello Stato (immagine 5).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="444" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale5.jpg" alt="" class="wp-image-920" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale5-300x222.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Immagine 5</figcaption></figure></div>



<p><br>Di fronte alle continue indiscrezioni sui contenuti delle “confessioni”, il governo fu spinto a divulgare la parte del dattiloscritto che riguardava la memoria difensiva. Quando fu chiaro che ciò sarebbe avvenuto, Scalfari bruciò sul tempo tutti presentando, il 14 ottobre, tre giorni prima che venisse reso pubblico il Memoriale, la sua intervista postuma. Il testo avrebbe fondato la narrazione futura di un altro Aldo Moro, trasfigurandone non solo il testamento scritto durante la prigionia, ma anche la condotta politica tenuta durante le trattative per il varo del nuovo governo Andreotti, quando con grande abilità aveva tenuto testa a tutti: a chi nella Dc non voleva il Pci nell’area di governo, ai dubbi degli americani, alle richieste iniziali del Pci, rimasto ancora una volta fuori dal governo, chiudendo la crisi con l’ennesimo monocolore democristiano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il secondo ritrovamento di Monte Nevoso</h4>



<p>Il 9 ottobre 1990, durante alcuni lavori di ristrutturazione dell’appartamento, nel frattempo dissequestrato, un muratore dopo aver divelto le mattonelle dal pavimento si accorse della presenza del pannello che copriva l’intercapedine ricavata dalle Br nel 1978 e diede l’allarme (immagine 6). Al suo interno furono rinvenuti quattrocentoventi fogli, costituiti dalle fotocopie di duecentoventinove fogli del manoscritto di Moro con le risposte ai quesiti dei brigatisti e di sessantatré lettere scritte da Moro in prigionia, quarantanove delle quali risultarono sconosciute, il tutto contenuto in una cartellina marrone. Oltre alle fotocopie, c’erano anche sessanta milioni in banconote ormai fuori corso provenienti dal sequestro Costa, una pistola, un fucile mitragliatore, detonatori e munizioni avvolti in giornali del settembre 1978. Si trattava del materiale di cui i brigatisti avevano ripetutamente denunciato la scomparsa negli anni precedenti.</p>



<p>Questo secondo ritrovamento scatenò un enorme polverone politico che si sovrappose a un’altra vicenda che stava emergendo in quei mesi, ovvero la presenza della rete Stay behind, rinominata “Gladio” in Italia (46), la cui esistenza venne ufficialmente riconosciuta dal presidente del consiglio Andreotti il 24 ottobre 1990. Come vedremo tra poco, gli scritti di Moro per dodici lunghi anni ignorati diverranno il pretesto di una narrazione strumentale della storia italiana.</p>



<p>L’esegesi del manoscritto in fotocopia condotta nei decenni successivi, oltre a confermare la piena autenticità degli scritti di Moro, lucido e padrone del suo pensiero, consapevole della situazione e perfettamente in grado di interloquire con i brigatisti mantenendo una propria autonoma posizione e strategia, ha condotto all’inserimento, seppur tardivo, dei suoi scritti dalla prigionia nell’opera omnia, edita dalla Presidenza della repubblica (47). L’attento lavoro di raffronto ha accertato che la memoria dattiloscritta ritrovata il primo ottobre 1978 è un derivato del manoscritto rinvenuto in fotocopia, sempre in via Monte Nevoso dodici anni dopo: “Non vi sono brani del primo ritrovamento che non trovino collocazione nel secondo” (48). Nelle fotocopie del manoscritto, molto più vasto rispetto al dattiloscritto, sono presenti dei brani ulteriori.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale6.jpg" alt="" class="wp-image-921" width="450" height="602" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale6-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption>Immagine 6</figcaption></figure></div>



<p>Salvo una sola eccezione, si tratta di nuove stesure di risposte, riscritte da Moro in maniera più dettagliata e non riportate nel dattiloscritto, probabilmente perché realizzate quando l’interrogatorio e la sua ritrascrizione erano già chiusi. Il prigioniero continuò a scrivere fino agli ultimi giorni di vita, e spesso ritornò sui suoi precedenti testi, anche con dei collage di fogli, sostituiti e scritti con penne di diverso colore, correggendoli e rielaborandoli (49). In alcuni casi, nel dattiloscritto vi sono dei brani che riassumono le diverse stesure realizzate da Moro su determinati quesiti. L’unico argomento che non vi è riportato, e qui veniamo alla sola eccezione prima richiamata, riguarda la risposta che Moro aveva fornito in due diverse stesure alla domanda sulla eventuale presenza di un coordinamento antiguerriglia nella Nato, ovvero se a livello intergovernativo fosse stata predisposta una struttura del genere, e, in caso positivo, da chi fosse diretta e quali Paesi coinvolgesse (50).</p>



<p>Moro aveva risposto negativamente: “Nessuna particolare enfasi era posta sull’attività antiguerriglia che la Nato avrebbe potuto in certe circostanze dispiegare”, affermando subito dopo che “ciò non vuol dire che non sia stato previsto un addestramento alla guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti e alla controguerriglia a difesa delle forze nazionali”. In una successiva stesura aveva precisato: “Con ciò non intendo ovviamente dire che non sia stato previsto e attuato in appositi o normali reparti un addestramento alla guerriglia in una duplice forma: o di guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti o controguerriglia da condurre contro forze nemiche impegnate come tali sul nostro territorio” (51).</p>



<p>Il cenno fatto da Moro, nonostante la forma succinta e criptica del brano, fu subito letto e interpretato alla luce della cronaca immediata dell’ottobre 1990 e della campagna polemica che il Pci aveva lanciato contro “Gladio”, ritenuta una struttura anticostituzionale con funzione anticomunista interna, coinvolta nei tentativi di golpe e nelle stragi degli anni Settanta. Circostanza che, pur dimostrandosi successivamente del tutto infondata (52), prestò il fianco al decollo di una prolifica narrazione dietrologica (53).</p>



<p>Il Pci, che aveva fino allora negato l’autenticità degli scritti di Moro, di fronte alla forza dirompente di quelle parole autografe, capovolse improvvisamente la sua posizione e accusò i brigatisti di non aver voluto rendere pubblico il Memoriale, come annunciato nei primi comunicati, macchiandosi così di reticenza e connivenza con quegli apparati che – secondo il partito di Botteghe oscure – avevano voluto mantenere il segreto sull’esistenza di Gladio, nonostante le ripetute denunce sulla scomparsa delle fotocopie dei manoscritti di Moro che questi ultimi avevano lanciato dalle aule dei processi.</p>



<p>Ascoltato dal pm Pomarici, dopo il secondo ritrovamento, Bonisoli confermò la convinzione brigatista che il materiale presente dietro il pannello fosse stato subito ritrovato nel 1978 e illegalmente occultato da settori degli apparati (54). Azzolini, in un colloquio con l’autore di questo testo, ha spiegato che dopo le prime denunce inascoltate emerse anche il dubbio che quel pannello non fosse stato realmente scovato. Tuttavia davanti allo smantellamento della Walter Alasia e al frazionamento dell’organizzazione, era prevalsa in loro la diffidenza verso i gruppi residui ancora attivi all’esterno, atteggiamento che impedì di organizzare il recupero delle carte. Probabilmente in questa scelta era prevalsa anche la volontà di non favorire una delle tendenze in cui si erano suddivise le Br, anche perché nel frattempo i tre militanti arrestati nel lontano ottobre 1978 avevano intrapreso la via della dissociazione dalla lotta armata.</p>



<p>Nel 1978 erano altri gli elementi che si ponevano al centro dell’attenzione politica e solo una ristrettissima cerchia di addetti ai lavori avrebbe potuto comprendere il significato pieno di quella fugace allusione fatta da Moro. L’argomento, oltretutto, non destava la curiosità dei brigatisti, ai cui occhi la presenza di una struttura militare che avrebbe avuto la funzione di operare oltre le linee avversarie in caso di invasione del territorio nazionale da parte delle forze del patto di Varsavia, era del tutto ovvia. Al contrario, per le Brigate rosse era più importante sapere come gli Stati europei stessero organizzandosi contro il “nemico interno”, ovvero i gruppi rivoluzionari che operavano in campo sociale all’interno dei suoi confini, piuttosto che ragionare su scenari di scontro e invasione dell’Europa da parte delle truppe del patto di Varsavia, che costituivano il “nemico esterno” (55).</p>



<p>L’amputazione di questo brano ha dato corso nei decenni che sono seguiti a diverse ipotesi: la prima richiama la sfera della ‘ragion di Stato’. Il testo sarebbe stato espunto durante il ritrovamento del 1978 per tutelare un segreto Nato. Ipotesi plausibile ma che contrasta con il silenzio dei brigatisti. La menomazione sarebbe stata troppo grande e significativa per non suscitare una loro reazione. Il silenzio brigatista, anziché esser letto come una indiretta smentita della menomazione del testo, è divenuto successivamente l’indizio che ha dato vita a una variante della prima ipotesi: quella di un supposto scambio nel quale i brigatisti avrebbero negoziato vantaggi penitenziari e clemenza giudiziaria in cambio del silenzio sull’amputazione del testo e le rivelazioni di Moro. Congettura che riprende la teoria del doppio ostaggio.</p>



<p>Tutte queste ipotesi: quelle legate a un intervento per tutelare i segreti di Stato, come quelle di stampo dietrologico-complottista, non prendono in adeguata considerazione il modus cogendi e agendi delle Brigate rosse, senza il quale è facile il rischio di trarre conseguenze fuorvianti. A nostro avviso, è molto più realistico ritenere, in linea con la cultura politica e operativa di una organizzazione rivoluzionaria come le Br, che le conferme cercate sulla possibile presenza di eventuali piani antiguerriglia della Nato, non rientravano nella sfera della propaganda ma in quella dell’utilizzo politico-militare da parte dell’organizzazione. Queste informazioni servivano a rafforzare le conoscenze interne del gruppo, per strutturarne meglio l’organizzazione e individuare efficaci obiettivi da colpire. Pertanto l’interesse mostrato sull’argomento, come le eventuali informazioni ottenute, dovevano rimanere riservate per non allarmare l’avversario, fornirgli elementi di vantaggio permettendogli di predisporre le necessarie contromisure.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Nato a San Piero a Sieve il 24 agosto 1904, scomparso nel 1990. Oltre al monumento a Foscolo in Santa Croce a Firenze, realizzò durante la sua carriera vari busti della famiglia reale, di Mussolini, Amedeo Duca d’Aosta e Susanna Agnelli, le statue di Alcide de Gasperi e Guglielmo Marconi</p>



<p class="has-small-font-size">2) L’offensiva giudiziaria aperta dalla procura di Milano che affossò il sistema politico della Prima repubblica a colpi di arresti, processi e condanne per corruzione, concussione, turbative d’asta, finanziamento illecito dei partiti</p>



<p class="has-small-font-size">3) La fine del centrismo (monocolori Dc alternati a esecutivi che di volta in volta imbarcavano liberali, repubblicani, socialdemocratici e missini) e l’apertura verso i socialisti contraddistinse una nuova fase politica passata sotto il nome di “centrosinistra”. Nel marzo del 1962 fu Amintore Fanfani a dare vita alla prima esperienza con un governo Dc-Pri-Psdi e l’appoggio esterno del Psi. A partire dal dicembre 1963 fino al giugno 1968 si susseguirono i tre governi Moro, definiti “centrosinistra organico”</p>



<p class="has-small-font-size">4) Il ciclo di articoli venne poi raccolto nelle Lettere luterane, per Einaudi, Torino 1976</p>



<p class="has-small-font-size">5) Le parole di Pasolini appaiono una profetica anticipazione di quel che accadrà un quindicennio più tardi quando le inchieste della procura di Milano daranno vita alla stagione di Mani pulite</p>



<p class="has-small-font-size">6) “Bisognerebbe processare i gerarchi Dc”, Il Mondo del 28 agosto 1975. Gli altri articoli sono apparsi sul Corriere della sera del 24 agosto col titolo “Il processo”, il 9 settembre in risposta alle repliche di Luigi Firpo e Leo Valiani e i successivi 19 e 28 settembre, dove si ribadiva la necessità di un processo. L’11 settembre 1975 si era rivolto al Presidente della repubblica Giovanni Leone con una lettera aperta apparsa su Il Mondo</p>



<p class="has-small-font-size">7) Il 4 agosto 1974, una bomba esplode sul treno Italicus mentre questo transitava all’interno di un tunnel presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna</p>



<p class="has-small-font-size">8) P.P. Pasolini,<em> Lettere luterane</em>, Einaudi 1976, cit., p. 113</p>



<p class="has-small-font-size">9) Lo scandalo Lockheed riguardava l’acquisto – tra il 1970 e il 1975 – da parte di vari governi, tra i quali quello italiano, di aerei da guerra (‘Ercules’) dall’azienda americana Lockheed. Si scoprì che gli americani avevano pagato delle tangenti e si sospettò di un paio di presidenti del Consiglio (Mariano Rumor e Giovanni Leone) e di due ministri della Difesa (il socialdemocratico Mario Tanassi e il Dc Luigi Gui). La Commissione Inquirente ritenne ragionevoli le accuse contro Gui e Tanassi e non quelle verso Rumor (Leone era presidente della Repubblica, dunque non indagabile) e chiese al Parlamento di rinviarli a giudizio davanti alla Corte Costituzionale</p>



<p class="has-small-font-size">10) Aldo Moro, “Discorso alla Camera dei deputati”, 9 marzo 1977, in <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1130.htm" target="_blank">http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1130.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) L. Sciascia,<em> Todo Modo</em>, Einaudi 1974, prima edizione</p>



<p class="has-small-font-size">12) Alla querela presentata da De Lorenzo fece seguito un processo nel quale i giornalisti non potettero presentare i documenti che provavano la loro denuncia a causa degli omissis opposti dal governo guidato da Moro; dopo la condanna in primo grado di Scalfari e Jannuzzi, tutto si concluse con una remissione della querela</p>



<p class="has-small-font-size">13) E. Scalfari, “Adesso Sciascia conosce la verità”, la Repubblica, 12 ottobre 1978</p>



<p class="has-small-font-size">14) “Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc”, la Repubblica, 16 marzo 1978, p. 3, Francesco Scottoni. Questa informazione apparve anche su altri quotidiani come il Corriere della sera, la Stampa e il Giorno. Il nome in codice “Anteelope”, secondo le rivelazioni americane, indicava un presidente del Consiglio negli anni dal 1965 al 1970, coinvolgendo dunque, oltre a Moro (1963-1968), il governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone (giugno-novembre 1968) e quello di Mariano Rumor (dicembre 1968-luglio 1970). I tre smentirono ogni coinvolgimento e il 29 aprile l’ambasciatore statunitense notò che, nel farlo, avevano dato l’impressione di ritenersi colpevoli a vicenda; C. Belci e G. Bodrato, 1978. <em>Moro, la Dc, il terrorismo</em>, cit., p. 71</p>



