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	<title>processo 7 aprile &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 27 Apr 2021 10:49:06 +0000</lastBuildDate>
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	<title>processo 7 aprile &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>La sovversione del &#8217;77: l&#8217;Autonomia operaia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-sovversione-del-77-lautonomia-operaia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 20:58:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[processo 7 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-16-febbraio-marzo-2010/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 16, febbraio &#8211; marzo 2010)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto ‘movimento del ’77’ è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.</p>



<p>Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.</p>



<p>La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista&nbsp;<em>Rosso</em>&nbsp;– di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista&nbsp;<em>Senza tregua</em>&nbsp;e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.</p>



<p>L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. </p>



<p>Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.</p>



<p>Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.<br>Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.<br>Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…</p>



<p>C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. </p>



<p>Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.</p>



<p>Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.</p>



<p>Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!</p>



<p>Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.<br>Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.</p>



<p>Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.</p>



<p>Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!</p>



<p>Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.</p>



<p>Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.</p>



<p>Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). </p>



<p>Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. </p>



<p>Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere:&nbsp;<em>et voilà!</em>, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.</p>



<p>Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo&nbsp;<em><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/08/002745.html#002745" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I giornali a processo: il caso 7 aprile</a></em>. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.</p>



<p>Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. </p>



<p>A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.</p>



<p>Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?</p>



<p>A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.<br>Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.</p>
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		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Settanta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-settanta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2007 17:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[cesare battisti]]></category>
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		<category><![CDATA[processo 7 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>
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					<description><![CDATA[Il caso Cesare Battisti e gli anni Settanta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-3-giugno-settembre-2007/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 3, giugno &#8211; settembre 2007)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il caso Cesare Battisti e gli anni Settanta</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’incapacità di fare i conti con la propria storia, in Italia è un’abitudine consolidata; il tempo trasforma in leggenda i vincitori, degrada a fantasma sociale i vinti e ossifica in luogo comune i fatti. Una dinamica che non poteva risparmiare gli anni Settanta. Segreti, omissis, stragi impunite, scontri tra manifestanti e poliziotti, operai e studenti in piazza, fascisti, comunisti, stragi di stato, strategia della tensione, Aldo Moro, Brigate rosse e, su tutto, lei, la parola magica: terrorismo! Tutti elementi frettolosamente stipati nell’immaginario collettivo degli italiani e riportati alla ribalta dall’arresto di Cesare Battisti, avvenuto lo scorso marzo a Copacabana.<br>I giornalisti hanno fatto a gara per mostrarlo come un grande atto di giustizia. Impettiti nelle loro certezze, hanno cavalcato la parola terrorista, fingendo di dimenticare le complesse implicazioni politiche dell’arresto.</p>



<p>Un medesimo atteggiamento hanno mostrato i politici. Il ministro Mastella, dimentico dei vari mandati di arresto da spedire negli Stati Uniti, si è affrettato a chiamare il Brasile e chiedere di accelerare i tempi dell’estradizione. Un solo parlamentare, l’onorevole Giovanni Russo Spena, ha provato a spostare il dibattito su un’ipotesi di amnistia, con il risultato di venire seppellito dalle urla dei colleghi, alcuni dei quali, trent’anni fa erano soliti menare le mani e saettare al cielo orgogliosi saluti romani.<br>Più docili e discreti, gli scrittori sono rimasti in silenzio, a dimostrazione del totale disinteresse che nutrono per la storia del loro Paese. La stessa storia che nella testa degli italiani si riassume ormai in una grottesca baruffa tra opposti. Un’ambiguità che la politica non fa che alimentare continuamente. Che cosa è stato il Risorgimento? L’afflato patriottico di un’intera popolazione o una conquista armata dei Savoia? E il fascismo? Dittatura da operetta o sanguinoso regime totalitario? E i partigiani? Spietati assassini o eroi? E Tangentopoli? Un complotto delle toghe rosse o l’espressione democratica di una magistratura libera? E le stragi mafiose del 1992? Un conto chiuso con i propri nemici, o un tentato golpe della mafia con la complicità della massoneria e di gruppi neofascisti?<br>E che cosa è stata Piazza Fontana?</p>



