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	<title>Daniela Danna &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Daniela Danna &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Se il genere cancella il sesso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniela Danna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 18:08:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla critica a una gerarchia socialmente costruita degli anni ’70 alla performance individuale di oggi: il significato di genere stravolto dal postmodernismo neoliberale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 66, febbraio – marzo 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dalla critica a una gerarchia socialmente costruita degli anni ’70 alla performance individuale di oggi: il significato di <em>genere</em> stravolto dal postmodernismo neoliberale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Ancora vent’anni fa la psicologa Viviane Burr poteva scrivere che <em>genere</em> è “il significato sociale del sesso” e <em>ruolo di genere</em> è “l’insieme di comportamenti, doveri e aspettative connesso alla condizione maschile o femminile” (1). Il <em>sesso</em>, beh, dovremmo saperlo: è un apparato del corpo umano distinto in maschile e femminile che ha lo scopo evolutivo di produrre gameti, che devono incontrarsi nel corpo femminile per cominciare la generazione di un nuovo essere umano (2).</p>



<p>La definizione sociale di uomo e donna è invece un terreno di conflitto tra i sessi: il femminismo ha innanzitutto negato che la subordinazione a padri e mariti fosse l’autentica natura dell’essere femmina. Di naturale c’è solo l’essere nate con un corpo femminile, mentre i ruoli sociali variano nelle diverse società, e in quelle patriarcali mantengono le donne subordinate. Quello che in italiano le femministe negli anni ’70 chiamavano ‘ruolo sessuale’, in inglese è stato chiamato ‘genere’, parola che si usa in grammatica, connotata dall’arbitrarietà dell’attribuzione di un sesso a (molte) parole. ‘Sesso’ indica l’anatomia, ‘genere’ indica la gerarchia sociale, cosicché l’espressione molto usata ‘parità di genere’ risulta in realtà autocontradditoria, intendendosi la parità tra i sessi.</p>



<p>Il genere sta al sesso come la cultura sta alla natura. Tuttavia il termine ‘genere’ arriva in Italia negli anni ’90 in una versione stravolta dalla filosofia postmodernista (una forma di idealismo filosofico estremo) che lo usa: a) in senso di espressione individuale, mascherando la costruzione sociale dei generi; b) come pietra tombale sulla parola e il concetto di sesso. La premiata ditta Judith Butler &amp; Co. sostiene infatti che anche il sesso è socialmente costruito e che non esiste nulla al di sotto o al di là del ‘genere’: “Non esiste alcun riferimento a un corpo puro che non sia al tempo stesso un’ulteriore formazione di quel corpo” (3).</p>



<p>Ma con quali mattoni? Evidentemente con gli stereotipi sociali legati ai due sessi, come nelle chiarissime parole di uno dei teorici degli Studi di genere (<em>Gender studies</em>), Robert Connell, poi diventato trans con il nome Raewyn: “Sono le persone stesse a costruirsi come maschili o femminili, ogni giorno, nel modo in cui ci comportiamo, noi reclamiamo il nostro posto nell’ordine di genere, oppure reagiamo al posto che in quell’ordine ci viene riservato. La maggior parte delle persone lo fa di buon grado, e spesso trae piacere da questa polarità della differenza. Indossando una giacca di pelle e stivali da motociclista, il mio corpo si dichiara felice di esser maschile, e io coltivo la durezza dei modi, i lati aspri del mio carattere, la determinazione. Indossando, a contrario, un colletto di pizzo e una gonna increspata, il mio corpo si dichiara felice di essere femminile, i miei modi sono aggraziati e coltivo maniere dolci e piacevoli, la ricettività” (4).</p>



<p>Ecco di nuovo l’assegnazione al maschile di durezza e asprezza, e al femminile di frivolezza e ricettività, come nei trattati ottocenteschi di Lombroso e Mantegazza, e così anche in <em>Questioni di genere</em>, molto studiato nelle università, comprese quelle italiane.</p>



<p>‘Genere’ ha però assunto nel gergo postmodernista il significato di irrilevanza del sesso, insieme all’intero mondo materiale (5). Questi intellettuali sostengono infatti che non ci sono solo due sessi, che i sessi (o meglio, i ‘generi’, la parola che usano) sono un <em>continuum</em>, e cambiano il significato politico di ‘genere’ in modo da rendere incomprensibile la precedente analisi femminista, per cui il genere è una gerarchia socialmente costruita in cui il ruolo maschile è dominante su quello femminile. L’uso di ‘genere’ negli anni ‘70 era già una critica sociale. Oggi al posto della ribellione femminile di allora al lavoro casalingo coatto, alla ‘doppia presenza’ che appunto raddoppia l’impegno lavorativo delle donne sposate o conviventi, della consapevolezza che vivere al femminile significa essere sottoposte a un addestramento all’inferiorità, che comprende l’odio di sé, che porta all’accettazione del mito della bellezza, con le sue pratiche alienanti, eccetera eccetera – dicevo, al posto di questa critica sociale il messaggio del ‘nuovo femminismo’ postmodernista (di cui infatti molti uomini sono teorici) è che ‘il genere’ è solo una performance: “Donna è chi donna fa”, o una pura espressione di volontà: “Sono una donna perché mi sento tale” anche se ho la barba (vedi le foto di Danielle Muscato, transattivista) e genitali maschili: sarà quindi – è logico – un <em>pene femminile</em>. Che è transfobico rifiutare, come testimonia la cacciata di gruppi lesbici dai Pride di Vancouver (Canada) e Wellington (Nuova Zelanda), e il blocco in Gran Bretagna di affissioni pubblicitarie con la scritta “Donna = femmina umana adulta” come parte della campagna contro le proposte di modificare il Gender Recognition Act del 2010 che vuole rendere il sesso ininfluente rispetto all’identità di genere.</p>



<p>Se tutto ciò rimanesse nelle sfere del dibattito culturale e della vita privata, poco male. Ma il senso individualizzato di ‘genere’ è diventato oggetto di rivendicazione politica nei “Principi sull’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere”(2007), detti semplicemente Principi di Yogyakarta, elaborati da avvocati privati (l’International Service for Human Rights), presentati all’Onu, fatti propri dall’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association). Vi si afferma che: “L’identità di genere è intesa come l’esperienza del genere interna, individuale e profondamente sentita di ogni persona. Può corrispondere o meno al sesso assegnato alla nascita e include la percezione personale del proprio corpo (che può comprendere, se scelte liberamente, modifiche dell’aspetto o delle funzioni fisiche con mezzi medici, chirurgici, o altri) e altre espressioni del genere, compresi il modo di vestire, di parlare e le maniere” (6).</p>



<p>Si tratta di una formulazione che vuole proteggere i transessuali e i “transgender”, cioè coloro che “non si identificano con il proprio genere”? Ma queste parole danno per scontato che il genere sia abbinato al sesso, proprio ciò contro cui le femministe si sono ribellate! E non è previsto che ci sia un rifiuto del genere, perché per tutti (“ogni persona”) si tratterebbe di un’“esperienza profonda”. La filosofa dell’Università di Warwick, Rebecca Reilly-Cooper, vi si oppone: “Sono donna non perché ho in me stessa un senso profondo dell’essere donna, ma solo perché sono femmina” (7), e inoltre: “Ho un sesso ma non ho un genere, perché non aderisco agli stereotipi”.</p>



<p>Il riferimento sociale di questo principio sono gli autonominatisi ‘transgender’ (o <em>non-binary</em>), che non vogliono necessariamente cambiare sesso, ma rivendicano la libertà – o meglio l’arbitrarietà – di definirsi uomo oppure donna, maschio o femmina o nessuno dei due (<em>gender non-binary</em>) a prescindere dall’anatomia. Il diritto di autonominarsi maschio o femmina è abbracciato da molti, anche adolescenti, che erroneamente lo ritengono una liberazione dai ruoli sociali maschile e femminile, mentre invece non fanno che confermarne e naturalizzarne la definizione. E i giovani transgender sono in realtà spinti verso la normalizzazione con la transizione all’altro sesso (8).</p>



<p>Il dibattito in Italia è ancora embrionale, perché non è ben compreso che cosa sta dietro al linguaggio delle proposte di legge a firma Cirinnà, Zan, Boldrini, Scalfarotto per inserire nella legge Mancino l’identità di genere, che è definita secondo Yogyakarta: “La percezione che una persona ha di sé come rispondente a un genere, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico”. L’etichetta apposta è “antiomotransfobia”, come le leggi già approvate dalle Regioni a guida progressista: Toscana (L.r. 63/2004), Liguria (L.r. 52/2009), Marche (L.r. 8/2010), Sicilia (L.r. 6/2015), Umbria (L.r. 3/2017), Emilia Romagna (L.r. 15/2019). Ma la sostanza è forse l’introduzione nel diritto del concetto che il sesso non conta, e conterebbe solo un arbitrario sentimento di identità che riguarda il genere? Il dibattito va urgentemente aperto.</p>



<p>Infatti i Principi di Yogyakarta sistematicamente confondono le istanze legate all’orientamento sessuale – cioè le rivendicazioni di non punibilità e di riconoscimento giuridico delle relazioni tra persone dello stesso sesso – con quelle legate alla fantomatica identità di genere. E in realtà cancellano simbolicamente l’omo<em>sessualità</em> definendola come attrazione per lo stesso <em>genere</em>! Nel doppio mirino di Yogyakarta anche le “terapie di conversione”, in cui pericolosamente si fa un fascio tra quelle rivolte a modificare l’orientamento omosessuale e quelle rivolte a “modificare l’identità di genere”, applicata anche agli ondivaghi minorenni. In Gran Bretagna è già illegale proporre terapie olistiche per far stare bene nel proprio corpo i minori che vogliono fare i transgender, istradati a diventare transessuali dalle cosiddette ‘cliniche del genere’ con il blocco farmacologico della pubertà, sperimentazione che è stata introdotta anche in Italia (9). È un mercato di ormoni e chirurgia su corpi sani in grande espansione.</p>



<p>E così per quanto marziano possa sembrare il discorso che sostituisce il genere postmodernista al sesso materiale, esso è <em>già</em> diventato legge in alcuni Paesi di lingua inglese, come il Canada, alcuni stati USA, Malta e altri, venendo anche adottato in alcuni documenti del Consiglio d’Europa e dall’Unione europea, come la Direttiva 2011/95/UE e le Linee guida sui diritti umani delle persone LGTBI emanate dal Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea nel 2013 (10).</p>



<p>Sotto Obama, il Dipartimento dell’Istruzione e della Giustizia ha emanato una circolare rivolta alle scuole, minacciate di sospensione dai fondi federali se non riconoscono l’autoidentificazione come maschio o femmina sia nell’accesso agli spazi riservati a un sesso sia nelle attività sportive. La circolare è stata poi ritirata da Trump. La Corte suprema deve decidere nel caso del transgender Aimee Stephens se il Titolo IX della Legge sui diritti civili si applichi anche all’identità di genere, proteggendo quindi al pari dell’etnia e della religione una pura dichiarazione senza riscontro. Stephens è stat* licenziat* per aver voluto indossare l’uniforme lavorativa femminile invece di quella maschile. Su <em>Redline. Contemporary Marxist analysis</em> Lucinda Stoan ha scritto: “Stephens e l’American Civil Liberties Union (ACLU) avrebbero potuto argomentare contro le regole sul vestiario della ditta come discriminatorie in base al sesso. Invece stanno cercando una nuova definizione di ‘sesso’. Vogliono che chiunque dica di essere una donna (come Stephens) sia considerato una donna” (11). Il risultato di una sentenza così argomentata evidentemente non è lo stesso.</p>



<p>Vediamo allora cosa succede in Canada, dove nel 2017 è stata approvata la legge C-16, che emenda il Canadian Human Rights Act e il codice penale aggiungendo appunto l’identità di genere (nonché la più concreta “espressione di genere”) all’elenco dei diritti umani protetti. Invano femministe come Meghan Murphy (<a href="http://www.feministcurrent.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www. feministcurrent.com</a>) avevano testimoniato al Parlamento canadese: “Questo linguaggio è un grosso problema perché tratta il genere come una scelta personale. Tratta il genere come fossero i vestiti che indossiamo, o il trucco o il modo di comportarsi o il modo in cui ci si siede” (12).</p>



