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	<title>repressione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>repressione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fuorche-il-silenzio-trentasei-voci-di-donne-afghane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:50:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
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					<description><![CDATA[Le testimonianze delle donne afghane che dall’agosto 2021 scendono in piazza contro il ritorno del regime dei Talebani, sfidando la prigione e la tortura: la loro voce e i loro racconti per capire cosa significhi essere donna, ieri e oggi, in Afghanistan: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Daniela Meneghini, Nayera Kohestani</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le testimonianze delle donne afghane che dall’agosto 2021 scendono in piazza contro il ritorno del regime dei Talebani, sfidando la prigione e la tortura: la loro voce e i loro racconti per capire cosa significhi essere donna, ieri e oggi, in Afghanistan: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”</p>
</blockquote>



<p><em>L’8 luglio scorso la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso due mandati di arresto (*): il primo per Haibatullah Akhundzada, leader supremo dei talebani, il secondo per Abdul Hakim Haqqani, Presidente della Corte Suprema dei talebani; entrambi sono al potere “almeno dal 15 agosto 2021”, dichiara la CPI, dopo il fallimentare ritiro degli Stati Uniti dal Paese. L’accusa è di aver commesso, “ordinando, inducendo o istigando”, il crimine contro l’umanità di persecuzione per motivi di genere contro donne e ragazze, e di persecuzione per motivi politici contro persone che si op</em><em>pongono alle leggi discriminatorie, “anche passivamente o per omissione”,</em><em> e dunque considerate persone “alleate delle donne e delle ragazze”. Nel dettaglio, Akhundzada e Haqqani hanno “attuato una politica governativa che ha portato a gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali della popolazione civile afghana, in relazione a condotte di omicidio, detenzione, tortura, stupro e sparizione forzata”, prendendo di mira “specificamente donne e ragazze” e negando loro, “attraverso decreti ed editti”, il “diritto all’istruzione, alla privacy e alla vita familiare, nonché alla libertà di movimento, espressione, pensiero, coscienza e religione”. Persecuzione tuttora in corso che “comprende non solo gli atti di violenza diretta, ma anche forme di danno sistemico e istituzionalizzato, inclusa l’imposizione di norme sociali discriminatorie”.</em></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="321" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92.jpg" alt="" class="wp-image-8907" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
</div>


<p><em>Per comprendere il reale significato delle parole della CPI occorre leggere le testimonianze raccolte nel libro </em>Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane<em>, uscito per le edizioni Jouvence nel novembre</em> <em>2</em><em>024, di cui pubblichiamo qui la Premessa e una delle trentasei testimonianze. Non serve aggiungere parole a questi testi. La Premessa – a firma di Daniela Meneghini, docente di Lingua e letteratura persiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia e curatrice dell’edizione italiana – traccia l’appassionata e </em><em>necessaria contestualizzazione; le testimonianze vanno lette. Tutte.</em></p>



<p>“<em>[&#8230;] le donne afghane con le loro proteste hanno rovinato i </em><em>piani occidentali” scrive Mohammad Asef Soltanzadeh, intellettuale</em><em> afghano che ha lasciato il Paese e oggi vive in Danimarca, che firma la Postfazione al libro; “I Paesi occidentali [&#8230;] tagliano e cuciono tutto da soli, non c’è dubbio: loro stessi costruiscono i talebani e poi li combattono, e in seguito con un’altra mossa li rimettono al potere. I Paesi occidentali, abbellendo il volto dei talebani e addolcendo la loro ferocia di fronte al mondo, volevano giustificare il loro agire, ovvero fare una guerra, costruire e poi adoperarsi per una transizione verso la ‘pace’. Da tale prospettiva hanno giurato che i talebani non sono più i talebani del passato mentre lo erano, lo sono e lo saranno. [&#8230;] I talebani hanno privato le donne dei loro diritti di esseri umani e se le donne non avessero messo in atto le loro proteste, state certi che gli occidentali le avrebbero rappresentate come faceva comodo a loro”.</em></p>



<p>“<em>Our silent is due to compulsion, not consent”, scandiscono insieme</em><em> alcune donne nel documentario </em>Shot the voice of Freedom<em> di Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana che ha raccolto le trentasei testimonianze confluite nel libro dopo aver filmato le manifestazioni e la resistenza delle donne contro l’attuale regime talebano: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3e9a418c40854028bc7ec97f54a225f7">Premessa</h4>



<p>Daniela Meneghini</p>



<p>Questo volume rappresenta una proposta unica nel panorama editoriale italiano e rara anche in una prospettiva geografica più ampia. Trentasei donne afgane ci raccontano, in lingua dari (1), ognuna con parole e stile propri, la loro vita fino alla primavera del 2022, il momento in cui Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana, costretta dalla latitanza, chiude le interviste e la raccolta degli scritti delle attiviste. Le donne che incontriamo in questo volume si impegnano, prive di ambizioni letterarie, a dare conto delle loro esistenze e delle loro proteste spinte dall’urgenza di un evento ben preciso: il ritorno dei talebani al governo dell’Afghanistan il 15 agosto del 2021, con la conseguente imposizione di norme che negano alle donne, per l’ennesima volta in quella terra, i più elementari diritti. A tale negazione corrisponde una prassi oppressiva, intimidatoria e violenta di fronte a qualsiasi manifestazione di dissenso. Trentasei donne ci parlano di questo, di come sono arrivate a quell’agosto 2021, radicando i loro racconti in una realtà storica e sociale che non è separabile dal percorso delle loro vite. Nella consapevolezza di quelle radici, le testimonianze partono quasi sempre dall’infanzia – essere bambine, ragazze e poi donne in diversi contesti della società afgana – e arrivano ai giorni delle proteste avviate subito dopo quel 15 agosto. Le proteste sono il filo che lega queste donne, che le unisce nello spirito, nelle azioni, nella solidarietà e nella progettualità; le manifestazioni contro la negazione dei propri diritti fondamentali e la richiesta di libertà sono il denominatore comune di queste testimonianze, sono il disegno finale composto da vite diversissime che si incontrano, si riconoscono e si sostengono in vista di un obiettivo condiviso. A scrivere o a parlare sono nella maggior parte dei casi donne e ragazze che nessuno conosceva, ma che hanno compiuto azioni di enorme coraggio, opponendosi alle armi dei talebani per le strade di Kabul, di Herat, di Mazar-e Sharif, ecc. Ognuna arriva a quel 15 agosto da un percorso proprio, da famiglie di diversa estrazione sociale, culturale ed economica: ogni storia ha dunque la sua specificità, nessuna è uguale all’altra, ma la richiesta di <em>libertà</em> le accomuna indissolubilmente, senza condizioni legate alle origini e alle esperienze vissute. Una parola, <em>libertà</em>, per noi in certa misura usurata, ma densa di senso per le donne afghane che si trovano di fronte a un governo che nega loro la libertà in tutte le sue espressioni basilari: libertà di studio, di movimento, di lavoro, di scelte di vita.</p>



<p>Le donne che scrivono queste testimonianze sono giovani, alcune giovanissime e le loro parole accendono un fuoco se si accetta la sfida di una lettura libera da pregiudizi e da visioni stereotipate: ciò che viene raccontato è di una sincerità toccante e spesso avvolto da una ingenuità e da una innocenza che scuotono. Una lettura senza pregiudizi in questo caso significa una lettura priva della proiezione dei nostri modelli: dei modelli femministi, prima di tutto, del modello culturale e religioso, ovviamente, ma anche priva di qualsiasi idea rigida di libertà e di emancipazione&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887">numero 92</a></p>



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			</item>
		<item>
		<title>John Wainwright. Anatomia di una rivolta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/john-wainwright-anatomia-di-una-rivolta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Carlo Osta L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Carlo Osta</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<p><em>L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher carica di retorica anti-immigrazione. In </em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Anatomia-di-una-rivolta-John-Wainwright.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anatomia di una rivolta</a><em> – pubblicato in Italia da Paginauno – John Wainwright viviseziona la dinamica di un riot e Carlo Osta, nella Postfazione al romanzo che qui pubblichiamo, contestualizzando i fatti e ricostruendoli storicamente, rivolta dopo rivolta ricorda quanto la violenza razziale faccia parte della società britannica.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Gli eventi narrati in <em>Anatomia di una rivolta</em> e la rappresentazione delle dinamiche che scatenano l’episodio di violenza in strada, hanno il loro seme nel contesto di tensione latente della multietnica società britannica. Una storica disarmonia che affonda le sue radici nelle relazioni all’interno della composizione sociale e in una sommersa conflittualità, alimentata da strati di crescente sfiducia verso le istituzioni ufficiali.</p>



<p>Wainwright descrive con precisione il meccanismo attraverso il quale, con la morte di Benjamin Swale, si innesca un vorticoso processo che sfocia nel tentativo di assalto alla centrale di polizia. Una rappresentazione che riporta alla mente i disordini per le strade di Londra nell’agosto del 2011, disordini che nei loro caratteri generali non si discostano dagli eventi immaginati da Wainwright e avvengono in reazione a un fatto, e inserite in un contesto, che delineano la profondità della questione razziale all’interno della storia britannica, seppure con alcune diversità legate al periodo preso in considerazione dallo scrittore.</p>



<p>Il 2011 è un anno denso di eventi per la storia del Regno Unito. A partire da marzo, il conflitto in Libia vede impegnato il contingente britannico in un ruolo di primo piano. In aprile, milioni di persone in ogni parte del mondo assistono alle celebrazioni del matrimonio tra il principe William e Kate Middleton. In luglio, <em>News of the World</em>, il settimanale di proprietà del gruppo Murdoch, interrompe la sua pubblicazione in seguito alle evoluzioni dello scandalo sulle intercettazioni.</p>



<p>Nel pomeriggio di sabato 6 agosto, circa un centinaio di persone stanno marciando verso la centrale di polizia di Tottenham, a Londra, in una manifestazione organizzata per la morte di Mark Duggan, avvenuta pochi giorni prima, in circostanze poco chiare. Il ragazzo, 29 anni e di etnia mista, è stato colpito da un proiettile sparato da un poliziotto, mentre era sotto sorveglianza per un sospettato coinvolgimento in attività criminali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Anatomia-di-una-rivolta-John-Wainwright.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" width="200" height="299" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/wainwright-88.jpg" alt="" class="wp-image-8317"/></a></figure>
</div>


<p>Alle sei di sera, la polizia locale di Tottenham richiede l’invio di rinforzi. Il passaparola riguardante un agente di polizia che ha costretto sul marciapiede una ragazzina di sedici anni colpendola con uno sfollagente, aumenta il livello di tensione. Un’ora più tardi, la centrale è bersagliata dal lancio di pietre e bottiglie, e il pianterreno viene evacuato. Nelle ore successive, inizia un saccheggio ai danni di banche, negozi e altri esercizi commerciali della zona; una folla di circa duecento persone attacca il Tottenham Hale Retail Park, mentre un altro centinaio fa irruzione nel vicino centro commerciale di Wood Green. I disordini continuano per tutta la notte, e nella giornata di domenica si estendono ai quartieri di Enfield, Hackney, Walthamshow e Croydon. Lunedì, violenze avvengono anche in altre città inglesi, a Birmingham, Liverpool, Nottingham e Manchester. Il pomeriggio di mercoledì, con l’incremento degli agenti di polizia a Londra, dai 3.000 di sabato pomeriggio ai 16.000, la situazione ritorna sotto il controllo delle forze dell’ordine.</p>



<p>Questa esplosione di violenza è un fatto straordinario nella storia del Regno Unito. Per quattro giorni migliaia di persone prendono parte ai disordini, e la polizia perde il controllo su una vasta parte del territorio, compresi i due terzi dell’area metropolitana di Londra. Il Parlamento viene convocato d’urgenza e il primo ministro Cameron deve rientrare dalle vacanze all’estero. Cinque sono le vittime civili alla fine dei disordini e circa tremila le persone in stato di arresto.</p>



<p>Ci sono vari motivi per affermare una diversità tra questi episodi e le rivolte razziali degli anni precedenti&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 88</a></p>



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			</item>
		<item>
		<title>Gli Stati Uniti contro Julian Assange</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/gli-stati-uniti-contro-julian-assange/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Assange]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>
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					<description><![CDATA[Collateral murder e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 76, febbraio – marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Collateral murder</em> e il ‘caso svedese’, l’ambasciata ecuadoregna e il carcere britannico, le accuse USA e la sentenza di estradizione: a che punto siamo? Cosa è accaduto e cosa potrà accadere? Perché Assange riguarda il futuro del giornalismo e tutti noi?</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p class="has-drop-cap">WikiLeaks si basa su un modello semplice: chiunque sia in possesso di materiale riservato di “rilevanza politica, diplomatica o etica” può renderlo pubblico, in modo sicuro e rimanendo anonimo. In questo modo, a partire dal 2006 WikiLeaks ha cominciato a pubblicare milioni di documenti segretati su Stati, agenzie e aziende di mezzo mondo, senza rivelare una singola fonte.</p>



<p>Dopo i primi anni lontani dall’attenzione del grande pubblico, a segnare il punto di svolta tra il 2010 e il 2011 sono i più di 700.000 documenti classificati che svelano al mondo i crimini di guerra, le violazioni dei diritti umani e la storia segreta delle relazioni diplomatiche statunitensi. Il potere si sente vulnerabile. L’apparato di intelligence e politico USA – che ha nel mirino l’organizzazione dal 2008, come rivelerà la stessa WikiLeaks (1) – vede una minaccia nel potenziale che porta con sé, perché WikiLeaks diventa un modello. E Assange, il suo fondatore, ne diventa il simbolo. Per quasi nove anni gli Stati Uniti gli danno la caccia, affiancati da Svezia, Gran Bretagna ed Ecuador (perché a <em>nessun potere</em> può piacere WikiLeaks) finché nel 2019 viene arrestato, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e portato a processo in un tribunale inglese: gli americani vogliono che sia estradato, pretendono che gli venga consegnato.</p>



<p>Il 4 gennaio 2021 il giudice britannico nega l’estradizione. Il 10 dicembre la Corte di appello ribalta la sentenza. A fine gennaio 2022 la notizia che gli sarà permesso presentare ricorso presso la Corte Suprema inglese.</p>



<p>Più di dieci anni fa Assange ha iniziato a combattere per la sua libertà. Oggi lotta, letteralmente, per la sua vita.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collateral murder</h4>



<p>Baghdad, 12 luglio 2007. Saeed Chmagh è steso a terra, gravemente ferito. Sta provando a rialzarsi, a trascinarsi sulle braccia per trovare un riparo, ma stenta perfino a muoversi. «Forza bello! Tutto ciò che devi fare è raccogliere un’arma&#8230;» Saeed è un assistente operatore della Reuters che, insieme al collega e fotoreporter Namir Noor-Eldeen, quella mattina si trova nel distretto Est della capitale irachena. Con una fotocamera a tracolla, stanno camminando insieme a una decina di altri uomini – disarmati – in una zona scoperta, sorvolata da due elicotteri Apache dell’esercito USA. Appena i militari li avvistano chiedono al commando a terra il permesso di ingaggio: «Abbiamo cinque o sei individui con AK-47». I piloti girano intorno a un edificio fino ad avere la visuale libera. Saeed sta parlando al telefono, Namir si sta sistemando la fotocamera in spalla e insieme agli altri uomini si sono raggruppati vicino all’ingresso dell’edificio. «Falli fuori, forza spara!» Quattro raffiche in quindici secondi: muoiono tutti sul colpo, tranne Saeed. I militari lo tengono sotto mira, aspettano un pretesto per poter procedere. È a terra in mezzo alla polvere a pochi metri dai corpi dei suoi compagni, sparsi tra le macerie. Sul posto arriva un uomo a bordo di un furgone, seduti di fianco a lui ci sono due bambini, i suoi figli. Il padre, insieme a due passanti, ha avvistato Saeed e si è fermato a soccorrerlo: ciò che aspettavano i militari: «Dai! Lasciateci sparare!» Il van viene crivellato dai colpi. Saeed, il padre e gli altri due uomini vengono uccisi. I due bambini, gravemente feriti, vengono portati poco dopo in un ospedale locale dalle truppe USA giunte sul posto. «Beh, colpa loro se portano i bambini in battaglia.»</p>



<p>Le immagini, riprese dalla cabina di pilotaggio di un elicottero militare statunitense durante la guerra in Iraq e rimaste segrete – nonostante la richiesta di accesso della Reuters, che voleva far luce sulla morte dei suoi due reporter – vengono rese pubbliche il 5 aprile 2010, a conflitto in corso. Al National Press Club, di fronte ai giornalisti, Julian Assange, co-fondatore e caporedattore di WikiLeaks, sta mostrando passo dopo passo l’uccisione a sangue freddo di almeno diciotto civili iracheni da parte dell’esercito americano. Il video, spiega, è stato ottenuto da una fonte anonima interna all’apparato militare: “Questo manda un messaggio: ci sono persone tra i militari americani a cui non piace quello che sta accadendo” (2).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Leaks</h4>



<p>“Sono verosimilmente tra i documenti più importanti del nostro tempo, alzano il velo sul conflitto e mostrano la vera natura delle guerre asimmetriche del ventunesimo secolo. Buona giornata” (3). È il febbraio 2010 quando Chelsea Manning (Bradley, ai tempi) contatta WikiLeaks. In quanto analista di intelligence dell’esercito statunitense coinvolto nei conflitti in Afghanistan e Iraq, ha accesso a migliaia di documenti classificati del settore militare. Nel 2009 le viene chiesto di creare i back up dei <em>Significant Activity Reports</em>, le informazioni raccolte e trasmesse durante la guerra dalle truppe americane. In un primo momento è previsto il dislocamento della sua unità in Afghanistan, ma successivamente viene ricollocata in Iraq, così Manning comincia a raccogliere documenti su entrambi i conflitti. </p>



<p>Ben presto, però, si rende conto della portata storica delle informazioni che contengono e dell’impatto che possono avere sulle guerre in corso: migliaia di uccisioni di civili da parte delle forze della coalizione USA non riportate nelle statistiche ufficiali; tortura dei detenuti; violazione del codice di condotta; crimini di guerra. “Credo che se l’opinione pubblica, specialmente quella americana, avesse avuto accesso a quelle informazioni si sarebbe potuto instaurare un dibattito interno sul ruolo dei militari e della nostra politica estera”, dichiarerà in seguito (4). Decide perciò di rendere pubblici i file e prova a contattare Washington Post e New York Times, senza ricevere risposta. A quel punto si rivolge a WikiLeaks: attraverso un canale criptato, invia circa 91.000 documenti relativi ai diari di guerra dei soldati americani in Afghanistan e 390.000 sui diari di guerra in Iraq negli anni tra il 2004 e il 2009. Ma non solo: il video conosciuto poi come <em>Collateral Murder</em>, le regole di ingaggio dei militari statunitensi nel conflitto iracheno, 250.000 cablo della diplomazia statunitense del periodo 1966-2010 (il cosiddetto Cablegate) e i report interni sui detenuti della prigione USA di Guantanamo.</p>



<p>Manning trasmette i file in via anonima, ma commette un errore. In una chat con un ex hacker, Adrian Lamo, confida di essere la fonte delle rivelazioni e Lamo denuncia tutto alle autorità USA. Manning viene arrestata, in Kuwait, a maggio 2010. Nel 2013 viene condannata a 35 anni di carcere – la condanna più severa nella storia americana per un caso di rivelazione ai media di informazioni riservate – poi commutati da Obama nel 2017 e ridotti a 7 anni di detenzione.</p>



<p>Nonostante l’arresto di Manning, tra il 2010 e il 2011 WikiLeaks pubblica tutto, e tutto il mondo comincia a parlare di WikiLeaks. Ma soprattutto, WikiLeaks e il suo fondatore Assange attirano l’attenzione della prima potenza globale. “Condanniamo WikiLeaks per indurre gli individui a infrangere la legge, rivelare documenti classificati e condividere quelle informazioni segrete col mondo, inclusi i nostri nemici, come se niente fosse” è la dichiarazione del Pentagono (5); “Queste rivelazioni non sono solo un attacco agli interessi di politica estera americani, sono un attacco alla comunità internazionale” sono le parole di Hillary Clinton, Segretario di Stato dell’amministrazione Obama, in seguito al Cablegate (6); “Mettono a rischio la vita delle persone, minacciano la nostra sicurezza nazionale e indeboliscono i nostri sforzi di lavorare insieme agli altri Paesi per risolvere problemi condivisi”.</p>



<p>Sistemata Manning con una pena esemplare, agli Stati Uniti rimane da risolvere il problema Assange.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Origini australiane</h4>



<p>Julian Assange nasce nel 1971 a Townsville, Australia. I primi anni di vita li trascorre spostandosi di città in città insieme ai genitori, due artisti di teatro anticonformisti, immerso nella controcultura australiana degli anni ’70. Cresce con una spiccata formazione antiautoritaria, frequenta più di trenta scuole diverse e si appassiona ben presto di informatica e programmazione, diventando uno dei più abili hacker del Paese. A sedici anni, con lo pseudonimo Mendax, costituisce insieme ad altri due hacker il gruppo “International Subversives” e i tre riescono a intromettersi – tra gli altri – nel sistema informatico della US Airforce, della NASA e in quello del Dipartimento della Difesa statunitense, grazie a una backdoor di accesso al centro di coordinamento per la sicurezza di MILNET, il network dell’esercito USA. “Ne abbiamo avuto il totale controllo per più di due anni”, racconterà all’emittente svedese SVT Play (7). Nel 1991, all’età di vent’anni, viene incriminato dalla polizia federale australiana per aver hackerato Nortel, compagnia di telecomunicazioni canadese, ma viene condannato solo a pagare duemila dollari di multa. “Non ci sono prove che si sia trattato di nient’altro che di una sorta di intelligente curiosità” afferma il giudice (8). </p>



<p>L’attivismo politico comincia a prendere forma negli anni successivi. Tra il 1993 e il 1994 dà vita a un’organizzazione per i diritti civili contro la corruzione del governo dello Stato di Victoria e – come racconta il libro <em>Underground</em>, di cui è co-autore – assume il ruolo di “canalizzatore di documenti riservati”, facilitando le indagini. Negli stessi anni diventa anche amministratore di Suburbia, uno dei primi fornitori australiani di servizi internet che ospita numerose mailing list (create dallo stesso Assange) e svariati forum di discussione per gruppi di artisti e attivisti. In quel periodo, un utente di Suburbia pubblica alcuni documenti riservati della Chiesa di Scientology e l’organizzazione reagisce minacciando azioni legali: in risposta, Assange si unisce alla mailing list Cypherpunks – comunità di attivisti che considerano l’uso della crittografia e delle tecnologie di privacy come via per il cambiamento politico – e organizza una protesta contro la Chiesa. “Il loro peggior nemico in questo momento non è una persona o un’organizzazione, ma un mezzo – Internet. Internet è per sua stessa natura una zona libera dalla censura. [&#8230;] La battaglia contro la Chiesa”, scrive Assange, “riguarda la soppressione di Internet e della libertà di espressione da parte delle aziende private. Riguarda la proprietà intellettuale e lo scontro di grandi e ricchi contro piccoli e intelligenti” (9).</p>



<p>Nel 1999 registra il dominio leaks.org – “avevo capito il valore della rivelazione di informazioni riservate da parecchio tempo” (10) – e col tempo si avvicina anche all’attività giornalistica: nel 2007 diventa membro della Sezione stampa della Media Entertainment &amp; Arts Alliance, l’associazione dei giornalisti australiana (11), e ottiene il tesserino della International Federation of Journalists, la più grande organizzazione mondiale di giornalisti (12).</p>



<p>È seguendo quella che è la sua vocazione, costruita pezzo dopo pezzo nel corso degli anni, che nel 2006 arriva a un punto di svolta. Insieme a un ristretto gruppo di attivisti conosciuti online e provenienti da diverse parti del mondo, fonda WikiLeaks, “un servizio pubblico progettato per proteggere whistleblower, giornalisti e attivisti che vogliono comunicare materiale sensibile all’opinione pubblica”, come recitava il sito nel 2007 (13). Organizzata con server distribuiti in tutto il globo e basandosi su un sistema complesso di crittografia per garantire l’anonimato delle fonti – ai tempi una novità, mentre oggi viene utilizzato dalle organizzazioni giornalistiche di tutto il mondo – WikiLeaks fonda la propria ragion d’essere sulla pubblicazione e diffusione di documenti riservati o classificati. “Crediamo che la trasparenza nelle attività governative porti a minor corruzione, migliori governi e democrazie più forti.”</p>



