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	<title>renzi &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>renzi &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Demagogia vs neoliberismo: crisi di carisma</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/demagogia-vs-neoliberismo-crisi-di-carisma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2016 16:20:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
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					<description><![CDATA[Politica, neoliberismo, crisi di leadership: il cortocircuito dell’Unione europea, la soluzione della democrazia plebiscitaria e lo spostamento del piano demagogico
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										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-46-febbraio-marzo-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 46, febbraio &#8211; marzo 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Politica, neoliberismo, crisi di leadership: il cortocircuito dell’Unione europea, la soluzione della democrazia plebiscitaria e lo spostamento del piano demagogico</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Quando Renzi si candida alle primarie del 2012 per la segreteria del Pd, sceglie lo slogan “Adesso!”. Un imperativo all’azione, pronunciato nei confronti della missione di cui si è fatto carico e che promette di portare a compimento: rottamare la classe dirigente del partito. Punto centrale della campagna elettorale è infatti il conflitto generazionale: la sfida non è tra ‘buoni’ e ‘cattivi’ ma tra ‘nuovo’ e ‘vecchio’. Si presenta come il volto dei trentenni, attivi, capaci, pronti a fare il bene del Paese ma tenuti all’angolo dalla generazione dei sessanta/settantenni al potere; si scaglia contro un’idea di partito definita novecentesca e controbatte con una forte impronta personalistica e post ideologica: nessuna bandiera o simboli del Pd, chi lo vota non deve necessariamente provenire dal centrosinistra ma solo riconoscersi&nbsp;<em>renziano</em>, credere in lui e nella sua missione.</p>



<p>Vende un sogno, indefinito quanto emozionante: nei video promozionali, nelle interviste, nei comizi non delinea un programma politico ma trasmette sensazioni, l’eccitazione per una nuova avventura, la speranza per il futuro, il dinamismo giovanile.</p>



<p>Si è in piena crisi economica e politica: la recessione colpisce l’Italia più di altri Paesi, dopo le dimissioni di Berlusconi al governo c’è l’esecutivo Monti, e il Pd affonda nell’impossibilità di giustificare alla propria base elettorale il sostegno alle manovre neoliberiste dei ministri ‘tecnici’.<br>La rottamazione lanciata dal sindaco fiorentino investe un intero sistema politico, ed è presentata come l’unica via che può salvare l’Italia dal baratro.</p>



<p>Renzi perde la competizione a favore di Bersani, ma la vince l’anno successivo, diventando segretario del Pd a trentotto anni. Dopo meno di tre mesi, fa lo sgambetto a Enrico Letta e diventa presidente del Consiglio. Per una gran parte di italiani diviene un leader carismatico.</p>



<p>Non si può parlare di carisma senza appoggiarsi all’analisi sviluppata da Max Weber alla fine degli anni dieci del Novecento. In sintesi, nell’ambito politico – Weber mutua il concetto dalla sfera religiosa:&nbsp;<em>carisma</em>, dal greco&nbsp;<em>cháris, grazia</em>, dono della grazia divina – i capi carismatici sono figure caratterizzate da doti straordinarie – la demagogia su tutte – che si manifestano in momenti di crisi e diventano guida per gli uomini&nbsp;<em>comuni</em>; si presentano incarnando una missione,&nbsp;<em>quella</em>&nbsp;missione che salverà la comunità; portano nuovi valori e nuovi modelli di comportamento, rompono con il vecchio ordine, antiquato e mal sopportato, e ne promettono uno diverso, adatto ai tempi, e per attuare il cambiamento si pongono, con il consenso della comunità, al di sopra delle regole che la stessa collettività rispetta.</p>



<p>Il capo carismatico è anche un prodotto culturale della società che lo esprime: non esiste infatti leader senza seguaci, che in lui si rispecchiano riconoscendolo come tale e affidandovisi. Il leader deve quindi intuire la direzione verso cui vanno gli uomini comuni, e adattarsi e orientarla: non c’è leader che si affermi tra i seguaci contestandone le pulsioni e i bisogni. Da qui la demagogia come caratteristica principale e indispensabile.</p>



<p>È noto che nella sua corsa Renzi sia stato sostenuto dal Capitale industriale e finanziario, e non sorprende che nell’aria ristagni odor di massoneria, nostrana e internazionale, vista l’appartenenza al Bilderberg dei due precedenti presidenti del Consiglio, Mario Monti e Enrico Letta. Ma dove i suoi due predecessori hanno fallito, Renzi ha avuto successo. Il potere economico può infatti imporre una figura politica, ma in una democrazia – per quanto solo apparente – il leader prima o poi deve fare i conti con il consenso popolare, e né Monti né Letta sono divenuti capi carismatici.</p>



<p>Ingessato burocrate l’uno, prometteva lacrime e sangue, noioso primo della classe l’altro, prometteva nulla, entrambi non erano certo demagoghi, e tanto meno il prodotto culturale dalla società mercificata di oggi, che invece Renzi perfettamente incarna, nel suo esserne insieme promotore e prodotto, merce (1).</p>



<p>Una volta arrivato al potere, tuttavia, il leader deve riuscire a conservarlo, e qui iniziano le difficoltà. Il carisma è labile, afferma Weber: la fede della comunità nell’uomo nuovo – che genera obbedienza – e la convinzione della sua capacità di portare a termine la missione non sopravvivono a lungo senza conferme; e poiché il dominio carismatico è di tipo personale – il leader rivendica la piena responsabilità delle scelte di governo,<em>&nbsp;ci mette la faccia</em>, come si usa dire oggi – il fallimento porta alla rottura del rapporto di fiducia, rompe l’<em>incanto</em>. La magia va quindi alimentata continuando a trasmettere ottimismo, speranza, tenendo vivo il sogno e il focus sulla missione, e di questo si fa carico la propaganda.</p>



<p>Renzi ne è maestro: ha messo al lavoro una intera macchina comunicativa che enfatizza i più piccoli dati economici positivi e nasconde quelli negativi; fisicamente rifugge dalle situazioni critiche, affinché non vengano associate alla sua persona, e compare agli eventi giudicati positivi; e, da ultimo, ha lanciato una ‘chiamata alle armi’ del suo popolo sulla riforma costituzionale: “Se perdo il referendum istituzionale considero fallita la mia esperienza in politica”. Una personalizzazione che da un lato si inscrive nelle caratteristiche della leadership carismatica, e dall’altro si rende necessaria per traghettare l’Italia verso una democrazia plebiscitaria, naturale approdo di questa forma di politica.</p>



<p>Il demagogo cerca infatti il plebiscito popolare per imporre le proprie scelte e indebolire il dissenso interno ed esterno al suo gruppo; contro una democrazia che Weber definiva ‘acefala’, priva di un capo, nella quale dominano i partiti e l’azione di governo è paralizzata dalle pressioni delle varie consorterie di potere, il capo carismatico si appella al popolo, lo trascina sulla spinta dell’emotività, e legittimato dal plebiscito rivendica per sé pieni e forti poteri. “Al di sopra del Parlamento vi è quindi il dittatore sostenuto da un plebiscito di fatto, che trascina dietro di sé le masse per mezzo della ‘macchina’ [di partito] e per il quale i parlamentari sono semplicemente della gente che guadagna con la politica e si mette al suo seguito” (2).</p>



<p>L’accoppiata riforma del Senato/legge elettorale va in questa direzione, disegnando una Camera di nominati caratterizzata da una forte maggioranza – che impedendo crisi di governo garantirà la conclusione della legislatura – e un Consiglio dei ministri dagli ampi poteri.<br>Aggiornando il vocabolario, si può parlare di&nbsp;<em>governabilità</em>; questo rappresenta oggi la democrazia plebiscitaria. Una forma di governo auspicata dal Capitale, che nel dopoguerra ha dovuto fare i conti con il fatto che la democrazia matura si è rivelata incompatibile con il sistema capitalistico (3).</p>



<p>Si può quindi affermare che, fino a oggi, nonostante qualche momento di impasse, Renzi non abbia sbagliato alcuna mossa fondamentale né abbia deluso i gruppi di potere che l’hanno sostenuto. Ma negli Stati dell’Eurogruppo sta venendo al pettine un nodo che Weber, favorevole alla democrazia plebiscitaria, non poteva certo prevedere.</p>



<p>La reale posta in gioco dello scontro tra Renzi e l’Unione europea è la flessibilità di bilancio, senza la quale il presidente del Consiglio sarà costretto ad applicare le clausole di salvaguardia solo rimandate con la legge di Stabilità 2016 – 15 miliardi per il 2017, 20 per il 2018 e altrettanti per il 2019, che si tradurranno in innalzamento dell’Iva e aumento delle accise.<br>Se non riuscirà a evitarle, tradirà la sua promessa di salvare l’Italia dalla&nbsp;<em>palude</em>&nbsp;della recessione e della disoccupazione rilanciando l’economia con le riforme e l’abbassamento delle tasse.</p>



<p>L’ostacolo al pieno dispiegarsi di una leadership carismatica è quindi oggi la sottrazione di sovranità nazionale sulle politiche monetarie ed economiche costruita con l’Unione europea, che limita lo spazio di azione dei leader all’interno dei rispettivi Paesi: non hanno più la possibilità di svalutare/rivalutare la moneta secondo le esigenze nazionali; devono sottostare a regole di bilancio fissate in ambito europeo; non possono fare investimenti pubblici per spingere l’economia e, infine, nemmeno costruire il consenso popolare attraverso l’espansione del welfare. Un cortocircuito paradossale: l’Unione europea voluta e disegnata su misura del Capitale rischia di bruciare uno dietro l’altro le figure politiche sostenute e portate al potere dal Capitale stesso.</p>



<p>La fascinazione carismatica viene infatti meno quando il leader mette in atto le politiche che l’attuale fase neoliberista del capitalismo richiede – privatizzazioni, sfruttamento del lavoro e smantellamento del welfare – e che impoveriscono la popolazione; di conseguenza, l’impossibilità a mantenere le promesse demagogiche su cui si regge il carisma genera la rottura della relazione leader/seguaci.<br>Questo si sta giocando Renzi, e ne è consapevole; e alza i toni della propaganda perché sa di non poter fare altro.</p>



<p>La parabola dell’ex sindaco fiorentino consente di spostare la riflessione su un piano più generale. Il rapporto struttura economica/sovrastruttura politica è sempre stato dialettico, ma con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia si è aperta una nuova fase, acuita dalla crisi, caratterizzata da un rapporto di forza a favore della prima. Viene da chiedersi, tuttavia, come possa il Capitale pensare di tenere in piedi il sistema capitalistico, in un regime democratico, sottraendo contemporaneamente alla politica le armi con le quali ha costruito il consenso intorno allo stesso capitalismo – in Europa soprattutto e dal dopoguerra in avanti: la creazione di un ceto medio consumatore attraverso l’aumento dei salari e la costruzione di uno stato sociale, elementi che davano l’illusione che tale sistema economico potesse migliorare le condizioni di vita di tutta la popolazione.</p>



<p>Una soluzione è certamente l’alternanza, il tanto auspicato bipolarismo, all’interno della governabilità garantita dalla democrazia plebiscitaria: due partiti competono a ogni elezione, e quello al governo non può che perdere, vista la distanza tra la demagogia espressa dal suo leader durante la campagna elettorale e le politiche attuate una volta conquistato il potere. Una buona soluzione perché, di fatto, si tratta di Unipolarismo, che in Italia ben conosciamo: i due schieramenti in realtà attuano le medesime politiche economiche.</p>



<p>Ma come abbiamo visto, il dominio carismatico è personale, e quando il leader tradisce le promesse i seguaci non lo perdonano. Quindi il Capitale deve essere in grado di creare un leader ogni quattro/cinque anni – e posizionarlo alternativamente da una parte e dall’altra del campo politico – ed è tutt’altro che facile.</p>



<p>Viviamo oggi nel Belpaese il problema di una mancanza di leadership a&nbsp;<em>destra</em>&nbsp;– assumendo la propaganda che inscrive Renzi a&nbsp;<em>sinistra</em>&nbsp;– esempio emblematico di una situazione potenzialmente pericolosa, perché rischia di portare al governo movimenti come i Cinque stelle – o Podemos, Syriza, in altri Paesi – con i quali il Capitale potrebbe avere più difficoltà a imporsi – anche se proprio l’esperienza di Tsipras, il primo leader&nbsp;<em>alternativo</em>&nbsp;a essere riuscito a vincere le elezioni e avere la maggioranza in Parlamento per poi trasformarsi nel giro di una notte da lupo in agnello, nega questa tesi. L’astensione elettorale, che inevitabilmente si innesca quando nei cittadini matura la consapevolezza che&nbsp;<em>sono tutti uguali</em>, non è certamente un problema, a patto però che non si trasformi in un’altra forma di rivolta (4).</p>



<p>Forse la soluzione trovata è quella che abbiamo sotto i nostri occhi, se alziamo lo sguardo oltralpe, in Francia: lo spostamento del piano demagogico dal campo del benessere economico a quello della sicurezza. La ‘guerra al terrorismo’ dichiarata dal socialista Hollande crea, da una parte, un nuovo piano di confronto politico tra gli schieramenti – la promessa di difendere i cittadini dal nuovo nemico, l’<em>Islam radicale</em>&nbsp;– e dall’altro costruisce uno Stato di emergenza che si traduce in uno Stato di polizia, che limita le libertà individuali e, invocando l’eccezione, deroga alle leggi e alla Costituzione e si sostituisce al potere giudiziario, negando lo Stato di diritto. Lo Stato di emergenza promulgato dal Parlamento francese consente di dichiarare il coprifuoco, interrompere la circolazione, impedire manifestazioni pubbliche, chiudere temporaneamente luoghi di aggregazione, estendere lo stato di fermo e imporre arresti domiciliari e perquisizioni senza l’autorizzazione di un giudice.</p>



<p>Cittadini spaventati finiscono per accettare un regime repressivo che data la vaghezza delle norme su cui poggia – si applica nei confronti di “chiunque le cui azioni possano essere viste come pericolose per la sicurezza pubblica o per l’ordine” – riguarda non solo i presunti terroristi ma ogni forma di dissenso – la rivolta in cui può potenzialmente trasformarsi l’astensione elettorale. Le prime a farne le spese sono state infatti le manifestazioni indette a Parigi contro il Vertice internazionale sul clima Cop21 di fine novembre, le cui autorizzazioni sono state cancellate.</p>



