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	<title>uranio impoverito &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>uranio impoverito &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Balcani. Uranio impoverito: una storia di polvere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2017 10:50:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[La scia di morti dell’uranio impoverito: gli Usa sapevano? Dopo vent’anni i territori sono ancora contaminati e le popolazioni continuano a morire di tumore, e i proiettili creati con materiale tossico di scarto sono ancora utilizzati; e se report militari americani dimostrano che tutto questo si conosceva in anticipo?]]></description>
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<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-51-febbraio-marzo-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 51, febbraio &#8211; marzo 2017)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">di Mauro Prandelli</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La scia di morti dell’uranio impoverito: gli Usa sapevano? Dopo vent’anni i territori sono ancora contaminati e le popolazioni continuano a morire di tumore, e i proiettili creati con materiale tossico di scarto sono ancora utilizzati; e se report militari americani dimostrano che tutto questo si conosceva in anticipo?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Questo e morto di cancro, questo e morto di leucemia e anche quello. Gran parte delle persone in questo lato del cimitero sono morte di tumore, e il cimitero ha dovuto essere ingrandito” racconta Vido Banduca, personaggio politico di spicco che fin dall’inizio ha portato avanti le indagini sui decessi per tumore, indicando le lapidi del cimitero di Bratunac che ricoprono la collina. Sullo sfondo gli scheletri delle case abbandonate dai musulmani, mentre il cielo scuro e le nuvole pesanti rendono ancora piu opprimente questo paese situato a est della Bosnia al confine con la Serbia.</p>



<p>Qui, dopo la guerra e il Trattato di Dayton del 14 dicembre 1995, hanno trovato rifugio molti serbi bosniaci in fuga dai territori occupati da musulmani, e viceversa, molti musulmani si sono spostati in zone a maggioranza bosniaca musulmana. Bratunac, pero, ha una particolarita: molte delle persone che vi si sono trasferite sono morte di tumore.</p>



<p>Hadzici, localita natale di una parte degli abitanti di Bratunac, e un paese a pochi chilometri a ovest di Sarajevo. Li, durante la guerra era stanziato uno dei piu grandi centri di riparazione di armi e mezzi blindati dell’esercito iugoslavo. Nel corso dell’operazione Nato&nbsp;<em>Deliberate Force</em>, messa in atto dal 28 agosto 1995 al 20 settembre dello stesso anno a seguito della strage del mercato di Sarajevo (Markale 2, 28 agosto ’95), gli aerei militari presero di mira la fabbrica e la colpirono con proiettili contenenti uranio impoverito (UI). Dopo il bombardamento i lavoratori tornarono per sistemare lo stabile e alcuni di loro, trascorsi pochi mesi, cominciarono a morire di tumore. L’area e attualmente interdetta ai giornalisti.</p>



<p>All’inizio del 2001, che come vedremo e l’anno in cui la Nato ha confermato l’utilizzo di uranio impoverito nella guerra dei Balcani, un articolo della ABC News intitolato “Hundreds died of cancer after DU bombing” riporta la dichiarazione di un dottore del Dipartimento di Medicina forense dell’esercito jugoslavo, Zoran Stankovic: “Quattrocento persone sono morte a causa di svariate tipologie di tumore negli ultimi cinque anni. Erano parte della comunita di Hadzici formata da 4.000 serbi che si e spostata a Bratunac”.</p>



<p>Un caso analogo e stato riscontrato anche a Kalinovic, paese fra le montagne nel sud della Bosnia, dove nel 1995 furono colpite le caserme, destinate ai rifornimenti dell’esercito jugoslavo, e la cisterna dell’acqua. I tecnici che per primi accorsero per riparare la cisterna completamente sventrata morirono dopo pochi mesi di leucemia. Le caserme di Kalinovic, abbandonate dall’esercito, vengono tuttora utilizzate come stalle per le greggi di pecore, e gli animali spesso si ammalano e muoiono durante i primi giorni di vita.</p>



<p>Jelina Durkovic, relatore della prima Commissione di Sarajevo sull’uranio impoverito, riporta che nel 2005 alcuni studiosi avevano trovato tracce di contaminazione radioattiva nei corsi d’acqua di Hadzici, ma nessuno ha fatto niente per arginare il problema. Afferma, riferendosi alla Nato: “Hanno aspettato sei anni per dirci che tipo di armi avevano usato, nel frattempo il terreno si e cambiato, l’acqua ha trasportato le particelle di uranio e chissa dove sono finite. Alcuni studi condotti dai militari greci, che acquistano l’acqua dalla Bosnia, hanno rilevato strane contaminazioni anche nell’acqua imbottigliata”. Purtroppo il report della Commissione di Sarajevo e stato screditato da molti politici bosniaci ed e finito chiuso in un cassetto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’uranio impoverito</h4>



<p>L’uranio impoverito e lo scarto del processo di produzione dell’uranio arricchito utilizzato comunemente nelle centrali nucleari. L’uranio naturale e composto per il 99,27% da uranio impoverito e dallo 0,72% di uranio arricchito. Da dieci chili di uranio naturale si ottengono cosi 72 grammi di uranio arricchito e 9 chili, esattamente 9.927 grammi, di uranio impoverito. Parte di questo materiale viene usato per scopi civili, come le barriere che dividono i laboratori dei centri radiologici e i contrappesi per gli aerei, ma il restante deve essere trattato come rifiuto pericoloso.</p>



<p>Negli anni Sessanta, in piena guerra fredda, nei laboratori dell’esercito americano si studia un proiettile in grado di fermare una possibile avanzata dei tank russi. Dapprima si testa il tungsteno, materiale molto resistente ma con il difetto di essere costoso e reperibile principalmente nelle miniere cinesi. Si testa quindi l’uranio impoverito, che offre caratteristiche superiori anche al tungsteno.</p>



<p>Da un punto di vista bellico si rivela il materiale perfetto. Ha un’alta capacita di penetrazione, e piroforico, cioe ha la capacita di incendiarsi, ed e reperibile in gran quantita sul territorio americano e canadese. In pratica viene utilizzato uno scarto tossico per creare proiettili. Il funzionamento e molto semplice: una volta che il proiettile impatta con il bersaglio buca la corazza, e dopo averla attraversata sprigiona un calore pari a 3.000°C che brucia tutto quello che c’e nelle vicinanze. Esplodendo il proiettile crea un aerosol formato da nanoparticelle che si depositano sul terreno circostante.</p>



<p>Nel 1978 vengono testati presso la base U.S. Air Force di Eglin i proiettili all’uranio impoverito, utilizzando un cannone automatico Gatling GAU-8 che sara poi montato sugli aerei anticarro A-10 utilizzati anche nei Balcani. Il test, riportato nel documento “Morfological Characteristics of Particular Material Formed from High Velocity Impact with Depleted Uranium Projectiles with Armor Targets” (1), evidenzia la formazione di nanoparticelle originate dalle alte temperature di combustione del diametro tra 0,1 e 0,01 µm, e avvisa: “Sono necessarie ulteriori ricerche per capire meglio la natura fisiologica e chimica dei frammenti generati da proiettili a uranio impoverito nelle armi militari.</p>



<p>Particolare attenzione deve essere focalizzata sulla potenziale diffusione nell’ambiente e l’inserimento nel sistema biologico, specialmente dell’uomo”. E continua: “Specifiche conoscenze sono necessarie per poter determinare i potenziali rischi per la salute associati all’inalazione e il deposito nei polmoni di aerosol generato da uranio impoverito. Le particelle nella gamma tra 0,1 e 0,5 µm destano molta preoccupazione a causa della capacita di depositarsi nei polmoni”.</p>



<p>Dopo questo esperimento si susseguono diversi studi mirati alla bonifica delle aree in cui i proiettili UI sono stati usati. Gia nel 1980, un documento intitolato “Recycling/Disposal Alternatives for Depleted Uranium Wastes” (2) analizza come debbano essere smaltiti gli arsenali inutilizzati e la sabbia contaminata nei poligoni della base di Eglin, e prevede che “da 20 a 25 milioni di proiettili (ognuno contiene circa 0,299g [3] di uranio impoverito quindi 7.500 tonnellate in totale, n.d.a.) verranno prodotti negli anni Ottanta. Una piccola parte verra utilizzata nei test dei poligoni delle basi militari. La maggior parte verra usata come riserva militare”. “Il problema dello smaltimento di UI – sottolinea la relazione – aumentera negli anni futuri.</p>



<p>I tre stati (South Carolina, Nevada e Washington) che hanno a disposizione siti commerciali per lo smaltimento continuano a restringere la quantita e le tipologie di rifiuti accettate”. Il documento mette a confronto le diverse soluzioni, dalla creazione di bunker sottomarini per lo stoccaggio al riutilizzo del materiale in processi alternativi; e guardando al futuro ipotizza un utilizzo tra i cento e i centocinquanta mila proiettili di GAU-8 impiegati annualmente nei poligoni per essere testati, pari a una quantita tra le 30 e le 45 tonnellate di uranio impoverito.</p>



<p>I test militati proseguono, e un documento del 1987, “Selective dissolution and recovery of Depleted Uranium from armor plate” (4), indaga su un sistema per decontaminare le piastre blindate utilizzate nei poligoni di tiro e cosi facilitare lo smaltimento. Nel 1988 un altro report, “Filtration System for Removal of Depleted Uranium From Water” (5), si occupa di trovare una soluzione per la rimozione di uranio impoverito dall’acqua.</p>



<p>Leggendo tutti questi documenti, liberamente consultabili sui siti governativi americani, e evidente quanto la preoccupazione per un possibile inquinamento ambientale fosse ben presente all’interno dell’esercito statunitense, e vi fossero anche dubbi (report del 1978) sui rischi per la salute umana. Cio nonostante nel 1991 i proiettili UI vengono usati in dose massiccia nella Guerra del Golfo, e subito dopo l’operazione&nbsp;<em>Desert Storm</em>&nbsp;i militari rientrati in patria cominciano ad ammalarsi. Stanchezza cronica, cefalea, problemi di memoria, nausea e dissenteria, problemi respiratori e poi leucemie, linfomi e carcinomi sono solo alcuni dei sintomi presentati dai veterani della guerra in Iraq che si inquadrano in quella che viene chiamata&nbsp;<em>Gulf War Syndrome</em>, Sindrome del Golfo.</p>



<p>In un primo momento il governo americano nega la correlazione tra le patologie e l’utilizzo di armi UI, ma le linee guida per il trattamento di questi proiettili si fanno piu scrupolose. Un articolo del 2010 della National Academies of Science (6) stima che dei 700.000 militari americani impegnati nella Guerra in Iraq, almeno 250.000 soffrirebbero di sintomi riconducibili alla Sindrome del Golfo.</p>



<p>Nel frattempo gli studi continuano, e quello della U.S. Army Environmental Policy Institute (AEPI) del giugno 1995, “Health and environmental consequences of depleted uranium use in U.S. Army: Technical Report” (7), condotto su richiesta del Consiglio del Governo americano, produce interessanti considerazioni. Portato avanti, come altri in precedenza, in alcuni poligoni dove sono stati testati i proiettili UI, tratta sia l’effetto sui militari che sull’ambiente.</p>



<p>Per quanto riguarda le possibili patologie, lo studio riporta, dopo aver sottolineato: “Non ci sono dati sufficienti per definire la pericolosita dell’uranio impoverito”, che “come l’uranio naturale, anche l’uranio impoverito possiede rischi tossici e radioattivi. Tossicologicamente, l’uranio impoverito e pericoloso quando entra nel corpo umano. Radiologicamente il rischio per la salute e rappresentato da un’esposizione esterna e interna, anche se i rischi connessi all’esposizione esterna sono molto bassi. L’intensita dei rischi tossici e radiologici sono proporzionati alla quantita, la forma chimica e la via con cui l’uranio impoverito entra nel corpo umano. L’uranio impoverito puo entrare nel corpo umano attraverso l’inalazione, l’ingestione e le ferite. Sia le situazioni di combattimento che di non-combattimento possono portare a rischi per la salute [&#8230;] Non e possibile identificare se una specifica tipologia di cancro o di problemi ereditari siano causati naturalmente o dall’esposizione alle radiazioni”.</p>



<p>Relativamente all’ambiente e la sua bonifica, il rapporto sottolinea come debba essere operata, cioe attraverso “escavazioni e movimento del terreno, separazione fisica, separazione chimica e stabilizzazione in loco”, procedure, come vedremo, di difficile attuazione soprattutto sui campi di battaglia. Viene inoltre prestata attenzione a come le particelle generate dai proiettili possono essere veicolate: “L’acqua e il meccanismo principale per il trasporto di tutti i metalli, compreso l’uranio impoverito che si puo veicolare sia attraverso corsi d’acqua superficiali che falde sotterranee”; viene inoltre fatto notare che “la risospensione delle particelle puo essere pericolosa poiche le polveri contaminate da uranio impoverito potrebbero essere ingerite o inalate”.</p>



<p>In merito all’inquinamento ambientale, vi si legge: “Utilizzare UI sul campo di battaglia puo creare potenziali conseguenze sull’ambiente. La questione e come proteggerlo riducendo cosi i rischi per i soldati e le popolazioni locali. Si stanno facendo sforzi per comprendere il destino e gli effetti dell’uranio impoverito sull’ambiente. Anche una decisione unilaterale degli Stati Uniti per bandire le armi contenenti UI non eliminera quest’arma dai campi di battaglia: Gran Bretagna, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Thailandia, Israele, Francia e altri Stati, hanno sviluppato o stanno sviluppando armi contenenti uranio impoverito, e le munizioni sono anche disponibili sul mercato mondiale”.</p>



<p>AEPI sottolinea infine come sia da prendere in considerazione non solo il costo di produzione degli armamenti ma quello relativo all’intero ciclo vitale, fino allo smaltimento e alla bonifica dei territori. Come riportato in molti studi, la pericolosita radiologica e inferiore a quella dell’uranio arricchito, e i limiti annuali di esposizione alle radiazioni sono rispettati; il problema si presenta quando le particelle di UI o l’aerosol generato dall’esplosione dei proiettili entra a contatto con gli organi interni. Una serie di slide, “A Review of Depleted Uranium Biological Effects: In vitro studies” (8) pubblicate a novembre 2010 da Alexandra C. Miller, PhD Uniformed Services University, Armed Forces Radiobiology Research Institute, illustra come le cellule umane vengono influenzate dalle radiazioni emesse dalle nanoparticelle ingerite.</p>



<p>Lo studio in vitro, quindi in ambiente controllato e isolato, ha dimostrato che le particelle UI, a contatto con le cellule, “inducono trasformazioni neoplastiche (creazione di carcinomi), mutagenicita e genotossicita in vitro. L’UI e coinvolto in instabilita genomica uranio-indotta (alterazione del genoma). Le particelle Alpha sono sufficienti a trasformare le cellule. Gli effetti delle radiazioni sono coinvolti nelle trasformazioni neoplastiche e instabilita genomica uranio-indotta”. Anche in vitro quindi, viene confermata la pericolosita dell’uranio impoverito.</p>



<p>Nonostante tutti questi numerosi studi, facilmente reperibili in rete su portali specializzati o negli archivi statunitensi, anche le Nazioni Unite hanno recentemente affermato l’insufficienza di prove per poter stabilire che l’uranio impoverito e dannoso per la salute. Nella risoluzione A/RES/ 71/70 (9) redatta il 14 dicembre 2016 si legge: “Considerato che gli studi condotti finora da istituti di rilevanza internazionale non hanno fornito una sufficiente e dettagliata misura del pericolo a lungo termine per la salute umana e l’ambiente connesso all’uso di armamenti e munizioni contenenti uranio impoverito”, e necessario approfondire lo studio dei rischi connessi, e “prendendo in considerazione i potenziali effetti nocivi dell’uso di armamenti e munizioni contenenti uranio impoverito sulla salute umana e sull’ambiente, e le preoccupazioni degli Stati interessati e delle comunita, gli esperti in tema di salute e la societa civile su tali effetti [&#8230;] [si] invita il Segretario Generale a richiedere alle organizzazioni internazionali l’aggiornamento e il completamento degli studi e delle ricerche inerenti gli effetti sulla salute umana e sull’ambiente connessi all’utilizzo di armamenti contenenti uranio impoverito”.</p>



