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	<title>strategia della tensione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sun, 21 Jul 2024 15:15:06 +0000</lastBuildDate>
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	<title>strategia della tensione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Il nemico non è. Contestazione, stragismo e lotta armata nei testi dei cantautori *</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Bonanno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>
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					<description><![CDATA["12.770 atti di violenza terroristica, 5.390 feriti, 342 morti (solo nel 1979 si sono registrati 2.200 attentati – firmati da 215 sigle di sinistra e 55 di destra).” Le cifre ufficiali della stagione della violenza politica in Italia “L’atto di violenza [...] deve penetrare a forza nell’uomo che deve soggiacere alla sua azione. L’uomo deve [&#8230;]]]></description>
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<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<pre class="wp-block-verse">"12.770 atti di violenza terroristica, 5.390 feriti, 342 morti (solo nel 1979 si sono registrati 2.200 attentati – firmati da 215 sigle di sinistra e 55 di destra).”
<em>Le cifre ufficiali della stagione della violenza politica in Italia</em> </pre>



<pre class="wp-block-verse">“L’atto di violenza [...] deve penetrare a forza nell’uomo che deve soggiacere alla sua azione. L’uomo deve venirne contagiato [...] Ma egli deve sapere, o meglio apprendere, che cos’è che l’ha contagiato, perché in tal modo egli trasforma da un lato la cecità della violenza e dall’altro quella dell’emozione in un valore di conoscenza.”
Carl Gustav Jung, <em>Risposta a Giobbe</em> </pre>



<pre class="wp-block-verse">“Venivano da lontano, avevano occhi e cani/ avevano stellette e guanti, e paura/ Erano tre, erano quattro, erano più di ventiquattro/ erano il sale della terra/ erano il fuoco e la guerra/ Erano il segno della croce/ erano cani senza voce, erano denti/ Erano denti senza bocca, erano fuoco che scotta/ erano la vita che rintocca.” 
Francesco De Gregori, <em>Scacchi e tarocchi</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Agosto. Si muore di caldo/ e di sudore/ Si muore ancora di guerra/ non certo d’amore/ si muore di bombe, si muore di stragi/ più o meno di stato/ Si muore, si crolla, si esplode/ si piange, si urla/ Un treno è saltato.” 
Claudio Lolli, <em>Agosto</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Può apparire strano ma il Sessantotto – per alcuni prodromo di ogni strategia eversiva della storia d’Italia – non ha avuto una <em>sua </em>colonna sonora. L’avrà semmai il Settantasette, con i cantori in tempo reale delle istanze movimentiste (Finardi, Camerini, Lolli, Manfredi, con più sporadicità Gianco). Il Sessantotto no. Se si escludono i canti politici, le ballate del primo De Andrè (<em>Tutti morimmo a stento</em>), la gucciniana <em>Dio è morto</em>, le classifiche dei dischi più venduti dell’anno non annoverano canzoni di lotta, soffocate dall’orda popolarissima dei soliti noti: Albano, Morandi, Reitano, Mina, Battisti. Le tracce che il Sessantotto lascerà nella canzone d’autore cavalcheranno piuttosto la sua onda lunga: tutti gli anni Settanta e poco dopo. Istantanee, bilanci, ironie, metafore, evocazioni. Un Sessantotto cantato a posteriori, si potrebbe dire.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="295" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/9788899699482.jpg" alt="" class="wp-image-4755"/></figure>
</div>


<p class="has-text-align-left">Francesco Guccini ci girerà attorno, a metà strada tra pubblico e privato, con la rimembrante <em>Eskimo </em>(1974). Antonello Venditti con <em>Compagno di scuola </em>(1975). Mimmo Locasciulli (lo stesso anno) con <em>1968. Dopo</em>. Quindi (nel 1987) con <em>Surrender. Fragili e guerrieri</em>. E ancora: De Gregori, dentro metafora, con la <em>Leva calcistica della classe ‘68 </em>(risale al 1982), e Finardi, con <em>I fiori del maggio </em>(1987, addirittura). A distanza di sicurezza dalla cronaca spicciola, Fabrizio De Andrè pubblicherà un disco intero sul ‘68. Si tratta di <em>Storia di un impiegato </em>(1973) ed è quasi un romanzo in musica: la drammatica impresa eversiva di un travet che decide di saltare il fosso piazzando un ordigno, fuori tempo massimo sulla storia. Il Potere si servirà da par suo del gesto sconsiderato. L’album costituisce una pietra miliare della discografia deandreiana, capace com’è di rappresentare le <em>essenze </em>cruciali di <em>quel </em>tempo; compresa la ‘tentazione’ violenta come sbocco ulteriore delle spinte contestatarie. Una tentazione/scelta troppo semplicisticamente bollata come delirante.</p>



<p>L’anno di <em>Storia di un impiegato </em>riassume di fatto in sé lo spirito del decennio. La divaricazione tra società civile e classe dirigente è sempre più marcata, la crisi, molto più che strisciante. Crisi nera, piuttosto. Profonda, strutturale, senza soluzione di continuità: l’impronta politica caratteristica degli anni Settanta. Si comincia a convivere con l’austerity, ma la filosofia della stragrande maggioranza del Paese resta quella del canta che ti passa. “Si dice: tira a campare/ tanto niente cambierà”, canta Bennato riassumendo il carattere tipico dell’italiano medio. Sul fronte della canzonetta Massimo Ranieri con <em>Erba di casa mia</em> vince Canzonissima. Peppino Di Capri il Festival di Sanremo (<em>Un grande amore e niente più</em>). Gato Barbieri entra in classifica con il tema di <em>Ultimo tango a Parigi, </em>il film di Bertolucci che ha tolto il sonno a più di un italiano baciapile. Studenti e operai si accorgono per primi che troppe cose non vanno come dovrebbero. E non ci stanno. Divampa quasi ovunque la protesta. Anche l’eversione armata, dal canto suo, comincia la sua escalation: piccoli dirigenti, magistrati, poliziotti, giornalisti sono al centro del mirino. BR, ma non solo: a destra come a sinistra è un proliferare di sigle, una miriade infinita di gruppuscoli rivoluzionari. Una lotta senza quartiere, che pretende le sue vittime. Tante.</p>



<p>Una fiumana. Il clima italiano vira sul plumbeo. Rappreso, intirizzito, senza soluzione di continuità. Ritratto benissimo da Francesco De Gregori in <em>La campana</em>. Anno di grazia 1978, quando tutto sembrerebbe ormai compiuto. A livello personale con lo schiaffo doloroso della contestazione al Palalido, subita da un gruppo di autoriduttori durante un concerto. A livello politico-sociale, con l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. <em>La campana </em>è una traccia luttuosa, claustrofobica, pessimista. Il resoconto impietoso di un collasso interiore, rimando al collasso collettivo in cui versa il Paese:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>La campana ha suonato tutto il giorno/ là dove i cani hanno abbaiato/ io ho pianto lacrime fino </em><em>all’osso/ lacrime d’osso sul selciato/ Incollato</em><em> sull’asfalto della strada/ mai stato così lontano/ dalla dolcezza cui tutti hanno diritto/ io con un fascio di giornali in mano/ E con un fascio di giornali in mano pensavo/ si può anche morire di dolore/ I miei amici, lo sai, sono tutti segnati/ i miei amici, lo sai, sono tutti in galera/ sono tutti fregati, sono tutti schedati [...]</em></pre>



<p>Nello stesso album <em>L’impiccato </em>– non senza qualche spunto polemico – riferisce del clima ‘poliziesco’, di violenza e sospetto diffusi, instauratosi nel Paese:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Uno l’hanno preso ieri sera, giovane giovane/ e figlio di buona donna, era/ Figlio di buona donna, pure ladro/ con un sorriso tutto denti di cane/ si nascondeva dietro una serie di ‘che ne so?’/ Poi ne hanno preso un altro padre di famiglia/ faccia scura scura/ vestito grigio, cami</em><em>cia, cravatta/ sguardo perduto all’arrivo in questura/</em><em> Il terzo, accusato d’oltraggio non fece in tempo a aprire la bocca/ che un pugno lo mise a sedere/ allora chiese una sigaretta e confessò in </em><em>fretta/ tutto quello che il commissario voleva sapere/</em><em> Il quarto si chiamava Tommaso e pregava </em><em>e piangeva/ chiese di telefonare all’avvocato/ ma</em><em> l’avvocato non rispondeva/ Il quinto venne assunto in galera per un indizio da niente/ venne assunto in galera/ Il quinto venne assunto in galera per un indizio da poco/ e fu crocefisso col </em><em>ferro e col fuoco/ Forse per un errore o forse per</em><em>ché era stato scoperto/ forse per un’implicita confessione/</em><em> oppure</em> <em>soltanto lo sconforto/ e tutti si domandarono di che segno era il morto.</em></pre>