<p>È chiaro che sul piano della sicurezza il leader carismatico può meglio riuscire a mantenere le promesse demagogiche, con provvedimenti che se di fatto non proteggono i cittadini dagli attacchi terroristici migliorano tuttavia la percezione della sicurezza – strade piene di poliziotti, controllo totale e generalizzato sulla popolazione, leggi per l’espulsione di stranieri ecc. Ma perché questa forma di politica possa divenire stabile e non emergenziale, e sostituirsi alla precedente politica che prometteva l’accrescimento del benessere economico dei cittadini, occorre mantenere viva la paura.</p>



<p>Se questo è ciò che la politica si appresta a costruire, due sono le certezze che ci aspettano. La prima: nessun leader carismatico creato e sostenuto dal Capitale potrà battere in demagogia securitaria i leader dei partiti di estrema destra. La seconda: qualsiasi leader arriverà al governo non potrà che intrattenere una relazione ambigua, e sistemica, con il terrorismo: se non produrrà direttamente il terrore, quantomeno non impedirà che si produca, alimentando guerre e&nbsp;<em>scontri di civiltà</em>.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Cracco,<em> </em><a href="https://rivistapaginauno.it/il-grande-rifiuto/" data-type="post" data-id="2426"><em>Il Grande Rifiuto</em>,</a> Paginauno n. 44/2015</p>



<p class="has-small-font-size">2) Max Weber, <em>La politica come professione</em>, 1919</p>



<p class="has-small-font-size">3) Come evidenziato anche nel <em>Rapporto sulla governabilità delle democrazie</em> presentato alla riunione plenaria della Trilateral del 1975 (prefazione all’edizione italiana della pubblicazione di Giovanni Agnelli), che invitava a comprimere lo spazio democratico; cfr. Giovanna Cracco,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/la-democrazia-governabile/" data-type="post" data-id="1814">La democrazia governabile</a>,</em> Paginauno n. 40/2014</p>



<p class="has-small-font-size">4) Lo stesso rapporto della Trilateral del 1975 la auspicava: “Il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico richiede, in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi”; cfr. Giovanna Cracco,<em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-democrazia-governabile/" data-type="post" data-id="1814"> La democrazia governabile</a></em>, art. cit.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Grande Rifiuto</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-grande-rifiuto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2015 15:23:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
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					<description><![CDATA[La politica mercificata: Renzi promotore e nuovo prodotto della società a una dimensione
]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-44-ottobre-novembre-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 44, ottobre &#8211; novembre 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La politica mercificata: Renzi promotore e nuovo prodotto della società a una dimensione</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“La trasformazione fisica del mondo implica la trasformazione mentale dei simboli, delle immagini e delle idee che a esso si riferiscono.”
Herbert Marcuse,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em></pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Ne<em>&nbsp;L’uomo a una dimensione</em>&nbsp;Marcuse riprende il concetto filosofico di ‘pensiero negativo’ come pensiero critico: è la capacità individuale di sviluppare un discorso che si oppone all’esistente (il ‘pensiero positivo’ della società), che immagina, progetta, crea un’alternativa; che utilizza il potere critico della Ragione, la logica dialettica bidimensionale, per giudicare la realtà, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che&nbsp;<em>è</em>&nbsp;da ciò che<em>&nbsp;dovrebbe essere</em>, l’Essere dal Non-Essere.</p>



<p>Per il pensatore della Scuola di Francoforte, perdere la capacità di elaborare il pensiero negativo è inevitabile nella società industriale tecnologica, che crea ‘falsi bisogni’ per sostenere la costante crescita di produzione e consumo di merci; una produzione e distribuzione di massa che reclamano l’individuo intero, e annullano quella dimensione interiore della mente nella quale un tempo prendeva forma il pensiero di opposizione a una realtà che imprigiona l’uomo anziché liberarlo, che lo mercifica, dal processo di sfruttamento lavorativo alla sua trasformazione in consumatore. “I prodotti indottrinano e manipolano; promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità. E a mano a mano che questi prodotti benefici sono messi alla portata di un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di vivere. E un buon modo di vivere – assai migliore di un tempo – e come tale milita contro un mutamento qualitativo” (1).</p>



<p>Non si tratta più di alienazione: questa civiltà trasforma gli oggetti in una estensione del corpo e della mente dell’uomo, e l’individuo si&nbsp;<em>riconosce</em>&nbsp;nelle merci che acquista, vi trova la propria soddisfazione e realizzazione. Il dominio sulla persona diventa totale, la separazione tra ‘esterno’ – la struttura sociale e produttiva – e ‘interno’ – la coscienza e l’inconscio, i desideri, le aspirazioni, i bisogni dell’individuo, il suo stesso immaginario – è dissolta. Al punto che non si può parlare nemmeno di introiezione, un processo che presuppone l’esistenza di un Io che trasferisce l’esterno all’interno, perché la dimensione interiore dell’Io non esiste più. Quello che avviene è un processo di&nbsp;<em>mimesi</em>, involontario e inconsapevole, una identificazione totale e immediata dell’individuo con la società.</p>



<p>La trasformazione è legata al progresso tecnologico, applicato al sistema industriale di produzione di massa: la grande quantità di beni prodotti, e il loro crescente livello tecnologico, migliora lo standard di vita a un numero sempre maggiore di persone, e il potere critico della Ragione non sa più sviluppare un pensiero negativo da contrapporre a tale sistema, che appare razionale; la Ragione è quindi identificata con la realtà, la falsa coscienza non permette più la distinzione tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; la capacità individuale di immaginare una alternativa è abortita, percepita come irrazionale. Non esistono più due dimensioni – esterno e interno, pensiero positivo e pensiero negativo – ma una sola, “che si ritrova dappertutto e prende ogni forma”.</p>



<p>Un uomo unidimensionale, una società unidimensionale, totalitaria e repressiva nella falsa libertà che concede. Una società che respinge ogni opposizione mentre concilia le forme di protesta che, non contraddicendo l’esistente, non hanno un reale carattere negativo. Un pensiero unidimensionale che riesce a contenere in sé le contraddizioni, continuando a riconoscere una superiore dignità morale ai valori mentre li sottrae alla realtà per relegarli nel piano ideale. Il loro contenuto concreto e critico svanisce di fronte a una realtà percepita come razionale: ogni uomo è libero e uguale e ha diritto di fuggire dalla<em>&nbsp;fame</em>&nbsp;e dalla&nbsp;<em>guerra</em>&nbsp;cercando una vita dignitosa (valore), ma il Primo Mondo non ha le risorse per accogliere tutti i migranti del Terzo Mondo, sia i ‘rifugiati politici’ che fuggono dai conflitti sia i ‘migranti economici’ che fuggono&nbsp;<em>solo</em>&nbsp;dalla miseria (razionale). Le necessità dell’economia contraddicono il piano ideale dei valori, e l’uomo a una dimensione accetta la contraddizione. Il pensiero negativo che contestualizza la realtà, la storicizza, ne analizza le cause – quella stessa struttura economica che impone le sue&nbsp;<em>necessità</em>&nbsp;– e vi si oppone, appare irrazionale e non riesce a costruirsi.</p>



<p>Il linguaggio è fondamentale nello sviluppo del pensiero: parola, discorso, articolazione. “Il linguaggio funzionalizzato, abbreviato e unificato è il linguaggio del pensiero unidimensionale” scrive Marcuse, “promosso sistematicamente dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa. Il loro universo di discorso è popolato da ipotesi autovalidantisi, le quali, ripetute incessantemente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o dettati ipnotici”.</p>



<p>Matteo Renzi non è il primo politico ad avere un modello comunicativo unidimensionale, ma il suo salto&nbsp;<em>qualitativo</em>&nbsp;non ha precedenti. Un cambiamento che poteva esprimere solo la generazione nata e cresciuta nella società a una dimensione, per la quale la mimesi non è stata una trasformazione ma il modo di essere fin dal primo vagito. Lo stile pubblicitario di Berlusconi non ha mai raggiunto tali livelli; non era in grado. Berlusconi era un bravo venditore che conosceva le tecniche della comunicazione e le utilizzava a proprio vantaggio, manipolando la realtà; Renzi, drammaticamente, è sincero. Perché non è solo promotore del pensiero unidimensionale, ne è anche il prodotto.</p>



<p>Il suo linguaggio non è solo assertivo, è autoritario, intimidatorio; preposizioni semplici e semanticamente elementari, continuamente riproposte fino a diventare mantra (rottamare la vecchia politica, cambiare l’Italia, fare le riforme…), bloccano l’approfondimento del contenuto del discorso, il processo individuale e critico di distinzione del vero dal falso, spingendo ad accettare ciò che viene affermato nella forma in cui viene affermato: esso è la Verità. È un linguaggio evocativo, non dimostrativo; che poggia su tautologie, le quali chiudendo il discorso escludono ogni confronto e ogni possibile alternativa. In tal modo ogni opposizione viene presentata, e appare, irrazionale: chi tenta di ostacolare la sua azione è un&nbsp;<em>gufo</em>, le idee politiche che non si allineano alla sua visione sono il frutto di una ideologia ancorata al passato, che non sa aggiornarsi al progresso, alla società che cambia, una speculazione irrealistica.</p>



<p>Renzi è anche la ‘merce Renzi’. “La tecnologia” scrive Marcuse “è diventata il maggior veicolo di&nbsp;<em>reificazione</em>&nbsp;– di reificazione nella sua forma più matura ed efficace”. Twitter è il nonluogo in cui Renzi è diventato merce, nel quale si evidenzia maggiormente il processo di reificazione. Non è lo spazio privilegiato per comunicare le azioni del governo, o per fare propaganda; una simile lettura è riduttiva. Twitter è un prolungamento del corpo e della mente di Renzi, attraverso il quale egli produce una continua e costante, martellante, auto-promozione della merce Renzi, il prodotto che salverà l’Italia da se stessa. Compra Renzi e sarai felice. Centoquaranta caratteri, struttura ideale per una comunicazione semplificata, nella quale si alternano messaggi a contenuto politico:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“Riforma del Senato. Approvato il testo base del Governo. Molto bene, non era facile. La palude non ci blocca! È proprio la #lavoltabuona”;</li><li>“Ieri servizio civile e terzo settore. Oggi scuole partecipate e Expo. Noi vogliamo bene all’Italia: per questo la cambiamo #lavoltabuona”;</li><li>“Alle 12 confestampa su questi primi #80giorni. Dieci slide con le cose fatte e i cantieri aperti. E un pensiero affettuoso agli #amicigufi”;</li><li>“Porteremo a casa le riforme. Gli italiani con referendum avranno ultima parola. E vedremo se sceglieranno noi o chi non vuole cambiare mai”;</li></ul>



<p>con altri a carattere sportivo (esaltazioni nazionalistiche di vittorie, l’immagine di un’Italia ‘in rimonta’ e di un presidente del Consiglio ‘uomo comune’):</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“ Bravissima Tania Cagnotto, uno storico oro mondiale”;</li><li>“A Silverstone è trionfo Italia. Orgoglio per il podio. E i nostri omaggi al Dottore: @ValeYellow46 semplicemente strepitoso!”;</li></ul>



<p>cronache delle sue giornate iperattive, in costante movimento e al lavoro, pieno di energie:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“Terminato il G7, sono a Roma per lavorare sui nostri dossier: province, senato, titolo V, CNEL, scuole, patto di stabilità. #buongiorno”;</li><li>“Giornata di lavoro su carte e documenti. Era dai tempi del liceo che non studiavo così tanto. Ma bene, molto bene. È proprio #lavoltabuona”;</li></ul>



<p>link alle sue interviste:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>“A proposito di coraggio e di paura, qui un’intervista al @Corriereit. Buona domenica a tutti”;</li></ul>



<p>e poi fotografie di scrivanie zeppe di carte, immagini (sempre sorridenti) degli incontri istituzionali internazionali e con il ‘popolo’; il tutto accompagnato dagli hashtag, formule linguistiche contratte, magico-rituali: #italiariparte, #lavoltabuona, #goodnews, e anche: #amicigufi, #allafacciadeigufi, #ciaogufi.</p>



<p>Un modo di fare politica dal quale non si tornerà indietro, anche quando Renzi lascerà il posto a un altro Renzi, un altro uomo politico-merce, un altro&nbsp;<em>brand</em>&nbsp;(è questa la libertà, non-libertà, esistente nel dominio unidimensionale: scegliere tra un marchio e un altro). Travalicando i confini del non-luogo – i tweet scrivono gli articoli dei quotidiani, creano il palinsesto televisivo inserendosi nei telegiornali e nei talk show, rendendo fruibile la merce Renzi anche da coloro che non utilizzano questa tecnologia – è divenuto imposizione, scelta obbligata, per gli esponenti di tutti gli schieramenti politici: non si può non&nbsp;<em>essere</em>&nbsp;su Twitter.</p>



<p>Ciò che gravemente sfugge, sopra ogni cosa, è che la società unidimensionale non rappresenta la fine delle ideologie: “La cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia della mercificazione dell’uomo, che ha trovato la sua massima realizzazione nella struttura economica capitalistica, accettata e promossa anche dai partiti che insistono a collocarsi a sinistra. Per questo oggi, che l’uomo politico-merce si presenti come di destra o di sinistra non fa alcuna differenza; altro è il&nbsp;<em>pensiero</em>&nbsp;di sinistra, ma esso non trova rappresentanza politica da decenni.</p>



<p>Marcuse scrive all’inizio degli anni Sessanta osservando la società statunitense; il suo testo è ben più articolato di quanto qui richiamato, e ciò che analizza è una tendenza delle civiltà industriali tecnologiche in un momento di boom economico. Soprattutto negli Usa, erano gli anni dell’esplosione della produzione di massa e del consumismo. Oggi ciò che esplode è la crisi economica, la disoccupazione, il lavoro precario, sottoqualificato e sottopagato; ma esplodono anche le vendite di iPhone, smartphone, tablet, iPod – le merci a più alto contenuto tecnologico dell’attuale produzione di massa – e gli account Twitter e Facebook. Quella di oggi è una società più complessa, schizofrenica, tra alienazione e mimesi.</p>



