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	<title>trattati libero scambio &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>trattati libero scambio &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>CETA: prove generali di deregulation</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ceta-prove-generali-di-deregulation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 17:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[trattati libero scambio]]></category>
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					<description><![CDATA[Dentro il CETA, un altro TTIP tra Canada e Unione europea pronto alla firma: merci, servizi, accesso agli appalti pubblici, privatizzazione del welfare e aziende che possono fare causa agli Stati con la clausola ICS]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dentro il CETA, un altro TTIP tra Canada e Unione europea pronto alla firma: merci, servizi, accesso agli appalti pubblici, privatizzazione del welfare e aziende che possono fare causa agli Stati con la clausola ICS</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Fallito il quindicesimo round di negoziati sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con gli Stati Uniti, la cui approvazione è fortunatamente rimandata a data da destinarsi, ma che rappresenta ancora il cuore della strategia per il commercio internazionale (1), l’Europa punta ora le sue carte sul CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), un trattato di libero scambio con il Canada. Il testo dell’accordo, che, se dovesse incassare l’approvazione del Consiglio e del Parlamento europei, diverrebbe operativo dal 2017, è stato siglato dai capi negoziatori il primo agosto 2014 e reso pubblico il 26 settembre successivo, in occasione del vertice Ue-Canada. Una nuova versione del testo, rivisto sotto il profilo giuridico, è stato poi pubblicato il 29 febbraio 2016 (2). Secondo le parti firmatarie, il CETA rappresenta un accordo ambizioso che offrirà nuove opportunità per il commercio e gli investimenti agli operatori economici sulle due sponde dell’Atlantico, con l’obiettivo di “creare nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra l’Unione europea e il Canada, segnatamente grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici” (3).</p>



<p>Il trattato rientra nella strategia del&nbsp;<em>Trade for all: towards a more responsible trade and investment policy</em>, pubblicato nell’ottobre 2015 dal commissario europeo al commercio Cecilia Malmström (4): “Negli ultimi anni il dibattito che ha attraversato l’Unione europea ha insegnato alcune lezioni importanti in tema di commercio internazionale. È chiaro che i cittadini europei si aspettano che il commercio produca benefici economici reali per i consumatori, i lavoratori e le piccole imprese”, scrive la Malmström nella prefazione. “Tuttavia – continua – essi credono anche che l’apertura dei mercati non debba compromettere i principî fondamentali, come i diritti umani e uno sviluppo sostenibile a livello mondiale, o gli standard qualitativi, le regole a difesa dell’ambiente e i servizi pubblici nei loro Paesi d’origine. Essi chiedono anche di essere maggiormente informati sulle trattative condotte in loro nome. Con la nuova strategia Trade for all, la Commissione si propone di adattare questo approccio alle politiche commerciali per renderle più responsabili, cioè più efficaci, trasparenti e portatrici non solo dei nostri interessi, ma anche dei nostri valori”.</p>



<p>Il riferimento agli errori compiuti durante le negoziazioni del TTIP è chiaro: scarsa trasparenza e poca attenzione ai valori non piacciono ai cittadini europei, la cui opposizione (per esempio gli oltre tre milioni di firme raccolte dalla petizione contro il TTIP), se non ha determinato di fatto il fallimento delle trattative (per questo pare esserci voluto Trump), ha acceso i riflettori sul trattato e fatto crescere un movimento dal basso di opposizione. E, sebbene la Malmström del consenso se ne faccia un baffo (“Non ho ricevuto il mio mandato dagli Europei”, ha dichiarato all’Independent a proposito delle proteste sopra citate (5), almeno a parole ha dovuto tenerne conto per evitare di incassare nuove sconfitte. Tuttavia le sue intenzioni non sono cambiate di una virgola: “Le principali priorità rimangono i più importanti progetti in corso. L’Europa deve cercare con forza di ridare energia alla World Trade Organisation e di portare a termine il TTIP, l’accordo di libero commercio col Giappone e l’accordo di investimenti con la Cina” (6).</p>



<p>Capire quali siano i fondamenti (economici, ma anche ideologici) della nuova strategia europea è fondamentale per inquadrare qualunque trattato internazionale verrà siglato da qui in poi, dei quali il CETA è solo il primo in ordine di tempo, e non certo il principale.</p>



<p>Secondo la Malmström, “il commercio non è mai stato più importante per l’Europa” (7): non solo la crisi del 2009 ha portato alla convinzione che esso possa rappresentare una forza stabilizzatrice nei periodi di recessione, ma si prevede anche che circa il 90% della crescita economica globale fra dieci o quindici anni sarà generato fuori dall’Europa; secondo la Commissione, dunque, la ripresa economica dovrà essere consolidata attraverso legami più forti con i nuovi centri dello sviluppo.</p>



<p>Le vendite al resto del mondo generano, per le imprese europee, un numero crescente di posti di lavoro: “Più di 30 milioni di lavoratori dipendono oggi dalle esportazioni al di fuori dell’Unione Europea – due terzi in più rispetto a quindici anni fa – il che significa che l’export finanzia in Europa quasi un posto di lavoro su 7”. Per esempio, secondo il documento, 200.000 posti di lavoro in Polonia, 140.000 in Italia e 130.000 nel Regno Unito dipendono dalle esportazioni tedesche fuori dall’Europa; e 150.000 posti di lavoro in Germania, 50.000 in Spagna e 30.000 in Belgio dipendono dalle esportazioni francesi.</p>



<p>Da un lato questa vocazione internazionale renderebbe le imprese più competitive e permetterebbe loro di diversificare i mercati (e di conseguenza i rischi), e dall’altro rappresenterebbe il metodo più rapido per creare crescita e posti di lavoro. Aprire l’economia europea al commercio e agli investimenti sarebbe fondamentale per migliorare la produttività e attirare nuovi capitali privati, due fattori di cui l’Europa ha “dolorosamente bisogno”, perché questa apertura porterebbe “idee e innovazione, nuove tecnologie e i migliori ricercatori”, abbassando i prezzi e allargando l’offerta di beni, a tutto vantaggio non solo dei consumatori, ma anche delle imprese, che vedrebbero scendere il costo dei fattori di produzione.</p>



<p>Le imprese europee, si legge nel documento, già oggi altamente competitive, si trovano in ottima posizione per beneficiare dei vantaggi di una maggiore interrelazione a livello globale: dal 2000 al 2015 le esportazioni comunitarie sono quasi triplicate, raggiungendo i 1.500 miliardi di euro, e la quota europea dell’export mondiale rimane stabilmente, e nonostante la crisi, sopra al 15%. Se si tiene conto che nello stesso periodo quella della Cina è passata dal 5% al 15%, la performance delle imprese nostrane può essere considerata eccezionale; di certo migliore di quella degli Stati Uniti, che ha visto scendere la sua quota all’11%, e più ancora di quella del Giappone, crollato al 4,5%.</p>



<p>Per incrementare la nostra capacità di trarre benefici dal commercio e dagli investimenti globali, la Commissione “ha sviluppato un’ambiziosa agenda di accordi bilaterali che completano l’impegno dell’Europa nella World Trade Organization”, concludendo o negoziando tutta una serie di accordi di libero scambio (in inglese FTA, free trade agreement) con i maggiori partner mondiali. Ma, avverte la Malmström, questa ambiziosa agenda comunitaria raggiungerà il suo scopo solo se supportata da misure interne ai Paesi membri: “Riforme strutturali, meno burocrazia, un migliore accesso al credito e più investimenti in infrastrutture, competenze, ricerca e sviluppo sono essenziali per rafforzare la capacità dell’Unione di trarre vantaggi dall’apertura dei mercati”.</p>



<p>Ed è in quest’ottica che bisogna inquadrare anche il CETA, un “accordo ambizioso che aprirà nuove opportunità per il commercio e gli investimenti sulle due sponde dell’Atlantico e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa. Il CETA sopprimerà i dazi doganali, porrà fine alle limitazioni sull’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’Ue. L’accordo contiene anche tutte le garanzie necessarie per far sì che i vantaggi economici ottenuti non vadano a scapito dei diritti fondamentali, delle norme sociali, del diritto dei governi di legiferare, della protezione dell’ambiente o della salute e sicurezza dei consumatori” (8).</p>



<p>Il CETA uniformerebbe dunque le condizioni di concorrenza in Canada, “uno dei partner strategici più stretti e di più vecchia data, l’undicesima economia mondiale per ordine di grandezza e il dodicesimo partner commerciale più importante”.</p>



<p>L’accordo, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbe creare nuove opportunità per il commercio e gli investimenti grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali. A parere della Commissione, il CETA “è pienamente coerente con le politiche dell’Unione”: in particolare “l’accordo non indebolirà né modificherà la legislazione dell’Ue né modificherà, ridurrà o eliminerà le norme dell’Ue nei settori regolamentati”, e “comprende anche capi su commercio e sviluppo sostenibile, commercio e lavoro nonché commercio e ambiente, che collegano l’accordo commerciale agli obiettivi globali dell’Ue in materia di sviluppo sostenibile e agli obiettivi specifici negli ambiti del lavoro, dell’ambiente e dei cambiamenti climatici”.</p>



