<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>manifattura &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<atom:link href="https://rivistapaginauno.it/tag/manifattura/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 06 Mar 2024 18:04:11 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/favicon.ico</url>
	<title>manifattura &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Manifattura. Appalto di manodopera: lavoratori usa e getta. Il caso Maschio N.S.</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/manifattura-appalto-di-manodopera-lavoratori-usa-e-getta-il-caso-maschio-n-s/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisa Simoncelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[manifattura]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4137</guid>

					<description><![CDATA[Lavoro: outsourcing. Manifattura, alberghiero, welfare. L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. In fabbrica assume i connotati del caporalato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Lavoro: outsourcing. Manifattura, <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">alberghiero</a>, <a href="https://rivistapaginauno.it/welfare-gli-appalti-nei-servizi-pubblici-il-caso-milano/" data-type="post" data-id="4146" target="_blank" rel="noreferrer noopener">welfare</a>. </strong>L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. In fabbrica assume i connotati del caporalato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ti prendono e ti sfruttano, una volta che non servi più ti mandano via” dice Chaouni Abdelali, detto Ali. I racconti dei lavoratori di Maschio N.S. sembrano appartenere a un romanzo dell’Ottocento, invece tutto accade ai giorni nostri a Grezzago, in provincia di Milano. Casa madre di altri stabilimenti in Europa e in Brasile, l’azienda si occupa di lavorazione di materiali plastici (nella fattispecie di cisterne per la produzione industriale) oltre a produrre macchinari per la stessa stampa delle materie plastiche. È ben nota a Slai Cobas di Bergamo che da tempo dà supporto a buona parte degli operai che ci lavorano. All’apparenza una fabbrica di piccole dimensioni – nello stabilimento italiano non si arriva nemmeno a 40 lavoratori – in realtà tutt’altro: “Hanno clienti importanti come per esempio Mapei&#8230; non è una fabbrichetta da poco, producono per grossi gruppi industriali”.</p>



<p>Sergio Caprini, rappresentante sindacale Slai Cobas, e alcuni operai, ci hanno raccontato come si lavorava in Maschio: “Dopo due anni non puoi più correre dietro a tre macchine che stampano la plastica. La pressa, una specie di robot, produce e butta fuori e tu devi correre, se non reggi i ritmi di lavoro sei fuori” spiega Caprini. Ritmi che sono massacranti, ricorda Ouardi Mohammed, vittima di un incidente a una gamba mentre correva per stare dietro a “tre macchine, trenta metri tra una macchina e l’altra, più una in mezzo”. Prima che Slai Cobas riuscisse a strappare a Maschio il rispetto delle pause “non c’era neanche il tempo di mangiare, lavoravamo anche dieci, undici ore tutti i giorni senza fermarci”. Le macchine lavoravano di continuo ed erano impostate “sempre al massimo della velocità” dice Ali, “Antonella ogni tanto passava a controllare se la velocità era stata cambiata”.</p>



<p>Antonella Brambilla, direttrice responsabile di produzione di Maschio, “ha completa autonomia decisionale nella gestione del sito produttivo di Grezzago e nell’organizzazione dei dipendenti, sia di Maschio N.S. sia di Business Service”, si legge nel ricorso per appalto illecito presentato al Tribunale di Milano (ci arriveremo). Era lei, tra le altre cose, a decidere i turni. Bisognava essere sempre disponibili: “Ti arrivava la chiamata alle 4 dopo che avevi smesso di lavorare alle 2, «Torna, c’è un’emergenza», e non potevi dire di no altrimenti ti mandavano via” continua Ali, “a volte di notte il titolare (Pietro Maschio, <em>n.d.a.</em>) usciva, cominciava a sgridare ed è capitato anche che ci mandasse via, oppure ti presentavi alle 6 del mattino per iniziare a lavorare e trovavi al cancello Maschio che ti diceva di tornartene indietro”. Gli operai, oltre a seguire due o tre macchine insieme, dovevano anche occuparsi di controllarne il funzionamento corretto: “Dovevo controllare l’olio e in caso servisse cambiarlo, oppure se la fotocellula non funzionava dovevo sistemarla, così come i tubi dell’acqua che a volte bloccavano la macchina” dice Ali, “non solo lavoravamo in produzione ma facevamo anche da meccanici, il meccanico non veniva a fare questi lavori. [Pietro] Maschio non voleva, perché il meccanico doveva occuparsi di costruire altre macchine”. Erano all’ordine del giorno gli abusi verbali e in alcuni casi anche fisici com’è successo ad Ahmed Zahir: ha lavorato per Maschio dal 2013 al 2017, quando durante un turno di notte Pietro Maschio lo ha colpito con un calcio ai testicoli mandandolo all’ospedale. “[Pietro] Maschio era sempre arrabbiato con tutti gli operai”, racconta.</p>



<p>Eppure non si tratta di un rapporto di lavoro in nero: gli operai sono assunti con un regolare contratto. Il problema è da chi. </p>



<p>Come raccontano i lavoratori, Maschio N.S. li gestisce in tutto e per tutto, distribuisce i turni, impone gli orari e i ritmi dei macchinari, ma soprattutto decide chi può lavorare e chi no, perché c’è un contratto di appalto con un’altra azienda, Business Service srl, che si occupa appunto di fornire manodopera. Alcuni di questi operai lavoravano in Maschio da lungo tempo, come lo stesso Mohammed, dal 2015, o Benfaa Adil che, si legge nel ricorso al Tribunale, “è stato assunto da Business Service con decorrenza dal 4 ottobre 2014”, poi “su richiesta di Maschio N.S., è stato licenziato da Business Service per essere assunto da Sky Job S.C con decorrenza dal 20 dicembre 2018”. Sky Job è un’altra società, una cooperativa per l’esattezza, di cui Maschio si serve per avere manodopera, prevalentemente per lo stabilimento tedesco.</p>



<p>È una tendenza sempre più diffusa nella manifattura – fino a qualche tempo fa lo era principalmente nella logistica – quella di appoggiarsi a forza lavoro esterna, anche tra i nomi più importanti dell’industria lombarda e in particolare bergamasca e bresciana: sappiamo per certo di Montello, Tenaris Dalmine, Brembo, Gruppo Pozzoni, solo per citarne alcuni. Caprini afferma che “Maschio è un caso esemplare, ma succede anche in fabbriche metalmeccaniche molto più grosse. La Montello ha 500 operai tutti in cooperativa. Le Arti Grafiche (Nuovo Istituto Italiano di Arti Grafiche, <em>n.d.a.</em>) sono quindici anni che non ha più operai, sono tutti in cooperativa. Oppure la Colpack di Mornico”. Nel caso di Brembo e Tenaris non c’è una cooperativa o una srl ma un’agenzia di lavoro interinale (Adecco). “Eliminano la cooperativa, i lavoratori li fanno entrare attraverso un’agenzia e formalmente non è un cambio appalto” continua Caprini. E sembra che negli anni si sia creato un doppio binario: “Nelle agenzie di somministrazione sono più italiani, come alla Brembo dove vedi operaie di una certa età con contratti rinnovati di mese in mese”, mentre “nelle cooperative sono quasi tutti stranieri, più che altro nella logistica come nel caso Italtrans. La questione Montello infatti è importante per la dimensione ma anche per la composizione, perché sono quasi tutte immigrate e quasi tutte donne”.</p>



<p>Dal database di Inps si possono estrarre alcuni numeri indicativi (vedi tabella, pag. 29): i lavoratori in somministrazione (quindi relativi <em>solo</em> ad agenzie interinali) sono cresciuti dal 2012 (primo anno in cui questi dati risultano disponibili) al 2018 particolarmente nell’area Bergamo-Brescia, dove sono quasi raddoppiati in percentuale sul totale dei lavoratori (passando dal 5,81% all’11,18%) e più che raddoppiati in numero assoluto. Se osserviamo anche i dati nazionali, si evidenzia che nel 2019 un abbondante quarto, il 26%, dei lavoratori in somministrazione si trovava in Lombardia.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="214" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1.jpg" alt="" class="wp-image-4489" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-300x107.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copyright Paginauno</figcaption></figure>
</div>


<p>La ragione alla base della scelta da parte di un’impresa – sia che si appoggi ad agenzie o che scelga cooperative – è semplice: se non assumo dipendenti non ho neanche l’assillo di doverli licenziare quando non mi servono più, per un calo di produzione o quando semplicemente non li voglio più. È il caso di Ali, che un giorno del novembre 2019 lavora al mulino che trita la plastica, la scala che lo regge scivola e cade a terra. Al rientro dal periodo d’infortunio, a febbraio 2020, Ali non può fare tutto quello che faceva prima, l’ha detto il medico del lavoro, gli vengono quindi assegnate mansioni più leggere. Ma al titolare dell’azienda, Pietro Maschio, questo non va. “Non lo accettava, ha cominciato a gridare. Io sono andato avanti a lavorare, a un certo punto però mi ha detto: «Non sei capace di lavorare, non stai facendo niente, vai via!». Sono andato allo spogliatoio per andare via e mi ha seguito continuando a insultare”. Ali non è più ammesso in fabbrica. Però Pietro Maschio non lo licenzia perché non è un suo dipendente e quindi non è un suo problema, ma di Business Service, che non interviene per mesi lasciando fino a oggi Ali in un limbo lavorativo in cui non percepisce né stipendio né ammortizzatori sociali di alcun tipo, poiché non lavora ma nemmeno è disoccupato.</p>



<p>Quanti lavoratori sono in queste condizioni? Difficile dirlo. Se da un lato i nomi delle grandi aziende sopra citati porterebbero a pensare che sia prassi diffusa, dall’altro il fenomeno dell’appalto di manodopera attraverso cooperative o srl è difficile da quantificare.Non si trovano dati né sul numero degli appalti né sugli inquadramenti contrattuali dei lavoratori a livello territoriale, oltre al fatto che non esiste una piena corrispondenza tra codice Ateco dell’azienda e CCNL da applicare ai dipendenti. Gli stessi sindacati che abbiamo contattato per avere dei numeri, parlano di difficoltà a reperire i dati. Quando poi alla normalità si somma l’emergenza Covid, diventa impossibile. Diverse imprese hanno cercato in tutti i modi di restare aperte durante il lockdown di marzo-giugno, quando furono chiuse le produzioni considerate “non necessarie”. Se andiamo indietro a quel periodo, forse qualcuno ricorderà che il criterio con cui il governo italiano decise di regolare la possibilità di continuare l’attività produttiva erano, appunto, i famigerati codici Ateco. Si tratta di un codice identificativo dell’attività dell’azienda, che va obbligatoriamente comunicato all’Agenzia delle Entrate. Può essere cambiato? Sì, rientra in una serie di variazioni che un’impresa può attuare nel corso del tempo. Con il lockdown fioccarono centinaia di richieste di modifica del codice Ateco, al punto che Maurizio Landini, segretario nazionale CGIL, segnalò immediatamente a marzo questo fenomeno (1). L’Italia si ritrovò di colpo con una incredibile quantità di produzioni “necessarie”.</p>



<p>Quello della manodopera è un vero e proprio giro d’affari, non sempre legittimi come nel caso del Consorzio Soluzioni Globali, nel 2018 al centro di un’indagine per frode: un consorzio di cooperative che fornivano operai, tra le altre, anche alla sopracitata Montello (2). In breve si tratta di intermediari tra l’azienda e il lavoratore, possono essere cooperative, srl oppure consorzi d’impresa, che spesso non hanno alcun ruolo effettivo nella gestione dei dipendenti (anzi, non è raro che non abbiano nemmeno una sede vera e propria per ridurre i costi il più possibile). Giuseppe Pittella, socio unico di Business Service, si sta legalmente giostrando tra quattro srl e una cooperativa spaziando tra facchinaggio, pulizie, edilizia, imballaggio. Tramite appalti e subappalti è facile confondere le acque, CGIL avverte (3), sia sul piano della tutela dei diritti del lavoro sia a livello fiscale. Che cosa significa tutto questo? Che vincono tutti, il committente che si svincola dell’ostacolo dei licenziamenti e l’appaltatore che lucra – legalmente o meno. Tutti, tranne i lavoratori.</p>