<p class="has-small-font-size">15) Per una descrizione approfondita delle discussioni tenute durante le riunioni della Direzione del Pci, si veda P. Persichetti, in M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, <em>Brigate rosse vol. 1</em>, Deriveapprodi 2017, pp. 401-454</p>



<p class="has-small-font-size">16) “Coerentemente, il direttore de la Repubblica spiegò in un’intervista che il caso Moro e più in generale il caso Brigate rosse – rappresentò la vera fondazione del giornale”, in A. Spezie, 55 giorni, Elle U Multimedia, 2000, p. 136. Citazione ripresa da M. Gotor, <em>Il memoriale della Repubblica</em>, Torino, Einaudi, 2011, p. 121</p>



<p class="has-small-font-size">17) M. Gotor, Ibid, p. 121</p>



<p class="has-small-font-size">18) M. Gotor, Ibid</p>



<p class="has-small-font-size">19) Lettera a Francesco Cossiga, recapitata il 29 marzo 1978, pubblicata sul Corriere della sera, 30 marzo 1978, anno 103, numero 175, p. 1, in M. Clementi, La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli Bur 2006 (prima edizione Odradek 2001), pp. 317-318</p>



<p class="has-small-font-size">20) Ibid, p. 319</p>



<p class="has-small-font-size">21) Ibid, pp. 319-320. Va detto che di questa posizione di Moro favorevole alla trattativa e allo scambio eventuale di prigionieri durante il sequestro Sossi non si è trovata a oggi traccia scritta. Al contrario, un suo uomo di fiducia, l’ambasciatore Gianfranco Pompei, risulta aver sostenuto con forza presso la Santa Sede la linea della fermezza tenuta dal governo Rumor. Tuttavia ciò non esclude che per prudenza Moro abbia espresso solo verbalmente, come egli stesso scrive nelle lettere, questa linea. Op. cit., Brigate rosse vol 1, pp. 315-324</p>



<p class="has-small-font-size">22) la Repubblica, p. 1, 18 aprile 1978</p>



<p class="has-small-font-size">23) Reinterpretare liberamente le parole dell’interlocutore è una prassi frequente nell’attività giornalistica di Eugenio Scalfari: per ben due volte, nel 2014 e nel marzo 2018 il Vaticano ha dovuto seccamente smentire le affermazioni virgolettate attribuite al Pontefice, Jorge Mario Bergoglio (Francesco primo), nel corso di due interviste apparse su la Repubblica che raccoglievano i colloqui intercorsi tra i due <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/03/29/news/vaticano-smentisce-scalfari-su-inferno-papa-francesco-186903/" target="_blank">https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/03/29/news/vaticano-smentisce-scalfari-su-inferno-papa-francesco-186903/</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) E. Forcella, la Repubblica, ottobre 1978</p>



<p class="has-small-font-size">25) R. N. Gardner, Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, 2004, p. 213</p>



<p class="has-small-font-size">26) Per una ricostruzione degli incontri tra Moro e Gardner si veda, M. Clementi, E. Santalena, P. Persichetti, Op. cit., Brigate rosse vol 1, pp. 154-165</p>



<p class="has-small-font-size">27) R. N. Gardner, Op. cit., p. 169</p>



<p class="has-small-font-size">28) Gianni Gennari, “Moro, 35 anni tra enigma e tragedia”, La Stampa, 5 luglio 2012 in <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lastampa.it/2012/07/15/vaticaninsider/moro-anni-tra-enigma-e-tragedia-1Qx9ZKJ2tZzzuDg7ApSeWI/pagina.html" target="_blank">https://www.lastampa.it/2012/07/15/vaticaninsider/moro-anni-tra-enigma-e-tragedia-1Qx9ZKJ2tZzzuDg7ApSeWI/pagina.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">29) L’Unità, colloquio con Alessandro Natta, “Mettere a frutto le maggiori possibilità di rinnovamento”, 12 marzo 1978</p>



<p class="has-small-font-size">30) G. Pellegrino con G. Fasanella e G. Sestieri, Segreti di Stato, Einaudi, 2000, p. 165</p>



<p class="has-small-font-size">31) Moro conservava nel suo ufficio documenti classificati della pubblica ammini-strazione. Dopo la sua morte l’intero archivio venne passato al vaglio da un’apposita commissione di Stato che recuperò i documenti di livello riservato o secretato. Il resto della documentazione venne acquisito dall’Archivio centrale dello Stato. Per un approfondimento sulla questione si veda, Marco Clementi in M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse, Op. cit. pp. 257-265</p>



<p class="has-small-font-size">32) Subito dopo il sequestro si attivarono le procedure di verifica sul grado di cono-scenza da parte di Aldo Moro rispetto a eventuali segreti Nato. L’accertamento che venne fatto condusse a un esito negativo, in proposito si veda M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse vol. 1, Op. cit., pp. 257-260 e Acs, Migs, b. 23 C parte A, dispacci Mae, f. 18 cartella I e ivi, b. 13, “Rischio di sicurezza connesso con il rapimento dell’on. Moro (Sisde)”, 31 marzo 1978. Secondo una testimonianza di Cossiga, Moro, in realtà, era tra i pochi politici, con Taviani e Saragat e Cossiga stesso a sapere della presenza della rete Stay behind</p>



<p class="has-small-font-size">33) Si vedano in proposito i volumi di M. Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011; S. Flamigni, Patto di omertà, Kaos, 2015 e Il quarto uomo del delitto Moro, Kaos, 2018; S. Limiti, S. Provvisionato, Complici. Il patto segreto tra DC e Br, Chiare-lettere, 2015. Un ragionamento analogo viene proposto anche dall’ex presidente della seconda Commissione Moro, Giuseppe Fioroni, in un volume scritto insieme alla giornalista A. Calabrò, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau, 2018</p>



<p class="has-small-font-size">34) M. Moretti in R. Rossanda e C. Mosca, Brigate rosse una storia italiana, Anabasi (prima edizione), pp. 158-159</p>



<p class="has-small-font-size">35) Testimonianza resa da Lauro Azzolini a Paolo Persichetti e Marco Clementi il 18 settembre 2015. Nel corso del processo Metropoli, nell’aprile del 1987, Azzolini aveva dichiarato: “Del materiale che era in via Monte Nevoso si pensava di lavorarci per renderlo pubblico accompagnato da una nostra analisi. Il nostro arresto ha bloccato questo lavoro e l’unica cosa prodotta fu l’opuscoletto sulla ‘Campagna di Primavera’ uscito, mi sembra, nella primavera successiva. Si pensava invece di raccogliere tutto il materiale in un libro, magari da far uscire normalmente nelle librerie […]”</p>



<p class="has-small-font-size">36) Per una sintesi della vicenda, M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Op. cit., pp. 500-511</p>



<p class="has-small-font-size">37) Nella base romana di via Palombini 19, situata nel quartiere Aurelio e frequentata anche da Moretti e Triaca, acquistata con il denaro del sequestro Costa nello stesso periodo in cui venne preso l’appartamento di via Montalcini (Colli Portuensi) e via Albornoz (Aurelio), vennero arrestati Gabriella Mariani e Antonio Marini (il secondo tipografo di via Pio Foà). Nella base era stata custodita la macchina Ibm impiegata per comporre il testo della risoluzione del febbraio ‘78. La cartellina marrone con documentazione ideologica e originale della “Ds febbraio 1978” trovata nella tipografia proveniva da via Palombini</p>



<p class="has-small-font-size">38) Testimonianza di Nadia Mantovani resa a Paolo Persichetti il 14 giugno 2015</p>



<p class="has-small-font-size">39) ACS, Caso Moro, MIGS, b. 20, Testimonianza resa da Franco Bonisoli alla Corte di Assise del processo Metropoli il 14-15 aprile 1987</p>



<p class="has-small-font-size">40) Resti del pannello e della vernice furono trovate nella cantina nel 1990</p>



<p class="has-small-font-size">41) CM1, vol. LXXVII, p. 108 (dichiarazioni Bonisoli)</p>



<p class="has-small-font-size">42) Sigla coniata da Lelio Basso e ripresa nei loro testi teorici dalla Brigate rosse</p>



<p class="has-small-font-size">43) Per una analisi dettagliata della memoria difensiva di Moro si rinvia a F. Biscione, Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, Coletti, Roma, 1993 e M. Clementi, La “Pazzia” di Aldo Moro, Rizzoli, Milano, 2006</p>



<p class="has-small-font-size">44) Una ricostruzione delle anticipazioni giunte a la Repubblica si trova in M. Gotor, Op. cit., pp. 95-113</p>



<p class="has-small-font-size">45) Ibid. p. 103</p>



<p class="has-small-font-size">46) Dopo una inchiesta di quattro puntate apparsa sul Tg1, tra il 28 giugno e il 2 luglio 1990, il primo agosto il presidente del consiglio Andreotti fece delle ammissioni sulla presenza della rete Stay behind alla Camera e il giorno successivo davanti alla Commissione stragi. Il 18 ottobre fece pervenire alla Commissione un testo che ne documentava la nascita</p>



<p class="has-small-font-size">47) Soltanto nel 2017 il memoriale difensivo e le lettere scritte da Moro in via Montalcini sono state inserite nell’opera omnia dello statista democristiano, riconoscendone appieno, seppur con un grave ritardo, l’autenticità e l’importanza storica, politica ed etica. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.quirinale.it/allegati_statici/moro_edizioni-opere/renato-moro_intervento.pdf" target="_blank">https://www.quirinale.it/allegati_statici/moro_edizioni-opere/renato-moro_intervento.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">48) Si veda in proposito il lavoro di F.M. Biscione, <em>Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano</em>, Coletti, Roma, 1993, p. 20. La classificazione condotta da Biscione, che scrive di un documento A (le fotocopie del manoscritto), e di un documento B (il dattiloscritto da esse derivato), non è condivisa da altri studiosi che distinguono le fotocopie del manoscritto dal manoscritto originario, poiché a loro avviso sarebbero intervenute al momento del ritrovamento, o in precedenza per opera dei brigatisti stessi, delle manipolazioni e censure. Analogo ragionamento andrebbe condotto per il dattiloscritto. Secondo Miguel Gotor sarebbe esistito un testo originario più ampio, un “ur-memoriale” nel quale sarebbero stati presenti alcuni temi poi censurati: il golpe Borghese, la fuga del nazista Kappler, il cosiddetto ‘lodo Moro’, M. Gotor,<em> Il memoriale della repubblica</em>, Op. cit</p>



<p class="has-small-font-size">49) Anche l’impiego di penne con inchiostro di diverso colore e il loro utilizzo alternato, Bic blu e nera o Tratto Pen nera e blu, ha dato adito a suggestive ricostruzioni come quella di M. Mastrogregori, La lettera blu. Le Brigate rosse, il sequestro Moro e la costruzione dell’ostaggio, Ediesse 2012, dove si ipotizza un uso finalizzato del colore per identificare le parti di testo modificate su richiesta dei brigatisti</p>



<p class="has-small-font-size">50) Le Br osservavano con attenzione i processi di integrazione europea che si stavano realizzando attorno ai temi della sicurezza e tra questi dell’antiguerriglia, attraverso la creazione di organismi europei integrati come il ‘Gruppo Trevi’, costituitosi durante la conferenza dei ministri dell’Interno tenutasi il 29 giugno 1976, quando furono approvati i termini politici della collaborazione per la lotta al terrorismo</p>



<p class="has-small-font-size">51) F.M. Biscione, Op. cit., pp. 90-92</p>



<p class="has-small-font-size">52) Si veda in proposito il lavoro di G. Pacini, Le altre Gladio, Gladio: La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991, Einaudi, 2014</p>



<p class="has-small-font-size">53) G. De Lutiis, <em>Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi</em>, Editori Riuniti, Roma, 1996; S. Flamigni,<em> Convergenze parallele. Le Brigate Rosse, i servizi segreti e il delitto Moro</em>, Kaos Edizioni, Milano, 1998; G. Flamini, <em>L’amico americano. Presenze e interferenze straniere nel terrorismo in Italia</em>, Editori Riuniti, Roma, 2005; S. Flamigni, <em>Trame atlantiche, storia della loggia massonica P2</em>, Kaos Edizioni, Milano, 2005; F. Imposimato, S. Provvisionato,<em> Doveva Morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta</em>, Chiarelettere, Milano, 2008</p>



<p class="has-small-font-size">54) Acss, Tribunale di Milano n. 16461/90, 15 ottobre 1990</p>



<p class="has-small-font-size">55) La circostanza fornisce una conferma della mancanza di rapporti con i servizi dell’Est. Se questi fossero stati attivi, infatti, il riferimento fatto da Moro all’addestramento di reparti antiguerriglia da attivare in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia avrebbe suscitato un sicuro interesse e un ulteriore approfondimento della questione</p>
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		<title>La propaganda armata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-propaganda-armata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 14:23:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
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					<description><![CDATA[Il periodo della propaganda armata e il dibattito interno ai gruppi della sinistra extraparlamentare, dalla viva voce di chi ne ha fatto parte]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-31-febbraio-marzo-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 31, febbraio &#8211; marzo 2013)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Massimo Battisaldo e Paolo Margini</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il periodo della propaganda armata e il dibattito interno ai gruppi della sinistra extraparlamentare, dalla viva voce di chi ne ha fatto parte</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nelle parti precedenti abbiamo visto come la scelta politica della lotta armata abbia caratterizzato fin dai primi tempi una frazione della sinistra italiana, dato che le Brigate rosse si formalizzarono già nel 1970, venendo alla luce poco dopo con le prime azioni di guerriglia urbana, metodicamente rivendicate con volantini di contenuto politico che suscitarono i relativi echi di cronaca. Poiché per sopportare la dura vita della clandestinità occorreva convinzione e una solida coscienza di classe, le Br cercarono i primi elementi non nell’ambiente politico, sociale, culturale studentesco e antifascista, ma tra i proletari delle fabbriche: le prime azioni mirarono a dimostrare che fosse finalmente possibile rompere l’asservimento e lo sfruttamento lavorativo e punire i capi e i dirigenti più prepotenti e tirannici (nel box, il primo comunicato delle Brigate rosse).</p>