<p>Il contraddittorio, che dovrebbe rappresentare la ricchezza di una democrazia, in Italia dimostra di essere solo confusione costruita ad arte; il risultato non casuale della brutta abitudine accennata all’inizio. A Milano ogni anno si organizza per il 12 dicembre un ritrovo in Piazza Fontana, in occasione del quale sindaco ed esponenti della destra regolarmente non si presentano, salvo poi caldeggiare la costruzione di una stele in memoria del commissario Calabresi. E sempre a Milano gli oppositori chiedono, per dovere storico, di erigerne una anche in memoria del suo oppositore teorico, l’anarchico Pinelli, dove&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;è la vera parola chiave, con il risultato di confermare l’assunto che vuole due volti per ogni verità.</p>



<p>Doppiezza tutt’altro che neutra. Uno Stato che non sa se riconoscersi nei valori fascisti o in quelli dei partigiani, se in quelli dei giudici di Tangentopoli o in quelli di politici e imprenditori corrotti, se nei depistaggi strumentali del commissario Calabresi o nella morte dell’anarchico Pinelli, che di quei depistaggi è stato vittima, in realtà è uno Stato che dimostra di avere scelto eccome. E la strage resta là, innominata, rimossa nei suoi significati; quasi che gli anni Settanta non fossero iniziati con quel boato devastante.</p>



<p>La storia, quella che ci educa a scuola, che imperversa in programmi televisivi, che ci chiama dalle targhe delle vie che ci orientano in città, che leggiamo a frammenti sui giornali, è solamente uno dei mezzi con cui il Sistema conferma se stesso; con cui vengono donati ai cittadini un’identità nazionale e sani principi in cui credere. È il linguaggio della verità, parlato dai telegiornali, dai quotidiani, da tutti quegli strumenti atti a rendere credibili le parole dei politici. E quando accade di leggere il resoconto di un fatto, raccontato in maniera superficiale come nel caso di Cesare Battisti, è normale che sorga una sottile pena per il suo estensore e per il lettore comune. Pena e dispiacere per l’ennesima conferma dell’esistenza di argomenti che non possono essere trattati per intero. L’<em>affaire</em>&nbsp;Battisti è uno di questi.</p>



<p>La sua vicenda, infatti, se analizzata e inserita in un contesto storico più ampio, conduce nel dominio della verità illegittima; dritto nei corridoi del Palazzo, laddove, a partire dai giorni dell’Autunno caldo, sono stati organizzati i piani per la restaurazione e la conservazione politico-economica del Paese. Piani eretti su tre colonne portanti: la provocazione dei movimenti di protesta, l’alleanza con il Pci attraverso l’attuazione del compromesso storico, e la repressione mediatica, militare e giudiziaria.</p>



<p>Cesare Battisti, l’uomo, l’individuo Battisti, è il personaggio perfetto per un romanzo sugli anni Settanta; perché è proprio dal caso personale che uno scrittore sceglierebbe di partire. Non c’è alcun dubbio che l’uomo, solo e sfinito, arrestato a Copacabana dopo due anni di latitanza, contenga in sé due persone: il terrorista di ieri, condannato per due omicidi politici, e lo scrittore di oggi, rifattosi una vita grazie a una promessa politica. Chiedersi quale delle due persone stia andando in carcere a scontare un ergastolo implica (per uno scrittore, naturalmente, non certo per l’onorevole Castelli e il suo degno successore, il ministro Mastella) il confronto con un triplice problema (umano, politico e storico), al quale si aggiunge il silenzio che grava da trent’anni sugli anni Settanta. Nessun buon romanzo può essere scritto senza che il suo autore si proponga di sviluppare le tre dimensioni. Non serve altro: una piccola storia di uomini, sentimenti ed emozioni, una società civile e politica e, su tutto, la grande Storia. Sugli anni Settanta, questo romanzo oggi non è ancora stato scritto.</p>