<p>Il caso Maschio in questo senso è paradigmatico in termini di condizioni lavorative e impatto sociale. A marzo esplode l’emergenza Covid. Slai Cobas sta già portando avanti alcune lotte all’interno dello stabilimento riguardanti la sicurezza sul lavoro, tra le quali impedire l’utilizzo dei carrelli elevatori a diesel in ambienti chiusi. Ora però bisogna aggiungere tutto ciò che riguarda le norme di sicurezza antivirus, norme che, afferma Slai Cobas, non vengono seguite. Il sindacato scrive esposti alla ATS e alla Prefettura di Milano, le mascherine si danno poco e malvolentieri: “Il giorno 19.03.2020, i lavoratori, in fabbrica regolarmente alle 21.30, dopo l’ennesimo no alla richiesta di mascherine, si sono trovati nella condizione di lasciare il lavoro per inadempienza delle misure di sicurezza”. Il gel disinfettante non sempre c’è: “Dal 17.03.2020 è stato aggiunto un flacone di gel, accompagnato da un offensivo cartello ‘non rubare’”. Fa eco la risposta di Maschio, che dice che l’azienda sta rispettando le regole. </p>



<p>Nonostante questo i problemi continuano e con essi gli esposti, finché, racconta Caprini, “Maschio ha aperto la CIG Covid (o meglio l’ha imposta a Business Service, quando si parla di appalto vuol dire che chi detiene il potere decisionale è sempre l’appaltante) ha messo fuori gli operai sulle linee e ha cominciato a produrre mettendo a lavorare sulle macchine l’impiegato, l’autista, prendendo due lavoratori usciti dal sindacato e assumendoli direttamente. La direttrice per quasi due mesi ha lavorato sulle macchine. Con sei o sette persone l’azienda ha organizzato la produzione facendo straordinari, lavorando sabato e domenica, concentrandosi sul cuore della produzione industriale, tagliando un 20% meno essenziale. E hanno lavorato così con due operazioni: da un lato risparmiando e dall’altro preparando gli esuberi, perché la CIG Covid è nella stragrande maggioranza dei casi un anticipo dei licenziamenti. Un effetto di tutto questo è stato che, per esempio, un magazziniere che è stato messo su una macchina, si è tagliato un dito. In quelle condizioni i ritmi diventano ancora più esasperati. L’operaio che si è fatto male ha perso l’uso del pollice, quindi in buona parte della mano, perché è stato messo su un macchinario senza avere le competenze, e con ritmi elevati”.</p>



<p>La CIG viene effettivamente versata solo a tre lavoratori, lasciandone scoperti sedici. Slai Cobas si muove segnalando ripetutamente il problema a Business Service, a Maschio, all’Inps e alla Prefettura di Milano, e si scopre che all’origine del mancato versamento ci sono irregolarità nelle domande compilate da Business Service. Secondo la Prefettura, “sarebbero stati commessi degli errori materiali con riferimento ai codici identificativi aziendali e ai codici fiscali dei lavoratori effettivamente in forza alla Business Service”. Il 14 agosto, la Prefettura stessa scrive una lettera indirizzata alle due aziende (Business Service e Maschio), a Inps e a Slai Cobas, denunciando la situazione in cui i lavoratori si trovano da mesi. Il tempo passa ma non ci sono progressi, e si supera la scadenza (31 agosto) per presentare le domande di cassa integrazione. Ai primi di settembre sempre la Prefettura, sollecitata da Slai Cobas, contatta Business, la quale assicura che invierà all’Inps la documentazione corretta. Nulla accade. Il 10 settembre ancora la Prefettura convoca un tavolo con le parti, a cui fa seguire una seconda lettera. Business Service non si muove. Da marzo i lavoratori non hanno visto un soldo, cioè operai ma anche famiglie, senza nessuna entrata. Il 3 novembre, con il supporto di Slai Cobas, gli operai si recano presso gli uffici di Business Service, e serve l’intervento delle forze dell’ordine per spingere l’azienda a inviare i documenti relativi alle domande di cassa integrazione. Solo a metà novembre cominciano ad arrivare i soldi.</p>



<p>L’aspetto preoccupante è anche che è difficile muoversi se non per vie istituzionali, che hanno certi tempi (spesso lunghi), durante i quali il lavoratore non ha tutele. Al telefono la Prefettura ha affermato di aver fatto il possibile per risolvere il problema, arrivando anche a chiedere all’Inps di accettare le domande oltre il termine prestabilito – una richiesta eccezionale, fatta in nome del carattere emergenziale della situazione –; evidenzia di non avere titolo diretto per intervenire, può solo agire convocando tavoli nell’attività di prevenzione dei conflitti sociali, come organo di raccordo e interlocuzione tra le parti per cercare di risolvere problematiche complicate, chiarendo le responsabilità delle parti coinvolte; oltre questo, ribadisce, la Prefettura non può andare, non ha l’autorità legale per fare altro. Dall’altra parte l’Inps può solo elaborare le pratiche che riceve, se non arrivano o sono errate può giusto informare l’azienda che le invia – e in questo caso la Prefettura sostiene che già prima del 14 agosto Inps avesse avvisato Business Service, tramite cassetto fiscale, dell’irregolarità dei documenti presentati, anche se la stessa Business Service, al tavolo del 10 settembre, nega di averlo ricevuto.</p>



<p>Il datore di lavoro, quindi, può temporeggiare senza che ciò gli causi ripercussioni perché non c’è sanzione per errato invio di domande di cassa integrazione: il danno è solo per il lavoratore che aspetta di essere pagato, e ha come unica opzione quella di sollecitare o rivolgersi all’Ispettorato del Lavoro o fare causa. Poiché la CIG Covid è interamente a carico dello Stato, ci si potrebbe chiedere quale sia la convenienza dell’azienda a ostacolarne il versamento. Non possiamo affermare che sia il caso di Business Service, ma può essere che un’impresa, volendosi sbarazzare di alcuni dipendenti regolarmente assunti, faccia il possibile per rimandare ancora e ancora il pagamento della CIG mettendo sempre più alle strette i lavoratori, sperando che, senza un reddito per lungo tempo, per disperazione firmino una conciliazione tombale: il lavoratore accetta una somma a stralcio di ciò che gli è dovuto ed esce di scena con un auto-licenziamento. Pratica ancora più ‘necessaria’ in questo momento, visto il blocco dei licenziamenti imposto dal governo. Aggiungiamo che una significativa porzione della forza lavoro in fabbrica (tutta, nel caso dell’appalto Maschio/Business Service) è costituita da migranti, che spesso hanno anche a carico la famiglia nel Paese di origine: sono più vulnerabili a questo tipo di pressione, e le aziende lo sanno bene.</p>



<p>L’intermediazione insomma mette ancor più sotto ricatto i lavoratori, che si ritrovano più deboli per due motivi: primo, lo sappiamo dai racconti di chi ha lavorato in Maschio, l’operaio sa benissimo di essere “usa e getta”, quindi è più arrendevole. Secondo: come contrastare questo sistema? Ci sono inevitabilmente delle implicazioni anche per le lotte sindacali, il caso Maschio insegna: gli operai messi in cassa integrazione erano (per coincidenza?) proprio quelli iscritti a Slai Cobas. Chi si oppone, chi, insomma, dà fastidio. Degli operai forniti da Business Service, alla chiusura dell’appalto ne viene assunto direttamente da Maschio soltanto uno, non più iscritto al sindacato. Quale che sia la dimensione dell’azienda – e abbiamo visto che si tratta anche di grandi aziende – l’appalto di manodopera significa annullamento delle rivendicazioni dei diritti dei lavoratori, i quali saranno sempre meno propensi ad alzare la testa. Nel caso di Maschio la fine dell’appalto ha significato anche la fine dell’attività sindacale, spiega Caprini, perché “finché facevamo gli scioperi c’era una dinamica interessante, chiaramente senza scioperi è finito tutto”. Se gli operai non sono più forza lavoro di quell’azienda, non può esserci conflitto sindacale.</p>



<p>È un gioco di competizione al ribasso, che mette i lavoratori in lotta tra loro spingendoli ad accettare condizioni sempre più misere; l’azienda ha un costo del lavoro sempre più basso, e può così vendere le proprie merci a un prezzo inferiore; le imprese concorrenti faranno altrettanto. Questo sistema di fatto favorisce l’abuso.</p>



<p>A gennaio 2020 sedici lavoratori, ex operai in Maschio tramite Business Service, affiancati da Slai Cobas, presentano un ricorso al Tribunale di Milano, in funzione di Giudice del Lavoro, contro Business Service, la sopracitata Sky Job e Maschio. L’udienza prevista per il 6 marzo salta a causa Covid, viene tenuta il 20 ottobre e la prossima dovrebbe essere a metà dicembre. Al centro è la denuncia di “appalto illecito”. “La società Business Service è assegnataria del contratto di appalto dal 1° ottobre 2014. Il contratto si rinnova tacitamente di anno in anno” si legge nel ricorso, ma “l’oggetto del contratto di appalto riportato nel documento non corrisponde all’attività in concreto svolta dai dipendenti”. L’appalto è infatti per il servizio di “carico e scarico, movimentazione merci presso il magazzino e pulizie locali”. </p>



<p>In realtà, il 2014 non è nemmeno l’anno di avvio di questa situazione. “La maggior parte dei dipendenti di Business Service è da tempo impiegata nell’appalto in questione, per il quale si sono avvicendate negli anni diverse cooperative, tutte riconducibili agli stessi soggetti. Prima di Business Service S.r.l. sono infatti state assegnatarie dell’appalto: dal 2009 la società cooperativa Palma [&#8230;] dall’agosto 2010 la società cooperativa Argento [&#8230;] dal 2012 la società cooperativa Stella”. “I ricorrenti” quindi “domandano la costituzione del rapporto di lavoro alle dipendenze dirette della committenza. I lavoratori, a differenza di quanto previsto dal contratto di appalto, svolgono in realtà la mansione di operai addetti alla produzione e di conduttori di macchine, rispondendo alle direttive degli amministratori e dipendenti di Maschio N.S.” </p>



<p>La richiesta degli avvocati è che gli operai siano assunti da Maschio, inquadrati correttamente nel CCNL metalmeccanico industria e che gli siano pagati i mancati adeguamenti ai minimi tabellari, tredicesime, ferie e permessi, mai percepiti. Nel ricorso si ripercorre nel dettaglio le attività di Maschio e i ruoli sia dei lavoratori Business, in appalto, sia dei dipendenti diretti di Maschio, e si afferma: “È costante e abituale non solo la completa e autonoma gestione da parte della committenza del personale dell’appaltatore, ma anche l’adibizione dello stesso, con la relativa formazione e addestramento, a mansioni e compiti inerenti il ciclo produttivo di Maschio N.S., che salve la manutenzione e i collaudi si affida completamente, ormai da più di dieci anni, alla manodopera illecitamente somministrata per la produzione di IBC e taniche.”</p>



<p>Abbiamo contattato sia Maschio che Business Service, per avere anche la loro versione, ma la prima ci ha rimandato ai propri avvocati, essendoci una causa in corso, i quali tuttavia, per la stessa ragione, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni, e la seconda ha rifiutato il confronto.</p>



<p>Nella legge n. 199 del 29 ottobre 2016, nota anche come “legge sul caporalato”, si stabilisce che il caporalato è quando qualcuno “1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori; 2) utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno”. Difficile non leggere queste condizioni nella situazione fin qui descritta. Ci sarebbe da chiedersi come si possa tollerare questo tipo di dinamica, se non fosse che l’erosione dei diritti del lavoro più elementari è ormai comunemente accettata in nome del profitto: possiamo chiamarla flessibilità, resta sempre sfruttamento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.cgil.veneto.it/coronavirus-landini-a-governo-obiettivo-tutela-salute-non-stop-paese/" target="_blank">https://www.cgil.veneto.it/coronavirus-landini-a-governo-obiettivo-tutela-salute-non-stop-paese/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.ilgiorno.it/cooperative-sedi-fantasma-1.4367647">https://www.ilgiorno.it/cooperative-sedi-fantasma-1.4367647</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nuovocaporalato.it/2019/06/30/le-false-cooperative-o-le-srl-farlocche-non-sono-uno-scherzo-della-natura-o-frutto-del-destino-cinico-e-baro/" target="_blank">https://www.nuovocaporalato.it/2019/06/30/le-false-cooperative-o-le-srl-farlocche-non-sono-uno-scherzo-della-natura-o-frutto-del-destino-cinico-e-baro/</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Covid-19 e industria: “Le misure di sicurezza si sono tutte infrante sulle catene di produzione”</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-e-industria-le-misure-di-sicurezza-si-sono-tutte-infrante-sulle-catene-di-produzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Nov 2020 12:33:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[manifattura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4039</guid>

