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	<title>Giovanna Baer &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Giovanna Baer &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>It’s just a heartbeat. Il diritto all’aborto negli USA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
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					<description><![CDATA[a legge federale e quella del Texas che a maggio ha di fatto reso impossibile l’interruzione di gravidanza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La legge federale e quella del Texas che a maggio ha di fatto reso impossibile l’interruzione di gravidanza</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 18 maggio scorso il governatore Repubblicano dello Stato del Texas, Greg Abbott, ha firmato una misura che proibisce di abortire dopo la sesta settimana di gravidanza, e che si applica anche in caso di stupro o incesto. La legge, nota come Heartbeat Act, è entrata in vigore il primo settembre e impone di portare a termine ogni gravidanza che abbia raggiunto lo stadio in cui, attraverso un’ecografia transvaginale, sia possibile avvertire il battito del cuore (<em>heartbeat</em>) del feto, il che avviene appunto intorno alle sei settimane. L’unica eccezione ammessa è il caso in cui la gestazione metta in pericolo la vita della madre (1). Se si tiene conto che per accorgersi di essere incinta servono almeno quattro settimane (necessarie per completare un ciclo mestruale), che per prenotare un’ecografia negli USA serve una settimana come minimo e altrettanto per fissare l’intervento di interruzione di gravidanza, si capisce come questa legge possa di fatto impedire alle donne del Texas il diritto di aborto, diritto che gli Stati Uniti riconoscono a livello federale dal 1973.</p>



<p>La nuova norma, e in ciò è unica nel suo genere, dispone inoltre che siano i privati cittadini (e non il sistema penale) a far rispettare il divieto, stabilendo che ogni cittadino texano può intentare una causa civile a chiunque “esegua o faciliti un aborto illegale”, ottenendo, in caso di vittoria, almeno 10.000 dollari per “danni” (<em>statutory damages</em>) e il rimborso delle spese legali.</p>



<p>La promulgazione della nuova legge ha causato l’indignazione del presidente Biden (peraltro cattolico) e di altri importanti esponenti democratici, e ha rapidamente coinvolto tutti e tre i rami del governo in una battaglia costituzionale che in molti pensavano si fosse risolta quasi cinquant’anni fa. Biden ha denunciato gli “impatti devastanti” della legge, mentre la presidente della Camera Nancy Pelosi si è scagliata contro quello che ha definito un “sistema di vigilanti che riscuotono taglie”. Tuttavia la Corte Suprema degli Stati Uniti (a maggioranza Repubblicana dalla morte di Ruth Baden Ginsburg, avvenuta alla fine della presidenza Trump), a cui una coalizione di gruppi pro-aborto guidata dal Center for Reproductive Rights aveva chiesto di bloccare lo Heartbeat Act in via emergenziale, si è pronunciata a favore del Texas (2). Nelle sue motivazioni la Corte ha sostenuto che il problema in discussione non fosse quello della costituzionalità della legge, ma se esistessero le condizioni di emergenza per sospenderne l’attuazione, e secondo la Corte queste condizioni non esistevano: “Sebbene la Corte rigetti oggi la richiesta di sospensione, essa sottolinea che ciò non può essere interpretato come un’opinione a favore della costituzionalità della legge in esame. Ma, anche se la Corte non affronta (oggi) il problema della costituzionalità di questa legge, essa si riserva il diritto di farlo senza indugi qualora la questione le venga (in futuro) presentata adeguatamente”. Un’affermazione un po’ pilatesca che può suonare sia da invito che da avvertimento.</p>



<p>Dunque oggi in Texas una donna ha circa due settimane per accorgersi di essere incinta, confermare la gravidanza con un test, prendere una decisione su cosa fare del suo futuro ed eventualmente fissare l’intervento di interruzione di gravidanza. Secondo la dottoressa Jennifer Villavicencio dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (l’associazione di categoria dei professionisti in ginecologia e ostetricia), “molte donne possono non prestare attenzione alla data dei loro periodi mestruali o possono avere cicli irregolari. È estremamente possibile e molto frequente che si raggiunga la sesta settimana di gestazione senza sapere di essere incinta”. Inoltre, aggiunge la dottoressa, il battito delle prime settimane non è un vero e proprio battito cardiaco: “È un’attività elettrica del cuore, ma le valvole cardiache non si sono ancora formate”. Le valvole cardiache sono quattro e si aprono e chiudono a ogni battito in maniera coordinata, facendo in modo che il flusso di sangue si muova in una sola direzione attraverso il cuore, prevenendone il reflusso. Senza le valvole, in altri termini, il cuore non è in grado di esercitare la sua funzione: pompare il sangue. Di conseguenza l’espressione “battito cardiaco fetale” in questo caso non è accurata scientificamente, poiché il termine ‘feto’ non è usato nella letteratura medica fino alla fine della decima settimana di gravidanza, e prima di allora il termine standard è ‘embrione’. Infine, la presenza del battito rilevato dall’ecografia a quattro settimane non garantisce in alcun modo che il feto sia in buona salute e tanto meno che sia in grado di svilupparsi (3).</p>



<p>Secondo le strutture sanitarie che praticano l’aborto in Texas, l’85% delle pazienti sono incinte da più di sei settimane e si vedrebbero negare oggi il diritto a interrompere la gravidanza. Fra queste, la nuova legge creerà ostacoli insormontabili per le fasce più vulnerabili: le adolescenti, che spesso non si rendono conto di essere incinte fino a gravidanza inoltrata e che hanno comunque bisogno del permesso di un genitore o di un tutore per accedere alle procedure abortive (ogni anno in Texas rimangono incinte circa 35.000 donne di età inferiore ai vent’anni) (4); le persone a basso reddito, che non possono permettersi il costo della procedura; le donne di colore, che rappresentano circa il 70% di tutte coloro che fanno ricorso all’aborto in Texas (dati del 2019); e le immigrate senza documenti, che non possono muoversi liberamente sul territorio.</p>



<p>Tuttavia ciò che rende davvero mostruosa la legge texana è il sistema di implementazione, basato sulle denunce dei privati, in una sorta di caccia alle streghe abortiste e ai loro aiutanti malvagi, col risultato che chiunque sia coinvolto nell’interruzione di gravidanza, anche chi accompagna la donna in ospedale o le organizzazioni <em>no profit</em> che forniscono alle non abbienti il denaro per pagare la procedura, possono essere citati in giudizio per denaro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’aborto nella storia e nel mondo</h4>



<p>Nel corso dei secoli il diritto difficilmente ha garantito alle donne l’assoluta libertà di disporre del proprio corpo per quanto concerne la gravidanza. Come è comprensibile, il fatto che portare a termine la gestazione sia il fattore indispensabile per la prosecuzione della specie (o della discendenza) ha spinto le istituzioni a limitare in qualche modo il ricorso all’aborto fin dagli albori degli ordinamenti giudiziari. In generale, abbracciando il panorama complessivo dell’evoluzione storica, si può sinteticamente affermare che in tutti gli ordinamenti l’aborto provocato contro la volontà della donna o della sua famiglia è sempre stato colpito a vario titolo con qualche tipo di sanzione (molto diverse per natura e per intensità); al contrario, la punibilità dell’aborto volontario ha seguito una sorta di parabola, a grandi linee, in cui il punto di partenza e quello d’arrivo presentano alcune marcate analogie. </p>



<p>Presso i popoli primitivi, nonostante il culto abbastanza diffuso della fertilità femminile, la pratica dell’aborto (e anche dell’infanticidio), sia come mezzo per limitare l’eccessiva espansione delle famiglie, sia per altre finalità, è ben conosciuta e non sembra che comportasse interventi repressivi della comunità (5). Nell’antichità classica il diritto greco non considera un reato l’aborto volontario (e nemmeno l’abbandono del nato), ma la decisione sul controllo delle nascite passa in mani maschili: l’interruzione di gravidanza deve essere consentita dal capo della famiglia, come pure nel diritto romano (almeno fino ai cambiamenti introdotti dal cristianesimo) in cui l’aborto non viene considerato reato, a patto che venga approvato dal <em>pater familias</em> cui spetta lo <em>ius vitae ac necis</em> sui figli e, fino a buona parte dell’epoca imperiale, il diritto di “esporre” i bambini nati da poco. Il quadro muta radicalmente con il diffondersi delle grandi religioni monoteiste.</p>



<p>In Occidente, secondo le leggi dell’Europa cristiana medievale e moderna, l’aborto volontario costituisce reato, punibile addirittura con la morte qualora il feto sia “animato”, poiché i movimenti all’interno del grembo materno sono considerati la prova non solo della vitalità del feto, ma anche del fatto che esso sia stato dotato dell’anima (6), e con pene minori qualora non lo sia ancora (la <em>common law</em> inglese ritiene invece punibile, e in modo lieve, solo l’aborto di feto animato). Nell’età delle riforme (secoli XVIII e XIX) le legislazioni di tutti i Paesi cristiani mantengono fermo il carattere criminoso dell’aborto volontario senza più fare distinzioni tra le fasi della gravidanza in cui l’aborto interviene (esso è sempre punibile allo stesso modo), ma mitigando il regime sanzionatorio (in genere da 1 a 5 anni di reclusione); fanno eccezione gli Stati Uniti, in cui non viene punita la donna ma quanti l’abbiano aiutata ad abortire. Ovunque l’unica causa legalmente riconosciuta per interrompere una gravidanza è la stretta necessità di salvare la vita della madre (7).</p>



<p>Agli inizi del Novecento l’espandersi del colonialismo con il conseguente dominio occidentale sul globo ha fatto in modo che il trattamento giuridico dell’aborto volontario venisse esportato praticamente in tutti gli ordinamenti (anche in Paesi culturalmente diversissimi come la Cina e il Giappone). Questa generale uniformità di indirizzi si mantiene sostanzialmente stabile per quasi tutto il Novecento, ma le politiche rigorosamente repressive nei confronti dell’aborto vengono accompagnate dal progressivo abbandono delle sanzioni penali, il che per alcuni aspetti riporta il diritto contemporaneo su posizioni che erano state caratteristiche dell’antichità classica. Si è constatato innanzitutto che il divieto penale sospinge inesorabilmente nella clandestinità la procedura di interruzione di gravidanza. Tale condizione di clandestinità comporta pericoli gravi per la salute e per la vita delle gestanti, specie di quelle delle classi povere. Del resto nemmeno nei periodi in cui la punizione era severa, e persino tremenda, il diritto è riuscito a fermare il flusso sempre imponente degli aborti volontari. Così si è ritenuto che forse sarebbe riuscito ad arginarlo l’opera di consultori e di servizi pubblici intesi a persuadere la donna a partorire e ad aiutarla nel mantenimento e l’educazione dei figli. Questa coscienza ha finito col richiedere dunque (<em>obtorto collo</em>) una liberalizzazione, più o meno larga, della legge sull’aborto.</p>



<p>Oggi la maggior parte degli ordinamenti dei Paesi sviluppati considera che la donna possa liberamente scegliere di interrompere la gravidanza nel primo trimestre (con alcune restrizioni nei periodi successivi), oppure, come avviene in Europa, stabilisce che l’aborto possa essere praticato qualora ricorrano talune “indicazioni” o circostanze giustificanti: l’indicazione <em>terapeutica</em> (quando si tratta di tutelare non solo la vita, ma anche, eventualmente, la semplice salute fisica o psichica della donna); l’indicazione <em>eugenica</em> (in caso di malformazione del feto); l’indicazione <em>etica</em> (nei casi di stupro e incesto); e l’indicazione <em>sociale</em> (quando per la donna sarebbe troppo gravoso, per le condizioni economiche o ambientali in cui vive, portare a termine la gravidanza). </p>



<p>Non sfugge che la logica delle “indicazioni” limita decisamente, almeno in teoria, la libertà della donna di abortire: quante sono le donne che hanno davvero una ragione fra quelle contemplate per interrompere la gravidanza rispetto a quelle che, semplicemente, non vogliono diventare madri? E cosa dovrebbe accadere a quante sono rimaste incinte per errore o per leggerezza? Si dovrebbe costringerle a portare avanti la gravidanza? In questi casi il diritto di aborto viene garantito attraverso un’interpretazione “elastica” delle indicazioni (specialmente quella terapeutica – in relazione alla tutela della salute psichica – e quella sociale), da parte di coloro che sono chiamati ad accertare l’esistenza delle circostanze giustificanti. La maggior parte delle donne nei Paesi occidentali che non è disposta a portare a termine la gestazione si trova dunque a dover dipendere dalla disponibilità di qualcuno (medici, assistenti sociali) per disporre liberamente del proprio corpo. Ma ciò non avviene negli Stati Uniti, in cui il famoso diritto di scelta è garantito davvero. O almeno lo era fino a oggi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’aborto negli USA</h4>



<p>L’aborto volontario rappresenta un nodo in cui si intrecciano filosofia, morale, politica e diritto. Dal punto di vista morale, il problema centrale è come considerare la natura del concepito. Quando un feto diventa una persona? Alla nascita? Quando è in grado di sopravvivere (grazie alla tecnologia medica) fuori dal corpo della madre? O, come crede il legislatore texano, quando esiste il “battito fetale”? Dal momento in cui il feto viene considerato una persona, ovviamente esso merita il rispetto che si attribuisce agli esseri umani già nati, e dovrebbe beneficiare in particolare della tutela giuridica che definisce le situazioni eccezionali in cui è lecito sopprimere un altro essere umano. Nella tradizione occidentale questi casi sono pochissimi: lo stato di necessità, cioè quando il sacrificio sia strettamente indispensabile per salvare, nelle circostanze ineludibili della situazione, un’altra vita umana; la legittima difesa, ove vi sia un aggressore che minaccia ingiustamente la vita altrui o un altro bene di pari o simile rilievo; in caso di guerra, ove si tratta di respingere un’ingiusta aggressione a diritti o interessi collettivi di primaria importanza; e infine il caso (se e nella misura in cui lo si ammette) della pena di morte, ove si infligge quello che si ritiene il male supremo a chi si sia macchiato di delitti atroci. Se si considera pienamente persona anche il concepito non nato, è evidente che la sua volontaria soppressione potrà essere giustificata solo nel primo caso, cioè quando l’aborto sia assolutamente necessario per salvare la vita della madre.</p>



<p>Il problema muta, ma non scompare, risolvendo in modo diverso il nodo filosofico della natura del concepito e del momento in cui il feto acquisisce quella <em>personalità</em> (in senso giuridico) cui si ricollega il dovere di rispettarne la vita. Anche se volessimo aderire alle correnti principali della filosofia laica contemporanea che attribuiscono solo all’essere umano nato e vivente la caratteristica di persona, il problema etico dell’aborto non sarebbe risolto, perché il concepito è una concreta “potenzialità” di un futuro essere umano autocosciente, e rappresenta quindi, in una prospettiva morale, un bene il cui sacrificio non potrebbe ammettersi se non a vantaggio di valori superiori. Sotto questo aspetto, nelle diverse valutazioni morali che ammettono o non ammettono, a seconda delle circostanze, l’aborto, si riflettono, come in uno specchio, le diverse scale di valori di chi è chiamato a giudicare la sua liceità. Per esempio, chi ritiene che la vita di un bimbo affetto da sindrome di Down non sia degna di essere vissuta sarà a favore dell’aborto eugenetico; le famiglie a basso reddito potrebbero ritenere etico abortire, se una bocca da sfamare in più mettesse a rischio la sopravvivenza di tutti; oppure, a livello collettivo, una nazione potrebbe ritenere che l’interesse pubblico di contenere l’espansione demografica debba prevalere sul desiderio di maternità delle singole donne o, all’opposto, che la necessità di nuovi nati debba prevalere sulla loro volontà di abortire.</p>



<p>In questo scenario culturale si inserisce l’ideologia politica dello Stato liberaldemocratico contemporaneo, che attribuisce massima importanza alla libera determinazione della persona nelle sfere della cultura e della vita intima, e considera pertanto da respingere ogni intervento autoritario a favore dell’autodeterminazione individuale, salvo casi marginali in cui l’intervento sia necessario per assicurare la pacifica convivenza tra i cittadini o per salvare valori collettivi assolutamente supremi e urgentissimi.</p>



<p>Ed è proprio in queste considerazioni politiche la <em>ratio</em> più profonda di <em>Roe v. Wade</em> (8), la sentenza con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha affermato la libertà costituzionale della donna di abortire nei primi due trimestri della gravidanza: una sentenza storica, che non ha preteso di risolvere il problema filosofico della natura del feto né di avanzare suggerimenti circa la moralità di qualsiasi tipo di aborto, ma che si è limitata a circoscrivere l’ambito di intervento dello Stato – è sulla base di questa distinzione tra diritto e moralità che un membro cattolico della Corte Suprema dell’epoca come il giudice William Joseph Brennan Jr., in dissenso con la dottrina della Chiesa, ha votato a favore della sentenza. La decisione riguarda il caso di Norma McCorvey – identificata nella causa con lo pseudonimo di Jane Roe – che nel 1969, a soli ventuno anni, rimase incinta del suo terzo figlio. </p>



<p>La donna voleva abortire, ma viveva in Texas, dove l’aborto era illegale. Gli amici le consigliarono di affermare di essere stata violentata da un gruppo di uomini di colore per ottenere un aborto legale, ma a causa della mancanza di prove lo schema non ebbe successo, e la stessa McCorvey in seguito ammise che si trattava di una montatura (9). La donna tentò allora di abortire clandestinamente, ma la clinica che le era stata indicata era stata chiusa dalle autorità. Il suo medico, Richard Lane, la indirizzò presso Henry McCluskey, un avvocato di Dallas specializzato in adozioni, ma Norma dichiarò di essere interessata soltanto a un aborto. Alla fine incontrò Sarah Weddington e Linda Coffee, due avvocati che cercavano donne incinte che volessero interrompere la gravidanza per fare causa allo Stato e modificare la legislazione sull’aborto. Queste intentarono per suo conto una causa presso la Corte federale degli Stati Uniti contro il procuratore distrettuale locale, Henry Wade, sostenendo che le leggi sull’aborto del Texas erano incostituzionali, e vinsero.</p>



<p>La sentenza, contro cui Wade ricorse in appello, approdò alla Corte Suprema degli Stati Uniti la quale, nel gennaio del 1973, con una decisione di 7 a 2, stabilì che scegliere di abortire riguarda la vita privata di una donna, e come tale questa decisione è protetta dal diritto alla privacy fissato dal Quattordicesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. La Corte ha tuttavia chiarito che il diritto alla privacy non può essere assoluto, e che devono prendersi nella giusta considerazione sia il diritto alla salute della donna che gli interessi della vita prenatale.</p>



<p> Il problema è stato risolto regolando l’aborto in modo diverso sulla base dei trimestri di gravidanza: durante il primo trimestre, le donne sono del tutto libere di decidere di abortire, e i governi statali non possono porre nessuna limitazione alla volontà individuale; durante il secondo trimestre, i governi possono limitare il diritto di aborto sulla base di ragionevoli motivazioni sanitarie; mentre durante il terzo trimestre gli aborti possono essere proibiti del tutto, purché le leggi statali contengano eccezioni per preservare la vita o la salute della madre. La Corte Suprema classifica inoltre il diritto di scelta come “fondamentale”, il che comporta che i tribunali chiamati a pronunciarsi sulla costituzionalità delle leggi sull’aborto eventualmente contestate debbano applicare lo standard dello “strict scrutiny” nelle loro valutazioni (10). La Corte stabilisce tuttavia che i medici e il personale paramedico, anche di ospedali pubblici, non possono essere obbligati per legge a effettuare aborti a meno che la gestante non sia in pericolo di vita (11).</p>



<p>La sentenza destò scandalo in gran parte della cittadinanza statunitense e di fatto spaccò l’elettorato in “abortisti” e “antiabortisti” (facenti riferimento a grandi linee al partito Democratico i primi, a quello Repubblicano i secondi), e generò un livello di conflittualità sull’argomento che si è prolungato, o addirittura inasprito (si pensi agli atti terroristici contro le cliniche che praticano aborti), fino ai giorni nostri. Nel 1992 la Corte Suprema ha rivisitato e modificato parzialmente le decisioni legali di <em>Roe</em> con la sentenza <em>Planned Parenthood v. Casey</em>, riaffermando che il diritto di una donna di scegliere di abortire è costituzionalmente protetto, ma abbandonando il quadro dei trimestri in favore di uno standard basato sulla vitalità del feto, e annullando il requisito dello <em>strict scrutiny</em> in caso di revisione giudiziaria. Se l’abbandono dei trimestri in favore della vitalità fetale tiene conto dei progressi medici e tecnologici in campo ginecologico (uno su tutti l’ecografia come controllo di routine), l’abbandono dello strict scrutiny apre effettivamente la porta a possibili scenari revisionisti della norma, ovviamente in senso limitativo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’attacco all’aborto</h4>



<p>Il Texas non è il primo Stato americano ad aver approvato una Heartbeat Bill. Ha cominciato il Nord Dakota nel 2013, ma nel 2015 la legge è stata dichiarata incostituzionale secondo il precedente stabilito da Roe v. Wade. Nel 2018 undici Stati hanno proposto disegni di legge sul battito cardiaco, approvati nel corso del 2019, fra cui Ohio, Georgia, Louisiana, Missouri, Alabama, Kentucky, South Carolina e Texas (la cosiddetta <em>Bible Belt</em>), mentre Utah e Arkansas hanno votato per limitare l’ammissibilità della procedura di interruzione alla metà del secondo trimestre. A eccezione di quella del Texas, a oggi tutte queste leggi sono bloccate da cause legali. </p>



<p>Secondo il Guttmacher Institute (un’organizzazione di ricerca pro-choice fondata nel 1968 il cui scopo è lo studio, l’educazione e la promozione della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi) “i politici statali stanno testando i limiti di ciò che la nuova maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti potrebbe permettere e stanno gettando le basi per il giorno in cui le protezioni costituzionali federali per l’aborto saranno indebolite o eliminate completamente” (12). Tra l’altro la formulazione della norma texana, stabilendo che siano i privati cittadini e non il governo a far rispettare la legge, pare avere un punto di forza aggiuntivo: come scrive il Texas Tribune, “i sostenitori del disegno di legge sperano che questa nuova clausola impedisca le cause legali contro la norma, poiché senza funzionari statali che facciano rispettare il divieto, non ci sarà nessuno che i gruppi per i diritti delle donne possano portare in tribunale” (13).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://capitol.texas.gov/tlodocs/87R/billtext/pdf/HB01515I.PDF" target="_blank">https://capitol.texas.gov/tlodocs/87R/billtext/pdf/HB01515I.PDF</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.supremecourt.gov/opinions/20pdf/21a24_8759.pdf">https://www.supremecourt.gov/opinions/20pdf/21a24_8759.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">3)<strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2021/09/01/health/texas-abortion-law-facts.html?name=styln-texas-abortion&amp;region=TOP_BANNER&amp;block=storyline_menu_recirc&amp;action=click&amp;pgtype=Article&amp;variant=show&amp;is_new=false">https://www.nytimes.com/2021/09/01/health/texas-abortion-law-facts.html?name=styln-texas-abortion&amp;region=TOP_BANNER&amp;block=storyline_menu_recirc&amp;action=click&amp;pgtype=Article&amp;variant=show&amp;is_new=false</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://worldpopulationreview.com/state-rankings/teen-pregnancy-rates-by-state" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://worldpopulationreview.com/state-rankings/teen-pregnancy-rates-by-state</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) D.Visca, <em>Il sesso infecondo. Contraccezione, aborto, infanticidio nelle società tradizionali</em>, Roma 1977</p>



<p class="has-small-font-size">6) Tommaso d’Aquino, <em>Summa Theologica</em>, I, Q. 118, artt. 1-3 </p>



<p class="has-small-font-size">7) J.Van der Tak, <em>Abortion, fertility and changing legislation</em>, Lexington, 1974 </p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.law.cornell.edu/supremecourt/text/410/113">https://www.law.cornell.edu/supremecourt/text/410/113</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. McCorvey, <em>Won by Love,</em> Thomas Nelson Publishers, 1997 </p>



<p class="has-small-font-size">10) Negli Stati Uniti lo <em>strict scrutiny</em> è lo standard di revisione giudiziaria più rigoroso. Per soddisfarlo, il legislatore deve dimostrare di aver approvato la legge che viene contestata per promuovere un “interesse governativo impellente” e che la legge sia stata disegnata proprio per raggiungere quell’interesse, cfr. <a href="https://www.law.cornell.edu/wex/strict_scrutiny#:~:text=To pass strict scrutiny%2C the,the constitutionality of governmental discrimination" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.law.cornell.edu/wex/strict_scrutiny#:~:text=To%20pass%20strict%20scrutiny%2C%20the,the%20constitutionality%20of%20governmental%20discrimination</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Questo diritto del medico all’obiezione di coscienza è presente in tutte le leggi liberalizzatrici in vigore negli ordinamenti dei Paesi occidentali </p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. <a href="https://www.guttmacher.org/article/2021/04/2021-track-become-most-devastating-antiabortion-state-legislative-session-decades">https://www.guttmacher.org/article/2021/04/2021-track-become-most-devastating-antiabortion-state-legislative-session-decades#</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.texastribune.org/2021/05/18/texas-heartbeat-bill-abortions-law/" target="_blank">https://www.texastribune.org/2021/05/18/texas-heartbeat-bill-abortions-law/</a> </p>
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		<title>La cancel culture e il woke capitalism</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-cancel-culture-e-il-woke-capitalism/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021) I valori progressisti come strumento di branding delle imprese, il “radicalismo sociale” e il “radicalismo economico” Il 7 luglio dello scorso anno un gruppo di giornalisti, scrittori e docenti universitari (e fra loro alcune delle più celebrate menti del dibattito civile americano, fra cui Noam Chomsky) ha pubblicato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>I valori progressisti come strumento di branding delle imprese, il “radicalismo sociale” e il “radicalismo economico”</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 7 luglio dello scorso anno un gruppo di giornalisti, scrittori e docenti universitari (e fra loro alcune delle più celebrate menti del dibattito civile americano, fra cui Noam Chomsky) ha pubblicato su Harper’s Magazine un documento condiviso dal titolo <em>A letter on justice and open dibate</em> (“Una lettera sulla giustizia e la libertà di dibattito”) (1) che ha fatto molto discutere. La lettera parla di una dinamica esplosa sulla scena pubblica americana solo in tempi recenti, ma i cui effetti – secondo i firmatari – rischiano di paralizzare l’esercizio del libero pensiero. Le istituzioni culturali statunitensi stanno in effetti affrontando un momento di dura prova. </p>



<p>Le proteste per la giustizia razziale di Black Lives Matter e in generale dei movimenti che chiedono una maggiore uguaglianza e inclusione sociale sono riuscite a ottenere grandi risultati (per esempio la riforma dei Corpi di polizia), ma hanno anche “intensificato una nuova serie di atteggiamenti morali e di impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme sulla libertà di espressione e di tolleranza delle differenze in favore del conformismo ideologico”. Il libero scambio di informazioni e idee, la linfa vitale di una società liberale, sta diventando ogni giorno più ristretto, sostituito, secondo i firmatari, dall’intolleranza verso i punti di vista opposti, il facile ricorso alla pubblica gogna e all’ostracismo, e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in un’accecante certezza morale. </p>



<p>“I redattori vengono licenziati per aver pubblicato pezzi controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti viene impedito di scrivere su certi argomenti; i professori vengono indagati per aver citato opere di letteratura in classe; un ricercatore viene licenziato per aver fatto circolare uno studio accademico sottoposto a revisione paritaria; e i capi delle organizzazioni vengono estromessi per quelli che a volte sono solo errori maldestri. Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare incidente, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie”.</p>



<p>La lettera si riferisce alla cosiddetta <em>cancel culture</em>, un termine che deriva dallo slang afroamericano e si è diffuso su Black Twitter (2) per significare la decisione personale, talvolta seria, talvolta scherzosa, di ritirare il supporto dato in precedenza a una persona o a una causa. Intorno al 2015, il movimento femminista #MeToo ha fatto sua questa forma di protesta e l’ha utilizzata nella sua battaglia contro i predatori sessuali, come Harvey Weinstein o Robert Kelly. Da allora, la cancel culture è vista, soprattutto in prospettiva liberal, come lo strumento ideale per dar voce alle minoranze (le donne, i singoli gruppi razziali, i movimenti lgbt, ecc.), che possono, attraverso l’enorme cassa di risonanza del web, denunciare abusi e chiedere a coloro che detengono ricchezza, potere e privilegi di assumersi finalmente le proprie responsabilità e rimediare alle ingiustizie. Come scriveva l’opinionista nera Danielle Butler nel 2018: “What people do when they invoke dog whistles like ‘cancel culture’ is illustrate their discomfort with the kinds of people who now have a voice and their audacity to direct it towards figures with more visibility and power” (3). Purtroppo, i social media sono passati molto velocemente dal chiedere responsabilità (<em>accountability</em>) a pretendere che i cattivi (reali o immaginari) vengano puniti per le loro colpe (anche d’opinione) immediatamente, in modo esemplare e senza contraddittorio.</p>



<p>Ligaya Mishan del New York Times (4) spiega che l’azione di denuncia iniziale è deflagrata in una vasta gamma di interventi on e off line (dalle minacce allo stalking, dall’ostilità all’intimidazione, per arrivare in qualche caso addirittura alle lesioni personali) portati avanti nei confronti di individui percepiti come “tossici” (cioè il cui pensiero o comportamento viene ritenuto pericoloso da una determinata comunità di individui), con l’obiettivo di convincere il presunto reo a fare ammenda e a “non peccare più”, oppure a essere permanentemente bannato dai circoli sociali. La cancel culture, in altre parole, si è trasformata in una moderna caccia alle streghe.</p>



<p>Il 28 maggio dello scorso anno, David Shor, un analista politico, ha avuto l’idea di pubblicare via Twitter una considerazione. Era passato poco tempo dalla morte di George Floyd, e accanto a pacifiche proteste di massa si erano verificati molti saccheggi e altri atti vandalici sia a Minneapolis che altrove. Shor, citando una ricerca del politologo di Princeton Omar Wasow, ha suggerito che la reazione dell’elettorato moderato a questi gesti violenti avrebbe potuto aiutare la rielezione di Trump (5). Ari Trujillo Wesler, la fondatrice di OpenField, una app di propaganda democratica, lo ha subito accusato in una serie di tweet di essere “anti-nero”. Il giorno seguente Shor si è scusato per il tweet (e perché mai?, ci chiediamo) e tuttavia poco dopo è stato licenziato. Shor ha firmato un accordo di non divulgazione che gli impedisce di parlare liberamente della vicenda, e Civis, la società per cui lavorava, non intende commentare, ma la <em>consecutio temporum</em> degli avvenimenti non lascia spazio a dubbi (6).</p>



