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	<title>patriarcato &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>patriarcato &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>L’altro carcere. La detenzione femminile tra doppia trasgressione e aggravio di pena</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/laltro-carcere-la-detenzione-femminile-tra-doppia-trasgressione-e-aggravio-di-pena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Caterina Cazzola</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“La presa di coscienza dell’istituzione carceraria femminile è avvenuta in un secondo momento rispetto alla nascita del carcere, quando la storiografia, la sociologia, la filosofia e gli studi di genere, anche di stampo femminista, hanno approfondito l’argomento, mostrando un vuoto: le elaborazioni teoriche sui penitenziari avevano infatti trattato come neutro ciò che in realtà neutro non era: il carcere era sempre stato genderizzato.” Così ci introduce al tema Costanza Agnella, assegnista di ricerca in Sociologia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Eppure ancora oggi, quando si parla di donne e carcere, il focus è unicamente sull’aspetto della maternità, nell’ottica di proteggere il legame madre-figlio e gli interessi del minore. Ma la donna non è certo solo questo. Cosa significa essere detenute in una struttura, di fatto, a misura maschile? Comporta un aggravio di pena per le donne? Comporta un minor accesso a corsi professionalizzanti e maggior difficoltà di reinserimento a fine pena? E come viene percepita socialmente la donna che commette un reato? Esiste tuttora una condanna morale per aver trasgredito non solo alla legge, ma al ruolo sociale di genere che la società le impone? In altre parole, il carcere finisce per essere lo specchio di una società che non è ancora riuscita a liberarsi dei fantasmi del patriarcato?</p>



<p>Con uno sguardo di insieme e un focus sul carcere della Dozza di Bologna, tra dati, report, analisi e interviste, abbiamo viaggiato all’interno dell’universo della carcerazione femminile, per cercare risposte alle nostre domande e tentare di comprendere cosa significhi oggi essere una detenuta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri</h4>



<p>Al 31 marzo 2025 (1) sono 2.703 le donne recluse nelle carceri italiane, pari al 4,3% della popolazione detenuta complessiva. Una percentuale che è rimasta sostanzialmente stabile nel corso degli ultimi decenni. Il censimento più recente che offre l’associazione Antigone, nel report <em>Senza respiro</em> del 29 maggio scorso, restituisce una fotografia altrettanto statica dei crimini femminili: la categoria maggiormente rappresentata si conferma essere quella dei reati contro il patrimonio, che alla fine del 2024 rappresenta il 29,1% (contro il 23,6% per i detenuti uomini); seguono i reati contro la persona (18,6%) e legati alla droga (14,1%), entrambi in linea con le percentuali maschili; infine i reati collegati alle armi (2,4% per le donne e 6,4% per gli uomini) e l’associazione di stampo mafioso, che pesa il 4,1% sui reati femminili e il 6,4% su quelli maschili.</p>



<p>La Relazione annuale dell’anno giudiziario 2025 (2), che riporta dati al 30 giugno 2024, aggiunge che le detenute, pur costituendo una porzione esigua sul totale delle persone carcerate, partecipano in modo significativo alle attività istruttive e lavorative che si svolgono all’interno degli istituti: 1.254 donne lavorano, quasi il 50%, con un lieve incremento di occupazione rispetto all’anno precedente. 1.025 sono alle dipendenze della stessa amministrazione penitenziaria e 229 di datori di lavoro esterni. All’interno delle carceri, quindi, lavorano più le donne che gli uomini: il 50% contro il 32,9% della popolazione carceraria complessiva.</p>



<p>Quella femminile sembrerebbe pertanto una situazione di restrizione quasi ‘privilegiata’, caratterizzata da numeri bassi, scarsa pericolosità dei reati e alto livello di professionalizzazione, teso a un più veloce reinserimento sociale. Eppure, dall’incrocio dei dati di Antigone (3) e del dossier <em>Morire di Carcere</em> di Ristretti Orizzonti (4), emerge un’altra realtà e non è rassicurante. Non è nuovo il numero allarmante di persone che si toglie la vita negli istituti di pena: 70 suicidi nel 2023, <em>almeno </em>91 nel 2024 – <em>almeno</em> perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare –, 61 tra il 1° gennaio e il 13 settembre 2025. Disaggregando i numeri per genere, Antigone evidenzia come nel 2023 il tasso di suicidi femminili sia sensibilmente superiore a quello maschile: il primo si attesta a 16 casi ogni 10.000 persone, il secondo a 11,8. In aggiunta, il 63,8% delle donne fa regolarmente uso di psicofarmaci, contro 41,6% degli uomini. Spicca anche il dato relativo agli atti di autolesionismo: 31 ogni 100 donne, più del doppio dei 15 ogni 100 registrati tra i detenuti uomini. Tutti numeri rimasti stabili e che indicano  livelli elevati di tensione e malessere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La questione di genere</h4>



