<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>ucraina &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<atom:link href="https://rivistapaginauno.it/tag/ucraina/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 21 Aug 2024 16:21:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/12/favicon.ico</url>
	<title>ucraina &#8211; Rivista Paginauno</title>
	<link>https://rivistapaginauno.it</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Ukraine Support Traker. Quali Paesi aiutano l’Ucraina e come?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ukraine-support-traker-quali-paesi-aiutano-lucraina-e-come-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6878</guid>

					<description><![CDATA[Nel rapporto del Kiel Institute, i numeri di un anno di aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dettagliati per Paese e tipologia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Kiel Institute for the World Economy *</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel rapporto del Kiel Institute, i numeri di un anno di aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dettagliati per Paese e tipologia</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il Giappone e i Paesi scandinavi, in particolare, si sono impegnati a fornire ulteriore sostegno all’Ucraina all’inizio del 2023. È questo è il risultato dell’ultima analisi dei dati dell’Ukraine Support Tracker, che ora copre i primi dodici mesi dall’avvio del conflitto. Nel complesso, i nuovi impegni all’inizio dell’anno sono stati relativamente modesti.</p>



<p>Rispetto al dicembre 2022, si registra un calo degli importi dei nuovi aiuti promessi all’Ucraina. Nel nuovo periodo di riferimento, dal 16 gennaio al 24 febbraio 2023, sono stati impegnati 12,96 miliardi di euro, in gran parte provenienti da pochi donatori.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="462" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina.jpg" alt="" class="wp-image-8187" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Kiel Institute for the World Economy</figcaption></figure>
</div>


<p>I più importanti sono i Paesi scandinavi, con Norvegia (1,11 miliardi di euro, con un aumento del 90%), Svezia (0,33 miliardi di euro, +41%), Danimarca (0,24 miliardi di euro, +33%) e Finlandia (0,56 miliardi di euro, +165%) particolarmente generosi. Tra gli altri Paesi spiccano il Giappone, che si è impegnato a fornire nuovi e significativi aiuti finanziari per 5,1 miliardi di euro sotto forma di prestiti, e i Paesi Bassi con 2,5 miliardi di euro, destinati tra l’altro a un nuovo sistema Patriot.</p>



<p>Una nuova tendenza è l’adozione di orizzonti di pianificazione più lunghi. In precedenza, gli impegni di aiuto erano a breve termine e difficili da prevedere; solo gli Stati Uniti si vincolavano per un intero esercizio finanziario. Ora, altri Stati come il Regno Unito e i Paesi Bassi stanno seguendo questo modello, promettendo di fornire nel 2023 lo stesso ammontare di aiuti del 2022. La Norvegia ha persino annunciato un programma pluriennale di sostegno all’Ucraina con aiuti finanziari e militari per un valore di circa 7 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="462" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2.jpg" alt="" class="wp-image-8188" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Kiel Institute for the World Economy</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Informazioni sull’Ukraine Support Tracker</h4>



<p>L’Ukraine Support Tracker elenca e quantifica gli aiuti militari, finanziari e umanitari promessi all’Ucraina dal 24 gennaio 2022 (attualmente fino al 24 febbraio 2023). Copre 40 Paesi, in particolare gli Stati membri dell’Ue, altri membri del G7, nonché Australia, Corea del Sud, Turchia, Norvegia, Nuova Zelanda, Svizzera, Cina, Taiwan e India. Inoltre, le istituzioni dell’Ue sono incluse come donatore separato. Il tracker elenca gli impegni tra governi; le donazioni private o quelle di organizzazioni internazionali come FMI non sono incluse nel database principale. I flussi diretti verso altri Paesi, come per esempio la Moldavia, non sono inclusi.</p>



<p>Per quanto riguarda le fonti, il database combina fonti governative ufficiali con informazioni provenienti dai media internazionali. Gli aiuti in natura, come forniture mediche, cibo o attrezzature militari, sono quantificati sulla base dei prezzi di mercato o di informazioni relative a crisi precedenti che hanno comportato aiuti governativi. In caso di dubbio, vengono utilizzati i limiti superiori dei prezzi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto (tradotto) del comunicato stampa del 4 aprile 2023, sull’aggiornamento dei dati dell’Ukraine Support Tracker, Kiel Institute for the World Economy</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Linee imperialiste nella guerra d’Ucraina</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/linee-imperialiste-nella-guerra-ducraina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[nato]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6653</guid>

					<description><![CDATA[Brzezinski e Kissinger sull’Ucraina. A partire da La grande scacchiera, due politiche estere a confronto nella gestione degli interessi vitali delle potenze: Stati Uniti, Russia e Cina]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Guido La Barbera*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-80-dicembre-2022-gennaio-2023/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 80, dicembre 2022 – gennaio 2023</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Brzezinski e Kissinger sull’Ucraina. A partire da <em>La grande scacchiera</em>, due politiche estere a confronto nella gestione degli <em>interessi vitali</em> delle potenze: Stati Uniti, Russia e Cina</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ma, Zbig, quante volte puoi mettere uno stecco nell’occhio alla Russia, senza che reagisca? Noi abbiamo preso l’abitudine, negli anni della debolezza russa sotto Eltsin, di mettergli le dita negli occhi un sacco di volte, facendola franca. Non sta finendo quel periodo? Non dobbiamo prenderli sul serio quando dicono «Questo è fondamentalmente contrario ai nostri interessi e resisteremo»?”</p>



<p>Così David Ignatius del Washington Post, terza voce in <em>America and the World</em> del 2008, libro intervista con Zbigniew Brzezinski e Brent Scowcroft, il primo consigliere per la sicurezza nazionale per Jimmy Carter, il secondo per George Bush e Gerald Ford, nonché consigliere militare di Richard Nixon. Da quella dialettica tra due decani della politica estera dell’imperialismo americano emergevano con nettezza due linee nei confronti dell’imperialismo russo e delle sue ambizioni a riprendere il controllo, nel “vicino estero”, dello storico dominio dell’impero zarista.</p>



<p>Brzezinski risolutamente a favore dell’inclusione dell’Ucraina nella NATO.</p>



<p>Scowcroft contrario, sulla falsariga delle obiezioni che erano anche di Henry Kissinger: i legami storici e identitari della Rus’ di Kiev col potere moscovita; la divisione dell’Ucraina tra un Ovest filo-occidentale e un Est russificato.</p>



<p>L’imperialismo europeo vi compariva solo sullo sfondo: Scowcroft a ricordare la contrarietà europea a un’azione così intrusiva nei confronti della Russia e a lamentare la confusa sovrapposizione tra l’ambito della Ue e quello della NATO; Brzezinski a impugnare il fatto che sulla questione ucraina gli europei erano “divisi”.</p>



<p>La linea Brzezinski aveva un lungo tracciato alle sue spalle. Il libro <em>La</em><em> grande scacchiera</em>, del 1997, è il suo intervento più significativo negli anni Novanta; vi traspare l’intento d’influenzare la politica americana nel secondo mandato di Bill Clinton. Alla luce di quel testo, si può considerare Brzezinski come uno dei principali teorizzatori del <em>momento unipolare </em>dell’imperialismo americano, tesi trionfalista in voga negli anni Novanta in seguito al crollo dell’URSS nella <em>cesura strategica </em>del 1989-91.</p>



<p>Thierry de Montbrial, nell’annuario <em>Ranises 2023 </em>dell’IFRI, sostiene che <em>La grande scacchiera</em> ebbe un’influenza “immensa”. Vede inverata la linea Brzezinski negli orientamenti dell’amministrazione Biden e nella risultante della guerra d’Ucraina, là dove l’ex consigliere di Carter riprendeva l’impianto geopolitico di Halford Mackinder combinato con <em>l’ec</em><em>cezionalismo americano. </em>Gli Stati Uniti avrebbero confermato il ruolo di unica superpotenza e di <em>impero universale </em>basato sui valori di libertà, democrazia e progresso economico se avessero giocato sulla “scacchiera” del continente eurasiatico, impedendo che vi si affermassero una potenza o una coalizione egemone ostili. In quella visione, riassumiamo noi, nella falsa coscienza che identificava gli interessi americani con lo sviluppo globale nella democratizzazione – oggi si direbbe con <em>l’ordine liberale – </em>si trattava di <em>tenere gli avversari divisi per tenere il mondo unito, </em>appunto attorno ai valori che rivestivano l’egemonia americana.</p>



<p>In quel contesto, Brzezinski prospettava l’estensione della NATO e dell’Unione Europea verso Est, sino a contemplare l’inclusione dell’Ucraina; una Ue però “euroatlantica”, legata organicamente agli Stati Uniti e comunque, almeno nel tempo prevedibile di una generazione, limitata a un livello d’integrazione non in grado di impensierire Washington. La saldatura dell’Ucraina all’Occidente era la carta per condizionare Mosca. Senza l’Ucraina, la Russia non sarebbe stata più “un impero” e non avrebbe potuto isolare sotto il suo dominio le repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale. Attraverso l’Ucraina incardinata in un “Occidente allargato” o “grande Occidente”, Mosca sarebbe stata indotta ad agganciarsi al processo di democratizzazione occidentale.</p>



<p>Brzezinski alla superficie era critico con la storica ambivalenza americana nei confronti dell’integrazione politica europea; sosteneva che essa andava semmai sviluppata con un ruolo attivo degli Stati Uniti, riorganizzando la NATO su <em>due pilastri </em>dell’Alleanza Atlantica. Va trattenuto però che <em>La grande scacchiera</em> prospettava più <em>un’integrazione </em>transatlantica che una <em>reciprocità, </em>e comunque faceva intravedere un processo che avrebbe richiesto più di una generazione, <em>mentre sarebbe proseguito l’allargamento</em><em> a Est.</em></p>



<p>In questo senso era concepita e incoraggiata la relazione tra Unione Europea e Russia. Per un verso era una Ue incardinata nella relazione atlantica, per cui ogni sua espansione – in sostanza accompagnata o preceduta dall’allargamento della NATO – sarebbe stata un’espansione dell’influenza americana. Per l’altro verso, la Russia sarebbe stata depotenziata dall’adesione dell’Ucraina alla Ue e alla NATO, dunque ricondotta a un ruolo regionale, e non paritario, nella confluenza col <em>grande Occidente </em>allargato. In questo senso, allora, l’alleanza tra Europa e Russia non sarebbe stata la minaccia di una coalizione ostile in grado di controllare l’<em>heartland – </em>il <em>cuore continentale </em>dell’“isola mondiale” nell’immaginario geopolitico di Mackinder – ma l’esercizio della bilancia americana sullo scacchiere eurasiatico, a equilibrare la Cina sul fronte orientale dell’Eurasia.</p>



<p>Nel testo <em>La grande scacchiera </em>Brzezinski analizza le prospettive per la Russia valutando tre diverse “scuole di pensiero”, che considera tutte non confacenti ai reali rapporti di forza in cui si trovava Mosca: “La prima assegna una priorità a una ‘cooperazione strategica’ ormai matura con l’America, che per alcuni dei suoi sostenitori sta a significare di fatto un condominio mondiale; la seconda mette l’accento sull’importanza centrale dei ‘Paesi limitrofi’ [il vicino estero] della Russia, con alcuni che auspicano un’integrazione economica centrata su Mosca e altri che mirano al ripristino di un controllo imperiale, volto a rafforzare una potenza in grado di tener testa all’America e all’Europa; la terza punta a una controalleanza di una coalizione euroasiatica intesa a ridurre il predominio americano su questo continente”.</p>



<p>Secondo Brzezinski, la prima corrente era prevalente all’inizio degli anni Novanta, attorno alla filiera occidentalista dei primi governi della presidenza Eltsin; gli altri due orientamenti sono emersi subito dopo. Tutte e tre le tendenze si sono mostrate però “storicamente inadeguate”, perché basate “su una concezione alquanto fantasmagorica della potenza effettiva, così come delle prospettive e degli interessi internazionali della Russia”.</p>



<p>Seguiamo il filo della ricognizione di Brzezinski. A suo avviso, il retropensiero della prima corrente, pur occidentalista, era il miraggio di una nuova Yalta e il convincimento che sarebbe stata riconosciuta alla Russia una “parità con l’America”; “implicita in questa illusione l’idea che l’Europa centrale sarebbe rimasta, volente o nolente, una regione di fatto politicamente vicina alla Russia”. Lo scioglimento del Patto di Varsavia e del Comecon non avrebbe comportato una gravitazione dei loro ex aderenti verso la NATO o anche verso la Ue.</p>



<p>Brzezinski qui è critico con l’amministrazione Clinton, per aver incoraggiato queste correnti ed essere rimasta nell’ambiguità sullo status dell’Europa dell’Est. Nel libro sul processo di estensione della NATO di Mary E. Sarotte <em>Not one inch</em> (<em>Non un</em><em> solo pollice</em>) – che inspiegabilmente non cita <em>La grande scacchiera</em> – si richiama una polemica del 1993, dove Brzezinski critica la formula ibrida della “Partnership for peace” offerta all’Est e sostiene risolutamente l’allargamento della NATO.</p>



<p>In questo contesto, per Brzezinski la discriminante dell’indipendenza dell’Ucraina vale anche verso le correnti filo-occidentali del primo Eltsin: “L’élite postsovietica russa si aspettava inoltre chiaramente che l’Occidente favorisse, o quantomeno non impedisse, il ripristino di un ruolo centrale della Russia nello spazio postsovietico, vedendo perciò di malocchio l’aiuto fornito ai nuovi Stati indipendenti per consolidare la loro autonomia”.</p>



<p>In quella prospettiva, l’Ucraina “assumeva un’importanza decisiva”: “la crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare un’alta priorità ai rapporti con questo Paese e ad aiutarlo a difendere la sua nuova indipendenza veniva vista da molti a Mosca – filo-occidentali compresi – come una politica contraria all’interesse vitale della Russia a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti dell’élite politica russa. La tendenza storica e geopolitica della Russia a rimettere in discussione il separatismo dell’Ucraina entrava così in urto con la concezione americana secondo la quale una Russia imperiale non poteva essere democratica”.</p>



<p>In conclusione, “i democratici filo-occidentali volevano semplicemente troppo e potevano dare poco”: “auspicavano una cooperazione – o piuttosto un condominio – con l’America su un piano di parità, mano relativamente libera all’interno della CSI e un cuscinetto geopolitico neutrale nell’Europa centrale. Ma la loro ambivalenza verso il passato sovietico, la mancanza di realismo riguardo ai nuovi equilibri di potenza nel mondo, la profondità della crisi economica e l’assenza di un ampio consenso sociale hanno impedito loro di fare della Russia un Paese stabile e realmente democratico, come richiedeva il concetto di cooperazione paritaria”.</p>



<p>Attenzione: De Montbrial aggiunge che verso la fine della sua vita, rendendosi conto dei rischi di un’esportazione della democrazia per via forzosa – le iniziative della filiera neocon che nel 2003 spingerà per la <em>guerra per scelta</em> in Iraq – Brzezinski opterà per la formula di una “finlandizzazione” dell’Ucraina. In questo ripensamento c’è l’indizio di una prima risultante non voluta della dottrina Brzezinski. Questo mutamento d’avviso spiega perché Brzezinski e Kissinger, che sull’adesione dell’Ucraina alla NATO avevano posizioni opposte, alla fine nella crisi del 2014 convergono sulla finlandizzazione.</p>



<p>Pensiamo tuttavia che la convergenza tra i due su quella formula, riecheggiata negli accordi di Minsk, sia un ritrovarsi tattico, non strategico o concettuale. Siamo nel 2014, allo scoppio delle ostilità sul Donbass e sulla Crimea: Brzezinski vuole evitare probabilmente che precipiti il conflitto militare con la Russia, ma il suo convincimento che l’Ucraina andasse sottratta in modo permanente a Mosca e che andasse con ciò impedita un’Unione eurasiatica che la comprendesse, resta inalterato.</p>



<p>La vicenda illustra bene l’uso differente che Brzezinski e Kissinger fanno delle nozioni di <em>bilancia di potenza</em> e <em>interessi vitali.</em></p>



<p>Brzezinski riconosce i rapporti di forza della bilancia e gli interessi vitali delle potenze, ma ritiene di poterli manipolare e indirizzare, sia nelle relazioni tra le potenze sia all’interno delle potenze stesse, influenzandone i processi politici che con lo sviluppo hanno almeno la potenzialità di inclinare verso libertà e democrazia: è la visione del “grande risveglio” che, a partire dalla Rivoluzione francese nel 1789, sotto l’impulso dello sviluppo economico avrebbe via via spinto le masse alla coscienza politica e sociale. Per Brzezinski la Russia ha sì l’interesse vitale all’Ucraina, ma deve essere forzata a rinunciarvi. Allo scopo, ipotizza un triplice aggiramento strategico: a Ovest, legando appunto Kiev alla Ue e all’Alleanza Atlantica; in Asia centrale, che immagina legata coi gasdotti all’Occidente e islamizzata, oltre che sotto influenza della Turchia; e in Asia orientale, dove accanto all’alleanza col Giappone, con Tokyo in posizione dipendente, sostiene la convergenza strategica con la Cina. Mosca sarebbe stata costretta così a scegliere come unica opzione la democratizzazione, nella rinuncia al dominio imperiale e nell’appartenenza – subordinata – all’Occidente allargato imperniato sul legame transatlantico.</p>