<p>Emmanul Cafferty è un uomo alto, calmo e muscoloso, sulla quarantina, nato e cresciuto in una comunità operaia multirazziale a sud di San Diego, e lavorava come autista per la San Diego Gas &amp; Electric Company. Alla fine di una giornata di lavoro del giugno 2020 stava guidando verso casa sul suo camioncino, con un braccio fuori dal finestrino, quando una macchina l’ha pericolosamente superato a un incrocio. Al semaforo successivo il guidatore lo ha aspettato e ha iniziato a insultarlo facendogli il gesto che significa “ok” e fotografandolo con lo smartphone, al che Cafferty, perplesso, gli ha ricambiato il gesto e se ne è andato sperando di togliersi dai guai (7). </p>



<p>Due ore dopo Cafferty è stato chiamato dal suo capo: gli è stato comunicato che qualcuno aveva postato su Twitter delle foto che lo ritraevano alla guida del furgone della società mentre faceva il gesto dell’“ok” alla telecamera, un gesto che, secondo il misterioso delatore, era “tipico dei suprematisti bianchi” (8), e dozzine di persone stavano chiamando la società per chiedere le sue dimissioni. Alla fine della telefonata il malcapitato si è ritrovato sospeso senza stipendio e il lunedì successivo è stato licenziato in tronco. Tuttavia sarebbe stato perlomeno strano che Cafferty simpatizzasse per la supremazia bianca: le sue origini sono al 75% latine (lo sono sia la madre che la nonna paterna), non si è mai interessato di politica (non è nemmeno iscritto al registro elettorale) e la San Diego Gas &amp; Electric Company, a cui ha fatto causa, non è riuscita a presentare in tribunale alcun precedente razzista che lo riguardi. Eppure, il suo impiego non gli è stato ancora restituito.</p>



<p>Isabel Fall ha pubblicato nel 2020 sulla rivista Clarkesworld un racconto intitolato <em>I Sexually Identify as an Attack Helicopter</em> (“Mi identifico sessualmente in un elicottero d’attacco”), che parla della disforia di genere, cioè del malessere che si sperimenta quando non ci si riconosce nel proprio sesso biologico. Il racconto ha fatto infuriare molti lettori: la Fall è stata accusata di transfobia, è stata molestata, i suoi dati personali sono stati pubblicati online ed è stata bannata dai social media. Peccato che Isabel Fall fosse lo pseudonimo usato da una scrittrice trans per raccontare la sua lotta personale alla disforia di genere, e che la vicenda l’abbia obbligata a rivelare la sua vera identità e a fare outing per difendersi dalle accuse (9).</p>



<p>Niel Golightly, 62 anni, il capo delle comunicazioni della compagnia aerea Boeing, si è dimesso il 2 luglio del 2020 con una lettera di scuse per un articolo che aveva pubblicato nel 1987, quando era un giovane ufficiale di Marina. In quest’articolo, Golightly si schierava contro la presenza delle donne nell’esercito americano. Un dipendente molto zelante ha portato all’attenzione dei vertici della società il vecchio pezzo (peraltro scritto in un periodo in cui l’argomento era culturalmente molto controverso, anche da parte femminile), chiedendo la testa del dirigente. Dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis nel mese di maggio, l’amministratore delegato della Boeing, David Calhoun, aveva dichiarato che l’azienda non avrebbe tollerato “bigottismi di qualsiasi tipo” e che la società avrebbe “raddoppiato la determinazione per eliminare comportamenti che violano i nostri valori e feriscono i nostri colleghi”. </p>



<p>“L’articolo che ho scritto – e che conteneva opinioni che ho successivamente cambiato – è una lettura dolorosa. Dolorosa perché [queste opinioni] sono sbagliate. Dolorosa perché sono offensive per le donne” afferma Golightly nella lettera di dimissioni, pubblicata sul New York Times (10). Sempre Golightly ha dichiarato in un’intervista successiva che le opinioni che ha espresso quando era un giovane pilota non rappresentano in alcun modo ciò in cui crede oggi, e che le persone dovrebbero avere spazio per maturare e cambiare le loro idee man mano che le loro carriere progrediscono senza essere giudicati per ciò che pensavano decenni fa. Del resto, quante opinioni degli americani del 1987 reggerebbero a un esame secondo gli standard di oggi?</p>



<p>Gli esempi possibili di <em>cancel culture</em> sono tantissimi, e il boicottaggio non si ferma a persone che vivono nel presente, ma si estende a personaggi storici, libri, opere d’arte, in uno sforzo a tutto tondo di riscrivere la storia: le statue di George Washington e Thomas Jefferson vengono divelte o imbrattate perché i due Padri Fondatori possedevano schiavi, libri contro la discriminazione razziale come <em>Huckleberry Finn</em> di Tom Sawyer e <em>How to Kill a Mockbird</em> (<em>Il buio oltre la siepe</em>) di Harper Lee vengono tolti dalla lista dei libri di scuola perché contengono la “n word”(nigger), il film <em>Via col vento</em> (vincitore di nove premi Oscar) è stato rimosso dalla piattaforma HBO perché giudicato razzista, e così via, in un trionfo di <em>mob justice</em> sempre meno condivisibile.</p>



<p>Loretta Ross, 67 anni, è davvero una figura improbabile contro cui ingaggiare una guerra culturale. Professoressa allo Smith College (i suoi corsi sono <em>Supremazia bianca nell’era di Trump</em> e <em>Giustizia riproduttiva</em>), Ross è una femminista nera radicale che lavora per i diritti civili da quarant’anni ed è una dei firmatari della lettera di denuncia su Harper’s Magazine, per la quale lei stessa è stata <em>called out</em>. “C’è una tale ironia nell’essere chiamata fuori per aver chiamato fuori la cultura del call-out”, ha detto. “È stato davvero esilarante” (11). A suo parere, <em>cancel culture</em> significa che “le persone cercano di espellere chiunque non sia perfettamente d’accordo con loro, piuttosto che rimanere concentrate su coloro che traggono profitto dalla discriminazione e dall’ingiustizia”.</p>



<p>Mantenere il focus sulle piccole violazioni individuali del contratto sociale non aiuta gli invisibili, le minoranze, l’inclusione sociale. La teoria dei criminologi George L. Kelling e James Q. Wilson (che postulava come la repressione dei crimini minori avrebbe impedito quelli più grandi) (12) messa in pratica dalla polizia USA negli anni Ottanta non ha ridotto il tasso di criminalità, ma ha condotto alla piaga dello <em>stop-and-frisk</em>: la gente comune, innocente e il più delle volte di colore, viene costantemente trattata come sospetta, e di conseguenza viene fermata, perquisita e interrogata senza alcuna vera ragione. E non è nemmeno un fenomeno nuovo, a dire il vero. In una conversazione del 1972 con Michel Foucault, il filosofo francese Benny Lévy (che allora utilizzava il <em>nom de guerre</em> di Pierre Victor) sottolineava l’ingiustizia profonda fra il trattamento riservato, alla fine della seconda guerra mondiale, a “quelle giovani donne la cui testa fu rasata perché erano andate a letto con i tedeschi”, mentre un gran numero di coloro che avevano collaborato attivamente con i nazisti (industriali, politici, intellettuali) rimanevano impuniti: “Così al nemico fu permesso di sfruttare a suo favore questi atti di giustizia popolare: e non parliamo del vecchio nemico – le forze di occupazione naziste – […] ma del nuovo nemico, la borghesia francese” (13).</p>



<p>“Nonostante gli ingegneri libidici del capitale rivendichino l’egualitarismo dei social media&#8230; questi sono allo stato attuale un territorio nemico, dedicato alla riproduzione del capitale” ha scritto il critico culturale britannico Mark Fisher nel suo saggio del 2013 <em>Exiting the Vampire’s Castle</em> (14), che ha profetizzato la <em>cancel culture</em> attuale. Twitter non è l’equivalente digitale della pubblica piazza, per quanto venga propagandato come tale. Pensiamo che sia uno spazio aperto perché non paghiamo l’ingresso, dimenticando che è un’impresa commerciale, impegnata ad ammassarci al suo interno, in cui siamo clienti ma anche lavoratori a costo zero costantemente impegnati a rendere la piattaforma sempre più preziosa. E la prima legge del Castello dei Vampiri (CDV) è individualizzare e privatizzare tutto: “Mentre in teoria sostiene di essere a favore della critica strutturale, in pratica il CDV non si concentra mai su nulla se non sul comportamento individuale. […] L’attuale classe dirigente propaga ideologie di individualismo, mentre tende ad agire come una classe. Il Castello dei Vampiri fa l’opposto: a parole gli importa solo di ‘solidarietà’ e ‘collettività’, mentre agisce sempre come se le categorie individualiste imposte dal potere reggessero davvero”.</p>



<p>Secondo Fisher, una sinistra che non ha la classe al suo centro può essere solo un gruppo di pressione liberale, a maggior ragione oggi che i valori progressisti sono diventati un potente strumento di branding. L’editorialista del New York Times Ross Douthat, in riferimento a quelle aziende che usano il sostegno a cause considerate di sinistra come uno strumento di marketing, ha coniato il termine <em>woke capitalism</em>. Invece di riformare le proprie politiche e strategie, queste aziende gravitano verso segnali a basso costo e alta risonanza. Scrive Helen Lewis su The Atlantic (15): “Coloro che detengono il potere all’interno delle istituzioni amano gesti progressisti vistosi, come pubblicare sui social media post solenni e monocromatici che deplorano il razzismo; nominare la loro prima donna nel consiglio di amministrazione; licenziare impiegati di basso livello stigmatizzati dalle community online; perché ciò li aiuta a preservare il proprio potere. A quelli che stanno in cima, invece, sproporzionatamente bianchi, maschi, ricchi e altamente istruiti, non viene chiesto di rinunciare a nulla”. In altri termini, la <em>cancel culture</em>, dipinta come lo strumento a lungo atteso dalle minoranze per far finalmente sentire la propria voce, è in realtà una dimostrazione dell’indisponibilità delle istituzioni a tollerare qualsiasi controversia. Lewes lo definisce <em>attivismo sintetico</em>: fa sentire i membri dei social media pieni di entusiasmo, buoni sentimenti e impegno sociale quando in effetti costoro non cambiano una virgola del mondo reale.</p>



<p>Negli Stati Uniti, il <em>diversity training</em> (la formazione alla diversità) vale 8 miliardi di dollari all’anno, secondo Iris Bohnet, professore di Politica pubblica alla Kennedy School di Harvard. Eppure, dopo aver analizzato i programmi di ricerca condotti sia negli Stati Uniti che in Paesi in una situazione di post-conflitto come il Ruanda, ha concluso: “Purtroppo non ho trovato un solo studio che abbia rilevato che il <em>diversity training</em> porti effettivamente a una maggiore diversità”. Ma le aziende adorano questi strumenti, prodotti da un approccio concettuale che considera il pregiudizio come un difetto morale degli individui piuttosto che un prodotto dei sistemi, e che pertanto incoraggia il pentimento personale, piuttosto che la riforma istituzionale. Perché aumentare i salari a minoranze e donne, quando si può far seguire ai dipendenti un seminario?</p>



<p>Ciò che è vitale comprendere, secondo Lewis, è la differenza fra radicalismo economico e radicalismo sociale, che potrebbe essere descritta, con un linguaggio più simile a quello di Fisher, come la differenza tra identità e classe. In sintesi, tutto ciò che non altera la struttura di classe o la distribuzione del reddito è socialmente radicale, mentre tutto ciò che costa realmente potere o denaro alla classe dominante è economicamente radicale. La parità di salario è economicamente radicale, mentre assumere un amministratore delegato donna o appartenente a una minoranza è socialmente radicale. Cambiare il nome di un edificio in un’università è socialmente radicale, mentre aumentare del 5% la quota di ammissioni destinate ai neri ed eliminare il sistema delle “ammissioni ereditate” (16) sarebbe economicamente radicale. Il capitale ha sottomesso la working class organizzata distruggendo la coscienza di classe, soggiogando ferocemente i sindacati e convincendo i lavoratori a identificarsi con i loro interessi individuali invece che con gli interessi della classe cui appartengono. Per mantenere lo status quo cosa c’è di meglio di una ‘sinistra’ che sostituisce la politica di classe con un individualismo moraleggiante e che, lungi dal costruire solidarietà, diffonde paura e insicurezza?</p>



<p>La <em>cancel culture</em>, invece di aiutare le classi deboli a ottenere giustizia sociale e condizioni di vita più accettabili, mira a dividerci gli uni dagli altri, illudendoci di contare qualcosa quando in effetti abbiamo sempre meno potere. Jodi Dean, teorica politica e professore di Scienze Politiche allo Smith College di New York, ha isolato una nuova entità che ha definito <em>capitalismo comunicativo </em>(17). Il capitalismo comunicativo consiste nella fusione fra democrazia e capitalismo in un’unica formazione neoliberista, realizzata sul web, che sovverte gli impulsi democratici delle masse incoraggiando l’espressione emotiva rispetto al discorso logico. Secondo Dean, da un lato le nostre pratiche quotidiane di ricerca, collegamento e comunicazione online intensificano la nostra dipendenza dalle reti di informazione cruciali per il dominio finanziario e aziendale del neoliberalismo. Dall’altro, il capitalismo comunicativo cattura i nostri interventi politici, formattandoli come contributi di intrattenimento, in un processo che li svuota di ogni efficacia, ma fa sentire noi protagonisti e coinvolti. Divide et impera: il motto è sempre quello.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><a href="https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/">https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Black Twitter è una community del social network Twitter in gran parte costituita da utenti afroamericani, la cui attività è incentrata su questioni di interesse per la comunità nera</p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.vox.com/22384308/cancel-culture-free-speech-accountability-debate" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.vox.com/22384308/cancel-culture-free-speech-accountability-debate</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.vox.com/2020/7/29/21340308/david-shor-omar-wasow-speech">https://www.vox.com/2020/7/29/21340308/david-shor-omar-wasow-speech</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://nymag.com/intelligencer/2020/07/david-shor-cancel-culture-2020-election-theory-polls.html">https://nymag.com/intelligencer/2020/07/david-shor-cancel-culture-2020-election-theory-polls.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/06/stop-firing-innocent/613615/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/06/stop-firing-innocent/613615/</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Il simbolo “ok” rappresenta per la supremazia bianca le lettere WP, che sono le iniziali di <em>White Power</em> </p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://www.theverge.com/2020/1/22/21076981/isabel-fall-clarkesworld-attack-helicopter-short-story-gender-art-controversy" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theverge.com/2020/1/22/21076981/isabel-fall-clarkesworld-attack-helicopter-short-story-gender-art-controversy</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/2020/07/08/business/boeing-resignation-niel-golightly.html" target="_blank">https://www.nytimes.com/2020/07/08/business/boeing-resignation-niel-golightly.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://www.nytimes.com/2020/11/19/style/loretta-ross-smith-college-cancel-culture.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2020/11/19/style/loretta-ross-smith-college-cancel-culture.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) <a href="https://www.theatlantic.com/magazine/archive/1982/03/broken-windows/304465/">https://www.theatlantic.com/magazine/archive/1982/03/broken-windows/304465/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.opendemocracy.net/en/opendemocracyuk/exiting-vampire-castle/">https://www.opendemocracy.net/en/opendemocracyuk/exiting-vampire-castle/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">15) h<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theatlantic.com/international/archive/2020/07/cancel-culture-and-problem-woke-capitalism/614086/" target="_blank">ttps://www.theatlantic.com/international/archive/2020/07/cancel-culture-and-problem-woke-capitalism/614086/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">16) Il sistema delle “ammissioni ereditate” è il meccanismo per cui nelle famiglie più ricche l’ammissione a una data università è garantita di padre in figlio</p>



<p class="has-small-font-size">17) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.jstor.org/stable/j.ctv11smj29" target="_blank">https://www.jstor.org/stable/j.ctv11smj29</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Geopolitica dei vaccini</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/geopolitica-dei-vaccini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2021 16:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4751</guid>

					<description><![CDATA[USA, Cina e Russia fanno le loro mosse per l’egemonia globale]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-72-aprile-maggio-2021/" data-type="post" data-id="4730" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 72, aprile – maggio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>USA, Cina e Russia fanno le loro mosse per l’egemonia globale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La prima a dirlo è stata Sylvie Kuffman a febbraio sul New York Times: “In a world where the vaccines have become a new measure of geopolitical power, no doubt President Vladimir Putin of Russia and President Xi Jinping of China will smile at the sight of Europe’s difficulties” (In un mondo in cui i vaccini sono diventati una nuova misura del potere geopolitico, senza dubbio il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping sorrideranno alla vista delle difficoltà dell’Europa) (1). </p>



<p>Dal 2 dicembre 2020, data in cui l’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (MHRA) del Regno Unito ha approvato l’uso temporaneo del vaccino Pfizer-BioNTech, facendo della Gran Bretagna il primo Paese del mondo occidentale ad approvare l’uso di un vaccino contro il Covid (2), la parola vaccino è diventata sinonimo di potere globale: in mancanza di una cura efficace, prevenire il Covid-19 e le sue complicazioni è il solo modo per tornare alla normalità, qualunque cosa significhi. La disponibilità di vaccini significa soprattutto ritornare a muoversi liberamente: non solo andare a scuola e in ufficio, ma uscire a cena, godersi un film al cinema e un concerto in teatro, viaggiare. Detto in termini economici: produrre e consumare a pieno ritmo. </p>



<p>Dopo lo shock economico del 2020, le previsioni di crescita delle nazioni dipendono innanzitutto dalla quota di popolazione resistente al coronavirus: il 17 marzo la Federal Reserve ha rivisto al rialzo le stime di crescita per il 2021 dell’economia americana, che ha inoculato ai suoi cittadini 118 milioni di dosi, portandole al 6,5% dal 4,2 % previsto appena a dicembre, prima della campagna di vaccinazione intensiva promossa da Biden. A marzo scorso il presidente della Fed, Jerome Powell ha dichiarato: “La ripresa economica americana sta guidando quella mondiale. […] Mi piacerebbe che l’Europa facesse meglio sulla crescita e sulle vaccinazioni, ma per ora non sono preoccupato per noi”.</p>



<p>La possibilità di fornire vaccini ai Paesi che ne sono privi è diventata così parte dei meccanismi di <em>soft power</em>, un termine utilizzato tipicamente in ambito diplomatico e nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere l’abilità di un attore politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare altri soggetti senza ricorrere alle maniere forti (il potere militare), con l’obiettivo di modificare a proprio vantaggio lo scenario geopolitico del pianeta. In periodi di pandemia, cure e vaccini sono l’equivalente della fornitura di armi in tempo di guerra, e si sa, quando c’è da combattere per la propria vita, si è disposti a promettere qualunque cosa a chiunque, anche ai vecchi nemici, per salvarsi la pelle. Di conseguenza, le nazioni che hanno sviluppato vaccini anti Covid-19 efficaci si sono trovate nella desiderabilissima condizione di poter migliorare la propria posizione politica in contesti geografici fino a oggi inaccessibili, e le loro strategie di distribuzione dei farmaci riflettono questa nuova consapevolezza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il mondo e i vaccini</h4>



<p>Al 25 marzo 2021 sono state somministrate oltre 328 milioni di singole dosi nel mondo, con Israele, Regno Unito, Cile e Bahrein in testa per singole dosi somministrate in rapporto alla popolazione (3). Sempre lo scorso marzo, 12 vaccini erano stati autorizzati da almeno un’autorità nazionale di regolamentazione per l’uso pubblico: due vaccini a RNA (il vaccino Pfizer-BioNTech – il primo approvato per l’uso regolare – e il vaccino Moderna), quattro vaccini inattivati convenzionali (BBIBP-CorV di Sinopharm, BBV152 di Bharat Biotech, CoronaVac di Sinovac e CoviVac), quattro vaccini a vettore virale (Sputnik V dell’Istituto di ricerca Gamaleya, il vaccino Oxford-AstraZeneca, Ad5-nCoV della CanSino e il vaccino Johnson &amp; Johnson) e due vaccini a subunità proteiche (EpiVacCorona dell’Istituto Vektor e ZF2001) (4). Gli USA ne hanno sviluppato tre (Pfizer, Moderna e Johnson &amp; Johnson); l’Inghilterra ha sviluppato AstraZeneca (società anglo-svedese); il brevetto dello Sputnik V, dell’EpiVac Corona e del CoviVac sono russi; quelli di Sinopharm, Sinovac, CanSino Biologics e ZF2001 sono cinesi; e infine il brevetto del BBV152 è indiano.</p>



<p>Come è facile intuire, fra questi sono tre gli Stati ad avere interessi di egemonia planetaria e i cui obiettivi collidono: gli USA, la Russia e la Cina. Ma le loro strategie sull’uso della nuova arma di salvezza di massa sono al momento piuttosto differenti.</p>



<p>Nella puntata di Mappa Mundi (Limes) del 2 marzo 2021 (5) Dario Fabbri e Giorgio Cuscito hanno analizzato la battaglia geopolitica delle tre <em>big</em> intorno alla produzione e distribuzione dei vaccini, individuando due modelli molto differenti. Il primo, quello adottato dagli USA, considera l’attuale disponibilità di vaccini un vantaggio di breve periodo, in parte per l’emergere di varianti resistenti del virus, ma soprattutto nella convinzione che molte nazioni del pianeta arriveranno velocemente a produrre nuove alternative fra cui scegliere. Biden ha preferito dunque puntare sull’immunità di gregge all’interno degli USA, anche a rischio di ritrovarsi nel famoso <em>backyard</em> (il cortile di casa) russi e cinesi, ritenendo (a torto o a ragione) che gli sforzi dei concorrenti globali per pescare consenso nei territori di influenza americana (segnatamente America Latina ed Europa) saranno presto disinnescati.</p>



<p>All’estremo opposto, Cina e Russia hanno scelto di utilizzare i loro vaccini essenzialmente come strumenti di <em>soft power</em> per rosicchiare consenso nei territori che storicamente si trovano sotto l’ala dell’aquila americana. Anche il processo di sviluppo dei vaccini all’interno è stato fin dalle prime fasi orientato in questo senso: Russia e Cina, coerentemente con i loro obiettivi di esportazione, hanno ottenuto dalle rispettive attività di vigilanza l’approvazione per somministrare il vaccino prima ancora di aver validato i risultati dei <em>trial</em> clinici. Subito dopo hanno iniziato a offrire i nuovi farmaci all’estero a prezzi molto convenienti, sacrificando di fatto l’obiettivo dell’immunità di gregge all’interno dei loro confini, sebbene a partire da situazioni molto differenti: la Cina, che ha imparato a controllare efficacemente il virus con misure a basso impatto, a oggi registra circa 50 casi al giorno e può quindi permettersi a cuor leggero di esportare i vaccini; mentre la Russia, che è in condizioni sanitarie ben peggiori, ha deciso deliberatamente di disinteressarsi della situazione interna pur di guadagnare prestigio e influenza all’estero. Non a caso il nome del più importante vaccino russo è Sputnik, come quello del primo satellite lanciato nello spazio, forse il momento in cui la Russia si è trovata più vicina a vincere la corsa per la conquista del cosmo e con essa la guerra fredda con gli USA. E la strategia funziona, sia per Xi Jinping che per Putin. J. Stephen Morrison, vicepresidente senior del Center for Strategic and International Studies (CSIS), un think tank basato a Washington, ha dichiarato a marzo scorso: “Non ci sono dubbi sul fatto che i russi e i cinesi stiano usando in maniera aggressiva i propri vaccini come strumenti di diplomazia […] Chi sta guadagnando influenza e chi la sta perdendo è una considerazione difficile da fare al momento, perché siamo ancora a una fase iniziale della risposta. Sicuramente è in atto una competizione geopolitica. Per certi aspetti i russi e i cinesi sono avanti nella corsa” (6).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="448" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1.jpg" alt="" class="wp-image-5130" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/" target="_blank">https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/</a></figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">La Cina e la <em>Health Silk Road</em></h4>



<p>Almeno 25 Paesi in tutto il mondo stanno già utilizzando i vaccini cinesi. Quattordici (Bahrain, Cambogia, Egitto, Ungheria, Giordania, Macao, Marocco, Pakistan, Perù, Senegal, Serbia, Seychelles, Emirati Arabi Uniti e Zimbabwe) hanno scelto il SinoPharm cinese; mentre undici (Brasile, Cile, Guatemala, Hong Kong, Indonesia, Malesia, Cipro del Nord, Filippine, Thailandia, Turchia e Uruguay) hanno optato per il Sinovac, sempre cinese (7). Ma sarebbero addirittura 60 i Paesi interessati, distribuiti in Medio Oriente, Europa, America latina e persino in Oceania. Secondo il Financial Times, l’intero apparato statale cinese sarebbe coinvolto nella diplomazia dei vaccini. Pechino sarebbe entrata in azione attraverso i canali di cooperazione aperti dalla Belt and Road Initiative: “La sanità era uno dei tanti sotto-progetti della BRI. Con la pandemia, è diventata l’obiettivo principale”, afferma Moritz Rudolf dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza (8).</p>



<p>Il 21 febbraio il Wall Street Journal riporta (9) che l’aeroporto di Addis Abeba, in Etiopia, è diventato il centro di una vasta <em>supply chain</em> che la Cina sta costruendo per accelerare la consegna dei suoi vaccini contro il coronavirus e ampliare la sua influenza verso il mondo in via di sviluppo. Solo nell’ultima settimana di febbraio, secondo i funzionari dell’Ethiopian Airlines, più di un milione di dosi di vaccini cinesi contro il Covid-19 sarebbero passate dal terminal etiope. L’obiettivo sarebbe la riconoscenza dei politici e delle persone che hanno bisogno di vaccini Covid-19 a basso costo, e il prestigio di essere visti come una nazione in grado di agire da custode della salute pubblica globale. All’inizio di febbraio sono arrivate in Pakistan mezzo milione di dosi di SinoPharm, destinate a essere smistate in altri 13 Paesi tra cui la Cambogia, il Nepal, la Sierra Leone e lo Zimbabwe. L’ambasciatore cinese in Pakistan ha descritto l’operazione come una “manifestazione della nostra fratellanza”, un sentimento ricambiato dal governo pakistano (10).</p>



<p>Dopo mesi di battaglia contro il risentimento e la sfiducia per aver dato inizio alla pandemia, i diplomatici, i dirigenti farmaceutici e altri mediatori cinesi hanno raccolto decine di richieste di vaccini da parte di funzionari disperati dell’America Latina, che sta pagando al coronavirus un prezzo devastante in termine di vite umane. Improvvisamente, Pechino si è ritrovata con un’enorme nuova leva nella regione, tradizionalmente sotto l’egemonia statunitense ma dove la Cina ha una vasta rete di investimenti e l’ambizione di espandere il commercio, le partnership militari e i legami culturali (11). Il Brasile è forse il caso più clamoroso. Solo l’anno scorso, il presidente Jair Bolsonaro, un fervente alleato di Trump, disprezzava il vaccino cinese che era in fase di sperimentazione clinica in Brasile, arrivando a impedire al ministero della Salute di ordinarne 45 milioni di dosi: “Il popolo brasiliano non farà da cavia per nessuno”, scriveva su Twitter. Ma con la partenza di Trump e gli ospedali brasiliani allo stremo, il governo di Bolsonaro ha cercato di ricucire i rapporti con la Cina. </p>



<p>Il presidente, suo figlio e il ministro degli Esteri hanno bruscamente smesso di criticare Pechino, mentre i funzionari di gabinetto che hanno contatti con i cinesi, come Fabio Faria, ministro delle Telecomunicazioni, hanno lavorato furiosamente per far approvare nuove spedizioni di vaccini. Faria si è recato a Pechino nel mese di febbraio, ha incontrato i dirigenti di Huawei nella loro sede e ha fatto una richiesta molto insolita per una società di telecomunicazioni: “Ho approfittato del viaggio per chiedere i vaccini, che è quello che tutti vogliono”, ha dichiarato il ministro. Due settimane dopo, il governo sudamericano ha annunciato le regole per la sua asta 5G, una delle più grandi al mondo. Huawei, che non aveva le carte in regola per partecipare appena qualche mese prima, fa ora parte delle concorrenti. Alla fine del mese, milioni di dosi di vaccino cinese sono arrivati in Brasile. “La distribuzione globale dei vaccini deve essere equa e, in particolare, accessibile e conveniente per i Paesi in via di sviluppo”, ha detto il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. “Speriamo che tutti i Paesi che ne hanno la capacità si uniscano e diano il loro contributo” (12). Un contributo che potrebbe rivelarsi molto conveniente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Russia e il successo dello Sputnik</h4>



<p>Sul versante Russia, per quanto riguarda Putin, nessuno dubita che veda nello Sputnik V una nuova possibilità per proiettare la propria influenza altrove. Gli esperti hanno ripetutamente espresso preoccupazione per la poca trasparenza intorno ai dati dei <em>trial </em>clinici del vaccino e per la sua autorizzazione troppo rapida. Ma la Russia sostiene di aver ricevuto ordini per 1,2 miliardi di dosi, soprattutto dopo che una delle più prestigiose riviste di medicina al mondo, The Lancet, ha affermato che il vaccino è sicuro ed efficace: molto efficace, il 91,6% per prevenire del tutto il Covid-19 e il 100% per impedirne le forme da moderate e gravi. A fine marzo, secondo il Russian Direct Investment Fund (RDIF), che commercializza il farmaco, lo Sputnik V è stato approvato in 56 Paesi con una popolazione complessiva di oltre 1,5 miliardi di persone (13). Fra questi l’Iran, che ha iniziato la vaccinazione di massa con un gesto altamente simbolico: l’inoculazione del vaccino russo al figlio del ministro della Salute, Saeed Namaki (14), e il Vietnam, uno dei Paesi più popolosi del sud-est asiatico. </p>