<p>Le conseguenze di questa cancellazione del sesso fisico, reale, in nome di un ‘genere’ che rappresenta l’ennesima finta scelta nel mondo neoliberale, non sono banali ma cancellano una parte dei progressi che le donne, in quanto sesso, hanno fatto nel corso del Novecento. Si aboliscono con un tratto di penna tutti gli spazi separati, sia quelli in cui si è più vulnerabili, nello spogliarsi, nell’espletare funzioni corporali, nel sonno, sia quelli politici di riunione tra sole donne, sia gli spazi di recupero dalla violenza maschile. Si cancellano poi le quote stabilite per rimediare alla preponderanza del sesso maschile nella politica o nell’economia. È un tema certo controverso questo delle quote, ma risulta assai bizzarro che laddove esse esistono la rappresentanza femminile venga assunta da ‘transgender’, come Lily Madigan nel Labour britannico, maschio biologico in abiti femminili e trucco, che dovrebbe poter rappresentare la sua categoria trans.</p>



<p>In Canada i transattivisti sono riusciti a far cancellare i finanziamenti che la città di Vancouver assegnava a un centro antiviolenza perché ha rifiutato di impiegare un transgender la cui presenza è fortemente inappropriata in un luogo realizzato da donne per donne che hanno bisogno di ricostruire la propria vita dopo violenze maschili. I transattivisti per giunta hanno minacciato di morte le operatrici antiviolenza con una scritta sui muri dello stesso centro, oltre che on line.</p>



<p>Si moltiplicano le autodichiarazioni di “donnità” da parte di autori di reati, anche sessuali, che vengono così portati nelle prigioni femminili; di molestie negli spogliatoi e bagni di negozi, dormitori, piscine, scuole dove il personale non può allontanare gli uomini che, dichiarando di essere donne, “si limitano” a sedersi lì e guardare, cosa che intimidisce e allontana le ragazze e le bambine (13). Tutto questo accade anche negli Stati USA dove le leggi proteggono l’identità di genere. Il caso opposto, in cui le donne si identificano come uomini ottenendo accesso agli spazi maschili, non è evidentemente una facilitazione di violenza, benché anche gli uomini abbiano il proprio senso del pudore che può essere violato dalla presenza femminile.</p>



<p>La resistenza delle donne monta, in Gran Bretagna per opporsi alla nuova versione del Gender Recognition Act che accoglierebbe l’autodichiarazione del sesso, negli altri Paesi contro leggi già approvate. Una raccomandazione di Dentons (lo studio legale più grande al mondo) e della Thomson Reuters Foundation (<em>charity</em> della Reuters che promuove le politiche identitarie) al movimento transattivista è infatti che faccia adottare leggi – in particolare quelle che consentono ai minori di decidere il proprio ‘genere’ – <em>senza</em> dibattito pubblico e usando come “veli di protezione” questioni meno controverse, come i diritti civili delle persone omosessuali (14), ormai assimilati alla battaglia per l’identità di genere persino nell’orrido acronimo inglese SOGI (<em>sexual orientation and gender identity</em>) usato dall’ILGA. </p>



<p>In Gran Bretagna il femminismo si ribella con A Woman’s Place UK (<a rel="noreferrer noopener" href="https://womansplaceuk.org/" target="_blank">https: //womansplaceuk.org</a>) e anche gay e lesbiche prendono le distanze dal transattivismo – anche per i suoi metodi violenti: girano in rete le foto dell’impiccagione all’ultimo Pride di Londra di un manichino femminile contraddistinto dall’attributo insultante TERF (15) – con la neonata LGB Alliance, che ritiene significativa la distinzione tra sesso e genere confondendo la quale sparisce la legittimità dell’omosessualità. Sono contrari a che nelle scuole si insegni l’innatezza dell’identità di genere, una falsa credenza, direi una sorta di religione, che è veicolo di insicurezza per l’identificazione dei più piccoli, spingendo chi prova sentimenti di attrazione per persone del proprio sesso a credersi “in realtà” un esponente del sesso opposto. (Inutile dire che non esiste alcun <em>locus</em> fisico particolare, nel cervello o altrove, associato al transgenderismo e nemmeno al transessualismo).</p>



<p>Nei rapporti dell’ILGA si legge che l’obiettivo finale, a partire dai famigerati Principi di Yogyakarta, è quello di togliere il sesso dai documenti di identità. Questo però non significherebbe affatto la fine delle discriminazioni contro le donne, ma solo la fine della possibilità di nominarle. Anche gli enti che raccolgono statistiche discutono della proposta.</p>



<p>I media sono generalmente a favore della sostituzione del sesso con il genere – tradotto: le grandi corporation sono a favore. Lo si vede anche in Italia, dove i media minimizzano la direttiva di Obama come se riguardasse solo l’“accesso ai bagni per le persone trans”, quando comprendeva anche la partecipazione agli sport dell’altro sesso con relativi premi e borse di studio universitarie, una questione molto meno chiaramente ‘progressista’.</p>



<p>Il tutto avanza sotto la bandiera della scelta, che porta infine alla richiesta di legittimare trasformazioni del corpo <em>à la carte</em> – benché se ne esiga il pagamento a carico di servizi sanitari, mutue o assicurazioni – adeguando il proprio corpo all’idea che se ne ha. Per Martine Rothblatt, teorica transattivista e transumanista, è questa la “libertà di forma” da perseguire (16).</p>



<p>Dunque che cosa hanno in comune il <em>pene femminile</em> (che non è la clitoride), il licenziamento in Gran Bretagna di Maya Forstater per aver sostenuto che “Donna = femmina umana adulta”, i transgender biologicamente maschi che vincono gare sportive femminili negli USA e a livello mondiale (Rachel McKinnon già due volte nel ciclismo), le cause per discriminazione e violazione dei diritti umani intentate in Canada dalla transgender ‘Jessica’ Yaniv a ben 12 estetiste che hanno rifiutato di fargli una ceretta allo scroto (17), nonché la somministrazione di bloccanti della pubertà ai minori che non possono guidare e votare ma decidere un cambiamento di sesso sì (questo anche in Italia)? Sorprendentemente, si tratta <em>solo</em> del mutamento (politico) del significato di due parole: sesso e genere. Orwell non avrebbe potuto immaginare nulla di più efficace nel ricacciare le donne nel nostro subordinato genere.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>V. Burr, <em>Psicologia delle differenze di genere,</em> Bologna, Il Mulino, 1998, p. 164-165. Per approfondimenti vedi D. Danna, <em>Sesso e genere</em>, in uscita per Asterios nella collana Volantini</p>



<p class="has-small-font-size">2) Anticipo le obiezioni postmoderniste: no, i sessi non sono più di due, perché i gameti non sono più di due (maschile e femminile); no, l’esistenza degli intersessuati non smentisce la dicotomia dei sessi, perché appunto condividono caratteristiche sia dell’uno che dell’altro </p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>J. Butler, “Excerpt from ‘Introduction’ to <em>Bodies that matter</em>”, in <em>The Gender/Sexuality Reader</em>, a cura di Roger N. Lancaster e Micaela di Leonardo, Londra, Routledge, 1993, pp. 531-542 (p. 537)</p>



<p class="has-small-font-size">4) R.W. Connell, <em>Questioni di genere,</em> Bologna, Il Mulino, 2006, p. 32</p>



<p class="has-small-font-size">5) Vedi Sokal, Alan e Jean Bricmont, <em>Imposture intellettuali,</em> Milano, Garzanti, 1999 </p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em><strong> </strong>È ovvio che il sesso è <em>assegnato </em>alla nascita solo agli intersessuati, mentre per tutti gli altri (più del 99% della popolazione) l’affermazione non ha senso</p>



<p class="has-small-font-size">7) Conferenza <em>Critically examining the doctrine of gender identity</em>, 20 marzo 2016 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.youtube.com/watch?v=QPVNxYkawao" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=QPVNxYkawao</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> In Inghilterra l’aumento esponenziale dei minori che ‘cambiano sesso’ è stato da poche decine nel 2010 a 2.590 secondo l’ultimo dato pubblicato, con quasi tre quarti di ragazze; aumenti comparabili si ritrovano in tutti i Paesi scandinavi e in altri di lingua inglese. Vedi anche D. Danna, <em>La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione,</em> Milano, VandA ePublishing, 2018</p>



<p class="has-small-font-size">9) Vedi il <em>Memorandum of Understanding on Conversion Therapy in the UK</em>, documento ufficiale del sistema sanitario nazionale (2017). Vedi anche D. Danna,<a href="https://rivistapaginauno.it/i-trans-umanisti-e-i-mercanti-di-ormoni/" data-type="post" data-id="220" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>I trans-umanisti e i mercanti di ormoni</em></a><em>,</em> Paginauno n. 58/2018</p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em><strong> </strong><a href="https://eeas.europa.eu/sites/eeas/files/137584.pdf">https://eeas.europa.eu/sites/eeas/files/137584.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://rdln.wordpress.com/2019/12/06/to-advance-civil-rights-oppose-transgender-extremism">https://rdln.wordpress.com/2019/12/06/to-advance-civil-rights-oppose-transgender-extremism</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.cbc.ca/news/politics/transgender-rights-bill-female-born-spaces-1.4110634" target="_blank">https://www.cbc.ca/news/politics/transgender-rights-bill-female-born-spaces-1.4110634</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>13)</em> Vedi le notizie raccolte in <a href="https://www.peaktrans.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.peaktrans.org</a> e <a href="http://womenarehuman.com/">http://womenarehuman.com</a>, che contrastano l’affermazione dei transattivisti che nessuno mai avrebbe pensato di dichiararsi donna solo per molestare e commettere altri reati</p>



<p class="has-small-font-size">14) Tuttavia questi autori di tali suggerimenti nel rapporto IGLYO <em>Only adults? Good practices in legal gender recognition for youth</em> scrivono anche che il rapporto non riflette necessariamente le loro posizioni (<a rel="noreferrer noopener" href="https://blogs.spectator.co.uk/2019/12/the-document-that-reveals-the-remarkable-tactics-of-trans-lobbyists/" target="_blank">https://blogs.spectator.co.uk/2019/12/the-document-that-reveals-the-remarkable-tactics-of-trans-lobbyists/</a>) </p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em><strong></strong> Trans Exclusionary Radical Feminist, cioè l’insulto dei transattivisti alle femministe per la presunta ‘esclusione’ di chi è trans, in realtà per il rifiuto di accettare come donne coloro che hanno un’anatomia maschile – come nella definizione di ‘lesbismo’ come amore tra donne</p>



<p class="has-small-font-size">16) Se ne parla ai congressi USPATH, branca statunitense dell’associazione WPATH che promuove i transgender a livello mondiale (vedi “No menses, no mustache: Gender doctor touts nonbinary hormones &amp; surgery for self-sacrificing youth”, 4 agosto 2017 in <a rel="noreferrer noopener" href="https://4thwavenow.com/2017/08/04/no-menses-no-mustache-gender-doctor-touts-nonbinary-hormones-surgery-for-self-sacrificing-youth/" target="_blank">https://4thwavenow.com/2017/08/04/no-menses-no-mustache-gender-doctor-touts-nonbinary-hormones-surgery-for-self-sacrificing-youth/</a>) </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17)</em><strong> </strong>Nonostante Yaniv sia stato condannato a risarcire loro i danni, ha sporto nuovamente causa contro altri saloni di bellezza </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I trans-umanisti e i mercanti di ormoni</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-trans-umanisti-e-i-mercanti-di-ormoni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Danna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2018 15:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[transgender]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[‘Disforia di genere’: i bambini sono il nuovo mercato: transizioni in età pre-adolescenziale, tra profitti delle case farmaceutiche e delle ‘cliniche di genere’ e pericoloso intento di normalizzazione della diversità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-58-giugno-settembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 58, giugno &#8211; settembre 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>‘Disforia di genere’: i bambini sono il nuovo mercato: transizioni in età pre-adolescenziale, tra profitti delle case farmaceutiche e delle ‘cliniche di genere’ e pericoloso intento di normalizzazione della diversità</p>
</blockquote>