<p>Inizialmente l’idea del gruppo si basa sul contributo anonimo di utenti volontari per analizzare l’autenticità dei documenti e realizzare articoli di analisi, ma presto Assange si accorge della necessità di rivolgersi a testate giornalistiche strutturate per avere un supporto nella pubblicazione dei file: iniziano così le collaborazioni con Guardian, New York Times, Washington Post, Le Monde, Der Spiegel, L’Espresso, solo per citarne alcuni. Nel 2007 WikiLeaks inizia a farsi conoscere con la pubblicazione dei documenti che svelano la corruzione e i milioni di dollari schermati in proprietà e conti bancari esteri da parte della famiglia dell’ex presidente del Kenya Daniel Arap Moi. Sempre nello stesso anno, il sito svela le procedure operative standard della prigione statunitense di Guantanamo, mentre l’anno successivo vengono rivelati i dati dei clienti della filiale alle Isole Cayman della banca svizzera Julius Baer, i dettagli del portafoglio crediti della fallita Kaupthing Bank islandese, più di mille documenti su Scientology e un report realizzato dalla Commissione nazionale per i Diritti Umani kenyota sull’uccisione arbitraria e la sparizione di civili per mano della polizia. Nel 2009 viene allo scoperto il Minton Report, uno studio che rivela l’inquinamento tossico disperso in Costa d’Avorio dalla multinazionale Trafigura.</p>



<p>Fino a questo momento, nonostante le molte pubblicazioni, WikiLeaks è ancora una realtà quasi sconosciuta al grande pubblico. È con le prime rivelazioni dei file ottenuti da Chelsea Manning che arriva la svolta e WikiLeaks diventa un fenomeno globale: ad aprile 2010 la rivelazione di <em>Collateral Murder</em>, a luglio gli Afghan War Logs, a ottobre gli Iraq War Logs e a novembre i primi cablo della diplomazia USA, poi pubblicati interamente nel 2011 insieme ai file sui detenuti di Guantanamo.</p>



<p>Ma il 2010, oltre a portare alla fama planetaria WikiLeaks, è anche l’anno in cui gli Stati Uniti iniziano a dare la caccia ad Assange, l’uomo simbolo della rivoluzione informativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Parte la caccia: il caso svedese</h4>



<p>La ricostruzione dei fatti – possibile grazie all’analisi dei documenti ufficiali operata da Nils Melzer, inviato speciale ONU sulla tortura (14), e all’accesso agli atti delle autorità svedesi ottenuto nel 2015 dalla giornalista Stefania Maurizi – ci porta ad agosto 2010. Assange si trova in Svezia per una conferenza, WikiLeaks ha da poco pubblicato i diari sull’Afghanistan. Durante la permanenza nel Paese scandinavo conosce due donne, S.W. e A.A. Il 20 agosto entrambe si recano in una stazione di polizia e una di loro, S.W., dichiara di aver avuto un rapporto sessuale consensuale non protetto con Assange e chiede se sia possibile obbligarlo a fare il test dell’HIV. La polizia trascrive la dichiarazione della donna e la informa che procederà con un mandato d’arresto per Assange per sospetto stupro. S.W. a quel punto rifiuta di procedere con l’interrogatorio e scrive a un’amica spiegando l’accaduto e di non avere alcuna intenzione di incriminare Assange. La donna torna a casa e due ore dopo su Expressen – un tabloid svedese – esce la notizia di Assange sospettato di aver commesso due stupri: anche la seconda donna infatti, A.A., rilascia una dichiarazione alla polizia, ma il giorno dopo, il 21. Dice di aver avuto un rapporto consensuale protetto con il fondatore di WikiLeaks e di essersi accorta a fine rapporto che il profilattico era rotto: come prova fornisce un preservativo che, però, non presenta tracce di DNA né di Assange né della stessa donna. La notizia che appare sul tabloid, evidentemente, è in contraddizione con le dichiarazioni di S.W. e oltretutto viene rilanciata il giorno prima che A.A. rilasci la sua testimonianza.</p>



<p>Passa qualche giorno e il procuratore capo decide di sospendere l’investigazione per stupro per quanto riguarda S.W., per assenza di prove che fosse stato realmente commesso un crimine, mentre il caso di A.A. rimane sotto indagine per sospette molestie sessuali. Assange si presenta alla stazione di polizia per rilasciare una dichiarazione il 30 agosto, mentre il supervisore dell’agente di polizia che ha tenuto l’interrogatorio di S.W. chiede che le dichiarazioni della donna vengano riscritte e sulla base di queste – mai firmate dalla donna – il 2 settembre il caso viene riaperto. Assange – che ora si trova indagato per stupro, molestie e coercizione illegale – chiede nuovamente di essere sentito, ma nelle tre settimane successive le autorità svedesi non riescono a organizzare una data per la testimonianza. A quel punto, chiede e ottiene il permesso per andare a Berlino per tenere una conferenza, ma il giorno della partenza le autorità svedesi emettono un nuovo mandato d’arresto. Assange riesce comunque a raggiungere Londra e nel mentre i suoi avvocati lo informano che gli Stati Uniti hanno aperto un’investigazione segreta nei suoi confronti e ad Alexandria (Virginia), un Grand Jury sta valutando la presenza di elementi sufficienti per incriminarlo per cospirazione, insieme a Chelsea Manning, nella rivelazione di file segreti dell’esercito USA (15). È una notizia non ufficiale che gli avvocati apprendono da fonti svedesi, ma il sospetto – come vedremo – si rivela essere fondato. Alla luce di questo, Assange chiede alla Svezia la garanzia diplomatica che non verrà estradato negli USA, ma le autorità rifiutano con il pretesto che gli Stati Uniti non hanno ancora avanzato alcuna richiesta formale di estradizione. Assange chiede allora di essere interrogato a Londra o in video, ma anche questa opzione viene rispedita al mittente.</p>



<p>Tra ottobre e novembre, intanto, WikiLeaks prosegue con la pubblicazione degli Iraq War Logs e dei primi cablo della diplomazia americana.</p>



<p>A fine novembre la Svezia emette un mandato d’arresto attraverso l’Interpol – Assange diventa quindi un ricercato internazionale sulla base di un’indagine per sospetto stupro che chiaramente non sta in piedi – e il 30 dello stesso mese l’Interpol rende pubblico un “red notice” nei confronti del fondatore di WikiLeaks, attraverso cui le autorità svedesi chiedono che venga estradato nel loro Paese per essere interrogato.</p>



<p>Ai primi di dicembre 2010 Assange si consegna alla polizia a Londra, che lo arresta: fa appello in tribunale contro la richiesta di estradizione della Svezia per timore di essere poi consegnato alle autorità statunitensi – che non hanno ancora formalizzato ufficialmente alcuna indagine o accusa – e dopo una settimana viene rilasciato su cauzione e messo agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, coprifuoco dalle 22 alle 8 e obbligo quotidiano di presentarsi alla polizia. Da alcuni tra i documenti ottenuti da Stefania Maurizi (16) si scopre che circa un mese dopo, a gennaio 2011, il Crown Prosecution Service britannico contatta la controparte svedese: sconsiglia di interrogare Assange in Gran Bretagna, esortando a farlo “solamente dopo che si fosse consegnato alla Svezia e di sentirlo in base alle leggi svedesi”. Le autorità scandinave rimangono in attesa della sentenza sulla richiesta di estradizione, rifiutando di raggiungere Londra.</p>



<p>Nel frattempo, con l’aumentare della pressione politica e istituzionale negli Stati Uniti, giganti finanziari come Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union bloccano le donazioni in favore di WikiLeaks, portando alla sospensione delle pubblicazioni per mancanza di fondi (il blocco verrà superato, anche grazie alle donazioni in bitcoin, solo due anni dopo).</p>



<p>Trascorrono 18 mesi tra tempistiche legali e nel giugno 2012 la Corte Suprema inglese boccia il ricorso, il fondatore di WikiLeaks deve essere estradato in Svezia entro dieci giorni. Il rischio di finire nelle mani degli americani si fa concreto. Il 19 giugno, chiuso in una stanza d’hotel, Assange si prepara per quella che probabilmente è la sua ultima possibilità di sfuggire a un destino che ormai appare segnato: si tinge i capelli, mette un paio di lenti a contatto colorate, due orecchini neri e in sella a una moto si confonde per le strade di Londra. Destinazione Knightsbridge, il quartiere residenziale dove ha sede l’ambasciata dell’Ecuador (17).</p>



<h4 class="wp-block-heading">(Soprav)vivere in ambasciata</h4>



<p>“Sono qui oggi perché non posso essere lì con voi oggi” (18). Assange, affacciato al balcone, si rivolge alla folla di sostenitori raccolta all’incrocio con Basil Street. Sono passati due mesi da quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoregna e il governo di Rafael Correa gli ha appena garantito asilo politico. “Chiedo al presidente Obama di fare la cosa giusta. Gli Stati Uniti devono rinunciare a questa caccia alle streghe contro WikiLeaks.” Ritiene che il caso aperto contro di lui in Svezia sia solo un mezzo per arrivare alla sua estradizione negli USA e per questo il governo sudamericano lo considera un rifugiato politico. La polizia londinese pattuglia tutto il perimetro dell’ambasciata, giorno e notte. Ha violato le condizioni degli arresti domiciliari non presentandosi in tribunale e non appena metterà un piede fuori dall’ambasciata, fanno sapere le autorità britanniche, verrà arrestato. E Assange, un piede fuori, non lo metterà per i successivi sette anni.</p>



<p>Durante la sua permanenza nella sede diplomatica ecuadoregna, le pubblicazioni di WikiLeaks non si fermano: nel 2012 i Syria files; nel 2015 le comunicazioni del Ministero degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita e le rivelazioni sulla sorveglianza di capi di Stato, ministri degli Esteri e grandi aziende da parte della National Security Agency statunitense; nel 2016 le email dell’AKP, il partito del presidente turco Erdoğan, i documenti sulle operazioni di estrazione mineraria condotte da aziende occidentali e cinesi nella Repubblica Centraficana, le email del Partito Democratico statunitense e quelle di Hillary Clinton in veste di Segretario di Stato; nel 2017 le email della campagna presidenziale di Macron, i <em>Russia spy files</em> sulla Russia di Putin e <em>Vault 7</em>, i documenti confidenziali della CIA che svelano l’arsenale di hacking in mano all’agenzia d’intelligence e la sorveglianza globale dei dispositivi iPhone, Android, Windows e degli smart TV Samsung.</p>



<p>Se da un lato il Gruppo di lavoro sulla Detenzione Arbitraria delle Nazioni Unite dichiara nel 2015 che Assange “è stato detenuto arbitrariamente dai governi di Svezia e Gran Bretagna” a partire da dicembre 2010 e che “ha diritto alla libertà di movimento e a una compensazione” (19), dall’altro gli Stati Uniti non mollano la presa, anzi. Con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump avviene un deciso cambio di passo: sebbene nella campagna presidenziale del 2016 Trump elogi più volte il sito di Assange – “I love WikiLeaks” – per le rivelazioni sul partito Democratico e su Hillary Clinton, sua avversaria elettorale, una volta insediatasi l’amministrazione assume toni ben diversi. Soprattutto per voce del neo direttore della CIA Mike Pompeo e soprattutto dopo la pubblicazione di <em>Vault 7</em>: “È arrivato il momento di chiamare WikiLeaks per quello che è”, afferma ad aprile 2017 durante la sua prima apparizione da capo della CIA, “un servizio di intelligence ostile non statale” (20). A ottobre, durante un summit sulla sicurezza nazionale a Washington, paragona WikiLeaks ad al-Qaeda e ISIS: “Ho parlato di questi attori non statali, e non si tratta solo di WikiLeaks. [&#8230;] Sono un’enorme minaccia, stiamo lavorando per eliminarla”. Assange? “Un ciarlatano, un codardo che si nasconde dietro uno schermo” (21). Sulla stessa lunghezza d’onda Jeff Sessions, il Procuratore generale, che definisce il caso Assange “una priorità” e chiarisce che “se sarà possibile procedere legalmente, cercheremo di mettere un po’ di persone in prigione” (22), perché “questa moda dei <em>leaks</em> deve finire” (23).</p>



<p>Ma l’ostilità da parte dell’intelligence statunitense si manifesta anche per vie, si direbbe, insospettabili. Per lo meno stando alla testimonianza rilasciata al processo di estradizione da due ex impiegati della UC Global (24), azienda spagnola di proprietà di David Morales incaricata dal 2015 dai servizi segreti ecuadoregni di occuparsi della sicurezza e della sorveglianza dell’ambasciata di Londra. Essendo l’unico vero contratto che la società ha in essere, raccontano i due testimoni, Morales nel 2016 vola a Las Vegas per partecipare a una fiera sulla sicurezza e cercare nuovi clienti. Di lì a poco sigla un contratto con la Las Vegas Sands, azienda di proprietà di Sheldon Adelson (miliardario Repubblicano sostenitore della campagna presidenziale di Trump), apparentemente per la gestione della security del suo yacht di lusso. Una volta tornato in Spagna, però, Morales raccoglie i suoi dipendenti e comunica che hanno fatto il salto di qualità, che da quel momento iniziano a “giocare in serie A”: spiega di essere passato “al lato oscuro” e fa riferimento alla nuova collaborazione con gli “amici americani” – che specifica essere l’“intelligence USA” – per raccogliere e trasmettere informazioni sensibili su Assange. </p>



<p>A questo scopo, Morales incarica i suoi dipendenti di sostituire le telecamere a circuito chiuso dell’ambasciata londinese con altre in grado di registrare i suoni e di abilitarle alla trasmissione in streaming, e di installare due microfoni nascosti: l’obiettivo prioritario è registrare gli incontri del fondatore di WikiLeaks con gli avvocati. Morales, stando sempre alle dichiarazioni dei due testimoni, riesce a ottenere perfino le impronte digitali di Assange, commissiona un’analisi calligrafica di alcuni suoi documenti e pianifica di rubare il pannolino di un bambino che spesso fa visita in ambasciata con la madre, per poter stabilire se è figlio di Assange: tutto per conto degli “amici americani”. Morales istruisce poi i dipendenti di modo che venga neutralizzato un dispositivo usato da Assange per disturbare eventuali registrazioni (di cui sospettava fortemente) e permettere così il funzionamento dei microfoni laser utilizzati dall’intelligence USA dall’esterno dell’ambasciata. L’intero materiale ottenuto dalle attività di spionaggio viene trasmesso tramite un server accessibile dagli Stati Uniti o personalmente da Morales.</p>



<p>Non è tutto. Morales riferisce ai suoi sottoposti le “misure estreme” che gli americani hanno suggerito per porre fine alla presenza di Assange in ambasciata: lasciare aperta una porta dell’edificio per permettere il rapimento del fondatore di WikiLeaks e, addirittura, la possibilità di avvelenarlo. Un articolo di <em>yahoo!news</em> di settembre 2021 (25), basato su alcune conversazioni con più di trenta ex funzionari statunitensi, conferma questo racconto e riporta che nel 2017 tra “alcuni alti funzionari della CIA e dell’amministrazione Trump” ci sono state “discussioni circa l’assassinio o il rapimento di Assange”. Il piano non vedrà mai la luce, ma lascia intendere quanto sia disperata la situazione agli occhi di Washington.</p>



<p>Nel frattempo il caso svedese rischia di implodere. Le accuse sono deboli e le prove inconsistenti. È stato montato mediaticamente, ma di concreto ha ben poco. Tra il 2012 e il 2013 le stesse autorità svedesi valutano più volte di abbandonare l’indagine preliminare contro il fondatore di WikiLeaks e di far cadere la richiesta di estradizione. “La legge svedese impone che le misure coercitive siano proporzionate”, scrive il pubblico ministero scandinavo alla controparte britannica, come rivelato dalle email ottenute da Stefania Maurizi. Il Crown Prosecution Service, però, insiste perché l’indagine non venga chiusa: “Non azzardatevi a tirarvi indietro!”. Fedele alla linea, la Svezia mantiene aperto il caso. Dopotutto, come ammettevano le stesse autorità inglesi un anno prima, in un altro scambio email, “non pensiate che questo caso venga trattato come qualunque altra estradizione” (26). Ma dopo quasi sette anni di nulla di fatto, senza un’accusa formalizzata, le autorità svedesi decidono finalmente di chiudere il caso Assange.</p>



<p>Siamo ormai nel 2017 e le condizioni di salute del fondatore di WikiLeaks peggiorano. Da dicembre 2010 è privato della libertà, da giugno 2012 è confinato tra le mura dell’ambasciata ecuadoregna, costantemente sotto pressione e nel mirino delle autorità svedesi, britanniche e statunitensi. Due medici riescono a visitarlo approfonditamente nella sede diplomatica e concludono, denunciandolo in un articolo sul Guardian, che “il continuato confinamento è per lui fisicamente e mentalmente pericoloso e una chiara violazione del suo diritto umano ad avere accesso alle cure” e chiedono che gli venga garantito un accesso sicuro all’assistenza medica britannica (27). L’ennesimo appello che rimane sospeso nel vuoto. L’orizzonte, per Assange, è sempre più buio.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il nemico in casa</h4>



<p>Il 2 aprile 2017 l’Ecuador elegge il suo nuovo presidente: Lenín Moreno, il candidato di Alianza País ed ex vicepresidente del governo di Rafael Correa. Pur facendo parte dello stesso schieramento politico del predecessore, una volta eletto Moreno si discosta dalle politiche progressiste del governo socialista uscente e dal suo stesso programma elettorale. Il Paese latinoamericano inizia così una rapida trasformazione, attraverso politiche economiche neoliberali – favorite anche da un prestito da 4,2 miliardi del Fondo monetario internazionale – e un avvicinamento sempre più netto agli interessi degli Stati Uniti: il governo Moreno abbandona l’Unione delle Nazioni Sudamericane (organizzazione intergovernativa nata nel 2008 durante la ‘marea rosa’ socialista), riconosce ufficialmente Juan Guaidó – l’autoproclamatosi presidente del Venezuela tanto caro a Washington – e autorizza l’apertura sul suolo nazionale di un nuovo ufficio per la cooperazione sulla sicurezza con gli Stati Uniti. Ma soprattutto, cambia atteggiamento nei confronti di quello che agli occhi degli americani è un <em>asset</em> particolarmente prezioso: Julian Assange.</p>



<p>A marzo 2018 il governo Moreno afferma che “il comportamento di Assange, con le sue dichiarazioni sui social network, mette a rischio le buone relazioni che il Paese intrattiene con il Regno Unito, il resto degli Stati dell’Unione europea e le altre nazioni” (28) e blocca ogni possibilità per il fondatore di WikiLeaks di comunicare via internet o telefono con l’esterno dell’ambasciata, oltre a imporgli il divieto di incontrare chiunque al di fuori dei suoi legali.</p>



<p>Il 28 giugno 2018, intanto, il vice presidente USA Mike Pence vola in Ecuador per un incontro con Lenín Moreno e, sollecitato anche da una lettera di dieci senatori Democratici che lo invitano a sollevare la questione Assange “in un momento in cui WikiLeaks continua i suoi sforzi per minare i processi democratici in tutto il mondo” (29), tramite la Casa Bianca conferma di aver avuto una “conversazione costruttiva” sul caso (30).</p>



<p>L’11 ottobre, dopo sette mesi di blocco delle comunicazioni, con una decisione unilaterale l’ambasciata formalizza un nuovo protocollo che delinea le condizioni a cui Assange deve attenersi perché non gli venga revocato l’asilo politico: divieto di esprimere opinioni politiche, accesso a Internet condizionato, potere di veto sulle visite e la possibilità per i funzionari dell’ambasciata o le autorità britanniche di sequestrare materiale appartenente a lui o ai suoi visitatori (31). Pochi giorni dopo, il 16 ottobre, in una lettera indirizzata al presidente Moreno, la commissione Affari Esteri del Congresso statunitense delinea la condizione necessaria per poter procedere a una rinnovata cooperazione e assistenza economica con l’Ecuador: risolvere la questione Assange. “È evidente che il sig. Assange sia un pericoloso criminale e una minaccia per la sicurezza internazionale”, scrivono i deputati, chiarendo che “sarà molto difficile per gli Stati Uniti far avanzare le nostre relazioni bilaterali fino a quando il sig, Assange non sarà consegnato alle autorità competenti” (32).</p>



<p>Mentre la pressione su Assange aumenta, a novembre i procuratori americani svelano per errore – la notizia non doveva essere pubblica – che nella Corte distrettuale di Alexandria (Virginia) è stata depositata un’incriminazione contro il giornalista australiano: in un documento di tre pagine datato 22 agosto 2018 relativo al caso di un certo mr. Kokayi, a pagina due si legge che la <em>segretezza</em> dell’incriminazione è necessaria per “mantenere confidenziale il fatto che Assange è stato messo sotto accusa” (33). È la conferma di quanto gli avvocati di Assange avevano informalmente saputo già nel 2010. Soltanto due mesi dopo Chelsea Manning – uscita dal carcere nel 2017 – riceve un mandato di comparizione per testimoniare davanti a un Grand Jury nella stessa Corte di Alexandria: il mandato non specifica quali saranno i temi oggetto della testimonianza, ma viene immediato collegarlo al caso contro il fondatore di WikiLeaks. Per questa ragione Manning rifiuta di testimoniare e viene condannata alla reclusione per “oltraggio alla Corte”: fino a quando non rilascerà la testimonianza o il Grand Jury avrà terminato i lavori, resterà in carcere (34).</p>



<p>Il clima in ambasciata si fa sempre più teso. A marzo 2019 WikiLeaks rilancia in un tweet (35) la notizia dell’apertura di un’indagine per corruzione contro il presidente Moreno da parte del Parlamento ecuadoregno in seguito alla pubblicazione degli INA Papers, una serie di documenti che svelano un sistema di corruzione, riciclaggio e frode fiscale portato avanti per mezzo di una rete di società offshore tra cui la INA Investment Corp, azienda creata nel 2012 dal fratello del presidente Moreno e di cui era parte – tra gli altri – anche la moglie. Lo scandalo degli INA Papers viene pubblicato da due giornalisti di La Fuente e dal sito dedicato inapapers.org, WikiLeaks riporta semplicemente la notizia dell’indagine parlamentare. Ma il governo sudamericano ne approfitta e usa il tweet come pretesto: accusa Assange e WikiLeaks di essere i responsabili delle rivelazioni. “È assolutamente vergognoso, riprovevole, mostra Assange per quello che è&#8230; certamente prenderemo dei provvedimenti”, dichiara il ministro degli Esteri ecuadoregno, “sta mordendo la mano che gli dà da mangiare” (36). Il 2 aprile, il presidente annuncia che Assange ha violato le condizioni di asilo e che a breve prenderà una decisione.</p>



<p>La mattina dell’11 aprile 2019 – per le “ripetute violazioni delle convenzioni internazionali e dei protocolli di vita quotidiana” (37) – con una “decisione sovrana” Moreno revoca l’asilo ad Assange e apre le porte dell’ambasciata alla polizia inglese. Sei uomini in borghese della Metropolitan police di Londra entrano nell’edificio, lo prelevano con la forza, lo caricano su una camionetta e lo portano davanti a un giudice: “Mi dichiaro non colpevole” sono le uniche parole che pronuncia Assange in tribunale. Dopo un processo lampo, viene condannato a 50 settimane di carcere per aver violato le condizioni del rilascio su cauzione nel 2012, quasi sette anni prima. “All’improvviso è stato trascinato fuori e in poche ore condannato, senza possibilità di poter preparare una difesa, per la violazione dei termini di rilascio su cauzione, che consiste nell’aver ricevuto asilo diplomatico da un altro Stato membro dell’ONU sulla base di una persecuzione politica, esattamente come prevede la legge internazionale”, dichiara in un’intervista a Republik Nils Melzer, l’inviato speciale ONU sulla tortura, e aggiunge: “In Gran Bretagna le violazioni dei termini di cauzione raramente portano alla detenzione – solitamente prevedono solo una multa” (38). Assange invece viene condannato a passare quasi un anno in isolamento nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh.</p>



<p>Quello stesso 11 aprile, il Dipartimento di Giustizia statunitense rende nota una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Assange, depositata nel marzo 2018 dal Grand Jury di Alexandria (39). Ad accompagnarla, la domanda di estradizione. Il fondatore di WikiLeaks si trova nel giro di poche ore di fronte a ciò che aveva provato a eludere per anni. Rinchiuso in una cella, isolato dal mondo, attende di conoscere il proprio destino. Che ora è nelle mani della giustizia inglese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il giornalismo ai tempi dell’<em>espionage</em></h4>