<p>Risultati molto interessanti sono stati ottenuti in America latina, in cui nove Stati hanno approvato l’uso dello Sputnik: Argentina, Bolivia, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Nicaragua, Paraguay e Venezuela. L’Argentina è stata la prima, alla fine di dicembre, e ha contrattato l’acquisto di 25 milioni di dosi. Venezuela e Messico hanno ricevuto spedizioni rispettivamente di 100.000 e 200.000 dosi all’inizio di febbraio. Il Nicaragua ha iniziato a distribuire il vaccino il 2 marzo dopo aver ricevuto dalla Russia una quantità non specificata di dosi come donazione. La Bolivia ha ricevuto 20.000 dosi di Sputnik a gennaio e dovrebbe riceverne ancora abbastanza per vaccinare 2,6 milioni di persone. Il Paraguay ha annunciato l’acquisto di un milione di dosi, ma finora ne ha ricevute solo 4.000 (15).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="600" height="996" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/2.jpg" alt="" class="wp-image-5131" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/2-181x300.jpg 181w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/" target="_blank">https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/</a></figcaption></figure>
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<p>Ma non è tutto. A febbraio la Russia aveva anche offerto all’Unione Africana (UA) 300 milioni di dosi di vaccino: i Paesi disposti ad acquistare le dosi avrebbero avuto diritto anche a un pacchetto di finanziamenti aggiuntivi. L’UA, composta da 55 membri, spera di vedere immunizzato il 60% dei suoi 1,3 miliardi di persone entro i prossimi tre anni. “Siamo grati di ricevere i vaccini Sputnik V dalla Federazione Russa e tremendamente orgogliosi di poterli offrire […] ai nostri Stati membri dell’UA”, ha dichiarato John Nkengasong, direttore dell’organismo di controllo delle malattie dell’UA, aggiungendo: “Le partnership bilaterali come queste sono fondamentali nei nostri sforzi per porre fine alla pandemia” (16). Il contratto con l’UA, se rispettato per intero, sarebbe uno dei più grandi accordi di fornitura russi mai sottoscritti con l’estero. Nel continente africano, l’Algeria sta già distribuendo il vaccino, mentre la Guinea è in trattativa per ottenerne circa 400.000 dosi; anche il ministero della Salute del Sudafrica ha fatto sapere che la Russia ha presentato la documentazione al regolatore locale per la registrazione. Tuttavia John Nkengasong, capo dell’Africa Centres for Disease Control and Prevention, ha messo in guardia contro la “diplomazia dei vaccini”: “L’Africa si rifiuterà di essere un terreno di gioco in cui si usa il Covid come strumento per gestire le relazioni”, ha dichiarato in un webinar ospitato dal think tank <em>Atlantic Council</em> alla fine di febbraio (17).</p>



<p>E, con tutti i 27 membri dell’Unione Europea che faticano ad accelerare la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, il vaccino russo fa breccia nei cuori di molti, soprattutto i Paesi dell’Europa orientale, creando le basi per un’ulteriore potenziale spaccatura nella regione. L’Ungheria, un Paese con relazioni difficili con Bruxelles, è diventata in gennaio la prima nazione europea ad autorizzare lo Sputnik, bypassando l’EMA, l’Agenzia europea per i medicinali. Il Paese si aspetta nei prossimi mesi una fornitura di due milioni di dosi del vaccino russo, e nel frattempo ha approvato anche il cinese SinoPharm. Il 3 marzo la Slovacchia è diventata il secondo Stato europeo ad annunciare di aver acquistato lo Sputnik, assicurandosi 2 milioni di dosi, mentre il Primo ministro ceco Andrej Babis ha dichiarato che anche il suo Paese potrebbe utilizzarlo senza l’approvazione dell’EMA; mentre Vladimir Putin e il cancelliere austriaco Sebastian Kurz hanno discusso “la fornitura del vaccino russo all’Austria e la possibilità di una sua produzione congiunta”, ha dichiarato il Cremlino, sottolineando che il colloquio era stato avviato dall’Austria (18). </p>



<p>La Serbia, che è stato il primo Paese in Europa a usare il Sinopharm, ha acquistato centinaia di migliaia di dosi di Sputnik V dalla Russia (19), e per di più ha inflitto alla Ue lo smacco di surclassarla nelle pubbliche relazioni, consegnando 10.000 dosi di vaccino di AstraZeneca prodotto in India alla Bosnia Erzegovina. Come la maggior parte degli altri Paesi dell’Europa sudorientale e dei Balcani occidentali, la Bosnia aveva fatto affidamento sul Covax (20), eppure non aveva ricevuto nessun vaccino e non era riuscita ad acquistare una sola dose per conto proprio. L’ambasciata russa in Croazia ha confermato sul suo account Facebook ufficiale che l’ambasciatore Andrej Nesterenko e il ministro della Salute croato Vili Beros hanno avuto una conversazione telefonica, durante la quale è stato affermato che la Croazia è interessata ad acquistare il vaccino Sputnik (21).</p>



<p>La lentezza europea ha fatto sì che tutti i Paesi della regione siano rimasti molto indietro rispetto ai propri piani di vaccinazione. Di fronte alla crescente pressione pubblica, la maggior parte dei governi dell’Europa sudorientale – con l’eccezione di Grecia, Romania e Slovenia – sembrano ora determinati a seguire gli esempi ungherese e serbo, e stanno meditando o già negoziando con fornitori al di fuori dei sistemi Ue e Covax: del resto, come ha commentato la dottoressa Gergana Nikolova alla televisione nazionale bulgara il 27 febbraio: “Il miglior vaccino è quello che viene iniettato”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Collaborazione o concorrenza?</h4>



<p>La Cina e la Russia sono al momento partner strategici e stanno cooperando nella produzione di vaccini. La Russia sta effettuando prove del vaccino CanSino e la Cina ha iniziato a produrre lo Sputnik V russo alla fine di febbraio, dopo quello che l’ambasciatore russo in Cina, Andrei Denisov, ha definito “negoziati molto difficili” su questioni delicate, compreso il problema della proprietà intellettuale che ha a lungo tormentato i rapporti militari sino-russi.</p>



<p>Ma l’apparente armonia nasconde una competizione per i mercati dei vaccini nelle tradizionali aree di influenza russa in Asia centrale e Mongolia. E, se consideriamo la distribuzione dei vaccini russi e cinesi, nonostante la “diplomazia sanitaria” lungo i Paesi della Belt and Road Initiative e gli sforzi per espandere il <em>soft power</em> cinese in Eurasia, è lo Sputnik V che è stato accolto con più entusiasmo, con i vaccini indiani (il Covishield, nome del vaccino Astrazeneca di produzione indiana, e il Covaxin, non ancora in commercio) (22) che si piazzano al secondo posto. Il Kazakistan e la Mongolia hanno entrambi approvato il vaccino russo, così come il Turkmenistan. Il governo mongolo ha inoltre rifiutato le offerte di fornitura di Pechino, ma ha accettato la proposta indiana per il Covishield (anche il Kazakistan, che è il primo Paese a produrre localmente lo Sputnik V, è interessato ad accedere ai vaccini indiani). Solo l’Uzbekistan, che ha cercato a lungo di mantenere la sua libertà di manovra con la Russia e la Cina, ha sia approvato lo Sputnik che accettato di testare i due vaccini cinesi in cambio dell’opportunità di produrli localmente. Il governo sta inoltre negoziando con la società russa Vektor sullo sviluppo del vaccino EpiVacCorona (23). Il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Kirghizistan hanno le caratteristiche per accedere al Covax dell’OMS, ma il programma, secondo uno studio dell’Economist Intelligence Unit, non sarà probabilmente in grado di vaccinare la maggior parte degli Stati dell’Asia centrale fino alla fine del 2023 (24). Ciò rende di fatto i vaccini russi e cinesi l’unica alternativa a basso costo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La retromarcia USA</h4>



<p>“Non vedo l’ora di accogliere @POTUS alla riunione del Consiglio europeo di questa settimana. Ho invitato il Presidente degli Stati Uniti a unirsi al nostro incontro per condividere le sue opinioni sulla nostra futura cooperazione. È tempo di ricostruire la nostra alleanza transatlantica”. Con questo tweet del 23 marzo Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo, annuncia la presenza da remoto di Biden al meeting settimanale. All’ordine del giorno c’è il Covid, e la notizia della partecipazione del primo cittadino americano alimenta la speranza di un soccorso al vecchio continente nella campagna vaccini. Ma forse, dietro alla mano tesa da oltreoceano, si nasconde qualcosa di diverso da una disinteressata amicizia. Il giorno successivo, il 24 marzo, il Washington Post pubblica un’analisi dal titolo “Biden’s vaccination success story is about to run into a world of pressure”: dato che gli Stati Uniti hanno ordinato molte più dosi di farmaci di quelle di cui avranno bisogno per completare la campagna di vaccinazione, e posto che è stata una buona cosa decidere di dare la priorità ai cittadini americani, sembra arrivato il momento per gli USA di abbandonare la politica isolazionista e di ricominciare a preoccuparsi di quello che succede oltre i confini, perché la Russia e la Cina stanno guadagnando terreno (25).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="352" height="1024" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-352x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5132" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-352x1024.jpg 352w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-103x300.jpg 103w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3-528x1536.jpg 528w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/3.jpg 600w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a rel="noreferrer noopener" href="https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/" target="_blank">https://legrandcontinent.eu/it/2021/02/22/geopolitica-della-corsa-al-vaccino-contro-il-covid-19/</a></figcaption></figure>
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<p>Qualche giorno prima, il 19 marzo, un articolo pubblicato su Foreign Affairs invitava il Presidente americano a pensare ancora più in grande. Il pezzo, intitolato “America can and should vaccinate the world” (26), riconosce che, nell’affrontare la peggiore delle crisi globali da oltre vent’anni, gli Stati Uniti sono stati finora superati. Si legge nell’articolo che Russia e Cina hanno aggressivamente commercializzato e distribuito i loro vaccini a Paesi stranieri: la Russia per rafforzare la sua immagine e le sue prospettive di investimento e per creare un cuneo tra i Paesi dell’Ue; la Cina per ottenere una leva nelle dispute territoriali ed espandere la sua influenza nell’ambito della Belt and Road Initiative. Sia Mosca che Pechino si sono mosse inoltre per disturbare gli Stati Uniti “nel cortile di casa” fornendo vaccini all’America Latina. Ma Biden, afferma sempre Foreign Affairs<em>,</em> non dovrebbe cercare di battere la Russia e la Cina al loro stesso gioco, distribuendo vaccini a Paesi specifici in base alla loro importanza geostrategica e alla quantità di attenzione che stanno ricevendo dalle potenze rivali; piuttosto, dovrebbe perseguire all’estero il tipo di approccio che ha utilizzato in patria: la sua amministrazione dovrebbe concentrarsi meno sui vantaggi strategici e più sul vaccinare il maggior numero di persone al mondo nel minor tempo possibile.</p>



<p> Immaginiamo, si chiede il Foreign Affairs, cosa potrebbe accadere se Washington trattasse il Covid come la nazione nemica in una guerra mondiale o, in altri termini, quale avrebbe dovuto essere la mobilitazione USA se la pandemia fosse davvero combattuta come la minaccia globale che è. “Washington guiderebbe uno sforzo multilaterale […] Il governo attiverebbe l’esercito e chiamerebbe gli alleati del G7 e della NATO in una grande operazione di assistenza che acceleri il flusso delle forniture di vaccino e rafforzi i sistemi di consegna. […] Il governo degli Stati Uniti userebbe il Dipartimento di Stato, l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (USAID), i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), e altre agenzie civili e programmi di sviluppo per aiutare i Paesi (esteri) con i propri programmi nazionali di vaccinazione. E arruolerebbe aziende, organizzazioni non profit e l’intera società civile per aiutare ad aumentare la produzione di vaccini, raccogliere fondi e fornire assistenza tecnica alle controparti straniere”. Quello che gli USA dovrebbero fare è: <em>go really big</em>. Una campagna di questo tipo, conclude Foreign Affairs, premierebbe gli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti e riaccenderebbe la leadership globale americana dopo anni di declino. Piuttosto che perpetuare la “diplomazia vaccinale transnazionale” di Cina e Russia, uno sforzo vaccinale globale guidato dagli Stati Uniti potrebbe creare un nuovo multilateralismo più pragmatico e inclusivo dell’ordine internazionale e più adatto ad affrontare le minacce globali. Il presidente Biden dimostrerebbe inequivocabilmente che gli Stati Uniti non solo non sono “indietro” ma guardano molto avanti.</p>



<p>Senza contare, aggiungiamo noi, quanto si potrebbe guadagnare (in vile denaro) da una ripresa accelerata dell’economia globale: uno studio dell’Eurasia Group ha stimato che vaccinare le nazioni a basso e medio reddito genererebbe almeno 153 miliardi di dollari per gli Stati Uniti e le altre nove economie più sviluppate nel 2021 e fino a 466 miliardi di dollari entro il 2025. Anche se gli Stati Uniti vaccinassero tutta la popolazione interna, infatti, la loro ripresa economica sarebbe rallentata dalla debolezza dei partner commerciali senza un pieno accesso al vaccino. Come ha già commentato Biden: “In definitiva non saremo sicuri finché il mondo non sarà sicuro”.</p>



<p>Inoltre, la pandemia di oggi non sarà l’ultima: gli Stati Uniti sono consapevoli che le partnership e le infrastrutture sanitarie pubbliche che costruirebbero per ‘salvare il mondo’ da questo coronavirus li difenderebbero anche dal prossimo agente patogeno mortale, e una seria campagna globale per vaccinare tutti il prima possibile segnerebbe l’inizio di un’era molto diversa della leadership americana. Considerazioni che, certamente, fanno anche Cina e Russia.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) <a href="https://www.nytimes.com/2021/02/04/opinion/eu-covid-vaccines.html">https://www.nytimes.com/2021/02/04/opinion/eu-covid-vaccines.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Entro il 21 dicembre 2020 molti Paesi e l’Unione europea hanno poi autorizzato e/o approvato il vaccino Pfizer-BioNTech: l’11 dicembre 2020 la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha concesso un’autorizzazione all’uso di emergenza per il vaccino Pfizer-BioNTech e, una settimana dopo, anche per mRNA-1273, il vaccino della statunitense Moderna</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> <a href="https://ourworldindata.org/covid-vaccinations">https://ourworldindata.org/covid-vaccinations</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">5<em>)</em> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=G45Vrulpv_M">https://www.youtube.com/watch?v=G45Vrulpv_M</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/russia-e-cina-sono-avanti-ma-gli-usa-possono-vincere-la-sfida-globale-del-vaccino_it_60426ed0c5b6429d08333bbd">https://www.huffingtonpost.it/entry/russia-e-cina-sono-avanti-ma-gli-usa-possono-vincere-la-sfida-globale-del-vaccino_it_60426ed0c5b6429d08333bbd</a> </p>



<p class="has-small-font-size">7) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.politico.eu/article/everything-you-need-to-know-china-coronavirus-vaccines/" target="_blank">https://www.politico.eu/article/everything-you-need-to-know-china-coronavirus-vaccines/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> <a href="https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://www.wsj.com/articles/china-covid-vaccine-africa-developing-nations-11613598170">https://www.wsj.com/articles/china-covid-vaccine-africa-developing-nations-11613598170</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) <a href="https://asiatimes.com/2021/02/how-some-countries-are-using-covid-to-enhance-soft-power/">https://asiatimes.com/2021/02/how-some-countries-are-using-covid-to-enhance-soft-power/</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) <a rel="noreferrer noopener" href="https://economictimes.indiatimes.com/news/international/world-news/after-an-initial-failure-how-china-is-now-winning-the-vaccine-diplomacy-in-latin-america/articleshow/81525837.cms" target="_blank">https://economictimes.indiatimes.com/news/international/world-news/after-an-initial-failure-how-china-is-now-winning-the-vaccine-diplomacy-in-latin-america/articleshow/81525837.cms</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-russia-vaccine-vie-idUSKBN2BF0TG" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-russia-vaccine-vie-idUSKBN2BF0TG</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/c20b92f0-d670-47ea-a217-add1d6ef2fbd</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) <a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2021/03/03/americas/sputnik-latin-america-spreads-intl-latam/index.html" target="_blank">https://edition.cnn.com/2021/03/03/americas/sputnik-latin-america-spreads-intl-latam/index.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em> <a href="https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-africa-idUSKBN2AJ0Y3">https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-africa-idUSKBN2AJ0Y3</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) <a href="https://www.reuters.com/article/uk-health-coronavirus-africa-vaccine-dip-idUSKBN2B40P7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/article/uk-health-coronavirus-africa-vaccine-dip-idUSKBN2B40P7</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) <a href="https://www.cnbc.com/2021/03/02/russias-sputnik-vaccine-is-luring-eastern-europe-worrying-the-eu.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cnbc.com/2021/03/02/russias-sputnik-vaccine-is-luring-eastern-europe-worrying-the-eu.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) <a href="https://www.ft.com/content/285bc936-4041-4623-aaea-e20e5d66b2f2">https://www.ft.com/content/285bc936-4041-4623-aaea-e20e5d66b2f2</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Il Covax è un programma di collaborazione globale guidato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per assicurare ai Paesi in via di sviluppo un accesso equo ai vaccini contro il Covid: punta a consegnare due miliardi di dosi e dovrebbe coprire dal 20 al 25% del fabbisogno vaccinale dei Paesi a medio e basso reddito</p>



<p class="has-small-font-size">21) <a rel="noreferrer noopener" href="https://balkaninsight.com/2021/03/08/in-central-and-southeast-europe-eu-is-losing-vaccination-race-to-russia/" target="_blank">https://balkaninsight.com/2021/03/08/in-central-and-southeast-europe-eu-is-losing-vaccination-race-to-russia/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>22)</em> <a href="https://www.bbc.com/news/world-asia-india-55748124" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bbc.com/news/world-asia-india-55748124</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) <a href="https://thediplomat.com/2021/02/china-and-russia-vaccine-competitors-or-partners/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://thediplomat.com/2021/02/china-and-russia-vaccine-competitors-or-partners/</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.eiu.com/n/85-poor-countries-will-not-have-access-to-coronavirus-vaccines/" target="_blank">https://www.eiu.com/n/85-poor-countries-will-not-have-access-to-coronavirus-vaccines/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>25)</em> <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/03/24/bidens-vaccination-success-story-is-about-run-into-world-pressure/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.washingtonpost.com/politics/2021/03/24/bidens-vaccination-success-story-is-about-run-into-world-pressure/</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2021-03-19/america-can-and-should-vaccinate-world" target="_blank">https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2021-03-19/america-can-and-should-vaccinate-world</a> </p>
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		<title>Il popolo di Trump</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-popolo-di-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed 'etnicizzazione' della working class]]></description>
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<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed &#8216;<em>etnicizzazione</em>&#8216; della working class</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nonostante la sconfitta elettorale nelle presidenziali del 3 novembre scorso, l’America non ha abbandonato Trump: The Donald ha ottenuto 74 milioni di voti, 12 milioni in più del 2016 – il che fa di lui il candidato più votato nella storia americana, Joe Biden a parte. Il presidente uscente è riuscito a convincere più del 70% dei suoi elettori (1) che la presidenza gli sia stata sottratta con la frode, e le sue <em>truppe</em> hanno lottato con lui in tribunale, sui media e per le strade fino alla fine, quel 6 gennaio in cui fedelissimi sostenitori hanno preso d’assalto Capitol Hill per impedire che il Congresso ne certificasse la sconfitta. Durante la <em>transition</em> molto si è parlato del rifiuto di Trump di concedere la vittoria, della sua dipendenza dai social media, del suo equilibrio mentale sempre più in bilico, della nuova procedura di <em>impeachement </em>a seguito dei fatti del 6 gennaio, dell’America spaccata in due; ma quasi nessuno si è interrogato sul perché una metà degli americani continui a sostenerlo nel bene e nel male, contro ogni previsione e, a volte, anche contro il proprio interesse.</p>



<p>Dai dati finora disponibili (che non comprendono, purtroppo, un’analisi del voto postale, il cui peso, in questi tempi pandemici, è stato tutt’altro che marginale), le presidenziali del 2020 hanno finito per assomigliare molto a quelle del 2016, in palese controtendenza rispetto ai sondaggi pre-elettorali, tutti solidamente pro Biden. Lo conferma Charles H. Stewart, direttore e fondatore del MIT’s Election Data and Science Lab (2): “Ci sono stati lievi cambiamenti, ma […] molto meno drammatici di quanto ci hanno fatto credere i sondaggi. Semmai, alcune tendenze si sono rafforzate, come la prevalenza del voto <em>Dem</em> fra l’elettorato under 30. In tutti gli altri gruppi di età (30-44, 45-64, 65 e oltre) il divario fra i due contendenti è stato abbastanza ridotto”. Trump ha anche perso un po’ di appeal tra gli elettori a basso reddito, ma l’ex presidente, grazie alla sua politica fiscale, ha guadagnato tra gli elettori con redditi familiari superiori a 100.000 dollari l’anno. Pur non essendoci ancora prove concrete a riguardo, Stewart ritiene che l’aumento dell’affluenza alle urne, al livello più alto mai raggiunto storicamente (3) e determinante per il risultato finale, sia stato alimentato dal voto dei giovani e della comunità latina, due categorie che “storicamente sono state significativamente sotto-rappresentate nell’elettorato” e che hanno scelto in massima parte Biden (con l’eccezione dei giovani maschi bianchi, sostenitori di Donald Trump). Per il resto, poco o nulla è cambiato dal novembre 2016, quando gli USA hanno decretato il successo del presidente più antipolitico della storia americana.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il voto del 2016</h4>



<p>Una delle più grandi sfide che devono affrontare coloro che cercano di capire le elezioni americane è stabilire un ritratto accurato dell’elettorato statunitense e delle sue scelte. Ottenere dati precisi è difficile per tutta una serie di ragioni (fra cui la poca affidabilità degli exit poll), ma il Pew Research Center (un think tank americano apartitico con sede a Washington D.C. che fornisce dati su questioni sociali, opinione pubblica e tendenze demografiche negli Stati Uniti e nel resto del mondo) è riuscito nel 2018 ad arginare il problema introducendo un nuovo approccio, che combina, attraverso una metodologia statistica, i membri del suo panel di ricerca (il <em>National Representative American Trends Panel</em>) con i file degli elettori (che le autorità amministrative rendono disponibili alcuni mesi dopo il voto). Il Pew ha così ottenuto un gruppo di “elettori verificati”, le cui preferenze di voto nel complesso rispecchiano molto da vicino i risultati delle elezioni (4). Intervistando questi elettori verificati è stato possibile realizzare l’analisi più precisa (almeno fino a oggi) delle preferenze di voto in una elezione presidenziale, e la ricerca è divenuta la fonte più attendibile (e più citata) della nuova geografia elettorale USA.</p>



<p>Fra i fattori che sono emersi come fortemente correlati alle decisioni di voto alcuni sono noti da tempo (per esempio l’etnia), altri sono meno intuitivi (per esempio il grado di scolarizzazione). Complessivamente, i bianchi con un’istruzione universitaria di quattro anni o più costituivano il 30% di tutti gli elettori convalidati. Tra questi, il 55% ha detto di aver votato per la Clinton e il 38% per Trump. Ma nel gruppo molto più grande di elettori bianchi che <em>non</em> hanno completato il college (il 44% di tutti gli elettori), Trump ha conquistato il 64% dei voti e la Clinton il 28%: una vittoria schiacciante. Lo spostamento del voto della <em>working class</em> bianca dai candidati democratici a quelli del GOP (acronimo di Good Old Party, come viene chiamato il partito repubblicano USA) ha rappresentato la tendenza politica più importante emersa dalle elezioni presidenziali 2016.</p>



<p>Per quanto riguarda invece le preferenze raggruppate per sesso, età e stato civile, le donne hanno in maggioranza votato Clinton (il 54%, contro il 41% fra gli uomini) e il divario di genere è stato particolarmente significativo tra gli elettori convalidati più giovani di 50 anni, dove la Clinton ha ottenuto il 63% delle preferenze femminili contro il 43% di quelle maschili. Di conseguenza, il voto maschile è sostanzialmente pro Trump. Tra gli elettori sposati (il 52% del campione) Trump ha ottenuto una maggioranza del 55%; fra gli elettori non sposati la situazione si è ribaltata, favorendo la Clinton con il 58% dei voti. Nel 2016, solo il 13% degli elettori convalidati aveva meno di 30 anni, ma questa fascia d’età ha preferito decisamente la Clinton rispetto a Trump (con un margine di 58% a 28%, mentre il 14% ha sostenuto uno dei candidati terzi). Tra gli elettori dai 30 ai 49 anni, il 51% ha sostenuto Clinton, mentre Trump ha vinto tra gli elettori dai 50 ai 64 anni (51% a 45%) e fra quelli dai 65 anni in su (53% a 44%). Quindi le donne, i single e i giovani votano in maggioranza Dem, mentre le famiglie e gli anziani votano Trump.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="363" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg" alt="" class="wp-image-4873" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Dobbiamo notare, tuttavia, che anche nel 2016, così come accade di solito negli USA, le scelte degli elettori e l’affiliazione al partito sono stati quasi sinonimi. Gli elettori repubblicani convalidati hanno riferito di aver scelto Trump con un margine di 92% a 4%, mentre i democratici hanno sostenuto la Clinton con un 94% a 5%. Il circa un terzo (34%) dell’elettorato che si è identificato come indipendente ha diviso i suoi voti in modo quasi equo (43% Trump, 42% Clinton).</p>



<p>Analogamente, il voto del 2016 è stato fortemente correlato alla coerenza ideologica. Collocando gli intervistati in cinque categorie che vanno da “coerentemente conservatore” a “coerentemente liberale” sulla base di una scala composta da dieci valori politici (di cui fanno parte per esempio le opinioni sull’etnia, l’omosessualità, l’ambiente, la politica estera e la rete di sicurezza sociale), praticamente tutti gli elettori convalidati con valori coerentemente liberali hanno votato per Clinton (95%), mentre quasi tutti quelli con valori coerentemente conservatori hanno scelto Trump (98%). Coloro che avevano opinioni conservatrici sulla maggior parte dei valori politici (“prevalentemente conservatori”) hanno favorito Trump (87% a 7%), mentre la Clinton ha vinto, ma in misura meno schiacciante, fra i “prevalentemente liberali” (78%-13%). Fra gli elettori con un profilo ideologico misto (un terzo del totale), vince di misura Trump (48%).</p>



<p>Gli elettori americani storicamente sono nettamente divisi lungo le linee religiose, e questo si è mantenuto costante anche nel 2016. I protestanti costituivano circa la metà dell’elettorato e hanno riferito di aver votato per Trump rispetto alla Clinton con un margine di 56% a 39%. I cattolici erano più equamente divisi: il 52% ha riferito di aver votato per Trump, mentre il 44% ha detto di sostenere la Clinton; tuttavia, i cattolici bianchi non ispanici hanno sostenuto Trump con un rapporto di circa due a uno (64% a 31%), mentre i cattolici ispanici hanno nettamente favorito la Clinton con uno schiacciante 78%. Fra coloro non affiliati alla religione – atei, agnostici e quanti hanno detto che per loro la religione non è “niente di particolare” – una decisa maggioranza ha dichiarato di aver votato per Clinton (65%).</p>



<p>All’interno della tradizione protestante, gli elettori si sono spaccati a seconda dell’etnia: i protestanti evangelici bianchi, a cui appartengono un elettore su cinque, sono stati costantemente tra i più forti sostenitori dei candidati repubblicani e hanno sostenuto Trump con un margine di 77% a 16% (e questo dato è quasi identico al vantaggio di 78% a 16% che Mitt Romney aveva su Barack Obama tra gli evangelici bianchi nei sondaggi del Pew Research Center alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012). Tra i bianchi affiliati al protestantesimo principale – chiese episcopali, presbiteriane, metodiste e luterane – che rappresentano il 15% degli elettori in generale, il 57% ha detto di aver votato per Trump e il 37% ha riferito di aver votato per Clinton. Clinton ha tuttavia vinto in modo schiacciante tra i protestanti neri (96% contro il 3% per Trump).</p>



<p>Infine, per quanto riguarda la distinzione in base al reddito, i democratici vincono sia tra gli elettori con i redditi più alti che tra quelli con i redditi più bassi. Gli elettori che riportano redditi familiari annuali uguali o superiori a 150.000 dollari hanno votato il partito democratico, con un margine di 59% a 39%; come pure gli elettori all’altro estremo, quelli con un reddito inferiore ai 30.000 (62% a 34%). Viceversa, gli elettori con redditi compresi fra 30.000 e i 74.999 dollari hanno scelto in maggioranza il Partito Repubblicano (54% a 44%).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profili demografici e politici degli elettori USA</h4>



<p>Come è facile immaginare, le coalizioni che hanno sostenuto i due candidati nella corsa alle presidenziali sono molto diverse fra loro. Queste differenze rispecchiano gli ampi cambiamenti avvenuti nelle composizioni dei due partiti, che sono oggi più dissimili, dal punto di vista demografico, di quanto sia mai accaduto negli ultimi due decenni. La coalizione democratica raccoglie il voto femminile (61% alla Clinton); gli elettori giovani (il 48% degli elettori Dem ha meno di 50 anni); i cittadini con un alto grado di istruzione (il 43% sono almeno laureati); e circa un terzo degli elettori (il 32%) che vive in un contesto urbano. Viceversa, la coalizione GOP è molto più semplice da definire dal punto di vista demografico: i bianchi costituiscono quasi 9 su 10 sostenitori di Trump (88%); di questi, il 63% non ha un diploma di laurea e il 35% abita in una zona rurale.</p>



<p>Si delineano quindi tre punti fondamentali di discontinuità fra l’elettorato Democratico e Repubblicano statunitense: l’etnia, il livello di scolarizzazione e la zona geografica di appartenenza. Queste differenze sostanziali sono alla base delle divisioni profonde che scuotono oggi gli USA e vedono scontrasti in blocchi contrapposti i bianchi contro i neri, le persone ben istruite contro coloro che hanno a disposizione un’istruzione solo di base e gli Stati rurali contro quelli delle fasce costiere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La working class: ‘etnicizzare’ la situazione economica</h4>



<p>Chi sono gli elettori della <em>working class bianca</em> che costituisce il bacino elettorale più importante di Trump, la cosiddetta ‘base’? Negli USA, i cittadini bianchi senza un’istruzione superiore (<em>college degree</em>) sono spesso chiamati ‘classe operaia’, ma questa etichetta viene usata in modo piuttosto semplicistico. In realtà, la base trumpiana non è composta tanto da ‘colletti blu’, cioè da operai e lavoratori edili, quanto da un mix socioeconomico definito <em>sia</em> dai livelli di reddito, <em>sia</em> dai livelli di istruzione, e cioè da coloro che non hanno un diploma di laurea e che hanno un reddito familiare annuo inferiore alla mediana USA (5). Comprende anche i proprietari di piccole imprese e coloro che lavorano nei servizi, spesso con profili impiegatizi (i cosiddetti ‘colletti bianchi’), e le donne che lavorano, per esempio, nel settore sanitario e nella cura della persona (i cosiddetti ‘colletti rosa’). </p>