<p>Kissinger parte dalla medesima ricognizione degli <em>interessi vitali</em> delle altre potenze, in questo caso la Russia, però in qualche modo per riconoscerli, e su quella base trattare una composizione, in un concerto di potenze vestfaliano, dove non è contemplata o è limitata l’ingerenza negli affari interni di un’altra potenza. Anche Kissinger pensa a una Russia legata all’Occidente, ma sulla base del riconoscimento dei suoi interessi di potenza. Infatti negli anni Settanta, quando Washington tratta con l’URSS per cercare un equilibrio sulle armi strategiche, Nixon e Kissinger sono accusati di acquiescenza nei confronti di Mosca; le trattative sono ostacolate nel Congresso dalle correnti, sia democratiche che repubblicane, che sostenevano che l’URSS andasse incalzata di più, impugnando anche l’arma dei diritti umani. Con la presidenza Carter, di cui Brzezinski è consigliere per la sicurezza nazionale, verrà adottata questa linea più intrusiva; i due orientamenti, ispirati da Brzezinski e da Kissinger, possono essere visti come i due tracciati dei <em>soggettivisti</em> e degli <em>oggettivisti</em> della bilancia di potenza.</p>



<p>A ben vedere, i due approcci, visti alla distanza di mezzo secolo, riflettono non solo due culture politiche – Brzezinski un realismo compenetrato con l’eccezionalismo americano; Kissinger una realpolitik di stampo europeo, che infatti si ispira a Metternich e Bismarck – ma anche due prospettive di bilancia. Kissinger, assieme a Nixon, con il quale Brzezinski polemizza nel 1972 tacciando di “illusione” la sua nozione di equilibrio pentapolare, pensa a un equilibrio multipolare, nozione che farà evolvere nei decenni, nell’ipotesi di un <em>esapolarismo</em> negli anni Novanta e di equilibrio tra grandi aree regionali nel suo testo conclusivo, <em>Ordine mondiale</em>.</p>



<p>Brzezinski pensa alla preminenza di un Occidente allargato che, giocando sulla pluralità di potenze sul continente eurasiatico, si dà il tempo per conformare l’intero sistema globale ai valori liberali incarnati dall’egemonia americana. Ciò non toglie che sul finire degli anni Dieci del nuovo secolo, di fronte alla necessità di bilanciare una Cina che si avvicina a eguagliare la potenza americana e in prospettiva l’intero Occidente, quanto all’equilibrio di potenza e alla relazione con Pechino le due prospettive di Brzezinski e Kissinger tenderanno a sovrapporsi.</p>



<p>Forse però la distinzione più importante è proprio la differente relazione dei due con la cultura politica americana. Brzezinskzi, per il fatto di mettere il suo realismo al servizio di una concezione <em>wilsoniana</em>, è più aderente a quella cultura <em>eccezionalista</em>, e il corso degli eventi nei decenni è più aderente alle sue analisi. In questo senso, si può pensare, De Montbrial parla di “influenza immensa” del suo libro. Questo, attenzione, nel bene e nel male del procedere della politica estera americana, nei suoi successi e nei suoi scacchi. L’Afghanistan diventerà davvero il Vietnam dell’URSS, come Brzezinski aveva preconizzato nel 1980, ma ne scaturiranno il terrorismo islamico e l’11 settembre; l’Ucraina davvero è stata staccata dall’Unione eurasiatica di Mosca e avviata verso la Ue e la NATO, ma al prezzo di una guerra che lascerà le sue conseguenze per decenni. Qui la Russia per ora si muove in senso opposto a quello ipotizzato da Brzezinskzi, che la voleva costretta a democratizzarsi e ad accordarsi con l’Occidente euroatlantico.</p>



<p>Parafrasando il titolo del romanzo di Graham Greene <em>Un americano tranquillo</em> (<em>The quiet american</em>), sul disastro dei tentativi manipolatori degli USA in Vietnam, vera via per l’inferno sulla strada lastricata dall’ipocrisia delle buone intenzioni, in una certa misura Brzezinski è <em>un geopolitico tranquillo</em>. Resta vero che per quella sua via alcuni obiettivi strategici americani al dunque vengono conseguiti: l’URSS crolla anche per essere rimasta impigliata nel ginepraio afghano; una convergenza tra Germania e Russia o tra Ue e Russia che sia ostile agli USA sarà ora impedita per un lungo lasso di tempo.</p>



<p>Dal canto suo, Kissinger per il suo realismo d’impronta europea non avrà mai risolto il rebus di una condotta realista della politica americana che si saldi col sentire di massa in quelle psicologie sociali; ma anche col fattore morale delle stesse élite politiche. Per tutta la vita condurrà un tentativo pedagogico nei confronti di quella cultura politica, segnalando i rischi per l’America del suo oscillare tra lo spirito missionario <em>wilsoniano</em> – anima dell’<em>internazionalismo </em>liberale delle élite politiche della Costa Est – e l’isolazionismo jeffersoniano o jacksoniano della pancia continentale e del Sud degli States. Vi combinerà una pratica di ‘consigliere del principe’ della presidenza di turno, cercando di influenzarla anche accompagnandone in una certa misura decisioni in contraddizione con la sua visione: un esempio per tutti: la <em>guerra per scelta</em> ingaggiata nel 2003 in Iraq da George W. Bush e dai suoi consiglieri neoconservatori. Su un aspetto decisivo questa tattica ha avuto successo, la svolta nella bilancia globale attuata nel 1971 con Nixon sulla Cina; per molti altri frangenti Kissinger rimarrà invece una <em>Cassandra della Realpolit</em>. Si pensi proprio all’attuale guerra d’Ucraina, il cui contesto era stato previsto da Kissinger alla lettera, appunto partendo dalla comprensione dell’interesse vitale della Russia.</p>



<p>La seconda opzione considerata da Brzezinski per la Russia dei tardi anni Novanta era la priorità al “vicino estero”. È quella che si affermerà con Vladimir Putin, notiamo; secondo Brzezinski questa corrente si oppone a quella filo-occidentale sostenendo che la cooperazione con gli Stati Uniti aveva trascurato la priorità del rapporto con le repubbliche dell’ex URSS: “L’obiettivo era insomma quello di ricostruire, entro lo spazio geopolitico dell’ex URSS, un sistema di rapporti imperniato su Mosca come centro decisionale”. All’interno di questa tendenza confluivano differenti scuole di pensiero. “Funzionalisti” e “deterministi economici” erano convinti che la CSI, la labile <em>Comu</em><em>nità degli Stati Indipendenti</em> subentrata all’URSS, “avrebbe potuto diventare l’equivalente di una Ue guidata da Mosca”. Altre correnti vedevano nell’integrazione economica “solamente uno dei vari strumenti per ripristinare il dominio imperiale”, accanto all’influenza politico-militare. La componente dell’“eurasianesimo” sosteneva una “missione storica permanente della Russia” nello spazio dell’ex URSS.</p>



<p>Si può ritrovare in questa ricognizione una tassonomia delle correnti che oggi si raccolgono attorno a Putin. Secondo Brzezinski gli orientamenti funzionali o economicisti combinavano un “determinismo economico oggettivo” a una forte dose di “volontà imperiale soggettiva”, ma non davano una risposta esauriente su cosa fosse la Russia e quale la sua “missione”: “La dottrina sempre più seducente dell’euroasianesimo, col suo accento sui ‘Paesi vicini’, cercava di riempire proprio questo vuoto. Il punto di partenza di questo orientamento, definito in termini piuttosto culturali se non mistici, era la premessa che la Russia, dal punto di vista geopolitico e culturale, non è interamente europea né interamente asiatica, e che, pertanto, possiede una propria identità euroasiatica distinta. Quest’identità è il retaggio della sua peculiare capacità di controllo sull’enorme massa continentale racchiusa tra l’Europa centrale e le sponde dell’Oceano Pacifico, ovvero l’eredità della grandezza imperiale che Mosca ha conquistato in quattro secoli di espansione a Est, assimilando un’ampia popolazione non russa e non europea che ha conferito alla Russia la sua singolare personalità politica e culturale, euroasiatica”. Una versione “più sobria” delle teorie eurasiatiste, sempre per Brzezinskzi, era alla base delle iniziative fautrici di una Unione economica eurasiatica.</p>



<p>Anche questa seconda opzione per Brzezinski è un’“illusione geopolitica”: “L’inadeguatezza geopolitica dell’opzione per i ‘Paesi vicini’ consisteva in definitiva nel fatto che la Russia non era abbastanza forte politicamente per imporre la propria volontà, né abbastanza attraente dal punto di vista economico per esercitare una seduzione sui nuovi Stati indipendenti”.</p>



<p>Infine, la terza opzione che era ventilata dalle correnti russe era un’alleanza alternativa da parte di Mosca con Pechino e Teheran. Anche questa prospettiva, notiamo, fa parte delle opzioni politiche odierne nel dibattito russo; per Brzezinski restava improbabile: sarebbe stata possibile solo se la “miopia” di Washington avesse portato gli Stati Uniti simultaneamente in urto sia con la Cina che con l’Iran; soprattutto, Mosca avrebbe dovuto accettare un’alleanza in cui Pechino sarebbe stata la forza predominante.</p>



<p>Come risultante dell’inadeguatezza di tutte e tre le opzioni per la Russia – quella filo-occidentale che pretendeva una relazione paritaria con gli Stati Uniti, quella <em>euroasiatista</em> che puntava a restaurare il controllo sull’ex URSS, quella asiatista che considerava un’alleanza con la Cina – Brzezinski riteneva appunto che Washington dovesse operare per rendere obbligata la cooperazione di una Russia democratizzata, e non più “imperiale”, con una “Europa transatlantica” e con gli USA; un’Ucraina incardinata in Occidente diventava il perno dell’intera manovra sulla “scacchiera” geopolitica.</p>



<p>De Montbrial nota che all’epoca la Cina non era ancora vista come una minaccia; infatti, aggiungiamo, Brzezinski sosteneva un’alleanza di fatto tra gli Stati Uniti e una “Grande Cina” potenza regionale. Di recente Walter Russell Mead ha ripreso sul Wall Street Journal suggestioni geopolitiche affini a quelle di Brzezinski in <em>La grande scacchiera</em>, sostenendo però che il gioco di bilancia degli USA, potenza marittima di fronte alla massa dell’Eurasia, avrebbe potuto essere sostenuto con successo dall’America assieme agli alleati europei e asiatici anche contro una coalizione tra Cina e Russia. Invece per Brzezinski quello sarebbe stato lo scenario più pericoloso, in un quadro di tre possibili coalizioni regionali in contrasto con l’interesse americano.</p>



<p>La prima era appunto un’alleanza tra Cina e Russia, forse estesa all’Iran e a guida cinese: “Al fine di scongiurare tale eventualità, gli Stati Uniti dovranno dar prova di tutta la loro abilità geostrategica contemporaneamente sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia”.</p>



<p>La seconda combinazione sfavorevole agli Stati Uniti sarebbe stata un asse tra Cina e Giappone, considerato però “non troppo plausibile”, dato il tracciato storico del conflitto bellico tra le due potenze, e comunque facilmente scongiurabile dagli USA.</p>



<p>La terza combinazione ostile poteva essere un grande riallineamento europeo alla Russia, attraverso una “collusione russo-tedesca” o un’“intesa franco-russa”. È da notare che per Brzezinski l’ipotesi, remota, poteva verificarsi qualora l’unificazione europea avesse segnato “una battuta d’arresto” e le relazioni tra Europa e America si fossero seriamente deteriorate: “In quest’ultimo caso, è possibile immaginare un accordo Russia-Europa per escludere l’America dal continente”. Ipotesi improbabile, che avrebbe richiesto errori grossolani nella politica europea dell’America e una “svolta imponente” da parte dei principali Stati europei. Avvertiamo un’eco di questa terza tesi, così confidente sull’influenza americana in Europa, nel documento della primavera 2021 pubblicato da Center for American Progress – istituto legato all’ambito di Hillary Clinton attraverso John Podesta – dove si sosteneva che Washington avrebbe dovuto incoraggiare una difesa europea anziché frenarla, perché gli USA sarebbero stati comunque in grado di bloccarne una declinazione anti-americana.</p>



<p>Si può dire che nel Brzezinski de <em>La grande scacchiera</em> c’è una sottovalutazione delle prospettive dell’ascesa cinese? Sì e no. Per un verso è vero che la prospettiva è l’emergere della Cina solo come potenza regionale e non ancora globale, e che l’ipotesi è la sua cooptazione nell’ordine occidentale. Ma va evitato l’anacronismo: siamo nel 1997 e il libro in più occasioni si pone nella prospettiva di <em>una generazione</em>.</p>



<p>È vero che la questione dominante non è la Cina, ma è l’accerchiamento della Russia, da Ovest, da Est e da Sud, per impedirne il risorgere come potenza imperiale. Alla luce della guerra del 2003 e della crisi del 2008, si può semmai osservare che le basi dell’egemonia americana, che Brzezinski considera incontrastate, saranno erose prima del previsto col procedere del<em> declino relativo americano</em>.</p>



<p>È vero, infine, che a consuntivo le proporzioni assunte dall’ascesa della Cina e l’andamento della crisi ucraina, che sta spingendo Mosca verso Pechino, mostrano proprio nella <em>realizzazione del disegno di Brzezinski sull’Ucraina</em> l’avvicinarsi di una grande <em>risultante non voluta</em>. Forse nel deflagrare della guerra, come fa pensare la sua conversione del 2014 alla <em>finlandizzazione</em>. Certamente nella spinta alla convergenza tra Russia e Cina, che Brzezinski considerava la minaccia strategica maggiore.</p>



<p>Messa in condizione obbligata, la reazione della Russia è stata in direzione opposta a quanto si proponeva la manipolazione di Brzezinski. In questo senso ha avuto due volte ragione la <em>Cassandra</em> Kissinger, quando ammoniva nel 2014 che non si dovevano mettere i russi con le spalle al muro, nella condizione di dover dimostrare ciò di cui erano capaci. E quando si domanda oggi se la guerra d’Ucraina non rischi di fare della Russia una propaggine dell’Asia di fronte all’Europa e all’Occidente. I <em>fatti</em> si sono svolti secondo l’indirizzo preconizzato da Brzezinskzi; le <em>correlazioni</em> tra quei fatti nelle loro risultanti non volute hanno confermato le riserve di Kissinger. L’impronta di entrambe le scuole di pensiero s’intravede nell’ambivalenza dell’amministrazione Biden.</p>



<p>Si può avvertire una sorte di desolata ammissione d’impotenza nelle tesi di De Montbrial per “Ramses”, là dove constata che nella guerra d’Ucraina per gli europei è stato impossibile sottrarsi alle pressioni di Washington, senza però che sia chiaro il senso di direzione degli Stati Uniti. Del resto, il <em>parallelogramma delle</em><em> forze</em> non solo è complicato dai molti centri di potenza del <em>multipolarismo</em>, ma è anche in rapido mutamento sotto la spinta dello <em>sviluppo ineguale</em>.</p>



<p>L’imperialismo americano ha sempre riluttato all’unità europea e tanto più a un’alleanza esclusiva tra Europa e Russia, ma l’irruzione dell’imperialismo cinese cambia l’equazione globale di potenza e fa di Pechino il vero rivale strategico.</p>



<p>L’imperialismo europeo non ha avuto altra scelta che assecondare il <em>momento atlantico</em> generato dalla guerra e imperniato sul tropismo filo-USA di Polonia e Stati del Baltico, ma resta in sospeso una linea dell’Europa renana che nei confronti della Russia e soprattutto della Cina trovi lo spazio per un’<em>autonomia strategica</em> del Vecchio Continente.</p>



<p>L’imperialismo russo ha creduto che il movimento delle placche tettoniche globali impresso dalla Cina creasse le condizioni per una rapida incursione in Ucraina, ma la lunga guerra di logoramento che ne è scaturita sembra mettere allo scoperto la sua debolezza di fondo.</p>



<p>Il nazionalismo ucraino si è diviso, tra l’area occidentale, che ha cercato l’integrazione nell’imperialismo europeo e nel legame atlantico, e quella orientale, che si è rivolta all’imperialismo russo.</p>