<p>Sui temi suggeriti dalla strategia della tensione, De Gregori torna l’anno seguente con l’accenno – in <em>Viva l’Italia – </em>al fatidico “12 dicembre” della strage di piazza Fontana (1969), da cui la slavina eversiva fa risalire il suo incipit luttuoso. Quindi, molte lune più in là (1985), in <em>Scacchi e tarocchi </em>si sofferma sul ritratto luci-ombre della generazione della lotta armata. Una traccia introspettiva, tipicamente degregoriana. Dunque poetica, umana, stratificata. La descrizione più efficace degli anni di piombo nella canzone d’autore italiana.</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Venivano da lontano, avevano occhi e cani/ avevano stellette e guanti, e paura/ Erano tre, erano quattro, erano più di ventiquattro/ erano il sale della terra/ erano il fuoco e la guerra/ Erano il segno della croce/ erano cani senza voce, erano denti/ erano denti senza bocca, erano fuoco che scotta/ erano la vita che rintocca / Erano tre, erano quattro, avevano sassi, avevano cuo</em><em>ri/ avevano parrucche e occhiali, e pistole a tamburi e silenziatori/ Avevano linguaggio e chitarre/ e da dietro le sbarre ridevano e pure parlavano/</em><em> avevano alcuni moglie e figli che da dietro un vetro adesso/ li salutavano [...]</em></pre>



<p>È utile, a questo punto, fare un passo indietro. Riandare, cioè, al <em>vero </em>anno in cui, in Italia, si tennero dovunque le prove generali della rivoluzione. Quel 1977 a due facce che <em>– </em>a distanza di nemmeno un decennio dal ‘68 <em>– </em>segnerà un’ulteriore svolta storica per il Paese. Da un lato la fantasia al potere, i sogni, la piazza, gli indiani metropolitani, i colori, dall’altro le armi ‘di massa’, accessibili a tutti. Arringati dai cosiddetti “cattivi maestri” (in realtà intellettuali, giornalisti, docenti universitari che scrivono cose scomode), giovani studenti, operai, ma anche figli della piccola e media borghesia italiana, si preparano alla scelta estrema della violenza. La P38 fa il suo ingresso ufficiale nella cronaca. In diretta dalla storia (1978) Rino Gaetano la inserisce <em>– </em>non a caso tra un “68” e un “prosciutto cotto” <em>– </em>nella lunga lista di proscrizione di <em>Nuntereggaepiù</em>(ci finisce dentro anche un incolpevole Guccini).</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Abbasso e alé/ abbasso e alé con le canzoni/ senza fatti e soluzioni/ la castità/ la verginità/ la sposa in bianco il maschio forte/ i ministri puliti, i buffoni di corte/ ladri di polli/ super pensioni/ ladri di stato e stupratori/ il grasso ventre dei commendatori/ diete politicizzate/ evasori legalizzati/ auto blu/ cieli blu/ amore blu/ rock and blues/ nuntereggaepiù/ Eya alalà/ pci psi/ dc dc/ pci psi pli pri/ dc dc dc dc/ Cazzaniga/ avvocato Agnelli Umberto Agnelli/ Susan</em><em>na Agnelli, Monti Pirelli/ dribbla Causio che passa</em><em> a Tardelli/ Muselli Antognoni, Zaccarelli/ Gianni Brera/ Bearzot/ Monzon, Panatta Rive</em><em>ra D’Ambrosio/ Lauda, Thoeni, Maurizio Co</em><em>stanzo, Mike Bongiorno/ Villaggio, Raffa, Guc</em><em>cini/ onorevole eccellenza, cavaliere senatore/ nobildonna,</em><em> eminenza, monsignore/ vossia, cherie, mon amour/ nuntereggaepiù [...]</em></pre>



<p>Per restare in tema di dissacrazione: il profilo di rivoluzionario di area destrorsa, schizzato da Bennato in <em>Dopo il liceo che potevo far </em>suona al vetriolo:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Dopo il liceo che potevo far/ non c’era che l’università/ ma poi il seguito è una vergogna/ son fuori corso qui in facoltà/ e me lo voglio dimenticar/ e bevo, bevo come una spugna [...] E ora ho trovato la giusta via/ sono qualcuno in pirateria/ e questo ormai è il mio destino.../ e se qualcuno mi vuol fermare/ sono disposto anche a sparare/ sono devoto a Capitan Uncino.../ Ai suoi discorsi son sempre presente/ ma non so bene cosa abbia in mente/ e non mi faccio più troppe domande/ e non m’importa dov’è il potere/ finché continua a darmi da bere/ non lo tradisce e fino all’inferno/ lo seguirò/ non lo tradisce e fino all’inferno lo seguirò!</em></pre>



<p>Quindi, sulla questione “cattivi maestri” (di estrema destra, date le bombe) <em>Il rock di Capitan Uncino</em> recita testualmente:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Io sono il professore/ della rivoluzione!/ della pirateria/ io sono la teoria/ il faro illuminante!/ </em><em>Ma lo capite o no?/ Ve lo rispiegherò!/ Per scuotere</em><em> la gente/ non bastano i discorsi/ ci vogliono le bombe!/ Io ero un benestante/ non mi mancava niente/ ma i soldi di papà/ li spendo tutti qua/ a combattere sul fronte!/ Chi si arruolerà/ un bel tatuaggio avrà!/ Ma da quel trampolino/ io chi non vuol firmare/ lo sbatto giù nel mare!</em></pre>



<p>L’intera opera bennatiana, prendendo a prestito la simbologia possibile della fiaba di Peter Pan, ruota attorno alla dialettica realtà/fantasia (leggi stato delle cose/utopia armata), in uno scenario da deriva collettiva dove nessuno si salva e ci fa una bella figura. Né la così detta società civile (rappresentata dai benpensanti di <em>Tutti insieme lo denunciam</em>), né gli ideologi della rivoluzione alla Capitan Uncino, né <em>– </em>tanto meno <em>– </em>la manovalanza armata tipo Spugna e la sua ciurma male in arnese.</p>



<p>Appena meno caustico, ma altrettanto disilluso sulla piega assunta dagli slanci movimentisti, è Gianfranco Manfredi, che nel dittico costituito da <em>Ma non è una malattia </em>(1976) e <em>Zombi di tutto il mondo unitevi</em>(1977) racconta il mesto declino dei sogni rivoluzionari-generazionali. In <em>Ma non è una malattia </em>le vicende <em>– </em>interne ed esterne, psicologiche e sociali <em>– </em>del Movimento Studentesco sono filtrate alla luce di un’ottica quasi surreale. Il carattere dell’estremista-tipo (con i tic, i rigori, le contraddizioni dell’estremista-tipo, retaggi di un ‘dover essere’, prima ancora che di un ‘sentire’ collettivo) è sintetizzato benissimo nell’ironica <em>Quarto Oggiaro</em>:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket saccheggiato (oh ye)/ avevi in tasca una scatola di tonno dello Wyoming.../ si vede che la tua coscienza politica era scarsa.../ Io ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi/ io ci ho qua il caviale/ che a differenza del tonno non fa male/ lo questa sera mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne.../ Mentre tu te mange ‘o tonno con quel fesso di Totonno/ Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione/ Tu hai visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film inchiesta sulla CIA/ Eh ma la tua coscienza politica è proprio scarsa/ Io ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani/ S. Francesco e i sette nani vestiti da nazisti/ ho visto Scapponsanfan’ dei </em><em>fratelli Taviani/ C’eravamo tanto armati e diciotto</em><em> film di marziani (micidiale!) in cineteca.</em></pre>



<p>I sogni morti all’alba dei Settanta trovano spazio anche in <em>Zombi di tutto il mondo unitevi </em>(sempre Manfredi) dove si cantano la ritirata e l’inizio della disfatta generazionale. Siamo, insomma, al capolinea dell’ideale collettivo: il Movimento implode per surplus di ideologia. Un <em>sollen </em>tanto rigoroso da risultare snervante, allargato al rapporto di coppia e ai tanti reduci che popolano il 33 (“<em>Ultimo moicano sampietrino in mano</em>”). Strenui difensori di un ideale di gruppo andato a male, sconfitto dalla storia e dagli eventi, dalla massificazione dilagante. Guerriglieri allo sbando. Forzati dei raduni rock. Come quelli <em>– </em>tra droga, processi ai cantanti e cariche di polizia <em>– </em>di <em>Un tranquillo festival pop di paura</em>. Lontani anni luce dai proletari veri. Quegli zombi di tutto il mondo da cui il titolo, ridotti a “fantasmi del fantasma d’Europa” (il riferimento è all’incipit del <em>Manifesto del Partito Comunista </em>di Marx ed Engel).</p>