<p>E infine: “Si invitano gli Stati che hanno fatto uso di armamenti UI a fornire informazioni agli Stati colpiti [&#8230;] quanto piu accurate possibili, indicando luogo e quantita degli armamenti utilizzati”. La risoluzione e stata approvata dalla maggioranza dei Paesi membri, con l’astensione di alcuni Stati europei e il voto contrario di Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Israele (10).</p>



<p>La posizione delle Nazioni Unite purtroppo non stupisce: nelle risoluzioni inerenti l’utilizzo di armi che possono avere un effetto a lungo termine sulla salute e sull’ambiente, non viene infatti preso in considerazione l’uranio impoverito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Bonifica e screening</h4>



<p>Nel 1995, nei Balcani, la Nato impiego armamenti UI in sedici localita bosniache e qualche anno dopo, nel 1999, durante la guerra in Kosovo, furono presi di mira sei siti nel sud della Serbia, 89 in Kosovo, uno in Montenegro. Solo nel 2001 ammise di aver usato questo tipo di arma, dopo che i militari, tra cui quelli italiani, al rientro dalle missioni cominciarono a morire di tumore. Un video del 1995 dell’esercito americano, reperibile in rete (11), illustra come approcciarsi a un campo di battaglia contaminato con uranio impoverito; il video fu pero tenuto riservato, lasciando che i soldati alleati gestissero la situazione senza le adeguate protezioni e gli abitanti dei siti colpiti continuassero a vivere come se niente fosse accaduto.</p>



<p>Nello stesso anno, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) predispone screening e bonifica nelle aree contaminate da UI. Parte della bonifica era gia stata effettuata dall’esercito jugoslavo. I report UNEP, disponibili online, prendono in considerazione il livello radioattivo dei detriti rinvenuti sul campo, ma non considerano il pericolo tossicologico. Visitando alcuni siti colpiti, ci si rende conto che non e possibile portare a termine una bonifica accurata. La stessa UNEP nelle sue relazioni azzarda scenari ipotetici sul numero di proiettili sparati e sulla loro dispersione nell’ambiente: se un proiettile non colpisce il bersaglio, infatti, puo penetrare nel terreno per piu di 80 cm, divenendo difficilmente recuperabile, oppure puo impattare sulle rocce, polverizzandosi.</p>



<p>Un altro aspetto che l’UNEP prende in considerazione e la rapida ossidazione in natura: questo procedimento porta alla dissoluzione del proiettile molto piu velocemente rispetto ad altri materiali, e l’ossido di uranio si disperderebbe cosi nel terreno, potendo intaccare le falde acquifere. La bonifica inoltre e particolarmente difficoltosa perche il terreno bosniaco e rigoglioso e coperto in parte da boschi. Cosi ad Han Piezac, dove fu presa di mira una delle piu grandi caserme dell’esercito jugoslavo; l’edificio e situato a bordo della boscaglia, ed e ormai abbandonato, mentre quest’ultima e disseminata di cluster bomb e mine, e un cartello rosso ne proibisce l’accesso. C’e dunque da chiedersi come sia possibile addentrarsi in questi territori per recuperare i proiettili, e attuare un programma di bonifica come suggerisce l’AEPI nel report del 1995.</p>



<p>L’UNEP conclude le sue analisi consigliando di recintare alcune delle aree prese in esame, e segnalare il pericolo di una possibile contaminazione. Precauzioni che non verranno mai attuate.<br>Secondo le direttive, i proiettili inesplosi rinvenuti dall’UNEP dovrebbero essere depositati presso il Centro di stoccaggio di Vinca, nei pressi di Belgrado (Serbia). Stando pero alle analisi fin qui fatte, e logico domandarsi come sia possibile che migliaia di chilometri quadrati di terreno contaminato possano essere immagazzinati in un hangar nei pressi della capitale serba. Secondo alcuni testimoni incontrati non sempre e stato attuato un piano di bonifica, e quando e stato fatto ci si e limitati a prelevare la superficie del terreno, caricarla su rimorchi non sigillati e depositarla nei fiumi o in altre zone lontane dai paesi abitati. Occorre pero sottolineare che queste testimonianze non sono state confermate dai comandanti dell’esercito jugoslavo contattati, i quali si occuparono della bonifica a inizio degli anni 2000.</p>



<p>In merito ai danni per la salute umana, la dottoressa Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere che da anni si occupa di studiare gli effetti delle nanoparticelle, collaborando anche con la Commissione Uranio impoverito, sottolinea che cercare solo la contaminazione radiologica e superfluo. Le nanoparticelle che ha riscontrato durante alcune autopsie fatte su militari deceduti per cancro hanno dimostrato che spesso non e possibile rinvenire tracce di uranio impoverito; la maggior parte delle nanoparticelle sono composte da leghe sconosciute formatesi durante la combustione al momento dell’esplosione del proiettile. Le particelle sono molto simili per dimensione, formazione e forma a quelle riscontrate nei test presso la base di Eglin nel 1978. La dottoressa specifica che e potenzialmente sufficiente una sola particella respirata o ingerita che non viene espulsa dall’organismo per dare inizio a una patologia.</p>



<p>Uno studio durato vent’anni e pubblicato nel giugno 2016 dalla European Hematology Association (EHA) (12) conclude che “i parametri clinici mostrano un’incidenza maggiore di leucemia mieloide acuta presso i siti contaminati con uranio impoverito. Sono necessarie ulteriori indagini per chiarire le possibili cause di forte aumento di neoplasie mieloidi in zona Hadzici”.</p>



<p>Il primo ottobre 2016 un nuovo progetto di screening e stato avviato dalla dottoressa Lamija Tanovic, docente presso l’Universita di Scienze e Tecnologie di Sarajevo. Lo studio, supportato da un team di biologi, chimici e fisici, mira ad approfondire la situazione dell’inquinamento nel territorio di Hadzici. “Questa ricerca e preparatoria per poter accedere ai fondi europei del programma Horizon 2020. Il nostro obiettivo e capire se lo stato di salute della popolazione e messo a rischio dalla radioattivita dei proiettili all’uranio impoverito o, come sostiene la dottoressa Gatti, dalla formazione di nanoparticelle durante l’esplosione del proiettile”, afferma la dottoressa Tanovic.</p>



<p>E prosegue: “Vogliamo analizzare l’influenza sugli animali che abitano quelle zone e sulle mutazioni genetiche vegetali che potremmo trovare. Inoltre vogliamo condurre degli studi sugli abitanti di Hadzici e su chi ha vissuto in quelle zone durante la guerra, poiche le particelle che possono venire inalate si fermano nel corpo per anni, e possiamo analizzarle nei reni, nel fegato, nella vescica e nei polmoni”. Studio che potrebbe essere utile anche per far maggior chiarezza sulla situazione del poligono militare di Quirra, in Sardegna, dove si verificano incidenze di patologie simili a quelle riscontrate nei Balcani.</p>



<p>Nonostante la mole di studi e analisi a oggi prodotti, non e tuttavia ancora possibile collegare scientificamente l’utilizzo di UI con i decessi dei militari e dei civili che abitavano nei pressi dei siti colpiti, e il silenzio delle istituzioni non facilita la ricerca. Molte persone contattate si sono rifiutate di parlare per paura di ritorsioni; il governo bosniaco ha inibito l’accesso alla zona di Hadzici ai giornalisti, e la Serbia protegge i report sui decessi di tumori spostando i referti dagli ospedali civili agli archivi militari. La situazione politica che si sta venendo a creare mira a proteggere l’immagine della Nato, dato che e prevista per i prossimi anni l’entrata di Bosnia e Serbia nell’Alleanza Atlantica e nell’Unione europea.</p>



<p>Le certezze sono che ci troviamo davanti a un disastro ambientale incalcolabile, e che le armi all’uranio impoverito continuano a essere utilizzate indiscriminatamente. L’ultimo caso documentato e la guerra in Siria dove il Pentagono (13), tra conferme e smentite, afferma di aver usato proiettili UI durante gli attacchi di novembre 2016. Domandarsi perche questo tipo di armamento non sia stato messo al bando o non sia considerato un’arma di distruzione di massa – visto le patologie che si riscontrano per anni sulle popolazioni vicine ai siti di battaglia – rischia purtroppo di rivelarsi un peccato di ingenuita (l’unico tribunale ad aver condannato George W. Bush per crimini contro l’umanita in relazione all’invasione dell’Afghanistan e all’utilizzo di proiettili UI e quello di Tokyo, che essendo un tribunale popolare non ha alcun valore giuridico).</p>



<p>L’uso di uranio impoverito per scopi bellici risponde alla pura logica capitalistica, ottenere il risultato prefissato al costo minore; in questo caso utilizzando materiale di scarto tossico, senza curarsi delle conseguenze sugli esseri umani e sull’ambiente. Con il beneplacito dei governi dei Paesi, senza distinzione tra quelli che bombardano e quelli che vengono bombardati.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Air Force Armament Laboratory, AFATL-TR-78-117, novembre 1978<br>2) AFATL-TR-81-4 del periodo giugno/settembre 1980<br>3) Cfr. FAS, Military Analisys Network,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://fas.org/man/dod-101/sys/land/pgu-14.htm" target="_blank">https://fas.org/man/dod-101/sys/land/pgu-14.htm</a><br>4) Air Force Armament Laboratory, SBIR A86-177, 5 maggio 1987<br>5) Air Force Armament Laboratory, AFATL-TR-87-66, febbraio 1988<br>6) The National Academies of Science, Engineering, and Medicine, Gulf War Service Linked to Post-Traumatic Stress Disorder, Multisymptom Illness, Other Health Problems, But Causes Are Unclear, 9 aprile 2010,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www8.nationalacademies.org/onpinews/newsitem.aspx?RecordID=12835" target="_blank">http://www8.nationalacademies.org/onpinews/newsitem.aspx?RecordID=12835</a><br>7) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.researchgate.net/profile/Francisco_Tomei_Torres/publication/263890814_Health_and_Environmental_Consequences_of_Depleted_Uranium_Use_in_the_US_Army/links/54bf9f4a0cf2acf661ce1caf.pdf" target="_blank">https://www.researchgate.net/profile/Francisco_Tomei_Torres/publication/263890814_Health_and_Environmental_Consequences_of_Depleted_Uranium_Use_in_the_US_Army/links/54bf9f4a0cf2acf661ce1caf.pd</a>f<br>8)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a539809.pdf" target="_blank">http://www.dtic.mil/get-tr-doc/pdf?AD=ADA539809</a><br>9)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/71/70" target="_blank">http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/71/70</a><br>10) Cfr. International Coalition to Ban Uranium Weapons, UN General Assembly recognises ongoing concerns over health risks from depleted uranium, 5 dicembre 2016,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.bandepleteduranium.org/en/un-general-assembly-recognises-du-health-concerns" target="_blank">http://www.bandepleteduranium. org/en/un-general-assembly-recognises-duhealth-concerns</a><br>11)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=YYwZyjR6dDY" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=YYwZyjR6dDY</a><br>12)&nbsp;<a href="http://learningcenter.ehaweb.org/eha/2016/21st/132490/amina.kozaric.clinical.characteristics.of.acute.myeloid.leukemia.patients.from.html?f=m2s430367">http://learningcenter.ehaweb.org/eha/2016/21st/132490/amina.kozaric.clinical.characteristics.of.acute.myeloid.leukemia.-patients.from.html?f=m2s430367</a><br>13) Cfr. International Coalition to Ban Uranium Weapons, United States confirms that it has fired depleted uranium in Syria, 21 October 2016,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.bandepleteduranium.org/en/united-states-confirms-fired-du-syria" target="_blank">http://www.bandepleteduranium.org/en/united-states-confirms-fired-du-syria</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Capo Teulada: l’altra parte della Sardegna militarizzata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/capo-teulada-laltra-parte-della-sardegna-militarizzata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 08:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[poligono]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[uranio impoverito]]></category>
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					<description><![CDATA[Espropriazione, militarizzazione e distruzione di un territorio inserito dall’Unesco tra i patrimoni dell’umanità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-32-aprile-maggio-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 32, aprile &#8211; maggio 2013)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Paolo Piras</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Espropriazione, militarizzazione e distruzione di un territorio inserito dall’Unesco tra i patrimoni dell’umanità</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nei primi giorni del gennaio 2008 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano insignì della medaglia di bronzo al valore aeronautico il tenente Vigilio Gheser. Il merito di Gheser fu quello di aver evitato un terribile incidente aereo: il 14 ottobre 2005 decollò dalla base aerea militare Nato di Decimomannu a bordo del cacciabombardiere AMX in dotazione, ma pochi secondi dopo il volo il motore andò in avaria. Il pilota riuscì a tenere sotto controllo il mezzo e a ritornare alla base evitando di abbandonare l’aereo al suo destino, che molto probabilmente sarebbe stato quello di schiantarsi al suolo a pochi metri dalle case del paese, nel mezzo dei campi agricoli. Esattamente ciò che accadde qualche giorno più tardi, il 20 ottobre, a un altro AMX, che si schiantò su un campo di carciofi dopo aver sorvolato i tetti del paese e aver scaricato nei campi il cherosene imbarcato.<br>Dello scampato incidente del tenente Gheser non venne mai data notizia, se non nel gennaio 2008 quando il militare venne insignito della medaglia al valore.</p>



<p>Questo episodio è altamente simbolico per raccontare il rapporto che da oltre cinquant’anni esiste tra i sardi e le servitù militari presenti nella loro isola: l’essere sostanzialmente all’oscuro di tutto ciò che accade sopra le loro teste e sulla loro terra. Tutto ciò che riguarda la presenza militare in Sardegna passa infatti per i tavoli del ministero della Difesa e della Nato, in barba ai vari comitati paritetici istituiti per cercare un confronto, non si sa se voluto o meno, con le varie comunità locali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quello che si sa</h4>



<p>Entrambi gli incidenti citati sono avvenuti nell’area dell’aeroporto militare di Decimomannu, piccola cittadina di ottomila anime nel Medio Campidano, zona sud occidentale della Sardegna. Qui ha sede uno degli aeroporti militari Nato più trafficati di tutto il Mediterraneo, di fondamentale importanza non tanto per le operazioni nei Paesi esteri, quanto per le esercitazioni interne dell’esercito italiano, della Nato e anche di molti Paesi stranieri.<br>Decimomannu si trova al centro di un triangolo nemmeno tanto ipotetico i cui vertici coincidono con i tre poligoni militari presenti in Sardegna: il Poligono Interforze Sperimentale del Salto di Quirra, sulla costa orientale, il Poligono di Capo Frasca situato nell’omonima penisola sulla costa occidentale, e il Poligono di Capo Teulada nella costa sud-ovest.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="350" height="232" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada3.jpg" alt="" class="wp-image-1025" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada3.jpg 350w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada3-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><figcaption class="wp-element-caption">Segni di cingolato all’interno della zona di esercitazione nel Poligono di Teulada, agosto 2011. Foto di Daniele Pasci</figcaption></figure>
</div>


<p>Del Poligono di Quirra, Paginauno si è già occupata (1). Il poligono sardo è balzato alle cronache nazionali negli ultimi due anni in seguito all’opera del procuratore della Repubblica di Lanusei Domenico Fiordalisi, titolare di un’inchiesta giudiziaria sulle attività e le esercitazioni svolte nel corso degli anni all’interno del poligono militare. L’inchiesta prese avvio dalle dichiarazioni di due veterinari che affermarono di aver rilevato dieci casi di leucemie tra diciotto pastori che operavano nel raggio di circa 3 km dal Poligono di Quirra, e varie malformazioni tra gli ovini degli ovili allevati all’interno e nelle vicinanze dell’area militare, ipotizzando reati gravi quali omicidio volontario e disastro ambientale.</p>