					<description><![CDATA[Sergio Caprini è rappresentante sindacale SLAI COBAS a Bergamo: un&#8217;area nell&#8217;occhio del ciclone nell&#8217;epidemia Covid di primavera, “zona rossa” insieme a tutta la Lombardia nell&#8217;attuale seconda ondata. Ieri come oggi, snodo cruciale sono le realtà manifatturiere. A marzo, dopo l&#8217;avvio del lockdown, ci sono volute due settimane perché il governo bloccasse le attività produttive considerate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Sergio Caprini è rappresentante sindacale SLAI COBAS a Bergamo: un&#8217;area nell&#8217;occhio del ciclone nell&#8217;epidemia Covid di primavera, “zona rossa” insieme a tutta la Lombardia nell&#8217;attuale seconda ondata. Ieri come oggi, snodo cruciale sono le realtà manifatturiere. A marzo, dopo l&#8217;avvio del lockdown, ci sono volute due settimane perché il governo bloccasse le attività produttive considerate non essenziali. Oggi siamo partiti con il coprifuoco, poi con il cosiddetto “lockdown morbido”, e ora gli ospedali lombardi lanciano l&#8217;allarme “collasso”, la Federazione degli Ordini dei medici chiede il lockdown totale, ma nessun rappresentante politico parla di chiudere la manifattura. In primavera, le pressioni di Confindustria sulla giunta regionale di Fontana e sul governo nazionale di Conte per non sospendere la produzione, erano quotidiane e palesi sul Sole 24 ore: l&#8217;industria italiana non voleva cedere terreno ai concorrenti esteri nelle catene internazionali del valore. Oggi sembra dominare un non-detto: comunque evolva la situazione sanitaria, la produzione non chiuderà. Ma si lavora sicuri? E c&#8217;è un secondo punto: le autorità controllano affinché si lavori sicuri?</p>



<p><strong>Tu hai a che fare con diverse realtà produttive dell&#8217;area di Bergamo, quindi riesci ad avere uno sguardo ampio sulla situazione: come sono gestiti i protocolli di sicurezza sul lavoro istituiti per fronteggiare il Covid?</strong></p>



<p>Secondo la mia esperienza, per quel che ho visto in grossi gruppi – parliamo di Tenaris Dalmine, Brembo, Evoca&#8230; tutte le grosse fabbriche di Bergamo sopra i mille operai – le norme anti-contagio sono state una grande vetrina esterna: distanziamento, mascherine, disinfettante, ci sono fabbriche che hanno messo la tenda, entri e ti danno la mascherina tutti i giorni, lo spray e tutto il resto; dopodiché, la prevenzione finisce sulle linee di lavoro. In tante industrie la sicurezza continua a non esserci, il distanziamento e le mascherine sono un po&#8217; aleatori, e anche dove ci sono e sono stati sottoscritti dei protocolli con Cgil, Cisl e Uil, tutto si ferma alle linee di montaggio. Il punto è che alle catene di lavorazione spesso ci sono ritmi di lavoro che sono incompatibili con la mascherina.</p>



<p><strong>Stai dicendo che il rispetto delle norme di sicurezza Covid inevitabilmente porta a un rallentamento dei ritmi produttivi, rallentamento che la proprietà non vuole attuare, e quindi di fatto saltano le norme di sicurezza?</strong></p>



<p>Alla riapertura dopo il lockdown, le fabbriche sono partite con squadre di volontari per provare le linee, piccole produzioni limitate e a ritmi blandi. Squadre in genere composte dai lavoratori più subordinati all&#8217;azienda, che una volta testato le linee hanno detto: «Va tutto bene, è tutto normale». Certo: tu entri e c&#8217;è la tenda, le righe per terra, i cartelli con scritto “Stai attento”, il capo che ti dice di non togliere la mascherina&#8230; però c&#8217;è un piccolo dettaglio: quando chiedi una boccata d&#8217;aria non puoi averla, perché non puoi staccarti dalla linea. E quando via via i ritmi si sono incrementati e le linee si sono riempite, tu sei lì a lavorare con la mascherina. </p>



<p>Tanto per cominciare, c&#8217;è un primo punto: se seguiamo le norme per la sicurezza, ogni diverso elemento che modifica il ciclo di lavorazione richiede una diversa valutazione del rischio, e questo è scritto nel Testo Unico sulla Sicurezza. Quindi se lavoro tenendo lo stesso ritmo di prima ma indossando una mascherina, che mi crea un affanno perché riduce leggermente l&#8217;ossigeno, questo rischio va valutato. Secondo aspetto: non puoi tenere una mascherina per lungo tempo senza averne disagio, e quando accade, o puoi andare al bagno, o puoi toglierla, o puoi prendere una boccata d&#8217;aria; se queste cose non puoi farle, la tiri giù, poi ti gratti, e la protezione se ne va a quel paese. Perché sei sulla linea con gli altri, se indossi la mascherina è perché non può essere garantito il distanziamento: prendi un pezzo, poi quell’altro lavoratore usa lo stesso il pezzo, e via. Quindi le misure di sicurezza si sono tutte infrante sulle catene di produzione. Per non dire delle fabbriche che hanno una tipologia di linee produttive che fa sì che i lavoratori si intreccino, dove non possono stare sempre fermi. È il caso di Evoca, che produce macchine professionali del caffè: lì il tipo di lavoro porta le operaie a contatto, e in queste condizioni è un caos.</p>



<p><strong>Come sindacato, avete denunciato alle autorità competenti la mancanza di applicazione delle norme di sicurezza?</strong></p>



<p>Più volte. Personalmente ho inviato parecchie segnalazioni all&#8217;ATS e alla prefettura di Bergamo (<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/SlaiCobas-esposto-ATS-prefettura-032020.pdf" data-type="URL" data-id="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/SlaiCobas-esposto-ATS-prefettura-032020.pdf" target="_blank">leggi il documento</a>). Per esempio, nelle fabbriche dove si confeziona l’insalata della quarta gamma, abitualmente i lavoratori utilizzano la mascherina chirurgica per la protezione dell&#8217;insalata e la cambiano 4 o 5 volte per ogni turno di lavoro. Ebbene a marzo, nel momento del picco del Covid, l&#8217;azienda ne dava una sola, imponendo di utilizzarla anche per 2/3 giorni. Teniamo anche presente che sono ambienti a bassa temperatura e con una certa umidità, quindi le mascherine si bagnano velocemente divenendo inefficaci – e sappiamo anche che disagio provoca avere addosso un indumento bagnato. Ho segnalato questa situazione all’ATS e alle fabbriche stesse, in alcune la situazione è cambiata, in altre no, perché non dappertutto si riesce a lottare come si dovrebbe. Quindi in un momento di pandemia sono state peggiorate non solo le condizioni di sicurezza del lavoratore ma anche quelle del prodotto.</p>



<p>Un’altra situazione che ho segnalato a marzo all&#8217;ATS, alla prefettura e alle aziende coinvolte, riguarda il settore della logistica. Soprattutto i <em>pickeristi,</em> per la raccolta dei colli per fare l’ordine lavorano con dei <em>voice,</em> degli auricolari con cuffia e microfono dove viene caricato l’ordine del negozio. È una specie di battaglia navale: il software ti dice “B2” e il lavoratore va nella corsia B scaffale 2, prende il barattolo di piselli, per dire, e spara con lo scanner il codice a barre del prodotto; il programma recepisce che un prodotto è stato preso e dà indicazioni per un altro. Considerate che ci sono aziende che impongono 200 colli all’ora, quindi 3 al minuto, e che è anche un sistema di controllo del lavoratore&#8230; ma restando sul tema Covid, in periodo di pandemia i voice erano buttati nel cesto, promiscui, e la mattina i lavoratori dovevano prenderli a caso.</p>



<p><strong>I vostri esposti hanno cambiato la situazione? L&#8217;ATS si è mossa?</strong></p>



<p>Risposte dirette da ATS Bergamo in merito a nostri esposti specifici, non ne abbiamo ricevute. Ci hanno scritto usando la formula “esposti generici” ma non lo erano (<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/ATS-risposta-SlaiCobas-042020.pdf" data-type="URL" data-id="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/ATS-risposta-SlaiCobas-042020.pdf" target="_blank">leggi il documento</a>), e a fine marzo hanno diffuso un ulteriore protocollo di sicurezza per il settore della logistica, che evidenziava anche il problema dei voice utilizzati in modo promiscuo (<a href="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/ATS-protocollo-LOGISTICA-30.03.2020.pdf" data-type="URL" data-id="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/ATS-protocollo-LOGISTICA-30.03.2020.pdf">leggi il documento</a>). Non ho informazioni circa gli interventi fatti per farlo rispettare, ATS non ha mai dato conto al sindacato di specifiche ispezioni, o dello stato della sicurezza nelle aziende, o di eventuali sanzioni in merito alle nostre segnalazioni. Qualche azienda ha modificato la situazione, e infatti alcuni lavoratori ci hanno segnalato cambiamenti, soprattutto sulla distribuzione delle mascherine o sui voice, almeno in un&#8217;area dello stabilimento. Perché il problema delle grandi piattaforme logistiche è che ci sono diverse aree, suddivise per cliente, con molte cooperative in appalto, e ognuna lavora per conto suo: senza un intervento forte di ATS la committente dell&#8217;appalto non detta certo rigidi protocolli per le varie cooperative, si limita a prescrizioni generali da mettere all&#8217;ingresso – disinfettante, mascherine e distanziamento. Se ATS entrasse in una grande piattaforma logistica, di quelle che hanno 700/800 lavoratori e decine di cooperative, e chiedesse conto al committente delle norme di prevenzione, otterrebbe risultati efficaci con uno sforzo minimo.</p>



<p><strong>Oggi qual è la situazione? Perché la Lombardia è di nuovo in lockdown, di fatto, mentre le attività produttive sono tutte aperte&#8230;</strong></p>



<p>Purtroppo a giugno quando noi dicevamo: “Rompiamo questi ritmi di produzione, non è possibile lavorare in questo modo, vanno rallentati, la mascherina è un disagio, è una condizione diversa, bisogna valutare diversamente la produzione e la sicurezza&#8221;, tra i lavoratori spesso ha prevalso il &#8220;dobbiamo adattarci, dobbiamo arrangiarci&#8221;. E vi garantisco che li ho visti direttamente gli effetti: persone che uscivano alle dieci di sera, al secondo turno, chiaramente si aggiungeva il caldo&#8230; erano dei fantasmi. Il Covid è stato questo in tante fabbriche, però il problema è che il Covid è ancora questo in tante fabbriche: le aziende hanno dovuto assumere un comportamento di facciata, qualcuna l&#8217;ha fatto anche con grande dispendio, ma solo all’esterno. Continueremo a chiedere agli operai di ascoltarci, di sentirci, di organizzarsi con noi per tentare di costruire una risposta diversa sulle linee produttive. Perché se cresce il contagio nelle fabbriche, ci saranno dei focolai tremendi.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Salari da fame, orari da pazzi: i nuovi contratti nazionali</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/salari-da-fame-orari-da-pazzi-i-nuovi-contratti-nazionali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2016 14:37:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[manifattura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1080</guid>

					<description><![CDATA[Lavoro, i nuovi contratti nazionali: Cgil, Cisl e Uil firmano accordi peggiori dei precedenti in cambio della cogestione dei fondi del nuovo welfare aziendale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-46-febbraio-marzo-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 46, febbraio &#8211; marzo 2016)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>Collettivo Clash City Workers</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Lavoro, i nuovi contratti nazionali: Cgil, Cisl e Uil firmano accordi peggiori dei precedenti in cambio della cogestione dei fondi del nuovo welfare aziendale</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Recentemente sono stati rinnovati, o lo saranno a breve, molti contratti collettivi nazionali del lavoro (Ccnl), alcuni dei quali scaduti da tempo. Qui entreremo nel dettaglio di quattro Ccnl particolarmente significativi (Chimici, Metalmeccanici, Commercio e Trasporto pubblico), dopo aver provato a caratterizzare la cornice entro cui sono avvenuti questi rinnovi e quali linee di tendenza sono ormai emerse in maniera chiara.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il problema dei Ccnl</h4>