<div class="wp-block-group has-very-light-gray-background-color has-background"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-very-light-gray-background-color has-background"><strong>Novembre 1970 &#8211; Comunicato n. 1 Brigata Rossa</strong><br><br>Un problema di fondo che ha la classe operaia in lotta in questo momento è la repressione. I padroni hanno deciso che le lotte devono finire. Denunce, arresti, licenziamenti, cariche della polizia, coltellate dei fascisti sono tutti momenti del piano repressivo dei padroni. Alla Pirelli il padrone si appresta a sostenere la battaglia contrattuale. Vediamo con quali facce si presenta. Sappiamo che direzione e polizia hanno imposto al comune di asfaltare viale Sarca per poter fare caroselli e poterci legnare.<br>Anche in fabbrica si è organizzato e ha al suo servizio un esercito di servi da usare contro di noi. Questi aguzzini condividono la responsabilità di chi li paga e per questo è prudente cominciare a conoscerli e a tenerli d’occhio!<br>Eccone un primo elenco con qualche nota di merito.<br>Il primo di tutti è Ermanno Pellegrini (via Spalato, 5, tel. 603.244). Capoguardie di Cocca. Ha al suo servizio una quarantina tra poliziotti e carabinieri neo-assunti. Ha il compito di schedare chiunque di noi svolga attività politica. Invia ogni giorno un rapporto al direttore del personale ed è in contatto coi commissari di PS.<br>Suo degno compare è Palmitessa Luigi (via Tofane, 3, tel. 28.55.152). Capoguardie centro, quel bastardo che nell’ultima lotta ha fermato gli ascensori durante il picchettaggio.<br>Questi spioni meritano la gogna!<br>Nassi ‘boia’ Giovanni (via Resi 7A, tel. 696.010) ideatore cottimo Pirelli. Da fattorino a boia. Da abolire come il suo cottimo.<br>Brioschi Ettore Carlo (via Zara, 147, tel. 681.125). Segreteria personale cavi. Campione dei crumiri. Durante tutti gli scioperi ha sempre trovato un buco dove nascondersi. Alla prossima lotta chiuderlo in un tombino e assicurarsi che non esca più.<br>Boari Alfredo (via Matteotti, 489, tel. 24.70.638, Sesto S. Giovanni, FIAT 125 bianca MI E16671). Gestisce per conto della direzione il famigerato ufficio interno UIL (ai Cavi). Il più porco dei servi del padrone. Guadagna L: 300.000 al mese più 160.000 di pensione.<br>Per ogni compagno che colpiranno durante la lotta qualcuno di loro dovrà pagare!</p>



<p class="has-very-light-gray-background-color has-background">BRIGATA ROSSA</p>
</div></div>



<p>Questo primo periodo va generalmente sotto il nome di propaganda armata. In realtà tale definizione, attribuita a posteriori, è inesatta, perché in ogni organizzazione armata l’azione politica e la propaganda hanno inizialmente coinciso rafforzandosi l’un l’altra. Per quanto riguarda le Br, bisogna distinguere una prima fase di autoaffermazione e messa alla prova della neonata organizzazione, durante la quale furono portati a termine attacchi incendiari a veicoli aziendali e/o di proprietà di dirigenti, capi reparto ecc., dalla fase successiva di attacco allo Stato. Le prime azioni e rivendicazioni furono accolte dagli altri compagni con sospetto e cautela persino estremi, perché rompevano la<em>&nbsp;regola&nbsp;</em>fino a quel momento acquisita secondo cui l’uso della violenza era legittimo solo nelle dimostrazioni di piazza, nei picchettaggi, nelle occupazioni nonché nella lotta antifascista. Ma una volta gettati i semi e rafforzato dal fatto che il più delle volte le azioni avevano esito positivo, il tema della lotta armata cominciò a essere preso in considerazione, seppur sottocoperta.</p>



<p>Non che potesse riscuotere un immediato consenso maggioritario. A parte il netto e subitaneo ostracismo del Pci, che dal ’74 si trasmise anche a quella parte della base che in un primo tempo aveva pur avuto contatti e relazioni coi rivoluzionari armati, nei gruppi della sinistra extraparlamentare si venivano sviluppando altri progetti intorno ai quali si allargava il consenso.<br>Lotta continua, per esempio, capace di caratterizzare ogni campagna addirittura con la creazione di una canzone ad hoc, per di più di stile assai moderno rispetto a certi canti di sinistra ancora ottocenteschi, aveva polarizzato in successive ondate un’attenzione che si estendeva ben oltre il numero dei militanti, al punto di riuscire a pubblicare e vendere un quotidiano nazionale.</p>



<p>La concezione di Lc sullo sviluppo rivoluzionario ebbe il proprio culmine e la sua verifica il 17 maggio 1972, nel momento dell’agguato mortale al commissario Luigi Calabresi. Coinvolto nella caccia agli anarchici dopo la strage di Piazza Fontana e nella morte di Giuseppe Pinelli, Calabresi era ritenuto da tutta la sinistra il simbolo estremo del potere corrotto di uno Stato classista, e per tre giorni sul giornale di Lotta continua la sua uccisione venne giudicata un gesto di giustizia proletaria. Ma nella sinistra extraparlamentare la scintilla non scoccò.</p>



<p>L’ipotesi giustizialista venne scartata dagli altri gruppi della galassia e perfino dalla maggioranza dello stesso corpus di Lotta continua, col risultato, in seguito, di addebitare l’omicidio a trame fasciste. La ritirata di Lc fu netta: se nemmeno la caduta del più odiato simbolo poteva costituire una vittoria&nbsp;<em>extra legem</em>, occorreva, come diceva Lenin, fare due passi indietro, e ne risentirono le future campagne dell’organizzazione. Dal tema della violenza e della rivolta Lotta continua retrocedette al nuovo concetto&nbsp;<em>prendiamoci la città</em>, che era certamente l’affermazione di un contropotere proletario di fatto, ove realizzabile, attuato muovendo sul territorio servizi d’ordine ben preparati, ma era anche l’enunciazione della possibilità di inserirsi, senza vergognarsene, in un processo di&nbsp;<em>legittimazione</em>, pur sempre alternativa ma ufficiale e ufficializzata, estendendosi alle istituzioni, all’area del voto e, come si sarebbe visto in seguito, al commercio. In più di un aspetto gli attuali centri sociali sono se non sono figli almeno nipoti di &#8216;prendiamoci la città&#8217;.</p>



<p>È bene aver presente questo nuovo concetto che si sviluppa all’interno di Lotta continua, perché nasce da chi, pur essendo di estrema sinistra e nonostante la crescita, nello stesso periodo, delle organizzazioni belligeranti, non aderì né in quel tempo né dopo al partito armato, e fu l’ampia maggioranza.<br>In seguito e sullo stesso percorso Lc sviluppò un altro tema: i<em>&nbsp;Pid, proletari in divisa</em>. Gli eventi del passato dettavano insegnamenti: non si può fare la rivoluzione senza avere dalla propria parte l’armata, o almeno una parte di essa. In conseguenza di tale riflessione Lotta continua stravolse, mentre era ancora in corso la guerra del Vietnam, il dogma politico del rifiuto di servire nell’esercito borghese alleato degli imperialisti, sostenendo che invece occorresse andare dove erano le armi, per imparare a usarle. Se pure il progetto non riuscì nella maniera auspicata, favorì tuttavia incontri, confronti, incroci e contatti tra compagni anche lontani, questa volta nelle caserme, ossia all’interno di uno dei cuori del potere, e permise loro di meglio definire le proprie aspirazioni rivoluzionarie.</p>



<p>Due mesi prima che la morte di Calabresi si tramutasse in appena tre giorni da piedistallo in scoglio, le Brigate rosse avevano mosso i primi passi in un nuovo terreno. Già all’inizio di quel 1972 avevano bruciato l’ultima vettura – quella del dirigente del neofascista Fronte della gioventù, l’allora ventiseienne Ignazio La Russa, colpendo per la prima volta sul fronte politico e non delle fabbriche – ritenendo che da quel momento in poi obiettivi di questa portata dovessero essere attuati direttamente dal proletariato. Una trentina di giorni dopo, iniziando una nuova fase, operarono il primo sequestro lampo: trattennero per quaranta minuti il dirigente Siemens Idalgo Macchiarini, sottoponendolo al primo ‘processo proletario’.</p>



<p>Ai primi di maggio, quindi ancor prima dell’uccisione di Calabresi, l’organizzazione subì però un colpo da parte dello Stato con l’arresto di Marco Pisetta, che si rivelò essere un infiltrato e causò diversi arresti, costringendo le Br a fermarsi per quasi un anno, passare alla clandestinità completa e perfezionare i sistemi di sicurezza.<br>Il 7 maggio ci furono inoltre le elezioni politiche, e la sinistra sperava di cogliere i frutti della sua grande avanzata sociale: raccolse invece una deludente stabilità e vide sparire di colpo il più arcaico e&nbsp;<em>pensionistico</em>&nbsp;tra i partiti della sinistra, il Psiup. Per comprendere la ragioni della mancata crescita di consenso possiamo seguire il cammino di un giovanissimo del tempo, come poteva essere Walter Alasia. Nato nel 1956, nel 1972 non aveva nemmeno sedici anni, e a quel tempo l’età minima per votare era ventuno; ferme restando così le cose, non avrebbe potuto votare nemmeno nelle elezioni successive. Eppure, come molte migliaia di suoi coetanei, era già da tempo coinvolto nella vita politica e avviato al lavoro in fabbrica. In pratica, nel 1972 la nuova moltitudine elettorale in cui tutta la sinistra aveva sperato, per dirla con Gigliola Cinquetti, non aveva l’età.</p>



<p>Dopo il caso Pisetta le Br dovettero formalizzare comportamenti molto più strutturati e compartimentati. L’operatività fu sospesa e furono costituite separate colonne nei poli industriali, dapprima a Milano e Torino, poi a Marghera e Genova.<br>Se l’attività militare strategica fu tenuta ferma, non cessò l’azione politica nelle fabbriche, laddove venivano frequentemente affissi volantini con la stella a cinque punte. Un&nbsp;<em>regolare</em>, cioè un esponente delle Br, poteva avere contatti con uno o più<em>&nbsp;irregolari</em>, i quali a loro volta allargavano la rete ai simpatizzanti, e in tal modo si creavano confronti e dibattiti, anche con le altre forze, sui problemi aziendali e sindacali che potevano essere compatibili con la strategia rivoluzionaria. Da quel periodo in poi, per molto tempo, le Brigate rosse non ebbero difficoltà a far crescere l’organizzazione con l’ingresso di nuovi elementi qualificati; era anzi presente il problema opposto, limitare e filtrare le troppe richieste. Nasceva una nuova forma di militanza, una militanza segreta legata ad azioni concrete – quella degli irregolari che si misuravano con attentati incendiari verso vetture o altri tipi di proprietà aziendali – praticata da chi alla luce del sole appariva connesso a qualche gruppo di sinistra legale e riconosciuto o addirittura si atteggiava a disimpegnato.<br>La situazione fornì&nbsp;<em>materiale umano</em>&nbsp;non solo alle Br, che pure avevano generato il fenomeno, ma anche ai gruppi, all’inizio piuttosto informali, che si andavano creando fuori dalle Br, realtà in cui giovani e giovanissimi proletari, incazzati in partenza, ebbero modo di incontrarsi coi loro predecessori del ’68 e dintorni, di poco più vecchi ma con curriculum di lunga militanza, e con gli ultratrentenni, considerati in genere anziani, ma che portavano esperienza, competenza, studio, conoscenze e collegamenti.</p>



<p>Nel 1973 le Brigate rosse ripresero la campagna sequestri: a giugno il dirigente Alfa Romeo, Michele Mincuzzi (per poche ore), a dicembre il capo del personale della Fiat Mirafiori, Ettore Amerio. Quest’ultimo episodio, per l’importanza del personaggio catturato e per le modalità dell’operazione, della detenzione (otto giorni) e del rilascio, segnò forse per le Br il momento di maggior consenso da parte dell’opinione pubblica.<br>Il sequestro del giudice Sossi (35 giorni), messo in atto qualche mese dopo, nell’aprile del 1974 – a cavallo del referendum sul divorzio, e senza che influenzasse negativamente la decisa vittoria ottenuta dal fronte laico e delle sinistre – poteva già essere considerato un passo successivo alla fase iniziale o di propaganda armata che dir si voglia, poiché l’organizzazione si confrontava ora con lo Stato ad alto livello e con fatti gravidi di eventi futuri.</p>



<p>Nell’arco della loro storia le Br hanno portato a termine numerosi sequestri; stessa cosa non si può dire delle altre organizzazioni combattenti, che contano pochissimi tentativi riusciti. La gestione di un sequestro è infatti una tra le operazioni più complesse, e necessita di organizzazione e sostegno. Sulle Br di quel periodo si possono fare ancora alcune riflessioni: in primo luogo, se davvero si vuole cercare una cesura tra le prime e le seconde Brigate rosse, forse bisogna collocarla al 5 giugno 1975, quando morì uccisa in combattimento Margherita Cagol, cofondatrice dell’organizzazione e capo colonna, che aveva una profonda influenza su Renato Curcio e Alberto Franceschini.</p>



<p>Invece l’errore di Padova, compiuto dalla colonna veneta circa un anno prima, pose due tipi di problemi: innanzitutto le Br dovettero accorgersi che non era sufficiente entrare in un luogo con le armi spianate per ottenere automaticamente il controllo della situazione, perché le persone potevano avere una reazione. E così avvenne nella sede del Msi, dove le Br erano penetrate armi in pugno per sequestrare documenti: i due militanti neofascisti presenti, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, invece di arrendersi reagirono, pur essendo disarmati, e nella lotta che ne seguì restarono uccisi. Questa situazione innescò il secondo problema: la gestione del rapporto con gli altri compagni del luogo e logicamente ignari.<br>Padova era una città in cui la destra era fortissima, e la sinistra locale si ritrovò tra capo e collo a dover rispondere politicamente e fisicamente degli omicidi e a confrontarsi con un furibondo desiderio di rappresaglia da parte dei neofascisti. Tutto questo si tradusse, almeno in parte, nell’organizzare la difesa della propria sede, collocata nella Casa dello studente, presidiata per quarantotto ore di fila senza quasi dormire. L’accaduto risvegliò anche, all’interno dell’area della sinistra, l’onnipresente dilemma sul peso dell’egemonia: se due gruppi sono su posizioni differenti e non trovano una sintesi, e il gruppo meno numeroso è armato mentre l’altro non lo è, chi ha ragione?</p>



<p>Con le Br già costituite, a partire dal 1974 si crearono altri gruppi armati, che ripercorrevano in parte gli stessi cammini segnati dalle Brigate rosse.<br>Diverso fu tuttavia l’approccio alla clandestinità, che non veniva posta come primo fondamento ai militanti, preferendo applicarla alla sigla con cui venivano firmate le rivendicazioni: cambiandola di volta in volta era infatti possibile restare non identificati nell’appartenenza a un gruppo per più lungo tempo, e così continuare a tenere in piedi una doppia vita, tra interventi legali e militanza armata.</p>



<p>La brusca frenata internazionale causata nell’autunno del 1973 dal riuscito colpo di Stato reazionario contro il governo socialista in Cile, fece toccare con mano la tragedia della sconfi tta e, accanto ai successivi fondati timori per l’avvento di un colpo di Stato anche in Italia, generò in diverse aree della sinistra l’idea che occorresse provvedere ad armarsi prima che fosse troppo tardi.</p>