<p>Lo scorso maggio il procuratore Fiordalisi ha chiesto il rinvio a giudizio per venti persone, e ad agosto 2012 si è aperto il primo processo nei confronti di sei ex comandanti del poligono, tre ex membri della commissione del ministero della Difesa e altri quattro esperti dell’Istituto di Scienze ambientali dell’Università di Siena, che negli anni compresi tra il 2002 e 2004 effettuarono controlli ambientali nell’area. Le accuse vanno dal falso ideologico aggravato in atto pubblico e ostacolo aggravato alla difesa di un disastro all’omissione di atti d’ufficio, all’omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri fino al favoreggiamento aggravato.<br>I mass media hanno ovviamente concentrato la loro attenzione su ciò che accade all’interno del Poligono Interforze del Salto di Quirra, ma spesso dimenticano che i fatti di Quirra si sono poi replicati all’interno degli altri due poligoni sardi, in particolar modo nel Poligono di Capo Teulada.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Capo Teulada: la terra</h4>



<p>Come detto, oltre al Poligono sperimentale di Quirra, sono presenti in Sardegna altri due poligoni militari che, sommati alle altre presenze militari nell’isola, rappresentano oltre il 60% delle servitù militari italiane. Il Poligono di Capo Frasca si estende per 1.400 ettari a terra lungo la costa occidentale e comprende una fascia di 3 miglia a mare interdetta alla navigazione – esattamente il poligono dove erano diretti i due AMX decollati dalla base aerea di Decimomannu sopra citati – il Poligono di Capo Teulada si estende invece per 7.200 ettari a terra in una piccola penisola nel sud della Sardegna, in cui vengono svolte esercitazioni a terra e a mare, precludendo inoltre uno specchio d’acqua di circa 450 kmq alla navigazione e alla pesca.</p>



<p>Per quanto meno noto alle cronache nazionali, anche il Poligono di Teulada è stato al centro del dibattito per le problematiche connesse al suo impatto sociosanitario ed economico sulla popolazione, ma raramente le notizie che lo riguardavano hanno superato il Tirreno.<br>Nato sulla scia di accordi bilaterali tra l’Italia e gli Stati Uniti sottoscritti nel secondo dopoguerra, anche il Poligono di Teulada si inserisce in un’ottica di sfruttamento del territorio sardo a fini militari, dando seguito alla frase di Benito Mussolini che individuava nell’isola una “portaerei naturale nel Mediterraneo”. Ufficialmente la costruzione del poligono prende il via nel 1957, pochi mesi dopo la costruzione del Poligono di Quirra. Ma l’occupazione del territorio di Teulada inizia già dai primi anni Cinquanta, rendendo chiaro a posteriori un lucido disegno strategico che prevedeva una lenta e progressiva conquista del territorio da parte dell’esercito italiano.</p>



<p>I primi dispacci per avvisare la popolazione e il Comune della presenza di esercitazioni militari nell’area risalgono al 1951. Si susseguono ripetutamente le comunicazioni che invitano a sgomberare le aree attualmente occupate dal poligono, sia a terra che a mare, prevedendo per i possessori dei terreni un risarcimento per gli eventuali danni apportati, previa verifica degli stessi.<br>Ovviamente la verifica veniva effettuata senza contraddittorio dai tecnici dell’esercito che stimavano i risarcimenti a loro totale discrezione.<br>Ma gli anni Cinquanta in Sardegna sono anche gli anni in cui i contadini combattono per la riforma agraria, cioè per ottenere l’assegnazione di terreni coltivabili da parte dei Comuni e della Regione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="500" height="333" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada2.jpg" alt="" class="wp-image-1026" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada2.jpg 500w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada2-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">Confine del Poligono di Teulada con lo stagno di Is Brebeis, interno del Poligono di Teulada, agosto 2011. Foto di Daniele Pasci</figcaption></figure>
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<p>Il riscatto e l’assegnazione delle terre ai contadini sardi passava tramite la gestione di un ente regionale apposito, l’Etfas (Ente trasformazione fondiaria e agraria della Sardegna). La stessa intenzione di cedere le terre pubbliche ad ‘assegnatari’ tramite l’Etfas era stata resa pubblica nel 1953 dal Comune di Teulada che proprio con l’ente regionale aveva intavolato una serie di trattative. Ma all’improvviso le trattative vennero interrotte – con grossa probabilità per pressioni imposte dai piani alti dello Stato italiano – e nel 1956 i terreni che dovevano essere assegnati ai contadini vengono ceduti ai militari. Dietro questo atto è anche possibile immaginare l’intenzione da parte degli amministratori di dare una via diversa allo sviluppo dell’area, potenzialmente derivato dall’incremento di attività commerciali e dall’utilizzo della manodopera locale all’interno del poligono.</p>



<p>Non si deve dimenticare che negli stessi anni in Sardegna il dibattito politico era fortemente incentrato sul tema della rinascita dell’isola e sulla strada da percorrere per uscire dalla crisi post bellica. Proprio per favorire questa rinascita lo Stato italiano finanziò nel 1962 il cosiddetto Piano di Rinascita, che consentì l’avvio e lo sviluppo dei maggiori insediamenti industriali dell’isola: Porto Torres al nord, Portovesme e Sarroch nel sud-ovest. Il Poligono di Capo Teulada si trova esattamente a metà strada tra questi ultimi due poli industriali.</p>



<p>L’esproprio dei terreni partì inizialmente con un’estensione ridotta: 400 ettari di proprietà per lo più di grossi latifondisti che, avendo interessi e affari orientati verso le grandi città dell’isola, videro come un ottimo investimento la possibilità di cedere i terreni. Ma la vendita e la valutazione dei terreni ha sempre avuto dei contorni poco chiari, e spesso ha fatto registrare episodi di malaffare e corruzione, portando anche all’arresto, nel 1957, di alcuni funzionari del Genio Civile incaricati di gestire gli espropri dei terreni. Sta di fatto che, a fronte degli iniziali 400 ettari, si arrivò agli attuali 7.200 ettari. Quelle stesse terre, espropriate a 232 diversi proprietari, vengono oggi affittate dallo Stato alle venticinque aziende dei pastori della zona in cambio di un canone annuo di 8.500 euro, previa presentazione di una fideiussione di 2.500.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il mare</h4>



<p>Davanti alla penisola di Capo Teulada, ci sono 450 kmq di mare che vengono temporaneamente interdetti alla navigazione e alla pesca durante le esercitazioni. Esercitazioni che sono di diverso tipo: sia di sbarco mare-terra sia esercitazioni di tiro terra-mare.<br>Migliaia di missili sono caduti per decenni nei fondali antistanti il poligono, gli stessi fondali in cui i pescatori gettano le reti, gli stessi fondali che nel 2005 uno studio del Cnr commissionato dal ministero della Difesa ha definito “ricchi di ordigni inesplosi” e “irrimediabilmente compromessi”.<br>I fondali e le spiagge non sono fondali qualunque, e non solo per la presenza di ordigni. Qui l’acqua è cristallina come in poche altre zone del Mediterraneo, e pensare che in una delle zone più suggestive di tutta la Sardegna sia stato possibile creare tutto ciò, è davvero difficile da credersi.</p>



<p>All’interno del perimetro del Poligono di Capo Teulada, lungo oltre 50 km, nella zona costiera rientrano cale e inseinsenature da sogno, rese inaccessibili ai turisti e agli stessi abitanti se non in determinati periodi dell’anno, come Porto Scudo, Porto Tramatzu o Porto Zafferano, visitabili solo di passaggio via mare nei mesi estivi. In queste stesse acque i pescatori di Teulada e di Sant’Anna Arresi, paese confinante col poligono dal lato opposto a Teulada, si resero protagonisti di numerosi atti di protesta per chiedere e ottenere il risarcimento delle giornate di lavoro perse a causa delle esercitazioni militari. Le lotte presero corpo nella seconda metà degli anni Novanta, e dopo un periodo di tregua relativo alla sottoscrizione degli accordi, ripreso forza nei primi anni duemila in seguito all’estendersi del divieto di pesca per 365 giorni l’anno senza veder ricalcolati gli indennizzi.<br>Suscitarono grande clamore i blocchi delle esercitazioni dell’ottobre 2004 e del marzo 2005, che videro i pescatori irrompere nel tratto di mare interdetto nel bel mezzo dell’esercitazione Nato&nbsp;<em>Destined Glory</em>, di cui esistono anche delle testimonianze video reperibili sul web.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Oggi</h4>



<p>Per oltre cinquant’anni il poligono non è mai stato accessibile al pubblico. Nel 2011 però, il Comune di Teulada raggiunge un’intesa con i vertici militari per liberare alcune zone nei mesi estivi. Diventa così possibile accedere alle cale di Porto Tramtatzu e transitare – ma senza possibilità di sosta – a Porto Zafferano.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="300" height="325" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada1.jpg" alt="" class="wp-image-1027" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/capoteulada1-277x300.jpg 277w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dune Bianche, spiaggia di Porto Pino, interno del Poligono di Teulada, agosto 2011. Foto di Daniele Pasci</figcaption></figure>
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<p>Ma la novità più importante riguarda la possibilità di attraversare il poligono per permettere a turisti e cittadini di accedere alle Dune Bianche, una distesa di sabbie cristalline alle spalle della spiaggia su cui nel resto dell’anno si svolgono le esercitazioni. Una piccola cooperativa di giovani teuladini gestisce l’ingresso al poligono lungo la strada provinciale che collega Sant’Anna Arresi a Teulada. Da fine giugno a metà settembre si può entrare in macchina seguendo un percorso obbligato che costeggia lo stagno Is Brebeis per arrivare al parcheggio dove si è obbligati a lasciare l’auto. L’ultimo chilometro prima della spiaggia è obbligatorio percorrerlo a piedi, attraversando un paesaggio suggestivo e allo stesso tempo paradossale.</p>



<p>Da un lato i segni dei cingolati lasciati sul terreno durante le esercitazioni, dall’altro una spiaggia incantevole da cui si elevano le Dune Bianche su cui è tassativamente vietato recarsi o camminare per non modificare l’azione del vento e della natura. Dune che sono state inserite tra i patrimoni da tutelare da parte dell’Unesco. Le stesse su cui hanno passeggiato per anni gli anfibi militari.<br>Quella che appare come una piccola vittoria è in realtà semplicemente ciò che spetterebbe di diritto ai cittadini di Teulada e a tutti i sardi: la possibilità di poter usufruire liberamente della propria terra, per fini turistici privati o pubblici, ma in ogni caso senza limitazioni che vengano imposte dall’alto per attività che niente hanno a che vedere con le reali possibilità di sviluppo e di territorio.</p>



<p>D’altronde i numeri sono impietosi: l’iniziale illusione che la cessione dei terreni ai militari avrebbe portato maggiore sviluppo e ricchezza a tutta l’area della Sardegna è stata presto smentita. Lo spopolamento della zona è stato progressivo e inarrestabile: nel 1951 gli abitanti di Teulada erano 5.742, con l’arrivo delle attività militari si è assistito a una lenta e costante diminuzione della popolazione: dai 5.236 abitanti del 1971 si è passati ai 4.700 nel 1991, a 3.988 nel 2001 e infine a 3.793 nel 2010. Un decremento demografico che è andato di pari passo con l’abbandono delle attività del settore primario in funzione di una maggiore concentrazione nei poli di attrazione industriale o nelle grandi città e, in molti casi, nell’emigrazione fuori dai confini della Sardegna.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il domani</h4>



<p>Il futuro del Poligono di Capo Teulada e degli altri poligoni sardi è legato a una data decisiva: il 30 maggio 2012. Nella tarda serata di quel giorno la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito approva all’unanimità la relazione redatta dal senatore del Pd Gian Piero Scanu, il cui contenuto è potenzialmente rivoluzionario: dispone la chiusura immediata dei poligoni di Capo Teulada e Capo Frasca e la riconversione del Poligono Interforze del Salto di Quirra in un centro polivalente tecnologico-scientifico. In una terra come la Sardegna dove da diversi decenni le servitù militari sono state vissute come vere e proprie schiavitù, la notizia è dirompente.</p>



<p>I contenuti della relazione sembrano non lasciare dubbi: i poligoni militari hanno inquinato e contaminato immense aree della Sardegna, al loro interno sono state utilizzate armi e sostanze di ogni tipo incidendo in maniera decisiva nell’aumento di tumori, linfomi e malattie gravi tra gli abitanti delle zone limitrofe ai poligoni. Una vera e propria rivoluzione, considerando l’assoluta omertà su questo tema da parte dello Stato Italiano fino al maggio 2012. Ma a leggere bene i documenti, la realtà sembra diversa. La relazione infatti non parla mai esplicitamente di chiusura dei poligoni ma di “proposte e indicazioni”. Tra queste ci sono: “Avviare, senza alcun ulteriore indugio, l’opera di bonifica radicale, coerentemente con le indicazioni sulla criticità della condizione ambientale”; “procedere al ridimensionamento delle servitù militari in Sardegna, anche mediante la progressiva riduzione dei Poligoni di Capo Frasca e di Capo Teulada e la concentrazione di tutte le attività sostenibili nel Poligono Interforze di Salto di Quirra”; “impegnare il governo all’inserimento, a partire dalla prossima Legge di Stabilità 2013, di un congruo e adeguato finanziamento pluriennale dedicato alle opere di bonifica dei poligoni militari”.</p>



<p>Insomma, la relazione, per quanto innovativa e coraggiosa rispetto al silenzio che per cinquant’anni lo Stato ha tenuto su ciò che accadeva all’interno dei poligoni militari, rimane tuttavia una serie di “linee di indirizzo”. Di fatto, spetta dunque al governo e alla Regione predisporre un piano d’azione che porti alla chiusura definitiva dei poligoni e, cosa ben più importante, alla bonifica degli stessi. Bonifica che in alcuni punti sembra addirittura impossibile, come nel caso della Zona Delta interna al Poligono di Capo Teulada: una penisola di circa 400 ettari dichiarata inagibile persino ai militari stessi a causa dell’elevata contaminazione del terreno e dell’enorme quantità di ordigni presenti al suo interno.</p>



<p>Il punto debole della relazione della Commissione parlamentare riguarda proprio la possibilità di portare a compimento le bonifiche e soprattutto il loro finanziamento. Dopo il clamore suscitato dal possibile taglio dei finanziamenti alle bonifiche nel luglio scorso a causa della spending review, nel dicembre 2012 il ministro della Difesa Di Paola ha annunciato l’arrivo di 25 milioni di euro per il triennio 2013-2015 per dare avvio alle bonifiche, una prima tranche dei 75 milioni totali messi a disposizione. A fronte dei circa 300 milioni chiesti dalla Commissione appaiono pochi, ma leggendo i dati forniti dal Comitato&nbsp;<em>Gettiamo le basi</em>, da anni impegnato nella lotta per chiedere la chiusura dei poligoni militari in Sardegna, sembrano davvero delle briciole.</p>



<p>In una lettera indirizzata alla Commissione parlamentare spedita poche settimane prima della decisione finale, il Comitato scriveva: “Lo studio del Cnr di Ancona del 2005 titolato ‘Studio per la riduzione dei vincoli permanenti nell’area marina di Teulada’ […] prevede un tempo di circa trenta anni per portare a termine l’operazione, la stima non si discosta da quella standard dei centri studi delle forze armate degli Stati Uniti. […] Il poligono caraibico di Vieques, nel Puertorico, dismesso il 1/5/2003, per tipo di attività e dimensioni può considerarsi come il gemello minore di quello di Capo Teulada. La bonifica terminerà nel 2022, finora è stato ripulito solo un terzo. Il budget standard degli Usa per la bonifica di siti militari è stato presto sforato, è stato necessario istituire un super found. Finora sono stati investiti $ 486 milioni. […] Per la bonifica della base Usa nell’isola hawaiana di Kaho’olawe (più piccola di Capo Teulada) sono stati investiti $ 400 milioni, per bonificare il 10% dell’area”.</p>