<p>La generazione di scrittori post-sessantottina si è spesa assai poco sugli anni Settanta. Al contrario, ha preferito (vuoi per ignoranza, vuoi per congenita consunzione interna del mondo editoriale) adagiarsi su una stucchevole introspezione o su inutili romanzi di genere. Persino oggi che gli anni Settanta sono di moda (ogni anno è il trentennale di qualche episodio – adesso il famigerato &#8217;77, il prossimo toccherà alla morte di Moro…), la narrativa non pare in grado di sottrarsi ai fattori passionali, che li hanno animati. È vero che qualche autore si è dato da fare per stemperare il grigiore della definizione&nbsp;<em>Anni di piombo</em>&nbsp;inventata dal linguaggio di regime, ma solamente nei confini della falsa ottica divisoria tra buona sinistra e cattiva sinistra, inevitabilmente destinata a condurre il lettore tra le calde braccia della verità istituzionale. Esclusi pochi casi isolati, quindi, ancora gli scrittori non sono riusciti ad allontanarsi dagli scontri di piazza, dal lancio di sampietrini, dalle pistolettate, dal racconto di vite desolate, da storie di droga e di disperati caduti nella rete della lotta armata, e dal risultato di restituire, di quel periodo, un aspetto molto suggestivo per quanto secondario. Marginale, addirittura, nel momento in cui si vuole allargare il raggio d’azione della riflessione. In realtà il continuo battere sul tasto del terrorismo di strada, non fa che infittire la nebbia. Gli scrittori sembrano non capire che scontri feriti e morti, giovano al potere e continuano a dargli credito; che insistere a parlarne decuplica questo vantaggio. Gli anni Settanta diventati materia di libri gialli, di noir, di mercato, rendono fuffa la verità.</p>



<p>Il vero limite di tutta questa narrativa consiste nell’incapacità di verticalizzare l’analisi, nel non riuscire a porre interrogativi di responsabilità più generale. Chi sono i mandanti delle bombe? Quali elementi appartenenti allo Stato? Quali uomini dei servizi segreti?<br>Domande che potrebbero essere un ottimo punto di partenza per un romanzo, oltre che l’occasione di una riflessione approfondita su altre figure che potrebbero diventare altrettanti personaggi: giudici istruttori, per esempio, procuratori generali, procuratori della Repubblica, sostituti procuratori generali, capi di polizia, generali dei carabinieri, ministri, presidenti del consiglio, industriali che finanziano movimenti neofascisti. È dietro queste istituzioni che vanno cercati i creatori di Piazza Fontana e delle altre stragi, e che, in seguito, si sono preoccupati di organizzare la conseguente e necessaria repressione militare e giudiziaria. Si annidano lì dentro le ragioni dogmatiche del potere, quelle che hanno avuto bisogno di nutrirsi di sangue innocente, di creare omissioni e reticenze che si trascinano ancora oggi.</p>



<p>Per cui si può affermare che la parte narrabile di Cesare Battisti, quella suggestiva e buona per movimentare il mercato editoriale e la verità istituzionale, è già stata raccontata da altri romanzi. Cose già scritte e che, nel romanzo che adesso ci accingiamo a progettare, fungeranno per questo da semplice contorno.</p>



<p>Il primo problema narrativo da risolvere consiste nel trovare un equilibrio tra storia e Storia. Ciò che poco fa abbiamo rimproverato alla Storia italiana è la sua ambiguità. La mancanza di volontà politica (o l’interesse nascosto dietro tale immobilismo) di stabilire in maniera netta e chiara i fatti. Il che non significa soffermarsi sulla loro consequenzialità, comunque importante, bensì analizzare le motivazioni che vi si nascondono dietro, i moventi, pragmatici o etici che siano, le influenze, gli obblighi, le proibizioni, le seduzioni, le intimidazioni… La Storia è soprattutto storia di uomini, oltre che movimento di apparati.</p>



<p>È difficile infatti comprendere le motivazioni e le influenze sociali e politiche che hanno condotto migliaia di giovani, molti dei quali appartenenti alla classe borghese, a prendere le armi e a sparare; che li hanno spinti a rinunciare a una vita comoda e normale (come si suole dire), giocandosi tutto a un tavolo in cui il banco è un inafferrabile baro come lo Stato.<br>È difficile, se si estrapola l’esperienza armata dalla complessità del contesto sociale, come fanno superficialmente gli scrittori che oggi ambientano i romanzi negli Anni di piombo, e come fanno molti giornalisti ogni volta che parlano di terrorismo.</p>