<p>Tutte le importazioni dal Canada dovranno soddisfare le norme e i regolamenti interni della Ue, per esempio le norme tecniche e di prodotto, le norme sanitarie o fitosanitarie, i regolamenti sulla sicurezza degli alimenti, le norme in materia di OGM, protezione dell’ambiente, protezione dei consumatori, e così via. Sembra tutto favoloso, ma è davvero così?</p>



<p>Per comprendere quanto sia ampia la portata del trattato, basti pensare che esso contiene disposizioni che riguardano il trattamento nazionale e l’accesso al mercato per le merci, misure di difesa commerciale, ostacoli tecnici agli scambi, misure sanitarie e fitosanitarie, dogane e agevolazione degli scambi, sovvenzioni, investimenti, scambi transfrontalieri di servizi, ingresso e soggiorno temporanei di persone fisiche per motivi professionali, riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali, regolamentazione interna, servizi finanziari, servizi di trasporto marittimo internazionale, telecomunicazioni, commercio elettronico, politica della concorrenza, imprese pubbliche, monopoli e imprese cui siano riconosciuti diritti o privilegi speciali, appalti pubblici, proprietà intellettuale, cooperazione regolamentare, commercio e sviluppo sostenibile, commercio e lavoro, commercio e ambiente, dialoghi e cooperazione bilaterali, disposizioni amministrative e istituzionali, e, per finire, trasparenza e risoluzione delle controversie.</p>



<p>Fra i vantaggi del trattato, la proposta della Commissione sottolinea innanzitutto la possibilità di “offrire risparmi sui dazi doganali, opportunità per i prestatori di servizi e meccanismi trasparenti ed efficaci di protezione degli investimenti e di risoluzione delle controversie” (9).</p>



<p>L’ultimo punto merita una particolare attenzione: il CETA, in “netta rottura rispetto all’approccio tradizionale”, prevede la creazione di un sistema giudiziario specifico per la protezione degli investimenti, il cosiddetto ICS (Investors Court System), costituito da un tribunale permanente e da un tribunale d’appello, che “condurrà i procedimenti di risoluzione delle controversie in modo trasparente e imparziale”. Il meccanismo dell’ICS consentirebbe agli investitori canadesi nell’Ue – e agli investitori Ue in Canada – di citare in giudizio uno Stato davanti a un tribunale speciale qualora esistano normative nazionali o comunitarie che ledano i loro interessi e i loro diritti. L’ICS si discosta solo in alcuni dettagli da una clausola più celebre e molto controversa nota come ISDS (Investor State Dispute Settlement) contenuta nel TTIP, che consente agli investitori di citare in giudizio uno Stato e di chiedere un risarcimento in caso di trattamento iniquo o discriminatorio, esproprio indiretto o esproprio diretto (nazionalizzazione): sfortuna vuole che i primi due concetti abbiano, nella definizione della clausola, contorni talmente indefiniti da includere qualsiasi provvedimento pubblico in grado di danneggiare gli interessi di un investitore. Nel CETA, la clausola ICS lascia intatta la sostanza della clausola ISDS, cioè la possibilità degli investitori stranieri di citare in giudizio uno Stato in caso di trattamento discriminatorio, ingiusto, iniquo e in caso di esproprio ed esproprio indiretto (10).</p>



<p>Nonostante lo sforzo di dare nel testo del CETA una precisa definizione del concetto di “giusto ed equo” trattamento, infatti, viene espressamente riconosciuto agli investitori la possibilità di ricorrere al tribunale speciale quando lo Stato “frustra” le “legittime aspettative” di guadagno che si sono create. Evidentemente né la clausola ISDS né la clausola ICS impediscono alle autorità di adottare qualsivoglia provvedimento nell’interesse pubblico, ma scoraggiano altrettanto chiaramente misure tali da ledere gli interessi degli investitori stranieri, cosicché gli Stati non corrano il rischio di dover pagare risarcimenti colossali.</p>



<p>A seguito dell’acceso dibattito sulla legittimità della clausola, gli Stati membri, con il sostegno della Commissione, hanno scelto di escludere l’ICS dal campo di applicazione provvisoria del CETA. Ciò significa che l’attuazione del nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti avverrà solo una volta che tutti gli Stati membri avranno completato le procedure nazionali di ratifica. Nel frattempo la Commissione procederà con il Canada all’ulteriore definizione di alcuni aspetti del nuovo sistema, quali la selezione dei giudici, l’accesso delle imprese più piccole e il meccanismo di ricorso (11).</p>



<p>Il secondo gruppo di vantaggi evidenziati dalla Commissione è costituito dal “riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali”, il che si tradurrebbe in trasferimenti più agevoli di personale e di altri professionisti tra l’Ue e il Canada e in un miglioramento della capacità delle società europee di fornire assistenza post-vendita (esportando attrezzature, macchinari e software, e inviando tecnici addetti alla manutenzione e altri specialisti). Questa caratteristica è particolarmente importante nel settore dei servizi, da cui attualmente dipende il 70 % del Pil europeo. Non solo, grazie alle nuove tecnologie, le esportazioni di servizi in senso stretto negli ultimi dieci anni sono raddoppiate, fino a raggiungere i 728 miliardi di euro, ma anche le imprese manifatturiere hanno cominciato a comprare, produrre e vendere servizi per agevolare la vendita dei loro prodotti (si pensi ai finanziamenti per l’acquisto di una nuova auto, o alla consegna dei prodotti acquistati online); il fenomeno continua a crescere, tanto che ormai i servizi ‘incorporati’ nei beni rappresentano il 40% del valore delle merci esportate.</p>



<p>Il commissario Malmström dichiara che circa un terzo dei posti di lavoro generati dalle esportazioni di prodotti manifatturieri fanno riferimento a servizi ausiliari come i trasporti o la logistica, e la proporzione è addirittura maggiore nel settore dei macchinari complessi (apparecchi medici, turbine eoliche, ecc.), in cui l’installazione, la manutenzione e il training del personale fanno parte del pacchetto di vendita. È evidente, tuttavia, che questo “riconoscimento reciproco” da un lato potrebbe portare a un ‘annacquamento’ delle qualifiche imprudente o ingiustificato, e dall’altro aumenterebbe di certo la concorrenza all’interno delle professioni, con conseguenze non sempre positive dal punto di vista del bene comune.</p>



<p>Il terzo filone di possibili vantaggi per le imprese nostrane è costituito, secondo la Commissione, dalla possibilità di accesso agli appalti pubblici canadesi: “Il Canada ha aperto alle società dell’Ue le proprie gare d’appalto pubbliche in misura maggiore rispetto agli altri suoi partner commerciali. Le aziende dell’Ue potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello di province e comuni canadesi e saranno le prime aziende non canadesi a poterlo fare. Si stima che le dimensioni del mercato canadese degli appalti pubblici a livello provinciale siano il doppio di quelle del suo equivalente federale” (12).</p>



<p>Quello che la proposta non esplicita è che la stessa disponibilità verrà concessa nell’Unione alle aziende canadesi. Perciò, se da un lato le nostre imprese potranno accedere liberamente agli appalti in Canada, dall’altro aumenterà il numero dei concorrenti nelle gare europee: chi si avvantaggerà del nuovo sistema saranno, come al solito, le aziende più competitive, ma cosa questo davvero significhi in termini di costi per la collettività (qualità delle infrastrutture o dei servizi, posti di lavoro persi o creati, livello di sicurezza, ecc.), resta avvolto nella nebbia.</p>



<p>Ma che qualche rischio ci sia, soprattutto sul versante del welfare, è la stessa Commissione a riconoscerlo, anche se implicitamente: “Come in tutti gli altri suoi accordi commerciali, nel CETA l’Ue salvaguarda pienamente i servizi pubblici. Se lo desiderano, per un determinato servizio gli Stati membri dell’Ue potranno gestire monopoli pubblici. Il CETA non obbligherà né inviterà i governi a privatizzare o deregolamentare servizi pubblici quali l’approvvigionamento idrico, la sanità, i servizi sociali o l’istruzione. Gli Stati membri dell’Ue conserveranno la facoltà di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli. Nessuna disposizione del CETA impedirà inoltre a un governo di uno Stato membro dell’Ue di revocare in futuro, in un qualunque momento, qualsiasi decisione autonoma eventualmente adottata per la privatizzazione di tali settori” (13).</p>



<p>E ancora: “Il CETA garantisce che il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche sia pienamente preservato. La proposta non incide sulla protezione dei diritti fondamentali nell’Unione”. Ma se il CETA non influenzasse in senso privatistico le politiche sul welfare dell’Unione, che bisogno ci sarebbe di anticipare eventuali obiezioni, rassicurando gli Stati membri sulla presunta ‘neutralità’ dell’accordo? Come si dice,&nbsp;<em>excusatio non petita, accusatio manifesta</em>.</p>



