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	<title>terzo settore &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 06 Mar 2024 18:08:50 +0000</lastBuildDate>
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	<title>terzo settore &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Welfare. Gli appalti nei servizi pubblici</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/welfare-gli-appalti-nei-servizi-pubblici-il-caso-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[Lavoro: outsourcing. Manifattura, alberghiero, welfare. L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. Nel welfare taglia i servizi essenziali peggiorandone la qualità per il cittadino e svalutando il lavoro degli operatori sociali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Erika Bussetti</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Lavoro: outsourcing. <a href="https://rivistapaginauno.it/manifattura-appalto-di-manodopera-lavoratori-usa-e-getta-il-caso-maschio-n-s/" data-type="post" data-id="4137" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Manifattura</a>, <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">alberghiero</a>, welfare. </strong>L’appalto di manodopera è sempre più diffuso tra precarizzazione, ricatto, smantellamento dei diritti dei lavoratori. Nel welfare taglia i servizi essenziali peggiorandone la qualità per il cittadino e svalutando il lavoro degli operatori sociali. Il caso Milano</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Matteo Maserati, delegato Sial Cobas e rete IOS (Intersindacale Operatori Sociali), è educatore presso un’azienda di servizi di assistenza socio-sanitaria a Milano: lavora con persone disabili. Siamo nell’ambito del welfare pubblico, ma gestito attraverso aziende consortili miste pubblico/privato, che a loro volta possono appaltare a cooperative private. La prima ondata di Covid, a primavera, ha stravolto tutto: sospensione del servizio, ripresa a distanza – in modalità video&#8230; – problematiche varie; poi si è tornati a una ‘nuova normalità’. Dopodiché ci risiamo con la seconda ondata. Su questo stravolgimento pesa non poco la dinamica di esternalizzazione, tramite la quale un servizio pubblico passa attraverso realtà private. È la logica ormai applicata da anni nei Comuni: taglio i costi, diminuisco il personale, riduco il welfare, entra il Terzo Settore privato (e dunque anche la logica del profitto). Si chiama neoliberismo. E quando su questa realtà si aggiunge qualcosa come il Covid, le criticità esplodono.</p>



<p><strong>Prima di ragionare sull’esternalizzazione, partiamo dal servizio: come lavoravi nella normalità pre-Covid?</strong></p>



<p>C’è una struttura diurna e gli ospiti vengono in struttura. Ogni operatore segue tre o quattro persone disabili, quindi si lavora in piccoli gruppi che si alternano facendo cose diverse.</p>



<p><strong>Cosa è accaduto con l’arrivo del</strong><strong> Covid, a marzo?</strong></p>



<p>Appena è iniziato il lockdown non si capiva chi doveva decidere e che cosa: l’ATS non decideva, il Comune non decideva, nessuno decideva. Il servizio di fatto è stato sospeso perché le famiglie hanno smesso di mandare i figli al Centro e i lavoratori hanno smesso di andare a lavorare, entrambi per ragioni di sicurezza propria e reciproca. A questo punto, nella terza settimana di marzo, se ricordo bene, l’ente ha dovuto comunicare che non c’erano lavoratori e non c’erano utenti. Solo allora è arrivata la decisione delle ATS locali e dei Comuni di dichiarare chiuso il servizio. Dopo poco, qualche giorno, si è attivato il lavoro a distanza.</p>



<p><strong>Cosa significa fare didattica a di</strong><strong>stanza con persone disabili? È possibile farlo?</strong></p>



<p>Innanzitutto le persone con disabilità più grave sono rimaste tagliate fuori. Perché abbiamo cercato di rimodulare il nostro intervento, con chi poteva utilizzare strumenti telematici – che <em>ovviamente</em> erano a carico nostro, degli educatori, dei lavoratori: il proprio computer, a casa propria, utilizzando la propria rete&#8230; – ma per le situazioni più problematiche si è reso impossibile, e quindi in questi casi il lockdown ha significato una sospensione totale dell’assistenza. Nei servizi che si occupano di disabilità grave o di fasce di età molto basse, come gli asili nido, la didattica a distanza è veramente paradossale, perché si riduce a contatti telefonici, video chiamate o attività da remoto, con magari anche la presenza dei familiari. Si va dalla narrazione di storie alla costruzione di semplici lavoretti con materiali casalinghi, per cui in realtà si tratta di attività più di ‘intrattenimento’ e di mantenimento di un contatto, di una relazione, piuttosto che di vera didattica o di un reale percorso che va a lavorare sugli obiettivi specifici della persona. Sono anche stati ridotti i tempi: per il servizio ai disabili, due terzi delle ore di lavoro sono state mantenute con questa didattica a distanza e per un terzo ci hanno messo in cassa integrazione; per gli asili nido hanno fatto metà e metà.</p>



<p><strong>Dopo il lockdown avete ripreso una didattica in presenza? Come?</strong></p>



<p>Nel mio caso, l’assistenza ai disabili presso il Centro ha riaperto a metà giugno, e anche in questa fase di ‘seconda ondata’ i servizi sono aperti. Non stiamo funzionando a pieno regime però, nel senso che non tutti i ragazzi vengono sempre: c’è chi frequenta tre giorni, chi quattro, chi cinque… e quando non vengono fanno didattica a distanza. Ma soprattutto è cambiata la tipologia del lavoro: adesso, per tutta la settimana, si lavora sempre con lo stesso piccolo gruppo di persone in un solo ambiente della struttura. Per farti capire, io sto tutto il giorno in una stanza con tre ragazzi, diversi tra loro, con bisogni differenti, con capacità differenti. Prima le attività erano omogenee, ossia svolte con gruppi omogenei che avevano obiettivi comuni. Oggi invece, di fatto, devo immaginarmi durante la giornata tre lavori diversi, per tre persone diverse, con tre finalità differenti. Alcune attività, come quelle di intrattenimento, si possono anche fare in gruppo e magari in esterno sul territorio, ma le attività più specifiche, legate agli obiettivi della singola persona, sono individualizzate, per cui in un rapporto uno a tre diventa molto difficile svolgerle: non è possibile seguire tre attività diverse, per tre persone diverse, nello stesso momento.</p>



<p><strong>Immagino che anche i protocolli di sicurezza influenzino la didattica…</strong></p>



<p>Parecchio. Quando la struttura ha riaperto c’è stata, inevitabilmente, una rivisitazione dei protocolli di sicurezza, con un corso di formazione sull’applicazione delle nuove norme e l’implementazione dei dispositivi di protezione individuali. C’è stata molto attenzione su questo aspetto, il problema è che è quasi diventata l’unica attenzione, a scapito del resto. Nel senso: tutta una serie di interventi è concepita per il benessere generale della persona e si incentra su un discorso di equilibrio psicofisico e sociale; oggi invece l’attenzione è sulla tutela fisica e sanitaria, mettendo in secondo piano l’interazione sociale e spesso anche il benessere intellettivo. Nel reinventarsi le attività noi educatori cerchiamo di avere questo sguardo e ci chiediamo cosa possiamo fare per curare anche gli altri aspetti, ma significa avere davanti un lavoro tutto da immaginare, e avrebbe bisogno di molto più tempo, risorse, analisi…</p>



<p><strong>Quindi c’è stato un duplice peggioramento della situazione: per le persone disabili che usufruiscono del servizio e per voi lavoratori?</strong></p>



<p>Esattamente. In questo momento ci sono esigenze particolari e dunque è un dato di fatto che servirebbero più risorse, e invece ce ne stanno mettendo meno. I Comuni hanno privatizzato, esternalizzato, tagliato questi servizi di welfare, però poi pretendono che l’erogazione della prestazione sia di qualità, perché si parla di cura alla persona, perché siamo nell’ambito della disabilità e della diversità. C’è una certa retorica politica su questi temi…</p>



<p><strong>Veniamo all’aspetto esternalizzazione, privatizzazione del welfare, condizioni di lavoro. Per prima cosa, come funziona l’esternalizzazione?</strong></p>



<p>È un processo che dura da trent’anni e ha avuto fasi diverse. Gli asili nido prima erano comunali e oggi sono in mano alle aziende consortili, i centri disabili erano a gestione ATS e oggi si reggono su fondi regionali e fondi comunali, metà e metà. Fino a qualche anno fa c’era ancora una parte del nostro Centro a diretta gestione pubblica, con dipendenti ATS, e un’altra in appalto alla cooperativa, ma quando è subentrata, l’azienda consortile ha preso in mano la parte pubblica e ha assunto personale tramite concorso, gestendola direttamente. Il punto determinante è che in futuro nuove scelte politiche potrebbero decidere che va tutto in appalto alla cooperativa. Le aziende consortili sono un’esperienza abbastanza recente in Italia, per cui tante ne nascono, ma tante ne muoiono: se i Comuni decidono che gli conviene di più delegare totalmente alle cooperative, non fanno altro che chiudere l’azienda consortile e dare tutto in appalto. Un altro aspetto è che un tempo la cooperativa era solo prestatore di manodopera, ora invece, a fronte anche di tutta quella che è stata la riforma del Terzo Settore, questi soggetti privati entrano anche un po’ nella progettazione dei servizi. Per esempio, la cooperativa che lavora al centro disabili dove sono occupato io ha un’esperienza di quindici anni, per cui nel tempo si è conquistata anche la competenza per poter partecipare alla progettazione del servizio stesso.</p>