<p><em>Aggiornamento 2 dicembre 2020. Bloccanti ormonali per avviare la transizione di genere in età adolescenziale: d’ora in poi in Gran Bretagna dovrebbero essere somministrati unicamente con l’ok del Tribunale. È la prima ricaduta della sentenza dell’Alta Corte sul caso Keira Bell versus Nhs, il Servizio sanitario nazionale britannico. A 16 anni Keira Bell è stata paziente della Tavistock Clinic di Londra, specializzata in transizioni di minori. Dopo una diagnosi di disforia di genere le sono stati somministrati bloccanti della pubertà, trattamento al quale sono seguiti doppia mastectomia e ormoni cross-sex (testosterone). &#8220;Ero schiava delle mie emozioni&#8221; racconta, &#8220;non avevo bisogno di chirurgia o di farmaci, ma solo di sapere che andavo bene così com’ero… Non c’era niente di sbagliato nel mio corpo&#8221;. Keira ha realizzato di essere semplicemente lesbica. In meno di un decennio in Gran Bretagna casi tra i minori e soprattutto tra le minori, che costituiscono il 76%, sono aumentati a dismisura (da un centinaio a 2.500). Keira si è rivolta al tribunale e l&#8217;Alta Corte ha stabilito che «è enormemente difficile per un minore capire e soppesare le conseguenze a breve e a lungo termine del trattamento e decidere se dare il suo consenso all’uso di bloccanti ormonali. C’è da dubitare che un bambino di 14 o 15 anni possa capire… Date le conseguenze a lungo termine degli interventi clinici nel caso in questione, ed essendo il trattamento del tutto nuovo e sperimentale, riconosciamo il fatto che in casi come questi i medici dovrebbero richiedere l’autorizzazione del Tribunale prima di intraprendere il trattamento».</em> (da <a href="https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/mai-giovanissimi-transizionati" data-type="URL" data-id="https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/mai-giovanissimi-transizionati" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Avvenire</a>, Marina Terragni)</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">La notizia è che il 29 marzo scorso l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) ha approvato la prescrizione medica della triptorelina fuori indicazione, cioè prescritta in modo non conforme alle indicazioni per cui precedentemente era stata autorizzata. Qual è il nuovo uso di questo farmaco antitumorale? La “cura dei disturbi dell’identità di genere” – tutto tra virgolette perché non si tratta di una cura ma di una pesante interferenza con i meccanismi fisiologici. Si suppone che esista una cosa come l’identità di genere, mentre ‘genere’, almeno per noi sociologi, significa i ruoli sociali riservati a maschi e a femmine, sui quali possiamo non essere d’accordo senza che ci venga diagnosticato un disturbo di identità.</p>



<p>Il genere è la distinzione tra ciò che è socialmente considerato maschile e ciò che socialmente consideriamo femminile – al contrario del sesso che è biologicamente determinato ed è la base dell’attribuzione di un genere. I medici invece fanno confusione tra sesso e genere scrivendo: “L’identità di genere è la specifica dimensione dell’identità individuale legata alla percezione soggettiva della propria mascolinità/ femminilità, ossia il genere a cui una persona si sente di appartenere. Solitamente i bambini consolidano la propria identità di genere verso i 3-4 anni (‘sono un maschio e lo sarò per sempre’, ‘sono una bambina e da grande diventerò una donna’)” (1). Questo però dovrebbe essere chiamata “identità di sesso”.</p>



<p>La questione grave e fondamentale è che i fautori (2) di questa novità vogliono trattare non gli adulti, ma i bambini e gli adolescenti che presentano la cosiddetta “disforia di genere”. Scrivono questi esperti: “Cosa fare quando un bambino si sente femminuccia e vuole giocare con le bambole? O se una bambina si sente un maschio e non vuole mai indossare un vestitino?” (3) La risposta finora è stata: niente!</p>



<p>Per lo meno niente da parte dei medici, perché certo, i rapporti con i genitori e i compagni di scuola e di giochi rischiano di non essere facili, ma solitamente, e sempre di più nell’attuale clima di maggiore accettazione sociale di quello che ancora Pier Paolo Pasolini chiamava “inversione”, né gli uni né gli altri se ne preoccupano più di tanto. A meno che non ci sia qualche psicologo della scuola, qualche pediatra, qualche medico di famiglia che sono stati ai convegni pro-farmaci e si sono convinti della necessità di intervenire, avendo magari anche letto l’articolo su Medico e bambino che così li istruisce: “Anche se i bambini e gli adolescenti con disforia di genere sono rari, possono rappresentare un dilemma per i professionisti sanitari che vengono interpellati. Ritardare il trattamento fino all’età adulta o anche fino alla tarda adolescenza può avere conseguenze psicologiche negative (malattie psichiatriche, comportamenti autolesionistici, suicidi) e pertanto non trattare gli adolescenti con disforia di genere non rappresenta un’opzione neutrale” (4).</p>



<p>Prima cosa: questi ‘casi’ non sono affatto rari: a un incontro di ArciLesbica su “Quando dico lesbica…” (Milano, 24 aprile 2018) due delle donne intervenute hanno raccontato che da piccole desideravano fortemente essere maschi (cosa successa sicuramente anche ad altre presenti), ed è qualcosa a cui non sfuggono neanche le donne eterosessuali, per tante ragioni. In famiglia fin da bambini quasi sempre ci si rende conto che il genere maschile gode e godrà di privilegi – uscire più liberamente, evitare i lavori domestici, vestire abiti comodi, sottrarsi al destino di preda sessuale – quindi perché non volerli per sé (5)?</p>



<p>E quanto poco ci vuole perché un ragazzo sia etichettato come ‘effeminato’, ‘frocio’, deviante insomma? Non si vuole qui negare la legittimità della transizione, cioè del cambiamento sociale di sesso per chi sente che è il suo migliore destino, ma questo genere di disturbo nel rapporto con il proprio corpo che porta a preferire interventi chirurgici e assunzione di ormoni vita natural durante è davvero molto raro. Ha senso poi fare una transizione solo in età adulta, quando alla fine si è per lo meno provato a vivere nel proprio corpo, ma la diagnosi è quella di un irreversibile rifiuto. Perché come si fa a distinguere un ‘bambino trans’ da un bambino che ha comportamenti ‘disforici’ da piccolo ma da grande non avrà nessun desiderio di cambiare sesso? Non si può (6). Ed è provato che a spingere i piccoli verso un’identificazione con l’altro sesso è proprio quello che chiamano ‘omofobia’ (a me non piace affatto questo termine di sapore medico-psichiatrico) cioè l’intolleranza, l’aggressione contro chi appunto appare ‘invertito’ o ‘invertita’ (7). In altre parole: meglio un figlio trans che gay, meglio una figlia trans che lesbica.</p>



<p>L’Osservatorio nazionale identità di genere (O.N.I.G.) aveva assunto posizioni molto condivisibili rispetto alla devianza di genere nei minorenni (ma vedi oltre quali convegni promuove…): “L’intervento con le famiglie è volto a de-stigmatizzare la varianza di genere, a rafforzare il legame genitore-figlio/a, a offrire le opportune strategie a difesa dei bambini e delle bambine e degli e delle adolescenti, al fine di promuovere la definizione di spazi vitali sicuri” (8). Far accettare alla famiglia l’espressione di genere dei bambini, quindi, che sia ‘disforica’ o ‘variante’, e non spingerli verso una transizione di sesso, sembra la cosa più saggia da fare.</p>



<p>Ma che cos’è la disforia, il “portare male il proprio genere”? Assomiglia molto all’avere il disturbo di grado inferiore di sola “varianza di genere” (essere gay o lesbica), però associato a sofferenza, malessere o stress, protratto per almeno sei mesi e unito alla convinzione o alla volontà di appartenere al sesso opposto (9). Parola di bambino! Ma rassicuriamoci: sono intere équipe di esperti che staranno addosso ai piccoli devianti. Saranno loro a decidere se si trovano davanti a una ‘variante di genere’ o a un piccolo con una vera e propria ‘disforia di genere’. Ed è a quest’ultimo che verrà data la terapia (anti)ormonale con la triptorelina, per bloccargli lo sviluppo prima che sia troppo tardi e finisca nel sesso che non desidera avere. Tutto accade intorno ai dodici anni, molto prima che possa dare uno straccio di consenso informato, circondato poi da adulti che gli chiedono se vuole cambiare sesso, come se questa fosse una cosa possibile, facile e risolva i problemi. Siamo davvero nel mondo di Peter Pan: se gli adulti non distinguono la realtà dalle loro fantasie di onnipotenza, come possono distinguerle i bambini?</p>



<p>È tutto perfettamente reversibile, assicurano i dottori, che però non ignorano che quasi nessun adolescente o preadolescente che ha preso il bloccante è poi tornato indietro per vivere la sua pubertà. Il contrario accadeva prima dell’uso di farmaci: la stragrande maggioranza di chi pensava da piccolo di poter cambiare sesso, poi non lo faceva. I ‘piccoli trans’ assumeranno triptorelina a loro rischio e pericolo: il farmaco autorizzato per un uso “non conforme”, i cui effetti si dice siano reversibili (il blocco della pubertà non ha conseguenze sull’organismo?!), è oggetto di un gigantesco esperimento medico e sociale cominciato in Olanda appena una quindicina di anni fa. Un po’ presto per dire che un farmaco è innocuo.</p>



<p>Gli effetti sociali che si prospettano sono devastanti: quale bambino che potrebbe da adulto diventare gay, lesbica, bisessuale o eterosessuale continuando ad avere comportamenti “non conformi al proprio genere” socialmente determinato, potrebbe scampare alla normalizzazione ormonale, medica e chirurgica? Dopo qualche anno i risultati non sono affatto tranquillizzanti: una inchiesta (fatta via internet, certo metodologicamente discutibile) ha trovato che per più di 200 donne che avevano transizionato diventando uomini trans in media a diciassette anni, l’età del rimpianto e del ritorno al proprio sesso è stata a ventidue anni (10). Questo accade nei Paesi di lingua inglese, dove le storie di queste ragazze e ragazzi “detransizionati” sono censurate, vilipese, nascoste da un clima culturale e dal pensiero unico che sui mezzi di comunicazione esalta le possibilità tecniche di manipolare i corpi attraverso i farmaci e la medicina.</p>



<p>È il transumanesimo, la fede nel raggiungimento della perfezione attraverso la tecnologia, che permette di incarnare i propri progetti mentali, persino sul proprio corpo. Nel blog di Martine Rothblatt, Da transgender a transumano, si legge: “Le persone che rifiutano di essere etichettate come maschi o femmine sono i pionieri nel vedere l’umanità come non limitata da nessuna base particolare, quale la carne” (11). Questa attivista trans (chiamata “l’amministratrice delegata più ricca d’America”) vuole abolire il linguaggio sessuato per cambiare l’ingiusto trattamento delle donne.</p>



<p>Come minimo è una filosofia che vuole stare in piedi sulla testa: non si parte infatti dalle parole volendo cambiare la realtà, le parole possono solo prenderne atto – oppure mistificare la situazione (12). L’unico risultato ottenibile con tali manipolazioni verbali in un mondo fatto di maschi e di femmine (e qualche intersessuato), è cancellare la dicibilità della differenza sessuale, e quindi ammutolire anche l’analisi delle disuguaglianze tra i sessi. E se provate a dire che i corpi trans hanno subito trasformazioni rischiose e pericolose, l’attivista trans statunitense Julia Serrano vi risponderà che i corpi trans sono altrettanto validi degli altri. Sarà forse persino un miglioramento, dato che incarna la promessa della tecnologia di soddisfare i nostri desideri: io ho scelto il mio corpo, tu no! Non devono esistere voci critiche al Progresso, e il Progresso ora ci mette davanti alla (pretesa) possibilità di ampliare ulteriormente le nostre già enormi facoltà di scelta – per chi se lo può economicamente permettere, ovviamente. (Gli attivisti trans comunque sono preoccupati per la giustizia sociale ed esigono che la transizione precoce sia rimborsabile dalle assicurazioni.)</p>