<p>Insomma, numeri impressionanti. La certezza che i soldi possano realmente venire stanziati non c’è, così come ancora non è certo se i poligoni verranno realmente chiusi. Quel che resta al momento è un territorio irrimediabilmente compromesso con un’incidenza di tumori ben sopra la media, i cui abitanti si sono visti addirittura rifiutare i risarcimenti da parte dello Stato perché, come accaduto nel 2011, abitavano oltre il limite di un chilometro e mezzo dal confine del poligono militare. Ancora una dimostrazione dell’attuale impotenza dei sardi nel poter essere artefici del proprio futuro.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. O. Onnis, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/poligono-interforze-del-salto-di-quirra-servitu-militari-e-questione-sarda/" data-type="post" data-id="2416" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Poligono Interforze del Salto di Quirra. Servitù militari e questione sarda</a></em>, Paginauno n. 22/2011</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Poligono interforze del Salto di Quirra. Servitù militari e questione sarda</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/poligono-interforze-del-salto-di-quirra-servitu-militari-e-questione-sarda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2011 14:03:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[uranio impoverito]]></category>
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					<description><![CDATA[Magistratura e Asl indagano finalmente sull’uranio impoverito. Storia di una terra di speculazioni, di esperimenti, di disastri ambientali e crisi economica endemica. La Sardegna tra precarietà e deprivazione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-22-aprile-maggio-2011/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 22, aprile &#8211; maggio 2011)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Omar Onnis</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Magistratura e Asl indagano finalmente sull’uranio impoverito. Storia di una terra di speculazioni, di esperimenti, di disastri ambientali e crisi economica endemica. La Sardegna tra precarietà e deprivazione</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Le servitù militari in Sardegna possono essere considerate da diversi punti di vista. Quello politico, quello socio-sanitario, quello socio-economico, quello culturale, quello giudiziario, quello storico. Sono livelli e ambiti che si intersecano, chiamando in causa i fondamenti stessi della nostra convivenza civile, i concetti generali di democrazia, di sovranità, di diritto. Ecco perché occuparsi ancora del Poligono interforze del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo riveste un significato che oltrepassa la vicenda in sé, pure importante, e ne fa una questione emblematica. E per questo è essenziale affiancare a una cronaca puntuale sull’attualità una visuale prospettica che tenga conto di tale complessità. Solo così sarà intellegibile in tutte le sue sfaccettature quella che già Gramsci, da sardo, definiva la ‘quistione sarda’. Una questione che fatica a entrare nell’agenda politica e mediatica italiana, ma che nondimeno prima o poi dovrà essere affrontata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ultime dal Poligono</h4>



<p>Tra fine 2010 e inizio 2011 si sono accavallate sulla questione del Poligono interforze del Salto di Quirra notizie e prese di posizione di vario genere, tali da rinnovare il dibattito pubblico e politico in merito. Nel mese di gennaio sono state rese note le risultanze di un’indagine della Asl competente a proposito dell’incidenza di alcune patologie, specie tumorali, tra la popolazione locale. È risultato ammalato il 65% degli allevatori coinvolti nello studio e sono state riscontrate malformazioni congenite negli animali: tassi di incidenza sorprendentemente alti, ben al di là della media naturale.<br>Tali risultanze, balzate immediatamente agli onori delle cronache, hanno prodotto numerose reazioni, sia presso la popolazione e l’opinione pubblica, sia sui media e anche da parte delle istituzioni locali, a vari livelli. Alcuni deputati e consiglieri regionali del Pd hanno preso posizione in termini più netti che in passato, chiedendo addirittura la chiusura del Poligono. Il che rappresenta un cambiamento di posizione, rispetto a quanto espresso nel 2008 dai parlamentari sardi dello stesso partito, firmatari di una interrogazione a sostegno dell’ampliamento della base.<br>I comitati spontanei e le associazioni che da anni si dedicano al problema hanno valutato l’esito di tali indagini come una conferma di quanto vanno sostenendo da tempo sui rischi causati dall’attività militare in Sardegna. Che come si sa dura da decenni, benché quasi mai sotto i riflettori della cronaca e dei mass media.</p>



<p>Tuttavia, sono anche emerse posizioni meno critiche o addirittura favorevoli al Poligono, come già in passato. Amministratori locali e lavoratori impiegati nell’area militare e nell’indotto contestano i risultati e ripetono l’argomentazione secondo cui l’attività del Poligono è da salvaguardare, sia per l’impatto positivo sull’occupazione, sia perché si tratterebbe di un polo di ricerca di eccellenza internazionale. A opera del senatore Gallo è stata poi fatta, di recente, la proposta di usare armi all’uranio impoverito nell’area del Poligono per verificare se siano realmente patogene: una sorta di esperimento diretto sulla popolazione. Proposta che ha prontamente suscitato reazioni indignate.<br>Nell’insieme non si tratta di una serie di evenienze e prese di posizione inedite. Nemmeno la notizia in sé è una vera novità.<br>In questo frangente vanno però segnalati due aspetti. Il primo è il silenzio delle autorità militari. Mai inclini a rilasciare dichiarazioni, tanto meno a fornire spiegazioni dettagliate, in questo caso la loro è una assenza che pesa, il classico ‘silenzio assordante’. Eppure, paradossalmente, proprio dal ministero della Difesa arrivano conferme implicite sulla fondatezza delle preoccupazioni sul versante socio-sanitario, come il riconoscimento di risarcimenti per le vittime della cosiddetta sindrome di Quirra, in base alla Legge 224 del 2007.</p>



<p>L’altro aspetto rilevante è che per la prima volta la magistratura ordinaria ha aperto un’inchiesta sull’intera questione. Il pm Domenico Fiordalisi, della procura di Lanusei, ha ipotizzato il reato di omicidio colposo e ha disposto sequestri e accertamenti di vario genere, relativi all’area del Poligono e alle zone circostanti. Una situazione mai verificatasi prima, che lascia intravedere la possibilità di conflitti tra poteri dello Stato, se l’inchiesta dovesse andare avanti.<br>In generale, però, quello che manca è il tentativo di inquadrare l’intera questione in termini prospettici e al contempo complessi, tenendo conto di tutti gli elementi che la compongono e di tutti gli ambiti che essa investe. Proviamo ad accennare un tentativo in tal senso.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un po’ di storia</h4>



<p>Come mai la Sardegna ospita circa il 60% delle servitù e delle aree militari dello Stato italiano? Come mai al contempo ha indici infrastrutturali molto al di sotto della media italiana (quello stradale è 43 fatto 100 l’indice generale italiano; quello ferroviario è 13 su 100; fonte Istat)? Com’è possibile che lo Stato italiano sia debitore verso la regione Sardegna di una cifra intorno ai 10 miliardi di euro e la Sardegna, per far fronte alle spese ordinarie, si debba indebitare con mutui bancari? Ha a che fare tutto ciò con le statistiche che vogliono la Sardegna come la regione che soffre una tra le maggiori dispersioni scolastiche e uno tra i più bassi tassi di laureati d’Europa? E quelle altre che indicano i sardi come la popolazione più depressa, clinicamente depressa, tra tutti i cittadini italiani? Questo strano intreccio di condizioni materiali, giuridiche e culturali va affrontato in una prospettiva storica, altrimenti rimane incomprensibile. Allo stesso modo in cui rimane incomprensibile l’acquiescenza diffusa nella popolazione verso questi dati di fatto.</p>



<p>Cominciamo&nbsp;<em>in medias res</em>&nbsp;con un esempio concreto. Nel 1887 il giovane Regno d’Italia era impegnato nei tentativi di affermazione internazionale, avventure coloniali comprese. Nel contesto di tale politica di potenza si inserivano le questioni diplomatiche e gli scontri tra interessi nazionali contrapposti. In quell’anno, per esempio, il Regno d’Italia denunciò i trattati commerciali che regolavano i suoi rapporti economici con la Francia. Una misura di ripicca protezionistica allora non inconsueta. Effetto diretto di questa misura fu l’improvvisa chiusura del maggiore sbocco per le esportazioni agroalimentari sarde. Una conseguenza marginale, nei giochi di poteri tra Stati. Per la Sardegna tuttavia significò il brusco ridimensionamento di un settore che stava allora consentendo all’isola di riemergere da decenni difficili. L’ampia disponibilità di manodopera in eccedenza prodotta da tale crisi consentì di ravvivare l’attività estrattivo-mineraria a condizioni competitive, giocando sul minor costo del lavoro. Al contempo, si espanse il settore pastorale, con l’arrivo di investitori da fuori (gli industriali caseari romani, in particolare), determinando la creazione della ‘monocoltura della pecora’, che – esito tutto interno alla logica del capitale in senso moderno – oggi appare così tipica, tradizionale, della Sardegna. E così problematica (Vertenza pastori). Parallelamente ci fu anche una recrudescenza dei fenomeni criminali, in particolare del banditismo. Insomma, l’interesse nazionale (italiano), legittimamente perseguito, aveva causato un trauma economico e sociale in Sardegna. Un caso tipico dell’approccio topdown – prediletto dall’amministrazione sabauda prima e italiana poi – nei rapporti tra Stato centrale e periferia. Per la Sardegna, dal 1720 in mano ai Savoia, una conferma. Già, ma come c’era finita la Sardegna in questa situazione?</p>



<p>Nel 1720, dopo la Guerra di Successione spagnola (una sorta di guerra mondiale dell’epoca), la corona del Regno di Sardegna (prima facente parte della Corona imperiale iberica) era stata ceduta ai Savoia, casualmente ritrovatisi dalla parte giusta del conflitto (dopo un opportuno cambiamento di alleanze). Era l’esaudimento di un desiderio a lungo coltivato: il titolo monarchico. Unico inconveniente, oltre al titolo c’era da prendersi anche la Sardegna. Cosa di cui i Savoia non mancheranno di lamentarsi a lungo (ancora nel 1859 Cavour provò a vendere l’isola alla Francia, in cambio del consenso a un’espansione territoriale sul continente). Da lì comincia un rapporto difficile col governo sabaudo, rappresentato in Sardegna dal viceré e dai funzionari più alti dell’amministrazione, rigorosamente piemontesi, comunque non sardi. Una ristrutturazione delle istituzioni in termini centralistici e l’imposizione dell’italiano come lingua ufficiale (al posto dello spagnolo e in parte del sardo, 1760) si sommarono a condizioni materiali difficili, accentuate dal rigore tributario. Si arrivò quindi ai fatidici anni tra il 1793 e il 1799.</p>



<p>Un tentativo di sbarco da parte dei francesi, nel febbraio 1793, scatenò la risposta militare autoconvocata della nobiltà isolana, che, respinto vittoriosamente il tentativo, ne ricavò degli argomenti per pretendere maggiore partecipazione al potere. Il diniego da parte del re e le pulsioni ideali innescate nella borghesia locale dalle idee che arrivavano dalla Francia illuminista e rivoluzionaria fecero scatenare una reazione radicale. I piemontesi furono cacciati dall’isola nella famosa giornata del 28 aprile 1794 e in quelle successive (data che viene celebrata ogni anno con la festa ufficiale di <em>sa Die de sa Sardigna</em>). L’isola per un paio d’anni sembrò destinata a scuotersi di dosso la zavorra di un regime feudale anacronistico, rapace e per di più reso più forte dall’eliminazione da parte del governo sabaudo di molte istituzioni e usi locali. Il voltafaccia dell’aristocrazia, dell’alto clero e di una parte della borghesia fece fallire la rivoluzione, cui seguì una dura repressione, specie allorché, nel 1799, la corte sabauda, in fuga da Napoleone, fu costretta a rifugiarsi a Cagliari (dove rimase fino al 1814).</p>



<p>Il XIX secolo si aprì sull’isola con gli ultimi tentativi dei repubblicani sardi di rovesciare il regime monarchico e feudale. Tentativi finiti malissimo, per chi se ne rese protagonista, con episodi di crudeltà repressiva addirittura raccapriccianti (come le torture e l’esecuzione di Francesco Cilocco, nel 1802). Proseguì poi con una stagione di riforme, sempre calate dall’alto e applicate con la massima severità: il famigerato ‘editto delle chiudende’ (ottobre 1820), con cui si permetteva a chiunque di fare propria qualsiasi porzione di terra semplicemente recintandola; l’abrogazione della&nbsp;<em>Carta de Logu</em>&nbsp;di Eleonora d’Arborea (in vigore dal 1392, confermata dai conquistatori iberici nel 1421) per la promulgazione del codice di Carlo Felice; l’abolizione del feudalesimo a spese delle popolazioni (anni ’30); l’Unione Perfetta con gli Stati del continente e rinuncia alle istituzioni proprie della Sardegna (1847). Tutte misure prese per ragioni apparentemente ragionevoli, a volte su sollecitazione delle élite dominanti locali, ma di fatto incuranti della realtà su cui andavano a incidere e con esiti spesso peggiorativi per le condizioni materiali della popolazione. Dopo la crisi di fine anni Ottanta, da cui siamo partiti, il XIX secolo si concludeva con una stagione di rivolte popolari, di disordini sociali e di repressione (culminata con la ‘Caccia Grossa’ del 1899: una spedizione militare nelle zone interne contro i numerosi latitanti).</p>



<p>Non si apriva meglio il secolo XX. Nel 1904 l’eccidio dei minatori in sciopero a Buggerru generò la mobilitazione dei lavoratori in tutta Italia e il primo sciopero generale. Nel 1906 il rincaro dei generi di prima necessità (del pane in particolare) provocò vasti disordini e vere e proprie sommosse, partite da Cagliari ed estese presto ad altre zone dell’isola. In quegli anni la parola d’ordine che circolava tra simpatizzanti liberali e democratici era ‘emancipazione’. Ossia, indipendenza dall’Italia. Come testimonia lo stesso Antonio Gramsci, in quel periodo nelle piazze e nei ritrovi pubblici o privati si diceva apertamente: «A mare i continentali!»</p>



<p>La Grande Guerra interruppe momentaneamente tali fermenti. Ma solo per farli riemergere più forti al ritorno dei reduci dal fronte. L’evento che per molti italiani suscitò il primo processo di identificazione nazionale, per i sardi costituì un’improvvisa presa di coscienza sulla propria alterità identitaria. Ne scaturì la fondazione del Partito Sardo d’Azione. Il quale, tuttavia, venne condotto dai suoi leader (tra cui Emilio Lussu) sulla via dell’autonomismo, rinunciando esplicitamente, contro la volontà della base, a ogni istanza indipendentista. Parte del PSdAz confluì pochi anni dopo nel Partito Nazionale Fascista.</p>



<p>La politica del regime nell’isola seguì la traccia della precedente politica sabauda: un approccio dall’alto sui problemi strutturali, senza escludere imposizioni autoritarie. Grandi opere infrastrutturali, investimenti consistenti, ma in generale finalizzati a rendere la Sardegna capace di produrre ciò di cui l’Italia aveva bisogno. Dopo le sanzioni internazionali e l’imposizione del regime di autarchia, soprattutto grano e carbone (di qui le bonifiche presso Oristano con la fondazione di Mussolinia, l’attuale Arborea, e la fondazione di Carbonia, nel Sulcis). Una ulteriore riconferma dell’approccio topdown cui la Sardegna era soggetta ormai da duecento anni. Le devastazioni prodotte dalla guerra (specie nelle città, e a Cagliari in particolare) terminarono precocemente con l’abbandono pacifico dell’isola da parte del contingente tedesco, ben prima che la guerra fosse conclusa in Italia e in Europa.</p>