<p><strong>Di che dimensioni stiamo parlando? Quanti dipendenti ha l’azienda consortile per cui lavori e quanti la cooperativa?</strong></p>



<p>L’azienda ha pochi anni di vita e conta 100/120 dipendenti. La cooperativa a cui appalta è grossa, storica, trentennale, e ha un 300/400 dipendenti. L’azienda si occupa di servizi alla persona e comprende centri per disabili, asili nido, servizi di tutela minorile, per cui ha diversi interlocutori e diverse committenze: i Comuni, le ATS per la parte sanitaria, il Tribunale dei Minori come interlocutore, e ha tutto il mondo del Terzo Settore come interfaccia per la co-progettazione.</p>



<p><strong>Quali sono le conseguenze dell’esternalizzazione sulle condizioni di lavoro?</strong></p>



<p>Nel pubblico c’è il contratto degli enti pubblici, che a oggi è il migliore esistente perché ha una serie di tutele, una certa paga oraria e alcuni diritti contrattuali. Poi, per numeri, c’è il contratto cooperative sociali che comprende 350 mila dipendenti. Segue Uneba con circa 70.000. Questi sono i più diffusi, ma poi ci sono altri cinque o sei contratti di settore, tutti più o meno equiparabili, con delle differenze rispetto alla paga oraria e agli istituti contrattuali, ma tutti sotto al livello del contratto enti pubblici. Si tratta quindi di contratti del privato applicati però a lavoratori che si occupano di servizi pubblici. Stiamo parlando di una paga oraria sotto i 10 euro lordi, per cui si va dai 6 ai 9 euro netti all’ora. Il livello di paga base è sui 1.200 euro per 38 ore settimanali: a pari ruolo e mansione i comunali ricevono circa 1.500 euro per 36 ore. E questa è una delle ragioni forti dello sciopero del 13 novembre.</p>



<p><strong>Ci sono altre differenze, rispetto al contratto del pubblico, oltre allo stipendio? Aspetti che influiscono sulla qualità del servizio?</strong></p>



<p>Sì, ed è qualcosa che è esploso durante la situazione pandemica ma è un problema strutturale, che riguarda tutti i servizi trasversalmente, che si parli di disabilità, di scuola, di minori. Noi lavoriamo 38 ore a settimana di cui un’ora e mezza è dedicata alla preparazione. Quello che è accaduto con il Covid è che se salta tutta l’organizzazione del lavoro e saltano i programmi, ti devi re-inventare tutto, dalle attività psicomotorie a quelle educative, didattiche ecc., e questo tempo in più dove lo tiri fuori? Nella mia esperienza diretta, finisce che durante la giornata lavorativa ci si ritaglia dei minuti per pensare che cosa fare il giorno dopo, però è comunque un ritaglio. Il fatto che queste ore non siano riconosciute, né dai contratti nazionali né dall’organizzazione del lavoro, non solo penalizza la qualità del servizio erogato, ma crea anche situazioni di stress per i lavoratori, e di non riconoscimento della dignità professionale. Quando i servizi erano pubblici c’erano più ore di formazione, più ore di supervisione e più ore di progettazione. Se volessimo fare un paragone con la scuola, per gli insegnanti una parte delle ore retribuite è per lavoro indiretto, mentre le nostre 38 ore sono in pratica tutte dirette. Nel servizio ai disabili c’è giusto un’ora e mezza retribuita come lavoro indiretto, ma in altri servizi la cosa è addirittura lasciata alla buona volontà dei singoli operatori, che quindi lo fanno gratis. Quindi con l’esternalizzazione il servizio diventa molto più assistenziale e molto meno educativo, e se non vuoi che abbia questa tendenza, bontà del singolo operatore metterci delle ore di lavoro gratuite.</p>



<p><strong>E per quanto riguarda la cassa integrazione? Se con il Covid i servizi sono stati sospesi, sarà stata attivata…</strong></p>



<p>Sì, è stata attivata la CIG per i lavoratori dell’azienda consortile e il FIS per quelli della cooperativa, e significa uno stipendio al 50%, per cui il servizio, in generale, si è rimodulato così: metà ore di lavoro a distanza e metà ore coperte dall’ammortizzatore sociale, al 50%. Una delle campagne Sial Cobas di questi mesi è stata infatti quella del 100%, anche sulla base di ciò che succede nel pubblico impiego: lì i servizi sono stati chiusi, il lavoro si è sospeso, chi poteva lavorava da casa, però lo stipendio era pieno per tutti. Nei servizi esternalizzati, ovviamente no. Per cui, di fatto, quello che è accaduto è che in questi mesi, Comuni, Regioni, gli enti pubblici insomma, hanno utilizzato la questione pandemica per chiudere un po’ i rubinetti e ridurre i fondi e le rette.</p>



<p><strong>In che modo?</strong></p>



<p>In questi servizi alla persona e, in particolare, nell’ambito della disabilità, per ogni utente una quota la mette la Regione e una quota il Comune, metà e metà. Su altri servizi come asili nido, assistenza scolastica e simili, non socio-sanitari quindi, è il Comune che dà una retta per ogni utente. A marzo è uscito il Decreto Cura Italia, che negli articoli 47 e 48, in una scrittura volutamente generica e interpretabile, ha detto: in questa fase di rimodulazione e riorganizzazione del servizio dovuta alla pandemia, gli enti locali <em>hanno la possibilità </em>di decidere di erogare fino alla totalità delle rette previste, sulla base di progetti di riattivazione, cioè sulla base di una continuità di intervento. Tanti Comuni ed enti locali hanno interpretato a loro modo questa dicitura possibilista, per cui hanno detto: rimoduliamo i servizi, riorganizziamo il lavoro, dopodiché un lavoro a distanza non può costarci quanto un lavoro in presenza. Per cui di fatto c’è stata anche una differenziazione territoriale enorme, come ci hanno dimostrato operatori e operatrici di diverse regioni e città con cui abbiamo fatto numerose assemblee sindacali. Ci sono stati Comuni che hanno deciso di erogare il 100% delle rette, e sono pochi, la maggioranza ne ha erogato solo una parte, altri ancora hanno deciso che non era affatto necessario erogare. </p>



<p>È a fronte di questo quadro generale che abbiamo organizzato anche lo sciopero nazionale del 13 novembre scorso, che voleva tenere dentro tutte queste rivendicazioni: dire per l’ennesima volta che l’esternalizzazione non funziona, che la cura delle persone deve essere fuori dalle logiche di profitto, che il taglio del welfare degli enti locali è un’ingiustizia che ricade sia sui lavoratori che sugli utenti con cui si lavora. Quindi per noi operatori, l’internalizzazione è un passo verso una migliore qualità dei servizi e del lavoro.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Welfare: stop alle esternalizzazioni. Gli operatori sociali rivendicano qualità dei servizi e del lavoro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/welfare-stop-alle-esternalizzazioni-gli-operatori-sociali-rivendicano-qualita-dei-servizi-e-del-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2020 18:37:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
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		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[La rete IOS ha promosso uno sciopero nazionale degli operatori sociali per il 13 novembre, al grido di: “Vogliamo il 100% di Salute, Salario e Dignità. Basta appalti nei servizi pubblici essenziali. Internalizzazione subito”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Intervista di Erika Bussetti</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La rete IOS ha promosso uno sciopero nazionale degli operatori sociali per il 13 novembre, al grido di: “Vogliamo il 100% di Salute, Salario e Dignità. Basta appalti nei servizi pubblici essenziali. Internalizzazione subito”.</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Matteo Maserati, delegato Sial Cobas e rete IOS (Intersindacale Operatori Sociali), è educatore presso un&#8217;azienda di servizi di assistenza socio-sanitaria a Milano: lavora con persone disabili. Siamo nell&#8217;ambito del welfare pubblico, ma gestito attraverso aziende consortili, ovvero miste pubblico/privato, che a loro volta possono appaltare a cooperative private. La prima ondata di Covid, a primavera, ha stravolto tutto: sospensione del servizio, ripresa a distanza – in modalità video&#8230; – problematiche varie; poi si è tornati a una &#8216;nuova normalità&#8217;. Dopodiché ci risiamo con la seconda ondata. Su questo stravolgimento pesa non poco la dinamica di esternalizzazione, tramite la quale un servizio pubblico passa attraverso realtà private. È la logica ormai applicata da anni nei Comuni: taglio i costi, diminuisco il personale, riduco il welfare, entra il Terzo Settore privato (e dunque anche la logica del profitto). Si chiama neoliberismo. E quando su questa realtà si aggiunge qualcosa come il Covid, le criticità esplodono. È anche per questo che la rete IOS ha promosso uno sciopero nazionale degli operatori sociali per il 13 novembre, al grido di: “Vogliamo il 100% di Salute, Salario e Dignità. Basta appalti nei servizi pubblici essenziali. Internalizzazione subito”.</p>