<p>Un altro tipo di problema è rappresentato dai danni (certi) collegati all’abolizione dei dazi doganali a fronte di (possibili) nuove opportunità. Il dazio, in campo economico, è definito come una barriera artificiale ai flussi di beni e/o servizi tra due o più Paesi, barriera che nasce dalle esigenze di politica economica di un singolo Stato (o gruppo di Stati) di controllare i flussi di beni in entrata (importazioni) e in uscita (esportazioni) dallo Stato stesso.</p>



<p>Nella maggior parte dei casi il dazio viene riscosso attraverso una dichiarazione doganale, ed è rappresentato da una somma di denaro (una percentuale del valore dei beni sottoposti a dazio), che l’importatore paga per avere il diritto di commercializzare, nel Paese in cui esercita la sua attività, merci prodotte all’estero: per esempio, un importatore italiano, per commercializzare in Italia merci prodotte in India, deve versare allo Stato una determinata somma di denaro, proporzionale al valore di tali merci. Il dazio fa aumentare il costo totale dei beni importati, e pertanto influenza al rialzo il prezzo al quale queste merci saranno offerte al pubblico: essi vengono definiti una misura protezionistica proprio perché&nbsp;<em>proteggono</em>&nbsp;il mercato interno dalla concorrenza dei Paesi stranieri, incentivando l’uso dei prodotti nazionali, più appetibili in termini di prezzo.</p>



<p>Con l’attuazione del CETA le aziende italiane (ma il discorso vale per ogni Paese della Ue) si troveranno ad affrontare non solo i competitor dei Paesi membri (in Europa le merci circolano liberamente), ma anche quelli di oltreatlantico, e non saranno solo i prezzi dei beni e servizi canadesi a scendere, ma anche quelli dei beni e servizi comunitari, per effetto dell’aumento della concorrenza. E prezzi più bassi (a parità di altri fattori) significano utili più bassi, con le conseguenti pressioni per il contenimento dei costi, primo fra tutti quello dei salari.</p>



<p>D’altro canto, rinunciare ai dazi impoverisce gli Stati, perché, come abbiamo visto, essi rappresentano entrate fiscali, che possono essere investite a favore delle aziende, per esempio per sostenere la domanda interna, o a favore dei cittadini, per esempio in servizi. “La Commissione stima che, una volta completata l’attuazione dell’accordo dopo sette anni, i dazi non riscossi raggiungeranno un importo pari a 311 milioni di euro, poiché, alla data di entrata in vigore dell’accordo, sarà soppresso il 97,7% delle linee tariffarie dell’Ue e, successivamente, un ulteriore 1% gradualmente entro 3, 5 o 7 anni. L’importo di 311 milioni di euro corrisponde all’80% dei dazi stimati riscossi dagli Stati membri dell’Ue sui prodotti canadesi importati in base ai dati del 2015. La stima prende in considerazione la nuova decisione sulle risorse proprie, che riduce dal 25% al 20% le spese di riscossione che gli Stati membri mantengono” (14).</p>



<p>Inoltre, a causa dell’ICS, “un importo pari a 0,5 milioni di euro di spese annuali supplementari è previsto a decorrere dal 2017 (con riserva di ratifica) per finanziare la struttura permanente che comprende un tribunale di primo grado e un tribunale d’appello”.</p>



<p>Anche ammesso che le imprese comunitarie siano tanto competitive, a livello globale, da crescere a forza di esportazioni, erodendo le quote di mercato dei concorrenti extraeuropei, non è per nulla detto che ciò possa essere considerato positivo. Per capirlo bisogna, purtroppo, fare una piccola digressione tecnica e ripescare il concetto che in macroeconomia è conosciuto come “equilibrio dei saldi settoriali”.</p>



<p>Questo principio postula che la somma dei saldi tra i tre macro-settori economici di uno Stato (<em>saldo pubblico</em>, ovvero la differenza tra spese e tasse,&nbsp;<em>saldo privato</em>, ovvero la differenza tra risparmi e investimenti, e&nbsp;<em>saldo estero</em>, ovvero la differenza tra esportazioni e importazioni) debba essere pari a zero. Considerando che i Paesi dell’area euro hanno aderito al principio del pareggio di bilancio e che quindi il saldo pubblico deve essere per definizione nullo, l’equazione dei saldi settoriali si può ridurre a: saldo privato + saldo estero = 0, cioè saldo privato = saldo estero. Ciò significa che la differenza fra risparmi privati e investimenti privati coincide con la differenza fra esportazioni e importazioni: di conseguenza se un Paese esporta molto più di quel che importa, deve necessariamente investire molto meno di quel che risparmia, cioè non può azionare la leva degli investimenti.</p>



<p>Questo è quello che è successo in Germania, che da più di otto anni viola le regole europee sul surplus, danneggiando non solo gli equilibri già precari dell’eurozona, ma anche se stessa, proprio a causa della caduta degli investimenti. Chen Zhao, co-direttore del settore Global Macro Research di Brandywine Global, una società di investimenti che gestisce 70 miliardi di dollari, dichiara: “Una scarsa propensione agli investimenti in manutenzione e sviluppo delle infrastrutture è in gran parte dovuta a una concezione, a mio avviso, errata delle politiche di gestione del bilancio statale, che sembrano idealizzare una soluzione di bilancio in pareggio […] La mancanza cronica di investimenti a lungo termine e il deterioramento delle infrastrutture pubbliche che ne consegue rappresenta in realtà un’opportunità per i governi per impiegare capitale in maniera produttiva nella ricostruzione. Purtroppo, al contrario, molti Paesi – Germania inclusa – non stanno andando in questa direzione […] sprecando così un’interessante opportunità di investimento e rilancio […] che potrebbe rendere invece la Germania ancora più competitiva in futuro” (15).</p>



<p>Gli fa eco Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital, società di gestione del risparmio: “Keynes diceva che l’equilibrio di un gruppo di nazioni in un regime di moneta unica è incompatibile con un surplus commerciale strutturale di una singola nazione verso le altre […] Dalla riunificazione, la Germania ha approfittato del debito creato da alcuni Paesi come una forma di&nbsp;<em>vendor financing</em>&nbsp;per incrementarvi le esportazioni, ha poi dato il via alla compressione salariale e alla delocalizzazione selvaggia nell’Europa dell’Est. Il surplus commerciale è il frutto di un progetto pluriennale sul quale si fonda la politica tedesca. Adottato come strategia all’interno di una comunità di nazioni che condividono la stessa moneta, ha un effetto di alterazione dell’equilibrio tra le stesse nazioni e rende la moneta unica l’epicentro della propagazione degli squilibri” (16).</p>



<p>Puntare tutto sulle esportazioni, all’interno del patto di stabilità, presenta dunque un grosso rischio per i cittadini europei, e non solo per quelli dei Paesi più fragili e meno competitivi (i cui mercati verrebbero ulteriormente impoveriti dalla concorrenza straniera), ma anche per quelli dei Paesi più forti, che già vedono degenerare la qualità delle infrastrutture e dei servizi statali in nome della crescita del surplus. La grande domanda a cui il CETA non risponde infatti è: se tutti vendono, chi compra?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Si veda per esempio&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/index_it.htm" target="_blank">http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/index_it.htm</a><br>2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2014/september/tradoc_152806.pdf" target="_blank">http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2014/september/tradoc_152806.pdf</a><br>3)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52016PC0444" target="_blank">http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52016PC0444</a><br>4) Il testo in versione originale (inglese) è consultabile all’indirizzo:&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf" target="_blank">http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf</a><br>5) J. Hilary,<em>&nbsp;I didn&#8217;t think TTIP could get any scarier, but then I spoke to the EU official in charge of it</em>, Independent, 12 ottobre 2015<br>6)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf" target="_blank">http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2015/october/tradoc_153846.pdf</a><br>7)&nbsp;<em>Trade for all</em>, cit.<br>8) Proposta di Decisione del Consiglio relativa alla firma, a nome dell’Unione europea, dell’accordo economico e commerciale globale tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra, Strasburgo, 7 luglio 2016<br>9)&nbsp;<em>Ibidem</em><br>10) Cfr. CETA, articolo 8.9 e seguenti<br>11) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.euroconsulting.be/2016/11/03/vertice-ue-canada-standard-elevati-per-il-commercio-internazionale-nellaccordo-commerciale-appena-firmato" target="_blank">http://www.euroconsulting.be/2016/11/03/vertice-ue-canada-standard-elevati-per-il-commercio-internazionale-nellaccordo-commerciale-appena-firmato</a><br>12) Proposta di Decisione del Consiglio, cit.<br>13)<em>&nbsp;Ibidem</em><br>14)&nbsp;<em>Ibidem</em><br>15) Vito Lops,&nbsp;<em>Perché alla Germania conviene ridurre il surplus commerciale</em>, Il Sole 24 Ore, 27 settembre 2016<br>16)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Informazione, potere e TTIP</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/informazione-potere-e-ttip/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 08:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[trattati libero scambio]]></category>
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					<description><![CDATA[TTIP alla volata finale: dentro il Trattato di libero scambio Usa-Ue che nel silenzio dei media si vuole firmare entro l’autunno]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-48-giugno-settembre-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 48, giugno &#8211; settembre 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>TTIP alla volata finale: dentro il Trattato di libero scambio Usa-Ue che nel silenzio dei media si vuole firmare entro l’autunno</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nel giugno del 2013, durante il summit del G8 in Irlanda del Nord, alla presenza di Barack Obama, David Cameron, José Manuel Barroso e Herman Van Rumpy (all’epoca rispettivamente presidente della Commissione europea e presidente del Consiglio europeo), sono iniziati i negoziati tra Stati Uniti e Unione europea sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Parternship).</p>