<p>Marcuse vedeva negli studenti, nel sottoproletariato e nelle minoranze etnico-linguistiche i soggetti esclusi dalla trasformazione tecnologica, e dunque esterni al dominio unidimensionale e per questo potenzialmente rivoluzionari – per quanto privi di coscienza rivoluzionaria: classe&nbsp;<em>in sé</em>&nbsp;ma non<em>&nbsp;per sé</em>. Oggi le giovani generazioni – la maggior parte, per fortuna ci sono sempre le eccezioni – subiscono a pieno il dominio. Ogni loro sforzo è votato a inserirsi in questa società, che accettano senza porla in discussione. È il soggetto che maggiormente riesce a tenere insieme le contraddizioni: il lavoro è precario e malpagato (reale), dovrebbe permettere all’uomo di realizzarsi in una progettualità di vita libera e dignitosa (valore), ma c’è la globalizzazione, la delocalizzazione, il mercato, la produttività (razionale), è il mondo che cambia e non si può&nbsp;<em>tornare indietro</em>&nbsp;(irrazionale). Non possiedono nemmeno le parole per sviluppare un pensiero negativo e immaginare una realtà diversa, perché ignorano la cultura che le ha create. Il sottoproletariato e le minoranze etnico-linguistiche subiscono anch’essi il dominio delle merci, nel miraggio di poter migliorare le proprie condizioni di vita. La maggiore fede religiosa che generalmente li caratterizza, cristianesimo o islam, se pone un baluardo alla mercificazione dell’uomo non si può certo dire che lo liberi, con il suo tentativo di controllo sul corpo e sulla coscienza.</p>



<p>La classe lavoratrice è ormai integrata nella società unidimensionale, e ha quindi perso la possibilità di essere agente di trasformazione storica – il proletariato di Marx – come già Marcuse aveva evidenziato. Soprattutto le generazioni divenute ceto medio nel corso degli anni, che hanno vissuto il boom economico, il progresso della tecnologia e lo sviluppo della produzione di massa, hanno perso la capacità di opporsi a un sistema che ha migliorato il loro livello di vita. È significativo che alle ultime elezioni europee del 2014, il 48% degli elettori del Partito democratico avesse più di 55 anni (il 18% tra i 55 e i 64 anni, il 30% 65 anni e oltre) (2); una tendenza rimasta invariata a distanza di un anno, durante il quale Renzi si è rivelato nella sua pienezza unidimensionale: ad aprile 2015, il 44,4% delle intenzioni di voto espresse al Pd rientrava nella fascia di età ‘55 anni e oltre’ (3).</p>



<p>Sono le generazioni che hanno vissuto gli anni Settanta della lotta armata e del Movimento, gli anni del Pci, che pur nelle sue ambiguità e contraddizioni rappresentava un pensiero negativo di opposizione al sistema sociale e produttivo; ma vent’anni di tradimento del pensiero di sinistra messo in atto con il percorso Pds-Ds-Pd hanno evidentemente aiutato il processo di mimesi. A differenza delle nuove generazioni, loro possedevano le parole per sviluppare un pensiero critico, ma le hanno perdute. E anche se non credono ai mantra ipnotici (almeno si spera, l’esperienza di vita qualche anticorpo dovrebbe produrlo) ne subiscono il fascino, entusiasti dell’uomo che agisce, del<em>&nbsp;nuovo</em>&nbsp;che spazza via il&nbsp;<em>vecchio</em>&nbsp;– che nella propaganda ha assunto le sembianze della ‘casta politica’ corrotta, ripiegata a difendere i propri interessi personali – e, perché no, del miraggio di una vittoria elettorale e della fine dell’odiato Berlusconi; oppure si turano il naso, e di fronte all’irrazionalità che sembra contenere ogni alternativa (è impossibile combattere la globalizzazione, mantenere il welfare con un debito pubblico elevato ecc.) accettano l’esistente, come se rappresentasse il corso&nbsp;<em>naturale</em>&nbsp;delle cose, le foglie che d’autunno cadono dagli alberi.</p>



<p>“Quindi si deve porre ancora una volta la domanda” concludeva Marcuse: “Come possono gli individui amministrati – che hanno tratto dalla loro mutilazione le loro libertà e soddisfazioni, e così la riproducono su larga scala – liberarsi da se stessi non meno che dai loro padroni?” La storia ha negato le speranze di Marcuse, studenti, sottoproletariato e minoranze etnico-linguistiche non sono, in quanto tali, classi potenzialmente rivoluzionarie; dunque qual è la risposta di oggi?</p>



<p>Se è vero che siamo tutti soggetti al dominio unidimensionale (ed è vero), è altresì vero che esiste una minoranza – ed esisterà sempre – trasversale alle classi sociali e alle generazioni ancora capace di elaborare un pensiero negativo. Spesso gli fa compagnia un senso di impotenza: “La teoria critica della società non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente e il suo futuro; non avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa”. Ma esistono luoghi fisici in cui incontrarsi, ragionare e confrontarsi; esistono luoghi culturali che tentano di sviluppare un pensiero critico – e Paginauno cerca di essere uno di questi. Perché anche se può apparire impossibile, poiché “davanti all’efficienza onnipresente del sistema dato di vita, le alternative di chi discerne la necessità [di mutamento] sono sempre apparse utopistiche”, non si può rinunciare a porre quello che Marcuse definiva il&nbsp;<em>Grande Rifiuto</em>: il rifiuto assoluto a questo sistema economico, politico, sociale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Herbert Marcuse,&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>, Einaudi. Se non diversamente indicato, le citazioni dell’articolo sono prese dal saggio di Marcuse, e i corsivi sono contenuti nel testo originale</p>



<p class="has-small-font-size">2) Dati Istituto Ipsos, Analisi del voto alle elezioni europee 2014</p>



<p class="has-small-font-size">3) Dati sondaggio Emg per Tg La7 sulle intenzioni di voto, 13 aprile 2015</p>
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		<title>La democrazia governabile</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-democrazia-governabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 10:06:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[trilateral]]></category>
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					<description><![CDATA[Crisi di governabilità: dalla Trilateral del 1975 al Corsera di oggi, i richiami a comprimere lo spazio democratico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Crisi di governabilità: dalla Trilateral del 1975 al Corsera di oggi, i richiami a comprimere lo spazio democratico</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Di governabilità e democrazia si è iniziato a parlare nei primi anni Settanta. Dopo quasi cinque lustri di crescita economica e relativa pace sociale, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e il movimento afroamericano negli Stati Uniti, il ‘68 studentesco, il ‘69 operaio e la successiva esplosione del conflitto sociale soprattutto in Europa, pongono all’attenzione della classe dirigente politica ed economica dei Paesi occidentali il tema della governabilità della democrazia. Nel ‘71 Nixon decreta la fine degli accordi di Bretton Woods, e due anni dopo la prima crisi del dopoguerra del sistema capitalistico viene accesa dalla miccia del conflitto dello Yom Kippur.</p>



<p>Nel maggio 1975 la Trilateral tiene la sua riunione plenaria annuale a Kyoto: Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki presentano il&nbsp;<em>Rapporto sulla governabilità delle democrazie</em>, partendo dal presupposto che si è evidenziata una “crisi della democrazia in termini di ‘governabilità’ del sistema democratico”, come scrive Giovanni Agnelli nella prefazione all’edizione italiana della pubblicazione (1). La riflessione più articolata sulle cause e le possibili soluzioni è quella sviluppata da Huntington, che analizza la realtà degli Stati Uniti.</p>



<p>Il professore della Harward University – che ha ricoperto anche la carica di consigliere del Dipartimento di Stato Usa – sottolinea come l’espansione della democrazia avvenuta negli anni Sessanta, attraverso un aumento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, concretizzatasi con manifestazioni, movimenti di protesta, organizzazioni civili per promuovere una causa o portare avanti istanze collettive, maggiore sindacalizzazione dei lavoratori e sviluppo di circoli intellettuali promotori di una cultura critica – spesso basata sulla richiesta di effettiva applicazione dei diritti sanciti nella Costituzione – abbia prodotto uno squilibrio: una maggiore democrazia ha generato una minore governabilità.</p>



<p>Più democrazia porta infatti sulla scena politica nuovi attori sociali, e un governo, legato a doppio filo alla logica del consenso elettorale, non può non tenerne conto. Accanto agli interessi dei gruppi di potere dominanti, quindi, da sempre presenti nello spazio politico – industria, banche, finanza – compaiono anche le istanze dei dominati. A questo punto dell’analisi, Huntington afferma che alle richieste popolari il governo non può che dare risposte negative o, al più, parziali. Di conseguenza, nasce nei cittadini un sentimento di sfiducia nel sistema democratico a danno della governabilità: crolla il consenso, e l’autorità governativa non solo non viene più riconosciuta, ma addirittura contestata, aumentando il rischio di esplosione di conflitti sociali.</p>



<p>Huntington non si sofferma a spiegare le ragioni per cui un governo democraticamente eletto non possa dar corso alle richieste dei cittadini, ma non si tratta di un’omissione; probabile sia più un implicito del discorso, un aspetto dato per scontato, considerata la platea a cui il professore si rivolge. Industriali, banchieri e politici sono infatti ben consapevoli del ruolo dello Stato nel processo di accumulazione capitalistica, quella relazione dialettica che Marx ha identificato in struttura/sovrastruttura con conseguente definizione di ‘Stato borghese’, ossia portatore degli interessi della ristretta classe&nbsp;<em>borghese</em>&nbsp;del Capitale.</p>



<p>Le richieste dei cittadini – quelli che Occupy Wall Street aveva sintetizzato nello slogan<em>&nbsp;We are the 99%</em>&nbsp;– non possono quindi essere accolte quando vanno a intaccare la dinamica capitalistica di creazione del profitto (un minor sfruttamento del lavoro, per esempio, divieto di delocalizzazione all’estero della produzione, controllo della speculazione finanziaria ecc.) e possono ricevere risposte parziali solo quando sono in sintonia con le necessità del Capitale in quel dato periodo storico – come è stata la creazione della ‘classe media’ attraverso l’innalzamento dei salari nel momento del boom economico, una massa di consumatori capace di assorbire le merci prodotte. Ma la partecipazione democratica, in un sistema che da un parte legittima il capitalismo e il libero mercato e dall’altra ha Costituzioni che sanciscono l’uguaglianza di tutti i cittadini e il diritto a una vita dignitosa, alza il livello delle richieste, superando quello che può essere concesso. Da qui il problema.</p>



<p>Huntington mette anche in guardia dai risvolti finanziari di un aumento della democrazia. Analizzando i dati del bilancio federale statunitense, il professore evidenzia come sia avvenuta una “svolta assistenziale”: meno spese per armamenti e più uscite per assistenza pubblica e sanità. “Nell’anno finanziario 1960, la spesa globale per gli affari esteri incideva per il 53,7% del bilancio federale, mentre quella a sostegno dei redditi ammontava al 22,3%. Nell’anno finanziario 1974 […] in queste due direzioni furono impiegate cifre quasi identiche: 33% agli affari esteri e 31% a sostegno dei redditi”.</p>



<p>L’equazione maggiore democrazia uguale aumento delle spese sociali è indubbia per Huntington – “La base politica della ‘svolta assistenziale’ fu l’espandersi della partecipazione politica e l’intensificarsi dell’impegno per modelli democratici ed egualitari esistenti negli anni 1960” – e dà<br>un risultato negativo: un aumento della spesa governativa “sotto forma di sovvenzioni assistenziali e previdenziali anziché di contributi supplementari governativi al prodotto nazionale lordo” ha infatti generato, secondo il professore, una crescita del deficit statale e dell’inflazione.</p>



<p>Non bisogna però farsi prendere dal panico. Analizzando quanto accaduto negli anni Sessanta, si può ipotizzare che il&nbsp;<em>virus</em>&nbsp;della democrazia contenga al proprio interno gli anticorpi utili a debellarlo. Il processo sembra infatti ciclico: una maggiore partecipazione dei cittadini porta a un’accresciuta polarizzazione delle richieste politiche (non ci si accontenta di compromessi al ribasso); una maggiore polarizzazione porta a una crescita di sfiducia nel sistema (perché le istanze vengono respinte); una maggiore sfiducia produce una minore partecipazione politica. Il cerchio si chiude. “Ciò fa pensare” conclude Huntington “che l’ondata democratica degli anni ‘60 ben potrebbe generare le proprie forze di compensazione, che un improvviso aumento di partecipazione politica produce le condizioni che ne favoriscono il calo”.</p>



<p>Non si deve tuttavia nemmeno sottovalutare il problema, rilancia il professore, perché non si può escludere che in futuro le spinte democratiche possano ripresentarsi. “La forza della democrazia pone un problema alla sua stessa governabilità […]. La vulnerabilità del sistema democratico, quindi, deriva principalmente, non da minacce esterne, per quanto esse siano reali, né dalla sovversione interna da sinistra o da destra, per quanto entrambe queste evenienze possano darsi. Bensì dalla dinamica interna della stessa democrazia in una società altamente istruita, mobilitata e partecipe”.</p>



<p>Occorre dunque porre un freno, quello che Huntington definisce “un grado maggiore di moderazione” del sistema democratico. Innanzitutto, “la democrazia non è che un modo di costituzione dell’autorità, e non è detto che possa essere applicato universalmente” in tutti i campi, anzi: “Le sfere nelle quali i procedimenti democratici vanno bene sono limitate”. Il governo di un Paese, per esempio, deve avere la forza di distaccarsene: “I grandi presidenti [degli Usa,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] sono stati i presidenti forti, i quali forzavano l’autorità legittima e i mezzi politici per mobilitare i sostenitori dei loro orientamenti politici e attuare il loro programma legislativo”; i leader politici non devono avere “dubbi sulla moralità del loro dominio”, come è accaduto, secondo Huntington, a quelli degli anni Sessanta, che “condivisero l’ethos democratico, partecipazionale e ugualitario dei tempi e si posero quindi problemi circa la legittimità della gerarchia, della coercizione, della disciplina, della segretezza e dell’inganno – tutti attributi, in una certa misura inevitabili, del processo di governo”.</p>



<p>In secondo luogo, “il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico richiede, in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi”. Huntington riconosce che “in sé, questa marginalità da parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica”, ma è necessaria: apatia e disimpegno non producono partecipazione politica e dunque richieste, e l’equilibrio tra democrazia e governabilità ne trae giovamento.</p>



<p>Esiste poi un altro aspetto che favorisce la governabilità: la creazione di un obiettivo comune e condiviso, che produce coesione sociale. In un regime totalitario il fine può essere imposto con la forza, in un sistema democratico deve essere il prodotto di una narrazione, capace di generare, nei “gruppi importanti della società”, la percezione “di una seria minaccia alla loro prosperità e la comprensione che tale minaccia pesa su di tutti indistintamente. Quindi, in tempi di guerra o di catastrofe economica, i fini comuni si identificano facilmente” e la governabilità ne risulta avvantaggiata.</p>



<p>Occorre infine riflettere sulle conseguenze negative che un eccesso di democrazia produce sui partiti: maggiore partecipazione genera più istanze, maggiori istanze producono più partiti, che si fanno carico di rappresentarle, e la frammentazione politica che ne consegue pone problemi di<br>maggioranze parlamentari e quindi di governabilità.</p>