<p>Qual è il ruolo che il contratto collettivo nazionale sta giocando nello scontro ormai diretto e palese fra governo e associazioni padronali da una parte e lavoratrici e lavoratori dall’altra? Partiamo da alcuni spunti che ci fornisce il gruppo editoriale che esprime la voce della Confindustria. In una rivista del gruppo Il Sole 24 Ore troviamo scritto che il contratto collettivo “resta lo strumento privilegiato per la definizione di un punto di equilibrio dinamico fra gli interessi dei lavoratori […] e quelli delle aziende” (1). Se questo riconoscimento coglie elementi di realtà, è anche vero, però, che i Ccnl sono il frutto della stratificazione di decenni di mobilitazioni operaie e di accordi con le associazioni padronali, non un armonioso e dinamico “punto di equilibrio”. Leggere con attenzione un contratto collettivo nazionale dei più vecchi, consente di ricostruire a ritroso fasi di lotta, di trasformazione dei processi produttivi e di rivolgimento dei rapporti industriali in Italia.</p>



<p>Possiamo dire che il mutamento dei rapporti di forza tra le classi ha trovato una sua parziale conferma da un lato nella legislazione, e dall’altro nella struttura dei contratti collettivi. Molti Ccnl hanno, nel corso del tempo, specificato una serie di norme che andavano a dare attuazione al contenuto della legge. Tanto che nella rivista citata possiamo leggere anche che “la reale efficacia e agibilità del decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 23 [il Jobs Act,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] resta condizionata non poco dal vasto reticolato di regole e procedure dettagliate nei codici disciplinari definiti dalla contrattazione collettiva, che potrebbero ora paralizzare o comunque rallentare in modo significativo la liberalizzazione del regime di protezione contro i licenziamenti illegittimi”, dato che ben “ventuno Ccnl disciplinano il principio di proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità del fatto […]”: si tratta di uno degli elementi di maggior tutela contenuti nell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.</p>



<p>I Ccnl possono quindi rappresentare un ostacolo, non solo per il loro contenuto riguardo orari, salari, mansioni che pure, lo vedremo, sono al centro di questa tornata di rinnovi, ma anche perché rischiano di impedire la piena applicazione della riforma del mercato del lavoro del governo Renzi: la riforma che elimina ogni tipo di tutela sostanziale dal licenziamento. Anche per questo il Ccnl è un istituto da difendere contro gli attacchi lanciati periodicamente dalle imprese e dai governi ‘amici’, da ultimi il presidente di Confindustria Squinzi e Renzi, i quali a ottobre avevano annunciato l’intenzione di introdurre un salario minimo, allo scopo di equalizzare al ribasso stipendi e condizioni di lavoro, proprio in sostituzione del Ccnl (2). C’è però un problema: la difesa della contrattazione nazionale che viene fatta dai sindacati confederali – gli unici che di fatto hanno accesso ai tavoli delle trattative – ha come obiettivo esclusivo la loro autoconservazione e non la rappresentanza degli interessi dei lavoratori.</p>



<p>Il sindacato al contrario Innanzitutto bisogna notare che molti degli ultimi accordi sono stati raggiunti in tempi particolarmente rapidi: il record assoluto va a quello dei chimici, che si è concluso in una sola notte. In parecchi casi i confederali si sono infatti presentati al tavolo delle trattative con piattaforme che già accoglievano le richieste confindustriali, o che partivano da obiettivi che avrebbero dovuto rappresentare il minimo insindacabile.</p>



<p>È indicativo anche il modo in cui si sta provando a porre termine alla stagione degli accordi separati, cioè attraverso l’inversione di tendenza della Cgil e della Fiom, che vanno ad accodarsi a Cisl e Uil firmando contratti anche peggiori di quelli rifiutati in precedenza. Questo per il semplice fatto che il potere padronale ha oggi una tale forza che i confederali, per sopravvivere, sono costretti ad aderire all’unico modello di sindacato che viene loro ‘concesso’, restando all’interno delle regole date: quello che sembra meglio rappresentato dalla Cisl, quello del sindacato padronale e di ‘servizio’ (3). Peraltro tale necessità di rapido accordo è condivisa anche da alcune associazioni confindustriali a loro volta rimaste orfane dei giganti (Federmeccanica senza Fca, Confcommercio senza Auchan, Carrefour, Esselunga) e bisognose di raggiungere anche per i pesci piccoli le condizioni di maggiore sfruttamento che i grandi hanno già ottenuto da soli.</p>



<p>Esemplare in questo senso è l’aver accettato nei fatti la richiesta della restituzione della differenza tra l’inflazione prevista (IPCA) e quella effettiva. Una novità senza precedenti, giustificata con la deflazione degli ultimi due/tre anni, che chiede, a chi ha visto crollare il proprio potere d’acquisto in vent’anni di ‘moderazione salariale’ e sacrifici, la restituzione di quei miseri aumenti ancorati a un’inflazione programmata che per una volta si è dimostrata più alta di quella reale. Accettare una simile irricevibile richiesta non era chiaramente possibile da parte dei tre sindacati senza perdere qualsivoglia credibilità nei confronti dei lavoratori. Per questo in nessun contratto si è arrivati a una restituzione esplicita; ma, che essa sia stata attuata attraverso il taglio di alcune voci (come nel caso dei Chimici o dei Metalmeccanici) o attraverso altre modalità (orari allungati senza straordinari, come per Trasporti e Commercio), ciò che più conta è che è stata sdoganata la possibilità di questa restituzione.</p>



<p>I confederali, anziché opporsi, hanno accettato il piano del discorso, impegnandosi nella ricerca di un indicatore più alto dello zero attuale dell’inflazione Istat; dimostrando così in maniera fin troppo evidente l’impotenza di un sindacato che non osa più chiedere aumenti salariali basati sui bisogni dei lavoratori, ma si prodiga a giustificarli agganciandoli a un indicatore condiviso con i rappresentanti padronali; con la possibilità che emerga una vera scala mobile al contrario.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Welfare, salari, tempi e diritti</h4>



<p>Questa tornata di rinnovi contrattuali si è retta sulla revisione e l’attacco al salario e all’orario di lavoro, sulla limitazione del diritto di sciopero e sull’introduzione del cosiddetto welfare aziendale. Approfittando di questo momento di estrema debolezza dei lavoratori dovuto alla forte disoccupazione, le imprese hanno messo le basi per un maggior sfruttamento, da utilizzare nel caso di una ripresa economica dovuta a fattori esterni. Sul salario la tendenza egemone è quella di eliminare quote fisse (premi fissi, premi presenza, scatti anzianità) in cambio di premi variabili incerti, non erogabili a tutti e collegati ad aumenti di produttività. Il problema è che il legame tra salario e produttività del singolo o dell’impresa è un grosso inganno: innanzitutto, dal punto di vista analitico, la retribuzione non si può basare sulla produttività aziendale perché quest’ultima dipende anche dalla produttività di altri settori e imprese (pensiamo, per esempio, quanto un’impresa ad alta intensità tecnologica si giovi di una scoperta scientifica conseguita da gruppi di ricerca o da un’altra società).</p>



<p>E infatti alle aziende non interessa realmente ancorare il salario alla produttività, bensì avere un’arma per tenere il livello delle retribuzioni al di sotto della produttività. Inoltre legare strettamente il salario ai risultati raggiunti rischia di creare situazioni critiche, come ha recentemente mostrato lo ‘scandalo banche’: uno stipendio altamente variabile produce situazioni di ricattabilità che possono portare anche a condotte fraudolente a danno dei cittadini, e in ogni caso costituisce una fonte di enorme stress che danneggia la salute psicofisica dei lavoratori.</p>



<p>In merito al tempo di lavoro, in tutti i contratti sono previsti aumenti di orario e abolizione dei festivi e dello straordinario; in pratica si sta sempre più precarizzando il lavoro anche all’interno della cornice dei Ccnl, creando un sistema a chiamata con il quale l’azienda scarica sul lavoratore tutti i rischi della fluttuazione della domanda produttiva. Pensiamo ai giorni festivi equiparati a quelli feriali nel settore del Commercio, con l’obiettivo di obbligare al lavoro anche nelle festività e di non pagare gli straordinari; stesso fine, non pagare gli straordinari, si ottiene nei Trasporti, grazie al calcolo allungato dell’orario medio, e nel Metalmeccanico, con l’incentivo al part time e l’aumento dei turni oltre i 18.</p>



<p>Anche il welfare aziendale è presente in tutti gli accordi. A prima vista potrebbe sembrare positivo che le imprese garantiscano prestazioni sanitarie e previdenziali ai propri lavoratori, in realtà dietro a questa ‘generosità’ si nascondono degli enormi vantaggi per le aziende e delle trappole per i lavoratori. In primis, la diffusione del welfare aziendale prepara il terreno al definitivo smantellamento del settore pubblico, con conseguente riduzione del peso dello Stato sul costo del lavoro: l’Irap, abbassata da Renzi per favorire gli investimenti produttivi, serve proprio a pagare il servizio sanitario nazionale. Quindi meno tasse per le imprese e meno servizi per i lavoratori. In secondo luogo, il welfare aziendale sarà a costo zero per le aziende, perché da un lato il governo, nella passata legge di Stabilità, ha predisposto sgravi fiscali, dall’altro sarà pagato direttamente dai lavoratori, che in cambio dovranno moderare le loro pretese salariali o rinunciare direttamente a quote di retribuzione: per esempio i Chimici otterranno 10 euro di investimento in welfare in cambio dell’abolizione del pagamento di una festività.</p>



<p>Infine, il welfare aziendale è anche una fenomenale arma di ricatto verso il lavoratore, perché ora perdere il posto di lavoro non significherà più soltanto perdere il salario ma anche il diritto all’assistenza sanitaria. Ma c’è anche un altro aspetto: i sindacati si sono venduti al welfare aziendale perché in cambio le aziende hanno concesso loro la possibilità di cogestirne i fondi. È lo stesso principio di autoconservazione per cui i confederali difendono il contratto nazionale: il denaro del welfare aziendale diventa fondamentale per garantire la sopravvivenza alle strutture burocratiche sindacali e riempirne le casse, anche a fronte dei tagli del governo ai CAF.</p>



<p>Questi rinnovi capestro stabiliscono infine molte norme di limitazione al diritto di sciopero, denominate “clausole di raffreddamento dei conflitti”, nel solco già tracciato dal Testo unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014 e che anticipa una legge pronta a breve per limitare il diritto di sciopero in maniera ancora più profonda di quanto già non accada nel settore pubblico. Vengono infatti ‘tutelati’ non solo i servizi essenziali, ma anche i grandi eventi, i beni culturali, il Commercio e ora pure il Chimico e il Metalmeccanico; sembra proprio che il vero ‘servizio essenziale’ da tutelare sia il profitto delle imprese, dando alla proprietà un potere quasi assoluto: decide se promuovere, licenziare o demansionare; stabilisce quanto salario erogare al singolo lavoratore e per quale orario di lavoro; impone quando si lavora e quando si riposa.</p>



<p>In questa situazione, qualunque proposta in controtendenza – come quella della Fiom che vorrebbe derogare l’applicazione del Jobs Act tramite contratto – rischia di rimanere vana se sui luoghi di lavoro non si ricominceranno a costruire rapporti di forza migliori, attraverso una pratica sindacale realmente conflittuale e un’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori trasversale ai singoli luoghi di lavoro, che riesca a mobilitarsi in maniera capillare e unitaria in risposta ad attacchi altrettanto capillari e unitari.</p>



<p>Il Ccnl ha valore solo se è un contratto minimo e inderogabile che, da una parte, tutela i lavoratori delle piccole e piccolissime imprese che faticherebbero a imporre rapporti di forza adeguati a contrattare da sé, e dall’altra permette di guadagnare migliori condizioni attraverso la contrattazione di secondo livello ai lavoratori che riescono e mettere sul campo rapporti di forza più favorevoli. Al contrario, gli attuali Ccnl stabiliscono condizioni standard derogabili al ribasso; una forma di contratto che non serve a nulla ai lavoratori, ma abbiamo visto quanto sia utile a imprese e sindacati confederali.</p>



<p class="has-small-font-size">1) M. Tiraboschi,<em> Editoriale, Contratti &amp; Contrattazione collettiva</em>, luglio 2015, Gruppo Sole 24 Ore</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. R. Mania,<em> Renzi pronto alla riforma dei contratti: i ‘collettivi’ sostituiti dal salario minimo</em>, Repubblica, 6 ottobre 2015</p>



<p class="has-small-font-size">3) Basti ricordare l’annuncio delle (discutibili) assunzioni alla Fca di Melfi dato in diretta televisiva proprio dal segretario di categoria della Cisl</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">CHIMICI</h4>