<p>La richiesta di rinvio a giudizio della Corte di Alexandria, datata marzo 2018, contiene un solo capo d’imputazione a carico di Assange: aver cospirato con Chelasea Manning al fine di commettere un’intrusione informatica, reato che prevede una condanna a un massimo di 5 anni di carcere e ricade sotto la sezione 371 del titolo 18 del Codice degli Stati Uniti e sotto il Computer Fraud and Abuse Act (CFAA), una legge nata nel 1986 con l’intento di criminalizzare le attività di hacking informatico. L’accusa, però, non è di hacking. Si basa su alcune conversazioni tratte dalla chat online <em>Jabber</em> tra Manning e l’utente Nathaniel Frank, che i procuratori ritengono essere – pur non avendo prove che lo dimostrino – Assange. Il fondatore di WikiLeaks viene accusato di aver cospirato con Manning nel tentativo di decifrare l’hash (una sequenza di lettere e numeri che corrisponde a una determinato codice) di una password salvata su un computer collegato al Secret Internet Protocol Network, rete del Dipartimento della Difesa contenente informazioni classificate. L’intento sarebbe stato di consentire a Manning di accedere al network utilizzando un nome utente diverso e nascondere così la propria identità. La stessa Manning aveva però già scaricato i file su Iraq, Afghanistan e Guantanamo prima di questo tentativo, che comunque non va a buon fine; tuttavia il punto è, per l’accusa, che se l’intento fosse riuscito “avrebbe reso più complicato per gli investigatori identificare Manning come fonte” dei leaks.</p>



<p>Rientra nella cospirazione anche il fatto che i due avessero discusso in chat di ulteriori metodi per evitare che Manning venisse scoperta: cancellare i log dal computer, utilizzare un telefono criptato, una frase di sicurezza in codice e una cartella dedicata su una drop box di WikiLeaks per la trasmissione sicura dei documenti classificati. Va tenuto presente che Manning aveva accesso autorizzato ai documenti, proprio in virtù del suo ruolo di analista di intelligence: l’accusa a carico di Assange quindi riguarda unicamente il fatto di averla aiutata (o aver provato) a proteggere la sua identità, esattamente ciò che ogni giornalista investigativo tenta di fare quando ha rapporti con una fonte riservata e materiale sensibile.</p>



<p>A ogni modo, pur volendo formalmente incriminare Assange rifacendosi al reato di intrusione informatica di computer protetti, il testo – sia nelle parole utilizzate, sia nei riferimenti legislativi – lascia intravvedere una chiara propensione della procura USA a considerare i fatti sotto la lente del reato di spionaggio, senza il quale difficilmente potrebbero perseguire Assange. Nell’atto di accusa, infatti, c’è un riferimento alla sezione 793, del Titolo 18, che corrisponde all’Espionage Act, una legge del 1917 concepita durante la prima guerra mondiale per punire lo spionaggio e il favoreggiamento del nemico e che negli anni è stata allargata fino a includere chiunque divulghi o condivida senza permesso informazioni governative classificate; e proprio in quanto legge contro lo spionaggio, non contempla in alcun caso la possibilità per l’accusato di appellarsi all’interesse pubblico – sempre presente nell’ambito del giornalismo. Nella sua prima versione la legge riguardava esclusivamente gli atti commessi sul territorio statunitense, ma un emendamento del 1961 ne ha esteso l’applicazione all’intero globo; è questa modifica che permette tecnicamente agli Stati Uniti di perseguire Assange, nonostante tutto ciò di cui è accusato sia stato commesso fuori dagli USA.</p>



<p>Tempo un mese e a maggio 2019 (40) l’accusa viene integrata con diciassette nuovi capi d’imputazione, tutti per violazione dell’Espionage Act. Il 24 giugno 2020 (41) il Grand Jury di Alexandria deposita un aggiornamento dove i nuovi capi d’imputazione vengono ulteriormente dettagliati. Riguardano la pubblicazione da parte di WikiLeaks della maggior parte dei documenti scaricati da Manning: i diari di guerra in Afghanistan e Iraq, le regole d’ingaggio nel conflitto iracheno, i file sui detenuti di Guantanamo e i cablo del Dipartimento di Stato e della diplomazia statunitense. Fanno tutti riferimento alla sezione 793 del Titolo 18 e ognuno di essi prevede una condanna massima di dieci anni: in totale, quindi, 175 anni di carcere.</p>



<p>Dunque Assange viene incriminato per aver pubblicato documenti segretati senza avere “un’autorizzazione di sicurezza degli Stati Uniti o altra forma di autorizzazione per ricevere, possedere o comunicare informazioni classificate”. Esattamente ciò che fanno (o dovrebbero) i giornalisti e Assange è un giornalista. Giova ricordare, tra l’altro, che il materiale incriminato è stato diffuso in collaborazione con i principali media americani, come New York Times e Washington Post, e stranieri, come il Guardian; inoltre, è ciò che è accaduto nel 2013 con le rivelazioni a mezzo stampa di Edward Snowden sui programmi di sorveglianza di massa della NSA, la National Security Agency americana; è infatti il “<em>the New York Times problem</em>” che aveva portato l’amministrazione Obama a desistere dall’incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act – senza però arrivare alla chiusura dell’indagine. Per i funzionari del Dipartimento di Giustizia si configurava il rischio di entrare in aperto conflitto con il Primo Emendamento della Costituzione, che tutela la libertà di espressione e la libertà di stampa (42).</p>



<p>Proseguiamo.</p>



<p>Assange viene anche accusato di aver cospirato con Manning per ottenere illegalmente e pubblicare informazioni riguardanti la difesa nazionale “a danno degli Stati Uniti e a vantaggio di una qualsiasi nazione straniera” e di averla aiutata a trasmettere a WikiLeaks i documenti a cui aveva accesso. Nelle “<em>general allegations</em>” la procura USA precisa che “il sito di WikiLeaks ha sollecitato esplicitamente materiale censurato, riservato e classificato”, e cita direttamente il sito: “WikiLeaks accetta materiale classificato, censurato o riservato che abbia un’importanza di carattere politico, diplomatico o etico”. Ancora una volta, è questo il mestiere dei giornalisti. La stessa Manning, infatti, prima di contattare WikiLeaks si era rivolta a New York Times e Washington Post.</p>



<p>L’accusa procede nel voler dimostrare il ruolo “attivo” giocato da Assange nella cospirazione e si sofferma sui “Most Wanted Leaks”, una lista pubblicata da WikiLeaks nel 2009 che elencava, per diversi Paesi, “i documenti o le registrazioni segrete più ricercate da giornalisti, attivisti, storici, avvocati, polizia o investigatori per i diritti umani” (43). Per la procura USA è la prova del fatto che l’organizzazione cercasse di reclutare persone disposte a ottenere illegalmente documenti classificati e le incoraggiasse a trasmetterle al sito; l’accusa sostiene che Manning sia stata indotta a usare questa lista come “guida” nella ricerca dei file e quindi Assange si sia reso protagonista di una sollecitazione di informazioni riservate.</p>



<p>Infine, Assange viene dichiarato colpevole per aver diffuso gli Afghan e Iraq War logs e i cablo del Dipartimento di Stato senza oscurare tutti i nomi degli individui che hanno collaborato con gli USA, “generando un serio e imminente rischio che quelle persone innocenti subissero gravi violenze fisiche e/o detenzione arbitraria”. Questa è l’accusa più delicata e controversa sul piano etico – anche giornalistico – e di sensibilità pubblica. Entriamo quindi nel dettaglio.</p>



<p>WikiLeaks ha sempre fatto un minuzioso lavoro di editing dei documenti sui nomi citati, per esempio pubblicando inizialmente solo 75 mila dei 91 mila file sull’Afghanistan che aveva o, come testimoniato dal giornalista John Goetz del tedesco Der Spiegel durante il processo di estradizione di Assange, censurando, nei diari sull’Iraq, più nomi dello stesso Dipartimento della Difesa (nel confronto con i documenti rilasciati dal Pentagono tramite Freedom of Information Act). Inoltre, gli Stati Uniti hanno avuto tempo e modo di mettere al sicuro le loro fonti prima della pubblicazione dei diari di guerra: l’arresto di Manning è di maggio 2010 mentre la rivelazione degli Afghan War logs è di luglio e gli Iraq War logs sono di ottobre.</p>



<p>Diverso il discorso per i cablo della diplomazia USA. A novembre 2010 WikiLeaks – in collaborazione con New York Times, Guardian, Der Spiegel, El País e Le Monde – comincia la pubblicazione dei primi 200 cablo con i nomi oscurati. A febbraio 2011, però, esce <em>WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy</em>, il libro di David Leigh e Luke Harding, due giornalisti del Guardian, che svela la password per poter accedere a un file criptato, presente su un server di WikiLeaks, che contiene tutti i 250.000 documenti in formato originale. La password è stata fornita circa sei mesi prima da Assange a David Leigh, secondo il contratto di collaborazione con il quotidiano britannico. A partire dal 23 agosto WikiLeaks pubblica altri 130.000 cablo che contengono alcuni nomi di fonti USA. Il 31 dello stesso mese il file viene decrittato e caricato su cryptome.org, un altro sito che divulga documenti riservati: Assange avvisa il Dipartimento di Stato USA per cercare di minimizzare il rischio. Il primo settembre anche Pirate Bay carica il file sul proprio sito, mentre WikiLeaks annuncia azioni legali contro il Guardian e il giorno dopo decide di pubblicare tutti i 250.000 cablo, che ormai sono già pubblici. Questo episodio segna la fine della collaborazione tra WikiLeaks e le grandi testate giornalistiche, che in un comunicato congiunto dichiarano: “Non possiamo difendere la non necessaria pubblicazione dei file completi – anzi, siamo uniti nel condannarla. La decisione di pubblicare da parte di Assange è stata sua e solamente sua” (44).</p>



<p>Comunque siano andate le cose, tre aspetti sono indubbi. Il primo: l’amministratore di cryptome.org, John Young, ha testimoniato al processo di estradizione di Assange che le autorità statunitensi non gli hanno mai notificato alcuna violazione della legge né gli hanno mai chiesto di ritirare dal sito la pubblicazione (45). Dunque si può perlomeno affermare che ad Assange sia stato riservato un ‘trattamento particolare’. Il secondo: come riporta il <em>Reporters Committee for Freedom of the Press</em>, un’organizzazione no-profit nata nel 1970 a Washington che offre servizi legali pro bono ai giornalisti in difesa dei diritti riconosciuti dal Primo Emendamento, “mettere in pericolo gli informatori non è una qualche sottocategoria tra i possibili danni alla sicurezza nazionale protetta in modo speciale” poiché “la decisione di non oscurare quei nomi è una distinzione etica, non legale” (46). Il terzo: a oltre dieci anni dalla diffusione di più di 700.000 file da parte di WikiLeaks, gli Stati Uniti – come ammesso dallo stesso governo americano durante il processo Manning (47) – non sono stati in grado di provare la morte di una singola fonte in relazione alle pubblicazioni dell’organizzazione di Assange.</p>



<p>È su queste basi che il 24 febbraio 2020, presso la Woolwich Crown Court di Belmarsh, in Gran Bretagna, inizia il processo di estradizione. Il governo degli Stati Uniti contro Julian Assange.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Estradizione, perché no?</h4>



<p>Assange assiste al processo confinato in una gabbia, dietro un vetro antiproiettile e impossibilitato a comunicare con i suoi avvocati. Craig Murray, ex ambasciatore inglese in Uzbekistan presente alla seduta preliminare di ottobre 2019, racconta di un uomo disorientato, confuso, con evidenti segni di deterioramento fisico e mentale, che fatica a seguire il dibattimento (48). Dopo la prima settimana, il processo si sposta nella corte criminale di Old Baily e riprende solo a settembre 2020 a causa del lockdown imposto dal governo britannico in risposta all’epidemia di Sars-CoV-2. Nel corso delle udienze sfilano più di quaranta testimoni. La Corte inglese è chiamata a decidere se sono legalmente soddisfatte le condizioni necessarie per approvare la richiesta di estradizione statunitense. La difesa di Assange oppone la natura politica dell’incriminazione, la tutela della libertà di espressione, il diritto a un giusto processo e, infine, le condizioni di salute di Assange. La sentenza emessa il 4 gennaio 2021 respinge l’estrazione riconoscendo legittimità solo all’ultimo punto. Vediamo i dettagli (49).</p>



<p>Punto uno.</p>



<p>Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks sostengono che la richiesta del governo americano debba essere negata in base all’articolo 4 dell’Extradition Treaty siglato tra USA e UK nel 2003, in virtù del quale è proibita l’estradizione nel caso in cui la richiesta sia basata su una “offesa politica” commessa dall’imputato: il reato di spionaggio di cui viene accusato Assange, argomentano, rientra esattamente nella definizione, in quanto si configura come un crimine contro l’ordine politico dello Stato. Conseguentemente, non solo l’estradizione ma la stessa detenzione per il processo manca dei presupposti necessari, ed è quindi arbitraria e illegittima secondo l’articolo 5 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che tutela il diritto alla liberà e alla sicurezza.</p>



<p>Reputano illegittima l’estradizione anche ai sensi della sezione 81 dell’Extradition Act del 2003. L’incriminazione degli Stati Uniti è spinta dalla volontà del governo, affermano – in particolar modo dall’insediamento dell’amministrazione Trump nel 2016 – di punire le opinioni politiche di Assange. Ricordano le numerose indiscrezioni giornalistiche del 2013 sulla decisione del governo Obama di non incriminare Assange per paura di creare un precedente pericoloso per la libertà di stampa, e il cambio avvenuto con l’avvento di Trump; le parole dello stesso Trump su WikiLeaks nel 2010, quando dichiarò: “Penso che ci vorrebbe la pena di morte o qualcosa del genere” (50); la posizione apertamente ostile del direttore della CIA Pompeo nel 2017; lo spionaggio nell’ambasciata dell’Ecuador e il piano per rapire Assange o avvelenarlo.</p>



<p>La Corte respinge. In merito all’Extradition Treaty, nella sentenza scrive che il sistema legislativo del Regno Unito non prevede l’incorporazione automatica di un trattato internazionale nella legge nazionale, quindi un accordo intergovernativo come l’Extradition Treaty non può essere fatto valere in tribunale. Fa fede, pertanto, l’Extradition Act del 2003, legge approvata dal Parlamento UK che – alla sezione 81 – prevede come impedimento all’estradizione il perseguimento dell’accusato per le sue opinioni politiche, ma non il reato di “offesa politica”.</p>



<p>Tuttavia evidenzia che, nonostante le indiscrezioni trapelate sulle decisioni dell’amministrazione Obama, l’indagine contro Assange non fosse stata chiusa. Non ci sono elementi poi per dubitare della buona fede dei procuratori americani e per ritenere che il governo abbia influenzato il loro lavoro: le uniche dichiarazioni ostili sono state del direttore della CIA, ma un’agenzia di intelligence non parla per conto dell’amministrazione. Le parole di Trump nel 2010 sono più datate rispetto agli apprezzamenti formulati da Trump stesso durante la campagna presidenziale, e non riguardavano le rivelazioni oggetto dell’accusa. Per quanto riguarda lo spionaggio in ambasciata, infine, la Corte dichiara di non potersi pronunciare essendoci un’investigazione ancora in corso da parte della giustizia spagnola; ma a ogni modo non ci sono state obiezioni in merito da parte di rappresentanti del governo ecuadoregno, nessuno degli elementi raccolti da uno spionaggio sarebbe ammissibile in un tribunale statunitense, e “una possibile spiegazione alternativa della sorveglianza degli Stati Uniti (se c’è stata) è la percezione che il sig. Assange costituisse ancora un rischio per la loro sicurezza nazionale”.</p>



<p>Punto due.</p>



<p>Ciò che l’accusa criminalizza, argomenta la difesa, è l’attività ordinaria di giornalismo investigativo e in generale la libertà di stampa, in violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che tutela la “libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. È inoltre in questione il diritto alla verità e il pubblico interesse delle rivelazioni di WikiLeaks, che hanno svelato numerose violazioni dei diritti umani e acceso un faro sulla necessità di trasparenza da parte dello Stato.</p>



<p>La Corte respinge. Dichiara innanzitutto che il caso in questione soddisfa la “dual criminality”, un prerequisito fondamentale per procedere all’estradizione: gli atti incriminati dagli Stati Uniti infatti costituiscono reato anche per la legge britannica – violazione di Official Secrets Act e Criminal Law Act – in quanto i documenti pubblicati hanno recato danno alla sicurezza nazionale, esattamente come sostiene l’accusa. Assange non si è limitato a ricevere e pubblicare le informazioni ma si è reso complice delle attività di Manning con il tentativo di decifrare una password e sollecitando la trasmissione dei file, oltre ad aver pubblicato documenti contenenti nomi di informatori, mettendone a rischio l’incolumità. Lo stesso articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo stabilisce che la libertà di espressione non è assoluta e che possa essere sottoposta a restrizioni “necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale”. Per la Corte, tutto questo differenzia Assange dal normale giornalismo investigativo e non lo identifica con la definizione di “giornalista responsabile” protetta dall’articolo 10. In ogni caso, la questione della libertà di espressione potrà essere valutata dallo stesso tribunale statunitense, dato che al processo Assange avrà garantiti i diritti della Costituzione americana e il Primo Emendamento. Infine, conclude la Corte, il “diritto alla verità” non è riconosciuto da alcuna legge nazionale o internazionale e non può quindi essere fatto valere in un processo.</p>



<p>Punto tre.</p>



<p>Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks denunciano poi come negli Stati Uniti Assange non avrà diritto a un processo equo, in violazione dell’articolo 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Innanzitutto, il sistema statunitense forza gli imputati al patteggiamento tramite un sovraccarico di capi d’imputazione, esponendoli a condanne pesanti e aumentando così la probabilità di un’ammissione di colpevolezza.</p>



<p>C’è poi la questione della composizione della giuria che dovrà giudicare Assange ad Alexandria, in Virginia: come ha testimoniato Bridget Prince, direttrice di One World Research (società investigativa che collabora con gli avvocati durante processi civili e penali con esperienza decennale nei tribunali statunitensi), chiamata al banco dalla difesa (51), la giuria verrà selezionata tra le contee della divisione di Alexandria, nelle quali c’è una massiccia presenza di uffici e quartier generali di agenzie governative, tra i primi datori di lavoro dell’area per numero di impiegati – CIA, FBI, Dipartimento della Difesa (Pentagono), per citarne alcune – oltre a un numero significativo di appaltatori governativi che operano nel campo militare e di intelligence; è quindi alta la probabilità che la giuria sia composta da personale governativo.</p>



<p>La Corte respinge entrambe le opposizioni. Afferma che il patteggiamento è un diritto di cui l’imputato si può avvalere per scelta volontaria; che sarà il tribunale americano a dover valutare l’eventuale vaghezza ed eccessiva estensione delle accuse e che Assange avrà garantito il rispetto del Quinto Emendamento della Costituzione USA, che equivale all’articolo 7 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo in quanto a protezione dell’imputato da un’azione penale e una condanna arbitrarie; che, infine, i dodici giurati verranno individuati tra tutti gli abitanti delle contee ed è quindi improbabile che non ne vengano trovati di imparziali, oltre al fatto che le procedure di garanzia in essere negli USA garantiranno la terzietà della giuria. “È un processo segreto”, spiega però Nils Melzer al sito tedesco media.ccc.de, “molto spesso la difesa non ha neanche accesso alle prove contro il sospettato, non è ammessa la stampa, non sono ammessi osservatori, la giuria riceve le informazioni dall’accusa e nessuno è mai stato assolto: è un tribunale per i casi che riguardano la sicurezza nazionale” (52).</p>



<p>Punto quattro.</p>



<p>Come ultima questione, la Corte si trova a dover valutare il rischio per la salute di Assange: nel quadro delle condizioni imposte dalla sezione 91 dell’Extradition Act del 2003, infatti, è impedita l’estradizione nel caso in cui “le condizioni fisiche o mentali della persona sono tali che sarebbe ingiusto o oppressivo estradarla”. Nelle valutazioni rientrano anche le condizioni detentive che Assange potrebbe dover affrontare una volta negli Stati Uniti, seppur già in Inghilterra si trovi in regime di isolamento nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh. In USA, prima del processo verosimilmente verrebbe tenuto in custodia presso l’Adult Detention Centre (ADC) di Alexandria, ed è possibile l’applicazione di misure amministrative speciali (quali, per esempio, isolamento h24 e contatti con l’esterno limitati a 30 minuti di chiamata al mese) che la legge americana riserva ai casi in cui gli Stati Uniti considerino realistico il rischio di diffusione, da parte del detenuto, di informazioni che minaccino la sicurezza nazionale.</p>



<p>La Corte ritiene reale questo rischio. Afferma che agli occhi statunitensi Assange rappresenta tuttora una minaccia per la sicurezza nazionale, e allo stesso modo giudica probabile che, eventualmente condannato, Assange venga rinchiuso nell’Administrative Maximum Facility (ADX) di Florence, Colorado – carcere di massima sicurezza dove si trovano, tra l’altro, quattro dei nove detenuti per violazione dell’Espionage Act in tutto il Paese.</p>



<p>Ciò premesso, la Corte prende in esame i report medici sulle condizioni di salute mentale di Assange durante la detenzione nella prigione inglese, preferendo quelli presentati dalla difesa per la completezza delle valutazioni cliniche: si tratta quindi delle condizioni riscontrate dopo i mesi di isolamento passati in attesa del processo. Nel corso di svariate visite, i medici hanno diagnosticato un disturbo depressivo cronico, allucinazioni, disturbo da stress post-traumatico, ansia generalizzata, tratti caratteristici del disturbo dello spettro autistico, sindrome di Asperger, pensieri suicidi. In aggiunta, durante un incontro del dicembre 2019, un medico osserva “mancanza di sonno, perdita di peso, capacità di concentrazione compromessa, sensazione di essere spesso sull’orlo del pianto e uno stato di agitazione acuta per cui cammina nella cella fino allo sfinimento, picchiandosi la testa o sbattendola contro il muro”.</p>



<p>“È estremamente chiaro che mostra tutti i sintomi delle vittime di tortura”, denuncia Nils Melzer, l’inviato speciale sulla tortura dell’ONU, in un’intervista a Investig’Action. Ha visitato Assange in carcere a Londra a maggio del 2019 insieme a due medici indipendenti. “La tortura è sempre un processo psicologico che mira a spezzare lo spirito della persona, la sua resistenza mentale”, che è esattamente ciò che comporta l’isolamento: “gli standard minimi delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti”, continua Melzer, “sono molto chiari: l’isolamento, la detenzione solitaria per più di 22 ore al giorno e per più di 15 giorni si configura come maltrattamento”. A questo si aggiunge la minaccia costante di estradizione in un Paese in cui rischia una condanna a 175 anni di carcere “che mina il senso di sicurezza, oltre a un clima di arbitrarietà, in cui non vi è la ragionevole certezza che le regole verranno applicate, che i diritti saranno rispettati [&#8230;], questo sistema destabilizzante è una condizione tipica delle situazioni di tortura psicologica”. Da ultimo, poi, “l’umiliazione e la mancanza di rispetto sviliscono l’identità della persona e se si protraggono troppo a lungo ne piegano la resistenza; soprattutto nelle persone molto intelligenti [&#8230;] questo distrugge il loro senso di identità e i loro punti di riferimento con la realtà”. Tutto ciò porta con sé “anche delle conseguenze fisiche, quindi neurologiche e di capacità cognitiva, e questo è già riscontrabile nel caso di Assange” (53).</p>



<p>Non ritenendo sufficienti le misure preventive in essere nelle carceri USA, la Corte valuta legittima l’opposizione della difesa su questo punto e respinge la richiesta di estrazione statunitense: nel caso di detenzione in regime di massima sicurezza, scrive, “le condizioni di salute del sig. Assange peggiorerebbero a tal punto da portarlo al suicidio con la ‘<em>risoluta determinazione</em>’ data dal disturbo dello spettro autistico”. Ordina inoltre la scarcerazione dell’imputato.</p>