<p>L’imperialismo cinese rafforza la presa dei suoi poteri in vista di un “decennio decisivo” nella contesa globale, come si è visto col 20° Congresso del PCC e il terzo mandato per Xi Jinping, ma la sortita russa ha accelerato in modo imprevisto e indesiderato i tempi della crisi dell’ordine.</p>



<p>Lo sviluppo ineguale rende impossibile mantenere un ordine stabile; prima o poi la guerra verifica i nuovi rapporti di forza. Com’è stato scritto per il conflitto mondiale del 1914, è facile che i vertici delle potenze in lotta vi arrivino come “sonnambuli”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato su Lotta comunista, n. 626, ottobre 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La (non) indipendenza della Corte penale internazionale. Stati Uniti, Russia e interessi geopolitici</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-non-indipendenza-della-corte-penale-internazionale-stati-uniti-russia-e-interessi-geopolitici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[crimini guerra]]></category>
		<category><![CDATA[diritto internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6026</guid>

					<description><![CDATA[Crimini di guerra in Ucraina: le richieste degli Stati Uniti, le risposte della Russia. Il funzionamento della Corte penale internazionale e il suo rapporto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: come e perché non può dirsi indipendente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-78-luglio-settembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 78, luglio – settembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Crimini di guerra in Ucraina: le richieste degli Stati Uniti, le risposte della Russia. Il funzionamento della Corte penale internazionale e il suo rapporto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: come e perché non può dirsi indipendente</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Spotify Embed: La (non) indipendenza della Corte penale internazionale. Stati Uniti, Russia e interessi geopolitici" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/21iaYJt90qkDTYr5Gw621M?utm_source=oembed"></iframe>
</div></figure>



<p class="has-drop-cap">“In base alle informazioni attualmente disponibili, oggi posso annunciare che il governo degli Stati Uniti ritiene che i membri delle forze armate russe abbiano commesso crimini di guerra in Ucraina.” Antony Blinken, Segretario di Stato americano, il 23 marzo 2022 rilascia un comunicato con cui chiarisce che il Dipartimento di Stato si dice disponibile a supportare ogni iniziativa internazionale finalizzata a ottenere giustizia. “Come con ogni presunto crimine”, continua Blinken, “la responsabilità di accertare la colpevolezza in casi specifici è competenza di un tribunale che ne abbia giurisdizione. Il governo degli Stati Uniti continuerà a raccogliere segnalazioni di crimini di guerra e a condividere opportunamente le informazioni con gli alleati, i partner e le istituzioni e organizzazioni internazionali. Ci impegniamo ad accertare ogni responsabilità usando ogni mezzo disponibile, procedimenti penali inclusi” (1). Alle dichiarazioni di Blinken fanno eco, pochi giorni dopo, quelle del presidente Biden: definisce Putin un “criminale di guerra” e ribadisce la necessità di raccogliere informazioni “per poter istituire un processo per crimini di guerra” nei confronti delle forze armate russe (2).</p>



<p>I crimini di guerra – insieme a genocidio, crimini contro l’umanità e atto di aggressione – rientrano sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale (CPI), tribunale permanente in sede all’Aja in funzione dal 2002 che proprio gli Stati Uniti – ma non sono i soli – non riconoscono: dopo aver firmato lo Statuto di Roma che l’ha istituita, infatti, appena la Corte è entrata in pieni poteri gli USA hanno ufficializzato la decisione di non ratificare l’adesione. Una decisione che resiste tutt’oggi, e ha quindi del paradossale la presa di posizione dell’Amministrazione Biden nei confronti dei presunti crimini commessi dalla Russia di Putin in Ucraina. Non solo. La posizione espressa dai rappresentanti del Senato statunitense è ancora più esplicita. Con una risoluzione presentata il 2 marzo dal repubblicano Lindsey Graham – e approvata all’unanimità il 15 dello stesso mese – il Senato “incoraggia gli Stati membri a chiedere alla Corte penale internazionale o altri tribunali internazionali idonei di adottare ogni misura possibile per indagare crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dalle forze armate russe [&#8230;] ai comandi del presidente Vladimir Putin” (3). Gli Stati Uniti dunque chiamano direttamente in causa la CPI.</p>



<p>Pochi giorni prima, il 28 febbraio, il Procuratore della Corte dell’Aja, Karim Khan, aveva annunciato di voler aprire un’indagine in Ucraina “il più velocemente possibile” a causa dell’intensificarsi del conflitto, specificando di poter “accelerare ulteriormente le cose” se uno Stato membro gli avesse garantito il mandato per investigare (4). Il 2 marzo, lo stesso giorno della risoluzione del Senato USA, rende noto che 39 Stati membri – tra cui l’Italia – hanno segnalato al suo Ufficio la situazione in Ucraina (5), Paese che non ha mai ratificato lo Statuto ma che nell’aprile 2014 – dopo il referendum del marzo 2014 che ha sancito l’annessione della Crimea alla Russia – ha riconosciuto la giurisdizione della Corte per investigare su presunti crimini commessi dal 21 novembre 2013 (6). Ben 39 Stati, quindi, hanno prontamente risposto ai solleciti del Congresso statunitense e del Procuratore. Khan decide dunque di aprire un’indagine a partire dal 2013. Una scelta ben vista dagli Stati Uniti, che per voce del Dipartimento di Stato si dicono disposti persino a valutare una cooperazione con la CPI: “Accogliamo favorevolmente la decisione. [&#8230;] Stiamo considerando tutte le possibili opzioni per accertare le responsabilità dei crimini” (7).</p>



<p>Tuttavia, è proprio la necessità di cooperazione da parte dei Paesi a costituire uno dei limiti all’azione della Corte. Se è vero che la posizione dei governi nazionali riesce a influire sulla sua autonomia, questi limiti non sono imputabili solamente agli interessi politici dei diversi Stati. È il medesimo Statuto, vedremo, a fare della CPI uno strumento di diritto internazionale sostanzialmente incompiuto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corte penale internazionale</h4>



<p>Conferenza di Roma, 1998: dopo anni di confronti, una serie di incontri diplomatici all’ONU e la creazione di una commissione ad hoc, 120 Paesi votano a favore dell’adozione dello Statuto di Roma, trattato che istituisce la Corte penale internazionale entrato in vigore il 1° luglio 2002 e ratificato, a oggi, dai 123 Paesi che costituiscono l’Assemblea degli Stati membri.</p>



<p>Determinata “a porre fine all’impunità” e “contribuire alla prevenzione” dei crimini (8), la CPI è una Corte di ultima istanza – interviene solo quando gli Stati membri non abbiano la volontà o la capacità di procedere – che indaga e processa gli individui accusati di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, dal 2018, crimine di aggressione. È un organismo indipendente ed esercita la propria giurisdizione sugli atti commessi da un cittadino di uno Stato membro e/o perpetrati sul territorio di uno Stato membro, anche a opera di individui con nazionalità di un Paese <em>non</em> aderente alla CPI; oppure commessi da un cittadino o sul territorio di uno Stato che non ha ratificato lo Statuto ma ha accettato la giurisdizione della Corte – come è il caso dell’Ucraina.</p>



<p>Per condurre le indagini si avvale di un Procuratore – assistito da uno staff di circa 380 persone – che esamina le situazioni in cui si ha il sospetto che siano stati commessi reati di competenza della Corte: il suo intervento può essere richiesto da uno Stato membro o dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC, <em>United Nations Security Council</em>), con cui la CPI mantiene un accordo di cooperazione. Se il Procuratore ritiene che ci sia una base ragionevole per avviare un’indagine, è tenuto a darne notifica allo Stato che ha giurisdizione su quei crimini, che può chiedere di condurre le indagini in autonomia: in caso contrario, o se valuta che non sussistano le condizioni perché il Paese porti avanti l’iter processuale genuinamente e nel pieno delle sue capacità, il Procuratore procede. Può inoltre avviare inchieste <em>proprio motu</em>, con l’apertura di un’indagine su iniziativa autonoma, previa autorizzazione dei giudici della sezione preliminare – che insieme ai componenti della sezione processuale costituiscono il comparto giudiziario della Corte.</p>



<p>Una volta raccolte prove sufficienti per procedere all’incriminazione, il Procuratore chiede ai medesimi giudici della sezione preliminare di emettere un mandato di comparizione o di arresto (se lo ritiene necessario) nei confronti del sospettato, e conduce infine l’accusa durante il dibattimento. Ed è questo il punto fondamentale. Non potendosi svolgere <em>in</em><em> absentia</em> – come prescrive l’articolo 63 dello Statuto di Roma – per avviare il processo è richiesta necessariamente la presenza dell’imputato: a questo scopo la CPI si rimette all’obbligo di cooperazione che investe gli Stati membri, non beneficiando di una forza di polizia propria. Paradossalmente, però, sono le stesse disposizioni contenute all’interno dello Statuto che pongono i maggiori limiti alla piena realizzazione di questo fondamentale obbligo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I limiti degli articoli 98 e 63</h4>



<p>L’articolo 98 dello Statuto stabilisce che la CPI non può chiedere a uno Stato membro la consegna di un individuo di un Paese terzo se ciò lo porta a violare l’immunità personale e diplomatica di quel cittadino, riconosciuta dal diritto internazionale a capi di Stato o di governo, diplomatici o funzionari in missione all’estero (primo comma); oppure ad agire in maniera discordante rispetto agli obblighi stabiliti dagli accordi internazionali siglati con uno Stato terzo, in base ai quali il consenso di quest’ultimo è necessario per procedere alla consegna di un suo cittadino alla Corte (secondo comma). In termini generali: se il cittadino di un Paese che non riconosce la Corte dell’Aja viene imputato di aver commesso crimini sul territorio di uno Stato membro, che in quanto tale ha l’obbligo di cooperare con la CPI, l’articolo 98 offre la possibilità a quest’ultimo di non dare seguito all’obbligo. Entriamo nel dettaglio.</p>



<p>Innanzitutto, per quanto riguarda il secondo comma, il testo non restringe il campo a un tipo specifico di accordo internazionale – lasciando di fatto ogni eventualità sul tavolo – e non delimita il periodo temporale di applicazione – aprendo alla possibilità di influenzare l’azione della Corte anche con trattati successivi all’entrata in vigore dello Statuto.</p>



<p>Non è un dettaglio da poco. Per esempio gli Stati Uniti – che, ricordiamo, non riconoscono la Corte dell’Aja – a partire dal 2002 hanno siglato 93 accordi bilaterali (con altrettanti Paesi) con i quali precludono alle nazioni firmatarie la possibilità di consegnare personale militare, governativo o cittadini statunitensi alla CPI.</p>



<p>In virtù di trattati di questo tipo, che sotto l’aspetto del diritto internazionale sono pienamente legittimati dallo Statuto di Roma, e in ragione dell’articolo 63 che impone la presenza dell’imputato affinché il processo possa tenersi, è evidente come gli Stati membri possano venire meno all’impegno di “porre fine all’impunità” per “contribuire alla prevenzione dei crimini” dichiarato nello Statuto stesso, oltre all’obbligo di rispettarne obiettivo e scopo come invece previsto dall’articolo 18 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il veto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU</h4>



<p>Non è tutto. La possibilità per la Corte di mantenere fede al proprio obiettivo viene fortemente influenzata anche dalle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che è un organismo politico. È previsto infatti che l’UNSC possa riferire una situazione alla CPI e richiederne l’intervento, con una risoluzione in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione), anche nell’eventualità che il caso segnalato riguardi il territorio e i cittadini di uno Stato <em>non</em> membro. Così facendo garantisce piena giurisdizione internazionale alla Corte dell’Aja, rendendo anche possibile bypassare il limite posto dall’immunità personale e diplomatica stabilito nell’articolo 98 (primo comma): l’intervento del Consiglio di Sicurezza equipara infatti uno Stato terzo a uno Stato membro, i cui cittadini – come stabilito dall’articolo 27 dello Statuto di Roma – non possono appellarsi a tale immunità (9). Il suo potere di intervento, tuttavia, è limitato dal diritto di veto in capo ai cinque membri permanenti – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – che possono bloccare qualsiasi risoluzione. Tenendo anche conto che Stati Uniti, Russia e Cina non riconoscono la Corte, il potere che lo Statuto della CPI attribuisce al Consiglio di Sicurezza risulta spesso solo formale, perché inevitabilmente soggetto a interessi geopolitici nazionali.</p>



<p>Un caso di questo tipo si verifica nel 2014: guidati dalla Francia, 13 dei 15 membri del Consiglio votano a favore di una risoluzione che permetta alla Corte di indagare su possibili crimini di guerra e/o crimini contro l’umanità commessi nel contesto della guerra in Siria (Stato che non riconosce la CPI), ma Russia e Cina si oppongono, facendo valere il diritto di veto. La risoluzione non passa e la CPI ha le mani legate.</p>



<p>Nella fattispecie del crimine di aggressione, l’articolo 15 dello Statuto allarga ulteriormente il potere di intervento del Consiglio di Sicurezza: prima di poter aprire un’indagine il Procuratore deve notificarlo all’UNSC, che ha tempo sei mesi per decidere se lo Stato in questione ha commesso un atto di aggressione o meno. Se decide affermativamente, il Procuratore può procedere con le indagini; non dovesse arrivare alcuna delibera entro i termini, invece, può farlo solamente previa autorizzazione della sezione preliminare e solo se non interviene l’articolo 16. Il Consiglio di Sicurezza può infatti richiedere alla CPI di sospendere qualunque nuova indagine o processo in corso per dodici mesi, rinnovabili indefinitamente, nel caso in cui ritenga che interferiscano con il suo mandato di tutelare la pace e la sicurezza internazionale. Una richiesta che vuole il voto favorevole di tutti i cinque membri permanenti e che può non essere accolta dalla Corte dell’Aja, rendendo più difficile, per lo meno in questo specifico caso, intaccare la sua autonomia.</p>



<p>È dunque chiaro che, se da un parte il Consiglio di Sicurezza dell’ONU permette alla CPI di applicare la propria giurisdizione anche sui cittadini e sui Paesi non membri, dall’altra la sua capacità d’azione è posta strettamente sotto il controllo dei principali attori geopolitici mondiali. Se a ciò si aggiungono i limiti posti dall’articolo 98, in tandem con l’articolo 63, ne risulta un quadro in cui rapporti di forza tra Stati assumono il ruolo di primo piano. La CPI quindi si presenta come istituzione sovranazionale, ma di fatto il suo potere è fortemente limitato dagli interessi nazionali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Stati Uniti e CPI</h4>



<p>“Gli Stati Uniti”, si legge in una nota del Dipartimento di Stato del 1998, “supportano fermamente l’istituzione di una Corte penale internazionale giusta, efficace e regolarmente costituita” (10). Eppure il rapporto tra le due realtà non è affatto sereno.</p>



<p>A partire dal 1995, gli USA diventano attori principali negli incontri diplomatici delle Nazioni Unite tenutisi nel corso della Conferenza di Roma, partecipano alla stesura della versione finale dello Statuto e ai lavori preparatori all’istituzione della CPI. Danno tuttavia il proprio voto contrario all’adozione dello Statuto (11), e nel 1999 il Congresso USA approva il <em>Foreign Relations Authorization Act </em>(12), che contiene disposizioni che proibiscono il supporto finanziario alla CPI e l’estradizione di qualunque cittadino statunitense in un Paese che potrebbe consegnarlo all’Aja. Il 31 dicembre 2000 – ultimo giorno utile – firmano lo Statuto, ma il presidente Clinton decide di non sottoporre il testo al Senato per la ratifica, e di riservarsi “la possibilità di osservare e valutare il funzionamento della Corte” prima di sottostare alla sua giurisdizione (13).</p>



<p>Con il cambio alla presidenza, la distanza tra Stati Uniti e CPI si fa più marcata. “La presente”, recita una lettera inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite il 6 maggio 2002 da John Bolton, sottosegretario del nuovo governo Bush, “per informarla che, relativamente allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale adottato il 17 luglio 1998, gli Stati Uniti non intendono aderire al trattato”. Bolton ufficializza così la posizione dell’Amministrazione, sottolineando che gli USA non hanno “obblighi legali derivanti dalla firma” dello Statuto (14). Non soltanto.</p>