<p>È evidente allora che a dispetto di generiche statistiche, per le donne il carcere sia particolarmente più gravoso da un punto di vista psicologico. Viene dunque da chiedersi se la differenza di genere, accanto alle ovvie diversità dovute a fattori biologici, dovrebbe imporre alla detenzione femminile un’altra strutturazione rispetto alla carcerazione maschile&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Antropologia. Dalle società matrilineari al patriarcato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/antropologia-dalle-societa-matrilineari-al-patriarcato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo sguardo millenario dell’antropologia. Dalle società matrilineari a quelle patrilineari al patriarcato: dove eravamo per capire dove siamo e come ci siamo arrivati]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Jacques Dupuis</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lo sguardo millenario dell’antropologia. Dalle società matrilineari a quelle patrilineari al patriarcato: dove eravamo per capire dove siamo e come ci siamo arrivati</p>
</blockquote>



<p><em>L&#8217;antropologia, l’etnologia, la storia, lo studio dei miti e delle religioni sono tra i saperi che ci consentono di capire il presente andando a ritroso nel passato – movimento indispensabile per qualunque processo di comprensione. Se è vero che l’attuale società italiana non può essere definita patriarcale – nel significato complessivo, preciso e storico del termine – è altrettanto vero che il patriarcato non è alle nostre spalle; non è alle spalle di alcuna società del XXI secolo.</em></p>



<p><em>Da un lato, non può che essere così: Jacques Dupuis – storico, geografo, etnologo e antropologo – nel suo testo </em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Storia-della-paternita-Jacques-Dupuis.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Storia della paternità<em> (Edizioni Paginauno)</em></a><em> di cui pubblichiamo qui un estratto, ci insegna come i cambiamenti sociali collegati alle credenze in noi radicate – la doxa, direbbe Bourdieu – abbiano ritmi più che secolari: il ruolo maschile nella procreazione fu scoperto intorno al V millennio a.C., eppure le società patrilineari si affermano, sostituendo l’organizzazione matrilineare precedente, solo a partire dal IV e III millennio a.C.; la patriarcalizzazione delle società avviene ancora successivamente, verso il II millennio a.C. Certo le società contemporanee mutano molto più rapidamente di quelle del Neolitico e dell’antichità, ma non così velocemente come si vuole pensare quando si tratta delle strutture identitarie che riverberano nell’organizzazione sociale. Il patriarcato è un sistema millenario, non possiamo certo credere di liberarcene in qualche decina d’anni.</em></p>



<p><em>Dall’altro lato, solo se si comprendere quanto la società odierna, anche se ha mosso i primi timidi passi in una diversa direzione, sia ontologicamente patriarcale, possiamo parlare di patriarcato con onestà intellettuale; perché non si tratta unicamente di una forma mentis penetrata in tutti noi, uomini e donne, ma dell’organizzazione sociale nella sua interezza. “Prima della nascita del concetto di paternità,” scrive Dupuis, “l’Uomo conosceva solamente delle strutture protofamiliari incentrate sulla figura della madre, una vita religiosa ispirata al tema della fecondità della donna e una vita sessuale caratterizzata dal libero appagamento del desiderio; in seguito alla presa di coscienza della paternità, si viene a formare gradualmente la struttura che noi chiamiamo famiglia</em> <em>[e la coppia monogamica], nuovi dei spodestano le teogonie primitive e anche la vita sessuale viene riorganizzata in base a un determinato ordine”. L’intera società si rivoluziona, in Occidente così come in Oriente. Ed è ancora lì che oggi viviamo.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Le società matrilineari</h4>



<p>Risulta evidente che fintanto si ignorò l’esistenza della paternità (scoperta a partire dal V millennio a.C.), fu impossibile organizzare la società in nome del padre. La funzione procreatrice era riconosciuta solamente alla donna e per questo la prima organizzazione sociale fu matrilineare. […]</p>



<p>L’avvento del Neolitico è legato alla nascita dell’agricoltura che ha aperto una nuova era nell’organizzazione delle società. Nel Vecchio Mondo le prime tracce di un’economia agricola appaiono a partire dal VII millennio in Cina, in Egitto, nel Paese dei Sumeri; anche molto prima, nel IX e VIII millennio, in alcune regioni della mezzaluna fertile (Palestina, Mesopotamia). Nel Nuovo Mondo la messa a coltura delle piante avviene in epoca più tarda: comparve infatti in Messico verso la metà del III millennio. […]</p>