<p>In effetti, nel 2016 Trump non ha guadagnato la sua quota maggiore di voti tra i bianchi più poveri d’America, ma tra quelli della ‘classe media’ (un’etichetta <em>catch-all</em> usata per descrivere tutti coloro che si collocano tra i ricchi e chi vive sotto la soglia di povertà). Secondo <em>Identity Crisis: the 2016 Presidential Campaign and the Battle for the Meaning of America</em> (autori John Sides, Michael Tesler e Lynn Vavreck), un libro ampiamente lodato sulle elezioni del 2016, Trump avrebbe “etnicizzato” la situazione economica (<em>racialised economics</em>) promuovendo con successo presso gli americani bianchi “the belief that undeserving groups are getting ahead while your group is left behind”, cioè la convinzione che i gruppi etnici meno meritevoli stessero migliorando il proprio status mentre i bianchi venivano lasciati indietro. Così, nel 2016, sono stati gli elettori bianchi a infilare Trump nello studio ovale, con un sonoro 54% contro il 39% della Clinton, e le prime stime del voto 2020 (sebbene ancora incomplete o parzialmente inesatte) mostrano che The Donald ha addirittura migliorato la sua performance conquistando il 57% dell’elettorato bianco (<em>versus</em> il 42% ottenuto da Joe Biden). Lo conferma un sondaggio condotto da Edison Research per il National Election Pool, che ha intervistato 15.590 elettori all’uscita dal seggio o per telefono (nel caso di voto postale) (6).</p>



<p>I bianchi sono sempre stati la chiave del successo di Donald Trump: nonostante i suoi guadagni nel 2020 anche tra gli elettori di colore e i latini, la base di Trump è sempre stata la gente bianca. E poiché gli elettori bianchi costituiscono la maggioranza dell’elettorato – il 65% secondo Edison Research – essi costituiscono di gran lunga il blocco più grande che lo sostiene.</p>



<p>Fra loro ci sono i bianchi completamente allineati con Trump, quelli che votano per la <em>whiteness</em> (la <em>bianchezza</em>) indipendentemente dallo status socioeconomico o dal livello di istruzione che hanno raggiunto, come i gruppi suprematisti bianchi, ma ce ne sono altri che sono disposti a ignorare qualche aspetto sgradevole della politica trumpiana in favore della sua posizione sulle questioni che li riguardano più da vicino. Per esempio, ci possono essere elettori che non sono d’accordo con la retorica razzista di Trump, ma non se ne preoccupano perché sono antiabortisti oppure favorevoli alle armi e contro le tasse per i super ricchi, e “possono essere in grado di distogliere convenientemente lo sguardo dalle sue politiche di separazione dei figli degli immigrati [dai genitori] perché amano la sua promessa di mettere l’America al primo posto. Invece di affrontare il motivo per cui le proteste antirazziste sono scoppiate nei piccoli paesi e nelle città di tutta la nazione, vogliono solo che le cose tornino alla normalità. A loro, <em>law and order</em> sembra una buona soluzione” (7).</p>



<p>Le donne bianche sembrano aver sostenuto Trump in numero simile o addirittura maggiore nelle ultime elezioni rispetto al 2016. Il 55% delle elettrici bianche ha votato per Trump, secondo gli exit poll di Edison Research, mentre il 43% ha votato per Biden. Il sostegno delle donne bianche per Trump ha un precedente storico: esse sono state a lungo in grado di ottenere potere in una società sessista alleandosi con la supremazia bianca. Come la storica Stephanie Jones-Rogers ha dichiarato nel 2018, “le ragazze e le donne bianche sono state in grado di esercitare il potere in questa nazione, dai suoi inizi coloniali, a causa della loro <em>whiteness</em>”, riferendosi al fatto che pur non avendo gli stessi diritti degli uomini bianchi (per esempio il diritto di voto), le donne bianche avevano il diritto di comprare e vendere schiavi (8).</p>



<p>Secondo i dati degli exit poll analizzati dal Center for Information &amp; Research on Civic Learning and Engagement, anche nel gruppo degli elettori giovani (fra i 18 e i 29 anni), i bianchi sono stati i più propensi a sostenere Trump, con il 43% delle preferenze contro il 9% ottenuto fra i giovani elettori neri, il 13% fra i giovani elettori asiatici e il 21% fra giovani elettori latini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro del voto americano</h4>



<p>Joe Biden ha fatto di tutto per rosicchiare qualche voto dalla base di Donald Trump: ha descritto la corsa presidenziale come “Scranton contro Park Avenue” (il luogo di nascita dei due contendenti), per sottolineare la sua appartenenza alla <em>middle class</em>. Ha urlato contro i tagli alle tasse per i miliardari. Ha dichiarato con orgoglio che con lui sarebbe stato un laureato in un’università statale, non un altro <em>Ivy Leaguer</em>, a sedere nello Studio Ovale. Ha adottato una linea populista in economia. E Biden ha vinto, alla fine, ma gli elettori bianchi senza titolo di studio sono rimasti fedele all’ex presidente, in barba ai sondaggi pre-elettorali (9). Le vittorie democratiche negli <em>swinging States</em> sono arrivate grazie al crescente sostegno dei sobborghi benestanti intorno ad Atlanta, Philadelphia e Detroit, dove Biden ha ampliato i suoi margini in una nuova roccaforte Democratica: gli elettori bianchi con un diploma di studio superiore. “Il fattore più importante uscito da queste elezioni è che la polarizzazione del voto rispetto al livello di istruzione in realtà è aumentata, piuttosto che diminuire come i sondaggi avevano previsto” ha detto David Shor, sondaggista Democratico. “[I Democratici] nonostante gli sforzi hanno fondamentalmente fallito nelle aree meno istruite e hanno guadagnato molto nelle aree istruite”, e anche se il nuovo presidente ha battuto Trump nel voto popolare per più di 6 milioni di voti, il futuro rema contro i democratici, perché Biden ha già cominciato a perdere voti (rispetto alla Clinton) sia fra gli elettori neri (-4%) sia, in misura maggiore, fra gli elettori ispanici (-7%, e Trump ha migliorato i suoi margini in 78 delle 100 contee a maggioranza latina).</p>



<p>Per anni, i Democratici hanno espresso fiducia nel fatto che l’elettorato sempre più vario e meno bianco del Paese avrebbe dato loro un vantaggio a lungo termine sui Repubblicani. Ma Shor (che ha lavorato per Obama nel 2012), racconta un’altra verità: dal momento che i collegi elettorali e la rappresentanza in Senato sono ‘distorti’ a favore degli Stati meno popolati dove dominano i Repubblicani (10), “ai Democratici serve il 54% del voto popolare per i prossimi sei anni per mantenere il controllo di Camera e Senato”, e di conseguenza i Dem devono iniziare a vincere negli Stati rurali e prevalentemente bianchi come l’Iowa e il Montana.</p>



<p>La quota di elettori bianchi senza titolo di studio che vota Democratico ha iniziato a diminuire dagli anni ‘60, durante l’era delle lotte per i diritti civili, quando i Democratici hanno perso il loro appeal nel profondo sud, ma il divario fra il voto delle aree rurali e quello dei centri urbani ha raggiunto nuove vette nel 2016, dopo che Trump ha vinto con una campagna basata sulla linea dura contro l’immigrazione illegale. Oggi in America “gli elettori si riconoscono di più nel partito con cui condividono opinioni sociali e culturali piuttosto che necessariamente opinioni di politica economica”, dice Matt Grossman, responsabile dell’<em>Institute for Public Policy and So</em><em>cial Research </em>alla Michigan State University, “e la stessa tendenza si ritrova nelle nazioni europee”. Con il suo marchio di populismo <em>culturale</em>, non economico, Trump ha alimentato le paure dei bianchi per le proteste razziali che sono scoppiate nelle città; ha spinto per “legge e ordine” durante la campagna; ha criticato pesantemente il movimento Black Lives Matter e ha accusato i Democratici di essere morbidi contro la violenza nera e di schierarsi contro la polizia. Ha avvertito che Biden avrebbe trasformato gli Stati Uniti in un Paese “socialista” e ha accusato i Democratici di voler cancellare il Secondo emendamento, che garantisce il diritto di possedere armi.</p>



<p>Secondo alcuni, come William Frey, autore di <em>Di</em><em>versity Explosion: How New Racial Demographics are</em><em> Remaking America</em>, l’<em>educational divide </em>rappresenterebbe un vantaggio, non uno svantaggio per i Democratici, perché la popolazione dei sobborghi e delle aree urbane, i giovani, le persone di colore e i bianchi con un’istruzione superiore sono tutti gruppi demografici in crescita, mentre gli uomini anziani, bianchi e non istruiti sono una popolazione in declino, specialmente nelle aree rurali, e questo blocco di voto sta diventando più piccolo a ogni tornata elettorale: “[I Repubblicani] stanno ancora abbracciando parti della popolazione in crescita lenta piuttosto che parti della popolazione in più rapida crescita” (11).</p>



<p>Secondo altri analisti politici, come Robert Griffin, direttore di ricerca per il <em>Democracy Fund Voter Study Group</em>, la polarizzazione dell’elettorato rispetto al grado di istruzione rappresenta nel contempo sia un vantaggio che uno svantaggio per entrambi i partiti. Dal punto di vista Repubblicano, la maggior parte degli adulti è priva di titolo di studio. Gli elettori bianchi senza laurea costituivano il 44% degli elettori nel 2016, e poiché questo gruppo è uniformemente distribuito geograficamente in tutto il Paese, i Repubblicani ne beneficiano in termini di rappresentanza nel collegio elettorale, al Senato e alla Camera. D’altra parte gli USA stanno diventando sempre più diversificati rispetto all’etnia e all’istruzione, e la quota di elettori bianchi senza istruzione superiore scende da 2 a 4 punti percentuali ogni anno.</p>



<p>Ma non tutti nel Partito Democratico sono così fiduciosi: Andrew Yang, imprenditore e politico, candidato sindaco Democratico per New York nel 2021, ha un’opinione diversa: “C’è qualcosa di profondamente sbagliato se gli americani della <em>working class</em> non votano un grande partito che teoricamente dovrebbe lottare per loro. Quindi dovete chiedervi: cosa rappresenta il Partito Democratico nelle loro menti? E nelle loro menti, il Partito Democratico, sfortunatamente, rappresenta le élite urbane costiere che sono più preoccupate di sorvegliare le varie questioni culturali che di migliorare lo stile di vita [della <em>working class</em>] che è in declino da anni” (12). Andrew Yang ha perfettamente ragione: basta rivedere il video dell’<em>Inauguration Day</em> del 20 gennaio scorso e prestare attenzione agli artisti che sono stati invitati a celebrarlo, per capire chi e cosa rappresenti oggi Joe Biden. Lady Gaga, dell’Upper West side di Manhattan, vestita in Schiapparelli Haute Couture, canta l’inno americano; Jennifer Lopez, latina del Bronx, in Chanel dalla testa ai piedi, canta <em>This</em><em> land is your land</em>; Amanda Gorman, poetessa afroamericana giovane e bellissima di Los Angeles, recita <em>The Hill We Climb</em> avvolta nel suo cappottino Prada – casualmente, tutte e tre sono anche cattoliche come il nuovo presidente. Non è sorprendente che la <em>working class</em> vada da tutt’altra parte.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’<em>education divide</em> e la <em>whiteness</em></h4>



<p>Il sistema educativo degli Stati Uniti è uno dei più diseguali nel mondo industrializzato, e gli studenti ricevono di norma opportunità di apprendimento drammaticamente diverse in base al loro <em>status</em> sociale. In contrasto con le nazioni europee e asiatiche che finanziano le scuole in modo centralizzato, il 10% più ricco dei distretti scolastici <em>pubblici</em> statunitensi spende quasi 10 volte di più del 10% più povero (13). In <em>A century of educational inequality in the United States</em>, Michelle Jackson e Brian Holzman della National Academy of Sciences of the United States of America hanno analizzato tutte le serie storiche di dati disponibili dal 1908 al 1995, dimostrando che le disuguaglianze nell’accesso a un’istruzione di qualità si sono sempre mosse di pari passo con le diseguaglianze di reddito (tranne durante la guerra del Vietnam, che ha penalizzato in modo maggiore i livelli di istruzione maschile) (14), il che significa non solo che sistemi iniqui di finanziamento scolastico infliggono un danno sproporzionato alle minoranze e agli studenti economicamente svantaggiati, ma che il sistema scolastico statunitense ha cancellato la mobilità sociale, l’essenza stessa dell’<em>American Dream</em>.</p>



<p>Su una base interstatale, queste generazioni di studenti sono concentrate principalmente negli Stati del Sud, che hanno le più basse capacità di finanziare l’istruzione pubblica, mentre su base intra-statale, molti degli Stati con le più ampie disparità nelle spese educative sono i grandi Stati industriali, fra cui Alabama, Arkansas, Illinois, Indiana, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, North Carolina, Ohio, Oregon, Pennsylvania, South Carolina, Texas e Wisconsin. Inoltre, in diversi Stati gli studenti economicamente svantaggiati, bianchi e neri, sono concentrati nei distretti rurali. E questa, certo non a caso, è esattamente (o quasi) la geografia del voto per Trump.</p>



<p>I risultati finali di queste disuguaglianze educative sono sempre più tragici. Oggi più che mai nella storia degli USA, l’istruzione non è solo il biglietto per il successo economico, ma anche per la sopravvivenza di base. Mentre vent’anni fa chi abbandonava la scuola superiore aveva due possibilità su tre di trovare un lavoro, oggi ne ha meno di una su tre, e il lavoro che riesce a trovare paga meno della metà di allora. Chi non ha successo a scuola diventa parte di una crescente sottoclasse isolata dalla società produttiva. Inoltre, i giovani e gli adulti della <em>working class</em>, preparati per lavori che stanno scomparendo, vacillano sull’orlo della mobilità sociale verso il basso. Poiché l’economia non può più assorbire molti lavoratori non qualificati a salari decenti, la mancanza di istruzione è sempre più legata al crimine e alla dipendenza dal welfare (15). E se le condizioni delle minoranze di colore sono oggetto di interesse e preoccupazione e di politiche antidiscriminazione (certo in virtù del loro peso crescente nel sistema elettorale), i poveri bianchi sono in larga parte abbandonati a loro stessi, con la <em>whiteness</em> come unico motivo di orgoglio, quella <em>whiteness </em>che un tempo assicurava uno <em>status</em> e una vita dignitosa e che ora non serve più a niente.</p>



<p>In un’intervista a Le Figaro, lo scrittore e filosofo francese Pascal Bruckner analizza il successo delle teorie indigeniste e decoloniali di matrice statunitense, cioè le teorie americane del genere, della razza e dell’identità, che riconducono tutta la storia umana a queste tre dimensioni e che in sostanza descrivono l’uomo bianco come il responsabile di tutti i mali del mondo (16). Secondo Bruckner, nelle università e nei media sarebbe in atto “una vasta opera di rieducazione che esige che coloro che definiamo bianchi rinneghino se stessi […] L’odio del bianco è innanzitutto un odio di sé da parte del bianco privilegiato. Una sorta di spettacolare autoflagellazione nella quale egli compete con altri a chi si fustiga più violentemente”. Trump, per il maschio bianco americano, è l’emblema del contrario: egli ha in sé la sua ragione d’essere, non chiede scusa nemmeno quando sbaglia, e soprattutto non concede quando perde. Non stupisce che i suoi elettori più fedeli siano disposti a mettere a ferro e fuoco Washington per garantirgli un nuovo mandato. Lui li chiama ‘patrioti’, non ‘perdenti’, e restituisce loro quella dignità che hanno perso fra le macerie del sogno americano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/">https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump">https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em><strong> </strong>La mediana è un valore statisticamente diversa dalla media: secondo il Census Bureau, nel 2016 il reddito familiare annuo mediano era di quasi 60.000 dollari, ma il valore cambia da uno Stato all’altro </p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html" target="_blank">https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7)</em><strong></strong> Cfr. <a href="https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020">https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619">https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em><strong> </strong>Il sistema americano funziona, come è noto, sul sistema dei Grandi elettori: sono gli Stati, e non il popolo, a eleggere il Presidente. Questo significa che tutti gli Stati hanno diritto a una rappresentanza, a prescindere dal numero dei loro abitanti: di conseguenza, gli Stati meno popolati vengono in qualche modo ‘favoriti’ dalla costituzione a svantaggio degli Stati costieri </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong><em> </em></strong><em></em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/" target="_blank">https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong><em> </em></strong>Cfr. <a href="https://www.pnas.org/content/117/32/19108" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/content/117/32/19108</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <em>Inequality in Teaching and Schooling: How Opportunity Is Rationed to Students of Color in America</em>, Linda Darling-Hammond, Stanford University School of Education <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/" target="_blank">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16) </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1" target="_blank">https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1</a> </p>
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		<title>Il virus dei poveri</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-il-virus-dei-poveri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[Sindemia: a morire sono i poveri. Cosa mostrano i dati del Center for Disease Control and Prevention statunitense e quelli dell’ultimo rapporto Istat: perché non si tratta solo di comorbidità con malattie croniche e di accesso al sistema sanitario, ma anche di classe sociale. E cosa ci dice sulle diseguaglianze future]]></description>
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<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sindemia: a morire sono i poveri. Cosa mostrano i dati del Center for Disease Control and Prevention statunitense e quelli dell’ultimo rapporto Istat: perché non si tratta solo di comorbidità con malattie croniche e di accesso al sistema sanitario, ma anche di classe sociale. E cosa ci dice sulle diseguaglianze future</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo lo storico austriaco Walter Scheidel (classe 1966), il gran numero di decessi causati dalle catastrofi, come la peste, le guerre o le grandi siccità, avrebbe nel lungo periodo un effetto benefico sull’economia. Nel suo libro <em>The great leveler: violence and the history of inequality from the stone age to the twenty-first century</em> (Il Mulino, 1989), Scheidel sostiene che gli shock violenti causati da gravi eventi avversi giochino un ruolo cruciale nel ridurre la disuguaglianza, perché la scarsità di forza lavoro che ne consegue spinge verso l’alto i salari. Pare <em>purtroppo</em> che “la grande livella” non stia affatto funzionando con la pandemia da Covid-19. Sembra anzi che il coronavirus produca l’effetto opposto, e cioè che acuisca gli svantaggi socioeconomici delle fasce di popolazione più fragili.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e gli USA</h4>



<p>Il 5 luglio scorso il New York Times ha pubblicato un articolo dal titolo <em>The fullest look yet at the racial inequity of coro</em><em>navirus </em>(1). Il giornale è riuscito a ottenere dal CDC (Center for Disease Control and Prevention) i dati su 1,45 milioni di casi di Covid, relativi al periodo gennaio-maggio 2020. Questi dati riguardano 974 contee, che nel loro insieme rappresentano circa il 55% della popolazione statunitense. Gli autori del pezzo hanno calcolato i tassi di infezione e di mortalità raggruppando i casi relativi a ogni <em>county</em> per etnia e fascia d’età; e hanno poi confrontato i risultati con le più recenti stime della popolazione effettuata dal Census Bureau (2). La conclusione cui sono giunti è che il coronavirus negli USA ha colpito in modo sproporzionato i cittadini neri e latinoamericani, sia nelle aree urbane che in quelle suburbane e rurali, e in tutte le fasce d’età. In particolare, l’analisi del Times dimostra che i latinoamericani e gli afroamericani hanno avuto il triplo delle probabilità di contrarre l’infezione rispetto ai bianchi, e quasi il doppio delle probabilità di morire a causa del virus rispetto ai bianchi. “Il razzismo sistemico non si manifesta solo nel sistema giudiziario penale”, ha commentato Quinton Lucas, sindaco (nero) di Kansas City. Nel suo Stato, il Missouri, il 40% degli infetti sono neri o latini, benché questi gruppi costituiscano solo il 16% della popolazione dello Stato.</p>



<p>Secondo gli esperti, le circostanze che hanno reso i componenti di queste categorie sociali più vulnerabili al virus sono essenzialmente tre: molti di loro hanno professioni che non possono essere svolte da remoto (come fare le pulizie, il commesso, lavorare in un call center o effettuare consegne a domicilio), dipendono dai trasporti pubblici per i loro spostamenti e abitano in appartamenti angusti o in case in cui convivono più generazioni della stessa famiglia. In poche parole, sono più poveri.</p>



<p>Per esempio, nella contea di Fairfax, appena fuori dai confini di Washington D.C., il numero di residenti bianchi è tre volte superiore a quello dei latini, ma il numero di cittadini latini che è risultato positivo al Covid è quattro volte superiore a quello dei bianchi. Fairfax è una delle <em>county</em> più ricche degli USA: il reddito familiare medio dei suoi residenti è 120.000 dollari, il doppio di quello medio nazionale, pari a 60.000 dollari (3). L’elevato potere di acquisto ha spinto al rialzo il costo degli alloggi: nel 2017 un appartamento con una sola camera da letto costava quasi 64.000 dollari all’anno (4). Di conseguenza, le famiglie con un reddito modesto devono ammassarsi in case che impediscono ogni tipo di privacy, figuriamoci il distanziamento sociale in tempo di pandemia. Inoltre i membri di queste famiglie sono spesso obbligati a spostarsi fisicamente per recarsi sul posto di lavoro (o per cercarne uno); e, infine, il rischio di ammalarsi, quando si vive in alloggi troppo piccoli, è aggravato dalla pressione per continuare a lavorare o per tornare rapidamente al lavoro, magari in un ambiente a rischio.</p>



<p>E ciò che succede a Fairfax succede in tutto il Paese: negli USA, come dimostrano i dati del censimento del 2018, il 43% dei lavoratori neri e latinoamericani hanno professioni che non possono essere svolte a distanza (la percentuale di bianchi occupata in mansioni analoghe è del 25%). Inoltre, secondo l’American Housing Survey (un sondaggio finanziato dal Dipartimento degli alloggi e dello sviluppo urbano [5]), i latinoamericani hanno il doppio delle probabilità rispetto ai bianchi di risiedere in un’abitazione affollata.</p>



<p>Tenuto conto che le cifre nazionali sottovalutano in una certa misura la disparità (il Covid è molto diffuso fra gli americani anziani, categoria che annovera una percentuale di cittadini bianchi più elevata rispetto ad altre fasce d’età), la situazione risulta ancora peggiore: i latinoamericani di età compresa tra i 40 e i 59 anni sono stati infettati a un tasso cinque volte superiore a quello dei bianchi; mentre fra i morti, più di un quarto dei latini aveva meno di 60 anni (tra i bianchi deceduti, solo il 6% era così giovane).</p>



<p>Il tasso di mortalità più alto tra i neri e i latinoamericani è stato spiegato, in parte, sulla base di una maggiore incidenza in queste etnie di problemi di salute cronici, tra cui il diabete e l’obesità (le malattie dei poveri). Ma i dati del CDC rivelano un significativo squilibrio nel <em>numero</em> di casi di infezione, non solo nei decessi, un fatto che, secondo gli scienziati, sottolinea che le disuguaglianze siano solo in parte correlate ad altri problemi di salute.</p>



<p>In altri termini, benché senza dubbio la comorbidità giochi un ruolo importante nel tasso di mortalità per coronavirus, il primo fattore che determina la morte è aver contratto l’infezione, e il Covid è molto più diffuso tra le persone che non possono lavorare da casa: anche molti bianchi hanno patologie croniche ma, grazie al <em>remote working</em>, non sono esposte al virus e quindi non si ammalano e non muoiono. “Le differenze nei tassi di infezione sono impressionanti”, ha dichiarato Jennifer Nuzzo, epidemiologo e professoressa presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, e a suo parere non dipendono principalmente dalle condizioni di salute sottostanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e l’Italia</h4>



<p>Quasi in contemporanea al Times, il 3 luglio, l’Istat ha pubblicato il Rapporto annuale 2020 sulla situazione del Paese (6), che quest’anno si è concentrato sugli effetti della pandemia in Italia. L’ente di statistica ha effettuato un’operazione molto simile a quella dei giornalisti del NYT, cioè ha aggregato i dati per classi sociali (definite questa volta in base al reddito e non all’etnia) e ha osservato l’andamento dei tassi di mortalità. Le conclusioni, sorprendentemente (date le differenze socioeconomiche fra l’Italia e gli USA, in particolare nel sistema sanitario), sono molto simili. “Nel marzo 2020 e, in particolare, nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, oltre a un generalizzato aumento della mortalità totale, si osservano maggiori incrementi dei tassi di mortalità, in termini tanto di variazione assoluta quanto relativa, nelle fasce di popolazione più svantaggiate, quelle che già sperimentavano, anche prima della epidemia, i livelli di mortalità più elevati. Uno scarso livello di istruzione, povertà, disoccupazione e lavori precari influiscono negativamente sulla salute e sono correlati al rischio di insorgenza di molte malattie (ad es. quelle cardiovascolari, il diabete, le malattie croniche delle basse vie respiratorie e alcuni tumori), che potrebbero aumentare il rischio di contrarre il Covid-19 e il relativo rischio di morte” (7).</p>



<p>Le classi di reddito sono state stabilite dall’Istat sulla base del livello di istruzione, universalmente riconosciuto come la migliore <em>prox</em>y (8) della condizione socioeconomica, dal momento che è direttamente correlato sia con la condizione occupazionale che con la classe sociale. Ebbene, se si considera l’andamento della mortalità nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 marzo 2020, le persone con un basso livello di istruzione presentano <em>sempre</em> un livello di mortalità più elevato di quelle a medio e alto reddito.</p>



<p>Inoltre, se si analizza un secondo indicatore, il rapporto standardizzato di mortalità (RM), la situazione è ancora peggiore. Il RM misura l’eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti, ed è in questo senso una misura dell’effetto negativo degli svantaggi socioeconomici sulla mortalità degli individui. Nel mese di marzo 2020 assistiamo a un incremento del differenziale nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, più marcato per le donne: il RM varia negli uomini da 1,23 di marzo 2019 al 1,38 di marzo 2020 e nelle donne da 1,08 a 1,36. Dall’analisi per classi di età emerge un aumento del rapporto di mortalità negli individui con livello di istruzione basso (rispetto a coloro con un livello alto) nella classe di età 65-79 anni, sia per gli uomini (da 1,28 a 1,58), sia per le donne (da 1,19 a 1,68). Le donne subiscono un peggioramento rilevante anche nella classe di età precedente (35-64 anni), dove il rapporto passa da 1,37 a 1,76. Non si osservano invece delle variazioni significative rispetto al 2019 nella popolazione più anziana (≥80). Ciò significa che nel mese di marzo in tutte le classi di età (tranne per gli over 80), lo svantaggio socioeconomico ha spinto verso l’alto il tasso di mortalità.</p>



<p>In Lombardia, la regione più colpita dalla prima ondata di Covid-19, i risultati confermano le conclusioni a livello nazionale, con una sottolineatura interessante: nel mese di marzo 2020 il RM non è cresciuto nelle aree a bassa diffusione del virus in nessuna delle classi di età considerate.</p>



<p>Dunque, è stata proprio l’epidemia ad acuire le diseguaglianze preesistenti, e si è accanita sui cittadini con un basso titolo di studio, non necessariamente anziani. Il caso più interessante è senza dubbio quello delle donne meno istruite di età compresa fra 35 e 64 anni, che vedono aumentare il proprio RM del 28%.</p>



<p>Le differenze possono essere imputate a un rischio più elevato di contrarre l’infezione oppure a una maggiore vulnerabilità preesistente (il problema della comorbidità, che a sua volta è collegato a condizioni socioeconomiche più sfavorevoli). È lo stesso dilemma cui ha dovuto rispondere il New York Times, e l’Istat è della stessa opinione: “Condizioni socioeconomiche svantaggiate espongono le persone a una maggiore probabilità di vivere in alloggi piccoli o sovraffollati, riducendo la possibilità di adottare le misure di distanziamento sociale”. Un’analisi del Bruegel (un think tank europeo che si occupa di economia) ha rilevato come, in Italia, i cittadini che rientrano nel 10% delle famiglie con i redditi più elevati abbiano a disposizione una media di quasi 76 metri quadri pro capite, mentre quelli che rientrano nel 10% più basso si fermano all’esatta metà, 33 metri circa pro capite. Inoltre, le abitazioni più ampie, e quindi più costose, sono occupate da inquilini con un grado di istruzione superiore e impiegati in lavori ad alto reddito, in larga parte convertibili in forme di smart working. Gli appartamenti più piccoli, al contrario, sono popolati da una fascia di inquilini con un grado di istruzione inferiore, associati a lavori a termine e più difficili da eseguire da remoto (9).</p>



<p>Come già sottolineato a proposito degli Stati Uniti, sono le occupazioni che, più di altre, espongono i lavoratori al rischio di contagio. Tra queste ci sono ovviamente le professioni sanitarie (soprattutto durante la prima ondata, in cui anche negli ospedali mancavano i dispositivi di protezione individuale), insieme a tutte le altre mansioni che non offrono possibilità di smart working o che non godono delle necessarie tutele, come i lavori in agricoltura, nella vendita al dettaglio e nella grande distribuzione, nel trasporto pubblico, i servizi di pulizia, di assistenza e cura dei bambini e degli anziani. La popolazione con un basso livello di istruzione, e le donne in particolare, hanno inoltre una maggiore probabilità di avere condizioni occupazionali e di reddito instabili, molto spesso lavorano in nero (si pensi alle donne delle pulizie, alle badanti, alle tate) per cui “non possono permettersi”, qui come negli States, di fermarsi nemmeno quando si ammalano.</p>



<p>L’Istat è d’accordo con il Times nel ritenere che la diffusione del contagio e la mortalità abbiano sicuramente una relazione anche con il livello di intensità relazionale dei flussi SL (scuola/lavoro), ovvero con il fenomeno del pendolarismo, poiché coloro che utilizzano mezzi pubblici affollati vedono aumentare le probabilità di essere contagiati e, di conseguenza, di morire per Covid.</p>



<p>Allo stesso modo, la maggiore incidenza di malattie croniche nelle fasce di popolazione con le condizioni socioeconomiche più svantaggiate (disturbi cardiovascolari, obesità e diabete) costituisce, in Italia come negli USA, un ulteriore fattore di rischio che contribuisce ad ampliare le diseguaglianze legate all’infezione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="409" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23.jpg" alt="" class="wp-image-4573" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Salute diseguale con le risposte alla pandemia, Giuseppe Costa, 22 Settembre 2020. Fonte: Sbilanciamoci.info</figcaption></figure>
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<h4 class="wp-block-heading">Il fallimento del welfare</h4>



<p>Come è noto, i sistemi sanitari europei e statunitensi fanno riferimento a modelli opposti: welfare nei Paesi principali della Ue, a orientamento privatistico negli USA. La possibilità per tutti i cittadini di accedere a un’assistenza sanitaria pubblica avrebbe dovuto mitigare nel nostro Paese gli effetti negativi degli svantaggi economici, almeno in relazione ai tassi di mortalità. Evidentemente questo non è avvenuto, principalmente perché il welfare italiano è stato così depauperato negli anni da risultare quasi ininfluente: “Il livello territoriale non è riuscito ad arginare l’emergenza con tempestività e i casi di Covid-19 si sono dovuti riversare negli ospedali che, a loro volta, si sono dimostrati in difficoltà nel fronteggiare una simile pressione, a causa della costante diminuzione delle risorse economiche, del personale sanitario e dei posti letto subita nel corso degli ultimi decenni”, dice l’Istat.</p>