<p>Si tratta di un trattato di libero scambio il cui obiettivo è l’abolizione dei dazi doganali e l’<em>armonizzazione</em>&nbsp;(il termine è di Cecilia Malmström, commissaria al Commercio europeo) delle norme, che regolano la produzione e il traffico di prodotti e servizi tra le due sponde dell’Atlantico. Inizialmente i negoziati si svolgevano nella più totale segretezza (1).</p>



<p>Perfino i deputati europei potevano accedere ai documenti solo all’interno di una sala di lettura di sei metri quadrati, predisposta dalla Commissione, dove si era ammessi uno alla volta, con il divieto di portare con sé penna, block notes e cellulare. La possibilità di prendere appunti era limitata ad alcuni scarabocchi a matita su una carta speciale, non fotocopiabile.</p>



<p>Tale assenza di trasparenza ha determinato le proteste dei movimenti sociali, nonché di una parte degli stessi parlamentari europei, i quali il 9 ottobre 2014 sono riusciti a ottenere la declassificazione del mandato negoziale del TTIP. In altre parole, a partire da quel momento, le direttive sulla cui base viene discusso il negoziato sono rese note, e nel gennaio 2015 la Commissione europea ha pubblicato i suoi primi testi di posizionamento inerenti al TTIP. Tuttavia, restano segreti i risultati delle trattative – una situazione quantomeno paradossale in democrazia. A questo proposito, è bene notare come il Parlamento europeo non abbia, de facto, alcun modo di partecipare ai negoziati – può esprimere, cioè, il suo giudizio soltanto al momento del voto finale, senza la possibilità di intervenire sul testo.</p>



<p>Infatti, secondo il Trattato di Lisbona che, tra le altre cose, regola il funzionamento delle istituzioni europee, la gestione degli accordi bilaterali è esclusivo appannaggio della Commissione europea.</p>



<p>Ma facciamo un passo indietro: è bene ricordare, infatti, che quest’ultima è composta da individui non eletti direttamente dai cittadini. Alle ultime elezioni del 2014, per la prima volta il nome del presidente della Commissione è stato indicato nella scheda elettorale accanto al simbolo dei diversi partiti politici (oggi è presidente Jean-Claude Juncker), ma precedentemente era proposto dal Consiglio europeo; in accordo con gli Stati membri egli sceglie poi gli altri 27 commissari, uno per ogni Paese, e il Parlamento europeo è chiamato a esprimersi sulla Commissione nel suo insieme. Dunque un giro parecchio intricato, dove risultano evidenti i numerosi gradi di separazione tra le istituzioni e il cittadino.</p>



<p>Tornando al TTIP, gli europarlamentari possono formulare solo quesiti circostanziali, a cui chiaramente la Commissione è tenuta a rispondere – nel rispetto, però, della riservatezza. Insomma, la logica è: chiedimi pure tutto quello che vuoi, tanto posso decidere io se renderne conto o meno.</p>



<p>Ma cosa prevede esattamente il TTIP? La questione dei dazi doganali è, in realtà, di secondaria importanza essendo questi, in numerosi casi, già molto bassi. Il vero obiettivo del Trattato è imporre un’egemonia normativa sulla produzione e sul consumo di beni e servizi in tutta l’area atlantica. E poiché tale uniformazione si attuerebbe in nome di un aumento del commercio e degli investimenti, è ovvio che essa determinerebbe un livellamento al ribasso delle leggi e dei princìpi che regolano i mercati, influenzando, tra l’altro, la capacità degli Stati di legiferare nell’interesse dei cittadini.</p>



<p>A questo proposito è emblematica la questione relativa al meccanismo ISDS (Investor-State Dispute Settlement), già in vigore in numerosi trattati di libero scambio (anche intereuropei), che prevede l’istituzione di arbitrati internazionali per la risoluzione delle controversie tra Stato e investitore. Ciò significa, in altre parole, che se venisse firmato il TTIP, anche nel contesto dell’accordo bilaterale tra Europa e Stati Uniti le multinazionali sarebbero libere di far causa agli Stati promotori di politiche che possano intralciare gli interessi delle imprese.</p>



<p>Per avere un’idea di come ciò possa avere ripercussioni tragiche sulla vita di ognuno, basti pensare al caso di Veolia contro Alessandria di Egitto. Nel 2011, in seguito alla primavera araba e al rovesciamento di Mubarak, il nuovo governo aveva portato il salario minimo da 41 a 72 euro al mese; Veolia, multinazionale francese che opera nel settore dei rifiuti, non volendo veder ridotti i propri profitti, ha fatto causa al governo egiziano per 70 milioni di euro. Ecco dunque che tematiche come il lavoro, ma anche l’ambiente e le politiche sociali, diventano appannaggio esclusivo dei maggiori gruppi imprenditoriali.</p>



<p>In cosa consiste esattamente il meccanismo ISDS è ben chiarito nel saggio&nbsp;<em>TTIP. L’accordo di libero scambio transatlantico. Quando lo conosci lo eviti</em>&nbsp;di Paolo Ferrero, Elena Mazzoni e Monica Di Sisto (uscito a marzo per Derive Approdi): “L’iter arbitrale può avvenire in luoghi del tutto informali, quali sale riunioni di grandi alberghi; manca palesemente di indipendenza; i giudici sono pagati dalle società private che ricorrono e il conflitto di interessi è macroscopico; i casi sono discussi da un numero molto limitato di persone, una casta di qualche centinaia di avvocati che guadagnano milioni di dollari con cause che essi stessi esortano a muovere contro gli Stati. Tutto questo in assenza di una regolamentazione chiara che definisca i loro ambiti di intervento: in un processo possono indossare i panni del giudice, in un altro rappresentare l’accusa, in un terzo la difesa”. Inoltre, “i mediatori hanno un loro tornaconto nel deliberare a favore delle imprese, in quanto, così facendo, le incentivano a promuovere nuovi ricorsi”.</p>



<p>Le numerose critiche inerenti all’inserimento della clausola ISDS nel TTIP hanno portato l’Unione europea a proporre una modifica nell’ambito del negoziato, chiedendo di istituire, al posto degli arbitrati, delle Corti specifiche, più simili a dei tribunali internazionali. Il 16 settembre 2015 Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione europea, ha trionfalmente dichiarato: “La proposta relativa a un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti rappresenta una reale innovazione. Questo nuovo sistema sarà composto da giudici pienamente qualificati, i procedimenti saranno trasparenti e le cause saranno giudicate in base a regole chiare.</p>



<p>Il tribunale sarà inoltre soggetto al riesame di un nuovo organo d’appello. Con questo nuovo sistema tuteliamo il diritto dei governi di legiferare e garantiamo che le controversie in materia di investimenti siano risolte nel pieno rispetto dello stato di diritto” (2). Peccato che, appena ventiquattro ore dopo la proposta europea, la Camera del commercio degli Stati Uniti, controparte della Commissione nel negoziato, l’abbia respinta in termini assoluti.</p>



<p>Il fantasma degli arbitrati internazionali continua, dunque, ad aleggiare intorno al Trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea. Se si considera poi il fatto che nel TTIP viene aggirata la clausola contenuta nel GATS (Accordo generale sul commercio dei servizi), secondo cui sono esclusi da ogni processo di liberalizzazione quei servizi forniti dagli Stati nell’ambito della loro attività pubblica, si capisce come il Trattato pregiudichi la possibilità dei governi di promuovere politiche volte alla tutela del welfare o alla sostenibilità ambientale, andando a insidiare anche servizi quali la sanità, l’istruzione ecc. Perché basta restringere il concetto di&nbsp;<em>servizio pubblico</em>, non considerando tali quelli che possono essere offerti anche da soggetti terzi o per la cui erogazione è previsto un corrispettivo economico, e i giochi sono fatti.</p>



<p>Tuttavia la questione è trattata solo indirettamente dal TTIP, che la demanda al TiSA (Trade in Service Agreement), l’accordo sul commercio dei servizi reso noto ufficialmente il 10 marzo 2015, in seguito alle rivelazioni di Wikileaks del 19 giugno 2014, il cui obiettivo dichiarato è aprire al mercato il maggior numero di settori dei servizi pubblici (3).</p>