<p>Ma – almeno in Italia – un ma ci sarebbe. I farmaci autorizzati per uso non conforme devono essere prescritti, come scrive Aifa, “sulla base delle evidenze documentate in letteratura e in mancanza di alternative terapeutiche migliori” (13). La letteratura scientifica non documenta affatto il successo di questo impiego di bloccanti della pubertà (negli Usa si usa il Lupron) (14). Tra gli stessi medici l’intervento sui minori è oggetto di controversie, e le terapie sono consigliate solo dalla Endocrine Society e dalla World Professional Association for Transgender Health. Tanto più che i criteri diagnostici per la disforia di genere negli adolescenti (e adulti) non sono molto stringenti.</p>



<p>Per il manuale diagnostico DSM-5, adottato negli Stati Uniti e punto di riferimento anche in Italia, è sufficiente questo: “Un forte desiderio di essere trattato come appartenente al genere opposto (o a un genere alternativo diverso dal genere assegnato)” unito a “una forte convinzione di avere i sentimenti e le reazioni tipici del genere opposto (o di un genere alternativo diverso dal genere assegnato)”. Questo mi pare includere tutte le donne femministe, o comunque consapevoli della limitazione del ruolo di genere femminile.</p>



<p>Infatti, quello che si vede nei Paesi in cui le transizioni precoci sono ammesse (Olanda e molti altri del nord Europa, Stati Uniti, Canada, Spagna) è che i casi aumentano esponenzialmente, in particolare proprio tra le ragazze. In Norvegia dal 2012 i minori che si rivolgono alla clinica per transessualità sono raddoppiati ogni anno, e due terzi sono ragazze. Si tratta di un contagio sociale: chi vuole diventare maschio imita un’amica o un gruppo di riferimento trovato via internet. Questi nuovi casi presentano anche più frequentemente patologie psichiche serie, come l’autismo (oppure sono nello spettro dell’autismo), e anche appunto la “suicidalità”, che non è affatto detto sia causata dalla disforia di genere – al contrario il soggetto può credere la transizione il rimedio alle sue tendenze suicide.</p>



<p>L’argomento “meglio un figlio trans che un figlio morto” è l’asso di briscola nelle discussioni con i genitori, e gli adolescenti se lo si suggeriscono a vicenda, o vengono consigliati in tal modo dagli attivisti trans adulti on line. La questione appare sempre anche sugli articoli della grande stampa, che presentano la “transizione precoce” come soluzione, facendo terrorismo verbale. Le stime presentate sono esagerate e non si menziona mai il fatto che anche tra chi ha compiuto la transizione i tassi di suicidalità rimangono incredibilmente alti (15). Nemmeno l’altra briscola della protezione dal bullismo funziona, perché la varianza di genere non viene affatto annullata prendendo farmaci. Che si voglia normalizzare il pargolo facendolo diventare socialmente una femmina non migliora le cose, perché difficilmente il bullo o il gruppo che si accanisce sul deviante accetterà la transizione come segno di normalità.</p>



<p>Il risultato concreto dell’aver lasciato libero campo agli ‘specialisti del genere’ – nonché all’industria farmaceutica che si assicura forniture vitalizie di ormoni – è che qualunque altra possibile spiegazione della disforia di genere, come appunto il fatto che mascheri altri disturbi, viene negata. Tutto ciò non è sufficiente ai voraci appetiti degli specialisti che coltivano questo nuovo campo, nonché all’industria farmaceutica e quindi negli Usa si richiede – e in molti Stati la si è già ottenuta – l’approvazione di leggi che impediscano di trattare la disforia di genere cercando di aiutare chi ne soffre a trovarsi bene nel proprio corpo, per esempio terapie integrative o olistiche (16).</p>



<p>L’etichetta è “gender affirmation”, e significa che se io dico di essere uomo, allora il mondo deve trattarmi come tale e nessuno può contraddirmi, tantomeno un medico o psicologo. Anche il NHS, il servizio sanitario britannico, ha approvato un protocollo d’intesa in base al quale un medico non può mettere in discussione l’autopresentazione “di genere” (cioè di sesso) di un paziente, né esplorare la possibilità di un suo disagio mentale, perché sarebbe l’equivalente della “terapia di conversione” fatta a un omosessuale.</p>



<p>La causa delle transizioni precoci viene quindi fatta avanzare con un miscuglio di buoni intendimenti e soluzioni false, addirittura controproducenti. La madre del blog <em>Mio figlio in rosa</em>, che ha lo scopo di far accettare i comportamenti non conformi rispetto al genere dei bambini come il suo, ha esultato per la possibilità data dall’Aifa di bloccare la pubertà. Invece nei luoghi dove la cosa non è purtroppo più una novità, come gli Stati Uniti, la madre di una “desistente” (che non si identifica più come transessuale) scrive: “Spazi enormi, significativi ed emozionanti delle vite dei nostri figli si sono sviluppati nei mondi digitali mentre i loro mondi materiali sono diventati più piccoli, più isolati e scollegati. In molti casi, i nostri figli erano già dissociati dai loro corpi ancor prima di scoprire le identità trans. Correre, saltare, ballare, lottare, tutte queste cose ora accadono principalmente in spazi controllati. L’unico posto rimasto a disposizione di molti giovani per allontanarsi dagli spazi controllati, inventati e protetti dagli adulti sono i mondi digitali. Ne consegue, in questo clima, che i ‘sé autentici’ potrebbero anche essere prodotti di consumo proposti dalla tecnologia. Alla faccia dell’obsolescenza programmata! Questa è l’obsolescenza pianificata del corpo dal momento della sua nascita, e i nostri bambini sono i primi soggetti degli esperimenti del transumanesimo” (17).</p>



<p>Il sogno liberale della realizzazione della scelta individuale si tramuta in un incubo orwelliano in cui le voci contrarie sono messe a tacere come bigotte e reazionarie, colpevoli dei suicidi di aspiranti trans, oggetto di aperte minacce (propagandate come “arte” (18), in un pensiero unico che va dall’Associazione dei medici americani (AMA) a quella degli psicologi (APA), ai media, tutti d’accordo nel diffondere il concetto di “bambini e adolescenti trans”. Nulla di nuovo: la classe medica si è spesso data il compito di cane da guardia dei ruoli di genere e di garante dell’ordine sociale: ricordate Lombroso?</p>



<p>Di nuovo c’è il fatto che i profitti dalle vendite di testosterone aumentano a dismisura, come quelle di tutti gli altri farmaci usati nelle transizioni: nel 2013 il fatturato del testosterone negli Stati Uniti è stato di 2,4 miliardi di dollari, e la proiezione per l’anno in corso è di 3,8 miliardi, il 58% in più (19). Lo si usa anche per altro, ma la proliferazione delle cliniche “specializzate in genere” (ne esisteva una dieci anni fa, oggi sono cinquanta) è sicuramente correlata all’esplosione dei profitti. Se si possono fare operazioni di ingegneria sociale antidevianza e contemporaneamente far girare il soldo, perché non essere tutti d’accordo?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Disforia di genere e dintorni, Gianluca Tornese, Massimo Di Grazia, Anna Roia, Giovanna Morini, Dora Cosentini, Marco Carrozzi, Alessandro Ventura, n. 7, 2016, p. 437, articolo presentato così su <a href="http://www.onig.it/drupal8/node/83" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.onig.it/drupal8/node/83</a>: “La rivista Medico e Bambino, a larga diffusione tra pediatri di libera scelta e medici di medicina generale, ha recentemente pubblicato un articolo a cura del gruppo O.N.I.G. di Trieste”</p>



<p class="has-small-font-size">2) La Verità ha riportato che la richiesta all’Aifa è stata presentata dal presidente della Società Italiana di Endocrinologia, Paolo Vitti, della Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, Alberto Ferlin, della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, Stefano Cianfarani, e dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere, Paolo Valerio</p>



<p class="has-small-font-size">3) Parole con cui è stato presentato il Convegno “Cose del Genere. Disforia di genere e dintorni in pediatria”, Trieste, 9 giugno 2017</p>



<p class="has-small-font-size">4) Disforia di genere e dintorni, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">5) Sul lato FtM, da femmina a maschio, della transizione precoce, vedi anche Daniela Danna, <em>La Piccola Principe. Lettera aperta alle nuove generazioni su pubertà e transizione</em>, opuscolo in uscita</p>



<p class="has-small-font-size">6) Lo ammette anche il citato articolo di Medico e bambino: “Dal punto di vista clinico sarebbe importante riuscire a discriminare prima dell’inizio della pubertà tra quei bambini che continueranno a manifestare disforia di genere (persisters) e quelli in cui invece la disforia di genere scomparirà (desisters), ma attualmente non è chiaro quando e come la disforia di genere in infanzia persista o desista in adolescenza e in età adulta” (p. 441). Persino tra le bambine che manifestano un fortissimo disagio per essere femmina, e un’avversione verso i propri genitali (disforia di genere in senso stretto) è solo una minoranza a diventare trans (K.D. Drummond et al.: “A follow-up study of girls with gender identity disorder”, Dev Psychol. 2008;44(1):34-45, riassunto in <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18194003/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18194003/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) D. DeLay et al.: “The Influence of Peers During Adolescence: Does Homophobic Name Calling by Peers Change Gender Identity?” in J Youth Adolesc. 2018;47(3):636-649 (qui il sommario con riferimenti ad articoli analoghi:<a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29032442" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29032442</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cosa fare se i vostri figli hanno uno sviluppo atipico della identità di genere, a cura della Commissione minorenni dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (<a href="http://www.onig.it/drupal8/docs/opuscolo_mino renni.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.onig.it/drupal8/docs/opuscolo_mino renni.pdf</a>, datato 2016)</p>



<p class="has-small-font-size">9) La definizione di riferimento è quella del DSM-5, il manuale diagnostico adottato negli Stati Uniti e punto di riferimento anche in Italia, e la si può leggere nell’articolo citato su Medico e bambino</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Survey of Co-Morbid Mental Health in Detransitioned Females – Analysis and Results Edit, febbraio 2017,<a href="https://desisterresister.wordpress.com/2017/02/21/survey-of-co-morbid-mental-health-in-detransitioned- females-analysis-and-results-edit/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> https://desisterresister.wordpress.com/2017/02/21/survey-of-co-morbid-mental-health-in-detransitioned- females-analysis-and-results-edit/</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Talking and Thinking About Sex, 6 ottobre 2009, <a href="http://transgender2transhuman.blogspot.it/2009/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://transgender2transhuman.blogspot.it/2009/</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Per una critica alle derive idealiste (in senso filosofico) della ‘sinistra’ attuale, vedi Renaud Garcia, Il deserto della critica, Eleuthera 2016</p>



<p class="has-small-font-size">13) Lo si legge in un documento dell’Aifa sul significato di “off label” (fuori indicazione), testo che continua così: “D’altra parte, l’uso di farmaci off-label espone il paziente a rischi potenziali, considerato che l’efficacia e la sicurezza di questi farmaci sono state valutate in popolazioni diverse da quelle oggetto della prescrizione off-label”, <a href="http://www.agenziafarmaco.gov.it/wscs_render_attachment_by_id/111.285018.115401469992960af. pdf?id=111.285023.1154014700132" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.agenziafarmaco.gov.it/wscs_render_attachment_by_id/111.285018.115401469992960af. pdf?id=111.285023.1154014700132</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) L.J. Vrouenraets et al.: “Early Medical Treatment of Children and Adolescents With Gender Dysphoria: An Empirical Ethical Study”, in J Adolesc Health, 2015;57(4):367-73</p>