<p>Più sodale agli slanci del Movimento, il bolognese Claudio Lolli che <em>– </em>tralasciate le angosce esistenziali alla <em>Aspettando Godot – </em>con <em>Ho visto anche degli zingari felici </em>(1976) centra il duplice obiettivo del disco-capolavoro e del <em>messaggio </em>politico-sociale buono per una generazione di rivoluzionari in fieri. Sono anni di barricate: ideologiche, salottiere, artistiche, di piazza. Anni di attentati. Vigliacchi. Neri. Fascisti.</p>



<p>Anni in cui è facile “ritrovarsi soltanto a dei funerali”. Claudio Lolli ‘svolta’ stilisticamente, raccontandone uno, di questi anni a mano armata. Gli <em>zingari felici </em>si concentra sui dintorni del Settantasei ed è concepito come un’unica <em>suite</em>. Senza pause, con parti orchestrali di fusione tra un brano e l’altro. Con sezioni di fiati, percussioni, e un gruppo di musicisti alle spalle, con cui rielaborare la “Cantata del fantoccio lusitano” di Peter Weiss:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Siamo noi a far ricca la terra/ noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria/ Ma riprendiamola in mano, riprendiamola intera/ riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza.</em></pre>



<p>Tra slancio contestatario (<em>Piazza, bella piazza</em>), i fantasmi del Vietnam (<em>Primo maggio di festa</em>) e quelli del terrorismo nero (la lapidaria <em>Agosto</em>, sulla quale torneremo). L’esigenza di ritrovarsi uniti nella lotta (<em>La morte di una mosca</em>, <em>Albana per Togliatti</em>). E, in anticipo sul dibattito femminista a venire, la bellissima <em>Anna di Francia. C</em>anzoni-specchio di un’epoca e di una generazione.</p>



<p>Egualmente importanti gli esiti del successivo <em>Disoccupate le strade dai sogni</em>, un disco topico del 1977. Un disco battuto in lungo e in largo dalla rabbia. Dalla voglia di denuncia. E d’altro canto profetico del riflusso anni Ottanta che già bussa alle porte. Il discorso si apre con <em>Alba meccanica </em>e approda a <em>I giornali di marzo</em>. In mezzo l’evocativa <em>Analfabetizzazione </em>(un ribaltamento del significante nella lingua parlata), una più tenue <em>Canzone scritta sul muro</em>, la caustica <em>Autobiografia industriale</em>, la cerebrale <em>Da zero e dintorni</em>. E soprattutto <em>Incubo </em><em>numero zero – </em>superbamente evocativa, quasi dylaniana nella sua capacità visionaria <em>– </em>con tutti i crismi del manifesto politico. Sotto la facciata rassicurante della socialdemocrazia il Potere continua a tessere le sue trame e a giocare sporco. Nel testo anche un riferimento a Ulrike Meinhoff, giornalista-terrorista tedesca della RAF, ‘suicidata’ in carcere il 9 maggio del 1976 (l’anno seguente identica sorte toccherà ad Andreas Baader e ad altri compagni della Rote Armee Fraction).</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Il giorno di solito comincia sporco/ come l’inchiostro del nostro giornale/ scritto sui bianchi muri delle prigioni della Repubblica Federale/ Che giorno per giorno avanzando tranquille/ son quasi davanti alla tua finestra con un corteo di stesse e scintille e i tamburini la banda/ l’orchestra/ Spegnete la luce pensava Ulrike/ che la foresta più nera è vicina/ ma oggi la luna ha una faccia da strega/ e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina/ Spegnete la luce pensava Ulrike/ che la foresta più nera è vicina/ ma un </em><em>jumbojet scrive “viva il lavoro”/ col sangue, nel</em><em> cielo di questa mattina.</em></pre>



<p>Ulteriormente diverso l’approccio (testuale) alla rivoluzione di Eugenio Finardi. Che a partire dal 1975 (<em>Non gettate alcun oggetto dal finestrino</em>), l’onda della contestazione la cavalca al galoppo, la batte, la vive, la racconta dal ‘di dentro’. Soprattutto nei memorabili <em>Sugo </em>(1976) e <em>Diesel </em>(1977). Un cantautore organico al Movimento milanese, della scuderia discografica Cramps. Uno da Festival di Parco Lambro che, fino al ripiegamento sul privato di <em>Extraterrestre </em>(1979), si fa interprete a suon di rock della voglia di cambiamento delle masse giovanili. La lingua di Finardi è diretta. Immediata. Comiziante. Quasi sloganistica (“<em>La CIA ci spia</em><em> con l’aiuto della polizia</em>”). Adatta <em>– </em>in tutto e per tutto <em>– </em>alle istanze della rivoluzione in corso. Adatta a passare di stereo in stereo, di chitarra in chitarra, di corteo in corteo in una sorta di implicito passaparola. <em>Sugo</em>, così come i precedenti lavori finardiani, guarda al microcosmo metropolitano, interpretandone gli slanci, le cadute (spesso rovinose), gli incubi, i deliri, e non necessariamente in quest’ordine. In scaletta due canzoni in grado di lasciare un segno indelebile nella storia della protest song: <em>Musica ribelle – </em>assunta a manifesto artistico-ideologico dell’universo giovanile più impegnato <em>– </em>e <em>La radio</em>, pensata tra il serio e il faceto come jingle di Radio Popolare e divenuta inno ufficiale delle nascenti radio libere. <em>Sugo </em>scaturisce soprattutto dalla voglia/esigenza di ‘dire’ (tanto, troppo, comunque). <em>Soldi</em>, <em>Voglio</em>, <em>La Cia</em>, <em>La paura del domani </em>esprimono l’urgenza di una generazione che anela a dare l’assalto al cielo.</p>



<p>Anche <em>Diesel </em>rappresenta dal vivo la tensione sociale del momento. Canzoni come episodi inscindibili dalla realtà circostante che deve fare i conti (e li fa) con la guerra del Vietnam, la droga, il malessere giovanile. Come scritto in precedenza, gli anni Settanta sono anni duri, di scontri di piazza. Sui fronti opposti degli schieramenti, soprattutto studenti e poliziotti. Si scappa e si spara. A volte ad altezza d’uomo. Spesso ci scappa anche il morto. Due episodi tra i tanti (troppi), uno dei quali finito dentro una canzone: 11 marzo 1977, a Bologna, la polizia carica i militanti di sinistra e del Movimento che manifestano per le vie cittadine. I carabinieri aprono il fuoco, uccidendo Pier Francesco Lorusso, di Lotta continua. 12 maggio 1977, a Roma, la polizia attacca una dimostrazione pacifica, organizzata dai radicali per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, facendo largo uso di armi da fuoco, uccidendo Giorgiana Masi, diciannovenne, e ferendo altri sette giovani. È una lotta senza tregua. Strade, fabbriche, università, come trincee. L’aria delle città diventata irrespirabile per il fumo prodotto dai lacrimogeni. Pierangelo Bertoli <em>– </em>in <em>Nonvincono </em>(1976) <em>– </em>non è tenero con quella che, da più parti, viene definita “violenza di Stato”:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Ben altro che pace e lavoro ci hanno portato/ davanti alle fabbriche schierano il carro armato/ e radono al suolo le case ed i forni del pane/ perché tutto un popolo in lotta patisca la fame.</em></pre>



<p>Quindi, in <em>Rosso colore </em>(1977):</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Noi ci unimmo e poi scendemmo per le strade per lottare/ per respingere l’attacco del padrone/ Arrivati da lontano, poliziotti e celerini/ caricarono le donne col bastone/ Respingemmo i loro attacchi con la forza popolare/ ma convinti da corrotti delegati/ ci facemmo intrappolare da discorsi vuoti e falsi/ e da quelli che eran stati comperati.</em></pre>