<p><strong>Prima di ragionare sull&#8217;esternalizzazione, partiamo dal servizio: come lavoravi nella normalità pre-Covid?</strong></p>



<p>C&#8217;è una struttura diurna e gli ospiti vengono in struttura. Ogni operatore segue tre o quattro persone disabili, quindi si lavora in piccoli gruppi che si alternano facendo cose diverse.</p>



<p><strong>Cosa è accaduto con il Covid, a marzo?</strong></p>



<p>Appena è iniziato il lockdown non si capiva chi doveva decidere e che cosa: l&#8217;ATS non decideva, il Comune non decideva, nessuno decideva. Il servizio di fatto è stato sospeso perché le famiglie hanno smesso di mandare i figli al Centro e i lavoratori hanno smesso di andare a lavorare, entrambi per ragioni di sicurezza propria e reciproca. A questo punto, nella terza settimana di marzo, se ricordo bene, l&#8217;ente ha dovuto comunicare che non c&#8217;erano lavoratori e non c&#8217;erano utenti. Solo allora è arrivata la decisione delle ATS locali e dei Comuni di dichiarare chiuso il servizio. Dopo poco, qualche giorno, si è attivato il lavoro a distanza.</p>



<p><strong>Cosa significa fare didattica a distanza con persone disabili? È possibile farlo?</strong></p>



<p>Innanzitutto le persone con disabilità più grave sono rimaste tagliate fuori. Perché abbiamo cercato di rimodulare il nostro intervento, con chi poteva utilizzare strumenti telematici – che <em>ovviamente</em> erano a carico nostro, degli educatori, dei lavoratori: il proprio computer, a casa propria, utilizzando la propria rete&#8230; – ma per le situazioni più problematiche si è reso impossibile, e quindi in questi casi il lockdown ha significato una sospensione totale dell&#8217;assistenza. Nei servizi che si occupano di disabilità grave o di fasce di età molto basse, come gli asili nido, la didattica a distanza è veramente paradossale, perché si riduce a contatti telefonici, video chiamate o attività da remoto, con magari anche la presenza dei familiari. Si va dalla narrazione di storie alla costruzione di semplici lavoretti con materiali casalinghi, per cui in realtà si tratta di attività più di &#8216;intrattenimento&#8217; e di mantenimento di un contatto, di una relazione, piuttosto che di vera didattica o di un reale percorso che va a lavorare sugli obiettivi specifici della persona. Sono anche stati ridotti i tempi: per il servizio ai disabili, due terzi delle ore di lavoro sono state mantenute con questa didattica a distanza e per un terzo ci hanno messo in cassa integrazione; per gli asili nido hanno fatto metà e metà.</p>



<p><strong>Dopo il lockdown avete ripreso una didattica in presenza? Come?</strong></p>



<p>Nel mio caso, l&#8217;assistenza ai disabili presso il Centro ha riaperto a metà giugno, e anche in questa fase di &#8216;seconda ondata&#8217; i servizi sono aperti. Non stiamo funzionando a pieno regime però, nel senso che non tutti i ragazzi vengono sempre: c&#8217;è chi frequenta tre giorni, chi quattro, chi cinque&#8230; e quando non vengono fanno didattica a distanza. Ma soprattutto è cambiata la tipologia del lavoro: adesso, per tutta la settimana, si lavora sempre con lo stesso piccolo gruppo di persone in un solo ambiente della struttura. Per farti capire, io sto tutto il giorno in una stanza con tre ragazzi, diversi tra loro, con bisogni differenti, con capacità differenti. Prima le attività erano omogenee, ossia svolte con gruppi omogenei che avevano obiettivi comuni. Oggi invece, di fatto, devo immaginarmi durante la giornata tre lavori diversi, per tre persone diverse, con tre finalità differenti. Alcune attività, come quelle di intrattenimento, si possono anche fare in gruppo e magari in esterno sul territorio, ma le attività più specifiche, legate agli obiettivi della singola persona, sono individualizzate, per cui in un rapporto uno a tre diventa molto difficile svolgerle: non è possibile seguire tre attività diverse, per tre persone diverse, nello stesso momento.</p>



<p><strong>Immagino che anche i protocolli di sicurezza influenzino la didattica&#8230;</strong></p>



<p>Parecchio. Quando la struttura ha riaperto c&#8217;è stata, inevitabilmente, una rivisitazione dei protocolli di sicurezza, con un corso di formazione sull&#8217;applicazione delle nuove norme e l&#8217;implementazione dei dispositivi di protezione individuali. C&#8217;è stata molto attenzione su questo aspetto, il problema è che è quasi diventata l&#8217;unica attenzione, a scapito del resto. Nel senso: tutta una serie di interventi è concepita per il benessere generale della persona e si incentra su un discorso di equilibrio psicofisico e sociale; oggi invece l&#8217;attenzione è sulla tutela fisica e sanitaria, mettendo in secondo piano l&#8217;interazione sociale e spesso anche il benessere intellettivo. Nel reinventarsi le attività noi educatori cerchiamo di avere questo sguardo e ci chiediamo cosa possiamo fare per curare anche gli altri aspetti, ma significa avere davanti un lavoro tutto da immaginare, e avrebbe bisogno di molto più tempo, risorse, analisi&#8230;</p>



<p><strong>Quindi c&#8217;è stato un duplice peggioramento della situazione: per le persone disabili che usufruiscono del servizio e per voi lavoratori?</strong></p>



<p>Esattamente. In questo momento ci sono esigenze particolari e dunque è un dato di fatto che servirebbero più risorse, e invece ce ne stanno mettendo meno. I Comuni hanno privatizzato, esternalizzato, tagliato questi servizi di welfare, però poi pretendono che l&#8217;erogazione della prestazione sia di qualità, perché si parla di cura alla persona, perché siamo nell&#8217;ambito della disabilità e della diversità. C&#8217;è una certa retorica politica su questi temi&#8230;</p>



<p><strong>Veniamo all&#8217;aspetto esternalizzazione, privatizzazione del welfare, condizioni di lavoro. Per prima cosa, come funziona l&#8217;esternalizzazione?</strong></p>



<p>È un processo che dura da trent&#8217;anni e ha avuto fasi diverse. Gli asili nido prima erano comunali e oggi sono in mano alle aziende consortili, i centri disabili erano a gestione ATS e oggi si reggono su fondi regionali e fondi comunali, metà e metà. Fino a qualche anno fa c&#8217;era ancora una parte del nostro Centro a diretta gestione pubblica, con dipendenti ATS, e un&#8217;altra in appalto alla cooperativa, ma quando è subentrata, l&#8217;azienda consortile ha preso in mano la parte pubblica e ha assunto personale tramite concorso, gestendola direttamente. Il punto determinante è che in futuro nuove scelte politiche potrebbero decidere che va tutto in appalto alla cooperativa. Le aziende consortili sono un&#8217;esperienza abbastanza recente in Italia, per cui tante ne nascono, ma tante ne muoiono: se i Comuni decidono che gli conviene di più delegare totalmente alle cooperative, non fanno altro che chiudere l&#8217;azienda consortile e dare tutto in appalto. Un altro aspetto è che un tempo la cooperativa era solo prestatore di manodopera, ora invece, a fronte anche di tutta quella che è stata la riforma del Terzo Settore, questi soggetti privati entrano anche un po&#8217; nella progettazione dei servizi. Per esempio, la cooperativa che lavora al centro disabili dove sono occupato io ha un&#8217;esperienza di quindici anni, per cui nel tempo si è conquistata anche la competenza per poter partecipare alla progettazione del servizio stesso.</p>



<p><strong>Di che dimensioni stiamo parlando? Quanti dipendenti ha l&#8217;azienda consortile per cui lavori e quanti la cooperativa?</strong></p>



<p>L&#8217;azienda ha pochi anni di vita e conta 100/120 dipendenti. La cooperativa a cui appalta è grossa, storica, trentennale, e ha un 300/400 dipendenti. L&#8217;azienda si occupa di servizi alla persona e comprende centri per disabili, asili nido, servizi di tutela minorile, per cui ha diversi interlocutori e diverse committenze: i Comuni, le ATS per la parte sanitaria, il Tribunale dei Minori come interlocutore, e ha tutto il mondo del Terzo Settore come interfaccia per la co-progettazione.</p>