<p class="has-small-font-size">15) Vedi per esempio J. Michael Bailey e Ray Blanchard: Suicide or transition: The only options for gender dysphoric kids?, 2017, <a href="https://4thwavenow.com/2017/09/08/suicide-or-transition-the-only-options-for-gender-dysphoric-kids/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://4thwavenow.com/2017/09/08/suicide-or-transition-the-only-options-for-gender-dysphoric-kids/</a> e altri articoli da 4tWave Now, un blog di “comunità virtuale di genitori e altri che hanno dubbi sulla medicalizzazione dei giovani atipici rispetto al genere” (https://4thwavenow.com) che invoca una quarta ondata di femminismo (la prima è quella delle suffragette, la seconda gli anni ‘70, la terza è quella attuale della decostruzione non solo del genere ma anche del sesso)</p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. Becoming whole: Could integrative medicine heal the mind-body split in gender dysphoria?, 18 giugno 2017, <a href="https://4thwavenow.com/2017/06/18/becoming-whole-could-integrative-medicine-heal-the-mind-body-split-in-gender-dysphoria/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://4thwavenow.com/2017/06/18/becoming-whole-could-integrative-medicine-heal-the-mind-body-split-in-gender-dysphoria/</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Brie Jontry, Born in the right body: Introducing 4thWaveNow’s new spokesperson, mom of a teen desister, 25 ottobre 2017, <a href="https://4thwavenow.com/2017/10/25/born-in-the-right-body-introducing-4thwavenows-new-spokesperson-mom-of-a-teen-desister/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://4thwavenow.com/2017/10/25/born-in-the-right-body-introducing-4thwavenows-new-spokesperson-mom-of-a-teen-desister/</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. La biblioteca pubblica di San Francisco ospita arte transgender con armi per uccidere le femministe, 27 aprile 2018, <a href="https://gendertrender.wordpress.com/2018/04/27/san-francisco-public-library-hosts-transgender-art-exhibit-featuring-weapons-intended-to-kill-feminists/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://gendertrender.wordpress.com/2018/04/27/san-francisco-public-library-hosts-transgender-art-exhibit-featuring-weapons-intended-to-kill-feminists/</a> e anche il commento di Giovanni Dall’Orto, L’arte trans di assassinare le donne dissenzienti, 30 aprile 2018, <a href="https://giovannidallorto.wordpress.com/2018 /04/30/larte-trans-di-assassinare-le-donne-dissenzienti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://giovannidallorto.wordpress.com/2018 /04/30/larte-trans-di-assassinare-le-donne-dissenzienti/</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. Statista, Annual testosterone drug revenue in the U.S. in 2013 and 2018 (in billion U.S. Dollars, <a href="https://www.statista.com/statistics/320301/predicted-annual-testosterone-drug-revenues-in-the-us/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/320301/predicted-annual-testosterone-drug-revenues-in-the-us/</a></p>
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		<item>
		<title>I diritti civili dell&#8217;Unione europea: la maschera del neoliberismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-diritti-civili-dellunione-europea-la-maschera-del-neoliberismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Danna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 12:12:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Diritti civili in cambio di neoliberismo: le istanze antidiscriminatorie sono diventate la nuova bandiera di una sinistra social-liberale e di una Ue che smantella il welfare ed erode i diritti del lavoro: il prezzo pagato è l’acriticità del movimento Lgbt verso l’Unione europea]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-57-aprile-maggio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 57, aprile &#8211; maggio 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Diritti civili in cambio di neoliberismo: le istanze antidiscriminatorie sono diventate la nuova bandiera di una sinistra social-liberale e di una Ue che smantella il welfare ed erode i diritti del lavoro: il prezzo pagato è l’acriticità del movimento Lgbt verso l’Unione europea</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’Unione europea del pareggio di bilancio, dell’austerità nei conti dello Stato che erodono il settore pubblico e il welfare, l’Europa delle norme che avvantaggiano il grande capitale, dell’euro che strangola i Paesi economicamente più deboli a vantaggio di quelli più forti è anche l’avamposto dei diritti per le minoranze sessuali, e secondo gli esperti batte per impegno anche l’Onu. Come è possibile?</p>



<p>Dobbiamo tornare indietro all’onda lunga del Sessantotto, in cui il risveglio politico dei soggetti oppressi, la loro autorganizzazione e presa di parola, toccava anche gay e lesbiche (minoritarie sia nel movimento gay che nel femminismo) (1). Invece di vergognarci per i nostri amori, abbiamo cominciato a praticare la visibilità all’insegna dell’aspirazione rivoluzionaria di quegli anni: nel Gay Liberation Front, nel Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano (il Fuori!), più tardi persino nelle Brigate Saffo.</p>



<p>E abbiamo prodotto cambiamenti nella società e nelle leggi: dal 1989 a oggi ben 24 Paesi europei hanno introdotto forme di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso. Questo è avvenuto senza obblighi da parte degli organi comunitari europei, che lasciano il Diritto di famiglia agli Stati, però con il loro contributo politico. Dalla seconda metà degli anni ‘70 sia le istituzioni che oggi chiamiamo Unione europea che il Consiglio d’Europa (2) sono stati oggetto di pressione politica da parte dell’International gay and lesbian association (ILGA), fondata in Gran Bretagna nel 1976, e spinta dall’associazione britannica Stonewall a lottare per l’inserimento dell’orientamento sessuale tra le categorie per cui è proibita la discriminazione nei vari forum europei.</p>



<p>La direzione dell’antidiscriminazione, cioè dell’accettazione dell’esistente con la clausola dell’inclusione delle minoranze sessuali, è stata intrapresa dopo la sconfitta delle istanze rivoluzionarie degli altri movimenti sorti nel Sessantotto, con l’indebolimento anche di altre prospettive di riforma sociale: le femministe, ad esempio, hanno cessato quasi ovunque di chiedere l’abolizione del matrimonio accettando invece la parificazione giuridica dei coniugi (3). E in tempi più recenti la parola ‘riforma’ è stata stravolta dalla sinistra parlamentare, che l’ha impiegata per definire l’arretramento del settore pubblico a favore dei mercati di cui si è fatta portatrice, in Italia in particolare con il governo Renzi (scuola, sanità, mercato del lavoro), ma in generale di pari passo con il processo di integrazione europea avviato dal Trattato di Maastricht nel 1992 – vedi le contemporanee ‘riforme’ delle pensioni e la precarizzazione del lavoro.</p>



<p>La svolta neoliberale ha fatto crescere le disuguaglianze nella distribuzione del prodotto sociale sia tra Paesi che all’interno degli Stati. L’accettazione delle istanze antidiscriminatorie da parte dell’Ue, a partire dalle sinistre nazionali diventate ‘social-liberali’, rappresenta quindi una sorta di valvola di sfogo per la compressione dei diritti dei lavoratori. Il rischio è però che la ferocia dei mercati, espellendo dalla forza lavoro regolare le donne, sfruttando di più gli immigrati, mettendo in concorrenza feroce i lavoratori tra loro, prevalga sulle politiche antidiscriminatorie imponendo il conformismo sociale anche al popolo Lgbt.</p>



<p>Nella ‘lunga marcia’ Lgbt nelle istituzioni europee, la prima vittoria fu il verdetto Dudgeon contro Regno Unito della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) di Strasburgo, che nel 1981 accettò di esprimersi sul caso proibendo la criminalizzazione di atti sessuali consensuali tra due uomini adulti in nome del diritto alla privacy della Dichiarazione europea dei diritti umani (1950). In quello stesso 1981, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa approvava una raccomandazione che chiedeva la decriminalizzazione degli atti omosessuali, un’uguale età del consenso per i rapporti omo ed eterosessuali, la non discriminazione sul lavoro e nell’affidamento dei figli.</p>



<p>Nel 1984 si mosse – sempre su impulso dei militanti gay a livello sia nazionale che internazionale – anche il Parlamento europeo (allora totalmente privo di poteri) approvando il Rapporto Squarcialupi redatto dall’eurodeputata radicale, per la decriminalizzazione e contro la discriminazione degli omosessuali. L’organizzazione politica di gay, lesbiche e transessuali dava i suoi frutti, per lo meno nella sinistra degli emicicli europei.</p>



<p>Per l’Italia la data più significativa fu dieci anni dopo, quando nel 1994 venne approvato il Rapporto all’europarlamento di Claudia Roth (Grünen), che chiedeva agli Stati di riconoscere le coppie dello stesso sesso dando loro facoltà di adottare. Fu anche l’anno del primo Gay&amp;Lesbian Pride di massa italiano a Roma, con decine di migliaia di partecipanti, galvanizzati dall’appoggio della maggioranza dell’europarlamento di Strasburgo (sempre privo di poteri). Poco tempo dopo, a vent’anni, con una ventina di attivisti gay e lesbiche di&nbsp;<em>Alziamo la testa!</em>&nbsp;quasi tutti coetanei, ero su un pullman là diretto. Avevamo raccolto l’invito di un eurodeputato comunista, Luigi Vinci, che aveva trovato affinità con la nostra lotta.</p>



<p>La mobilitazione era partita da Verona, dove le destre nel consiglio comunale avevano usato toni più minacciosi del solito: addirittura la castrazione dei gay, come nei campi di concentramento nazisti. Condividevamo il ‘sogno europeo’ della maggior parte degli italiani. Abboccavamo insomma alla propaganda dei politici che preparavano l’adesione solo parlamentare al Trattato di Maastricht, sperando che un cambio istituzionale ci avrebbe salvato dalla corruzione della vita politica italiana intraprendendo la strada del ‘buon capitalismo’ del nord Europa temperato dal welfare, che offriva la possibilità di sopravvivere con dignità senza dover cercare il compratore del proprio lavoro ai prezzi più stracciati, e garantiva buona sanità, istruzione pubblica e molto altro di gratuito.</p>



<p>In Scandinavia invece alcuni lungimiranti si erano accorti del pericolo che la costruzione sovranazionale rappresentava proprio per il welfare. In Danimarca il Movimento popolare contro l’Ue denunciava l’impotenza dell’europarlamento, unica istituzione di democrazia diretta, e insieme l’impossibilità di costruire una democrazia in un contesto in cui manca una lingua comune per discutere la cosa pubblica; l’imbrigliamento dell’autonomia nazionale e la mancanza di contrappesi all’ampliamento dei poteri della Commissione previsti dal Trattato di Maastricht; la corruzione dei partecipanti alle istituzioni europee lucrosamente pagati per fingere di governare mentre potenti lobby tendevano le loro trame neoliberali (5).</p>



<p>I danesi respinsero Maastricht con un referendum nel 1992, ma già l’anno dopo capitolarono alla minacciosa propaganda europeista: o Ue o rovina! Creato il mercato unico europeo per far crescere le multinazionali locali, la nuova creatura Ue presto accolse tra i suoi valori l’antisessismo e l’antirazzismo (6), così come le istanze del ‘popolo Lgbt’: gay, lesbiche, bisessuali (poco presenti politicamente in verità) e trans, cui si sono aggiunte a mano a mano altre sigle (intersessuati, asessuati, queer). L’ideologia liberale infatti ritiene che tutti possano dare il loro contributo allo sviluppo dei mercati e al progresso, e a nessuno dovrebbe essere impedito di farlo per le caratteristiche innate che semplicemente riflettono la variabilità umana.</p>



<p>I ‘diritti civili’ sono diventati un aspetto importante della politica europea, un cavallo di battaglia della sinistra e non solo. Le norme antidiscriminatorie per orientamento sessuale compaiono nell’articolo 13 del Trattato di Amsterdam (1997) e nell’articolo 49 del Trattato di Lisbona (2009), nonché nella Direttiva sull’antidiscriminazione sul posto di lavoro (7). Anche la Carta dei diritti fondamentali approvata a Nizza nel 2000 ha un articolo, il 21, intitolato “Non discriminazione”, che la afferma per sesso, razza, colore della pelle od origine etnica o sociale, caratteristiche genetiche, lingua, religione o convinzioni personali, opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, appartenenza a una minoranza nazionale, patrimonio, nascita, disabilità, età od orientamento sessuale.</p>



<p>ILGA nel frattempo è stata riconosciuta come ‘partner ufficiale’ della Ue. Il connubio si è spinto fino al finanziamento dal 2001 di ILGA-Europe, che oggi rappresenta più di 500 associazioni (8), con il programma PROGRESS, proprio sulla base delle norme antidiscriminatorie del Trattato di Amsterdam. L’Ue volentieri finanzia associazioni-ombrello per avere a che fare con un unico interlocutore a livello sovranazionale.</p>



<p>Sono stati passi importantissimi: gli Stati moderni hanno sempre considerato con ostilità l’omosessualità, temendo – come del resto le religioni – che la sua accettazione avrebbe diminuito il potenziale riproduttivo delle proprie popolazioni (9). La visibilità omosessuale è una conquista preziosa, che non va data per scontata nemmeno nei Paesi più aperti: persino in Olanda il 38% del campione intervistato per l’Eurobarometro sulla discriminazione nella Ue (n. 437 del 2015) è a disagio nel vedere due uomini che si baciano in pubblico, il 34% se sono due donne, solo il 16% se si tratta di una donna e un uomo.</p>