<p>Il cosiddetto terrorismo non aspetta altro che pretesti di questo tipo. Il 1977 è un anno spietato. Preludio ideale al sequestro e all’assassinio di Aldo Moro (1978). Dopo di che, in Italia, niente sarà più lo stesso. Nemmeno l’indulgenza con cui una fetta di società civile guardava alle prime azioni delle Brigate Rosse. Lo sconcerto è ovunque, diffuso: chi si dissocia, chi prega, chi invoca la pena di morte per i brigatisti in carcere. L’Italia è in panne e ci resterà fin oltre il 1980, anno in cui Giorgio Gaber dà alle stampe <em>Io se fossi Dio</em>, punto di arrivo e summa del Gaber-pensiero. Una ballata copiosa che non risparmia nessuno. Che affonda nel putridume di vecchi e nuovi mostri (inglesi, africanisti, radicali, drogati, piccoli borghesi, “untuosi democristiani”, “grigi compagni del PCI”, giornalisti “necrofili”, “col gusto della lacrima in primo piano”). Una radiografia impietosa delle cancrene (e degli scheletri in capienti armadi) di una nazione in rovina, sia pure già in odore di Milano da bere. Relativamente alla vicenda Moro l’analisi gaberiana non distoglie lo sguardo. Cantando/recitando quanto segue:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Però se fossi Dio sarei anche invulnerabile e perfetto/ allora non avrei paura affatto/ così potrei gridare, e griderei senza ritegno che è una porcheria/ che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia!/ Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili/ di noi posso parlare perché so chi siamo/ e forse facciamo più schifo che spavento/ ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento/ Ma io se fossi Dio, non mi farei fregare da questo sgomento/ e nei confronti dei politicanti/ sarei severo come all’inizio/ perché a Dio i martiri non gli hanno fatto mai cambiar giudizio/ E se al mio Dio che ancora si accalora/ gli fa rabbia chi spara/ gli fa anche rabbia il fatto/ che un politico qualunque/ se gli ha sparato un brigatista/ diventa l’unico statista/ Io se fossi Dio/ quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio/ c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire/ che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana/ è il responsabile maggiore di vent’anni di cancrena italiana/ Io se fossi Dio, un Dio incosciente enormemente saggio/ avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/ quella faccia che era!</em></pre>



<p>Seguono polemiche. A qualcuno “il pensiero dà fastidio”. Se libero, scevro da ipocrisie, condizionamenti ideologici, ancora di più.</p>



<p>Non un unico episodio. Ma una lunga catena di avvenimenti luttuosi dietro ai quali si intravedono dinamiche di controllo e condizionamento della vita politica italiana. Un Idra, un mostro a più teste. Un meccanismo non sempre univoco. Il caos sociale, l’instabilità, la minaccia costante, il terrore vero e proprio, sono gli strumenti con cui, dietro la faccia ufficiale del Potere, un coagulo di forze non meglio e non sempre identificate comincia a giocare, in Italia, una partita di sangue dai contorni, in gran parte ancora incerti. Servizi segreti italiani e internazionali, organizzazioni armate, la destra estrema con tentazioni golpiste, lobby occulte, e altre di tipo economico, preoccupate del cambiamento. Complicate alleanze dove sfumano e convergono le differenze tra legalità e illegalità, apparati statali e criminalità, fenomeni spontanei e altri pilotati a seconda della circostanza. Una strategia della tensione <em>– </em>inaugurata dalla strage alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana e proseguita con la strage di Piazza Della Loggia, a Brescia <em>– </em>che getta la sua ombra lunga sul decennio in esame. Il contraltare all’eversione rossa. Il terrorismo vero. Quello che colpisce nel mucchio. In maniera indiscriminata. Cittadini che nulla c’entrano con il potere politico, che non sono ‘nemici di classe’ o ‘servi del potere’, come quelli, per lo più, colpiti dalle Brigate Rosse. Un piano sotterraneo, piuttosto, che punta alla stabilizzazione ‘al centro’ del sistema. Un apparato perfettamente intercambiabile di uomini fedeli a un’idea di conservazione dello status quo rispetto a qualsiasi forma di cambiamento. È in quest’ottica di immutabilità del potere che si collocano strutture segrete come Gladio, come i Nuclei di Difesa dello Stato, formazioni dal profilo quanto mai ambiguo come il MAR. La lista degli episodi oscuri e luttuosi è lunghissima. Il 4 agosto 1974 una bomba viene fatta esplodere nella vettura n.5 del treno Italicus, l’espresso Roma-Monaco. Muoiono dodici persone. I mandanti e gli esecutori della strage, attribuita alle trame nere, non saranno mai individuati.</p>



<p>In <em>Agosto </em>(<em>Ho visto anche degli zingari felici</em>, 1976) Claudio Lolli descrive così:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Agosto, improvviso si sente/ un odore di brace/ Qualcosa che brucia nel sangue/ e non ti lascia in pace/ Un pugno di rabbia che ha il suono </em><em>tremendo/ di un vecchio boato/ qualcosa che</em><em> crolla, che esplode/ qualcosa che urla/ un treno è saltato/ Agosto. Che caldo, che fumo/ che odore di brace/ Non ci vuole molto a capire/ che è stata una strage/ non ci vuole molto a capire che niente/ niente è cambiato/ da quel quarto piano in questura/ da quella finestra/ Un treno è saltato/ Agosto. Si muore di caldo/ e di sudore/ Si muore ancora di guerra/ non certo d’a</em><em>more/ Si muore di bombe, si muore di stragi/ più</em><em> o meno di Stato/ si muore, si crolla, si esplode/ si piange, si urla/ Un treno è saltato</em>.</pre>



<p>Le tragedie si consumano a ritmo serrato, ciò che è peggio fra il disinteresse o il disincanto di molti. Stampa compresa, per lo più distratta e/o reticente. Come ne <em>I giornali di marzo </em>(<em>Disoccupate le strade dai sogni</em>, 1977, ancora Lolli) che fa riferimento all’assassinio dello studente Lo Russo, morto nel corso di scontri con la polizia:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Alle 13.15 sono partiti alcuni colpi/ in un succedersi incalzante di fughe assalti e contrassalti/ solo le poche centinaia di persone che non erano scappate/ da alcuni uffici sono stati portati all’aperto tavoli/ i nostri aspiranti tupamaros devono convincersi/ I giornali di marzo/ i </em><em>giornali di marzo hanno capito/ i giornali di marzo/</em><em> i giornali di marzo hanno mentito/ Gli uomini sono scesi a terra già in assetto da campagna/ prudenza delle forze dello Stato/ hanno replicato con lanci a ripetizione di candelotti lacrimogeni/ è stato centrato alla schiena cadendo immediatamente/ Coi bottoni dorati e gli ottoni lucenti/ fischiando la marsigliese/ mentre il vento fa il solletico ai sogni/ rimasti impigliati nel cancello dei denti.</em></pre>



<p>Con l’acuta preveggenza che lo contraddistingue, Giorgio Gaber ne <em>La presa del potere </em>(1972), allestisce uno scenario futuribile, ma non troppo, di golpe borghese. Un avanzare lento, quasi un contagio. Inarrestabile. Un clima angosciante, di revanscismo destrorso che tracima. In questo modo:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>Avvolti in lucidi mantelli/ guanti di pelle, sciarpa nera/ hanno le facce mascherate/ le scarpe a punta lucidate/ sono nascosti nella sera/ Non fanno niente, stanno fermi/ sono alle porte di Milano/ con dei grossissimi mastini/ che stan seduti ai loro piedi/ e loro tengono per mano/ Han circondato la città/ la stan guardando da lontano/ sono imponenti e silenziosi/ [...] E l’Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar/ e l’Italia rideva e cantava [...] Ora lavorano più in fretta/ hanno moltissimi alleati/ hanno occupato anche la RAI/ le grandi industrie, gli operai/ anche le scuole e i sindacati/ Ora si tolgono i mantelli/ son già sicuri di aver vinto/ anche le maschere van giù/ ormai non ne han bisogno più/ son già seduti in Parlamento/ Ora si possono vedere/ sono una razza superiore/ sono bellissimi e hitleriani.</em></pre>



