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	<title>precariato &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>precariato &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Germania, working class: la fine del German Dream</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla working class ai working poor. La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Julia Friedrichs*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dalla working class ai working poor. La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.</p>
</blockquote>



<p><em>La Germania è in recessione. Ma non è questa crisi economica a causare la crisi sociale. Essa affonda le radici nell’epoca in cui il Paese era indicato come il motore d’Europa e il modello da seguire, con la sua ‘economia so</em><em>ciale di mercato’ (l’ordoliberismo) e il</em><em> </em><em>mercantilismo vincente. Uno svilup</em><em>po basato sulla sottaciuta graduale </em><em>trasformazione della </em>working class<em> in</em><em> </em>working poor<em>, una dinamica che abbiamo visto all’opera anche in Italia. Con uno sguardo dall’interno e ben </em><em>lontano dalla narrazione positiva che</em><em> normalmente circonda lo Stato tedesco, Julia Friedrichs, autrice di “</em><em>Working Class: Waru</em><em>m wir Arbeit brau</em><em>chen, von der wir leben können”</em><em>&nbsp;(“Working class: perché abbiamo bisogno di un lavoro che ci consenta di vive</em><em>re”) è giunta alla conclusione, tra da</em><em>ti e interviste, che oggi i lavoratori </em><em>lottano per garantirsi la mera soprav</em><em>vivenza. “I nati in Germania Ovest nel</em><em>l’immediato dopoguerra,” scrive in que</em><em>sto articolo, “ovvero i genitori dei</em><em> quarantenni di oggi, sono riusciti ad avanzare in tutte le fasce di reddito; anche i lavoratori non qualificati sono riusciti a farlo. Il 90% dei nati negli anni del miracolo economico ha guadagnato più dei propri genitori”. Non è più così per le generazioni successive: “Solo uno su due dei nati nel 1980 riesce a superare il reddito di</em><em>sponibile dei genitori”. E non si trat</em><em>ta di formazione adeguata o di posto di lavoro: “Il mondo professiona</em><em>le moderno è troppo frammentato</em><em> per poter semplicemente suddividere le persone in colletti bianchi e colletti blu. Gli operai non lavorano più sottoterra, solo raramente in fabbri</em><em>ca alla catena di montaggio. Oggi puliscono, insegnano, portano pa</em><em>cchi su per le scale e biancheria sporca giù per le scale, siedono alla cassa del supermercato o riempiono gli scaffali. Installano internet veloce e rispondono al numero verde. Si prendono cura del nonno o di noi quando </em><em>siamo malati”. Per Julia Friedrichs,</em><em> nelle società attuali la linea di de</em><em>marcazione è il capitale. Quello di na</em><em>scita, che proviene dalla famiglia:</em><em> ricchezza, titoli di studio, contatti. I differenti tipi di capitale che indicava </em><em>il sociologo Bourdieu: economico, cul</em><em>turale e sociale. Chi non li ha – la</em><em> maggior parte – “sono persone che non detengono azioni di società, non possiedono condomini, non si aspettano eredità. Persone per le quali il </em><em>motto è: reddito netto uguale bud</em><em>get mensile”. Corrono per stare fer</em><em>mi, come su una scala mobile ne</em><em>ll’opposto senso di marcia. Running to stand still.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La generazione successiva a quella dei baby boomer, nella sua gran parte sarà la prima, dopo la seconda guerra mondiale, a non superare economicamente i propri genitori. Sebbene l’economia sia cresciuta per un decennio, la maggioranza delle persone di questo Paese ha poco capitale e nessuna ricchezza.</p>



<p>Creare ricchezza con i propri sforzi è diventato più difficile, soprattutto per le giovani generazioni. La metà di loro teme di diventare povera in età avanzata.</p>



<p>Siete mai saliti su una scala mobile contro il senso di marcia cercando di opporvi alla discesa dei gradini? È una brutta sensazione. Si calcia e si scalcia, ma non si riesce a fare progressi. Con un grande sforzo si riesce al massimo a resistere.</p>



<p>Oppure – altro esempio – vi è mai capitato di usare un ascensore che all’improvviso ha sobbalzato e si è bloccato, invece di portarvi ai piani superiori? Di colpo lo spazio appare angusto. Ad alcune persone sembra di essere a corto d’aria. Il tempo che manca alla liberazione si allunga. Non è un bel momento.</p>



<p>Naturalmente – e questo è il sollievo – entrambe le situazioni possono essere risolte rapidamente: si scivola finalmente giù per la scala mobile in segno di resa, e l’ascensore riparte dopo la riparazione. Fatto!</p>



<p>E se non fosse così?</p>



<p>Immaginate per un attimo di essere intrappolati per sempre in una delle due posizioni. Perché sono proprio quelle che gli economisti usano come metafora per caratterizzare la realtà di molti giovani: “Running to stand still”, correre per restare fermi, cioè per non scivolare; e “Broken Elevator”, un ascensore rotto che impedisce alle persone di salire ai piani sociali più alti.</p>



<p>All’inizio di dicembre 2021 l’OCSE, insieme alla Fondazione Bertelsmann, ha pubblicato un importante studio sullo stato della classe media. Il report ha formulato una diagnosi che era già stata preannunciata in molti risultati individuali: per le giovani generazioni, la promessa di un avanzamento, fatta dall’economia sociale di mercato, non viene mantenuta. Secondo lo studio, infatti, “la classe media tedesca si è ristretta rispetto alla metà degli anni Novanta. Tra il 1995 e il 2018 si è ridotta”.</p>



<p>Per molti anni il reddito disponibile, e quindi il tenore di vita di molte famiglie della classe media, ha ristagnato. I giovani sono stati più colpiti rispetto agli anziani. Letteralmente, si legge: “Dall’epoca dei baby boomer in poi, è diventato più difficile per ogni generazione successiva passare alle classi di reddito del ceto medio”.</p>



<p>Nonostante il boom dell’economia avvenuto prima della pandemia sia stato costante e robusto e anche se la generazione più giovane ha investito più tempo e sforzi nella propria formazione rispetto a quelle precedenti; anche se molte aziende lamentano da tempo la mancanza di lavoratori qualificati e – se si crede alle leggi della domanda e dell’offerta – i pochi giovani potrebbero in realtà essere meglio retribuiti rispetto ai baby boomer, che abbondano in numero.</p>



<p>Le misurazioni dell’economista Timm Bönke confermano questa conclusione. Per gli studi sul reddito durante il ciclo di vita, lui e i suoi colleghi scavano tra i dati dei fondi pensione e del Socio-Economic Panel, provenienti dai micro-censimenti e dalle indagini sul reddito dei consumatori a partire dal 1962. Il team confronta e analizza: <em>chi</em> guadagna <em>quanto</em> nell’arco della propria vita? E come si rapporta il reddito dei genitori con quello dei figli?</p>



<p>I nati in Germania Ovest nell’immediato dopoguerra, ovvero i genitori dei quarantenni di oggi, sono riusciti ad avanzare in tutte le fasce di reddito; anche i lavoratori non qualificati sono riusciti a farlo. Il 90% dei nati negli anni del miracolo economico ha guadagnato più dei propri genitori. Timm Bönke: “Per i nati dopo, invece, questo non è più vero. Solo uno su due dei nati nel 1980 riesce a superare il reddito disponibile dei genitori”.</p>



<p>Eppure il reddito nazionale pro capite è cresciuto del 53% dal 1980. Quindi la torta è diventata molto più grande. Se fosse stata distribuita allo stesso modo, a un certo punto tutti i figli adulti avrebbero dovuto superare i loro genitori in termini di reddito disponibile. Ma non è così.</p>



<p>È come se una parte della generazione più giovane fosse stata indirizzata dalla scala mobile sicura che portava i genitori verso l’alto, a una scala mobile verso il basso. Ora stanno correndo per aggrapparsi in qualche modo. <em>Running to stand still.</em></p>



<p>Ovviamente i giovani stanno ancora salendo le scale della vita. O probabilmente, è più esatto dire che iniziano il loro viaggio da un pianerottolo più alto. Ma questi sono i giovani dotati di capitale fin dalla nascita, grazie alle loro famiglie: ricchezza, titoli di studio, contatti. Coloro che invece sono in corsa contro la retrocessione possono essere delineati con precisione: sono quelli che appartengono alla schiera dei post-baby boomers, che non hanno beni, né capitali, che dipendono unicamente dal lavoro delle loro mani e delle loro teste. La nuova classe operaia.</p>



<p>Spesso si sostiene che in Germania sia scomparsa da tempo. Che possiamo solo essere suddivisi in gruppi di consumatori, distinti dal fatto che alcuni volano a Maiorca per i mandorli in fiore, altri a Ibiza per le feste. Una falsità che si basa anche sul fatto che ci aggrappiamo a immagini e definizioni superate.</p>



<p>Oggi gli operai non lavorano più sottoterra, solo raramente in fabbrica alla catena di montaggio. Oggi puliscono, insegnano, portano pacchi su per le scale e biancheria sporca giù per le scale, siedono alla cassa del supermercato o riempiono gli scaffali. Installano internet veloce e rispondono al numero verde. Si prendono cura del nonno o di noi quando siamo malati.</p>



<p>La classe operaia è diventata più variegata, più femminile, più migrante, più propensa a svolgere lavori di servizio, ma vale sempre lo stesso discorso: sono persone che lavorano per avere soldi per mantenersi. Persone che non detengono azioni di società, non possiedono condomini, non si aspettano eredità. Persone per le quali il motto è: reddito netto uguale budget mensile.</p>



<p>I due economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez stratificano la popolazione degli Stati Uniti in base alla loro ricchezza. In fondo alla scala, l’ampia working class, le persone senza capitale, ben il 50%. Poi la classe media: il 40%. La classe medio-alta è il successivo 9%. E i ricchi sono l’1% superiore. Se si segue questa logica, anche&nbsp;in Germania&nbsp;la maggior parte delle persone sono lavoratori. Perché, nonostante l’economia sia in crescita da un decennio, la maggioranza di questo Paese non possiede quasi nessun capitale, nessun patrimonio.</p>



<p>Se si mettono in fila tutti i cittadini adulti, il patrimonio del tedesco medio è pari a circa 20.000 euro. Se si ripete la stessa cosa con le sole donne che in Germania pagano un affitto, la mediana equivale a 5.000 euro. Come si può vedere, nel nostro ricco Paese, troppa poca ricchezza arriva fino alla metà inferiore della piramide. E molti sulla scala mobile hanno l’impressione, giustamente, che tutti gli sforzi non siano sufficienti per uscire da questa situazione.</p>



<p>“La Germania ha un’uguaglianza insolitamente bassa di opportunità e mobilità tra le generazioni”, scrive Marcel Fratzscher, presidente del Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (Istituto Tedesco per la Ricerca Economica). Il reddito dei figli è strettamente legato a quello dei genitori più di quanto accada in quasi tutti gli altri Paesi industrializzati, afferma. E prosegue: “Sta diminuendo drasticamente la percentuale di giovani con un livello di istruzione medio-basso che riesce a entrare nella classe media”. Dal 1995 le loro possibilità di avanzamento sono diminuite. La working class è bloccata nel <em>b</em><em>roken elevator</em>e corre per tenere il passo della scala mobile.</p>



<p>Questo per quanto riguarda i risultati astratti. Ma dietro a tutto questo ci sono molte vite individuali che non sono affatto astratte. Persone che avevano progetti che non si sono ancora realizzati. Speranze che non si sono ancora realizzate. Dietro ci sono le grandi domande, quasi filosofiche, come il valore del lavoro e chi lo misura. E quelle che ci poniamo ogni mattina: come fai a motivarti ad andare avanti quando sai che tutto il tuo sforzo probabilmente non ti porterà su per la scala mobile?</p>



<p>In un punto della rete che nel sottosuolo&nbsp;tiene insieme Berlino, Sait riempie il suo carrello delle pulizie con un litro di detergente, stracci, carta igienica, sacchi blu e cartone a mano dalle 6:30 di ogni giorno lavorativo. Quando l’ascensore si rompe di nuovo, come stamattina, Sait non ha altra scelta se non quella di tenere aggrappato al proprio corpo il carrello inclinato lungo la scala mobile. Così scende, sotto le strade della città.&nbsp;</p>



<p>Sait pulisce le stazioni della metropolitana di Berlino da 18 anni. In ognuna segue la stessa routine. Pulisce le banchine, le scale, l’area di uscita. Svuota i cestini della spazzatura, spazza, deterge se ci sono macchie: se qualcosa è stato versato, urina secca, resti di escrementi. Pulisce freneticamente anche le biglietterie automatiche. Il suo programma gli concede 40 minuti per stazione. Se impiega più tempo, ha un ‘meno’, e per recuperarlo deve lavorare ancora più velocemente alla stazione successiva.</p>



<p>Una volta terminata la pulizia, spinge il carrello nella metropolitana per andare alla stazione successiva. Questo è il momento che vive come il peggiore del turno, quando lui, che garantisce la pulizia, viene percepito&nbsp;dagli altri come sporco. I carrelli, dice Sait, vengono utilizzati in tre turni e i sacchi di raccolta vengono cambiati solo una volta alla settimana. Vorrebbe poter riporre i suoi materiali di pulizia dentro degli armadietti, in ogni stazione. Ma questo, sospetta, sarebbe probabilmente troppo costoso. Quindi non ha altra scelta che portarli da una stazione all’altra. “Ora immagina”, dice, “hai il tuo panino in mano, io sto salendo, ho appena pulito vomito e piscio e lo straccio puzza. È in quel momento che ti allontani da me, ovviamente!”</p>



<p>Nell’autunno 2019 Sait guadagnava 10,56 euro lordi all’ora. Adesso sono diventati poco più di 12 euro l’ora. Ma in cambio deve fare più stazioni in meno ore. Il suo turno è stato accorciato. Sait guadagna circa 1.700 euro netti al mese. Ha due figli. Quello maggiore ora sta facendo un apprendistato e guadagna soldi extra. Per fortuna. Perché prima Sait si recava al Sozialamt (ufficio per l’assistenza sociale, <em>n.d.a.</em>) mese dopo mese e si faceva dare un’integrazione dello stipendio. Gli piacerebbe poter sfamare la sua famiglia con il suo lavoro. Ma non è sufficiente. Anche sua moglie guadagna facendo la sarta in una piccola sartoria. Perché molte cose che deve pagare sono diventate più costose. L’affitto: 500 marchi per tre stanze, è quanto costava il suo appartamento negli anni ‘90, ora però sono 700 euro. L’elettricità: raddoppiata. I contributi sociali: aumentati. Il fatto che uno come lui possa permettersi una buona vita non è più possibile, dice Sait, e in questo modo riassume sobriamente tutte le statistiche e gli studi apparsi sulla situazione dei lavoratori come lui.</p>



<p>Naturalmente, Sait è quello che i sociologi chiamano un “non qualificato”. Si può raccontare la sua vita lavorativa come lui stesso fa in maniera autocritica: come conseguenza del suo fallimento nel sistema educativo. Un apprendistato, o addirittura una laurea, avrebbero aumentato le sue possibilità. Ma la vita di Sait non potrebbe essere raccontata anche in un modo completamente diverso?</p>



<p>David Graeber, l’etnologo della London School of Economics, morto troppo presto nel 2020, ha scritto nel suo libro <em>Bullshit Jobs</em>: “Supponiamo di svegliarci tutti una mattina per scoprire che non solo gli infermieri, gli addetti alla raccolta di spazzatura e i meccanici sono scomparsi, ma che anche gli autisti di autobus, i venditori di cibo, i vigili del fuoco e i cuochi di fast food sono stati trasportati in un’altra dimensione: le conseguenze sarebbero catastrofiche”. Non è del tutto chiaro, invece, se il mondo soffrirebbe se sparissero tutti i gestori di private equity, gli esperti di marketing, gli specialisti delle assicurazioni o gli addetti al telemarketing. “Ma è proprio lì che lavorano molte delle persone che percepiscono stipendi particolarmente alti”.</p>



<p>E alcuni di loro guardano anche dall’alto in basso coloro che si occupano di loro in vari modi. Che il lavoro di Sait sia necessario e significativo è indiscutibile. Che lo faccia in modo corretto e affidabile, anche senza una laurea, è altrettanto indiscutibile. Quindi perché una persona come Sait non dovrebbe avere il diritto di sperare di poter costruire, su questo lavoro, una vita sicura e buona?</p>



<p>Una generazione prima, era ancora possibile. Anche per i non qualificati. Anche il padre di Sait era un operaio a Berlino. Lavorava come autista al mercato all’ingrosso. Sua madre era una casalinga. La famiglia aveva tre figli. A quel tempo, racconta Sait, era possibile vivere bene con un solo reddito. La famiglia poteva affittare un appartamento spazioso, andare al ristorante, in vacanza, suo padre poteva persino risparmiare. È perché erano più frugali, come sostengono alcuni anziani? In ogni caso, il fatto è che, al netto dell’inflazione, il padre di Sait guadagnava più di quanto guadagna oggi suo figlio.</p>



<p>Nelle parole del grande economista Marcel Fratzscher suona più o meno in questo modo: “La percentuale di giovani con un livello di istruzione medio-basso che riesce a entrare nella classe media, sta diminuendo drasticamente”.</p>



<p>Oppure, come dice Bettina Kohlrausch, direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca della Fondazione Hans Böckler: “Un’occupazione lavorativa remunerata non è più una promessa di sicurezza”, soprattutto per i più giovani. E questo considerando che la loro preparazione, prima di entrare nel mercato del lavoro, è significativa.</p>



<p>A conti fatti, nessuna generazione è stata più istruita di quella attuale. All’inizio degli anni Cinquanta, il 15% di ogni coorte in Germania Ovest frequentava il ginnasio, oggi quasi il 50%. Nel 1950, 100.000 giovani andavano all’università, oggi oltre due milioni. Certo, l’Abitur (esame di maturità, <em>n.d.a.</em>) non è più così impegnativo come poteva esserlo quando solo una classe ristretta ed elitaria lo sosteneva. Ma è ancora più impegnativo del Volksschulabschluss (certificato di scuola elementare, <em>n.d.a.)</em>, che era il titolo di studio più comune nella generazione degli over 65.</p>



<p>Certo, l’espansione dell’istruzione ha cancellato alcune disuguaglianze che ancora caratterizzavano la generazione dei nostri genitori e nonni: quelle tra ragazzi e ragazze e tra aree urbane e rurali. Ma non quella tra i figli degli accademici e quelli della working class. Questo divario invece è cresciuto.</p>



<p>Per capirlo, facciamo un breve esempio aritmetico: immaginiamo che un medico donna guadagni 3.000 euro e un infermiere uomo 1.500; e che entrambi raddoppino il loro stipendio. La dottoressa ne prende 6.000, l’infermiere 3.000. In termini percentuali, tutti e due ricevono la stessa cifra in più, ma il divario tra loro aumenta. È esattamente ciò che è accaduto nelle scuole e nelle università. Se si osserva il background sociale degli studenti prima e dopo l’espansione dell’istruzione, si noterà che un numero maggiore di diplomati di tutte le classi va all’università. Ma è proprio questo che ha aumentato il vantaggio dei figli degli accademici.</p>



<p>Un esempio: nel 1969, il 3% dei figli di operai iniziava l’università, nel 2000 era il 7%, più del doppio. Tra i figli dei dipendenti pubblici, la quota è passata dal 27% nel 1969 al 53% nel 2000. In seguito, il metodo di conteggio è stato modificato, quindi le statistiche non sono più confrontabili. Il risultato, tuttavia, rimane: la percentuale di coloro che studiano è aumentata in tutti gli strati sociali. Allo stesso tempo, però, il divario è cresciuto a svantaggio dei figli della classe operaia.</p>



<p>Inoltre, se l’Abitur è il <em>new normal</em>, ha perso decisamente valore, come tutti gli altri certificati. Il sociologo Aladin El-Mafaalani scrive: “Laddove una volta nessun titolo di studio o titoli di base sarebbero stati sufficienti per iniziare una carriera, ora sono necessari titoli di studio medi e superiori”.</p>



<p>Secondo un paragone popolare, è come essere in uno stadio. Se un solo tifoso si alza in piedi, vede meglio. Ma se uno alla volta si alzano tutti, il vantaggio viene meno. Nello stadio delle generazioni successive a quella del baby boom, chi è rimasto seduto ha una visuale molto scarsa. Ma anche chi si è alzato, cioè chi si è diplomato – studiando – allungandosi fino alla punta dei piedi, non ha più la garanzia di vedere ciò che accade, e non ha più la garanzia della sicurezza economica.</p>



<p>Al telefono, Alexandra ha detto che la sua vita è governata da un grande senso di insicurezza. Né lei né suo marito Richard se lo aspettavano all’inizio della loro carriera. Come avrebbero potuto? Due laureati con lode. Alexandra si è diplomata al conservatorio con ‘ottimo’ e poi ha aggiunto l’esame di concertista e la tesi di dottorato. Non si può investire di più nella propria formazione. Anche la sua professione, insegnante di pianoforte, è molto richiesta. Le liste d’attesa sono lunghe.</p>



<p>Alexandra e Richard vivono molto appartati. Ma in qualsiasi altro posto, anche una casa piccola come la loro sarebbe inaccessibile. Il bungalow è stato costruito nel 1977 e ha il riscaldamento a gasolio nel seminterrato. Per la ristrutturazione è stato utilizzato un Bausparsvertrag (contratto di risparmio edilizio, una sorta di mutuo, <em>n.d.a.</em>) e hanno dovuto finanziare interamente il prezzo di acquisto. Oggi pagano 1.300 euro al mese per interessi, rimborso, elettricità, acqua e riscaldamento a gasolio. Fortunatamente non si è rotto nulla per molto tempo. Perché Alexandra e suo marito Richard sono insegnanti di musica a contratto. I loro datori di lavoro – sei scuole di musica – hanno esternalizzato i rischi della vita a loro due.</p>



<p>Alexandra e Richard sono assunti per 21-27 euro lordi all’ora. Alcuni compensi non vengono aumentati da dieci anni. Durante le vacanze o quando sono malati, non guadagnano nulla.</p>



<p>Sul tavolo del soggiorno c’è un foglio di carta sul quale hanno disegnato il loro programma settimanale. Un capolavoro di logistica, che conduce due attivissimi micro imprenditori ai loro 110 allievi. Sarebbe opportuno avere una seconda auto. Ma è fuori discussione.</p>



<p>Non sono poveri, sottolinea Alexandra. Entrambi guadagnano circa 1.600 euro netti al mese, e lei gestisce il denaro in modo disciplinato: tiene un libro dei conti, cerca offerte per il cibo e per i vestiti.</p>



<p>Il budget è un problema risolvibile nella maggior parte dei mesi. Come musicista, si impara presto che non si ottiene nulla senza disciplina. E così questa virtù è diventata il loro strumento di gestione della vita. L’insicurezza pesa di più. Alexandra, Richard e i due bambini devono sempre restare in funzione. A nessuno è permesso ammalarsi per un periodo di tempo prolungato. Ogni evento imprevisto fa vacillare la struttura della loro vita, che hanno costruito con molto lavoro.</p>



<p>Alexandra e Richard appartengono al tipo di persone che molti di coloro che hanno ancora in testa le vecchie immagini e definizioni della classe operaia, non assocerebbero certo al termine working class. Ma il mondo professionale moderno è troppo frammentato per poter semplicemente suddividere le persone in colletti bianchi e colletti blu in base ai titoli di studio, ai posti di lavoro. No. La linea di demarcazione decisiva nelle società attuali è il capitale.</p>



<p>E proprio come Sait, Alexandra e Richard vivono di mese in mese. Anche loro non hanno beni. Nessuna riserva per i momenti difficili. E non ci sono solo loro. Ad esserne altrettanto colpiti sono make-up artist, insegnanti dei centri di formazione per adulti, assistenti sociali, giornalisti, fisioterapisti.</p>