<p>La media europea è comunque che il 71% si dichiara d’accordo sul fatto che gay, lesbiche e bisessuali dovrebbero avere gli stessi diritti degli eterosessuali, con il 61% a favore del matrimonio egualitario (in Italia le percentuali sono del 72 e del 55%). Sono più favorevoli le donne, i giovani e le persone più istruite, e il trend è in crescita. Inutile dire che nei paesi dell’Est<br>vi è soltanto una minoranza di favorevoli al matrimonio egualitario, ma anche qui i trend sono positivi: un effetto Ue?</p>



<p>Infatti nel processo di allargamento a est della Ue ai Paesi dell’ex blocco sovietico è stato richiesto di introdurre clausole antidiscriminatorie che riconoscano le minoranze sessuali (10) (Criteri di Copenaghen): un vero scatto in avanti per società che non hanno vissuto la rivoluzione dei costumi del Sessantotto. Dove la Ue non è ben vista, come in Serbia, gli attacchi alle associazioni Lgbt sono stati fatti anche a causa dell’associazione stretta con ‘i valori europei’, mentre in Polonia e negli altri Paesi dove l’aspirazione a ‘far parte dell’Europa’ è condivisa, la visibilità e i diritti Lgbt sono avanzati più facilmente.</p>



<p>A espandere il riconoscimento delle coppie e delle famiglie Lgbt è stata anche la logica della libertà di circolazione dei lavoratori, che richiede il riconoscimento reciproco degli atti amministrativi tra Paesi nell’Ue. In questo modo i ricorsi in giudizio da parte di coppie unite civilmente o sposate all’estero sono andati avanti anche in Italia. Il giurista Robert Wintemute nota che la Corte dell’Unione europea ha solo seguito le orme di quella di Strasburgo del Consiglio d’Europa.</p>



<p>La Corte EDU – che può solo condannare a risarcimenti monetari gli Stati – ha infatti emesso una quantità di verdetti favorevoli a ricorrenti gay e lesbiche in ambiti come la protezione della vita privata, l’antidiscriminazione nell’affido dei figli e nell’adozione ai singoli, l’adozione come secondo genitore, l’edilizia pubblica, i pagamenti della sicurezza sociale, la libertà di espressione e associazione, la carriera militare, il diritto di asilo – che nella Ue venne poi incontrovertibilmente garantito con un verdetto del 2013 della Corte della Ue. È stata invece la Corte EDU a condannare l’Italia nel 2015 a risarcire Oliari e altri per la mancanza di un istituto giuridico per le coppie gay e lesbiche. Anche la Corte di Cassazione nel 2012 si era rifatta al caso Schalk e Kopf contro l’Austria, in cui la Corte EDU riconobbe anche alle coppie dello stesso sesso il diritto a sposarsi e a fondare una famiglia. Stefano Rodotà allora scrisse che: “La recente sentenza della Corte di Cassazione sui matrimoni gay è un dono dell’Europa. Così come lo è l’avvio dell’estensione alla Chiesa dell’obbligo di pagare l’imposta sugli immobili”.</p>



<p>Il prezzo pagato per il ‘dono’ è l’acriticità del movimento Lgbt verso la Ue, dato che riconoscere diritti alle minoranze sessuali è parte consolidata del significato di essere ‘europei’ oggi. Rodotà notava altri aspetti della giurisprudenza europea che non sembrano avere lo stesso successo: “Si afferma che il lavoratore ha il diritto ‘alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato’, ‘a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose’, alla protezione ‘in caso di perdita del posto di lavoro’. Più in generale, e con parole assai significative, si sottolinea la necessità di ‘garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti’” (11).</p>



<p>Nulla di nuovo. Nel capitalismo si sono sempre scelti tra i diritti umani quelli che non disturbano la classe dominante: nessun diritto al cibo o alla salute viene preso sul serio, perché questi sono ambiti che vanno lasciati ai mercati, tantomeno il diritto all’<em>habeas corpus</em>&nbsp;è garantito davanti alla ragion di Stato, come si è visto a Genova nel 2001. Anche le sinistre parlamentari hanno scelto di portare avanti solo le richieste di ‘diritti civili’ nei quali non rientra nulla – se non l’antidiscriminazione – che abbia a che fare con i diritti dei lavoratori.</p>



<p>Sono (anche) loro a trasformare oggi in workfare il welfare del ‘compromesso tra capitale e lavoro’ (12). I diritti che riguardano i rapporti intimi delle persone possono invece essere tollerati<br>dal capitalismo. Non solo: fanno risparmiare lo stato sociale, perché la responsabilità di mantenere un disoccupato o malato sposato non rischia di ricadere sul pubblico ma è giuridicamente attribuita al coniuge. E il matrimonio sicuramente incoraggia la procreazione, antico pallino di Stati e chiese.</p>



<p>L’aspetto paradossale di sostegno alle strutture sociali tradizionali del matrimonio egualitario è riconosciuto dalle destre dei Paesi più avanzati: David Cameron lo ha fatto approvare proprio per i suoi valori conservatori (13). Secondo Peter Drucker, marxista gay, “il movimento Lgbt olandese tradizionalmente rivendicava una ‘pluralità di relazioni’ piuttosto che il matrimonio per persone dello stesso sesso” diventato legge per la prima volta al mondo in Olanda nel 2001. Anche il secondo Paese che lo introdusse, il Belgio nel 2003, lo fece “senza alcuna sostanziale mobilitazione Lgbt” (14).</p>



<p>L’attivista lesbica statunitense Urvashi Vaid ritiene che l’assimilazione sia un’illusione. La natura solo virtuale dell’uguaglianza Lgbt (15) è stata rivelata dal dibattito statunitense sui gay nell’esercito: l’omosessualità maschile è un problema non per un’infondata e controproducente ‘discriminazione’ ma perché rovina lo spirito di corpo, come d’altra parte le unioni tra donne minacciano il patriarcato fornendo un’alternativa al ruolo subordinato femminile di moglie e madre. L’omosessualità viola davvero le fondamenta morali della nazione. Il cameratismo maschile deve esprimersi in modo asessuato nell’esercito ma anche tra gli altri gruppi dominanti maschili, in cui il possesso delle donne è parte del gioco competitivo (16) (anche i gruppi di maschi socialmente inferiori si sentono comunque superiori alle femmine).</p>



<p>Siamo profondamente antitetici all’organizzazione sociale patriarcale su cui si innesta il capitalismo, entrambi richiedenti la fornitura di lavoro gratuito soprattutto femminile per garantire il profitto di pochi. Perché invece, come suggerisce Urvashi Vaid, non unire piuttosto la forza del movimento Lgbt con quella degli altri perdenti del capitalismo neoliberale per ottenere cambiamenti che non siano solo cosmetici come ‘l’inclusività’? Le coppie e famiglie Lgbt vengono riconosciute da sempre più Stati, ma diminuisce la domanda di lavoro poiché si lascia al ‘mercato’, cioè ai possessori di mezzi di produzione, l’organizzazione dell’economia (la piena occupazione non sarà mai nel loro interesse), viene meno la sanità pubblica, viene progressivamente privatizzata anche l’istruzione, si rinuncia a qualunque pianificazione economica (lo Stato che gestisce sanità e istruzione fa anche questo).</p>



<p>Certo, manca una politica veramente di sinistra, perché la differenza tra destra e sinistra non è ‘tutto il potere ai padroni con il Family day’ o ‘tutto il potere ai padroni con il Gay Pride’. Molti nel movimento sono intossicati da questa semplificazione delle categorie politiche – il progressismo di marca Ue contro il conservatorismo religioso – e addirittura bollano Arcilesbica (nonché la sottoscritta) come ‘estrema destra’. Ma l’opposizione tra destra e sinistra non è una battaglia all’interno del pensiero liberale (come nei Parlamenti italiani di più di un secolo fa), bensì lo schieramento o con i padroni o con i lavoratori.<br>Se la sinistra batterà il colpo del suo risveglio, romperà il dilemma Lgbt: avanzare come minoranze sessuali e arretrare come lavoratori, cioè stare con il neoliberismo per non soccombere alla Chiesa.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Vedi gli articoli qui raccolti:<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.danieladanna.it/wordpress/?p=623" target="_blank"> http://www.danieladanna.it/wordpress/?p=623</a><br>2) Ha 47 Stati membri ma è senza poteri. Sono gli Stati a scegliere se accettare le sentenze della sua Corte EDU, che riguardano il rispetto della Convenzione europea sui diritti umani<br>3) <em>Tranne Martha Fineman: The neutered mother, the sexual family and other twentieth century tragedies</em>, New York, Routledge, 1995<br>4) European Parliament. 1994. Resolution on Equal Rights for Gays and Lesbians in the EC [Roth], A3 – 0028/94, OJ C 61/40, 29.2.1994<br>5) Tentai invano di proporre a esponenti di sinistra traduzioni e contatti<br>6) Ricordiamo come nel 2004 la candidatura di Buttiglione a Commissario per la giustizia, la libertà e la sicurezza venne respinta per le sue dichiarazioni: “Rocco Buttiglione sta spiegando, partendo «dalla radice latina», che «matrimonio significa protezione della madre; una protezione da parte dell’uomo che consente alle donne di generare figli» […] «Come cattolico considero l’omosessualità un peccato, ma non un crimine. La mia è una posizione morale che non incide sui diritti che devono essere riconosciuti a tutti» ”, Giuseppe Sarcina, Buttiglione, attacchi sui gay e risposte in 5 lingue, Corriere della Sera, 11 ottobre 2004<br>7) Direttiva 2000/78/CEE per la parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Con retorica liberale si dichiara: &#8220;La districriminazione basata su religione o convinzioni personali, handicap, età o tendenze sessuali può pregiudicare il conseguimento degli obiettivi del trattato CE, in particolare il raggiungimento di un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale, la solidarietà e la libera circolazione delle persone”<br>8) Altri finanziamenti all’Ilga provengono da Sigrid Rausing Trust, Open Society Institute, Freedom House, il Dipartimento di Stato statunitense e il Ministero olandese dell’Educazione, Cultura e Scienza. Vi è anche una ‘corporate sponsorship’ delle multinazionali illuminate, che da qualche anno partecipano ai Pride con loro spezzoni (viste anche a Milano)<br>9) Ilvia Federici e Leopoldina Fortunati, <em>Il grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale,</em> Milano, F. Angeli, 1984; Giovanni Dall’Orto, <em>Tutta un’altra storia. L’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra</em>, Milano, Il saggiatore, 2015<br>10) Phillip M. Ayoub, <em>When states come out: Europe’s sexual minorities and the politics of visibility</em>, Cambridge, Cambridge University Press, 2016<br>11) Stefano Rodotà, <em><a rel="noreferrer noopener" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-nuova-stagione-dei-diritti/" target="_blank">La nuova stagione dei diritti</a>,</em> MicroMega, 14 maggio 2012<br>12) Vedi la critica alle riforme introdotte in Germania dal Piano Harz in <em>Money or life: what makes us really rich</em>, Veronika Bennholdt-Thomsen, agosto 2011; Collettivo Clash City Workers, <a href="http://rivistapaginauno.it/la-germania-incantata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La Germania incantata</em></a>, Paginauno n. 53/2017<br>13) Jasbir Puar nel 2007 ha chiamato “omonazionalismo” l’inclusione dei soggetti Lgbt nella nazione con l’obiettivo di escludere immigrati e rifugiati, in particolare islamici<br>14) Peter Drucker, <em>Same-sex marriage and the neoliberal European agenda</em>, Paper presented at Socialism and Sexuality Seminar, Paris, October 2006 (<a rel="noreferrer noopener" href="www.iisg.nl/womhist/drucker-revised.doc.html" target="_blank">www.iisg.nl/womhist/druckerrevised. doc</a>)<br>15) Urvashi Vaid, <em>Virtual Equality. the mainstreaming of gay and lesbian liberation</em>, New York, Anchor Books, 1996<br>16) Per un’accurata – e agghiacciante – descrizione degli affari condotti nei bar-bordelli dell’attuale Vietnam, vedi Kimberly Kay Hoang,<em> Dealing in desire: Asian ascendency, Western decline, and the hidden currencies of global sex work,</em> University of California Press, 2015</p>
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			</item>
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		<title>Il movimento LGBT: corpi in vendita o resistenza alla mercificazione?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-movimento-lgbt-corpi-in-vendita-o-resistenza-alla-mercificazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Danna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 08:38:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[maternità surrogata]]></category>
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					<description><![CDATA[La questione della maternità surrogata]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-56-febbraio-marzo-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La questione della maternità surrogata</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Che cosa sta succedendo nel movimento che dal World Pride del 2000 si è chiamato LGBT, fatto di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, intersessuali e così via fino al queer, che<br>vorrebbe assorbire in sé tutte queste denominazioni?</p>