<p>Sono i tempi della guerra in Afghanistan e dell’“esportazione della democrazia” e, di lì a poco, del conflitto in Iraq. Ad agosto 2002 Bush promulga l’<em>American Service-members Protection Act</em> (ASPA) (15), legge – ancora oggi in vigore – che prevede il divieto di cooperazione, di supporto finanziario e di assistenza alle indagini della CPI. Oltre ad autorizzare il presidente a usare “tutti i mezzi necessari”, inclusa la forza militare, per liberare cittadini americani o di Paesi alleati detenuti dalla Corte (definito informalmente “The Hague Invasion Act”, “Legge per l’invasione dell’Aja”), il testo fa esplicito riferimento alla stipula degli accordi bilaterali in base all’articolo 98 dello Statuto di Roma, che da quel momento iniziano a essere sottoscritti: vincola la partecipazione degli Stati Uniti alle missioni di pace dell’ONU sul territorio dei Paesi membri all’ottenimento di un’esenzione per le forze armate USA dalla giurisdizione della CPI, e impone la firma di tali trattati come precondizione necessaria per il supporto e l’addestramento militare (le misure relative alla cooperazione militare vengono poi abrogate tra il 2006 e il 2008). In piena logica utilitaristica, la legge lascia aperta la possibilità che gli Stati Uniti possano collaborare “agli sforzi internazionali” per assicurare alla giustizia “cittadini stranieri accusati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. <em>Stranieri</em>, non statunitensi.</p>



<p>Ufficialmente, la linea di pensiero che accompagna l’atteggiamento degli USA verso la Corte penale internazionale considera l’intervento di un organismo sovranazionale come una violazione della propria sovranità: gli Stati Uniti, affermano, sono uno Stato di diritto, con piena giurisdizione sui propri cittadini e con la capacità giudiziaria di condurre processi imparziali nei loro confronti. Capacità che però non riconoscono ad altri Stati: oggi alla Russia, per esempio. Non si tratta infatti di sovranità o capacità ma, ben più prosaicamente, di interessi nazionali. Tralasciando il silenzio calato in Occidente sui crimini commessi nel Donbass contro i civili dall’esercito ucraino, sostenuto dagli americani, dal 2014 a oggi – con il ruolo focale svolto dalle milizie neonaziste del battaglione Azov – gli Stati Uniti hanno infatti già avuto modo di negare la loro presunta diversità.</p>



<p>Guerra in Afghanistan: nel 2017 il procuratore della CPI Fatou Bensouda chiede un’autorizzazione ai giudici della sezione preliminare per aprire un’indagine sui crimini commessi durante il conflitto da parte, tra gli altri, delle forze armate USA e della CIA. È la prima volta che la CPI mette sotto investigazione personale statunitense. Il procuratore sottolinea che “non sono state condotte e non sono al momento in corso indagini né azioni penali negli Stati Uniti nei confronti di persone o gruppi di persone coinvolti nei presunti comportamenti riportati in questa richiesta [&#8230;] o le informazioni disponibili sono insufficienti per delineare i contorni di un qualsiasi processo di rilievo a livello nazionale” (16). Per tale ragione, la Corte dell’Aja rivendica di avere la giurisdizione sovranazionale per indagare. E ha ragione. Lo confermano anche le dichiarazioni del 2009 del presidente Obama, in occasione della pubblicazione da parte del governo di alcuni documenti che illustrano le tecniche di interrogatorio approvate ai tempi dell’amministrazione Bush: “È nostra intenzione assicurare che coloro i quali hanno assolto al proprio dovere in buona fede, affidandosi al supporto legale del Dipartimento di Giustizia, non saranno soggetti ad alcun perseguimento penale”; “abbiamo attraversato un capitolo buio e doloroso della nostra storia” ma, precisava Obama, “non otterremo nulla dal dedicare il nostro tempo e la nostra energia ad attribuire colpe per il passato” (17).</p>



<p>E infatti, alla richiesta di Bensouda la reazione del governo Trump è furiosa: Bolton (18) – in quel momento Consigliere per la sicurezza nazionale – e Pompeo (19) – Segretario di Stato – minacciano l’imposizione di sanzioni economiche, il divieto di accesso negli Stati Uniti e azioni penali nei confronti di giudici e procuratori della CPI, così come di qualsiasi azienda o Stato che collabori con la Corte; successivamente, un Ordine Esecutivo presidenziale (20) implementa una politica di sanzioni economiche e restrizioni dei visti d’ingresso per il personale della CPI coinvolto nelle indagini sui cittadini USA, colpendo direttamente Bensouda. Prima respinta dalla stessa Corte e poi confermata, il procuratore avvia finalmente la propria inchiesta nel 2020, ma meno di un mese dopo il governo afghano chiede e ottiene la sospensione delle indagini per poter procedere in proprio (21). Sospensione che dura poco più di un anno: a settembre 2021, infatti, il nuovo procuratore Karim Khan decide di riaprire le indagini, specificando però di volersi concentrare solamente sui crimini commessi da Talebani e Stato Islamico, tralasciando quelli relativi al personale militare e di intelligence USA “a causa delle limitate risorse a disposizione” (22). Obiettivo raggiunto per gli Stati Uniti, quindi. (23)</p>



<p>Va sottolineato che, di fatto, il potere reale della CPI sarebbe stato inconsistente: nel 2003 l’Afghanistan ha infatti siglato con gli USA un accordo in base all’articolo 98 (24), e nessun processo si sarebbe dunque potuto tenere in assenza degli imputati. Poteva tuttavia aprirsi un’incriminazione, e ciò che premeva agli Stati Uniti era tutelare la propria immagine internazionale – oggi è ancora più comprensibile quanto fosse fondamentale la posta in palio: è ben difficile immaginare Biden e il Congresso USA puntare il dito contro Putin, se sugli Stati Uniti pendesse un’indagine, o peggio un’incriminazione, per crimini di guerra in Afghanistan.</p>



<p>Con la stessa violenza gli USA si muovono a proteggere un alleato storico: Israele. Lo Stato palestinese accetta la giurisdizione della Corte nel 2015, ratificando lo Statuto, e ne chiede l’intervento per i crimini commessi sul suo territorio a partire dal giugno 2014 (25). Nel 2018 il Segretario di Stato Pompeo dichiara che gli Stati Uniti non permetteranno “alla CPI, o a qualunque altra organizzazione, di limitare il diritto di autodifesa di Israele” (26), Paese che non riconosce la Corte dell’Aja. “Se la Corte punterà noi, Israele o altri nostri alleati, non rimarremo fermi a guardare”, chiosa. A marzo 2021, il Dipartimento di Stato del governo Biden non molla la presa: sottolinea che la Palestina non si qualifica come Stato sovrano e quindi non può accedere alla giurisdizione della CPI, ed esprime “grande preoccupazione” per la decisione del procuratore di procedere alle indagini anche nei confronti di cittadini israeliani (27). A oggi, il caso è ancora aperto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Russia e CPI</h4>



<p>Non che con la Russia i rapporti della Corte penale internazionale siano più amichevoli. Abbiamo già visto il diritto di veto posto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel caso della Siria, bilateralmente le cose non funzionano meglio. Esattamente come gli Stati Uniti, la Russia ha firmato lo Statuto di Roma (nel 2003) lasciando in sospeso la sua ratifica. Successivamente, il 14 novembre 2016, il procuratore della CPI pubblica un report (28) in cui definisce l’annessione russa della Crimea post referendum una “occupazione in corso” nel contesto del conflitto tra Russia e Ucraina. In aggiunta, si sofferma sul conflitto scoppiato nel 2014 nel Donbass, specificando la necessità di accertare i crimini commessi da tutte le parti in causa e la possibilità che la Russia abbia fornito supporto ai gruppi armati delle autoproclamate Repubbliche indipendenti di Lugansk e Donetsk. Passano appena due giorni e il ministro degli Esteri Lavrov comunica la decisione russa di non voler ratificare lo Statuto della Corte, ritirando ufficialmente la firma, e definendo la CPI un’istituzione “di parte e inefficiente” (29). Nella sua dichiarazione definisce parziale anche l’indagine in corso sul conflitto tra Russia e Georgia del 2008, chiarendo di “fidarsi a fatica della CPI in un contesto del genere” (30).</p>



<p>Parole pesanti, ma che nel concreto non modificano la posizione russa: non avendone mai accettato la giurisdizione, la Corte dell’Aja ha la possibilità di procedere contro un cittadino russo solo nel caso in cui un ipotetico accusato si presentasse spontaneamente davanti alla CPI o si trovasse sul suolo di uno Stato membro che ha l’obbligo di cooperazione. Nel caso di Putin – che gode di immunità personale – andando oltre le dichiarazioni sensazionalistiche rilasciate a mezzo stampa, un eventuale processo sarebbe possibile solo con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che revocasse la sua immunità: decisamente improbabile, visto che la Russia ha potere di veto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Doppio binario</h4>



<p>A mostrare la forte limitazione imposta alla Corte dai diversi interessi geopolitici nazionali, il fatto che a vent’anni dalla sua nascita la CPI abbia incriminato soltanto cittadini africani, con 47 individui accusati e 8 condannati. Ritenendo ingiusta e discriminatoria questa univoca attenzione, nel 2017 l’Unione Africana approva una risoluzione non vincolante (31) con cui invita i Paesi del continente che hanno accettato la giurisdizione della CPI a considerare il ritiro dallo Statuto di Roma, adottando parallelamente un trattato (a oggi non ratificato) che istituisca un tribunale locale che sostituisca le funzioni della Corte garantendo, contrariamente a quest’ultima, l’immunità personale e diplomatica – punto centrale della diatriba. Da allora, tuttavia, solamente il Burundi – oggetto di indagine per crimini commessi tra il 2004 e il 2017 contro la popolazione civile (32) – ha dato seguito alle intenzioni iniziali, raggiunto nel 2019 anche dalle Filippine, Paese a suo volta sotto indagine della Corte dell’Aja (33).</p>



<p>Sono in tutto 17 le inchieste in corso, di cui 10 in Stati africani. A parte quelle relative al Venezuela e alla persecuzione della popolazione Rohingya in Bangladesh e Myanmar, le restanti riguardano situazioni in cui la Corte – come abbiamo visto – ha di fatto le mani legate dai veti di Stati Uniti e Russia: i conflitti in Georgia e Ucraina, e le indagini in Palestina e Afghanistan (che dal 2021 non includono più i cittadini americani).</p>



<p>“Gli Stati membri di questo Statuto”, recita il preambolo del trattato adottato con la Conferenza di Roma del 1998, sono determinati “a istituire una Corte penale internazionale permanente indipendente in relazione con il sistema delle Nazioni Unite”. Le intenzioni non si sono tradotte in realtà. Gli interessi geopolitici nazionali condizionano la sua azione e lo Statuto stesso della CPI permette ai Paesi di farlo. La sua indipendenza è solo sulla carta. Ne risulta un organismo di diritto internazionale che viaggia su un doppio binario: forte con i deboli e impotente con i forti; e che si presta, a seconda degli interessi in gioco, a essere utilizzata come strumento politico o a essere screditata e ostacolata.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1)<em> </em><a href="https://www.state.gov/war-crimes-by-russias-forces-in-ukraine/">https://www.state.gov/war-crimes-by-russias-forces-in-ukraine/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2022/04/04/politics/joe-biden-bucha-russia-war-crimes/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2022/04/04/politics/joe-biden-bucha-russia-war-crimes/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Senato USA, 117th Congress (2021-2022), S. Res. 546, 15 marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-i-have-decided-proceed-opening">https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-i-have-decided-proceed-opening</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-receipt-referrals-39-states">https://www.icc-cpi.int/news/statement-icc-prosecutor-karim-aa-khan-qc-situation-ukraine-receipt-referrals-39-states</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Ambasciata Ucraina all’Aja, documento protocollo n. 61219/35-673-384, destinatario Corte penale internazionale, 9 aprile 2014</p>



<p class="has-small-font-size">7) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-march-23-2022/" target="_blank">https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-march-23-2022/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> Statuto di Roma, preambolo, 17 luglio 1998</p>



<p class="has-small-font-size"><em>9)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://globaljustice.queenslaw.ca/news/immunity-and-impunity-personal-immunities-and-the-international-criminal-court" target="_blank">https://globaljustice.queenslaw.ca/news/immunity-and-impunity-personal-immunities-and-the-international-criminal-court</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em> <a href="https://1997-2001.state.gov/www/briefings/statements/1998/ps980622b.html">https://1997-2001.state.gov/www/briefings/statements/1998/ps980622b.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.aba-icc.org/about-the-icc/the-us-icc-relationship/">https://www.aba-icc.org/about-the-icc/the-us-icc-relationship/</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. H.R. 3427, Admiral James W. Nance e Meg Donovan, Foreign Relations Authorization Act, 106<sup>th</sup> Congress (1999-2000), 17 novembre 1999</p>



<p class="has-small-font-size"><em>13)</em> <a href="https://1997-2001.state.gov/global/swci/001231_clinton_icc.html">https://1997-2001.state.gov/global/swci/001231_clinton_icc.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://2001-2009.state.gov/r/pa/prs/ps/2002/9968.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://2001-2009.state.gov/r/pa/prs/ps/2002/9968.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Codice degli Stati Uniti, titolo 22, capitolo 81, sottocapitolo II </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em> Cfr. Public redacted version of “Request for authorisation of an investigation pursuant to article 15”, 20 November 2017, ICC-02/17-7-Conf-Exp</p>



<p class="has-small-font-size">17) <a href="https://www.cbsnews.com/news/aide-obama-wont-prosecute-bush-officials/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cbsnews.com/news/aide-obama-wont-prosecute-bush-officials/</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.lawfareblog.com/national-security-adviser-john-bolton-remarks-federalist-society">https://www.lawfareblog.com/national-security-adviser-john-bolton-remarks-federalist-society</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a href="https://www.reuters.com/article/uk-usa-icc/u-s-imposes-visa-bans-on-international-criminal-court-investigators-pompeo-idUSKCN1QW1ZH">https://www.reuters.com/article/uk-usa-icc/u-s-imposes-visa-bans-on-international-criminal-court-investigators-pompeo-idUSKCN1QW1ZH</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://www.federalregister.gov/documents/2020/06/15/2020-12953/blocking-property-of-certain-persons-associated-with-the-international-criminal-court">https://www.federalregister.gov/documents/2020/06/15/2020-12953/blocking-property-of-certain-persons-associated-with-the-international-criminal-court</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. Ambasciata Afghanistan all’Aja, The Situation in the Islamic Republic of Afghanistan, Deferral Request made by the Government of the Islamic Republic of Afghanistan pursuant to Article 18(2) of the Rome Statute, 26 marzo 2020 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>22)</em> <a href="https://www.icc-cpi.int/news/statement-prosecutor-international-criminal-court-karim-khan-qc-following-application">https://www.icc-cpi.int/news/statement-prosecutor-international-criminal-court-karim-khan-qc-following-application</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Per un approfondimento sull’indagine della Corte penale internazionale sulla guerra in Afghanistan, la correlata questione WikiLeaks e Julian Assange e lo scontro tra Stati Uniti e Corte dell’Aja, vedi Giovanna Cracco e Alessandro Rettori, <em>Se a essere perseguito è chi denuncia. L’Afghanistan, Manning, Assange e la Corte penale internazionale</em>, in “Dopo l’Ucraina. Crimini di guerra e giustizia internazionale”, a cura di Associazione Società Informazione Onlus, Milieu Edizioni, 2022</p>



<p class="has-small-font-size">24) Afghanistan, International Criminal Court: Article 98, Agreement signed at Washington September 20, 2002; Entered into force August 23, 2003, Treaties and other International Acts series 03-823</p>



<p class="has-small-font-size">25) Cfr. <a href="https://www.icc-cpi.int/palestine" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icc-cpi.int/palestine</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a href="https://www.palestinechronicle.com/international-complicity-aids-us-israel-efforts-against-the-icc/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.palestinechronicle.com/international-complicity-aids-us-israel-efforts-against-the-icc/</a></p>



<p class="has-small-font-size">27) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.state.gov/the-united-states-opposes-the-icc-investigation-into-the-palestinian-situation/" target="_blank">https://www.state.gov/the-united-states-opposes-the-icc-investigation-into-the-palestinian-situation/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>28)</em> Cfr. Corte penale internazionale, Ufficio del Procuratore, Report on Preliminary Examination Activities (2016), 14 novembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">29) <a href="https://www.theguardian.com/world/2016/nov/16/russia-withdraws-signature-from-international-criminal-court-statute" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/world/2016/nov/16/russia-withdraws-signature-from-international-criminal-court-statute</a></p>



<p class="has-small-font-size">30) <a href="https://russia-direct.org/opinion/why-russia-withdraws-international-criminal-court" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://russia-direct.org/opinion/why-russia-withdraws-international-criminal-court</a></p>



<p class="has-small-font-size">31) Cfr. <a href="https://www.ictj.org/news/au-withdrawal-icc-non-starter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ictj.org/news/au-withdrawal-icc-non-starter</a></p>



<p class="has-small-font-size">32) Cfr. <a href="https://www.icc-cpi.int/burundi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.icc-cpi.int/burundi</a></p>



<p class="has-small-font-size">33) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.icc-cpi.int/philippines" target="_blank">https://www.icc-cpi.int/philippines</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ukraine Support Traker. Quali Paesi aiutano l’Ucraina e come?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ukraine-support-traker-quali-paesi-aiutano-lucraina-e-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 11:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6029</guid>