<p>Il secondo dopoguerra del Novecento è l’epoca che a livello globale rappresenta uno dei momenti di maggiore progresso nel minor tempo dell’intera storia umana. L’Età dell’oro, la definisce lo storico Eric Hobsbawm. In Sardegna è l’epoca dell’autonomia, della sconfitta della malaria (grazie a cospicue irrorazioni di DDT fornito dalla fondazione Rockefeller), dei Piani di Rinascita, della recrudescenza dell’emigrazione, dell’ultimo banditismo ‘romantico’, dell’alfabetizzazione di massa. E delle servitù militari, ovviamente. In tutto questo, permane una costante: ancora una volta l’approccio top-down. L’autonomia regionale è la foglia di fico per una classe dirigente totalmente subalterna ai centri di potere politico ed economico dominante. Gli interessi che vengono perseguiti hanno sempre una radice e una fonte estranea. Gli stessi Piani di Rinascita sono l’emblema della subordinazione e della tutela cui la Sardegna sembra destinata per propria natura, quasi un destino ineludibile. Per quanto gli scopi dichiarati siano quelli dello sviluppo e della crescita sociale e civile, già dai documenti ufficiali (Relazione di maggioranza della Commissione Medici, 1972) risulta che il vero scopo perseguito era la normalizzazione dell’isola attraverso la disarticolazione culturale e sociale. L’opera di normalizzazione era volta a depotenziare le istanze sociali più problematiche e a risolvere una volta per tutte l’intraducibilità ‘in italiano’ delle peculiarità culturali, linguistiche, sociali, produttive dell’isola. Un disegno scopertamente egemonico, reso più agevole dalla nuova pervasività della scuola dell’obbligo e dei mass media, televisione in primis (Pira, 1978).</p>



<p>Mentre si imponeva l’omologazione a modelli produttivi, culturali e di costume totalmente esogeni, si investiva il territorio sardo di una massiccia occupazione militare e industriale. Nel primo ambito, alla rete territoriale delle forze dell’ordine si aggiungevano basi di addestramento, caserme, poligoni di esercitazione, ampie aree sottoposte a servitù e a vincoli militari. In questo contesto, il Poligono interforze del Salto di Quirra è solo un elemento, a lungo poco considerato.</p>



<p>Ma non minor impatto ambientale e sociale hanno le aree militari di Capo Teulada e Capo Frasca. Fino a pochi anni fa era operativa, come sappiamo, la base della Maddalena, destinata ai sommergibili atomici Usa. Altre aree militari di minore ampiezza sono tuttora disseminate nell’isola, con una notevole concentrazione immobiliare a Cagliari e dintorni. Un’isola militarizzata in tempo di pace come non lo era stata mai in tempi di guerra, si direbbe. Questa presenza pervasiva fa da sfondo al rinnovato prestigio attribuito alla ricostituita Brigata Sassari, riesumata dalle memorie belliche della Grande Guerra come struttura operativa ai massimi livelli nell’esercito italiano, costantemente impegnata sui vari fronti di peace keeping in cui lo Stato italiano è presente. Per molti giovani sardi, uno dei pochi sfoghi alla domanda di lavoro.</p>



<p>Nell’ambito industriale, sin dagli anni Sessanta, in contemporanea con la nascita del turismo organizzato sull’isola (prima Alghero, poi la Costa Smeralda), venivano impiantate, quasi mai con successo, industrie petrolchimiche e chimiche, industrie di trasformazione di scarti industriali o di materie prime di importazione. L’industrializzazione consentiva di accedere a grandi finanziamenti, in regimi particolarmente agevolati (legge 588/1962, primo Piano di Rinascita, poi rifinanziato con la legge 268 del 1974), di avviare produzioni ad alto impatto ambientale a condizioni vantaggiose, anche per la facilità di reperimento della manodopera. Il tutto entro un sistema per sua natura esposto a gravose diseconomie, accentuate dal fattore geografico e dalla scelta di non basarsi su materie prime locali ma di far transitare sull’isola semilavorati o materie grezze, che poi andavano di nuovo esportati serviper essere trasformati in prodotto finito altrove. A volte tali industrie sorgevano in aree scarsamente o per nulla servite da infrastrutture idonee (come Ottana, NU : al centro della Sardegna, lontana da porti o aeroporti, senza ferrovie).</p>



<p>Il nesso tra tutti questi elementi è il circolo vizioso tra subalternità culturale, impoverimento economico, precarietà sociale, bisogno di tutela, dipendenza e di nuovo subalternità. In ambito politico ciò si traduce in forme patologiche di clientelismo diffuso presso l’elettorato e, a livello istituzionale, in dipendenza dalle decisioni prese all’esterno. Basti pensare che solo nel 2006 è stata apertamente riconosciuta in sede regionale l’inadempienza dello Stato verso la Sardegna relativa alle entrate fiscali. Stante il regime di compartecipazione ai tributi erariali della regione autonoma sarda, sancito dagli articoli 8 e 9 dello Statuto speciale, alla Sardegna spetterebbero i sette decimi dell’irpef e una quota variabile dell’iva versate in Sardegna, oltre a quote sulle accise e su altri tributi. Già la Fondazione Agnelli, anni fa, segnalava come lo Stato italiano avesse mancato di ottemperare al versamento di tali quote per un ammontare di circa 10.000 miliardi di lire, che secondo altri calcoli (della regione sarda) arriverebbero in realtà a circa 10 miliardi di euro.</p>



<p>La giunta Soru, preso atto di tale situazione, aveva raggiunto un accordo col governo Prodi, nel biennio 2006/2008, per una restituzione della metà di tale cifra, ossia 5 miliardi di euro, compensata dalla previsione per il futuro di maggiori entrate. Era – ed è – la famigerata Vertenza entrate, di cui da allora si discute in occasione di ogni legge di bilancio regionale e che, soprattutto a causa della timidezza della classe politica sarda, non ha ancora trovato soluzione. La regione sarda non ha mai osato impugnare il bilancio dello Stato davanti alla Corte Costituzionale e nemmeno sollevare un conflitto di attribuzione, pur avendo piena cognizione sia delle proprie ragioni giuridiche, sia delle conseguenze politiche e concrete che tale situazione comportava. Le giunte regionali hanno anzi deciso di accendere mutui, anche assai gravosi, per ovviare alle necessità di cassa. Peggiorando, così, la situazione, anziché cercare di risolverla.</p>



<p>Questo è un esempio stringente e particolarmente significativo della condizione della Sardegna contemporanea. Terra di speculazioni (vedi lo scandalo del G8 della Maddalena o quello delle speculazioni sugli impianti eolici), di esperimenti, di disastri ambientali, di crisi endemica in quasi tutti i settori produttivi e sociali (dall’agroalimentare e dall’allevamento, all’industria, alla scuola, ai trasporti). Il problema delle servitù militari si inserisce come uno degli elementi di questo scenario di precarietà e deprivazione, in una posizione se vogliamo meno rilevante e al contempo più complessa di quanto possa sembrare se preso isolatamente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>La Sardegna rappresenta in ambito italiano all’incirca il 3% della popolazione totale e del territorio statale. Una porzione minima e per molti versi ininfluente. Dato di cui occorre tenere conto, quando si enumerano con meraviglia i molti sardi assurti agli onori della politica italiana, così poco nfluenti sui problemi della loro terra di origine. Rappresentare il 3% di territorio e di popolazione dello Stato italiano, per di più ubicati a 300 chilometri di distanza e col mare di mezzo, non è abbastanza per avere un peso significativo nelle scelte di governi che nel migliore dei casi devono occuparsi dell’interesse complessivo del 100% della popolazione e curare il 100% del territorio statale. Non si tratta dunque di negligenza o malevolenza da parte dell’Italia (la ‘matrigna’ di certa retorica sardista), bensì banalmente di cogenti ragioni pragmatiche. In definitiva, la cura di una sorta di protettorato oltremarino quale è sempre stata la Sardegna prima per i Savoia, poi per l’Italia, non può che rivestire le forme della tutela paternalistica, delle decisioni calate dall’alto, della noncuranza per quello che di fatto rimane un mero oggetto della Storia. L’oggetto di cui l’antropologo Michelangelo Pira alla fine degli anni Settanta del Novecento teorizzava la rivolta, in un celebre libro.</p>



<p>Solo il rovesciamento della logica top-down potrebbe innescare un mutamento virtuoso, ma a sua volta esso dovrebbe essere preceduto da una radicale inversione di tendenza relativa al grado di istruzione della popolazione e all’aumento del capitale sociale, dalla crescita del grado di consapevolezza diffuso, dalla presa di coscienza collettiva circa la propria soggettività storica, la propria peculiarità geografica e culturale, le proprie necessità primarie. Per dire, una terra a lungo a vocazione agricola oggi consuma alimenti e bevande che per circa l’80% arrivano da fuori. Persino il tanto decantato turismo non è mai riuscito a modificare gli equilibri diseguali di un’economia in perenne affanno. Gli investitori anche in tale settore vengono tradizionalmente da fuori, per di più con idee e progettualità che non nascono dal territorio, né ne tengono conto. La vocazione turistica della Sardegna data appena dagli anni Sessanta del secolo scorso, a differenza di altre aree turistiche italiane e internazionali di ben più longeva tradizione. Inoltre fino a ora non si è mai creato un collegamento virtuoso tra cultura e produzioni locali e flussi turistici, che sono di solito concentrati nel periodo estivo e nelle località di mare.</p>



<p>A ciò si aggiunge che anche zone che dal punto di vista paesaggistico e ambientale e quindi turistico sarebbero di massimo pregio, come le zone del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo, o Capo Teulada, hanno a lungo visto solo nelle attività militari una fonte di reddito e di riscatto dalle forme dell’economia tradizionale. Una sorta di malintesa emancipazione sociale, indotta da cause esogene e calata dall’alto, con conseguenze di sradicamento e disorientamento culturale. Il fenomeno migratorio sardo, solo parzialmente interrotto tra gli anni Ottanta e Novanta, insieme a uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa (e del mondo), fanno della Sardegna una terra potenzialmente in via di decrescita demografica e di rapido invecchiamento della popolazione, con tutti i problemi del caso. Pensioni, servizi alla persona, reddito imponibile complessivo da cui trarre le imposte, degrado ambientale, impoverimento, abbassamento del livello medio di istruzione, sono tutti ambiti problematici cui è necessario trovare risposte politiche serie. Insieme, se non prima, al problema ineludibile della incidenza delle servitù militari sulla vita dei sardi, di cui la questione del Salto di Quirra è solo una parte.</p>
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		<title>La Sardegna sotto tiro. Il poligono del Salto di Quirra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-sardegna-sotto-tiro-il-poligono-del-salto-di-quirra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 08:47:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[uranio impoverito]]></category>
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					<description><![CDATA[Interessi economici e segreti industriali e militari proteggono uno dei più grandi poligoni sperimentali d’Europa, quello del Salto di Quirra, che diffonde malattie, morte e inquinamento ambientale]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-21-febbraio-marzo-2011/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 21, febbraio &#8211; marzo 2011)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Franciscu Sedda e Omar Onnis</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Interessi economici e segreti industriali e militari proteggono uno dei più grandi poligoni sperimentali d’Europa, quello del Salto di Quirra, che diffonde malattie, morte e inquinamento ambientale</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">La storia: cosa e quando</h4>



<p>Il 1956 è un anno citato nei libri di storia contemporanea per la rivolta ungherese o per l’eccezionale nevicata che ne caratterizzò l’inverno. Nessun libro di storia racconta però che quello stesso anno venne inaugurato uno dei poligoni militari più grandi d’Europa, forse il maggiore per estensione, considerando la parte sul mare: il poligono di addestramento e sperimentazione interforze del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo, in Ogliastra, Sardegna.<br>Il nome – Salto di Quirra – è una maldestra traduzione all’impronta del toponimo originale (come accade regolarmente, in Sardegna, per toponimi e antroponimi), peraltro reso ancora oggi con la grafia spagnola. Il nome sardo sarebbe&nbsp;<em>Sartu de Kirra</em>:&nbsp;<em>su sartu</em>, in lingua sarda, è la porzione di territorio di una&nbsp;<em>bidda</em>&nbsp;(villaggio) destinato al pascolo brado, non coltivato dunque. Una zona per sua vocazione ancestrale poco antropizzata, ma non per questo irrilevante nell’economia di un territorio, specie se a prevalente vocazione pastorale. O a recente vocazione turistica.</p>



<p>Nel secondo dopoguerra l’isola fu scelta dalla Nato come sede strategica di basi militari e centri addestrativi, nell’ambito di accordi spesso segreti, come quelli bilaterali del 1952 (Mutual security act) e del 1954 (Bilateral infrastructure agreement), tra Stati aderenti alla Alleanza Atlantica e con gli Usa in particolare.<br>L’Italia aveva allora un ruolo passivo, diplomaticamente debole, dato il suo status ambiguo di ex nemico sconfitto. In quegli anni dunque, per necessità strategiche, vaste aree della Sardegna furono sottoposte a servitù militare. Era la guerra fredda. Poche possibili obiezioni, sulla questione. Certo, non da parte dei sardi, poco informati, nella loro generalità, o del tutto subalterni a logiche di potere più grandi di loro, nel caso della classe politica e dirigente.</p>



<p>A distanza di quasi sessant’anni, la Sardegna offre ancora oggi allo Stato italiano circa il 60% dell’intero territorio statale destinato ad attività militari. E, a detta delle autorità politiche preposte, tale situazione si protrarrà almeno per un altro quinquennio.<br>Oltre al poligono del Salto di Quirra-Capo San Lorenzo esistono quello di Capo Teulada (provincia Carbonia-Iglesias) e quello di Capo Frasca (Oristano), l’aeroporto militare di Decimomannu e ancora una serie di basi e infrastrutture militari e civili legate per vicinanza o per funzione ai centri maggiori. Esistono basi militari statunitensi (Monte Limbara, Tempio; Isola di Tavolara, Olbia), mentre da pochi anni è stata chiusa la base della Maddalena, a lungo operativa (dal 1972), destinata ai sommergibili nucleari e ora ceduta alla Marina militare italiana (base di S. Stefano).</p>



<p>Tutte le basi e i poligoni militari rispondono alla Difesa italiana e ai comandi Nato e statunitensi. Le autorità locali non hanno alcuna possibilità reale di intervento né di negoziazione: tutto passa attraverso i canali governativi centrali. Questo, nonostante la concessione di tavoli Stato-Regione sulle servitù militari e i reiterati incontri e accordi a livello istituzionale sul tema, specie negli ultimi dieci anni.<br>Nelle basi, dunque, si svolgono da più di mezzo secolo diverse attività, legate all’addestramento delle truppe, alle esercitazioni, alla sperimentazione degli armamenti e alla ricerca. In particolare il poligono del Salto di Quirra ospita regolarmente sia la sperimentazione di armamenti, sia le dimostrazioni da parte delle aziende produttrici ai potenziali clienti. Il 40% dell’attività che vi si svolge, infatti, è privata, non pubblica. Il poligono viene affittato a chi ne fa richiesta per 50.000 euro l’ora.</p>



<p>Gran parte delle attività è protetta da vari livelli di segretezza o riservatezza. A quelli relativi alla sfera strettamente militare e governativa si somma, con il suo non indifferente peso, il segreto industriale e aziendale, data la prassi di affittare la struttura a privati, appunto.<br>In questa condizione, risulta dunque difficile raccogliere informazioni e/o verificarle. Nondimeno, come vedremo, alcune indagini sono state svolte e, sia pure in termini non esaustivi, danno un quadro della situazione abbastanza coerente, soprattutto sul versante socio-sanitario.<br>La militarizzazione della Sardegna si completa con la grande pressione sul territorio del demanio militare in generale (caserme, depositi ecc.) e con la rilevante presenza delle forze dell’ordine.<br>Questo, nonostante la Sardegna sia statisticamente una regione a basso tasso di criminalità, sempre al di sotto della media italiana negli ultimi quindici anni (1).</p>



<p>Meno esplorati, ma non meno rilevanti, sono gli altri aspetti della vicenda, spesso condannati a rimanere in secondo piano. Le ricadute sul tessuto produttivo e sulle reti di relazioni e interessi nei territori coinvolti dalla maggiore presenza militare sono palesi. A livello occupativo, come si evince facilmente anche solo da una ricognizione in loco, le servitù militari hanno orientato le opportunità di lavoro verso i servizi accessori e l’indotto della presenza militare. Tanto che spesso sono gli amministratori locali a pretendere che non vi sia alcun ridimensionamento di tale presenza. Ogni riduzione di servizi o di personale all’interno delle aree militari o nell’indotto diventa un trauma per il tessuto sociale locale.<br>La presenza militare ha infatti inevitabilmente frustrato le possibili alternative economiche. Problema affrontato esplicitamente solo dal 2005, dalla giunta regionale guidata da Renato Soru, ma abbandonato nel corso degli anni e non riproposto dalla presente giunta sarda. Al danno emergente del mancato reddito e della forzosa rinuncia alle attività generalmente praticate in quelle aree, si somma quello relativo all’impossibilità di programmare investimenti, di progettare un futuro produttivo in qualsiasi settore alternativo. Pastorizia, agricoltura e pesca non possono essere integrate dal potenziale turistico, in zone quasi sempre di gran pregio dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e archeologico. Frustrando così la possibilità di un’economia locale più articolata, non assistita e basata su un approccio&nbsp;<em>bottom-up</em>, dal basso, che valorizzi le risorse e le competenze locali.</p>