<p><strong>Quali sono le conseguenze dell&#8217;esternalizzazione sulle condizioni di lavoro?</strong></p>



<p>Nel pubblico c&#8217;è il contratto degli enti pubblici, che a oggi è il migliore esistente perché ha una serie di tutele, una certa paga oraria e alcuni diritti contrattuali. Poi, per numeri, c&#8217;è il contratto cooperative sociali che comprende 350 mila dipendenti. Segue Uneba con circa 70.000. Questi sono i più diffusi, ma poi ci sono altri cinque o sei contratti di settore, tutti più o meno equiparabili, con delle differenze rispetto alla paga oraria e agli istituti contrattuali, ma tutti sotto al livello del contratto enti pubblici. Si tratta quindi di contratti del privato applicati però a lavoratori che si occupano di servizi pubblici. Stiamo parlando di una paga oraria sotto i 10 euro lordi, per cui si va dai 6 ai 9 euro netti all&#8217;ora. Il livello di paga base è sui 1.200 euro per 38 ore settimanali: a pari ruolo e mansione i comunali ricevono circa 1.500 euro per 36 ore. E questa è una delle ragioni forti dello sciopero del 13 novembre.</p>



<p><strong>Ci sono altre differenze, rispetto al contratto del pubblico, oltre allo stipendio? Aspetti che influiscono sulla qualità del servizio?</strong></p>



<p>Sì, ed è qualcosa che è esploso durante la situazione pandemica ma è un problema strutturale, che riguarda tutti i servizi trasversalmente, che si parli di disabilità, di scuola, di minori. Noi lavoriamo 38 ore a settimana di cui un&#8217;ora e mezza è dedicata alla preparazione. Quello che è accaduto con il Covid è che se salta tutta l&#8217;organizzazione del lavoro e saltano i programmi, ti devi re-inventare tutto, dalle attività psicomotorie a quelle educative, didattiche ecc., e questo tempo in più dove lo tiri fuori? Nella mia esperienza diretta, finisce che durante la giornata lavorativa ci si ritaglia dei minuti per pensare che cosa fare il giorno dopo, però è comunque un ritaglio. Il fatto che queste ore non siano riconosciute, né dai contratti nazionali né dall&#8217;organizzazione del lavoro, non solo penalizza la qualità del servizio erogato, ma crea anche situazioni di stress per i lavoratori, e di non riconoscimento della dignità professionale. Quando i servizi erano pubblici c&#8217;erano più ore di formazione, più ore di supervisione e più ore di progettazione. Se volessimo fare un paragone con la scuola, per gli insegnanti una parte delle ore retribuite è per lavoro indiretto, mentre le nostre 38 ore sono in pratica tutte dirette. Nel servizio ai disabili c&#8217;è giusto un&#8217;ora e mezza retribuita come lavoro indiretto, ma in altri servizi la cosa è addirittura lasciata alla buona volontà dei singoli operatori, che quindi lo fanno gratis. Quindi con l&#8217;esternalizzazione il servizio diventa molto più assistenziale e molto meno educativo, e se non vuoi che abbia questa tendenza, bontà del singolo operatore metterci delle ore di lavoro gratuite.</p>



<p><strong>E per quanto riguarda la cassa integrazione? Se con il Covid i servizi sono stati sospesi, sarà stata attivata&#8230;</strong></p>



<p>Sì, è stata attivata la CIG per i lavoratori dell&#8217;azienda consortile e il FIS per quelli della cooperativa, e significa uno stipendio al 50%, per cui il servizio, in generale, si è rimodulato così: metà ore di lavoro a distanza e metà ore coperte dall&#8217;ammortizzatore sociale, al 50%. Una delle campagne Sial Cobas di questi mesi è stata infatti quella del 100%, anche sulla base di ciò che succede nel pubblico impiego: lì i servizi sono stati chiusi, il lavoro si è sospeso, chi poteva lavorava da casa, però lo stipendio era pieno per tutti. Nei servizi esternalizzati, ovviamente no. Per cui, di fatto, quello che è accaduto è che in questi mesi, Comuni, Regioni, gli enti pubblici insomma, hanno utilizzato la questione pandemica per chiudere un po&#8217; i rubinetti e ridurre i fondi e le rette.</p>



<p><strong>In che modo?</strong></p>



<p>In questi servizi alla persona e, in particolare, nell&#8217;ambito della disabilità, per ogni utente una quota la mette la Regione e una quota il Comune, metà e metà. Su altri servizi come asili nido, assistenza scolastica e simili, non socio-sanitari quindi, è il Comune che dà una retta per ogni utente. A marzo è uscito il Decreto Cura Italia, che negli articoli 47 e 48, in una scrittura volutamente generica e interpretabile, ha detto: in questa fase di rimodulazione e riorganizzazione del servizio dovuta alla pandemia, gli enti locali <em>hanno la possibilità </em>di decidere di erogare fino alla totalità delle rette previste, sulla base di progetti di riattivazione, cioè sulla base di una continuità di intervento. Tanti Comuni ed enti locali hanno interpretato a loro modo questa dicitura possibilista, per cui hanno detto: rimoduliamo i servizi, riorganizziamo il lavoro, dopodiché un lavoro a distanza non può costarci quanto un lavoro in presenza. Per cui di fatto c&#8217;è stata anche una differenziazione territoriale enorme, come ci hanno dimostrato operatori e operatrici di diverse regioni e città con cui abbiamo fatto numerose assemblee sindacali. Ci sono stati Comuni che hanno deciso di erogare il 100% delle rette, e sono pochi, la maggioranza ne ha erogato solo una parte, altri ancora hanno deciso che non era affatto necessario erogare.</p>



<p>È a fronte di questo quadro generale che abbiamo organizzato lo sciopero nazionale del 13 novembre, che vuole tenere dentro tutte queste rivendicazioni: dire per l&#8217;ennesima volta che l&#8217;esternalizzazione non funziona, che la cura delle persone deve essere fuori dalle logiche di profitto, che il taglio del welfare degli enti locali è un&#8217;ingiustizia che ricade sia sui lavoratori che sugli utenti con cui si lavora. Quindi per noi operatori, l&#8217;internalizzazione è un passo verso una migliore qualità dei servizi e del lavoro.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La crisi del lavoratore sociale, tra pratiche di controllo e speculazione economica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-crisi-del-lavoratore-sociale-tra-pratiche-di-controllo-e-speculazione-economica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 16:59:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1127</guid>

					<description><![CDATA[Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-42-aprile-maggio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 42, aprile &#8211; maggio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>La rivolta del riso. Le frontiere del lavoro nelle imprese sociali tra pratiche di controllo e conflitti biopolitici</strong>&nbsp;a cura di Renato Curcio (Quaderni di ricerca sociale, Sensibili alle foglie) presso Piano terra (Milano), 22 febbraio 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quello che è stato definito ‘stato sociale’ è in crisi. Il welfare si è rivelato essere una serie di politiche illusorie portate avanti negli anni Settanta e Ottanta, che hanno dato vita e origine a un’imprenditoria che poi è stata chiamata in vario modo: imprenditoria sociale, comunità di accoglienza ecc. Percorsi in parte contro-istituzionali, e in parte di supplenza alla mancanza di attenzione verso i problemi di grandi fasce sociali all’interno di questo Paese. C’è stata un’imprenditoria di lucro, di rapina, di mistificazione e di copertura politica – Milano la conosce bene: il governatore di un tempo si è fatto strada a partire dalle imprese messe in piedi in quegli anni – che dietro un volto sociale nascondeva un’attività semplicemente lucrosa; c’era poi un’imprenditoria che possiamo definire ‘religiosa’, che partiva da una cultura della carità, del sostegno alle fasce deboli, cose encomiabili e dignitose ma che tuttavia, in uno Stato laico, lasciano il tempo che trovano e anche insoddisfazione in quella parte di cittadinanza che, pur rispettando tutti i punti di vista religiosi, è interessata al diritto alla parità dei cittadini e non a logiche sussidiarie, di aiuto, di sostegno; abbiamo avuto, infine, un’imprenditoria con caratteristiche più laiche: è stata minoritaria, molto piccola, tuttavia è esistita.</p>



<p>È nata da persone che in genere venivano dalla militanza politica e dai centri sociali, dallo scontento rispetto al sistema, che hanno messo in piedi coraggiosi esperimenti di presenza all’interno dei territori più disastrati di questo Paese. Negli anni ’70/80 sono quindi nate alcune imprese che hanno elaborato un’idea di autosufficienza, di autonomia, di possibilità di intervento sul territorio sociale senza fare né richieste né collette.<br>Tutto questo però è il passato. Un passato remoto, vista la velocità a cui corre oggi la società.</p>