<p>È difficile capire la loro scelta, senza analizzare le dinamiche del boom economico nella loro completezza; gli esclusi dal grande miracolo, la grande produzione di plusvalore degli operai, in cambio di un’illusoria mobilità sociale per loro e per i loro figli; dimenticando l’interesse di Fiat e americani nel restaurare le forze di produzione, licenziare gli operai politicizzati, aumentare la meccanizzazione del lavoro e chiamare dal sud un nuovo modello di lavoratore, l’operaio di linea, meno sindacalizzato e più sfruttabile; senza parlare dell’inefficienza dello Stato riguardo l’organizzazione di strutture urbane di accoglienza per fronteggiare l’immigrazione (indotta e funzionale alla grande industria), di strutture scolastiche e sanitarie.<br>È difficile se non si valuta il peso della protesta studentesca nata in seno alla borghesia e a quella determinante degli operai, ancora più grave per il capitale perché strutturale.</p>



<p>È difficile se ci si limita a guardare la strage di Piazza Fontana come un fatto tra gli altri, senza considerarlo parte di un progetto eversivo e, come tale, una dichiarazione di guerra che lo Stato lancia alla società che protesta, utilizzando come leva il peso di un’opinione pubblica ignara di quanto stia accadendo.<br>È difficile se si dimentica la rinascita del fascismo con la complicità di movimenti quali la Lega dei colonnelli greci, attiva in molte città per organizzare un golpe anche in Italia.</p>



<p>Un romanzo non è un saggio. Per sviluppare una trama tematica ha bisogno di personaggi e di una storia. E dal momento che lo scrittore ha individuato in Cesare Battisti il personaggio simbolo ideale, non gli rimane che individuare l’antagonista. Sarebbe sbagliato consegnare un tale ruolo a parole astratte come Stato, Chiesa, Fascismo o Padroni; senza cioè incarnarle in caratteri che, attraverso l’azione, assumano molteplici significati. E dal momento che, riguardo alla verità sulle stragi, le sentenze o la verità istituzionale non aiutano, lo scrittore è costretto a costruirli secondo criteri di verosimiglianza. Nel caso della bomba di Piazza Fontana, non dovrebbe mancare un generale, a capo del Sid (Servizio informazione della difesa), che funge da mediatore nel passaggio di 500.000 dollari dalle casse dell’ambasciata americana alle mani di gruppi neofascisti; così come non mancheranno alcune morti misteriose di alcuni possibili testimoni e un altro agente del Sid nei preparativi per la strage di Milano, insieme a membri appartenenti agli Affari riservati del ministero degli Interni.</p>



<p>In questo modo viene dato un volto e ben tre astrazioni: il terrorismo neofascista, con il quale sono in combutta l’Msi, alcuni ambienti della Dc e parti dell’apparato statale, oltre che aprire la strada ai depistaggi che seguiranno, dietro le figure di un commissario e di un giudice istruttore; tre o quattro personaggi, non di più.<br>Episodi del passato cui ispirarsi non mancano: lo squadrismo fascista, le aggressioni, gli attentati a membri delle Camere del Lavoro e a oppositori di sinistra, degli uomini di Mussolini tra il 1919 e il 1926, in complicità con proprietari terrieri e industriali. Infatti, nel 1969 come allora, la risposta al diffondersi dell’insoddisfazione nel Paese è stato proprio il terrorismo nero.</p>



<p>Per scrivere, uno scrittore deve conoscere, informarsi il più dettagliatamente possibile, pur nella consapevolezza che buona parte del lavoro svolto non troverà sede all’interno della propria macchina narrativa. L’importante è che si immerga nell’atmosfera in cui si muovono i suoi personaggi. Per esempio non gli farà male conoscere fatti che soli meriterebbero un romanzo a parte, come il tentato colpo di stato del 1964 del generale dei carabinieri De Lorenzo, appena dopo la formazione del primo governo di centro-sinistra. I tanti finanziamenti provenienti da industriali, albergatori, agrari, banche, distribuiti in grandi flussi al partito fascista e alle organizzazioni minori sin dalla fine degli anni Sessanta. Soldi che permettono il proliferare di giornali e riviste neofasciste, di Leghe e di movimenti i cui reclutamenti attingono nell’universo dei giovanissimi; e che contribuiscono al crescendo di aggressioni, culminato con la bomba esplosa nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Non gli farà male conoscere, se vuole dare maggiore incisività alla scrittura, altri due tentativi di Golpe: quello di Valerio Junio Borghese (graziato dall’amnistia del 1948 che ha rimesso in circolo i fascisti nel sistema politico italiano) del 1970, e quello di Edgardo Sogno e della congiura della Rosa dei Venti del 1974.</p>