<p>Il Ccnl della chimica ha spesso fatto da apripista agli altri. Basta ricordare l’inserimento delle deroghe in quello del 2006, divenuto poi un grimaldello per tutti i contratti grazie all’accordo firmato dalla Cgil il 28 giugno 2011, e infine degenerato nel successivo rinnovo dei chimici (2012) con cui si dava la possibilità di derogare e modificare a livello aziendale tutte le materie della contrattazione nazionale (1).</p>



<p>Questa volta la richiesta più eclatante del contratto firmato a ottobre scorso a danno dei 170.000 lavoratori del settore è la restituzione secca di 79 euro come recupero dell’inflazione, risultata inferiore a quella prevista. Per metterla in atto l’accordo prevede che l’ultima tranche del contratto precedente sarà erogata, per un solo anno, il 2016, sotto forma di E.D.R. (Elemento distinto della retribuzione) per poi venire assorbita dal 2017, quando saranno erogate le tranche di aumento del nuovo contratto. L’incremento salariale, dichiarato di 90 euro per il triennio, sarà suddiviso in 40 euro dal primo gennaio 2017, 35 euro dal primo gennaio 2018 e 15 euro dal primo dicembre 2018. In realtà quindi il reale aumento non è di 90 euro ma di 75, perché occorre togliere i 15 già previsti dal vecchio contratto e che verranno erogati solo nel 2016, per poi venire assorbiti, ossia scomparire. Il guadagno per le aziende dunque è triplice: nel 2016 non pagano nulla (i 15 euro erano già previsti nel vecchio accordo), nel biennio 2017-2018 l’aumento massimo sarà di 75 euro (90 meno i 15, che scompaiono), ed è pure prevista la possibilità di ridefinire il tutto al ribasso se l’inflazione dovesse ancora calare (2).</p>



<p>In aggiunta il premio presenza (in media erano 220 euro fissi) si trasforma in premio variabile, quindi incerto e legato a risultati di maggiore produttività, nei casi in cui ci sarà contrattazione aziendale di secondo livello, mentre laddove non è presente sarà sostituito da investimenti in formazione o in welfare aziendale – pagato peraltro dai lavoratori stessi: l’azienda destina a questo scopo 10 euro che recupera grazie alla cancellazione del trattamento per l’ex-festività di Pasqua. Il merito al diritto di sciopero, il rinvio ad accordi aziendali che definiscano strumenti preventivi e alternativi al conflitto, previsto nel testo del 2012, già aveva normato la salvaguardia degli impianti, dato che le aziende chimiche in molti casi hanno necessità di regolamentare gli eventuali blocchi della produzione per scongiurare danni ai macchinari e all’ambiente. Oggi, con il nuovo accordo, si sottoscrive che tale norma è prevista non solo per gli “impianti complessi”, ma in ogni caso: quindi per tutti gli impianti di qualsiasi azienda.</p>



<p>Inoltre le intese per l’effettuazione e le modalità dello sciopero non riguarderanno solo le prestazioni minime indispensabili, ma dovranno anche definire “le modalità per la gestione delle altre attività e del personale non coinvolto dallo sciopero, in relazione all’impatto a livello aziendale dell’astensione dei lavoratori”. È evidente che tale modifica inficia sostanzialmente la possibilità di incidere con le iniziative di sciopero.</p>



<p>Infine la parte dedicata alla formazione dei delegati appena eletti. Per loro si predispongono moduli formativi obbligatori in cui verrà insegnata dall’impresa la <em>mission</em>, la <em>vision</em> e la cultura aziendale. In sostanza si definisce che la RSU non è organismo autonomo di difesa degli interessi dei lavoratori, ma una componente aziendale di gestione della manodopera; e quindi è necessario inculcargli la cultura aziendale affinché la visione del delegato sia totalmente schiacciata su quella dell’impresa. Completano l’accordo la possibilità di cedere gratuitamente le ferie a un collega (apripista alla riduzione delle ferie per tutti), e, se qualcuno dovesse ribellarsi, l’aumento delle sospensioni (da 3 a 8 giorni) e delle multe disciplinari (da 3 a 4 ore).</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giorgio Cremaschi,<em> <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.coordinamentorsu.it/doc/altri2012/2012_0925_chim_cremaschi.pdf" target="_blank">Il pasticcio dei chimici (e del 28 giugno)</a></em>, 25 settembre 2012</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. C. Casadei e C. Tucci, <em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-10-15/chimici-firmata-ipotesi-accordo-rinnovo-contratto-aumento-90-euro-095716.shtml?uuid=AC1oPhGB" target="_blank">Chimici, firmato l’accordo. Aumento complessivo di 75 euro</a></em>, Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2015</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">METALMECCANICI</h4>



<p>Il contratto dei metalmeccanici è un passaggio fondamentale di questa tornata contrattuale, non solo perché riguarda ancora tantissimi operai, ma anche perché da sempre questa categoria è la più organizzata e capace quantomeno di difendere i propri diritti. Il contratto, lo ricordiamo, non riguarda la più grande azienda del settore, la Fca, che Marchionne nel 2012 portò fuori da Confindustria proprio per avere la libertà di firmare un accordo peggiore di quello previsto per tutti gli altri metalmeccanici. Già all’epoca era evidente che Marchionne avrebbe fatto scuola per l’intero settore (e non solo), e infatti questo rinnovo sembra proprio voler colmare la distanza assumendo il ‘modello-Marchionne’ come standard. Al momento della stesura di questo articolo l’accordo deve ancora essere raggiunto, per cui analizziamo la piattaforma proposta dalla Fiom (1), già molto moderata in partenza visto che l’obiettivo dichiarato è quello di tornare a firmare un accordo unitario con Fim-Cisl e Uilm.</p>



<p>La prima richiesta padronale è la restituzione secca di 75 euro per la bassa inflazione, sul modello della trattativa lampo dei chimici. Per venire incontro alle necessità dei sindacati, che avrebbero grosse difficoltà a presentare un accordo che preveda una riduzione esplicita dei salari, Federmeccanica sembra disposta ad accordarsi per un recupero indiretto del salario da realizzare attraverso due punti: 1) assorbimento di tutti gli aumenti a coloro che hanno una retribuzione, esclusa quella a obiettivi, al di sopra di una soglia di garanzia, probabilmente equivalente ai minimi tabellari; 2) dilatazione dei tempi di erogazione delle tranche di aumento.</p>



<p>Niente restituzione, dunque, ma l’aumento sarà comunque misero, quando non del tutto nullo. La Fiom richiede, infatti, un aumento del 3%, che andrà però ad assorbire l’elemento perequativo. Se prendiamo il salario mensile di un 5° livello (1.774 euro lordi), il 3% è pari a 53 euro, mentre l’elemento perequativo è circa 37 euro. La Fiom si presenta al tavolo della trattativa proponendo quindi per il 2016 un aumento di 16 euro lordi mensili. Nel caso di un 1° livello (1.297 euro lordi) il 3% corrisponde a 39 euro, quindi sottratto il valore del perequativo restano 2 euro lordi.</p>



<p>Le aziende pretendono inoltre la cancellazione di ogni automatismo residuo nel Ccnl: chiedono di eliminare gli scatti di anzianità in cambio di un sistema di premi – significa togliere l’ultimo pezzo di salario fisso per riconoscerlo a discrezione dell’impresa – e pongono il tema anche sulla effettiva erogazione salariale; premi e salari si possono dunque riconoscere solo rispetto a obiettivi di produttività. Sugli orari la proposta Fiom appare fortemente negativa, con l’introduzione della 4ª squadra fino a 18 turni e della 5ª oltre i 18 turni che, più che “rafforzare i livelli occupazionali”, come si afferma a parole, avrà come effetto la normalizzazione del lavoro il sabato e la domenica. Del resto su questo tema basta vedere come sta andando alla Fca di Marchionne, dove in molti stabilimenti si lavora su 20 turni (2).</p>



<p>Non mancano le clausole di “raffreddamento del conflitto” attraverso l’istituzione di un sistema negoziale tra sindacati e azienda per la risoluzione delle controversie, né l’accordo sulla sanità integrativa. Infine un esplicito incoraggiamento all’utilizzo del part time, il cui ricorso (anche forzato, visto che grazie al Jobs Act le tutele del contratto sono del tutto saltate) concede all’azienda la possibilità di regolare al meglio la quantità di forza lavoro in relazione alla domanda produttiva. Ma persino queste proposte moderate avanzate dalla Fiom paiono essere eccessive agli occhi delle aziende: nell’ultimo incontro del 2015 Federmeccanica ha ribadito la volontà di non corrispondere alcun aumento per il 2016 e solo aumenti irrisori destinati a pochissimi lavoratori per il 2017.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.fiom-cgil.it/web/attachments/article/2585/15_10_24-piattaforma-cnnl.pdf" target="_blank"><em>La Piattaforma della Fiom-Cgil per riconquistare un rinnovato Contratto nazionale collettivo di lavoro con Federmeccanica e Assistal</em></a>, ottobre 2015</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Clash City Workers,<a rel="noreferrer noopener" href="http://clashcityworkers.org/lotte/interviste/1996-melfi-operaie-fortunate.html" target="_blank"><em> Le fortunate di Melfi</em></a>, 13 maggio 2015</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">COMMERCIO</h4>



<p>Sottoscritto a marzo 2015, il rinnovo riguarda oltre 500 mila lavoratori impiegati nei settori della piccola e grande distribuzione. Il nuovo contratto ricalca il precedente accordo firmato dalle sole Cisl e Uil nel 2011, con la Cgil che quindi ha deciso di accodarsi alla piattaforma degli altri due sindacati confederali, rinunciando alle velleità di lotta, in verità mai messe in atto, espresse con il rifiuto di firmare il Ccnl in maniera unitaria nel 2011. In pratica vengono confermate le novità all’epoca introdotte per rendere gratuita alle aziende la possibilità di sfruttare il decreto Salva Italia, varato da Monti nel 2011, per liberalizzare gli orari e i giorni di apertura degli esercizi commerciali; anche in questo rinnovo infatti si conferma l’obbligatorietà del lavoro domenicale, equiparandolo a un normale giorno feriale, e quindi confermando il non pagamento degli straordinari e la precettazione in queste giornate.</p>



<p>Un rinnovo comunque depotenziato dal fatto che a partire dal primo gennaio 2014 i grandi del settore (Ikea, Auchan, Carrefour e altri) sono usciti da Confcommercio per confluire in Federdistribuzione, che dopo due anni è ancora priva di contratto nazionale. Anche in questa trattativa si era partiti dalla richiesta di restituzione di una quota salariale dovuta alla bassa inflazione, richiesta respinta ma al prezzo di aumenti minimi e grossi sacrifici in termini di orario per i lavoratori. Appena 85 euro di aumento parametrati al IV livello, in cinque rate (36 euro di media mensili), mente l’una tantum che doveva risarcire l’anno e mezzo di ritardo nel rinnovo sparisce: una rinuncia che, secondo l’opposizione interna alla Cgil, vale 255 euro per un quarto livello (1).</p>



<p>Si concorda inoltra l’inserimento della “clausola di flessibilità”, che consente all’impresa di obbligare il dipendente a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane, senza nemmeno pagare lo straordinario; le ore saranno infatti recuperate nell’arco dei dodici mesi successivi, a discrezione della proprietà. E sono addirittura previste deroghe al ribasso: a livello aziendale o territoriale sarà possibile concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno.</p>



<p>Viene inoltre sottoscritto una sorta di demansionamento in ingresso (alla faccia delle promesse con cui la Cgil si impegnava a lottare contro il Jobs Act durante la fase dei rinnovi contrattuali): in pratica si potranno assumere disoccupati e lavoratori senza stabilizzazione dopo l’apprendistato, con un contratto di 12 mesi, di cui sei con un sottoinquadramento di 2 livelli e altri sei di un livello; il sottoinquadramento potrà poi essere prolungato per altri 24 mesi in caso di trasformazione in contratto a tempo indeterminato. In aggiunta, per quanto riguarda l’apprendistato, il tasso di conferma scema dall’80 al 20%, e il tempo entro cui deve avvenire tale conferma si dilata da 2 a 3 anni.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Leonardo De Angelis (Sindacato è un’altra cosa &#8211; Filcams Lazio),&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.coordinamentorsu.it/doc/altri2015/2015_0330_ccnl%20terziario_rete.pdf" target="_blank"><em>Ccnl Terziario. Ma la Filcams è contraria al Jobs Act?</em></a>, 1 aprile 2015</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">TRASPORTI</h4>