<p>Sono passati quarant’anni eppure, come spesso accade, il rapporto della Trilateral – oggi introvabile e non certo di dominio pubblico – si rivela non solo attuale ma fondamentale per comprendere il presente. Succede perché buona parte della classe dirigente, soprattutto di quegli anni, era formata da persone estremamente competenti, con un pensiero forte e un buon bagaglio culturale, che usavano per analizzare la realtà e indirizzarla; e certo è attuale anche perché realtà come la Trilateral e il Bilderberg tracciano la rotta della società. In quei consessi elitari e a porte chiuse si sviluppa il pensiero della classe dominante, che viene poi diffuso attraverso la cultura accademica, i grandi media e la propaganda politica, divenendo il pensiero unico che anche la classe dei dominati finisce per fare proprio. Ovviamente semplificato, sotto forma di slogan, e decontestualizzato, privato dell’analisi che vi sta dietro e dei reali interessi che serve.</p>



<p>Oggi sembra giunto anche per l’Italia il momento di diventare una democrazia ‘matura’, ossia governabile; a suon di ‘riforme’ l’architettura del Paese sta cambiando, dalle istituzioni al mondo del lavoro, e nulla sarà più come prima. Renzi ha tutte le caratteristiche per portare a compimento questo processo storico: appartiene alla generazione post-ideologica, è ambizioso e spregiudicato, possiede la giusta dose di arroganza ed egocentrismo, è riuscito a raggruppare intorno a sé una squadra di fedelissimi, tra opportunisti e&nbsp;<em>innamorati</em>, e, soprattutto, ha doti comunicative – le appropriate doti comunicative: non articola alcun pensiero ma fornisce hashtag, contribuendo ad abbassare ulteriormente il livello culturale.</p>



<p>Era un po’ che il Capitale italiano aspettava un personaggio simile (2), e la frenesia traspira dalle pagine del Corriere della Sera, tra i principali organi di diffusione del pensiero unico – primo quotidiano nazionale che i cittadini sorseggiano ogni mattina a colazione insieme al caffè, senza porsi domande sulla sua linea editoriale, dettata da una proprietà industriale e finanziaria.</p>



<p>Da quando Renzi è andato a Palazzo Chigi, il giornale lo marca stretto, lo pungola continuamente affinché non perda di vista gli obiettivi, ne corregge l’irruenza per evitare che il giovane puledro scalpitante, che ha già la vittoria in tasca perché corre senza avversari, non finisca per inciampare sulle proprie gambe cadendo rovinosamente a un metro dal traguardo. I continui richiami di Alesina, Giavazzi e Stella a ‘fare di più’ in direzione neoliberista, l’editoriale&nbsp;<em>di fuoco</em>&nbsp;di Ferruccio de Bortoli del 24 settembre, scritto appena Renzi ha aperto lo scontro sull’articolo 18 – un gioiellino di semantica, una via di mezzo tra l’avvertimento in codice (il vago richiamo allo “stantio odore di massoneria” del Patto del Nazareno, gli auguri “di farcela e di correggere in corsa i propri errori”) e un consiglio che non si può rifiutare (l’invito alla “saggezza negoziale”: la prepotenza va bene con i sindacati, ma con la minoranza Pd occorre dialogare, per non rischiare di andare a sbattere in Parlamento e vanificare l’intero progetto politico) – non sono affatto una critica a Renzi, ma una spinta e un sostegno alla sua azione.</p>



<p>C’è poi all’interno della redazione la categoria accademica, i professori che si fanno carico dei temi ‘alti’ e delle analisi di largo respiro, come lo storico Ernesto Galli della Loggia. Il suo editoriale del 20 novembre (3) è una sintetica riproposizione, con altre parole – più velate, la platea non è certo la Trilateral – della relazione di Huntington. Il pezzo ha una duplice funzione, come tutti i commenti del Corsera: inviare un messaggio allo spavaldo fiorentino, e arare il terreno del consenso sociale per i cambiamenti che verranno.</p>



<p>Scrive Galli della Loggia che in tutta Europa “si profila una crisi profonda dai contorni ancora imprecisi ma di sicuro inquietanti. Improvvisamente la democrazia si è trovata davanti un ospite inatteso: la povertà in crescita. Mentre masse sempre più ampie appaiono ideologicamente allo sbando, mentre si afferma dovunque e a ogni occasione un rabbioso sentimento di rivolta contro le élite”. Un pericolo che non può essere sottovalutato, che non rientrerà da solo, scrive il professore. Occorre dunque chiedersi se non sia giunta “una nuova fase storica che per la democrazia ha il valore di una sfida. Se non vorrà essere travolta, infatti, essa dovrà trovare la forza e la capacità di rinnovarsi profondamente”.</p>



<p>È il momento di cambiare le regole della democrazia, di “mettere in discussione i preconcetti dei quali si è fin qui nutrita e sottrarsi alla deriva esasperatamente ‘discutidora’ che l’insidia in permanenza […] vale a dire mettere da parte una prassi orientata alla ‘via di mezzo’, al ‘c’è sempre qualcosa per tutti’, e viceversa provare a pensare la realtà in modo inedito e radicale (che vada alla radice delle cose), organizzando in tal senso anche il meccanismo delle decisioni: senza vietarsi ad esempio di immaginare pure regole e istituti nuovi” e “riscoprire e riformulare il concetto di sovranità”.</p>



<p>A questo devono rispondere i “leader democratici”, incalza Galli della Loggia, “quando sono veri leader, servono per l’appunto a una tale opera di rifondazione”. Renzi è l’uomo, a patto riesca a compiere “lo scatto necessario per andare nella direzione auspicata”. Finora gli è mancato, e il professore lo rimprovera come fosse uno scolaretto: ha l’impressione che il giovane premier “fatichi molto a mettersi al di sopra della baruffa quotidiana dei tweet, delle dichiarazioni, delle schermaglie […]. La sua eloquenza – scoppiettante quando si trattava di mettere nell’angolo gli avversari da ‘rottamare’ – non si è mostrata finora capace di trovare i toni di drammatica verità e di serietà che sarebbero necessari a indicare davvero un nuovo cammino al Paese; e quindi di trasmettergli quella scossa anche emotiva senza la quale esso non potrà mai rimettersi in piedi. L’ispirazione che anima Renzi è volata finora troppo bassa, ha avuto una voce troppo tenue, per dare vita a una visione del destino della nazione e della società italiana che preluda davvero alla loro rinascita entro una rinnovata forma democratica”.</p>



<p>La chiusura del pezzo riprende la formula costante degli editoriali del Corsera, inaugurata da De Bortoli, il messaggio sibillino: “Almeno finora è andata così. Intanto però il tempo passa. Pian piano le grandi speranze si consumano. E tra poco, inevitabilmente, esse si sentiranno tradite: per un uomo politico non c’è quasi nulla di peggio”.</p>



<p>Il pensiero politico di Galli della Loggia è talmente sovrapponibile all’analisi di Huntington, da rendere fin superfluo un commento a margine. La povertà prodotta dal sistema economico capitalistico rischia di far esplodere un serio conflitto sociale dal basso verso l’alto, e le risposte parziali con cui fino a oggi il sistema democratico è riuscito a contenerlo non sono più sufficienti; è giunto il momento per l’Italia di porre un freno alla democrazia, renderla ‘governabile’. I tempi sono favorevoli. La crisi economica crea quella percezione di emergenza che compatta e genera consenso nei cittadini, ma Renzi, che può farlo perché ha le caratteristiche del ‘presidente forte’, deve trovare i giusti toni drammatici per trasmettere la narrazione e trascinare con sé il Paese verso il cambiamento.</p>



<p>Una riscrittura delle regole democratiche che superi la restrizione dello spazio elettivo già avvenuta con le Province e le Città metropolitane (4), che vada oltre una legge elettorale che escluda dal Parlamento la frammentazione partitica, e una riforma costituzionale che elimini le&nbsp;<em>lungaggini</em>&nbsp;del bicameralismo perfetto; cambiamenti che il pensiero unico ha già fatto assimilare al cittadino. In ballo c’è la gestione del conflitto sociale, quello che la Cgil sta portando nelle piazze e quello, decisamente meno governabile, che i centri sociali stanno scatenando, partendo dal diritto alla casa. E c’è anche il Movimento 5 stelle, ancora potenzialmente un problema, perché esogeno al sistema, per quanto Grillo si stia dando un gran daffare per annientarlo dall’interno. Una situazione che se dovesse trovare referenti politici – magari in un nuovo soggetto di sinistra, che al più sarà socialdemocratico e di certo favorevole all’Unione europea, ma già essere socialdemocratici oggi sarebbe percepito dai cittadini come una rivoluzione – renderebbe più difficoltoso il processo ciclico che porta automaticamente dall’aumento della partecipazione alla sua diminuzione.</p>



<p>L’astensione elettorale poi, che ha segnato il suo apice alle regionali dell’Emilia Romagna con il 63%, non può essere automaticamente identificata con quella quota di cittadini apatici indispensabile alla governabilità, perché dato il fermento sociale nelle piazze, la dose diffusa di contestazione all’autorità, nei posti di lavoro e nelle periferie, non è affatto detto che il disimpegno verso il voto si traduca anche in disimpegno verso altre forme di partecipazione. Renzi ha immediatamente liquidato l’astensione come un problema secondario, e avrebbe certamente ragione se le piazze fossero vuote – nemmeno Huntington si sarebbe mai immaginato un dono di tale portata alla governabilità – ma non è così.</p>



<p>Ci aspettano tempi bui. Molto dipenderà dalla tenuta delle proteste sociali, e dalle forme di repressione che saranno messe in atto. Il problema, e la classe dirigente lo sa molto bene, è avere a che fare con una massa di persone che non ha più nulla da perdere; solo allora il conflitto si accende e diventa davvero pericoloso. Ed è quanto sta accadendo, perché le politiche neoliberiste stanno impoverendo una quantità sempre più grande di persone mentre arricchiscono una sempre più ristretta élite, e annientano la capacità di sognare, sottraggono qualsiasi idea di futuro a un’intera giovane generazione.</p>



<p>Il primo passo per trasformare una rabbiosa disperazione in un progetto politico è la consapevolezza che deriva dalla cultura: il problema della governabilità della democrazia non è dato dalla mancanza di&nbsp;<em>efficienza</em>, dal pluralismo, dalle lungaggini decisionali; nasce dall’incompatibilità tra capitalismo e democrazia. Il primo muro da abbattere è quindi quello del pensiero unico, quel Truman show che ruota intorno a ogni cittadino: finché non si sale sulla barca e non si prende il largo, il cielo sembra reale e non di cartone.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki,<em> La crisi della democrazia</em>, Franco Angeli Editore, 1977</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Walter G. Pozzi,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/la-politica-degli-omologati/" data-type="post" data-id="2366" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La politica degli omologati</a></em>, Paginauno n. 40/2014</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. E. Galli della Loggia, <em>Tante speranze (quasi) tradite. Una democrazia da rifondare</em>, Corriere della Sera, 20 novembre 2014</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Daniela Cuccu, Tania Righi, Chiara Vimercati,<em> </em><a href="https://rivistapaginauno.it/citta-metropolitane-la-democrazia-non-passa-da-qui-le-elezioni-a-milano/" data-type="post" data-id="5207" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Città metropolitane: la democrazia non passa da qui</em>,</a> Paginauno n. 40/2014</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La politica degli omologati</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-politica-degli-omologati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 08:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[Governo Renzi, la generazione del dopo-muro: una classe dirigente cresciuta nel culto della merce e della tecnologia, dell’avvenenza, dell’eterno infantilismo e dell’ignoranza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Governo Renzi, la generazione del dopo-muro: una classe dirigente cresciuta nel culto della merce e della tecnologia, dell’avvenenza, dell’eterno infantilismo e dell’ignoranza</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ferdydurke è esistenziale fino all’inverosimile. Lo è perché l’uomo che viene creato dagli uomini e gli uomini che si formano a vicenda, costituiscono appunto l’esistenza e non l’essenza. Ecco perché in questo libro suonano fortissimo quasi tutti gli argomenti esistenziali di primo piano, come: il divenire, il formarsi, la libertà, la paura, l’assurdità, il nulla, l’angoscia… Con questa differenza però: qui si aggiunge una nuova sfera della vita umana a quelle tipiche dell’esistenzialismo – ossia la vita banale e autentica di Heidegger, la vita estetica, etica e religiosa di Kierkegaard o infine le ‘Sfere’ di Jaspers – la nuova sfera è la sfera dell’immaturità”.</p>



<p>Con queste parole, Witold Gombrowicz presentava il suo primo romanzo uscito nel 1937; la storia grottesca di un signore tornato bambino, proprio perché gli altri lo considerano bambino. Queste premesse fungono da pedana di salto per l’intenzione dell’autore di smascherare l’immaturità del genere umano. L’umanità che vi è descritta è opaca, amena, indefinita, costretta ad apparire dandosi una determinata forma. Ma sotto questa maschera si nasconde una profonda immaturità, un inesauribile infantilismo, inevitabile risultato del formarsi in mezzo ai propri infantilizzati contemporanei, all’altra gente che incamera e diffonde il proprio essere conformata a un sistema.</p>



<p>Chissà come sarebbe felice, Gombrowicz, nel verificare quanto la scuola in cui ha ambientato il suo romanzo, assomigli all’attuale governo Renzi, che dell’immaturità, dell’infantilismo, dell’ignoranza e dell’arroganza capricciosa fa una modalità di azione politica; se potesse vedere quanto di sociale, di moderno, di hi-tech scorra nel sangue e nelle vene delle persone degli anni Duemila. Soprattutto in quelle che oggi governano l’Italia.</p>



<p>Finora, l’unico ad aver notato questo fenomeno italiano è stato The Economist. Infilando nelle mani del premier un cono gelato, mentre la barca dell’euro s’inabissa insieme ai principali leader europei, il vignettista ha perfettamente colto l’infantilismo che caratterizza i ministri dell’attuale governo italiano. Senza nulla togliere alla pericolosità di Renzi e delle sue intenzioni, e senza negare la pericolosità sociale delle sue alleanze con il mondo dell’imprenditoria, il valore aggiunto del populismo renziano, rispetto ai precedenti (il berlusconismo e l’antiberlusconismo), è proprio l’immaturità dei suoi attori. L’impressione è che non si tratti di una maschera indossata per l’occasione, bensì che l’artificio sia congenito a Renzi e alle sue renzine. Sono proprio così come si mostrano. E la tragedia è che piacciono.</p>