<p>La politica sarda nel suo complesso, a prescindere dagli schieramenti partitici, tranne poche eccezioni, è sempre stata tiepida sul problema, oppure favorevole alla presenza militare in Sardegna. A favore dell’incremento delle attività militari si sono spesi, per esempio, alcuni parlamentari sardi del Pd, firmatari nel 2008 di una richiesta di ampliamento del poligono del Salto di Quirra. Nel 2010, altri senatori sardi sempre del Pd hanno sollevato la questione degli accertamenti sanitari, “al fine di dissipare dubbi e angosce presenti tra la popolazione ed evitare eventuali strumentalizzazioni allarmistiche”. Dall’altra parte, esponenti di partito o di governo del fronte del centrodestra hanno decisamente promosso, in varie sedi e in varie circostanze, la presenza delle servitù militari sull’isola.<br>In più va aggiunto l’elemento degli stanziamenti previsti a livello statale per le aree interessate da servitù militari. Stanziamenti di cui alla Sardegna spetterebbe circa il 60%. Il condizionale è d’obbligo, data l’inadempienza dello Stato nei versamenti di tali somme così come di quelle destinate alle bonifiche.</p>



<p>Gli effetti culturali di tale situazione sono evidenti. Essa ha generato una sorta di interiorizzazione di quel complesso di subalternità storicamente già molto forte e radicato in Sardegna, specialmente in seguito alla unificazione italiana. Una sorta di sindrome da dipendenza e da assistenzialismo che corre parallela a quella più nota alle cronache, detta ‘sindrome di Quirra’, relativa al manifestarsi tra i militari di un quadro patologico tipico di chi ha prestato servizio in quest’area. Alle patologie cliniche si associa dunque una patologia socio-culturale forse più difficile da estirpare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Studi, rilievi, dati statistici socio-sanitari: spiegazioni ufficiali</h4>



<p>L’aspetto più evidente e maggiormente seguito dai mass-media è senz’altro quello socio-sanitario. Una delle fonti principali in tale ambito rimane il ‘Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari o militari’. Commissionato dalla giunta regionale Soru (2004-2009), il Rapporto, redatto dall’Atesa (Associazione temporanea d’impresa epidemiologia, sviluppo e ambiente), mettendo insieme competenze mediche e statistiche di diversi centri italiani, presenta una valutazione epidemiologica sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da attività industriali, minerarie o militari.<br>I risultati mostrano una indubbia maggiore incidenza di certe patologie nelle aree interessate da attività militari. In particolare nel Salto di Quirra è riscontrabile una percentuale di mielomi e leucemie superiore alle attese statistiche e, nell’insieme, un quadro di maggiore esposizione relativa ad alcune particolari patologie riconducibili a fattori ambientali. Alla Maddalena incidono di più i linfomi ‘non Hodgkin’. A Teulada altre malattie analoghe.</p>



<p>Nel complesso, il quadro si presenta al contempo chiaro (per le risultanze statistiche) e del tutto incerto (quanto al riconoscimento di una relazione di causa-effetto). Come sottolineato già a suo tempo dal coordinatore del progetto Annibale Biggeri, le rilevazioni del Rapporto commissionato dall’assessorato regionale alla Sanità attestano sì dei dati statistici, ma senza correlarli in un nesso di causa-effetto con le attività umane pure presenti sul territorio interessato.<br>Lacuna dovuta alla difficoltà scientifica di correlare esiti statistici e cause dirette, se non in un nesso probabilistico, nesso però non considerato rilevante nell’ordinamento italiano da alcuna norma in materia.<br>Altri studi sul tema delle ricadute ambientali e sanitarie sono stati svolti in via ufficiale per conto del ministero della Difesa e delle autorità italiane o regionali. Le indagini più significative sono quelle svolte dalla dottoressa Antonietta Gatti. I loro esiti, presentati pubblicamente come allarmanti, hanno avuto un percorso istituzionale tormentato, vuoi perché secretati (su richiesta iniziale della stessa dottoressa Gatti) in sede parlamentare, vuoi perché mai formalizzati in un rapporto definitivo in sede regionale. Tali indagini mostrerebbero una connessione almeno probabilistica tra maggiore incidenza di certe patologie e presenza nelle catene alimentari di nanoparticelle, generate da esplosioni di ordigni. Non mancano però opinioni contrarie (come quella di Falco Accame, presidente di ANAVAFAF: Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti).</p>



<p>In generale, comunque, si è puntata l’attenzione sulla presenza di uranio impoverito negli armamenti sperimentati nei vari poligoni sardi. Senza però che emergessero quantità tali da far dedurre un coinvolgimento diretto del materiale nel maggior tasso di patologie riscontrate.<br>I risultati delle analisi effettuate sono stati variamente commentati dalle autorità militari e istituzionali, di solito con intenti riduttivi. È sempre stata negata la presenza di uranio impoverito nelle aree dei poligoni e in quelle circostanti. Si è sottolineata piuttosto la presenza naturale di arsenico, come possibile causa delle patologie riscontrate, ovvero altre cause naturali, legate all’ambiente o a caratteristiche genetiche della popolazione. D’altra parte, quelle stesse autorità in passato hanno già mentito circa questioni militari e strategiche. Per esempio, a proposito della presenza di sommergibili nucleari americani alla Maddalena (Andreotti, Spadolini).</p>



<p>Chi sostiene le tesi riduttiviste, tuttavia, non sa spiegare come mai tale maggiore incidenza statistica di patologie anche molto gravi si riscontri in aree altrimenti note e studiate per la longevità degli abitanti (2).<br>Le autorità italiane hanno comunque disposto che siano riconosciuti dei risarcimenti in sede civile agli abitanti delle zone limitrofe alle aree militari, ammettendo quindi implicitamente un nesso almeno probabile tra le attività che vi si svolgono e la diffusione di malattie.<br>Nessuna posizione decisiva sulla legittimità della presenza militare in Sardegna, a prescindere dagli interessi italiani o internazionali, è mai stata formulata dalle istituzioni sarde o da rappresentanti sardi in Parlamento, in alcuna sede istituzionale o giurisdizionale. Al massimo è stata discussa l’opportunità di gravare ancora la Sardegna di un vincolo tanto sproporzionato. La questione, perciò, ai livelli istituzionali è rimasta in termini problematici solo circa il suo aspetto quantitativo e cronologico (troppo e da troppo tempo), non per quello generale e politico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Spiegazioni alternative</h4>



<p>Alla totale rimozione del problema da parte delle autorità militari e del governo italiano (a parte i risarcimenti civili per le popolazioni locali), rispondono i soggetti interessati con studi alternativi.<br>In particolare, come visto, la dottoressa Antonietta Gatti, una dei maggiori studiosi internazionali nel campo, dopo aver effettuato ricerche nella zona intorno a Perdas de Fogu, nel Salto di Quirra e presso la popolazione del vicino paese di Vilaputzu, ha riscontrato dati significativi, secondo i quali le patologie e i problemi all’ecosistema riscontrati nelle zone interessate sarebbero dovuti non all’uranio impoverito quanto alle nanoparticelle prodotte dalle esplosioni di ordigni di vario genere. Nanoparticelle che per propria natura si inserirebbero nelle catene alimentari, entrando così direttamente e profondamente nei cicli dell’alimentazione e della riproduzione dei tessuti biologici, e generando di conseguenza la congerie di patologie, in particolare neoplastiche, riscontrate. Tuttavia la stessa dottoressa Gatti, all’atto di trasmettere tali risultati al Parlamento italiano, ne ha richiesto la secretazione, e solo successivamente si è risolta a parlarne pubblicamente. Le autorità sarde dal canto loro (in specie l’ex assessore alla Sanità Nerina Dirindin) hanno negato di aver mai ricevuto un rapporto formale con tali risultati.<br>Il quadro insomma rimane ancora poco chiaro, benché l’attenzione della pubblica opinione continui periodicamente a essere sollecitata da articoli, saggi, romanzi, opere video e dall’azione dei gruppi politici o di opinione attivi a vario titolo contro le servitù militari.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Attivismo contro le basi</h4>



<p>Esistono da anni ormai diversi soggetti coinvolti nel contrasto politico e civile della presenza militare in Sardegna. Tra i comitati e le associazioni di cittadini spicca in particolare&nbsp;<em>Gettiamo le Basi</em>, la cui portavoce Mariella Cao è da tempo molto presente nel dibattito pubblico sardo.<br>Vari amministratori locali, in carica e non, anche coinvolti a livello istituzionale (per esempio nel Comitato paritetico sulle servitù militari della Regione) hanno preso posizione ripetutamente e in varie sedi sulla questione. A volte con divergenze radicali sulla stessa interpretazione della presenza militare nei loro territori o con posizioni apertamente favorevoli.<br>Altri soggetti attivi sono i partiti e i movimenti di matrice indipendentista (<em>Sardigna Natzione</em>,&nbsp;<em>a Manca pro s’Indipendentzia</em>,&nbsp;<em>iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna</em>&nbsp;e ora anche Doddore Meloni e la sua autoproclamata&nbsp;<em>Repubblica di Maluentu</em>). Con peso e prassi diversi, contestano non solo l’eccesso quantitativo e le limitazioni imposte dai vincoli militari sul territorio sardo, ma ne disconoscono la stessa legittimità, contestando tutto l’impianto giuridico delle servitù militari, fondato su basi giuridiche e applicato nei fatti al di sopra e al di fuori di qualsiasi sfera di sovranità totale o parziale dei sardi.</p>



<p>Molte istanze dei comitati e dei movimenti politici indipendentisti, nonché il materiale raccolto da studiosi e comitati di cittadini, sono stati utili nella campagna avviata nel 2005 dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru per rivendicare la chiusura o il ridimensionamento delle basi militari e delle aree sottoposte a servitù. A parte l’abbandono della base della Maddalena da parte degli Stati Uniti – avvenuto probabilmente per scelte strategiche già precedentemente prese – tale azione politica non ha però avuto alcun riscontro, infrangendosi sulla cogenza prioritaria dell’interesse nazionale italiano, sopraordinato rispetto a qualsiasi esigenza o interesse di una semplice regione, sia pure a statuto speciale come la Sardegna. Tanto più facile, questa reazione dello Stato centrale, in quanto rivolta verso una regione che non solo equivale al 3% circa del territorio e della popolazione italiani (perciò con un peso politico non determinante), ma la cui classe dirigente ha da sempre interiorizzato la sindrome della subalternità verso l’Italia come propria fonte di sopravvivenza, sia materiale, sia politica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Il problema della presenza militare in Sardegna assume diverse proporzioni e diversi significati a seconda della prospettiva sotto cui lo si affronta. Limitazione alla libera fruizione del territorio da parte delle popolazioni; ricadute economiche e sociali; conseguenze sull’ambiente e sulla salute.<br>Tuttavia, su un piano più generale, quel che non viene mai messo in discussione è il principio secondo cui uno Stato possa legittimamente sottrarre una porzione di territorio ai suoi abitanti. Ossia, non le dimensioni e l’opportunità di tale sottrazione, o il suo prolungamento nel tempo, quanto precisamente il suo significato politico profondo. Significato che investe in pieno il concetto di sovranità e la sua applicazione pratica, nella caratteristica accezione di ‘sovranità’ di stampo romantico e nazionalista ottocentesco, giustificativa dell’approccio esclusivo di tipo top-down nelle scelte politiche di fondo. In tal senso, solo pochi in Sardegna, e segnatamente nell’ambito indipendentista, pongono la questione in questi termini. Eppure dovrebbe essere il nodo principale della questione.</p>



<p>Chi deve decidere se, come e quanto limitare l’accesso e la fruizione del territorio sardo? Il fatto di appartenere politicamente all’Italia è un problema, un dato non suscettibile di indagine e discussione o una condizione storica analizzabile e nel caso sostituibile con condizioni diverse? Si tiene poco conto, per esempio, del fattore geografico, quasi mai menzionato nei dibattiti in merito, e anche di quello storico. Ambiti di discussione problematici, che potrebbero rimettere radicalmente in forse la scontata adesione della Sardegna all’ordinamento giuridico italiano.<br>A che titolo infatti la Sardegna può essere identificata come una porzione del territorio italiano, dunque assoggettata agli interessi collettivi (posto che questi di cui si parla lo siano) rappresentati dallo Stato italiano, o addirittura a interessi diversi, internazionali, o di altri Stati, o addirittura privati? I sardi dovrebbero avere voce in capitolo nella questione?<br>Questi interrogativi investono una sfera di significati che sta al di sopra del tema socio-sanitario specifico e ne investe ovviamente altri. Ma è ineludibile, specialmente in un momento di crisi in cui risulta più evidente che in passato, come i problemi strutturali della Sardegna non abbiano né possano avere la sede della loro risoluzione presso le istituzioni rappresentative della sovranità statale italiana.</p>



<p class="has-small-font-size">(1)Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.sardegnastatistiche.it/index.php?xsl=672&amp;s=12&amp;v=9&amp;c=5042&amp;subnodo=326&amp;refp=&amp;id=433&amp;mod=&amp;ss=1&amp;mo" target="_blank">http://www.sardegnastatistiche.it/index.php?xsl=672&amp;s=12&amp;v=9&amp;c=5042&amp;subnodo=326&amp;refp=&amp;id=433&amp;mod=&amp;ss=1&amp;modalita=tutte&amp;tt=4</a><br>(2)Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Genetica_dei_sardi" target="_blank">http://it.wikipedia.org/wiki/Genetica_dei_ sardi</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Piccole bombe nucleari crescono. La fusione fredda e le nuove mini-armi atomiche</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/piccole-bombe-nucleari-crescono-la-fusione-fredda-e-le-nuove-mini-armi-atomiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 08:32:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[Il potere militare parla di ‘uranio impoverito’, la comunità scientifica tace, e intanto dalla prima guerra del Golfo vengono usate armi nucleari piccole come proiettili d’artiglieria.]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-20-dicembre-2010-gennaio-2011/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 20, dicembre 2010 &#8211; gennaio 2011)</a></em></li></ul>



<p class="has-small-font-size">Emilio Del Giudice</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il potere militare parla di ‘uranio impoverito’, la comunità scientifica tace, e intanto dalla prima guerra del Golfo vengono usate armi nucleari piccole come proiettili d’artiglieria.</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><br>Incontro sul libro inchiesta <em>Il segreto delle tre pallottole</em> di Maurizio Torrealta e Emilio Del Giudice (Edizioni Ambiente, collana Verdenero, 2010) alla libreria Odradek di Milano, 1 ottobre 2010</p>



<p class="has-drop-cap">Una delle caratteristiche della società moderna, che sembra fondata sull’abbondanza e sulla disponibilità dell’informazione, è la capacità di mantenere segreti. E li mantiene proprio grazie all’enorme quantità di informazione che viene rovesciata sulla testa delle persone le quali, non avendo più punti di riferimento, assumono, rispetto all’informazione che ricevono, un’attitudine passiva. Convinti di sapere tutto proprio perché hanno ricevuto un mare di notizie i cittadini, paradossalmente, non sanno niente. E non esiste modo migliore per nascondere la verità che fare riferimento non a bugie plateali ma a verità parziali.</p>