<p>Il contratto collettivo del settore trasporti autoferrotranvieri (mobilità TPL) riguarda oltre 116 mila lavoratori. Proprio in quanto contratto dei lavoratori del trasporto pubblico locale è importante non solo per quel che riguarda le specifiche condizioni di lavoro, ma anche perché queste ultime si traducono nella qualità del servizio erogato ai cittadini. È evidente, infatti, che l’allungamento dei turni e dell’orario settimanale inevitabilmente finirà per influire su stanchezza, attenzione, concentrazione, efficienza degli autisti, tramutandosi in maggiori disagi e rischi per i passeggeri.</p>



<p>Innanzitutto occorre dire che un contratto collettivo mancava dal 2008, con gli stipendi fermi agli accordi del 2005, se si esclude l’aumento una tantum di 700 euro nel 2013. Tanta attesa però non è sfociata in un contratto migliore e risarcitorio per i mancati aumenti di questi otto anni. Anzi. L’accordo prevede di saldare l’arretrato con appena 600 euro una tantum (400 a gennaio 2016 e 200 ad aprile) che, sommati ai 700 già erogati nel 2013, diventano 1.300 euro: se li dividiamo per i 112 mesi senza aumenti (comprensivi di tredicesima e quattordicesima), sono 11,6 euro lordi mensili. Una miseria pagata per di più con anni di ritardo. Non va meglio sugli accordi che varranno da qui in avanti. I sindacati hanno accettato 100 euro al parametro 175, di cui 35 erogati alla firma, 35 a luglio 2016 e 30 a ottobre 2017. A conti fatti 23 euro medi mensili che solo nel 2017 diventano 67, quando ormai mancheranno solo tre mesi alla scadenza del Ccnl.</p>



<p>In merito agli orari di lavoro, viene prevista l’estensione del periodo del conteggio degli straordinari da 17 a 26 settimane (metà anno!). In pratica ogni sei mesi si contano le ore lavorate e lo straordinario verrà pagato solo se si superano le 39 ore di media (con un limite massimo che non dovrebbe eccedere le 48 ore di media a settimana, ma si tratta di un limite derogabile). Quindi sarà possibile lavorare 13 settimane per 50 ore e altre 13 per 28 ore: un lavoro a chiamata a tutti gli effetti, e un modo per non pagare lo straordinario. Per agevolare questa forma di sfruttamento l’orario massimo settimanale viene aumentato a 50 ore e lo straordinario totale annuo a 300 ore – anche questo derogabile in peggio: per esempio, in casi particolari (grandi eventi come Expo e Giubileo o in caso di difficoltà aziendali) sarà possibile aumentare l’orario di 60 minuti alla settimana e non conteggiare questo straordinario nel monte delle 300 ore. In aggiunta, se non si raggiungeranno altri accordi aziendali per saturare ulteriormente l’orario l’azienda potrà unilateralmente ridurre i tempi accessori (il tempo necessario per raggiungere un punto di cambio turno, per esempio) di 5 minuti a turno. Viene infine prevista la saturazione dell’orario a 39 ore effettive per tutti e, se l’orario di lavoro dovesse essere minore, viene previsto l’obbligo di lavoro supplementare ‘volontario’.</p>



<p>Non manca l’accordo sul welfare aziendale: i lavoratori saranno obbligati a versare 90 euro al fondo pensione Priamo, gestito da Cgil, Cisl e Uil insieme alle aziende del settore. Un fondo cui dovranno aderire tutti i lavoratori, anche coloro che non sono iscritti al sindacato.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stati, multinazionali, globalizzazione, crisi strutturale del capitalismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stati-multinazionali-globalizzazione-crisi-strutturale-del-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 09:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[manifattura]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1141</guid>

					<description><![CDATA[I conflitti del XXI secolo: multinazionali vs Stati, capitalismo finanziario vs capitalismo produttivo, economie avanzate vs industria semiperiferica: guerre in nome del profitto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Pedro Paez* e Vittorio Agnoletto</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>I conflitti del XXI secolo: multinazionali vs Stati, capitalismo finanziario vs capitalismo produttivo, economie avanzate vs industria semiperiferica: guerre in nome del profitto</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size">Incontro-dibattito&nbsp;<em>Le relazioni tra gli Stati nazionali e le imprese multinazionali nell’era della globalizzazione</em>, Facoltà di Scienze politiche, Università Statale di Milano, 23 ottobre 2014</p>



<p><strong>Pedro Paez</strong>. Nelle ultime tre/quattro decadi il mondo è stato dominato da un pensiero unico. Sfortunatamente non lo percepiamo come tale, per colpa della profondità con cui lo abbiamo interiorizzato, attraverso alcuni modelli di pensiero ben definiti, specifiche letture della Storia, della politica, della geopolitica che sono diventate dominanti rispetto ad altre; soprattutto abbiamo assimilato l’idea che le trasformazioni del capitalismo e della società moderna siano strutturalmente irreversibili. Quello che ci viene presentato oggi, in questa fase di crisi economica, è l’esistenza di una contrapposizione tra gli Stati nazione e le istituzioni transnazionali.</p>



<p>Occorre innanzitutto riflettere su che cosa sia l’istituzione statale: noi consideriamo lo Stato una realtà naturale come il vento, i fiumi, le montagne, mentre è una costruzione storica. Possiamo individuare proprio a Milano, sette secoli fa, con la famiglia Visconti, la nascita del prototipo del futuro modello di Stato dell’Europa dell’Ovest. Le successive trasformazioni, basate sull’umanesimo cattolico di San Tommaso ma soprattutto sul pensiero di Niccolò Cusano e sulla teoria politica di Macchiavelli, hanno creato le strutture fondanti della stessa istituzione dello Stato, regole interne e coerenti che non sono solo una questione di legittimità o di ideologia o di consenso, ma sono le regole del gioco dell’accumulazione capitalistica; norme che rendevano impossibile una modalità diversa di accumulazione, a meno di non violarle, rompendo i patti civili che erano alla base della società. Così come, precedentemente, il diritto romano aveva organizzato le dispute legali, fissando forme civili di risoluzione dei conflitti che si venivano a creare tra i differenti poteri del capitalismo all’interno del mercato, ancora prima che il capitalismo esistesse, più di 2000 anni fa.</p>



<p>Gli Stati nazione sono stati costituiti attraverso una coerente normativa gerarchica e piramidale che consentiva di aprire le porte a bilaterali e volontarie relazioni di mercato, perché quest’ultimo non può operare senza norme, o forse senza la finzione che esiste un volontario patto tra le parti, che agiscono su piani simmetrici e in accordo sulle transazioni. Occorre sempre tenere a mente che una transazione economica è un conflitto politico già risolto. La moneta stessa, ogni tipo di transazione monetaria, è una sublimazione della possibile violenza che coinvolge ogni disputa in merito all’equivalenza della transazione.</p>



<p>Lo stesso meccanismo della formazione dei prezzi non è una dinamica automatica: è un processo nel quale le logiche del capitalismo, che sono basate sul principio che si debba permanentemente massimizzare la differenza tra l’ammontare del denaro che si introduce nel mercato e quello che si estrae – la formazione del profitto – richiede un continuo processo aggiuntivo, una potenza di elaborazione, che non si trova all’interno del mercato, che non proviene dagli operatori originali, ma dagli Stati sovrani. Sono questi ultimi che attraverso il signoraggio, ossia la capacità e la possibilità di imporre arbitrariamente l’ammontare di moneta in circolazione con la sua emissione, incidono nella formazione dei prezzi. La massimizzazione del profitto richiede dunque una permanente frattura tra il denaro che si immette nel mercato, attraverso i prodotti, e quello che si estrae, con la vendita dei prodotti.</p>



<p>Non è un aspetto di poco conto. Sono il sistema nazionale del credito e quello della spesa pubblica che introducono nel mercato questa indispensabile capacità addizionale. Ciò significa che tutto l’apparato e l’intervento macroeconomico degli Stati non sta al di sopra del sistema capitalistico, ma ne è parte integrante; diversamente sarebbe impossibile per il capitale realizzare i profitti.</p>



<p>Lo sviluppo del capitalismo moderno operato sotto gli Stati è direttamente collegato, per esempio, alla pace di Westfalia del 1648, nella quale la giurisdizione delle nazioni nascenti su un determinato territorio stabiliva le condizioni di apertura del mercato interno e le normative giuridiche, in modo da fissare regole del gioco eguali per tutti; esigenze di base per la competizione, per il principio di accumulazione, primitiva o ordinaria, e la possibilità di una permanente introduzione di scienza e tecnologia nel processo lavorativo. In pratica venivano create, normate e sostenute le esigenze del capitale manifatturiero, che si evolveva di pari passo con il capitale commerciale e il capitale usuraio. È questa la reale dimensione, la profonda trascendenza, della costituzione degli Stati nazione.</p>



<p>Attualmente queste tre forme di capitale – manifatturiero, commerciale e usuraio – sono diventate figure di capitale pre-capitalistico. Nelle ultime decadi l’impresa ha conquistato la supremazia rispetto alla giurisdizione sovrana degli Stati, innescando un cambiamento che sta generando una permanente dinamica di erosione sia dei meccanismi di base dell’accumulazione moderna, ordinaria, che delle condizioni di stabilità politica, perché, lo ricordiamo, ogni transazione economica è un conflitto politico già risolto.</p>



<p>Prima di tutto dobbiamo capire che l’attuale crisi non è una crisi finanziaria: stiamo vivendo gli effetti dell’implosione finanziaria, ma questa è solo l’esplicitazione delle profonde conseguenze di una crisi strutturale della produzione avanzata. Gli anni d’oro del capitalismo sono stati il prodotto di una temporanea risoluzione della precedente crisi strutturale, che si è manifestata all’inizio del ventesimo secolo: sono state le due guerre mondiali ad aver risolto le crisi geopolitiche dei primi del Novecento, che erano crisi strutturali del sistema produttivo avanzato.</p>



<p>È stata la sconfitta delle forze fasciste, dopo la seconda guerra mondiale, che ha reso possibile la trasformazione della dinamica della distribuzione del reddito a livello globale, aprendo le porte all’aumento della produzione di merci attraverso una massiccia produzione industriale. Abbiamo avuto il New Deal negli Stati Uniti, la costruzione della socialdemocrazia in Europa, le diverse strategie nazionali che hanno coinvolto riforme molto importanti, agrarie e del lavoro, in Giappone, a Taiwan e nel Sud-Est asiatico; abbiamo avuto la decolonizzazione del Sud, l’espansione dell’industrializzazione nell’America latina, in India. Sono state create dinamiche di mercato coerenti con la velocità e l’orientamento del processo di accumulazione di quel periodo storico, ed è questo che ha prodotto gli anni migliori del capitalismo, la più alta creazione di profitti.</p>



<p>Ora cosa abbiamo? In qualche modo una ripetizione del medesimo processo. È stata creata, in termini geografici, una seconda geometria dell’industria produttiva semiperiferica. La prima è stata formata dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti, primo potere industriale, hanno investito forze nella ricostruzione dell’Europa e del Giappone; oggi abbiamo la seconda fase consequenziale, controllata da una struttura di potere sovranazionale. Gli Usa e la Gran Bretagna hanno creato le nuove condizione di dominio mondiale, un progetto nato all’interno della Trilaterl Commission e del gruppo Bilderberg, realtà che disegnano una stretta alleanza tra i vincitori e i perdenti dei conflitti mondiali.</p>



<p>La prima crisi strutturale del dopoguerra è esplosa negli anni Settanta, e il tentativo di risolverla è passato attraverso la dinamica della stagflazione, che però si è rivelata insufficiente. Sono stati quindi esplorati e creati nuovi assi geografici per l’industria semiperiferica, le Tigri asiatiche, per esempio. Poi negli ultimi anni, nel mezzo del tentativo di rimediare alla crisi strutturale, abbiamo avuto la formazione di una nuova semiperiferia: i BRIC. Questa economia emergente presenta però una nuova caratteristica: per la prima volta non si sviluppa in terre occupate militarmente. Ogni precedente formazione di un’industria semiperiferica era infatti nata sotto il diretto controllo della Nato, mentre Cina, India, Russia e Brasile non sono Stati occupati, e questo ha creato tensioni geopolitiche.</p>