<p>È chiaro che siamo davanti a uno di quei casi nei quali, per emettere verdetto, un giudice deve dare una propria interpretazione della legge: questioni come la natura politica di un’incriminazione, la libertà di espressione e un processo equo sono ben lontani dalla ‘linearità giuridica’ di un’evasione fiscale o di un semplice furto. E considerato il quadro d’insieme dell’<em>affaire</em> Assange, a partire dal suo avvio con il ‘caso svedese’, non si può tacere il fatto che la sentenza del giudice inglese Vanessa Baraitser, negando l’estradizione per le sole circostanze di salute, ha tutte le caratteristiche di una sentenza politica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli atti futuri, una garanzia</h4>



<p>Assange fa richiesta di essere scarcerato. “Per noi è chiaro che dovrebbe essere rilasciato su cauzione, in attesa della conclusione del processo” sottolinea Julia Hall, esperta di sicurezza nazionale per Amnesty International in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, “non può esserci una sentenza che dice: questa persona è a rischio a causa delle condizioni di salute mentale molto fragili, e poi tenerlo a Belmarsh contribuendo a peggiorare le sue condizioni” (54). Il giudice Baraitser però rigetta la domanda perché nel frattempo gli Stati Uniti hanno fatto ricorso contro il rigetto dell’estradizione: l’iter processuale prevede infatti la possibilità di appello presso l’Alta Corte britannica, e ovviamente il ricorso statunitense si fonda sull’unico punto della tesi difensiva accolto da Baraitser: il rischio suicidio legato alle condizioni di detenzione negli USA.</p>



<p>“Il verdetto non è una vittoria per Julian Assange o per la libertà di stampa, è una trappola”, afferma Nils Melzer in un’intervista all’emittente russa RT: “Legalmente parlando, la negazione dell’estradizione da parte del giudice distrettuale pone gli Stati Uniti nella posizione di poter appellare la decisione. Altrimenti, fosse stata a favore, Assange avrebbe fatto appello e avrebbe sollevato le questioni riguardo la libertà di stampa, l’offesa politica, la motivazione politica del perseguimento giudiziario, il piano per assassinarlo o rapirlo: le avrebbe portate tutte davanti all’Alta Corte [&#8230;]. È stato piuttosto intelligente da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna fare in modo che invece accadesse l’opposto: non lo estradano nella prima fase, confermano totalmente la narrazione dell’accusa sullo spionaggio e stabiliscono un precedente criminalizzando il giornalismo investigativo. In questo modo fanno sì che vengano portate davanti all’Alta Corte solo le questioni che vogliono che vengano prese in considerazione: la salute di Assange e le condizioni di detenzione. Ora, è chiaro che le condizioni di detenzione sono totalmente sotto il loro controllo: possono avanzare delle garanzie diplomatiche e neutralizzare quelle problematiche” (55).</p>



<p>È esattamente ciò che accade. Gli Stati Uniti basano il loro ricorso (56) su quattro garanzie: non verranno applicate misure amministrative speciali ad Assange, né prima né dopo il processo, “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano”; se condannato non verrà detenuto presso la prigione di massima sicurezza ADX Florence, “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano”; se condannato gli sarà possibile chiedere il trasferimento in Australia e “gli Stati Uniti si impegnano a consentire il trasferimento”; infine, gli verranno forniti tutti i trattamenti clinici e psicologici ritenuti necessari dal medico incaricato della prigione.</p>



<p>Il dibattimento inizia a fine ottobre e il 10 dicembre 2021 arriva il verdetto dell’Alta Corte: accoglie l’appello e annulla la decisione del giudice distrettuale. “Non c’è motivo per ritenere che gli USA non abbiano fornito le garanzie in buona fede”. Assange può essere estradato.</p>



<p>Anche con questa sentenza si pongono però delle questioni rilevanti: innanzitutto, la clausola inserita dagli USA “a meno che [Assange] non commetta atti futuri che lo prevedano” lascia chiaramente mano libera agli Stati Uniti e per di più, come viene dichiarato, la decisione potrà essere presa dalle agenzie di intelligence, tra cui quella stessa CIA che è sospettata di aver valutato il rapimento o l’assassinio di Assange nell’ambasciata ecuadoregna. “Se si guarda alle garanzie [&#8230;] non siamo in una condizione per cui il divieto di tortura è assoluto”, dichiara Julia Hall, “il confinamento solitario prolungato che esiste nelle strutture di massima sicurezza, o le misure amministrative speciali, sono una violazione del divieto di tortura. È un divieto che non può essere posto a condizionalità: è un divieto assoluto. Non importa quello che fai, secondo la legge internazionale non puoi essere torturato. È importante ricordare qual è lo standard europeo: [&#8230;] non è necessario che ci sia la certezza che una persona subirà tortura o maltrattamento, è sufficiente chiedersi: c’è una situazione tale per cui questa persona è a rischio di tortura? Gli Stati Uniti hanno materializzato questo rischio nelle loro garanzie” (57).</p>



<p>In merito poi alla possibilità di chiedere il trasferimento in Australia in caso di condanna – senza considerare i possibili mesi o anni necessari alla conclusione del processo – le rassicurazioni americane sembrano essere altrettanto deboli. Primo: per poter procedere è necessario che sia gli Stati Uniti che l’Australia siano d’accordo, secondo la Convenzione sul Trasferimento delle Persone Condannate del Consiglio d’Europa, e non è affatto certo che questa condizione si verifichi. Secondo: come rilevato dalla difesa, esiste un precedente poco rassicurante. Nel 2009 una Corte spagnola aveva acconsentito all’estradizione negli USA, per il processo, del cittadino spagnolo David Mendoza Herrarte, a condizione che l’imputato venisse poi riportato in Spagna per scontare l’eventuale pena; anche in quel caso gli Stati Uniti avevano dato garanzie diplomatiche, salvo poi rifiutare la richiesta dell’imputato a condanna avvenuta (58).</p>



<p>A questo punto, visto il ribaltamento della sentenza, i legali di Assange chiedono alla stessa Alta Corte – come previsto dalla legge britannica – la possibilità di presentare ricorso presso la Corte Suprema. Devono dimostrare che esistono questioni di diritto di ‘rilevanza pubblica’ derivanti dalla sentenza di appello, e per farlo si basano su due punti: contestano il fatto che le garanzie USA siano state fornite solo dopo la prima sentenza che bloccava l’estradizione e non durante il dibattimento, quando ce n’era la possibilità; e rilevano come la clausola “a meno che non commetta atti futuri che lo prevedano” possa essere facilmente bypassata dall’intelligence americana, esponendo quindi Assange a un alto rischio di suicidio.</p>



<p>Il 24 gennaio 2022 l’Alta Corte rende nota la decisione (59): ritiene di ‘rilevanza pubblica’ il primo punto e respinge il secondo. Davanti alla Corte Suprema, quindi, gli avvocati di Assange possono presentare ricorso solo in merito alla tempistica delle garanzie fornite dagli Stati Uniti. Il campo su cui si gioca il destino di Assange è sempre più limitato.</p>



<p>Starà ora alla Corte Suprema inglese decidere se ammettere il ricorso e procedere, nel caso, a una nuova sentenza; se anche questa sarà a favore dell’estradizione, toccherà al Segretario di Stato per gli Affari Interni britannico pronunciarsi. Con un ulteriore via libera, ad Assange – come annunciato dai suoi avvocati – rimarranno due possibilità: fare ricorso contro la decisione del Segretario di Stato; presentare un ulteriore appello, stavolta presso l’Alta Corte, contro le decisioni del giudice distrettuale Baraitser, quelle contenute nella prima sentenza del 4 gennaio 2021 su libertà di espressione, motivazione politica dell’incriminazione e diritto a un processo equo. Verosimilmente passeranno ancora mesi prima che una decisione finale possa essere presa. E Assange continuerà a passarli in prigione e in isolamento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Intimidazione o libertà?</h4>



<p>“Bisogna partire dalla verità”, spiegava Assange in un’intervista al Guardian nel 2010, “la verità è l’unico modo per arrivare ovunque vogliamo andare” (60). Il fondatore di WikiLeaks la strada da percorrere l’ha sempre avuta ben chiara. Ha sfidato governi e istituzioni e messo a nudo le atrocità, la corruzione, la manipolazione, le falsità che la narrazione dominante della politica nasconde dietro il velo di una “confortevole, levigata, ragionevole, democratica” non-verità, parafrasando Marcuse. Ha portato alla luce del proscenio ciò che vuole vivere nell’ombra, la ragion di Stato, svelando la vera faccia del potere; e con quella ha dovuto fare i conti. “Ciò che ha fatto WikiLeaks”, sottolinea Nils Melzer nell’intervista a Republik, “è una minaccia per le élite politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia in uguale misura. WikiLeaks pubblica informazioni segrete sugli Stati – si oppone alla classificazione. E in un mondo, anche nelle cosiddette democrazie mature, dove la segretezza ha preso il sopravvento, ciò rappresenta una minaccia fondamentale” (61).</p>



<p>Quello che è in gioco con l’<em>affaire</em> Assange è il futuro del giornalismo investigativo. È vero che la caccia a Manning e Assange e la guerra a WikiLeaks non hanno fermato la comparsa di altri whistleblower e la pubblicazione di altri leaks, basti pensare alle rivelazioni di Snowden sulla NSA nel 2013, i Panama Papers nel 2016, i Paradise Papers nel 2017 e Vault7, “la più grande perdita di informazioni nella storia della CIA”, come l’ha definita la stessa agenzia. Ma un’eventuale estradizione e condanna negli Stati Uniti stabilirebbe un precedente legale gravissimo contro la libertà di stampa e la libertà di espressione in tutto il mondo. Non solo. “Lo scopo”, continua Melzer, “è di intimidire altri giornalisti. L’intimidazione, tra l’altro, è uno dei principali obiettivi della tortura nel mondo. Il messaggio per tutti noi è: questo è quello che succede se emulate il modello WikiLeaks”. Un’intimidazione che ha colpito nel segno, almeno per quanto riguarda l’organizzazione: dopo i primi anni di intensa collaborazione, infatti, le grandi testate giornalistiche mondiali hanno mantenuto una certa distanza da Assange e dalla sua attività. Certo, hanno continuato a dare notizia delle rivelazioni più importanti, ma un conto è collaborare attivamente alla diffusione di documenti riservati e renderli fruibili ai cittadini, mettendo in questione il segreto di Stato; un altro è riportare semplicemente notizie che hanno un peso troppo grande per essere ignorate.</p>



<p>Ancor prima di sapere come andrà a finire il processo e se il giornalista australiano riuscirà finalmente a tornare un uomo libero, bisogna forse domandarsi se il potere non abbia in realtà già ottenuto il suo obiettivo. “Ogni generazione ha una battaglia epica da combattere e questa è la nostra”, dichiara fuori dal tribunale Stella Moris, compagna di Assange e uno degli avvocati del suo team legale, “perché Julian rappresenta le fondamenta di cosa significhi vivere in una società libera, di cosa significhi avere la libertà di stampa, di cosa significhi essere giornalisti senza aver paura di dover passare il resto della vita in carcere” (62).</p>



<p>Si tratta di continuare a combattere, allora, perché in gioco c’è la libertà di tutti. “Quello che conosciamo è tutto” affermava Assange davanti alla platea dell’Oslo Freedom Forum nel 2010 (63), “è il limite di ciò che possiamo essere”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/wiki/U.S._Intelligence_planned_to_destroy_WikiLeaks,_18_Mar_2008" target="_blank">https://wikileaks.org/wiki/U.S._Intelligence_planned_to_destroy_WikiLeaks,_18_Mar_2008</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>2)</em> <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2010/04/05/wikileaksvideo" target="_blank">http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2010/04/05/wikileaksvideo</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> <a href="https://alexaobrien.com/archives/985">https://alexaobrien.com/archives/985</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://archive.humanevents.com/2010/10/26/the-wikileaks-security-tsunami/">https://archive.humanevents.com/2010/10/26/the-wikileaks-security-tsunami/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a rel="noreferrer noopener" href="https://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/11/obamas-team-faces-sensitive-diplomacy-over-wikileaks/1" target="_blank">https://content.usatoday.com/communities/theoval/post/2010/11/obamas-team-faces-sensitive-diplomacy-over-wikileaks/1</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em>Jesper Huor e Bosse Lindquist, <em>Wikirebels</em>, SVT Play, 2010</p>



<p class="has-small-font-size">8) <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2010/06/07/no-secrets#ixzz0unlrj5R3" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.newyorker.com/magazine/2010/06/07/no-secrets#ixzz0unlrj5R3</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://cryptome.org/0001/assange-cpunks.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://cryptome.org/0001/assange-cpunks.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Jesper Huor e Bosse Lindquist, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.meaa.org/news/meaa-opposes-extradition-of-assange/" target="_blank">https://www.meaa.org/news/meaa-opposes-extradition-of-assange/</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. <a href="https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/freedom-for-julian-assange-as-he-turns-50.html">https://www.ifj.org/media-centre/news/detail/category/press-releases/article/freedom-for-julian-assange-as-he-turns-50.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a rel="noreferrer noopener" href="https://web.archive.org/web/20100730023422/https:/wikileaks.org/wiki/Wikileaks%3AAbout" target="_blank">https://web.archive.org/web/20100730023422/https://wikileaks.org/wiki/Wikileaks%3AAbout</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14) </em>Cfr. <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>15) </em>Cfr. <a href="https://edition.cnn.com/2010/CRIME/12/13/wikileaks.investigation/index.html">https://edition.cnn.com/2010/CRIME/12/13/wikileaks.investigation/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://stefaniamaurizi.it/it-art-1060.html" target="_blank">https://stefaniamaurizi.it/it-art-1060.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17) </em>Cfr. <em>Risk, </em>Laura Poitras, 2016</p>



<p class="has-small-font-size">18) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.aljazeera.com/news/2012/8/20/assange-calls-on-us-to-end-witchhunt" target="_blank">https://www.aljazeera.com/news/2012/8/20/assange-calls-on-us-to-end-witchhunt</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>19) </em><a href="https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=17012">https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=17012</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) <a href="https://www.nbcnews.com/news/us-news/cia-director-pompeo-calls-wikileaks-hostile-intelligence-service-n746311">https://www.nbcnews.com/news/us-news/cia-director-pompeo-calls-wikileaks-hostile-intelligence-service-n746311</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) <a href="https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/20/cia-working-take-down-wikileaks-threat-agency-chie/">https://www.washingtontimes.com/news/2017/oct/20/cia-working-take-down-wikileaks-threat-agency-chie/</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) <a href="https://www.theguardian.com/media/2017/apr/21/arresting-julian-assange-is-a-priority-says-us-attorney-general-jeff-sessions">https://www.theguardian.com/media/2017/apr/21/arresting-julian-assange-is-a-priority-says-us-attorney-general-jeff-sessions</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-sessions-leaks/trump-administration-goes-on-attack-against-leakers-journalists-idUSKBN1AK1UR">https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-sessions-leaks/trump-administration-goes-on-attack-against-leakers-journalists-idUSKBN1AK1UR</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="https://challengepower.info/witness_statements/assange_extradition_hearing_witness_statements">https://challengepower.info/witness_statements/assange_extradition_hearing_witness_statements</a>, Anonymous Witness#1, former UC Global employee, Anonymous Witness#2, former UC Global employee </p>



<p class="has-small-font-size"><em>25) </em>Cfr. <a href="https://news.yahoo.com/kidnapping-assassination-and-a-london-shoot-out-inside-the-ci-as-secret-war-plans-against-wiki-leaks-090057786.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly9kdWNrZHVja2dvLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAAEiAjzodL4sHhFUdBXUMjurGZluX593dRHT-sntFvaV-kXQt0dDToDgLHZjcQJXo8KyJyTHoAGRl7-WzOkY4J44Xm3VZc9Kz8p1wXHTRl1_kOGCQBiGezU_uDICu8BwDne-rcG5cg-nsfkrGvoKg16ps8VleSvXctn9Vowvmj9w4">https://news.yahoo.com/kidnapping-assassination-and-a-london-shoot-out-inside-the-ci-as-secret-war-plans-against-wiki-leaks-090057786.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly9kdWNrZHVja2dvLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAAEiAjzodL4sHhFUdBXUMjurGZluX593dRHT-sntFvaV-kXQt0dDToDgLHZjcQJXo8KyJyTHoAGRl7-WzOkY4J44Xm3VZc9Kz8p1wXHTRl1_kOGCQBiGezU_uDICu8BwDne-rcG5cg-nsfkrGvoKg16ps8VleSvXctn9Vowvmj9w4</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theguardian.com/media/2018/feb/11/sweden-tried-to-drop-assange-extradition-in-2013-cps-emails-show" target="_blank">https://www.theguardian.com/media/2018/feb/11/sweden-tried-to-drop-assange-extradition-in-2013-cps-emails-show</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>31)</em> Cfr. Protocolo especial de visitas, comunicaciones y atención médica al señor Julian Paul Assange, 11 ottobre 2018</p>



<p class="has-small-font-size">32) <a href="https://foreignaffairs.house.gov/press-releases?ContentRecord_id=E27D761E-FD2C-4AD6-92A5-85F473FABFA2" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://foreignaffairs.house.gov/press-releases?ContentRecord_id=E27D761E-FD2C-4AD6-92A5-85F473FABFA2</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) Cfr. United States of America v. Seitu Sulayman Kokayi, case no. 1:18-mj-406, 22 agosto 2018</p>



<p class="has-small-font-size">34) Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2019/02/28/us/politics/chelsea-manning-subpoena.html">https://www.nytimes.com/2019/02/28/us/politics/chelsea-manning-subpoena.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">35) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://twitter.com/wikileaks/status/1110283469349896193?ref_src=twsrc%5Etfw" target="_blank">https://twitter.com/wikileaks/status/1110283469349896193?ref_src=twsrc%5Etfw</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>36) </em>Cfr. <a href="https://www.ivoox.com/dr-jose-valencia-27-03-2019-en-busca-de-salidas-audios-mp3_rf_33778454_1.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ivoox.com/dr-jose-valencia-27-03-2019-en-busca-de-salidas-audios-mp3_rf_33778454_1.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">37) Cfr. <a href="https://twitter.com/Lenin/status/1116271455602393088" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://twitter.com/Lenin/status/1116271455602393088</a></p>



<p class="has-small-font-size">38) <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a></p>



<p class="has-small-font-size">39) Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr, Indictment, 6 marzo 2018 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>40) </em>Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr-111 (CMH), Superseding indictment, 23 maggio 2019</p>



<p class="has-small-font-size">41) Cfr. United States of America v. Julian Paul Assange, criminal no. 1:18cr-111 (CMH), Second superseding indictment, 24 giugno 2020 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>42) </em>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/some-federal-prosecutors-disagreed-with-decision-to-charge-assange-under-espionage-act/2019/05/24/ce9271bc-7e4d-11e9-8bb7-0fc796cf2ec0_story.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/world/national-security/some-federal-prosecutors-disagreed-with-decision-to-charge-assange-under-espionage-act/2019/05/24/ce9271bc-7e4d-11e9-8bb7-0fc796cf2ec0_story.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">43) <a rel="noreferrer noopener" href="https://wikileaks.org/wiki/Draft:The_Most_Wanted_Leaks_of_2009" target="_blank">https://wikileaks.org/wiki/Draft:The_Most_Wanted_Leaks_of_2009</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>44) </em><a href="https://www.theguardian.com/media/2011/sep/02/wikileaks-publishes-cache-unredacted-cables" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/media/2011/sep/02/wikileaks-publishes-cache-unredacted-cables</a></p>



<p class="has-small-font-size">45) Cfr. Assange Extradition Hearing, Statement of John Young, 16 luglio 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">46) <a href="https://www.rcfp.org/may-2019-assange-indictment-analysis/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.rcfp.org/may-2019-assange-indictment-analysis/</a></p>



<p class="has-small-font-size">47) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/bradley-manning-sentencing-hearing-pentagon" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/world/2013/jul/31/bradley-manning-sentencing-hearing-pentagon</a></p>



<p class="has-small-font-size">48) Cfr. <a href="https://www.craigmurray.org.uk/archives/2019/10/assange-in-court/">https://www.craigmurray.org.uk/archives/2019/10/assange-in-court/</a></p>



<p class="has-small-font-size">49) Cfr. Judiciary of England and Wales, District Judge (Magistrate s’ Court) Vanessa Baraitser, In the Westminster Magistrate s’ Court, Between The Government of The United States of America v. Julian Paul Assange, gennaio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">50) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2017/01/04/politics/kfile-trump-wikileaks/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2017/01/04/politics/kfile-trump-wikileaks/index.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">51) Cfr. Assange Extradition Hearing, Statement of Bridget Prince, 18 dicembre 2019 </p>



<p class="has-small-font-size">52) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://media.ccc.de/v/rc3-2021-xhain-487-julian-assange-and-wikileaks#t=0" target="_blank">https://media.ccc.de/v/rc3-2021-xhain-487-julian-assange-and-wikileaks#t=0</a> </p>



<p class="has-small-font-size">53) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=f9ox1FWu_ZU">https://www.youtube.com/watch?v=f9ox1FWu_ZU</a></p>



<p class="has-small-font-size">54) <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/">https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">55) <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XDWw-IFH7s4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=XDWw-IFH7s4</a></p>



<p class="has-small-font-size">56) Cfr. High Court of Justice Queen’s Bench Division Administratice Court, Case No: CO/150/2021, Between The Government of The United States of America v. Julian Paul Assange, 10 dicembre 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">57) Cfr. <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/">https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2021/07/24/julia-hall-amnesty-international-expert-on-national-security-assange-should-be-released/6272346/</a></p>



<p class="has-small-font-size">58) Cfr. <a href="https://richardmedhurst.substack.com/p/mendoza">https://richardmedhurst.substack.com/p/mendoza</a></p>



<p class="has-small-font-size">59) Cfr. High Court Decision in USA v. Julian Assange Extradition Proceedings, Explanatory Background Note, 24 gennaio 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">60) <a href="https://www.theguardian.com/media/2010/aug/01/julian-assange-wikileaks-afghanistan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/media/2010/aug/01/julian-assange-wikileaks-afghanistan</a></p>



<p class="has-small-font-size">61) Cfr. <a href="https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange">https://www.republik.ch/2020/01/31/nils-melzer-about-wikileaks-founder-julian-assange</a></p>



<p class="has-small-font-size">62) <a href="https://www.dw.com/en/stella-moris-every-generation-has-an-epic-fight-to-fight-and-this-is-ours/av-60087477">https://www.dw.com/en/stella-moris-every-generation-has-an-epic-fight-to-fight-and-this-is-ours/av-60087477</a></p>



<p class="has-small-font-size">63) <a rel="noreferrer noopener" href="https://oslofreedomforum.com/speakers/julian-assange/" target="_blank">https://oslofreedomforum.com/speakers/julian-assange/</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Israele e Palestina. Eventi del 2020</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/israele-e-palestina-eventi-del-2020/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021) Human Rights Watch Pubblichiamo un estratto del World Report 2021 di Human Rights Watch sulla situazione in Palestina. Qui il testo in inglese Nel 2020 le autorità israeliane hanno sistematicamente represso e discriminato i palestinesi in modi che superano di gran lunga le giustificazioni di sicurezza spesso fornite. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<p class="has-small-font-size">Human Rights Watch</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Pubblichiamo un estratto del World Report 2021 di Human Rights Watch sulla situazione in Palestina. <a href="https://www.hrw.org/world-report/2021/country-chapters/israel/palestine" data-type="URL" data-id="https://www.hrw.org/world-report/2021/country-chapters/israel/palestine" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui il testo in inglese</a></p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel 2020 le autorità israeliane hanno sistematicamente represso e discriminato i palestinesi in modi che superano di gran lunga le giustificazioni di sicurezza spesso fornite. Per il 13° anno consecutivo, il governo ha imposto un divieto di viaggio generalizzato ai palestinesi della Striscia di Gaza occupata e ha fortemente limitato l’entrata e l’uscita delle merci. Queste restrizioni, non basate su una valutazione individuale del rischio di sicurezza, hanno derubato, con rare eccezioni, i due milioni di palestinesi che vivono lì del loro diritto alla libertà di movimento, limitato il loro accesso all’elettricità e all’acqua, e devastato l’economia. L’80% dei residenti di Gaza dipende dagli aiuti umanitari.</p>



<p>Le autorità israeliane hanno anche facilitato l’ulteriore trasferimento di cittadini israeliani negli insediamenti nella Cisgiordania occupata, un crimine di guerra. Il gruppo israeliano Peace Now ha detto che nel 2020 i funzionari israeliani hanno avanzato piani per un numero maggiore di unità abitative negli insediamenti in Cisgiordania: 12.159 al 15 ottobre, più che in qualsiasi altro anno da quando, nel 2012, Peace Now ha iniziato a monitorare queste statistiche.</p>