<p>Se si va a trovare Alexandra in uno dei suoi luoghi di lavoro – un’aula di musica in una scuola elementare, carta da parati in truciolato alle pareti, moquette di velluto blu sul pavimento – è facile tornare indietro agli anni Ottanta della Germania Ovest. In un’epoca in cui il lavoro di Sait non era ancora affidato a subappaltatori e gli insegnanti di scuola di musica come Alexandra erano ancora assunti a tempo indeterminato, con tutte le benedizioni del welfare state – contributi previdenziali, indennità di malattia, ferie.</p>



<p>Gli anni Ottanta hanno segnato la fine dell’era del capitalismo più addomesticato che i Paesi industrializzati occidentali abbiano mai sperimentato. Il normale rapporto di lavoro era la norma, almeno per la metà maschile della popolazione, il tasso di retribuzione era elevato, il divario tra gli stipendi più alti e i redditi medi era ridotto. All’epoca, un membro del consiglio di amministrazione riceveva in media 14 volte il salario dei suoi dipendenti, oggi 50 volte. I patrimoni non erano così distanti. Le possibilità di promozione erano maggiori. Chi era povero negli anni ‘80 aveva solo il 40% di probabilità di rimanere tale cinque anni dopo. Oggi questo rischio è salito al 70%.</p>



<p>Per questo molti economisti considerano gli anni ‘80 come un punto di svolta per la classe operaia. Nei Paesi occidentali, che in termini di reddito erano diventati sempre più uguali nei decenni del dopoguerra, la tendenza si è invertita: le disuguaglianze di ricchezza e di reddito sono aumentate.</p>



<p>Le cause sono numerose. Non c’è una sola ragione. Ma piuttosto, fatalmente, c’è tutta una serie di ostacoli accumulati sulla strada dei membri più giovani della working class, mentre tentavano la loro scalata. Alcuni si possono rapidamente etichettare qui con una parola chiave: globalizzazione, deregolamentazione, ascesa del capitalismo finanziario. Tutto questo è stato avvertito anche dalla classe operaia. Parti di aziende sono state delocalizzate, la forza lavoro nel Paese è stata messa sotto pressione. I salari del 40% più povero – adeguati all’inflazione – sono cresciuti a malapena per più di due decenni.&nbsp;</p>



<p>I sindacati si sono indeboliti.&nbsp;Anche i partiti socialdemocratici. E gli economisti promettevano che la ricchezza si sarebbe più o meno automaticamente riversata verso il basso se si fossero concessi sgravi fiscali solo a chi già possedeva molto.</p>



<p>Un altro ostacolo che blocca le scale alle giovani generazioni viene raramente menzionato. Probabilmente anche perché non è stato messo lì da potenze lontane come i super-ricchi del mondo o i politici di spicco, ma da chi ti è molto più vicino: le colleghe più anziane, il consiglio di fabbrica, i tuoi stessi genitori. Alcuni chiamano la generazione di coloro che oggi hanno circa settant’anni, la ‘generazione d’oro’. Da un punto di vista economico, i nati nella Germania Ovest del dopoguerra si sono sempre trovati nella fase di vita giusta al momento giusto. In età avanzata, questa generazione è più prospera di qualsiasi altra coorte che l’ha preceduta – e presumibilmente anche di quelle che le succederanno.</p>



<p>Il giornalista televisivo Sven Kuntze, un tempo corrispondente della ARD a Bonn, New York e Washington, scrive in un libro sulla sua generazione che sono cresciuti come “figli del miracolo economico”, in un’atmosfera di sconfinata fiducia. Le cose andavano sempre meglio. Chi andava in bicicletta presto si poteva comprare la moto e poi la prima auto, e i viaggi per le vacanze si spostavano inesorabilmente verso sud. Si aprivano piscine ovunque, si costruivano scuole. Lo Stato era quasi privo di debiti. Kuntze ricorda che “ovunque l’occhio dell’adolescente guardasse, c’erano nuovi inizi e ottimismo”.</p>



<p>Chi era giovane a quel tempo “doveva solo afferrare” le opportunità. È così che un’ex redattrice, appena andata in pensione, descrive la situazione nell’intervista. Ha iniziato la sua carriera sapendo che tutto era possibile. Quando fu promossa a capo redazione, tutto questo non sarebbe stato più vero per chi l’avrebbe seguita. Le posizioni fisse erano state tagliate. Nelle riunioni del personale, ha dovuto togliere ai suoi freelance la speranza della sicurezza che lei stessa aveva sperimentato fin dall’inizio. Ed è anche consapevole del fatto che coloro che verranno dopo di lei, non avranno in alcun modo la stessa sicurezza di cui lei oggi gode, in vecchiaia. Fino all’inizio degli anni ‘90, le emittenti hanno fatto costose promesse pensionistiche ai loro redattori, che ora, ohimè, stanno intaccando i bilanci attuali. Uno dei negoziatori di allora afferma adesso che l’intera faccenda “probabilmente non era stata calcolata in questo modo sulla tabella di marcia”. Sembra che questa fosse una specialità della generazione del dopoguerra. Fondo pensione? Clima? Opportunità di avanzamento? “Probabilmente non era stato calcolato in questo modo sulla linea del tempo”.</p>



<p>Fra molti lavoratori dipendenti ci sono quindi diverse generazioni di pensionati: quelli che “hanno una buona pensione”, quelli che “hanno <em>ancora</em> una buona pensione” e poi i più giovani, le cui pensioni aziendali sono spesso inferiori o sono state limitate e che – ovviamente – dovranno anche cavarsela con una pensione statale più bassa. Dovrebbero quindi provvedere privatamente alla loro vecchiaia, come si dice sempre. Cosa che – come possono spiegare in dettaglio non solo Sait e Alexandra – è difficilmente possibile quando i salari non aumentano, ma le spese sì. <em>Running to stand still. </em>Correre per restare fermi.</p>



<p>Nella prima primavera durante la pandemia, la working class ha vissuto una breve stagione di rispetto, persino di riverenza. Improvvisamente, tutti coloro che – come Sait – sarebbero altrimenti passati inosservati, pulendo o curando o raccogliendo, sono stati visti come eroi della crisi. Al Bundestag tedesco, i deputati si sono alzati in piedi – standing ovation per tutti coloro che, con il loro lavoro, “fanno letteralmente funzionare il Paese”, come li ha ringraziati la cancelliera Angela Merkel. E Herbert Grönemeyer ha cantato: “Sono gli eroi di questi tempi / Le nostre spine dorsali / La nostra posizione / Osano attraversare i loro confini lontani / Per voi e per me / Prendono il Paese nelle loro mani”.</p>



<p>Quando si è bloccati in un ascensore rotto, questa attenzione può sembrare inizialmente confortante. Ma per le persone in quella situazione, sarebbe più importante che l’ascensore ripartisse rapidamente. Sappiamo cosa aiuterebbe la riparazione: salari più alti, una ridistribuzione del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza, alloggi che anche la classe operaia possa permettersi, scuole che istruiscano tutti, sicurezza sociale che sostenga tutte le generazioni. Chi si impegna deve poter ottenere qualcosa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato sul blog VocidallaGermania, 24 agosto 2023, sotto diritti Creative Commons</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Manifattura. Appalto di manodopera: lavoratori usa e getta. Il caso Maschio N.S.</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/manifattura-appalto-di-manodopera-lavoratori-usa-e-getta-il-caso-maschio-n-s/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisa Simoncelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[manifattura]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4137</guid>

					<description><![CDATA[Lavoro: outsourcing. Manifattura, alberghiero, welfare. L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. In fabbrica assume i connotati del caporalato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Lavoro: outsourcing. Manifattura, <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">alberghiero</a>, <a href="https://rivistapaginauno.it/welfare-gli-appalti-nei-servizi-pubblici-il-caso-milano/" data-type="post" data-id="4146" target="_blank" rel="noreferrer noopener">welfare</a>. </strong>L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. In fabbrica assume i connotati del caporalato</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ti prendono e ti sfruttano, una volta che non servi più ti mandano via” dice Chaouni Abdelali, detto Ali. I racconti dei lavoratori di Maschio N.S. sembrano appartenere a un romanzo dell’Ottocento, invece tutto accade ai giorni nostri a Grezzago, in provincia di Milano. Casa madre di altri stabilimenti in Europa e in Brasile, l’azienda si occupa di lavorazione di materiali plastici (nella fattispecie di cisterne per la produzione industriale) oltre a produrre macchinari per la stessa stampa delle materie plastiche. È ben nota a Slai Cobas di Bergamo che da tempo dà supporto a buona parte degli operai che ci lavorano. All’apparenza una fabbrica di piccole dimensioni – nello stabilimento italiano non si arriva nemmeno a 40 lavoratori – in realtà tutt’altro: “Hanno clienti importanti come per esempio Mapei&#8230; non è una fabbrichetta da poco, producono per grossi gruppi industriali”.</p>



<p>Sergio Caprini, rappresentante sindacale Slai Cobas, e alcuni operai, ci hanno raccontato come si lavorava in Maschio: “Dopo due anni non puoi più correre dietro a tre macchine che stampano la plastica. La pressa, una specie di robot, produce e butta fuori e tu devi correre, se non reggi i ritmi di lavoro sei fuori” spiega Caprini. Ritmi che sono massacranti, ricorda Ouardi Mohammed, vittima di un incidente a una gamba mentre correva per stare dietro a “tre macchine, trenta metri tra una macchina e l’altra, più una in mezzo”. Prima che Slai Cobas riuscisse a strappare a Maschio il rispetto delle pause “non c’era neanche il tempo di mangiare, lavoravamo anche dieci, undici ore tutti i giorni senza fermarci”. Le macchine lavoravano di continuo ed erano impostate “sempre al massimo della velocità” dice Ali, “Antonella ogni tanto passava a controllare se la velocità era stata cambiata”.</p>



<p>Antonella Brambilla, direttrice responsabile di produzione di Maschio, “ha completa autonomia decisionale nella gestione del sito produttivo di Grezzago e nell’organizzazione dei dipendenti, sia di Maschio N.S. sia di Business Service”, si legge nel ricorso per appalto illecito presentato al Tribunale di Milano (ci arriveremo). Era lei, tra le altre cose, a decidere i turni. Bisognava essere sempre disponibili: “Ti arrivava la chiamata alle 4 dopo che avevi smesso di lavorare alle 2, «Torna, c’è un’emergenza», e non potevi dire di no altrimenti ti mandavano via” continua Ali, “a volte di notte il titolare (Pietro Maschio, <em>n.d.a.</em>) usciva, cominciava a sgridare ed è capitato anche che ci mandasse via, oppure ti presentavi alle 6 del mattino per iniziare a lavorare e trovavi al cancello Maschio che ti diceva di tornartene indietro”. Gli operai, oltre a seguire due o tre macchine insieme, dovevano anche occuparsi di controllarne il funzionamento corretto: “Dovevo controllare l’olio e in caso servisse cambiarlo, oppure se la fotocellula non funzionava dovevo sistemarla, così come i tubi dell’acqua che a volte bloccavano la macchina” dice Ali, “non solo lavoravamo in produzione ma facevamo anche da meccanici, il meccanico non veniva a fare questi lavori. [Pietro] Maschio non voleva, perché il meccanico doveva occuparsi di costruire altre macchine”. Erano all’ordine del giorno gli abusi verbali e in alcuni casi anche fisici com’è successo ad Ahmed Zahir: ha lavorato per Maschio dal 2013 al 2017, quando durante un turno di notte Pietro Maschio lo ha colpito con un calcio ai testicoli mandandolo all’ospedale. “[Pietro] Maschio era sempre arrabbiato con tutti gli operai”, racconta.</p>



<p>Eppure non si tratta di un rapporto di lavoro in nero: gli operai sono assunti con un regolare contratto. Il problema è da chi. </p>



<p>Come raccontano i lavoratori, Maschio N.S. li gestisce in tutto e per tutto, distribuisce i turni, impone gli orari e i ritmi dei macchinari, ma soprattutto decide chi può lavorare e chi no, perché c’è un contratto di appalto con un’altra azienda, Business Service srl, che si occupa appunto di fornire manodopera. Alcuni di questi operai lavoravano in Maschio da lungo tempo, come lo stesso Mohammed, dal 2015, o Benfaa Adil che, si legge nel ricorso al Tribunale, “è stato assunto da Business Service con decorrenza dal 4 ottobre 2014”, poi “su richiesta di Maschio N.S., è stato licenziato da Business Service per essere assunto da Sky Job S.C con decorrenza dal 20 dicembre 2018”. Sky Job è un’altra società, una cooperativa per l’esattezza, di cui Maschio si serve per avere manodopera, prevalentemente per lo stabilimento tedesco.</p>



<p>È una tendenza sempre più diffusa nella manifattura – fino a qualche tempo fa lo era principalmente nella logistica – quella di appoggiarsi a forza lavoro esterna, anche tra i nomi più importanti dell’industria lombarda e in particolare bergamasca e bresciana: sappiamo per certo di Montello, Tenaris Dalmine, Brembo, Gruppo Pozzoni, solo per citarne alcuni. Caprini afferma che “Maschio è un caso esemplare, ma succede anche in fabbriche metalmeccaniche molto più grosse. La Montello ha 500 operai tutti in cooperativa. Le Arti Grafiche (Nuovo Istituto Italiano di Arti Grafiche, <em>n.d.a.</em>) sono quindici anni che non ha più operai, sono tutti in cooperativa. Oppure la Colpack di Mornico”. Nel caso di Brembo e Tenaris non c’è una cooperativa o una srl ma un’agenzia di lavoro interinale (Adecco). “Eliminano la cooperativa, i lavoratori li fanno entrare attraverso un’agenzia e formalmente non è un cambio appalto” continua Caprini. E sembra che negli anni si sia creato un doppio binario: “Nelle agenzie di somministrazione sono più italiani, come alla Brembo dove vedi operaie di una certa età con contratti rinnovati di mese in mese”, mentre “nelle cooperative sono quasi tutti stranieri, più che altro nella logistica come nel caso Italtrans. La questione Montello infatti è importante per la dimensione ma anche per la composizione, perché sono quasi tutte immigrate e quasi tutte donne”.</p>



<p>Dal database di Inps si possono estrarre alcuni numeri indicativi (vedi tabella, pag. 29): i lavoratori in somministrazione (quindi relativi <em>solo</em> ad agenzie interinali) sono cresciuti dal 2012 (primo anno in cui questi dati risultano disponibili) al 2018 particolarmente nell’area Bergamo-Brescia, dove sono quasi raddoppiati in percentuale sul totale dei lavoratori (passando dal 5,81% all’11,18%) e più che raddoppiati in numero assoluto. Se osserviamo anche i dati nazionali, si evidenzia che nel 2019 un abbondante quarto, il 26%, dei lavoratori in somministrazione si trovava in Lombardia.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="214" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1.jpg" alt="" class="wp-image-4489" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/1-300x107.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copyright Paginauno</figcaption></figure>
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<p>La ragione alla base della scelta da parte di un’impresa – sia che si appoggi ad agenzie o che scelga cooperative – è semplice: se non assumo dipendenti non ho neanche l’assillo di doverli licenziare quando non mi servono più, per un calo di produzione o quando semplicemente non li voglio più. È il caso di Ali, che un giorno del novembre 2019 lavora al mulino che trita la plastica, la scala che lo regge scivola e cade a terra. Al rientro dal periodo d’infortunio, a febbraio 2020, Ali non può fare tutto quello che faceva prima, l’ha detto il medico del lavoro, gli vengono quindi assegnate mansioni più leggere. Ma al titolare dell’azienda, Pietro Maschio, questo non va. “Non lo accettava, ha cominciato a gridare. Io sono andato avanti a lavorare, a un certo punto però mi ha detto: «Non sei capace di lavorare, non stai facendo niente, vai via!». Sono andato allo spogliatoio per andare via e mi ha seguito continuando a insultare”. Ali non è più ammesso in fabbrica. Però Pietro Maschio non lo licenzia perché non è un suo dipendente e quindi non è un suo problema, ma di Business Service, che non interviene per mesi lasciando fino a oggi Ali in un limbo lavorativo in cui non percepisce né stipendio né ammortizzatori sociali di alcun tipo, poiché non lavora ma nemmeno è disoccupato.</p>



<p>Quanti lavoratori sono in queste condizioni? Difficile dirlo. Se da un lato i nomi delle grandi aziende sopra citati porterebbero a pensare che sia prassi diffusa, dall’altro il fenomeno dell’appalto di manodopera attraverso cooperative o srl è difficile da quantificare.Non si trovano dati né sul numero degli appalti né sugli inquadramenti contrattuali dei lavoratori a livello territoriale, oltre al fatto che non esiste una piena corrispondenza tra codice Ateco dell’azienda e CCNL da applicare ai dipendenti. Gli stessi sindacati che abbiamo contattato per avere dei numeri, parlano di difficoltà a reperire i dati. Quando poi alla normalità si somma l’emergenza Covid, diventa impossibile. Diverse imprese hanno cercato in tutti i modi di restare aperte durante il lockdown di marzo-giugno, quando furono chiuse le produzioni considerate “non necessarie”. Se andiamo indietro a quel periodo, forse qualcuno ricorderà che il criterio con cui il governo italiano decise di regolare la possibilità di continuare l’attività produttiva erano, appunto, i famigerati codici Ateco. Si tratta di un codice identificativo dell’attività dell’azienda, che va obbligatoriamente comunicato all’Agenzia delle Entrate. Può essere cambiato? Sì, rientra in una serie di variazioni che un’impresa può attuare nel corso del tempo. Con il lockdown fioccarono centinaia di richieste di modifica del codice Ateco, al punto che Maurizio Landini, segretario nazionale CGIL, segnalò immediatamente a marzo questo fenomeno (1). L’Italia si ritrovò di colpo con una incredibile quantità di produzioni “necessarie”.</p>



<p>Quello della manodopera è un vero e proprio giro d’affari, non sempre legittimi come nel caso del Consorzio Soluzioni Globali, nel 2018 al centro di un’indagine per frode: un consorzio di cooperative che fornivano operai, tra le altre, anche alla sopracitata Montello (2). In breve si tratta di intermediari tra l’azienda e il lavoratore, possono essere cooperative, srl oppure consorzi d’impresa, che spesso non hanno alcun ruolo effettivo nella gestione dei dipendenti (anzi, non è raro che non abbiano nemmeno una sede vera e propria per ridurre i costi il più possibile). Giuseppe Pittella, socio unico di Business Service, si sta legalmente giostrando tra quattro srl e una cooperativa spaziando tra facchinaggio, pulizie, edilizia, imballaggio. Tramite appalti e subappalti è facile confondere le acque, CGIL avverte (3), sia sul piano della tutela dei diritti del lavoro sia a livello fiscale. Che cosa significa tutto questo? Che vincono tutti, il committente che si svincola dell’ostacolo dei licenziamenti e l’appaltatore che lucra – legalmente o meno. Tutti, tranne i lavoratori.</p>



<p>Il caso Maschio in questo senso è paradigmatico in termini di condizioni lavorative e impatto sociale. A marzo esplode l’emergenza Covid. Slai Cobas sta già portando avanti alcune lotte all’interno dello stabilimento riguardanti la sicurezza sul lavoro, tra le quali impedire l’utilizzo dei carrelli elevatori a diesel in ambienti chiusi. Ora però bisogna aggiungere tutto ciò che riguarda le norme di sicurezza antivirus, norme che, afferma Slai Cobas, non vengono seguite. Il sindacato scrive esposti alla ATS e alla Prefettura di Milano, le mascherine si danno poco e malvolentieri: “Il giorno 19.03.2020, i lavoratori, in fabbrica regolarmente alle 21.30, dopo l’ennesimo no alla richiesta di mascherine, si sono trovati nella condizione di lasciare il lavoro per inadempienza delle misure di sicurezza”. Il gel disinfettante non sempre c’è: “Dal 17.03.2020 è stato aggiunto un flacone di gel, accompagnato da un offensivo cartello ‘non rubare’”. Fa eco la risposta di Maschio, che dice che l’azienda sta rispettando le regole. </p>



<p>Nonostante questo i problemi continuano e con essi gli esposti, finché, racconta Caprini, “Maschio ha aperto la CIG Covid (o meglio l’ha imposta a Business Service, quando si parla di appalto vuol dire che chi detiene il potere decisionale è sempre l’appaltante) ha messo fuori gli operai sulle linee e ha cominciato a produrre mettendo a lavorare sulle macchine l’impiegato, l’autista, prendendo due lavoratori usciti dal sindacato e assumendoli direttamente. La direttrice per quasi due mesi ha lavorato sulle macchine. Con sei o sette persone l’azienda ha organizzato la produzione facendo straordinari, lavorando sabato e domenica, concentrandosi sul cuore della produzione industriale, tagliando un 20% meno essenziale. E hanno lavorato così con due operazioni: da un lato risparmiando e dall’altro preparando gli esuberi, perché la CIG Covid è nella stragrande maggioranza dei casi un anticipo dei licenziamenti. Un effetto di tutto questo è stato che, per esempio, un magazziniere che è stato messo su una macchina, si è tagliato un dito. In quelle condizioni i ritmi diventano ancora più esasperati. L’operaio che si è fatto male ha perso l’uso del pollice, quindi in buona parte della mano, perché è stato messo su un macchinario senza avere le competenze, e con ritmi elevati”.</p>



<p>La CIG viene effettivamente versata solo a tre lavoratori, lasciandone scoperti sedici. Slai Cobas si muove segnalando ripetutamente il problema a Business Service, a Maschio, all’Inps e alla Prefettura di Milano, e si scopre che all’origine del mancato versamento ci sono irregolarità nelle domande compilate da Business Service. Secondo la Prefettura, “sarebbero stati commessi degli errori materiali con riferimento ai codici identificativi aziendali e ai codici fiscali dei lavoratori effettivamente in forza alla Business Service”. Il 14 agosto, la Prefettura stessa scrive una lettera indirizzata alle due aziende (Business Service e Maschio), a Inps e a Slai Cobas, denunciando la situazione in cui i lavoratori si trovano da mesi. Il tempo passa ma non ci sono progressi, e si supera la scadenza (31 agosto) per presentare le domande di cassa integrazione. Ai primi di settembre sempre la Prefettura, sollecitata da Slai Cobas, contatta Business, la quale assicura che invierà all’Inps la documentazione corretta. Nulla accade. Il 10 settembre ancora la Prefettura convoca un tavolo con le parti, a cui fa seguire una seconda lettera. Business Service non si muove. Da marzo i lavoratori non hanno visto un soldo, cioè operai ma anche famiglie, senza nessuna entrata. Il 3 novembre, con il supporto di Slai Cobas, gli operai si recano presso gli uffici di Business Service, e serve l’intervento delle forze dell’ordine per spingere l’azienda a inviare i documenti relativi alle domande di cassa integrazione. Solo a metà novembre cominciano ad arrivare i soldi.</p>



<p>L’aspetto preoccupante è anche che è difficile muoversi se non per vie istituzionali, che hanno certi tempi (spesso lunghi), durante i quali il lavoratore non ha tutele. Al telefono la Prefettura ha affermato di aver fatto il possibile per risolvere il problema, arrivando anche a chiedere all’Inps di accettare le domande oltre il termine prestabilito – una richiesta eccezionale, fatta in nome del carattere emergenziale della situazione –; evidenzia di non avere titolo diretto per intervenire, può solo agire convocando tavoli nell’attività di prevenzione dei conflitti sociali, come organo di raccordo e interlocuzione tra le parti per cercare di risolvere problematiche complicate, chiarendo le responsabilità delle parti coinvolte; oltre questo, ribadisce, la Prefettura non può andare, non ha l’autorità legale per fare altro. Dall’altra parte l’Inps può solo elaborare le pratiche che riceve, se non arrivano o sono errate può giusto informare l’azienda che le invia – e in questo caso la Prefettura sostiene che già prima del 14 agosto Inps avesse avvisato Business Service, tramite cassetto fiscale, dell’irregolarità dei documenti presentati, anche se la stessa Business Service, al tavolo del 10 settembre, nega di averlo ricevuto.</p>