<p>Il trasferimento del primato dell’industria dai vecchi ai nuovi attori e alla nuova semiperiferia ha però peggiorato i problemi originali della crisi strutturale, perché ogni avvio di produzione avanzata richiede la creazione di una capacità industriale aggiuntiva. Nel caso della Cina abbiamo avuto la compressione dei processi produttivi degli ultimi quarant’anni in meno di quindici anni, e non stiamo parlando della ripetizione dello stesso potere tecnologico ma di un potere avanzato di innovazione tecnologica. La Cina è passata dalla produzione per l’export di merci di consumo a bassa qualità alla produzione di beni ad alta qualità, e negli ultimi cinque-sei anni utilizzando le tecnologie più recenti, nel bel mezzo di una forte rivoluzione scientifica e tecnologica.</p>



<p>Nei primi cinque secoli l’introduzione della scienza e della tecnologia nel processo lavorativo ha creato una rivoluzione nel modo di produzione che è stata simile in tutte le zone geografiche in cui si è diffusa, e che ha sostituito qualsiasi altro sistema di produzione; oggi il capitalismo non ha fermato l’innovazione, ma sta cercando di rallentarla, per evitare di inondare il mercato con merci a basso prezzo che non sono in grado di garantire la rendita del profitto che il regime di monopolio consentirebbe. Il capitalismo, in pratica, ha raggiunto una capacità produttiva che è diventata controproducente per gli interessi del capitalismo stesso.</p>



<p>Oggi il livello di produttività creato dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche è tale che le imprese non fanno in tempo ad ammortizzare il costo dei macchinari, come facevano nella precedente fase del capitalismo, che una nuova tecnologia è già disponibile e li rende obsoleti. Una dinamica particolarmente evidente nel caso dei telefonini, dei computer, di alcuni nuovi materiali. Per questo oggi una lampadina è programmata per durare, per esempio, solo 1.000 ore: perché c’è bisogno di creare una domanda artificiale nel mercato, per ogni tipo di merce. La rivoluzione della produzione agricola negli anni Cinquanta era orientata ad aumentare la qualità dei prodotti, in relazione alla salute; la rivoluzione di oggi mira a introdurre i prodotti transgenici al fine di monopolizzare il controllo dei raccolti, e precludere a chiunque la possibilità di produrre in modo indipendente. Questa è una trasformazione irreversibile del capitalismo, perché è una contraddizione interna, ontologica al sistema, inevitabile, non un momento di confusione.</p>



<p>Per cercare di rispondere a questa crisi strutturale si è innanzitutto modellato il mercato. Dobbiamo per prima cosa analizzare la dinamica interna al sistema capitalistico, la sua ontologica contraddizione, il legame tra profitto e investimenti produttivi. Durante il primo regime di accumulazione abbiamo avuto una corrispondenza, una coevoluzione: alti profitti e alti investimenti. Le crisi cicliche sul piano macroeconomico che si sono verificate non erano altro che livelli coerenti con i differenti ritmi dell’accumulazione capitalistica. Con l’applicazione delle politiche neoliberiste e la conseguente globalizzazione, come prima mossa il capitale ha cercato di ritrovare lo stesso livello di produttività, e quindi ripristinare il livello dei profitti, aggredendo il capitale variabile, ossia la forza lavoro, delocalizzando nei Paesi a bassi salari.</p>



<p>Questo però ha innescato la seconda fase della crisi: per una trentina d’anni i profitti hanno registrato buoni livelli, ma il loro legame non era più con gli investimenti produttivi: era con la speculazione finanziaria. È lì che è stato dirottato il denaro non più destinato al rinnovamento tecnologico del processo di produzione. Il punto, oggi, è che se questo colossale ammontare di denaro che viene pompato nel mercato finanziario fosse immesso negli investimenti produttivi, la crisi strutturale della produzione avanzata potrebbe diventare ancora peggiore. È questa la contraddizione ontologica del capitalismo, e per questo la crisi è strutturale e non ciclica.</p>



<p>Questa economia finanziaria speculativa non ha nulla a che fare con l’economia reale. Non siamo nel processo per cui del denaro, sotto forma di credito, finanzia un progetto produttivo, che crea una merce, che genera un profitto, per pagare il debito iniziale. In questo caso c’è tutto l’interesse affinché il processo produttivo generi utili. Gli investimenti speculativi hanno al contrario l’interesse a precludere, a evitare la possibilità che quel debito venga ripagato. La speculazione cerca la speculazione. Per un tipo di capitalismo finanziario, quello tradizionale, è importante creare le condizioni affinché il debito sia restituito, ma per il capitalismo finanziario basato sulla speculazione conta unicamente preservare la speculazione stessa; e lo può fare solo tenendo i Paesi, le imprese, il lavoro, in una eterna schiavitù.</p>



<p>Al punto in cui siamo, entrambi i tipi di debito sono totalmente insostenibili. Quello tradizionale – debito privato delle famiglie, carte di credito, mutui ipotecari, debito pubblico – lo è divenuto per un problema strutturale di solvibilità, mentre la nuova generazione di debito finanziario che si è presentata in questa fase del capitalismo, la finanza dei derivati, è insostenibile per la sua stessa natura e composizione. Stiamo parlando di prodotti finanziari del tutto fuori controllo, che non poggiano su alcuna piattaforma contabile, strutturati su altri debiti, nella maggior parte dei casi assicurazioni senza premio e senza riserve, e quindi esterni al sistema dei debiti legati all’economia reale; prodotti che rappresentano un nuovo tipo di diritto, un nuovo titolo finanziario.</p>



<p>La finanza dei derivati segna da anni una crescita esponenziale sia rispetto al Pil globale che al debito finanziario nella sua totalità. Giusto per avere un ordine di proporzioni, oggi il Pil mondiale è intorno a 70 trilioni di dollari; il debito tradizionale rappresenta 220 trilioni di dollari; il debito della finanza dei derivati è equivalente a 1.500 trilioni di dollari. È una situazione insostenibile. È come il gioco delle sedie musicali: c’è un gruppo di danzatori e un numero inferiore di sedie, e quando la musica si ferma bisogna cercare di sedersi. Facendo un paragone, è come se ci fossero 7 sedie e 22 persone che ballano – e già così è insostenibile – e improvvisamente compaiono altri 150 giocatori, e il numero di sedie resta il medesimo. Esiste una sola soluzione per tenere in piedi il gioco: non fermare mai la musica. E l’unico modo per farlo è introdurre nuovi danzatori ogni cinque minuti, immettendo liquidità nel sistema. È questo che fanno la Bce, la Fed, la Banca del Giappone, la Banca svizzera e la Banca inglese.</p>



<p>Questa crisi è un enorme processo di espropriazione della capacità di prendere decisioni, a livello degli Stati nazione, delle istituzioni internazionali – come l’Onu, per esempio – e naturalmente dei lavoratori. Siamo davanti alla Cronaca di una morte annunciata. Non c’è niente di più drammatico di questo, e ha implicazioni politiche, morali, ideologiche e perfino religiose. Viviamo una situazione che non ha precedenti storici nel processo di monopolio. L’attuale concentrazione delle imprese multinazionali è qualcosa che non si è mai verificato prima, e non stiamo parlando dei paradisi fiscali e dell’economia sommersa ma di quella legale.</p>



<p>Ci sono 147 corporation, tra loro collegate da una fitta rete di connessioni di varia natura – proprietaria, finanziaria ecc. – che controllano il 40% del Pil mondiale (1). Le persone, le famiglie che possiedono queste 147 corporation, sono le principali responsabili della crisi finanziaria, sono gli autori della corruzione, dell’incompetenza, di questa permanente violazione delle leggi che loro stessi hanno imposto a noi e alla società. Stanno distruggendo le regole e i privilegi del precedente regime che ha sostanziato il capitalismo moderno, che di colpo è divenuto superfluo. Viviamo in un fase di accelerazione del processo di erosione delle istituzioni capitalistiche che lo stesso capitalismo ha creato.</p>



<p>Questo sistema bancario collaterale, il cosiddetto shadow banking system, il sistema bancario ombra, che gestisce la finanza speculativa, è nel cuore stesso delle istituzioni finanziarie: sono le banche troppo grandi per fallire e troppo grandi per andare in prigione. Il concetto di shadow banking è un eufemismo, perché è la gestione in ombra delle banche legali, la parte non regolata che non presentano alle Autority: J.P. Morgan, Unicredit, Societe Generale, Deutsche bank, Barclays ecc. È chiaro che questo sistema è illegale, ma viene portato avanti con arroganza.</p>



<p>Tutto questo avviene nel mezzo di una feroce disputa di potere, anche geopolitica, che si gioca dentro la Trilateral. Per primo è stato provocato il crollo del capitalismo giapponese, con gli accordi del Plaza e del Louvre, che hanno generato la crisi delle banche nipponiche e innescato una depressione che il Giappone vive da venticinque anni; adesso è il momento del continente europeo. Il deterioramento degli indicatori macroeconomici dell’Europa sono la diretta conseguenza dei rimedi messi in atto contro la crisi strutturale: la crisi dei debiti pubblici non è una crisi degli Stati nazione ma del capitalismo, ed è stata introdotta dalle politiche di austerity, le stesse politiche che furono applicate nell’America latina e che sono mirate a togliere ossigeno, a installare una cronica crisi fiscale e finanziaria e a provocare una implosione della situazione sociale.</p>



<p>Quindi la tremenda tensione che stiamo vivendo non è solo una guerra di classe, della classe capitalistica mondiale contro i lavoratori, ma è anche una feroce guerra tra due tipi di capitalismo: finanziario e produttivo. L’orientamento compulsivo verso una deregolamentazione sempre più vasta è stato messo in opera con il supporto e la complicità di tutte le istituzioni finanziarie, quelle che erano nate con gli accordi di Bretton Woods e che originariamente erano parte integrante del meccanismo di rinforzo della capacità degli Stati di regolamentare e intervenire nel mercato; dopo la distruzione degli accordi da parte della City londinese nel 1971 – perché l’avvio l’hanno dato le banche della City e non quelle di Wall Street – quelle istituzioni si sono trasformate nei pilastri dell’ideologia neoliberista, della globalizzazione e della insostenibilità del sistema, e hanno aperto una guerra distruttiva contro gli Stati.</p>



<p>Questa differenza tra la logica dell’accumulazione del capitale finanziario collegato al capitale e al processo produttivo, e la logica del capitale speculativo, è una contraddizione irrisolvibile del capitalismo, che si sta esprimendo anche sugli equilibri mondiali perché è anche una crisi di egemonia. Da qui la forte tensione geopolitica che viviamo oggi, del tutto simile a quella di un secolo fa, prima che scoppiasse la guerra. Ed è per questo che l’espressione geopolitica di questo conflitto potrebbe essere di nuovo la guerra. Perché la guerra è l’unica soluzione che prevede l’agenda del capitale speculativo, nel caso in cui i meccanismi messi in atto contro la crisi strutturale non riescano a far aumentare nuovamente i profitti nell’economia reale. Provocare ogni tipo di conflitto, finanziare ogni parte coinvolta, vendendo armi, e poi distribuire contratti e appalti per la ricostruzione, è l’unico modo per ripristinare la logica di accumulazione dell’economia reale. Naturalmente nel nome della democrazia e della libertà. Quel meccanismo che la comunità internazionale chiama ‘cambi di regime’.</p>



<p><strong>Vittorio Agnoletto</strong>. In merito alla finanza speculativa, si stima che globalmente, ogni giorno, avvengano circa 4 miliardi di transazioni finanziarie, e che l’80% di queste siano di tipo speculativo. Per comprendere cosa siano i derivati finanziari possiamo fare un esempio: oggi sei grandi multinazionali controllano il 50% della produzione dei cereali dei prossimi cinque anni nella Borsa mondiale dei cereali a Chicago. Quei cereali ora non sono sul mercato, in gran parte devono ancora essere coltivati, ma la compagnia multinazionale ha un documento di carta, un certificato, dove risulta che sarà proprietaria di gran parte dei cereali che verranno prodotti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="615" height="394" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura1.jpg" alt="" class="wp-image-1142" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura1.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura1-300x192.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura1-600x384.jpg 600w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /><figcaption>Figura 1. La Piramide della ricchezza globale. Fonte: The Global Wealth Report 2014, Credit Suisse</figcaption></figure></div>