<p>Ci si potrebbe dilungare ancora molto sugli effetti che produrrebbe la firma del TTIP. Si pensi, per esempio, al principio di precauzione adottato, fino a questo momento, dall’Unione europea, che prevede di non immettere sul mercato alimenti, farmaci o altre merci di cui non si abbiano a disposizione dati scientifici conclusivi, concernenti la loro sicurezza o nocività per l’uomo e l’ambiente. Negli Stati Uniti questo non esiste, ma vige la consuetudine di ritirare prodotti dal mercato solo<em>&nbsp;dopo</em>&nbsp;che sia stata assodata la loro nocività e abbiano, dunque, già avuto modo di provocare danni. Una differenza notevole che, nel contesto del TTIP, cesserebbe di esistere in quanto, come già accennato, uno degli obiettivi principali del Trattato è l’<em>armonizzazione</em>&nbsp;(al ribasso) delle norme.</p>



<p>O ancora si potrebbero accennare gli sconvolgimenti a cui sarebbe soggetto il settore agroalimentare. Sempre il libro di Ferrero, Mazzoni e Di Sisto cita l’elenco stilato dal ministero dell’Agricoltura statunitense che individua le ‘regole’ da eliminare, secondo il punto di vista dei maggiori esportatori americani ed europei. In pratica, bisognerebbe “rendere legale il lavaggio del pollo col cloro per disinfettarlo; rendere legale l’allevamento di suini manzi e bovini ricorrendo a ormoni della crescita; rendere legale l’utilizzo di ormoni che compromettono il sistema endocrino umano per selezionare le specie; consentire la permanenza di alti residui di pesticidi dentro frutta e verdura; porre fine al bando degli Ogm; limitare i controlli sanitari e fitosanitari lungo tutta la filiera; limitare la protezione di quei prodotti legati ai territori che li producono così indissolubilmente da assumerne il nome: le cosiddette indicazioni geografiche, tra cui doc, dop e così via”.</p>



<p>Se il Trattato Transatlantico trovasse applicazione, si ultimerebbero così i piani dei teorici del neoliberismo, secondo cui l’azione dello Stato deve avvenire lungo tre assi gerarchizzati, nei quali il potere legislativo e quello esecutivo vengono subordinati al livello ‘meta legale’, che è la massima libertà delle imprese e della concorrenza. Verrebbe inoltre a crearsi un’enorme area geopolitica, estesa dal Canada al Messico e dall’Europa al Giappone, fino all’Australia, con gli Stati Uniti al centro. Gli effetti del TTIP andrebbero infatti a sommarsi a quelli degli altri due grandi trattati di libero scambio voluti dagli Usa: il TPP (Trans-Pacific Partnership), firmato nel febbraio 2016, e il NAFTA (North America Free Trade Agreement), firmato nel dicembre 1992.</p>



<p>Va poi ricordato il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), tra l’Europa e il Canada, la cui rifinitura legale è stata annunciata il 29 febbraio 2016. A questo punto ci si dovrebbe pure chiedere quali rapporti intendano mantenere gli artefici di tali manovre con i Paesi esclusi – Russia e Cina in primis – ma è già abbastanza chiaro che si tratta&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;di strategie volte a far fronte a una guerra economica sempre più aspra, sorella gemella della guerra guerreggiata (basti pensare ai campi di battaglia di Siria e Ucraina).</p>



<p>Insomma, il discorso è ampio – e ciò che finora è stato citato basta a rendere un’idea dell’enorme portata del TTIP. Com’è possibile, dunque, che la stragrande maggioranza dei cittadini europei – e in particolare quelli italiani – non l’abbia mai nemmeno sentito nominare? La risposta è semplice: basta leggere i principali quotidiani, guardare i telegiornali o ascoltare le maggiori radio per rendersi conto che nessuno ne parla. Non è certo una sorpresa, purtroppo: lo stretto rapporto tra potere economico e politico da una parte e informazione dall’altra non dovrebbe essere ormai un mistero per nessuno.</p>



<p>Si tratta di una storia antica, che risale agli albori del giornalismo nostrano. Sono numerosi i documenti che, fin dall’Unità d’Italia – e anche prima, nel contesto dei vari Regni – attestano l’esistenza di fondi segreti da destinare alla sovvenzione di quelle testate impegnate nella celebrazione e legittimazione del neonato governo. In una relazione dell’ottobre 1871 redatta dal segretario generale del ministero dell’Interno Gaspare Cavallini al ministro Lanza, si legge: “Il lavoro che mi hai affidato è compiuto colla maggiore diligenza. Tutte quante le carte dal 1862 sino al giorno d’oggi furono da me esaminate, niuna eccettuata. Risulta che tutti i Gabinetti sussidiarono, chi più, chi meno, la stampa, ma soprattutto i Gabinetti Rattazzi, Cantelli e Ferraris; […] Risulta che i Ministri Ricasoli, Chiaves, Cadorna e Lanza non rilasciavano alcun Buono in proprio capo; risulta invece che altri ne prelevarono per somme enormi; accennerò solo che nel 1862 vi sono Buoni firmati da Rattazzi per £. 209.450 e Capriolo [Vincenzo] per £. 99.310 Totale £. 308.460” (4).</p>



<p>Ma naturalmente non era solo il governo a finanziare la stampa. Già allora il controllo di aziende e banche era una pratica diffusa. Risale al marzo 1886 la fondazione a Genova del Secolo XIX, grazie alle sovvenzioni del gruppo siderurgico Ansaldo; sempre a marzo, ma del 1885, il Corriere della Sera ottenne generosi investimenti da parte dell’industriale cotoniero Benigno Crespi, a cui poi si aggiunsero quelli di Giovanni Battista Pirelli ed Ernesto De Angeli. E ancora: tra il 1888 e il 1892 la Banca Romana pagò oltre 765.000 lire a diversi giornalisti e una decina di testate, ponendo le basi per uno scandalo che coinvolse nomi allora di spicco quali Costanzo Chauvet, Giuseppe Turco e Carlo Levi. Fino ad arrivare a oggi, con le principali imprese manifatturiere e finanziarie che si spartiscono quote azionarie dei grandi quotidiani e i processi di accentramento proprietario a cui assistiamo.</p>



<p>A fronte di ciò, è impossibile non andare con la mente ai due grandi romanzi distopici di Aldous Huxley e George Orwell, nei quali il rapporto tra potere e informazione ha un’importanza centrale. Spesso&nbsp;<em>1984</em>&nbsp;è citato come metro di paragone della realtà odierna. In effetti qualche somiglianza c’è – e riguarda soprattutto, oltre a quello del controllo sociale, l’aspetto relativo alla propaganda. All’epoca – il romanzo è scritto nel 1948 – Joseph Goebbels nella Germania nazista aveva fatto scuola (una per tutte, la famosa frase: “Ripetete un bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”), ma la successiva società dei consumi ha perfezionato il marketing agendo sulle emozioni, il concetto di status symbol e i desideri indotti. Proprio per questo il parallelismo con&nbsp;<em>1984</em>&nbsp;risulta obsoleto: nel libro di Orwell la dittatura è dichiarata, il nemico ben visibile, nonostante i tentativi di manipolazione mentale della popolazione, e il regime si regge ancora, in gran parte, sulla repressione violenta dei dissidenti.</p>



<p>Pur essendo stato pubblicato sedici anni prima, è decisamente più attuale lo scenario de<em>&nbsp;Il mondo nuovo</em>&nbsp;di Huxley, in cui la società è regolata dal principio della produzione in serie (applicato anche agli esseri umani) e la popolazione sa nulla del proprio passato, se non che era caratterizzato dalla barbarie. Le persone sono soggette a ciò che nel romanzo viene chiamato&nbsp;<em>condizionamento</em>&nbsp;(termine che sostituisce&nbsp;<em>educazione</em>), che le rende gioiosamente inconsapevoli, vivono e consumano felici e assumono regolarmente una droga euforizzante, il soma. “La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù”. Questo scrive Huxley, e in questo spostamento dell’attenzione, in questa incoscienza felice sta la terribile preveggenza della sua opera.</p>



<p>Oggi il funzionamento della censura non implica necessariamente l’utilizzo di pratiche repressive (per quanto mai abbandonate e ancora adoperate all’occorrenza), ma si struttura nel non dare visibilità a questioni essenziali, saturando l’etere di inessenziali, mentre l’antipolitica e l’imbarbarimento culturale fanno il resto. Si assiste così a fenomeni grotteschi, come i dieci chilometri di coda sull’autostrada A8 il 17 aprile – giorno del referendum sulle trivelle – causati dall’inaugurazione del centro commerciale più grande d’Europa ad Arese, e alle due ore di coda che quelle stesse persone sono state disposte a fare una volta raggiunta la meta per accaparrarsi il pollo fritto di una catena di fast-food.</p>



<p>Individui che, se anche leggono i quotidiani, non hanno la più pallida idea di cosa sia il TTIP e non sanno che i membri della Commissione europea stanno facendo di tutto per giungere alla firma del Trattato entro l’autunno di quest’anno, mentre ancora gli Stati Uniti sono retti dall’amministrazione Obama; perché tutti i candidati alle presidenziali americane si sono dichiarati contrari e, anche se resta poi da vedere cosa farà realmente il vincitore della corsa una volta eletto, ciò lascia supporre un interessamento alla questione da parte dei mezzi di informazione, anche mainstream, d’oltreoceano, cosa che è mancata – e continua a mancare – in Italia.</p>