<p>Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal primo gennaio al 19 ottobre 2020 le autorità israeliane hanno demolito 568 case palestinesi e altre strutture in Cisgiordania, anche a Gerusalemme Est, sfollando 759 persone. La maggior parte degli edifici sono stati demoliti per mancanza di permessi di costruzione israeliani, che sono praticamente impossibili da ottenere. Mentre la pandemia di Covid-19 si diffondeva tra marzo e agosto, Israele ha registrato il più alto tasso di demolizione di case degli ultimi quattro anni, ha rilevato OCHA. Il 3 novembre, le autorità israeliane hanno raso al suolo le case della maggior parte dei residenti della comunità palestinese di Khirbet Humsah, nella Valle del Giordano, perché si trovavano in un’area designata come “zona di tiro”, facendo sfollare 73 persone, 41 delle quali bambini.</p>



<p>L’accordo di coalizione tra il Likud e l’alleanza Blu-Bianco che ha portato alla formazione di un governo israeliano a maggio 2020, dopo tre turni di elezioni nell’anno precedente, ha stabilito un programma per portare all’approvazione l’annessione di ulteriori parti della Cisgiordania. Nell’agosto 2020 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che Israele avrebbe ritardato la mossa a seguito di un accordo per normalizzare le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti, ma che “non c’è alcun cambiamento al mio piano di estendere la sovranità” sulla Cisgiordania.</p>



<p>Sia l’Autorità Palestinese (AP) dominata da Fatah in Cisgiordania, sia l’autorità di Hamas a Gaza, hanno arrestato oppositori e persone che hanno espresso pacificamente la loro critica e ne hanno torturato alcuni in loro custodia. Tra gennaio e settembre 2020 l’organo di controllo statutario palestinese, la Commissione Indipendente per i Diritti Umani (ICHR), ha ricevuto 269 denunce di arresti arbitrari, 147 contro l’AP e 122 contro Hamas; 90 denunce di tortura e maltrattamenti, 40 contro l’AP e 50 contro Hamas, e 62 denunce contro l’AP di detenzione senza processo o di accusa in base a un ordine di un governatore regionale. Il numero di denunce è diminuito rispetto agli anni precedenti, cosa che l’ICHR attribuisce principalmente al minor numero di visite in carcere che ha condotto in mezzo alla pandemia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Striscia di Gaza</h4>



<p>Anche se i combattimenti tra Israele e i gruppi armati palestinesi sono diminuiti rispetto agli anni precedenti, le autorità israeliane hanno mantenuto la chiusura di Gaza, insieme alle restrizioni che l’Egitto mantiene al suo confine. I gruppi armati palestinesi, al 21 ottobre 2020, hanno sparato 187 razzi o colpi di mortaio non guidati verso i centri abitati israeliani, secondo il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, attacchi intrinsecamente indiscriminati che equivalgono a crimini di guerra.</p>



<p>I palloni incendiari lanciati in Israele dai palestinesi di Gaza hanno spinto ad agI palloni incendiari lanciati in Israele dai palestinesi di Gaza hanno spinto ad a-gosto le autorità israeliane, per rappresaglia, a limitare l’ingresso a Gaza di beni, compresi cibo e medicine, a bloccare l’accesso alle acque territoriali di Gaza ai pescatori palestinesi e a tagliare le importazioni di carburante alla centrale elettrica di Gaza, riducendo ulteriormente la già limitata fornitura di elettricità per quasi tre settimane. Queste misure, che prendono di mira la popolazione civile generale di Gaza, equivalgono a una punizione collettiva illegale.</p>



<p>Ad agosto 2020, Gaza ha registrato i suoi primi casi di trasmissione comunitaria del coronavirus. Le autorità di Hamas, che da marzo avevano richiesto ai residenti di ritorno di trascorrere 21 giorni in quarantena nei centri che supervisionano, hanno imposto un blocco di 14 giorni e altre misure restrittive. Al 19 ottobre, il Ministero della Sanità di Gaza aveva registrato 4.722 casi di Covid-19 e 28 morti, la maggior parte dei quali da agosto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Chiusura israeliana</h4>



<p>Israele ha limitato la capacità della maggior parte dei residenti di Gaza di viaggiare attraverso il valico di Erez, l’unico passaggio passeggeri da Gaza a Israele attraverso il quale i palestinesi si recano in Cisgiordania e all’estero. Un divieto di viaggio generalizzato si applica a tutti i palestinesi, tranne quelli che le autorità israeliane ritengono che presentino “circostanze umanitarie eccezionali”, per lo più coloro che hanno bisogno di cure mediche vitali e i loro accompagnatori, così come gli uomini d’affari di spicco.</p>



<p>Secondo il Gruppo Israeliano per i Diritti Gisha, durante gennaio e febbraio una media di 778 palestinesi di Gaza è uscita attraverso Erez ogni giorno, una frazione rispetto alla media giornaliera di più di 24.000 che si registrava prima dell’inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000. Dopo che Israele ha rafforzato la chiusura in mezzo alla pandemia, quella cifra è crollata, tra aprile e settembre, a circa 9 persone al giorno.</p>



<p>A maggio, l’AP ha sospeso il coordinamento amministrativo e di sicurezza con Israele, compreso il rilascio di permessi di viaggio, in risposta ai piani di annessione di Israele. Questa mossa ha lasciato i residenti di Gaza senza un modo chiaro per richiedere i permessi, poiché le autorità israeliane non hanno una presenza fisica formale all’interno di Gaza e non hanno creato meccanismi alternativi per accettare direttamente le domande. Diverse organizzazioni a giugno hanno iniziato a fare domanda per conto dei palestinesi con appuntamenti programmati per cure mediche urgenti fuori Gaza e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha assunto il ruolo di coordinamento a settembre. Secondo i dati ricevuti dall’OMS, a giugno Israele ha negato o non ha risposto in modo tempestivo al 54% di tali richieste. A novembre, l’AP ha detto che avrebbe ripreso il coordinamento amministrativo e di sicurezza con Israele.</p>



<p>Secondo Gisha, le esportazioni di Gaza tra gennaio e settembre, destinate principalmente alla Cisgiordania e a Israele, hanno avuto una media di 256 camion al mese, rispetto alla media mensile di 1.064 camion prima dell’inasprimento della chiusura del giugno 2007. Israele ha anche fortemente limitato e spesso proibito l’ingresso di quelli che considera materiali “a doppio uso”, oggetti che potrebbero essere usati per scopi militari. La lista includeva apparecchiature per raggi X e comunicazioni, materiali da costruzione, pezzi di ricambio e batterie per dispositivi di assistenza usati da persone con disabilità, e altri articoli civili vitali.</p>



<p>Secondo OCHA, le famiglie di Gaza hanno ricevuto in media poco più di 12 ore di elettricità al giorno durante i primi nove mesi del 2020. Le interruzioni di corrente croniche e prolungate ostacolano la vita quotidiana, in particolare per le persone con disabilità che si affidano alla luce per comunicare con il linguaggio dei segni o alle apparecchiature alimentate dall’elettricità, come gli ascensori o le sedie a rotelle elettriche, per muoversi. Più del 96% delle acque sotterranee a Gaza sono “inadatte al consumo umano”, ha scoperto l’OCHA. Secondo l’OMS, il 47% di quelle che considera medicine “essenziali” erano a livello zero (meno di un mese di scorte) al Central Drug Store di Gaza alla fine di settembre.</p>



<p>L’Egitto ha anche fortemente limitato il movimento di persone e merci al suo valico di Rafah con Gaza, anche limitando l’ingresso a coloro che non hanno un ID palestinese perché Israele non li ha inclusi nel registro della popolazione che controlla. Nei primi nove mesi del 2020, una media di 4.767 palestinesi ha attraversato mensilmente il valico in entrambe le direzioni, meno della media mensile di 12.172 del 2019 e di oltre 40.000 prima del golpe militare del 2013 in Egitto, secondo Gisha.</p>



<h4 class="wp-block-heading"> Hamas e gruppi armati palestinesi a Gaza</h4>



<p>Le autorità di Hamas non hanno fornito informazioni su due civili israeliani con disabilità psicosociali, Avera Mangistu e Hisham al-Sayed, che hanno apparentemente trattenuto in violazione del diritto internazionale per più di cinque anni dopo il loro ingresso a Gaza. In aprile, le autorità di Hamas hanno arrestato sette attivisti per aver partecipato a una video chat in cui rispondevano a domande di civili israeliani sulla vita a Gaza. Due sono stati detenuti per più di sei mesi e tre sono stati condannati secondo la legge militare per “aver indebolito lo spirito rivoluzionario”.</p>



<p>Le autorità di Hamas non hanno effettuato alcuna esecuzione a morte nel 2020; da quando hanno preso il controllo di Gaza nel giugno 2007, ne hanno effettuate 25, a seguito di processi inficiati da violazioni del giusto processo. I tribunali di Gaza, al 2 novembre, avevano condannato a morte 145 persone in quel periodo, secondo il Centro Palestinese per i Diritti Umani con sede a Gaza. Una legge dell’era del mandato britannico ancora in vigore a Gaza punisce i “rapporti innaturali” di natura sessuale, che comprendono le relazioni omosessuali, con un massimo di 10 anni di prigione, anche se Human Rights Watch non ha documentato detenzioni per comportamenti omosessuali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cisgiordania Uso della forza e detenzioni da parte di Israele</h4>



<p> In Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 20 palestinesi e ne hanno ferito almeno 2.001 a partire dal 5 ottobre, secondo l’OCHA, compresi quelli che si presume abbiano attaccato gli israeliani, ma anche quelli non coinvolti nella violenza. Il 30 maggio, la polizia di frontiera israeliana nella Città Vecchia di Gerusalemme ha sparato mortalmente a un 32enne palestinese disarmato e affetto da autismo, Eyad al-Hallaq, dopo che questi sarebbe fuggito quando gli hanno chiesto di fermarsi. Secondo quanto riferito agli investigatori israeliani da un ufficiale sulla scena, la polizia gli ha sparato in uno “spazio chiuso” dove non “metteva in pericolo” nessuno. A ottobre, le autorità hanno indicato che probabilmente accuseranno l’ufficiale che ha sparato ad al-Hallaq di omicidio sconsiderato, in attesa di un’udienza preliminare.</p>



<p> Il 23 giugno la polizia di frontiera ha sparato e ucciso, apparentemente in modo illegale, Ahmed Erekat, 26 anni, dopo che la sua auto si è schiantata contro un posto di blocco e lui è uscito dal veicolo in circostanze in cui non sembrava costituire una minaccia imminente per la vita. Le autorità hanno caratterizzato l’incidente come un attacco con speronamento dell’auto; la sua famiglia ha detto che è stato un incidente. Le autorità israeliane hanno raramente ritenuto responsabili le forze di sicurezza che hanno usato una forza eccessiva o i coloni che hanno attaccato i palestinesi.</p>



<p>La violenza dei coloni contro i palestinesi durante i primi cinque mesi del 2020 è rimasta ai livelli del 2019, un netto aumento rispetto agli anni precedenti, ha rilevato OCHA. Al 5 ottobre i coloni hanno ucciso un civile palestinese, ne hanno feriti 103 e hanno causato danni alla proprietà in 136 incidenti, secondo l’OCHA. Attaccanti palestinesi hanno ucciso un soldato israeliano e ferito almeno 28 soldati e civili israeliani in Cisgiordania, dal 22 settembre.</p>



<p>Le autorità israeliane a settembre hanno detto che avrebbero continuato a trattenere i corpi dei palestinesi uccisi in quelli che considerano incidenti di sicurezza, principalmente come leva per garantire il rilascio da parte di Hamas dei corpi di due soldati israeliani presumibilmente uccisi nelle ostilità del 2014. Israele ha trattenuto, a settembre, i corpi di 67 palestinesi uccisi dal 2015, secondo il Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center. Nel quartiere di Issawiya, a Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno arrestato 850 palestinesi tra aprile 2019 e aprile 2020, secondo il gruppo israeliano per i diritti B’Tselem, come parte di una “campagna continua di abusi” contro i suoi residenti.</p>



<p>Ad aprile, la polizia israeliana ha chiuso un centro di test per il coronavirus istituito dai residenti nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est, con la motivazione che operava con l’assistenza dell’AP. Le autorità israeliane monitorano da vicino il discorso online dei palestinesi, in parte basandosi su algoritmi predittivi per determinare chi prendere di mira, e hanno arrestato i palestinesi sulla base dei post sui social media e altre attività di espressione. Al 31 agosto, secondo i dati del Servizio penitenziario israeliano, Israele teneva 4.207 palestinesi in custodia per reati di “sicurezza”, compresi 153 bambini, molti per aver lanciato pietre, e 355 in detenzione amministrativa senza accuse formali o processo e sulla base di prove segrete.</p>



<p><a></a><a></a> Mentre applicano la legge civile israeliana ai coloni, le autorità israeliane governano i palestinesi della Cisgiordania, esclusi i residenti di Gerusalemme, sotto la dura legge militare. Così facendo, negano loro i processi di base e li processano nei tribunali militari con un tasso di condanna vicino al 100%. Israele incarcera all’interno di Israele molti palestinesi degli OPT (Occupied Palestinian Territories), complicando le visite familiari e violando la proibizione del diritto umanitario internazionale contro il loro trasferimento fuori dal territorio occupato.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Insediamenti e demolizioni di case</h4>



<p>Israele ha assegnato ulteriore terra palestinese confiscata a insediamenti illegali e ha fornito sicurezza, infrastrutture e servizi a più di 647.000 coloni residenti in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. A giugno, la Corte Suprema d’Israele ha annullato una legge che permette alle autorità di espropriare retroattivamente la terra su cui sono stati costruiti gli insediamenti, ma che Israele ha riconosciuto essere di proprietà privata dei palestinesi. Nella sua motivazione, tuttavia, la corte ha citato “strumenti meno dannosi” che potrebbero avere lo stesso effetto, approvando di fatto gli espropri illegali: uno degli strumenti indicati è un ordine militare che sostiene i contratti fondiari quando le autorità credevano ragionevolmente, al momento della vendita, che la terra non fosse di proprietà privata.</p>



<p>In diversi casi, i tribunali di Gerusalemme hanno ordinato lo sfratto di famiglie palestinesi dalle case in cui avevano vissuto per decenni nel quartiere di Silwan a Gerusalemme Est, in gran parte sulla base di leggi discriminatorie che favoriscono le rivendicazioni che la terra apparteneva a proprietari ebrei prima del 1948, o leggi che permettono allo Stato di appropriarsi della terra come “proprietà assente”.</p>



<p>La difficoltà di ottenere permessi di costruzione israeliani a Gerusalemme Est e nel 60% della Cisgiordania sotto il controllo esclusivo di Israele (Area C) ha spinto i palestinesi a costruire abitazioni, scuole e strutture commerciali che sono a costante rischio di demolizione o confisca perché non autorizzate. L’OCHA ha considerato, ad a-prile 2020, 46 comunità palestinesi della Cisgiordania ad “alto rischio di trasferimento forzato” a causa delle politiche coercitive i-sraeliane. Il diritto internazionale proibisce a una potenza occupante di distruggere proprietà a meno che non sia “assolutamente necessario” per “operazioni militari”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Libertà di movimento per i palestinesi</h4>



<p>Israele ha continuato ad applicare il suo regime di permessi, che richiede ai possessori di documenti palestinesi, con rare eccezioni, di richiedere all’esercito israeliano permessi limitati nel tempo per entrare in ampie parti della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. B’Tselem descrive questo come “un sistema burocratico arbitrario e del tutto non trasparente” in cui “molte domande sono negate senza spiegazione, senza una vera via d’appello”. Secondo OCHA, le autorità israeliane, a giugno, hanno mantenuto quasi 600 checkpoint e altri ostacoli permanenti all’interno della Cisgiordania, oltre a quasi 1.500 checkpoint “volanti” ad hoc eretti tra aprile 2019 e marzo 2020. Le forze israeliane abitualmente allontanano o umiliano e ritardano i palestinesi ai posti di blocco senza spiegazioni.</p>



<p>La barriera di separazione, che Israele ha detto di aver costruito per ragioni di sicurezza, ma che ricade per l’85% in Cisgiordania piuttosto che lungo la linea verde che separa il territorio israeliano da quello palestinese, taglia fuori migliaia di palestinesi dalle loro terre agricole. Isola anche 11.000 palestinesi che vivono sul lato occidentale della barriera ma non sono autorizzati a viaggiare in Israele e la cui capacità di attraversare la barriera per accedere alle loro proprietà e ai servizi di base è altamente limitata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’Autorità Palestinese in Cisgiordania</h4>



<p>Al 21 ottobre 2020, l’AP ha riportato 43.308 casi di Covid-19 e 399 morti dall’inizio dell’epidemia in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est. Pur imponendo a volte restrizioni in tutte le parti della Cisgiordania in cui gestisce gli affari, l’AP si è in gran parte basata su chiusure localizzate di aree che sperimentano un’impennata di casi. Il primo ministro Mohammad Shtayyeh si è impegnato a luglio 2019 a porre fine agli arresti arbitrari. A giugno, le forze dell’AP hanno detenuto il giornalista Sami al-Sai per tre settimane per il sospetto che amministrasse una pagina Facebook che aveva pubblicato informazioni sulla corruzione dell’AP. Le forze dell’AP a luglio hanno arrestato circa 20 attivisti a Ramallah diretti a una protesta sulla corruzione dell’AP, trattenendoli per più di una settimana e perseguendoli con l’accusa di essersi riuniti illegalmente e aver violato le misure restrittive legate al Covid-19.</p>



<p>Le leggi di AP sullo status personale hanno discriminato le donne, anche in relazione al matrimonio, al divorzio e alle decisioni relative alla custodia dei figli e all’eredità. I gruppi per i diritti delle donne hanno documentato un aumento delle denunce di violenza domestica durante le restrizioni del Covid-19. Tuttavia, la Palestina non ha una legge completa sulla violenza domestica. L’AP sta valutando un progetto di legge sulla protezione della famiglia, ma i gruppi per i diritti delle donne hanno sollevato la preoccupazione che non vada abbastanza lontano per prevenire gli abusi e proteggere le sopravvissute.</p>



<h4 class="wp-block-heading"> Israele</h4>



<p>Al 21 ottobre, Israele ha registrato 306.649 casi di Covid-19 e 2.278 morti, anche a Gerusalemme Est e negli insediamenti in Cisgiordania. Israele ha istituito blocchi tra la fine di marzo e l’inizio di maggio, e di nuovo tra la fine di settembre e la metà di ottobre. Per fare il tracciamento legato al Covid-19, le autorità israeliane hanno autorizzato lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele, a raccogliere dai fornitori di telecomunicazioni, a partire da marzo, grandi quantità di dati di localizzazione dai telefoni cellulari dei comuni israeliani, senza il loro consenso. La Knesset a luglio ha autorizzato la sorveglianza per sei mesi, a seguito di una sentenza della Corte Suprema israeliana di aprile che ha stabilito che il governo doveva sottoporre il programma alla legislazione.</p>



<p><a></a> A giugno, la Knesset ha rinnovato un ordine temporaneo in vigore dal 2003 che impedisce, con poche eccezioni, di concedere uno status legale a lungo termine o la residenza in Israele ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che sposano cittadini o residenti israeliani, in molti casi forzando la separazione delle famiglie.</p>



<p>Migliaia di israeliani hanno partecipato a manifestazioni settimanali a partire da giugno, principalmente contro la gestione del Covid-19 da parte del governo e le accuse di corruzione contro il primo ministro Netanyahu. La polizia israeliana ha disperso con la forza diverse manifestazioni e ha picchiato e arrestato decine di manifestanti. Il gruppo israeliano Human Rights Defenders Fund ha detto che tra il 14 e il 26 luglio, nella sola Gerusalemme, ha fornito consulenza legale a più di 150 manifestanti che erano stati arrestati.</p>



<p>Le autorità israeliane hanno continuato a negare sistematicamente le richieste di asilo dei circa 32.000 eritrei e sudanesi richiedenti asilo nel Paese. Per spingerli ad andarsene, il governo cerca di rendere le loro vite “miserabili”, nelle parole del ministro degli Interni israeliano nel 2012, attraverso restrizioni di movimento, permessi di lavoro e accesso all’assistenza sanitaria. La Corte Suprema in aprile ha annullato una legge che permetteva la confisca di una parte dei loro stipendi.</p>
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		<title>Se fare storia è un reato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/se-fare-storia-e-un-reato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Paginauno ha pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa è di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, accusa associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!). Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Qui <a href="https://rivistapaginauno.it/quando-moro-chiese-aiuto-alla-cia-per-contrastare-le-brigate-rosse/" data-type="post" data-id="4973" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ne pubblichiamo un altro</a>, anticipato dall’articolo con cui lo stesso Paolo Persichetti ha reso pubblico il sequestro subìto, sul suo blog</em> <a rel="noreferrer noopener" href="https://insorgenze.net/" target="_blank"><em>Insorgenze.net</em></a><em>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. </p>



<p>Un tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di <em>telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale</em>. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.</p>



<p>La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.</p>



<p>L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.</p>



<p>Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.</p>



<p>Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni &#8217;70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.</p>



<p>Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.</p>



<p>Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.</p>



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			</item>
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		<title>SanPa e i buchi nella Storia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sanpa-e-i-buchi-nella-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Segio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4530</guid>

					<description><![CDATA[San Patrignano: politica, documentario, Storia: la consegna di una falsa memoria dei fatti e dell’epoca. La legge sulle droghe del 1975, Stato penale vs Stato sociale e la battaglia politico-culturale che si giocò sui diritti civili conquistati negli anni Settanta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>San Patrignano: politica, documentario, Storia: la consegna di una falsa memoria dei fatti e dell’epoca. La legge sulle droghe del 1975, Stato penale vs Stato sociale e la battaglia politico-culturale che si giocò sui diritti civili conquistati negli anni Settanta</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La Storia è conflitto tra verità, interpretazioni e memorie. Chi ha il potere stabilisce ciò che è da considerarsi verità e impone le proprie interpretazioni come universali. Dentro questo interminabile conflitto, i dominati possono contare solo sulla propria memoria e sulla contronarrazione per poterla comunicare. La rimozione dei contesti e la riduzione delle complessità e dinamiche della Storia sono la premessa di ogni operazione di riscrittura e revisione di ciò che è stato. Una tecnica in Italia più che collaudata in particolare riguardo le vicende degli anni Settanta, ma che funziona in generale. La miniserie <em>SanPa</em>, che tanto sta facendo discutere, non si è sottratta a questa regola e tendenza.</p>



<p>Al filmato disponibile su Netflix, articolato in cinque puntate per una durata complessiva di 301 minuti, va riconosciuto un indubbio merito: quello di aver riaperto la riflessione e il dibattito non tanto e non solo sulla comunità terapeutica fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978 quanto sulla questione delle droghe, da tempo rimossa dall’attenzione pubblica e dall’affrontamento politico e istituzionale. Basti dire che la Conferenza governativa che ha il compito di verificare e indirizzare le politiche in materia non viene più effettuata dal 2009, in violazione della legge che la prevede ogni tre anni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La tossicodipendenza oggi</h4>



<p>Una inadempienza tanto più grave stante la permanenza di drammaticità ed estensione del problema. Secondo le fonti ufficiali, nel 2019 (ultimo dato disponibile) le morti per intossicazione acuta da droghe sono state 373, di cui 169 dovute all’uso di eroina, in aumento del 11% sull’anno precedente, che già aveva visto una crescita del 17% rispetto al 2017. Lo stesso Dipartimento per le politiche antidroga istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, nella propria relazione annuale al Parlamento, specifica peraltro che tale cifra è inferiore alla realtà, in quanto si riferisce solo alle morti attribuite in via diretta all’assunzione di droghe e ai casi per i quali sono state interessate le forze di polizia.</p>



<p>Nel complesso, e con questa avvertenza, negli ultimi vent’anni i decessi correlati agli stupefacenti assommano a 9.718. Si consideri che nel 1985, l’anno del famoso “processo delle catene”, ricostruito nel documentario e che vide imputato e condannato in primo grado Muccioli, i decessi per droga erano stati 242. La questione, beninteso, non riguarda solo o particolarmente il nostro Paese: secondo l’Osservatorio europeo sulle droghe, nel 2018 i decessi per overdose nell’Unione sono stati 8.300. In Italia, nel corso del 2019, i 6.624 operatori dei 562 Servizi Pubblici per le Dipendenze (SerD) hanno assistito complessivamente 136.320 persone, mentre i servizi gestiti dal cosiddetto ‘Privato Sociale’ – ben 821 quelli registrati – al 31 dicembre 2019 avevano in carico 16.352 persone, la maggior parte (11.117) inseriti in strutture terapeutiche residenziali.</p>