<p>Come si vede, qualcosa di infido, di criptico, di misterioso, che allunga le trame mentre il cittadino medio (ahilui) gioca alle carte e parla di calcio nei bar. Distratto. Assuefatto. Pavido. Alienato. Indifferente alle cose (ai <em>fatti</em>) che contano davvero. Un’ignavia intellettuale, quella dell’italiano-tipo, stigmatizzata anche da Stefano Rosso. Nel 1978, in un clima di terrorismi diffusi (in molti sensi), la sua <em>Colpo di stato </em>illustra come tutto, nel Belpaese, risulti, in fin dei conti, velleitario. Destinato a finire a tarallucci e vino (“Colpo di stato/ ma che colpo se lo stato qui non c’è/ colpo di stato/ vai allo stadio? Aspetta, vengo insieme a te”).</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>E tra gente che gesticola con le armi/ e tra i nuovi santi illuminati al neon/ sta nascendo un nuovo tipo di ideale/ quello yankee tipo “fatelo da voi”/ E tra scioperi d’autonoma estrazione/ lo studente che si interroga da sé/ sta covando forse la rivoluzione/ mentre la signora bene prende il tè/ Colpo di stato/ ma che colpo se lo stato qui non c’è/ Colpo di stato/ e qui intanto farà il colpo del caffè [...] Poi c’è chi cercando la rivoluzione/ ha trovato infine le comodità/ chi confonde il pranzo con la colazione/ chi confonde la salute con l’età/ E da migliaia d’anni non </em><em>cambia la storia/ Giulio Cesare, Cavour testa</em><em> pelata/ e il copione ormai lo san tutti a memoria/ è la solita, non cambia la menata/ Colpo di stato/ ma che colpo se lo stato qui non c’è/ Colpo di stato/ vai allo stadio?/ Aspetta, vengo insieme a te.</em></pre>



<p>Lo stadio è assumibile come luogo-simbolo dell’indole italiana. Una nazione da bar-sport (versione aggiornata del luogo comune “italiano pizza e mandolino”). Eternamente irrisolta. Infelice. Lamentosa. Soprattutto incompiuta. La nazione delle tragedie sfiorate, delle coppe del mondo acciuffate coi denti, delle rivoluzioni, invece, mancate di un soffio. E così anche gli appuntamenti decisivi con la storia. Ancora Stefano Rosso, qualche anno dopo (1980), nella fototessera collettiva <em>– </em>un po’ complice e moltissimo feroce <em>– </em>data da <em>L’italiano</em>. Dove si ride piuttosto per non piangere:</p>



<pre class="wp-block-verse"><em>[...] Siam tutti preti, navigatori/ figli di ‘gnotta e grandi cantautori/ Mamma è una santa/ le altre da bordello/ se perde il Napoli faccio un ma</em><em>cello/ Se trovo un portafogli perché è vecchio/ tv</em><em> a colori e pane dentro al secchio/ Siam diploma</em><em>tici, laici, estremisti/ frutteti-asmatici e poi femministi/</em><em> di calcio tecnici, d’amor maestri/ figli di parroci in gite campestri/ Del cruciverba siamo i pensatori/ quattro infermieri, centosei dottori [...] Ma cosa guardi, cosa c’è di strano?/ Chi sono dici? Beh, sono italiano/ son stato il primo a perdere la mano/ sia col tedesco che l’a</em><em>mericano/ Confesso, è vero, ma non è finita/ prossima</em><em> vittima è l’ora proibita/ Ma cosa guardi, </em><em>cosa c’è di strano?/ Chi sono dici? Beh, sono</em><em> italiano!</em></pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto dal libro <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.edizionipaginauno.it/Il-nemico-non-e-Mario-Bonanno.php" target="_blank"><em>Il nemico non è. I cantautori, la guerra e il conflitto sociale</em></a>, Mario Bonanno, Paginauno edizioni</p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Settanta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-settanta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2007 17:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[cesare battisti]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[processo 7 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>
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					<description><![CDATA[Il caso Cesare Battisti e gli anni Settanta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-3-giugno-settembre-2007/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 3, giugno &#8211; settembre 2007)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il caso Cesare Battisti e gli anni Settanta</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’incapacità di fare i conti con la propria storia, in Italia è un’abitudine consolidata; il tempo trasforma in leggenda i vincitori, degrada a fantasma sociale i vinti e ossifica in luogo comune i fatti. Una dinamica che non poteva risparmiare gli anni Settanta. Segreti, omissis, stragi impunite, scontri tra manifestanti e poliziotti, operai e studenti in piazza, fascisti, comunisti, stragi di stato, strategia della tensione, Aldo Moro, Brigate rosse e, su tutto, lei, la parola magica: terrorismo! Tutti elementi frettolosamente stipati nell’immaginario collettivo degli italiani e riportati alla ribalta dall’arresto di Cesare Battisti, avvenuto lo scorso marzo a Copacabana.<br>I giornalisti hanno fatto a gara per mostrarlo come un grande atto di giustizia. Impettiti nelle loro certezze, hanno cavalcato la parola terrorista, fingendo di dimenticare le complesse implicazioni politiche dell’arresto.</p>



<p>Un medesimo atteggiamento hanno mostrato i politici. Il ministro Mastella, dimentico dei vari mandati di arresto da spedire negli Stati Uniti, si è affrettato a chiamare il Brasile e chiedere di accelerare i tempi dell’estradizione. Un solo parlamentare, l’onorevole Giovanni Russo Spena, ha provato a spostare il dibattito su un’ipotesi di amnistia, con il risultato di venire seppellito dalle urla dei colleghi, alcuni dei quali, trent’anni fa erano soliti menare le mani e saettare al cielo orgogliosi saluti romani.<br>Più docili e discreti, gli scrittori sono rimasti in silenzio, a dimostrazione del totale disinteresse che nutrono per la storia del loro Paese. La stessa storia che nella testa degli italiani si riassume ormai in una grottesca baruffa tra opposti. Un’ambiguità che la politica non fa che alimentare continuamente. Che cosa è stato il Risorgimento? L’afflato patriottico di un’intera popolazione o una conquista armata dei Savoia? E il fascismo? Dittatura da operetta o sanguinoso regime totalitario? E i partigiani? Spietati assassini o eroi? E Tangentopoli? Un complotto delle toghe rosse o l’espressione democratica di una magistratura libera? E le stragi mafiose del 1992? Un conto chiuso con i propri nemici, o un tentato golpe della mafia con la complicità della massoneria e di gruppi neofascisti?<br>E che cosa è stata Piazza Fontana?</p>



<p>Il contraddittorio, che dovrebbe rappresentare la ricchezza di una democrazia, in Italia dimostra di essere solo confusione costruita ad arte; il risultato non casuale della brutta abitudine accennata all’inizio. A Milano ogni anno si organizza per il 12 dicembre un ritrovo in Piazza Fontana, in occasione del quale sindaco ed esponenti della destra regolarmente non si presentano, salvo poi caldeggiare la costruzione di una stele in memoria del commissario Calabresi. E sempre a Milano gli oppositori chiedono, per dovere storico, di erigerne una anche in memoria del suo oppositore teorico, l’anarchico Pinelli, dove&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;è la vera parola chiave, con il risultato di confermare l’assunto che vuole due volti per ogni verità.</p>



<p>Doppiezza tutt’altro che neutra. Uno Stato che non sa se riconoscersi nei valori fascisti o in quelli dei partigiani, se in quelli dei giudici di Tangentopoli o in quelli di politici e imprenditori corrotti, se nei depistaggi strumentali del commissario Calabresi o nella morte dell’anarchico Pinelli, che di quei depistaggi è stato vittima, in realtà è uno Stato che dimostra di avere scelto eccome. E la strage resta là, innominata, rimossa nei suoi significati; quasi che gli anni Settanta non fossero iniziati con quel boato devastante.</p>



<p>La storia, quella che ci educa a scuola, che imperversa in programmi televisivi, che ci chiama dalle targhe delle vie che ci orientano in città, che leggiamo a frammenti sui giornali, è solamente uno dei mezzi con cui il Sistema conferma se stesso; con cui vengono donati ai cittadini un’identità nazionale e sani principi in cui credere. È il linguaggio della verità, parlato dai telegiornali, dai quotidiani, da tutti quegli strumenti atti a rendere credibili le parole dei politici. E quando accade di leggere il resoconto di un fatto, raccontato in maniera superficiale come nel caso di Cesare Battisti, è normale che sorga una sottile pena per il suo estensore e per il lettore comune. Pena e dispiacere per l’ennesima conferma dell’esistenza di argomenti che non possono essere trattati per intero. L’<em>affaire</em>&nbsp;Battisti è uno di questi.</p>



<p>La sua vicenda, infatti, se analizzata e inserita in un contesto storico più ampio, conduce nel dominio della verità illegittima; dritto nei corridoi del Palazzo, laddove, a partire dai giorni dell’Autunno caldo, sono stati organizzati i piani per la restaurazione e la conservazione politico-economica del Paese. Piani eretti su tre colonne portanti: la provocazione dei movimenti di protesta, l’alleanza con il Pci attraverso l’attuazione del compromesso storico, e la repressione mediatica, militare e giudiziaria.</p>