					<description><![CDATA[Nel rapporto del Kiel Institute, i dettagli degli aiuti all’Ucraina e gli interessi finanziari che ne emergono: quali Stati e organizzazioni sovranazionali, quanto denaro e in quale forma, quali armamenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Kiel Institute for the World Economy *</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-78-luglio-settembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 78, luglio – settembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Nel rapporto del Kiel Institute, i dettagli degli aiuti all’Ucraina e gli interessi finanziari che ne emergono: quali Stati e organizzazioni sovranazionali, quanto denaro e in quale forma, quali armamenti.</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Introduzione</h4>



<p>L’attacco della Russia all’Ucraina sta causando sofferenze umane e distruzione impressionanti. Molti leader occidentali si sono impegnati a “stare dalla parte dell’Ucraina” e hanno annunciato un importante sostegno militare e umanitario. Questo documento si chiede: cosa dicono i numeri? Quanto è grande il sostegno all’Ucraina? Quali sono i governi più favorevoli? E che tipo di sostegno offrono i Paesi: militare, umanitario e/o finanziario? Per rispondere a queste domande, abbiamo creato un nuovo database, l’<em>Ukraine Support Tracker</em>, che elenca e quantifica il sostegno dei governi occidentali all’Ucraina. In questa terza versione, tracciamo gli impegni di aiuto tra il 24 gennaio 2022 (giorno in cui la NATO ha messo in stand-by alcune delle sue truppe) e il 10 maggio 2022.</p>



<p>Questo progetto colma una lacuna nel dibattito economico sulla guerra tra Russia e Ucraina. Finora il dibattito si è concentrato sulle sanzioni e su altre misure volte a danneggiare la Russia. Meno attenzione è stata dedicata alle misure di sostegno all’Ucraina. In effetti, la maggior parte della discussione sugli aiuti all’Ucraina è stata aneddotica, mentre sono mancati dati sistematici e rigore. [&#8230;]</p>



<p>L’obiettivo principale del nostro database è quello di quantificare l’entità degli aiuti all’Ucraina e di rendere le misure di sostegno comparabili tra i Paesi donatori. Quantifichiamo i flussi di sostegno dei governi occidentali all’Ucraina in milioni di euro, contabilizzando sia i trasferimenti finanziari che quelli in natura. A tal fine, abbiamo creato un database completo che riunisce informazioni provenienti da fonti governative ufficiali, elenchi esistenti di aiuti all’Ucraina e rapporti di noti organi di informazione.</p>



<p>Una sfida importante è quella di quantificare i trasferimenti non finanziari, come le spedizioni in natura di attrezzature militari, armi, medicinali o generi alimentari. In molti casi, i governi riportano il valore delle donazioni in natura nella loro valuta nazionale, che possiamo utilizzare come valore di riferimento. In altri casi, invece, i governi non riportano il valore degli aiuti ma si limitano a menzionare gli articoli forniti, come armi specifiche o diverse “tonnellate di cibo”. Assegniamo un valore monetario agli aiuti in natura utilizzando i prezzi di mercato e i dati relativi a precedenti casi di fornitura di aiuti internazionali, facilitando così il confronto dell’assistenza fornita tra i vari Paesi.</p>



<p>Ci concentriamo principalmente sugli impegni bilaterali (da governo a governo) che sono destinati a fluire verso l’Ucraina, non a rimanere nel Paese committente. Ciò significa che non tutti i tipi di sostegno sono coperti. Nei nostri dati di riferimento, quindi, non quantifichiamo gli sforzi e le spese su larga scala per aiutare i rifugiati fuggiti dall’Ucraina, soprattutto da parte di Paesi vicini come la Polonia o la Moldavia (si veda la Sezione 7). Quantificare il costo del sostegno ai rifugiati è difficile, poiché non esistono dati comparabili a livello internazionale, gran parte dell’aiuto è in natura e sostenuto da famiglie private piuttosto che da governi, e le statistiche disponibili sono rumorose e incomplete. Inoltre, non contiamo le donazioni private, gli impegni delle organizzazioni finanziarie internazionali e quelli delle organizzazioni non governative (ONG). I dati disponibili suggeriscono che in alcuni Paesi le donazioni private sono consistenti e possono superare il sostegno dei governi (1).</p>



<p>Non possiamo inoltre fornire un quadro completo degli aiuti bilaterali, perché alcuni governi non condividono i dettagli del loro sostegno all’Ucraina, soprattutto quando si tratta di inviare attrezzature militari e armi. Tuttavia, abbiamo fatto del nostro meglio per elencare e quantificare meticolosamente tutte le misure di sostegno che sono diventate di dominio pubblico. Ciò significa che abbiamo valutato anche le fughe di documenti ufficiali, che elencano in dettaglio il tipo e il valore degli aiuti militari, ad esempio da parte della Germania o dell’Italia. Inoltre, in molti casi, le consegne di armi diventano pubbliche una volta effettuate, il che consente di tracciarle ex-post, ad esempio nel caso della Polonia.</p>



<p>In totale, tracciamo 64,6 miliardi di euro di impegni tra governi (2) dal 24 gennaio 2022 al 10 maggio 2022. Questa somma comprende gli impegni di 37 Paesi, tra cui 31 Paesi membri del G7 e dell’UE, più gli impegni delle istituzioni dell’Unione Europea (Commissione UE e Consiglio UE), oltre a sei Paesi che aggiungiamo in questa terza versione del documento: Australia, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del Sud, Svizzera e Turchia.</p>



<p>Gli Stati Uniti (USA) sono di gran lunga il maggior sostenitore bilaterale dell’Ucraina, avendo impegnato 42,9 miliardi di euro, pari al 66% degli impegni totali nel nostro database di 38 donatori. Tutti i governi dei Paesi dell’UE hanno impegnato 9,78 miliardi di euro, più 4,12 miliardi di euro dalla Commissione europea e altri 2 miliardi di euro dalla Banca europea per gli investimenti&#8230;</p>



<p class="has-cyan-bluish-gray-color has-text-color"><em>Puoi continuare a leggere il Report in inglese direttamente sul sito del Kiel Institute</em>.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto (tradotto) dell’Ukraine Support Tracker, terzo aggiornamento, 18 maggio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">1) In Germania, ad esempio, le donazioni private per gli aiuti umanitari all’Ucraina superano i 631 milioni di euro al 25 marzo (secondo DZI 2022, che raccoglie i dati sulle donazioni a 67 organizzazioni e fondazioni umanitarie). Questa somma è superiore all’importo totale degli aiuti umanitari promessi dal governo in quel momento</p>



<p class="has-small-font-size">2) Gli impegni bilaterali comprendono l’assistenza bilaterale fornita attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lo spettacolo della guerra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/spettacolo-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5891</guid>

					<description><![CDATA[Debord e McLuhan per capire dove siamo: ben oltre la propaganda, la costruzione di un mondo e di una nuova modalità di vita che dobbiamo consumare]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" data-type="post" data-id="5879" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Debord e McLuhan per capire dove siamo: ben oltre la propaganda, la costruzione di un mondo e di una nuova modalità di vita che dobbiamo <em>consumare</em></p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“‘Seppellite il mio cuore a Wounded Knee’, che vuol dire? / Wounded Knee è dove morì il generale Custer con tutti i suoi. / Sì, ma che aveva combinato per finire così? / Beh, esattamente io... / Aveva trucidato migliaia di indiani. Quindi lei conosce il personaggio ma non ha una visione globale della vicenda. E sa perché? / Perché? / Per i film che ha visto. Ecco perché siamo qui. / Capisco. / Le faccio altri esempi: la bambina vietnamita; la V di vittoria; i cinque marines che innalzano la bandiera sul monte Suribachi. Fra cinquant’anni anni avrà scordato quelle guerre ma non quelle immagini. / Vero. / Guerra del Golfo: un missile intelligente si infila in un camino. 2.500 missioni al giorno per oltre 100 giorni: sono bastate le immagini di una sola bomba e gli americani hanno accettato quella guerra. La guerra è spettacolo. Ecco perché siamo qui.”
<em>Wag the dog</em>, regia di Barry Levinson, 1997</pre>



<pre class="wp-block-verse">“Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini divengono degli esseri reali, e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico.”
Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em></pre>



<pre class="wp-block-verse">“Il medium è il messaggio perché è il medium che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana.”
Marshall McLuhan, <em>Capire i media. Gli strumenti del comunicare</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Raccontata dai principali media italiani (carta stampata, televisione e radio), la guerra in Ucraina è – fin dai primi giorni – massacri, pioggia incessante di bombe e stragi di civili; a margine, andando a cercare soprattutto in rete, si riescono a trovare analisi differenti. Il 22 marzo Newsweek – una testata che non può certo essere accusata di ‘simpatie putiniane’ – pubblica un articolo dai toni molto diversi (1).</p>



<p>“Dallo scorso fine settimana, in 24 giorni di conflitto, la Russia ha fatto circa 1.400 missioni di volo e lanciato quasi 1.000 missili (per contrasto, gli Stati Uniti hanno fatto più missioni e bombardato di più nel primo giorno della guerra in Iraq del 2003)” scrive William M.Arkin intervistando – sotto garanzia di anonimato – analisti della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense. “Una parte di questi attacchi ha danneggiato e distrutto strutture civili e ucciso e ferito civili innocenti, ma il livello di morte e distruzione è basso rispetto alla capacità della Russia” continua l’articolo. E ancora: “Il cuore di Kiev è stato appena toccato. E quasi tutti gli attacchi a lungo raggio sono stati mirati a obiettivi militari” afferma una fonte della Difesa USA, “le autorità cittadine di Kiev dicono che circa 55 edifici sono stati danneggiati e che 222 persone sono morte dal 24 febbraio. È una città di 2,8 milioni di persone”. “Se ci limitiamo a convincerci che la Russia sta bombardando indiscriminatamente, o che non riesce a infliggere più danni perché il suo personale non è all’altezza del compito o perché è tecnicamente inetto, allora non stiamo vedendo il vero conflitto”, conclude l’analista della DIA.</p>



<p>A novembre scorso l’Onu stima a 377 mila le vittime della guerra in Yemen, in sette anni: il 60% a causa di effetti indiretti del conflitto, come scarsità di acqua, cibo e cure. Sempre l’Onu, il 4 aprile, riporta 1.417 vittime civili in Ucraina in 40 giorni e 2.038 feriti (2). La guerra di invasione dell’Iraq del 2003, lanciata da Stati Uniti e Gran Bretagna sulla base di quella che la storia ci ha consegnato come una deliberata menzogna – la presenza di armi chimiche di distruzione di massa – ha prodotto 209 mila morti tra i civili (marzo 2003-febbraio 2017) secondo Iraq Body Count (3), e non rappresenta la stima più pessimistica. In occasione della “lotta al terrorismo”, dell’“esportazione della democrazia” e delle “missioni di pace”, le nostre coalizioni occidentali, nei loro vertici politici e militari, ci hanno redarguito sul fatto che un civile armato è un “insorto” ed equivale a un soldato e come tale i militari occidentali lo trattano, e che i cittadini che non rispettano il coprifuoco in una zona di guerra lo fanno a proprio rischio e pericolo. L’<em>esperienza</em> ci ha inoltre insegnato che un civile si può armare solo là dove c’è abbondanza di armi distribuite tra la popolazione: come è avvenuto in Ucraina fin dai primi giorni del conflitto.</p>



<p>La guerra è morte e distruzione. Non è un concetto complicato da recepire. E non si tratta di voler fare una ben macabra conta, di voler ‘pesare’ i morti; ma è proprio ciò che sta facendo l’informazione italiana dallo scoppio della guerra in Ucraina. Nessun conflitto ha monopolizzato le prime pagine, i telegiornali e i programmi televisivi per settimane, prima di oggi; nessuna guerra è stata raccontata, gestita politicamente e mediaticamente in questo modo. Probabile che non tutti i cittadini italiani sappiano dove sia lo Yemen, ma <em>ora</em> tutti sanno esattamente dov’è l’Ucraina. Cosa sta accadendo?</p>



<h4 class="wp-block-heading">La società dello spettacolo</h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>La realtà sorge nello spettacolo, e</em><em> lo spettacolo è reale.”</em></pre>



<p>Il 24 febbraio, poco dopo le 6 di mattina, Zelensky appare alla televisione ucraina: giacca e camicia bianca, dichiara che le forze militari russe sono entrate nel Paese. Alle 8:30 la CNN rilancia un nuovo video-messaggio nel quale il presidente ucraino, in giacca, camicia bianca e cravatta, chiama Mosca al dialogo: “Prima o poi la Russia dovrà parlare con noi per porre fine a questa operazione militare, a questa invasione, e prima inizia questo colloquio e minori saranno le perdite per la Russia stessa”. Nel giro di poche ore seguono diverse dichiarazioni di apertura all’avvio di un negoziato con Mosca e di disponibilità ucraina verso lo status neutrale del Paese, e la Russia risponde di essere pronta a inviare a Minsk una delegazione per trattare. Per due giorni il negoziato è sul tavolo. Nel frattempo Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi europei si scatenano: l’invasione è inaccettabile, Putin è un pazzo criminale da fermare, si devono avviare sanzioni economiche contro la Russia e l’Ucraina è da sostenere inviando armamenti. Inizia il giro di telefonate: Zelensky parla con Biden, con Boris Johnson e con esponenti politici europei. Nel tardo pomeriggio del 25 febbraio, pubblica sui social un video di appena 30 secondi: per strada, luce notturna, circondato da esponenti del governo, dichiara: “Siamo qui. Siamo a Kiev. Difendiamo l’Ucraina”. Indossa maglietta e felpa, entrambe verde militare. Il video diventa virale. L’indomani, alle 7 del mattino, l’Associated Press riporta che fonti dell’intelligence statunitense riferiscono che Zelensky ha rifiutato l’offerta americana di lasciare Kiev: “La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio”. Una frase a effetto che diventa anch’essa virale. Nasce l’immagine del presidente-resistente, eroico e coraggioso. La trattativa viene relegata ai margini, si combatte. Zelensky non lascerà più quella maglietta verde militare, diventerà il suo ‘costume di scena’: da quel momento, inizia lo ‘spettacolo’ della guerra.</p>



<p>Il testo di Guy Debord del 1967 è complesso e articolato: agganciandosi ad alcuni dei punti centrali del pensiero di Marx, tocca diversi aspetti, che qui tralasciamo perché fuori focus. Ciò che ci interessa è il concetto espresso nel titolo del saggio: <em>La società dello spettacolo</em> (4)<em>.</em> Semplificando, possiamo dire che riprendendo i temi ‘valore d’uso/valore di scambio’, ‘alienazione’ e ‘carattere di feticcio della merce’, Debord amplia la riflessione marxiana slittando dalla sfera della produzione a quella del consumo. Nell’attuale società a capitalismo avanzato della produzione di massa, scrive il pensatore francese, i beni (e i servizi) vengono acquistati e consumati non per l’utilità del loro uso ma per il loro valore simbolico, astratto, feticistico: un valore che sta, di fatto, in un’immagine, la quale ci viene consegnata da uno ‘spettacolo’. Non si tratta solo dei media, ma dell’intera società: Debord non parla di una ‘società dell’apparire’ in cui lo spettacolo diventa merce, e nemmeno della ‘spettacolarizzazione’ di ogni cosa: va ben oltre. Parla di una società in cui la merce <em>è</em> uno spettacolo. L’altra faccia della produzione capitalistica è infatti il consumo, e dunque l’intera società diviene spettacolo, perché senza spettacolo la merce non acquisirebbe quel valore simbolico e feticistico per il quale viene acquistata: lo spettacolo rappresenta la struttura della società dei consumi. “Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” e “lo spettacolo è la principale produzione della società attuale” scrive Debord.</p>



<p>In tale realtà, l’alienazione si duplica: non è più solo nell’ambito della produzione ma anche in quello del consumo. L’Uomo è alienato, perduto a se stesso, estraniato dalla propria <em>essenza</em>, non solo in quanto lavoratore in un sistema capitalistico ma anche in quanto consumatore di merce: ossia di spettacolo. Vero/falso, bisogni (valore d’uso)/falsi bisogni (valore di scambio), coscienza vera/falsa coscienza: uno spettacolo totalizzante che si spaccia per realtà, o meglio: <em>diviene</em> la realtà. Scrive Debord nei successivi <em>Commentari sulla società dello spettacolo</em> del 1988: “[&#8230;] in definitiva il senso dello spettacolo integrato è che si è integrato nella realtà stessa man mano che ne parlava; e che la ricostruiva come ne parlava. Così adesso questa realtà non gli sta più di fronte come qualcosa di estraneo. […] Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. […] il divenir-mondo della falsificazione era anche un divenir-falsificazione del mondo”. Da rappresentazione, lo spettacolo è divenuto reale; e in quanto reale, è vero. Lì, sta la Verità.</p>