<p>Pur nelle differenze anche significative riguardo le sostanze oggi utilizzate, il loro mercato e le modalità di consumo, il quadro attuale delle droghe e delle dipendenze, insomma, ha dimensioni che dovrebbero allarmare, oltre che indurre adeguate risposte a livello politico e sociale. Eppure, il problema rimane pressoché invisibile e non rilevato nella informazione e consapevolezza pubblica.</p>



<p>Benvenuto, dunque, il documentario <em>SanPa</em>, che ha saputo risvegliare l’attenzione del distratto e omissivo sistema mediatico, se riuscirà davvero a provocare una riflessione che vada oltre il soggettivo dosaggio delle ‘luci’ e delle ‘ombre’ e un dibattito che esca dalle personalizzazioni per addentrarsi nella questione droghe (e politiche sulle droghe) in generale e, in specifico, nell’analisi dei modelli e delle culture che presiedevano e presiedono alle risposte terapeutiche.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Di cosa stiamo parlando</h4>



<p>Le premesse non rendono però ottimisti, poiché il racconto che <em>SanPa</em> propone non fornisce alcun elemento di contestualizzazione riguardo il periodo storico, le correnti culturali, la situazione politica, gli apparati normativi di riferimento, le diverse filosofie e metodologie di trattamento delle tossicodipendenze. Uno spettatore giovane o smemorato sarà anzi indotto a ritenere che quella di Muccioli sia stata l’unica struttura preposta alla cura di quanti in quell’epoca fossero stati dediti all’uso di droghe. E, così pure, che l’opera di San Patrignano sia da considerarsi tanto più meritevole stante la latitanza dello Stato e di ogni supporto pubblico. </p>



<p>Una convinzione tanto diffusa quanto errata, come vedremo, da cui non si discosta Carlo Gabardini, che con Paolo Bernardelli è stato coautore della docu-serie ideata e scritta da Gianluca Neri e diretta dalla regista Cosima Spender. In un’intervista parla esplicitamente “dell’assenza dello Stato che bollò la droga come una tematica tabù e creò emarginazione e stigma sociale”. Una persuasione ribadita più volte: “È una serie su tutti noi. Su come decidiamo di risolvere i problemi che travolgono la società e su come ci confrontiamo con l’assenza dello Stato” (1).</p>



<p>Se ci pensiamo, questo è un concetto cardine che ha invaso e colonizzato il discorso pubblico degli ultimi decenni, a consentire e sorreggere la restaurazione liberista oggi dominante, in una sorta di profezia che si autoadempie. La denuncia dell’assenza e dell’inefficienza dello Stato, culla prima del liberismo e poi del populismo, è stata cavallo di Troia delle privatizzazioni, dell’appropriazione dei beni comuni e della demolizione del welfare. “Il privato è meglio e funziona meglio” è lo slogan che ci accompagna da decenni. La sindemia del Covid-19, con il corredo di alta mortalità e le diverse problematiche connesse, derivanti dalla decennale penalizzazione e aziendalizzazione del servizio sanitario pubblico e dal depauperamento della medicina territoriale a favore del sistema privato e convenzionato, sta ora rendendo evidente anche ai più ciechi quanto fosse fraudolenta quella ideologia. Un sistema che, tuttavia, non demorde e che sta utilizzando lo shock pandemico per accentrare poteri e moltiplicare profitti, nella logica rapace e consolidata del capitalismo dei disastri.</p>



<p>Secondo il documentario, dunque, già allora e anche nel campo delle tossicodipendenze l’iniziativa privata colmava il vuoto dovuto alla latitanza e disinteresse delle autorità pubbliche e ‘salvava’ tanti giovani altrimenti condannati. Diversamente, già la legge n. 685 del 1975 aveva istituito i servizi pubblici territoriali, man mano cresciuti di numero, esperienza e di professionalità. Il confronto non era tra un’assenza e una supplenza, ma tra impostazioni diverse e talvolta opposte. Nel pensiero di Muccioli, in realtà, ciò di cui si lamentava la mancanza non era tanto dello Stato in sé, bensì dello Stato forte, dello Stato penale non di quello sociale. Non per niente le forze politiche maggiormente e per prime tifose di San Patrignano sono state quelle con medesima e dichiarata convinzione e con qualche nostalgia per passati regimi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La linea guida della docu-serie</h4>



<p>Fatta salva la bontà delle intenzioni e l’indubbia perfezione tecnica, scontata l’evidente e preventiva ricerca di equilibrio (rivendicata da Gabardini: “Le luci ci sono e le abbiamo mostrate in maniera profonda e senza filtri”), quel che risulta <em>ab origine</em> discutibile è l’architrave, l’assunto fondante sul quale è costruito l’intero documentario. Quello di cui ha espressamente riferito il produttore Gianluca Neri: “La frase che ci eravamo dati noi autori come linea guida era: quanto male sei disposto a giustificare, per fare del bene? Era la chiusura del trailer che proponemmo a Netflix per farci prendere la storia” (2).</p>



<p>Si introduce in questo modo un’affermazione apodittica e fattualmente indimostrabile, ovvero che l’esito di quei trattamenti, pur violenti, sia stato “il bene” dei soggetti in quel modo trattati. La cui alternativa sarebbe stata il permanere nella ‘schiavitù’ della droga e la morte. Un male relativo e contingente per un bene assoluto e definitivo. E qui, a puntello dell’assunto, entra in campo non semplicemente un aspetto non comprovato, ma una vera e propria falsa memoria, una credenza e una disinformazione riguardo ai fatti e ai dati dell’epoca.</p>



<p>Dice ancora il produttore: “Alcuni montatori che avevano 18 anni ci guardavano basiti chiedendo «Ma davvero si facevano con le siringhe?». Gli dovevamo spiegare che i tossicodipendenti li trovavi nei parchi, morti sulle panchine, per spiegare quanto fosse un’emergenza nazionale”. Eppure, questa descrizione non corrisponde alla realtà di quel periodo, ma semmai a quella di un decennio successivo, allorché la risposta politica alle tossicodipendenze era divenuta marcatamente punitiva, anche sulla scia e per risultato dell’approccio e del verbo muccioliniano.</p>



<p>La fotografia che più è rimasta nell’immaginario, condizionandolo, è, in effetti, degli ultimi giorni del 1979: un ragazzo riverso su una panchina di Milano, alla Bovisa, con un prete che ne benedice la salma. Si chiamava Dario Rizzi, aveva 16 anni. Ma, dopo le suggestioni e i fotogrammi rimasti maggiormente impressi, occorre tornare al quadro nel suo insieme e all’obiettività dei numeri e alla corretta datazione degli avvenimenti e del loro sviluppo, guardando in parallelo ai cambiamenti nelle politiche e nelle legislazioni antidroga.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I morti per droga e la nuova legge</h4>



<p>I decessi per sostanze stupefacenti hanno iniziato a essere censiti nel 1973, con un solo morto registrato. Da allora una lenta ma quasi lineare progressione: 8 decessi (nel 1974), 26 (1975), 31 (1976), 40 (1977). Nel 1978, anno di fondazione di San Patrignano, furono 62; in seguito 126 (1979), 206 (1980), 237 (1981), 252 (1982), 259 (1983), 397 (1984), 242 (1985). Nell’anno dell’assoluzione in appello di Muccioli per le catene, il 1987, i morti erano stati 543 e poi hanno continuano a salire progressivamente sino ai picchi dei 1.161 del 1990, 1.383 del 1991, 1.217 del 1992. Picchi che è inevitabile – e corretto – porre in correlazione con la nuova legge sugli stupefacenti introdotta nel 1990, dopo un dibattito lungo e lacerante a livello politico e sociale e tra le diverse comunità terapeutiche, portatrici di pratiche e metodologie assai differenziate. Dallo scontro uscì vincitore Muccioli, principale sostenitore della legge Iervolino-Vassalli (legge 26 giugno 1990 n. 162, poi DPR 9 ottobre 1990, n. 309).</p>



<p>Era allora in carica il VI governo Andreotti, di coalizione pentapartita (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli). La nuova disciplina era fortemente voluta dai due partiti principali della coalizione, il democristiano e il socialista, allo scopo di riformare il criterio della “modica quantità”, caratterizzante la legge n. 685 in quel momento in vigore. Sino al 1990, infatti, era esclusa la punibilità per la detenzione di un modesto quantitativo di sostanza finalizzata al consumo personale.</p>



<p>La legge n. 162 volle invece, programmaticamente, punire chiunque consumasse droghe. Così, il possesso di una quantità inferiore alla “dose media giornaliera” (definita con apposite tabelle ministeriali in 100 milligrammi di principio attivo per l’eroina, 150 milligrammi per la cocaina, 1/2 grammo per l’hashish) comportava sanzioni amministrative (sospensione della patente, del passaporto, obbligo di colloquio in prefettura). Al di sopra di quella soglia, invece, le misure diventavano automaticamente penali; ma anche la reiterazione o l’inosservanza delle sanzioni amministrative comportava – e comporta – l’avvio al circuito penale.</p>



<p>La <em>ratio</em>, insomma, era di escludere ogni discrezionalità da parte della magistratura e delle forze dell’ordine nel valutare caso per caso se la droga fosse destinata all’uso personale o allo spaccio, e dunque di punire severamente anche il semplice consumo e la detenzione a uso personale. In seguito la norma venne addirittura inasprita, con la legge Fini-Giovanardi, n. 49 del 2006, che equiparò droghe pesanti e leggere e moltiplico ulteriormente gli ingressi in carcere, prima di essere, pur tardivamente, dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 32 del 2014.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La war on drugs</h4>



<p>La legge repressiva del 1990 aveva un’altra delle sue radici nella fascinazione del leader socialista dell’epoca, Bettino Craxi, per la <em>war on drugs</em> voluta e varata dall’allora presidente statunitense George Bush senior, ma già indirizzata dal predecessore Ronald Reagan. Arrivarono così gli anni della “tolleranza zero” imposta dal sindaco di New York Rudolph Giuliani (che abbiamo ritrovato negli anni recenti in veste di avvocato di Donald Trump). Sia nella versione originale, sia in quella importata in Italia, la <em>guerra</em> e l’<em>intolleranza</em> si sono sviluppate non già contro le sostanze proibite ma verso chi le utilizzava. Cominciò in quel modo e in quel tempo la bulimia del sistema penitenziario.</p>



<p>La filosofia del “fare raggiungere il fondo” ai tossicodipendenti per costringerli poi a risalire, teorizzata e praticata dalle strutture sostenitrici della necessità – anzi del valore – della punizione (non solo San Patrignano, ma anche altre, in particolare le comunità Incontro di don Pierino Gelmini) produsse presto effetti. Nefasti, non salvifici. I dati mostrano che, ben prima di raggiungere quel ‘fondo’ da cui eventualmente risalire, spinti a nascondersi e non rivolgersi ai servizi nel timore di essere denunciati, molti morivano o si infettavano di AIDS e in numero crescente finivano in prigione. In Italia, al 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti detenuti erano 7.299; sei mesi dopo erano già saliti a 9.623 per arrivare a ben 14.818 il 31 dicembre 1992. Cifre mai più reclinate: attualmente (al 31 dicembre 2020) sono 18.757 le persone in carcere per violazione della legge sulle droghe.</p>



<p>Assieme, si intensificò proprio allora il numero di morti, che arrivò nel 1996 al picco storico dei 1.566, favorito dalla clandestinità cui la nuova legge costringeva i tossicomani, laddove anche i medici erano tenuti a segnalarli, a dispetto del rapporto di fiducia e delle regole deontologiche. Il record dei decessi, tuttavia, non portò alcuna resipiscenza. Anzi, la madre della nuova disciplina, la ministra Iervolino, arrivò incredibilmente a dichiarare: “L’aumento dei decessi non rappresenta certo una smentita della validità della legge, anzi secondo me ha il valore di una conferma” (La Repubblica, 8 febbraio 1991). E, di fronte al disastro carcerario, tentò di scaricare l’intera responsabilità sui socialisti di Craxi: “Non siamo stati né io né la Democrazia cristiana a insistere perché chi consuma droga finisse in carcere. Anzi, il testo originario da me presentato non prevedeva questa misura. Poi altri partiti che voi ben sapete hanno insistito su quel punto” (La Repubblica, 10 novembre 1992).</p>



<p>Non è dunque la filosofia coercitiva o il rigore e il furore repressivo teorizzato e praticato da Muccioli e consacrato nella Iervolino-Vassalli ad aver ‘salvato’ i giovani tossici. A parte la discutibilità del termine, rilanciato dal documentario, si potrebbe plausibilmente affermare il contrario.</p>



<p>La ‘linea guida’ e l’idea forza che si è data il documentario, inoltre, condivide e rilancia un’altra falsa credenza – ovviamente e interessatamente accreditata a suo tempo da San Patrignano, ma non solo –, vale a dire che la comunità terapeutica, specie se chiusa e con regole rigide, fosse l’unica soluzione per ‘fare del bene’, per ‘guarire’ e ‘salvare’ dalla tossicodipendenza. Quando invece era, ed è, una sola delle possibili modalità, a fianco di diverse altre, non necessariamente comunitarie e non per forza residenziali. La risposta terapeutica, per essere davvero efficace, deve infatti essere il più possibile mirata e individualizzata, poiché ogni storia di tossicodipendenza è una storia a sé, come insegnano decenni di esperienza dei servizi e come conferma la letteratura scientifica. Imporre soluzioni standardizzate – e magari corredate dall’ergoterapia, ovvero da lavoro gratuito su larga scala come a SanPa –, assieme alla complessiva filosofia punitiva e reclusiva, hanno costituito un approccio ideologico che poteva aggiungere al ‘male’ un ‘male’ di tipo diverso ma egualmente pernicioso per la persona.</p>



<p>Alle fatiche, rischi e sofferenze della condizione che si trovavano a vivere a causa della dipendenza, infatti, per decine di migliaia di persone si aggiunsero allora quelli della stigmatizzazione, della privazione della libertà, del maggior rischio di contrarre l’AIDS e altre malattie trasmissibili.</p>



<p>Maggior facilità di contagio che ha avuto come conseguenza una impennata delle morti. Quelle per AIDS sono rapidamente passate dalle 2 del 1983 al picco di 4.519 nel 1995. In quell’anno più nefasto, su 5.578 casi di contagio 3.386 hanno riguardato tossicodipendenti; dall’inizio della raccolta dei dati, nel 1982, al 1995, su un totale di 32.632 contagiati 21.195 erano consumatori di droghe per via iniettiva. Certo, sono morti per il virus e per le infezioni correlate, ma anche e assieme per la criminalizzazione dei propri comportamenti, per la mancata prevenzione, per il contrasto alle politiche di riduzione del danno, per la difficoltà di trovare siringhe pulite, per la costrizione a nascondersi, per l’imposizione preventiva dell’astinenza, onde poter ricevere cure o qualsiasi sostegno, e della comunità chiusa come unica soluzione valida per tutti. Insomma, per la sottrazione di ogni diritto e per la sciagurata filosofia del “fare toccare il fondo” portata avanti dai padrini dell’ideologia punitiva e tradotta nella legislazione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le testimonianze omesse</h4>



<p>Chi entrava nella comunità di San Patrignano trovava non la morte ma la mortificazione, in particolare se di genere femminile. Come ben racconta ancora Gianluca Neri: “Un’altra cosa che mi è dispiaciuto non mettere nel documentario è sempre in quell’intervista al figlio di Villaggio, in cui lui a un certo punto dice: «Avevo un capogruppo che la notte entrava nelle camerate, ne sceglieva sempre una e la violentava»”. Il produttore cita anche l’altra parte del racconto di Villaggio che è stata omessa e che è altrettanto significativa: “C’era un filmato in cui ospite di Red Ronnie criticava alcune cose di San Patrignano, Red Ronnie replicava che quelle erano un po’ le strategie di San Patrignano e lui rispondeva: «Sì, ma queste strategie mi hanno lussato la spalla»”.</p>



<p>Sono numerose e dettagliate le testimonianze di violenze sistematiche che non vengono citate e riprese nel documentario e che sono invece facilmente reperibili sul sito www.lamappaperduta.com, promosso e gestito da persone che così si definiscono: “Alcuni di noi sono stati rinchiusi nelle strutture di cui si parla. Altri sono parenti di chi vi ha passato qualche anno e poi è tornato a casa. E poi ci sono i parenti di chi a casa non è mai tornato, perché ucciso o suicidato in seguito al ‘trattamento rieducativo’ che gli era stato somministrato”. Uccisi e suicidati, morti dopo essere stati mortificati.</p>



<p><em>SanPa</em> ricostruisce i suicidi di Gabriele Di Paola e di Natalia Berla accaduti a un giorno di distanza uno dall’altro nel marzo 1989, ma non si addentra su una successiva e tragica vicenda, quella di Fioralba Petrucci, anche lei precipitata da una finestra della comunità ‘satellite’ di Civitaquana nel giugno 1992. Per inciso: quasi un anno prima che venisse alla luce l’omicidio di Roberto Maranzano, avvenuto il 3 maggio 1989 ma rivelato solo nel marzo 1993 – dunque successivamente alla morte di Fioralba – grazie alle rivelazioni di un ex ospite, Franco Grizzardi. Secondo testimonianze, Fioralba è rimasta uccisa il giorno prima di essere riportata a San Patrignano, dove non voleva tornare e dopo essere stata ripetutamente picchiata. La Repubblica del 12 novembre 1994, ricostruendo l’episodio, titolò “Fioralba sapeva troppo” e riferì le dichiarazioni della madre Antonietta: “Mi ha confidato di un omicidio avvenuto a Sanpa”.</p>



<p>Da parte degli autori sono state dunque operate selezioni e scelte tanto più discutibili in un filmato che dura complessivamente ben cinque ore. Sono stati sacrificati materiali che avrebbero spostato in modo probabilmente significativo la percezione e la complessiva immagine che di Muccioli e del sistema San Patrignano si sono potuti fare quanti, specie se giovani, hanno visto e vedranno la serie di Netflix. In Italia e ancor più all’estero: <em>SanPa</em> è uscito in 190 Paesi ed è stato tradotto in una trentina di lingue. Una grande operazione commerciale con investimenti impegnativi, che sicuramente hanno consigliato grande prudenza. Fatto sta che talune importanti ‘ombre’ non sono state portate a conoscenza del pubblico.</p>



<p>Il prodotto cinematografico è sicuramente efficace: lascerà segni duraturi sull’immaginario e sedimenterà informazioni; che però, come stiamo vedendo, sono parziali e decontestualizzate.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Muccioli contro Basaglia, coazione contro libertà</h4>



<p>Contestualizzare vuol dire anche ricordare il dibattito sociale, culturale, politico e scientifico dell’epoca. Il progressivo rafforzamento di San Patrignano, grazie al legame con alcuni partiti e uomini di governo e, ancor di più, per la fortissima sponsorizzazione da parte di quasi tutti i media, ebbe da subito il dichiarato obiettivo di cancellare la normativa sulle droghe del 1975. Di porsi come modello alternativo a quella e ad altre leggi varate negli anni Settanta o subito dopo: dalla legge 13 maggio 1978 n. 180, detta Basaglia, sui trattamenti sanitari, alla legge 22 maggio 1978 n. 194 sull’interruzione di gravidanza; dalla legge 23 dicembre 1978 n. 833, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, alla legge 4 maggio 1983 n. 184 sui minori.</p>



<p>La rivoluzione basagliana aveva dato concretezza a un approccio sintetizzabile nell’affermazione programmatica: “La libertà è terapeutica”. La chiusura dei manicomi fu una potente esemplificazione di quell’approccio, che non era ideologico o astratto ma scientifico e sociale; che aveva trovato radici e implementazione nell’esperienza psichiatrica di Gorizia e Trieste, ma che influenzava pure il campo delle tossicodipendenze e di ogni altro ambito delle istituzioni totalizzanti.</p>



<p>La legge del 1975 era stato l’esito di un percorso di sollecitazione e di battaglie che avevano visto tra i soggetti trainanti il Gruppo Abele di Torino e il suo intervento pionieristico di sostegno e cura delle persone tossicodipendenti. Quell’associazione, sorta già nel 1965, vale a dire 13 anni prima di San Patrignano, aveva aperto un ‘Centro-Droga’, aperto 24 ore al giorno, già nel 1973, vigente la legge sugli stupefacenti n. 1041 del 1954, che prevedeva per i tossicomani il carcere e l’ospedale psichiatrico, quando non l’elettrochoc. La lotta contro di essa, con scioperi della fame, tende in piazza, manifestazioni, incontri con le commissioni parlamentari portò infine alla legge n. 685, improntata a una filosofia diversa, non incentrata sulla risposta penale e psichiatrica ma su quella medica e sociale, educativa e solidaristica.</p>



<p>È contro quella filosofia che Muccioli da subito si scagliò, divenendo in breve l’alfiere, la testa di ponte e lo strumento delle forze politiche più retrive e conservatrici che volevano restaurare la risposta repressiva e contenitiva al consumo di droghe ma anche al disagio psichico e in generale alla devianza sociale. I suoi attacchi, che trovavano sempre ampia e compiacente accoglienza e rilancio da parte dei media, non riguardavano solo la presunta tolleranza verso i consumatori di droghe (“Con l’assistenzialismo e il permissivismo degli anni passati abbiamo fatto troppe volte il gioco del tossicodipendente”, Ansa, 12 settembre 1990), ma pure la legge Basaglia (“Si tratta di fare una legge che non sfoci nell’immoralità come la 180. Basta con la liceità di bucarsi, basta con il compiangere il tossicodipendente e concedergli la modica quantità”, Corriere della Sera, 16 novembre 1988) e persino – si può dire coerentemente con quell’impianto di pensiero – la “cultura garantista ancora presente tra i giudici e tra gli insegnanti” (Ansa, 24 giugno 1991).</p>



<p>In evidenza, a dispetto delle semplificazioni mediatiche, si trattò allora non già della santificazione o demonizzazione di un uomo, ma di una complessiva battaglia politico-culturale, di una resa dei conti delle destre verso i lasciti progressisti e i diritti civili conquistati negli anni Settanta. E anche verso le differenti metodologie terapeutiche e riabilitative praticate dalla gran parte delle altre comunità (di cui nel documentario manca ogni pur minimo riferimento!) intese come ambito educativo e non come contenimento. Che valenza educativa ci poteva mai essere nella giustificazione dello stupro da parte di Muccioli, correttamente ricordata in <em>SanPa</em>?</p>



<p>Iniziò così in quegli anni una restaurazione autoritaria e disciplinare, che ora è da tempo compiuta. E che è ancora dominante, anche perché ha via via trovato sempre meno oppositori, convincendo e coinvolgendo nel corso dei quattro decenni trascorsi pezzi crescenti delle sinistre dell’epoca, convertiti all’ideologia securitaria e <em>law &amp; order</em> di cui Muccioli fu indubbiamente un precursore. L’ordine sociale e la sicurezza dei cittadini, così intesi, presuppongono l’esclusione e il contenimento dei “nemici perfetti”, per dirla con Nils Christie, siano essi matti, tossici, senzatetto, mendicanti, prostitute di strada, giovani delle periferie, sovversivi.</p>



<p>Oggi quell’ordine regna sovrano. Un motivo in più per tornare, anche grazie a questa docu-serie, non già a dividersi tra demolitori ed estimatori di una figura che appartiene al passato bensì a ragionare su come riaprire una stagione di conquiste civili, dove libertà, diritti e dignità siano riconosciuti a tutti e vengano posti a fondamento del vivere collettivo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>F. Canino, <em>SanPa, Carlo Gabardini a FqMagazine: “La storia di San Patrignano è un grande rimosso collettivo: per questo l’abbiamo raccontata senza filtri”, </em>Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>2)</em><strong> </strong>S. Lucarelli, <em>“Così è nata la mia SanPa”: parla Gianluca Neri, ideatore della docu-serie su San Patrignano</em>, TPI.it, 3 gennaio 2021 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Expo 2015 Milano, Mayday no Expo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-milano-mayday-no-expo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2015 08:19:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Fotoreportage di Giulia Zucca Milano, 1 maggio 2015]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size">Fotoreportage di Giulia Zucca</p>