<p><br>Alcuni giornalisti chiesero, durante una conferenza stampa del portavoce del governo israeliano, se era vero che nel 2006, sul fronte del Libano, Israele avesse usato armi nucleari di tipo nuovo. La risposta del portavoce fu: “Noi dichiariamo che l’esercito israeliano non ha mai fatto uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali”. Il che è verissimo, l’arma di cui parliamo non è vietata dalle convenzioni internazionali, per il semplice motivo che è un arma di tipo nuovo, e quindi non è prevista nelle convenzioni internazionali; nessuno ufficialmente sa dell’esistenza di questo tipo di arma e dunque essa non è un’arma vietata. Il cittadino che riceve questa informazione resta convinto che non c’è niente di misterioso, invece di misterioso c’è tutto.</p>



<p>Per prima cosa occorre precisare che le potenze coinvolte nell’uso di mini armi nucleari appartengono a un largo spettro; anche se è difficile dire con esattezza quali siano, è probabile che la Russia le abbia usate in Cecenia e gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nelle varie guerre del Medioriente e nei Balcani.</p>



<p>La possibile catena è questa: i primi ad averci pensato sono stati i tedeschi durante la seconda guerra mondiale. È vero che erano molto lontani dal realizzare armi del tipo usato a Hiroshima, ma probabilmente perché non avevano preso quella strada: gli scienziati tedeschi studiavano il modo di creare un differente tipo di bomba, molto simile a quelle usate nei conflitti dalla prima guerra del Golfo in poi, ed erano sul punto di realizzarla. Dato che i laboratori dove questo accadeva erano situati nella parte orientale della Germania, è molto probabile che i russi abbiano messo le mani su questo tipo di armi e le abbiano ulteriormente sviluppate; è probabile che dopo, in seguito a giochi di spie, gli inglesi ne abbiano appreso l’esistenza, gli americani lo abbiano a loro volta appreso dagli inglesi e gli israeliani dagli americani. Negli ultimi tempi, è probabile che anche i francesi le abbiano sviluppate.</p>



<p>Partiamo da quello che già è noto, ossia che a partire dagli ultimi vent’anni, dai campi di battaglia dei Balcani, del Medioriente, probabilmente anche della Cecenia, sono arrivate notizie ‘strane’: strane patologie che colpiscono le persone, sia militari che civili. Tutti abbiamo sentito parlare della ‘sindrome del Golfo’: nel corso del tempo, molte persone che sono state in quei campi di battaglia sviluppano strane patologie.</p>



<p>Per esempio, tra i militari italiani che hanno prestato servizio nei Balcani, sia in Bosnia che nel Kosovo, pare si sia sviluppato un numero di leucemie molto superiore a ciò che statisticamente ci si potrebbe aspettare, tant’è che il Parlamento italiano ha nominato una Commissione – che non ha concluso alcunché, però il semplice fatto di averla nominata significa che un problema esiste.</p>



<p>Ovviamente gli organismi militari hanno fatto del loro meglio per depistare l’attenzione e hanno dichiarato che, probabilmente, causa di queste patologie sono i proiettili fatti di uranio usati nel conflitto. La ragione della scelta di questo materiale, affermano i militari, è nel fatto che l’uranio è il metallo più pesante esistente in natura, e dato che per perforare una corazza o un muro di cemento occorre un forte impatto, un proiettile fatto di un metallo molto pesante causa un buco molto maggiore rispetto a un normale proiettile di piombo. In più, affermano, visto che grazie all’industria nucleare esiste una grande quantità di scarti di uranio che non si sa dove buttare e che non costano nulla, l’uranio è la materia prima perfetta e a basso costo per fabbricare proiettili.</p>



<p>La contropartita, purtroppo, affermano sempre i militari, è che l’uranio presenta proprietà di radioattività, e quindi il fatto che sui campi di battaglia restino dei detriti provocati dalla rottura di questi proiettili provoca patologie nelle persone coinvolte.</p>



<p>Questa tesi è poco credibile. Se così fosse, dato che l’uranio è usato da parecchio tempo, tutti i minatori delle miniere di uranio si dovrebbero ammalare in massa, mentre tra loro questa patologia non risulta. Oppure tutti coloro che hanno a che fare con l’industria nucleare dovrebbero presentare le stesse caratteristiche, eppure gli stessi soggetti dicono da una parte che il nucleare è sicuro e dall’altra che il semplice fatto di maneggiare proiettili di uranio provoca patologie mortali.</p>



<p>Oltretutto, che l’uranio possa presentare una qualche forma di radioattività è notissimo, dunque come è venuto in mente ai militari di usare un proiettile di uranio? È vero che l’uranio è più pesante del piombo, ma lo è solo del 20%. Il guadagno vale il rischio? La botta che il proiettile dà al bersaglio è funzione della sua energia cinetica, la cui formula è: metà del prodotto della massa per la velocità al quadrato. Per aumentare la forza dell’impatto i militari hanno deciso di aumentare del 20% la massa, ma potevano ottenere molto più facilmente lo stesso risultato aumentando del 10% la velocità del proiettile, e tutto sommato per farlo bastava usare una carica di esplosivo leggermente maggiore. Non è difficile, anzi. Negli ultimi tempi l’artiglieria ha realizzato grandi progressi, per cui, per esempio, mentre nella seconda guerra mondiale le granate sparate dai cannoni uscivano dalla bocca a un chilometro al secondo, adesso escono a cinque chilometri al secondo. In proporzione, che cosa può mai essere quel 20% di maggiorazione…</p>



<p>A dispetto delle varie dichiarazioni ufficiali, le inchieste proseguono. Nella guerra del Libano del 2006 si verificò un caso che fece parlare: in un paesino che si chiama Khiam, dove vi era un caposaldo degli Hezbollah, l’aviazione israeliana bombardò, e si dà il caso che erano presenti fotografi che scattarono alcune foto. L’immagine riprese qualcosa che sembrava, in piccole dimensioni – piccole ma non tanto, era una colonna di 5.000 metri, anche se rispetto a un’esplosione nucleare si può definire piccola – un fungo atomico.</p>



<p>Il caso vuole che in quel villaggio era nato un fisico nucleare libanese, il quale prelevò dei campioni dal cratere dell’esplosione – che si era successivamente riempito d’acqua – e li mandò in differenti laboratori in giro per il mondo. Due di questi – non uno, due, indipendenti tra loro, di cui uno era il laboratorio di Harwell in Inghilterra, il più rinomato al mondo per fare questo tipo di ricerca – trovarono nel campione una presenza di uranio arricchito.</p>



<p>Qui occorre fare una piccola digressione scientifica: che cos’è l’uranio arricchito?</p>



<p>L’uranio è fatto da vari isotopi; il nucleo dell’elemento consta di un certo numero di protoni e di un certo numero di neutroni, nel caso dell’uranio i protoni sono 92 – fissati, perché danno la carica elettrica che dà le proprietà chimiche – mentre i neutroni possono essere in numero variabile: 146, e in questo caso la somma protoni più neutroni fa 238, e questo nucleo non è fissile, cioè non si può spezzare, oppure 143, e in questo caso la somma fa 235 e questo nucleo è fissile. Per la bomba atomica serve dunque la varietà 235, quella fissile, mentre la varietà 238 è utile solo in quanto può essere utilizzata per produrre plutonio: attraverso un procedimento ormai ben noto si bombarda con neutroni il nucleo, il quale acquista un neutrone e dopo un rimescolamento interno diventa plutonio 239, a sua volta fissile. Quindi l’uranio 238 è utile non in sé e per sé ma come materia prima per fare il plutonio.</p>



<p>Dell’uranio che esiste in natura, il 99,3% è fatto dell’isotopo 238 e solo lo 0,7% è fatto dell’isotopo 235. Dato che per fare la bomba atomica occorre l’uranio 235, si deve cercare di ottenerne una maggiore quantità con un procedimento apposito: si prende l’uranio naturale, in forma gassosa, composto appunto per il 99,3% di isotopo 238 e per lo 0,7% di isotopo 235; lo si mette in una centrifuga, per effetto della forza centrifuga la parte più pesante va all’esterno, la parte più leggera resta al centro. In questo modo, la parte che resta al centro si definisce &#8216;arricchita&#8217; ed è uranio 235, mentre la parte che resta all’esterno si definisce &#8216;impoverita&#8217; ed è uranio 238. Naturalmente, per avere la quantità necessaria a fare una bomba atomica bisogna arricchire l’uranio fino a raggiungere il 90% di isotopo 235 e il risultato è che questo processo è molto costoso – è quello che stanno tentando di fare, si dice, gli iraniani con le loro centrifughe: ottenere uranio arricchito.</p>



<p>È chiaro a questo punto che, poiché l’arricchimento richiede tutti questi processi complicati e costosi, uno Stato non si sognerebbe mai di usare uranio arricchito in una normale bomba semplicemente per dare maggiore forza all’impatto: quindi la presenza di uranio arricchito nel cratere di Khiam testimonia del fatto o che è stata usata un’arma nucleare contenente già uranio arricchito, oppure che l’uranio si è arricchito nel momento dello scoppio. In entrambi i casi c’è qualcosa di nucleare in gioco.</p>



<p>Di fronte ai risultati dei due laboratori le autorità, ovviamente, sono corse ai ripari, e il laboratorio di proprietà delle Nazioni Unite, per esempio, ha negato i risultati. D’altra parte questo laboratorio si è reso famoso perché ha negato anche che nel Kosovo ci fosse alcunché… d’altra parte questi non sono laboratori indipendenti perché dipendono da organismi politici.</p>



<p>Dopo aver chiarito la questione dell’uranio, per affrontare l’argomento delle nuove armi utilizzate occorre spiegare brevemente come è fatta una bomba atomica del tipo utilizzato a Hiroshima e Nagasaki. Una volta ottenuta una massa fatta di uranio 235, i nuclei che lo compongono possono essere fissionati, ossia rotti, da neutroni; rompendosi, i nuclei liberano energia, molta energia, tuttavia la probabilità che un neutrone colpisca un nucleo e lo rompa è piccola, perché i neutroni sono molto piccoli, i nuclei anche, e quindi la probabilità che il neutrone riesca a colpire il nucleo è molto bassa: è come fare il tiro a segno. Per aumentare questa probabilità, occorre mettere dunque un gran numero di nuclei: in tal modo, se il neutrone attraversa uno spazio dove ci sono molti nuclei, prima o poi ne becca uno.</p>



<p>Questa tecnica è alla base di quello che si chiama la ‘massa critica’. Se io prendo un blocco di uranio 235 tale che la sua dimensione superi quello che in gergo si chiama il ‘libero cammino medio’, cioè il tratto che deve fare il neutrone prima di avere la probabilità di colpire un nucleo, ogni neutrone che passa di lì prima o poi centra un nucleo e quindi avviene l’esplosione. Il valore della massa critica è un segreto militare ma è un segreto di Pulcinella: si sa che esso varia tra 7 e 8 chili. Quindi se io prendo una massa di uranio 235 di 3 chili, non scoppia; aumento la massa e a 7 chili ho l’esplosione.</p>



<p>Stabilito questo, com’è fatta una bomba nucleare?</p>



<p>Dato che non posso tenere insieme la massa critica altrimenti esplode, questa massa è divisa in tante sotto-masse, frammenti che separatamente non esplodono, inseriti all’interno di un contenitore foderato all’esterno di esplosivo normale; quando questo esplode, i frammenti implodono, ossia sono proiettati l’uno contro l’altro, creano la massa critica e si ha il botto nucleare. Il fatto che al di sotto di quella massa critica non può esserci esplosione nucleare vuol dire che l’esplosione deve essere per forza gigantesca. La bomba atomica o distrugge un’intera città o niente, non è possibile con questo sistema fare un’arma che distrugga solo un palazzo e basta. In questo senso l’arma atomica è un’arma di estremo ricorso, un’arma poco flessibile che non può essere usata per normali fini militari.</p>



<p>Eppure, nei casi in questione – la prima guerra del Golfo, i Balcani, i conflitti degli ultimi anni in Medioriente, forse in Cecenia – pare che le armi usate fossero mini-armi atomiche, cosa che le potenze militari negano proprio dicendo che come tutti sanno, un’arma nucleare non funziona al di sotto di una massa critica.</p>



<p>Dopo la prima guerra del Golfo del 1991 è uscito un libro scritto da un missionario francese, padre Jean-Marie Benjamin, tradotto in italiano con il titolo <em>Iraq: l’Apocalisse</em>, in cui sono contenute molte foto. Si vedono carri armati distrutti, e la particolarità è che se si prendono le fotografie della seconda guerra mondiale, della guerra di Corea, o delle prime guerre del Medioriente, lì i carri armati bombardati conservano più o meno la silhouette originaria; solo avvicinandosi si vede che c’è un bel buco nella corazza, causato dalla granata che entrata all’interno, in contatto con i vapori di benzina, produce la fiammata che carbonizza i militari.</p>



<p>Nelle foto dal 1991 in poi si vede un’altra cosa: il carro armato ha perduto la sua silhouette, è diventato una massa di metallo fuso. Un carro armato è fatto di acciaio e pesa 40 tonnellate, non esiste alcun esplosivo convenzionale in grado di fonderlo: significa riuscire a sprigionare tantissima energia e per di più localizzata, perché intorno al carro armato c’è distruzione per 20 metri, non oltre. A Hiroshima venne distrutta un’area il cui raggio era 1,5 chilometri, ossia un cerchio di 3 chilometri di diametro. Questo significa che sono state inventate mini-armi nucleari, superando il problema della massa critica? E se l’hanno superato, come hanno fatto? Di certo se è così, il risultato deve essere ben difeso con il segreto.</p>



<p>Quando si fece la bomba atomica nel ’45, i princìpi fisici su cui la bomba era fondata erano già noti ed erano stati chiariti negli anni Trenta: c’era poco da tenere segreto, soltanto la tecnologia adottata per mettere in pratica princìpi fisici ben noti. Ma se uno Stato investe denaro e mette a lavorare abbastanza ingegneri, in capo ad alcuni anni il segreto tecnologico viene scoperto e rivelato.</p>



<p>Se invece è il principio fisico a essere ignoto, allora è diverso, perché si deve avere l’idea. Se qualcuno ha l’idea, allora, il modo migliore per proteggerla è far calare una coltre di silenzio, non parlarne e non permettere che se ne parli, e magari depistare l’attenzione verso qualcos’altro, come l’uranio impoverito.</p>



<p>La prima guerra del Golfo inizia nel gennaio 1991, la mobilitazione militare iniziò nel ’90: quindi già nel ’90 queste armi esistevano. Che cosa accadeva sul fronte scientifico negli stessi anni? Ci fu una grande polemica in merito alla cosiddetta ‘fusione fredda’. Nel marzo 1989 due scienziati, un inglese e un americano, Fleischmann e Pons, annunciarono di essere riusciti a realizzarla – da notare che Fleischmann, precedentemente, aveva lavorato per sette anni in laboratori militari della marina inglese.</p>



<p>In che consiste la fusione fredda? Facciamo prima un passo indietro: in che consiste la fusione?</p>



<p>I nuclei degli elementi sono un insieme di neutroni e protoni tenuti insieme da forze di tipo nucleare a cui si aggiunge, come correzione, la repulsione elettrostatica dei protoni che essendo cariche positive si respingono. Se i protoni sono pochi, questa repulsione è piccola, se cominciano ad aumentare di numero la correzione elettrica inizia a diventare grande. Ci sono i due estremi: pochissimi nucleoni – così sono definite le particelle subatomiche che compongono il nucleo, siano esse protoni o neutroni – oppure moltissimi nucleoni.</p>



<p>Nel caso di moltissimi nucleoni, per esempio l’uranio, dove i protoni sono 92 e i neutroni 143, la repulsione tra questi 92 protoni mette a rischio la stabilità del nucleo che tende dunque a spezzarsi. Nei nuclei cosiddetti leggeri invece, per esempio un nucleo fatto con 2 protoni e 2 neutroni, dato che questi nucleoni si attirano tra di loro e la forza repulsiva elettrostatica è minima, se io ne aggiungo un altro l’energia prodotta aumenta. Immaginiamo due persone che si abbracciano: in due si abbracciano con una certa forza, in quattro con una forza maggiore, via via fino al punto di saturazione.</p>