<p>Di fronte a questa situazione, è normale per chi ancora conserva un atteggiamento critico sentirsi sopraffatto. Tuttavia può essere di aiuto ricorrere al concetto greco di&nbsp;<em>parresia</em>, iniziato a circolare intorno al V secolo a.C. Secondo la definizione data da Michel Foucault, “la funzione della parresia non è dimostrare la verità a qualcun altro, ma è quella di esercitare una critica: una critica dell’interlocutore, o anche di se stesso. […] La parresia è una forma di critica verso gli altri o verso se stessi, ma sempre in una posizione in cui colui che parla o che confessa è in una condizione di inferiorità rispetto all’interlocutore. Il&nbsp;<em>parresiastes</em>&nbsp;è sempre meno potente della persona con cui sta parlando. La parresia viene dal basso, ed è diretta verso l’alto” (5).</p>



<p>Nonostante la mancanza di trasparenza e le attuali forme di censura praticate dall’informazione ufficiale, in Europa è riuscito a svilupparsi un ampio movimento&nbsp;<em>Stop TTIP</em>, e il 7 maggio scorso si è tenuta a Roma una manifestazione di protesta che ha portato in piazza 30.000 persone provenienti da tutta Italia. Inoltre, la Francia si è già dichiarata contraria alla firma del Trattato, ed è del 2 maggio la notizia che Greenpeace Olanda ha pubblicato online il testo di consolidamento del TTIP, che inquadra la situazione dei lavori ad aprile – 248 pagine in linguaggio legale, tecnicamente complesso, più una nota interna dell’Unione europea (6).</p>



<p>Finché resteranno gruppi di persone consapevoli e decise a porsi in maniera conflittuale rispetto al potere, la parresia sarà sempre possibile – e con essa, forse, il cambiamento.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Per tutte le informazioni inerenti al TTIP, rimando al saggio di Paolo Ferrero, Elena Mazzoni e Monica Di Sisto,<em>&nbsp;TTIP. L’accordo di libero scambio transatlantico. Quando lo conosci lo eviti</em>, Derive Approdi, 2016, nonché al sito web del movimento Stop TTIP Italia&nbsp;<a href="https://stop-ttip-italia.net%20e%20a%20quello%20della%20Commissione%20europea%20http//ec.europa.eu/index_it.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://stop-ttip-italia.net e a quello della Commissione europea http://ec.europa.eu/index_it.htm</a><br>2) Commissione europea, Comunicato stampa “La Commissione propone un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti per il TTIP e altri negoziati commerciali e d’investimento dell’Ue”, 16 settembre 2015<br>3) Cfr. S. Maurizi,<em>&nbsp;WikiLeaks: ecco l’accordo segreto per il liberismo selvaggio</em>, L’Espresso, 19 giugno 2014. Il negoziato è ancora un corso e riguarda Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea, Costa Rica, Giappone, Hong Kong (Cina), Islanda, Israele, Liechtenstein, Mauritius, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Perù, Stati Uniti, Svizzera, Taiwan, Turchia e Unione europea<br>4) Mauro Forno,<em>&nbsp;Informazione e potere. Storie del giornalismo italiano</em>, Laterza<br>5) Michel Foucault,&nbsp;<em>Discorso e verità nella Grecia antica</em>, Donzelli<br>6)&nbsp;<a href="https://www.ttip-leaks.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ttip-leaks.org/</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Globalizzazione, capitale, lavoro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/globalizzazione-capitale-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2014 09:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[trattati libero scambio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1803</guid>

					<description><![CDATA[Gli accordi del Wto, il Trattato di libero scambio Usa-Europa, il patto tra Paesi avanzati ed emergenti, la crisi globale, l’attacco al mondo del lavoro: e l’Italia che fa?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-36-febbraio-marzo-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 36, febbraio &#8211; marzo 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gli accordi del Wto, il Trattato di libero scambio Usa-Europa, il patto tra Paesi avanzati ed emergenti, la crisi globale, l’attacco al mondo del lavoro: e l’Italia che fa?</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse"><em>“Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è dunque il libero scambio? È la libertà del capitale. Quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che raffrenano ancora la marcia del capitale, non avrete fatto che dare via libera alla sua attività. […] Il risultato sarà che l’opposizione fra le due classi [capitalisti e lavoratori salariati, n.d.a.] si delineerà più nettamente ancora. […] Signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. È la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore.”</em><br>Karl Marx,&nbsp;<em>Discorso sulla questione del libero scambio</em>, pronunciato il 9 gennaio 1848 all’Associazione democratica di Bruxelles.</pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Ci sono parole che fanno la loro comparsa nei ristretti circoli economici, migrano nei discorsi politici e vengono infine proposte e riproposte dai mass media fino a farle diventare parte del lessico comune dei cittadini; ma ogni passaggio le semplifica, le riveste con l’abito adatto allo scopo e all’occasione. Così, i primi utilizzatori sono e restano ben consapevoli del loro nudo significato, gli ultimi ne hanno appena una vaga idea. E quando il tempo sbiadisce i lustrini e lacera il vestito, quando presenta il conto, gli ultimi si ritrovano a non capire per cosa pagano. Ed è ben difficile contestare il risultato di una somma quando non si è in grado di fare le addizioni.</p>



<p>Che cos’è la ‘globalizzazione’? Cala sull’immaginario collettivo, colonizzandolo, negli anni Novanta, presentata come un processo positivo: il crollo dell’Urss, la fine della guerra fredda, il mondo che progressivamente si unisce; informazione globale, diritti globali, democrazia e sviluppo economico per tutte le popolazioni del pianeta; un fenomeno&nbsp;<em>naturale</em>, spinto da un duplice progresso dell’umanità, tecnologico e ideale.</p>



<p>Il Movimento no-global, per quanto tutt’altro che omogeneo dal punto di vista politico, è l’unica realtà che si oppone alla nuova ideologia: compare a Seattle, nel 1999, e contesta la terza conferenza della World trade organization (Wto). La protesta ha una forte eco mediatica, e il Movimento cresce. Nel 2001 si presenta al Forum economico mondiale di Davos, al Global forum di Napoli ed esplode al G8 di Genova, dove la violenza della repressione istituzionale – che già nelle precedenti occasioni si era ben espressa – tocca il suo apice: pestaggi per le strade, un morto, Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz e le violenze alla caserma Bolzaneto.</p>



<p>Due mesi dopo, l’11 settembre 2001, inizia una nuova era: “Se l’anticomunismo vi era piaciuto, l’anti-islamismo vi entusiasmerà!”, scrive Ignacio Ramonet nel numero di ottobre di&nbsp;<em>Le monde diplomatique</em>, in una straordinaria sintesi. Le proteste no-global proseguono negli anni – per quanto ridimensionate, la ‘lezione’ di Genova ha raggiunto il suo scopo e solo lo zoccolo duro del Movimento è disposto a scendere ancora in piazza nella certezza di prendere ogni volta bastonate – ma l’informazione ufficiale, quella che fa da cassa di risonanza al potere politico ed economico e crea, indirizza e manipola l’opinione pubblica, vi dedica al massimo qualche riga nelle pagine interne, mentre si prepara a seguire la guerra in Afghanistan, quella in Iraq e si specializza nello ‘scontro di civiltà’; i cittadini occidentali tremano di fronte al nuovo nemico, il ‘terrorista’ islamico, e la globalizzazione non è più oggetto di discussione.</p>



<p>Ed è così che oggi, davanti al conto da pagare, i vari&nbsp;<em>indignados</em>, disoccupati, precari, cassaintegrati, pensionati e piccoli imprenditori ingrossano le fila di proteste vuote (“Tutti a casa!”) incapaci di comprendere, e dunque di produrre un pensiero in grado di scardinare, i meccanismi economici che li stanno sempre più impoverendo e sfruttando.</p>



<p>Il processo di globalizzazione non ha alcunché di ‘naturale’. O meglio: è naturale per il sistema produttivo capitalistico, nella sua attuale espressione neoliberista. Sinteticamente, il profitto matura nella fase di produzione, nella dinamica di sfruttamento del lavoro – è la quota di lavoro non pagato che il capitalista incorpora – ma si realizza solo nella fase di vendita della merce; ne consegue che il Capitale necessita di un miglioramento continuo di ‘produttività’ per reggere la competizione della concorrenza e di un mercato in grado di assorbire le merci prodotte. Al primo bisogno risponde con la tecnologia e cercando di diminuire il costo del lavoro, ma l’azione innesca la contraddizione tipica del capitalismo: da una parte, l’aumento proporzionale del capitale fisso (macchinari, tecnologia ecc.) sul capitale variabile (lavoro) diminuisce il saggio di profitto, dall’altra si traduce in disoccupazione e perdita della capacità di acquisto del lavoratore, con conseguente calo dei consumi e dunque restrizione del mercato; e, non ultimo, conflitto sociale. Ma se il Capitale è messo nella condizione di liberamente circolare, potrà spostare la produzione nei Paesi a basso costo del lavoro – mantenendo così inalterato il meccanismo di estorsione di pluslavoro – e se le merci sono soggette a minimi o del tutto assenti dazi doganali, potranno essere vendute a prezzi competitivi nei mercati esteri.</p>