<p>Milano, 1 maggio 2015</p>


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<p></p>
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		<title>Expo 2015. Renzi in Bicocca! Contestiamolo!</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/expo-2015-renzi-in-bicocca-contestiamolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 09:24:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[No Expo 2015]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Fotoreportage di Giulia Zucca Milano, 7 febbraio 2015 Mentre in un blindato Hangar Bicocca andava in scena &#8220;Expo delle idee&#8221;, sfilata di ministri, politici e imprenditori culminata nella retorica conclusiva di Matteo Renzi sul &#8216;grande evento&#8217;, fuori i collettivi organizzavano una manifestazione di protesta contro un Expo che è sfruttamento del lavoro, speculazione edilizia, inquinamento, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-medium-font-size">Fotoreportage di Giulia Zucca</p>



<p>Milano, 7 febbraio 2015</p>



<p class="has-drop-cap">Mentre in un blindato Hangar Bicocca andava in scena &#8220;Expo delle idee&#8221;, sfilata di ministri, politici e imprenditori culminata nella retorica conclusiva di Matteo Renzi sul &#8216;grande evento&#8217;, fuori i collettivi organizzavano una manifestazione di protesta contro un Expo che è sfruttamento del lavoro, speculazione edilizia, inquinamento, debito ambientale, corruzione e mafia. Obiettivo, non raggiunto, quello di arrivare davanti all&#8217;Hangar.</p>


<div class="wp-block-image">
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<p></p>
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		<title>Il fallimento dello Stato nel ‘mercato’ della tossicodipendenza</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-fallimento-dello-stato-nel-mercato-della-tossicodipendenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2013 07:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[Quello che ci dice il caso Cucchi sullo Stato italiano: risposta repressiva e gestione capitalistica di un problema sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-34-ottobre-novembre-2013/" data-type="post" data-id="707" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 34, ottobre &#8211; novembre 2013)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Davide Corbetta</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Quello che ci dice il caso Cucchi sullo Stato italiano: risposta repressiva e gestione capitalistica di un problema sociale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 5 giugno scorso, quattro anni dopo la scomparsa di Stefano Cucchi – il giovane trentunenne deceduto il 22 ottobre 2009 nel reparto di medicina protetta dell’ospedale capitolino Sandro Pertini, a una settimana dal suo arresto per detenzione di droga – la III Corte di Assise di Roma ha emesso sentenza di assoluzione per insufficienza di prove per i tre agenti della polizia penitenziaria, accusati di lesioni personali e abuso di autorità, in base a quanto stabilito dall’articolo 530 del Codice di procedura penale: “Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile”. Tre infermieri dell’ospedale Pertini sono invece stati assolti con formula piena, mentre sei medici sono stati condannati: il primario Aldo Fierro (a 2 anni) e i medici Stefania Cordi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo (a 1 anno e 4 mesi) per omicidio colposo, Rosita Caponetti (a 8 mesi) per falso ideologico.</p>



<p>Questo l’esito di un procedimento durato 45 udienze. Nell’aula giudiziaria sono passati 120 testimoni e diversi consulenti tecnici, nominati dall’accusa, dalla difesa, dalle parti civili e dalla stessa Corte. Un’inchiesta che ha visto via via spostare il focus di quanto avvenuto dal carcere all’ospedale: gli agenti penitenziari erano stati infatti inizialmente indagati per omicidio preterintenzionale e i medici per omicidio colposo; la stessa procura, a seguito di perizie mediche, ha poi accusato i primi di lesioni personali (reato meno grave) e i secondi di abbandono di incapace (reato più grave); la Corte, infine, ha assolto gli agenti, eliminando dunque del tutto le ragioni per cui Stefano Cucchi è stato ricoverato in ospedale, e ha derubricato a omicidio colposo l’accusa per i medici.</p>



<p>Cause di salute, quindi. Più nello specifico, ‘inanizione’, secondo i periti nominati dalla Corte, ovvero indebolimento dell’organismo per carenza di alimentazione, quindi di un corretto trattamento sanitario – si tratterà poi di vedere quanto scriveranno i giudici nelle motivazioni di sentenza. Eppure, per gli stessi pubblici ministeri, il trentunenne romano era entrato in ospedale perché “affetto da politraumatismo acuto, con bradicardia grave e marcata, alterazione dei parametri epatici, segni di insufficienza renale” (1). Un pestaggio scomparso dalla sentenza di primo grado, data l’assoluzione concessa ai poliziotti, benché sia stato lo stesso agente dell’ufficio casellario, colui che ha il compito di ispezionare il detenuto, a confermare che Cucchi, all’atto della traduzione nel carcere di Regina Coeli, presentava già i segni di un pestaggio sul volto.</p>



<p>Si va quindi inasprendo la polemica aperta tra la famiglia Cucchi e il Coisp (Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia). La prima resta convinta dell’inadeguatezza delle indagini, in quanto Stefano, senza quel pestaggio, ovvero senza quell’abuso di autorità volto a far tacere le sue insistenti richieste di farmaci, non sarebbe stato ricoverato all’ospedale Pertini, né tanto meno sarebbe morto; il secondo lamenta una gogna mediatica, che vuole vendetta a tutti i costi contro le forze di polizia. A mettere inconsapevolmente d’accordo le parti sembrano essere Diego Perugini, il legale di uno degli agenti assolti, e Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi, i quali, seppure con parole e interessi differenti, affermano che in questo procedimento c’è stato bisogno di fornire una rappresentazione fasulla dei fatti. Ma bisogno da parte di chi?</p>



<p>Secondo Perugini, da parte delle istituzioni, che non hanno espresso alcun compiacimento per l’assoluzione dei loro servitori, ovvero di coloro che, esercitando il potere di punire, li rappresentano (2). Secondo Anselmo, da parte delle stesse istituzioni, che non hanno mostrato sdegno per una sentenza iniqua, poiché “considerare che Stefano Cucchi è morto per colpa medica è un insulto alla sua memoria [&#8230;]. In questo processo lo Stato non ha risposto. Ad esempio non sono stati identificati gli autori del pestaggio” (3).</p>



<p>Certo è difficile credere che un giovane di trentuno anni sia morto di sete e di fame in soli quattro giorni d’ospedale. Nella requisitoria finale la procura ha infatti dichiarato che “Cucchi è stato picchiato nelle celle di piazzale Clodio da parte degli imputati della polizia penitenziaria mentre era in attesa dell’udienza di convalida. È stato ricoverato nella struttura protetta del Pertini pur non essendoci le condizioni e questo per nascondere quello che era avvenuto presso le celle del tribunale, per isolarlo dal resto del mondo”; ma poi ha concluso eliminando il nesso tra le percosse e la morte: Cucchi “è morto a causa del gravissimo stato fisiologico e del suo rifiuto ad alimentarsi [&#8230;] aveva una magrezza patologica simile ai prigionieri di Auschwitz [&#8230;] non era un giovane sano e sportivo, era un tossicodipendente da vent’anni, con gravi conseguenze sugli organi. Tutti noi possiamo immaginare le conseguenze di uso di droghe su un corpo umano per vent’anni. Assumeva ogni tipo di sostanza stupefacente, soffriva inoltre di crisi epilettiche dall’età di 18 anni. Dal 2001 al 2009 ha compiuto ben 17 accessi al pronto soccorso dell’ospedale Vannini, una media di due all’anno” (4).</p>



<p>Dichiarazioni, queste ultime, assonanti a quelle dell’ex democristiano Carlo Giovanardi, il quale, a Radio24, il primo febbraio 2013 ha sostenuto che “Cucchi era stato ricoverato in ospedale precedentemente 17 volte per percosse, lesioni e fratture subite dai suoi amici spacciatori”, puntando quindi il dito sulla condizione ‘sociale’ di tossicodipendente. L’impressione generale in questa vicenda, è che nel rapporto tra funzione repressiva e tossicodipendenza, si celi il vecchio conflitto tra verità e potere. Al di là delle perizie, delle contestazioni, delle indagini e delle opinioni, l’obiettivo pare quello di spogliare della sua visibilità il corpo martoriato di Stefano Cucchi, così come è stato presentato nelle foto scattate dalla sorella Ilaria insieme al proprio legale.</p>



<p>Eppure basterebbe seguire l’ordine cronologico dei fatti per averne un’idea. Stefano Cucchi fu arrestato in condizioni sane, processato per direttissima e condotto in carcere. Già la mattina successiva al fermo dei carabinieri, il padre lo vide in tribunale col volto gonfio di botte. Poche ore dopo l’udienza la famiglia fu avvisata che era stato ricoverato, tuttavia non venne accordato il permesso di vederlo. Ci vollero sei giorni di silenzio, e isolamento, per notificare alla madre, con un decreto d’autopsia, la morte del figlio, attribuita a cause naturali.</p>



<p>Perché nascondere il corpo? Si vuole minimizzare la repressione penale per colpire un diverso bersaglio, la tossicodipendenza? Si vuole marchiare a fuoco la ‘colpa’ di Stefano, e di tanti giovani come lui, per nascondere ciò che gli è stato fatto?</p>



<p>È indubbio che la tossicodipendenza è oggi affrontata come fosse un crimine, ancora più dopo l’introduzione della legge Fini-Giovanardi. Tuttavia, “se mio figlio era quel malato mezzo morto che si vuol descrivere” chiede Giovanni Cucchi, “se egli era uno zombie va tutto bene? È questo il trattamento che gli doveva essere riservato?” (5). Come viene gestito il problema della tossicodipendenza in Italia?</p>



<h4 class="wp-block-heading">I dati sulla tossicodipendenza in Italia</h4>



<p>Dopo il proscioglimento dei tre agenti della polizia penitenziaria, oltre al Coisp, a esternare soddisfazione è stato anche il Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), il quale, pur esprimendo “massimo rispetto umano e cristiano” per la famiglia Cucchi, ha ribadito di non “accettare una certa (tendenziosa e falsa) rappresentazione del carcere come luogo in cui quotidianamente e sistematicamente avvengono violenze in danno dei detenuti” e ha rigettato “ogni tesi manichea che ha associato e associa più o meno velatamente al nostro lavoro i sinonimi inaccettabili di violenza, indifferenza e cinismo (6). Eppure si può essere soddisfatti per un’assoluzione per insufficienza di prove? Perché che Stefano Cucchi abbia subito un pestaggio, non ci sono dubbi. Si può essere soddisfatti quando sotto processo finiscono la magrezza, il modo di essere, di rapportarsi con la famiglia e con la tossicodipendenza di una persona, e non quanto essa ha subìto?</p>



<p>Di fronte a chi vuole strumentalizzare un corpo divenuto oggetto utile a nascondere gli eccessi del potere, forse la giusta risposta è quella di rendergli ‘soggettività’, così come traspare dalle parole di Ilaria Cucchi, durante la trasmissione del 7 giugno scorso condotta da Enrico Mentana sul film cronaca&nbsp;<em>148 Stefano. Mostri dell’inerzia</em>, mentre cerca di ricostruire l’immagine del fratello, riconsegnandogli la sua normalità. È la necessità di ristabilire la verità non solo su ciò che è accaduto, ma anche su chi era Stefano Cucchi, che lo stesso conduttore definisce una ‘persona fragile’, in quanto vittima della tossicodipendenza, nonostante un lungo percorso iniziato nel 2004 con la comunità del Ceis (Centro italiano di solidarietà).</p>



<p>Sebbene dalla morte di Cucchi il numero dei consumatori quotidiani di sostanze stupefacenti, compresi in una fascia di età tra i 15 e i 64 anni, sia diminuito di circa il 20%, nel 2012 sono ancora più di 2 milioni le persone che ne fanno uso. Anche il tasso di mortalità per overdose si è ridotto del 25%, passando dai 484 soggetti del 2009, ai 362 soggetti del 2011, tuttavia i tossicodipendenti che necessitano di trattamento ammontano, nel 2011, ancora a 520 mila, ben 126 mila in più rispetto al 2009 (7).</p>



<p>Una situazione che va ad appesantire la già difficile condizione carceraria. Nel 2011 sono stati infatti più di 22 mila gli ingressi negli istituti penitenziari di persone con problemi socio-sanitari correlati alla droga, come avvenuto per Stefano Cucchi, in violazione del Dpr 309/1990, “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” – la normativa su cui si è inserita, nel 2006 la Fini-Giovanardi, che ha equiparato droghe pesanti e droghe leggere, ha inasprito le pene e ha punito anche l’uso personale, peggiorando ulteriormente la situazione. </p>



<p>Mentre sono state più di 36 mila le persone segnalate dalle forze dell’ordine ai servizi pubblici per le tossicodipendenze (Sert). Di queste, 7 mila individui in base a quanto stabilito dall’art. 121, che disciplina l’obbligo, da parte dell’autorità giudiziaria o del prefetto, di comunicazione al Sert competente nel territorio nel caso in cui, in corso di procedimento, vengano a conoscenza che il soggetto faccia uso di sostanze stupefacenti (comma 1); 29 mila in base a quanto stabilito dall’art. 75, che disciplina le condotte integranti illeciti amministrativi per uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope. Vale la pena sottolineare che il 75% delle segnalazioni riguarda l’uso di cannabis.</p>



<p>Dati che si aggiungono alle azioni di contrasto al traffico (vedi tabella 1), che danno il polso della situazione di un mercato della droga in crescita, grazie principalmente alla costruzione di nuove rotte e all’ampliarsi dei soggetti e delle organizzazioni criminali coinvolte, nonostante a questo corrisponda una diminuzione di arresti e condanne.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="150" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-1.jpg" alt="" class="wp-image-2853" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-1-300x75.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 1. Azioni di contrasto al traffico di stupefacenti. Fonte: Relazione Dpa 2012<br>&nbsp;</figcaption></figure>
</div>


<p>Per fronteggiare l’emergenza, il Dipartimento delle politiche antidroga (Dpa) ha divulgato le linee di indirizzo su carcere e droga, con il “Piano di azione nazionale antidroga 2010- 2013”, avente come obiettivo quello di migliorare il flusso in uscita dalle carceri, per evitare i problemi di sovraffollamento, e fornire terapie valide, oltre ad andare incontro a problemi quali: “La disomogeneità che attualmente esiste nella formulazione delle diagnosi di tossicodipendenza; le difficoltose procedure seguite per poter più celermente annettere alla fruizione delle misure alternative; il coordinamento con la magistratura di sorveglianza”.</p>



<p>L’Italia, inoltre, partecipa a livello europeo alla Commissione stupefacenti, istituita dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni unite, che nella sua 54ma sessione, tenutasi dal 21 al 25 marzo 2011, ha approvato la proposta del nostro Paese di “promuovere strategie orientate alla riabilitazione e al reinserimento in risposta ai disturbi connessi al consumo di droga e alle loro conseguenze che sono dirette a favorire la salute e il benessere sociale fra individui, famiglie e comunità”.</p>



<p>La Commissione stupefacenti non è nemmeno l’unico tavolo di discussione europeo a cui il nostro Paese partecipa. C’è il Gruppo orizzontale droga, facente parte del Consiglio dell’Unione europea, allo scopo di elaborare politiche antidroga, per coordinare tutte le attività riguardanti questo settore. Poi c’è l’Eranid, consorzio di Stati europei, il cui fine è quello di raccogliere le risorse necessarie alla ricerca in materia di droga, attività per la quale gli Stati facente parte del consorzio ricevono finanziamenti. Infine c’è il Gruppo Pompidou, organismo intergovernativo composto da 37 Stati, che collaborano nella lotta all’abuso e al traffico illecito di sostanze stupefacenti.</p>



<p>Insomma, tanti progetti con i quali lo Stato italiano sembra pronto ad aggredire, per ridurre, quei 2 milioni di persone che fanno uso di droga.<br>Come vengono seguite, allora, le linee di indirizzo fornite del Dpa? Soprattutto, quanti sono, e come sono utilizzati i finanziamenti?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ricavi e costi: ovvero utilità, o inutilità, per lo Stato capitalista</h4>



<p>In forza di produzione il corpo è investito da rapporti di potere e di dominio, ma il suo costituirsi come lavoratore avviene solo con l’assoggettamento. Il corpo risulta utile solo quando è sia produttivo, sia assoggettato, quindi quando si trasforma in un ‘bene’ e in uno ‘strumento’ nelle mani di chi gestisce il potere. Nel momento in cui, però, viene neutralizzata la sua volontà o, come detto prima, la sua soggettività, si annulla anche la capacità di produrre e di stare nella società. Questo è ciò che accade a quei soggetti che non beneficiano dei trattamenti sanitari adeguati, ovvero che non riescono a usufruire dei servizi forniti dalle strutture socio-riabilitative.</p>



<p>Stando a quanto previsto dall’art. 94 del Dpr 309/1990, è il detenuto a chiedere di essere affidato in prova al servizio sociale, per proseguire o iniziare un’attività terapeutica tramite azienda sanitaria locale (pubblica), oppure struttura privata autorizzata. Nonostante questo diritto del detenuto, tuttavia, dal 2009 al 2011 si è registrata una diminuzione delle strutture socioriabilitative, in prevalenza residenziali (vedi tabella 2), oltre la tendenza a “non sottoporre gli utenti in trattamento presso i servizi per la tossicodipendenza (Sert) ai test per le principali patologie infettive correlate (Aids ed epatiti B e C)”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="106" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-2-1.jpg" alt="" class="wp-image-2854" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-2-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-2-1-300x53.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Tabella 2. Strutture socio-sanitarie attive dedicate alla cura e al recupero di persone con problemi di tossicodipendenza. Fonte: Relazione Dpa 2012</em></figcaption></figure>
</div>


<p>È lo stesso ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, nella sintesi della relazione annuale del Dpa al Parlamento, a far presente come la situazione dipenda dalle risorse finanziarie a disposizione, specialmente per le difficoltà in cui vertono sia le strutture pubbliche, sia quelle private. Per lo Stato capitalista, ormai, la droga non è più solo un problema sociale: è un mercato, i cui prodotti, sostanze stupefacenti e persone tossicodipendenti, vengono suddivisi per voci di costo e voci di ricavo, e dove “la stima dei costi sociali è orientata a quantificare il danno economico subito dalla società, e conseguentemente dal cittadino, a fronte del consumo di sostanze illecite”.</p>



<p>Un danno talmente elevato, 31 miliardi di euro nel 2010 (784 euro annui per ciascun abitante tra i 15 e 64 anni, circa il 2% del Pil italiano), da dedicarvi un intero capitolo della relazione, nel quale i costi sociali vengono suddivisi in tre macro categorie: costi del singolo individuo, costi della collettività e costi esterni (vedi tabella 3).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="153" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-3.jpg" alt="" class="wp-image-2855" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-3-300x77.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 3. Costi sociali per il fenomeno del consumo di sostanze stupefacenti, anno 2010. Fonte: Relazione Dpa 2012<br>&nbsp;</figcaption></figure>
</div>


<p>Più nel dettaglio, abbiamo: costi derivanti dall’acquisto, quindi dal consumo, di sostanze stupefacenti, che nel 2010 ammontano a ben 22 miliardi di euro; costi per l’applicazione della legge, ovvero relativi agli interventi delle forze dell’ordine, ai Nuclei operativi tossicodipendenze delle prefetture, più spese processuali o costi per la detenzione, per un importo complessivo di 2 miliardi di euro; costi socio sanitari, di competenza delle Regioni e delle Province autonome, dipendenti dai finanziamenti erogati dagli enti per aiutare le strutture socio-sanitarie a fronteggiare il problema della tossicodipendenza, 1,7 miliardi di euro; e, infine, ciò che è più negli interessi di uno Stato capitalista, i costi derivanti dalle spese non rimborsate, ovvero il mancato pagamento delle imposte, a causa dell’improduttività lavorativa del soggetto, 4,7 miliardi di euro. Dove la perdita di produttività è calcolata sui dati forniti dai servizi di assistenza, i quali valutano la potenzialità dell’individuo di inserirsi nuovamente nel mondo del lavoro, tenendo presente l’attuale tasso di occupazione e una retribuzione media nei settori industriali e agricoli.</p>



<p>Il danno, per lo Stato, equivale quindi a una perdita in termini di soggetti consumatori, e a una perdita di soggetti produttori di tasse, utili a coprire le altre voci di spesa, da quelle legali a quelle socio-sanitarie. “È evidente” scrive l’ex ministro Andrea Riccardi nell’introduzione alla relazione, “il danno che ne deriva all’intero sistema dei servizi per le dipendenze, che merita di essere sostenuto e rilanciato nella sua articolazione tra pubblico e privato, quale garanzia di offerta di interventi diversificati, volti ad accompagnare l’utente verso tutto il percorso di cura e riabilitazione”.</p>



<p>Ma, sull’altro lato del bilancio, quali sarebbero i benefici, o meglio, i ricavi di questa chiave di lettura capitalistica del problema tossicodipendenza?<br>Innanzitutto la ricchezza derivante dalle attività correlate quali: reddito del personale che opera nel settore sanitario e nelle forze dell’ordine (gli stessi soggetti finiti sotto accusa nel processo per la morte di Stefano Cucchi); poi i risparmi dovuti al mancato acquisto delle sostanze stupefacenti da parte dei soggetti in trattamento socio-riabilitativo; infine il reddito dei soggetti riabilitati, circa il 70% degli individui sottoposti a cura, reinseriti nel mercato del lavoro (quindi nel mondo del precariato e della disoccupazione&#8230;).</p>



<p>Dal 2010, inoltre, il Dpa ha attivato 109 progetti di cura, prevenzione, riabilitazione e reinserimento dei tossicodipendenti per un totale di 42 milioni di euro, affidati a enti e organizzazioni qualificate. Si tratta di Comuni, università, Asl, Rete ferroviaria italiana, Regioni, Province, Croce Rossa, istituti di ricerca privati, fondazioni ecc., con cui il Dpa ha stipulato accordi e convenzioni. “Si è voluto così interrompere una consuetudine che ha visto negli anni passati il replicarsi di progetti, la cui gestione tecnica e finanziaria era totalmente delegata alle Regioni, con la conseguenza di essere troppo localizzati, poco valutabili e valutati e quasi privi di coordinamento e direzione nazionale”.</p>



<p>Tramite un accordo Stato-Regioni stipulato il 18 maggio 2011, si è operato quindi con l’obiettivo di favorire l’uscita dal carcere dei tossicodipendenti con l’affidamento in prova, oltre a voler quantificare il fenomeno della tossicodipendenza negli istituti penitenziari e monitorare l’applicazione dell’affidamento in prova. Un nuovo impulso alla prevenzione, che coinvolge sia le istituzioni pubbliche sia quelle private (come aziende sanitarie, direzioni scolastiche, prefetture ecc.).</p>



<p>Ne è un esempio il progetto dedicato a carcere e droga, per il rafforzamento di percorsi alternativi al carcere, sia per tossicodipendenti sia per alcol dipendenti, che nel 2011 il Dpa ha affidato alla Formez PA, associazione di diritto privato “in house alla Presidenza del Consiglio dei ministri, che esercita il controllo e la vigilanza attraverso il Dipartimento della funzione pubblica” (8), a cui possono aderire enti pubblici, Regioni, Province e Comuni.</p>



<p>Il compito della Formez PA, conclusosi a maggio di quest’anno, è stato quello di organizzare, in ventidue distretti giudiziari, gruppi di lavoro integrati e laboratori informativi e formativi – che hanno coinvolto presidenti e magistrati del Tribunale di sorveglianza, dipendenti degli Uffici di esecuzione penale esterna, medici e psicologi dei Sert, direttori delle case circondariali e rappresentanti delle comunità terapeutiche e del terzo settore – con il compito di mettere alla prova la sostenibilità delle linee di indirizzo date dal Dpa. Quello che ci si chiede, però, è come questa gestione mista tra pubblico e privato, tipica delle storture economiche del nostro Paese, possa essere utile al problema della tossicodipendenza, dato che è lo stesso Dipartimento delle politiche antidroga a denunciare che le Regioni non fanno uso dei finanziamenti messi a loro disposizione (9). In particolare quelli europei riguardanti “l’informazione e prevenzione dell’uso della droga”, 21,35 milioni di euro previsti per il periodo 2007-2013, somme che il Dpa ha dovuto recuperare, anche se già erogate, proprio da quelle Regioni che più lamentano la mancanza di fondi. Il dipartimento si è visto così costretto a promuovere ulteriormente i progetti europei, su tutto il territorio nazionale, attivando una serie di supporti tecnici (tra cui i corsi di formazione), ma ricevendo tuttavia riscontro solo dagli operatori dei dipartimenti e delle comunità volontarie, e non da quelli degli uffici e degli assessorati regionali preposti.</p>