<p>Una questione tecnica di non facile soluzione: nel momento in cui anche una parte seppur minoritaria della classe oppressa avesse deciso di far uso delle armi, le armi non c’erano. Il proletariato urbano d’Italia era nei primi anni ’70 all’ultimo posto della graduatoria in quanto a possesso e detenzione di armi da fuoco, superato probabilmente anche dai preti. E non si trattava della mera divisione in classi, perché fuori dalle grandi città la situazione era differente: compagni di diverse zone rurali o di paesi di provincia, peraltro iscritti al Pci, potevano commentare con estremo stupore il fatto che i compagni di città non disponessero nemmeno di un’arma imboscata, magari residuato dei tempi della Resistenza, cui ricorrere alla mal parata. La criticità venne in seguito risolta individuando alcuni modi con cui armarsi, e uno tra questi, indicato anche dalle Br, fu il <em>disarmo</em> di vigilantes, che a quei tempi iniziavano a comparire davanti alle banche per far fronte agli accresciuti rischi di rapine. I disarmi furono poi messi in atto ovunque fosse possibile e in tutti gli anni successivi, costituendo un buon banco di prova per un militante deciso a passare all’azione armata. Acquisizioni più consistenti furono effettuate rapinando le armerie, così come le rapine in banca rispondevano alla necessità di autofinanziamento.</p>



<p>Gli anni tra il 1974 e il 1976 furono caratterizzati dal fortissimo dibattito sulla lotta armata, tra chi era a favore e chi contrario, con pesanti scontri tra le varie posizioni. Mentre alcuni gruppi fino ad allora extraparlamentari si stavano istituzionalizzando con lo scopo di formare cartelli elettorali, gli elementi più rivoluzionari fuoriuscivano alla spicciolata o in gruppo dalle diverse organizzazioni per entrare nelle organizzazioni combattenti.<br>Come avvenne all’interno di Lotta continua, che ormai tirava il freno a mano, quando la Corrente, così si chiamò, si staccò e confluì nell’area del partito armato.</p>



<p>Il 1975 fu l’anno delle elezioni regionali, e per la prima volta vennero ammessi al voto i diciottenni, grazie a una legge che aveva abbassato la maggiore età. Questa volta l’impatto della nuova generazione si fece sentire e segnò una vittoria per la sinistra: il Pci raccolse quasi il numero di voti della Dc (33,46% il primo, 35,27% la seconda), e la sinistra rivoluzionaria si sentì ancora più forte. Le elezioni politiche dell’anno successivo confermarono la crescita del Pci ma non la sua supremazia, come sperarono nella notte della conta dei voti anche molti rivoluzionari (alla Camera raggiunse il 34,37%, pari a un +7,22% rispetto alle precedenti politiche, contro il 38,71% della Dc, che corrispondeva a un misero +0,05%). Se il Pci fosse risultato partito maggioritario nel Paese, come sembrò essere per qualche momento in base all’affluenza dei primi dati, si sarebbe creata una situazione molto interessante.</p>



<p>Due mesi prima alcuni elementi che avrebbero poi capitanato Prima linea avevano ucciso il consigliere Msi alla Provincia di Milano, Enrico Pedenovi, e appena dodici giorni prima delle elezioni un attacco ancora più violento era stato portato dalle Br con l’uccisione del procuratore generale della Corte di Appello di Genova, Francesco Coco, e di due agenti della scorta. Azioni che sicuramente fecero perdere voti importanti alla sinistra, nell’area più incerta degli elettori, ma a quel tempo le diverse organizzazioni armate avevano deciso di alzare il tiro contro lo Stato democratico borghese delle stragi, e con tale obiettivo erano state pianificate le azioni omicide. Salvo poi ritrovarsi, in molti, durante il conteggio dei voti, quando sembrava che il Pci potesse vincere, a sperare che accadesse…</p>
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		<title>Il totalitarismo flessibile: i nuovi dispositivi di sospensione del diritto</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-totalitarismo-flessibile-i-nuovi-dispositivi-di-sospensione-del-diritto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 08:19:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[41bis]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[dispositivi potere]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal carcere al lavoro passando per i Cie]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-31-febbraio-marzo-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 31, febbraio &#8211; marzo 2013)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dal carcere al lavoro passando per i Cie</p>
</blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro dibattito sul tema “Lavoro, sfruttamento, precarietà, repressione, carcere”, dal saggio&nbsp;<strong>41 bis, il carcere di cui non si parla</strong>&nbsp;(Maria Rita Prette, Sensibili alle foglie, collana Gli indicibili sociali), presso il Centro sociale Vittoria di Milano, 25 ottobre 2012</em></p>



<p class="has-drop-cap">In questo Paese ci sono cose di cui nessuno vuole parlare, e una di queste è il 41 bis. Un ‘non detto’ per eccellenza, il carcere di cui non si discute, se non nell’unico modo con cui si possono raccontare gli ‘indicibili’, vale a dire attraverso narrazioni anche sconfortanti, ma sempre sostitutive. Sappiamo che la censura, da molti anni, dopo che Roland Barthes l’ha ben inquadrata, non funziona con il silenzio: un indicibile non è una cosa muta, è spesso qualcosa di cui si parla moltissimo, ma per raccontare un’altra storia.</p>



<p>In sintesi, il 41 bis è un articolo della riforma penitenziaria che oggi riguarda circa 700 persone. Alcuni obiettano che 700 persone su 63.000 detenuti sono una piccola minoranza, più o meno l’1%, quindi perché interessarsene? Altri affermano che, alla fin fine, queste 700 persone sono per la prevalenza, se non tutte, mafiose – e questo è un pregiudizio, non è vero, ma è un’idea diffusa – e quindi, di nuovo, perché interessarsene? Perché interessarsi del 41 bis e non di tutto il carcere, che vede 63.000 persone rinchiuse e, da un punto di vista dei diritti umani, tutte quante piuttosto maltrattate? (L’Italia è al settimo posto nella graduatoria dei 47 Paesi europei per la violazione dei diritti umani, e prevalentemente gli indici riguardano il carcere.) Perché, dunque? Perché il 41 bis, come vedremo, non è solo un regime carcerario ma è un dispositivo che può essere utilizzato come analizzatore della vita sociale.</p>



<p>Occorre fare una premessa.<br>Sappiamo che le cooperative hanno una lunga storia nel movimento dell’Ottocento e del Novecento, ma hanno un epilogo in quest’epoca piuttosto curioso: sono diventate, per la stragrande maggioranza, luoghi molto ambigui, all’interno dei quali prospera una figura particolare che è il caporale modernizzato. Non quindi la figura del caporale post unitario, il successore dei campieri, ma un nuovo tipo di caporalato che nel mondo capitalistico è venuto ad affermarsi con forza soprattutto dopo la legge 30, che ha autorizzato l’intermediazione della forza lavoro. Tutte le grandi strutture produttive di questo Paese, per esempio la Fiera del libro di Torino, la Fiera del mobile di Rho, la Fiera di Milano, oggi sono luoghi infestati dalla struttura del caporalato moderno, un caporalato che media la relazione con il lavoro presentando un volto accettabile e svolgendo una pratica violenta e inaccettabile; un caporalato che è fondato, in altri termini, sulla confisca e sulla sospensione dei diritti dei lavoratori, che vengono utilizzati per la valorizzazione del capitale e per la parte di valorizzazione che li riguarda.</p>



<p>Cosa c’entra il 41 bis con queste nuove figure del lavoro, cioè con queste nuove trasformazioni dei processi di valorizzazione? C’entra moltissimo, perché il dispositivo del 41 bis e il dispositivo del caporalato sono assolutamente identici: sono dispositivi che mettono bene in evidenza una forte tendenza, all’interno di questa società, verso il totalitarismo.</p>



<p>Uso questa parola nel senso vero del termine, che significa ‘potere totalitario’, un potere che non lascia spazi, che elimina completamente, nei coni di suo dominio, ogni possibilità di relazione. Siamo di fronte quindi a una tendenza verso una società totalitaria, nella quale però il termine non ci rimanda nel suo significato agli anni Trenta, al fascismo oppure al nazismo, non ci rimanda a quel totalitarismo ideologico gestito da una narrazione; siamo di fronte a un totalitarismo flessibile come è flessibile oggi il lavoro, un totalitarismo che appare e scompare, che è molto nascosto, che si presenta in alcuni luoghi, che sembra non ci sia da alcuna parte ma ecco, per esempio, spunta fuori dentro il carcere come 41 bis, nei Centri di identificazione ed espulsione, nelle figure del caporalato moderno alle fiere di Milano, Rho e Torino, si presenta come diktat di Marchionne alla Fiat di Pomigliano. Questi momenti non sono tra loro differenti, sono tutti caratterizzati dallo stesso dispositivo relazionale.</p>



<p>In questa analisi cercherò di mostrare qual è questo dispositivo, seguendo un percorso che pare paradossale e che utilizza l’istituto del 41 bis per guardare il dispositivo, usando un procedimento oggi desueto ma nobilitato da Marx nei famosi&nbsp;<em>Grundrisse, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica</em>&nbsp;– un libro importantissimo all’interno del quale Marx elabora una metodologia di lettura dei fatti sociali che mette insieme la profondità storica degli eventi e la orizzontalità, il modo in cui si presentano ai nostri occhi. Siamo infatti sempre un po’ affascinati dalle cose così come ci appaiono, ma queste cose hanno una storia, e per evitare di farne un’analisi storica e farne invece una genealogia, un po’ come ha fatto Foucault, occorre dotarsi di un certo tipo di strumenti, cioè partire dal presente e andare indietro fino al punto in cui l’evento o l’istituzione o il processo di cui ci interessiamo, iniziano, e poi ripercorrerne i passaggi per vedere i momenti di discontinuità. Sono le discontinuità a mostrare ciò che altrimenti è difficile vedere.</p>



<p>Il 41 bis ci porta molto indietro negli anni ma non negli eventi. Siamo nel 1931, in pieno fascismo, quando nelle carceri italiane entra in vigore la riforma di Alfredo Rocco, incentrata su due idee forza: la spersonalizzazione del detenuto – capelli a zero, divisa a strisce, ossia umiliazione della figura dell’umano – e ordine e disciplina, l’idea gerarchica del fascismo del controllo – se obbedisci sei una persona educata (Credere, obbedire, combattere), se disobbedisci sei una persona riprovevole. Il fascismo instaura quindi questa riforma carceraria, che io incontro personalmente nel 1974, quando finisco in carcere. Ma in quegli anni negli istituti penitenziari italiani è presente qualcos’altro oltre la riforma Rocco: c’è uno dei più vasti movimenti di lotta che abbiano attraversato l’Italia moderna, che è iniziato alla fine degli anni Sessanta, si è intrecciato alle lotte degli studenti e degli operai, ed è stato represso con una violenza sanguinaria assolutamente spaventosa – basti pensare che in un solo giorno il generale Dalla Chiesa, nel carcere di Alessandria, nel 1974, ha fatto sette morti; che un’organizzazione di detenuti, i Nap (Nuclei armati proletari), che poi ha allargato la sua influenza nella vita sociale soprattutto al sud e nel centro Italia, per le lotte legate al carcere aveva già avuto, nel 1974, sette militanti uccisi.</p>



<p>Quindi stiamo parlando di un movimento, che al di là della sua intensità e della sua lotta contro il carcere fascista, aveva seminato gli istituti penitenziari di intelligenza, cultura, organizzazione, sensibilità, e in tutte le carceri italiane l’ordine e la disciplina non passavano più attraverso ‘signorsì obbedisco’, ma diventavano dimensioni problematiche, messe in discussione del potere di quella istituzione. Ed è da questo fermento, da questa cultura materiale, da questa abnegazione, da questa tensione di centinaia e centinaia di persone, che è nata, nel 1975, la prima rottura con il carcere fascista: è del 1975, infatti, la riforma carceraria moderna.</p>



<p>Questo ci pone una prima grande domanda: perché dal 1945 al 1975, trent’anni, il carcere non è mai stato toccato dalle istituzioni italiane? Eppure anarchici, socialisti, comunisti, erano finiti in carcere durante la Resistenza; ma tutte queste persone, una volta uscite, non avevano fatto nulla. Perché quel dispositivo di potere arcaico precedente al ’45, che rimandava a un’epoca del tutto diversa, era ancora in piedi, nel ’75? Possiamo interrogarci su questo dilemma attraverso quello che si chiama uno spiazzamento: ossia non parliamo del carcere ma dell’università, e poi non parliamo dell’università ma del lavoro, nello stesso periodo.</p>



<p>Alla fine degli anni Sessanta, nelle università era ancora in vigore la riforma Gentile del 1923. Questo significa che il dispositivo che organizzava una delle più importanti istituzioni culturali di un Paese che voleva evolversi e svilupparsi, era lo stesso che il fascismo aveva dato a quella istituzione. E così nelle fabbriche, dove fino alla fine degli anni Sessanta ritroviamo i medesimi dispositivi di ordine, gerarchia, comando e caporalato in senso arcaico che avevano caratterizzato il periodo precedente.<br>Iniziamo dunque a vedere come i dispositivi di potere sopravvivano ai regimi, li attraversino a spizzichi e bocconi, non c’è più il fascismo ma ci sono i suoi dispositivi. Ed è chiaro come attraverso il 41 bis, attraverso il carcere, sia possibile guardare la società così come viene crescendo in quegli anni, perché i dispositivi impiegati nel carcere non solo non sono lontani dagli altri, ma addirittura, in taluni casi, possono aiutare a capire aspetti delle altre istituzioni che non sono stati compresi neppure oggi.</p>



<p>Nel ’75 entra quindi in vigore la riforma carceraria, e tutti tirano un sospiro di sollievo. Io ritorno in carcere alla fine del 1976, e scopro che questa nuova riforma è spaventosa. Mi mette di fronte un regolamento carcerario che tutti osannano come molto democratico, ma che contiene un articoletto, l’articolo 90, inserito in extremis, in fondo, che dice: nel caso in cui dei detenuti si mettano in testa di lottare, di&nbsp;<em>movimentare</em>&nbsp;la quiete dell’istituto carcerario, nei loro confronti è possibile sospendere la riforma. Vale a dire: ci sono dei diritti stabiliti da una legge, ma questi diritti valgono fino a quando nessuno li contrasta, perché se qualcuno all’interno del carcere li combatte, il diritto è sospeso. I diritti ci sono solo fi nché non c’è conflitto, questo è il punto.</p>



<p>L’articolo 90 introduce nella società italiana un dispositivo totalizzante, completamente nuovo, e un tema che oggi è oggetto di una riflessione profonda, anche filosofi ca, su che cosa sia la sospensione del diritto: la sospensione del diritto è il fondamento di tutte le dittature, è il principio, la possibilità di un potere di fare quello che vuole sui cittadini che sono sotto il suo dominio; sospendere il diritto è l’atto estremo del potere totalitario.<br>E se io trovo dentro una istituzione un dispositivo che consente la sospensione del diritto, devo chiedermi come mai, in questo Paese, c’è un così grande silenzio su questa questione.</p>