<p>Potremmo derubricare a propaganda – più o meno ben fatta – il racconto di guerra che la classe dirigente – politica, economica e culturale – ci sta consegnando sul conflitto in Ucraina, ma sarebbe riduttivo. È molto di più. È la costruzione di un mondo, di un immaginario e di nuovi valori, di un’ideologia, di una nuova modalità di vita che dobbiamo <em>consumare</em>.</p>



<p>Conosciamo ormai tutti i trascorsi di Zelensky: produttore e attore della serie televisiva <em>Servant of the people</em> – andata in onda in Ucraina dal 2015 al 2019 – fonda nel 2018 un partito che prende il nome dalla fiction tv e nel 2019 diventa presidente del Paese, replicando nella realtà ciò che <em>già </em>era avvenuto nello spettacolo televisivo. Porta con sé, in politica, gran parte della squadra che ha così ben funzionato nella fiction: Yuriy Kostyuk su tutti, sceneggiatore della serie che oggi scrive i discorsi che Zelensky-presidente pronuncia nei video-messaggi in maglietta verde militare. Video-messaggi che rappresentano indubbiamente la novità comunicativa di questa guerra: si pongono infatti al centro dei media, che diffondendoli li contrassegnano con il bollino ‘Verità’, ma contemporaneamente li travalicano, occupando direttamente spazi politici – i Parlamenti dei diversi Paesi – e culturali – i Grammy, per esempio. Ogni discorso è un piccolo capolavoro di spettacolo emozionale: al Congresso USA richiama l’11 settembre, alla Camera britannica cita Churchill, al Bundestag il Muro di Berlino, alla Knesset l’olocausto – e qui fa il suo primo e per ora unico scivolone: gli ebrei, giustamente, trovano fuori luogo il parallelismo – ai Grammy tira fuori “i musicisti [ucraini che] mettono il giubbotto antiproiettile invece dello smoking, cantano per i feriti, negli ospedali&#8230;” per concludere: “Sulla nostra terra combattiamo la Russia che ha portato un orribile silenzio con le sue bombe, riempite il silenzio con la vostra musica”. E, puntuale, al video-messaggio segue lo spettacolo musicale, con artiste ucraine vestite con i colori della bandiera nazionale.</p>



<p>Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera e dell’emittente La7, acquista i diritti della fiction di Zelesky e la manda in onda, in esclusiva per l’Italia, a partire dal 4 aprile: le prime tre puntate, a seguire <em>Zelensky the story</em>, un docufilm che la rete televisiva presenta, sul proprio sito, con queste parole: “Dai suoi inizi come attore di programmi tv alla sua campagna spettacolare, alla sua elezione e alla sua rivalità con il presidente della Russia&#8230; Ecco la storia di un viaggio incredibile e di un eroe indiscusso”. Mentre il Corsera, il 24 marzo, allega in omaggio al quotidiano la “spilla giallo-blu” della bandiera ucraina: la guerra diventa gadget per una ipotetica tifoseria, neanche fosse una partita di calcio. (5).</p>



<p>Lo spettacolo è in grado di costruire un mondo solo se è pervasivo e totalizzante: deve occupare l’intera società, non solo l’ambito dei media. Ed è ciò che sta accadendo. Con la fiction <em>Servant of the people</em>, i Grammy, il minuto di silenzio agli Oscar, ma anche con università che sospendono corsi sulla letteratura russa, social media che autorizzano post che incitano alla violenza nei confronti di Putin e dei russi, servizi finanziari che lanciano campagne di raccolta fondi “Dona per le attività di soccorso all’Ucraina”, catene di supermercati che stampano sullo scontrino “Sosteniamo la pace. Aggiungi un euro alla spesa per dare il tuo contributo alla Croce rossa italiana” (6); con il Parlamento che approva all’unanimità un emendamento a favore dell’acquisto di materiali di autodifesa per i giornalisti inviati sul campo in Ucraina – gli inviati nelle altre guerre, si arrangino un po’ come possono –; con il Consiglio di sicurezza nazionale statunitense e l’addetto stampa della Casa Bianca che chiamano a sé, in un incontro su Zoom, i trenta maggiori <em>influencer</em> di TikTok, per fornire loro informazioni sulla guerra e sugli obiettivi strategici degli Stati Uniti, di modo che possano diffonderli nel social e contrastare le fake news (!). Quest’ultima, fino a poco tempo fa, si sarebbe semplicemente chiamata ‘propaganda’. Il fatto che non sia percepita né denunciata come tale, mostra quanto il “divenir-falsificazione del mondo” si sia già compiuto. I <em>TikToker</em>, infatti, <em>seguono</em> allo spettacolo della guerra già prodotto dai governi e dai principali media: non percepiscono la propaganda perché per loro lo spettacolo è già divenuto realtà, e lì si situa la Verità. Perché per quanto sempre più pervasivi, la capacità di convertire lo spettacolo da prodotto mediatico a prodotto sociale non appartiene ai social, ma è ancora appannaggio dei media tradizionali: stampa, televisione, radio.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="286" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/04/1.jpg" alt="" class="wp-image-5894"/></figure>
</div>


<p>Dal 24 febbraio, le prime pagine dei quotidiani sono state monopolizzate dalla guerra in Ucraina. Fotografie cariche di pathos, nelle quali si alternano volti umani, cadaveri ed edifici distrutti (spesso la fotografia è la medesima su diverse testate occidentali, italiane e straniere); immagini dai colori elaborati grazie a un’abile post produzione (il francese Liberation ha una chiara predilezione per lo sfondo nero caravaggesco); titoli assertivi e drammatici, enfasi – Maruiopol è una “città martire” –, racconti epici che si susseguono a dipingere una resistenza eroica, iniziata con donne e bambini che preparano molotov e Lolite con leccalecca in bocca e fucile imbracciato (vedi box <em>Titoli di prima pagina, quotidiani italiani</em>, pag. 13). La televisione ha prodotto febbricitanti maratone h24, censurato le voci critiche, creato un telegiornale quotidiano “in lingua ucraina per i profughi ucraini” (RaiNews 24). La radio ha seguito a ruota. È l’informazione della paura, della lacrima, dei buoni e dei cattivi e una netta linea di demarcazione tracciata tra le due ‘categorie’. Scioccare, indignare e radicalizzare le parole d’ordine. Una ‘macchina da guerra’ – è il caso di dirlo – che non si è fatta rallentare nemmeno dalle fake news in cui è palesemente incappata, come la dichiarazione di Enrico Mentana sul battaglione Azov l’11 marzo, durante la sua quotidiana ‘maratona’ su La7 (7) o la fotografia in prima pagina de La Stampa il 16 marzo (8).</p>



<p>Tuttavia, non sono tanto le specifiche false notizie a segnare il passo, quanto l’aria che si respira: univoca, compatta, schierata. Al punto che un insieme di “Organizzazioni mediatiche ucraine, reporter, fotografi, manager dei media e professionisti della comunicazione”&nbsp;ritiene di poter consegnare all’informazione straniera una “lettera aperta” nella quale sono suggerite le parole da utilizzare e quelle da evitare nella narrazione della guerra (9).</p>



<p>Nella società dello spettacolo le immagini divengono degli esseri reali e <em>le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico</em>, scrive Debord: dall’apparire della maglietta verde di Zelensky il 25 febbraio, lo spettacolo della guerra è andato in scena e, invadendo ogni spazio sociale, ha manipolato coscienze e indotto reazioni collettive. “L’intenzione originaria del dominio spettacolare” scrive Debord nei <em>Commentari</em>, “era far sparire la conoscenza storica in generale; e in primo luogo quasi tutte le informazioni e tutti i commenti ragionevoli sul passato più recente. […] Lo spettacolo organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il medium è il messaggio</h4>



<pre class="wp-block-verse">“<em>Gli effetti della tecnologia non si verificano al livello delle opinioni o dei concetti ma alterano costantemente, e senza incontrare resistenza, le reazioni sensoriali o le forme di percezione.”</em></pre>



<p>Secondo Marshall McLuhan, tutti i media amplificano i nostri corpi e i nostri sensi: sono “semplici estensioni dei sensi umani” (10). Partendo da questo presupposto, “per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio”, perché ciò che McLuhan intende esaminare sono le “conseguenze psichiche e sociali”: ogni media “non soltanto porta, ma traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio”, ossia modifica la realtà individuale e collettiva, “la forma dell’associazione e dell’azione umana”. In questo senso <em>il medium è il messaggio</em>, perché “il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo o di schemi che introduce nei rapporti umani […] indipendentemente dal carico, cioè dal contenuto, del medium”.</p>



<p>Anche in questo caso, il testo del 1964 di McLuhan è ben più articolato di quanto ne utilizziamo qui e tocca i media più svariati, dalla parola all’automobile. Agganciandosi al mito di Narciso, che associa all’etimo <em>narcosis</em>, che traduce con <em>torpore</em>, McLuhan afferma che gli esseri umani sono soggetti al fascino di ogni estensione di loro stessi, riprodotta in un materiale diverso da quello in cui sono fatti: dunque, nella sua analisi, sono soggetti al fascino dei media. Tuttavia, la sempre maggiore estensione, dovuta a nuove tecnologie, porta a uno “stress dell’accelerazione del ritmo o dell’aumento del carico”, che produce una reazione difensiva: “il sistema nervoso riesce a sopportarlo solo nel torpore o bloccando la percezione”. Lo stimolo dei media che accogliamo, insomma, perché ne siamo attratti, ci intorpidisce. “Per contemplare, utilizzare o percepire qualsiasi estensione di noi stessi in forma tecnologica è necessario riceverla. Ascoltare la radio o leggere la pagina stampata significa accogliere nel nostro sistema queste estensioni di noi stessi e subire quella ‘chiusura’ o spostamento della percezione che automaticamente ne consegue. È l’ininterrotta ricezione della nostra tecnologia nell’uso quotidiano che, nel rapporto con queste immagini di noi stessi, ci pone nella posizione narcisistica della coscienza subliminale e del torpore.”</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="275" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/04/2.jpg" alt="" class="wp-image-5895"/></figure>
</div>


<p>Dal 24 febbraio, lo spettacolo della guerra in Ucraina ci invade da ogni media d’informazione: carta stampata, radio, televisione, social, podcast, internet. Lo <em>consumiamo</em> h24 grazie allo smartphone, estensione del nostro corpo e dei nostri sensi come nessun altro media fino a oggi. Il martellamento è incessante, registra “accelerazione del ritmo” nell’uso del medium e “aumento del carico” nel messaggio, sempre il medesimo: guerra, Putin, criminale, Ucraina, resistenza, eroi, armi. Innesca shock iniziale per poi lasciar spazio al terapeutico torpore. “Dobbiamo intorpidire il nostro sistema nervoso centrale ogni volta che viene esteso e scoperto; altrimenti moriremmo” scrive McLuhan. E nel nostro torpore, ci ritroviamo passivi: spossati, apatici, distratti, privi dell’energia di formulare un pensiero critico, assimiliamo; anche se annusiamo la propaganda, lo spettacolo entra in noi come sensazione e percezione, lo facciamo nostro. Perché non spegniamo lo smartphone, o la televisione, o non evitiamo la rassegna stampa alla radio? “La necessità di usare i sensi disponibili è persistente quanto il respiro,” riflette McLuhan (che non ha visto l’epoca dello smartphone) “ed è questo fatto che ci induce a tenere quasi continuamente in funzione radio e tv. Questo impulso a un uso continuo è abbastanza indipendente dal ‘contenuto’ dei programmi o dalla vita sensoriale dell’individuo, essendo piuttosto una testimonianza del fatto che la tecnologia è parte dei nostri corpi. […] Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Verso dove?</h4>



<p>“Sono frustrato dalla narrativa attuale” conclude una fonte dell’aviazione americana citata nell’articolo di Newsweek, “secondo la quale la Russia sta intenzionalmente prendendo di mira i civili, sta demolendo le città, e a Putin non importa. Una visione così distorta impedisce di trovare una fine prima che il vero disastro colpisca o che la guerra si estenda al resto d’Europa”.</p>



<p>Non occorre certo appoggiarsi a un analista della DIA per riconoscere la mancanza di volontà di far cessare questo conflitto: è evidente nell’accoppiata Biden-Zelensky – a cui Draghi fa da spalla entusiasta, battendo in zelo molti altri politici europei – che alza i toni appena la possibilità di un negoziato si palesa, lanciando accuse di utilizzo di armi chimiche e di stragi da parte dell’esercito russo prima che un’indagine un minimo indipendente possa accertare i fatti. Tuttavia la citazione mostra quanto all’interno dell’Amministrazione USA questa consapevolezza sia ben presente, accanto a ciò che comporta (11).</p>



<p>È evidente che Stati Uniti ed Europa stiano utilizzando il conflitto per cercare di disegnare un nuovo ordine globale, ripristinando la spaccatura occidente/oriente e rilanciando la corsa agli armamenti con l’aumento delle spese militari. Altrettanto chiaro quanto l’industria statunitense ed europea del settore Difesa festeggi – il titolo dell’italiana Leonardo ha per ora battuto il record: +43,9% ad azione dal 23 febbraio al 6 aprile – accanto a quella del gas liquefatto made in USA – che i Paesi europei pagheranno più del gas russo.</p>



<p>Siamo all’alba di un nuovo mondo. Politici e giornalisti da salotto sembrano pervasi da un febbricitante entusiasmo, come avessero finalmente trovato una <em>missione</em> in grado di assegnare loro un’identità. Non era stato così con il Covid, se non parzialmente, perché l’aleatorietà della situazione si prestava a troppe e continue contraddizioni da cercare faticosamente di sanare; la guerra, al contrario, può diventare un monolite, davanti al quale ergersi impettiti battendosi il petto e rivendicando la battaglia della democrazia contro la dittatura, dei valori occidentali contro la barbarie&#8230; e retoriche similari.</p>



<p>La società civile è esausta, ma nel complesso ancora tiene: non mancano le voci critiche, ma non riesce a crearsi un’opposizione significativa. Siamo transitati da un’emergenza (pandemia) all’altra (guerra) senza passare dal via, come si direbbe a Monopoli: nel giro di una notte. Dalla merce-pandemia alla merce-guerra, lo spettacolo sta chiaramente funzionando: onnipresenza, martellamento, delegittimazione delle voci critiche, creazione del ‘nemico’ e di capri espiatori, perno sulle emozioni, radicalizzazione. Sull’onda del nuovo mondo così creato, abbiamo modificato il nostro modo di vivere – distanziamento sociale, Green Pass, obbligo vaccinale, discriminazioni – e lo modificheremo nuovamente a breve – razionamento energetico, e vedremo cos’altro. Dobbiamo abbassare il riscaldamento “un po’ come tagliamo il consumo dell’acqua quando c’è la siccità, o esattamente come ci mettiamo una mascherina per poter fare fronte al virus” ha dichiarato il 9 marzo Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri: “Quello che abbiamo fatto contro il Covid-19 dobbiamo farlo in favore dell’Ucraina. Deve essere una mobilitazione degli spiriti, dei comportamenti individuali, con un impegno collettivo per cercare di fare fronte a un compito che sicuramente ha una portata storica”. <em>Mobilitazione</em><em> degli spiriti</em>: a questo serve lo spettacolo. A creare quella che Marcuse chiama “falsa coscienza”, quel processo di <em>mimesi</em> che va ben oltre l’adattamento e porta l’individuo a una identificazione immediata con la <em>sua</em> società, che è quella del capitalismo avanzato e della produzione/consumo di massa. E tra convinzione o passività e apatia, a seconda che abbia preso il sopravvento la capacità di coinvolgimento dello spettacolo o il torpore causato dall’accelerazione del medium e del messaggio, la gran parte dei cittadini ha accolto il nuovo mondo.</p>



<p>McLuhan sottolinea come, in quest’epoca storica, “la massima parte dei <em>trasporti</em> consista nello spostamento di informazioni”, e Debord ci ricorda che alla base dello spettacolo c’è l’economia: c’è il sistema produttivo capitalistico. Con le sue crisi e le sue necessità, gli sviluppi tecnologici e i mercati delle materie prime fondamentali. È lì che dobbiamo andare a indagare per capire davvero cosa sta accadendo e quale realtà stanno progettando.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<pre class="wp-block-preformatted"><strong><span class="has-inline-color has-vivid-red-color">Titoli di prima pagina, quotidiani italiani </span></strong>