<p>Quando le società più avanzate cominciarono a diventare sedentarie, i primi insediamenti umani riunivano delle comunità biologiche, gruppi consanguinei collegati esclusivamente attraverso le madri […]. Questi gruppi biologici, come è stato ben evidenziato da uno dei più acuti storici della famiglia, A. Giraud-Teulon, erano compatti “per abitudine, per necessità, per un istintivo sentimento di fratellanza”. […]</p>



<p>In queste comunità, soggette per necessità alla remota endogamia, i rapporti sessuali erano liberi da ogni divieto: gli storici della famiglia hanno definito questa fase come “promiscuità”. A tale riguardo non abbiamo testimonianze proprie dell’epoca in quanto non esisteva la scrittura; le si ritroveranno più tardi, attestate nell’eredità mitologica […].</p>



<p>La crescente densità demografica sulla terra e i più frequenti rapporti tra i gruppi umani favorirono la rottura degli isolati demografici. È in questo contesto che ebbero inizio le migrazioni tra i clan, che rendevano possibili rapporti sessuali tra individui non consanguinei. […] È probabile che queste migrazioni primitive dessero origine a degli accoppiamenti collettivi. […]</p>



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		<item>
		<title>Le ragazze stanno bene?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/le-ragazze-stanno-bene/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[L’indagine di Save the Children e IPSOS tra gli adolescenti: il 29% ritiene che il modo di vestire e/o comportarsi di una ragazza possa contribuire a provocare la violenza sessuale e il 43% afferma che se una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale il modo di sottrarsi lo trova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Save the Children e IPSOS</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-85-febbraio-marzo-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 85, febbraio – marzo 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’indagine di Save the Children e IPSOS tra gli adolescenti: il 29% ritiene che il modo di vestire e/o comportarsi di una ragazza possa contribuire a provocare la violenza sessuale e il 43% afferma che se una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale il modo di sottrarsi lo trova</p>
</blockquote>



<p><em>Il</em> <em>13 febbraio Save the Children e IPSOS hanno pubblicato il risultato di un sondaggio condotto a dicembre scorso tra 800 adolescenti fra i 14 e i 18 anni, avente per oggetto le relazioni sentimentali e i comportamenti violenti e di controllo; ne risulta la fotografia di una realtà che ha ancora molti passi da fare per uscire dal patriarcato, ancor più considerando la giovane età degli intervistati. Si aggiunge l’impressione che smartphone, nuove tecnologie e social siano diventati strumenti di una nuova modalità di oppressione e controllo. Pubblichiamo un estratto del comunicato stampa, qui è possibile leggere il Report completo <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-ragazze-stanno-bene" data-type="link" data-id="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-ragazze-stanno-bene" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Le ragazze stanno bene? Indagine sulla violenza di genere onlife in adolescenza”</a> e l’<a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/violenza-onlife-indagine-ipsos-e-save-the-children" data-type="link" data-id="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/violenza-onlife-indagine-ipsos-e-save-the-children" target="_blank" rel="noreferrer noopener">indagine integrale</a>.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Come vengono vissute le relazioni sentimentali nell’adolescenza? Quanto sono considerati normali e accettati comportamenti violenti e di controllo e quanto pesano gli stereotipi di genere, anche negli ambienti digitali? Come interpretano le ragazze e i ragazzi il consenso al rapporto sessuale?</p>



<p>Il 30% degli adolescenti sostiene che la gelosia è un segno di amore e per il 21% condividere la password dei social e dei dispositivi con il partner è una prova d’amore.&nbsp;Il 17% delle ragazze e dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni pensa possa succedere che in una relazione intima scappi uno schiaffo ogni tanto. E in effetti, quando si passa dalle opinioni alle esperienze, quasi uno/a su cinque (19%) di chi ha o ha avuto una relazione intima dichiara di essere stato spaventato dal/lla partner con atteggiamenti violenti, quali schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti. In una dimensione delle relazioni sempre più onlife, al 26% degli adolescenti che hanno o hanno avuto una relazione è capitato che il/la partner creasse un profilo social falso per controllarlo/a. L’11% di tutti gli intervistati ha dichiarato che le proprie foto intime sono state condivise da altre persone senza il proprio consenso.</p>



<p>Sono queste solo alcune delle evidenze emerse dal sondaggio inedito (1) sulla violenza onlife nelle relazioni intime tra adolescenti in Italia, realizzato da Save the Children in collaborazione con IPSOS e pubblicato nel rapporto “Le ragazze stanno bene? Indagine sulla violenza di genere onlife in adolescenza” [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">La violenza sessuale e la colpevolizzazione delle vittime</h4>