<p>Cesare Battisti, l’uomo, l’individuo Battisti, è il personaggio perfetto per un romanzo sugli anni Settanta; perché è proprio dal caso personale che uno scrittore sceglierebbe di partire. Non c’è alcun dubbio che l’uomo, solo e sfinito, arrestato a Copacabana dopo due anni di latitanza, contenga in sé due persone: il terrorista di ieri, condannato per due omicidi politici, e lo scrittore di oggi, rifattosi una vita grazie a una promessa politica. Chiedersi quale delle due persone stia andando in carcere a scontare un ergastolo implica (per uno scrittore, naturalmente, non certo per l’onorevole Castelli e il suo degno successore, il ministro Mastella) il confronto con un triplice problema (umano, politico e storico), al quale si aggiunge il silenzio che grava da trent’anni sugli anni Settanta. Nessun buon romanzo può essere scritto senza che il suo autore si proponga di sviluppare le tre dimensioni. Non serve altro: una piccola storia di uomini, sentimenti ed emozioni, una società civile e politica e, su tutto, la grande Storia. Sugli anni Settanta, questo romanzo oggi non è ancora stato scritto.</p>



<p>La generazione di scrittori post-sessantottina si è spesa assai poco sugli anni Settanta. Al contrario, ha preferito (vuoi per ignoranza, vuoi per congenita consunzione interna del mondo editoriale) adagiarsi su una stucchevole introspezione o su inutili romanzi di genere. Persino oggi che gli anni Settanta sono di moda (ogni anno è il trentennale di qualche episodio – adesso il famigerato &#8217;77, il prossimo toccherà alla morte di Moro…), la narrativa non pare in grado di sottrarsi ai fattori passionali, che li hanno animati. È vero che qualche autore si è dato da fare per stemperare il grigiore della definizione&nbsp;<em>Anni di piombo</em>&nbsp;inventata dal linguaggio di regime, ma solamente nei confini della falsa ottica divisoria tra buona sinistra e cattiva sinistra, inevitabilmente destinata a condurre il lettore tra le calde braccia della verità istituzionale. Esclusi pochi casi isolati, quindi, ancora gli scrittori non sono riusciti ad allontanarsi dagli scontri di piazza, dal lancio di sampietrini, dalle pistolettate, dal racconto di vite desolate, da storie di droga e di disperati caduti nella rete della lotta armata, e dal risultato di restituire, di quel periodo, un aspetto molto suggestivo per quanto secondario. Marginale, addirittura, nel momento in cui si vuole allargare il raggio d’azione della riflessione. In realtà il continuo battere sul tasto del terrorismo di strada, non fa che infittire la nebbia. Gli scrittori sembrano non capire che scontri feriti e morti, giovano al potere e continuano a dargli credito; che insistere a parlarne decuplica questo vantaggio. Gli anni Settanta diventati materia di libri gialli, di noir, di mercato, rendono fuffa la verità.</p>



<p>Il vero limite di tutta questa narrativa consiste nell’incapacità di verticalizzare l’analisi, nel non riuscire a porre interrogativi di responsabilità più generale. Chi sono i mandanti delle bombe? Quali elementi appartenenti allo Stato? Quali uomini dei servizi segreti?<br>Domande che potrebbero essere un ottimo punto di partenza per un romanzo, oltre che l’occasione di una riflessione approfondita su altre figure che potrebbero diventare altrettanti personaggi: giudici istruttori, per esempio, procuratori generali, procuratori della Repubblica, sostituti procuratori generali, capi di polizia, generali dei carabinieri, ministri, presidenti del consiglio, industriali che finanziano movimenti neofascisti. È dietro queste istituzioni che vanno cercati i creatori di Piazza Fontana e delle altre stragi, e che, in seguito, si sono preoccupati di organizzare la conseguente e necessaria repressione militare e giudiziaria. Si annidano lì dentro le ragioni dogmatiche del potere, quelle che hanno avuto bisogno di nutrirsi di sangue innocente, di creare omissioni e reticenze che si trascinano ancora oggi.</p>



<p>Per cui si può affermare che la parte narrabile di Cesare Battisti, quella suggestiva e buona per movimentare il mercato editoriale e la verità istituzionale, è già stata raccontata da altri romanzi. Cose già scritte e che, nel romanzo che adesso ci accingiamo a progettare, fungeranno per questo da semplice contorno.</p>



<p>Il primo problema narrativo da risolvere consiste nel trovare un equilibrio tra storia e Storia. Ciò che poco fa abbiamo rimproverato alla Storia italiana è la sua ambiguità. La mancanza di volontà politica (o l’interesse nascosto dietro tale immobilismo) di stabilire in maniera netta e chiara i fatti. Il che non significa soffermarsi sulla loro consequenzialità, comunque importante, bensì analizzare le motivazioni che vi si nascondono dietro, i moventi, pragmatici o etici che siano, le influenze, gli obblighi, le proibizioni, le seduzioni, le intimidazioni… La Storia è soprattutto storia di uomini, oltre che movimento di apparati.</p>



<p>È difficile infatti comprendere le motivazioni e le influenze sociali e politiche che hanno condotto migliaia di giovani, molti dei quali appartenenti alla classe borghese, a prendere le armi e a sparare; che li hanno spinti a rinunciare a una vita comoda e normale (come si suole dire), giocandosi tutto a un tavolo in cui il banco è un inafferrabile baro come lo Stato.<br>È difficile, se si estrapola l’esperienza armata dalla complessità del contesto sociale, come fanno superficialmente gli scrittori che oggi ambientano i romanzi negli Anni di piombo, e come fanno molti giornalisti ogni volta che parlano di terrorismo.</p>



<p>È difficile capire la loro scelta, senza analizzare le dinamiche del boom economico nella loro completezza; gli esclusi dal grande miracolo, la grande produzione di plusvalore degli operai, in cambio di un’illusoria mobilità sociale per loro e per i loro figli; dimenticando l’interesse di Fiat e americani nel restaurare le forze di produzione, licenziare gli operai politicizzati, aumentare la meccanizzazione del lavoro e chiamare dal sud un nuovo modello di lavoratore, l’operaio di linea, meno sindacalizzato e più sfruttabile; senza parlare dell’inefficienza dello Stato riguardo l’organizzazione di strutture urbane di accoglienza per fronteggiare l’immigrazione (indotta e funzionale alla grande industria), di strutture scolastiche e sanitarie.<br>È difficile se non si valuta il peso della protesta studentesca nata in seno alla borghesia e a quella determinante degli operai, ancora più grave per il capitale perché strutturale.</p>



<p>È difficile se ci si limita a guardare la strage di Piazza Fontana come un fatto tra gli altri, senza considerarlo parte di un progetto eversivo e, come tale, una dichiarazione di guerra che lo Stato lancia alla società che protesta, utilizzando come leva il peso di un’opinione pubblica ignara di quanto stia accadendo.<br>È difficile se si dimentica la rinascita del fascismo con la complicità di movimenti quali la Lega dei colonnelli greci, attiva in molte città per organizzare un golpe anche in Italia.</p>



<p>Un romanzo non è un saggio. Per sviluppare una trama tematica ha bisogno di personaggi e di una storia. E dal momento che lo scrittore ha individuato in Cesare Battisti il personaggio simbolo ideale, non gli rimane che individuare l’antagonista. Sarebbe sbagliato consegnare un tale ruolo a parole astratte come Stato, Chiesa, Fascismo o Padroni; senza cioè incarnarle in caratteri che, attraverso l’azione, assumano molteplici significati. E dal momento che, riguardo alla verità sulle stragi, le sentenze o la verità istituzionale non aiutano, lo scrittore è costretto a costruirli secondo criteri di verosimiglianza. Nel caso della bomba di Piazza Fontana, non dovrebbe mancare un generale, a capo del Sid (Servizio informazione della difesa), che funge da mediatore nel passaggio di 500.000 dollari dalle casse dell’ambasciata americana alle mani di gruppi neofascisti; così come non mancheranno alcune morti misteriose di alcuni possibili testimoni e un altro agente del Sid nei preparativi per la strage di Milano, insieme a membri appartenenti agli Affari riservati del ministero degli Interni.</p>



<p>In questo modo viene dato un volto e ben tre astrazioni: il terrorismo neofascista, con il quale sono in combutta l’Msi, alcuni ambienti della Dc e parti dell’apparato statale, oltre che aprire la strada ai depistaggi che seguiranno, dietro le figure di un commissario e di un giudice istruttore; tre o quattro personaggi, non di più.<br>Episodi del passato cui ispirarsi non mancano: lo squadrismo fascista, le aggressioni, gli attentati a membri delle Camere del Lavoro e a oppositori di sinistra, degli uomini di Mussolini tra il 1919 e il 1926, in complicità con proprietari terrieri e industriali. Infatti, nel 1969 come allora, la risposta al diffondersi dell’insoddisfazione nel Paese è stato proprio il terrorismo nero.</p>