<p>La stessa profonda, ingenua innocenza, illustrata da The Ecomist, prorompe come luce divina dall’estatico sguardo e dalla parole bambinesche di Alessandra Moretti nella drammatica intervista rilasciata a Corriere Tv, a metà novembre. Naturalmente il video ha divertito gli utenti dei vari social network, ma il fatto che il divertimento degli allegri frequentatori di facebook non abbia lasciato il posto a un briciolo di inquietudine, dimostra fino a che punto intervistata e spettatori dialoghino in sintonia nel medesimo campo semantico.</p>



<p>L’ostentata e profonda fiducia nella propria intelligenza, nella propria bravura e nella propria bellezza, quel suo insistente rivendicare – anche a nome delle sue colleghe di partito – questa triplice virtù, lo stile&nbsp;<em>Ladylike</em>, il considerarsi una risorsa importante per l’Italia e il diritto alla ceretta (“Perché, io come devo venire, con i peli, i capelli bianchi? Tante donne io voglio rappresentarle al meglio”), contiene un che di patologico, non in specifico riferimento alla Moretti, imbarazzante nel suo candore, bensì alla politica e, di conseguenza, allo stato di salute della cosiddetta democrazia. Sentendola parlare – così come anche ascoltando le altre&nbsp;<em>pasionarie</em>&nbsp;Boschi, Mogherini… – quel che si percepisce con un certo imbarazzo e non poca tristezza, è il giogo dell’asservimento ideologico alla forma-merce e al dominio maschile. Difficile, davanti al racconto della giornata tipo della vispa Alessandra, del suo accompagnare i propri figli a scuola facendo jogging, delle sue sedute dall’estetista, del suo piacere di curare se stessa, non immaginarla da piccola, intenta a vestire e a pettinare le bambole, regalatele perché si preparasse al suo futuro di donna, a sua volta confezionata in adeguamento al gusto maschile.</p>



<p>Non esiste differenza tra quanto di tristemente conformato emerge dalle sue parole, e la risposta di Renzi che espone il proprio infantilismo alle telecamere il giorno dopo l’uscita della vignetta di The Economist, sorridente, scherzoso, mostrando un cono gelato vero in mano. Dov’è la differenza con la gara di boccacce tra l’uomo diventato bambino e un suo compagno di classe immortalata da Gombrowicz nel suo romanzo?</p>



<p>Novello Ferdydurke, Renzi è il perfetto prototipo di quell’infante senza tempo, creato dalla tecnologia telematica, abituato a protrarre la goliardia universitaria per l’intero arco della vita. Nati in un’epoca in cui non più l’uomo, ma il neotech creava socialmente l’uomo, Renzi e le sue discepole sono la prima generazione cresciuta e plasmata dalla società ipertecnologica della televisione h24 e delle macchine; uomini e donne, incarnazione luminosa degli effetti dell’omologazione estrema, del conformismo, dell’immaturità così come descritta da Gombrowicz, intesa come l’ultimo modello di anima dell’uomo contemporaneo. Per quanto sia doloroso dirlo, sta proprio in questa loro attitudine naturale la ragione per cui oggi siedono al governo.</p>



<p>L’ascesa politica di questa nuova generazione legata al Pd, quindi, non è il frutto del caso. Se mai, è il capolinea di una tenace ricerca di governabilità da parte delle élite economiche, iniziata nel 1992 con la fine della prima Repubblica. Ma se oggi l’Autorità si spella le mani applaudendo Renzi alla Leopolda o al Salone delle Fontane dell’Eur; se sorride, si dà di gomito con i compari di finanziamento, occorre ricordare che per la classe dirigente italiana, la ricerca è stata difficile, dura, priva di soddisfazione e a tratti umiliante. Prima di arrivare fin qui ha sudato le famigerate sette camicie, costate il sacrificio di non pochi governi, tra politici e tecnici, di mestieranti della politica, e della felicità quotidiana di milioni di italiani. Danni collaterali, come si dice, errori attribuibili all’ansia della restaurazione, sorta nel momento in cui la fine dell’impero sovietico suggeriva che si potesse chiudere definitivamente con l’epoca della difesa del conflitto da parte della sinistra.</p>



<p>Che se prima era giustificabile in senso strategico la presenza di un’opposizione, adesso che il modello economico comunista spariva dalla mappa politica, salvare le apparenze non serviva più. Il compito affidato oggi a Renzi, lo smantellamento dei residuali diritti dei lavoratori raccontato ai suoi simili, nel 1992, in mancanza di più credibili attori, era stato commissionato a chi doveva dimostrare che la sinistra post-comunista fosse degna di fiducia nei panni di partito di governo. Ovvero, come garante del potere padronale.</p>



<p>E benché, a onore di quest’ultimo, vada riconosciuto che la scelta di Renzi e la sua truppa di quote rosa è perfetta, poiché questi, per ignoranza, cinismo e inconsapevolezza della loro funzione, rappresentano la quadratura del cerchio – una scelta che renderà cosa fatta nel giro di pochi anni il tanto ambito Unipolarismo politico – altresì va detto che chiedere a suo tempo a D’Alema e Bersani, a Rutelli e Veltroni, di ripudiare il loro passato e rimanere ugualmente credibili di fronte al proprio elettorato, è stata un’enorme sciocchezza. Con quella soma ideologica che, pur negandola penosamente, reggevano sulla groppa, quei politici erano difficilmente smerciabili, costretti com’erano a comunicare sempre tra le righe, facendo intendere una cosa agli elettori di sinistra e il suo opposto ai moderati italiani casinberlusconianleghisti.</p>



<p>I loro limiti erano oggettivi. Prima di tutto perché la stagione comunista era ancora troppo prossima, e poi perché nel 1992 si sentivano già i clamori di un nuovo mondo in arrivo. I telefonini non erano ancora una protesi dell’individuo, il computer era lungi dall’essere quell’Io parassitario nei cervelli delle persone che è oggi, la rete non c’era, né twitter né facebook, ma già imperava l’educazione sentimentale di bambini e adolescenti sottoposti a televisione e&nbsp;<em>rimbastation</em>. Tempo quattro, cinque anni, e quel mondo antico avrebbe fatto i bagagli per lasciare posto alla fantascienza della microtecnologia in affiancamento ai programmi televisivi e radiofonici.</p>



<p>I Renzi, i renzini e le renzine dell’attuale governo sono i primi prodotti della generazione cresciuta in quegli anni. Incarnano politicamente il risultato della più pervasiva omologazione ambientale della storia. Per cui, quei politici di ‘vecchio’ conio di centrosinistra, costretti a interloquire con un elettorato che dal proprio partito pretendeva ancora la difesa dei lavoratori, indipendentemente dal loro incarnato, erano fatalmente destinati alla sconfitta. I nuovi prodotti umani in forza al Pd non sono per loro natura sottoposti a questo tipo di rovelli. Proprio per il fatto di essere stati bambini e adolescenti in quell’epoca, possono agire senza conflitti psicologici e senza sentire il peso della responsabilità nei confronti del loro interlocutore elettorale.</p>



<p>Per buona parte parlano ai loro coetanei, a compagni di omologazione, alcuni dei quali cresciuti sotto la ‘sindrome berlinese’ del dopo-muro, e tutti venuti grandi nel culto della merce, della tecnologia, dell’avvenenza, dell’eterno infantilismo, dell’ignoranza e della proprietà privata sancita per legge divina. Da allora sono trascorsi ventitré anni, e la sintonia con il riflusso è ormai definitivamente terreno comune. Tutti omologati, attraverso prassi quotidiana, modelli di vita e abitudini, e (basta osservare la luce che sprizza dagli occhi della Moretti mentre, durante l’intervista, ostenta il proprio inscalfibile e contagioso conformismo) gioiosi di esserlo.</p>



<p>Le date di nascita della nuova generazione politica (citando i suoi attori più spesso inquadrati dalle telecamere) rendono più chiaro quanto espresso sopra. Ancor di più considerando l’alto censo sociale da cui tutti provengono (tra parentesi l’anno della maggiore età e della prima passeggiata verso l’urna elettorale): Matteo Renzi, Dario Nardella, 1975 (1988); Simona Bonafé, Federica Mogherini, Alessandra Moretti, 1973 (1986); Marianna Madia, 1980 (1998); Pina Picierno, Maria Elena Boschi, 1981 (1999); Anna Ascani, 1987 (2005).</p>



<p>La trasversalità politica di Renzi dimostra che l’uniformità di gusto è ormai un fatto sociale acquisito. Rappresenta la merce politica che gli elettori acquistano con la moneta del voto, alla stessa maniera con cui acquisterebbero uno specchio per guardarvi dentro la propria immagine. Di Renzi, infatti, a fare breccia non sono le idee (sempre le medesime: trito e ritrito indottrinamento storicamente tipico diffuso della classe dominante) ma gli atteggiamenti manageriali (giovanilismo, iperattività, fermezza capricciosa, finto anticonformismo) che raccontano del culto dell’imprenditore, del successo, della ricchezza e della cultura televisiva. I suoi schemi mentali sono determinati dalle imposizioni della ‘modernità’ del multitasking: Renzi parla in pubblico usando il tablet, supporta il vuoto di contenuti con slide infantili e banali, scrive tweet e pubblica commenti adolescenziali su facebook, evidenziando la sua natura di perfetto conformato, preso contemporaneamente da mille attività, e per questa ragione mai presente a se stesso, al grido di: “Voglio tutto qui e adesso!”</p>



<p>È a quest’uomo, che il potere economico, con la mediazione dal presidente Napolitano, ha assegnato il compito di sanare il dislivello tra le nuove esigenze della realtà economica ai tempi della crisi, e la sovrastruttura politica troppo vecchia. È a lui che è stato chiesto di chiudere definitivamente con la concertazione, di tagliare con la tutela sindacale dei lavoratori per consegnare questi ultimi nelle mani del padronato privi di qualunque difesa; di blandire l’elettorato cresciuto nel benessere post-muro attraverso un volto innocente, in quanto non compromesso con il passato prossimo e remoto di sinistra né con le malefatte dei governi precedenti.</p>



<p>A tale scopo, D’Alema e la sua compagnia non erano idonei. Troppo legati alle logiche politiche del Novecento per organizzare un perfetto restyling del partito. Troppo prematuri i tempi (nel 1992), troppo ampio (per via della prossimità al Pci) il dislivello tra la morale umana di sinistra (che pone al centro l’individuo sfruttato sul lavoro e nel suo quotidiano) e la morale del sistema economico moderno, che pretende la totale rimozione dal discorso politico del concetto di sfruttamento. Assurdo con questi presupposti pretendere da quei ‘vecchi’ di abbandonare di colpo gli antiquati postulati politici e spostare in maniera invisibile l’asse dei valori di sinistra, passando allegramente dalla difesa dei lavoratori all’assistenzialismo garantito al padronato.</p>



<p>È stato penoso assistere agli ultimi venticinque anni di manovre finalizzate in tale direzione. E lo è ancor più oggi; vedere questi ‘vecchi’ presi tra la paura di non essere all’altezza del compito, e quella di poter perdere un potere interno al partito che sembrava acquisito in maniera stabile, appellarsi ai sorpassati strumenti della loro cultura e a quei valori a cui per primi hanno cercato di abdicare in maniera subdola e invisibile (l’antiberlusconismo ha giocato in questo un ruolo di copertura). Tutto inutile. A liquidarli è stata la storia, nei panni di una generazione (curioso paradosso storico) che fa della falsa coscienza un caposaldo del proprio operato. Ad Andreotti, l’immutabile condizione storica e ambientale ha concesso di governare per cent’anni; a questi ‘vecchi’, i rivolgimenti politici prima e la rivoluzione tecnologica e di costume dopo, hanno interrotto il sogno di un longevo dominio sul modello democristiano proprio al suo sorgere.</p>



<p>Ci hanno provato, ma senza successo, pur predicando gli stessi assiomi che oggi Renzi, senza fatica, afferma nel tessuto sociale italiano. Per questo, oggi, Veltroni non ha torto quando rivendica di ritrovare nelle parole di Renzi e delle sue ragazze, la linea politica da lui promossa ai tempi della sua candidatura, allorquando caldeggiava l’abbattimento dell’antitesi padrone/lavoratore. Oggi – simile al fantasma di Sir Simon creato da Oscar Wilde – passeggia per la Leopolda con l’atteggiamento dell’incompreso precursore dei tempi, dimenticando, se non addirittura ignorando, che già nel 1891, Papa Leone XIII si era auspicato la stessa ‘pace’ nella sua enciclica sociale scritta per porre un freno all’ascesa del pensiero socialista. Solo centoventitré anni prima!</p>



<p>Fatto è che la politica deideologizzata è diventata fatalmente merce e, si sa, la merce destinata al consumo, non ha né una storia né un futuro né un presente. Il governo Renzi è perfetto per un’operazione di cancellazione della memoria. Niente storia, niente confronto. Quel che resta è solo l’esistente minuto per minuto in perfetta sintonia con il concetto di merce e di consumo. E nel giro di pochi mesi, questi ‘nuovi’ sono riusciti a consolidare il totem del post-moderno in ideologia totalitaria, così come lo descriveva il suo bardo Lyotard. Ottenendo il risultato di abbattere il tabù della politica, intesa come formulazione di analisi sociale, ovvero come uso degli strumenti del pensiero e della cultura; e di abbattere il tabù del rispetto dell’altro e del linguaggio articolato, riducendo la politica a una merce da vendere nel mercatino del senso comune.</p>



<p>Già nel 1994 il bipolarismo elettorale aveva comportato la divisione fittizia in due forze, riducendo la competizione a uno scontro tra due merci simili i cui testimonial erano altrettante individualità più o meno forti. Unica opposizione: la pubblicità comparativa, secondo cui l’altro sarebbe meno competente nel gestire il mercato, anche se dove stia la differenza è sempre più difficile da capire. Sulla stessa linea si è sviluppato ultimamente lo scontro interno al Pd. Preso da entrambe le contese, il governo Renzi ha il vantaggio di presentarsi come il nuovo contrapposto al vecchio. Sa bene che in una società consumistica, il nuovo uccide sempre il prodotto di precedente generazione. E poiché nel mondo della merce conta la confezione, ecco la giovinezza, e con essa, ecco l’abbattimento dell’ultimo tabù: l’erotizzazione della politica e il fascino femminile come attrattiva. Un fascino non conturbante, ma che fa della bellezza un’attrazione verso la merce neoliberista.</p>