<p>Il 43% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che se davvero una ragazza non vuole avere un rapporto sessuale con qualcuno/a, il modo di sottrarsi lo trova. La percentuale di chi lo dichiara è più alta tra i ragazzi (46%), ma è elevata anche tra le ragazze.</p>



<p>Sulla stessa linea le opinioni rispetto ad altre forme di attribuzione di responsabilità della vittima nella violenza sessuale: ben il 29% degli adolescenti è molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire e/o di comportarsi, mentre il 24% pensa che se una ragazza non dice chiaramente “no” vuol dire che è disponibile al rapporto sessuale (26% tra i ragazzi e 21% tra le ragazze). Infine, il 21% (senza alcuna differenza percentuale tra ragazze e ragazzi) è molto o abbastanza d’accordo con il fatto che una ragazza, seppur sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o di alcol, sia comunque in grado di acconsentire o meno ad avere un rapporto sessuale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il consenso tra percezione e comportamento</h4>



<p>Quanto al consenso a un rapporto sessuale, il 90% ritiene necessario chiederlo sempre anche all’interno di una relazione di coppia stabile, ma per molti questa convinzione teorica non si traduce facilmente in un comportamento, visto che poi il 36% ritiene di poter dare sempre per scontato il consenso della persona con cui si ha una relazione e il 48% ritiene che in una relazione intima sia difficile dire di no a un rapporto sessuale se richiesto dal/la partner.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I comportamenti lesivi e violenti e le dinamiche di controllo</h4>



<p>Passando dalle opinioni all’esperienza diretta, agli e alle adolescenti che hanno o hanno avuto una relazione (il 63% del campione totale) sono state poste domande più specifiche in relazione a forme di controllo o atti violenti messi in atto o subiti nella coppia. Il 65% di queste ragazze e ragazzi dichiara di aver subìto dal partner almeno un comportamento di controllo, come la richiesta di non accettare contatti da qualcuno/a sui social (42%); di non uscire più con delle persone (40%); di poter controllare i propri profili sui social (39%); di non vestirsi in un determinato modo (32%); fino al sentirsi dire, in un momento di difficoltà, che il partner avrebbe commesso un gesto estremo facendosi del male (25%).</p>



<p>Una percentuale quasi analoga di adolescenti (il 63% di chi ha o ha avuto una relazione) dichiara di aver praticato almeno uno di questi comportamenti di controllo nei confronti di altri.&nbsp;</p>



<p>Il 52% degli adolescenti in coppia dichiara poi di aver subìto, almeno una volta, comportamenti violenti, quali essere chiamato con insistenza al telefono per sapere dove ci si trovava (34%); essere oggetto di un linguaggio violento, con grida e insulti (29%); essere ricattati per ottenere qualcosa che non si voleva fare (23%); ricevere con insistenza la richiesta di foto intime (20%), essere spaventato da atteggiamenti violenti (schiaffi, pugni, spinte, lancio di oggetti, 19%); condividere foto intime con altri senza consenso (15%). In questo caso, è il 47% a dichiarare di avere, almeno una volta, agito questi comportamenti nei confronti del/lla partner. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le relazioni intime nella dimensione ‘onlife’</h4>



<p>Nella vita relazionale degli adolescenti la dimensione online e quella offline sono ormai intrecciate in modo indissolubile. Il 73% dichiara di aver stretto amicizia online con persone prima sconosciute, il 64% di aver usato i social media per conoscere o avvicinarsi a una persona che piace.</p>



<p>L’ambiente digitale è parte integrante anche delle relazioni intime. Il 28% dei ragazzi e delle ragazze ha scambiato video e/o foto intime con il/la partner o con persone verso le quali aveva un interesse (la percentuale sale al 40% tra chi ha avuto o è in una relazione). Uno su tre degli adolescenti (33%) riporta di aver ricevuto foto/video a sfondo sessuale da amici/che o conoscenti, la percentuale sale al 37% se si considera solo la fascia tra i 16 e i 18 anni. Preoccupante il fatto che un adolescente su 10 dichiara di aver condiviso, almeno una volta, foto/video intimi della persona con cui aveva una relazione senza il suo consenso esplicito e che l’11% abbia subìto una condivisione di proprie foto intime senza aver dato il consenso.</p>



<p>Ritornando alle opinioni, in effetti più della metà degli intervistati (54%) pensa che chi invia foto intime accetta sempre i rischi che corre, compreso quello che le foto possano essere condivise con altri. Il 34% pensa poi che se qualcuno/a ti invia le sue foto intime che non sono state richieste, è un segno che le/gli piaci. Il 27% degli adolescenti pensa infine che non ci sia nulla di male nel richiedere foto intime al/la partner anche più volte al giorno.</p>
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