<p>Nel luglio 2016 dopo vent’anni di lotte è stata approvata la legge sulle unioni civili (1), che iscrive nel diritto il riconoscimento degli amori tra persone dello stesso sesso. Gay e lesbiche possono da allora ufficializzare le proprie relazioni, ovvero fondare – secondo la Costituzione – una “formazione sociale specifica” che non è una famiglia, ma che comunque permette di stabilire una priorità relazionale ‘togliendoci’ finalmente all’appartenenza alla famiglia di origine, fino ad allora inscindibilmente la relazione più prossima. Inutile ricordare i drammi vissuti da chi si è vista o visto strappare la propria o il proprio partner nei casi di malattia o di incidenti gravi – la famiglia di origine spesso non perde l’occasione di allontanare la o il partner sgradito, impedendole non solo di prendere decisioni ma anche di essere vicina all’amata o all’amato.</p>



<p>Certo, non è la pari dignità tra le relazioni eterosessuali e omosessuali, ma un passo in avanti lo è. Che cosa farà il movimento LGBT dopo questa vittoria? Dal 2007 la parola d’ordine era già diventata ‘matrimonio’, non più ‘unione civile’, allo scopo di stabilire una completa equiparazione tra coppie etero e omosessuali in nome del principio di uguaglianza e di non discriminazione. Anche dopo l’istituzione delle unioni civili questo rimane l’obiettivo del movimento, secondo quanto dichiarato il 22 novembre a Roma al convegno “Italia e Diritti LGBTI nel mondo. Un anno di applicazione della legge sulle unioni civili”.</p>



<p>L’incontro, nel quale hanno parlato i rappresentanti di tutte le associazioni nazionali LGBT e i parlamentari di riferimento: Cirinnà, Lo Giudice (presidente onorario di Arcigay), Manconi (invitata anche Polverini), è stato organizzato da Globe Mae, l’associazione dei dipendenti gay e lesbiche del ministero degli Affari esteri presieduta dal ministro plenipotenziario Fabrizio Petri. Matrimonio con filiazione alla nascita, si è insistito. In effetti una pecca delle unioni civili è che non permette il riconoscimento di una doppia maternità: se un bambino nasce voluto da una coppia di donne, la madre non biologica non ha alcun ruolo ufficiale nei confronti del nuovo nato. Il riconoscimento non è comunque negato in assoluto dallo Stato italiano: in nome della continuità delle relazioni, diversi tribunali hanno stabilito la condivisione della responsabilità (un tempo ‘potestà’) genitoriale tramite un’adozione come caso speciale, senza perdita di responsabilità per il genitore biologico (art. 44 lettera B, l. 184/1983): il 30 luglio 2014 il Tribunale dei minorenni di Roma l’ha dichiarata per una coppia lesbica, e l’adozione è stata confermata dalla Corte d’appello (23 dicembre 2015) e poi dalla Cassazione il 22 giugno 2016 (sentenza 12962/16).</p>



<p>Anche i diritti di visita alla partner dopo una separazione sono stati riconosciuti dal tribunale di Palermo (sez. I, 13 aprile 2015). Nulla vieta di richiedere miglioramenti nell’unione civile come il riconoscimento di questa filiazione sociale per legge, grazie alla capacità della madre di condividere la propria maternità con la partner, pratica che dovrebbe avere riflessi nel diritto. Secondo logica, il riconoscimento del nucleo familiare andrebbe accompagnato dalle modifiche che spostino l’unione civile dalla rubrica costituzionale “formazione sociale specifica” a “famiglia”.</p>



<p>Invece nelle coppie maschili nessuno partorisce – e quindi che cosa significa richiedere la “filiazione alla nascita” per un movimento che è composto in grande maggioranza da uomini gay (2)? Significa – mi correggano se sbaglio – la richiesta che anche in Italia venga introdotta la surrogazione di maternità (3), presente in alcuni disegni di legge sul matrimonio egualitario della legislatura che sta per finire, oppure che si continuino a chiudere entrambi gli occhi sulle centinaia di casi di neonati partoriti all’estero da qualcuna di estranea alla coppia etero o (naturalmente) gay e uomini singoli, e poi importati in Italia.</p>



<p>La doppia genitorialità è comunque già stata riconosciuta per verdetto anche a coppie gay: nel febbraio 2017 il tribunale di Trento oltre a riconoscere la genitorialità del partner del padre biologico di figli nati con una Gpa in Canada (atto dovuto se vi è stata continuità del doppio ruolo paterno in quella famiglia), ha anche conferito validità al certificato di nascita che li indica entrambi come genitori legali, senza menzionare la madre, nemmeno con il suo anonimato. Questo è legale in alcune province canadesi, che tolgono alle madri la possibilità di riconoscere i figli con dei “pre-birth orders” che assegnano la genitorialità ai committenti ancora prima della nascita. Gli “ordini pre-nascita” sono atti veramente bizzarri per il nostro ordinamento, dal momento che si diventa ‘figlio di’, cioè una persona, soltanto con la nascita.</p>



<p>La disponibilità delle donne canadesi a farsi veicolo di genitorialità altrui non è ovviamente priva di scambi di denaro: cospicui “rimborsi spese” cambiano normalmente di mano per il passaggio di neonati da una famiglia all’altra, smentendo quello che ha scritto il tribunale di Trento che ha giustificato la sentenza con la gratuità e l’altruismo. Pende infatti il ricorso in appello, che dovrà includere nella valutazione il recente giudizio della Corte Costituzionale che ha nettamente escluso la possibilità di riconoscere in automatico la surrogazione di maternità fatta all’estero nel nostro ordinamento, dato che “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane” (272/2017 del 19 dicembre 2017).</p>



<p>Siamo in attesa di vedere se queste pesanti parole che dichiarano la surrogazione di maternità contraria ai valori della Costituzione avranno eco nel movimento LGBT, che è fermo alle prese di posizione favorevoli di alcune associazioni, mentre nettamente contraria è solo l’ArciLesbica uscita dall’ultimo congresso del 2017, che ritiene che nessun regolamento bene intenzionato possa togliere alla surrogazione di maternità il suo carattere intrinsecamente costrittivo verso le madri retribuite.</p>



<p>A parte la menzione poco articolata e argomentata della Gpa del documento politico del Gay Pride di Roma del 2017 (con l’adesione del Comitato Torino Pride) (4), solo Famiglie Arcobaleno e Certi Diritti, tra le tante componenti nazionali del movimento LGBT, hanno apertamente rivendicato la legalizzazione di questi contratti, richiedendo che il consenso della futura madre a separarsi dalla prole sia irreversibile, venendo contestualmente retribuita. È questo il succo della ‘gestazione per altri’, o surrogazione di maternità: un istituto giuridico nel quale un neonato o una neonata (più spesso gemelli, dato che in molti casi vengono impiegate tecniche di riproduzione assistita con acquisto di ovuli, per motivi legali e psicologici) nascono da una “portatrice”, non da una madre in senso legale. Sono pochi, una ventina, i Paesi che hanno introdotto questa novità giuridica: una donna che partorisce non è riconosciuta come madre quando si impegna a fare una “gestazione per altri”, nemmeno se lo vuole.</p>



<p>In California non è nemmeno necessaria una parentela genetica: si possono acquistare i gameti e mettere la “portatrice” sotto contratto diventando genitori con tutte le garanzie della legge. E se la “portatrice” cambia idea nel corso della gravidanza e vuole essere madre del bambino che ha messo al mondo? Come detto, in generale non può, anche se in alcune giurisdizioni la madre può chiedere a un tribunale di valutare “il migliore interesse” del neonato di rimanere con lei, ma dopo aver restituito tutte le somme ricevute e pagato la penale prevista. Però difficilmente i giudici – proprio come se la donna nella Gpa si trasformasse in una macchina da riproduzione (Marco Gattuso di Famiglie Arcobaleno definisce la Gpa “una tecnica”, non una gravidanza (5) – riconoscono che il migliore interesse di un neonato è quello di stare con la propria madre, anche se più povera o se prima era intenzionata a venderlo. La donna avrà qualche speranza di proseguire la sua relazione materna solo se è anche la madre genetica, altrimenti – in generale – la gravidanza per altri non è riconosciuta come fondazione di una famiglia.</p>



<p>Quando Gran Bretagna e Canada hanno introdotto la surrogazione di maternità, la “portatrice” non doveva separarsi dai figli se non lo voleva, ma oggi sulla sorte dei neonati non decide lei ma un tribunale. Con l’approvazione della Gpa l’unica parentela veramente relazionale e non solo biologica alla nascita di un essere umano, quella con la donna che l’ha ‘portato in grembo’ – cioè creato con la sua carne e il suo sangue e il suo dolore e la sua gioia – è sparita dalla legge. Questo istituto giuridico permette quindi di fare commercio di esseri umani, richiedendone la produzione in cambio di soldi da parte di donne concettualmente parificate a macchine per partorire, che agiscono come operaie della gravidanza, con l’interdetto di affezionarsi ai propri figli.</p>



<p>La linea di difesa di questo indifendibile da parte dei soggetti LGBT che dicono di essere “a favore della Gpa” è che le “portatrici” non cambiano idea, sono donne generose, libere, autodeterminate. Ma è un paradosso: firmando il contratto di Gpa si “autodeterminano” a non autodeterminarsi. Firmano un contratto che è in pratica un contratto di lavoro, e forniscono un neonato alla stregua di un prodotto, perché le donne che lo fanno senza essere retribuite sono le proverbiali mosche bianche. Che l’argomento dell’autodeterminazione delle donne sia una foglia di fico lo ha mostrato la reazione del sito di informazione gay.it (6) al fatto che in Inghilterra – dove addirittura ancora chiamano il loro modello “Gpa altruistica” – una donna si è vista un poco forzata nel suo altruismo (7).</p>



<p>Quando ha voluto continuare a essere madre, la sua autodeterminazione è stata stroncata dal tribunale a cui si sono rivolti i due aspiranti padri committenti, che ha allontanato la bimba di sei mesi dalla madre per affidarla a loro, due sconosciuti (anche il padre genetico, non avendo una relazione con la madre, era tale per la bimba). “Gpa, madre surrogata cerca di tenersi il bambino<br>di una coppia gay” ha titolato gay.it, approvando la violenza di Stato di questo allontanamento. Nell’articolo si legge: “I due uomini si sono così rivolti a un tribunale inglese, che ha riconosciuto il loro diritto a crescere il bambino” mentre la madre e il suo compagno potranno vederla una volta ogni due mesi. Quello che gay.it chiama il “diritto” dei due uomini è solo il contratto di Gpa.</p>



<p>Non si tratta quindi di autodeterminazione delle donne, ma in sostanza della creazione di un nuovo mercato in tempi di crisi (periodica) del sistema di produzione capitalistico, che è alla continua ricerca di nuovi ambiti da trasformare in compravendite con occasioni di profitto per far funzionare la sua ragione d’essere: il circuito D-M-D’. Infatti la Gpa non è un accordo tra privati, ma un contratto con valore legale: ci vogliono modifiche importanti all’ordine pubblico per ammetterlo, perché quello che si cambia è che uno status di parentela, quello materno, diventa oggetto di commercio. La transazione si fonda ideologicamente sulla prevalenza del legame genetico paterno su quello materno, e quindi per gli acquirenti funziona al meglio quando l’ovocita non è della gestante, frammentando la figura materna grazie alle tecniche di procreazione assistita.</p>