<p>Il datore di lavoro, quindi, può temporeggiare senza che ciò gli causi ripercussioni perché non c’è sanzione per errato invio di domande di cassa integrazione: il danno è solo per il lavoratore che aspetta di essere pagato, e ha come unica opzione quella di sollecitare o rivolgersi all’Ispettorato del Lavoro o fare causa. Poiché la CIG Covid è interamente a carico dello Stato, ci si potrebbe chiedere quale sia la convenienza dell’azienda a ostacolarne il versamento. Non possiamo affermare che sia il caso di Business Service, ma può essere che un’impresa, volendosi sbarazzare di alcuni dipendenti regolarmente assunti, faccia il possibile per rimandare ancora e ancora il pagamento della CIG mettendo sempre più alle strette i lavoratori, sperando che, senza un reddito per lungo tempo, per disperazione firmino una conciliazione tombale: il lavoratore accetta una somma a stralcio di ciò che gli è dovuto ed esce di scena con un auto-licenziamento. Pratica ancora più ‘necessaria’ in questo momento, visto il blocco dei licenziamenti imposto dal governo. Aggiungiamo che una significativa porzione della forza lavoro in fabbrica (tutta, nel caso dell’appalto Maschio/Business Service) è costituita da migranti, che spesso hanno anche a carico la famiglia nel Paese di origine: sono più vulnerabili a questo tipo di pressione, e le aziende lo sanno bene.</p>



<p>L’intermediazione insomma mette ancor più sotto ricatto i lavoratori, che si ritrovano più deboli per due motivi: primo, lo sappiamo dai racconti di chi ha lavorato in Maschio, l’operaio sa benissimo di essere “usa e getta”, quindi è più arrendevole. Secondo: come contrastare questo sistema? Ci sono inevitabilmente delle implicazioni anche per le lotte sindacali, il caso Maschio insegna: gli operai messi in cassa integrazione erano (per coincidenza?) proprio quelli iscritti a Slai Cobas. Chi si oppone, chi, insomma, dà fastidio. Degli operai forniti da Business Service, alla chiusura dell’appalto ne viene assunto direttamente da Maschio soltanto uno, non più iscritto al sindacato. Quale che sia la dimensione dell’azienda – e abbiamo visto che si tratta anche di grandi aziende – l’appalto di manodopera significa annullamento delle rivendicazioni dei diritti dei lavoratori, i quali saranno sempre meno propensi ad alzare la testa. Nel caso di Maschio la fine dell’appalto ha significato anche la fine dell’attività sindacale, spiega Caprini, perché “finché facevamo gli scioperi c’era una dinamica interessante, chiaramente senza scioperi è finito tutto”. Se gli operai non sono più forza lavoro di quell’azienda, non può esserci conflitto sindacale.</p>



<p>È un gioco di competizione al ribasso, che mette i lavoratori in lotta tra loro spingendoli ad accettare condizioni sempre più misere; l’azienda ha un costo del lavoro sempre più basso, e può così vendere le proprie merci a un prezzo inferiore; le imprese concorrenti faranno altrettanto. Questo sistema di fatto favorisce l’abuso.</p>



<p>A gennaio 2020 sedici lavoratori, ex operai in Maschio tramite Business Service, affiancati da Slai Cobas, presentano un ricorso al Tribunale di Milano, in funzione di Giudice del Lavoro, contro Business Service, la sopracitata Sky Job e Maschio. L’udienza prevista per il 6 marzo salta a causa Covid, viene tenuta il 20 ottobre e la prossima dovrebbe essere a metà dicembre. Al centro è la denuncia di “appalto illecito”. “La società Business Service è assegnataria del contratto di appalto dal 1° ottobre 2014. Il contratto si rinnova tacitamente di anno in anno” si legge nel ricorso, ma “l’oggetto del contratto di appalto riportato nel documento non corrisponde all’attività in concreto svolta dai dipendenti”. L’appalto è infatti per il servizio di “carico e scarico, movimentazione merci presso il magazzino e pulizie locali”. </p>



<p>In realtà, il 2014 non è nemmeno l’anno di avvio di questa situazione. “La maggior parte dei dipendenti di Business Service è da tempo impiegata nell’appalto in questione, per il quale si sono avvicendate negli anni diverse cooperative, tutte riconducibili agli stessi soggetti. Prima di Business Service S.r.l. sono infatti state assegnatarie dell’appalto: dal 2009 la società cooperativa Palma [&#8230;] dall’agosto 2010 la società cooperativa Argento [&#8230;] dal 2012 la società cooperativa Stella”. “I ricorrenti” quindi “domandano la costituzione del rapporto di lavoro alle dipendenze dirette della committenza. I lavoratori, a differenza di quanto previsto dal contratto di appalto, svolgono in realtà la mansione di operai addetti alla produzione e di conduttori di macchine, rispondendo alle direttive degli amministratori e dipendenti di Maschio N.S.” </p>



<p>La richiesta degli avvocati è che gli operai siano assunti da Maschio, inquadrati correttamente nel CCNL metalmeccanico industria e che gli siano pagati i mancati adeguamenti ai minimi tabellari, tredicesime, ferie e permessi, mai percepiti. Nel ricorso si ripercorre nel dettaglio le attività di Maschio e i ruoli sia dei lavoratori Business, in appalto, sia dei dipendenti diretti di Maschio, e si afferma: “È costante e abituale non solo la completa e autonoma gestione da parte della committenza del personale dell’appaltatore, ma anche l’adibizione dello stesso, con la relativa formazione e addestramento, a mansioni e compiti inerenti il ciclo produttivo di Maschio N.S., che salve la manutenzione e i collaudi si affida completamente, ormai da più di dieci anni, alla manodopera illecitamente somministrata per la produzione di IBC e taniche.”</p>



<p>Abbiamo contattato sia Maschio che Business Service, per avere anche la loro versione, ma la prima ci ha rimandato ai propri avvocati, essendoci una causa in corso, i quali tuttavia, per la stessa ragione, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni, e la seconda ha rifiutato il confronto.</p>



<p>Nella legge n. 199 del 29 ottobre 2016, nota anche come “legge sul caporalato”, si stabilisce che il caporalato è quando qualcuno “1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori; 2) utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno”. Difficile non leggere queste condizioni nella situazione fin qui descritta. Ci sarebbe da chiedersi come si possa tollerare questo tipo di dinamica, se non fosse che l’erosione dei diritti del lavoro più elementari è ormai comunemente accettata in nome del profitto: possiamo chiamarla flessibilità, resta sempre sfruttamento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.cgil.veneto.it/coronavirus-landini-a-governo-obiettivo-tutela-salute-non-stop-paese/" target="_blank">https://www.cgil.veneto.it/coronavirus-landini-a-governo-obiettivo-tutela-salute-non-stop-paese/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.ilgiorno.it/cooperative-sedi-fantasma-1.4367647">https://www.ilgiorno.it/cooperative-sedi-fantasma-1.4367647</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nuovocaporalato.it/2019/06/30/le-false-cooperative-o-le-srl-farlocche-non-sono-uno-scherzo-della-natura-o-frutto-del-destino-cinico-e-baro/" target="_blank">https://www.nuovocaporalato.it/2019/06/30/le-false-cooperative-o-le-srl-farlocche-non-sono-uno-scherzo-della-natura-o-frutto-del-destino-cinico-e-baro/</a> </p>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Smart working. Smart per chi?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/smart-working-smart-per-chi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 16:43:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3293</guid>

					<description><![CDATA[Oltre la narrazione positiva, dentro la realtà: isolamento, mancanza degli standard di sicurezza, parcellizzazione, solitudine e debolezza del lavoratore]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/e-uscito-il-numero-67-aprile-maggio-2020/" data-type="post" data-id="97">(Paginauno n. 67, aprile – maggio 2020)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Alessia Bufo</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Oltre la narrazione positiva, dentro la realtà: isolamento, mancanza degli standard di sicurezza, parcellizzazione, solitudine e debolezza del lavoratore</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap"><em>Smart working</em> è un’espressione che salta fuori quasi dal nulla: man mano che cresce l’emergenza coronavirus lo sento nominare sempre più frequentemente. «Speriamo che ci fanno finalmente fare ‘sto smart working» dice un collega mentre rientriamo a casa in treno, «almeno non perdiamo tempo sui mezzi». Lavorare in un’agenzia di comunicazione già di per sé significa orari lunghi: si entra tardi, si esce tardi e si fanno straordinari spesso. Se poi ci aggiungi anche il treno due volte al giorno più metro e tram eventuali, significa rientrare a casa alle otto di sera nella migliore delle ipotesi. Meglio essere <em>smart.</em></p>



<p>Quand’ero bambina era <em>telelavoro </em>e non lo faceva nessuno, poi è arrivato Internet e negli ultimi anni si è chiamato <em>lavoro da casa. </em>Fino a oggi erano termini privi di connotazione, nella quotidianità di pochi.</p>



<p>Finché un pomeriggio di sabato trapela la bozza dell’ultimo, preoccupante decreto: niente più spostamenti fuori dal proprio comune salvo necessità. Che si fa? Possiamo venire tutti al lavoro normalmente? Ci vuole un certificato? Mille messaggi, chiamate, email per capire come gestire un evento senza precedenti. I tecnici IT hanno la soluzione: un collegamento in remoto. È come se fossi in azienda, però non lo sei: è <em>smart</em>, è un modo ‘intelligente’ di lavorare.</p>



<p>Il contrario di intelligente è stupido e per definizione nessuno vuole essere stupido. <em>Smart working</em> ti promette qualcosa già nelle parole: se sei intelligente vuoi essere parte del futuro, del mondo iperconnesso delle <em>smart city</em>, dell’<em>Internet of </em><em>things</em>, dello <em>smartphone</em> con cui puoi fare tutto, da un bonifico a pagare le bollette a ordinare la cena, e chi te la porta è all’altro lato di una app. A capo di questo mondo è un potente algoritmo che sa che cos’è meglio per te e sa qual è il tuo posto prima ancora che tu possa pensarlo perché se l’è già studiato mentre ti seguiva, in rete, fare altro. Per questo non ci viene chiesto se vogliamo lavorare smart: va da sé, chi non lo vorrebbe? Ed è la narrazione anche di giornali e social network: per fortuna abbiamo lo smart working!</p>



<p>Fin da subito smart working si lega a un altro termine già abusato a Milano: «Comunicate se siete <em>operativi</em>», «Io no», «Ok da adesso sono <em>operativo</em>». Come un’entità robotica la cui esistenza si risolve nell’essere acceso o spento, oppure come un soldato che rispetta la catena di comando e fa quello che gli viene detto senza discutere; perché stiamo facendo cose molto importanti, e per questo qualcuno lavora a partita Iva ma prende ordini come gli altri, per questo gli straordinari in settimana neanche si devono chiedere, si resta finché c’è da fare.</p>



<p>Ho iniziato a lavorare in remoto solo con il secondo decreto, più restrittivo, abitando lontano dalla sede dell’impresa e quindi, a causa degli spostamenti, ritrovandomi più vulnerabile al virus e ai controlli delle forze dell’ordine. Ho dunque vissuto anche dall’ufficio, all’inizio, questa modalità lavorativa, e ricordo bene la stranezza che ho provato guardando lo schermo di un computer fare delle cose, come se ci fosse qualcuno al tavolo. Che non c’era. Postazione vuota ma in mezzo a tante altre ed esposta allo sguardo di chiunque passa di fronte: senza neanche dover consultare log di sistema e guardare le date dei file, tutti possono sapere cosa stai facendo e cosa hai fatto finora. Ora che sono io quella a casa mi chiedo se dall’altra parte qualcuno stia guardando il mio schermo.</p>



<p>Al di là della nostra specifica situazione, il controllo è parte fondante del lavoro a distanza proprio perché il lavoratore non è fisicamente in sede. Leggo un articolo su Il Sole 24 ore (1) in cui si specifica che sì, si può controllare un lavoratore anche a distanza “se il datore di lavoro ha il fondato sospetto che il dipendente stia commettendo degli illeciti”. Su quale base si possa fondare il sospetto non è chiaro: come si determina cosa sta facendo qualcuno che non è in azienda? Finora noi lavoratori non abbiamo avuto bisogno di saperlo, adesso all’improvviso sì. A parte l’evidenza della presenza su determinati siti (i vari social network, per esempio), l’unico indicatore che il dipendente, in orario lavorativo, potrebbe invece stare facendo altro è la produttività. Si apre quindi una nuova questione: come si stabilisce un criterio di giudizio sull’efficienza di un singolo a distanza? Già da tempo Amazon (2) traccia i propri dipendenti nei magazzini tramite un sistema automatizzato e arriva anche al licenziamento in caso il dipendente non stia entro gli standard. L’idea che un algoritmo governi tutte le attività è già qui: si usano app per gestire una varietà di aspetti della vita quotidiana e la gran parte dei servizi hanno una qualche forma di <em>rating</em>, gestito appunto attraverso algoritmi IA più o meno evoluti. L’assunto è che il calcolo del rating sia imparziale e perfetto. In un orizzonte culturale in cui il calcolo algoritmico è intrinsecamente preferibile al giudizio umano, non è distante un futuro in cui la produttività umana debba seguire dei canoni numericamente stabiliti. Se sei nei numeri bene, altrimenti non stai lavorando come dovresti e la colpa è tua.</p>



<p>Dopo un momento iniziale di caos informatico piano piano diventiamo tutti <em>operativi</em>, tutto quello che prima non viaggiava su Internet vi si riversa e sorgono chat di gruppo aziendali, sostitutive della vita lavorativa, come una sorta di ambiente virtuale per comunicare con gli altri in cui si ricrea tutto, ma proprio tutto, dell’azienda vera – anche l’ufficio del capo.</p>



<p>Iniziano le prime giornate lavorative vere e proprie e l’impatto dello smart working sulla vita quotidiana è enorme: per chi come me prendeva un treno significa potersi svegliare dieci minuti prima dell’orario lavorativo, oppure con anticipo e fare cose che prima sarebbe stato impossibile, come una colazione con calma, addirittura yoga. Se i benefici del lavoro da casa sono subito manifesti, non lo so-no altrettanto le insidie.</p>



<p>La vicinanza immediata al posto di lavoro, tale per cui si è a un click di distanza, è sì la comodità di non doversi spostare ma anche l’eventualità di potere o dovere lavorare più del previsto: in fondo che ti costa fare un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora in più? Non posso fare a meno di pensare che i datori di lavoro la vedano in questo modo, in un ambiente di lavoro come quello di oggi – soprattutto a Milano – in cui la cosiddetta ‘etica del lavoro’ (che chissà come è sempre richiesta al lavoratore e mai all’impresa, perché <em>è il business, bellezza!</em>) è al primo posto, e già in azienda alle sei di sera – quando in teoria finirebbe la giornata – siamo ancora tutti seduti, e alcuni fanno a gara a chi resta fino a tardi. In un sistema che si basa sulla competitività del singolo molto viene giocato su questo cosiddetto ‘attaccamento’ al lavoro, che può fare la differenza tra l’estensione o meno di un contratto o una partita Iva in più, che è il caso di parecchi miei colleghi. Non è casuale quindi che la mattina vedo utenti nella chat aziendale prima dell’orario canonico, perché forse già svegli e allora tanto vale lavorare. Ora che questo <em>smart working</em> è stato implementato, e lavorare è divenuto così facilmente accessibile perché basta accendere il computer, sarà semplice per un’impresa spingere a farlo anche in determinate situazioni – a casa in malattia, per esempio: stai davvero così male da non poter lavorare a un computer?</p>



<p>Oltretutto, la mancanza di separazione tra ambiente aziendale e ambiente privato significa che non c’è stacco fisico, e quindi anche mentale, dal lavoro: sei sempre lì con la testa. Più stress, insomma. E non sei protetto: improbabile garantire gli stessi standard da casa, ognuno si gestisce la postazione a modo proprio con buona pace delle leggi sulla sicurezza: non esiste schermo troppo vicino, sedia non a norma, rischi sul lavoro. Tutto quello che abbiamo imparato al corso aziendale non ha più senso.</p>



<p>Lavorando in un gruppo relativamente numeroso, il <em>social distancing</em> di cui parlano i telegiornali cambia completamente la dinamica dei rapporti: larga parte dei momenti che rallegrano la giornata spariscono, per fare una battuta al collega devo passare da una chat, scrivo e mi risponde minuti dopo. I canali audio si usano solo per riunioni o cose veloci, non perché la struttura informatica non lo preveda per il semplice contatto umano ma perché socialmente non è codificato farlo: siamo passati dal caffè a metà mattina allo stato di emergenza nel giro di quarantotto ore, non c’è stato il tempo per costruire un’etichetta di comportamenti specifica o sviluppare consuetudini. E anche se l’avessimo fatto, sarebbe lo stesso? In questi giorni su Facebook sono nate improbabili aggregazioni sostitutive della vita sociale, come un gruppo di ragazze in cui già mi trovavo quasi per caso. Ogni mattina e ogni sera fanno rispettivamente caffè collettivo e aperitivo di gruppo, persone che non necessariamente conosci <em>randomica</em><em>mente</em> distribuite in una sequela di eventi. Il mancato collegamento che si cerca disperatamente di costruire a posteriori è un altro nodo critico dello smart working: parlo con gli altri perché già li conosco e pur conoscendoli lo scambio è molto ridotto, come sarebbe se non li conoscessi affatto? Non è uno scenario così lontano, già prima del coronavirus molto del settore della comunicazione a Milano era basato su collaborazioni con i <em>freelance</em>: lavorano un po’ qua un po’ là, in genera a partita Iva, occasionalmente dall’estero, alcuni non hanno mai messo piede in azienda. Nessuno di loro sa come l’azienda si rapporta agli altri lavoratori – un’idea l’abbiamo a stento noi che ci passiamo la giornata – come si può pensare di avere la minima coesione? Ognuno pensa ai fatti propri. Non a caso si osanna la partita Iva («Alla fine mi conviene») e i sindacati «non servono a niente», sempre che esistano e sappiano che esisti come lavoratore.</p>



<p>In questa situazione mi metto nei panni dei tecnici IT che non hanno modo di entrare in contatto con gli altri se non attraverso un problema da risolvere, notificato prevalentemente via email e ora tassativamente solo via email, per cui ogni messaggio che arriva per loro rappresenta un’altra incombenza. Immagino la pressione che devono aver subìto nel ricreare in pochi giorni un emulo virtuale dell’azienda, con tutto quello che comporta: trovare una soluzione che funzioni per tutti, che poi non funziona e vanno risolte decine di situazioni diverse, e se non si risolvono le persone non lavorano e si perde tempo produttivo.</p>



<p>La pressione aumenta per tutti anche in termini di quantità di cose a cui stare dietro per colmare il vuoto: tutte le azioni che normalmente si svolgevano nella vita reale, come un banale riunirsi in quattro e giudicare un certo video da mandare al cliente, ora comportano una serie di passi aggiuntivi. Quindi esportare il video, mandarlo per approvazione al collega, poi lo deve approvare anche il capo, il tutto rispettando dei passaggi tecnici e una serie di standard che il sistema non è in grado di gestire completamente a distanza. E per ogni cosa ci vuole più tempo, non contando che i mezzi a casa sono quelli che sono e chi lavora su qualcosa di visivo non può sperare di avere la stessa resa che aveva in azienda con uno schermo grande il doppio.</p>



<p>Il lavoro nella comunicazione viene narrato – nelle scuole, dalle aziende – come una professione creativa e artistica; esiste questo lato, ma non viene narrato l’aspetto più tecnico che, soprattutto in un lavoro di squadra, soggetto ad approvazioni successive, non si distanzia fortemente da una catena di montaggio: il grafico o il montatore non sono poi così lontani dall’operaio. In questo senso, separazione fisica significa anche che non si ha più la visione globale del progetto: prima facevo la mia parte ma avevo un’idea di quello che facevano gli altri, perché me ne parlavano o perché lo vedevo direttamente mentre lavoravano, ora so solo com’è fatto il mio pezzetto e so a malapena come s’incastra con gli altri.</p>



<p>La nota dominante dello smart working è la solitudine: il lavoratore è solo mentre lavora e solo a difendersi dal basso, in un rapporto univoco e unilateralmente a vantaggio di chi sta sopra; che forse non ha ancora ben compreso come sfruttare pienamente la situazione ma è una mera questione di tempo, tanto più che nessuno glielo impedisce. Un lavoratore solo, insomma, è un lavoratore debole.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> G. Falasca, <em>Lo smart working ammette verifiche su pc e posta aziendali</em>, Il Sole 24 ore, 9 marzo 2020</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. C. Lecher, <em>How Amazon automatically tracks and fires warehouse workers for ‘productivity’,</em> The Verge, 25 aprile 2019 <a href="https://www.theverge.com/2019/4/25/18516004/amazon-warehouse-fulfillment-centers-productivity-firing-terminations" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theverge.com/2019/4/25/18516004/amazon-warehouse-fulfillment-centers-productivity-firing-terminations</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Crowdwork. L&#8217;outsourcing al tempo della rete e di Amazon</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/crowdwork-loutsourcing-al-tempo-della-rete-e-di-amazon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 10:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[gig economy]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
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					<description><![CDATA[Crowdwork, l’ultima frontiera del capitalismo digitale: l’outsourching di micro-attività: alienazione, ranking, paghe da fame, zero diritti; Amazon Mechanical Turk ma non solo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-59-ottobre-novembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 59, ottobre &#8211; novembre 2018)</a></li></ul>



<p class="has-small-font-size">di Fabrizio Ungaro</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Crowdwork, l’ultima frontiera del capitalismo digitale: l’outsourching di micro-attività: alienazione, ranking, paghe da fame, zero diritti; Amazon Mechanical Turk ma non solo.</p></blockquote>



<p><em>“Prima di internet sarebbe stato difficile trovare qualcuno, farlo sedere per dieci minuti e farlo lavorare per te, e licenziarlo dopo quei dieci minuti. Ma con la tecnologia puoi trovarlo, pagar lo quel minimo che gli devi e poi disfarti di lui quando non ti serve più”.</em><br>Lukas Biewald, CEO di CrowdFlower</p>



<p></p>



<p class="has-drop-cap">Negli ultimi tempi si è molto parlato di gig economy, soprattutto in relazione all’emersione delle rivendicazioni socio-economiche da parte dei riders, i lavoratori impegnati nelle consegne di cibo nelle nostre città. Ma la cosiddetta ‘economia dei lavoretti’ non si esaurisce qui. È una forma di organizzazione del lavoro che ormai comprende diversi settori e mansioni, tra cui, meno noto, quello che è definito crowdwork.</p>



<p>La prestazione lavorativa del crowdwork è essenzialmente una micro-attività svolta attraverso delle piattaforme digitali. Viene associata alla parola crowd (folla), poiché la platea di lavoratori a cui si rivolge è potenzialmente illimitata in quanto, basandosi unicamente sulla connessione internet presente tra committente, piattaforma e lavoratore, non vi sono barriere geografiche. È fondamentale, dunque, la dimensione globale del lavoro; in contrasto con quella locale presente invece negli altri ambiti della gig economy come è per un fattorino di Deliveroo o un tassista di Uber.</p>



<p>È definito anche crowdsourcing, termine che unisce le parole crowd e outsourcing (esternalizzazione), trattandosi infatti di mansioni che l’azienda ha convenienza a esternalizzare per abbattere il costo del lavoro, pagando a cottimo e senza stipulare un contratto di lavoro stabile.</p>



<p>Il crowdwork consta essenzialmente di piccole attività, ripetitive e monotone – unicamente digitali, dunque per poterle svolgere serve un dispositivo elettronico – che vanno dal taggare nel modo richiesto delle foto (selezionare la categoria che meglio descrive il contenuto) alla trascrizione di file audio, da brevi traduzioni alla compilazione di sondaggi e questionari, dal rilevare contenuti o-sceni ad altre mansioni che rendono le nostre esperienze online più semplici e organizzate.</p>