<p>Me lo chiedo e si ritorna a quel periodo, nel 1976-77, e allora non c’era affatto silenzio. Fino al ’79-80 tutte le carceri italiane sono state un fronte di lotta assoluto e totale contro l’articolo 90, io c’ero e posso dirlo. All’Asinara, a Trani, ma non solo negli speciali, anche nelle carceri normali, e non solo dentro le carceri, si attivarono gli avvocati di Soccorso Rosso e moltissimi giornali, intelligenti e forti, e non solo in Italia, anche in Germania, in Francia, in Spagna, ci sono state lotte culturali, politiche, di informazione, per far capire che cosa fosse l’articolo 90. Si è insomma creato un movimento talmente vasto che lo Stato ha dovuto prendere atto che era pericoloso mantenere in vita quell’articolo, e ha risolto la questione in un modo che possiamo definire tradizionale per la storia italiana: ha cambiato nome all’istituzione.</p>



<p>Nel 1986, una riforma della riforma sopprime l’articolo 90 e lo sostituisce con l’articolo 41 bis. Se si prendono i due testi, diventa chiaro che il dispositivo è lo stesso, con un’aggravante: mentre l’articolo 90 stabiliva che la validità della soppressione del diritto era limitata nel tempo, finché durava la lotta, e nello spazio, in quel carcere, con il 41 bis questa attenzione alle dimensioni locali e temporali sparisce completamente. La nuova legge afferma semplicemente che la sospensione del diritto è una cosa giusta da fare, talmente giusta che nell’arco di un paio d’anni, attraverso una serie di aggiustamenti legislativi, il 41 bis diventa un regime carcerario. E può diventarlo attraverso una nuova discontinuità, che ha due precedenti passaggi molto interessanti nei quali vediamo progredire la dimensione totalitaria.</p>



<p>Il primo avviene nel 1982, un anno particolare per l’Italia, un anno di confine.<br>Dopo le carceri speciali e le lotte contro l’articolo 90, lo Stato inventa i ‘braccetti della morte’, dove rinchiude coloro che, nonostante l’articolo 90, continuano a lottare. È chiaro che era una frontiera estrema, talmente estrema che anche all’interno del sistema politico italiano nasce una rifl essione che possiamo definire di delocalizzazione dell’intelligenza: ci si sposta da quel modulo, che sta portando a uno scontro mortale senza nessuna possibilità di via d’uscita, e si costruisce una legge a cavallo di un tentativo di introdurre la tortura. Il 1982 è l’anno del sequestro del generale Dozier, con i casi di tortura che, a distanza di quarant’anni, sono stati ufficialmente riconosciuti da parte del capo dei torturatori con dichiarazioni agli uffici interessati e alla stampa. Quindi oggi possiamo dire che, di fatto, la tortura è stata un momento del 1982, un momento estremo, ma non è questo che mi interessa sottolineare ora.</p>



<p>Il punto è: a che cosa è servita la tortura, in quel momento? A introdurre la legge a favore di chi si pente, che rompe il nesso tra il reato e la pena.<br>C’è di mezzo una collaborazione, c’è di mezzo l’identità: sei salvo se sposti la tua identità, se collabori – che significa mettere un altro al proprio posto, ossia puoi uscire dalla galera basta che ne fai entrare un altro, un po’ lo stesso discorso che fa Marchionne quando dice: reintegro gli operai iscritti alla Fiom, come mi ordina la magistratura, ma ne licenzio altrettanti.</p>



<p>Mettere un altro al proprio posto è un dispositivo perverso, terribile, totalitario, è il dispositivo su cui il nazismo ha costruito i campi di concentramento – moltissimi cittadini accusati di essere ebrei comperarono la loro impunità, basti ricordare la risiera di San Sabba, a Trieste, gestita da ricchi e facoltosi ebrei che fecero funzionare quei forni crematori dove gli ebrei poveri, non avendo i soldi per comprare la propria impunità, andarono a bruciare. Ed è su questo dispositivo che inizia a operare la legge sul pentimento, che libererà alcuni pentiti introducendo nell’ordinamento penitenziario questo nuovo dispositivo totalitario, che ci ritroviamo tuttora. Al punto che molti magistrati italiani ne chiedono oggi l’estremizzazione, una legge che dia la impunibilità totale a chi dà una collaborazione totale. Ed è interessante osservare come questo dispositivo poggi su di un principio mercantilistico: io compro e tu vendi. Non c’è più quindi la vecchia logica del periodo fascista, premi, punizioni ecc., ma entriamo in una nuova logica, che è una logica capitalistica, è la logica del mercato che entra nelle istituzioni, ne stravolge i vecchi dispositivi e ne deposita di nuovi.</p>



<p>Il secondo passaggio che porta il 41 bis a essere un regime carcerario riguarda lo sviluppo ulteriore della legge sui pentiti, ossia la legge per chi si dissocia. Una forma attenuata dello stesso principio, tuttavia particolarmente importante perché introduce una divisione all’interno dell’istituzione carceraria, creando due figure: il dissociato, che non si pente ma prende un altro andamento rispetto alle istituzioni e le leggi, e&nbsp;<em>l’irriducibile</em>. Ecco che viene costruita una categoria, chi non fa una cosa diventa irriducibile, chi non si adatta subisce una pena per il fatto di non essersi adattato. Irriducibile significa che una persona non avrà diritto alla riforma carceraria, che sarà fuori dal diritto perché è irriducibile.</p>



<p>Questo aspetto è fondamentale perché deposita all’interno dell’istituzione carceraria italiana un’area di irriducibilità che si misura con un’idea vaga, che è l’idea di pericolosità sociale; un concetto tuttora presente nella legislazione e che è stato inserito nel codice penale nel 1931, durante il fascismo. Come si fa a stabilire che una persona deve rimanere in carcere per molti anni ancora? Occorre stabile la sua pericolosità sociale. E come la si definisce? Chi la definisce? In Italia questa discussione ha avuto due corsi diversi, uno psichiatrico e uno civile. Quello psichiatrico – Lombroso, ecc. – non ci riguarda in questa sede, quello civile è molto interessante.</p>



<p>Il fascismo e il nazismo definirono socialmente pericolosi i pacifisti, perché erano contrari alla guerra: questo mostra come la definizione della pericolosità sociale non sia qualcosa che attiene a colui che viene definito, ma a colui che definisce. È un atto di imperio, che attraverso una parola denigratoria o connotativa, a un certo punto sostiene che quella persona è pericolosa socialmente, punto e basta; quella persona è un irriducibile, punto e basta. In Italia la connotazione di pericolosità sociale ha avuto vari destinatari, e ha accompagnato il dispositivo di sospensione del diritto.</p>



<p>Come abbiamo visto, prima c’è stata l’emergenza ‘terrorismo’ – da un certo momento in poi, perché fino al ’73, fino al compromesso storico, nessuno ci chiamava terroristi, anche perché si sarebbero dovuti definire ‘terroristi’ troppe persone in questo Paese, di troppe radici e ramificazioni sociali – poi è venuta l’emergenza sequestri, poi l’emergenza mafia, e via di seguito. Nei primi anni Novanta compare l’emergenza immigrazione, ed è un passaggio finale di trasformazione del dispositivo che è importante osservare.</p>



<p>Per la prima volta perdiamo completamente il confine carcerario. I centri di permanenza temporanea, oggi Cie, nuove istituzioni create sul dispositivo di sospensione del diritto, non sono infatti carceri, non ne hanno lo statuto e non possono esserlo, perché le persone che vi sono rinchiuse non hanno commesso alcun tipo di reato; sono campi di concentramento, tecnicamente non politicamente, perché all’interno di queste istituzioni finiscono persone indesiderabili. L’unica ragione per cui si ritrovano lì è perché il potere li ha definiti indesiderabili. Li ha connotati con un atto di imperio.</p>



<p>Tirando le fila, che cosa c’entrano dunque il campo di concentramento, il carcere, con il lavoro? C’entrano eccome. Perché il dispositivo di sospensione del diritto che sta alla base della creazione dei Cie, consente di togliere definitivamente i diritti a un’area sociale vastissima, e deposita in questo Paperese una sottoclasse di lavoratori senza diritti. Saranno quei lavoratori che troviamo alla Fiera di Torino, alla Fiera del mobile di Rho, alla Esselunga, nei servizi delocalizzati della Auchan, ovunque, fino nell’agenzia di pulizie al Corriere della sera.</p>



<p>Interessarsi del 41 bis significa quindi interessarsi di una modalità di istituzione di un totalitarismo flessibile, e nello stesso tempo usare questo dispositivo come specchio di tutti gli altri che incontriamo nella nostra vita quotidiana. Questo ci pone una domanda: fino a che punto siamo ancora disposti a tacere, a lasciare nel non detto questa particolarità della società italiana? È una domanda importante, perché se non risponderemo in fretta questi dispositivi, che già sono operanti, molto presto renderanno questo totalitarismo molto più indigesto anche nella nostra quotidianità.</p>
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		<item>
		<title>Il contesto storico</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-contesto-storico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 14:07:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
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					<description><![CDATA[Il contesto storico e politico, nazionale e internazionale, nel quale si sviluppa il ‘partito armato’ in Italia, dalla viva voce di chi ne ha fatto parte]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-30-dicembre-2012-gennaio-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 30, dicembre 2012 &#8211; gennaio 2013)</a></em></li></ul>



<p class="has-small-font-size"><em>di Massimo Battisaldo e Paolo Margini</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il contesto storico e politico, nazionale e internazionale, nel quale si sviluppa il ‘partito armato’ in Italia, dalla viva voce di chi ne ha fatto parte</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il famoso ’68, che in Italia si estese soprattutto al ’69-70, se valutato col senno del poi, tra i tanti cambiamenti generati ne apportò uno ben più importante, in termini storici, rispetto a tutti gli altri messi assieme: la liberazione de facto delle donne dall’asservimento patriarcale che perdurava da centinaia di anni. La famiglia esplose: i giovani e le giovani ventenni se ne andarono di casa per non tornare, e ben poco rivelarono ai genitori del tanto che andavano facendo. La scuola, che fino ad allora era stata tra i pilastri del patriarcato, strutturata per avere tre tipi di prodotti – pecore un po’ istruite, scimmie parlanti e dominatori – crollò nel giro di un anno, svuotando di autorità gli insegnanti, tra i quali proprio i più tirannici vennero di fatto buttati fuori dagli edifi ci. Nei caldi movimenti assembleari fu evidente che le donne potevano essere quanto gli uomini per numero e volontà. Nelle fabbriche successe la stessa cosa: la miriade di donne che già lavorava in ogni industria, visto il vantaggio degli imprenditori a pagare salari più bassi, trasformò l’autonomia economica in autonomia esistenziale.</p>



<p>Cambiarono quasi di colpo anche i rapporti, che furono segnati da una nuova franchezza in entrambi i sessi e tra ceti diversi. Non esistevano più comportamenti sanzionabili a priori: quattro ragazze, o anche una sola, potevano salire in macchina e andarsene in giro la sera, per stare in compagnia e divertirsi, come gli uomini avevano sempre fatto e le donne, fino ad allora, mai.<br>Se paragoniamo questa ad altre conquiste dello stesso ’68 e dintorni, come lo Statuto dei lavoratori, notiamo come quel risultato scaturito dalla forza operaia venga dopo soli quarant’anni seriamente messo in discussione, sia soggettivamente dal padronato, sia oggettivamente dalla crisi nei settori produttivi primario e secondario, causata dallo spostamento dell’industria nei Paesi con salari e condizioni di lavoro infimi; le conquiste del femminismo, invece, pur essendo tutt’altro che compiute, sembrano essersi maggiormente radicate nella società e resistere più di altre al trascorrere del tempo.</p>



<p>Anche la cultura registrò passi avanti. Divenuta di massa, generò in una classe fino ad allora contenuta, il proletariato, nuove e più sofisticate esigenze: autonomia abitativa e di trasporto, ferie e viaggi, tempo libero, letture, musica, tv a colori e porta blindata per proteggere i nuovi beni conquistati; migliorò anche la copertura sanitaria, infortunistica e previdenziale, oggi messe sotto attacco.</p>



<p>Il lascito di quell’epoca comprende dunque alcuni aspetti positivi e consolidati e altri che con gli anni si sono arenati, o che ora vengono sottoposti a dura critica. Tuttavia coloro che oggi criticano quel periodo storico sono stati avvantaggiati proprio dalla situazione complessiva che in quegli anni si era creata, dal fatto che una moltitudine di persone con nuove idee andò a scalzare posizioni fino a quel momento ritenute irremovibili.<br>La scossa partì dalle case, dalle scuole e dalle fabbriche, pervase l’Italia intera e mise in discussione ogni aspetto della società: i poteri ufficiali vennero a mancare perché abbattuti o disattesi, e nel vuoto venutosi a creare sorse ed ebbe qualche permanenza il potere assembleare, nel cui circuito vasti strati di giovani si mescolarono ai meno giovani per ricavare esperienza, per poi unirsi e dividersi secondo i temi politici di destra e sinistra; uomini e donne si incontrarono, sempre più alla pari.</p>



<p>Tutta la politica successiva, compresa l’estrema destra e il centro clericale, dovette attingere prima o dopo ad almeno qualcuno dei valori espressi in quel mutamento, pena l’estinzione per arcaismo. Ma il vuoto, come ben si sa, fu riempito soprattutto e moltissimo dalla sinistra, al punto che oggi il ’68 si identifi ca tout court con il prevalere della sinistra ed è in tal senso celebrato o denigrato a priori in qualsiasi discussione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il quadro internazionale</h4>



<p>L’inizio del cambiamento può situarsi in un decennio prima: nel 1959, tramite una rivoluzione, la grande isola di Cuba era divenuta uno Stato socialista o comunista che dir si voglia, sotto la guida di personalità come Fidel Castro ed Ernesto Guevara, che sfoderavano un’immagine giovanile, popolare e assai romantica, in un periodo in cui già esisteva la grande comunicazione audiovisiva di massa. Per l’immaginario Cuba rappresentava Davide che tiene a bada il Golia americano, pur col supporto dell’orso sovietico; per gli Stati Uniti rappresentava una spina nel fianco reale e non metaforica, vista la poca distanza geografica tra l’isola e il loro territorio; per i sovietici rappresentava un enorme colpo di fortuna, perché portava la loro egemonia a ridosso della potenza nemica; per i comunisti dei Paesi non comunisti rappresentava un fatto molto interessante che apriva nuovi orizzonti: per la prima volta una vittoriosa rivoluzione chiaramente comunista e proletaria era avvenuta non in tempo di guerra, ma perdurando la pace, dimostrando che una rivoluzione pura era possibile.</p>