<p>Le cliniche ci fanno soldi, gli avvocati ci fanno soldi, gli intermediari che vanno a caccia di donne disponibili ci fanno soldi, le donne ‘generose’ pure ci fanno soldi, anche se può non essere questa la loro motivazione principale secondo quanto raccontano. Un bambino costa più di un automobile, e quelli ‘fabbricati’ in vitro – più costosi – sono creduti essere migliori, così come è diffusa tra i gay la visione che la loro genitorialità scelta e non capitata sia addirittura migliore di quella degli etero. È l’ideologia neoliberale e transumanista (8) al suo culmine: la scelta, la migliorabilità degli esseri umani con gli interventi tecnologici sugli embrioni, il mercato che regola al meglio anche la riproduzione frammentando i compiti: la madre che non è più tale ma è ridotta a “gestante” (9), mentre il suo neonato è considerato una tabula rasa come se si trattasse di un oggetto e non di una persona che ha già la sua importantissima relazione materna, e può così essere assegnato al migliore offerente con miglioramento della felicità di tutti (10). Addirittura c’è chi va nei Paesi poveri per risparmiare e si sente un cooperante allo sviluppo: quante povere donne indiane diventano (quasi) ricche grazie all’affitto dei loro ventri!</p>



<p>I neoliberisti che hanno approvato le rivendicazioni del movimento LGBT, diventate la patente di progressismo di quella stessa Unione europea che fa a pezzi i diritti dei cittadini in rapporto alla salute, all’istruzione, al lavoro, alle pensioni come ha fatto il renzismo in Italia, ora passano all’incasso, volendo saldare le nuove rivendicazioni del movimento LGBT alla loro missione di creazione di nuovi mercati. Da dove viene infatti questa strana richiesta del movimento LGBT? Chi ha avuto figli con la Gpa sono coppie gay piuttosto facoltose, dato che il prezzo è di diverse decine di migliaia di euro, anche più di centomila. Gli eterosessuali possono risparmiare andando in luoghi come l’Ucraina, la Russia o la Cambogia, dove le donne vengono retribuite meno, ma i gay devono andare necessariamente in Canada o negli Stati Uniti, perché sono ‘discriminati’ nell’accesso a questo istituto giuridico in quasi tutti gli Stati che lo hanno introdotto.</p>



<p>Si tratta quindi di uomini ricchi: la contrapposizione in termini di classe tra abbienti e non abbienti e la contrapposizione in termini di sesso tra uomini e donne sono fratture politiche che non risparmiano certo quell’entità apparentemente caratterizzata solo dall’orientamento sessuale (e dall’identità sessuale non conforme al proprio corpo per le o i trans) che è il movimento LGBT.</p>



<p>La contraddizione di classe e di sesso nel movimento LGBT è scoppiata prima nel settembre 2016 con la presa di posizione delle lesbiche contrarie alla regolamentazione (cioè all’introduzione) della Gpa (11) e poi con la vittoria delle tesi “A mali estremi lesbiche estreme” dell’8° congresso di ArciLesbica, avvenuto a Bologna nel dicembre 2017, che ha messo in minoranza il gruppo “Riscoprire le relazioni”, che voleva regolamentare la Gpa lasciando l’ultima parola alla gestante-madre, senza riflettere sul fatto che già in altri Paesi, come i summenzionati Canada e Gran Bretagna, questa garanzia data dalla legge è stata inevitabilmente tolta dal mercato, perché la certezza della consegna ai committenti paganti è la ragione d’essere di un istituto giuridico che si chiama appunto “gestazione&nbsp;<em>per altri</em>” (12).</p>



<p>Nel documento politico approvato si legge che: “La maternità surrogata non è una pratica né tanto meno una tecnica medica (anche se si avvale di tecniche mediche), ma è un nuovo istituto giuridico di forte impronta patriarcale che esercita un controllo sulle donne e imprime un marchio di proprietà sulle bambine e sui bambini tramite un contratto e la forza del potere economico, ripresentando la situazione tipica del periodo precedente l’emancipazione femminile, quando la madre forniva e accudiva la prole, ma non ne aveva la responsabilità genitoriale […] La maternità surrogata oggettifica i corpi femminili e legittima che parti del corpo delle donne siano trattate come merci: questo ha inevitabilmente effetti anche sul piano simbolico perché viene toccato e degradato il valore di donne e bambine/ i attribuendogli un prezzo” (13).</p>



<p>Pare che questa posizione abbia ‘messo fuori’ ArciLesbica dal movimento LGBT, tanto che la componente minoritaria è ora sollecitata a uscire dall’associazione per ricongiungersi ai gay. Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli ha scritto contro ArciLesbica che “contrasterà senza sosta le istanze di esclusione delle persone trans, le posizioni contro la genitorialità per le coppie dello stesso sesso, la negazione della libertà di autodeterminazione delle portatrici di gravidanza per altri e altre o dei/delle sex workers e il concetto eteronormativo e binario di ‘maschi vs femmine’. Queste posizioni rappresentano una piattaforma politica e valoriale totalmente incompatibile con la storia e le rivendicazioni del movimento LGBT+”.</p>



<p>A parte il fatto, non indifferente, che gran parte di queste affermazioni sono interpretazioni false e diffamatorie del documento di ArciLesbica, nessuna di queste posizioni è mai stata una rivendicazione storica del movimento LGBT, anche prima che si chiamasse in questo modo, quando c’erano i gay da una parte e le lesbiche separatiste dall’altra. Non risulta che ai tempi del caso Baby M, la prima controversia legale sulla Gpa nel 1984 negli Usa, gay e lesbiche organizzati abbiano preso posizione, tanto più che la autodeterminazione della madre di Baby M sarebbe stata tenersi la bambina – cosa che le venne negata anche se il contratto di Gpa non fu considerato valido. ArciLesbica è talmente contro l’“omogenitorialità” che rivendica l’apertura dell’adozione alle coppie dello stesso sesso, ed è così escludente nei confronti delle donne trans da tesserarle nell’associazione – una di loro ha anche firmato le tesi approvate dal congresso.</p>



<p>Il cosiddetto “sex work” non c’entra nulla, ma è un’altra bandiera fatta propria dagli LGBT come Sergio Lo Giudice, che ha depositato un disegno di legge per ammettere la prostituzione nei confronti dei disabili (detta “assistenza sessuale”): primo passo per arrivare ai regolamenti di stampo ottocentesco come quelli contro i quali in Germania oggi le stesse prostitute si mobilitano? Che differenza dovrebbe esserci infatti tra un disabile e chiunque altro, una volta stabilito un presunto ‘diritto sessuale’ all’accesso a pagamento a un corpo altrui? Come il falso ‘diritto alla genitorialità’, questo presunto ‘diritto al sesso’ significa solo la garanzia dell’accesso all’interiorità di corpi altrui, trattati come merci.</p>



<p>Infine: gay e lesbiche sono sempre stati tanto ‘insensibili’ alle differenze tra maschi e femmine da farne la causa di unione politica in quanto donne che amano altre donne e uomini che amano altri uomini! Nelle rivendicazioni elencate dal Circolo Mieli e negli atti parlamentari del presidente onorario di Arcigay sembra profilarsi una nuova alleanza di maschi, etero e omo, che danno l’assalto ai corpi femminili volendo metterli sul mercato (14). La bandiera la fornisce il neoliberismo che esalta la libertà di scelta senza volere o potere cambiare le condizioni date alle scelte. È una ben strana ‘protezione’ data dai Paesi anglosassoni, cioè quelli in cui il liberismo e il neoliberismo la fanno da padrone, alla ‘libertà’ di vendersi come si vuole, ben misera merce politica di scambio per una classe lavoratrice che perde ogni altro diritto.</p>



<p>La Gpa significa anche avere dei contenitori femminili a disposizione di chi vuol riprodursi e non può o non vuole farlo direttamente, nell’attesa dell’utero artificiale. Queste le prossime frontiere transumaniste del movimento LGBT (i cui esponenti, beninteso, non sempre sono consapevoli di aderirvi) se la linea di ArciLesbica continuerà a essere minoritaria nel movimento. Ma l’omofobia e la lesbofobia in Italia continuano anche dopo il riconoscimento pubblico delle nostre relazioni: davvero vogliamo accrescerle con le nostre stesse rivendicazioni?</p>



<p class="has-small-font-size">1) Legge 20 maggio 2016, n. 76, Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/05/21/16G00082/sg" target="_blank">http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/05/21/16G00082/sg</a><br>2) E che anzi, nel corso del dibattito legislativo sulle unioni civili ha cancellato il femminile, come mostro nel mio articolo <em>The Italian Debate about Homoparentality and Civil Unions: The Disappearance of Lesbians and Mothers</em>, in corso di stampa su rivista scientifica<br>3) La surrogazione di maternità (o gestazione per altri, Gpa) è fondamentalmente un istituto giuridico che stabilisce eccezioni all’antico principio<em> mater semper certa est</em>, che significa che la legge ha sempre riconosciuto come madre – al di là dei casi di schiavitù – la donna che ha partorito, riconoscendo e trascrivendo nel diritto il legame relazionale materno-filiale<br>4) “Chiediamo […] una legislazione che permetta la gestazione per altri anche nel nostro Paese, rispettosa della libertà di autodeterminazione delle donne che scelgono di fare le gestanti in maniera libera e consapevole”,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.romapride.it/documento-politico/" target="_blank"> https://www.romapride. it/documento-politico/</a>. Ma la Gpa è un contratto che impedisce alle donne la propria autodeterminazione, e non tiene conto del diritto dei neonati alla propria vita famigliare<br>5) http://www.giudicedonna.it/2017/numero-uno/articoli/forum/maternit%C3%A0/Gestazione%20per%20altri%20-20Gattuso.pdf<br>6) <a rel="noreferrer noopener" href="www.gay.it/attualita/news/gpa-madre-surrogata-cambia-idea.html" target="_blank">http://www.gay.it/attualita/news/gpa-madre-surrogata-cambia-idea</a><br>7) Sally Hayden, <em>Surrogate mother loses battle to keep baby from gay couple</em>, 18 novembre 2017<br>8) Il transumanesimo afferma che l’umano e la Natura sono migliorabili grazie allo sviluppo della tecnologia. Tutto quello che vediamo testimonia del contrario: l’impegno incessante degli attori del mercato capitalistico per tramutare ogni cosa in denaro distrugge gli equilibri del vivente<br>9) La cultura del patriarcato, che assorbiamo dalla nascita, trasmette disprezzo per quello che fanno le donne, come se mettere al mondo riguardasse la materia bruta, scrive Mariam Irene Tazi-Preve in <em>Motherhood under patriarchy </em>(Stoccarda, Budrich 2013)<br>10) Come sostiene la scuola Law and Economics dell’Università di Chicago, vedi: Landes, William M., e Richard A. Posner. 1978. “The economics of the baby shortage”. The Journal of Legal Studies 7(2): 323-348<br>11)<em> Lesbiche contro la GPA: Nessun regolamento sul corpo delle donne</em>, La Repubblica, 26 settembre 2016, <a rel="noreferrer noopener" href="http://download.repubblica.it/pdf/2016/cronaca/no-regolamenti.pdf" target="_blank">download. repubblica.it/pdf/2016/cronaca/no-regolamenti.pdf</a><br>12) Ci sono anche eminenti esponenti del movimento gay contrari alla Gpa, come Aurelio Mancuso, Giampaolo Silvestri e Giovanni Dall’Orto, <a rel="noreferrer noopener" href="https://giovannidallorto.wordpress.com/2017/10/05/contro-la-gestazione-per-altri-gpa/" target="_blank">https://giovannidallorto.wordpress.com/2017/10/05/contro-la-gestazione-per-altri-gpa/</a><br>13) <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.arcilesbica.it/wp-content/uploads/2015/12/a-mali-estremi-lesbiche-estreme_2017.pdf" target="_blank">http://www.arcilesbica.it/wp-content/uploads/2015/12/a-mali-estremi-lesbiche-estreme_2017.pdf</a><br>14) Cfr. Giovanna Baer,<em><a href="http://rivistapaginauno.it/padri-a-tutti-i-costi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> Padri a tutti i costi</a></em>, Paginauno n. 47/2016</p>
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