<p>Dai nuclei leggeri quindi si ottiene liberazione di energia fondendo, cioè aumentando il numero dei nucleoni, mentre dai nuclei pesanti la si ottiene rompendo; da questi ultimi dunque libero energia con il processo della fissione, spezzando il nucleo, dai primi invece il contrario, ossia fondendo.<br>Facciamo un esempio: prendo un nucleo di idrogeno fatto da un protone e basta. Se aggiungo un neutrone ottengo una cosa che è ancora idrogeno ma pesa di più: è idrogeno pesante ossia deuterio. Poi prendo due nuclei di deuterio, li metto insieme e faccio un nucleo con due neutroni e due protoni, che è l’elio. Ho fatto una fusione. Da questa fusione si libera energia.</p>



<p>Però nella fusione c’è una difficoltà: le forze nucleari sono un milione di volte più intense delle forze elettriche ma hanno un raggio di azione piccolissimo per cui solo se quei due nuclei entrano in contatto si fondono; se stanno un poco lontani, le forze nucleari non hanno il raggio di azione sufficiente per attirarli. Dall’altra parte, le forze elettriche sono molto più deboli ma hanno il raggio di azione più grande, però sono repulsive: i due nuclei si respingono tra di loro, quindi la fusione non si può realizzare a meno che io non trovi un modo per farli entrare in contatto.</p>



<p>Come fare? Ci sono due modi: o con la forza o con le buone maniere.</p>



<p>Il primo è il metodo della cosiddetta ‘fusione calda’, che si basa sull’idea di dare ai nuclei tanta di quella energia che essi vincono la repulsione; questa energia è fornita tramite la temperatura.</p>



<p>Fatti i calcoli, si scopre che occorre una temperatura di 60 milioni di gradi per sormontare la repulsione elettrica. Con questa tecnica è stata realizzata la bomba H, la bomba all’idrogeno: prendo una bomba atomica a fissione, questa esplode, produce una temperatura di milioni di gradi e abbiamo la fusione dei nuclei. La bomba H è dunque un processo a due stadi. Occorre un detonatore, formato da una bomba atomica normale, che esplodendo determina la fusione.</p>



<p>Detto per inciso, questo è utile solo per le applicazioni militari, non per quelle energetiche, perché non posso far scoppiare una bomba atomica per produrre energia. Nel campo dell’uso energetico quindi il nucleare presenta ancora non pochi problemi, perché temperature così alte vaporizzano qualsiasi cosa, l’idrogeno riscaldato a 60 milioni di gradi si deve guardare bene dal toccare qualsiasi parete perché altrimenti la vaporizza. L’idea astuta è quella di prendere un recipiente con potenti calamite, confinare i nuclei nel centro del recipiente, quindi lontano dalle pareti, e bombardarli con potenti laser in modo da alzare la temperatura. Alzandosi, la potenza delle calamite deve ancora aumentare perché i nuclei tendono a respingersi… insomma, è una contraddizione che non finisce più e quindi non sorprende che il problema non sia ancora stato risolto.</p>



<p>In questa situazione di sfida tecnologica arrivano due professori che dicono: noi abbiamo realizzato la fusione nucleare a temperatura ambiente, spendendo in cinque anni di lavoro, dato che nessuno ci finanziava, i nostri risparmi, in totale l’equivalente di 20 milioni di lire di allora. E come? Usando le buone maniere invece della violenza.</p>



<p>I nuclei non vengono lasciati soli nel vuoto ma inseriti dentro una matrice metallica, in cui si trovano allo stato libero elettroni che sono carichi negativamente. L’idea è che gli elettroni, frapposti tra i nuclei di deuterio, li schermino. Il metallo che più si presta a fare questo è il palladio. Fleischmann era uno dei maggiori elettrochimici del mondo – dopo l’annuncio è stato dipinto come un cretino che non capiva nulla, ma era presidente dell’Associazione internazionale di elettrochimica – e qualche hanno prima aveva ricevuto la Palladium Medal, la medaglia di palladio: lui prese questo pataccone e lo fuse per fare gli elettrodi in cui inserire i nuclei.</p>



<p>Quando il numero di nuclei di deuterio inseriti nel metallo supera una certa soglia – che corrisponde a un nucleo di palladio per ogni nucleo di deuterio – i nuclei di deuterio cominciano a fondersi spontaneamente e si libera energia in forma di campi elettromagnetici che hanno la frequenza dei raggi gamma, campi che poi degradano e danno luogo al calore. Ora: la frequenza dei raggi gamma è adatta a spezzare un nucleo.</p>



<p>Se dunque anziché adoperare un ‘proiettile’, come un neutrone, si adopera un campo elettromagnetico, che non è puntiforme ma esteso, il problema della massa critica per avere un’esplosione nucleare non esiste più, perché un campo esteso non ha difficoltà a ‘colpire’ tutti i nuclei che trova, a scuoterli vigorosamente – dato che il campo elettromagnetico è un’oscillazione – e a spezzarli. Abbiamo così trovato un modo alternativo di realizzare la fissione nucleare senza usare ‘proiettili’, e quindi superare il problema balistico di cogliere il bersaglio. In questo modo non rompo il nucleo ma lo schiodo tramite risonanza.</p>



<p>Che questa non sia un’ipotesi ma un certezza posso personalmente garantirlo, perché ho partecipato agli esperimenti di fusione fredda fatti a Frascati ed esaminando al microscopio elettronico, dopo l’esperimento, il pezzo di metallo in cui questo è avvenuto, si evidenziava che c’erano zone vergini dove non era accaduto nulla e zone in cui tutto il reticolo cristallino era dissestato; facendo l’esame della natura dei nuclei con un’altra tecnica, chiamata SEM, questi erano, nei tratti vergini, al 99,9% nuclei di palladio, mentre nei tratti dissestati il 10% erano di nichel, e il nucleo di nichel è circa metà del nucleo di palladio. Questo vuol dire che era avvenuta una fissione del palladio.</p>



<p>Tra parentesi, la fissione del palladio è del tutto innocua, non libera energia perché il palladio non è né pesante né leggero ma in equilibrio e quindi rompendosi non libera energia.</p>



<p>Questo esperimento è stato fatto nel 2002, ma supponete che qualcuno avesse scoperto questi princìpi fisici molto prima di quanto non l’abbiano fatto Fleischmann e Pons; supponete che negli anni ’70/80, nei laboratori militari, qualcuno abbia scoperto questa cosa, e abbia provato a usare, come metallo ospite, l’uranio invece del palladio. Anche i nuclei di uranio si romperebbero, ma a differenza dei nuclei di palladio libererebbero energia. Dunque si potrebbe ottenere un’esplosione nucleare, e senza massa critica; non ci sarebbe più bisogno di fare esplodere 7/8 chili di uranio, potrebbe bastare anche un grammo. Si potrebbe quindi realizzare un’arma nucleare delle dimensioni di un proiettile di pistola. E che potenza avrebbe questa mini esplosione nucleare?</p>



<p>Facciamo una proporzione: a Hiroshima, usando 7 chili di uranio 235, per avere il quale devo usare 1.000 chili di uranio normale – dato il rapporto dello 0,7% di uranio 235 presente nell’uranio in natura – si è prodotta un’esplosione che corrisponde a 20.000 tonnellate di tritolo, o venti chilotoni. Con un chilo avrei un’esplosione pari a 1.000 volte di meno, 20 tonnellate; con un grammo avrei l’equivalente di 20 chili di tritolo, che corrispondono alla carica di una cannonata. Quindi, sparando un proiettile di pistola da un grammo non solo produco l’effetto di una cannonata, ma ho anche tutte le conseguenze di un’esplosione nucleare, ossia la radioattività.</p>



<p>Probabilmente, alla base della cosiddetta sindrome del Golfo vi è il fatto che i militari americani non si aspettavano effetti radioattivi perché, in effetti, questa è una fissione non radioattiva: mentre un neutrone che colpisce un nucleo lo rompe a caso, come quando si scaraventa un bicchiere contro una parete, se il nucleo è messo in risonanza in realtà non viene rotto ma, appunto, schiodato; i suoi frammenti sono dunque in equilibrio e perciò non radioattivi – la radioattività è causata dal fatto che un frammento non è in equilibrio e comincia a buttare fuori qualche particella per ritrovare l’equilibrio.</p>



<p>Questo è vero però in prima istanza, perché comunque vengono emessi dei raggi gamma che rendono radioattiva la materia circostante e producono una radioattività di second’ordine che produce effetti sulla salute. È vero che questo tipo di radioattività è confinata nei 30/50 metri dal punto in cui è avvenuta l’esplosione, che è una zona molto ridotta rispetto a quella interessata a Hiroshima, ma è anche vero che la bomba di Hiroshima era una: se uso cento di queste bombe, o migliaia di questi proiettili, posso comunque ricoprire l’intero territorio di radioattività.</p>



<p>Sulla base di questa scoperta le grandi potenze, chi prima e chi dopo, realizzano dunque armi di questo genere, fatte in questo modo: si prende un pezzo di uranio, si carica di deuterio appena al di sotto della soglia, in modo che non esploda in mano, si spara il proiettile, il proiettile colpisce il bersaglio, subisce una compressione che fa andare la densità di deuterio al di sopra della soglia, scatta la fusione fredda, produce quel campo elettromagnetico che scuote i nuclei di uranio i quali cominciano a spezzarsi e abbiamo il botto nucleare. Il processo è dunque invertito rispetto alla bomba H: mentre in questa usiamo una bomba a fissione per innescare la fusione, qui all’opposto usiamo la fusione per innescare la fissione.</p>



<p>Torniamo alla prima guerra in Iraq del 1991. Un corrispondente di guerra segnalò il seguente fatto: vide un carro iracheno inseguito da un carro americano. Il primo si nascose dietro una duna di sabbia, il secondo, senza neanche cercare di andare a stanarlo, sparò una cannonata contro la duna. Il proiettile passò la duna da parte a parte, colpì il carro iracheno e lo distrusse.</p>



<p>Per prima cosa, una simile potenza di cannonata non si è mai vista nelle armi usuali; in secondo luogo, i cadaveri dei soldati iracheni avevano la pelle nera. Non erano carbonizzati, i peli, come le sopracciglia, erano integri: quei militari non si erano bruciati, erano come <em>abbronzati</em>. Ma dato che i raggi gamma sono molto più potenti dei raggi ultravioletti, era come se i poveretti si fossero fatti una <em>super lampada</em>. Questo evento è l’evidenza che lì è accaduto un fenomeno nucleare.</p>



<p>Un altro caso, a Baghdad: un ricovero antiaereo venne colpito da un missile il quale perforò un blocco di cemento di un paio di metri di diametro ed entrò all’interno, esplodendo e provocando la morte di tutte le persone presenti. La particolarità è che sul muro rimasero stampate le silhouette di tre persone, di cui una era una donna incinta. Come mai? La persona che sta lì e che quindi proietta la propria ombra sul muro viene istantaneamente vaporizzata, il che avviene in un tempo brevissimo: l’ombra non fa in tempo a sparire, perché l’ondata di calore scalda tutta la parete non in ombra e salva la parte in ombra. Fatti come questi sono stati fotografati a Hiroshima. Questo vuol dire che quelle persone sono state vaporizzate, e non c’è nessuna esplosione chimica in grado di vaporizzare una persona.</p>



<p>Altro esempio: a Bàssora, dove ci sono stati pesanti bombardamenti, la percentuale di tumori si è moltiplicata in modo esponenziale. Mentre nel 1989 le morti per tumori erano state 34, nel 2001 superano i 600 casi e si evidenziano tumori rarissimi. Il primario di oncologia di Bàssora, che aveva riportato questi dati, ha successivamente ricevuto il formale avvertimento dal governo iracheno di non divulgarli ulteriormente, pena il taglio totale dei finanziamenti; ovviamente, non ha più parlato.</p>



<p>È stata realizzata anche un’arma intermedia, usata proprio vicino a Bàssora; è oggetto dell’inchiesta video realizzata da Maurizio Torrealta e mandata in onda da Rainews24 nel 2008, ancora visibile e scaricabile sul sito (1).</p>



<p>Reduci americani affermano che l’ultimo giorno della guerra, il 27 febbraio 1991, l’aviazione statunitense ha sganciato una bomba atomica nella zona compresa tra Bàssora e la frontiera iraniana. Per avere conferma di ciò, Torrealta ha un’idea brillante: controllare se in zona e in quel momento, i sismografi abbiano rilevato una scossa sismica. Un’esplosione nucleare, infatti, produce un’onda simile a un terremoto ma con caratteristiche diverse: mentre questo parte piano e poi cresce, un’esplosione nucleare parte forte e poi decresce, quindi se si guarda la forma dell’onda si può distinguere un evento dall’altro. Esiste poi una tabella, creata negli anni Cinquanta, che misura la potenza dell’esplosione in base ai gradi della scala Richter dei terremoti.</p>



<p>Torrealta si rivolge all’Osservatorio sismologico di Stoccolma, specializzato nel testare e controllare se i vari Paesi facciano o meno esperimenti nucleari. L’osservatorio risponde che il 27 febbraio 1991 sono state registrate scosse sismiche a 30 miglia a est di Bàssora, alle 13.39 ora locale, un evento di 4,2 gradi della scala Richter. Dichiara inoltre che le caratteristiche del profilo dell’evento non possono, per ragioni connesse allo statuto dell’Osservatorio di Stoccolma, essere rese pubbliche, e l’unica cosa che può affermare è che l’evento registrato non è incompatibile con un evento nucleare e che è avvenuto in superficie, tra zero e 33 chilometri di profondità.</p>



<p>La tabella dice che 4,2 gradi della scala Richter corrispondono a 5 chilotoni, cioè a un quarto della potenza usata a Hiroshima; minore dunque a quella che corrisponde alla massa critica. Comunque notevole, perché pari a 5.000 tonnellate di tritolo.</p>



<p>Perché mai l’ultimo giorno della guerra gli americani avrebbero usato un’arma di questo tipo, oltretutto in una zona desertica dove apparentemente non vi erano bersagli? Si possono fare solo supposizioni: tenendo conto che la zona è contigua al confine iraniano, l’esplosione potrebbe essere stata un avvertimento all’Iran.</p>



<p>Nella prima guerra del Golfo, in cui i militari, probabilmente, non previdero le conseguenze radioattive di queste nuove armi, solo le truppe anglo-americane svilupparono la sindrome del Golfo: i militari degli altri Paesi alleati non vennero infatti ammessi nelle zone di combattimento anglo-americane, probabilmente allo scopo di proteggere il segreto sulle nuove armi.</p>



<p>Nella guerra successiva, quella nei Balcani, queste armi furono nuovamente usate ma stavolta gli anglo-americani si guardarono bene dall’andare a occupare i campi di battaglia e ci mandarono gli italiani; e la moria è avvenuta tra i militari italiani.</p>



<p>Una volta mi trovai a parlare con un soldato che prestava servizio in Kosovo e gli chiesi, fingendo ingenuità, se lui avesse mai preso contatto con carri armati serbi distrutti; rispose che i militari italiani avevano il divieto assoluto di avvicinarsi e che per impedire che anche la popolazione lo facesse, intorno ai carri armati esplosi veniva tirato un filo spinato lungo uno spazio di alcune decine di metri di diametro. Questo significa che i comandi italiani erano stati informati sulla natura delle armi usate. Naturalmente le stesse precauzioni non furono mantenute dagli ignari civili, per cui ci sono state perdite enormi soprattutto tra i bambini.</p>



<p>Non dimentichiamo, infine, che uno dei vantaggi della fusione fredda è che non richiede grosse somme di denaro per essere realizzata, tanto che Fleischmann e Pons lo fecero con i loro risparmi. A differenza di altre branche della scienza, non necessita dunque di massicci finanziamenti.<br>La comunità scientifica come tale ignora tutto ciò. Non vi è nemmeno ostilità, c’è il vuoto pneumatico. Fleischmann e Pons sono stati considerati dei pazzi buffoni e la questione della fusione fredda è convenientemente finita nell’oblio.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1)<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/08102008_bomba/" target="_blank">http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/08102008_bomba/</a></p>
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