<p>Senonché la contraddizione è ontologica al sistema capitalistico, sia esso confinato dentro barriere nazionali o libero di scorrazzare per il pianeta; e difatti si ripresenta in crisi cicliche, e non fa eccezione l’attuale fase di globalizzazione, caratterizzata dalla libera circolazione dei capitali – sancita, per quanto riguarda l’Unione europea, dal Trattato di Maastricht del 1992, che l’ha definita “principio assoluto” sia tra gli Stati membri che tra questi e i Paesi terzi – e dalla libera circolazione delle merci, aspetto di cui si è fatto carico il Wto.</p>



<p>Nato nel 1995, secondo i dati (risalenti al marzo 2013) presenti sul sito dell’organizzazione, vi aderiscono 159 Paesi che rappresentano circa il 95% del commercio mondiale; l’adesione porta con sé l’obbligo, pena sanzioni e misure ritorsive, al rispetto delle normative emesse dal Wto stesso, accordi economici che disegnano il mercato globale e dunque il rapporto tra Stati e tra Stati e Capitale privato; tra i trattati fondativi, il GATT, il GATS, il TRIPS e il TRIMS.</p>



<p>Il GATT, General Agreement on Tariffs and Trade, regola le tariffe doganali e il commercio delle merci; il GATS, General Agreement on Trade in Services, regolamenta ben 160 settori di servizi, dalla comunicazione alla finanza, dall’ambiente alla cultura, dalla distribuzione (di acqua, elettricità, gas ecc.) al trasporto, dal turismo all’istruzione alla sanità ai servizi sociali. In pratica, i due trattati mirano ad abolire ogni barriera nazionale – e dunque ogni controllo della politica sull’economia – e a rendere il pianeta una immensa prateria del Far West, dove vige unicamente la legge del libero mercato; non solo delle merci ma anche dei servizi, compresi quelli che fino a oggi, nella vecchia Europa, hanno fatto parte del welfare.</p>



<p>Sui due accordi commerciali si innestano il TRIPS, Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, che protegge la proprietà intellettuale, ossia i diritti di brevetto sulla ricerca, la tecnologia, i marchi di fabbrica ecc. e le relative royalties di utilizzo – e quindi preserva i profitti del Capitale legati al loro uso – e il TRIMS, Trade Related Investment Measures, che espressamente proibisce ai governi nazionali di attuare quegli strumenti di politica economica con cui, nel passato, regolavano e proteggevano la propria economia, ossia il Capitale nazionale e, di conseguenza, il mercato degli investimenti, della produzione e dei salari: leggi relative a criteri occupazionali, all’azionariato, al trasferimento tecnologico, alle esportazioni di profitti ecc.</p>



<p>È questa l’impalcatura su cui è stata costruita la globalizzazione, che si regge su un ‘patto’ tra il grande Capitale dei Paesi avanzati e quello dei Paesi emergenti: il primo delocalizza la produzione nei confini del secondo, avvantaggiandosi del basso costo del lavoro locale – favorito dal GATS e ben protetto dal TRIPS e dal TRIMS – il secondo esporta le proprie merci, materie prime e semplici manufatti, in casa del primo – agevolato dal GATT e anch’esso avvantaggiato dallo stesso basso costo del lavoro. Un equilibrio solo apparente, talmente precario che ha impiegato appena un decennio a entrare in crisi sistemica.</p>



<p>I Paesi emergenti hanno infatti registrato un aumento del Pil generato dalle esportazioni, che non si è tradotto tuttavia né in migliori condizioni di vita per la popolazione né in sviluppo industriale autonomo (nonostante il Capitale locale abbia comunque incassato i propri profitti): le condizioni di lavoro sono rimaste al limite dello schiavismo, i salari da fame – non è cresciuto infatti il mercato interno ma solo quello estero – la proprietà intellettuale ha tutelato le tecnologie delle multinazionali e i profitti generati nel Paese dal Capitale straniero, tramite la delocalizzazione, sono stati rigorosamente reimportati in patria e non, seppure parzialmente, lasciati in loco, per mezzo di una tassazione (i Paesi emergenti, per attirare il Capitale straniero, hanno infatti creato le cosiddette free zone, o EPZ,&nbsp;<em>Export Processing Zone</em>, aree geografiche che rappresentano zone franche sia da leggi nazionali amministrative e strutturali che da imposizione fiscale, con l’esenzione delle imposte che può arrivare fino a dieci anni [1]).</p>



<p>Sull’altro lato, gli Stati a capitalismo avanzato hanno visto fallire le proprie industrie locali, incapaci di reggere la concorrenza con le merci estere a basso prezzo; le multinazionali hanno delocalizzato, chiudendo gli stabilimenti; è seguita disoccupazione e rallentamento dei consumi; il mercato non è stato più in grado di assorbire né le merci prodotte dalle multinazionali né quelle a basso prezzo importate dai Paesi emergenti.<br>Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: recessione nei Paesi industrializzati, progressivo e ineludibile rallentamento nelle economie emergenti, dovuto al calo delle esportazioni. In altre parole, crisi globale.</p>



<p>Una crisi che in realtà ha mostrato la corda ben prima di ora, ma che gli Stati Uniti, il primo Paese ad aver conosciuto la delocalizzazione produttiva e il primo mercato di consumo mondiale, sono riusciti a contenere per qualche anno, inventandosi un’economia basata sul debito: al calo, quantitativo e qualitativo, dei redditi da lavoro, e dunque della capacità di acquisto dei cittadini, gli Usa hanno risposto favorendo l’accesso a mutui, a prestiti personali per ogni esigenza, a carte di credito a rate ecc. Ossia creando la deregulation finanziaria, che frammentando e impacchettando i prestiti ad alto rischio in prodotti finanziari da vendere sul mercato – i famigerati ‘derivati’ ad alto rendimento di cui la finanza speculativa non era (e non è tuttora) mai sazia – ha distribuito il rischio su più operatori. Senza la deregulation, l’economia del debito non avrebbe avuto quell’ossigeno necessario a respirare. Una deregulation disegnata dal potere politico, attraverso l’approvazione di precise leggi.</p>



<p>Per sommi capi, questi i principali passaggi: nel 1999 (presidenza Clinton) viene abolito il Glass-Steagall Act del 1933, che sull’onda della crisi del ‘29 aveva separato le banche commerciali da quelle di investimento: una liberalizzazione che favorisce lo sviluppo di intermediari non bancari – fondi pensione, monetari, obbligazionari, fornitori di mutui, hedge funds ecc. – autorizzati a operare senza dover sottostare ai controlli delle autorità di vigilanza; nel 2000 (presidenza Clinton) il Senato approva il Commodity Futures Modernization Act, che deregolamenta il mercato dei derivati, rendendolo di fatto una nebulosa in cui è impossibile far luce; nel 2002 George Bush vara un ‘piano casa’, che promuove la concessione di mutui indipendentemente dal reddito, mentre la Fed avvia una politica di tassi di interesse al minimo e inonda il mercato di liquidità. Nasce la bolla dei subprime, che esplode nel 2007.</p>



<p>La finanza, dunque, dell’attuale crisi economica è fattore scatenante e non causa, della globalizzazione è strumento e non fine. Uno strumento per di più duttile, perché non si limita a supportare il Capitale produttivo, favorendo l’assorbimento (a debito) delle merci nel mercato di vendita – azione, tra l’altro, che oggi non riesce più a svolgere, data la crisi del sistema bancario conseguente all’esplosione della bolla finanziaria – ma attraverso la speculazione sui titoli di Stato agisce anche come mezzo di pressione sui governi recalcitranti a ‘riformare’ la struttura Paese sui bisogni del Capitale privato globalizzato – riforme del lavoro, privatizzazione dello stato sociale, vendita del patrimonio pubblico e dei monopoli di servizi.<br>Come un gioco dell’oca, sempre alla casella di partenza si torna, insomma: è il capitalismo il problema. Ma grazie alla sovrastruttura politica, che disegna e modifica le regole a sua necessità, ha una capacità di rispondere alle crisi praticamente illimitata.</p>



<p>Stati Uniti ed Europa si preparano a firmare un trattato di libero scambio, il Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), al cui confronto gli accordi del Wto sembrano compitini da educande. Sul fronte italiano, Enrico Letta se ne dice entusiasta. “Sono contento che lunedì sia stato ratificato il TTIP, per arrivare alla creazione di un mercato comune euroatlantico. Noi lavoriamo assolutamente con impegno su questo tema” afferma nel giugno scorso, dopo aver dato il via, in sede di Commissione europea, all’apertura dei negoziati.</p>