<p>Secondo la Corte dei Conti (10), tra il 2009 e il 2018 si è verificata una riduzione, in termini reali, delle risorse destinate alla sanità particolarmente consistente, che ha acuito i divari in termini di spesa sanitaria pubblica pro capite. Gli strumenti utilizzati per il controllo della spesa in Italia sono stati, principalmente, la contrazione delle prestazioni, il riordino della rete ospedaliera, la riduzione dei posti letto e del personale sanitario. Secondo le stime dell’Ocse (11), nel 2018 la spesa pro capite in Germania e in Francia era, rispettivamente, doppia e superiore del 60% a quella italiana. Al 19 novembre 2020, il tasso di mortalità per Covid è stato pari al 1,5 % in Germania (13.662 deceduti su 892.00 contagiati), al 2,3% in Francia (49.232 morti per 2,14 milioni di infezioni), e al 3,6% in Italia (47.870 decessi su 1,31 milioni di casi accertati). Dal confronto fra i tassi di mortalità e la spesa sanitaria pro capite, emerge come la mortalità diminuisca all’aumentare della spesa sanitaria. E non è tutto: “Un prezzo che la sanità pubblica ha pagato all’austerità è stato anche quello di non riuscire ad assicurare uniformità di salute e di opportunità di accesso alle cure sull’intero territorio nazionale e per tutte le categorie sociali”, dice l’Istat e, come è logico, il prezzo maggiore lo hanno pagato le categorie più deboli.</p>



<p>Se consideriamo che la spesa sanitaria complessiva, pubblica e privata, ammontava, nel 2018, a 155 miliardi di euro (dati Istat), dei quali il 74,2% a carico della componente pubblica, il 23,1% a carico delle famiglie, e la quota residuale (del 2,7%) coperta dai regimi di finanziamento volontario (anche questi a carico del cittadino), dato che la mortalità per Covid aumenta al diminuire della spesa sanitaria, i soggetti più poveri, che non possono permettersi servizi sanitari privati o un’assicurazione sanitaria, muoiono per la pandemia più dei cittadini benestanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I nuovi poveri</h4>



<p>Il rapporto 2020 della Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia (12), intitolato <em>Gli anticorpi della solidarietà</em> e pubblicato il 17 ottobre, cerca di restituire una fotografia delle gravi conseguenze economiche e sociali dell’attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19. Il nostro Paese ha registrato nel secondo trimestre del 2020 una marcata flessione del Pil, la più preoccupante dall’avvio delle serie storiche (-12,8%); l’occupazione ha registrato un calo di 841 mila occupati rispetto al 2019; il tasso di disoccupazione è diminuito, ma solo perché sono aumentati vistosamente gli inattivi (i cittadini che hanno smesso di cercare un lavoro). Secondo i dati, dal 2019 al 2020 l’incidenza dei “nuovi poveri” (coloro che si sono rivolti alla Caritas per la prima volta) è passata dal 31% al 45% (quasi una persona su due). È aumentato in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani e delle persone in età lavorativa; è calata, invece, la grave marginalità. Stiamo dunque assistendo a una fase di “normalizzazione” della povertà, come accadde per effetto dello shock economico del 2008. Ma nel 2019, alla partenza della pandemia, la situazione era molto più deteriorata: il numero dei poveri assoluti era pari a 4,6 milioni di individui, più del doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers.</p>



<p>I dati Istat sulla povertà nel 2019 (pubblicati lo scorso giugno) (13), riportano che, prima della pandemia, le famiglie povere erano quasi 1,7 milioni, pari al 7,7% della popolazione. Tra le categorie più vulnerabili si registrano le famiglie del Mezzogiorno, le famiglie numerose con 5 o più componenti, le famiglie con figli minori, i nuclei di stranieri (tra loro l’incidenza della povertà è pari al 24,4%, a fronte del 4,9% nelle famiglie di soli italiani) e le persone meno istruite. Continua inoltre la correlazione negativa tra l’incidenza della povertà e l’età della persona di riferimento, il che significa che sono i giovani le persone più colpite dalla mancanza di mezzi, in particolare i nuclei famigliari under 34 risultano i più svantaggiati (l’incidenza della povertà nei nuclei 18-34 anni è pari all’8,9%, tra gli over 65 pari al 5,1%). È ancora molto alto il peso della povertà tra i minori (tra loro la quota sale all’11,4%), per un totale in valore assoluto di oltre 1,1 milioni bambini e ragazzi in stato di povertà. Ovviamente, a pagare il prezzo più alto sono le persone in cerca di un’occupazione (19,7%); tuttavia, anche tra chi possiede un lavoro, la percentuale risulta decisamente più alta della media: tra le famiglie di operai in particolare l’incidenza della povertà si attesta al 10,2%. I dati Istat confermano poi la maggiore vulnerabilità delle persone che non possono permettersi una casa di proprietà: le oltre 726 mila famiglie povere in affitto rappresentano infatti il 43,4% di tutte le famiglie povere.</p>



<p>Questa situazione è aggravata da almeno altri due fattori. In Italia l’indice di concentrazione di Gini è tra i più alti in Europa, 0,33 nel 2018 (in Francia nello stesso periodo era pari a 0,29, in Danimarca a 0,26). Questo indicatore misura le diseguaglianze nella distribuzione del reddito, ed è un numero compreso tra 0 e 1: valori bassi indicano una distribuzione abbastanza omogenea (lo zero indica la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito); valori alti del coefficiente indicano una distribuzione diseguale (1 corrisponde alla massima concentrazione, che si verifica quando una sola persona percepisce tutto il reddito del Paese, mentre il resto della popolazione ha un reddito nullo). Secondo Oxfam, una organizzazione no profit, nel 2019 in Italia il 20% della popolazione deteneva il 70% di una ricchezza complessiva di 9.297 miliardi di euro, contro il 13,3% nelle mani del 60% più povero della popolazione (14). Inoltre il nostro Paese ha una bassissima mobilità sociale, il che significa che la classe sociale di appartenenza influisce pesantemente sulle opportunità future: chi nasce ricco rimane ricco e chi nasce povero rimane povero. In Italia occorrono ben cinque generazioni per migliorare il proprio status socioeconomico e il 31% dei figli di genitori a basso reddito è ‘condannato’ allo stesso livello di entrate della sua famiglia (15).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le prime conseguenze economiche del Covid</h4>



<p>Tra aprile e maggio 2020 la Banca d’Italia ha condotto un’indagine straordinaria sulle famiglie italiane per raccogliere informazioni sulla situazione economica e sulle aspettative durante la crisi legata alla pandemia di Covid-19. I risultati, pubblicati il 26 giugno (16) offrono uno spaccato sconfortante (e si era solo alla prima ondata dell’epidemia): oltre la metà della popolazione ha dichiarato di aver subito una contrazione nel reddito familiare a causa delle misure adottate per il contenimento dell’epidemia. L’impatto è stato particolarmente grave per i lavoratori autonomi: quasi l’80% ha subìto un calo nel reddito e il 36% di loro ha perso oltre la metà del reddito familiare. Più di un terzo degli individui ha dichiarato di disporre di risorse finanziarie liquide sufficienti per meno di tre mesi a coprire le spese per i consumi essenziali della famiglia; questa quota ha superato il 50% per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine. Quasi il 40% degli individui indebitati ha dichiarato di avere difficoltà nel sostenere le rate del mutuo a causa della crisi sanitaria, e quasi il 60% riteneva che, anche quando l’epidemia fosse terminata, le spese per viaggi, vacanze, ristoranti, cinema e teatri sarebbero stati comunque inferiori a quelle pre-crisi.</p>



<p>Le famiglie povere hanno dovuto affrontare anche problematiche nuove, innanzitutto le difficoltà connesse con la didattica a distanza, che si manifestano nell’impossibilità di poter accedere alla strumentazione adeguata (tablet, pc, connessioni wi-fi), ma non solo. Colpiscono, poi, i numerosi segnali di allarme delle Caritas inerenti la dimensione psicologica: si rileva un evidente aumento durante il lockdown del disagio psicologico-relazionale, dei problemi connessi alla solitudine e delle forme depressive. I centri di ascolto riferiscono anche un accentuarsi delle problematiche familiari, in termini di conflittualità di coppia e genitori-figli (come è prevedibile quando si costringono gli individui entro i confini angusti delle mura domestiche), violenza e difficoltà di accudimento di bambini piccoli o di familiari colpiti dalla disabilità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e i disturbi emotivi</h4>



<p>Il Covid-19 non mette a dura prova solo i polmoni. Ammalarsi può causare anche ripercussioni psichiatriche serie, come depressione, ansia, insonnia e disturbo post-traumatico da stress. Lo avevano dimostrato i ricercatori del San Raffaele di Milano (17) e ora le loro conclusioni vengono confermate da una ricerca molto più ampia condotta dall’Università di Oxford (18). Lo studio, pubblicato su <em>The Lancet Psychiatry</em>, ha preso in esame un database elettronico con i dati di 69 milioni di americani, inclusi 62.364 casi di Covid-19. Secondo i ricercatori inglesi, al 20% dei pazienti infetti da coronavirus viene diagnosticato un disordine psichiatrico entro 90 giorni dall’inizio della malattia. I disturbi più comuni sono ansia, depressione e insonnia, ma la ricerca suggerisce anche che questi soggetti abbiano un più alto rischio di ammalarsi di demenza rispetto a coetanei sani: “I sopravvissuti al Covid-19 sembrano essere a maggior rischio di malattie psichiatriche, e una diagnosi psichiatrica precedente potrebbe essere un fattore di rischio indipendente per il Covid-19”. Il terreno socioeconomico è sempre stato un fattore certo nel determinare i problemi di salute mentale: “È sufficiente analizzare la storia della psichiatria moderna, dall’industrializzazione sino ai giorni nostri, per constatare che tutte le più grandi crisi di tipo politico o socio-economico hanno agito da catalizzatori di una psichiatrizzazione delle marginalità sociali. Nel testo <em>Recovery from Schizophrenia: Psychiatry and Political Economy</em>, Richard Warner dimostrava proprio questo rapporto stretto tra crisi economiche e ricoveri in ospedali psichiatrici”, afferma Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (SIEP), componente del Consiglio Superiore di Sanità e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena (19). “In un’ottica di analisi delle misure anti-Covid, la prima cosa da fare, per evitare questi effetti, è lavorare sulla riduzione della povertà, che come si sa è la più diffusa delle malattie. Ridurre il gap tra condizioni di garanzia e chi non ha i basilari strumenti per la sussistenza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e la Dad</h4>



<p>Per quanto riguarda il sistema scolastico in Italia, le possibili disparità pre-Covid riguardavano le possibilità di accesso all’istruzione; la frequenza in età regolare della scuola dell’obbligo; i rendimenti (cioè l’acquisizione di competenze cognitive, misurata dai test PISA e INVALSI); e l’indirizzo di scuola secondaria frequentato. Le ultime tre fonti di disuguaglianza sono collegate alle origini sociali delle persone, segnatamente al livello di istruzione delle famiglie: quanto più elevato è il livello di istruzione dei genitori, tanto più è possibile che i figli riescano ad accedere regolarmente fino ai gradi superiori della scuola secondaria.</p>



<p>Insieme al livello di istruzione, anche le possibilità economiche influenzano sia i rendimenti che il tipo di istruzione superiore scelto: quanto più la famiglia ha disponibilità economiche, tanto più è probabile che lo studente riesca a ultimare la scuola superiore e a frequentare i licei (20), ed eventualmente l’università, migliorando le proprie prospettive reddituali future. Con la didattica a distanza tutte le disuguaglianze si sono acuite, innanzitutto perché non tutte le zone del Paese sono ugualmente coperte da connessione internet; e poi perché una quota non banale della popolazione scolastica non ha accesso diretto o indiretto a strumenti come tablet, pc portatili, o smartphone. “Si sono acuite anche le disparità a livello di capitale culturale della famiglia di origine […]. In questa situazione nuova, rappresenta una grande differenza vivere in una famiglia con genitori che possono aiutare nei compiti, nelle risposte alle interrogazioni e possono accedere in modo oculato a internet. Se il capitale culturale familiare è insufficiente, c’è una capacità differenziale di mediazione culturale che i genitori istruiti possono esercitare nei confronti dei loro figli a parità di strumentazione informatica o di accesso alla rete” afferma Antonio Schizzerotto, professore emerito di Sociologia del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.</p>



<p>Accanto a questi elementi, c’è il problema delle dinamiche di classe e dell’attenzione differenziale che un insegnante può dare in presenza e non può invece dare via internet: durante i collegamenti è più difficile anche solo verificare l’effettiva frequenza dello studente. Inoltre nella didattica a distanza vengono meno due importanti componenti: l’abitudine a interagire con ruoli adulti diversi da quelli familiari e la possibilità di avere un contesto sociale formato da coetanei. “Ciò vale soprattutto per la scuola primaria e la secondaria di primo grado, dove la mancanza di questi elementi aggiuntivi può complicare il livello di crescita, non solo cognitivo ma anche quello della capacità di assumere i vari ruoli sociali e di avere un processo di socializzazione completo”.</p>



<p>Le ripercussioni sul piano economico e sociale dovute al virus produrranno quindi un allargamento della forbice delle disuguaglianze già presenti, rendendo i figli dei genitori poveri ancora meno attrezzati di oggi per le loro sfide future. Secondo Tania Toffanin, professoressa di Sociologia dell’educazione all’Università di Padova, c’è il rischio che questa ondata pandemica abbia un impatto diretto sulla tenuta dei livelli di scolarizzazione. “Finita la pandemia, ci saranno infatti molte persone che non potranno permettersi di continuare la loro istruzione secondaria e terziaria. Basti pensare, ad esempio, ai ragazzi e alle ragazze che si mantenevano all’università attraverso lavori legati al turismo o alla ristorazione, oppure alle famiglie che non avranno più risorse disponibili per sostenere questo sforzo economico […] Sarebbe intellettualmente disonesto non sottolineare la valenza di genere, di classe e razziale della pandemia, che porterà in luce la polarizzazione sociale spesso abilmente occultata, ma sempre presente, nel nostro Paese” (21).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Nelle società in cui il virus colpisce, aggrava le conseguenze della disuguaglianza, aumentando i problemi delle fasce più fragili delle popolazioni. Le ricerche suggeriscono non solo che coloro che si trovano nelle classi socioeconomiche più basse sono più suscettibili a essere infettati dal Covid-19, ma che è anche più probabile che ne muoiano. Perfino coloro che riusciranno a non ammalarsi subiranno una perdita di reddito (e di assistenza sanitaria nel Paesi privi di welfare), potenzialmente su vasta scala.</p>



<p>Contemporaneamente, la disuguaglianza stessa può agire come moltiplicatore della diffusione e della mortalità della pandemia: le ricerche sul virus dell’influenza hanno dimostrato che la povertà e la disuguaglianza possono esacerbare i tassi di trasmissione e di mortalità per tutti (22).</p>



<p>Questo ciclo si rafforza a vicenda: la pandemia aumenta il numero di coloro che saranno poveri ed emarginati domani, rendendo la società sempre più ingiusta e sempre più fragile, sia dal punto sanitario, sia per quanto riguarda fenomeni come il populismo, l’animosità razziale e le morti per disperazione (quelle derivanti dall’alcolismo, dal suicidio o dall’overdose di droghe): “Tutti questi fattori sono interconnessi”, ha dichiarato al New York Times la dottoressa Nicole A. Errett, ricercatrice in materia di politica sanitaria pubblica e disastri naturali presso il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Washington: “Le vulnerabilità sociali preesistenti non fanno che peggiorare dopo un disastro, e questo è un esempio perfetto”.</p>



<p>Le categorie che hanno subìto gli effetti peggiori della pandemia sono tre: donne, giovani e lavoratori con contratto a termine: “La crisi riconducibile al Covid-19 ha, di fatto, bloccato in gran parte l’economia ufficiale, quasi del tutto l’economia sommersa che negli ultimi decenni è stata un vero e proprio ammortizzatore sociale” dichiara Gian Maria Fara, presidente di Eurispes (23). “Il sommerso ha consentito a milioni di famiglie monoreddito di integrare le entrate familiari attraverso lavori occasionali o anche stabili non dichiarati. Numerose altre famiglie, che non possono contare sul lavoro ufficiale di almeno uno degli appartenenti, sopravvivono grazie all’arte di ‘arrangiarsi’ messa in atto dai diversi componenti della famiglia che, faticosamente, riescono a mettere insieme il pranzo con la cena”. L’Italia, ma più in generale il modello occidentale, si trova così davanti a un’ulteriore profonda e drammatica prova, perché il Covid-19 salda insieme la crisi economica, la crisi sociale e la crisi della politica e delle istituzioni.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/05/us/coronavirus-latinos-african-americans-cdc-data.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/05/us/coronavirus-latinos-african-americans-cdc-data.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Il Census Bureau è l’ufficio interno allo U.S. Federal Statistical System che si occupa delle analisi demografiche</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/LFE305218#LFE305218" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/LFE305218#LFE305218</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.fairfaxcounty.gov/news2/who-we-are-in-fairfax-county-in-2018-annual-demographics-report/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fairfaxcounty.gov/news2/who-we-are-in-fairfax-county-in-2018-annual-demographics-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.census.gov/programs-surveys/ahs.html" target="_blank">https://www.census.gov/programs-surveys/ahs.html</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/capitolo2.pdf" target="_blank">https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/capitolo2.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8) </em>La proxy è un indicatore statistico che descrive il comportamento di un determinato fenomeno non osservabile direttamente </p>



<p class="has-small-font-size"><em>9)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I" target="_blank">https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) Cfr. </em><a href="https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/RappCoord/RappCoord2020">https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/ RappCoord/RappCoord2020</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.oecd.org/els/health-systems/health-data.htm" target="_blank">http://www.oecd.org/els/health-systems/health-data.htm</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong> </strong>Cfr. http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Rapporto_Caritas_2020/Report_CaritasITA_2020.pdf</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf" target="_blank">https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Disuguitalia_2020_final.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Disuguitalia_2020_final.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em> Cfr. <a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Evi-preliminari-ind-straord-famiglie.pdf">https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Evi-preliminari-ind-straord-famiglie.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.repubblica.it/salute/2020/11/17/news/covid_disturbi_psichiatrici_per_il_20_dei_pazienti-274727855/?ref=RHTP-BH-I274746038-P1-S4-T1">https://www.repubblica.it/salute/2020/11/17/news/covid_disturbi_psichiatrici_per_il_20_dei_pazienti-274727855/?ref=RHTP-BH-I274746038-P1-S4-T1</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30462-4/fulltext">https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30462-4/fulltext</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/disuguaglianze-sociali-covid19-starace" target="_blank">https://ilbolive.unipd.it/it/news/disuguaglianze-sociali-covid19-starace</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>20) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.amnesty.it/covid-19-e-didattica-a-distanza-come-nascono-le-disuguaglianze-a-scuola/" target="_blank">https://www.amnesty.it/covid-19-e-didattica-a-distanza-come-nascono-le-disuguaglianze-a-scuola/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>21) </em>Cfr. <a href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemia-non-solo-scuola-disuguaglianze" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemia-non-solo-scuola-disuguaglianze</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>22) </em>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/coronavirus-inequality.html">https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/coronavirus-inequality.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.insidertrend.it/2020/06/20/societa/societa-emergenza-coronavirus-la-pandemia-sta-aumentando-le-disuguaglianze-economiche-e-sociali-secondo-gian-maria-fara-eurispes-dovremo-essere-capaci-di-superare-il-cosiddetto-sta/" target="_blank">https://www.insidertrend.it/2020/06/20/societa/societa-emergenza-coronavirus-la-pandemia-sta-aumentando-le-disuguaglianze-economiche-e-sociali-secondo-gian-maria-fara-eurispes-dovremo-essere-capaci-di-superare-il-cosiddetto-sta/</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lombardia. Il leghista e l&#8217;evasore</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lombardia-il-leghista-e-levasore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:26:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il conto in Svizzera di Attilio Fontana: la Lombardia, la Lega Nord e l’evasione fiscale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il conto in Svizzera di Attilio Fontana: la Lombardia, la Lega Nord e l’evasione fiscale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 16 aprile 2020, in piena emergenza Covid, Aria Spa (la centrale acquisti della Lombardia) ordina direttamente, senza alcuna gara di appalto, alla società Dama Spa (che produce il marchio di abbigliamento Paul&amp;Shark), una fornitura di 75.000 camici per medici e infermieri e 7.000 set sanitari per un valore complessivo di 513.000 euro. La moglie del governatore Attilio Fontana, Roberta Dini, possiede il 10% di Dama Spa tramite la società Divadue Srl, mentre il restante 90%, attraverso una fiduciaria svizzera, è di proprietà di Andrea Dini, fratello di Roberta e dunque cognato del presidente della Regione, che ricopre anche il ruolo di amministratore delegato dell’azienda di famiglia. Il 20 maggio la Dama Spa storna la fattura, dopo che i media hanno iniziato a porre al governatore e a Dini domande scomode circa un possibile conflitto di interessi. Si tratterebbe di un equivoco, dichiara Andrea Dini all’inviato di Report Giorgio Mottola: “Quando io non ero in azienda durante il Covid, chi se ne è occupato ha male interpretato, ma poi me ne sono accorto e ho subito rettificato tutto, perché avevo detto ai miei che doveva essere una donazione” (1). Da parte sua Fontana chiarisce: “Non sapevo nulla e non sono intervenuto in alcun modo”. In verità, ma lo scopriremo solo a settembre (dopo la pubblicazione dei messaggi telefonici che si sono scambiati fra febbraio e marzo Andrea e Roberta Dini), a causa del coronavirus la Dama Spa aveva visto crollare il suo fatturato e cercava di riconvertirsi nelle forniture sanitarie per rimediare, almeno parzialmente, a una situazione finanziaria che i fratelli consideravano drammatica (2).</p>



<p>Presumibilmente, dopo l’<em>inopportuno</em> interessamento dei media, Attilio Fontana (“Atti” per gli amici), per evitare altri imbarazzi istituzionali in un momento in cui già si trovava nell’occhio del ciclone a causa della gestione discutibile della pandemia, convince i Dini a rinunciare all’affare, ma in cambio è ‘costretto’ a ripagare la famiglia di tasca sua – almeno parzialmente – per il mancato introito. Così il 19 maggio (casualmente, il giorno prima che Andrea Dini trasformi la fornitura in donazione), Fontana dà mandato all’Unione Fiduciaria Spa, la società fiduciaria che gestisce il patrimonio del governatore, di effettuare un bonifico di 250.000 euro dal suo conto svizzero UBS a favore della Dama Spa: la causale del bonifico si riferisce specificamente alla fornitura di camici.</p>



<p>E qui per Atti le cose si mettono male: Unione Fiduciaria blocca il bonifico perché l’entità della somma, la qualifica del cliente (PEP, acronimo per “Persona Politicamente Esposta”), la mancanza di una causale ‘coerente’ e la provvista da un conto svizzero violano i protocolli antiriciclaggio della fiduciaria, che invia a Bankitalia un SOS, ossia una “Segnalazione di Operazione Sospetta”. Bankitalia, a sua volta, allerta il nucleo speciale di polizia valutaria della guardia di finanza, che gira il fascicolo alla procura di Milano. Così il 25 luglio scorso il governatore viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di “frode in pubbliche forniture”, nell’inchiesta in cui risultano indagati anche Andrea Dini e Filippo Bongiovanni, il direttore generale dimissionario di Aria Spa.</p>



<p>L’interesse dei media ora è tutto per quel conto svizzero. Emerge che il governatore conserva all’UBS un tesoretto di 5,3 milioni di euro. Che Fontana fosse più che benestante già si sapeva, in parte era stato candidato alla presidenza della Regione anche per quello (“Siccome è ricco di famiglia, bisogno di rubare non ne ha”, si diceva negli ambienti della Lega [3]), ma così tanti soldi? E da dove vengono? I <em>rumors</em> si rincorrono, e così il 27 luglio Atti decide di rilasciare un’intervista esclusiva a Francesco Bei di Repubblica (4), per dire la sua sulla vicenda e spiegare la provenienza del denaro.</p>



<p>Circa il bonifico incriminato, il governatore dichiara di aver spontaneamente considerato di alleviare in qualche modo il peso economico dell’operazione del cognato, partecipando personalmente alla copertura di una parte del valore della fornitura. “Si è trattato di una decisione spontanea, volontaria e dovuta al rammarico di constatare che il mio legame di affinità aveva solo svantaggiato un’a-zienda legata alla mia famiglia” (ma perché avrebbe svantaggiato l’azienda se l’intenzione di Dini era davvero quella di fare una donazione?). Quanto al conto svizzero, Atti ne rivendica la perfetta legittimità: “Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente; è riportato nella mia dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”. </p>



<p>Il denaro, in verità, è stato gestito fino al 2015 da due <em>trust</em> alle Bahamas ed è poi ‘emerso’ tramite una procedura chiamata <em>voluntary disclosure</em>. Ma da dove provenivano questi soldi e perché stavano all’estero? “Quello all’estero era un conto che avevano i miei genitori, una cosa purtroppo di moda a quei tempi [&#8230;]. Morta mia mamma, a 93 anni, io l’ho ereditato e l’ho dichiarato nel rispetto delle leggi italiane e pagando il dovuto”, dichiara Fontana. “Sua madre faceva la dentista, erano soldi frutto di evasione fiscale?”, lo incalza il giornalista. “Ma che dice? I miei hanno sempre pagato tutte le tasse, mio papà era dipendente della mutua, mia madre era una super-fifona, figurarsi evadere&#8230; Non so davvero dirle perché portassero fuori i loro risparmi. Comunque era un conto non operativo da decine di anni, penso almeno dalla metà degli anni Ottanta”.</p>



<p>Un cumulo di sciocchezze, e i media non ci mettono molto a scoprirlo.</p>



<p>Come detto, i 5,3 milioni del conto svizzero sono emersi da un procedimento di <em>voluntary disc</em><em>losure</em> (traducibile in italiano con “collaborazione volontaria”) varato dal governo Renzi nel 2015 (5). Come si legge sul sito dell’Agenzia delle entrate, la <em>volu</em><em>ntary disclosure</em> “consente ai contribuenti che detengono <em>illecitamente</em> (il corsivo è dell’autore) patrimoni all’estero di regolarizzare la propria posizione denunciando spontaneamente all’Amministrazione finanziaria la violazione degli obblighi di monitoraggio. Ai contribuenti che aderiscono a questo strumento, l’Agenzia delle Entrate assicura sconti fino alla metà delle sanzioni, mentre le imposte e gli interessi dovuti sui capitali rientrati dall’estero devono invece essere versati per intero”. (6). Altro che madre fifona! E infatti Atti è costretto a correggere il tiro: a proposito del <em>trust </em>alle Bahamas che, a quanto pare, ha occultato per 23 anni il conto di Lugano, dichiara – sempre a Repubblica – qualche giorno dopo: “Escludo che mia madre sia mai stata alle Bahamas. Se i miei genitori hanno commesso delle violazioni, non spetta a me giudicarli. Ma non posso essere io a dover rispondere della loro condotta” (7). Tuttavia ribadisce che fino alla morte della madre, avvenuta il 6 giugno del 2015, il denaro era illecitamente detenuto a sua insaputa.</p>



<p>Prendiamo per buone le sue parole, anche se Fontana è un avvocato d’affari e “non può non sapere del <em>trust </em>nelle isole caraibiche, non fosse altro perché dal 2005 ne è il beneficiario” (8). Inoltre, dal 1997 al 2005 il governatore ha avuto la procura sul conto svizzero da cui è stato creato il <em>trust</em>, e per ottenere la procura su un conto bisogna recarsi personalmente in banca per depositare la firma (9). Si può inoltre arguire che uno strumento di ingegneria finanziaria come il <em>trust</em> è senz’altro più familiare a un legale specializzato nel ramo societario, come Atti, che non a una coppia di medici come i suoi genitori.</p>



<p>Fontana però ha ragione su un punto: portare i soldi all’estero è stato <em>di moda</em> per molto tempo, almeno nell’ambiente da cui il governatore proviene, quello della ricca borghesia lombarda. E qui bisogna fare una piccola digressione storica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dagli anni ’50 ai ’70: evasione sì, conto in Svizzera no</h4>



<p>Dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta, la lotta all’evasione fiscale non è mai stata una priorità per i governi che si sono succeduti alla guida del Paese (ricostruzione del dopoguerra, boom economico, crisi anni ’70, binomio fondi neri-corruzione&#8230; tante le ragioni e non entriamo qui nel merito).</p>



<p>Dal momento che per quarant’anni i controlli tributari sono stati una rarità e i consumi erano effettuati esclusivamente in contanti, per imprenditori, commercianti e professionisti era semplicissimo lavorare in nero, costruendosi tesoretti segreti che venivano gelosamente conservati in casseforti private, cassette di sicurezza e conti in Svizzera. Quest’ultima opzione aveva il pregio di proteggere il <em>malloppo</em> da eventuali sconvolgimenti politici – vittoria elettorale del Pci e possibili imposte patrimoniali – svalutazioni della lira – il franco svizzero era una certezza di stabilità, moneta rifugio per eccellenza – e qualsivoglia altro accadimento, visto anche il segreto bancario custodito meglio di quello del confessionale.</p>



<p>Sembrerebbe tutto molto semplice, con gli occhi di oggi: il Sciur (o la Siura) Brambilla di turno si alza, prende la valigia con i milioni di lire in contanti faticosamente – si fa per dire – sottratti alle grinfie del fisco, sale in macchina, attraversa il confine, sceglie una banca e apre un conto cifrato, dopodiché se ne torna a casa felice e contento. In realtà il processo era molto più complicato perché, se l’evasione fiscale in quegli anni è sempre stata ‘tollerata’, l’esportazione di denaro è stata uniformemente combattuta, e per ottime ragioni.</p>