La guerra nel cuore d’Europa (Il Messaggero, 25 febbraio) Putin sfodera l’atomica (Repubblica, 28 febbraio) Diluvio di fuoco sulle città (Repubblica, 1° marzo) Pioggia di missili sulle città (Corriere della sera, 2 marzo) Martirio ucraino (Repubblica, 2 marzo) Il massacro di Putin (Il Giorno, 2 marzo) La resistenza di un popolo (Repubblica, 3 marzo – fotografia di tre uomini che lanciano molotov, immagine pag. 14) Putin fa a pezzi la civiltà (La Stampa, 3 marzo) Guerra ai civili (il Manifesto, 3 marzo) Strage senza fine (La Stampa, 7 marzo) Bombe sui bambini (La Stampa, 10 marzo) La resistenza di Kiev (La Stampa, 13 marzo – fotografia di una adolescente con in bocca un leccalecca e in braccio un fucile, immagine pag. 16) La carneficina (La Stampa, 16 marzo) Armi contro il criminale di guerra (Il Foglio, 17 marzo) Orrore nel teatro di Mariupol (Corriere della sera, 17 marzo), Teatro di sangue (La Stampa, 17 marzo) Missili sui civili (Il Messaggero, 17 marzo) Le trattative con il criminale (Il Foglio, 18 marzo) Stallo di sangue (Repubblica, 18 marzo) Massacro continuo (La Stampa, 18 marzo) Il grande dittatore (La Stampa, 19 marzo) I missili della morte (La Stampa, 20 marzo) Occupazione spietata (la Repubblica, 21 marzo) L’Ucraina stuprata (Il Mattino, 21 marzo) 10 milioni di profughi (Repubblica, 22 marzo) Zelensky all’Italia: aiutateci (Corriere della sera, 23 marzo) Deportati duemila bambini (La Stampa, 23 marzo) Lo spettro delle armi chimiche (Corriere della sera, 24 marzo) Biden e la Ue: più armi a Kiev (Corriere della sera, 25 marzo) Uniti contro Putin (Repubblica, 25 marzo) “In gioco la democrazia” (La Stampa, 26 marzo) “Russi, cacciate il tiranno” (Repubblica, 27 marzo) Biden: “Putin macellaio” (La Stampa, 27 marzo) Fratelli d’Europa (Repubblica, 28 marzo) L’offensiva contro il macellaio (Il Foglio, 29 marzo) “Sostegno dall’Italia” (Il Messaggero, 29 marzo) Con Putin si parla con le armi (Il Foglio, 31 marzo) I dannati della terra (La Stampa, 1 aprile) Il terrore delle mine (Repubblica, 3 aprile) “Il peggio deve ancora venire” (Corriere della sera, 3 aprile) La grande resistenza al dittatore (Il Foglio, 3 aprile) Civili uccisi, orrore e condanna (Corriere della sera, 4 aprile) Fermiamo questo orrore (La Stampa, 4 aprile) Macelleria russa (Il Tempo, 4 aprile) Non possiamo restare indifferenti al genocidio (Domani, 4 aprile) Mattatoio Putin (Repubblica, 5 aprile) I martiri di Bucha (La Stampa, 5 aprile) Se questo è un uomo (Il Resto del carlino, 5 aprile) Stragi, torture: orrore senza fine (Corriere della sera, 6 aprile) “Bambini torturati” (La Stampa, 6 aprile).</pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) William M.Arkin, <em>Putin’s Bombers Could Devastate Ukraine But He’s Holding Back. Here’s Why</em>, Newsweek, 22 marzo 2022, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494" target="_blank">https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://unric.org/it/ucraina-aggiornamento-sulle-vittime-civili-4-aprile-2022/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://unric.org/it/ucraina-aggiornamento-sulle-vittime-civili-4-aprile-2022/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.iraqbodycount.org/database/" target="_blank">https://www.iraqbodycount.org/database/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">4) I virgolettati contenuti nell’articolo sono tratti da Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>, Baldini Castoldi Dalai Editore</p>



<p class="has-small-font-size">5) D’altra parte, ricordiamoci che Cairo è quell’uomo che a marzo 2020, a pandemia appena esplosa, lockdown e ospedali in emergenza, sprigionava elettricità da ogni cellula spronando i venditori del suo gruppo editoriale: in un video-messaggio, in piedi – che solo i perditempo siedono, immaginiamo – snocciolava gli aumenti di centinaia di migliaia di euro di investimenti pubblicitari appena strappati agli inserzionisti, concludendo: “Abbiamo una grande opportunità: se tutti noi operiamo con questa energia vedrete che quest’anno faremo meglio dello scorso anno”. Il video qui <a href="https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Rispettivamente: l’Università Milano-Biccoca (poco importa se poi, sommersa da critiche, abbia fatto un passo indietro), Facebook e Instagram, Paypal, Conad</p>



<p class="has-small-font-size">7) Mentana ha dichiarato: “Il battaglione Azov non è un battaglione neonazista, è una parte delle forze armate dell’Ucraina”. Due dati che non si escludono a vicenda: Azov è infatti parte dell’esercito ucraino, ed è dichiaratamente neonazista</p>



<p class="has-small-font-size">8) La fotografia in prima pagina de La Stampa il 16 marzo rappresenta un uomo in strada che si copre il volto circondato da cadaveri, nessuna didascalia, titolo “La carneficina”, due articoli a lato su Leopoli e Kiev che richiamano un’inevitabile associazione con l’immagine, attribuendo dunque la strage all’esercito russo; la foto era invece stata scatta a Donetsk, nel Donbass. Espressione indignata, “i soliti miserabili del web che amplificano e lo considerano un caso di disinformazione: dov’è la disinformazione?” replicherà il direttore Massimo Giannini a Otto e mezzo, su La7, il giorno dopo (!). A margine, ricordiamo gli interessi degli Elkann, editori de La Stampa e del gruppo Gedi (Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital e altre testate) nel settore degli armamenti, tramite la partecipazione in Iveco Defence Vehicle, Iveco Oto Melara (in collaborazione con Leonardo) e in Rolls-Royce</p>



<p class="has-small-font-size">9) AdnKronos, 25 marzo 2022, qui <a href="https://www.adnkronos.com/resources/0273-14bfafedc502-308061b15aa3-1000/lettera_media_internazionali_25032022.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.adnkronos.com/resources/0273-14bfafedc502-308061b15aa3-1000/lettera_media_internazionali_25032022.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) Le citazioni contenute nell’articolo sono tratte da Marshall McLuhan, <em>Capire i media. Gli strumenti del comunicare</em>, Il Saggiatore</p>



<p class="has-small-font-size">11) È fuori focus rispetto a questo articolo l’analisi delle motivazioni del conflitto, ma è chiaro che non si può ragionare escludendo il contesto nel quale è esploso, ossia l’allargamento della Nato nell’Est Europa e gli investimenti USA per armare l’Ucraina. Il 3 marzo il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato i dati aggiornati: dal 2014 gli Stati Uniti hanno inviato 5,6 miliardi di dollari per armi, assistenza e attività di training, di cui 3 miliardi per equipaggiamenti e per rendere le forze armate ucraine interoperabili con la Nato. Secondo i dati Sipri, l’Ucraina ha progressivamente incrementato le spese militari, portandole dal 2,2% del Pil nel 2014 al 4,1% nel 2020. Volente o nolente, la geopolitica esiste così come gli equilibri mondiali: non viviamo nell’iperuranio di Platone</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Implicazioni del conflitto in Ucraina per la sicurezza alimentare</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/implicazioni-conflitto-ucraina-sicurezza-alimentare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[crisi alimentare]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi energetica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5904</guid>

					<description><![CDATA[La denuncia del World Food Program: gli effetti a catena sul mercato del grano e del mais e le ripercussioni dei prezzi di gas e petrolio sul Programma alimentare globale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">World Food Program*</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La denuncia del World Food Program: gli effetti a catena sul mercato del grano e del mais e le ripercussioni dei prezzi di gas e petrolio sul Programma alimentare globale</p></blockquote>



<p>Il conflitto si svolge in uno dei panieri del mondo. Inoltre, la Russia è tra i più importanti esportatori mondiali di energia. I mercati globali del grano e dell’energia sono in subbuglio, e il riflesso sono i forti aumenti dei prezzi; per ora si registrano nei mercati internazionali, è probabile che si ripercuotano sui mercati nazionali, specialmente nei Paesi che dipendono dalle importazioni, con implicazioni per l’accesso al cibo per i più vulnerabili. Allo stesso tempo, gli incrementi dei prezzi del grano e del petrolio aumentano il costo delle operazioni del World Food Program (WFP), riducendo la capacità di servire chi ne ha bisogno proprio quando è più necessario.</p>



<p>Ad aggiungersi alle sfide, il conflitto in Ucraina non avviene nel vuoto. Nuove varianti di Covid-19 e problemi nella catena di approvvigionamento hanno interrotto la ripresa economica globale, mentre l’aumento dell’inflazione e il debito record limitano la capacità dei Paesi di affrontare nuove sfide. Dopo la perdita di ore lavorative equivalenti a 258 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel 2020 e a 125 milioni nel 2021, i mercati del lavoro faticano a riprendersi, con le ore lavorative perse che si stima raggiungeranno, nel 2022, l’equivalente di 52 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.</p>



<p>I Paesi più poveri stanno lottando maggiormente per riprendersi dalle conseguenze economiche della pandemia, lasciati indietro dalla mancanza di accesso ai vaccini e dalla minore capacità di finanziare misure di stimolo. Circa il 60% dei Paesi a basso reddito sono attualmente in difficoltà o ad alto rischio di debito, rispetto al 30% nel 2015.</p>



<p>Nonostante la crescita economica lenta, l’inflazione è in aumento, alimentando il timore di stagflazione. Un totale di 27 Paesi affronta attualmente un’inflazione alimentare annuale del 15% o più, compresi cinque Paesi – Libano, Venezuela, Sudan, Yemen (Internationally Recognized Government ) e Cuba – con tassi a tre cifre. Altri 20 Paesi hanno sperimentato aumenti dei prezzi alimentari tra il 10 e il 15% nell’ultimo anno, e 45 Paesi tra il 5 e il 10%. </p>



<h4 class="wp-block-heading"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Turbolenza nei mercati globali del grano</mark></h4>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia e l’Ucraina sono giocatori chiave nei mercati globali dei prodotti alimentari di base</h4>



<p>Sia l’Ucraina che la Russia sono grandi esportatori di grano e mais, figurando tra i primi cinque esportatori a livello globale per entrambi i prodotti di base (Grafici 1 e 2, pag. 40 e 41). Per il grano, si prevede che le esportazioni ucraine raggiungano 24 milioni di tonnellate nel 2021/22, pari a circa il 12% dei 193 milioni di tonnellate previste. L’Ucraina e la Russia insieme procurano ai mercati globali del grano il 30% delle forniture. Per il mais, l’Ucraina dovrebbe esportare 33 milioni di tonnellate nella campagna 2021/22, pari al 18% dei 186 milioni di tonnellate scambiati a livello globale. Aggiungendo i 4,5 milioni di tonnellate di esportazioni della Russia, la quota congiunta di Ucraina e Russia nel mercato globale del mais arriva al 20%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1024x439.png" alt="" class="wp-image-6194" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1024x439.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-300x128.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-768x329.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1536x658.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-600x257.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-750x321.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1-1140x488.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-1.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 1. Esportazioni di grano in milioni di tonnellate nel 2021/2022 e variazione rispetto all&#8217;anno precedente</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1024x441.png" alt="" class="wp-image-6195" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1024x441.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-300x129.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-768x331.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1536x662.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-600x258.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-750x323.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2-1140x491.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-2.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 2. Esportazioni di mais in milioni di tonnellate nel 2021/2022 e variazione rispetto all&#8217;anno precedente</figcaption></figure>
</div>


<p>Anche se rimangono dei punti interrogativi, è probabile che l’impatto del conflitto ucraino sui mercati globali sia più contenuto per il mais che per il grano; ciò è dovuto alle migliori forniture di altri Paesi esportatori di mais, che possono tamponare potenziali carenze.</p>



<p>Il grano e il mais non sono gli unici prodotti agricoli per i quali la Russia e l’Ucraina sono attori chiave sui mercati globali. Insieme, i due Paesi esportano anche circa tre quarti dell’olio di girasole e un terzo delle forniture di orzo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il conflitto interrompe le esportazioni ucraine e russe</h4>



<p>Le operazioni militari possono rendere difficile lo spostamento dei raccolti, sia all’interno che all’esterno del Paese. Dopo l’invasione, l’esercito ucraino ha sospeso la navigazione commerciale nei suoi porti. Allo stesso tempo, l’incertezza sulle sanzioni – che non limitano ancora il commercio marittimo – ha portato molte compagnie di navigazione a sospendere i rapporti con entità russe, e alcune banche a rifiutare l’emissione di lettere commerciali per coprire le spedizioni russe dai porti del Mar Nero. Con i porti ucraini chiusi e le transazioni di grano russo in pausa, 13,5 milioni di tonnellate di grano e 16 milioni di tonnellate di mais sono attualmente congelate in Russia e Ucraina.Inoltre, l’aumento dei premi assicurativi sta facendo salire i costi per le spedizioni dal Mar Nero. Con i porti ucraini chiusi e le transazioni di grano russo in pausa, 13,5 milioni di tonnellate di grano e 16 milioni di tonnellate di mais sono attualmente congelate in Russia e Ucraina.</p>



<p>Inoltre, l’aumento dei premi assicurativi sta facendo salire i costi per le spedizioni dal Mar Nero. Le compagnie di navigazione pagano sia l’assicurazione contro i rischi di guerra che un premio aggiuntivo per entrare in aree ad alto rischio, con tariffe che dipendono dalla destinazione, dal valore della nave e dalle merci. Il tasso di premio del rischio di guerra per sette giorni, stimato, il lunedì prima dell’invasione della Russia, allo 0,025% dei costi di assicurazione, è aumentato sostanzialmente, con gli assicuratori navali che ora quotano tra l’1 e il 2% e fino al 5%. Questo si traduce in centinaia di migliaia di dollari USA, se gli assicuratori sono disposti a fornire una copertura in primo luogo a navi che vengono colpite da missili. I premi per il rischio di guerra hanno raggiunto i 300.000 dollari per alcuni viaggi. Poiché porti del Mar d’Azov e del Mar Nero settentrionale, compresi tutti i porti ucraini, sono stati designati come “aree di operazioni belliche”, i sindacati dei marittimi e i loro datori di lavoro hanno concordato salari extra, benefici e la concessione del diritto di rifiutarsi di navigare – spingendo ulteriormente i costi di spedizione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Prezzi degli alimenti a livelli record</h4>



<p>Il sottoindice del grano dell’International Grains Council’s Grains and Oilseeds Index, una misura delle variazioni delle principali quotazioni di esportazione del grano nel mondo, è aumentato del 28% in due settimane (dal 21 febbraio al 7 marzo). Le singole quotazioni sono salite ancora di più: il grano invernale Soft Red n. 2 degli Stati Uniti ha guadagnato un sorprendente 52% nello stesso periodo (Grafico 3, pag. 42). Il sottoindice del mais ha seguito da vicino, guadagnando il 17% dal lunedì prima dell’invasione (21 febbraio) al 7 marzo (Grafico 4, pag. 43).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="481" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1024x481.png" alt="" class="wp-image-6196" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1024x481.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-300x141.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-768x360.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1536x721.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-600x282.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-750x352.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3-1140x535.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-3.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 3. Prezzi del grano (US$ per tonnellata)</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="533" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1024x533.png" alt="" class="wp-image-6197" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1024x533.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-300x156.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-768x400.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1536x800.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-600x312.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-750x390.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4-1140x593.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-4.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 4. Prezzi del mais (US$ per tonnellata)</figcaption></figure>
</div>


<p>Questi aumenti di prezzo avvengono in un momento in cui le quotazioni dei prodotti alimentari sono già a livelli record; hanno spinto l’Indice dei prezzi alimentari della FAO, una misura del cambiamento mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari, a un nuovo massimo storico nel febbraio 2022.</p>



<p>Guardando indietro nella storia – vale a dire il periodo tra l’ottobre 1914 e il febbraio 1915, quando l’Impero Ottomano bloccò lo stretto dei Dardanelli, tagliando così fuori dai mercati internazionali le esportazioni di grano del Mar Nero che valevano il 22% delle forniture totali – sembra probabile che i prezzi di oggi possano continuare a salire. La perdita dell’accesso al Mar Nero nel 1914 provocò un aumento del 45% dei prezzi del grano al Chicago Board of Trade. Tuttavia, data la situazione in evoluzione, qualsiasi stima delle ramificazioni del mercato dei cereali è a questo punto accompagnata da un grado di incertezza molto elevato. Implicazioni per le forniture globali alimentari dipenderanno dalla durata dell’invasione, come questo impatterà sulla produzione di Black Grano marino – da raccogliere tra luglio e settembre – e per quanto tempo i canali di esportazione saranno bloccati.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I Paesi che dipendono dalle importazioni sono i primi a sentire le conseguenze sulla sicurezza alimentare del conflitto</h4>