<p>Il presente è un terremoto sociale che dagli anni Novanta ha investito tutta la realtà europea, quella italiana in maniera vigorosa, e ha mandato all’aria questo ‘castello’. L’orizzonte che veniva chiamato ‘stato sociale’ dagli economisti e dai sociologi si è rivelato essere una ‘baracca’, all’interno della quale alcuni mangiavano nelle greppie più fornite di fieno – gli opportunisti trafficanti della vita sociale – altri cercavano in qualche modo di sopravvivere. È questa la fascia di imprenditoria dell’ambito sociale, ma un’impresa non si regge senza che ci siano dei lavoratori; ed è proprio in questo momento di dissesto che hanno iniziato a manifestarsi, soprattutto in città come Torino, Milano e Genova, delle avvisaglie estremamente pericolose.</p>



<p>Le istituzioni forti – la magistratura, il carcere, una serie di istituzioni che fanno la politica sociale, direttamente o indirettamente, la costruiscono e ne definiscono i confini – hanno cominciato a pretendere precise prestazioni da parte delle imprese sociali, e di conseguenza anche da parte dei loro lavoratori. Facciamo un esempio: se fino a un certo momento una grossa comunità come poteva essere quella di don Gallo a Genova, che viveva dal basso e raccoglieva gente dalla strada, poteva attuare una determinata politica nei confronti delle persone che facevano uso di sostanze, fondata sul principio della libertà di queste stesse persone di stare o non stare in comunità, da un certo punto in poi questo approccio non è stato più possibile. Progressivamente sono stati sistematicamente posti una serie di vincoli a queste imprese: attraverso i sostegni, la possibilità di prendere persone dal carcere, si è iniziato a vincolare ogni cosa a precise prestazioni: ti do una persona in affidamento, ma stai attento perché alla sera non deve uscire. Ora: in una comunità aperta, dove non ci sono sbarre, questo che cosa significa? O riconverti la tua comunità in un carcere, non lo dici, lo mascheri, ma lo fai, oppure alla prima trasgressione vieni considerato poco affidabile dalle istituzioni, e quindi perdi la possibilità di mantenerti in piedi, perdi le entrate economiche.</p>



<p>Questo insieme di spinte e controspinte, ricatti istituzionali, ha comportato una ristrutturazione poderosa nel campo dell’imprenditoria sociale: i gruppi più cinici si sono adeguati e si sono resi disponibili a trasformarsi in un carcere e a definirlo ‘comunità’. A fare, in pratica, una cosa e a chiamarla diversamente, con il nome che le istituzioni gradiscono di più. È chiaro che molti lavoratori, all’interno di questa situazione, si sono trovati dentro a una morsa: se vuoi continuare a lavorare qui diventi il testimone fedele della correttezza dell’operazione istituzionale che stiamo compiendo, se non ti va bene puoi sempre andartene.</p>



<p>È ovvio che oggi questo non è un problema che riguarda solo i lavoratori sociali, ma l’intero ambito lavorativo: è la ristrutturazione del mondo del lavoro, che funziona sul principio di prestazione e fidelizzazione dei lavoratori all’impresa, attraverso un sistema di ricatti molto complicato e molto mediato. Nell’ambito che stiamo analizzando, questa modalità sta producendo la nuova cornice dentro la quale si svolge quello che si chiama, con una parola misteriosa, ‘lavoro sociale’. Misteriosa perché francamente penso che bisognerebbe essere molto espliciti su questo: oggi la definizione di lavoro sociale non ha alcun significato, nel senso che il mondo precedente non c’è più e il mondo nuovo non c’è ancora.</p>



<p>Siamo quindi dentro una situazione in cui chi opera in questo terreno ha un problema estremamente serio di definizione di due piani della propria vita: la definizione identitaria di sé come lavoratore – non di sé come persona – e la definizione delle imprese sociali in cui lavora. Quindi: chi sei come lavoratore, che categoria di lavoro sei – è importante, perché non c’è lavoro senza definizione categoriale e senza definizione categoriale non c’è diritto – questa categoria in questo Paese che spazio sociale ha, quali caratteristiche ne definiscono i contorni? E: le imprese sociali in cui lavori, chi sono veramente, chi le autorizza a essere quello che sono, in che rapporto stanno con le politiche dello Stato che si sta riformulando e ristrutturando a passi veloci?</p>



<p>Tutte le storie raccontate nel cantiere dai diversi lavoratori sociali sono certamente storie di sofferenza, ma sono soprattutto storie di smarrimento: a un certo punto ognuno di loro si trova a dover scegliere il luogo in cui lavora – anche se fino a un certo punto, perché è il luogo in cui lavora che lo sceglie – e questa scelta è vincolata a un sistema di prestazioni fondate sostanzialmente sul ricatto lavorativo; e quando parlo di ricatto lavorativo non mi riferisco a categorie morali o etiche, ma a dispositivi sociali precisi e molto stretti.</p>



<p>Facciamo un esempio: a una comunità che lavora con persone che hanno problemi di droga viene dato in affidamento un ragazzo che si suppone abbia fatto uso o abuso di sostanze. Dopo pochi giorni però si scopre che questa persona non ha fatto né uso né abuso di droga ma è uno spacciatore, che viene consegnato alla comunità semplicemente perché il carcere se ne vuole sbarazzare – perché è un rompiscatole, perché in carcere crea troppi problemi. La comunità ovviamente sottolinea l’assurdità della situazione: qui ho gente che fa uso di sostanze, mi mandi uno spacciatore? Tra loro esistono vincoli territoriali e quindi relazioni, questo ragazzo e gli altri presenti in comunità si conoscevano bene per i vicoli della città e hanno una lunga storia di rapporti piuttosto pericolosi, dunque, in che situazione mi metti? Risposta dell’istituzione: prendere o lasciare. Questa è la realtà delle assegnazioni.</p>



<p>Anzi, diciamola in modo ancora più chiaro: l’istituzione rilancia. Metti in piedi una struttura di accoglienza di gente che viene dal carcere, propone alla comunità, persone che ti mando perché sono andate fuori di testa con la carcerazione, perché fanno uso di sostanze, perché non so dove metterle all’interno del carcere, e più gente prendi più soldi ti do; più mi metti in piedi un apparato di accoglienza più sono contento come Stato, anche perché l’Unione europea mi sta addosso perché ci sono troppi carcerati, per cui mi fa comodo sbarazzarmi di quella parte di detenuti che non ha problemi di ordine sociale, che rompe le scatole all’istituzione e che è sempre più gestita con criteri di narcosi – le carceri sono passate da un tipo di controllo fondato sui guardiani a un tipo di controllo chimico: sempre più la tranquillità degli istituti è basata sui tranquillanti, sulle sostanze, sul dormire e sull’interesse reciproco che l’istituzione e il detenuto hanno su questo stato di cose: più il carcerato sta tranquillo più avrà giorni di abbuono, e più sta tranquillo più il carcere potrà spendere meno nelle politiche di gestione.</p>



<p>Questi sono approcci che già troviamo a Firenze, a Genova, a Roma, e in questo scuro territorio si inserisce il lavoratore sociale. Osservando chi è questo lavoratore abbiamo progressivamente dovuto stilare dei profili: è ovvio che una parte sono semplicemente ragazzi e ragazze che, non trovando lavoro, cercano disperatamente di ottenerne una piccola quota. Una quota transitoria, precaria e flessibile, e soprattutto esposta a una pericolosissima sperimentazione neoliberale, quella del lavoro volontario.</p>



<p>Sempre più il ricatto lavorativo non passa solo dall’essere dentro o fuori dal mondo del lavoro, ma anche attraverso il dispositivo della&nbsp;<em>mission</em>: lavori cinque giorni pagato e due gratuitamente, in nome della&nbsp;<em>mission</em>. Ci sono parole veramente ipocrite, perché sappiamo benissimo che non c’è alcuna&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;– anche Apple parla di&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;mentre produce qualcosa che non è certamente un prodotto senza profitto. Il lavoro volontario è una logica ormai già diffusa nelle scuole – nelle alberghiere, per esempio, dal secondo anno in poi gli studenti devono fare obbligatoriamente stage estivi gratuiti, la scuola li pretende come documento di certificazione del curriculum scolastico, ed è in tutto e per tutto lavoro gratuito, spesso in alberghi a cinque stelle; per non citare la situazione più clamorosa, quella dell’Expo e dei suoi 18.500 lavoratori volontari, e anche in questo caso lo scambio passa attraverso una certificazione dell’aver lavorato che forse, un domani, la persona potrà spendere in qualche modo. Tutto ciò è legale, governato dalle leggi di questo Paese.</p>



<p>Chi si è progressivamente adagiato dentro questo tipo di cose si è trovato pian piano a dover fare i conti con un ulteriore piano di ristrutturazione, che ha a che vedere con i soldi. Il denaro è da sempre un grande analizzatore per capire come vanno le cose, vedere come si muove è essenziale. Dunque, da dove arrivano i soldi alle imprese sociali? Oggi sempre meno dallo Stato, perché è in crisi, e sempre più da nuove istituzioni finanziarie: le fondazioni.</p>