<p>Nell’oggetto, il trattato è simile agli accordi Wto: libera circolazione di merci, servizi e capitali. Ciò che lo differenzia, e che lo rende un ulteriore passo avanti sulla strada del capitalismo globalizzato, è la clausola che riconosce alle imprese private la possibilità di denunciare uno Stato nel caso in cui la sua politica intacchi i diritti del libero mercato – contenzioso che si apre davanti a Corti speciali, extra-giudiziarie, composte da tre persone (in genere avvocati d’affari) e regolate dalla Banca mondiale.</p>



<p>Una novità, in quanto le cause commerciali aperte in seno al Wto sono tra Paesi e non tra impresa e Paese; ma è possibile già oggi sapere quali saranno le implicazioni pratiche di una simile clausola, poiché essa è presente nel North American Free Trade Agreement (NAFTA), accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, entrato in vigore nel 1994, e nel Central America Free Trade Agreement (CAFTA), sottoscritto nel 2006 tra gli Stati Uniti e i Paesi dell’America centrale. Alcuni esempi.</p>



<p>Nel 2009 AbitibiBowater Inc., una multinazionale statunitense nel settore della carta, denuncia il Canada al tribunale del Nafta per espropriazione illegale: chiede 467 milioni di dollari. L’impresa aveva chiuso una cartiera licenziando 800 lavoratori, e il governo della provincia canadese aveva sequestrato le attrezzature produttive e confiscato i diritti d’uso del legname e dell’acqua, sostenendo che questi ultimi erano subordinati al mantenimento in esercizio della cartiera stessa, come indicato nel contratto di concessione. Nell’agosto 2010 il Canada decide di patteggiare anziché continuare nella contesa, e paga 130 milioni di dollari alla multinazionale (2).</p>



<p>Nel 2007 la TCW Group, una società di investimenti statunitense, azionista, insieme allo Stato, di una delle tre società di distribuzione di energia elettrica della Repubblica Dominicana, denuncia il Paese per violazione del trattato, chiedendo 606 milioni di dollari: il governo è riluttante ad alzare le tariffe elettriche e non predispone sovvenzioni per le fasce disagiate della popolazione, azione che potrebbe ridurre il danno dovuto al costante furto di energia elettrica. Nel frattempo, la multinazionale francese Société Générale (SG), che possiede la TCW, presenta un reclamo parallelo alla France-Dominican Republic Bilateral Investment Treaty, organismo di arbitrato internazionale collegato al Trattato bilaterale per gli investimenti sottoscritto tra i due Paesi. Quest’ultimo si pronuncia a favore di SG. Nel giugno 2008 la Repubblica Dominicana decide di chiudere il contenzioso, ed evitare altre spese legali, pagando 26 milioni di dollari (3).</p>



<p>Nel 1997 il Guatemala privatizza la propria linea ferroviaria e la dà in concessione per cinquant’anni alla Railroad Development Corporation (RDC), società statunitense, che in cambio ne assicura il totale ripristino con un progetto che prevede cinque fasi. Nei primi dieci anni, RDC completa solo il primo step e nel 2006 il governo del Paese, insoddisfatto per la lentezza dei lavori, dichiara l’accordo “lesivo degli interessi dello Stato”, affermazione che corrisponde, nella legislazione guatemalteca, al primo passo per l’apertura della pratica davanti al tribunale amministrativo e avviare la revoca del contratto. RDC risponde denunciando il Guatemala al NAFTA e chiedendo 64 milioni di danni, la gran parte per “presunta perdita di profitti futuri attesi”. Nel 2012 i tre giudici della Banca mondiale accolgono il ricorso in modo parziale: da una parte negano fondamento alle accuse di esproprio lanciate dalla multinazionale, dall’altra ritengono la definizione “lesivo degli interessi dello Stato” un’azione di politica economica (quale orrore), non rispettosa del libero mercato e pregiudizievole nei confronti di un investitore straniero, e dunque condannano il Guatemala a pagare 18 milioni di dollari alla multinazionale (4).</p>



<p>Occorre chiedersi dove si situa l’Italia in tutto questo. È chiaro che la firma del TTIP si va a inserire in una situazione economica e sociale già drammatica. Che il Capitale nostrano non fosse in grado di reggere la globalizzazione, si sapeva: straccione e feudale, si è sempre retto sugli aiuti di Stato, sulla collusione con la politica (leggi tangenti) e sulle misure protezionistiche; un tridente che gli ha permesso di evitare gli investimenti e di trasformare i profitti in fondi neri personali; come conseguenza, è divenuto una ‘specie debole’ incapace di sopravvivere in un mercato dove vige la spietata concorrenza. La perdita della sovranità monetaria, con l’ingresso nell’euro, e il relativo venir meno dei giochetti di svalutazione della lira e di espansione del debito pubblico, hanno amplificato il tracollo fino alla recessione.</p>



<p>Confindustria ne è ben consapevole, al punto di invocare una “terapia d’urto” nel suo “Progetto per l’Italia: crescere si può, si deve”, presentato il 23 gennaio 2013 – un mese prima delle elezioni politiche – e rivolto “a chi si candida alla guida del Paese”. “Il perno del rilancio è la logica industriale centrata sul manifatturiero” afferma l’associazione del Capitale italiano, chiedendo “politiche che aumentino subito la competitività delle esportazioni” e promuovano “l’innovazione, l’internazionalizzazione e l’attrattività degli investimenti esteri”. Per raggiungere gli obiettivi occorre: privatizzare buona parte del patrimonio pubblico, abbassare la tassazione sulle imprese, “ridurre il perimetro pubblico e proseguire il processo di liberalizzazione, […] aprire i mercati con l’inserimento in Costituzione del principio della concorrenza”. Centrale, e non poteva essere diversamente, è la riforma del mercato del lavoro: aumento di 40 ore lavorative l’anno, una maggiore flessibilità in entrata, riduzione del costo del lavoro dell’8% in tre anni, trasferimento alla contrattazione&nbsp;<em>privata</em>&nbsp;di materie e normative oggi regolamentate in maniera prevalente o esclusiva da leggi nazionali.</p>



<p>Un progetto che sembra mirare a posizionare l’Italia più tra i Paesi emergenti che tra quelli avanzati. Perché se è indubbio che la globalizzazione porti al livellamento verso il basso delle condizioni lavorative – sia in termini di salario che di diritti – di&nbsp;<em>tutti</em>&nbsp;i lavoratori, del nord del sud dell’est e dell’ovest del pianeta – come si è ormai reso conto anche chi non è in grado di fare la somma che ha portato a questo risultato – è altrettanto vero che puntare sull’esportazione – e non sul consumo interno – e soprattutto voler rendere appetibile l’Italia agli investimenti stranieri, anche liberalizzando (leggi privatizzando) il “perimetro pubblico”, significa dissodare il terreno affinché le multinazionali possano piantare radici; perché anche con un basso costo del lavoro e con la diminuzione della tassazione sulle imprese, per diventare competitivo in un libero mercato il grande Capitale italiano dovrebbe investire, e questo significa intaccare i fondi neri personali accumulati negli anni; una logica che decisamente non gli appartiene.</p>



<p>“[Il sistema del libero scambio] dissolve le antiche nazionalità e spinge all’estremo l’antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio”. Così concluse Marx il proprio intervento a Bruxelles nel 1848. Oggi non ci si può aggrappare nemmeno più a questa visione. Non perché la globalizzazione non spinga all’estremo l’antagonismo tra Capitale e lavoro – su questo Marx, come sull’analisi del sistema capitalistico, delle sue dinamiche e contraddizioni, aveva ragione – ma perché non esiste più, nella società, un pensiero rivoluzionario in grado di combattere il capitalismo con la sua globalizzazione. In altre parole, un pensiero di sinistra.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) A titolo di esempio, per avere un’idea di cosa sia una EPZ, e che realtà produttiva e sociale crei, segnaliamo il sito della Autorità EPZ del Bangladesh; è in una di quelle aree che nell’aprile scorso è crollato un edificio fatiscente, il Rana Plaza, sede di diverse fabbriche di produzione delocalizzata di abbigliamento, provocando la morte di più di 1.000 lavoratori.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.epzbangladesh.org.bd/index.php" target="_blank">http://www.epzbangladesh.org.bd/index.php</a></p>



<p class="has-small-font-size">(2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.international.gc.ca/trade-agreements-accords-commerciaux/topics-domaines/disp-diff/AbitibiBowater.aspx?lang=eng" target="_blank">http://www.international.gc.ca/trade-agreements-accords-commerciaux/topics-domaines/disp-diff/AbitibiBowa ter.aspx?lang=eng</a></p>



<p class="has-small-font-size">(3) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.pca-cpa.org/showpage.asp?pag_id=1310" target="_blank">http://www.pca-cpa.org/showpage.asp?pag_id=1310</a></p>



<p class="has-small-font-size">(4) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.italaw.com/cases/documents/1486" target="_blank">&nbsp;http://www.italaw.com/cases/documents/1486</a></p>
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