<p>C’era tuttavia il problema della tenuta, che fu messa alla prova dapprima nel 1961 col fallito tentativo americano di sbarco nella Baia dei Porci, e poi l’anno successivo con la ‘crisi dei missili’, quando alcune navi mercantili russe dirette verso Cuba con un carico di ordigni nucleari furono bloccate dalla marina americana, e il mondo corse il rischio che la guerra, da fredda, divenisse calda. La decisione dei sovietici di ritirare le navi fece rientrare la crisi e alla fine avvantaggiò Cuba, poiché dichiarando di voler bloccare le navi nel caso trasportassero armamenti, gli Usa ammisero implicitamente che avrebbero consentito la libera navigazione per qualsiasi altro tipo di carico, riconoscendo de facto il governo di Cuba; riconoscimento che pur tra mille difficoltà e in vari modi è perdurato fino ad oggi, assieme alla figura del suo leader.</p>



<p>Dieci giorni prima della crisi dei missili era uscito a Londra il primo disco dei Beatles, che coi Rolling Stones diedero inizio all’invasione britannica, con ciò intendendosi il flusso del nuovo rock prima dall’Inghilterra all’America e poi a tutto il mondo. Un’espressione musicale che fu il più forte evento artistico del secolo, travalicò le barriere e fu l’anticipatrice della globalizzazione buona, oltre a diventare la colonna sonora di una gran parte dei movimenti di liberazione e di sinistra. Alla luce della maggior parità nordica, assieme alla nuova musica arrivò l’evoluzione dei costumi sessuali e dei canoni estetici, e per la prima volta, grazie alla diffusione commerciale e ai prezzi accessibili, l’avanguardia artistica fu alla portata delle masse.</p>



<p>Il risvolto negativo fu rappresentato dal parallelo e connesso avvento della droga, che cominciò ad avere una diffusione spaventosa in ceti e masse che ne erano stati fino ad allora esenti.<br>Nell’estate 1964 ebbe inizio l’intervento diretto degli Usa in Vietnam, che sarebbe durato nove degli undici anni di quel conflitto. Assorbì sempre più soldati americani, con molte perdite in vite umane, generando il più grande malcontento mai visto negli Stati Uniti, la cui popolazione riuscì a costringere il governo al ritiro militare attraverso una miriade di manifestazioni e lotte di cui solo una parte è trapelata oltreoceano. La prima rivolta studentesca esplose a Berkeley, in California, nell’autunno 1964, in nome del diritto degli studenti di poter parlare liberamente contro il governo e contro la guerra del Vietnam all’interno della scuola. Tra i diversi movimenti che si svilupparono negli anni successivi, oltre ai pacifisti, si ricordano il Black Power, i Black Panther, il movimento di liberazione della donna, il movimento dei gay, gli hippie, i freak. Nel 1968 queste e altre componenti vennero alla ribalta a Chicago dove contestarono duramente la convention del Partito Democratico. Ma a quell’epoca erano già avvenuti la primavera di Praga e il Maggio francese.</p>



<p>Un forte impulso alle idee rivoluzionarie venne dal Sud America, lo sfortunato continente sul quale si erano abbattuti nella forma più cruda il capitalismo e l’imperialismo americano. Dal 1968 le risposte arrivavano soprattutto dal movimento guerrigliero dei Tupamaros in Uruguay e dal Cile del socialista Allende. I colpi di Stato che furono organizzati per annientare di volta in volta il rischio della diffusione della democrazia o del socialismo nel continente produssero una lotta particolarmente feroce da ambo le parti. Già nel 1967 un tentativo rivoluzionario in Bolivia era finito con l’uccisione del leggendario comandante Che Guevara, che aveva rinunciato alle lusinghe del potere nella vittoriosa Cuba per tornare alla lotta, e che morendo in quel modo divenne ispirazione e riferimento politico-militare in tutto il mondo per giovani rivoluzionari e per interi movimenti. La sua immagine stilizzata è forse il simbolo politico che è stato sovrapposto a più bandiere.</p>



<p>Da un altro continente giungeva la rivoluzione culturale cinese i cui principi, raccolti nel maneggevole libretto rosso dei pensieri di Mao Tse Tung, venivano sventolati alle manifestazioni in luogo delle bandiere. Nei partiti comunisti occidentali e nelle organizzazioni collegate, come i sindacati, parte dell’opposizione interna tendeva a svincolarsi dall’ortodossia sovietica, defi nita revisionista perché rinunciataria rispetto alla rivoluzione mondiale, e ammetteva che la bandiera rossa slittasse ormai verso la Cina.<br>Tra i militanti della sinistra anche rivoluzionaria il Vietnam fu comunque il collante più forte, perché contava di più la lotta antiamericana che l’appartenenza del Nord Vietnam alla sfera sovietica piuttosto che cinese. La protesta contro la guerra si estese a tutte le nazioni del blocco occidentale, alzando ovunque le quotazioni dei movimenti di sinistra, creando continuo dibattito nei mass media, coinvolgendo il mondo artistico e culturale nel suo insieme, penetrando nel sistema produttivo, e quindi nelle fabbriche, che a quel tempo erano ancora la colonna portante dell’Occidente e la sede privilegiata di una intera classe sociale: il proletariato.</p>



<p>Il 1968 registrò il culmine internazionale, con rivolte studentesche in Europa e in America. Simbolo dell’epoca rimane il Maggio francese, dove si codificarono modalità, finalità, tattiche, dinamiche, valori estetici, segni grafi ci, parole d’ordine, così come in seguito si sarebbero visti e sentiti ovunque ci fosse stato un regime assembleare, un servizio d’ordine, una dimostrazione, un’occupazione o una barricata. Il movimento degli studenti francesi, per radicarsi, cercò senza riuscirci un collegamento stabile con la classe operaia, e quindi, pur avendo prodotto un fatto politico importante come il temporaneo allontanamento del presidente De Gaulle, finì dopo appena un mese. In Italia la contestazione studentesca cominciò più tardi ma trovò, almeno in parte, il collegamento con la classe operaia; e fu proprio per questo che in Francia il Maggio durò un mese, mentre in Italia dieci anni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il quadro italiano</h4>



<p>Se nel 1959 c’era stata Cuba, in Italia nel luglio 1960 era da tre mesi al potere un governo monocolore della Democrazia cristiana con l’appoggio esterno del Movimento sociale italiano, partito apertamente neofascista. Quest’ultimo aveva scelto Genova come luogo del suo congresso nazionale, proprio perché era una roccaforte del Pci. Avvennero forti scontri e la lotta si estese all’intero Paese, registrando i risvolti più tragici il 6 luglio a Reggio Emilia, dove la polizia sparò coi mitra sui manifestanti uccidendone cinque: quatto erano operai, uno era un pastore, tre erano anche ex partigiani effettivi. Avevano 41, 39, 36, 22 e 19 anni. I due più giovani facevano parte di quella generazione che nel ’70 sarebbe stata trentenne e avrebbe fornito al Movimento i maestri.</p>



<p>Le dimissioni del governo a seguito dei fatti sanguinosi convinse la Dc a cambiare strategia, mettendo in atto il precedentemente ripudiato avvicinamento al Partito socialista, tradizionale alleato del Pci su molti temi. Nel progetto di Aldo Moro questo significava che in futuro la Dc avrebbe potuto convergere un poco a sinistra, se avesse riscontrato nel Pci la volontà di convergere un po’ a destra.<br>Tale processo non fu affatto lineare, ma ebbe inizio con l’ingresso del Psi nell’area governativa centrale e periferica. Una zona che il Psi non abbandonò più, fino ad arrivare a essere presente, in alleanza con il Pci o congiuntamente alla Dc, in tutte le giunte del Paese, oltreché nel mondo sindacale e culturale. Il partito socialista si ritrovò quindi ad avere il quadro più completo della situazione e del flusso economico, in un momento storico in cui, all’interno dei partiti, i problemi ideologici venivano scavalcati dai problemi finanziari, dalla ricerca del denaro necessario a sviluppare gli apparati.</p>



<p>L’industria aveva avuto, dalla seconda metà degli anni ’50, quell’impulso che generò il boom del quinquennio successivo. Lo svecchiamento dei costumi e la maggior circolazione di denaro trasformarono anche l’Italia in una società dei consumi, creando quei consumatori di massa di cui ha bisogno un’industria di massa: tali divennero gli stessi proletari, impegnandosi con pigne di cambiali, ma garantendosi l’automobile e la lavatrice. Allo stesso tempo fu incentivata una forte migrazione interna dal sud al nord Italia, per rispondere alle necessità delle fabbriche di nuovi operai a basso costo; tutto questo favorì la nascita di famiglie e discendenze miste, creò una nuova tipologia di italiano e anche una nuova tipologia di militante, di quadro politico e sindacale, di antagonista.</p>



<p>Ciò portò a un rafforzamento della sinistra in genere, del Pci, delle confederazioni sindacali, ma generò anche una frattura, perché gli operai delle grandi fabbriche erano in grado di tutelarsi maggiormente rispetto a quelli delle piccole e piccolissime, che erano tuttavia le imprese cresciute maggiormente e i cui padroni traevano i propri profitti sottopagando e super producendo e non tenendo in alcun conto misure sanitarie e di sicurezza. Un fattore che fu importante nello sviluppo della sinistra extraparlamentare, che trovò terreno fertile per lotte più radicali anche e proprio in queste situazioni lavorative, sviluppandosi successivamente anche fuori dalle fabbriche con lotte nei quartieri e occupazioni di case. Gli operai immigrati dal sud si unirono agli operai del nord, in quel grande ciclo di lotte per i contratti e per lo Statuto dei lavoratori che veniva assumendo quel livello di conflittualità che gli operai erano tradizionalmente bene in grado di sviluppare e allargare.</p>



<p>Contemporaneamente le università erano in agitazione, venivano occupate anche per lunghi periodi. La piazza rispecchiava ed era anzi la vetrina pubblica e il luogo dello scontro: cortei sindacali di operai, che rappresentavano anche e ancora la forza del Pci, e cortei dei gruppi extraparlamentari in via di formazione o già consolidati; rifiuto di sciogliere assembramenti e picchetti; scontri. Gli slogan più diffusi: “Lo stato borghese si abbatte e non si cambia, padroni, borghesi, ancora pochi mesi”, mentre in fabbrica si scandiva: “Mirafiori – sarà – il nostro – Viet-nàm”.</p>



<p>La parte extraparlamentare apparve più viva e ardita. Le critiche portate al Pci erano di revisionismo, ovverosia di rinuncia alla linea rivoluzionaria e di adattamento al quadro internazionale. In effetti nel 1966 era avvenuto un fatto storico: la Fiat aveva annunciato l’accordo con l’Urss per costruire in terra sovietica uno stabilimento per produrre automobili. Detto in altri termini: la più grande fabbrica di una nazione capitalista, alleata agli Stati Uniti a quel tempo in guerra contro il Vietnam, forniva al rivale degli Stati Uniti e alleato dei nord vietnamiti l’intera tecnologia di una produzione di massa e di pace: anche l’Urss voleva entrare nella società dei consumi. Nell’accordo il Pci e il sindacato avevano avuto una parte secondaria ma dovettero accettarlo, e di conseguenza limitare il portato delle proprie rivendicazioni.</p>



<p>La cosa irritò parecchi di quelli che, non ancora cinquantenni, avevano avuto parte attiva nella Resistenza e nelle successive lotte operaie, e che già covavano il risentimento di una rivoluzione tradita. Ciò lasciò vasto campo alla fascia extraparlamentare che si stava formando e in cui confluivano giovani ardenti e militanti istituzionali delusi, e dove tutti gli intellettuali e studiosi di sinistra del precedente periodo vedevano il possibile avverarsi delle proprie teorie e rielaborazioni del materiale classico marxista-leninista.<br>Il mondo culturale e artistico, già pullulante di ribelli perché la nuova arte è sempre sovversiva, fu rapidamente conquistato e a sua volta si fece megafono attraverso le proprie espressioni, soprattutto cinematografiche e musicali, coinvolgendo i più grandi artisti e registi, e contribuendo a portare il messaggio anche nei luoghi più isolati o refrattari.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Piazza Fontana</h4>



<p>Fu nel quadro di cui queste righe non possono che essere un povero riassunto che avvenne il fatto che innescò tutta la fase successiva: la bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana, a Milano (diciassette morti), la caccia agli anarchici, la morte di Giuseppe Pinelli, <em>caduto</em> dalla finestra della questura. La nascita della strategia della tensione.<br>La sinistra insorse ovunque in Italia, in uno straordinario sforzo per liberarsi da una falsa accusa propagandata da tutti i giornali e telegiornali. Nulla più dello smascheramento della strategia della tensione valse ad aumentare i ranghi della sinistra militante, e una originaria solidarietà verso il movimento anarchico ingiustamente accusato si tradusse nel passaggio di molti dal campo genericamente democratico, progressista, laico o cattolico a quello marxista e comunista, affrettando e consolidando per un decennio quelle organizzazioni extraparlamentari che giunsero ad avere decine di migliaia di militanti mobilitabili; organizzazioni che ritenevano di essere ciascuna il nucleo del futuro partito o movimento rivoluzionario, e pensavano che a una rivoluzione prima o poi si sarebbe dovuti arrivare; nel frattempo limitavano l’uso della violenza agli scontri di piazza, che erano una necessaria contrapposizione allo Stato, e alla lotta contro i gruppi fascisti, avendo individuato in quella direzione il serbatoio ove lo Stato attingeva per le proprie oscure manovre.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’inizio della lotta armata</h4>



<p>La sequenza degli avvenimenti finora elencati rappresenta un andamento classico e, per continuare, si potrebbe essere portati a pensare: dallo sviluppo dei movimenti extraparlamentari nacque poi la lotta armata. Non fu così. Cinquanta giorni prima della strage di piazza Fontana era già stato costituito a Genova il gruppo 22 Ottobre, che operò tra il 1970 e ’71 con attacchi politici e autofinanziamenti.<br>Subito dopo piazza Fontana, nella primavera del 1970, si formarono a Milano i Gap, e nello stesso anno da qualche parte in Emilia un gruppo ristretto di persone decise di formare un’organizzazione combattente, che diventò poi le Brigate rosse. Delle tre formazioni, due decaddero ben presto, ma la terza si trovò nel giro di pochi anni alla guida di tutto il processo di sviluppo della lotta armata, che quindi nacque come frammento appartato nella galassia dell’ultrasinistra, fin da subito clandestino per motivi militari, ma rigorosamente interno alle sue logiche per quanto riguarda la preparazione politica e le modalità di discussione della linea da tenere.</p>