<p>A Milano come a Torino, le fondazioni bancarie hanno ormai esercitato un’opzione forte per la trasformazione in un affare privato di quello che era il lavoro sociale, lo spazio in qualche modo immaginato da uno Stato per affrontare dei territori di difficoltà, e le caratteristiche di questo nuovo sistema sono quelle statunitensi, dove delle imprese si propongono in base a un principio economico molto semplice: il differenziale economico. Un detenuto costa allo Stato 100/120 euro al giorno, a seconda delle stime; se io, Stato, trovo una comunità che me lo prende per 50 euro, guadagno 50/70 euro al giorno per ogni carcerato. Quindi lo Stato privatizza e mette in appalto questo tipo di lavoro, che può riguardare il detenuto ma anche le persone con problemi di handicap, e le persone dei diversi circuiti pseudo-psichiatrici; potenzialmente dunque un’area sociale sempre più vasta.</p>



<p>Tutti gli analisti dei territori sociali infatti, da Bauman in giù, hanno ormai ben chiaro qual è la prospettiva che ci aspetta in Italia e in Europa: aree crescenti di persone espulse dal mondo della produzione, che verranno buttate sul territorio della inutilità sociale. Un territorio senza destino per chi ha una certa età, di disperazione per i più giovani. Un territorio che bisogna nominare, affermare che esiste, perché è vastissimo ed è uno spazio in cui oggi stanno ‘pescando’ sia le fondazioni bancarie, attraverso la logica dei bandi per costruire il differenziale economico, sia lo Stato, per introdurre nella cultura di questo Paese la logica del lavoro volontario.</p>



<p>Il punto centrale della discussione è dunque questo: chi opera su questo terreno, per destino, maledizione, scelta, oggi deve in qualche modo cercare di definire chi è e perché lo fa; e lo possono fare solo le lavoratrici e i lavoratori, perché nessun altro lo farà in questo Paese. O meglio, qualche mese fa il governo Renzi ci ha provato, e la proposta è sconcertante: si è parlato di una ristrutturazione del servizio civile, che finora ha funzionato con poche persone, portandolo a 100.000 operatori e mantenendo lo statuto economico attuale, ossia 400 euro al mese. È chiaro che con questi lavoratori, che volontariamente scelgono di andare a lavorare per 400 euro mensili, si possono andare a riempire i ranghi delle imprese del lavoro sociale. Per ora il progetto di legge è stato accantonato per mancanza di coperture economiche, ma questo è l’orientamento in atto nel Paese. Anche perché, come abbiamo detto, sempre più persone vengono espulse dal territorio del lavoro reale – in Italia il mondo industriale si sta restringendo, e chi ha un’aspirazione di vita un po’ più ampia fugge all’estero – e sempre più si espande una vasta categoria sociale che avrà bisogno di un sostegno di qualche natura. Il progetto, quindi, è quello di costruire un’economia su queste persone.</p>



<p>Diciamolo in modo crudo: 60.000 detenuti, in un Paese come l’Italia, vengono considerati troppi, ma sono pochissimi in parallelo con gli Stati Uniti, dove il penale si è fortemente espanso. Sono considerati pochi perché non c’è un’impresa privata che abbia rilevato lo spazio penale, e non ci sono imprenditori lungimiranti che si propongono di fare le carceri private; ci ha provato Monti con un disegno di legge, ma nessuno ha accettato.<br>Questo non significa che i vecchi imprenditori filibustieri, quelli che negli anni ’70/80/90 già si erano costruiti piccoli imperi economico/politici, non stiano prendendo la palla al balzo; non tanto per costruire qualcosa di chiaro e definito, ma per creare un’imprenditoria sociale mascherata, che sotto l’abito ipocrita delle&nbsp;<em>buone persone</em>&nbsp;che fanno del bene alle&nbsp;<em>povere persone</em>&nbsp;si sta ristrutturando per un’accoglienza ‘industriale’ del malessere.</p>



<p>Oggi il lavoratore sociale deve conoscere questa prospettiva, per guardarsi in faccia e scegliere. Se questo gioco non gli interessa, deve innanzitutto definirsi come categoria sociale, e rispetto a uno Stato e a una imprenditoria di questo genere deve farsi valere collettivamente, e non singolarmente: non c’è soluzione personale a problemi sistemici, e questo è un problema sistemico. Chi lo vuole affrontare si deve attrezzare per farlo, chi spera che con il tempo la situazione si chiarirà verrà semplicemente travolto da questa macchina infernale, che ha due necessità di fondo: il controllo sociale di massa e la speculazione economica sul controllo.</p>



<p>Accettare questo stato di cose significa darsi una definizione professionale di controllo sociale, e fare ciò che viene richiesto per attuare il controllo: mettere le camicie di forza, legare le persone, legarle con i farmaci, tenerle chiuse, non farle uscire, denunciarle se fanno qualcosa che non corrisponde ai piani di trattamento. Personalmente mi auguro che all’interno del mondo degli operatori sociali maturi un atto di definizione di sé a volto scoperto, che affermi chiaramente che tipo di lavoro si vuole fare e quale si rifiuta, con quali tutele e con quali diritti, e vada oltre la formula né missionari né volontari: perché questo è il presupposto, non essere né quello né questo, ma poi che cosa vuoi essere? Questo è l’obiettivo che abbiamo di fronte.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E tu chiamale Onlus</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/e-tu-chiamale-onlus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 13:21:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[Disimpegnatosi lo Stato, è la corsa ai rapporti privati, alle clientele, agli amici degli amici. Viaggio nel ‘terzo settore’, dove le organizzazioni religiose spadroneggiano e impongono direttive etiche tra sovvenzioni pubbliche, relazioni politiche e lottizzazione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-15-ottobre-novembre-2009/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 15, dicembre 2009 &#8211; gennaio 2010)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Giorgio Morale</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Disimpegnatosi lo Stato, è la corsa ai rapporti privati, alle clientele, agli amici degli amici. Viaggio nel ‘terzo settore’, dove le organizzazioni religiose spadroneggiano e impongono direttive etiche tra sovvenzioni pubbliche, relazioni politiche e lottizzazione</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Scrivere a partire da un dato di realtà</strong></h4>



<p class="has-drop-cap">Nel 1998 lessi sul Corriere della Sera di una madre che diventava prostituta perché convinta di riuscire a trovare l’assassino della figlia attraverso le frequentazioni che questa scelta le permetteva.<br>E ci riusciva, suscitando la commozione del suo Paese quando la storia veniva resa pubblica. La vicenda avveniva in Grecia, a Salonicco, ma nella mia mente trasferii naturalmente tale storia in Italia. Erano gli anni degli sbarchi dall’Albania, in cui criminalità e prostituzione nell’immaginario collettivo italiano battevano nazionalità albanese. Già allora i problemi dell’immigrazione e del lavoro erano centrali come adesso, anche se non si sapeva ancora che l’Occidente sarebbe piombato in quella perdita di garanzie nel lavoro e nella società che gli economisti giustificano dicendo che viviamo la più grande crisi economica dopo quella del ’29.<br>Cominciai a parlare con immigrati e italiani che lavoravano con immigrati e presto capii che ciò di cui io potevo parlare non era la realtà degli stranieri. Come parlare di ciò di cui tanti potevano parlare meglio di me? Come potevo essere io a raccontare la vita degli immigrati, quando essi stessi potevano raccontarla meglio di me, come fa sempre più una ricca letteratura dell’immigrazione in lingua italiana?</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Quelli che fanno i soldi con gli sfigati</strong></h4>



<p>Ciò di cui io potevo parlare era qualcosa che ci riguardava molto da vicino: ciò che fanno gli italiani. Venivo scoprendo che il pregiudizio, il disprezzo, il cinismo erano persino tra quelli che avrebbero dovuto accogliere gli immigrati e prodigarsi con gratuità e che invece si rivelavano come ‘quelli che fanno i soldi con gli sfigati’. E parallelamente scoprivo che c’erano sfigati anche all’interno di ‘quelli che fanno i soldi con gli sfigati’, che anche in alcuni centri di volontariato e del terzo settore si ricreavano meccanismi di sfruttamento, di discriminazione, di perdita di democrazia e garanzie. Anzi, l’essere tali centri opere a fin di bene giustificava forme di lavoro che hanno addirittura anticipato la precarizzazione che sarebbe esplosa qualche anno dopo. Ne derivava un imbarbarimento delle relazioni degli operatori fra di loro e fra gli operatori e gli utenti. Meccanismi, questi ultimi, che sono andati crescendo negli ultimi anni. E come potrebbe essere altrimenti, quando tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo certe associazioni hanno del tutto assunto la logica del sistema di cui dovrebbero rappresentare un’alternativa e sono diventate vere e proprie aziende operanti con logiche da aziende? O alcune, addirittura, sono nate proprio per svolgere un’opera di rincalzo a forze di sistema, come loro emanazione e con il loro sostegno?</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>E tu chiamale onlus (organizzazioni non a scopo di lucro)</strong></h4>