<p>Nell’immaginario umano, come insegnano i cosiddetti creativi del marketing, immaturità, giovinezza ed erotismo vanno di pari passo. L’idealizzazione di questo periodo della vita, in grado di attrarre, con la sfrontatezza, sia il giovane che l’adulto entrato nella fase discendente, crea una fascinazione immediata. Ciò che sgomenta, nello specifico delle renzine, è la loro inconsapevolezza. Essendo il prodotto di questo modello sociale, e per questo incapaci di sottoporlo a critica, sono poco dotate di una visione d’insieme che restituisca loro il senso di sé e della funzione che svolgono nel governo.</p>



<p>A proposito della falsa coscienza, Alessandra Moretti, dopo avere affermato la triplice virtù sua e delle sue ‘compagne’ di governo (belle intelligenti e brave), dichiara con innocenza che, al contrario di loro, la berlusconiana Nicole Minetti è stata usata. Senza nutrire il sospetto che il suo governo abbia strumentalizzato il concetto democratico di quote rosa, per sfruttare senza scrupoli il fascino del corpo femminile, giovane e bello, per lanciare il proprio prodotto. E ha ragione, la vispa Alessandra, quando allude alla propria necessità di andare due volte alla settimana dall’estetista per essere presentabile, che la politica sta cambiando. Ciò che sembra non comprendere è come venga utilizzata la figura femminile, e quanto sia strano notare che le donne meno conformi all’immaginario erotico maschile siano diventate tanto poco intelligenti da essere bandite dalle luci della ribalta.</p>



<p>Di questo governo giovane, come si può vedere, è stupefacente l’innocenza. I suoi protagonisti non si mascherano più, come fa il protagonista di Ferdydurke, l’esistenza e l’essenza si sono fuse. Forse la politica d’ora in avanti sarà priva di sentimenti (da non confondere con il sentimentalismo, maschera inossidabile di molta gente di sinistra), di doppia morale, e per questa ragione mai cinica. Schietta, se mai, sincera perché senza più infingimenti: i sindacati non sono d’accordo?</p>



<p>Ce ne faremo una ragione, vien detto, accettando con il sorriso l’implicito effetto di migliaia di persone che perdono il lavoro. Una sincerità autentica, che vale solamente nell’attimo in cui viene affermata, ma che non varrà più domani quando altrettanto sinceramente la stessa bocca presenterà il Jobs act come una difesa dei lavoratori a coloro che il lavoro lo hanno appena perso.</p>



<p>È la medesima sincerità che prontamente interviene a insegnare, con il fascino tipico della fiction ben scritta, il nuovo prodotto dell’industria culturale americana: <em>House of cards</em>. Una serie televisiva che mette al bando i vecchi registri narrativi, mirati a proteggere il sistema politico con storie di mele marce impegnate a mettere in crisi un dominio essenzialmente onesto. Ma oggi che la politica ha subìto numerosi contraccolpi, tali da manifestare la realtà corrotta dell’intero sistema, ecco l’inversione. House of cards attesta definitivamente che la politica è certamente un mondo privo di scrupoli, senza zone buie, perché tutto è avvolto dalle tenebre.</p>



<p>Tuttavia, e in questo si annida la nuova propaganda, quanto affascinanti e quanto machiavellici sono i suoi attori, in una realtà politica immersa in un lieto infantilismo, nel quale, come accade tra bambini, la parola non impegna ad alcuna responsabilità, perché gli stessi contraccolpi sociali che ne derivano non hanno più un peso. Esattamente come non ha più un peso il pensiero.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il banchiere di sistema: nuovi legami fra finanza, imprenditoria e politica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-banchiere-di-sistema-nuovi-legami-fra-finanza-imprenditoria-e-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2014 08:26:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
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					<description><![CDATA[L’epoca di Bazoli è finita: Renzi porta con sé un ordine nuovo che cambia i rapporti di forza nella finanza, nell’imprenditoria e nell’editoria]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-38-giugno-settembre-2014/">(Paginauno n. 38, giugno &#8211; settembre 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’epoca di Bazoli è finita: Renzi porta con sé un ordine nuovo che cambia i rapporti di forza nella finanza, nell’imprenditoria e nell’editoria</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 14 maggio la guardia di finanza di Bergamo, coordinata dal pm Fabio Pelosi, è entrata negli uffici del quinto gruppo bancario italiano, Ubi Banca. Le perquisizioni – eseguite dai militari del Nucleo speciale di polizia valutaria delle Fiamme gialle – sono state disposte dalla procura all’interno di due distinti filoni di indagini: il primo concerne il reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza, il secondo quello di truffa e riciclaggio. Tra gli indagati eccellenti del primo filone spicca Giovanni Bazoli, 82 anni, storico patron di Banca Intesa (di cui è ancora oggi presidente del consiglio di sorveglianza).</p>



<p>Secondo gli inquirenti Bazoli, in qualità di presidente di un gruppo di azionisti (l’Associazione Banca Lombarda e Piemontese) di Ubi Banca – di cui è stato anche consigliere fino al 2012 – avrebbe messo in atto, senza che le autorità di vigilanza ne avessero conoscenza, un sistema di<br>regole per pilotare le nomine dei vertici del gruppo bancario. Forse il reato, almeno in Italia, non è fra quelli da prima pagina, e nel mezzo delle indagini su Expo 2015 e Mose la notizia passa quasi inosservata. Oppure non si vuole attirare l’attenzione su un evento che sancisce non tanto la fine di un’epoca, quanto l’inizio di un ordine nuovo.</p>



<p>Giovanni Bazoli, avvocato, nasce a Brescia il 18 dicembre 1932. La sua famiglia è fra quelle che hanno deciso fin dall’inizio del Novecento i destini del Paese: il nonno Luigi fu uno dei fondatori (e in seguito deputato) del Partito Popolare, mentre il padre Stefano fu deputato per la Dc all’Assemblea costituente. Giovanni segue la linea familiare della militanza nell’intellighenzia cattolica: dopo la laurea in legge esercita la professione di avvocato nello studio di famiglia a Brescia, insegna diritto pubblico all’Università Cattolica e, nel 1974, entra nel consiglio d’amministrazione della Banca San Paolo di Brescia, inaugurando una carriera da banchiere. Ma il suo nome salirà alla ribalta (quella che conta) solo nel giugno del 1982, quando Roberto Calvi, direttore del Banco Ambrosiano, viene trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra, e quattro banche private (Popolare di Milano, San Paolo di Brescia, Credito Romagnolo e Credito Emiliano) si dichiarano pronte a farsi carico del 50% del nascituro Nuovo Banco Ambrosiano. Le banche private indicano su suggerimento del democristiano Nino Andreatta, all’epoca ministro del Tesoro, Giovanni Bazoli come loro garante. Da allora in poi Bazoli non avrebbe più lasciato il ‘salotto buono’ della finanza italiana.</p>



<p>Divenuto presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, diresse nel 1984 la cessione della Rizzoli-Corriere della Sera (il gruppo editoriale che Angelone Rizzoli aveva ceduto a Roberto Calvi), e fu egli stesso beneficiario della transazione come presidente della Mittel, una delle società che parteciparono all’acquisto del gruppo. Integrò poi il Nuovo Banco con la Banca Cattolica del Veneto, formando il Banco Ambrosiano Veneto, nel cui azionariato confluirà (1990) anche il gruppo francese Crédit Agricole. Nel 1997 dall’unione dell’Ambroveneto con Cariplo nascerà Banca Intesa, di cui Bazoli diviene presidente. Ma è il 1999 l’anno della svolta: con quello che passerà alla storia come&nbsp;<em>l’abbraccio mortale</em>&nbsp;della finanza cattolica a quella laica, Enrico Cuccia, il potentissimo patron di Mediobanca, si arrende a Giovanni Bazoli. La Comit (Banca commerciale italiana), dopo aver tentato lungamente, ma senza successo, di recitare il ruolo di banca aggregante del sistema economico italiano, si fonde con Banca Intesa. Bazoli riuscirà dove Cuccia aveva fallito: incorporato il Sanpaolo di Torino, il gruppo Intesa Sanpaolo diviene l’interlocutore privilegiato delle operazioni strategiche di finanza pubblica, facendo di Bazoli il primo vero&nbsp;<em>banchiere di sistema</em>.</p>



<p>Come analizzava Giovanna Cracco nel numero di aprile 2011 di Paginauno (1), “per poter comprendere il potere del cattolico bresciano occorre tenere a mente che Intesa Sanpaolo è la prima banca d’Italia, oltre che l’azionista di maggioranza di Bankitalia con il suo 30,3%; dai tempi del governo Prodi – grande amico di Bazoli – è la ‘banca per il Paese’. Quasi 500 miliardi di euro è il credito complessivo che l’istituto vanta nei confronti dell’economia italiana, privata e pubblica. Da quando, poi, nel 2006, è nata Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo, divenuta nel 2008, dopo la fusione, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo, l’incidenza dell’istituto nella realizzazione di grandi infrastrutture, progetti urbanistici, sistema sanitario, università e ricerca e servizi di pubblica utilità è cresciuta esponenzialmente”.<br>Ma da quel 2011 tante cose sono cambiate.</p>



<p>La crisi economica e l’incapacità della politica di governo di soddisfare le aspettative del cosiddetto ‘Paese reale’ (e soprattutto del denaro, imprenditoria e finanza) hanno mietuto vittime illustri, decimando la classe dirigente: la condanna di Berlusconi e lo scisma del Pdl, la mancata elezione di Prodi alla presidenza della Repubblica, la morte della ‘sinistra’ in un Pd sempre più ingestibile – accelerata dall’ischemia che ha tolto Bersani di torno – sono tutti sintomi di un cambiamento al vertice del potere, cambiamento che, pur manifestandosi da tempo in conflitti apparentemente lontani fra loro, si è perfezionato solo in questi giorni, con la stracciante vittoria di Matteo Renzi e del suo nuovo corso alle elezioni europee.</p>



<p>In questa catena di conflitti, Bazoli era un anello importante, perché quando c’è un banchiere di sistema, affinché cambi il sistema deve cambiare il banchiere. “Ho un attaccamento totale alla banca, ma sono disposto a passare la mano al primo segno di difficoltà nell’espletamento del mio mandato”. Così il 12 maggio, appena due giorni prima delle perquisizioni in UBi Banca (sarà un caso?), Giovanni Bazoli rispondeva a un socio di Intesa che, durante l’assemblea, gli faceva notare l’età avanzata (81 anni e 5 cinque mesi) e gli chiedeva la disponibilità a farsi da parte per mandare in soffitta il sistema duale (il consiglio di sorveglianza che si aggiunge a quello di gestione), in nome di una maggiore efficienza operativa. Un’indagine giudiziaria può senza dubbio essere definita “un segno di difficoltà”, stante una regola non scritta degli affari nostrani: in Italia, se la magistratura attacca qualcuno di potente, sia esso politico, imprenditore, mafioso o banchiere, quel qualcuno in realtà potente non è, o non è più, e questa è la ragione per cui gli arresti e le condanne eccellenti non riescono mai a scalfire il volto di un Paese in cui, gattopardescamente, tutto cambia affinché tutto resti immobile (Tangentopoli è la prova provata di questo teorema, di cui per anni – ma non per sempre – Berlusconi è stato l’eccezione).</p>



<p>Il defunto segretario del Psi Bettino Craxi diceva: “Guarda come si muove il Corriere e capirai dove si va a parare nella politica”, e uno degli scenari in cui da più tempo Bazoli deve difendersi è proprio il ‘suo’ Corriere della Sera, dove a mettere a lui e agli alleati Agnelli i bastoni fra le ruote è il marchigiano (ma fiorentino per adozione) Diego Della Valle.</p>



<p>Il 24 febbraio scorso, in una lunga intervista a Giovanni Minoli per i microfoni di Radio 24 (editore Confindustria), il molesto patron di Tod’s dichiarava a proposito di Rcs Media Group, di cui è azionista con il 9%: “Questa azienda ha bisogno di cambiare in fretta. Bisogna prendere atto che c’è un amministratore delegato assolutamente inadeguato [il riferimento è a Pietro Scott Jovane, attuale amministratore delegato del gruppo ed ex numero uno di Microsoft Italia, <em>n.d.a.</em>]. […] Io non ho un match con Yaki [soprannome di John Elkann, <em>n.d.a.</em>], lo conosco da bambino; io ho un match con quello che la famiglia Agnelli ha rappresentato nel Paese, ha fatto dei guai e ora è il momento di raccontarlo. […] Se si devono tirare le somme oggi, gli Agnelli hanno fatto più male che bene all’Italia”; e ancora: “Chrysler è stata l’àncora di salvezza; Fiat ha comprato Chrysler nell’immaginario ma si sposta tutto via da Torino e i benefici vanno tutti in tasca agli Agnelli”.</p>



<p>Come ulteriore smacco ai proprietari della Juventus (calcio, editoria e politica in Italia si danno stranamente la mano), Della Valle (patron anche della Fiorentina) propone il proprietario e presidente del Torino Football Club alla guida del Corriere: “Al Corriere di editore puro ce n’è uno che si chiama Urbano Cairo, e io sarei dell’avviso, se lui se la sente, di affidargli la delega per gestire l’azienda. […] Oggi il problema di Rcs è che non c’è un azionariato che si prende delle responsabilità e il cda non decide e non si assume i rischi. È un’azienda che va tutta rifondata”.</p>



<p>Urbano Cairo, socio di Rcs con il 3,68% senza rappresentanti in consiglio, incassa la fiducia ma all’apparenza si smarca dichiarandosi non disponibile. In occasione dell’assemblea del suo gruppo, Cairo Communication, dichiara infatti di aver “troppo da fare qui”, eppure fa notare che “forse Della Valle dice così perché sono poche le aziende come Cairo che su un fatturato in edicola di 75 milioni ha fatto un margine operativo lordo di 12,4 milioni [Rcs senz’altro no, visto che nell’ultimo bilancio consolidato a fronte di ricavi edicola per 860 milioni ha una perdita operativa di 69 milioni,&nbsp;<em>n.d.a.</em>]. Altri chiudono testate noi ne creiamo e assumiamo. Siamo una mosca bianca. Inoltre sono l’unico editore puro tra i soci di Rcs”. E a proposito di un suo ingresso in consiglio si fa possibilista: “Non ci ho pensato, non me l’ha chiesto nessuno, se mi fanno una proposta ci penserò”.</p>