<p>I compiti sono frazionati in singole micro-attività: per esempio ogni foto classificata equivale a una committenza, ed è la classificazione di tutte le foto richieste a costituire il lavoro completo. Siamo di fronte all’alienazione pura. Più persone possono svolgere una piccola componente della commissione immessa nella piattaforma di crowdsourcing, parti che sembrano sconnesse fra loro, e quindi la singola persona che svolge il micro-task non può riconoscere l’apporto della propria attività nella creazione del contenuto.</p>



<p>Come tutti i lavori che ruotano intorno alla gig economy, anche nel crowdsourcing il ranking, la reputazione che il lavoratore si crea all’interno delle piattaforme, è fondamentale per poter continuare a lavorare. La costante valutazione fa sì che il tempo di vita improduttivo venga eliminato, in quanto è fondamentale finire il prima possibile il task per non essere valutati negativamente, come ben analizzato da Jeremias Prassl e Martin Risak nell’articolo sulla rivista Comparative Labor Law and Policy Journal (1) – è la logica del cottimo, se poi aggiungiamo che le piattaforme sono geograficamente globali, quindi attive a diversi fusi orari, si comprende quanto il tempo lavorativo diventi h24.</p>



<p>Un meccanismo che innescando una feroce competizione tra lavoratori genera alta qualità nei compiti svolti mantenendo bassi i salari. È una competizione al ribasso, come tutta la competizione odierna nel mondo del lavoro. Una volta raggiunto un buon ranking, poi, diviene difficile abbandonare il portale per un altro, poiché la reputazione ottenuta e faticata non può essere trasferita in nessun’altra piattaforma di crowdwork.</p>



<p>Niente a che vedere, insomma, con l’idea del lavoratore autonomo, del freelance, dell’imprenditore di se stesso che si vuole propagandare, nonché con l’idea che questi portali siano solo piattaforme di matching tra domanda e offerta, quando in realtà stabiliscono nei fatti le regole che le persone devono seguire se vogliono continuare a lavorare. Non a caso si parla di neo-taylorismo: attraverso le norme della piattaforma e l’osservazione incessante tramite terzi (ranking e valutazioni) vi è difatti un controllo sull’operato dei lavoratori affinché si allineino alle linee guide delle varie aziende. Non c’è nulla di nuovo, purtroppo, se non gli strumenti coi quali si condizionano i lavoratori.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Amazon Mechanical Turk</h4>



<p>Amazon Mechanical Turk (espresso anche come AMT o MTurk) è una delle principali piattaforme, se non la prima, di crowdsourcing. Nata nel 2005, fa capo al colosso digitale Amazon, e a oggi conta più di 500.000 lavoratori, anche se ricercatori e committenti stimano intorno a 50.000 quelli effettivamente attivi e non solo iscritti al portale (2).</p>



<p>La piattaforma nasce inizialmente come componente interna della stessa azienda. Per poter gestire meglio il sito di e-commerce eliminando i doppioni esistenti delle schede prodotto, la società crea una struttura in cui i lavoratori dipendenti possono eseguire i nuovi task per migliorare il sito dell’impresa. Poco dopo Besoz (fondatore, proprietario della quota di controllo, presidente e amministratore delegato dell’impresa) comprende che quel sistema può essere reso autonomo e sfruttato diversamente e lo apre al pubblico, rendendo Amazon, come scrive poi nelle regole di utilizzo, una mera piattaforma che mette in relazione le parti, committenti di lavori e lavoratori, senza entrare nel dettaglio delle transazioni. Se ne tira fuori, insomma, anche se trattiene il 10% co-me commissione e gestisce sia il software che il funzionamento dei rating; due aspetti, soprattutto quello del rating, che pongono Amazon, di fatto, dentro le relazioni di lavoro tra committenti e lavoratori.</p>



<p>La piattaforma online si basa su tre elementi: il requester, l’HIT e il turker. Il primo è l’azienda o il committente che domanda lavoro; il secondo è lo Human Intelligence Task, ovvero l’attività che il requester vuole che sia svolta; l’ultimo è il lavoratore che andrà a svolgere l’HIT richiesto. Il committente inserisce nella piattaforma i micro-task e i vari lavoratori-folla andranno a eseguirlo.</p>



<p>Il portale prende il nome dal Turco Meccanico, una finta macchina creata alla fine del Settecento da Wolfgang von Kempelen: l’obiettivo era far credere che un automa fosse in grado di giocare a scacchi, mentre sotto l’apparecchio si celava un essere umano che lo manovrava grazie a dei magneti.</p>



<p>Il lavoro umano era nascosto, si vedeva solo il risultato. Il fatto che l’esecuzione operata dalla macchina fosse in realtà merito dell’uomo è alla base della piattaforma di Amazon: le mansioni che i lavoratori svolgono sono infatti camuffate come fossero attività automatiche merito della tecnologia e degli algoritmi. Non a caso lo slogan di Bezos per la piattaforma è “Artificial artificial intelligence”, e lo si legge sia nella pagina AMT che nella presentazione del portale.</p>



<p>A partire dall’interfaccia del sito e dalle conferenze dove ne spiega il funzionamento, l’azienda deliberatamente inserisce i lavoratori nel meccanismo dell’algoritmo. Lo stesso Bezos li definisce “humans-as-service”, andando a delineare e legittimare la mercificazione del lavoro; la componente umana viene azzerata. Dietro questa narrazione c’è (anche) un interesse preciso: “Gli investitori stimano più vantaggiose le compagnie che si occupano di tecnologia rispetto a quelle che si occupano di lavoro, dal momento che si ritiene che le prime richiedano un investimento iniziale maggiore ma, a differenza delle seconde, permettano di incrementare i profitti senza aumentare le spese. Per questo motivo nascondere il lavoro umano è l’elemento chiave grazie al quale queste start-up vengono considerate dagli investitori e, conseguentemente, costituisce la chiave per la speculazione imprenditoriale” (3).</p>



<p>Per accedere al portale bisogna registrarsi, dopodiché si riceve un identificativo alfanumerico per iniziare a lavorare. In questo modo il lavoratore è anonimo, in quanto i dati inseriti sono a sua libera scelta, non c’è alcun controllo sulla sua identità; caratteristica che già lo rende invisibile. In aggiunta, come riprende Wahal dal lavoro di Starr e Strauss, “i lavoratori che operano in AMT sono invisibili dal momento che «i prodotti del lavoro sono beni acquistati a distanza rispetto al luogo di lavoro. Sia il lavoro che i lavoratori sono invisibili agli occhi dei consumatori, che tuttavia contribuiscono passivamente a perpetuarne l’invisibilità»”.</p>



<p>Un’altra nota dolente di AMT è la facoltà riconosciuta al requester di rifiutare il task svolto, senza dover dare alcuna spiegazione, e di conseguenza non pagarlo. Anche respingendolo può comunque trattenerlo, e quindi è facile comprendere come sia conveniente e possibile non remunerare il turker anche per un lavoro fatto bene.</p>



<p>La questione del rifiuto non finisce qui, perché accumulatene diversi ne va della reputazione del lavoratore. Il punteggio si abbassa e viene escluso da potenziali altri micro-task che richiedono un ranking di un certo livello, e questo non a causa di un compito svolto male ma della volontà del committente di non pagare il lavoro. Qualunque cosa può portarlo a tale scelta, anche una esecuzione mediocre, ma non è dato saperlo: il lavoratore è alla mercé del requester.</p>



<p>Inoltre, un susseguirsi di rifiuti può far sì che Amazon chiuda l’account del turker a suo insindacabile giudizio. Si è fuori dalla piattaforma. Inutile dire che essendo considerati freelance, non esiste alcun tipo di tutela: nessun salario minimo, nessun contratto nazionale, nessuna assicurazione, nessuna protezione sui licenziamenti. E considerando che geograficamente la platea dei lavoratori è globale e che la piattaforma non permette loro di conoscersi né di comunicare direttamente, è ovvio che molto difficilmente può nascere un’organizzazione collettiva che rivendichi dei diritti, per non parlare del sindacato, nemmeno preso in considerazione.</p>



<p>Ma tutto questo, per quanti soldi? Il micro-task vale, di solito, pochi centesimi. Il 25% paga intorno a 0,01 dollari, il 70% 0,05 dollari o meno, e il 90% è sotto i 0,10 dollari. In media un turker guadagna 2 dollari l’ora (4). Una paga che definire da fame è un eufemismo. I lavoratori di AMT sono situati principalmente in due Paesi, Stati Uniti e India. Lo si spiega per un fattore eminentemente pratico, ovvero i pagamenti avvengono in dollari statunitensi o in rupie. L’alternativa sono gift card di Amazon (!), carte regalo su cui vengono registrati i pagamenti ricevuti dal turker e che possono essere utilizzate unicamente nel negozio virtuale di Amazon. Di fatto lavori per poter comprare su Amazon, nella soddisfazione di Besoz che così guadagna non solo con il 10% della commissione ma anche con la vendita al turker/cliente di un prodotto – senza contare la fidelizzazione al portale per i propri acquisti che viene innescata.</p>



<p>Qualcosa però si sta muovendo. Ad avvantaggiare l’esperienza dei lavoratori è nata la piattaforma Turkopticon della ricercatrice Lily Irani. Tecnicamente è un’estensione dei browser web Chrome e Firefox che permette la valutazione dei committenti. Il nome ideato dalla studiosa riprende il panopticon di Bentham, la prigione nella quale, per la sua stessa architettura, i prigionieri sono portati ad autodisciplinarsi. Un concetto simile sta dietro l’idea di Turkopticon: la sorveglianza attiva dei turker sui requester – chi paga e chi no, correttezza, prontezza ecc. – in una sorta di rating a loro applicato e visibile a tutti i lavoratori, consente a questi ultimi di difendersi, non accettando task da ‘datori di lavoro’ dalla pessima reputazione, e, in teoria, ciò dovrebbe spingere i requester ad autodisciplinarsi.</p>



<p>Questa nuove dinamiche permettono di uscire dalla scatola chiusa della piattaforma di Amazon, dando ai turker l’opportunità di confrontarsi e coordinarsi per reagire collettivamente allo sfruttamento scritto negli stessi meccanismi della piattaforma. Per funzionare tuttavia, ed essere vantaggioso, Turkopticon necessita di massa critica (5).</p>



<p>Per quanto non raffiguri ancora la maggioranza dei lavori, il crowdwork rappresenta la direzione che si vuole e si può prendere nelle relazioni di lavoro. È innanzitutto necessario uscire dalla retorica dell’imprenditore di se stesso e della flessibilità come panacea a tutti i mali per poter riconoscere e definire questo fenomeno per quello che effettivamente è: una nuova forma di sfruttamento del lavoro da parte del capitale (tecnologico). Partendo da questa considerazione si può riflettere su come agire affinché tale dinamica non diventi sempre più preponderante, e per invertire la rotta nel processo di indebolimento dei lavoratori.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Jeremias Prassl e Martin Risak. Uber, Taskrabbit, &amp; Co: Platforms as Employers? Rethinking the Legal Analysis of Crowdwork, su Comparative Labor Law &amp; Policy Journal, Forthcoming; Oxford Legal Studies Research Paper No. 8/2016, 16 febbraio 2016. Disponibile su <a href="https://ssrn.com/abstract=2733003" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ssrn.com/abstract=2733003</a><br>2) Dati presi da <a href="http://techlist.com/mturk/global-mturk-worker-map.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://techlist.com/mturk/global-mturk-worker-map.php</a><br>3) Elinor Wahal, Invisibilità e invisibilizzazione dei crowdworker, Nuvole.it, 8 giugno 2018<br>4) Dati presi dal lavoro di Birgitta Bergvall-Kåreborn e Debra Howcroft del 2014, Amazon Mechanical Turk and the commodification of labour, su New Technology, Work and Employment<br>5) Con massa critica si intende quel numero minimo di persone con cui il servizio può funzionare a pieno regime. Nel caso specifico, Turkopticon ha senso quando ci sono abbastanza turker che recensiscono tutti i committenti</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dal Jobs Act alla Loi Travail. La Francia e noi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dal-jobs-act-alla-loi-travail-la-francia-e-noi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 14:51:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1093</guid>

					<description><![CDATA[Lavoro: punti in comune tra la riforma d’oltralpe e quella italiana]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Collettivo Clash City Workers</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-48-giugno-settembre-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 48, giugno -settembre 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Lavoro: punti in comune tra la riforma d’oltralpe e quella italiana</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Se c’è qualcosa che accomuna i governi europei in questo momento storico, è stato pienamente riassunto da Myriam El Khomri, ministro del Lavoro francese e prima firmataria della&nbsp;<em>Loi Travail</em>: “L’obiettivo […] è quello di adattarsi ai bisogni delle imprese” (1). Punto. Cosa questo significhi nel concreto lo possiamo vedere in Italia, con il Jobs Act del tandem Renzi-Poletti, e lo stanno scoprendo i francesi, con la legge che vuole trasformare il diritto del lavoro nel loro Paese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dal Jobs Act alla Loi Travail</h4>



<p>A un anno di distanza dall’entrata in vigore della legge italiana, nel marzo 2016, il governo socialista francese ha annunciato un disegno di legge che vorrebbe riconfigurare il funzionamento delle relazioni industriali in Francia, in particolare nella direzione di un indebolimento della posizione contrattuale dei lavoratori. Nei precedenti numeri di Paginauno abbiamo delineato la tendenza non solo francese, ma condivisa a livello europeo, a ridurre tutele del lavoro, diritti e salario, anche spostando la contrattazione dal livello nazionale a quello locale o aziendale, diminuendone la coordinazione e di conseguenza mettendo i lavoratori in una posizione di maggiore debolezza. Un obiettivo assunto in modo univoco all’interno dell’Unione europea e chiesto a gran voce dai rappresentanti dei gruppi capitalistici più integrati a livello continentale; sul lato italiano, si rivela chiaramente nell’analisi dei rinnovi contrattuali pubblicata nel numero 46 (2).</p>



<p>Viene infatti proprio da Medef, la Confindustria d’oltralpe, la richiesta di riformare il diritto del lavoro francese, con l’obiettivo di ridurre i salari e quindi, si afferma, migliorare la competitività delle imprese ravvivando gli investimenti, la crescita economica e la fiducia. L’effetto più probabile, però, sarà un incameramento di profitti da parte di alcune grandi imprese che potranno diminuire il costo del lavoro, mentre l’occupazione continuerà a languire e i cosiddetti&nbsp;<em>working poors</em>&nbsp;ad aumentare.</p>



<p>I sindacati confederali italiani si sono prestati al dubbio scambio tra riduzione dei salari e ripresa economica proposto dal governo Renzi, e hanno messo in piedi una ben tiepida opposizione al Jobs Act, oltre a non avere in alcun modo promosso, se non addirittura ostacolato, la presa di parola delle lavoratrici e dei lavoratori che pure avevano aderito in maniera significativa alla manifestazione convocata dalla Cgil il 12 dicembre 2014.</p>



<p>Diversamente è andata in Francia: contro questa legge sono stati finora proclamati quattro scioperi generali e più di dieci grandi manifestazioni in più di duecento località. Solo il 31 marzo sono scese in piazza un milione e mezzo di persone, e a partire dallo stesso giorno migliaia di giovani hanno occupato stabilmente Place de la République a Parigi (nonché numerose piazze minori in giro per la Francia), dando avvio al movimento della&nbsp;<em>Nuit Debout</em>, che promuove modalità di democrazia diretta e rivendica maggior potere per i cittadini.</p>



<p>Questa forma di mobilitazione ha fatto irruzione nell’immaginario europeo, richiamando in scena il ciclo di lotte del 2011, le piazze spagnole riempite da migliaia di persone ogni giorno e l’esperienza di Occupy Wall Street, estremamente simbolica seppur limitata. Rispetto ai movimenti del 2011 c’è stato però un motore differente: la centralità di un tema specifico e insieme generale come il lavoro.</p>



<p>L’opposizione alla riforma El Khomri è stata preceduta da alcune esplosioni di conflitto nei luoghi di lavoro, come nel caso dei dipendenti Air France e quelli Goodyear, e si è accompagnata a un rifiuto dei soprusi, della non applicazione dei contratti, delle discriminazioni sessiste e razziste, dello sfruttamento con salari irrisori. Rifiuto e dibattito che si sono potuti condensare in un discorso pubblico e collettivo grazie al lavoro del sito web e dell’omonimo collettivo&nbsp;<em>On Vaut Mieux</em>, che ha raccolto e messo in relazione decine di racconti individuali di queste condizioni. Un ulteriore elemento ha contribuito a rinnovare una prospettiva di riscatto e la possibilità di azione: il film&nbsp;<em>Merci patron!</em>&nbsp;del regista François Ruffin, che racconta la storia di una coppia licenziata da una grande azienda francese e che grazie alla scelta di non rassegnarsi riesce a ottenere giustizia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fermi, arresti, stato d’emergenza e articolo 49 comma 3</h4>



<p>Tutto questo è avvenuto in un momento di crescente repressione e violenza da parte delle istituzioni francesi. Lo stato di emergenza entrato in vigore dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre a Parigi ha formalmente vietato cortei e manifestazioni, ma fino a oggi i prefetti non avevano applicato il divieto totale dei raduni.</p>



<p>Questa sospensione delle libertà civili ha dato alla polizia d’oltralpe, nota per la sua brutalità, il via libera a comportamenti violenti. Sono centinaia i fermi e gli arresti effettuati nei tre mesi di mobilitazioni contro la Loi Travail. I manifestanti sono stati riempiti di lacrimogeni e violentemente caricati; molti attivisti sono stati picchiati e arrestati; a Lille, la polizia ha addirittura fatto irruzione in una sede del sindacato CNT. Anche agli studenti delle scuole superiori è stato riservato lo stesso trattamento: alla fine di marzo, il video di uno studente di una scuola di Parigi Nord, picchiato dalla polizia antisommossa, ha suscitato l’indignazione nazionale – portando la procura ad aprire un procedimento contro uno degli ufficiali coinvolti.</p>



<p>Come se non bastasse, a maggio, il governo francese ha deciso di far passare la Loi Travail utilizzando uno degli articoli più reazionari della Costituzione gollista, il 49 comma 3, che permette di emanare una legge grazie al solo consenso del Consiglio dei ministri. Uno strumento utilizzato per aggirare il voto in Parlamento ed eliminare il rischio, reale, di vedere bocciato il provvedimento: diversi parlamentari socialisti, infatti, sotto la spinta delle mobilitazioni avevano espresso parere contrario. Negli ultimi dieci anni l’articolo 49 è stato utilizzato solo tre volte, e tutte e tre per far passare leggi fortemente volute da Medef.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La riforma francese&#8230;</h4>



<p>Andiamo allora a vedere in che cosa consiste la (contro) riforma francese, perché è così desiderata da Medef, osteggiata dalla popolazione, e in che modo ha a che fare con noi. È importante focalizzare cinque questioni centrali, includendo nell’analisi anche alcuni provvedimenti che sono in parte già contenuti all’interno della legge Macron, emessa in piena crisi greca con l’obiettivo di rassicurare gli investitori privati e la Commissione europea (Emmanuel Macron è l’attuale ministro francese dell’Economia, rappresentante dell’ala liberista del Partito socialista), e che trovano la loro vera funzione nel progetto di legge El Khomri, con il chiaro intento di riformare il code du travail.</p>



<p><em>Deroghe contrattuali</em><br>L’introduzione della possibilità per gli accordi aziendali (o di secondo livello) di andare in deroga ai contratti nazionali di categoria e allo stesso codice del lavoro è certamente la modifica più importante. Essa dispone la fine del principio di favore, ossia la regola principe del diritto del lavoro, per la quale qualsiasi accordo sindacale può discostarsi dai contratti nazionali e dalle leggi solo nel caso in cui sia favorevole al lavoratore. La Loi Travail invece dispone che in caso di accordo aziendale, siglato dai sindacati in possesso della maggiore rappresentatività, esso potrà andare in deroga alle fonti gerarchicamente superiori pur essendo favorevole all’impresa.</p>



<p>Un po’ quanto previsto, in Italia, dall’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 (e il conseguente del 10 gennaio 2014), e soprattutto dall’articolo 8 della legge 148, figlia del governo Monti. Nel caso invece non vi sia maggioranza sindacale, ossia se i rappresentanti dei lavoratori rifiutano l’accordo peggiorativo, una qualunque sigla sindacale può richiedere che venga svolto un referendum all’interno dell’azienda; referendum che, però, ben lontano dall’essere una forma di partecipazione democratica, in una simile situazione diventa un voto sotto ricatto, con il lavoratore lasciato solo di fronte a una falsa scelta: quella tra il provvedimento aziendale (spesso una delocalizzazione o una riduzione del personale) e il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro. È la storia della Fiat di Pomigliano e dell’Electrolux in Italia, della Bosch di Vénissieux in Francia, della General Motors a Strasburgo, della Continental di Clairoix e della Dunlop di Amiens.</p>



<p><em>Licenziamenti collettivi</em><br>Grazie al governo di Nicolas Sarkozy (2008), all’Accordo Nazionale Interprofessionale siglato da Stato, Medef e sindacati concertativi (CFDT E CGC) e alla legge socialista di “sécurisation de l’emploi” del 2013, è già possibile ridurre i salari, aumentare tempi e ritmi di lavoro e licenziare in caso di “difficoltà economiche”. La Loi Travail, però, indebolisce gravemente la definizione di difficoltà economiche. Esse consisterebbero in “un abbassamento del giro d’affari” o nella “perdita di redditività” dell’impresa lungo un intervallo di “diversi trimestri”; non è specificato quanti, ma possiamo immaginare l’interpretazione che ne verrà data: semplicemente più di uno.</p>



<p>Non sarà difficile provare un calo del giro di affari lungo un periodo di sei mesi, né tantomeno crearlo. La legge infatti specifica che la diminuzione di fatturato debba verificarsi a “livello di impresa” e non più “a livello di gruppo”. Nell’epoca delle grandi società multinazionali e delle abilità tecnico-contabili nel far sparire e riemergere costi e profitti da una sede all’altra e da un Paese all’altro, tramite prezzi arbitrari per i semilavorati o strumenti di debito e credito interni al gruppo, è evidente come un’azienda composta da diverse filiali possa facilmente determinare l’andamento economico di un singolo stabilimento per poter rientrare nei parametri previsti dalla legge El Khomri.</p>



<p>Infine, nel nuovo testo viene colpito anche l’obbligo di ricollocamento relativo ai licenziamenti economici – le imprese erano obbligate a proporre al lavoratore il ricollocamento in un’altra filiale del medesimo gruppo – che semplicemente viene eliminato.</p>



<p><em>Licenziamenti individuali</em><br>Altra modifica sostanziale è quella che riguarda i licenziamenti illegittimi. In Francia, pur non esistendo l’articolo 18 come lo abbiamo conosciuto in Italia (tutela molto forte che è servita a garanzia dell’azione sindacale e abolita dal Jobs Act per tutti i nuovi contratti di lavoro), in caso di licenziamento considerato illegittimo il lavoratore può ricorrere ai giudici del lavoro, che ne definiscono la natura, lo convalidano o, più spesso, condannano l’impresa al reintegro o al pagamento di un’indennità proporzionata al danno subìto dal lavoratore. La Loi Travail elimina il limite minimo dell’indennità (sei mensilità) e ne fissa uno massimo (sei mensilità per i dipendenti con meno di cinque anni di anzianità, quindici mensilità per quelli con più di vent’anni). In questo modo, per liberarsi di lavoratori scomodi o ‘in eccesso’ le imprese avranno la possibilità di calcolare in anticipo i costi massimi del licenziamento, proprio come avviene in Italia con il contratto a tutele crescenti introdotto con la riforma del lavoro del governo Renzi.</p>