<p>Tuttavia, la vera lezione di Piazza Fontana è legata alla sua funzione strategica: creare insicurezza e caos per spostare l’opinione pubblica a destra e così suscitare il desiderio di un governo forte in grado di riportare l’ordine, visto che il sistema democratico non è in grado di farlo. Una strategia antioperaia e liberticida, di cui la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura è stata solo un primo atto della costruzione di un luogo comune, tutt’ora vivo, che vuole il terrorismo essere unicamente di sinistra. Lo stesso termine stragismo, utilizzato da storici e analisti, crea una distinzione sospetta da ciò che viene chiamato, senza esitazione, terrorismo. Idee più simili a sentimenti che non a concetti, che tuttavia stridono con le cifre degli anni Settanta.</p>



<p>Le statistiche accertano complessivamente, tra il 1969 e il 1980, 12.690 attentati politici. Su un totale di 362 vittime, 92 morte tra il 1969 e il 1974, mentre 270 negli anni che vanno dal 1975 al 1980. Nel primo periodo, 63 vengono uccise da attentati terroristici di destra, 9 da attentati di sinistra e 10 cadono in conflitti a fuoco con le forze dell’ordine. Di dieci non è stata accertata la paternità degli attentati.<br>Nel secondo periodo, 115 persone vengono uccise da terroristi di destra e 110 da terroristi di sinistra, 29 dalle forze dell’ordine (dalle quali sono escluse quelle legate a leggi speciali che lasciavano loro mano libera di sparare anche sui manifestanti) e 16 di padre ignoto. Nella seconda metà degli anni Settanta cresce anche il numero dei feriti, soprattutto in attentati senza un obiettivo preciso che non fosse il terrore, che sono una specialità del terrorismo di destra (551, di cui 200 solamente a Bologna nel 1980), ma anche in attentati mirati (172 feriti, di cui 147 vittime di sinistra, 6 di quelli di destra e 19 senza paternità).</p>



<p>Numeri che aiutano a capire perché ancora oggi l’opinione pubblica sia tanto sensibile al richiamo della parola magica, ma che dimostrano la perfetta riuscita di quella strategia se perdura ancora oggi simile a un archetipo junghiano, in immediato ed esclusivo abbinamento alla parola comunismo. Dei paramilitari neofascisti e della violenza di Stato, la cui connivenza nelle stragi resta tutt’oggi inconfessabile, chissà perché, non si parla mai.</p>



<p>Il protagonista è uno dei giovani che in questo contesto storico decidono di armarsi. Di coloro, cioè, che pensano il Parlamento come un nucleo compatto costruito con i voti dei cittadini in difesa di interessi privati e che da quel luogo niente di buono per i lavoratori potrà mai uscire. Di giovani che, dopo avere tentato la via della contestazione nelle piazze e avere assaggiato la violenza dello Stato, delle sue sanguinose provocazioni e delle leggi speciali, decidono di rispondere con le armi. Cadono nella trappola, accettano la provocazione e si tuffano nell’impazzimento di quegli anni. È una strada senza uscita e di difficile comprensione per il lettore-massificato di oggi, addomesticato da anni di martellamento mediatico, e che ha assorbito in maniera acritica il linguaggio della verità. Lo scrittore deve essere pienamente consapevole dei censori creati da questo linguaggio e dell’uso strumentale che esso fa del sostantivo terrorista; un sempreverde utilizzato ancora oggi dagli Stati capitalisti per impostare anche la politica estera.</p>