<p>«Il bilancio di San Patrignano è di 31,1 milioni di euro nel 2008. 140 sono gli operatori volontari, cui si aggiungono 350 tra dipendenti, collaboratori e consulenti» mi dice l’avvocato Pietro Massarotto, presidente del Naga, associazione di volontari di Milano che si occupa di assistenza sanitaria e legale agli immigrati clandestini.<br>Siamo a parlare nel suo studio. Lui digita, legge sullo schermo e mi fa degli esempi. Altro esempio: «La comunità S. Egidio conta circa 50mila aderenti, in 73 Paesi nei cinque continenti. Chi ha 50mila aderenti è ancora un’associazione di volontariato?»<br>Mi appassiono ai numeri e quando sono a casa accendo il computer e digito su un motore di ricerca qualche altro nome dei più noti… La Caritas nel 2007 ha un bilancio di 37 milioni di euro. Il bilancio della comunità fondazione Exodus è di 8.992.376 euro nel 2006 e di 9.957.656 euro nel 2007. Nel 2008 i dipendenti sono saliti a 307 unità, i collaboratori a 194 e i volontari a 363. Le sedi in tutta Italia sono 27, con le realtà collegate diventano oltre 40. La Compagnia delle Opere, “associazione di promozione sociale senza scopo di lucro”, ha 41 sedi, e secondo dati al 31 dicembre 2008 associa oltre 34.000 imprese, la maggioranza delle quali sono piccole e medie aziende, e 1.086 organizzazioni&nbsp;<em>non profit</em>; arriva a impiegare, su tutto il territorio nazionale, oltre 54.000 persone, fra addetti e volontari stabili. Il bilancio del 2008 è di 1.266.217 euro, di cui 611.154 provengono da contributi di enti pubblici.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Né stato né mercato… ma stretti stretti allo Stato</strong></h4>



<p>Il termine&nbsp;<em>terzo settore</em>&nbsp;è stato coniato per indicare soggetti che, almeno in linea teorica, operano tra lo Stato e il mercato. Esso svolge attività di interesse sociale: definizione molto ampia, si va da attività in favore di soggetti in estremo bisogno (immigrazione, tossicodipendenza, prostituzione, emarginazione), ad attività sportive, ricreative, culturali e per il tempo libero. Il fenomeno oggi ha dimensioni enormi. Basti pensare che al 2008 nella sola Lombardia ci sono 4.407 associazioni iscritte all’albo regionale del volontariato, di cui 855 associazioni non a scopo di lucro, 677 associazioni di solidarietà familiare, 446 associazioni di promozione sociale. Lo Stato e la pubblica amministrazione hanno progressivamente delegato loro la maggior parte dell’azione sociale.<br>Caratteristiche del terzo settore dovrebbero essere il collocarsi al di fuori dal mercato e l’assenza di fini di lucro: tutti gli utili prodotti dall’attività dovrebbero essere per definizione reinvestiti nell’attività stessa. In effetti sono compresi nel terzo settore sia soggetti di volontariato puro che sopravvivono in condizioni di precarietà, sia grandi organizzazioni nazionali come Caritas, Arci, Acli, Exodus, S. Egidio, San Patrignano, Compagnia delle Opere. Anzi, la configurazione di qualche soggetto è ormai diventata semi-istituzionale: penso per esempio a una molto discussa attribuzione a San Patrignano della gestione della Casa di lavoro nell’istituto di pena di Castelfranco Emilia in provincia di Modena: per la prima volta nell’Italia moderna la gestione della giustizia affidata a privati.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Una definizione che non definisce</strong></h4>



<p>«Il fatto è che&nbsp;<em>terzo settore</em>&nbsp;è una definizione residuale» dice Pietro Massarotto, «indica ciò che non è né privato né pubblico, perciò definisce poco e comprende soggetti diversi: fondazioni, comunità, associazioni, onlus, cooperative sociali, enti di volontariato, ong. Tant’è vero che si discute se le cooperative possano appartenere a pieno titolo al terzo settore: qualcuno lo esclude, anche se molti soggetti che operano nel terzo settore sono cooperative. Viceversa ci sono enti di volontariato puro che non si riconoscono nel terzo settore: non hanno una delega dallo Stato e non ricevono finanziamenti pubblici». Nei fatti, in tante realtà del volontariato e del terzo settore molto in vista e maggiormente sostenute dallo Stato e dalle amministrazioni locali ormai i criteri economici sono prevalenti. Tali soggetti oggi agiscono come normali soggetti economici, pur godendo di particolari vantaggi: sovvenzioni pubbliche e private, lavoro gratuito fornito da volontari, di cui tanti sicuramente spinti da tutt’altre motivazioni, o dallo stesso Stato anche attraverso l’assegnazione come operatori di giovani che svolgono il servizio civile nazionale.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Una obiezione politica</strong></h4>



<p>Una fondamentale obiezione politica è che occuparsi dei servizi essenziali al bene pubblico dovrebbe spettare allo Stato, mentre l’attività volontaria dei singoli non dovrebbe essere sostitutiva, semmai aggiuntiva, motivata da situazioni di urgenza e di particolare necessità, e da svolgersi in condizioni di assoluta gratuità. «Quando non esisterà più nessun clandestino e l’ultimo degli immigrati avrà ricevuto il diritto all’assistenza dal servizio sanitario nazionale, il Naga non avrà più motivo di esistere» dice il presidente del Naga. “Più società meno Stato”, recita invece lo slogan della Compagnia delle Opere.<br>D’altra parte è vero che l’apparato statale non è sempre stato l’unico soggetto a occuparsi delle necessità sociali; ed è vero che negli anni Ottanta, di fronte a uno Stato inefficiente e corrotto, il diffondersi del volontariato ha rappresentato una ripresa dell’iniziativa della società e degli ‘uomini di buona volontà’; è sembrato poter essere una possibilità di impegno che superasse gli steccati di ideologie e schieramenti, nonché i modelli prevalenti di una società improntata all’egoismo e alla prevaricazione; e per molti così è stato per alcuni anni.</p>



<p>«Ancora oggi bisogna distinguere all’interno del terzo settore» dice Massimo Rossi della onlus Vento di terra che si occupa di cooperazione internazionale. «Esso», continua, «ha una funzione che mai lo Stato potrebbe ricoprire: dare modo alla società civile di valorizzare istanze e saperi in termini di intervento sociale e solidarietà. Inoltre l’apparato statale ha utilizzato il volontariato in aree ove non riusciva a intervenire, in terre di nessuno e di conflitto ove l’operatore istituzionale non sarebbe accettato: prostitute, tossici&#8230; Infine credo che il terzo settore abbia la funzione di difendere i diritti umani, anche quando calpestati dagli apparati statali».<br>Il fenomeno ha cominciato a configurarsi come problematico quando il rapporto tra l’intervento statale e quello di altri soggetti si è invertito e lo Stato ha cominciato a delegare totalmente i compiti sociali. Perché a questo punto molte realtà del mondo del volontariato hanno smarrito la coscienza della propria diversità adeguandosi, in nome di vantaggi immediati, ai meccanismi del sistema inizialmente rifiutati.</p>



<p>Hanno consolidato un sistema di relazioni con il potere che le pone al di fuori da ogni vero controllo, che comunque con l’esperienza acquisita sanno benissimo come aggirare; quindi per il loro carattere dominante impongono un modello economico e culturale, con il risultato di screditare progressivamente il fenomeno nel suo insieme e di nuocere ad associazioni che hanno tutt’altre motivazioni. Il tutto, nonostante le dichiarazioni di fede antistatalista, pagato ancora con denaro pubblico.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Perché lo Stato si disimpegna in favore del terzo settore?</strong></h4>



<p>Due risposte sono possibili. Una di tipo ideologico: perché si pensa che lo Stato debba per principio essere non troppo pervasivo e limitare il suo intervento. Una di tipo pratico: perché si pensa che il servizio pubblico sia più burocratico e meno efficiente di quello reso dal terzo settore. In realtà non è possibile un’affermazione univoca.<br>Per esempio paesi come Francia e Germania, dove il peso del terzo settore nella sanità è molto minore che in Italia, sono la dimostrazione che il servizio statale non è per definizione meno efficace e più costoso. Viceversa la Lombardia, la regione italiana dove il servizio sanitario è più terziarizzato, è quella che ha visto maggiormente impennarsi le spese per la sanità. L’opzione alla fin fine si riduce a una scelta di tipo politico, sostenuta da una ideologia che trova terreno fertile nei limiti oggettivi e nella cattiva reputazione di cui gode tutto ciò che è “pubblico” in Italia.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il sistema Milano, la fase precedente: tutti alla pari, lottizzazione permettendo</strong></h4>