<p>Questa parte della legge è un attacco diretto al cuore della classe lavoratrice francese. Se è infatti vero che il 90% dei nuovi contratti stipulati sono precari, ancora nel 2014 l’86% dei contratti esistenti, sul totale dei 23 milioni di dipendenti francesi, erano a tempo indeterminato. È quindi evidente l’obiettivo del governo Hollande-Valls: rendere più precari e ricattabili i cosiddetti ‘garantiti’ – più protetti e sindacalizzati – fornendo al contempo un’infrastruttura giuridica più vicina alle imprese, in grado cioè di assicurare il primato della contrattazione aziendale a discapito della regolazione ex lege tipica dell’ordinamento francese.</p>



<p><em>Indennità di disoccupazione</em><br>Il debito dell’organismo creato nel 1958 per gestire le indennità di disoccupazione, l’Unedic, ha raggiunto nel 2015 la cifra record di 25 miliardi. Il governo francese vorrebbe quindi riformare (ovvero ridurre) l’erogazione del sussidio di disoccupazione, per andare verso un pareggio di bilancio. Le trattative tra governo, Medef e sindacati, iniziate a fine febbraio, sono tuttora in corso, e dovranno concludersi prima della fine di giugno, data di scadenza dell’accordo attualmente in vigore. Nonostante governo e imprese stiano accusando lavoratori e disoccupati di “aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità” e di non voler “fare i giusti sacrifici”, diversi studi dimostrano come il deficit annuale dell’Unedic non sia tanto legato al funzionamento della cassa del sussidio di disoccupazione ma a precise scelte politiche.</p>



<p>Infatti i contributi versati annualmente dai lavoratori risultano eccedenti rispetto ai sussidi di disoccupazione erogati dall’Unedic: nel 2014 il saldo tra le due voci era in attivo di circa 2,7 miliardi di euro. Dove cercare dunque le ragioni del debito? L’Unedic è obbligata a finanziare ogni anno una parte del budget del&nbsp;<em>Pole Emploi</em>&nbsp;(Centri per l’impiego). Il deficit annuale è dunque in larga misura generato da questo finanziamento, ossia da una deresponsabilizzazione dello Stato e delle imprese nei confronti degli&nbsp;<em>chomeurs</em>&nbsp;(disoccupati).</p>



<p>C’è dunque l’intenzione di caricare questa responsabilità sulle spalle degli stessi disoccupati, con la conseguente corsa al ribasso dei salari e delle tutele innescata dalla guerra tra poveri che verrebbe a scatenarsi. Va infine tenuto in conto che nella Francia della crisi il ricorso ai contratti a tempo determinato è letteralmente esploso (3); insieme a quelli interinali, riguardano più del 90% delle nuove assunzioni, mentre diminuisce anno dopo anno la durata media dei contratti. È evidente che un taglio ai sussidi di disoccupazione andrebbe a colpire tanto i giovani precari quanto i ‘nuovi’ disoccupati soggetti ai licenziamenti.</p>



<p><em>Giornata lavorativa</em><br>La Francia è considerata – a torto – il Paese delle 35 ore, introdotte per legge nel 1998 dall’allora governo Jospin. In realtà, le 35 ore calcolano la durata normale della settimana lavorativa, oltre la quale è obbligatorio pagare gli straordinari. Le imprese ne hanno guadagnato in flessibilità e sgravi fiscali: le 35 ore infatti rappresentano la media settimanale calcolata su tutto l’anno solare. Ciò vuol dire che attualmente è possibile avere giornate di lavoro di dieci ore, e che fino a dodici settimane consecutive è possibile usufruire di un lavoratore per una media di 46 ore senza pagare straordinario alcuno.</p>



<p>In linea con questa impostazione, l’attuale governo vorrebbe andare oltre e cancellare definitivamente l’idea delle 35 ore. Nel progetto El Khomri, infatti, si prevede che in periodo di accresciuta attività produttiva la giornata di lavoro, previo accordo sindacale, possa raggiungere le dodici ore; che la maggiorazione per il lavoro straordinario sia ridotta dal 25% al 10%; che si possa lavorare per 46 ore settimanali per sedici (e non più dodici) settimane consecutive (e 48 ore in caso di sovrappiù produttivo), e che questa media possa addirittura raggiungere le 60 ore settimanali in caso di ispezione amministrativa positiva.</p>



<p>Le nuove misure andranno a colpire la possibilità di avere una vita sociale e la necessità di rifiatare di tanti lavoratori, anche perché la nuova legge permette di frazionare le undici ore di riposo obbligatorie tra un turno di lavoro e l’altro. Queste norme si faranno sentire soprattutto in quei settori, come il commercio, nei quali alle imprese è già permesso di tutto: in determinate zone della Francia ricche di centri commerciali e nei pressi delle stazioni è possibile tenere aperti i negozi sette giorni su sette fino a mezzanotte, e a queste domeniche ‘a ciclo continuo’ si aggiungono le dodici di apertura straordinaria previste dalla Loi Macron dello scorso anno, che possono essere concesse su delibera dei prefetti o delle municipalità in tutto il territorio francese. Un po’ quello che è avvenuto in Italia con il decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">… e noi</h4>



<p>È facile riconoscere come la Loi Travail si inserisca nel filone già tracciato dal Jobs Act in Italia e ancora prima dal Piano Hartz in Germania. È una lotta di classe dall’alto, messa in atto dal Capitale accanto alla narrazione dominante che ne decreta al contrario la fine (Marchionne&nbsp;<em>docet</em>), in nome dell’obiettivo di uscire dalla crisi economica. Sempre le crisi sono il momento ideale per ridisegnare l’architettura sociale ed economica di un Paese, e questa non fa eccezione.</p>



<p>L’ideologia neoliberista mira a ripristinare in Europa un feroce sfruttamento lavorativo e a smantellare il welfare, per ridare fiato ai profitti delle imprese. Una politica che abbiamo visto applicare nella forma più brutale in Grecia, dal 2010 in poi. Neppure le forti mobilitazioni di massa, gli scioperi generali e l’elezione di un governo di sinistra ‘radicale’ hanno saputo imprimere un’inversione di tendenza nel piccolo Paese ellenico, costretto a piegarsi da istituzionali sovranazionali e a suon di speculazioni finanziarie sui titoli pubblici. Bisogna allora ripartire da una presa di coscienza che era in parte emersa con il sostegno all’OXI! (NO!) greco, e sembra oggi riprendere con il sostegno all’opposizione francese, che il 15 maggio scorso ha visto mobilitazioni in trecento città in tutta Europa: l’attacco al lavoro si muove sul piano internazionale, e dunque internazionale deve essere la risposta. Nel 2010 lo striscione che sventolava sull’Acropoli di Atene diceva: “People of Europe, rise up!”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) E. Lefebvre e D. Perrotte,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lesechos.fr/17/02/2016/lesechos.fr/021705873505_myriam-el-khomri----il-n-y-a-aucun-recul-des-droits-des-salaries-.htm" target="_blank"><em>Myriam El Khomri: «Il n’y a aucun recul des droits des salariés»</em></a>, Les Echos, 19 febbraio 2016 </p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Collettivo Clash City Workers,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/salari-da-fame-orari-da-pazzi-i-nuovi-contratti-nazionali/" data-type="post" data-id="1080" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Salari da fame, orari da pazzi: i nuovi contratti nazionali</a></em>, Paginauno n. 46/2016</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.francetvinfo.fr/replay-radio/le-vrai-du-faux/aujourd-hui-85-des-contrats-de-travail-sont-des-cdi_1773627.html" target="_blank"><em>Aujourd’hui, 85% des contrats de travail sont des CDI</em></a>, FranceInfo.fr., 12 gennaio 2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Free jobs: il lavoro gratuito da Expo 2015 al Jobs Act e oltre</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/free-jobs-il-lavoro-gratuito-da-expo-2015-al-jobs-act-e-oltre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 07:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
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					<description><![CDATA[Il nuovo mercato del lavoro che si nutre di immaginario]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-43-giugno-settembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 43, giugno &#8211; settembre 2015)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>Adam Arvidsson, Andrea Fumagalli e Domenico Vitale</em>*</td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il nuovo mercato del lavoro che si nutre di immaginario</p></blockquote>



<p><em>Incontro-dibattito presso il Centro sociale Sos Fornace (Rho, Milano), 13 gennaio 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap"><br><strong>Andrea Fumagalli</strong>. Il primo punto da affrontare riguarda il lavoro gratuito. Il primo fatto eclatante, che diventerà un elemento di storia delle relazioni sindacali tra cinque o sei anni, è l’accordo del 23 luglio 2013 sottoscritto a livello territoriale locale da Cgil Cisl e Uil, Comune di Milano in qualità di garante, e la parte padronale che in questo caso è Expo 2015 s.p.a., società per azioni privata – ricordo che per costituzione una s.p.a. ha come obiettivo, indipendentemente dalla struttura proprietaria che può anche comprendere realtà pubbliche, come nel caso di Expo 2015, l’accrescimento del valore delle azioni che compongono la società, quindi il profitto.</p>



<p>Questo accordo, per la prima volta nella storia del diritto del lavoro italiano – che nasce negli anni Venti, quindi è passato ormai quasi un secolo – legalizza e quindi istituzionalizza una prestazione di lavoro gratuita. È qualcosa che verrà ricordato dai giuslavoristi italiani, perché stabilisce che per la gestione dell’attività e dell’evento Expo sono necessari, secondo la stima fatta all’epoca e fino a oggi non smentita, circa 22.000 posti di lavoro. Sono ovviamente posti di lavoro a termine, perché l’evento è a termine. La novità introdotta dall’accordo è che vengono create delle tipologie contrattuali che recepiscono le riforme fatte dalla Fornero nel luglio del 2012 per quanto riguarda l’apprendistato e il contratto a termine – circa 400 apprendistati e 700 contratti a termine, per un totale di 1.100 persone. Sono poi introdotte altre 400/500 figure lavorative sotto forma di stage più o meno retribuiti – 400, massimo 500 euro al mese – per un totale di 1.600 posti di lavoro. I restanti, circa 18.500, vengono occupati attraverso squadre, con tempistica differente, con durata dalle quattro alle sei settimane, di lavoro cosiddetto ‘volontario’, che in termini concreti è lavoro gratuito.</p>



<p>Questo è il primo contratto che i sindacati firmano, dichiarandosi quindi d’accordo con il fatto che si metta in azione una prestazione di lavoro gratuita, non remunerata, al fine di far sì che l’evento Expo possa aver luogo. È qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama italiano. L’unica persona che ha avuto qualche perplessità, soprattutto nella Cgil, che è stata promotrice di uno sciopero generale nel dicembre scorso contro il Jobs Act, è il segretario generale della Fiom Lombardia Mirco Rota, che ha scritto un articolo sul Manifesto in cui dichiarava che questo accordo era un po’&nbsp;<em>pericoloso</em>&nbsp;perché poteva essere l’inizio di una tracimazione verso forme di lavoro di questo genere, cioè gratuito. Questo è l’antefatto.</p>



<p>Il secondo elemento su cui riflettere è che nella legge 78 del maggio 2014, chiamata anche decreto Poletti, che costituisce il primo atto del Jobs Act, viene istituito, tra le tante cose che qui non prendo in considerazione, quello che si chiama il “Piano garanzia giovani”, finanziato dalla Comunità europea sulla base del progetto Horizon 2020 stabilito nell’accordo di Lisbona, nel quale è previsto lo stanziamento di fondi per favorire il processo di avviamento al lavoro delle giovani generazioni, tenendo conto che il dato di disoccupazione giovanile, come sappiamo, in molti Paesi europei è alquanto elevato.</p>



<p>Per l’Italia il Piano prevede 1,5 miliardi euro e dovrebbe creare un sistema di accordo regionale – i fondi sono infatti gestiti dalle Regioni – perché vi siano dei momenti di incontro fra società istituite a livello regionale (quindi di natura pubblica), che dovrebbero creare una banca dati chiamando i giovani a iscriversi, e contemporaneamente accogliere domande di lavoro da parte delle imprese, di modo da favorire il contatto tra domanda e offerta. Secondo le stime di Poletti, il Piano dovrebbe promuovere l’inserimento nel mercato del lavoro di 800.000 giovani – persone<br>che vanno dai 15 ai 35 anni. Questi 800.000 giovani dovrebbero entrare nel mercato del lavoro attraverso tre tipologie contrattuali, su cui però devo confessare la mia ignoranza perché non è chiarissimo quali siano: si parla di stage, di forza lavoro e di servizio civile.</p>



<p>Ora, io non so quanto questo piano sarà attuato, ma ciò vuol dire che l’accordo sul lavoro volontario fatto in ragione di Expo, quindi limitato e contingentato e temporaneamente definito, è diventato, con il decreto Poletti, una manovra di inserimento fittizio lavorativo a costo zero a livello nazionale. Questo è l’esempio di come Expo, per quanto riguarda le relazioni e le dinamiche del mercato del lavoro, sia una sorta di chiavistello per provare, sperimentare, verificare nuove modalità di regolazione del rapporto di lavoro.</p>



<p>Terzo punto, più generale: il Jobs Act è l’istituzionalizzazione del rapporto precario di lavoro. Raggiunge in pratica l’obiettivo che dieci anni fa si era posto Berlusconi e che ha cercato il supporto di Ichino e una parte del Pd dell’epoca: risolvere il problema della precarietà come fattispecie particolare rispetto al contratto di lavoro a tempo indeterminato – che ancora oggi, a livello europeo, è considerato l’unico rapporto di lavoro possibile – e far sì che il rapporto di lavoro precario diventi la norma. In questo modo il problema della precarietà, da un punto di vista legislativo, politico, sociale, è risolto, perché non è più una fattispecie particolare ma diventa l’essenza del rapporto di lavoro. Quindi da questo punto di vista il Jobs Act ha questa funzione: istituzionalizzare ciò che era già strutturale, generale ed esistenziale.</p>



<p>È chiaro che questa istituzionalizzazione, dal punto di vista del governo e dei poteri forti, vuole chiudere, risolvere, il problema della precarietà, ma contemporaneamente apre un nuovo fronte: quello appunto del lavoro gratuito, che è l’estensione, a un nuovo livello, del percorso iniziato nel ‘97 con il pacchetto Treu. Un tempo era la precarietà, oggi, se vuoi iniziare a lavorare, a essere produttivo in questa società, devi prima dare un po’ di lavoro gratuito. Questo dicono, questa è la nuova frontiera che si sta aprendo, e questo è il punto di contraddizione, perché ora le soggettività del lavoro, che all’interno di questo processo sono violentemente inserite, devono essere in grado di farne una capacità di sottrazione, di respingimento, di opposizione, di denuncia. Perché il lavoro gratuito non è l’ultima frontiera: ci verrà chiesto di pagare per lavorare, arriveremo a questo paradosso.</p>



<p>Sembra un eccesso ma il lavoro gratuito, da un punto di vista economico, è assolutamente disarmante e controproducente, ma in un contesto economico basato sulla logica dei mercati finanziari, sui profitti e le plusvalenze a breve termine, a chi importa di quello che succederà dopo; l’importante è espropriare, accaparrare, approfittare qui e oggi. Questo è il dramma e la crisi in cui siamo immersi da sette anni. Abbiamo delle strutture dirigenziali, di governo, delle politiche di austerity europee che non fanno altro che segare il ramo dell’albero su cui sono sedute, sperando che l’albero regga. Ma non potrà succedere, la crisi è destinata ad aumentare rispetto a queste nuove prospettive di regolazione del mercato del lavoro.</p>



<p>Non voglio essere pessimista. Questo significa che dobbiamo essere in grado di sviluppare una soggettività, una capacità di inchiesta su queste forme di lavoro, perché da qui bisogna iniziare a mettere in atto azioni di esodo produttivo, dire io non ci sto a queste evoluzioni e riesco a trovare un’alternativa di sistema. E qui si apre tutta una serie di problematiche e di cose che sono tutte da discutere.</p>



<p>Un’ultima cosa: oggi, 13 gennaio 2015, i lavoratori della cooperativa Cir, che si occupa di catering, sono in sciopero, perché nell’area emiliana alcuni di loro hanno avuto una disdetta unilaterale del contratto integrativo e hanno perso alcune commesse, per cui la cooperativa si è rivalsa sui lavoratori. Ora: la Cir gestirà 25 milioni di pasti all’Expo dal primo maggio al 31 ottobre, perché ha vinto l’appalto per la gestione del catering. Questa cooperativa, che è una delle tante cooperative di sfruttamento che ben conosciamo, si prende quindi una commessa per gestire tutti i pasti all’Expo e nel frattempo, oggi, licenzia i lavoratori per esigenze sue di gestione interne. Perché succede questo? Semplicemente perché la Cir rinuncia alle commesse attuali e punta tutto su Expo, per cui licenzia oggi per assumere domani, perché avrà bisogno di assumere persone per gestire il catering di Expo.</p>



<p>Questo significa che Expo rischia di non avere affatto un effetto di amplificazione dell’occupazione, ma un effetto sostitutivo. La stessa cosa, in termini diversi, avverrà con la questione della zona di Rho Fiera, perché durante Expo tutte le attività di Rho Fiera verranno sostituite da Expo, quindi tutti coloro che lavorano a Rho Fiera oggi, per le varie mostre, avvenimenti, fiere del calendario annuale, nel periodo di Expo vedranno azzerata la propria attività. Oltre al lavoro volontario, dunque, ci sarà l’effetto sostituzione, per cui l’aumento dell’occupazione, se ci sarà, sarà davvero risibile.</p>



<p><br><strong>Adam Arvidsson</strong>. Non sono molto esperto di Expo, però posso dire che mi è arrivata una email, qualche giorno fa, proprio da Expo, dove mi si chiedeva se potevo fornire cinquanta studenti che avrebbero dovuto lavorare dieci giorni; ho risposto che gli sarebbe costato più o meno 20.000 euro! Agganciandomi a quello che ha detto Fumagalli sui nuovi sviluppi giuridici, spinti in qualche modo avanti dallo spettacolo dell’Expo, essi tendono di fatto a legalizzare quella che è ormai una realtà, almeno nell’ambito di quello che chiamiamo il ‘lavoro del sapere’. Con alcuni colleghi abbiamo realizzato una serie di studi sulle cosiddette industrie creative a Milano – la moda, la comunicazione – e adesso stiamo portando avanti una ricerca su quelle che sono le altre soluzioni messe in atto di fronte alla sfida della ristrutturazione del mercato del lavoro; soluzioni, i vari <em>coworking, startup</em> ecc., che in qualche modo sono anche un’altra forma di istituzionalizzazione del lavoro gratuito. A Milano se ne parla da circa uno/due anni, oggi ci sono una ventina di coworking space e ne aprono in continuazione, e questo sistema è stato molto spinto da vari enti, come fondazioni, Regione ecc., e anche da tutto il discorso ‘imprenditoriale’ secondo cui se non c’è il lavoro, createlo tu in qualche modo.</p>



<p>Indagando questa realtà, un aspetto emerso molto chiaramente è che ormai il legame fra lavoro e stipendio, lavoro e remunerazione, non c’è più. Sicuramente non c’è in termini economici – in una situazione come quella italiana, e milanese, dove manca un’economia del sapere in grado di assorbire tutte le persone qualificate che escono dalle università, il risultato è per forza una sorta di disoccupazione strutturale dove salari e stipendi tendono ad abbassarsi, e dove chi arriva ad avere uno stipendio decente è sempre meno frequente – ma è anche una situazione psicologica.</p>



<p>Nel settore della moda, per esempio, essenzialmente ci sono tre tipi di lavoro: i designer, che sono pochissimi, uno o due di nome internazionale e poi, dato che la maggior parte delle società della moda a Milano sono a gestione famigliare, i designer sono i figli di coloro che sono stati a loro volta designer negli anni ‘60/70; poi ci sono i bocconiani, che gestiscono l’ambito finanziario, il marketing ecc., perché ormai le industrie della moda sono grandi imprese, spesso internazionali, e hanno bisogno di una certa organizzazione; infine ci sono i lavoratori della moda, che sono più o meno l’80% della forza lavoro, che fanno essenzialmente comunicazione e gestione eventi. È tra loro che abbiamo fatto un sondaggio ed è risultato che lo stipendio medio è di 800 euro al mese (età media degli intervistati, 38 anni).</p>



<p>Stipendio bassissimo, perché nessuno può vivere a Milano con 800 euro al mese; però, il livello di soddisfazione è altissimo! Sono super contenti per il fatto di lavorare nel campo della moda, anche se non vengono pagati, anche se gli orari di lavorano arrivano a 15 ore al giorno, anche se non puoi andare a pranzo, anche se non puoi prenderti il tempo per una visita medica, se non hai il tempo di avere un fidanzato/fidanzata, se non hai una vita sociale ecc., ma caspita!, lavori nella moda! E questo, almeno fino alla fascia di età dei 35 anni – poi la curva della soddisfazione inizia a decrescere, per ovvi motivi – questo basta.</p>



<p>È una fonte di entusiasmo: io sono nella moda. Cosa ti piace della moda?, abbiamo chiesto: sono creativo, è stata la risposta. Però poi se si va a vedere le mansioni che effettivamente queste persone svolgono, c’è ben poca creatività: è un lavoro subordinato, altamente strutturato e comandato; però, ha l’immagine della creatività. In questo senso quindi la creatività non è una questione di pratica ma di immaginario: il fatto di essere nella moda, frequentare certi posti, essere vicino a certi eventi, circuiti ecc. E in qualche modo, per molte persone questo sembra essere sufficiente per accettare un lavoro mal pagato o addirittura non pagato – la percentuale di persone che vanno avanti a stage è molto alto.</p>



<p>Vediamo la stessa cosa nei coworking space, anche se è un po’ diverso, perché sono spazi che raccolgono lavoratori freelance. Anche qui però le remunerazioni sono molto basse, si aggirano intorno ai 1.500 euro al mese fatturati con partita Iva, che si traducono, più o meno, negli stessi 800 euro, quindi sempre insufficiente per riuscire a vivere in una città come Milano. Eppure anche qui il livello di entusiasmo è altissimo. Lunghi orari di lavoro, tanta attenzione e tempo dedicati alla formazione di competenze, di soggettività, e alla partecipazione a seminari su che cosa vuol dire fare l’imprenditore, lo <em>startupper</em>. È un modo di vestirsi, un ambiente, certe letture ecc. che continuano a costituire questa sorta di soggettività che pare essere la remunerazione principale per la partecipazione a questo tipo di lavoro.</p>



<p>In questo caso non è più il grande brand della moda che ha il controllo sull’immaginario, ma il meccanismo è più subdolo perché queste persone, che sono dei freelance, lavorano quindi per se stessi, mantengono però tutti insieme un ambiente in cui la flessibilità, la condivisione del sapere e tutta una serie di altri atti produttivi, che non vengono retribuiti, si combinano per abbassare ulteriormente il costo del servizio che forniscono.<br>Siamo quindi ormai davanti a un fatto: la sostituzione della remunerazione monetaria con la remunerazione identitaria, immaginaria.</p>



<p>La questione da porsi è come si spiega tutto questo. Se negli anni Settanta andavi da un lavoratore dell’Alfa Romeo e gli dicevi: perché non lavori senza lo stipendio, semplicemente per il bello di lavorare per l’Alfa Romeo?, ti avrebbe mandato subito a quel paese! Perché invece oggi il ventenne neolaureato accetta di lavorare per una bassissima remunerazione, in condizioni precarie, o addirittura senza essere pagato, come ‘volontario’? Francamente non lo so, penso sarebbe un’ottima occasione poter fare uno studio sui volontari dell’Expo e chiedere perché lo fanno.</p>