<p><em>Linea</em>&nbsp;era infatti il nome dato nel Pci e in tutte le altre organizzazioni alla strategia politica ufficiale che i militanti erano tenuti a seguire. La ricerca della giusta linea portava a confl itti tra leninisti, stalinisti, trozkisti, bordighisti, maoisti, che si accusavano l’uno con l’altro e soprattutto, secondo un dettame che risale a Robespierre, quelli più a sinistra di loro stessi. Le accuse erano via via di economicismo, spontaneismo, avventurismo, provocazione, fascismo o di essere agenti della reazione, magari inconsulti e manovrati, o addirittura pagati. Come tali, all’inizio, vennero frettolosamente liquidate, non solo dal Pci ma anche nel Movimento, le sfortunate esperienze della ‘banda’ 22 ottobre e dei Gap. Le Brigate rosse furono inizialmente trattate nello stesso modo, ma poi le valutazioni cambiarono e divennero positive.</p>



<p>Le prime operazioni militari importanti portate a termine dai brigatisti, i sequestri di capi e dirigenti industriali, furono tutte gestite nel segno del giustizialismo esemplare: cattura, interrogatorio e gogna, oppure rilascio mediatico di un prigioniero quasi&nbsp;<em>convertito</em>. Elementi che ebbero una grande presa fuori e dentro le fabbriche, e molti approvarono: “Finalmente!”. Fu così che cominciò l’afflusso di militanti verso quella prima organizzazione combattente, che nel tempo avrebbe avuto addirittura problemi di eccesso di richieste, costringendosi a una rigorosa selezione, ben sapendo che quando i tempi sono facili tutti accorrono, mentre il vero militante deve saper affrontare il futuro più duro.</p>



<p>La lotta armata non nacque quindi all’interno dei gruppi extraparlamentari, ma il flusso direzionale fu, per convincimento, dal Movimento all’organizzazione già precostituita. Il Pci fu fortemente avverso fin dall’inizio, e non volle mai, come era ovvio per la sopravvivenza del suo stesso programma politico, dare patente di legittimità di sinistra, pur anche contestandone le azioni, alle Brigate rosse, né in seguito a tutte le altre formazioni che si costituirono e operarono nell’ambito di quello che fu chiamato il ‘partito armato’. Il contrasto col Pci ebbe poi a crescere, parallelamente al contrasto del partito armato con le istituzioni del capitalismo, e non fu secondario, come si ebbe a vedere durante e dopo il rapimento di Aldo Moro.</p>



<p>La divaricazione tuttavia non si presentò come un taglio netto fin da subito, perché una cosa è il Pci e una cosa sono i militanti del Pci. Nei primi anni parecchi furono i collegamenti tra compagno e compagno; inoltre anche la critica antirivoluzionaria può andare a bassa velocità quando la base incontra la base e ci si vede come compagni di lotta, di cultura e di tradizioni. In più tale critica doveva tenere conto dei rapporti di forza, per cui anche se un’organizzazione combattente veniva messa all’indice nella generalità, pur tuttavia qualche suo segreto aderente o manifesto simpatizzante riusciva il più delle volte a essere legittimamente ammesso nella particolarità di una situazione, per esempio come delegato in fabbrica.</p>



<p>Questi collegamenti, personali e politici, vennero presto affievolendosi; gli ultimi grandi momenti di coesione emotiva coincisero con le elezioni comunali del 1975, che videro l’exploit del Pci, e con quelle politiche del 1976, quando per un attimo la sinistra sperò di poter diventare maggioranza nel Paese. Dall’anno successivo la separazione, anche nella base, poté dirsi definitiva&#8230;</p>
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		<title>Perché nasce la lotta armata in Italia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/perche-nasce-la-lotta-armata-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 13:39:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
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					<description><![CDATA[Le ragioni della nascita della lotta armata raccontate dalla voce di chi, quarant’anni fa, in Italia, tentò di fare una rivoluzione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-29-ottobre-novembre-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 29, ottobre &#8211; novembre 2012)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Massimo Battisaldo e Paolo Margini</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le ragioni della nascita della lotta armata raccontate dalla voce di chi, quarant’anni fa, in Italia, tentò di fare una rivoluzione</p></blockquote>



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<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<div class="wp-block-group has-very-light-gray-background-color has-background"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p><em>“[&#8230;] sono persone che andrebbero condannate alla dimenticanza, invece appartengono ormai alla società dello spettacolo. È sbagliato che si rimettano periodicamente in circolo. Non si possono scrivere libri solamente perché si è ucciso Moro.”</em><br>(Il presidente della Camera Luciano Violante, 1998)</p>



<p><em>“Non capisco perché se ne sia uscito con questa bella trovata che bisogna condannare gli ex terroristi all’oblio. Dobbiamo parlarci, invece, ascoltarli, perché soltanto loro possono chiarire molti dubbi che ancora rimangono. Non tutto è chiaro. Come si sono comportati certi apparati dello Stato durante il sequestro Moro? Hanno in qualche modo offerto una copertura alle Br? Non lo sappiamo, e soltanto loro possono fare luce su questi aspetti. Perciò mi sembra che dobbiamo piuttosto incoraggiarli a parlare, a raccontare più particolari possibili.”</em><br>(Il direttore di Rai 3 Sandro Curzi, 1998)</p>



<p class="has-very-light-gray-background-color has-background">Che la storia la scrivano i vincitori è ormai un luogo comune talmente radicato che nessuno – nemmeno gli uomini di potere – si sente in dovere di smentirlo. La storia ‘ufficiale’ pervade i programmi scolastici, occhieggia i cittadini dalle targhe delle strade del regno, ammicca con le mostrine della verità sulle spalle dai programmi di storia-spettacolarizzata. Vale nel caso delle narrazioni risorgimentale e resistenziale e adesso vale anche nel caso di quella più recente degli anni Settanta, per i quali, malgrado non sia stata fatta ancora chiarezza sull’operato dello Stato e delle sue istituzioni, esiste già una versione definitiva, indiscussa e indiscutibile.<br>Non a caso abbiamo introdotto questo nuovo spazio con lo scambio di battute intercorso nel 1998, durante i giorni del ventennale della morte di Aldo Moro, tra Luciano Violante e Sandro Curzi, ovvero tra un politico rubato alla magistratura e il giornalista Sandro Curzi. <br>Va detto sin subito: in questo dibattito noi siamo con Curzi. Per varie ragioni, delle quali la più importante è la mancanza di ricostruzioni storiche che inquadrino quegli anni sotto una prospettiva diversa da quelle diffuse dai programmi di spettacolarizzazione storica di Minoli, di Zavoli e di Lucarelli. Trasmissioni entrate inevitabilmente nella storia dell’elettrodomestico più diffuso nelle case, e irrinunciabile strumento di oppressione esistenziale nelle mani di quel potere che ancora trent’anni fa veniva definito borghese. Una parola, quest’ultima, che oggi può essere utilizzata legittimamente – a dimostrazione di quanto il potere del sedicente linguaggio della verità sia diventato forte – unicamente nell’accezione tematica di Flaubert, quando dicendo borghese si vuole richiamare la&nbsp;<em>betise</em>, e non più un potere economico, politico e culturale.<br>Niente di strano che la storia ufficiale degli anni Settanta sia certificata dalla televisione in anticipo sui testi scolastici. Il piccolo schermo ha il vantaggio del tempo reale, nella ricostruzione in diretta della storia, avendo la possibilità di riaggiustarla giorno dopo giorno, a volte con leggeri tocchi di pennello, altre volte a suon di martellate, fino a solidificarla definitivamente nella testa dei telespettatori sotto forma di emozione collettiva. I testi scolastici, su cui gli studenti preparano gli esami, vengono più avanti, sulla medesima linea interpretativa, con l’aggiunta di quel pizzico di accademico che rende la narrazione più credibile.<br>L’editoria costituisce un curioso paradosso: di anni Settanta abbonda la richiesta ma difetta l’offerta. In passato hanno trovato pubblicazione, in forma saggistica e di intervista, testimonianze dirette di protagonisti della lotta armata, ma negli ultimi anni lo spazio in materia è stato conquistato da libri scritti da magistrati o dai saggi, comprensibilmente rabbiosi, dei figli delle vittime. Latitano al solito i romanzi – incapaci, quei pochi, di eludere il luogo comune e i paradigmi storici di regime – mentre la poca saggistica alimentata da ambizioni più alte brilla per mancanza di coraggio, fatta eccezione per pochi casi sparsi qua e là nell’oceano di fuffa cartacea.<br>Disastroso il cinema. Tanto fumo è stato e ancora viene sollevato, quindi, intorno alla storia della lotta armata, a un lasso di tempo non breve, iniziato nel 1969 e chiusosi alla fine degli anni Ottanta, mentre si registrano ben pochi tentativi di comprendere la complessità della politica italiana di quel periodo storico. Nessuno pare volersi chiedersi perché, nel 1969, i numerosi movimenti extraparlamentari abbiano pensato alla eventualità di dare vita a un processo rivoluzionario ed entrare così nella lotta armata. Perché migliaia –&nbsp;<em>migliaia!</em>&nbsp;– di giovani sotto i trent’anni, abbiano deciso di giocarsi l’età della spensieratezza sul tavolo della rivoluzione, contro uno Stato che moralmente e politicamente, comunque si voglia giudicare le scelte di una buona parte di una generazione, imbarcava acqua da tutte le parti. L’unica costante del discorso sugli anni Settanta è il tentativo di scansarne la complessità e di seppellirla nei ghiacci eterni dell’oblio.<br>E di farlo unicamente attraverso la demonizzazione e la rimozione delle responsabilità e delle colpe delle quali lo Stato con le sue istituzioni si è macchiato.<br>In quanto protagonista di quegli anni, nei panni di magistrato, e ancora oggi nei frusti panni di senatore in forza a quel partito ormai slavato e privo di credibilità che è il Pd, Luciano Violante ha sicuramente anche delle ragioni personali (oltre che politiche) che lo inducono a chiedere la dimenticanza degli sconfitti dell’epoca. Noi facciamo un altro lavoro e, visto che gli anni Settanta continuano a tornare sia nel discorso politico che in quello ‘artistico’ (di cui l’ultima ‘perla’ è il pessimo film&nbsp;<em>Romanzo di una strage</em>&nbsp;di Marco Tullio Giordana), con narrazioni imbastite per confermare una verità di comodo, abbiamo deciso di tenere ancora vivo il dibattito sull’argomento, per contribuire – per quanto ci è possibile – a stenebrare qualche zona d’ombra.<br>Anche perché quelle ombre si allungano tuttora nel quadro dello scontro, vivo come non mai, tra padronato e lavoratori.<br>Per questa ragione abbiamo deciso di ospitare su Paginauno le testimonianze di alcuni attori dell’epoca legati alla lotta armata, nell’idea di creare un osservatorio sugli anni Settanta attraverso le lenti di chi ha perduto; per agire, secondo nostra caratteristica, in funzione di contrappeso alla verità ufficiale.</p>



<p class="has-text-align-right has-very-light-gray-background-color has-background">Paginauno</p>
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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Per quale ragione è importate tenere ancora oggi vivo il dibattito sugli anni Settanta? Dal nostro punto di vista per molte ragioni, la più importante delle quali è trita e ritrita: non possiamo pensare il presente senza avere fatto tesoro della memoria storica del nostro passato; il presente e il futuro di una società, intesi nella loro formulazione politica ed economica, non possono prescindere dalla conoscenza del passato. Ma questo è un concetto che vorremmo dare per scontato per poi andare immediatamente oltre. Il principio generale sull’importanza di una conoscenza completa della storia, anche la più prossima all’attualità, resta sacrosanto. Ma l’impegno che qui ci assumiamo di ripercorrere la nostra storia nasce da altre esigenze: nasce dalla rabbia di sentire ripetere ricostruzioni di comodo su ciò che noi eravamo.<br>Partiamo dalla più diffusa, un autentico falso storico: il rifiuto di riconoscere la nostra esperienza come una realtà totalmente italiana, nata dal disagio e dall’indignazione nei confronti di uno Stato che, con Piazza Fontana, si era giocato le ultime briciole di fiducia che ancora potevamo nutrire.</p>



<p>Un derivato di tale mancato riconoscimento è l’idea che noi fossimo un prodotto della Cia e non delle lotte di fabbrica, non un portato della rabbia proletaria, di operai, di militanti del Pci scontenti dell’operato servile del partito di cui avevano in tasca la tessera, di sindacalisti che si rendevano conto che il padronato non aveva alcuna intenzione di trattare sui diritti dei lavoratori mentre i vertici sindacali non lo capivano, e continuavano a giocare alla trattativa (quando e se veramente voleva farlo) con il destino dei lavoratori. Di persone, quindi, che avevano capito l’inutilità delle sole parole. <br>Lotta armata = prodotto della Cia: questo è l’assunto. Sergio Flamigni, senatore del Pci e autore di numerosi libri saggio sugli anni Settanta, era un fervente appassionato di questa ricostruzione, in particolare riguardo al sequestro Moro. Egli e molti altri si rifiutavano di accettare (e non avevano evidentemente interesse a farlo) che&nbsp;<em>rozzi</em>&nbsp;operai e sottoproletari italiani fossero in grado di organizzare e realizzare un’operazione di tale portata.</p>



<p>Flamigni veniva spesso a Rebibbia alla ricerca di una nostra ammissione che gli confermasse quello che già aveva in testa, ovvero: che andavamo a braccetto con i servizi segreti americani e che trattavamo con i servizi segreti italiani. Egli partiva dal fatto che Moro era stato minacciato da Kissinger sotto la presidenza Nixon, fingendo di dimenticare che nel 1978, Nixon e la sua concezione e conseguente applicazione dell’anticomunismo era ormai cosa passata. Basti notare che anche in Italia la stagione dello stragismo di destra e di Stato si è chiusa in perfetta concomitanza cronologica con la caduta del presidente americano (la bomba di Bologna va inquadrata secondo un’altra ottica e differenti convenienze politiche). A ogni modo, quello che emergeva o che doveva emergere dalle ricostruzioni flamignane era che chi aveva fatto la lotta armata in Italia era, in maniera trasversale tra destra e sinistra, al soldo della Cia. E perché, come sarebbe più logico, non attribuire la nostra esperienza a un immenso complotto del Kgb? Semplicemente per dimostrare che noi non eravamo un’emanazione della sinistra.</p>