<p>Deve tenerne conto quando ricostruisce le motivazioni dei protagonisti: perché uomini dell’apparato statale decidono di costruire sul sangue di persone innocenti la loro strategia? Perché scelgono di allearsi con la peggiore feccia politica? Perché un giovane decide di prendere le armi lungo una strada che conduce all’inevitabile autodistruzione? Sono queste le domande che portano avanti la vicenda e il percorso intimo dei personaggi. E proprio quest’ultimo è la grande scommessa con il lettore; scandagliare quel tratto di terra di nessuno che si situa tra le motivazioni e l’azione che solamente la narrativa è in grado di attraversare. Condannare o assolvere è compito dei giudici, non di un romanziere, al quale, semmai, spetta il compito dell’analisi, di liberarsi di ogni pregiudizio e di ogni interesse di parte. La parola&nbsp;<em>mostro</em>&nbsp;può circolare sulla bocca di giornalisti e politici, ma non può trovare asilo nella penna di chi scrive. E se c’è qualcosa che il nostro scrittore avverte, di fronte all’arresto finale del suo personaggio avvenuto con ventisette anni di ritardo, è la sensazione di assistere a una ideale prosecuzione di una trama iniziata con la bomba di Piazza Fontana &#8211; di una condotta politica che lo Stato non ha intenzione di chiudere. E vuole riprodurre sulla pagina la sensazione di angoscia che adesso lo pervade. Non riuscire in questo, non trasmettere dubbi al lettore, rappresenterebbe il fallimento del romanzo.</p>



<p>È bene ricordare che, poco più di trent’anni fa, quando apparvero sulla scena genovese i primi attentati del gruppo gappista XXII ottobre, i suoi componenti non vennero definiti come terroristi contro i quali mobilitare le masse. Ancora non si identificava il terrorista come nemico dello Stato democratico, e una simile etichetta, che oggi appare assai scontata e di immediato effetto, non sarebbe stata necessariamente accolta nel tessuto sociale con assoluta riprovazione. In Parlamento sedevano ancora politici di vario orientamento politico, che avevano operato con azioni di stampo terroristico durante e dopo la Resistenza, quando non contro di essa. E nella memoria degli individui erano ancora presenti le imprese dei partigiani.</p>



<p>Tuttavia, tante premure sono venute meno con lo svilupparsi degli eventi. In fondo, detto senza ipocrisie, coloro che sparavano e i morti, inseriti in un contesto come quello italiano, in cui l’amore per il governo non era certo la fede più diffusa, non rappresentavano per i politici il problema più grave. Negli ultimi dieci anni sono state uccise dalla mafia 2.500 persone. Eppure, nessuno in parlamento avverte una simile strage come una tragedia sociale.</p>



<p>La violenza, quindi, non è mai stata di per sé un problema per lo Stato, e anche allora lo era solo in parte; non grave, almeno, quanto la massiccia pressione del dissenso generato dalla controinformazione di alcuni intellettuali e accademici, della quale le proteste studentesche, la gente in piazza e gli scioperi operai erano solo la manifestazione più visibile. Ciò che faceva paura ai padroni del vapore era la strisciante sfiducia e il malcontento diffusi nell’intero tessuto sociale. Tuttavia, i politici sapevano che chi sparava era un ottimo terreno su cui costruire un’offensiva per colpire il dissenso a 360 gradi. Nasce così il processo 7 aprile 1979.</p>



<p>Uno dei meriti dei governi di allora è stato l’uso dei media per raggiungere i propri obiettivi, la spettacolarizzazione del problema, la cui performance più riuscita è stata il rapimento di Aldo Moro. Pur tuttavia, il consenso dell’elettorato è fondamentale in una democrazia. Per uno Stato dal bilancio fallimentare, in cui non una sola istituzione funzionava, a partire dalla scuola per finire alla sanità, in cui gli stipendi erano tra i più bassi d’Europa e la sicurezza sul lavoro un lusso, era divenuto vitale trasformare agli occhi del cittadino quello che era un grave problema sociale ed economico in una questione di ordine pubblico. Ed è stato questo il grande capolavoro dei politici. Una recita che non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di stampa e televisione. Proprio come oggi non sarebbe possibile la caccia al terrorista in Medio Oriente senza le menzogne dell’intero apparato mediatico. Tant’è che giornali, radio e televisione, si sono mansuetamente assestati sulla linea della solidarietà nazionale, con un surplus di impegno forcaiolo da parte dei giornali di sinistra come L’unità, La Repubblica e Paese sera.</p>