<p>È chiaro che ci sono diversi fattori. Uno, che non può essere ignorato, è il livello di disperazione economica, che evidentemente non è ancora arrivato al punto in cui questa situazione diventa inaccettabile, nel senso che la maggior parte delle persone che lavorano gratuitamente hanno un sostegno. Le condizioni del lavoro creativo sono infatti più o meno le stesse in tutta Europa, ed essenzialmente ci sono tre modelli: a Londra (come a New York), cerchi lavoro nella comunicazione però in realtà fai il barista, perché così guadagni e sopravvivi; nel nord Europa riesci a campare con il welfare state – lavori nella comunicazione però in realtà sei studente, e in quanto studente puoi usufruire del welfare (Berlino è piena di artisti-studenti danesi: ho insegnato all’università di Copenaghen per sei anni, quindi conosco bene il meccanismo: ti iscrivi all’università, prendi la borsa da studente, te ne vai a Berlino a fare l’artista e ogni tanto appari e fai qualche esame) –; in Italia, infine, terzo modello, il welfare è la famiglia. L’Italia è infatti un Paese in cui esiste ancora una delle più grandi concentrazioni di ricchezza privata, dove una famiglia del ceto medio è ancora abbastanza benestante e può ancora mantenere, in effetti sponsorizzare, la cosiddetta industria creativa milanese, coprendo il costo di sussistenza del figlio, affittando la casa, contribuendo con qualche centinaio di euro al mese ecc.</p>



<p>Un altro aspetto è la logica del <em>self branding</em>, la necessità di creare un brand intorno a se stessi: quindi il lavoro anche gratuito, anche pagato male, ti dà comunque un voto extra da mettere sul curriculum, e può essere visto come un investimento verso qualcosa che potrebbe poi eventualmente fruttare in un momento successivo. Tra i lavoratori della moda è molto forte il discorso della gavetta, in un approccio quasi masochista, nel senso che c’è quasi un godimento – sì, ora lavoro in condizioni pessime, non mi pagano, mi trattano malissimo, però bisogna fare la gavetta, bisogna soffrire un po’. Questo ‘soffrire’ rientra anche nella cultura cattolica, quell’idea per cui se soffri, poi non possono non darti un lavoro!</p>



<p>C’è infine un altro fattore molto importante, e cioè il controllo dell’immaginario. L’industria della moda, l’Expo, hanno monopolizzato un po’ l’immaginario: vuoi realizzare te stesso? C’è la moda, l’Expo, la creatività, c’è lo startupper, inventare un video game; non ci sono altri modi per realizzare se stessi. Esiste una sorta di monopolio su questa idea, in una generazione che è stata educata fin da piccola a diventare il massimo che vuole diventare: devi dare tutto te stesso, devi esprimere te stesso, quei talenti che hai dentro di te, se ti piace fare teatro devi fare l’attore, non puoi fare l’idraulico o il barista o il dentista.</p>



<p>Fumagalli, e qui concludo, dice che bisogna riappropriarsi della soggettività, e sono d’accordo, ed è qualcosa che in qualche modo sta già succedendo, nel senso che questa forza che spinge quell’immaginario che funziona da mobilitazione del lavoro gratuito, sta diventando più debole. Uno dei settori, e forse l’unico, che in questo momento in Italia crea posti di lavoro è quello agricolo, e questo perché in gran parte c’è una fuga verso la terra. Molti lavoratori del sapere, dopo essersi laureati, dopo aver passato due/tre anni cercando di entrare nel mercato del lavoro di Roma, Milano o di qualche altra città del nord, se hanno accesso a un pezzo di terra – e in Italia è abbastanza comune, perché la famiglia italiana, una o due generazioni indietro, ha in genere legami con la terra – cercano di mettere in piedi una qualche sorta di impresa lavorando in quel contesto. Con alcuni amici siamo impegnati in questo progetto, <em>Rural hub</em> appunto, sulla nuova economia rurale in Campania, Puglia e Sicilia, e vediamo molte di queste persone che, secondo me abbastanza giustamente, dicono: tanto non posso campare a Milano, tanto posso essere povero anche nel Cilento, dove si sta meglio e ho un’esistenza più autentica e più gratificante.</p>



<p>Quindi se cinque anni fa, quando abbiamo fatto la ricerca nel campo della moda a Milano, vedevamo un fortissimo controllo sull’immaginario, e su questa idea per cui non c’erano alternative, adesso il ritratto è diverso e ha più facce, ed è comunque l’inizio di una sorta di esodo dall’economia volontaria monopolizzata dai brand della moda, di Expo e in generale dello spettacolo, della creatività, verso delle altre forme di esistenza.</p>



<p><br><strong>Domenico Vitale</strong>. Il mio intervento intende dare un taglio giuridico alla questione del lavoro volontario, e già confrontarmi con il termine ‘lavoro volontario’ mi mette in difficoltà, perché da un punto di vista giuridico è una contraddizione in termini. Se si fa infatti riferimento alla fattispecie prevista dal codice civile di contratto a lavoro subordinato, la definizione è chiara, e prevede, a fronte dello svolgimento di una prestazione lavorativa, una retribuzione. Il contratto di lavoro volontario, laddove si volesse qualificarlo in termini, appunto, di lavoro volontario, sarebbe un contratto non disciplinato dal codice civile. Una parte degli studiosi del diritto del lavoro ha ritenuto trovare il suo fondamento in vincoli di solidarietà: esempio di lavoro volontario nei manuali di diritto del lavoro è quello svolto dai famigliari nell’ambito dell’impresa di famiglia, oppure dai religiosi nell’ambito dei vari ordini. Diciamo che il legislatore del codice civile guardava con disfavore, giustamente, una qualche forma di lavoro volontario, e nella stessa Carta costituzionale, il punto di riferimento è l’articolo 36, che parla di una retribuzione che deve essere proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, e in grado di garantire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia.</p>



<p>Questi sono i punti di riferimento a livello costituzionale ma anche a livello legislativo. Ci sono infatti situazioni in cui anche nell’ipotesi di contratto di lavoro nullo, è prevista una tutela del lavoratore soprattutto dal punto di vista economico; per esempio, nell’ipotesi che un giornalista non iscritto all’albo eserciti un’attività nei confronti di una testata giornalistica, anche a fronte della nullità del contratto egli ha diritto all’erogazione della retribuzione. Dal punto di vista legislativo, si tratta quindi di un principio molto forte. Dunque il mio tentativo di inquadrare il fenomeno del free jobs si muove lungo una direttrice volta a verificare quanto, da un punto di vista della realtà del dato normativo, ci si stia discostando dal precetto dell’articolo 36 della Costituzione; ossia in che modo, al di là dei fenomeni elusivi esistenti – l’utilizzo fraudolento degli stage, dei contratti di apprendistato e di altre fattispecie contrattuali – il legislatore nazionale è andato a istituzionalizzare delle forme di free jobs.</p>



<p>Prendiamo per esempio in considerazione i tirocini formativi e di orientamento, i cosiddetti stage. Solo nel 2012, con la riforma Fornero, si è stabilita la possibilità di garantire allo stagista un’indennità, la cui quantificazione è stata demandata a un accordo Stato-Regioni che ha fissato il minimo in 300 euro. Come nel caso dell’apprendistato, anche qui il legislatore ha previsto di discostarsi, ma in maniera lieve, rispetto all’articolo 36 della Costituzione, da una retribuzione proporzionata ed equa, in presenza di cause giustificative: nel caso dell’apprendistato la causa può essere data da uno scambio tra prestazione lavorativa e formazione, e da qui una retribuzione ridotta – ma anche in questo caso il legislatore è andato giù pesante, perché il contratto di apprendistato prevede la possibilità per il datore di sotto-inquadrare in due livelli contrattuali il prestatore di lavoro.</p>



<p>Da un punto di vista ‘fisiologico’ possiamo quindi dire che è lo stesso legislatore ad aver creato nel tempo questa situazione, attraverso diversi istituti che in questa fase sta cercando di rilanciare; c’è infatti una proliferazione di figure di stage, di tirocini, ci sono quelli curriculari che rientrano nel percorso scolastico e universitario, quelli extra curriculari, e poi ci sono altri istituti come il lavoro accessorio, quello pagato attraverso i <em>voucher</em>. Diciamo che il problema dei free jobs va inquadrato secondo due macro questioni: innanzitutto quella secondo cui la fattispecie dei free jobs non fa altro che determinare un fenomeno di evidente <em>dumping</em> salariale: è chiaro che la finalità diretta e indiretta dell’introduzione di forme contrattuali che prevedono una riduzione non ancorata al parametro dell’articolo 36 della Costituzione ha la funzione di determinare un abbassamento dei livelli salariali, e quindi una perdita del potere contrattuale dei lavoratori.</p>



<p>La seconda questione importante è capire come il fenomeno dei free jobs si inserisca all’interno di un processo, piuttosto articolato, che tocca le politiche attive del lavoro, le politiche del welfare e il riordino delle fattispecie contrattuali. Dal punto di vista delle tipologie contrattuali, da un po’ di anni si stanno creando dei mostri giuridici. Si è sempre più andato a configurare un trend normativo in cui si vanno a individuare solo delle fattispecie, senza poi ricondurle alle macro categorie dell’autonomia e della subordinazione. Ci sono cioè figure, come il lavoro accessorio, che non è considerato rapporto di lavoro; ci sono gli stage stessi che non sono considerati rapporti di lavoro. E il problema qualificatorio, nell’ambito del diritto del lavoro, non è un problema secondario, perché la qualificazione di un rapporto come subordinato o autonomo rileva ai fini delle tutele, dato che purtroppo siamo in un sistema normativo nel quale se sei subordinato hai un apparato di tutele e diritti, se sei autonomo non ce l’hai. E quindi dentro queste due macro categorie il legislatore ha introdotto altre figure contrattuali, rispetto alle quali devi cercare di individuare la tutela applicabile secondo un gioco dell’oca.</p>



<p>È dunque all’interno di questo percorso e di questo processo che vanno letti i free jobs. Da un lato abbiamo questo divario tra retribuzione prevista per gli stage e per l’apprendistato, dall’altro questa riorganizzazione delle politiche attive del lavoro, del welfare e delle tipologie contrattuali, che si possono rinvenire nello stesso schema di decreto attuativo del Jobs Act; qui, all’articolo 11, si istituisce presso l’Inps un Fondo delle politiche attive del lavoro che prevede, a favore dei lavoratori licenziati per motivi economici o a seguito di licenziamenti collettivi, la corresponsione di un voucher, rappresentativo della dote individuale di occupabilità. Con in mano questo voucher, il lavoratore si reca all’agenzia pubblica o privata e si sottopone a una serie di doveri, ossia percorsi formativi e accettazione di offerte lavorative molto probabilmente non corrispondenti al profilo professionale. Questo è ciò che il legislatore, nello scheda di decreto attuativo del Jobs Act, chiama contratto di ricollocazione, che sembra un altro mostro giuridico: non è chiaro infatti la natura di questo contratto, sappiamo solo che è stipulato tra il lavoratore e l’agenzia.</p>



<p>Il trend che si va a delineare è dunque la proliferazione di quelli che un tempo erano definiti lavori socialmente utili, nei quali l’occasione di lavoro non è più in grado di garantire un reddito di lavoro parametrabile all’articolo 36 della Costituzione, ma solo una piccola parte di reddito, che si va a recuperare in parte anche dall’ammortizzatore sociale.</p>



<p>Questo è un po’ il quadro a livello nazionale che stranamente, ma non tanto, viene peggiorato dall’accordo Expo del luglio 2013. Anche commentatori sicuramente non progressisti, a fronte di una prima lettura dell’accordo hanno notato come le parti sociali abbiano fatto molto peggio di Renzi. Avevano la possibilità, e se ne sono avvalse, di derogare a quelle che erano le disposizioni di legge. Per esempio, hanno prolungato di un mese la durata massima dello stage, così come, in maniera preoccupante, per quanto riguarda la possibilità di assumere personale a tempo determinato è stato previsto un tetto percentuale dell’80% dell’organico complessivo, violando di fatto il limite indicato dal Jobs Act, individuato nel 20%.</p>



<p>Questo vuol dire che le parti sociali hanno colto la palla al balzo per fare quello che neppure un governo di centrodestra, a suo tempo, è stato in grado di fare; hanno dato attuazione a quella norma che di fatto è sempre stata disattesa fino a qualche mese fa, che consente alla contrattazione di secondo livello di derogare alle disposizioni di legge, ma per garantire la stabilizzazione o per far fronte a situazioni di crisi. Qui invece, a fronte di un evento di rilevanza internazionale, i sindacati hanno consentito la stipula di un contratto che supera certi limiti di legge, e senza alcuna contropartita; anzi, come è ormai evidente, per Expo le assunzioni non standard rappresentano la stragrande maggioranza.</p>



<p>Ho dato solo un rapido sguardo ai bandi o alle comunicazioni rispetto alle diverse fattispecie contrattuali che si pensa di utilizzare. Per quanto riguarda i progetti che hanno una durata di 12 mesi, è previsto il ricorso al volontariato attraverso un bando del servizio nazionale civile, quindi entriamo in quel processo cui accennavamo prima: non abbiamo più delle fattispecie contrattuali, abbiamo delle mere occasioni di lavoro che vengono fornite a dei giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni. L’elemento che più preoccupa è che, da un punto di vista normativo, abbiamo dei riferimenti per quanto riguarda l’attività di volontariato. Esiste una legge del 1991 che lo disciplina, e afferma che è quell’attività che viene svolta in maniera personale, spontanea e gratuita, in assenza di fini di lucro anche indiretto e per fini di solidarietà.</p>



<p>Ora, un volontario che va a lavorare presso il sito espositivo, che fornisce una informazione, che dà un orientamento alle persone che accorrono all’evento, quale fine di solidarietà persegue?! Un altro aspetto interessante è che non è prevista alcun tipo di remunerazione per il volontario: secondo legge, c’è solo la possibilità di un rimborso spese. Sul bando del servizio civile, ma anche in quello del Comune di Milano, che partecipa a questo processo di sfruttamento con il bando “Dote Comune Expo”, è invece prevista una indennità mensile di partecipazione; un elemento di contraddizione che magari anche la giurisprudenza dovrà sciogliere, perché o ci si limita a un mero rimborso, che va documentato, oppure tutto ciò che non è rimborso e va oltre dovrebbe qualificarsi come retribuzione. Tra l’altro, facendo delle ricerche sul punto ho già trovato della giurisprudenza, sentenze della Corte di Cassazione che, al di là di una serie di altri indici, stabiliscono che non si può parlare di lavoro volontario.</p>



<p>Si aprono quindi degli spiragli. È vero che da un punto di vista sostanziale e processuale il trend è questo, però, per come sono impostati i bandi, è possibile utilizzare delle leve per contrastare, là dove ce ne fosse la possibilità, questa situazione. La battaglia è anche e soprattutto culturale, politica e comunicativa. Purtroppo a oggi non ho visto professori del diritto del lavoro, o avvocati del diritto del lavoro, scandalizzarsi di fronte a dei processi che stanno comportando anche uno snaturamento delle tipologie contrattuali. Il contratto di lavoro a tempo determinato, per esempio, che era ancorato a ragioni temporali – si assumeva a termine perché c’era una ragione temporale di assunzione – nella prassi sta diventando uno strumento di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani.</p>



<p>Ormai tutte le tipologie contrattuali hanno questa funzione, si stanno creando delle figure di soggetti svantaggiati che vanno a coprire tutto l’arco del lavoro: è soggetto svantaggiato la donna, l’inoccupato, il disoccupato di lunga durata, e questo perché si devono andare a individuare delle categorie rispetto alle quali creare delle figure contrattuali di ingresso nel mercato del lavoro a tutele dimezzate, se non azzerate. In conclusione, l’accordo Expo del luglio 2013 va solo a peggiorare un quadro che già prevedeva questa confusione <em>voluta</em>, dal punto di vista delle politiche attive, del welfare e della qualificazione dei contratti di lavoro.</p>



<p class="has-small-font-size">* Adam Arvidsson: docente di Sociologia, Università Statale di Milano; Andrea Fumagalli: docente di Economia politica, Università di Pavia; Domenico Vitale: avvocato del lavoro del Punto San Precario di Rho Fiera</p>
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		<title>La crisi del lavoratore sociale, tra pratiche di controllo e speculazione economica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-crisi-del-lavoratore-sociale-tra-pratiche-di-controllo-e-speculazione-economica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 16:59:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-42-aprile-maggio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 42, aprile &#8211; maggio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>La rivolta del riso. Le frontiere del lavoro nelle imprese sociali tra pratiche di controllo e conflitti biopolitici</strong>&nbsp;a cura di Renato Curcio (Quaderni di ricerca sociale, Sensibili alle foglie) presso Piano terra (Milano), 22 febbraio 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quello che è stato definito ‘stato sociale’ è in crisi. Il welfare si è rivelato essere una serie di politiche illusorie portate avanti negli anni Settanta e Ottanta, che hanno dato vita e origine a un’imprenditoria che poi è stata chiamata in vario modo: imprenditoria sociale, comunità di accoglienza ecc. Percorsi in parte contro-istituzionali, e in parte di supplenza alla mancanza di attenzione verso i problemi di grandi fasce sociali all’interno di questo Paese. C’è stata un’imprenditoria di lucro, di rapina, di mistificazione e di copertura politica – Milano la conosce bene: il governatore di un tempo si è fatto strada a partire dalle imprese messe in piedi in quegli anni – che dietro un volto sociale nascondeva un’attività semplicemente lucrosa; c’era poi un’imprenditoria che possiamo definire ‘religiosa’, che partiva da una cultura della carità, del sostegno alle fasce deboli, cose encomiabili e dignitose ma che tuttavia, in uno Stato laico, lasciano il tempo che trovano e anche insoddisfazione in quella parte di cittadinanza che, pur rispettando tutti i punti di vista religiosi, è interessata al diritto alla parità dei cittadini e non a logiche sussidiarie, di aiuto, di sostegno; abbiamo avuto, infine, un’imprenditoria con caratteristiche più laiche: è stata minoritaria, molto piccola, tuttavia è esistita.</p>



<p>È nata da persone che in genere venivano dalla militanza politica e dai centri sociali, dallo scontento rispetto al sistema, che hanno messo in piedi coraggiosi esperimenti di presenza all’interno dei territori più disastrati di questo Paese. Negli anni ’70/80 sono quindi nate alcune imprese che hanno elaborato un’idea di autosufficienza, di autonomia, di possibilità di intervento sul territorio sociale senza fare né richieste né collette.<br>Tutto questo però è il passato. Un passato remoto, vista la velocità a cui corre oggi la società.</p>



<p>Il presente è un terremoto sociale che dagli anni Novanta ha investito tutta la realtà europea, quella italiana in maniera vigorosa, e ha mandato all’aria questo ‘castello’. L’orizzonte che veniva chiamato ‘stato sociale’ dagli economisti e dai sociologi si è rivelato essere una ‘baracca’, all’interno della quale alcuni mangiavano nelle greppie più fornite di fieno – gli opportunisti trafficanti della vita sociale – altri cercavano in qualche modo di sopravvivere. È questa la fascia di imprenditoria dell’ambito sociale, ma un’impresa non si regge senza che ci siano dei lavoratori; ed è proprio in questo momento di dissesto che hanno iniziato a manifestarsi, soprattutto in città come Torino, Milano e Genova, delle avvisaglie estremamente pericolose.</p>



<p>Le istituzioni forti – la magistratura, il carcere, una serie di istituzioni che fanno la politica sociale, direttamente o indirettamente, la costruiscono e ne definiscono i confini – hanno cominciato a pretendere precise prestazioni da parte delle imprese sociali, e di conseguenza anche da parte dei loro lavoratori. Facciamo un esempio: se fino a un certo momento una grossa comunità come poteva essere quella di don Gallo a Genova, che viveva dal basso e raccoglieva gente dalla strada, poteva attuare una determinata politica nei confronti delle persone che facevano uso di sostanze, fondata sul principio della libertà di queste stesse persone di stare o non stare in comunità, da un certo punto in poi questo approccio non è stato più possibile. Progressivamente sono stati sistematicamente posti una serie di vincoli a queste imprese: attraverso i sostegni, la possibilità di prendere persone dal carcere, si è iniziato a vincolare ogni cosa a precise prestazioni: ti do una persona in affidamento, ma stai attento perché alla sera non deve uscire. Ora: in una comunità aperta, dove non ci sono sbarre, questo che cosa significa? O riconverti la tua comunità in un carcere, non lo dici, lo mascheri, ma lo fai, oppure alla prima trasgressione vieni considerato poco affidabile dalle istituzioni, e quindi perdi la possibilità di mantenerti in piedi, perdi le entrate economiche.</p>



<p>Questo insieme di spinte e controspinte, ricatti istituzionali, ha comportato una ristrutturazione poderosa nel campo dell’imprenditoria sociale: i gruppi più cinici si sono adeguati e si sono resi disponibili a trasformarsi in un carcere e a definirlo ‘comunità’. A fare, in pratica, una cosa e a chiamarla diversamente, con il nome che le istituzioni gradiscono di più. È chiaro che molti lavoratori, all’interno di questa situazione, si sono trovati dentro a una morsa: se vuoi continuare a lavorare qui diventi il testimone fedele della correttezza dell’operazione istituzionale che stiamo compiendo, se non ti va bene puoi sempre andartene.</p>



<p>È ovvio che oggi questo non è un problema che riguarda solo i lavoratori sociali, ma l’intero ambito lavorativo: è la ristrutturazione del mondo del lavoro, che funziona sul principio di prestazione e fidelizzazione dei lavoratori all’impresa, attraverso un sistema di ricatti molto complicato e molto mediato. Nell’ambito che stiamo analizzando, questa modalità sta producendo la nuova cornice dentro la quale si svolge quello che si chiama, con una parola misteriosa, ‘lavoro sociale’. Misteriosa perché francamente penso che bisognerebbe essere molto espliciti su questo: oggi la definizione di lavoro sociale non ha alcun significato, nel senso che il mondo precedente non c’è più e il mondo nuovo non c’è ancora.</p>



<p>Siamo quindi dentro una situazione in cui chi opera in questo terreno ha un problema estremamente serio di definizione di due piani della propria vita: la definizione identitaria di sé come lavoratore – non di sé come persona – e la definizione delle imprese sociali in cui lavora. Quindi: chi sei come lavoratore, che categoria di lavoro sei – è importante, perché non c’è lavoro senza definizione categoriale e senza definizione categoriale non c’è diritto – questa categoria in questo Paese che spazio sociale ha, quali caratteristiche ne definiscono i contorni? E: le imprese sociali in cui lavori, chi sono veramente, chi le autorizza a essere quello che sono, in che rapporto stanno con le politiche dello Stato che si sta riformulando e ristrutturando a passi veloci?</p>



<p>Tutte le storie raccontate nel cantiere dai diversi lavoratori sociali sono certamente storie di sofferenza, ma sono soprattutto storie di smarrimento: a un certo punto ognuno di loro si trova a dover scegliere il luogo in cui lavora – anche se fino a un certo punto, perché è il luogo in cui lavora che lo sceglie – e questa scelta è vincolata a un sistema di prestazioni fondate sostanzialmente sul ricatto lavorativo; e quando parlo di ricatto lavorativo non mi riferisco a categorie morali o etiche, ma a dispositivi sociali precisi e molto stretti.</p>



<p>Facciamo un esempio: a una comunità che lavora con persone che hanno problemi di droga viene dato in affidamento un ragazzo che si suppone abbia fatto uso o abuso di sostanze. Dopo pochi giorni però si scopre che questa persona non ha fatto né uso né abuso di droga ma è uno spacciatore, che viene consegnato alla comunità semplicemente perché il carcere se ne vuole sbarazzare – perché è un rompiscatole, perché in carcere crea troppi problemi. La comunità ovviamente sottolinea l’assurdità della situazione: qui ho gente che fa uso di sostanze, mi mandi uno spacciatore? Tra loro esistono vincoli territoriali e quindi relazioni, questo ragazzo e gli altri presenti in comunità si conoscevano bene per i vicoli della città e hanno una lunga storia di rapporti piuttosto pericolosi, dunque, in che situazione mi metti? Risposta dell’istituzione: prendere o lasciare. Questa è la realtà delle assegnazioni.</p>