<p>Per scrivere, uno scrittore deve conoscere, informarsi il più dettagliatamente possibile, pur nella consapevolezza che buona parte del lavoro svolto non troverà sede all’interno della propria macchina narrativa. L’importante è che si immerga nell’atmosfera in cui si muovono i suoi personaggi. Per esempio non gli farà male conoscere fatti che soli meriterebbero un romanzo a parte, come il tentato colpo di stato del 1964 del generale dei carabinieri De Lorenzo, appena dopo la formazione del primo governo di centro-sinistra. I tanti finanziamenti provenienti da industriali, albergatori, agrari, banche, distribuiti in grandi flussi al partito fascista e alle organizzazioni minori sin dalla fine degli anni Sessanta. Soldi che permettono il proliferare di giornali e riviste neofasciste, di Leghe e di movimenti i cui reclutamenti attingono nell’universo dei giovanissimi; e che contribuiscono al crescendo di aggressioni, culminato con la bomba esplosa nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Non gli farà male conoscere, se vuole dare maggiore incisività alla scrittura, altri due tentativi di Golpe: quello di Valerio Junio Borghese (graziato dall’amnistia del 1948 che ha rimesso in circolo i fascisti nel sistema politico italiano) del 1970, e quello di Edgardo Sogno e della congiura della Rosa dei Venti del 1974.</p>



<p>Tuttavia, la vera lezione di Piazza Fontana è legata alla sua funzione strategica: creare insicurezza e caos per spostare l’opinione pubblica a destra e così suscitare il desiderio di un governo forte in grado di riportare l’ordine, visto che il sistema democratico non è in grado di farlo. Una strategia antioperaia e liberticida, di cui la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura è stata solo un primo atto della costruzione di un luogo comune, tutt’ora vivo, che vuole il terrorismo essere unicamente di sinistra. Lo stesso termine stragismo, utilizzato da storici e analisti, crea una distinzione sospetta da ciò che viene chiamato, senza esitazione, terrorismo. Idee più simili a sentimenti che non a concetti, che tuttavia stridono con le cifre degli anni Settanta.</p>



<p>Le statistiche accertano complessivamente, tra il 1969 e il 1980, 12.690 attentati politici. Su un totale di 362 vittime, 92 morte tra il 1969 e il 1974, mentre 270 negli anni che vanno dal 1975 al 1980. Nel primo periodo, 63 vengono uccise da attentati terroristici di destra, 9 da attentati di sinistra e 10 cadono in conflitti a fuoco con le forze dell’ordine. Di dieci non è stata accertata la paternità degli attentati.<br>Nel secondo periodo, 115 persone vengono uccise da terroristi di destra e 110 da terroristi di sinistra, 29 dalle forze dell’ordine (dalle quali sono escluse quelle legate a leggi speciali che lasciavano loro mano libera di sparare anche sui manifestanti) e 16 di padre ignoto. Nella seconda metà degli anni Settanta cresce anche il numero dei feriti, soprattutto in attentati senza un obiettivo preciso che non fosse il terrore, che sono una specialità del terrorismo di destra (551, di cui 200 solamente a Bologna nel 1980), ma anche in attentati mirati (172 feriti, di cui 147 vittime di sinistra, 6 di quelli di destra e 19 senza paternità).</p>



<p>Numeri che aiutano a capire perché ancora oggi l’opinione pubblica sia tanto sensibile al richiamo della parola magica, ma che dimostrano la perfetta riuscita di quella strategia se perdura ancora oggi simile a un archetipo junghiano, in immediato ed esclusivo abbinamento alla parola comunismo. Dei paramilitari neofascisti e della violenza di Stato, la cui connivenza nelle stragi resta tutt’oggi inconfessabile, chissà perché, non si parla mai.</p>



<p>Il protagonista è uno dei giovani che in questo contesto storico decidono di armarsi. Di coloro, cioè, che pensano il Parlamento come un nucleo compatto costruito con i voti dei cittadini in difesa di interessi privati e che da quel luogo niente di buono per i lavoratori potrà mai uscire. Di giovani che, dopo avere tentato la via della contestazione nelle piazze e avere assaggiato la violenza dello Stato, delle sue sanguinose provocazioni e delle leggi speciali, decidono di rispondere con le armi. Cadono nella trappola, accettano la provocazione e si tuffano nell’impazzimento di quegli anni. È una strada senza uscita e di difficile comprensione per il lettore-massificato di oggi, addomesticato da anni di martellamento mediatico, e che ha assorbito in maniera acritica il linguaggio della verità. Lo scrittore deve essere pienamente consapevole dei censori creati da questo linguaggio e dell’uso strumentale che esso fa del sostantivo terrorista; un sempreverde utilizzato ancora oggi dagli Stati capitalisti per impostare anche la politica estera.</p>



<p>Deve tenerne conto quando ricostruisce le motivazioni dei protagonisti: perché uomini dell’apparato statale decidono di costruire sul sangue di persone innocenti la loro strategia? Perché scelgono di allearsi con la peggiore feccia politica? Perché un giovane decide di prendere le armi lungo una strada che conduce all’inevitabile autodistruzione? Sono queste le domande che portano avanti la vicenda e il percorso intimo dei personaggi. E proprio quest’ultimo è la grande scommessa con il lettore; scandagliare quel tratto di terra di nessuno che si situa tra le motivazioni e l’azione che solamente la narrativa è in grado di attraversare. Condannare o assolvere è compito dei giudici, non di un romanziere, al quale, semmai, spetta il compito dell’analisi, di liberarsi di ogni pregiudizio e di ogni interesse di parte. La parola&nbsp;<em>mostro</em>&nbsp;può circolare sulla bocca di giornalisti e politici, ma non può trovare asilo nella penna di chi scrive. E se c’è qualcosa che il nostro scrittore avverte, di fronte all’arresto finale del suo personaggio avvenuto con ventisette anni di ritardo, è la sensazione di assistere a una ideale prosecuzione di una trama iniziata con la bomba di Piazza Fontana &#8211; di una condotta politica che lo Stato non ha intenzione di chiudere. E vuole riprodurre sulla pagina la sensazione di angoscia che adesso lo pervade. Non riuscire in questo, non trasmettere dubbi al lettore, rappresenterebbe il fallimento del romanzo.</p>



<p>È bene ricordare che, poco più di trent’anni fa, quando apparvero sulla scena genovese i primi attentati del gruppo gappista XXII ottobre, i suoi componenti non vennero definiti come terroristi contro i quali mobilitare le masse. Ancora non si identificava il terrorista come nemico dello Stato democratico, e una simile etichetta, che oggi appare assai scontata e di immediato effetto, non sarebbe stata necessariamente accolta nel tessuto sociale con assoluta riprovazione. In Parlamento sedevano ancora politici di vario orientamento politico, che avevano operato con azioni di stampo terroristico durante e dopo la Resistenza, quando non contro di essa. E nella memoria degli individui erano ancora presenti le imprese dei partigiani.</p>



<p>Tuttavia, tante premure sono venute meno con lo svilupparsi degli eventi. In fondo, detto senza ipocrisie, coloro che sparavano e i morti, inseriti in un contesto come quello italiano, in cui l’amore per il governo non era certo la fede più diffusa, non rappresentavano per i politici il problema più grave. Negli ultimi dieci anni sono state uccise dalla mafia 2.500 persone. Eppure, nessuno in parlamento avverte una simile strage come una tragedia sociale.</p>



<p>La violenza, quindi, non è mai stata di per sé un problema per lo Stato, e anche allora lo era solo in parte; non grave, almeno, quanto la massiccia pressione del dissenso generato dalla controinformazione di alcuni intellettuali e accademici, della quale le proteste studentesche, la gente in piazza e gli scioperi operai erano solo la manifestazione più visibile. Ciò che faceva paura ai padroni del vapore era la strisciante sfiducia e il malcontento diffusi nell’intero tessuto sociale. Tuttavia, i politici sapevano che chi sparava era un ottimo terreno su cui costruire un’offensiva per colpire il dissenso a 360 gradi. Nasce così il processo 7 aprile 1979.</p>