<p>Le norme valutarie hanno, da sempre, rappresentato uno strumento a tutela dell’economia nazionale, intesa in senso lato, attraverso il controllo dei mezzi di pagamento da e verso l’estero. Ripercorrendo la legislazione valutaria, il primo <em>step</em> normativo è costituito dalla legge n. 786 /1956 (c.d. legge valutaria), che instaurava un regime a impostazione negativa secondo il quale “tutto è vietato ad eccezione di ciò che è espressamente consentito”. L’art.2 della leg-ge recitava infatti: “Ai residenti è fatto divieto di compiere qualsiasi atto idoneo a produrre obbligazioni fra essi e i non residenti, esclusi i contratti di vendita di merci per l’esportazione nonché i contratti di acquisto di merci per l’importazione, <em>se non</em><em> in base ad autorizzazioni ministeriali</em>. Ai residenti è fatto divieto di effettuare esportazioni ed importazioni di merci <em>se non in base ad autorizzazioni ministeriali</em> [&#8230;]” (corsivi dell’autore). L’art. 4 specificava: “I residenti non possono ricevere pagamenti da non residenti o effettuare pagamenti a non residenti, direttamente o per conto dei medesimi [&#8230;]”, e l’art. 5 impediva “di possedere quote di partecipazione in società aventi la sede fuori del territorio della Repubblica, nonché titoli azionari e obbligazionari emessi o pagabili all’estero <em>se non in base ad autorizzazioni ministeriali</em> [&#8230;]” (corsivo dell’autore). Salva l’applicazione delle norme penali, a coloro che effettuavano operazioni in violazione del decreto si applicavano sanzioni amministrative.</p>



<p>Esportare valuta era dunque illegale, a prescindere dal fatto che il denaro trasferito all’estero fosse stato regolarmente denunciato al fisco oppure no, a meno di ottenere una specifica dispensa ministeriale. Il regime di cambi fissi instaurato con Bretton Woods imponeva infatti un ferreo controllo dei flussi valutari in entrata e in uscita, e non era pensabile che la popolazione fosse lasciata libera di movimentare la lira a proprio piacimento.</p>



<p>Negli anni Settanta, a causa della svalutazione della lira (crollo Bretton Woods, crisi petrolifera ecc.), la legislazione divenne ancora più restrittiva: per impedire il deflusso dei capitali verso l’estero, la legge 159/1976 intitolata <em>Disposizioni penali in materia di </em><em>infrazioni valutarie</em> trasforma in fattispecie penali l’esportazione di valuta e la costituzione di capitali all’estero, punibili addirittura con la reclusione: “Chiunque, senza l’autorizzazione prevista dalle norme in materia valutaria, esporta con qualsiasi mezzo fuori del territorio dello Stato valuta nazionale o estera, titoli azionari o obbligazionari, titoli di credito, ovvero altri mezzi di pagamento, è punito con la multa [&#8230;]. Chiunque costituisce fuori del territorio dello Stato, a favore proprio o di altri, disponibilità valutarie o attività di qualsiasi genere senza l’autorizzazione prevista dalle norme in materia valutaria, è punito con la multa [&#8230;]. Nei casi previsti dai commi precedenti, se il valore dei beni esportati ovvero delle disponibilità o attività supera complessivamente 5 milioni di lire, la pena è della reclusione da uno a sei anni e della multa dal doppio al quadruplo del valore predetto [&#8230;]” (art.1).</p>



<p>Difficilmente quindi la ricca borghesia lombarda (fra cui la “super-fifona” madre di Atti) attraversava personalmente la frontiera con i biglietti di banca nella borsetta o nel portabagagli, correndo il rischio di finire in galera: per trasferire il contante esisteva un professionista apposito, il cosiddetto <em>spallone</em> (termine mutuato dal gergo del contrabbando <em>d’antan</em>), il quale agiva per conto dei proprietari del denaro (o del loro commercialista o avvocato di fiducia) e il cui compito era appunto quello di spostare materialmente i capitali dall’Italia alla Svizzera. Il nome non deve trarre in inganno: lo spallone moderno non è più il piccolo criminale che di notte, zaino in spalla, attraversa il confine sui monti per passare attraverso le maglie della polizia di frontiera, ma è un cittadino insospettabile che, per la più semplice delle ragioni, attraversa quotidianamente il confine ed è ben conosciuto dai finanzieri che controllano i valichi: stiamo parlando del frontaliero, cioè del cittadino italiano che abita in genere nelle zone del comasco e del varesotto e che, ogni giorno, attraversa il confine per recarsi al lavoro in Svizzera. Uomini e donne insospettabili, fra cui una zia di chi scrive (quasi coetanea della madre di Fontana e come lei defunta da qualche anno), che integravano lo stipendio elvetico facendo la cortesia (molto ben retribuita) a imprenditori, commercianti e artigiani di traghettare dall’altra parte i ‘risparmi di una vita’.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Anni ’80: l’inversione di tendenza</h4>



<p>È solo dalla metà degli anni Ottanta che la tendenza normativa si inverte, per arrivare gradualmente fino alla completa liberalizzazione della circolazione dei capitali, un passaggio scritto nel Trattato CEE che ha dato vita al Mercato comune europeo. Tutto inizia con la legge 599/1986, che ha attribuito al governo la delega per l’emanazione di decreti sulla base del nuovo principio della “libertà delle relazioni economiche e finanziarie con l’estero”. In forza di tale delega, è stato prima emanato il D.P.R. 454/1987, poi sostituito dal D.P.R. 148/1988 (Testo Unico Valutario), a tutt’oggi vigente, il quale ha un’impostazione opposta a quella della precedente legge valutaria ed è modellato sul principio che “tutto è consentito tranne ciò che è espressamente vietato”. Le fattispecie penali valutarie sono state, invece, depenalizzate dalla legge 455/1988.</p>



<p>Tuttavia un importante correttivo al principio generale del nuovo quadro normativo è stato apportato con il decreto legge 167/1990 dal titolo <em>Rilevazione ai fini fiscali di taluni trasferimenti da e per l’estero </em><em>di denaro, titoli e valori</em> (convertito dalla legge n. 227/1990), che rispondeva all’esigenza da parte dell’Erario di monitorare i trasferimenti di valuta da e verso l’estero, allo scopo di evitare che i capitali nazionali, grazie all’apertura delle frontiere valutarie, si sottraessero agli obblighi connessi alle imposte (guarda caso). Il sistema si basa sulla “canalizzazione, attraverso gli intermediari abilitati, dei trasferimenti transfrontalieri” (cioè i trasferimenti devono avvenire attraverso una banca); contestualmente, è vietato ai residenti in Italia di portare con sé verso o dall’estero somme eccedenti i 20 milioni di lire (cifra poi modificata in 12.500 euro).</p>



<p>In sostanza, dunque, dal 1988 chiunque è libero di trasferire su un conto corrente svizzero (o comunque straniero) la quantità di denaro che desidera, a patto che queste somme siano state regolarmente denunciate al fisco.</p>



<p>Inutile dire che, anche con il nuovo orientamento normativo, le esportazioni di denaro all’insaputa delle autorità tributarie sono continuate, a dispetto delle politiche di lotta (reale o di facciata) all’evasione fiscale adottate dai vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese dagli anni Novanta in poi. Nonostante tre scudi fiscali (10), varati nel 2001, 2003 e 2009, che hanno rappresentato un’opportunità molto più favorevole della <em>voluntary di</em><em>sclosure</em> per legalizzare la posizione dei contribuenti evasori, c’è voluta la morte del segreto bancario svizzero, un processo innescato nel 2009 da un insieme di fattori (11) e giunto a compimento fra il 2016 e il 2018, perché il presidente dell’Associazione Svizzera dei Banchieri, Herbert Scheidt, potesse dichiarare: “Non ci sono più soldi in nero di clienti stranieri, nelle banche elvetiche”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lombardia, terra di evasori</h4>



<p>Dato il regime di anonimato, nulla sappiamo dell’identità dei possessori dei capitali rientrati grazie allo scudo fiscale, ma conosciamo l’importo totale emerso – 85,1 miliardi di euro – e in quali Paesi venissero occultati: 60 miliardi in Svizzera; 7,3 miliardi in Lussemburgo; 4,1 miliardi nel Principato di Monaco e i restanti 13,7 miliardi in altri Paesi.</p>



<p>Diverso il caso della <em>voluntary disclosure</em>, uno strumento che permette di geolocalizzare le istanze di adesione. Ebbene, quasi la metà delle somme rientrate (o comunque dichiarate) appartengono a cittadini governati da Fontana: 26,9 miliardi di euro (circa 60 miliardi l’emerso totale), distribuiti su ben 63.000 richieste di partecipazione al provvedimento. Praticamente, una piccola città di ricchi evasori (di cui Atti avrebbe potuto felicemente candidarsi a sindaco). Secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze, le somme emerse hanno generato un gettito fiscale di 3,8 miliardi di euro. Come era accaduto con gli scudi fiscali, la nazione preferita in cui custodire le somme sottratte al fisco si è rivelata la Svizzera (con un totale emerso di 41,5 miliardi, pari al 69,6% del totale). Un fatto ovvio, dicono i commenti, considerando che fra i migliori clienti italiani delle banche elvetiche ci sono proprio i lombardi, e che gli accordi tra Roma e Berna avevano reso particolarmente rischiosa la situazione di chi aveva un conto non denunciato nella Confederazione. A seguire, tra le mete privilegiate dagli evasori ‘ravveduti’ ci sono il Principato di Monaco, con il 7,7% dei capitali emersi, le Bahamas (3,7%), Singapore (2,3%), il Lussemburgo (2,2%), San Marino (1,9%), e il Liechtenstein (1,4%).</p>



<p>Questi dati, secondo l’Agenzia delle entrate, sono la conseguenza di un fenomeno molto semplice: si evade di più dove si produce e si guadagna di più. Non stupisce dunque che nel 2018 il procuratore di Milano Francesco Greco, nel suo intervento a un convegno organizzato da Bankitalia su criminalità e tutela delle imprese, abbia affermato: “La Lombardia è la terra degli evasori fiscali” (12).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La Lega e l’evasione</h4>



<p>La stessa Lombardia che ha dato i natali alla Lega (Lombarda prima, Nord poi), nata ufficialmente nel 1991, ma salita politicamente alla ribalta per la prima volta con le lezioni politiche del 1992, quando ottenne 80 rappresentanti (55 eletti alla Camera, 25 al Senato) contro i 2 (un deputato e un senatore) rimediati alla precedente tornata elettorale. Le elezioni si sono tenute il 5 aprile, con Tangentopoli da poco esplosa e lo Stato messo sotto scacco dalla mafia (il 12 marzo era stato assassinato il luogotenente andreottiano Salvo Lima), e la Lega ha stupito tutti piazzandosi al quarto posto (con circa l’8,65% dei consensi a livello nazionale), dietro i tre principali partiti di massa – Dc, Pds (ex Pci) e Psi – che fino ad allora avevano avuto saldamente in mano i destini della Repubblica. Il movimento di Bossi ottiene oltre tre milioni di voti, tutti concentrati nelle valli alpine e nella parte alta della pianura padana. Una realtà di piccole e medie imprese che nei primi anni ‘90 hanno dovuto fare i conti con la frenata economica, l’avvio della globalizzazione, la concorrenza delle aziende che riuscivano a delocalizzare, tassi di interesse alti e cambio valutario forte; un e-sercito di professionisti, negozianti e artigiani, improvvisamente diventato orfano della ‘tutela tradizionale’ – leg-gi corruzione – di Dc e Psi e incapace di stare su un mercato che iniziava a divenire internazionale, è in cerca di un altro soggetto politico che ne protegga i conti in banca (compresi quelli in Svizzera).</p>



<p>Bossi è l’uomo giusto al momento giusto. Nella mente del <em>Senatur</em> gli interessi della piccola e media azienda sono il cuore della strategia leghista: già l’8 dicembre 1989, nel suo intervento al primo congresso della Lega Lombarda, Bossi chiariva come il federalismo, il faro della visione politica dei lumbard, fosse “profondamente legato alla necessità di costruire un’Europa in cui sia conservata la democrazia e in cui venga salvaguardato l’interesse della piccola e della media industria, destinato invece a scomparire” (13). Gli interessi della Lega e delle PMI lombarde, abituate a un trattamento fiscale di favore (non più sostenibile) coincidono. Ma com’è possibile fare gli interessi del proprio elettorato e nello stesso tempo candidarsi a forza di governo, in un Paese le cui leggi impongono di pagare le tasse? Il Senatur trova la quadra in una frase da manuale della politica: “Noi siamo una forza di governo transitoriamente all’opposizione” (14).</p>



<p>Ma il dubbio resta. In una lunga intervista collettiva di Repubblica a Bossi del 20 marzo 1992 (15), appena qualche giorno prima delle elezioni, si legge: “La Lega raccoglie voti e simpatie nelle province più ricche e tra i commercianti, i professionisti, i piccoli e medi imprenditori, cioè i ceti a cui il nostro sistema fiscale concede in pratica di non pagare le tasse. Lei come pensa di fronteggiare la grande evasione fiscale che c’è nel Paese?” e il Senatur risponde: “Sicuramente l’evasione fiscale è un problema vero e importante e direi che c’è una vasta area di tolleranza e di protezione da parte del regime [&#8230;] Pagare le tasse è doveroso e sacrosanto, però è chiaro che chi paga le tasse pretende poi dei risultati da parte dello Stato e se questi non ci sono o sono troppo pochi c’è una reazione”. Questa strategia, chiamiamola ‘copertura ideologica dell’evasione’, si è rivelata vincente. La ricca borghesia lombarda non evade per avidità (non sia mai!) ma perché Roma non fa nulla per lei, o perché le imposte sono troppo alte, o perché non pagare le tasse è una forma di protesta verso l’immobilismo della politica, eccetera.</p>



<p>Così, strizzando l’occhio agli elettori-evasori del Nord, la Lega ha continuato la sua avanzata sulla scena politica. I titoli dei giornali dell’epoca lo testimoniano: “La lega all’attacco: sciopero fiscale” (24 giugno 1992); “Bossi dichiara guerra al fisco” (24 agosto 1992); “Bossi contro le tasse: da Nord a Sud” (12 luglio 1993), e così via (16).</p>



<p>Sono passati quasi trent’anni, il Senatur è vecchio e malandato, e anche Salvini in verità non sta troppo bene (politicamente), ma è ancora impossibile immaginare di governare la Lombardia senza la Lega. Attilio Fontana è del 1952, la sua compianta madre, Maria Giovanna Brunella, era del 1923, il loro patrimonio in Svizzera “non movimentato dagli anni 80” (in realtà nel 2010 il saldo si è ingrossato di 129.000 euro, nel 2011 è diminuito di mezzo milione, nel 2012 è cresciuto di 442.000 euro, di altri 200.000 euro nel 2013, a cui si aggiungono 600.000 euro nei due anni successivi [17]) non sappiamo esattamente quando sia nato, ma possiamo dire con certezza che la sua stessa esistenza ha costituito un reato fino al 1986, e che fino al 2015 al fisco italiano non è stata versata una lira. E come Fontana e la sua cara mamma, hanno fatto altri 63.000 cittadini lombardi, che hanno evaso le tasse dovute al nostro Paese su un patrimonio complessivo di 26,9 miliardi per anni e anni, e chissà quanti sono quelli che li hanno <em>scudati</em> qualche anno prima (su un totale di 85,1 miliardi). Così, mentre in Lombardia non ci so-no i soldi per pagare i medici, gli infermieri, mentre si tagliano i posti letto, le terapie intensive, i pronto soccorso; mentre mancano le mascherine, i guanti, i respiratori, i tamponi, Fontana regna sulla sua giunta leghista e sulla Lombardia, a cui, insieme alla sua famiglia, ha sottratto risorse per quarant’anni o forse più.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> Repubblica, 7 giugno 2020 <a href="https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/07/news/attilio_fontana_moglie_camici_coronavirus_regione_lombardia-258640796/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/07/news/attilio_fontana_moglie_camici_coronavirus_regione_lombardia-258640796/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Il fatto quotidiano, 25 settembre 2020 <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/25/caso-camici-alla-regione-lombardia-la-moglie-di-fontana-scrisse-al-fratello-chiama-lassessore-sembra-siano-molto-interessati/5943741/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/25/caso-camici-alla-regione-lombardia-la-moglie-di-fontana-scrisse-al-fratello-chiama-lassessore-sembra-siano-molto-interessati/5943741/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Repubblica, 26 luglio 2020 <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/26/news/litigi_amori_business_la_dynasty_di_provincia_dietro_quei_camici_bianchi-262956151/">https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/26/news/litigi_amori_business _la_dynasty_di_provincia_dietro_quei_camici_bianchi-262956151/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/07/27/news/fontana_non_mi_dimetto_ho_agito_in_emergenza_e_la_regione_non_ha_pagato_-263042450/">https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/07/27/news/fontana_non_mi_dimetto_ho_agito_in_emer genza_e_la_regione_non_ha_pagato_-263042450/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em> Art. 1 della legge 186/2014, intitolata <em>Disposizioni in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero nonché per il potenziamento della lotta all’evasione fiscale</em></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/Schede/Istanze/Collaborazione+volontaria+(voluntary+disclosure)/Collaborazione+volontaria+infogen/">https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/Schede/Istanze/Collaborazione+volontaria+(voluntary+disclosure)/Collaborazione+volontaria+infogen/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Repubblica, 31 luglio 2020 <a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/31/news/fontana_il_mistero_dell_eredita_taciuta_l_esistenza_dei_soldi_in_svizzera-263403630/">https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/07/31/news/fontana_il_mistero _dell_eredita_taciuta_l_esistenza_dei_soldi_in_svizzera-263403630/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em> <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Open, 2 agosto 2020 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.open.online/2020/08/02/il-tributarista-stufano-accusa-fontana-sapeva-di-quel-conto/" target="_blank">https://www.open.online/2020/08/02/il-tributarista-stufano-accusa-fontana-sapeva-di-quel-conto/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em> Lo scudo fiscale è un’agevolazione che permette il rimpatrio e/o la regolarizzazione di attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, in violazione degli obblighi di monitoraggio, a fronte del pagamento di un’unica somma a titolo di imposte, interessi e sanzioni; la regolarizzazione avviene in regime di riservatezza totale (le banche che si occupano di far rientrare i fondi non possono dichiarare al fisco i nominativi dei proprietari dei capitali), e di non punibilità dei reati tributari correlati (come omessa e infedele dichiarazione dei redditi; falsa rappresentazione di scritture contabili obbligatorie; occultamento o distruzione di documenti; false comunicazioni sociali), che prevederebbero pene fino a 6 anni di reclusione</p>



<p class="has-small-font-size">11) La crisi economica del 2008, che ha obbligato i Paesi della Ue ad approvare politiche tributarie più severe contro l’elusione e l’evasione; la lista Falciani e lo Swissleaks; ma soprattutto le pressioni delle banche USA perché il denaro contenuto nei conti correnti aperti dagli ebrei prima della seconda guerra mondiale venisse versato ai cittadini americani legittimi eredi </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em> Repubblica, 23 ottobre 2018 <a href="https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/10/23/news/lombardia_evasione_fiscale_allarme_procuratore_greco-209772293/">https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/10/23/news/lombardia_evasione _fiscale_allarme_procuratore_greco-209772293/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>13)</em> I Congresso Nazionale della Lega Lombarda, 8 dicembre 1989, audio dall’archivio di Radio radicale <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/34261/i-congresso-nazionale-della-lega-lombarda" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.radioradicale.it/scheda/34261/i-congresso-nazionale-della-lega-lombarda</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) Repubblica, 20 marzo 1992 <a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/03/20/macche-protesta-io-salvero-italia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/03/20/macche-protesta-io-salvero-italia.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">16) Titoli del Corriere della Sera, disponibili su <a href="https://www.nextquotidiano.it/lega-sciopero-fiscale/">https://www.nextquotidiano.it/lega-sciopero-fiscale/</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Il portale del Ticino, 30 luglio 2020 https://www.tio.ch/ticino/attualita/1452329/conto-fontana-lugano-euro-soldi </p>
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		<title>Covid-19. Lombardia: di sanità si muore</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-lombardia-di-sanita-si-muore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 12:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[Da Formigoni a Maroni, il modello sanitario disegnato dalle riforme regionali che ha portato alla catastrofe In un’epoca di dissoluzione politica, economica e sociale in cui l’incertezza regna sovrana a livello globale, i cittadini della regione Lombardia erano annoverati (e con tutti gli onori) fra i pochi privilegiati che potevano ancora contare su una ‘sanità [&#8230;]]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-68-luglio-settembre-2020/" data-type="post" data-id="2727">(Paginauno n. 68, luglio – settembre 2020)</a></em></li>
</ul>



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<p>Da Formigoni a Maroni, il modello sanitario disegnato dalle riforme regionali che ha portato alla catastrofe</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">In un’epoca di dissoluzione politica, economica e sociale in cui l’incertezza regna sovrana a livello globale, i cittadini della regione Lombardia erano annoverati (e con tutti gli onori) fra i pochi privilegiati che potevano ancora contare su una ‘sanità come si deve’. Poi di colpo la Lombardia è stata travolta dalla tempesta Covid come nessun’altra regione italiana, e più di molte grandi nazioni. Secondo i dati ufficiali pubblicati da Lab24 (Il Sole 24 ore), costantemente aggiornati (1), e tenendo come riferimento il 31 maggio, data in cui la situazione è divenuta più stabile, in Lombardia sono stati accertati 88.758 casi (il 38% di tutti i contagiati in Italia), con una incidenza percentuale sulla popolazione pari allo 0,882% (più del doppio della media nazionale, che è lo 0,385). Per dare un’idea della gravità della situazione, in tutta la Cina si sono verificati ‘solo’ 84.123 casi, con un’incidenza dello 0,006% sulla popolazione (2). </p>



<p>Ma il dato più sconcertante è quello sulla mortalità: in Lombardia sono deceduti 16.079 individui, quasi la metà delle 33.340 vittime italiane, con un tasso di letalità (la percentuale dei morti sul totale dei contagiati) del 18% (contro il 12% del resto del Paese). Questo fenomeno, almeno inizialmente, è sembrato senza alcuna motivazione, anzi contrario a tutte le aspettative, anche quelle meno rosee. Le spiegazioni – scientifiche e non – che sono state date hanno rasentato l’incredibile. Si è chiamata in causa la densità abitativa, la presenza di tossine sconosciute nell’aria, una imprevedibile vulnerabilità genetica dei lombardi al coronavirus, le polveri sottili, per arrivare (ovviamente) al complotto cinese e agli untori. Tutto e il contrario di tutto, anche a dispetto della logica. Per esempio, le città lombarde più colpite in percentuale sulla popolazione, e cioè Cremona (1,79%), Lodi (1,5%), Bergamo (1,19%) e Brescia (1,16%), non sono certo le più inquinate d’Italia e non hanno nemmeno una densità abitativa paragonabile al comune di Milano dove il contagio, come è stato detto, non ha mai ‘sfondato’ (9.775 casi su 1.352.000 abitanti, pari allo 0,7%). Così, man mano che i giorni passavano e le voci grosse scemavano davanti al disastro, una ipotesi si è fatta strada e ha preso forza: la presunta sanità d’eccellenza lombarda ha fallito, e la carneficina poteva essere evitata.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il modello sanitario lombardo</h4>



<p>La sanità in Lombardia rappresenta una voce che assorbe 19 miliardi all’anno di risorse pubbliche (oltre l’80% dell’intero bilancio regionale). Questa enorme mole di denaro serve ad alimentare un modello sui generis, ibrido fra pubblico e privato, che fin dal momento della sua nascita ha ricevuto grande attenzione anche come caso di studio accademico. Regista di questa ‘svolta’ fu Roberto Formigoni, candidato del centro-destra ed esponente di prima fila del movimento di Comunione e Liberazione, eletto nel 1995 presidente della Regione Lombardia, cui si deve la celeberrima legge n. 31 dell’11/7/1997 dal titolo “Norme per il riordino del servizio sanitario regionale e sua integrazione con le attività dei servizi sociali” (3), destinata a rivoluzionare la sanità lombarda (e tralasciamo in questa sede quanto Comunione e Liberazione abbia allungato i propri tentacoli nell’ambito sanitario lombardo proprio grazie a questa legge).</p>



<p>La normativa ha creato un sistema in cui soggetti pubblici e privati competono tra loro per l’erogazione dei servizi sanitari ai cittadini (principio di sussidiarietà), sulla base dell’assunto (culturale e politico) che un servizio non è pubblico perché erogato da un soggetto di natura giuridica pubblica, ma è pubblico perché destinato ai cittadini, e che proprio ai cittadini dovesse essere garantita la libera scelta della struttura dove farsi curare. Con la nuova legge, gli acquirenti-finanziatori (la Regione) e i produttori-ospedali (pubblici e privati) sono diventati due entità giuridiche distinte, che regolano i loro rapporti sulla base di un contratto, in cui si fissano quantità, tipologia e prezzi delle prestazioni. I ‘contratti’ sono standard, molto elementari, i prezzi sono fissi e non è ammessa la selezione dei produttori. In sostanza, la Regione da un lato continua a ‘produrre’ i servizi sanitari nelle realtà pubbliche, dall’altro seleziona, attraverso un sistema di accreditamento, le strutture sanitarie private che possono offrire al cittadino le medesime prestazioni e il cui costo viene sostenuto dalle casse regionali. Alle cosiddette ASL (Aziende Sanitarie Locali) veniva invece demandata la produzione dei servizi di sanità pubblica, la prevenzione, le cure primarie, l’assistenza domiciliare, i servizi sociali e i servizi veterinari.</p>



<p>Alla base della filosofia della riforma si annida un concetto, molto in voga dagli anni Ottanta in poi, secondo cui il privato è più efficiente del pubblico, cioè è in grado di offrire gli stessi servizi a un costo inferiore. Di conseguenza, aprire le porte della Lombardia alla sanità privata avrebbe permesso, a detta dei promulgatori, di contenere la spesa sanitaria (in un momento di forte tensione finanziaria) senza ridurre la qualità dell’offerta. Il <em>claim</em> ripetuto dalla politica era che, così facendo, il welfare regionale lombardo avrebbe “messo al centro la persona” (richiamando la libertà di scelta) quando, in realtà, la persona non veniva affatto messa al centro, ma ‘affidata’ a strutture ritenute altrettanto, se non più, qualificate ma meno costose.</p>



<p>Ovviamente nessuno voleva considerare il fatto che un servizio non è pubblico solo perché si rivolge ai cittadini, ma è pubblico soprattutto perché le logiche che ne governano la gestione sono quelle del pubblico interesse. Viceversa, i principi manageriali cui sono improntate le aziende private, anche quelle sanitarie, mettono al centro il profitto, dal momento che l’interesse perseguito non è quello dei <em>clienti</em> (i pazienti), ma degli azionisti. E in effetti, ciò che è successo da allora in poi è che il privato ha investito nei settori “più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali per esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia o le Residenze Socio Assistenziali, lasciando al pubblico la gestione dei settori meno redditizi quali per esempio i servizi di pronto soccorso e la psichiatria” (4).</p>



<p>Tra l’altro, l’agognato contenimento dei costi non si è mai verificato, in parte per fattori non controllabili (come l’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione o il lievitare dei costi dei farmaci, primi fra tutti quelli oncologici), ma soprattutto perché la sanità privata non ha alcun interesse ad abbassare il prezzo delle prestazioni sanitarie (riducendo i profitti), che infatti ha continuato imperterrito a salire. Di conseguenza, per rimborsare i privati, la Regione ha iniziato a ridurre i costi relativi alle strutture pubbliche, le quali hanno cominciato a vedersi tagliare posti letto, numero e stipendio dei medici e del personale infermieristico, investimenti in tecnologia e ricerca, eccetera. Alle nuove condizioni, è diventato impossibile per le ormai usurate eccellenze pubbliche competere con i nuovi colossi della sanità privata, che negli anni hanno drenato dalle strutture regionali non solo le risorse, denaro pubblico finito nelle tasche delle imprese private, ma i professionisti migliori e i pazienti più <em>remunerativi</em>.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La riforma Maroni e il pubblico</h4>



<p>Ed è in questo momento di declino della sanità pubblica e fioritura di quella privata che nel modello ibrido lombardo si innesca, dopo una lunga gestazione, una seconda riforma, voluta fortemente dal Presidente Roberto Maroni: la legge regionale n. 23 dell’11 agosto 2015 (“Evoluzione del sistema sociosanitario lombardo: modifiche al Titolo I e al Titolo II della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 33”). La riforma ha dismesso le 15 ASL e le 30 AO (Aziende Ospedaliere pubbliche) e ha creato due nuove tipologie di enti: 27 ASST (Aziende Socio-Sanitarie Territoriali) e 8 ATS (Agenzie di Tutela della Salute). Le ASST hanno un bacino di circa 400.000 abitanti (chiamato Distretto) e coincidono con le vecchie AO, le Aziende Ospedaliere, che devono oggi erogare sul territorio anche i servizi prima di competenza delle ASL. Le ATS, che hanno un territorio di competenza pari a circa un milione di abitanti, si occupano invece delle funzioni di programmazione, acquisto e controllo, per “assicurare, con il concorso di tutti i soggetti erogatori, i LEA”, cioè i Livelli Essenziali di Assistenza, vale a dire le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini (5).</p>



<p>La riforma ha inoltre istituito l’Assessorato alla salute e politiche sociali Welfare, accorpando gli Assessorati “alla salute” e “alla famiglia, solidarietà sociale, volontariato e pari opportunità”; ha previsto quando e come definire i Piani Regionali “sociosanitario integrato” e “della prevenzione”; e ha creato l’Osservatorio epidemiologico regionale e le agenzie regionali, destinate ciascuna a una specifica area (controllo, formazione e ricerca, sistema informativo, acquisti, gestione emergenza-urgenza, promozione nazionale e internazionale del sistema lombardo).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="449" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1.jpg" alt="" class="wp-image-3691" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Per comprendere l’impatto della seconda riforma lombarda, bisogna ricordare che il sistema dei servizi in Italia è organizzato tradizionalmente in due grandi sottosistemi: quello sanitario, che fa capo alle Regioni, e quello dei servizi sociali, che fa capo ai Comuni. La bipartizione dei compiti ha reso, e rende, sempre altamente problematica la connessione fra queste due istituzioni, e la nuova legge non ha migliorato il livello di integrazione. Nonostante sulla carta si volesse spostare l’attenzione dall’ospedale al territorio, infatti, la riforma non ha mai definito gli strumenti di governo “periferici”. Non solo, ha innescato una fase particolarmente critica e conflittuale dal punto di vista burocratico, risultato del riordino del personale e delle competenze fra ATS a ASST, che si è protratta a lungo ed è ben al di là dal potersi definire conclusa: così migliaia di operatori sono transitati da un ente all’altro secondo schemi complessi, mentre in contemporanea avvenivano accorpamenti o divisioni territoriali e una complessiva ristrutturazione delle funzioni che ha complicato la gestione operativa delle realtà pubbliche. Il risultato è che i distretti hanno perso la funzione di coordinamento della rete dei servizi e sono diventati molto grandi (troppo, per garantire una presenza capillare); la collaborazione con i Comuni e la valorizzazione delle comunità locali appare marginalizzata; e a colui che dovrebbe essere l’attore territoriale di cerniera, il medico di famiglia, non viene attribuito un ruolo preciso (6).</p>