<p>Accadde così quel che Leonardo Sciascia descrive ne L’affaire Moro: “È come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla finestra saltando, sano e guizzante, sulla strada. Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. [&#8230;] Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità?”</p>



<p>La definitiva repressione dello Stato, per come si è verificata e per le anomalie democratiche di cui è stata portatrice, pone allo scrittore un complicato problema narrativo. Come spiegare fatti le cui logiche vanno ricercate nella ragione di Stato e non in quella di una normale routine democratica? Come dire che gli anni Settanta si sono svolti politicamente all’insegna di un perenne colpo di Stato mai confessato? Come vincere l’incredulità del lettore? Non è un caso che il 7 aprile 1979 sia una data opportunamente rimossa, a differenza del 12 dicembre, dalla coscienza degli italiani, i quali, dell’istruzione di tale processo, hanno saputo solamente ciò che faceva comodo sapessero: il lancio dell’arresto con il trionfalismo dei titoli (catturato il vertice delle Brigate rosse!), le colossali menzogne seguite dal silenzio e la loro lenta caduta nell’oblio. Eppure, se ancora oggi il sostantivo terrorista può inglobare chi parla e chi scrive (l’abbiamo visto proprio nella settimana che ha preceduto le manifestazioni spontanee contro il raddoppiamento della base americana a Vicenza), lo si deve in buona parte all’operato di un pugno di giudici in occasione di quella che si può definire la più grande montatura mediatico-giudiziaria della Repubblica italiana. Un caso talmente eclatante da suscitare l’interesse di Amnesty International e da costringere il presidente francese Mitterrand a una decisione politicamente grave e importante, oltre che molto discussa.</p>



<p>Si tratta del momento in cui lo Stato, incarnato nei suoi tre poteri, sviluppa i principi d’attacco all’opposizione politica extraparlamentare di sinistra, della cui riuscita il Pci si rende garante. Dopo avere accettato lo Stato delle stragi, per realizzare il compromesso storico in cambio della propria presentabilità politica, il partito comunista si fonde con esso nei panni dell’istituzione giudiziaria, per arrivare in futuro a trasformarsi il quel sarchiapone politico di oggi.</p>



<p>Il punto di ancoraggio è la parola terrorismo. Riuscire a estendere il suo significato a chi scrive, a chi insegna nelle università, a chi parla in radio, a intellettuali, accademici, scrittori e direttori di giornali; in poche parole, riuscire a cambiare nome al reato d’opinione.</p>



<p>Nasce così il Teorema Calogero, dal nome dal sostituto procuratore che l’ha inventato. Il capolavoro di alchimia penale che porterà quest’ultimo ad affermare di avere incastrato il Grande Vecchio e i capi supremi del terrorismo italiano. Il teorema è semplice, persino banale nella sua formulazione: il terrorismo è una specie di cupola, una piramide al cui vertice siedono intellettuali, scrittori e accademici, nella fascia centrale stanno i loro libri e i direttori dei giornali di controinformazione, il cui compito consiste nel pubblicare ordini criptati dei capi, destinati ai gruppi armati che formano la base. Basta togliere di torno i capi per tagliarne la testa. Con quali prove arrestarli? Non ce n’è bisogno. Essendo capi non lasciano certo tracce, ma proprio questa è la prova della loro colpevolezza. Sarebbe come dire: Si fidi, lei è colpevole! E con questo prodigio giuridico-giudiziario, la contiguità/partecipazione e una serie di forzature del diritto riguardo all’allungamento artificioso della carcerazione preventiva – che per alcuni è durata fino a cinque anni – Calogero riesce a mettere in carcere e a tenere dentro, in attesa di giudizio, 140 persone.</p>