<p>Non c’è da stupirsi se ci sono progetti e finanziamenti, nazionali ed europei, ma i costi del ‘capitale umano’ rimangono nell’ordine dei 31 miliardi di euro, e se questi costi pensati per un’economia di Stato finiscono col gravare solo su quei soggetti divenuti ‘improduttivi’. Quali sono i risvolti che questa amministrazione del problema provoca nel percorso di riabilitazione e reinserimento del tossicodipendente?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Comunità terapeutiche: l’inefficacia del percorso di recupero per la tossicodipendenza affrontata come un crimine</h4>



<p>Il recupero del tossicodipendente inizia con una lunga permanenza nelle comunità terapeutiche. Quella di Stefano Cucchi durò tre anni, dal 2004 al 2007, durante i quali – come ha raccontato più volte la sorella – ritrovò la forza e la capacità di credere in se stesso, nonostante la difficoltà di doversi reinserire nel tessuto sociale.</p>



<p>Vista l’importanza che i centri di recupero hanno per tutto il sistema di reinserimento, nel 2009, a seguito della Conferenza nazionale per le politiche antidroga, il Dpa ha istituito un progetto denominato Comunitalia, con l’obiettivo di monitorare i dati relativi alle comunità terapeutiche, riguardanti: informazioni anagrafiche e strutturali, volume e tipo di attività, informazioni economiche sul fatturato e i relativi crediti. Perché questa necessità? Forse le comunità non funzionano in modo corretto?</p>



<p>Secondo la relazione annuale al Parlamento, è così. Il fatturato delle comunità ha la tendenza a diminuire in modo graduale e inesorabile, passando dai 207 milioni di euro del 2009 ai 120 milioni del 2010, con una proiezione presunta sui dati del primo semestre 2011 di soli 41 milioni (vedi tabella 4). Diminuzione affiancata dall’aumento proporzionale dei crediti vantanti nei confronti di Regioni, Province autonome e aziende sanitarie.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="203" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-4.jpg" alt="" class="wp-image-2856" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-4-300x102.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 4. Fatturato comunità terapeutiche anni 2009-2011 (in milioni di euro). Fonte: Relazione Dpa 2012<br>&nbsp;</figcaption></figure>
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<p>Si è quindi avuto il bisogno di creare una rete informativa, quella appunto del progetto Comunitalia, che servirà a diffondere criteri standard nazionali e norme univoche per la definizione delle rette, così da “poter ottenere un idoneo riconoscimento delle prestazioni erogate su cui istituire un sistema condiviso e permanente di recupero crediti”.</p>



<p>È chiaro tuttavia che un tale importante calo di fatturato non può certo dipendere solo dal ritardo nei pagamenti da parte degli enti pubblici, per quanto questo credito inevaso continui ad aumentare nel tempo. In precedenza abbiamo già parlato della difficoltà, del detenuto, di ricorrere all’art. 94 del Dpr 309/1990, che disciplina il trasferimento dal carcere ai centri di recupero e ai servizi territoriali. Il dato preoccupante è l’aumento del tempo intercorso tra l’uso delle sostanze stupefacenti e la richiesta di primo trattamento. La latenza passa dai 5,5 anni del 2009 agli 8,9 anni del 2011; dato che si può leggere guardando anche la differenza tra i trattamenti socio-sanitari erogati dai Sert rispetto al numero dei tossicodipendenti con bisogno di cure. Nel 2009 sono stati eseguiti 160 mila trattamenti su 393 mila soggetti con bisogno di cure (ovvero solo il 40,8%), nel 2011 appena 186 mila su 520 mila (il 35,7%) (vedi tabella 5).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="143" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-5.jpg" alt="" class="wp-image-2857" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/Tossicodipendenza-tabella-5-300x72.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tabella 5. Trattamenti socio-sanitari erogati dai Sert. Fonte: Relazione Dpa 2012</figcaption></figure>
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<p>La motivazione va ricercata nella legge 49/2006 – sempre lei, la Fini-Giovanardi! – secondo la quale “il provvedimento sanzionatorio non viene sospeso, come previsto in precedenza, ma viene comunque sempre applicato e, solo successivamente la persona segnalata è invitata a intraprendere un percorso terapeutico”. Trattare la tossicodipendenza come fosse criminalità, dunque, fa sì che le persone segnalate perdano la motivazione per iniziare un percorso di recupero e reinserimento.</p>



<p>Tuttavia, secondo le conclusioni della relazione del Dpa, non si può accettare la legalizzazione delle droghe perché si incrementerebbe la loro disponibilità e accessibilità sul mercato, facendo di conseguenza aumentare i consumatori e le persone vulnerabili che ne farebbero uso. Ma la riflessione del Dpa dovrebbe focalizzarsi non tanto sulla legalizzazione delle droghe e il relativo traffico, quanto sulla depenalizzazione dell’uso personale, che non era considerato reato fino al 2006. Quello che bisognerebbe fare, quindi, e che ancora non è stato fatto, nonostante i 109 progetti del Dpa e i milioni di finanziamenti nazionali ed europei, è migliorare la rete dei servizi per la riabilitazione e il reinserimento sociale/lavorativo. Smettere di criminalizzare la tossicodipendenza e cominciare a trattarla come un problema sociale e sanitario, curabile attraverso una serie di interventi.</p>



<p>Bisognerebbe anche iniziare ad affrontare il problema al di fuori della sfera economica, guardare al tossicodipendente come un ‘soggetto’ e non un ‘capitale umano’, un’energia ‘improduttiva’ da rendere ‘produttiva’. Nella storia di Stefano Cucchi, a fallire non è stato solo il sistema giudiziario e punitivo, ma anche quello riabilitativo. Entrambi non hanno saputo reinserirlo nella società, rendergli la vita che gli apparteneva.</p>



<p>La pena è ben visibile, pubblicizzata e manifestata. Ha creato una dissimmetria tra il potere di punire, il potere di difendere, e il potere di curare, così che il cittadino si è trovato costretto a difendersi da solo, a spettacolarizzare il proprio caso, nella ricerca di una verità processuale e medica. A dare la morte a Stefano Cucchi non è stata la tossicodipendenza, ma la società, o meglio, la cattiva organizzazione sociale, che cancella ogni aspirazione di recupero dietro la macchia della colpa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1)<em>&nbsp;Morte di Cucchi, chiusa inchiesta, i medici rischiano 8 anni di carcere</em>, Corriere della Sera, Cronaca di Roma, 30 aprile 2010</p>



<p class="has-small-font-size">(2) Cfr.&nbsp;<em>Cucchi, il legale dell’agente: «Anni di clima velenoso con minacce»</em>, Il Messaggero.it, 25 giugno 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(3) F. Angeli, Processo Cucchi, condannati i 6 medici. Assolti agenti e infermieri. Rabbia in aula, La Repubblica, 5 giugno 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(4)&nbsp;<em>Processo Cucchi, il pm Francesca Loy: «Stefano morto di fame e di sete. Lesioni non hanno influito»</em>, L’Uffington Post, 8 aprile 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(5) B. Giulietti,<em>&nbsp;Cucchi, gli insulti non infangano la battaglia per la verità</em>, Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(6)&nbsp;<em>Giustizia: al processo per la morte di Stefano Cucchi condannati i medici, assolti infermieri e agenti</em>, Radicali.it, 5 giugno 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(7) Tutti i dati sulla tossicodipendenza contenuti nell’articolo, salvo diversamente indicato, sono tratti dalla Relazione annuale al Parlamento 2012 sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze in Italia, redatta dal Dipartimento delle politiche antidroga (Dpa)</p>



<p class="has-small-font-size">(8) Formez PA, Piano strategico 2011-2013</p>



<p class="has-small-font-size">(9) Cfr.&nbsp;<em>Incentivare la progettazione europea per la lotta alle dipendenze anche nel nostro Paese</em>, Comunicato stampa Dpa, 13 aprile 2011</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La sovversione del &#8217;77: l&#8217;Autonomia operaia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-sovversione-del-77-lautonomia-operaia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 20:58:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[processo 7 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=870</guid>

					<description><![CDATA[Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-16-febbraio-marzo-2010/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 16, febbraio &#8211; marzo 2010)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto ‘movimento del ’77’ è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.</p>



<p>Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.</p>



<p>La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi. Un movimento dell’Autonomia inteso come un partito presente in tutta Italia e, addirittura, secondo il teorema Calogero, cervello politico e organizzativo delle Brigate rosse, non è mai esistito. È vero che a Milano c’erano, fondamentalmente, tre gruppi organizzati: il gruppo che si riuniva intorno alla rivista&nbsp;<em>Rosso</em>&nbsp;– di cui io ero, seppur il termine è improprio, caporedattore – il gruppo che si riuniva intorno alla rivista&nbsp;<em>Senza tregua</em>&nbsp;e il gruppo cosiddetto dei Belliniani o del Casoretto; ma esisteva soprattutto, accanto a questa che noi chiamavamo Autonomia mini-organizzata, un’Autonomia diffusa, molto ampia. Basti ricordare che la manifestazione di Bologna del ’77 contro la repressione, venne stimata dalla polizia di 100mila persone; il che vuol dire che eravamo 200 o 300 mila.</p>



<p>L’Autonomia era quindi un movimento molto vasto, frastagliato, che poco si riconosceva nei gruppi organizzati e che conteneva tutto ciò che di sovversivo e di eversivo si potesse trovare sulla piazza milanese e italiana; qualsiasi persona avesse un minimo di sovversione sociale nel proprio cuore, stava con l’Autonomia operaia. Al suo interno esistevano infinite frange e interi movimenti, come quello femminista, quello degli omosessuali, accanto agli studenti e a molti operai. </p>



<p>Di certo l’Autonomia non rappresentava l’intero mondo operaio, ma è indubbio che le sue forme organizzate, cioè le Assemblee autonome o i Comitati operai o i Collettivi operai, a seconda che facessero riferimento al gruppo di Lotta continua, a quello di Scalzone o a Rosso, erano in grado di condizionare fortemente le assemblee operaie e il controllo delle fabbriche, e proprio per questo suscitavano grosse preoccupazioni nel sindacato innanzitutto e poi, naturalmente, nello Stato. Perché le persone che vi facevano parte erano molto radicate nella realtà produttiva e nel territorio e riuscivano, in alcuni momenti, a fare votare intere fabbriche contro la linea sindacale. Ricordo, per esempio, un’assemblea delle Sit-Siemens in cui Trentin, allora segretario della Fiom, venne messo in minoranza da un gruppo di operai che riuscì a convincere tutti gli altri sul problema dell’egualitarismo e del passaggio di categoria automatico.</p>



<p>Ma l’Autonomia non era solo lotta dentro le fabbriche. Era un movimento che non differiva, che non rinviava, che voleva ‘tutto e subito’, e questo significava appropriazione nei supermercati, ingresso gratuito ai concerti e al cinema, uso libero dei mezzi pubblici, tutta quella pratica che si chiamava di appropriazione e autoriduzione.<br>Per fare questo il movimento doveva proteggersi. Tranne alcuni casi, le prime forme di violenza nascono infatti per auto-protezione: se si voleva entrare in un supermercato, fare la spesa e poi uscire senza pagare e senza trovare fuori la polizia pronta ad arrestare tutti, occorreva proteggersi. Ci si metteva sulle vie di accesso e se arrivavano le volanti, si tiravano le bottiglie molotov.<br>Diversa era la situazione nelle manifestazioni: nel ’77, dopo che a Roma era stata uccisa Giorgiana Masi e prima di lei altri studenti, il livello di scontro con la polizia si era alzato parecchio, e l’unico modo per non farsi sparare dalle forze dell’ordine era mostrare che si era armati; se lo eri, stavano molto più attenti, prima di spararti…</p>



<p>C’era una cosa soprattutto, buona ed eccezionale, in questo movimento: per la prima volta è stato posto il problema di che cosa fosse vivere in modo diverso da un sistema tradizionale; per la prima volta è stato posto il problema che non si poteva aspettare i ‘due tempi’, come nella tradizione comunista classica: prima si fa la rivoluzione poi si pensa al rapporto uomo-donna, alla famiglia, eccetera. Per questo molto spesso i comunisti, eversori dal punto di vista politico, erano i più di destra, tra virgolette, nella gestione dei rapporti umani: il comunista classico era grigio, era il comunista della III Internazionale. Il movimento del ’77 ha dimostrato che non era poi così impossibile riuscire a fare alcune cose. </p>



<p>Di certo la difficoltà è stata nell’assicurare la continuità, e non solo non ci siamo riusciti ma con le nostre azioni abbiamo scatenato, come ‘risposta’ da parte dello Stato, la repressione totale. Quel che non capimmo allora o che capimmo in ritardo, fu che non si sarebbe mai arrivati da nessuna parte continuando a protrarre i sabati pomeriggio nel centro di Milano a fare appropriazioni e autoriduzioni. Non ci siamo mai chiesti: e dopo? Pensavamo semplicemente che dovesse nascere e seguirci un movimento spontaneo; eravamo moltissimi, è vero, ma credevamo di essere molti di più, addirittura la maggioranza del Paese, ed è evidente che non lo eravamo; pensavamo che la rivoluzione dovesse avvenire con un processo di cumulazione, tanti supermercati espropriati, tanti concerti sfondati, tanti biglietti non pagati, fino a un sommovimento generale totale; e quindi, ogni problema era rimandato al dopo.</p>



<p>Questa era l’Autonomia, e proprio la diffusione capillare e orizzontale, non strutturata, l’essere un enorme calderone in cui ribolliva qualsiasi cosa che fosse anti-Stato, anti-padroni, anti-sistema, fu il suo stesso limite. Era un movimento sovversivo, nel senso che voleva sovvertire ogni cosa, rovesciare qualsiasi rapporto sociale, anche personale – uomo/donna, famiglia tradizionale – e, molto probabilmente, ha sovvertito anche troppo fino a sovvertire se stesso.</p>



<p>Ricordo che ci dicevamo: ma se noi facciamo la rivoluzione e vinciamo, chi è quello che a un certo punto, dopo una settimana di tripudi, dice: qui bisogna andare a lavorare? E avevamo scelto per questo compito un operaio che, secondo noi, anche per l’immagine che trasmetteva – lo vedevamo serio, un filino triste, meno fricchettone di noi – era l’unico che potesse salire su un palco, in un grande comizio a Milano, dopo una settimana di rivoluzione, e dire: va bene, saranno pure nostre le fabbriche, saranno pure nostre le scuole, però qui bisogna ricominciare a governare il Paese!</p>



<p>Quando si è dentro un fenomeno è molto difficile capirlo ed essere capaci di indirizzarlo.<br>Alcune frange del movimento incominciarono a imboccare la strada della lotta armata pura e semplice, che andava oltre l’armamento necessario al movimento stesso per fare le manifestazioni o per entrare in un supermercato; sono nate quelle che furono chiamate le formazioni armate. Mentre le Brigate rosse c’erano già prima, dall’Autonomia nasce il movimento armato di Prima linea, che ritiene inutile e una perdita di tempo continuare con il solo meccanismo della violenza diffusa e pensa che vada portato l’attacco al cuore dello Stato: agguati alle forze dell’ordine e non solo.</p>



<p>Nel ’78 le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e questa azione segna in qualche modo il punto più alto di una possibile sovversione, ma rappresenta al tempo stesso il massimo della fuga in avanti: perché se sequestri Moro, dopo, che cosa fai? O sei capace di gestirlo, e quel punto diventa l’inizio di una rivoluzione generale del Paese, o altrimenti finisce come è finita: la situazione viene gestita dallo Stato che scatena subito dopo un movimento repressivo totale. Questo è quello che è accaduto.</p>



<p>Gli inquirenti all’inizio hanno brancolato nel buio – quando sono usciti i primi identikit dei rapitori di Moro sembravano una barzelletta, non c’entravano nulla non solo con i rapitori veri ma anche con l’area politica. Poi è iniziata la repressione selvaggia con i famosi teoremi, come appunto il teorema Calogero, ed è scattata, nei confronti degli esponenti del movimento dell’Autonomia, l’imputazione del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Dopo sono arrivate le dichiarazioni di alcuni pentiti, che hanno fatto affinare il tiro ai giudici. Persone come Fioroni, il quale nega che l’Autonomia sia la testa delle Brigate rosse e si offre per raccontare nel dettaglio le azioni dell’Autonomia milanese. Azioni che indubbiamente, dal punto di vista dello Stato, erano qualcosa di delinquenziale, ma che non avevano nulla a che vedere, per gravità e potenza, con un’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato!</p>



<p>Giusto per dare un’idea del clima politico e della repressione processuale che si respirava, basti dire che è stato sufficiente che Fioroni pronunciasse una mezza frase come ‘mi ricordo che c’era un certo Pozzi che dirigeva il giornale Rosso…’, e nel dicembre del ’79 mi hanno arrestato.</p>



<p>Tutti questi erano pentiti per modo di dire, perché pentiti per convenienza. Il pentimento è un concetto cristiano che nulla ha a che vedere con la giustizia, e soprattutto queste persone hanno barattato la loro libertà con la messa in galera di tantissimi altri. Uno dei peggiori è stato certamente Marco Barbone, che dopo aver ucciso Walter Tobagi viene arrestato da Dalla Chiesa e con lui stringe un patto, il famoso ‘patto scellerato’: Barbone esce dal carcere dopo un anno e mezzo e nel frattempo rovescia sull’Autonomia milanese tutto il possibile e l’immaginabile. Veniamo sommersi da mandati di cattura, personalmente ne ho ammucchiati ben quaranta. In carcere ci giocavamo come alle figurine: quanti ne hai tu? Io diciotto, tu quindici, io venti. Non ci capivamo nulla, lì isolati e rinchiusi.</p>



<p>Oggi è ancora maggiormente chiaro che la magistratura, in quegli anni, ha operato ‘in emergenza’: molte supposizioni si sono rivelate del tutto false e molte situazioni, enormi nell’accusa, molto più piccole e marginali nella realtà. Quando l’emergenza della ‘caccia al terrorismo’ rientrò almeno in parte, fu la stessa magistratura a darsi, per così dire, una regolata. Il primo grado del 7 aprile fu un processo teorematico: l’Autonomia operaia è il peggior male sulla faccia della terra, Toni Negri è il cattivo maestro, Paolo Pozzi e gli altri vengono subito dopo non avendo lo spessore rivoluzionario dei primi tre, che erano Piperno, Scalzone e appunto Negri, i tre grandi ‘capi’ di Potere operaio (tra l’altro, Piperno ne era uscito da tempo, insegnava fisica all’università di Cosenza). </p>



<p>Sotto di loro si sviluppava il cosiddetto secondo livello, che a Milano avrei appunto dovuto comandare io, a Roma un’altra persona, e così via. Era tutto talmente assurdo che i giudici di corte d’assise di Roma non hanno avuto il coraggio di condannarci, perché anche a loro sembrava uno sproposito. Tra l’altro, rispetto al diritto penale italiano, il reato di insurrezione presuppone un esercito e una possibilità di comando tra superiore e inferiore (subordinato in via gerarchica), mentre all’interno dell’Autonomia, checché ne dicessero i pentiti, non esisteva alcun tipo di rapporto militare tale per cui qualcuno era un generale a cui si doveva obbedire; ognuno faceva quello che voleva. E quindi, caduto il reato di insurrezione, i giudici hanno cercato di darci il massimo della pena per tutti gli altri possibili reati: per esempio, io in primo grado sono stato condannato, per banda armata, a solo tredici anni mentre Curcio, al processo di Torino, per la stessa accusa ne ha avuti cinque. </p>



<p>Questo perché lui, a suo carico, aveva altre imputazioni, e quindi sono riusciti a condannarlo anche per altri reati; nei nostri confronti, caduto il teorema Calogero, i giudici non avevano in mano nulla ma a quel punto qualcosa dovevano inventarsi per giustificare il fatto che, contro ogni legge sulla carcerazione preventiva, ci tenevano in galera da quattro anni. Il reato di insurrezione contro lo Stato è il più grave, e prevede l’ergastolo; subito sotto viene il reato di banda armata, la cui pena va dai cinque ai quindici anni di carcere:&nbsp;<em>et voilà!</em>, a me ne hanno dati tredici. In secondo grado anche l’accusa di banda armata è stata ridimensionata e mi hanno condannato a sette anni.</p>



<p>Molti di coloro che allora erano i nostri ‘nemici’ sono ancora oggi in circolo; anzi, sono tanti quelli che si sono specializzati e hanno fatto una grande carriera personale e politica sul movimento del ’77. Il giudice Calogero, che pur avendo completamente sbagliato ogni cosa con la bella invenzione del suo teorema, nel 1986 è stato eletto al Csm e oggi è procuratore generale di Venezia; Gian Carlo Caselli, che ha portato avanti tutte le inchieste dell’Autonomia operaia, oggi procuratore capo a Torino e prima procuratore antimafia a Palermo; Armando Spataro, magistrato a Milano; Luciano Violante e Renato Zangheri, dentro il Pci. Il partito aveva creato appositamente un gruppo, al proprio interno, per ‘gestirci’: un gruppo contro l’Autonomia. Il Pci è stato uno dei nostri peggiori avversari, l’Unità era illeggibile. Sul sito di Carmilla è pubblicata una tesi di laurea a firma di Luca Barbieri dal titolo&nbsp;<em><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2008/08/002745.html#002745" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I giornali a processo: il caso 7 aprile</a></em>. È molto interessante: Barbieri ha messo insieme prime pagine e articoli e mostra come i quotidiani raccontarono il processo; la demonizzazione messa in atto è lampante.</p>



<p>Ma in fondo è inevitabile che chi voglia sovvertire un ordine precostituito si ritrovi a essere dipinto come un criminale e un mostro. Non per questo ho smesso di credere che ribellarsi è possibile, ed è anche giusto; ci si può provare, noi ci abbiamo provato. È andata malissimo ma ci abbiamo provato. Certo oggi è molto più difficile, basta guardare quello che è successo a Genova nel 2001. Io credo che lo Stato si sia subito ricordato di quanto accaduto negli anni Settanta, e si sia detto: mica facciamo come l’altra volta, che li mandiamo avanti cinque o sei anni e questi cominciano a sparare per le strade… È stata evidentissima l’intenzione di stroncare subito quel movimento. </p>



<p>A Genova è successo di tutto. Ho parlato con alcuni ragazzi cattolici di una parrocchia di Monza, e mi hanno raccontato che dal momento in cui sono arrivati in città non si sono mai fermati dal correre, loro e il prete; appena scesi dal treno, non hanno fatto altro che correre con i poliziotti dietro che calavano giù i manganelli. Non è più una novità, per fortuna tanti documentari diffusi nei mesi e negli anni successivi, hanno denunciato la violenza della polizia, la mattanza che è stata Genova, per le strade, contro la gente disarmata e tranquilla, mentre i black block agivano praticamente indisturbati. Questi black block, che non si capisce mai da che parte vengano… Fatto sta, che quel che è stata Genova lo sappiamo ma quel movimento è stato completamente represso e non si è più riformato.</p>



<p>Oggi quel che più che mi preoccupa, e che fatico a comprendere, è un mondo che, dal punto di vista strutturale economico, ha una velocizzazione paurosa. Una volta era più semplice, c’era la grande fabbrica, la fabbrica diffusa, la fabbrica che esternalizzava il lavoro, ora c’è un problema di globalizzazione totale che è molto difficile analizzare. Per Marx, la soggettività nasce dal capire che cosa fa il padrone e una volta compreso, il lavoratore riesce a scardinare quelle dinamiche opponendo azioni proprie in senso contrario. Ma se oggi non si riesce a capire bene come funziona il mondo, inteso in senso generale, la produzione, l’informatica, la globalizzazione, i mercati finanziari, come si fa? Come ci si oppone?</p>



<p>A questo si è aggiunto un sovvertimento mentale, per cui il popolo vota per il ricco perché pensa di diventare ricco come lui. C’è indubbiamente qualcosa che non va a livello culturale, si è creata una spaccatura totale da quegli anni e da quel movimento sovversivo, generata contemporaneamente della repressione e dal mondo che è cambiato dal punto di vista economico generale.<br>Ci si torna a chiedere ‘che fare?’. Scrivere, almeno. Negli anni dell’Autonomia la mia ribellione non si limitava alla scrittura, la rivista Rosso era solo un mezzo; ma oggi, occorre ribellarsi almeno con la scrittura. Almeno.</p>
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