<p>L’ente pubblico si è defilato dall’impegno diretto, ma ha continuato a sovvenzionare e via via ha esercitato un condizionamento sull’intervento, che si è perfezionato con l’imposizione di direttive non solo tecniche, ma politicoideologiche.<br>Fino a un paio di anni fa il Comune emetteva un bando in cui precisava le somme disponibili e gli obiettivi di massima, dopodiché i vari soggetti presentavano i loro progetti, ai quali venivano assegnati dei punteggi secondo criteri previamente esplicitati: i concorrenti tutti alla pari, in teoria, sulla linea di partenza. In realtà, come è facile intuire nell’Italia lottizzata, basta guardare i nomi dei vincitori dei bandi per constatare chi ha progressivamente fatto la parte del leone: la Compagnia delle Opere, legata al presidente della regione Lombardia e al movimento di Comunione e liberazione da cui egli proviene, anche a spese dell’area cattolica progressista (Caritas) e dei soggetti laici.<br>«È un problema generale» dice a questo proposito Massimo Rossi. «Non credo che il tasso di corruzione nel terzo settore sia superiore a quello di altri settori. Viviamo una lenta deriva, il problema è il livello di coscienza di questo Paese in caduta libera. Finché non si affronterà il problema della corruzione, in Italia non si farà un passo avanti».</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il sistema Milano, la fase attuale: verso lo Stato etico?</strong></h4>



<p>Negli ultimi due anni il comune di Milano ha introdotto nei bandi per iniziative rivolte alle aree del disagio una serie di principi e dettagliati regolamenti, rivolgendosi non più a tutti indistintamente, ma principalmente ai soggetti con cui ha già rapporti di collaborazione e stretto convenzioni, in nome della necessità di avviare una politica basata sull’unità di intenti.<br>A inaugurare tale fase è stato il <em>Patto di legalità e socialità</em> nato nell’estate del 2006 da un’intesa politica fra prefettura, Provincia, Comune e Casa della Carità e che dettava delle regole di comportamento per i campi rom. Patto talmente dubbio nella sua validità legale e nelle norme che dettava che persino chi aveva avuto assegnata la gestione dei campi avanzava dubbi.<br>“Noi non lo applichiamo, perché è semplicemente impossibile farlo” diceva don Massimo Mapelli della Casa della Carità. “Si vogliono obbligare operatori sociali come noi a fare la parte dei poliziotti, controllando chi entra e chi esce, con limiti di orari e consegna di tesserini… È un lavoro da poliziotti, nell’appalto che abbiamo vinto non c’erano questi obblighi”.<br>“Mi auguro che questo patto possa diventare una piattaforma politica sia per il nostro governo che per l’Europa” dichiarava nel novembre 2007 il sindaco Letizia Moratti in occasione della seconda edizione del Forum sull’integrazione e sull’immigrazione promosso da Eurocities, la rete delle grandi città europee; prontamente ripresa dall’onorevole Franco Frattini: “Questo sarà il tessuto all’interno del quale si muoveranno le politiche di integrazione”.</p>



<p>Nei nuovi bandi viene richiesta una dichiarazione di intenti e l’adesione ai principi ideologici proposti dall’istituzione. Il problema si pone soprattutto per i settori in cui l’approccio ideologico è più forte: la tossicodipendenza, la prostituzione, l’immigrazione. Un esempio è l’accordo del comune di Milano con San Patrignano, di cui il sindaco Letizia Moratti sposa la linea d’intervento: il problema della droga viene affrontato senza nessun interesse per il disagio sociale e le sue cause e senza fare nessuna distinzione tra droghe leggere e pesanti; viene posta come unica strategia il contrasto alla tossicodipendenza anche con l’internamento e con metodi coercitivi come avviene in strutture come San Patrignano. Soggetti come la Lila, la cui azione è rivolta alla ‘riduzione del danno’, non hanno più nessun sostegno (e come mai non ci si interroga sul perché Milano, governata da vent’anni dal centrodestra, sia diventata la capitale della droga?).</p>



<p>«È un condizionamento indebito» dice Massimo Rossi. «Credo che sia un’invadenza della politica metodologicamente sbagliata, poiché le scelte di indirizzo devono essere lasciate ai comitati scientifici e non ai politici».<br>«Se non siamo allo Stato etico, poco ci manca» dice Pietro Massarotto. «A queste condizioni, noi non partecipiamo neppure ai bandi, non ci sentiamo di sottoscrivere queste linee di intervento che non condividiamo, per poi operare diversamente. E come noi non sottoscriveranno tanti altri soggetti».</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Il Ciessevi: come abolire il rapporto cittadino-istituzioni</strong></h4>



<p>Da una decina d’anni è stato costituito un ente sostenuto da fondi pubblici per fare da tramite fra le associazioni e le istituzioni: si tratta del Ciessevi (Centro di servizio per il volontariato). Con, al 2008, 42 collaboratori stabili pagati con denaro pubblico, si occupa di incombenze burocratiche come la stesura dello statuto di un’associazione e l’iscrizione della stessa all’albo regionale del volontariato. Fornisce consulenza e si occupa di segnalare alle associazioni i bandi, di raccogliere i loro progetti e di valutarli. Raccoglie soldi pubblici e li redistribuisce. Svolge azioni di formazione, comunicazione, progettazione, promozione. Al 2007 usufruisce dei servizi del Ciessevi il 57,8% delle organizzazioni di volontariato lombarde; tra le 33 organizzazioni socie troviamo rappresentate un po’ tutte le aree: Acli, Arci, Agesci, Avis, Caritas, Compagnia delle Opere, Legambiente, Uisp (l’elenco completo è consultabile sul sito).</p>



<p>Massimo Rossi trova che «la normativa e gli adempimenti sulle onlus sono quanto mai complessi e perciò il Ciessevi ha una sua funzione». Il fatto è che esso è comunque una struttura che si interpone nel rapporto diretto fra il cittadino e l’istituzione: interlocutore di un’associazione non è più un referente all’interno dell’istituzione ma una struttura di cui la stessa associazione formalmente è parte; in questo modo l’istituzione non deve rispondere in prima persona di certe scelte e si sottrae al rischio della conflittualità.<br>Il nuovo interlocutore diventa il Ciessevi, che è un’associazione di associazioni: “dal volontariato… per il volontariato” è il suo motto. Leggiamo nel bilancio del 2008 che “principio fondamentale di Ciessevi è di favorire il coinvolgimento del volontariato milanese nel Ciessevi non solo nella fruizione dei servizi, ma anche nella progettazione, gestione e valutazione dei servizi stessi”: il Ciessevi quindi siamo noi stessi. Salvo che “la guida del Centro di Servizi” viene assunta da alcune organizzazioni, secondo una logica che ricalca i rapporti di forza politici nel governo locale: la motivazione è che, leggiamo, tali associazioni sono dotate di “una ‘visione’ territoriale ampia e, spesso, dotate di esperienza specifica nello svolgere servizi e azione promozionale a favore di più piccole organizzazioni no profit”.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Qualche segno di flessione</strong></h4>



<p>Sarà da valutare che cosa significhi qualche segno di flessione dell’adesione al volontariato negli ultimi anni. In provincia di Milano, il numero di volontari mostra un trend di decremento costante: dai 60.000 del 2003, ai 59.500 del 2005, ai 56.800 del 2006, ai 54.000 circa della fine del 2007. Anche a livello regionale, mentre c’è stato un incremento significativo dai 138.762 volontari a fine 2003 ai 203.765 di fine 2005, si passa ai 202.000 del 2006 e ai 201.715 del 2007.<br>Confrontando i dati 2003 con quelli 2007 constatiamo che il numero di persone retribuite è più che raddoppiato (da 4.500 a 9.500 circa), mentre la precarizzazione arriva anche tra questi lavoratori: i dipendenti (a tempo pieno o a part-time), sul totale delle persone retribuite, sono diminuiti percentualmente dal 43,6% a fine 2003 al 32,9% a fine 2007, con un forte aumento delle collaborazioni a progetto e delle prestazioni occasionali.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Domande finali</strong></h4>



<p>Sono passati dieci anni abbondanti da quando cominciai a lavorare al romanzo <em>Acasadidio</em>, come mai questa realtà non è ancora di dominio pubblico? Perché si parla solo di camorra e mafia e non di questi sistemi di accaparramento di potere e risorse? Perché non si esprime il mondo della cultura, se è vero, come diceva Robert Musil, che “nessuna grande cultura può trovarsi in un rapporto obliquo con la verità”?</p>
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