<p>Diversi Paesi del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e subsahariana e dell’Asia meridionale dipendono dalle importazioni di grano dalla Russia e dall’Ucraina (Tabella 1, pag. 44). Quest’anno in Egitto, il più grande importatore di grano russo e ucraino, le previsioni del rialzo dei prezzi dovrebbero aggiungere 763 milioni di dollari al già pesante conto delle sovvenzioni per il pane, pari a 3,2 miliardi di dollari. Una situazione che ha portato il primo ministro Madbouly ad annunciare piani per il primo aumento, dal 1988, del prezzo di una pagnotta di pane.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1024x906.png" alt="" class="wp-image-6198" width="800" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1024x906.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-300x266.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-768x680.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1536x1359.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-600x531.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-750x664.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5-1140x1009.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-5.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Tabella 1</figcaption></figure>
</div>


<p>L’Ucraina ha finora completato solo metà delle esportazioni di grano di questa stagione verso la Libia. Una perdita delle rimanenti esportazioni lascerebbe la Libia con il 30% di grano in meno del necessario per coprire il consumo interno.</p>



<p>Oltre ai Paesi che si riforniscono dalla regione del Mar Nero, quelli che, più in generale, dipendono dalle importazioni di grano, sperimenteranno probabilmente rialzi di prezzi dei prodotti alimentari nazionali, in seguito all’aumento delle quotazioni sui mercati mondiali del grano. Fatture di importazione più alte possono tradursi in prezzi più alti per il cibo locale. Questo a sua volta limita l’accesso al cibo, specialmente per le popolazioni già povere. In più di 40 Paesi in cui opera il Programma alimentare mondiale (PAM), i cereali importati, come il grano e il mais, rappresentano il 30% o più dell’energia alimentare.</p>



<h4 class="has-vivid-red-color has-text-color wp-block-heading">Sconvolgimento nei mercati globali dell’energia</h4>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia è un giocatore chiave nel mercato globale del petrolio</h4>



<p>Dopo gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, la Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio greggio. Esportando 4,62 milioni di barili al giorno, era il secondo più grande esportatore nel 2020 (Grafico 5, pag. 45). Nel 2019, la Russia ha esportato petrolio greggio e petrolio raffinato per un valore di 189 miliardi di dollari, che rappresentavano circa il 47% delle sue esportazioni totali. Il 60% del petrolio russo viene esportato in Europa, la maggior parte attraverso il sistema di oleodotti Druzhba; un altro 20% viene spedito in Cina attraverso oleodotti e rotte marittime. Nel 2019, altri grandi importatori sono stati Corea del Sud, Turchia, Giappone, Bielorussia e Stati Uniti (in ordine di quantità importata).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1024x586.png" alt="" class="wp-image-6199" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1024x586.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-300x172.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-768x440.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1536x879.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-600x343.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-750x429.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6-1140x652.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-6.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 5. I maggiori esportatori di petrolio greggio nel 2020 (milioni di barili al giorno)</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Ulteriore pressione sui prezzi già elevati del petrolio</h4>



<p>Prima dell’invasione russa i prezzi globali del greggio erano a un livello molto alto, dopo essere aumentati del 50% nel 2021 a causa della forte domanda, combinata con un’offerta limitata, nella ripresa post pandemia Covid-19. Nonostante l’OPEC+ abbia gradualmente allentato i tagli alla produzione a partire dal 2020, l’offerta totale è rimasta al di sotto degli obiettivi. Le ragioni principali per cui i Paesi non hanno raggiunto i loro target sono state le continue incertezze nel mercato (per esempio le nuove varianti di Covid-19), nonché la mancanza di capacità e le interruzioni accidentali nei Paesi africani produttori di petrolio come Libia, Nigeria, Angola, Congo e Guinea Equatoriale.</p>



<p>Successivamente, a causa delle aspettative di interruzioni delle forniture russe dopo l’invasione, i prezzi sono saliti ai massimi da 14 anni. La quotazione del paniere OPEC, un indice per i Paesi produttori di petrolio, è aumentata del 20% (4 marzo) rispetto al lunedì precedente il conflitto (Grafico 6, pag. 46). In una prima risposta all’impennata dei prezzi, gli Stati membri dell’Agenzia internazionale dell’energia hanno deciso di liberare 60 milioni di barili delle loro riserve strategiche.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1024x622.png" alt="" class="wp-image-6200" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1024x622.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-300x182.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-768x467.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1536x933.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-600x365.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-750x456.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7-1140x693.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-7.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 6. Prezzo del paniere OPEC (dollari USA per barile)</figcaption></figure>
</div>


<p>Anche se non ci sono sanzioni dirette sulle esportazioni di petrolio russo, la fornitura è gravemente interrotta. Le compagnie coinvolte nel commercio del greggio dal Mar Nero hanno sospeso la maggior parte delle loro attività a causa delle incertezze sulle potenziali sanzioni future. Inoltre, molti assicuratori hanno smesso di offrire copertura per le navi che entrano nel Mar Nero o, se disponibili, le assicurazioni vengono vendute con premi estremamente elevati. Due dei cinque principali terminal petroliferi russi, Novorossiysk e Tuapse, si trovano nel Mar Nero. I costi di trasporto sono saliti alle stelle anche per le navi che partono dai porti del Mar Baltico. A causa della ridotta disponibilità dei commercianti ad acquistare il greggio russo degli Urali, esso è stato venduto con uno sconto record – 11,60 dollari al barile (3 marzo) – rispetto al greggio Brent, il più importante in Europa.</p>



<p>Con l’offerta globale di petrolio al suo limite, un’ulteriore interruzione della fornitura di greggio russo potrebbe avere un forte effetto sui prezzi. I grandi produttori mediorientali avrebbero la capacità di fornire più petrolio nel breve periodo, tuttavia, in una riunione del 2 marzo, i Paesi OPEC+ hanno concordato di mantenere i loro obiettivi in graduale aumento e di non espandere significativamente l’offerta in risposta al conflitto.</p>



<p>Le sanzioni dovrebbero ridurre la produzione di petrolio della Russia nel lungo periodo. Le maggiori compagnie petrolifere occidentali hanno ridotto i loro investimenti in joint venture o hanno annunciato la vendita delle loro operazioni in Russia. A causa delle dimensioni delle sanzioni e del grande impatto sul rublo, la Russia potrebbe rispondere mettendo un divieto di esportazione delle sue materie prime – causando un forte impatto economico sul mondo e sull’Europa in particolare. Tuttavia, questo infliggerebbe un danno enorme anche alla Russia, poiché taglierebbe una delle ultime linee finanziarie aperte per il Paese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia è il più grande esportatore di gas naturale del mondo</h4>



<p>Avendo le maggiori riserve di gas, la Russia è il più grande fornitore dei mercati mondiali (Grafico 7, pag. 47). Nel 2019 ha esportato gas naturale per 26 miliardi di dollari, circa il 6,5% del totale delle sue esportazioni: il 78% viene spedito in Europa attraverso i gasdotti. Nel 2021, i Paesi europei hanno importato il 32% del loro gas dalla Russia.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1024x625.png" alt="" class="wp-image-6201" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1024x625.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-300x183.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-768x469.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1536x937.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-600x366.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-750x458.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8-1140x696.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-8.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 7. Le maggiori esportazioni di gas naturale nel 2019 (miliardi di metri cubi)</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Picchi di prezzo nel già volatile mercato europeo del gas</h4>



<p>A differenza del mercato globale del petrolio, i mercati del gas sono meno integrati, e i prezzi non hanno necessariamente le stesse dinamiche in ciascuno degli hub globali. Poiché la gran parte del gas russo viene esportato in Europa, il maggiore impatto sui prezzi è atteso sul mercato europeo. Tuttavia, per diventare meno dipendente dal gas russo, l’Europa si sta già rifornendo da altri fornitori, il che influenzerà altri hub di mercato e, in ultima analisi, farà salire anche i loro prezzi.</p>



<p>La volatilità dei prezzi in Europa è stata elevata da settembre 2021, quando le quotazioni sono salite a causa di una forte ripresa della domanda e di un’offerta più limitata del previsto. Inoltre, la Russia ha ridotto le forniture al mercato europeo nel quarto trimestre del 2021 e nel primo trimestre del 2022. I siti di stoccaggio europei non sono stati quindi riempiti a livelli adeguati. Per compensare la riduzione delle consegne durante la stagione invernale, l’Algeria, l’Azerbaigian e la Norvegia hanno aumentato le loro forniture nei gasdotti e gli Stati Uniti hanno fornito all’Europa gas naturale liquefatto (GNL) supplementare.</p>



<p>L’invasione dell’Ucraina ha causato forti picchi di prezzo. La mattina del 3 marzo, il prezzo del gas dell’hub europeo (Dutch TTF) è salito a un nuovo massimo storico di 199 euro per megawattora. In confronto, il prezzo dei <em>futures </em>del gas naturale negli Stati Uniti ha risposto in modo meno forte (Grafico 8, pag. 48).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1024x517.png" alt="" class="wp-image-6202" width="800" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1024x517.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-300x152.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-768x388.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1536x776.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-600x303.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-750x379.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9-1140x576.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/Report-WFP-figura-9.png 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 8. Prezzi del gas naturale nella Ue e negli USA (euro per megawattora e dollaro USA per milione di unità termiche britanniche)</figcaption></figure>
</div>


<p>Secondo l’agenzia di stampa russa Interfax, dopo l’invasione la fornitura di gas per l’Europa attraverso i gasdotti che attraversano l’Ucraina è continuata come al solito. Secondo i dati della rete, il gas è stato inviato. Gazprombank, che gestisce i pagamenti per le esportazioni di gas dalla Russia, non è attualmente inclusa nelle sanzioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I mercati energetici turbolenti hanno ripercussioni sulla sicurezza alimentare</h4>



<p>Le dinamiche dei prezzi dell’energia influenzano i prezzi degli alimenti attraverso vari canali. Il carburante è un input importante per la produzione agricola: l’aumento dei costi del carburante ha quindi un impatto sui prezzi alla produzione. Allo stesso modo, dato che l’energia è necessaria per la lavorazione degli alimenti, i prezzi elevati aumentano ulteriormente il costo della dieta delle famiglie. L’aumento del carburante implica anche l’aumento dei costi di trasporto, che possono spingere ulteriormente la pressione al rialzo del costo delle importazioni di cibo; può aumentare anche il costo del trasporto degli alimenti locali ai mercati dei consumatori.</p>



<p>L’energia è anche un input per la maggior parte degli altri beni e servizi di consumo. Nel 2021, quando l’economia mondiale si è ripresa dal rallentamento causato dalla pandemia Covid-19, le aziende e le famiglie hanno aumentato la loro domanda di petrolio, causando un’impennata dei prezzi del gas e dell’energia. Circa la metà dei tassi d’inflazione record registrati a fine 2021/inizio 2022 sono stati attribuiti all’impennata dei prezzi dell’energia. Quando i redditi rimangono costanti, l’aumento del livello generale dei prezzi esaurisce il potere d’acquisto delle famiglie. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove le quote di spesa alimentare sono elevate, l’inflazione può ridurre significativamente l’accesso al cibo, aumentando così l’insicurezza alimentare.</p>



<p>Inoltre, il gas naturale è un input importante nella produzione di fertilizzanti a base di azoto. L’aumento dei prezzi del gas può quindi far salire i prezzi già elevati dei fertilizzanti. Inoltre, la Russia è uno dei più importanti esportatori mondiali dei tre principali gruppi di fertilizzanti – azoto, fosforo e potassio – e un’interruzione delle sue forniture ai mercati globali potrebbe causare un ulteriore aumento delle quotazioni. L’incremento dei costi dei fattori produttivi, a sua volta, influisce sul raccolto della prossima stagione, portando a un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari nel lungo periodo.</p>



<h4 class="has-vivid-red-color has-text-color wp-block-heading">Ripercussioni per le Operazioni del PAM</h4>



<h4 class="has-black-color has-text-color wp-block-heading">Il conflitto in Ucraina ha impatti a breve e a medio termine</h4>



<p>Attraverso il suo impatto sulle esportazioni di grano, il conflitto ucraino influisce, sia a breve che a medio termine, sull’approvvigionamento del Programma alimentare mondiale. Le ripercussioni a breve sugli oleodotti includono la prevista cancellazione o il ritardo delle spedizioni di piselli e orzo dal porto di Odessa. Questo probabilmente influenzerà principalmente le operazioni dell’Africa occidentale, dove il carico è necessario per le distribuzioni di maggio e oltre. Gli effetti a medio termine derivano: dall’aumento dei costi delle operazioni, a causa dell’incremento dei prezzi dei prodotti di base sui mercati internazionali; dalle spese aggiuntive derivanti dalla diversificazione degli approvvigionamenti fuori dalla regione del Mar Nero; e dai tempi di consegna più lunghi quando ci si approvvigiona da destinazioni più lontane.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un aumento stimato di 23 milioni di dollari nei costi mensili per l’approvvigionamento alimentare</h4>



<p>L’Ucraina e la vasta area del Mar Nero sono state la fonte di oltre la metà del grano per le operazioni del World Food Program nel 2021. Mentre per il WFP l’Ucraina non è una fonte significativa di farina di grano, i principali fornitori – Turchia, Egitto e Giordania – dipendono dalle importazioni del Mar Nero per produrre farina. Di conseguenza, le operazioni del WFP più colpite saranno probabilmente quelle più dipendenti dal grano e dalla farina di grano – Afghanistan, Etiopia, Siria e Yemen. Dato il forte aumento dei prezzi di mercato dopo il conflitto in Ucraina, il costo aggiuntivo totale per queste operazioni combinate potrebbe essere di oltre 20 milioni di dollari al mese, supponendo che i prezzi del grano rimangano ai loro attuali livelli elevati.</p>



<p>Anche l’approvvigionamento di legumi dipende fortemente dalle esportazioni ucraine. Nel 2021, un terzo della fornitura del WFP di piselli proveniva dal Mar Nero, destinata a una vasta gamma di operazioni in tutte le regioni, specialmente nell’Africa sub-sahariana. Diversificare l’approvvigionamento in caso di indisponibilità dall’Ucraina incrementerà probabilmente i costi logistici complessivi di circa 3 milioni di dollari al mese, oltre a comportare tempi di consegna più lunghi.</p>



<p>Questi aumenti si aggiungono all’impatto già causato dalla pandemia, che ha visto i prezzi alimentari globali crescere del 36% dal 2019.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’aumento dei prezzi dell’energia aumenta ulteriormente il costo delle operazioni del WFP</h4>



<p>L’aumento dei prezzi dell’energia aumenta ulteriormente il costo delle operazioni del WFP, attraverso i prezzi degli alimenti e i costi del carburante legati alla catena di approvvigionamento, compresi quelli per il trasporto marittimo, terrestre, aereo e per le strutture del WFP. Una prima stima prudente dell’impatto sui costi di trasporto, con tutta l’incertezza dei futuri sviluppi del prezzo del petrolio, pone l’aumento a 6 milioni di dollari al mese.</p>



<p>Insieme ai costi aggiuntivi dovuti alla diversificazione degli approvvigionamenti di legumi, e ai prezzi più alti del grano a livello mondiale, si stima che le operazioni del WFP diventeranno più costose di 29 milioni di dollari al mese nel breve termine. Mentre i cambiamenti stimati dei costi possono fornire una guida, le implicazioni di ciò che questo comporta diventeranno più chiare una volta che il WFP avrà identificato le migliori opzioni alternative per l’approvvigionamento dei prodotti di base, il che include potenziali cambiamenti nel mix generale dei prodotti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>L’invasione russa del 24 febbraio 2022 non ha solo implicazioni importanti per la sicurezza alimentare in Ucraina; con entrambi i Paesi che sono attori chiave nei mercati alimentari mondiali e il ruolo della Russia nei mercati energetici globali, la guerra rischia di aumentare l’insicurezza alimentare in molti luoghi del mondo. Oltre al conflitto stesso, che colpisce soprattutto le importazioni e le esportazioni dell’Ucraina, le sanzioni internazionali sulla Russia e le relative incertezze interromperanno fortemente le attività commerciali. Questo ha messo in subbuglio i mercati globali degli alimenti e dell’energia, spingendo i prezzi già elevati ancora più in alto.</p>



<p>Questi aumenti, una volta trasferiti sui mercati nazionali, limiteranno l’accesso al cibo. Contemporaneamente aumenteranno i costi operativi per il WFP, limitando la sua risposta in un momento in cui è più necessaria.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto (tradotto) del Report <em>Food security implications of the Ukraine conflict</em>, World Food Program, 11 marzo 2022</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