<p>Ma è a proposito di Bazoli che Della Valle dà nell’intervista a Minoli il meglio di sé, invitando pubblicamente Renzi alla sua rottamazione: “Bazoli contava molto. Oggi conta molto poco. Io credo che Bazoli identifica un mondo che se ne deve andare e mi auguro che Renzi lo faccia subito. Renzi deve fare piazza pulita ed è un’operazione che va fatta in tutto il sistema, tutto insieme. Nomine Eni, Enel, Terna? Bisognerà cambiare molto, tenendo conto che in alcuni casi si cambieranno anche degli uomini capaci. Vede, oggi la parola d’ordine secondo me è discontinuità. Dobbiamo proprio fare in modo che questa grande palude di classe dirigente che ha ridotto il Paese in queste condizioni, e non è solo la politica, c’è di tutto, compreso anche un mondo di una certa impresa. Le valutazioni vanno fatte, credo che bisognerà avere un sistema, e non puntare il dito su chi sì o chi no. Una regola corretta, giusta, che non offenda neanche le persone che sono state brave. Discontinuità, sicuro, burocrazia annullata il più possibile”.</p>



<p>Parole confuse, ma idee chiare: fuori il ‘vecchio’, dentro ‘noi’. Della Valle, imprenditoria, Cairo, editoria, Renzi, politica. E chi sarà il banchiere? Se Rai e Mediaset sono le emittenti televisive del passato, La7 (proprio di Urbano Cairo, che caso) si candida a paladina dell’ordine nuovo. Michele Santoro, uomo di punta del canale (e che a fine 2011 aveva apertamente criticato Renzi per aver affidato a Giorgio Gori, “uno che faceva i reality”, lo studio del riassetto del sistema televisivo italiano) si schiera in un’intervista a Repubblica pubblicata il 5 giugno scorso dalla parte del presidente consiglio che ha deciso (un altro caso?) di tagliare 150 milioni di euro alla Rai: “Renzi, che ha nell’intuito la sua qualità più grande, ha capito che la tv pubblica è l’ultima sopravvissuta del vecchio sistema politico: una mosse coerente”.</p>



<p>Michele Santoro critica lo sciopero indetto a difesa della Rai e chi lo sostiene (i Cinque Stelle di Grillo, definito un “alfiere del passato”, la parte spodestata del Pd e Forza Italia), ed elogia Renzi che “li osserva dall’altra parte: un capolavoro politico”, rimarcando che i vent’anni di duopolio televisivo Rai-Mediaset hanno creato una burocrazia incapace di fare televisione, come dimostra il crollo degli ascolti registrato in questi anni: “La tv generalista è in crisi profonda. Dieci anni fa la somma degli ascolti ammontava al 94%, oggi siamo precipitati al 54%. Eppure i video sui siti online restano un elemento fondamentale. Segno che bisogna ripensare tutto”.</p>



<p>Uno degli ultimi atti da sindaco di Matteo Renzi, a febbraio scorso, è stato dare la disponibilità della Mercafir, un’area a Novoli (quartiere nella zona nord-ovest di Firenze), per la costruzione della tanto desiderata “Cittadella viola”, la futura casa della Fiorentina dei Della Valle. Il sindaco ha messo a disposizione 32 ettari (che verranno ‘liberati’ dalle attività tradizionali del mercato, da ricollocarsi in altra zona), per realizzare uno stadio da 40.000 posti con annesse attività ricettive e commerciali: alberghi, uffici e negozi con un’attenzione particolare alla possibile realizzazione di una “via della moda” con brand e griffe di primo piano a partire da quelle della famiglia Tod’s, nonché nuovi collegamenti stradali con l’autostrada e il centro città. L’osmosi fra l’amministrazione comunale e i Viola è tale che i Della Valle hanno voluto Eugenio Giani e Dario Nardella, due renziani di ferro, nel cda della Fiorentina.</p>



<p>Nardella, fra le altre cose, è stato nominato da Renzi vicesindaco reggente ed è divenuto sindaco con le ultime elezioni amministrative, quindi toccherà a lui gestire la pratica stadio. L’investimento complessivo è previsto in circa 180 milioni, e voci insistenti dicono che i Della Valle<br>saranno affiancati da partner cinesi, perché il progetto rientrerebbe in una più vasta operazione di internazionalizzazione del marchio Fiorentina.</p>



<p>Anche nel nuovo governo i cinesi vanno di moda. “Oggi presentiamo un accordo importantissimo”, commentava l’8 maggio scorso a Genova il presidente del Consiglio riferendosi alla partnership siglata tra Ansaldo Energia e Shanghai Electric, l’interlocutore internazionale scelto dal Fondo strategico italiano – una holding di partecipazioni creata per legge (decreto ministeriale 3 maggio 2011, presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ministro dell’Economia Giulio Tremonti [2]), il cui azionista di controllo è il Gruppo Cassa Depositi e Prestiti (una s.p.a. a controllo pubblico) con l’80%, e azionista di minoranza è la Banca d’Italia con il 20%. L’accordo prevede che la multinazionale energetica cinese con base a Shanghai e quotata a Hong Kong acquisti il 40% del capitale della società energetica italiana basata a Genova. È invece del 7 giugno l’annuncio che Matteo Renzi progetta missioni in Cina e Vietnam, in cui si recherà personalmente accompagnato dai rappresentanti di una cinquantina di aziende italiane (ci saranno i Della Valle?).</p>



<p>E se la visita ad Hanoi ha una valore storico (sarebbe la prima volta di un premier italiano in Vietnam, Paese che negli ultimi anni è diventato fonte di attrazione di investimenti esteri), molto più significativo è il valore strategico delle tappe di Shangai e Pechino: nella prima Renzi punta a rilanciare Expo 2015, incontrando, nell’ex padiglione italiano dell’Expo 2010, la comunità d’affari cinese e italiana e partecipando alla presentazione della delegazione cinese, che si è riservata ben tre padiglioni per il prossimo anno a Milano; e nella seconda, ancora più importante, Renzi ha intenzione di incontrare esponenti politici ed economici ai massimi livelli per promuovere gli scambi commerciali. Nella capitale cinese Renzi incontrerà il presidente Xi Jimping, che ha già annunciato la sua presenza a Expo 2015, il primo ministro Li Kequiang, che a ottobre ricambierà la visita ufficiale a Roma, e il governatore della Banca Centrale cinese. Per promuovere l’interazione economica tra i due Paesi, ancora, il presidente del Consiglio ha voluto partecipare mercoledì 11 giugno alla prima riunione del Business forum Italia-Cina, nella sede dell’assemblea nazionale del popolo, insieme al gotha dell’economia cinese e italiana. Con Renzi saranno presenti l’amministratore delegato di Finmeccanica Mauro Moretti, l’ad di Enel Francesco Starace, quello di Unicredit Federico Ghizzoni e una delegazione di imprenditori. A margine del business forum, è attesa la firma una ventina di accordi sia tra i governi che tra le imprese, come quello tra il ministero dello Sviluppo italiano e il gruppo Alibaba (gigante cinese dell’ecommerce).</p>



<p>Ed ecco finalmente spuntare il nome del nuovo banchiere di sistema, Federico Ghizzoni, amministratore del gruppo Unicredit e collega di Luca Cordero di Montezemolo che, oltre a essere presidente della Ferrari, fondatore della società Nuovo Trasporto Viaggiatori (concorrente delle Ferrovie dello Stato) e grande amico di Della Valle, dal 2012 è vicepresidente, membro del comitato permanente strategico e membro del comitato di corporate governance proprio della seconda (per ora) banca italiana.</p>



<p>Ma i legami fra Renzi e Unicredit non passano solo attraverso Della Valle e Montezemolo: la Banca da qualche mese ha raggiunto un accordo con Algebris Investments, un fondo speculativo britannico di cui intende piazzare quote ai propri clienti. Dietro al fondo c’è Davide Serra, piccolo finanziere con base a Londra, molto rispettato nella City, amico e sostenitore del nuovo premier (è intervenuto a sorpresa, applauditissimo, alla Leopolda), per il quale ha organizzato incontri e cene con la comunità finanziaria d’oltre Manica e che viene considerato uno dei suoi principali consiglieri economici. Nel consiglio di Unicredit siede inoltre Lucrezia Reichlin, economista che all’inizio in molti davano come favorita per una poltrona pesante in un ministero economico del nuovo governo. Non è un caso se Erik F. Nielsen, capo economista globale di Unicredit, ha salutato con entusiasmo, in una email indirizzata a tutti gli iscritti alla newsletter della banca, l’ascesa di Matteo Renzi a primo ministro: “Renzi porta energia, determinazione nel riformare l’Italia e capacità di comunicazione. Viviamo tempi emozionanti”.</p>



<p>E Ghizzoni chiariva fin da marzo, in un’intervista a Repubblica, quale sarebbe stata la prima mossa della nuova banca di sistema: acquistare dalle imprese i crediti nei confronti della pubblica amministrazione. “Abbiamo un plafond di 10 miliardi per queste operazioni, ma è stato utilizzato poco perché le pubbliche amministrazioni non certificano i loro debiti. Se con le norme annunciate le certificazioni arriveranno non avremo problemi a rilevare quei crediti”. Le “norme annunciate” di cui parla l’ad di Unicredit sono il cosiddetto “decreto Renzi” (decreto legge 64/2014), che definisce in modo puntuale la procedura attraverso la quale la pubblica amministrazione dal primo luglio 2014 certificherà i crediti verso le imprese.</p>



<p>Una volta certificati, i crediti diventeranno, come previsto dal decreto legge 35/2013, “certi, liquidi ed esigibili”, e le imprese che li detengono potranno cederli, chiederne l’anticipazione alle banche oppure compensarli nei contenziosi tributari. Ovviamente, tranne forse nel caso del contenzioso in cui la controparte è la stessa pubblica amministrazione, le aziende non riceveranno dalla cessione dei crediti l’intero importo loro dovuto: chi li acquista (la banca o un’altra impresa) pagherà un importo decurtato in modo da scontare il tempo che manca al pagamento delle fatture da parte dello Stato e il rischio di insolvenza (che con le nuove norme si è in pratica azzerato). Un profitto sicuro per le banche, uno sponsor felice per il governo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) <em>Le mani sulla politica: centocinquant’anni di finanza cattolica</em>, Giovanna Cracco, Paginauno n. 22/2011</p>



<p class="has-small-font-size">(2) Su Cassa Depositi e Prestiti, cfr. il capitolo <em>Da grande voglio fare l’Iri</em>, in <a href="https://rivistapaginauno.it/le-fondazioni-bancarie-il-furto-pubblico-del-no-profit-privato/" data-type="post" data-id="1653" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Le fondazioni bancarie, il furto pubblico del no profit privato</em></a>, Giovanna Baer, Paginauno n. 20/2011</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Chi ha paura della democrazia?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/chi-ha-paura-della-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2014 10:41:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
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					<description><![CDATA[La riforma della legge elettorale: sistema nuovo, trucchi vecchi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-36-febbraio-marzo-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 36, febbraio &#8211; marzo 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La riforma della legge elettorale: sistema nuovo, trucchi vecchi</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 4 dicembre scorso la Corte Costituzionale ha bocciato la legge elettorale italiana, il cosiddetto&nbsp;<em>Porcellum</em>. “La Corte costituzionale – si legge nella nota diffusa al termine della Camera di consiglio – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei deputati che per il Senato della Repubblica – alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.</p>



<p>La logica della Corte è facilmente comprensibile sulla base non soltanto dello spirito, ma addirittura della lettera della nostra carta costituzionale. Il che pone non pochi interrogativi, fra i quali come sia stato possibile nel 2005 approvare una legge di questo tipo senza che a nessuno (nemmeno al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) giungessero sentori di incostituzionalità, e come sia possibile ancora oggi proporre modelli che vanno nella identica direzione delle norme cassate dalla Corte (1).</p>



<h4 class="wp-block-heading">I premi di maggioranza</h4>



<p>Battezzata come “una porcata” dal suo stesso ideatore, il leghista Roberto Calderoli, in una celebre intervista a Giovanni Sartori (da cui l’appellativo Porcellum), la legge 270/2005 sostituisce i collegi uninominali del&nbsp;<em>Mattarellum</em>&nbsp;(la precedente legge elettorale, basata su un sistema sostanzialmente maggioritario), con circoscrizioni plurinominali di ampie dimensioni (27 alla Camera e 18 al Senato), in cui i seggi disponibili vengono ripartiti proporzionalmente fra le liste concorrenti. Per chiarire la terminologia, un sistema elettorale si dice ‘maggioritario’ quando il voto si esprime in collegi uninominali (che eleggono cioè un solo rappresentante), nei quali sale in carica il candidato che ottiene la maggioranza (assoluta o relativa a seconda delle varianti) dei suffragi, ragion per cui si attribuisce in genere a questo metodo, in virtù della sua netta separazione fra ‘vincitori’ e ‘perdenti’, il pregio di garantire la governabilità; viceversa si dice ‘proporzionale’ il sistema che si esprime in collegi plurinominali (che eleggono cioè più rappresentanti, anche di liste diverse), in cui i seggi disponibili vengono aggiudicati – proporzionalmente, appunto – sulla base dei voti raccolti: il partito (o la coalizione) che ottiene, per esempio, il 60% dei consensi ottiene il 60% dei seggi, quello che ha ottenuto il 20% dei consensi il 20% dei seggi e così via; evidentemente il sistema proporzionale garantisce che tutti (o quasi) gli orientamenti politici degli elettori vengano rappresentati.</p>



<p>Per cercare, almeno in apparenza, di ottenere i pregi di entrambi i sistemi (governabilità e rappresentanza), gli ideatori del Porcellum hanno pensato di affiancare alla base proporzionale un potente correttivo, il premio di maggioranza, calcolato in modo diverso per i due rami del Parlamento. Alla Camera dei deputati il premio scatta qualora la coalizione, o il partito, che ha ottenuto il maggior numero di voti non raggiunga la soglia dei 340 rappresentanti (su un totale di 630), e allora glieli aggiudica ‘a tavolino’: il vincitore a livello nazionale, a prescindere dal risultato elettorale, può dunque contare&nbsp;<em>almeno</em>&nbsp;sul 55% dei deputati; al Senato invece il premio, pur garantendo la stessa percentuale di seggi (il 55%), viene calcolato su base regionale, non nazionale, cioè viene assegnato regione per regione allo schieramento che ha ottenuto più consensi: da qui la possibile schizofrenia parlamentare (puntualmente verificatasi), con maggioranze di segno diverso alla Camera e al Senato.</p>