<p>A questo proposito bisogna inoltre rimarcare che la Regione sta facendo i conti da anni con una carenza di medici di base, un’emergenza che riguarda tutta Italia, ma la Lombardia in modo particolare: come spiega il presidente dell’Ordine dei medici regionale Gianluigi Spata, “i posti in specialità non sono sufficienti a coprire il fabbisogno”. Così, anche se la maggior parte delle posizioni vacanti riguarda Milano città, le zone più colpite sono quelle di periferia – più isolate e meno collegate con i mezzi pubblici – dove capita che i cittadini debbano spostarsi anche di 15 km per farsi visitare.</p>



<p>Di conseguenza, invece di migliorare, il livello dei servizi sul territorio è peggiorato, anche perché non esiste a livello empirico nessuna prova che una maggiore integrazione istituzionale nelle strutture di governo rafforzi l’integrazione operativa nei territori. Anzi, gli esperti concordano nel ritenere che si debba privilegiare non l’accentramento delle responsabilità, ma gli strumenti e gli incentivi che permettano ai diversi servizi locali di lavorare insieme (7). Data la mancata integrazione fra enti erogatori e territorio, in Lombardia è il cittadino, sempre in nome del principio di libera scelta, a doversi spostare entro il comune e da un comune all’altro per esercitare il suo diritto alla salute, perdendo tempo e denaro. Deve recarsi dal medico di medicina generale per ottenere le impegnative per gli approfondimenti diagnostici, poi deve trovare una struttura pubblica o privata dove prenotare gli esami, deve effettuarli, ritirare gli esiti e infine tornare dal medico di base per comunicare i risultati, perché l’estremo frazionamento a livello informatico del sistema sanitario lombardo (costituito da numerosi database separati pubblici e privati che funzionano sulla base di software a volte incompatibili l’uno con l’altro) non permette al medico curante di accedere alle informazioni che riguardano i suoi assistiti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La riforma Maroni e i privati</h4>



<p>Tutt’altra la situazione che la riforma Maroni ha creato sul fronte degli erogatori privati: la nuova legge ha riconfermato la loro importanza irrinunciabile e determinante nel contesto lombardo, non ha posto nuovi vincoli né ha variato i criteri di riferimento, e così all’interno delle strutture private le attività sono continuate come prima, anzi, meglio di prima. Come spesso accade, il privato ha visto nelle mancanze del servizio pubblico una nuova opportunità, e i gruppi più lungimiranti, nel pieno rispetto della legge di riordino, hanno cominciato a costruire le proprie reti sul territorio: ospedali con consultori o strutture riabilitative, poliambulatori con gruppi di medici di medicina generale per la gestione dei pazienti con malattie croniche, enti erogatori di prestazioni in assistenza domiciliare integrati con le strutture residenziali per anziani, e così via (8).</p>



<p>Maria Elisa Sartor, professoressa a contratto di Organizzazione sanitaria dell’Università degli Studi di Milano (9), ha calcolato che, mentre i posti letto nelle strutture pubbliche dal 1997 a oggi si sono dimezzati, la percentuale di quelli di competenza delle strutture private è raddoppiata, passando dal 19% al 40%. Non solo: gli IRCCS (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) privati, che ricevono fondi di ricerca pubblici dallo Stato e dalla Regione e che godono dal 2010 di una sovra-tariffazione per i servizi che erogano, sono diventati circa quattro volte quelli pubblici (14 IRCCS privati a fronte dei 4 pubblici) aumentando anche il numero delle sedi (21 contro le 13 iniziali). Inoltre dal 2003 è cambiata la natura delle strutture di assistenza a lungo termine, con la scomparsa degli IPAB (Istituti di Pubblica Assistenza e Beneficenza), che sono stati sostituiti dalle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) private (oggi circa 675) e altre strutture.</p>



<p>I dati mostrano poi un ulteriore effetto di questo processo: nel 2017, a fronte di un numero di ricoveri pari al 35% del totale, gli erogatori privati hanno incassato il 40% dei fondi pagati dalla Regione per queste attività, senza contare la sovra-tariffazione per poli universitari e IRCCS. Questo, spiega la prof.ssa Sartor, perché “i servizi a maggior contenuto tecnologico e altamente specialistico migrano dal pubblico al privato. In molti ambiti di servizio, il sorpasso è già avvenuto da un certo numero di anni”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Coronavirus e territorio</h4>



<p>Ed è in questa situazione che la sanità pubblica lombarda si è trovata a fronteggiare l’epidemia Covid. Come molti osservatori hanno notato (tra cui <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-lockdown/" data-type="post" data-id="3273" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Giovanna Cracco sul numero scorso</a>), nessuna epidemia si controlla con gli ospedali: si controlla sui territori. E, per dirla con le parole della Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia, in una lettera indirizzata ai vertiti della sanità lombarda (10), in regione “è risultata evidente l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio”, come testimoniano la mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia (i tamponi sono stati fatti solo ai pazienti ricoverati e la diagnosi di morte per Covid è stata attribuita solo ai deceduti in ospedale); l’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio; la gestione confusa della realtà delle RSA e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un terribile bilancio in termini di vite umane (nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6.000 ospiti in un mese); la mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio e al personale sanitario delle strutture pubbliche, che ha determinato la morte di numerosi clinici e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia; la pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati, familiari e colleghi, eccetera); la mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio. Infine il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di confinare nella propria abitazione malati che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere ricoverati. “La Regione Lombardia ha pensato di potenziare l’intensivologia, gli ospedali e le terapie intensive. Quindi tutto quello che riguarda il paziente una volta ospedalizzato” commenta Gianluigi Spata, presidente della FROMCeO Lombardia, “quello che non ha fatto è stato potenziare la medicina sul territorio, cioè i medici di base, i pediatri, la continuità assistenziale e anche le RSA. Questo è stato il problema principale, non aver pensato che il territorio poteva avere un ruolo importante, perché è il primo punto di riferimento per il paziente” (11).</p>



<p>In conclusione, “la situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione, anche rispetto a realtà regionali viciniori, può essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica. La sanità pubblica e la medicina territoriale sono state da molti anni trascurate e depotenziate nella nostra Regione” (12).</p>



<p>Inoltre, e questo aspetto non è stato sottolineato abbastanza, all’inizio dell’epidemia i privati, che tanto stanno beneficiando del sistema misto lombardo, si sono chiamati fuori, da un lato perché i loro contratti non prevedono la gestione delle emergenze sanitarie, formalmente di competenza pubblica, dall’altro perché infettivologia e terapia intensiva non sono settori ad alto profitto, e pertanto non sono destinatari di investimenti privati. Gli ‘aiuti’ sono arrivati solamente dal primo di marzo, rappresentati inizialmente da un misero contingente di 14 medici per cui il presidente Fontana si è pure sentito in dovere di ringraziare. Bisogna inoltre sottolineare che questi ‘aiuti’ sono stati pagati dalla Regione a prezzo maggiorato, perché si trattava di servizi non previsti dagli accordi standard.</p>



<p>In sintesi, la pessima prestazione della giunta Fontana nella gestione dell’epidemia non è stata solo un problema di incompetenza politica, ma la conseguenza logica del modello di sanità implementato da Formigoni in poi. A dispetto dell’evidenza dei fatti Fontana e Gallera, assessore regionale alla Sanità, continuano a negarlo; qualcuno come Angelo Capelli, tra i relatori della riforma Maroni, ha almeno più onestà intellettuale: “È mancato un filtro da parte della sanità territoriale” ha dichiarato, “perché la parte della riforma del 2015 che prevedeva l’integrazione delle a-ziende ospedaliere con i servizi sociali è rimasta lettera morta”; una conseguenza della scelta fatta nel 2017 “di abbandonare del tutto il modello delle cure territoriali previsto nella riforma”; a causa di questa decisione “il territorio lombardo è rimasto completamente scoperto e gli ospedali lombardi hanno fronteggiato da soli l’epidemia” (13).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La catastrofe</h4>



<p>I risultati non si sono fatti attendere, come testimonia una lettera di tredici medici dell’ASST Papa Giovanni XXIII, la più importante struttura ospedaliera di Bergamo, pubblicata il 21 marzo sul <em>New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery, </em>dal titolo “At the Epicenter of the Covid-19 Pandemic and Humanitarian Crises in Italy: Changing Perspectives on Preparation and Mitigation”: “Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo ben oltre il punto di svolta: 300 letti su 900 sono occupati da pazienti Covid-19. Il 70% dei posti letto in terapia intensiva del nostro ospedale è riservato a pazienti Covid-19 gravemente malati che hanno una ragionevole possibilità di sopravvivenza. La situazione è dolorosa perché operiamo ben al di sotto del nostro normale standard di cura. I tempi di attesa per un letto in terapia intensiva sono di ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono da soli senza adeguate cure palliative, mentre la famiglia viene informata per telefono, spesso da un medico ben intenzionato, ma fisicamente stremato ed emotivamente esausto, con cui non avevano avuto nessun contatto precedente. Ma la situazione nell’area circostante è ancora peggiore. La maggior parte degli ospedali è sovraffollata e sta per crollare sotto la pressione, mentre non sono disponibili farmaci, ventilatori meccanici, ossigeno e dispositivi di protezione individuale. I pazienti giacciono sui materassi a terra. Il sistema sanitario fatica a fornire servizi regolari – anche per la cura della gravidanza e il parto – mentre i cimiteri non riescono a smaltire i cadaveri, il che creerà un altro problema di salute pubblica. Negli ospedali, gli operatori sanitari e il personale ausiliario sono soli e cercano di mantenere attiva l’operatività. Fuori dagli ospedali, le comunità sono trascurate, i programmi di vaccinazione sono in stand-by, e la situazione nelle carceri sta diventando esplosiva, in mancanza di alcuna distanziazione sociale. […] I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di assistenza incentrata sul paziente, ma un’epidemia richiede un cambiamento di prospettiva verso un concetto di assistenza incentrata sulla comunità […].</p>



<p>“Per esempio, stiamo imparando che gli ospedali potrebbero essere i principali vettori del Covid-19, poiché si popolano rapidamente di pazienti infetti, facilitando la trasmissione ai pazienti non infetti. […] Gli operatori sanitari sono portatori asintomatici o malati senza sorveglianza; alcuni potrebbero morire, compresi i giovani, il che aumenta lo stress di chi è in prima linea. Questo disastro avrebbe potuto essere evitato solo con un massiccio dispiegamento di servizi di assistenza. Le soluzioni pandemiche sono necessarie per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. L’assistenza domiciliare e le cliniche mobili avrebbero evitato movimenti inutili e liberato gli ospedali dalla pressione. L’ossigenoterapia precoce, i pulsossimetri e i pasti avrebbero potuto essere forniti alle case dei pazienti lievemente malati e convalescenti, creando un ampio sistema di sorveglianza con un adeguato isolamento e facendo leva su strumenti innovativi di telemedicina. Questo approccio avrebbe limitato il ricovero ospedaliero a un obiettivo mirato di gravità della malattia, riducendo così il contagio, proteggendo i pazienti e gli operatori sanitari e riducendo al minimo il consumo di dispositivi di protezione. Negli ospedali, la protezione del personale medico avrebbe dovuto essere prioritaria […] Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo transnazionale coordinato. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più il virus si diffonde”.</p>



<p>Per contenere la prossima pandemia, o semplicemente per difendersi dalla prossima eventuale ondata del Covid, il sistema pubblico deve ricominciare a investire subito su territorio e servizi. Il problema – o meglio uno dei problemi – è che una giunta regionale che ha il solo obiettivo di difendere se stessa dalle sacrosante richieste di dimissioni provenienti da sempre più cittadini lombardi, continuando imperterrita ad affermare che il sistema sanitario regionale ha risposto al meglio all’epidemia, non può certo farlo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1) </em>Cfr. <a href="https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/?utm_source=fasciahp" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/?utm_source=fasciahp</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) È stato ripetutamente affermato che i dati ufficiali cinesi sottostimano la dimensione reale dell’epidemia, ma lo stesso si può dire di quelli italiani, e lombardi in particolare</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1997/11/29/097R0637/s3" target="_blank">https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1997/11/29/097R0637/s3</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>4) </em>Cfr. <a href="https://www.vittorioagnoletto.it/2019/02/24/il-modello-formigoni-ha-spalancato-le-porte-ai-privati/">https://www.vittorioagnoletto.it/2019/02/24/il-modello-formigoni-ha-spalancato-le-porte-ai-privati/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a href="http://www.salute.gov.it/portale/lea/dettaglioContenutiLea.jsp?lingua=italiano&amp;id=1300&amp;area=Lea&amp;menu=leaEssn">http://www.salute.gov.it/portale/lea/dettaglioContenutiLea.jsp?lingua=italiano&amp;id=1300&amp;area=Lea&amp; menu=leaEssn</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>6) </em>Cfr. <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2017/02/la-nuova-sanita-lombarda/">https://www.saluteinternazionale. info/2017/02/la-nuova-sanita-lombarda/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em>Si veda per esempio Goodwin, N., Dixon, A., Anderson, G. &amp; Wodchis, W. (2014). <em>Providing integrated care for older people with complex needs: Lessons from seven international case studies</em>. London: The King’s Fund. Disponibile su <a href="http://cdn.basw.co.uk/upload/basw_102418-7.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://cdn.basw.co.uk/upload/basw_102418-7.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.saluteinternazionale.info/2017/02/la-nuova-sanita-lombarda/">https://www.saluteinternazionale.info/2017/02/la-nuova-sanita-lombarda/</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dire.it/22-04-2020/450468-sanita-privato-territorio-modello-lombardia" target="_blank">https://www.dire.it/22-04-2020/450468-sanita-privato-territorio-modello-lombardia</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) </em>Cfr. <a href="https://portale.fnomceo.it/fromceo-lombardia-nuova-lettera-indirizzata-ai-vertici-della-sanita-lombarda/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://portale.fnomceo.it/fromceo-lombardia-nuova-lettera-indirizzata-ai-vertici-della-sanita-lombarda/</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dire.it/07-04-2020/444466-coronavirus-spata-ordine-medici-lombardia-medici-di-base-abbandonati-dalla-regione/" target="_blank">https://www.dire.it/07-04-2020/444466-coronavirus-spata-ordine-medici-lombardia-medici-di-base-abbandonati-dalla-regione/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12) </em>Cfr. <a href="https://portale.fnomceo.it/fromceo-lombardia-nuova-lettera-indirizzata-ai-vertici-della-sanita-lombarda/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://portale.fnomceo.it/fromceo-lombardia-nuova-lettera-indirizzata-ai-vertici-della-sanita-lombarda/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dire.it/09-04-2020/445332-coronavirus-capelli-la-lombardia-paga-una-riforma-sanitaria-fatta-a-meta/" target="_blank">https://www.dire.it/09-04-2020/445332-coronavirus-capelli-la-lombardia-paga-una-riforma-sanitaria-fatta-a-meta/</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>DNA e campo militare. La nascita di Capitain America</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dna-e-campo-militare-la-nascita-di-capitain-america/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 12:38:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[dna]]></category>
		<category><![CDATA[genome editing]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[I super-soldati geneticamente modificati: stato dell’arte e obiettivi dei progetti militari statunitensi di manipolazione del DNA]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/e-uscito-il-numero-67-aprile-maggio-2020/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 67, aprile &#8211; maggio 2020)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>I super-soldati geneticamente modificati: stato dell’arte e obiettivi dei progetti militari statunitensi di manipolazione del DNA</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">L’ottimizzazione delle prestazioni umane è da molto tempo una priorità della ricerca scientifica a fini bellici. Il divario tra il rapido avanzamento tecnologico nel settore degli armamenti e le naturali limitazioni psicofisiche dei membri dell’esercito, col tempo, si è dilatato a dismisura. Mentre le armi sono diventate sempre più sofisticate, oggi come duecento anni fa bisogna prevedere pause per consentire ai combattenti di dormire, nutrirsi e guarire dopo traumi o lesioni. Ed è così che gli esseri umani (o meglio, gli esseri umani come oggi li conosciamo) sono diventati un impaccio, nell’arte della guerra. Perciò non è l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico o le armi laser la tecnologia che il Dipartimento americano della Difesa (DoD) considera prioritari nella strategia del futuro: l’area di ricerca più promettente a scopi bellici è quella delle scienze biologiche (o bioscienze), per la creazione di super-guerrieri. Lo conferma Steven H. Walker, il direttore della DARPA, l’agenzia governativa per i progetti di ricerca avanzata (Defense Advanced Research Projects A-gency), durante una conferenza svoltasi a settembre dello scorso anno presso il Center for Strategic and International Studies di Washington: “È il settore in cui vedo quotidianamente i più incredibili progressi tecnologici” (1).</p>



<p>Oggi le scoperte nel campo della biologia genetica permettono sia di potenziare le risorse fisiologiche dei soldati per renderli più performanti sul campo di battaglia, sia di dotarli di caratteristiche che potrebbero renderli ‘invulnerabili’ agli attacchi chimici o batteriologici del nemico. La creazione di questi nuovi soggetti può essere pianificata attraverso attente modifiche genetiche effettuate con le tecnologie del <em>gene doping</em> e del <em>geneediting</em>, su cui si conducono da anni ricerche ed esperimenti a livello globale. Queste tecnologie non sono state sviluppate inizialmente a scopi militari, ma le loro possibili applicazioni in campo bellico hanno fatto convergere su questi studi (realizzati sia da operatori statali che da soggetti privati) ingentissimi finanziamenti pubblici.</p>



<p><em>Gene doping</em> e <em>gene editing</em> sono estensioni della terapia genica (<em>gene therapy</em>), definita come l’inserimento di materiale genetico nelle cellule umane per il trattamento o la prevenzione di una malattia o di una disfunzione. Questa procedura di inserzione è nota come <em>trasfezione</em>. In parole povere, all’interno della cellula viene inserito un gene terapeutico per compensare il gene assente o sostituire quello anormale. Generalmente viene utilizzato del DNA, il quale codifica per la proteina terapeutica e viene attivato quando raggiunge il nucleo.</p>



<p>Il <em>gene doping</em> nasce in ambito medico-sportivo e viene definito dalla World Anti-Doping Agency (WADA) come “l’uso <em>non terapeutico</em> di geni, elementi genetici e/o cellule che hanno la capacità di migliorare le prestazioni atletiche”. Già vietato alle prossime olimpiadi, rende possibile migliorare la velocità, la potenza e la resistenza al di là di quanto si riesca a ottenere con qualunque tipo di alimentazione e di allenamento (2).</p>



<p>Il <em>gene editing</em> (o editing del genoma) rappresenta invece un gruppo di tecnologie che danno agli scienziati la capacità di modificare il DNA di un organismo. Queste tecnologie permettono di aggiungere, rimuovere o alterare materiale genetico in specifici punti del genoma di un essere vivente (sia esso una pianta, un animale o un essere umano) per costruire degli organismi geneticamente modificati, utili agli scopi più vari (3).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il <em>gene doping</em></h4>



<p>Non serve molta fantasia per rendersi conto che le qualità che rendono un atleta più performante sono altamente desiderabili anche in un soldato: con la crescente attenzione a livello mondiale allo sviluppo di forze armate più agili e letali (si pensi agli investimenti nei corpi speciali), le applicazioni mirate per migliorare i componenti dell’esercito a livello individuale hanno un grande fascino. Jared M. Stafford, laureato in medicina alla Johns Hopkins University e analista presso l’Edgewood Chemical Biological Center (ECBC, la principale struttura militare degli USA per la ricerca chimica e biologica a scopo medico non terapeutico); James J. Valdes, laureato in neurotossicologia alla Johns Hopkins University e consulente dell’esercito americano per le biotecnologie dal 1990 al 2014; e Aleksandr E. Miklos, laureato in biochimica alla Duke University e contractor all’ECBC, identificano specifiche aree-chiave su cui intervenire per migliorare le prestazioni del soldato attraverso il doping genetico, fra cui la resistenza, la forza, la tolleranza al dolore, il miglioramento dei livelli di energia e l’aumento della vascolarizzazione (4). Gli agenti biologici utilizzati a questo scopo so-no, fra gli altri, l’eritropoietina (EPO), i fattori di crescita insulino-simile, l’ormone della crescita (somatotropina), la miostatina, il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF), il fattore di crescita dei fibroblasti, l’endorfina, le encefaline e l’alfa-actinina-3 (ACTN3). I geni artificiali possono essere introdotti nel corpo direttamente (per esempio attraverso un’iniezione in un muscolo) oppure possono essere trasportati nell’organismo da un vettore, tipicamente un virus modificato. Un vantaggio unico di questa estensione della terapia genica è che, grazie alla produzione continua della proteina <em>in vivo</em> (cioè nell’organismo del soggetto sottoposto al <em>gene doping</em>), i picchi farmacodinamici delle sostanze dopanti vengono eliminati, fornendo così un rilascio costante.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aumentare la resistenza</h4>



<p>L’eritropoietina (EPO) è un ormone prodotto principalmente dai reni che aumenta la massa dei globuli rossi (RBC, <em>red blood cell</em>) e di conseguenza l’apporto di ossigeno ai muscoli, contribuendo così a migliorare notevolmente le attività legate alla resistenza. Utilizzando il doping genetico, l’EPO potrebbe essere somministrato al soldato tramite un vettore virale e il conseguente aumento della capacità di trasporto dell’ossigeno nel sangue sarebbe particolarmente utile per i soldati in pattuglia, in ricognizione a lungo raggio, o che partecipano a un combattimento di lunga durata. La stanchezza fisica, infatti, diminuisce la prontezza di reazione, e portata all’estremo rende i soldati incapaci di completare qualunque missione. I livelli di EPO che potrebbero essere raggiunti con il doping genetico superano di gran lunga quelli riscontrabili naturalmente anche negli atleti super-allenati.</p>



<p>In aggiunta all’innalzamento dei livelli di EPO, il gene doping potrebbe potenziare un’altra molecola, il fattore di trascrizione HIF (o fattore inducibile da ipossia), che modula l’attività dell’organismo in ambienti a basso contenuto di ossigeno, aumentando la produzione di globuli rossi e l’energia cellulare: questo particolare ‘ritocco genetico’ potrebbe essere molto utile nelle operazioni in montagna ad alta quota per compensare gli effetti negativi del mal d’altitudine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aumentare la forza</h4>



<p>La forza fisica è essenziale per qualunque soldato per svolgere i propri compiti, ma è ancora più importante per i soldati delle operazioni speciali che devono impegnarsi in battaglie ravvicinate e combattimenti particolarmente pesanti. Il doping genetico offre diverse opzioni per aumentare la dimensione e la forza muscolare: per esempio l’ormone della crescita, già utilizzato come agente dopante nello sport, ha effetti anabolizzanti sulle proteine muscolari e sul tessuto connettivo dei muscoli scheletrici umani (cioè dei muscoli collegati alle ossa che costituiscono nel loro complesso la muscolatura volontaria). In prospettiva anche la somatomedina o IGF-1, una proteina che stimola la proliferazione cellulare, la crescita somatica e la differenziazione e che porta a una drammatica ipertrofia muscolare nei topi, potrebbe avere un grande impatto sulle dimensioni dei muscoli umani e sulla forza, così come la miostatina, un’altra proteina che funziona come regolatore negativo della massa muscolare (‘spegne’ la crescita muscolare): quando il gene che produce la miostatina nei topi viene disattivato, si verifica una crescita muscolare superfisiologica e la contemporanea riduzione della massa grassa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Migliorare la vascolarizzazione</h4>



<p>Il fattore di crescita dell’endotelio vascolare stimola la produzione di nuovi vasi sanguigni, rendendo possibile un maggiore afflusso di sangue, ossigeno e sostanze nutritive al cuore, al fegato, ai muscoli e ai polmoni, ritardando l’esaurimento di energia. Come nel caso del <em>gene doping</em> con l’EPO o il fattore di trascrizione HIF, i miglioramenti della vascolarizzazione renderebbero il corpo del soldato più efficiente e prolungherebbero la capacità di combattere o di impegnarsi in altri compiti militari, aumentando così l’efficacia del combattimento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sopportare il dolore</h4>



<p>Per aumentare la soglia del dolore si introduce nell’organismo dei soldati specifici geni che sintetizzano endorfine analgesiche (composti prodotti dal cervello e dotati di un effetto paragonabile a quello della morfina e degli altri farmaci oppioidi) ed encefaline (neurotrasmettitori coinvolti nella regolazione della sensazione dolorosa). Queste sostanze, secondo gli studi, funzionerebbero ugualmente bene sia nel caso di lesioni acute o croniche (come nel caso di una ferita da proiettile), sia quando nei muscoli si accumula acido lattico come risultato di uno sforzo fisico continuo. Tali narcotici naturali potrebbero sostituire le medicazioni con farmaci antinfiammatori e antidolorifici, riducendo di conseguenza la necessità di portare questo tipo di rifornimenti in missione e fornendo al contempo una soluzione per alleviare il disagio fisico e il dolore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aumentare l’energia</h4>



<p>Migliorare l’efficienza metabolica di un soldato significherebbe aumentare le sue prestazioni nel combattimento. L’adenosina trifosfato (ATP) è la fonte immediata di energia per tutti i processi cellulari. Nel nostro corpo la produzione di ATP passa attraverso il ciclo di Krebs (o ciclo dell’acido tricarbossilico), la catena di trasporto degli elettroni e la glicolisi. Questi processi avvengono nei mitocondri, organelli cellulari di forma allungata che costituiscono la ‘centrale elettrica’ delle cellule: in milioni di anni di evoluzione essi hanno prodotto percorsi altamente efficienti per la produzione di energia che hanno caratteristiche strutturali simili in tutti gli esseri umani. Tuttavia il funzionamento metabolico varia da individuo a individuo, per cui non è possibile effettuare dei percorsi ‘standard’ di potenziamento. Quel che oggi si può fare, attraverso la metabolomica (lo studio sistematico delle impronte chimiche lasciate da specifici processi cellulari) è definire il profilo metabolico del singolo soldato, che rappresenta una sorta di fotografia della sua chimica fisiologica. Questa fotografia potrebbe poi servire come linea di base per personalizzare gli elementi che migliorano le prestazioni individuali, come la dieta e l’addestramento. L’ingegneria metabolica, cioè il miglioramento diretto dei processi cellulari attraverso la modifica di specifiche reazioni biochimiche o l’introduzione di nuove reazioni, tuttavia, offre maggiori opportunità e permette di aumentare la sintesi di ATP nei soldati in modo più rapido ed efficiente (5).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’editing genetico</h4>



<p>L’editing genetico si basa sulla tecnologia CRISPR, definita una delle più grandi scoperte scientifiche del decennio: il CRISPR utilizza una proteina (in genere la Cas9), che funziona come una sorta di forbice molecolare in grado di tagliare un DNA bersaglio. Questa forbice molecolare può essere programmata per effettuare modifiche al genoma di qualunque cellula, sia essa animale, umana o vegetale, ragion per cui la tecnologia CRISPR-Cas9 può essere utilizzata per modificare il patrimonio genetico di ogni essere vivente, sulla base delle più varie motivazioni, per ragioni terapeutiche e non. Molte possibili applicazioni del CRISPR hanno una grande rilevanza per il Dipartimento della Difesa (DoD): uno studio di gene editing su embrioni di beagle ha prodotto dei cuccioli con il doppio della massa muscolare; si potrebbe innestare un gene animale, come quello che conferisce ai rettili la capacità di vedere in condizioni di scarsa luminosità, sul DNA umano per ottenere soldati con capacità da supereroi. Oppure, e questa è una strada che il DoD sta attualmente percorrendo, “si può proteggere un soldato sul campo di battaglia da armi chimiche e biologiche controllando il suo genoma [&#8230;] facendo sì che il suo genoma produca proteine che lo proteggano in automatico” (6). Storicamente, l’esercito ha cercato di proteggere le truppe da armi chimiche e biologiche attraverso dispositivi di protezione e vaccini, ma la terapia genica potrebbe essere una soluzione migliore, che renderebbe inutile sviluppare e immagazzinare medicinali per ogni possibile minaccia: “Se possibile, vogliamo che sia l’organismo umano a diventare una fabbrica di anticorpi”, afferma il direttore della DARPA (7).</p>



<h4 class="wp-block-heading">I programmi DARPA</h4>



<p>Il soggetto interno al DoD che si occupa specificamente delle applicazioni di gene editing è il Biological Technologies Office (BTO) della DARPA, creato nel 2014 e diretto dalla dott. ssa Renee Wegrzyn. Scopo della sezione è “utilizzare gli strumenti della biologia sintetica per supportare la biosicurezza e risolvere le malattie infettive” (8). I programmi il cui contenuto è stato reso pubblico (è evidente che il DoD conduce anche programmi di ricerca che, per ragioni di interesse nazionale, godono di vari livelli di confidenzialità e segretezza) sono denominati <em>Living Foundries</em> (9); <em>SafeGenes</em> (10); <em>DIGET</em> (Detect It with Gene Editing Technologies) (11); e <em>PREPARE</em> (PReemptive Expression of Protective Alleles and Response Elements) (12).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Living foundries</h4>



<p>Al DoD deve essere garantito l’accesso a un certo numero di molecole critiche di alto valore, spesso proibitive e costose, non reperibili a livello nazionale e/o impossibili da produrre con i tradizionali approcci sintetici. Il programma <em>Living Foundries</em> mira a consentire la produzione adattabile, scalabile e su richiesta di queste molecole attraverso il <em>biomanufacturing</em>. Il biomanufacturing è una biotecnologia che utilizza sistemi biologici per produrre biomateriali e biomolecole commercialmente importanti che vengono utilizzate per esempio per la produzione di farmaci, di dispositivi di protezione, per la lavorazione di alimenti e bevande, e molto altro. La produzione industriale di molecole complesse avviene attraverso “la programmazione dei processi metabolici fondamentali dei sistemi biologici”, cioè esse si ottengono da colture di microbi, oppure dal metabolismo di cellule animali o vegetali coltivate in strutture specializzate. Le cellule utilizzate durante la produzione possono essere naturali o modificate con le tecniche di ingegneria genetica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Safe Genes</h4>