<p>Un film uscito qualche anno fa,&nbsp;<em>Piazza delle cinque lune</em>&nbsp;di Renzo Martinelli, tratto proprio dal saggio di Flamigni <em>La tela del ragno</em>, nonché dagli atti processuali, risponde alla perfezione a quanto detto sopra. La storia è la ricostruzione spettacolarizzata del rapimento di Aldo Moro sulla base di un’accurata selezione dei fatti, incentrata sulla descrizione di Mario Moretti come un basso doppiogiochista. Nel film tutto ciò è palese, lampante. Non si tratta più nemmeno di zone d’ombra, di alludere a un’ipotesi. Il risultato quindi è una narrazione costruita senza la minima considerazione dei fatti successivi alla vicenda dello stesso Moretti, il quale, dopo la sua cattura, è stato rinchiuso nel carcere di Nuoro, un luogo di detenzione disumano dove noi detenuti politici venivamo massacrati di botte quasi ogni giorno; e dimentica che un detenuto comune legato ai calabresi, ex mercenario della Legione straniera, Figueras, ha cercato di accoltellare Moretti nel carcere di Cuneo, colpendo per uccidere e fortunatamente non riuscendovi. Un’esperienza dalla quale Moretti è uscito vivo per miracolo, grazie all’intervento dei compagni che erano lì vicino. Per questa operazione, il sicario è stato in seguito ricompensato dallo Stato, che gli ha commutato l’ergastolo in ventiquattro anni, per poi liberarlo non molto tempo dopo. Giusto a ricordare (per onestà storica, una vicenda che certo non è mai stata resa pubblica) che i cosiddetti servizi segreti deviati, quelli sporchi – che poi sono un’invenzione della storia ufficiale, di fatto non esistono i servizi segreti deviati – sono entrati nel carcere di Ascoli, dove erano stati rinchiusi tutti i capi e i gregari delle bande criminali, da Vallanzasca a Cutolo, consegnando ai capi mafia un elenco di alcuni di noi da eliminare. Naturalmente in cambio di ricompensa. Una proposta, va detto per la cronaca, che i boss hanno recisamente rifiutato, contrariamente ad alcuni cani sciolti, come Figueras, i quali invece si sono dati da fare. Ma avremo tempo, durante questo nostro viaggio in quelli che all’interno della verità di comodo sono definiti ‘anni di piombo’, di riparlare dettagliatamente di questi fatti.</p>



<p>Ora, per quanto Flamigni nei suoi libri e Martinelli nel suo film, insistano ad appellarsi alla verità degli atti processuali, occorre almeno ammettere che quella fonte informativa è e rimane comunque una narrazione di parte. Un conto sono i processi, svolti all’epoca attraverso numerose forzature – lo Stato stesso aveva molto da nascondere riguardo al proprio operato – un altro è una ricostruzione storica e un’altra cosa ancora è una ricostruzione politica dei fatti.<br>Per chiudere questa specie di breve introduzione sulle ragioni che ci inducono a parlare di noi, aggiungiamo un altro paio di precisazioni.<br>Non eravamo, come sostenevano i vertici del sindacato, infiltrati all’interno della loro organizzazione. Se hanno messo in giro questa voce è solo per negare che molti di noi facevano i sindacalisti e lo facevano bene e con passione, dal momento che gli operai ci votavano. E certamente questa era la faccia visibile del nostro operato. Che poi, in segreto, appartenessimo anche, chi alle Brigate rosse e chi ad altre formazioni che allora iniziavano la propaganda armata, è un ulteriore aspetto della storia che racconteremo senza censure.<br>Ma tecnicamente non eravamo infiltrati, l’origine politica di molti di noi è sindacale oltre che legata ai movimenti della sinistra extraparlamentare.</p>



<p>La seconda precisazione è che non capiamo come possa essere definito ‘solo’ un&nbsp;<em>fenomeno</em>&nbsp;un’esperienza come la nostra, sicuramente violenta, durata diciotto anni, dal 1970 (inizio della propaganda armata delle Brigate rosse) al 1988 (anno dell’attentato mortale al senatore democristiano Roberto Ruffilli rivendicato dalle Brigate rosse-Partito comunista combattente) e che, secondo stime, ha visto alcune migliaia di militanti armati e molte altre migliaia di simpatizzanti e fiancheggiatori. A dimostrazione che in quegli anni la lotta armata in Italia è stata un’esperienza che non ha avuto eguali in Occidente per durata e dimensione.<br>Una ragione ci sarà, ed è proprio quello che vorremmo analizzare secondo il nostro punto di vista, perché è chiaro che parlando oggi di quel contesto socio-politico, di quel clima culturale, è difficile fare capire ai giovani le ragioni per cui tanti loro coetanei, allora, hanno deciso di sacrificare la propria vita per una causa e di prendere in mano le armi. Il problema è che se non hai vissuto quell’atmosfera non è semplice capirla.<br>Devi sentirne l’odore, devi sentirne l’anima, vedere le cose, toccarle con mano. Anche se non facevi scelte di barricata, anche se te ne stavi alla finestra a vederle, anche chi, magari, viveva con due bandierine nel cassetto per poi esporre quella del vincitore; anche in questo caso, alla fine, vivevi quei momenti, quelle situazioni, e oggi sai dare un giudizio, una tua interpretazione dei fatti.</p>



<p>Le ragioni non stanno da una parte sola – ognuno ha la propria, ognuno ha la sua verità, ognuno ha la sua valutazione dei fatti – che esse siano biologiche, politiche, sociali, culturali, quindi anche militari sotto il profilo operativo.<br>A un determinato quadro sociale, che cercheremo di raccontare per restituirlo al presente in maniera efficace, va aggiunto un aspetto non secondario: una tradizione, uno strascico che veniva dalla Resistenza. Un retaggio che molto spesso era trasmesso nella dimensione familiare oltre che dal fatto di essere nati a cavallo negli anni ’40/50 ed essere cresciuti negli anni ’70, quando la Resistenza distava da noi solamente venticinque anni. Non molti di più, per capirci, da quelli che ci dividono oggi da Tangentopoli. Poco più di un soffio del tempo.</p>



<p>Non erano lontani i vent’anni di fascismo, con relativa guerra partigiana, in seguito diventata guerra civile combattuta da gente, da famiglie che si scontravano per idee diverse, per valutazioni diverse, convinzioni personali, politiche, sociali, culturali, umane diverse.<br>Noi abbiamo quindi vissuto direttamente (per chi aveva avuto parenti partigiani) e indirettamente (per chi aveva vissuto la Resistenza, attraverso i racconti di chi l’aveva combattuta, come un simbolo politico) l’esperienza partigiana come una questione irrisolta; un’esperienza mozza.<br>Facciamo l’esempio di Giangiacomo Feltrinelli, il quale diceva che ci dovevamo armare al di là del progetto rivoluzionario, di un progetto che facesse riferimento a Cuba, alla Russia o a un comunismo di taglio italiano con tutte le caratteristiche umane, culturali, biologiche, che tenessero conto dell’esperienza storica italiana; che ci dovevamo armare per tutto questo, ma principalmente perché c’era il rischio in Italia di un colpo di Stato. Cosa che poi storicamente è stata accertata, anche se raccontata in sordina. All’epoca, quella di un golpe era una possibilità che odoravi, che sentivi nell’aria; la toccavi con mano, era tangibile, questa ipotesi che si ventilava. Perché la maggior parte di quelli che erano stati fascisti si erano riciclati nella Dc; certo c’era chi si era avvicinato al Msi di Almirante – più rispettabili, questi ultimi, per essere stati coerenti con la loro linea politica, con la loro ideologia – mentre i più furbi, o i più vigliacchi, erano finiti dietro lo scudo crociato. E dunque la domanda d’obbligo, a quel punto, riguardava chi veramente avesse in mano il potere, ed era la Democrazia cristiana a detenerlo: un potere quasi assoluto esercitato in una situazione torbida, attraverso un potere palese e uno sottotraccia, manovrato da ex fascisti rivestiti con abiti nuovi. Il potere insomma lo avevano in mano ancora loro.</p>



<p>Fascisti erano stati Moro, Andreotti, lo era stato addirittura Giorgio Napolitano (nei Guf) prima di entrare nel Pci, per fare qualche nome tra i tanti; lo erano stati personaggi come Biagi e Montanelli, in seguito presentati come modelli di giornalismo libero e democratico, lo erano stati scrittori poi molto celebrati come Prezzolini e Gadda. A dimostrazione che, dopo la Resistenza, le carte erano state parecchio rimescolate. Esisteva una forte collusione tra molti ex fascisti e le forze dell’ordine, l’esercito, con i settori di destra dell’esercito, con i corpi speciali, con la guardia forestale, come poi si è visto. Molte parentele legavano questa gente di destra anche ai potenti industriali che il fascismo avevano finanziato e voluto, e che ancora finanziavano; avevano molte coperture mentre noi non ne avevamo, di nessun tipo. Noi eravamo esposti in maniera trasversale e tutti ci erano contro, proprio perché ci muovevamo contro quel tipo di Stato sporco, corrotto, ancora fascista nell’anima.</p>



<p>È quindi difficile fare comprendere oggi cosa è stato quel momento, perché questi aspetti non sono mai stati raccontati nella loro completezza e gravità. La situazione presente allora, quella che vivevamo, veniva a ricordarci che l’esperienza partigiana era stata un’esperienza tronca.<br>Le Brigate Garibaldi, le formazioni partigiane di sinistra, comuniste, le Brigate Matteotti e la Volante rossa, socialiste – legate a un socialismo puro, quello vero, lombardiano, di Terracini, di Pertini, che proveniva dalle lotte sociali, politiche, ideologicamente ben impostato, ben riconoscibile e condivisibile – avevano in progetto non solamente l’intento di liberare l’Italia dal nazifascismo, ma anche la costruzione di una forma di comunismo, di una società comunista. Un progetto rivoluzionario, un progetto politico forte che si è interrotto, che è stato soffocato, rendendo impossibile una pulizia totale, morale, materiale, politica, culturale, sociale. Così, alla fine, l’Italia si è ritrovata con quelli della Repubblica di Salò infilati dentro la Dc, e dentro a una storia che poi era anche quella che vivevamo noi con disagio, il quadro in cui ci ritrovavamo a vivere. Ovvero, dentro una società che era la riproduzione di quella che l’aveva preceduta, semplicemente con gli angoli della vecchia dittatura smussati; e ci rendevamo conto che se non si aveva il coraggio di affrontare la situazione in maniera assolutamente obiettiva, pulita, anche questo atteggiamento remissivo sarebbe stato controproducente.</p>



<p>Si può dire che abbiamo sbagliato con i mezzi – la violenza, la lotta armata – però gli obiettivi e le motivazioni, il fine, erano giusti. Comunque le critiche che facevamo allo Stato, al mondo dell’economia, della finanza, al potere economico e politico di questo Paese, come poi dimostrato dai fatti successivi (fino a risalire a oggi), erano giuste. Se c’è del marcio in Danimarca, come diceva il drammaturgo, in Italia c’era la fogna, come sostenevamo noi con meno poesia.<br>Il fatto di tornare a parlare di quegli anni serve a dare un significato alle nostre azioni, a fare capire alle generazioni più giovani, a chi ha l’età che avevamo noi allora e che non può avere il senso di cosa siano stati quegli anni, chi eravamo noi e che cos’era lo Stato, con tutte le sue istituzioni e le complicità con il mondo dell’industria. I ragazzi di oggi non hanno vissuto quei momenti, e le nostre storie se le sentono raccontare con distacco, più spesso con disprezzo, con vaghezza e superficialità in maniera pretestuosa, dalla bocca di chi ancora adesso ci butta fango addosso pretendendo che noi, dopo avere pagato duramente le nostre scelte, non lavorassimo nemmeno e rimanessimo in silenzio; dalla bocca di chi si presenta come pulito, come un santo, nei panni del moralista. I politici ci giudicano dimenticando di essere i primi a finire nella rete della magistratura, a porsi contro quello Stato di diritto di cui si dicono difensori a parole, a rendersi garanti dello sfruttamento sanguinoso ai danni dei lavoratori.<br>Tangentopoli, che pure non è riuscita a fare pulizia (e forse nemmeno ha voluto farlo), ha dimostrato che la nostra denuncia e la nostra critica, seppure fatte con le armi, erano giuste. E oggi lo sono ancor di più perché esistono condizioni politiche, umane, culturali, legate a quel passato.</p>



<p>Perché abbiamo fatto certe scelte di vita, quindi? Perché non ci fidavamo più dello Stato. Piazza Fontana è stata un momento di cesura. Se prima di quel massacro si poteva avere un’unghia di fiducia, da quel momento non si aveva più nemmeno quella. Prima si poteva ancora pensare che lo Stato fosse marcio, che facesse schifo, che fosse corrotto e mafioso, però si poteva credere di poterlo combattere dall’interno. Dopo quella bomba, dopo quei morti innocenti, anche chi aveva quel tipo di visuale non poteva non pensare che lo si potesse combattere solo dall’esterno e con le armi. Ecco perché una critica armata ci era sembrata l’unico modo di esercitare un contropotere reale.<br>Quindi: per questo oggi noi vorremmo che i giovani capissero esattamente perché abbiamo compiuto certe scelte, dentro quale clima politico, umano, sociale ci muovevamo; quali schifezze, quali nefandezze, quale oppressione esistenziale c’erano già allora, e perché eravamo tanto indignati e perché eravamo disposti a perdere tutto, anche la vita, per portare l’Italia fuori da questo ordine di cose. Al di là di ogni scelta ideologica e politica nonché culturale che ci ha portato a imbracciare le armi come metodo di lotta politica contro lo Stato, c’era anche l’indignazione. Va ripetuto: non si trattava solo di un fattore politico e ideologico. C’era proprio un fattore di schifo.</p>



<p>Nessuno di noi poteva più sopportare le bugie, i ladrocini, l’avere al governo ex fascisti nella Dc. C’era un potere economico che comandava, sporco, con i suoi servizi segreti disposti a tutto – a trattare con l’estrema destra, con la mafia, a organizzare i botti – che la verità dei vincitori ha consegnato alla storia come deviati, per smarcare la politica dalle sue responsabilità. I servizi segreti facevano semplicemente il loro mestiere: erano così perché la politica li voleva così. Erano la lunga mano armata di uno Stato criminale ed eseguivano il loro dovere con impegno e dedizione: insabbiare, mettere le bombe, infiltrarsi e provocare…</p>
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		<title>La sovversione del &#8217;77: l&#8217;Autonomia operaia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-sovversione-del-77-lautonomia-operaia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 20:58:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[processo 7 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-16-febbraio-marzo-2010/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 16, febbraio &#8211; marzo 2010)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto ‘movimento del ’77’ è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.</p>



<p>Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.</p>



<p>La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista&nbsp;<em>Rosso</em>&nbsp;– di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista&nbsp;<em>Senza tregua</em>&nbsp;e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.</p>



<p>L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. </p>



<p>Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.</p>



<p>Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.<br>Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.<br>Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…</p>



<p>C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. </p>



<p>Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.</p>



<p>Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.</p>



<p>Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!</p>



<p>Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.<br>Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.</p>



<p>Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.</p>



<p>Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!</p>



<p>Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.</p>



<p>Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.</p>



<p>Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). </p>



<p>Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. </p>



<p>Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere:&nbsp;<em>et voilà!</em>, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.</p>



<p>Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo&nbsp;<em><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/08/002745.html#002745" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I giornali a processo: il caso 7 aprile</a></em>. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.</p>



<p>Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. </p>



<p>A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.</p>



<p>Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?</p>



<p>A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.<br>Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.</p>
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