<p>Uno dei meriti dei governi di allora è stato l’uso dei media per raggiungere i propri obiettivi, la spettacolarizzazione del problema, la cui performance più riuscita è stata il rapimento di Aldo Moro. Pur tuttavia, il consenso dell’elettorato è fondamentale in una democrazia. Per uno Stato dal bilancio fallimentare, in cui non una sola istituzione funzionava, a partire dalla scuola per finire alla sanità, in cui gli stipendi erano tra i più bassi d’Europa e la sicurezza sul lavoro un lusso, era divenuto vitale trasformare agli occhi del cittadino quello che era un grave problema sociale ed economico in una questione di ordine pubblico. Ed è stato questo il grande capolavoro dei politici. Una recita che non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di stampa e televisione. Proprio come oggi non sarebbe possibile la caccia al terrorista in Medio Oriente senza le menzogne dell’intero apparato mediatico. Tant’è che giornali, radio e televisione, si sono mansuetamente assestati sulla linea della solidarietà nazionale, con un surplus di impegno forcaiolo da parte dei giornali di sinistra come L’unità, La Repubblica e Paese sera.</p>



<p>Accadde così quel che Leonardo Sciascia descrive ne L’affaire Moro: “È come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla finestra saltando, sano e guizzante, sulla strada. Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. [&#8230;] Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità?”</p>



<p>La definitiva repressione dello Stato, per come si è verificata e per le anomalie democratiche di cui è stata portatrice, pone allo scrittore un complicato problema narrativo. Come spiegare fatti le cui logiche vanno ricercate nella ragione di Stato e non in quella di una normale routine democratica? Come dire che gli anni Settanta si sono svolti politicamente all’insegna di un perenne colpo di Stato mai confessato? Come vincere l’incredulità del lettore? Non è un caso che il 7 aprile 1979 sia una data opportunamente rimossa, a differenza del 12 dicembre, dalla coscienza degli italiani, i quali, dell’istruzione di tale processo, hanno saputo solamente ciò che faceva comodo sapessero: il lancio dell’arresto con il trionfalismo dei titoli (catturato il vertice delle Brigate rosse!), le colossali menzogne seguite dal silenzio e la loro lenta caduta nell’oblio. Eppure, se ancora oggi il sostantivo terrorista può inglobare chi parla e chi scrive (l’abbiamo visto proprio nella settimana che ha preceduto le manifestazioni spontanee contro il raddoppiamento della base americana a Vicenza), lo si deve in buona parte all’operato di un pugno di giudici in occasione di quella che si può definire la più grande montatura mediatico-giudiziaria della Repubblica italiana. Un caso talmente eclatante da suscitare l’interesse di Amnesty International e da costringere il presidente francese Mitterrand a una decisione politicamente grave e importante, oltre che molto discussa.</p>



<p>Si tratta del momento in cui lo Stato, incarnato nei suoi tre poteri, sviluppa i principi d’attacco all’opposizione politica extraparlamentare di sinistra, della cui riuscita il Pci si rende garante. Dopo avere accettato lo Stato delle stragi, per realizzare il compromesso storico in cambio della propria presentabilità politica, il partito comunista si fonde con esso nei panni dell’istituzione giudiziaria, per arrivare in futuro a trasformarsi il quel sarchiapone politico di oggi.</p>



<p>Il punto di ancoraggio è la parola terrorismo. Riuscire a estendere il suo significato a chi scrive, a chi insegna nelle università, a chi parla in radio, a intellettuali, accademici, scrittori e direttori di giornali; in poche parole, riuscire a cambiare nome al reato d’opinione.</p>



<p>Nasce così il Teorema Calogero, dal nome dal sostituto procuratore che l’ha inventato. Il capolavoro di alchimia penale che porterà quest’ultimo ad affermare di avere incastrato il Grande Vecchio e i capi supremi del terrorismo italiano. Il teorema è semplice, persino banale nella sua formulazione: il terrorismo è una specie di cupola, una piramide al cui vertice siedono intellettuali, scrittori e accademici, nella fascia centrale stanno i loro libri e i direttori dei giornali di controinformazione, il cui compito consiste nel pubblicare ordini criptati dei capi, destinati ai gruppi armati che formano la base. Basta togliere di torno i capi per tagliarne la testa. Con quali prove arrestarli? Non ce n’è bisogno. Essendo capi non lasciano certo tracce, ma proprio questa è la prova della loro colpevolezza. Sarebbe come dire: Si fidi, lei è colpevole! E con questo prodigio giuridico-giudiziario, la contiguità/partecipazione e una serie di forzature del diritto riguardo all’allungamento artificioso della carcerazione preventiva – che per alcuni è durata fino a cinque anni – Calogero riesce a mettere in carcere e a tenere dentro, in attesa di giudizio, 140 persone.</p>



<p>Si può a questo punto comprendere perché la costruzione di un personaggio da inquisizione medioevale come il sostituto procuratore Calogero possa presentare non pochi problemi allo scrittore, tra tutti la difficoltà di renderlo credibile, nonché di spiegare al lettore come un individuo del genere possa agire indisturbato in una democrazia moderna. D’altro canto, questo è quanto è accaduto in Italia alla fine degli anni Settanta, ed è ciò che lo scrittore ha scelto di raccontare.</p>



<p>Il tema del ritorno è il filo che lega il presente al passato, non solo in narrativa. L’arresto nel 2007 del personaggio Cesare Battisti e il salto indietro fino al 12 dicembre 1969, diventano l’espediente narrativo che permette di risalire il tempo e la Storia. L’Italia è cambiata da allora, la differenza si sente, anche se non è cambiato il modo di fare politica. Diversa, semmai, è la partecipazione del cittadino alla cosa pubblica. Ognuno per sé, compresi gli scrittori che hanno smesso di incontrarsi per discutere sulla società. Trent’anni fa, su un episodio come questo si sarebbe sollevato un dibattito tra contrari e favorevoli all’arresto. Gli scrittori ne avrebbero scritto, parlato. Nessuno avrebbe avuto paura di esprimere la propria opinione. Mentre adesso Cesare Battisti è un uomo solo che entra in carcere nell’indifferenza generale, tra la propria proclamazione di innocenza e gli sberleffi di alcuni giornalisti che senza vergogna hanno descritto la sua latitanza a Copacabana come una piacevole vacanza. In questa sua prospettiva di ritorno si avverte la fine della speranza di chiudere un vecchio contenzioso che esca dalle esperienze personali, dai desideri di vendetta dei parenti delle vittime e dello Stato. Si sente che un atto di giustizia sia qualcosa di più complesso di un semplice arresto, che oggi dovrebbe avere un respiro più ampio, più vicino a una verità che, evidentemente, a troppe persone costerebbe cara.</p>



<p>E che Cesare Battisti non abbia a che vedere con il processo 7 aprile, per il romanzo conta relativamente. Lo scrittore ha scelto di narrare quel processo, tra tanti altri, per il suo valore simbolico. D’altro canto, nemmeno la sentenza che condanna Battisti in contumacia, così come è accaduto per molti altri processi di quel periodo, è priva di vizi di forma e di ombre. E i giornalisti lo sanno, tant’è che, nel riportare sommariamente la notizia del suo arresto, hanno accennato alla legge Mitterrand, tacendone però i termini. Eppure la spiegazione non avrebbe occupato molto spazio: analizzati gli atti, i giudici francesi hanno ritenuto che Cesare Battisti fosse stato condannato nel 1987 sulla base della legislazione d’emergenza – un tribunale militare – riservata ai processi contro i militanti dell’estrema sinistra. Senza cioè che gli venissero riconosciuti gli elementari diritti di difesa che qualunque codice di diritto penale garantisce all’imputato. Basti pensare che nell’istruttoria precedente al processo per l’omicidio Torreggiani, tredici indiziati hanno denunciato torture e ci sono state molte confessioni in seguito ritrattate. </p>



<p>Tra i testimoni dell’accusa figurano una minorenne psicolabile e un pentito con turbe mentali. La contraddittoria condanna per due omicidi commessi nel febbraio 1979, lo stesso giorno e alla stessa ora, uno a Milano e l’altro a Venezia. E allo stesso modo che per Battisti, e per gli stessi motivi, la Francia ha deciso di garantire tolleranza anche ad altri latitanti, dietro promessa di ripudiare la lotta armata. Tra questi figurano alcuni condannati nel processo 7 aprile. Tolleranza, naturalmente, e non asilo politico; lo scrittore deve ricordarlo durante la stesura del romanzo. In fondo l’Italia era pur sempre una democrazia. Tolleranza scaduta nel 2004, quando il presidente Chirac ha dato il consenso all’estradizione.<br>Da qui, arrivare a chiudere la vicenda è oramai solamente una questione di mestiere. Giunto a questo punto, lo scrittore può scegliere se far estradare il protagonista dal Brasile dove si trova adesso, o se inventare una soluzione diversa; per il romanzo poco cambierebbe. Quello che doveva dire, ormai l’ha detto.</p>
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