<p>Si può a questo punto comprendere perché la costruzione di un personaggio da inquisizione medioevale come il sostituto procuratore Calogero possa presentare non pochi problemi allo scrittore, tra tutti la difficoltà di renderlo credibile, nonché di spiegare al lettore come un individuo del genere possa agire indisturbato in una democrazia moderna. D’altro canto, questo è quanto è accaduto in Italia alla fine degli anni Settanta, ed è ciò che lo scrittore ha scelto di raccontare.</p>



<p>Il tema del ritorno è il filo che lega il presente al passato, non solo in narrativa. L’arresto nel 2007 del personaggio Cesare Battisti e il salto indietro fino al 12 dicembre 1969, diventano l’espediente narrativo che permette di risalire il tempo e la Storia. L’Italia è cambiata da allora, la differenza si sente, anche se non è cambiato il modo di fare politica. Diversa, semmai, è la partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. Ognuno per sé, compresi gli scrittori che hanno smesso di incontrarsi per discutere sulla società. Trent’anni fa, su un episodio come questo si sarebbe sollevato un dibattito tra contrari e favorevoli all’arresto. Gli scrittori ne avrebbero scritto, parlato. Nessuno avrebbe avuto paura di esprimere la propria opinione. Mentre adesso Cesare Battisti è un uomo solo che entra in carcere nell’indifferenza generale, tra la propria proclamazione di innocenza e gli sberleffi di alcuni giornalisti che senza vergogna hanno descritto la sua latitanza a Copacabana come una piacevole vacanza. In questa sua prospettiva di ritorno si avverte la fine della speranza di chiudere un vecchio contenzioso che esca dalle esperienze personali, dai desideri di vendetta dei parenti delle vittime e dello Stato. Si sente che un atto di giustizia sia qualcosa di più complesso di un semplice arresto, che oggi dovrebbe avere un respiro più ampio, più vicino a una verità che, evidentemente, a troppe persone costerebbe cara.</p>



<p>E che Cesare Battisti non abbia a che vedere con il processo 7 aprile, per il romanzo conta relativamente. Lo scrittore ha scelto di narrare quel processo, tra tanti altri, per il suo valore simbolico. D’altro canto, nemmeno la sentenza che condanna Battisti in contumacia, così come è accaduto per molti altri processi di quel periodo, è priva di vizi di forma e di ombre. E i giornalisti lo sanno, tant’è che, nel riportare sommariamente la notizia del suo arresto, hanno accennato alla legge Mitterrand, tacendone però i termini. Eppure la spiegazione non avrebbe occupato molto spazio: analizzati gli atti, i giudici francesi hanno ritenuto che Cesare Battisti fosse stato condannato nel 1987 sulla base della legislazione d’emergenza – un tribunale militare – riservata ai processi contro i militanti dell’estrema sinistra. Senza cioè che gli venissero riconosciuti gli elementari diritti di difesa che qualunque codice di diritto penale garantisce all’imputato. Basti pensare che nell’istruttoria precedente al processo per l’omicidio Torreggiani, tredici indiziati hanno denunciato torture e ci sono state molte confessioni in seguito ritrattate. </p>



<p>Tra i testimoni dell’accusa figurano una minorenne psicolabile e un pentito con turbe mentali. La contraddittoria condanna per due omicidi commessi nel febbraio 1979, lo stesso giorno e alla stessa ora, uno a Milano e l’altro a Venezia. E allo stesso modo che per Battisti, e per gli stessi motivi, la Francia ha deciso di garantire tolleranza anche ad altri latitanti, dietro promessa di ripudiare la lotta armata. Tra questi figurano alcuni condannati nel processo 7 aprile. Tolleranza, naturalmente, e non asilo politico; lo scrittore deve ricordarlo durante la stesura del romanzo. In fondo l’Italia era pur sempre una democrazia. Tolleranza scaduta nel 2004, quando il presidente Chirac ha dato il consenso all’estradizione.<br>Da qui, arrivare a chiudere la vicenda è oramai solamente una questione di mestiere. Giunto a questo punto, lo scrittore può scegliere se far estradare il protagonista dal Brasile dove si trova adesso, o se inventare una soluzione diversa; per il romanzo poco cambierebbe. Quello che doveva dire, ormai l’ha detto.</p>
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