<p>Anzi, diciamola in modo ancora più chiaro: l’istituzione rilancia. Metti in piedi una struttura di accoglienza di gente che viene dal carcere, propone alla comunità, persone che ti mando perché sono andate fuori di testa con la carcerazione, perché fanno uso di sostanze, perché non so dove metterle all’interno del carcere, e più gente prendi più soldi ti do; più mi metti in piedi un apparato di accoglienza più sono contento come Stato, anche perché l’Unione europea mi sta addosso perché ci sono troppi carcerati, per cui mi fa comodo sbarazzarmi di quella parte di detenuti che non ha problemi di ordine sociale, che rompe le scatole all’istituzione e che è sempre più gestita con criteri di narcosi – le carceri sono passate da un tipo di controllo fondato sui guardiani a un tipo di controllo chimico: sempre più la tranquillità degli istituti è basata sui tranquillanti, sulle sostanze, sul dormire e sull’interesse reciproco che l’istituzione e il detenuto hanno su questo stato di cose: più il carcerato sta tranquillo più avrà giorni di abbuono, e più sta tranquillo più il carcere potrà spendere meno nelle politiche di gestione.</p>



<p>Questi sono approcci che già troviamo a Firenze, a Genova, a Roma, e in questo scuro territorio si inserisce il lavoratore sociale. Osservando chi è questo lavoratore abbiamo progressivamente dovuto stilare dei profili: è ovvio che una parte sono semplicemente ragazzi e ragazze che, non trovando lavoro, cercano disperatamente di ottenerne una piccola quota. Una quota transitoria, precaria e flessibile, e soprattutto esposta a una pericolosissima sperimentazione neoliberale, quella del lavoro volontario.</p>



<p>Sempre più il ricatto lavorativo non passa solo dall’essere dentro o fuori dal mondo del lavoro, ma anche attraverso il dispositivo della&nbsp;<em>mission</em>: lavori cinque giorni pagato e due gratuitamente, in nome della&nbsp;<em>mission</em>. Ci sono parole veramente ipocrite, perché sappiamo benissimo che non c’è alcuna&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;– anche Apple parla di&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;mentre produce qualcosa che non è certamente un prodotto senza profitto. Il lavoro volontario è una logica ormai già diffusa nelle scuole – nelle alberghiere, per esempio, dal secondo anno in poi gli studenti devono fare obbligatoriamente stage estivi gratuiti, la scuola li pretende come documento di certificazione del curriculum scolastico, ed è in tutto e per tutto lavoro gratuito, spesso in alberghi a cinque stelle; per non citare la situazione più clamorosa, quella dell’Expo e dei suoi 18.500 lavoratori volontari, e anche in questo caso lo scambio passa attraverso una certificazione dell’aver lavorato che forse, un domani, la persona potrà spendere in qualche modo. Tutto ciò è legale, governato dalle leggi di questo Paese.</p>



<p>Chi si è progressivamente adagiato dentro questo tipo di cose si è trovato pian piano a dover fare i conti con un ulteriore piano di ristrutturazione, che ha a che vedere con i soldi. Il denaro è da sempre un grande analizzatore per capire come vanno le cose, vedere come si muove è essenziale. Dunque, da dove arrivano i soldi alle imprese sociali? Oggi sempre meno dallo Stato, perché è in crisi, e sempre più da nuove istituzioni finanziarie: le fondazioni.</p>



<p>A Milano come a Torino, le fondazioni bancarie hanno ormai esercitato un’opzione forte per la trasformazione in un affare privato di quello che era il lavoro sociale, lo spazio in qualche modo immaginato da uno Stato per affrontare dei territori di difficoltà, e le caratteristiche di questo nuovo sistema sono quelle statunitensi, dove delle imprese si propongono in base a un principio economico molto semplice: il differenziale economico. Un detenuto costa allo Stato 100/120 euro al giorno, a seconda delle stime; se io, Stato, trovo una comunità che me lo prende per 50 euro, guadagno 50/70 euro al giorno per ogni carcerato. Quindi lo Stato privatizza e mette in appalto questo tipo di lavoro, che può riguardare il detenuto ma anche le persone con problemi di handicap, e le persone dei diversi circuiti pseudo-psichiatrici; potenzialmente dunque un’area sociale sempre più vasta.</p>



<p>Tutti gli analisti dei territori sociali infatti, da Bauman in giù, hanno ormai ben chiaro qual è la prospettiva che ci aspetta in Italia e in Europa: aree crescenti di persone espulse dal mondo della produzione, che verranno buttate sul territorio della inutilità sociale. Un territorio senza destino per chi ha una certa età, di disperazione per i più giovani. Un territorio che bisogna nominare, affermare che esiste, perché è vastissimo ed è uno spazio in cui oggi stanno ‘pescando’ sia le fondazioni bancarie, attraverso la logica dei bandi per costruire il differenziale economico, sia lo Stato, per introdurre nella cultura di questo Paese la logica del lavoro volontario.</p>



<p>Il punto centrale della discussione è dunque questo: chi opera su questo terreno, per destino, maledizione, scelta, oggi deve in qualche modo cercare di definire chi è e perché lo fa; e lo possono fare solo le lavoratrici e i lavoratori, perché nessun altro lo farà in questo Paese. O meglio, qualche mese fa il governo Renzi ci ha provato, e la proposta è sconcertante: si è parlato di una ristrutturazione del servizio civile, che finora ha funzionato con poche persone, portandolo a 100.000 operatori e mantenendo lo statuto economico attuale, ossia 400 euro al mese. È chiaro che con questi lavoratori, che volontariamente scelgono di andare a lavorare per 400 euro mensili, si possono andare a riempire i ranghi delle imprese del lavoro sociale. Per ora il progetto di legge è stato accantonato per mancanza di coperture economiche, ma questo è l’orientamento in atto nel Paese. Anche perché, come abbiamo detto, sempre più persone vengono espulse dal territorio del lavoro reale – in Italia il mondo industriale si sta restringendo, e chi ha un’aspirazione di vita un po’ più ampia fugge all’estero – e sempre più si espande una vasta categoria sociale che avrà bisogno di un sostegno di qualche natura. Il progetto, quindi, è quello di costruire un’economia su queste persone.</p>



<p>Diciamolo in modo crudo: 60.000 detenuti, in un Paese come l’Italia, vengono considerati troppi, ma sono pochissimi in parallelo con gli Stati Uniti, dove il penale si è fortemente espanso. Sono considerati pochi perché non c’è un’impresa privata che abbia rilevato lo spazio penale, e non ci sono imprenditori lungimiranti che si propongono di fare le carceri private; ci ha provato Monti con un disegno di legge, ma nessuno ha accettato.<br>Questo non significa che i vecchi imprenditori filibustieri, quelli che negli anni ’70/80/90 già si erano costruiti piccoli imperi economico/politici, non stiano prendendo la palla al balzo; non tanto per costruire qualcosa di chiaro e definito, ma per creare un’imprenditoria sociale mascherata, che sotto l’abito ipocrita delle&nbsp;<em>buone persone</em>&nbsp;che fanno del bene alle&nbsp;<em>povere persone</em>&nbsp;si sta ristrutturando per un’accoglienza ‘industriale’ del malessere.</p>



<p>Oggi il lavoratore sociale deve conoscere questa prospettiva, per guardarsi in faccia e scegliere. Se questo gioco non gli interessa, deve innanzitutto definirsi come categoria sociale, e rispetto a uno Stato e a una imprenditoria di questo genere deve farsi valere collettivamente, e non singolarmente: non c’è soluzione personale a problemi sistemici, e questo è un problema sistemico. Chi lo vuole affrontare si deve attrezzare per farlo, chi spera che con il tempo la situazione si chiarirà verrà semplicemente travolto da questa macchina infernale, che ha due necessità di fondo: il controllo sociale di massa e la speculazione economica sul controllo.</p>



<p>Accettare questo stato di cose significa darsi una definizione professionale di controllo sociale, e fare ciò che viene richiesto per attuare il controllo: mettere le camicie di forza, legare le persone, legarle con i farmaci, tenerle chiuse, non farle uscire, denunciarle se fanno qualcosa che non corrisponde ai piani di trattamento. Personalmente mi auguro che all’interno del mondo degli operatori sociali maturi un atto di definizione di sé a volto scoperto, che affermi chiaramente che tipo di lavoro si vuole fare e quale si rifiuta, con quali tutele e con quali diritti, e vada oltre la formula né missionari né volontari: perché questo è il presupposto, non essere né quello né questo, ma poi che cosa vuoi essere? Questo è l’obiettivo che abbiamo di fronte.</p>
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		<title>Collettivo San Precario. Opposizione sociale alla precarietà</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/collettivo-san-precario-opposizione-sociale-alla-precarieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 15:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[Domenico Corrado (Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015) La cittadina di Rho si trova al centro di un grande processo di trasformazione socio-economica iniziato nel 2005, con l’inaugurazione del nuovo polo fieristico milanese, e proseguito con i cambiamenti maturati all’ombra dell’Expo 2015, che sorgerà in buona parte sul territorio rhodense. Dall’esigenza di far [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">La cittadina di Rho si trova al centro di un grande processo di trasformazione socio-economica iniziato nel 2005, con l’inaugurazione del nuovo polo fieristico milanese, e proseguito con i cambiamenti maturati all’ombra dell’Expo 2015, che sorgerà in buona parte sul territorio rhodense. Dall’esigenza di far fronte a questi cambiamenti nasce nel 2009 il Punto San Precario Rho Fiera: “l’espressione di una generazione precaria e in cerca di riscatto, un’agenzia di servizi per il conflitto libera da ogni partito e sindacato”.</p>



<p><strong>Chi è San Precario, e quando appare per la prima volta?</strong></p>



<p>San Precario è il patrono dei precari e delle precarie, l’icona irriverente e beffarda della nostra generazione. È apparso per la prima volta il 29 febbraio 2004 in una Ipercoop di Milano, ed è figlio dell’unione di diversi collettivi e associazioni di lavoratori e studenti sensibili alle tematiche del lavoro, e non rappresentati dalle classiche organizzazioni sindacali, che si occupavano della difesa dei diritti dei lavoratori nella grande distribuzione organizzata, nei call center, nella ricerca e dell’arte; collettivi e associazioni che hanno dato vita al percorso della May-Day, la manifestazione del primo maggio precario. Fra loro c’erano Reload, Chainworkers, la redazione di Infoxoa, il centro sociale Tana di Trento e l’Infolab di Bologna, che con l’assemblea Precog (precari e cognitari) tenutasi a Trento il 18 gennaio 2004, hanno dato vita all’idea del Santo. San Precario nasce quindi nel contesto di quel nuovo panorama lavorativo inaugurato all’indomani del pacchetto Treu del 1997 – e proseguito con la legge 30 del 2002 – con cui si è compiuto il primo passo verso quella trasformazione del mercato del lavoro che ci ha portato direttamente ai giorni nostri e al Jobs act renziano: ovvero l’estensione della precarietà a un concetto esistenziale e pervasivo che si insinua e caratterizza ogni aspetto della nostra vita. Dall’idea del Santo si sviluppa una rete di sportelli bio-sindacali dislocati sul territorio nazionale, con cui abbiamo costruito un progetto di opposizione sociale alla precarietà.</p>



<p><strong>Nello specifico, il Punto San Precario Rho Fiera nasce nel 2009, dall’esigenza di rispondere a quel processo di deindustrializzazione e terziarizzazione dell’economia messo in atto nel territorio rhodense, e che ha trovato la sua massima espressione nel battesimo, nel 2005, del nuovo polo fieristico milanese. Un’evoluzione a passo con i tempi, che ha visto emergere nuovi soggetti e tipologie contrattuali, e quindi nuovi scenari di conflitto tutti da costruire e immaginare. Cosa si intende per sportello bio-sindacale, e quali sono le sue peculiarità rispetto ai sindacati classici?</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario1.jpg" alt="" class="wp-image-1098" width="200" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario1-232x300.jpg 232w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>Le trasformazioni e i cambiamenti che sono intervenuti nel mondo del lavoro, oltre a erodere diritti, hanno anche modificato qualitativamente e quantitativamente il modo di lavorare. Il rapporto di lavoro è sempre più individualizzato e la separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro è sempre più sfumata. Il nuovo sistema economico si caratterizza per la compresenza di diversi modelli di organizzazione della produzione e di frammentazione del mercato del lavoro. Una frammentazione che non solo ha aggravato la crisi della rappresentanza sindacale e del suo potere contrattuale, ma soprattutto ha portato all’individualizzazione del rapporto di lavoro, al prevalere della contrattazione individuale su quella collettiva, con tutti gli effetti peggiorativi nelle condizioni di lavoro, di salario ecc. In tale situazione le tradizionali forme di rappresentanza, verticali e gerarchiche, perdono la loro efficacia, proprio perché viene a mancare un soggetto di riferimento omogeneo, facilmente e direttamente rappresentabile. Da qui l’esigenza di una nuova visione dell’azione sindacale, appunto il bio sindacalismo.</p>



<p>In una società post-fordista in cui i consumi e i bisogni sono fondati sull’etica dell’immagine e del consumo e del produttivismo, le imprese non si accontentano più di conquistare la ‘fedeltà’ del lavoratore sul posto di lavoro, ma ne pretendono un’adesione totale, di tipo ideologico e paternalistico, in cui non c’è spazio per il dissenso e il conflitto, e dove ogni lavoratore è vittima.</p>



<p>Le imprese, oltre che precarizzare, ricattare e sfruttare, sono capaci di illudere, affascinare e creare aspettative. Tra padrone (quando lo si riconosce come tale) e dipendente, tra capo e sottoposto, ci si dà del tu, come in una grande famiglia. Un’adesione di tipo totalitario che ci ha portato a sviluppare una visione dell’azione sindacale che non si limita alla rivendicazione dei diritti sul lavoro, ma che sposta il baricentro del conflitto nell’intera società, attraverso quelli che abbiamo definito i cinque assi della precarietà: il diritto al redditto a prescindere dal lavoro e tra un contratto e l’altro; il diritto alla casa come presupposto di una vita vissuta in modo autonomo e dignitoso; il diritto agli affetti, all’amore e alla sessualità libera e consapevole; il diritto all’accesso alle comunicazioni e ai saperi contro ogni barriera e recinzione; il diritto, infine, a una mobilità libera e gratuita. Una visione del conflitto che supera il concetto classico di sindacato fondato sulla delega e sulla rappresentanza, e sostenuta da nuovi metodi comunicativi ed espressivi.</p>



<p><strong>Quali sono le rivendicazioni portate avanti dal Santo dei precari?</strong></p>



<p>Innanzitutto per poter incidere nel rapporto capitale/lavoro è necessario attivare un processo di ricomposizione sociale delle diverse soggettività del lavoro, e riconoscere che la condizione di precarietà è generalizzata e investe la vita nella sua totalità. La nostra piattaforma rivendicativa abbraccia una strategia che ha il fine attivare un processo di ricomposizione sociale delle lotte di tutti i precari dei settori dell’economia, e di promuovere un’azione di tipo culturale con cui costruire nuovi immaginari collettivi d’azione: una nuova visione della politica e della società che superi l’idea di pacificazione sociale, e in cui il conflitto diventi il motore delle trasformazioni sociali e del cambiamento.</p>



<p>Il primo passo è quello di creare uno ‘strumento’ che consenta una continuità di reddito, per fuoriuscire dal sistema bisogno di vita/ricatto lavorativo, e questo significa esemplificare e diminuire le tipologie contrattuali esistenti estendendo tutele e diritti a qualunque soggetto lavorativo. È indubbio che una diversificazione estrema delle tipologie contrattuali e il sistema di ricatto a cui sono sottoposti i lavoratori abbiano incrementato la divisione e lo smarrimento, diminuendo il peso delle rivendicazioni collettive.</p>



<p>Una semplificazione di tipo quantitativo, quindi, è un presupposto indispensabile per creare un contesto comune in cui coltivare le nostre rivendicazioni. Per quanto riguarda l’azione culturale e controinformativa, i punti San Precario si prefiggono di contrastare e superare l’individualizzazione della forza lavoro attraverso modalità che prevedono cooperazione, condivisione e coordinamento, sperimentando forme di conflitto innovative e utilizzando una strategia comunicativa partecipativa e ‘cospirativa’ che usa diversi strumenti – come il <em>subvertising</em>, che consiste nel ribaltare e sovvertire il messaggio pubblicitario promosso dalle imprese utilizzando i suoi stessi strumenti: immagini, slogan e stili. Subvertising sono il finto manifesto pubblicitario, il logo taroccato o la finta trasmissione radiofonica, e servono per decostruire e smascherare un brand e la sua retorica.</p>



<p>In definitiva San Precario è un vero e proprio media sociale, dove la comunicazione nasce dalla partecipazione, dalle capacità e dalle competenze dei lavoratori, e in cui a dominare sono la libertà di espressione e la creatività e non il profitto e l’omologazione.</p>



<p><strong>Il Punto San Precario Fiera Milano sorge a Rho, la cittadina del nuovo polo fieristico milanese e dell’Expo 2015. Quanto incidono le vostre lotte sul territorio?</strong></p>



<p>È noto che il polo fieristico di Rho-Fiera è un ricettacolo di lavoro nero, precario e intermittente. Per questo, fin dagli esordi, abbiamo monitorato e controllato ciò che avveniva nei padiglioni, anche alla luce degli sviluppi di Expo 2015. Nell’aprile del 2010 abbiamo inaugurato la nostra azione con “Il Salone internazionale del Mobile e del Design”, la vetrina della Milano da bere e il coacervo dello sfruttamento del lavoro: con un numero consistente di precarie e precari abbiamo organizzato un’irruzione nei padiglioni della Fiera, per denunciare le condizioni di lavoro, il mancato pagamento degli stipendi e l’abuso dei contratti precari.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario2.jpg" alt="" class="wp-image-1099" width="200" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario2.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/sanprecario2-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>L’esito è stato positivo: il 23 aprile del 2010 circa una cinquantina di lavoratori della Best Union Company e delle sue controllate Team 2015 e Fair Service (che operano come aziende in subappalto per i servizi logistici alla Fiera di Rho) si sono visti pagare i salari arretrati, che andavano dall’ottobre al dicembre 2009. Il&nbsp;<em>battesimo</em>&nbsp;in Fiera ha dimostrato come sia possibile opporsi alla precarietà, ed è stato un’opportunità per rilanciare e allargare la vertenza a tutte le società che operavano nel polo fieristico: dalle già citate Fair Service, Team 2015, Best Union Company, all’Autogrill, a Sipro, Sanital, Laser e Fema.</p>



<p>Nel 2011, nella logica del subverting, abbiamo lanciato una campagna informativa sulle condizioni di lavoro in Fiera e su come queste si riflettessero sulla costruzione di Expo 2015: “Il disoccupato in Fiera”. All’ombra della torre dorata della Fiera di Rho abbiamo creato, insieme ad altre le realtà metropolitane, uno stand permanente, dove poter incontrare i lavoratori licenziati e parlare con i legali di San Precario, e questo ci ha permesso di consolidare un percorso solidale con il territorio.</p>



<p>Nel marzo 2012 abbiamo poi inaugurato la campagna “Fagliela pagare” chiedendo, attraverso una raccolta di firme, una riduzione delle tariffe del trasporto pubblico locale per pendolari, lavoratori, disoccupati e precari del territorio, attraverso l’introduzione di una tariffa unica integrata a livello metropolitano finanziata anche attraverso un contributo economico annuale di un milione di euro da parte di Fiera Milano, il soggetto che ha goduto dei maggiori benefici dalla costruzione delle nuove infrastrutture. Con l’apertura del polo fieristico è stata infatti costruita la nuova stazione ferroviaria di Rho Fiera, avviata nel 2009, che ha comportato il taglio di trenta treni per i pendolari dalla stazione di Rho Centro e l’arrivo dell’alta velocità, sempre in funzione dei visitatori e degli espositori e dei profitti di Fiera Milano. La vertenza si è conclusa con una parziale ripartizione dei treni a favore della stazione di Rho Centro e dei cittadini rhodensi, che hanno riconosciuto l’importanza di difendere il diritto alla mobilità, malgrado il mancato raggiungimento degli altri obiettivi della campagna.</p>



<p>Per quanto riguarda Expo 2015, invece, insieme al centro sociale Sos Fornace di Rho e ad altre realtà metropolitane siamo impegnati nella campagna di boicottaggio del lavoro volontario e non retribuito. Crediamo che un lavoro gratis non sia un vero lavoro, e che prestare gratuitamente il proprio tempo per Expo significhi subire il ricatto della necessità, e cadere nel tranello dell’aspettativa che ci porta a lavorare come volontari con la speranza di entrare in un mondo del lavoro senza prospettive. Expo 2015 aveva promesso 70.000 posti di lavoro, ma a sei mesi dall’apertura dei cancelli l’unica certezza è l’impiego dei 18.500 volontari che lavoreranno senza ricevere un compenso, vanificando potenziali posti di lavoro e alimentando il conflitto tra generazioni e tra poveri.</p>



<p><strong>A vostro avviso esistono dei legami tra i provvedimenti entrati in vigore con la prima parte del Jobs act e l’Expo 2015, e come intendete smascherare queste politiche?</strong></p>



<p>Anche se non è facile districarsi nell’individuare il rapporto tra causa ed effetto per quanto riguarda il legame tra il Jobs act ed Expo 2015, non vi è dubbio che Expo 2015 sarà uno straordinario terreno di sperimentazione delle politiche del lavoro targate Jobs act, dove vi è un ancora più pericoloso coinvolgimento dei soggetti sindacali nelle politiche di deregolamentazione e di spoliazione dei diritti dei lavoratori. Tutto questo alla luce di un processo di trasformazione che vede l’intermittenza lavorativa come nuovo paradigma del lavoro contemporaneo, e il lavoro volontario come nuova frontiera del mai sopito sogno padronale di avere lavoratori felici di essere gratuitamente sfruttati.</p>



<p>Da parte nostra stiamo cercando di esorcizzare, anche dal punto di vista comunicativo, l’idea per cui il conflitto sociale è un quid di patologico: nel passato, anche nel nostro Paese, è stato uno straordinario strumento di emancipazione delle classi subalterne. Nel nostro piccolo e tra mille difficoltà stiamo tentando, come punto San Precario di Rho, di elaborare una strategia che tenga insieme il livello politico-sindacale e quello culturale e comunicativo, nella lotta ai processi di precarizzazione di lavoro e di vita attuati dal capitale. Si tratta di una continua sperimentazione, volta a individuare le nuove alleanze e i nuovi luoghi offerti dalle pratiche quotidiane di conflitto, nella prospettiva della ricomposizione della moltitudine di precari, lavoratori, disoccupati, migranti e senza-diritti nel post-fordismo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Andrea Papoff e Gianluca Rubini (Centro sociale SOS FORNACE). Expo 2015: boicottare il lavoro gratuito</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/andrea-papoff-e-gianluca-rubini-centro-sociale-sos-fornace-expo-2015-boicottare-il-lavoro-gratuito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2014 15:43:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[Domenico Corrado (Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014) Andrea Papoff e Gianluca Rubini sono due militanti del centro sociale Sos Fornace di Rho, il territorio dove materialmente sorgeranno i padiglioni che ospiteranno l’Esposizione, e che ha subìto la maggior parte delle trasformazioni messe in moto da Expo 2015. Dal marzo 2008, quando Milano ha [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/numero-39-ottobre-novembre-2014/" target="_blank">(Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014)</a></em></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Andrea Papoff e Gianluca Rubini sono due militanti del centro sociale Sos Fornace di Rho, il territorio dove materialmente sorgeranno i padiglioni che ospiteranno l’Esposizione, e che ha subìto la maggior parte delle trasformazioni messe in moto da Expo 2015. Dal marzo 2008, quando Milano ha vinto la candidatura della ‘sfida Expo’, Sos Fornace è impegnata a denunciare la logica del grande evento e gli appetiti che si sono raccolti intorno alla città meneghina. Tangenti, turbative d’asta e mafia free, e poi: devastazione dell’ambiente e del territorio, repressione del dissenso e sfruttamento e precarietà del lavoro. Insomma, dieci anni di grandi aspettative e promesse secondo cui Milano doveva diventare la capitale mondiale dell’alimentazione con il suo orto botanico e i suoi dibattiti, e “rilanciare l’economia e l’orgoglio nazionale” di un’Italia che “ce la può fare”. E invece, tra indagini della magistratura, arresti e ritardi non rimane più nulla, tranne la retorica ormai scadente e la beffa del lavoro gratuito di 18.000 persone: l’unica reale opportunità messa in campo da Expo e di cui potranno godere i cittadini del territorio.</p>