<p>Ci sono delle conseguenze ovvie: la possibilità di costruire dei cartelli monopolistici e di decidere dove e come coltivare – il dove è importante, perché un Paese può passare da un meccanismo di sovranità alimentare, a filiera corta, ossia dove la produzione è legata al consumo, a produzioni monopolistiche finalizzate all’esportazione. Ma c’è un secondo passaggio: il foglio che attesta la produzione futura di cereali ha un valore in sé, da giocare nel meccanismo finanziario come prodotto derivato; la multinazionale lo immette quindi nel mercato speculativo e questo titolo assume autonomia propria, e a un certo punto si slega completamente dalla merce che in teoria rappresenta (che già esiste o che ancora deve essere prodotta). Questo derivato finanziario viene poi spezzettato, diviso in tante piccole parti, mescolato ad altri pezzi di carta, altri derivati, che rappresentano altre merci, e trasformato in quei derivati finanziari tossici di cui nessuno conosce la composizione e che stanno dentro gli interscambi tra le diverse banche – e che sempre più spesso vengono rifilati a ignari cittadini. C’è poi un’ulteriore conseguenza nel caso della Borsa dei cereali di Chicago, perché il prodotto che sottostà ai derivati finanziari è un alimento, un cibo, e quindi è importantissimo.</p>



<p>Allargando il discorso sul piano generale, occorre per prima cosa mettere dei punti fermi. Il Global Wealth Report 2014 dell’istituto di ricerca della Credit Suisse riporta, come tutti gli anni, la Piramide della ricchezza globale (Figura 1): lo 0,7% della popolazione controlla il 44% della ricchezza del mondo, e il 7,9% controlla il 41,3%; questo significa che l’8,6 della popolazione controlla l’85,3% della ricchezza. Abbiamo poi, sull’altro lato, il 69,8% della popolazione mondiale, cioè i due terzi, che hanno una ricchezze pari al 2,9%. È una piramide che cresce di anno in anno: la punta diventa sempre più piccola e la base si allarga.</p>



<p>Il Tax Justice Network di John Christensen ha pubblicato una mappa (Figura 2) dove, alla base, sono rappresentate le cento maggiori concentrazioni economiche, e 41 di queste non sono Stati ma multinazionali. Quindi abbiamo delle imprese private che hanno una ricchezza estremamente maggiore di tante nazioni, e non solo di Paesi dell’Africa o dell’Asia ma anche europei. Possiamo dire che se la mia generazione studiava la Storia come relazione tra Stati e tra governi, oggi esiste un nuovo soggetto: le multinazionali.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="615" height="434" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura2.jpg" alt="" class="wp-image-1143" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura2.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura2-300x212.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura2-600x423.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/paez-agnoletto-figura2-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /><figcaption>Figura 2. State of corporate power 2012. Fonte: Transnational Institute (TNI)</figcaption></figure></div>



<p>Le corporation hanno però una caratteristica che crea un rapporto totalmente asimmetrico con i Paesi: uno Stato ha delle leggi, più o meno democratiche, e un problema di consenso e di condivisione, mentre la struttura interna delle multinazionali è gerarchica, piramidale, non ha un mandato democratico e ha un unico obiettivo: rispondere ai propri azionisti, e quindi massimizzare i profitti.</p>



<p>Ormai da qualche anno, questo ‘gioco’ tra multinazionali e Stato ha occupato un grande spazio. Le prime rivendicano i propri diritti rispetto ai secondi, e fanno causa ai Paesi se non vengono tutelati i loro profitti. Esistono una serie di esempi interessanti. Tra le istituzioni internazionali nate dopo Bretton Woods vi è la Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha al proprio interno una serie di accordi denominati Trips, che riguardano la proprietà intellettuale sui brevetti (2). Significa, per esempio, che un’azienda farmaceutica che mette sul mercato un nuovo farmaco rimane l’unica a poterlo produrre per vent’anni, e quindi ha la possibilità di stabilire il prezzo e anche il mercato: può tenere un prezzo basso e cercare di venderlo a un numero molto alto di Paesi, oppure può alzarlo riducendo così la possibilità di accesso al farmaco.</p>



<p>Nel 1994 Nelson Mandela diventa presidente del Sudafrica; in quell’epoca, il 35-40% delle donne sudafricane tra i 14 e i 40 anni è sieropositivo, quindi condannato a morte. Mandela tenta una trattativa con Big Pharma ma non ottiene nulla, e quindi decide di dare la possibilità alle aziende farmaceutiche sudafricane di introdurre nel Paese i farmaci per l’Hiv senza rispettare i brevetti. Trentanove multinazionali farmaceutiche, capitanate dalla Glaxo Wellcome, fanno causa al governo sudafricano presso un organo particolare del Wto, una specie di tribunale, che deve decidere sulla vertenza, accusando il Sudafrica di non rispettare gli accordi Trips. In seguito a una campagna mondiale e all’organizzazione della società civile, nell’aprile del 2001 le corporation fanno marcia indietro: Mandela non ottiene la possibilità di produrre tutti i farmaci, ma riesce almeno a firmare un accordo che prevede la disponibilità in Sudafrica di alcuni antiretrovirali a prezzi contenuti. Tiene poi un discorso divenuto famoso nel quale afferma che centinaia di migliaia di persone sono morte, e potevano essere salvate, o perlomeno vivere più a lungo, se i farmaci fossero stati disponibili.</p>



<p>La stessa vertenza si sviluppa qualche anno dopo con il Brasile, che ha un’economia più forte e quindi riesce a risolverla attraverso una trattativa con Big Pharma. Non riesce a fare la stessa cosa Portorico, che non è in grado di avere accesso ai farmaci e perde la causa di fronte al tribunale del Wto.</p>



<p>Andiamo avanti con gli anni e arriviamo all’aprile 2013, quando si conclude la prima fase di un’altra causa estremamente importante: allo scadere del brevetto del Glivec, un farmaco antitumorale prodotto dalla Novartis – che ha fruttato alla multinazionale, nel solo 2012, 4,6 miliardi di dollari di profitti – l’India introduce dei farmaci generici con lo stesso principio attivo del Glivec; ma la Novartis mette sul mercato una nuova versione del farmaco del quale ha modificato leggermente la composizione, ottenendo così una molecola che viene pubblicizzata come più efficace e sicura, e per questo motivo chiede il prolungamento nel tempo della durata del brevetto e quindi il diritto esclusivo alla produzione. Ma nel frattempo le industrie indiane hanno iniziato a produrre il generico per conto loro, ed è a questo punto che la Novartis protesta chiedendo sia rispettato il diritto alla ‘proprietà’, e affermando che la legge nazionale è in contrasto con gli accordi Trips. Il governo indiano sostiene invece che le modifiche apportate non rappresentano una tale innovazione da legittimare la richiesta di un prolungamento del brevetto: è semplicemente un escamotage dell’azienda per poter continuare ad agire in regime di monopolio.</p>



<p>In termini economici, la terapia con il farmaco brevettato costa 2.000 dollari al mese, quella con il generico 100 dollari. Nel 2006 la Novartis apre la causa e nell’aprile 2013 la perde davanti al Tribunale supremo indiano. Ora si vedrà presso quale istituzione la multinazionale deciderà di fare ricorso.</p>



<p>Abbiamo poi un altro esempio: una decisione dell’Organizzazione mondiale della sanità con cui l’Oms ha chiesto a tutti i Paesi di attivare campagne e leggi contro il fumo in nome della tutela della salute. Questo invito viene raccolto da molte nazioni, in particolare dall’Australia e dall’Uruguay, che delibera leggi molto severe sul fumo – in quel momento presidente del Paese è un oncologo, quindi una persona particolarmente sensibile sull’argomento. La Philip Morris denuncia l’Uruguay, e avendo sede in Svizzera utilizza un vecchio trattato bilaterale e apre la causa davanti a un ‘tribunale’ collocato presso la Banca mondiale. Nel giro di un anno e mezzo sarà presa la decisione, che stabilirà non solo il futuro della legge sul fumo dell’Uruguay ma anche se lo Stato dovrà pagare o meno una multa per avere danneggiato gli interessi della multinazionale. A oggi il Paese ha pagato 8 milioni di spese legali, e se perde la causa rischia di dover versare una multa pari al 5% del Pil.</p>



<p>Siamo in una situazione in cui non ci sono legislazioni internazionali democratiche e approvate dall’Onu a dirimere questi conflitti, mentre ci sono degli organismi, Wto, Fmi e Bm, che hanno delle strutture al loro interno che funzionano come veri e propri tribunali. I casi sono tantissimi: la Myers ha fatto causa al Canada perché il Paese è intervenuto a limitare l’esportazione del Pcv, un prodotto assolutamente dannoso, e la multinazionale ritiene di essere stata colpita nei propri interessi; sempre in Canada, Insurance Bureau of Canada, un’impresa privata, ha fatto causa a una regione del Paese perché ha incentivato e favorito, con una legge e con sussidi economici, lo sviluppo di un’assicurazione pubblica, andando a colpire l’interesse dell’assicurazione privata; l’Ecuador è attualmente coinvolto in una vertenza con la Chevron, e anche in questo caso il problema riguarda quale struttura sarà chiamata a giudicare.</p>



<p>Questo discorso ci porta alla discussione attuale sul Ttip, l’accordo transatlantico tra Europa e Stati Uniti che non è ancora stato approvato e che formalmente ha lo scopo di abbassare ogni dazio doganale. Ma da tempo non ci sono più i dazi classici tra Ue e Usa. Quello che viene vissuto come dazio è la scelta dei Paesi di avere delle leggi che tutelano i diritti umani, l’ambiente, la sicurezza. Uno dei punti fondamentali di questo accordo riguarda proprio il rapporto multinazionali/Stati che abbiamo visto finora: una corporation fa un investimento in un Paese, in Italia per esempio, e calcola che in base alla situazione presente può prevedere che nei prossimi due/tre anni guadagnerà una determinata cifra e distribuirà agli azionisti un determinato dividendo. Ma se in quei due/tre anni l’Italia delibera una legge di tutela ambientale per cui alza la soglia sull’uso di un prodotto che può nuocere alla salute, oppure fissa una normativa diversa sull’orario di lavoro, nella direzione di una maggior tutela dei lavoratori, la multinazionale può stabilire che quelle leggi danneggiano i suoi profitti, e quindi può fare causa e avviare un processo contro lo Stato italiano. A questo punto viene investito un organismo, Isds, Investor of State dispute settlement: la multinazionale sceglie un proprio legale in una lista di grandi studi di avvocati internazionali, lo stesso fa lo Stato italiano, i due avvocati designati scelgono dalla stessa lista e di comune accordo un terzo avvocato che è chiamato a decidere e non c’è possibilità di ricorso.</p>



<p>Quelle che si stanno svolgendo per la stesura del Ttip sono trattative molto riservate ma, anche se con difficoltà, i movimenti sociale sono riusciti a sollevare un po’ di attenzione. Non dimentichiamo che esiste già il Tpp (Trans-Pacific Partnership), un accordo che coinvolge gli Stati Uniti e dodici Paesi dell’Asia e che ha moltiplicato le cause intentate da multinazionali contro degli Stati. Ancora una volta si pone il problema del rapporto tra Paesi e corporation: se un Parlamento approva una legge, è legittimato a farlo da un voto ricevuto dai cittadini, mentre la multinazionale rivendica il raggiungimento del profitto come diritto superiore a una legge statale. È un futuro in cui saremo coinvolti anche noi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Economista, ecuadoregno, autore di diversi libri sulle politiche macroeconomiche alternative, l’integrazione regionale, le lotte contro i monopoli, la crisi delle politiche monetarie; nel 2006 è stato vice ministro dell’Economia dell’Ecuador e dal 2007 al 2008 ministro dell’Economia e presidente del Consiglio del Commercio estero e degli investimenti; nel 2007 ha assunto la presidenza della Commissione presidenziale per la conformazione della nuova architettura finanziaria &#8211; Banca del Sud; da 2012 è responsabile della Sovrintendenza di controllo del potere di mercato, un nuovo organismo di controllo e regolazione della concorrenza e di lotta contro i monopoli e gli abusi di potere di mercato; è membro della Commissione Stiglitz sulla riforma del sistema monetario e finanziario internazionale e del Gruppo di Parigi</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Stefania Vitali, James B. Glattfelder, Stefano Battiston,<em> The network of global corporate control,</em> Zurigo, settembre 2011</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/globalizzazione-capitale-lavoro/" data-type="post" data-id="1803" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Globalizzazione, capitale, lavoro</a></em>, Paginauno n. 36/2014</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