<p>La domanda sorge spontanea: se quel che si voleva erano maggioranze di governo blindate, perché scegliere il metodo proporzionale? E se invece si intendeva privilegiare la rappresentatività, perché introdurre premi di maggioranza (ancorché incongrui)? Le conseguenze del peggiore degli esiti possibili, cioè ingovernabilità senza rappresentanza, è sotto gli occhi di tutti, eppure in questi otto anni la legge elettorale, disprezzata dai politici di ogni schieramento soltanto a parole, non è mai stata cambiata, né ci sono stati seri tentativi in questo senso. Certo molto ha pesato la posizione ‘conservativa’ della presidenza della Repubblica che ha preferito di volta in volta ricorrere in tutta fretta a governi tecnici o di interesse nazionale (e forse per questo la sua permanenza al Colle è stata prolungata fino a data da destinarsi), invece di prendere atto del fallimento della politica sia nel rappresentare che nel governare il Paese e stimolare la ricerca di percorsi alternativi. Strano però che un amante della nostra Carta come Napolitano non abbia mai avuto modo di rimarcare il fatto che, sebbene gli italiani abbiano in teoria tutti gli stessi diritti a prescindere dalle posizioni politiche (2), il premio di maggioranza del Porcellum (come, del resto, tutti i sistemi maggioritari) determina una sovra-rappresentanza parlamentare dei cittadini che hanno votato per il partito o lo schieramento che si è rivelato vincente, e specularmente una sotto-rappresentanza parlamentare (quando non una totale esclusione, come vedremo più avanti), di chi ha posizioni politiche minoritarie.</p>



<p>Da qui, a nostro avviso, il difetto di costituzionalità: i seggi in più attribuiti al vincitore con il premio di maggioranza vengono infatti presi da quelli che, in virtù del voto popolare, spetterebbero alle minoranze e ai loro elettori. Inoltre, dal momento che la Costituzione stabilisce che la funzione di governo del Paese spetti al presidente del Consiglio (nominato dal presidente della Repubblica) e ai suoi ministri, con la fiducia delle due Camere (3), non si capisce come mai l’onere di trovare un governo stabile debba essere trasferito in capo ai cittadini elettori, comportando per di più la lesione dei loro diritti fondamentali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le soglie di sbarramento</h4>



<p>Se si analizza la legge 270/2005 nei dettagli (e, secondo un vecchio proverbio, il diavolo ama nascondervi la coda), si scopre un altro colpo basso alla sovranità popolare: la definizione dei criteri di esclusione, ossia le cosiddette ‘soglie di sbarramento’. Le soglie di sbarramento sono uno dei correttivi normalmente apportati ai sistemi proporzionali puri per evitare un’eccessiva frammentazione parlamentare, e stabiliscono il peso minimo che un partito deve raggiungere per ottenere la rappresentanza alle Camere. Il Porcellum impone un metodo di calcolo degli esclusi piuttosto complesso, ma sostanzialmente per ottenere seggi alla Camera ogni partito o lista deve raccogliere almeno il 4% dei voti nazionali, mentre ogni coalizione deve ottenere almeno il 10%, e in questo caso le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi quando superano appena il 2% dei voti (cioè la metà di quelle che corrono da sole). Similarmente, per ottenere seggi al Senato ogni partito o lista deve ottenere almeno l’8% dei voti e le coalizioni il 20% (in questo caso su base regionale), mentre le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi quando superano il 3% dei suffragi (qui il livello-soglia è addirittura più che dimezzato).</p>



<p>Una norma così concepita può avere un solo risultato: dal momento che i partiti minoritari si trovano nella condizione – per superare lo sbarramento – di ‘diluire’ la radicalità delle proprie posizioni, vuoi per aumentare il bacino potenziale di consenso (se corrono da soli), vuoi per confluire nelle grandi compagini centriste (di destra o di sinistra), pena la scomparsa dall’arco parlamentare, la varietà delle posizioni politiche rappresentate nelle istituzioni diminuisce drasticamente. Coincidenza strana (ma forse no), questo metodo ricorda molto da vicino quello della legge elettorale in vigore nella regione Toscana, che prevede meccanismi di sbarramento analoghi. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Le liste bloccate</h4>



<p>Il secondo assetto normativo ritenuto incostituzionale dalla Corte, come abbiamo ricordato, è quello relativo alle liste bloccate, cioè all’impossibilità per l’elettore di indicare al momento del voto la sua preferenza per uno o più candidati: l’elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dalle segreterie dei partiti. In questo caso il vizio di incostituzionalità si può rintracciare nella violazione degli articoli 56 e 58 della Costituzione, nella parte in cui si indica, rispettivamente, che “la Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto”, e che “i senatori sono eletti a suffragio universale e diretto”.</p>



<p>Il suffragio diretto consiste nel diritto di tutti i cittadini di eleggere i propri rappresentanti senza deleghe o passaggi intermedi (viceversa il suffragio indiretto è il diritto dei cittadini di eleggere un gruppo ristretto di rappresentanti o delegati aventi diritto, a loro volta, a eleggere i componenti di un determinato organo, come avviene per esempio nelle elezioni presidenziali statunitensi). Con il Porcellum gli elettori non solo non possono scegliere direttamente i propri candidati alle Camere, come imporrebbe la Carta, ma paradossalmente non possono neppure decidere quali saranno le persone deputate a sceglierli: al momento del voto infatti i giochi sono ormai chiusi da tempo, il che è costituzionalmente inammissibile. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Danni collaterali?</h4>



<p>Premi di maggioranza che comportano una fotografia della distribuzione del potere in Parlamento ben distante dalle intenzioni espresse dal Paese reale, soglie di esclusione costruite per tacitare il dissenso esterno alle grandi coalizioni, liste bloccate dalle segreterie per assicurarsi che gli eletti non siano fra quelli in grado di sparigliare i giochi, non stupisce che l’unico significativo risultato ottenuto dal Porcellum sia l’aumento dell’astensione.<br>I dati parlano chiaro: nel 2006 l’affluenza è stata pari all’83,6%, è passata nel 2008 all’80,46% ed è crollata al 75,1% nel 2013. </p>



<p>Un quarto degli italiani dunque non ha visto rappresentate le proprie opinioni politiche nelle liste presenti alle elezioni e ha deciso – parafrasando Indro Montanelli – di non turarsi il naso, ma qualora si sommino (correttamente) le percentuali degli esclusi a causa delle soglie di sbarramento (pari al 4,8% al Senato e 5,3% alla Camera), la quota del Paese che non trova rappresentanza parlamentare sfiora il 30%. Anche nel voto estero il ‘partito dell’astensione’ ha un peso importante: alla Camera, su 3.494.687 aventi diritto, gli elettori votanti sono stati solo 1.039.725, mentre per il Senato, su 3.149.501 aventi diritto, gli astenuti sono addirittura 2.202.478. Se si considera poi che nessuno dei governi espressi dai risultati elettorali del Porcellum è mai arrivato alla scadenza naturale del mandato (neanche quello del centrodestra stravincitore nel 2008), tanto che gli italiani sono stati chiamati alle urne tre volte in meno di sette anni, è lecito chiedersi se non fossero i ‘danni collaterali’ della legge 270/2005 a essere voluti, più ancora che la sua pasticciata governabilità. Infatti, nemmeno dopo la pronuncia della Corte costituzionale, i partiti sembrano intenzionati a fare marcia indietro. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Silvio che vai, Matteo che trovi</h4>



<p>Se l’ispiratore del Porcellum è stato Silvio Berlusconi, è ormai chiaro che il ruolo di mattatore nel riformare la legge elettorale spetterà al nuovo segretario del Pd, il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Il quale non ha intenzione di giocare coperto e ha subito messo in chiaro, con una lettera indirizzata ai leader dei principali partiti datata 2 gennaio 2014, quelle che lui considera le alternative percorribili. Per Renzi, la cui strategia politica sembra essere quella di trasformare il Pd in un&nbsp;<em>brand</em>&nbsp;(di quelli&nbsp;<em>very cool</em>), esisterebbero solo tre strade, frutto della sintesi (come si vedrà ben ragionata) delle ipotesi avanzate dai diversi schieramenti, per superare l’impasse che si è creato dopo la pronuncia della Corte: ancora una volta, l’obiettivo dichiarato a parole è il bene del Paese, che si sostanzia nell’allontanare il più possibile lo spettro dell’ingovernabilità.</p>



<p>La prima strada, quella che Renzi manifestamente preferisce, sarebbe l’estensione al voto parlamentare della legge vigente per l’elezione dei sindaci dei grandi comuni: un modello che prevede un doppio turno di coalizione, con l’eventuale ballottaggio tra i due candidati migliori nel caso nessuno raggiunga la maggioranza assoluta dei consensi al primo turno; alla coalizione vincitrice della tornata elettorale spetterebbe il 60% dei seggi (il 5% in più rispetto al Porcellum), e quelli restanti verrebbero divisi proporzionalmente fra i perdenti, ma con una soglia di sbarramento innalzata al 5%. Il problema di questo modello è che non ci pare elimini i vizi di incostituzionalità: attribuire a chi vince una percentuale di seggi fissa, e per di più così elevata, a prescindere dall’esito elettorale presenta lo stesso identico problema del premio di maggioranza, cioè ‘scolla’ la composizione del Parlamento dal risultato reale del voto, senza dimenticare che una soglia di sbarramento del 5% in un Paese con posizioni frammentate come l’Italia sarebbe davvero deleteria per la rappresentatività delle istituzioni.</p>



<p>La seconda ipotesi renziana è quella di un Mattarellum ‘corretto’. In molti infatti hanno sostenuto come in presenza di una legge elettorale illegittima (il Porcellum), la soluzione più logica sarebbe ritornare al sistema di voto precedentemente vigente. Il Mattarellum (dal nome del suo ideatore Sergio Mattarella) era una legge mista (per 3/4 maggioritaria e per 1/4 proporzionale), elaborata dopo il crollo della prima Repubblica per archiviare una stagione segnata dal proporzionale puro e dall’estrema frammentazione del quadro partitico. Quello proposto da Renzi è invece un Mattarellum ‘modificato’: rimarrebbero i 473 collegi uninominali alla Camera (237 al Senato), equivalenti al 75% dei seggi totali, nei quali vincerebbe il candidato che ottiene la maggioranza relativa; verrebbe invece tolta l’assegnazione proporzionale del 25% dei collegi restanti, per ripartire i seggi residui tra un premio di maggioranza del 15% per il partito (o la coalizione di partiti) vincente (94 seggi alla Camera e 47 al Senato), e un “diritto di tribuna” per le minoranze pari al 10% del totale dei collegi (63 seggi alla Camera e 31 al Senato): il che significa che, a prescindere dal risultato, ai perdenti verrebbe riconosciuto almeno il 10% dei seggi.</p>



<p>Ed è qui che l’articolo di Erika Gramaglia (4) si è rivelato più profetico che mai: in aggiunta all’invenzione del premio di maggioranza, infatti, dobbiamo alla legge Acerbo del 1923 anche l’adozione, per la prima e unica volta, di un diritto di tribuna. Voluta da Benito Mussolini per assicurare al partito fascista una solida maggioranza parlamentare (anche a lui stava a cuore la governabilità), essa disponeva infatti che il partito che avesse ottenuto la maggioranza relativa (e comunque non meno del 25%) dei voti validi a livello nazionale si sarebbe aggiudicato i 2/3 dei seggi totali (cioè il 66% del Parlamento), mentre alle opposizioni era destinato 1/3 dei seggi. Fu proprio grazie alla presenza del diritto di tribuna che i fascisti riuscirono a spacciare questo sistema elettorale come ‘democratico’, in quanto, si diceva, alle minoranze veniva garantita comunque una rappresentanza parlamentare del 33%, anche qualora i suffragi raccolti non arrivassero a 1/3 del totale. Come si vede, Mussolini era forse più garantista di Renzi. Peccato dover rimarcare che nel Mattarellum in salsa fiorentina viene riproposto quel premio di maggioranza che la Corte ha già decretato incostituzionale.</p>



<p>La terza strada praticabile, a giudizio del segretario del Pd, è quella che lui chiama “il sistema spagnolo”: un modello d’impianto proporzionale ma studiato per premiare i grandi partiti con una rappresentanza elevata e omogenea su tutto il territorio. Il sistema elettorale spagnolo è un proporzionale con circoscrizioni molto piccole, e per questo motivo ha dei forti effetti maggioritari, ossia premia i partiti maggiori. Nella versione proposta da Renzi, il territorio italiano verrebbe diviso in 118 piccole circoscrizioni, le quali dovranno esprimere un minimo di quattro deputati (inseriti in liste bloccate) e un massimo di cinque. Per ottenere l’accesso ai seggi bisognerà superare una soglia di sbarramento del 5% su scala nazionale, ed è inoltre previsto un premio di maggioranza pari al 15%, da assegnare alla lista più votata.</p>



<p>In verità questo sistema ha ben poco del modello spagnolo, dove la dimensione media delle circoscrizioni è di circa 7 seggi, ma con le notevoli eccezioni di Madrid (36 seggi), Barcellona (31) e altre province popolose, il che nelle circoscrizioni più grandi aumenta la proporzionalità del sistema, perché anche i partiti più piccoli possono ottenere l’elezione dei propri rappresentanti. Inoltre in Spagna la soglia di sbarramento è al 3% e si applica su base circoscrizionale, quindi incide in sostanza solo nelle due città maggiori (e questo ha permesso a numerosi partiti regionalisti di entrare in Parlamento).</p>



<p>Ma, a prescindere dagli elementi di differenza della terza strada renziana con il sistema spagnolo, non si può non notare che esso incorpora, ancora una volta, sia il premio di maggioranza sia le liste bloccate, già rifiutati dalla Corte Costituzionale. Per ricadere negli stessi errori di sempre, verrebbe da dire, tanto vale mantenere il Porcellum. Con un grosso dubbio a latere: Renzi ci è o ci fa?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Della legge 270/2005 Paginauno si è già occupata nel numero 9/2008 con l’articolo <em><a href="https://rivistapaginauno.it/il-circolo-vizioso/" data-type="post" data-id="1859" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il circolo vizioso</a></em> a firma di Erika Gramaglia, che attraverso il confronto fra le leggi elettorali che si sono succedute in Italia dal 1923 fino al Porcellum mette bene in luce non solo quali fossero le mire reali di chi aveva imposto correzioni sempre più spinte di ordine maggioritario ai criteri di selezione degli organi parlamentari, ma anche come il risultato finale ottenuto rappresentasse una sorta di ‘ossimoro giuridico’. Se ne consiglia la rilettura</p>



<p class="has-small-font-size">(2) Costituzione della Repubblica italiana, art.3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”</p>



<p class="has-small-font-size">(3) Costituzione della Repubblica italiana, articoli 92-96</p>



<p class="has-small-font-size">(4) Cfr. Erika Gramaglia, art. cit.</p>
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