<p><strong>“Senza reddito non si vive, gratis non si lavora”. Con questo slogan, il giugno scorso, la Fornace ha inaugurato la campagna di boicottaggio del reclutamento del lavoro gratuito per Expo 2015. Che cosa contestate?</strong></p>



<p><strong>A. Papoff</strong>: Expo 2015 aveva promesso 70 mila posti di lavoro, ma a meno di un anno dall’inizio dell’evento rimangono solo stime ottimistiche a cui ormai non crede più nessuno. Secondo il commissario unico di Expo 2015 Giuseppe Sala, i posti di lavoro retribuiti saranno tra i 15 e i 16 mila. Di questi, 4 mila saranno creati dai Paesi partecipanti e 9 mila dalle aziende che lavoreranno nei padiglioni, a cui vanno aggiunte 195 posizioni di stagisti. Tutti contratti precari e a tempo determinato, che difficilmente, malgrado le promesse di trasformarli in opportunità di lavoro a lungo termine, verranno prolungati. Ad oggi, al di là delle buone intenzioni, i posti creati realmente sono 650 – le posizioni che andranno a completare lo ‘Staff Expo’, ovvero coloro che ricopriranno i ruoli di supervisione e gestione nelle attività logistiche e organizzative dell’evento – mentre gli altri 16 mila che dovrebbero essere creati dagli appaltatori rimangono ancora nell’ambito delle ipotesi. Tutte cifre astratte che stridono con un Expo che non ha mai avuto un vero interesse a mettere in campo un progetto credibile di rilancio dell’occupazione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/expo-lavoro-gratuito.jpg" alt="" class="wp-image-1258" width="200"/></figure></div>



<p>Ci dicono che vogliono rilanciare l’economia, e lo intendono fare attraverso un evento che per sua natura, essendo di durata limitata, non può che offrire possibilità di lavoro precarie; vogliono rilanciare l’economia e l’unica opportunità che offrono è lavoro non retribuito che serve solo a inverdire il curriculum e ad alimentare la politica dell’aspettativa e della precarietà. Infatti buona parte dell’evento verrà sostenuto dal lavoro gratuito di 18.000 volontari, che nei sei mesi si avvicenderanno per un periodo massimo di due settimane nell’opera di assistenza e accoglienza dei visitatori, compito che normalmente viene affidato a stuart e hostess in cambio di una retribuzione.</p>



<p>È arrivato il momento di dire che le promesse di rilancio dell’occupazione con Expo sono solo menzogne, e per questo invitiamo tutte le cittadine e i cittadini e le forze politiche e di movimento a sostenere la campagna di boicottaggio contro il lavoro gratuito per Expo 2015.</p>



<p><strong>Come funziona il sistema di reclutamento dei volontari e chi ne è responsabile?</strong></p>



<p><strong>A. Papoff</strong>: Expo 2015 spa, CSVnet (Coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato) e Ciessevi Milano hanno siglato il “Programma Volontari per Expo”: in particolare Ciessevi accoglierà le candidature degli aspiranti ‘volontari’ occupandosi quindi dell’attività di intercettazione e orientamento dei lavoratori. La campagna di reclutamento dei 18.000 è iniziata il 16 maggio scorso con un convegno tenuto a Palazzo Reale di Milano in cui erano presenti, oltre al sindaco Pisapia, al commissario unico Giuseppe Sala e al direttore Risorse umane di Expo 2015 spa Davide Sanzi, alcuni rappresentanti del terzo settore e del mondo del volontariato: da Sergio Silvotti, in rappresentanza del Forum terzo settore e presidente della Fondazione Triulza, a Carlo Vimercati, presidente della Consulta nazionale comitati di gestione fondi speciali per il volontariato. Con questa ‘tavola rotonda’ è stata lanciata la campagna di comunicazione dedicata al “Programma di coinvolgimento dei cittadini e del terzo settore nelle attività dell’Esposizione Universale”, in cui il lavoro volontario viene presentato come un’opportunità per vivere la cittadinanza in modo attivo e per “trovarsi ogni giorno in oltre 145 Paesi del mondo”, come recita uno degli slogan.</p>



<p>Insomma, una grande fregatura mascherata da opportunità, appoggiata da una campagna mediatica e di marketing imponente che coinvolge e si insinua in tutti i meandri della società. Saranno previste diverse forme di partecipazione che possono impegnare da un giorno fino ai dodici mesi del servizio civile, anche se la maggior parte dei servizi di volontariato sono stati inquadrati in un progetto della durata di due settimane, più accessibile e meno impegnativo, in cui i volontari verranno ‘retribuiti’ con un Tablet. Per cui pensare – come ha dichiarato al convegno Stefano Tabò, presidente di CSVnet – a Expo “come un’opportunità unica per il volontariato italiano di espressione delle proprie caratteristiche di partecipazione, solidarietà e pluralismo”, oppure per “proporre nuovi modelli economici e sociali, inclusivi e solidali, che vanno al di là dei particolarismi e che richiamano tutti a una responsabilità personale e sociale di pensiero e azione”, è del tutto ipocrita e privo di fondamento. La verità è che con la scusa delle finalità filantropiche di Expo 2015 si introduce una forma di sfruttamento del lavoro, neanche a basso costo, ma addirittura gratuito!</p>



<p><strong>Quale ruolo ricoprono i grandi nomi del terzo settore nel legittimare Expo 2015?</strong></p>



<p><strong>G. Rubini</strong>: Il modello Expo è fondamentalmente un’economia delle buone intenzioni, che attraverso la retorica di “Nutrire il Pianeta” giustifica il lavoro gratuito. Questo modello rinnova radicalmente il ruolo e il senso del terzo settore che si presta a queste operazioni di vero e proprio marketing in cui i progetti di rilancio dell’occupazione hanno un ruolo secondario rispetto all’appoggio mediatico che danno all’evento. Un appoggio che funge da giustificazione culturale e strategia comunicativa di Expo e alle sue politiche di precarietà. Un esempio? Quello della Società Civile, il padiglione situato all’interno della Cascina Triulza – uno dei pochi manufatti che rimarrà come lascito dopo la chiusura dei cancelli dell’Esposizione – in cui il terzo settore metterà in mostra, sotto il cappello di Fondazione Triulza, tutte le iniziative operanti in diversi ambiti della società civile con il fine di promuovere un’idea di sviluppo sostenibile, ovvero l’etica del capitalismo verde promossa da Expo. Un ossimoro in cui la ricerca di profitto da parte di un’azienda come San Pellegrino, che venderà le proprie bottigliette d’acqua a tutti i visitatori, potrà convivere con la distribuzione di acqua del rubinetto in modo gratuito, e questo perché diverse organizzazioni che hanno dato vita alla Fondazione hanno anche partecipato alla campagna referendaria del 2011 per L’Acqua bene comune, e quindi sarebbe stato quantomeno imbarazzante vendere solamente acqua della Nestlé – di cui San Pellegrino è un marchio – o di qualunque altra azienda.</p>



<p><strong>Nel maggio scorso la multinazionale Manpower Group Italia e Iberia guidata da Stefano Scabbio ha vinto l’appalto del reclutamento e della formazione del personale che verrà impiegato nei lavori di gestione della logistica e della sicurezza durante i mesi dell’Esposizione. A che punto sono le selezioni, e cosa ne pensi dell’ingresso di un colosso del genere nella gestione di una questione cosi delicata?</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/expo-lavoro-gratuito2.jpg" alt="" class="wp-image-1259" width="200"/></figure></div>



<p><strong>G. Rubini</strong>: Da settembre il portale “Lavora con Noi” di Expo 2015 è andato in pensione per fare spazio al nuovo creato ad hoc: “ManpowerGroup4expo”. Una nuova veste che non cambia le carte in gioco. Tutte le candidature inviate precedentemente al sito di Expo 2015 sono state girate a Manpower, che si impegna a reclutare 650 lavoratori che saranno assunti con contratti d’apprendistato e a tempo determinato: 59 tecnici di gestione, 296 area team leader, 298 operatori grandi eventi. A questi si devono aggiungere i 195 tirocinanti dello “Youth Training Program”, che avranno diritto al rimborso spese e ai buoni pasto. La selezione dei 650 è partita lo scorso 8 settembre, e i primi colloqui dovrebbero iniziare entro fine settembre. A quanto riporta il sito di Manpower, lo stipendio degli apprendisti sarà intorno ai 1.100 euro netti, mentre i lavoratori assunti a tempo determinato guadagneranno di più a seconda del livello d’esperienza.</p>



<p>Per Expo affidarsi a un’agenzia come Manpower significa da una parte diminuire i costi, e dall’altra delegare la gestione di ogni possibile conflitto sociale che dovesse scatenarsi sul posto di lavoro. Un sodalizio che alimenta un circolo vizioso in cui Expo 2015 spa recita la parte del vitello d’oro a cui tutti potremo attingere, e la Manpower quella di un moderno ed efficiente ufficio di collocamento. Un sodalizio figlio di un meccanismo di lungo corso, che ha visto il settore pubblico affidare in modo sistematico la gestione dei servizi a terzi privati in nome dell’efficienza e della razionalità economica. Una manovra che ha cambiato il rapporto tra il pubblico e il privato, e che ha scatenato gli appetiti più eterogenei.</p>



<p><strong>Quali sono quindi le rivendicazioni della campagna di boicottaggio?</strong></p>



<p><strong>G. Rubini</strong>: Nell’ottica generale vogliamo che le prestazioni non retribuite vengano pagate, eliminando nei fatti il sistema dei freejobs, e che queste 18.000 posizioni siano assegnate a chi sul nostro territorio un lavoro non ce l’ha, per porre un primo, parziale, tampone alla caduta di massa del reddito. Troppo alti sono stati i costi sociali, economici, ambientali scaricati sulla metropoli e in particolare su Rho, e come primo passo vogliamo che qualcosa torni in mano a chi questi costi li ha subiti e li sta ancora subendo. Intendiamo costruire una piattaforma di precari e disoccupati che occupi un ruolo sociale e politico forte sul territorio, puntando alla riappropriazione dal basso dei bisogni di una vita dignitosa, sempre con la prospettiva di una società il cui centro non sia il profitto ma le persone. Solo con l’organizzazione di una lotta che cresca gradualmente potremo incidere su queste novità infelici nel rapporto tra Capitale e lavoro e in generale sul corso degli eventi.</p>



<p>Abbiamo iniziato la nostra campagna nel giugno di quest’anno denunciando il ruolo di CSVnet nell’oliare la macchina del lavoro gratuito, e intendiamo attaccarne via via ogni ingranaggio affinché si costruisca una contestazione che sia in grado di trasformare il malcontento in rivendicazioni, obiettivi da conquistare gradualmente.</p>



<p><strong>In conclusione possiamo dire che delle promosse di rilancio dell’occupazione ne rimane solo la beffa, e che Expo è stato uno strumento per legittimare, e testare, i possibili futuri cambiamenti dei rapporti di forza all’interno del mondo del lavoro. Cosa ne pensi?</strong></p>



<p><strong>A. Papoff</strong>: La retorica dei posti di lavoro, delle opportunità per il territorio si è sciolta a contatto con la realtà. Ciononostante, a tutti i livelli istituzionali si continua a parlare di cogliere le opportunità generate da Expo. L’unica opportunità offerta è stata quella di riformare il mercato del lavoro infliggendo un duro colpo ai diritti dei lavoratori. Mi riferisco al decreto Poletti – la prima parte del Jobs act – che ha generalizzato i contenuti dell’accordo sindacale del 23 luglio 2013 tra Expo 2015 e i sindacati confederali. In questo accordo venivano già previste deroghe significative ai contratti a termine e di apprendistato. Il decreto Poletti è andato oltre, abolendo le causali ai contratti a tempo determinato che servivano a impedire il ricorso abusivo a questo tipo di assunzione, e squalificando il piano ‘formativo’ previsto dai contratti di apprendistato.</p>



<p>Expo è stato inoltre un acceleratore di grandi opere, perché nella data del primo maggio 2015 hanno trovato un’ipotetica dead line in cui essere concluse. Dico ipotetica perché diverse opere incluse nel dossier di candidatura vedranno in realtà la luce solo dopo il mega evento. In più, Expo è stata la foglia di fico con cui giustificare la messa in cantiere a Milano di un nuovo quartiere, realizzato attraverso una speculazione edilizia su un’area agricola di oltre un milione di metri quadrati. Quindi sì, in conclusione sono d’accordo con te.</p>
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		<title>Expo 2015: il lavoro diventa gratuito</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-il-lavoro-diventa-gratuito/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2014 08:08:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento]]></category>
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					<description><![CDATA[L’esposizione universale come laboratorio in cui sperimentare le nuove politiche di sfruttamento]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Domenico Corrado</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-38-giugno-settembre-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 38, giugno &#8211; settembre 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’esposizione universale come laboratorio in cui sperimentare le nuove politiche di sfruttamento</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">A meno di un anno dall’apertura dei cancelli, Expo 2015 perde un altro pezzo. L’8 maggio scorso la guardia di finanza ha eseguito sette arresti nell’ambito delle indagini della procura di Milano sugli appalti dell’Esposizione milanese e sulla sanità lombarda che hanno visto in manette uno dei manager più importanti di Expo 2015: Angelo Paris, il direttore dell’Ufficio pianificazione e acquisti.<br>Insieme a lui sono finiti in carcere due noti personaggi della stagione di Tangentopoli: Gianstefano Frigerio – ex segretario amministrativo della Democrazia cristiana milanese – e Primo Greganti – ex funzionario del Partito comunista, il&nbsp;<em>Compagno G</em>&nbsp;– i quali insieme all’ex senatore del Pdl Luigi Grillo avrebbero condizionato l’assegnazione degli appalti attraverso un’associazione per delinquere che saldava gli interessi delle imprese, delle cooperative rosse e di tutti gli schieramenti politici, da destra a sinistra.</p>



<p>In particolare, sarebbe stato pilotato un appalto per il valore di 67 milioni di euro per i lavori inerenti all’affidamento per le architetture dei servizi, aggiudicato da un’associazione temporanea di imprese partecipata dalla Celfa Soc. coop. di Imola e dall’imprenditore veneto Enrico Maltauro, anch’egli finito agli arresti. Secondo le indagini della procura milanese Sergio Catozzo, ex dirigente ligure Udc anch’egli finito in manette, avrebbe fatto da mediatore tra la “cupola” e Maltauro in cambio di una tangente di 600 mila euro, divisa equamente tra gli interessati e con il beneplacito e la piena solidarietà di Angelo Paris, che avrebbe fornito notizie riservate sulle gare d’appalto e pilotato le assegnazioni in cambio di un aiuto per la sua carriera, riservando un trattamento preferenziale a imprese di riferimento dell’associazione in relazione al progetto delle Vie d’Acqua – di cui la Maltauro è appaltatrice – e su una serie di appalti minori come quello dell’area parcheggi.</p>



<p>Una “cupola”, come è stata definita dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai ppmm Claudio Gittari e Antonio D’Alessio, che negli ultimi due anni avrebbe operato nell’intento di manipolare le gare d’appalto per i lavori di Expo e di tutta una serie di interventi nell&#8217;ambito della sanità lombarda, tra i quali il progetto della Città della Salute che sorgerà a Sesto San Giovanni. Insomma, il copione che si presenta davanti ci riporta direttamente agli anni di Tangentopoli. La corruzione pare essere la stessa, e anche i volti sono noti.</p>



<p>Dalle ‘manovre occulte’ avvenute nel centro culturale Tommaso Moro, sede della presunta associazione per delinquere, emerge chiaramente come l’Expo si manifesti sempre più come un sistema che si fonda su un doppio livello di potere: uno legale, animato da una una retorica legalitaria e sostenuta da un&nbsp;<em>brand</em>&nbsp;accattivante, e uno criminale che si muove nel silenzio all’unisono con il primo, a suon di mazzette. Un sistema che in barba alle promesse di rilancio dell’economia nazionale e alla retorica dell’<em>opportunità da non perdere</em>, ha messo in moto un processo di ridefinizione dei rapporti di potere a Milano e in Lombardia, e dei rapporti di forza all’interno del conflitto tra Capitale e lavoro.</p>



<p>Perché Expo, tra le sue promesse di&nbsp;<em>Nutrire il Pianeta</em>&nbsp;e la sua retorica ecosostenibile – strumentale solo al Capitale che cerca di darsi una parvenza di eticità – è un grande laboratorio di precarietà in cui sperimentare le politiche nazionali: “Il cavallo di Troia col quale smantellare il già fatiscente edificio di diritti e tutele” (1). Fiore all’occhiello di questa politica è il tentativo di trasformare il lavoro volontario e non retribuito in uno step imprescindibile per inserirsi nel mondo del lavoro.</p>



<p>All’indomani della firma del Trattato di Maastricht, sono state elaborate in Italia e in tutta Europa legislazioni sul lavoro all’insegna della precarietà, che rispondevano all’esigenza di abbassare il costo del lavoro per fare fronte al processo di integrazione dell’economia europea e globale.<br>Un processo che è andato a pari passo con le politiche neoliberiste e la grande stagione delle privatizzazioni e che ha trovato il suo primo compimento nel pacchetto Treu, con il quale veniva introdotto il concetto di lavoro interinale e disciplinati i contratti a tempo determinato, i tirocini e la formazione per l’apprendistato.</p>



<p>Con la legge 196/1997 venivano affossati gli Uffici di Collocamento per l’impiego, per lasciare spazio alle agenzie interinali, e si istituzionalizzava la precarietà nell’accesso nel mondo del lavoro, trasformando i contratti a tempo indeterminato in un miraggio per pochi privilegiati. Un processo che ha conosciuto un’impennata con la legge 30/2003 sull’occupazione e il mercato del lavoro, la cosiddetta legge Biagi, che ha introdotto diversi tipi di contratto e una quarantina di varianti (dal lavoro intermittente al lavoro accessorio e occasionale al contratto a progetto).</p>



<p>Da allora diversi ministri si sono avvicendati al dicastero del Lavoro: Roberto Maroni – che ha implementato la legge Biagi – Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, sino all’avvento dei&nbsp;<em>tecnici</em>&nbsp;nel 2011, Elsa Fornero e poi Enrico Giovannini. Ora il ministero è nelle mani di Giuliano Poletti, e facendo un bilancio si può affermare che in dieci anni è stato smantellato il sistema di welfare – che è diventato sempre più preda del settore privato – e l&#8217;edificio di tutele e di diritti sindacali, con la complicità di una ‘sinistra’ che ha abbracciato il pensiero neoliberista.</p>



<p>Oggi, con Expo, sembra prospettarsi una nuova evoluzione. Se ai tempi del pacchetto Treu l’ingresso nel mondo del lavoro era precario e il contratto a tempo indeterminato un miraggio, ora, attraverso la nuova frontiera delle politiche elaborate per la&nbsp;<em>Grande Occasione</em>&nbsp;del 2015, si indietreggia di un passo: l’ingresso passa attraverso il sistema ‘raffinato’ del lavoro volontario e gratuito, e il contratto a tempo indeterminato diventa un ricordo dei tempi passati, come emerge dal cosiddetto Decreto Poletti, convertito nella Legge 78 il 16 maggio scorso, con cui, grazie all’abuso di contratti a tempo determinato e di apprendistato, viene introdotta la precarietà a tempo indeterminato.</p>



<p>Perché Expo – è bene ricordarlo – verrà messo in piedi con lo sfruttamento del lavoro precario e il lavoro gratuito di 18.500 volontari, che nell’arco dei sei mesi si avvicenderanno nei lavori di accoglienza e logistica dell’esposizione, e lascerà un debito ambientale fatto di parchi devastati e tonnellate di cemento (2).</p>



<p>Le reazioni politiche alla bufera che si è abbattuta su Milano non fanno presagire nulla di buono. Tutto sembra continuare in nome della celerità e della politica dell’apparenza. Al posto di Angelo Paris è stato nominato Marco Rettighieri, l’attuale direttore operativo di Italferr (gruppo Ferrovie dello Stato), e il commissario unico all’esposizione, Giuseppe Sala, malgrado l’alta tensione, ha dichiarato che l’Expo può andare avanti, e che non è giunta “nessuna indicazione dalla procura di Milano di fermare o rivedere alcune gare tra quelle già assegnate” (3).</p>



<p>L’esposizione milanese del 2015 rimane saldamente tra le priorità del Paese, come ha affermato il presidente del Consiglio Matteo Renzi lo scorso 13 maggio in occasione di una visita a Milano, durante la quale ha palesato il suo rammarico per la gravità dei fatti – garantendo tuttavia che lo Stato è “più forte dei ladri” – e ha rilanciato l’appuntamento del 2015, rassicurando che vi sarà una maggiore stretta sui controlli attraverso il coinvolgimento dell’Autorità nazionale anticorruzione, e che tutte le scadenze saranno rispettate. La visita è stata accolta da una protesta in via Rovello, sede di Expo 2015 spa, messa in piedi dal Comitato No Expo e dai comitati per il diritto alla casa, che al grido “Sgomberiamo Renzi, occupiamo tutto” hanno dato il benvenuto al premier ribadendo le ragioni di chi da anni denuncia come Expo sia solo un’opportunità che soddisfa gli interessi particolari di una classe politica e imprenditoriale rapace, e come gli oneri di queste manovre vengano scaricate sulla collettività.</p>



<p>E intanto all’interno della procura milanese si consuma lo scontro tra il pm Robledo e il procuratore Bruti Liberati, che si scambiano, tra le altre, accuse reciproche di intralcio alle indagini sugli appalti, mentre Renzi affida poteri straordinari di controllo su Expo a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione. Una rassicurazione assai tiepida, che odora di promesse. L’unica cosa certa è che il 19 maggio scorso è stata aperta la selezione per i lavoratori che presteranno la loro opera gratuitamente; sarebbe il caso di rinominare questa Esposizione universale: “Depredare il Pianeta, precarietà per la vita”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.sosfornace.org/jobs-act-lo-smantellamento-dei-diritti-dei-lavoratori-passa-per-expo-2015/" target="_blank">Jobs act, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori passa per Expo 2015</a></em>, Sos Fornace.org, Punto San Precario Rho-Fiera</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr.&nbsp;<a href="https://rivistapaginauno.it/arese-speculazione-edilizia-ed-expo-nella-riqualificazione-dellarea-ex-fiat-alfa-romeo/" data-type="post" data-id="1565" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Arese: speculazione edilizia ed Expo nella riqualificazione dell’area ex Fiat Alfa Romeo</em></a>, Domenico Corrado, Paginauno n. 32/2013 e&nbsp;<em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-bonifica-del-sito-inquinamento-e-sperpero-di-denaro-pubblico/" data-type="post" data-id="1261" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Expo 2015, bonifica del sito: inquinamento e sperpero di denaro pubblico</a></em>, Domenico Corrado, Paginauno n. 33/2013</p>



<p class="has-small-font-size">3)&nbsp;Expo 2015, Sala: «Andiamo avanti, la Procura non ci ha chiesto di fermare le gare di appalto», Rainews, 12 maggio 2014</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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