<p>Safe Genes è stato sviluppato per proteggere i membri dell’esercito dall’uso improprio accidentale o intenzionale delle tecnologie di modifica del genoma. Il programma “utilizza i progressi della tecnologia di gene editing per accelerare lo sviluppo di trattamenti profilattici e terapeutici avanzati contro gli effetti indesiderati del gene editing” (affermazione questa che, non serve rimarcarlo, ha un contenuto alquanto paradossale). Safe Genes, secondo la DARPA, “fornisce un set di soluzioni a più livelli, modulare e adattabile per: proteggere i soldati e la patria contro il cattivo utilizzo accidentale o intenzionale delle tecnologie di <em>genome editing</em>; prevenire e/o invertire i cambiamenti genetici indesiderati in un dato sistema biologico; e facilitare lo sviluppo di farmaci sicuri, precisi ed efficaci che utilizzino le tecnologie di <em>genome editing</em>”. La DARPA sottolinea che “la sicurezza è una priorità del programma. Tutto il lavoro si svolge in strutture controllate e sicure dal punto di vista del rischio biologico. Inoltre, Safe Genes è supervisionato dal punto di vista etico, legale e per le sue implicazioni sociali da un team di esperti che aiutino la DARPA a identificare in modo proattivo i potenziali problemi legati alle tecnologie di editing. Il team di esperti si impegnerà anche con le potenziali parti interessate, compresi i responsabili dei controlli governativi, per promuovere l’importanza di queste ricerche scientifiche e per richiedere esperimenti sui temi che suscitano dubbi e preoccupazioni”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">DIGET</h4>



<p>Il DoD richiede un rilevamento tempestivo e completo delle minacce biologiche e per contrastare la diffusione delle malattie. Oggi nemmeno i sistemi diagnostici e di biosorveglianza più all’avanguardia sono in grado di tenere il passo con le epidemie per supportare il processo decisionale nel momento e nel luogo del bisogno. Il programma DIGET mira a sfruttare i progressi delle tecnologie di modificazione genica per sviluppare “dispositivi di rilevamento dell’acido nucleico semplici da utilizzare, a basso costo e rapidamente riconfigurabili” in grado di individuare qualsiasi minaccia biologica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">PREPARE</h4>



<p>La logica del programma è che gli agenti patogeni con potenziale pandemico, le sostanze chimiche tossiche e i materiali radioattivi mettono in pericolo la salute pubblica e rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale, e nonostante gli investimenti nello sviluppo di contromisure mediche, queste hanno ancora un’applicabilità limitata, un’efficacia insufficiente, richiedono dosi ripetute, processi di produzione lunghi e complessi e requisiti per lo stoccaggio logisticamente onerosi; queste limitazioni rendono straordinariamente difficile trattare il gran numero di individui che potrebbero essere colpiti dagli esiti di un disastro naturale, di un incidente, di un’epidemia o di un attacco diretto in un’area densamente popolata. Il programma PREPARE quindi “intende identificare quali siano le difese genetiche innate degli esseri umani contro questo tipo di minacce per sviluppare dispositivi medici in grado di attivare rapidamente queste difese genetiche, senza alterare il DNA sottostante”.</p>



<p>Vediamo di chiarire questo concetto: in biologia molecolare, con il termine <em>espressione genica</em> si intende il processo attraverso cui l’informazione contenuta in un gene (costituito dal DNA) viene convertita in una macromolecola funzionale (tipicamente una proteina) con uno scopo specifico. Ciò che la DARPA si propone è innanzitutto di individuare quali siano i geni che si attivano, per esempio, durante l’esposizione a determinate radiazioni e che producono la proteina specifica che difende l’organismo dagli effetti negativi di queste radiazioni. Il secondo passo è quello di trovare un farmaco che stimoli il gene a produrre questa proteina <em>prima</em> che il soggetto venga in contatto con le radiazioni, in modo che il soldato goda di una specie di “vaccinazione genetica” contro questa minaccia specifica. Il programma si propone, come passo iniziale, di studiare i geni interessati alle misure di difesa che l’organismo mette in campo contro quattro condizioni patologiche: la comune influenza, l’overdose da oppioidi, l’avvelenamento da organofosfati e l’esposizione alle radiazioni gamma.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I rischi delle tecnologie di gene editing</h4>



<p>Che si parli di gene editing, di gene doping o di vaccinazione genica, è evidente che la manipolazione del DNA potrebbe fornire ai membri degli eserciti capacità altamente <em>desiderabili</em>. Tuttavia queste tecnologie tanto magnificate sono ancora molto al di là dall’essere sufficientemente precise e affidabili, non solo per quanto riguarda il processo di editing in sé (cioè la capacità di modificare o attivare il materiale genetico) o l’efficacia della manipolazione rispetto all’obiettivo (gli esperimenti finora effettuati sono in genere definiti “molto promettenti”, ma nessuno ha davvero ottenuto i risultati sperati), ma soprattutto per le possibili ripercussioni negative sull’uomo e sull’ambiente, a breve e a lungo termine. A breve, gli esperimenti finora intrapresi hanno portato alla luce tutta una serie di possibili risposte negative dell’organismo, che vanno dalle reazioni immunitarie gravi alle risposte infiammatorie massicce, dallo sviluppo di neoplasie (cancro) fino alla morte. Degli effetti nel lungo periodo, in particolare sul genoma umano e sull’ambiente, non sappiamo invece ancora nulla, ed è possibile che ci si accorga che la situazione è sfuggita di mano solo quando sarà troppo tardi.</p>



<p>Il programma <em>Safe Genes</em> è emblematico da questo punto di vista: il DoD si preoccupa già oggi, prima ancora che si arrivi allo stadio dell’implementazione delle nuove tecnologie, di sviluppare un programma che dovrebbe, teoricamente, permettere di tornare al punto di partenza se le cose dovessero prendere una brutta piega. Il problema è che la tecnologia per attuare le modifiche e quella per tornare allo <em>status quo ante</em> sono la stessa: se è inaffidabile in andata, è inaffidabile al ritorno, sempre poi che sia davvero possibile intervenire in tempo in caso di errore (se per esempio una procedura di <em>gene editing</em> provocasse la morte inaspettata dei soggetti, non si vede quale tipo di rimedio sia possibile). Inoltre, in aggiunta a tutti questi dubbi di natura scientifica, bisogna tenere presente una vasta gamma di considerazioni etiche, inevitabili quando si parla di manipolazione del patrimonio genetico, in particolare di quello degli esseri umani – tema già affrontato nell’articolo <em>Genome editing.</em><em> Le modifiche al DNA umano</em>, nel numero scorso – e ancor di più quando i soggetti coinvolti hanno uno <em>status</em> particolare, come nel caso del personale militare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il panorama legislativo</h4>



<p>Tra il 1918 e il 1941 circa 60.000 soldati statunitensi sono stati sperimentalmente esposti a gas mortali co-me l’iprite (il tioetere del cloroetano, chiamato anche <em>gas mostarda</em> a causa del suo odore, che ha causato quasi 400.000 vittime durante la Grande Guerra), e dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1975 gli scienziati militari hanno continuato a sviluppare e testare su membri dell’esercito (sebbene su scala minore) presso l’Edgewood Arsenal, il principale centro militare di ricerca per la guerra chimica situato ad Aberdeen, nel Maryland, più di 250 composti chimici: da insetticidi come l’organofosforo ad agenti nervini, antidoti di agenti nervini, agenti inabilitanti come i gas lacrimogeni, e perfino agenti psicoattivi come i cannabinoidi o LSD (13).</p>



<p>Molti esperimenti erano destinati al miglioramento delle capacità protettive di indumenti e maschere antigas; altri hanno misurato l’impatto (per esempio la velocità d’azione o l’efficacia) degli agenti tossici per valutarne l’uso in casi specifici, per esempio a fini antisommossa. Altri test si sono concentrati sull’azione di composti u-tili per stordire il nemico o per essere utilizzati per il cosiddetto ‘lavaggio del cervello’ (<em>brainwashing</em>).</p>



<p>Tuttavia, dopo la notizia di esperimenti scientifici non etici sull’uomo condotti negli Stati Uniti e all’estero, e in particolare dopo lo scandalo dello studio sulla sifilide di Tuskegee (14), il 18 aprile 1979 lo United States Department of Health and Human Services pubblicò il Rapporto Belmont, intitolato <em>Ethical Principles and Guidelines for the Protection of Human Subjects of Research</em> (Principi etici e linee guida per la protezione dei soggetti umani coinvolti nella ricerca), che costituisce uno dei più importanti documenti storici nel campo dell’etica medica, e stabilisce i tre fondamentali principi che consentono la partecipazione di cavie umane agli esperimenti scientifici (15).</p>



<p>Questi capisaldi sono il principio di autonomia (<em>respect</em><em> for persons</em>), che comporta la protezione di tutte le persone (specialmente quelle che, per qualunque ragione, soffrono di capacità ridotte), un trattamento rispettoso e la necessità del consenso informato; il principio del beneficio (<em>beneficience</em>), ossia la filosofia del “non arrecare danno”, che comporta la massimizzazione dei benefici per il progetto di ricerca e la contestuale minimizzazione dei rischi per i soggetti; e il principio di giustizia (<em>justice</em>), che assicura una gestione equa delle procedure di ricerca in un’ottica di non sfruttamento dei soggetti testati.</p>



<p>Nel 1981, sulla base del Rapporto Belmont, l’HHS (il Departement of Health and Human Services) e la FDA (Food and Drug Administration) hanno rivisto e reso il più possibile compatibili, secondo i rispettivi statuti, i regolamenti esistenti in materia di esperimenti che coinvolgono soggetti umani. Da questa revisione comune è nata la Federal Policy for the Protection of Human Subjects, meglio nota co-me <em>Common Rule</em>, che è stata pubblicata nel 1991 ed è adottata da venti fra dipartimenti e agenzie, incluso il DoD (16). Il DoD ha poi sviluppato regolamenti propri che riguardano l’implementazione della Common Rule e le considerazioni relative alle protezioni speciali per i membri delle forze armate, e ha convenuto di conformarsi alle normative della Food and Drug Administration relative allo sviluppo e all’utilizzo di nuovi farmaci, compreso l’obbligo di ottenere il consenso informato da parte dei membri dei servizi militari che partecipano a sperimentazioni biologiche. In particolare, il paragrafo 980 del codice 10 USC (17) stabilisce che tutti coloro che partecipano come soggetti sperimentali a ricerche finanziate dal DoD debbano essere in grado di dare il proprio consenso preventivo, a meno che il partecipante non sia un diretto beneficiario del progetto, nel qual caso il consenso può essere ottenuto da un suo rappresentante legale.</p>



<p>Tuttavia, già prima della firma della Common Ru-le erano stati previsti con una disposizione di legge i casi in cui il Dipartimento della Difesa era sollevato dall’onere di ottenere il consenso dai membri dell’esercito, e cioè in caso di emergenza militare e per la protezione da agenti biologici o chimici. Questa eccezione alla Common Rule, nota come <em>Interim Rule</em>, è stata autorizzata dalla FDA nel 1990, durante la prima Guerra del Golfo. La regola, che doveva essere provvisoria, ha sollevato diverse questioni etiche (18), per cui nel 1999 il Congresso ha stabilito che il DoD potesse fare a meno del consenso informato del personale militare solo con un ordine esecutivo del Presidente degli Stati Uniti emanato sulla base di una minaccia alla sicurezza nazionale (19). Nel novembre del 2017, infine, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la Additional Emergency Uses for Medical Products to Reduce Deaths and Severity of Injuries Caused by Agents of War, una legislazione che permette al DoD, in caso di emergenza, di accelerare lo sviluppo e fare uso di farmaci con un potenziale significativo per la sicurezza nazionale per contrastare gli agenti bellici nemici (20).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Specificità</h4>



<p>Con l’emergere della tecnologia CRISPR e la possibilità per i membri delle forze armate di accedere a miglioramenti genetici permanenti, il dibattito su dove ci si dovrebbe fermare quando si tratta di ottimizzare le prestazioni del personale militare richiede ulteriori considerazioni. In genere, quando si parla di editing genetico si accettano come etiche le modifiche al DNA effettuate in un contesto terapeutico (<em>gene therapy</em>), che si propongono di trovare una cura efficace a una determinata patologia; e si considera moralmente inammissibile l’editing genetico effettuato a fi-ni eugenetici o di potenziamento. Tuttavia, attualmente non esiste negli USA un regolamento specifico che impedisca il potenziamento genetico dei membri dei servizi militari, sebbene l’attuale enfasi del Dipartimento sull’ottimizzazione delle performance e sulla reversibilità degli interventi suggerisca in generale un distacco dalle pratiche di editing con effetti permanenti (la modifica del DNA <em>tout court</em>). Ma, con il perfezionarsi della tecnologia, è “concepibile che in futuro ta-li sviluppi possano diventare pienamente conformi alle politiche del Dipartimento” (21). Quindi, partendo dal presupposto che possa essere ammesso utilizzare il CRISPR per il potenziamento militare, le questioni più delicate dal punto di vista etico evidenziate in letteratura sono quelle che riguardano il consenso informato, il rapporto rischi/benefici e la parità di accesso.</p>



<p>Per quanto riguarda il consenso informato, fatte salve le considerazioni generali espresse nel paragrafo precedente, uno dei fattori specifici che complicano la questione è la struttura di comando: per un membro dell’esercito disobbedire all’ordine di un superiore è un crimine, e come tale viene sanzionato dal codice militare. Per proteggere i soldati da indebite pressioni da parte degli ufficiali superiori, la responsabilità di ottenere il consenso dovrebbe spettare a un organismo esterno alla catena di comando (per esempio il gruppo di ricerca). Un altro fattore specifico che potrebbe interferire con la volontà del singolo soldato di partecipare a un esperimento è il fatto che i membri dell’esercito sono addestrati ad agire come un unico organismo: può essere particolarmente difficile per un individuo non comportarsi come gli altri membri del proprio gruppo, specialmente se la maggioranza dell’unità ha deciso di partecipare. Una complicazione ulteriore, trattandosi di tecnologie sofisticate, è che alcuni soggetti potrebbero avere difficoltà a comprendere i concetti di base di genetica e di terapia genica, oppure potrebbero sentirsi costretti a partecipare a un esperimento convinti che questa procedura possa offrire loro un vantaggio sul nemico o proteggerli da un attacco terroristico.</p>



<p>Per quanto riguarda invece il problema del rapporto rischi/benefici, considerando che i membri del servizio militare corrono già pericoli significativi semplicemente arruolandosi, alcuni autori ritengono che i soldati possano essere dei candidati preferenziali per la ricerca genica poiché il potenziamento (eventuale) del DNA migliorerebbe le loro possibilità di sopravvivenza durante i conflitti. Tuttavia, vale a nostro avviso anche la considerazione opposta: dato che i membri delle forze armate corrono già rischi reali, è moralmente condivisibile fare correre loro anche rischi eventuali quali, per esempio, le mutazioni fuori bersaglio?</p>



<p>Infine, per ciò che concerne la parità di accesso, bisogna considerare che l’uniformità di trattamento è un importante meccanismo che le forze armate usano per fare rispettare la disciplina, intimamente connesso alla catena della struttura di comando. Tuttavia, a causa dei rischi associati alla ricerca sul potenziamento genico, la partecipazione ai primi studi sull’uomo potrebbe essere limitata al personale delle sole forze speciali, quelle create per eseguire le missioni più pericolose. Ma, se gli esperimenti dovessero funzionare, si creerebbe una situazione in cui la maggior parte dei membri dell’esercito dovrebbe scendere in campo priva delle risorse messe a disposizione di pochi privilegiati, e le cui conseguenze potrebbero andare dal semplice dissenso al rifiuto di combattere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Gli scienziati non hanno dubbi che le biotecnologie in campo militare si o-rienteranno verso il potenziamento del genoma (qualunque cosa questa espressione voglia dire): “Accadrà sicuramente”, dice Derya Unutmaz, capo ricercatore del Jackson Laboratory for genomic medicine (22) intervistato dal South China Morning Post: “A livello militare non si può non desiderare di creare dei super-soldati, in grado di resistere a tutti i tipi di malattie e a tutte le condizioni climatiche [&#8230;] Finora erano fantascienza, ma ora abbiamo gli strumenti per renderli reali”.</p>



<p>Il problema, secondo il ricercatore, è che se una nazione facesse un passo simile, gli altri Paesi ne seguirebbero l’esempio per evitare di essere superati dal punto di vista tecnologico. Esattamente quello che è successo con gli ordigni nucleari e che ha portato il pianeta sull’orlo dell’Apocalisse. Il metodo invocato per impedire questa <em>escalation</em>, come al solito, è quello della concertazione: un sistema di regolamentazione globale per la modificazione genetica che potrebbe impedire o scoraggiare i Paesi dall’abusarne. Ma è un metodo che non ha mai funzionato. La Cina per esempio è uno dei concorrenti per il primato nelle tecnologie di manipolazione del genoma, e nessuno sa a che risultati siano giunti i progetti di ricerca e quali siano le restrizioni legislative. Gli Stati Uniti risponderanno allentando i vincoli di legge sulla sperimentazione sugli esseri umani (o dilatando l’ambito di applicabilità delle eccezioni) e mobilitando un consenso di massa sulle scienze biologiche come fattore chiave di sopravvivenza – proprio ciò che il DoD sta già facendo. E quel che ci possiamo aspettare, è impensabile.</p>



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<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.defense.gov/Explore/News/Article/Article/1969741/darpa-director-talks-promise-of-life-sciences-research/" target="_blank">https://www.defense.gov/Explore/News/Article/Article/1969741/darpa-director-talks-promise-of-life-sciences-research/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Gaffney, G. R., Parisotto, R. 2007. Gene Doping: A Review of Performance Enhancing Genetics. Pediatric Clinics of North America, 54, 807-822</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Baer, <em>Genome editing. Le modifiche al DNA umano</em>, Paginauno n. 66/2020 </p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://smallwarsjournal.com/jrnl/art/the-real-captain-america-bioengineering-the-super-soldiers-of-tomorrow" target="_blank">https://smallwarsjournal.com/jrnl/art/the-real-captain-america-bioengineering-the-super-soldiers-of-tomorrow</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Valdes, J.J., et al. 2010. Bio-Inspired Innovation and National Security. National Defense University Press. 219-225</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://www.washingtonexaminer.com/policy/defense-national-security/military-wants-to-use-gene-editing-to-protect-troops-against-chemical-and-biological-weapons">https://www.washingtonexaminer.com/policy/defense-national-security/military-wants-to-use-gene-editing-to-protect-troops-against-chemical-and-biological-weapons</a></p>



<p class="has-small-font-size">7)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.darpa.mil/staff/dr-renee-wegrzyn">https://www.darpa.mil/staff/dr-renee-wegrzyn</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.darpa.mil/program/living-foundries" target="_blank">https://www.darpa.mil/program/living-foundries</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em> Cfr. <a href="https://www.darpa.mil/program/safe-genes" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.darpa.mil/program/safe-genes</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a href="https://www.darpa.mil/program/detect-it-with-gene-editing-technologies" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.darpa.mil/program/detect-it-with-gene-editing-technologies</a></p>



<p class="has-small-font-size">12)<em> </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.darpa.mil/program/preemptive-expression-of-protective-alleles-and-response-elements" target="_blank">https://www.darpa.mil/program/preemptive-expression-of-protective-alleles-and-response-elements</a> </p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Military Chemical Warfare Agent Human Subjects Testing: Part 1 — History of Six-Decades of Military Experiments With Chemical Warfare Agents, Mark Brown, PhD, Military Medicine, Volume 174, Issue 10, October 2009, Pages 1041–1048, <a rel="noreferrer noopener" href="https://academic.oup.com/milmed/article/174/10/1041/4339311" target="_blank">https://academic.oup.com/milmed/article/174/10/1041/4339311</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em> Lo studio sulla sifilide di Tuskegee fu un esperimento clinico attuato e seguito dallo United States Public Health Service nella città di Tuskegee, in Alabama, negli USA, fra il 1932 e il 1972: vennero reclutati 399 inconsapevoli mezzadri afroamericani malati di sifilide e 201 sani (come gruppo di controllo), i quali furono seguiti dalle autorità coinvolte per capire l’evoluzione della malattia e i suoi reali effetti. Tuttavia, sebbene già nel 1940 fosse stata provata l’efficacia della penicillina come cura della malattia, i medici proseguirono nel programma, seppur consapevoli che avrebbe portato a un disastro sia sul piano sanitario che su quello sociale. Nel 1972 la ricerca cadde sotto i riflettori dell’opinione pubblica, prendendo la prima pagina di tutte le testate nazionali, e si concluse nel giro di un giorno. A causa dell’esperimento, i soggetti malati a cui erano state negate le cure morirono, dopo aver trasmesso la sifilide alle loro donne che, rimaste incinte, trasmisero una sifilide congenita ai loro nascituri</p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <a href="https://www.hhs.gov/ohrp/regulations-and-policy/belmont-report/index.html">https://www.hhs.gov/ohrp/regulations-and-policy/belmont-report/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.hhs.gov/ohrp/regulations-and-policy/regulations/common-rule/index.html">https://www.hhs.gov/ohrp/regulations-and-policy/regulations/common-rule/index.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) <em>Limitation on use of humans as experimental subjects, </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://uscode.house.gov/view.xhtml?req=granuleid:USC-prelim-title10-section980&amp;num=0&amp;edition=prelim" target="_blank">https://uscode.house.gov/view.xhtml?req=granuleid:USC-prelim-title10-section980&amp;num=0&amp;edition=prelim</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>18)</em> Cfr. <a href="https://www.rand.org/pubs/monograph_reports/MR1018z9/MR1018.9.chap4.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.rand.org/pubs/monograph_reports/MR1018z9/MR1018.9.chap4.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Executive Order 13139, dal titolo <em>Improving Health Protection of Military Personnel Participating in Particular Military Operations</em>, <a href="https://www.govinfo.gov/content/pkg/FR-1999-10-05/pdf/99-26078.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.govinfo.gov/content/pkg/FR-1999-10-05/pdf/99-26078.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Public law n. 115-92, <a href="https://www.congress.gov/115/plaws/publ92/PLAW-115publ92.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.congress.gov/115/plaws/publ92/PLAW-115publ92.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">21) Ethical Issues of Using CRISPR Technologies for Research on Military Enhancement, Marsha Greene e Zubin Master, Journal of Bioethical Inquiry volume 15, pages327–335(2018) <a rel="noreferrer noopener" href="https://link.springer.com/article/10.1007/s11673-018-9865-6" target="_blank">https://link.springer.com/article/10.1007/s11673-018-9865-6</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>22)</em> Bryan Galvan<em>, CRISPR ‘super-soldiers?’ Why we need international gene-editing rules</em>, South China Morning Post, 8 gennaio 2019, <a rel="noreferrer noopener" href="https://geneticliteracyproject.org/2019/01/08/crispr-super-soldiers-why-we-need-international-gene-editing-rules/" target="_blank">https://geneticliteracyproject.org/2019/01/08/crispr-super-soldiers-why-we-need-international-gene-editing-rules/</a> </p>
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		<title>Genome Editing. Le modifiche al DNA umano</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/genome-editing-le-modifiche-al-dna-umano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 18:22:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[dna]]></category>
		<category><![CDATA[genome editing]]></category>
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					<description><![CDATA[Studio, applicazione, incognite, rischi, certezze: a che punto è l’intervento sul genoma umano che altera in modo definitivo e permanente la linea germinale e dunque i caratteri trasmessi ai discendenti: due bambine modificate geneticamente sono già nate]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank">(Paginauno n. 66, febbraio – marzo 2020)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Studio, applicazione, incognite, rischi, certezze: a che punto è l’intervento sul genoma umano che altera in modo definitivo e permanente la linea germinale e dunque i caratteri trasmessi ai discendenti: due bambine modificate geneticamente sono già nate</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 25 novembre 2018 una notizia esclusiva della MIT Technology Review (1) provoca il caos nella comunità scientifica internazionale: secondo documenti medici pubblicati sul Chinese</p>



<p>Clinical Trial Register, il giorno 8 dello stesso mese (2) un team della Southern University of Science and Technology di Shenzhen, in Cina, sta tentando di creare in laboratorio i primi bambini geneticamente modificati. Il titolo del trial clinico è <em>Evaluation of the safety and efficacy of gene editing with human embryo CCR5 gene</em>, e l’esperimento è stato condotto per ‘produrre’ bambini resistenti al virus dell’HIV. Nella sperimentazione verrebbe utilizzata una tecnica nota come CRISPR-Cas9 per sostituire la versione ‘normale’ del recettore CCR5 (utilizzato da molte forme virali per penetrare nelle cellule) con una particolare mutazione del gene, la CCR5-Δ32, che protegge i soggetti che la posseggono nel loro naturale corredo genetico da molte infezioni (fra cui l’Aids). Lo scienziato titolare del progetto si chiama He Jiankui, è laureato in fisica in Cina, ha conseguito un dottorato in biofisica alla Rice University del Texas, ha lavorato nel postdottorato a Stanford, e infine è tornato in patria nel 2012, grazie ai piani di incentivo lanciati dal governo cinese (il “Mille talenti” del 2008 e il “Diecimila Talenti” del 2012), per invertire la fuga dei cervelli iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso.</p>



<p>Dai dati disponibili non era possibile desumere a che punto fosse l’esperimento in oggetto, ma era fuor di dubbio che la nascita dei primi esseri umani geneticamente modificati sarebbe stato “un risultato medico straordinario, sia per He Jiankui che per la Cina”, sebbene controverso: “Mentre alcuni plaudono a una nuova forma di medicina in grado di eliminare le malattie genetiche, altri temono che si stia scivolando verso […] una nuova forma di eugenetica”, evidenziava la MIT Technology Review.</p>



<p>In realtà il trial era in uno stato più avanzato di quanto si immaginasse: era iniziato nel 2016, a marzo del 2017 He aveva iniziato a reclutare le coppie (ciascuna con un padre sieropositivo) per la produzione degli embrioni modificati e all’inizio di novembre del 2018 – secondo quanto appurato dall’Associated Press – erano nate due gemelle, Lulu e Nana (nomi di fantasia, dati per proteggere la privacy della famiglia), mentre era in fase di gestazione un terzo individuo (nato probabilmente nell’agosto 2019) (3).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il CRISPR-Cas9</h4>



<p>CRISPR, acronimo di <em>Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic </em><em>Repeats</em>, è il nome attribuito a una famiglia di segmenti di DNA batterico contenenti brevi sequenze ripetute. Studiando come i batteri si difendono dai virus, i ricercatori hanno scoperto una particolare minisequenza, quella della proteina Cas9, capace di cercare, tagliare e alterare il DNA dei virus con l’obiettivo di distruggerli, secondo un meccanismo di riconoscimento altamente specifico. Questo sistema consente alle cellule di salvare le informazioni elaborate, quindi se il batterio dovesse incontrare nuovamente lo stesso virus ne risulterà immune, non solo per la sua generazione di cellule, ma anche per molte generazioni a venire.<em> </em>Il CRISPR-Cas9 è stato identificato fra il 2012 e il 2013 da due gruppi di ricerca facenti capo all’Università di Berkeley e al MIT di Boston, ed è stato dimostrato che questa proteina può essere utilizzata come uno strumento biotecnologico – una forbice molecolare – per eliminare o sostituire specifiche sequenze dal genoma di qualunque tipo di cellula vegetale, animale o umana. La programmazione del bersaglio avviene attraverso una molecola di RNA, chiamata <em>RNA guida</em>, che può essere facilmente modificata in laboratorio e, una volta associata a Cas9, agisce come una specie di guinzaglio, ancorandola alla sequenza di DNA scelta (4). In pratica, gli scienziati ‘dicono’ alla proteina cosa deve cercare, e il CRISPR taglia e cuce con precisione (o meglio, con una certa precisione) i segmenti di DNA che gli scienziati vogliono modificare o eliminare dal patrimonio genetico di qualsivoglia creatura vivente, uomo compreso.</p>



<p>Questa scoperta è stata una vera e propria rivoluzione per la ricerca biomedica, poiché per la prima volta si è riusciti a lavorare sul genoma in modo semplice, efficace, veloce ed economico, e la tecnologia CRISPR-Cas9 in pochi anni si è diffusa nei laboratori di tutto il mondo e viene oggi impiegata sia per la ricerca di base che per scopi applicativi: basti pensare alla speranza che rappresenta per tutte le malattie per cui fino a oggi non era neppure possibile concepire un approccio terapeutico. C’è un clima di incredibile ottimismo intorno all’uso del CRISPR per trattare e curare una vasta gamma di patologie (da quelle genetiche, al cancro, all’HIV) semplicemente eliminando la sezione ‘sbagliata’ di DNA (qualunque cosa questo significhi). Com’era inevitabile, la tecnologia ha attirato l’attenzione di investitori di alto profilo, tra cui il miliardario Sean Parker, cofondatore di Napster e uno dei primi investitori di Facebook. Tuttavia le enormi potenzialità offerte dalla forbice molecolare per l’uso in terapia sono a oggi frenate dagli errori di taglio – detti off-target – che avvengono sul genoma durante il suo utilizzo e che comportano mutazioni fuori programma dagli esiti imprevedibili: insomma, il CRISPR è uno strumento relativamente nuovo, non è preciso al 100% e non è chiaro con quanta sicurezza possa essere utilizzato sugli esseri umani, anche se gli esperimenti sugli animali sembrano promettenti (5). Per questo un gruppo di ricercatori del Broad Institute del MIT e di Harvard ha messo a punto una nuova tecnica CRISPR chiamata <em>prime editing</em>, che utilizza una sequenza di codice genetico creata in laboratorio per trovare la parte specifica del DNA che si desidera modificare, e apporta la modifica desiderata grazie a un enzima chiamato <em>trascrittasi inversa</em>. Questa tecnologia appare molto versatile e più precisa del CRISPR-Cas9, ma il suo sviluppo è ancora nelle fasi iniziali (6).</p>



<p>La seconda sfida è quella di trovare un vettore efficiente per lo strumento di ‘taglia e cuci’ genetico: nella maggior parte dei casi, le cellule con il DNA bersaglio vengono prelevate, modificate in laboratorio (in vitro) con la tecnologia CRISPR-Cas9 e poi reintrodotte attraverso il flusso sanguigno, ma spesso non raggiungono gli organi cui sono destinate in percentuali tali da curare la patologia, anzi, finora nessuno studio condotto nei Paesi la cui legislazione consente esperimenti sul genoma degli esseri umani ha dimostrato chiari benefici clinici (7). Il problema consiste quindi nel trovare il modo di trasportare il CRISPR-Cas9 con le istruzioni per le modifiche <em>direttamente</em> nella parte dell’organismo da trattare (in vivo). Lo scorso luglio, le società farmaceutiche Editas Medicine a Cambridge (Massachusetts) e Allergan a Dublino hanno lanciato uno studio per il trattamento dell’amaurosi congenita di Leber, la causa più frequente di cecità infantile (è una malattia genetica che colpisce la retina nei primi sei mesi di vita). I ricercatori inietteranno nell’occhio dei partecipanti un virus modificato (in modo da evitare di infettare il ricevente) che trasporta nel suo DNA il CRISPR-Cas9. È il primo esperimento di editing genetico <em>all’interno</em> del corpo, e i risultati potrebbero essere pubblicati quest’anno. Se il trial clinico avesse successo, “sarebbe un momento storico per il settore e potrebbe aprire la strada a future sperimentazioni su altri organi”, dice Charles Gersbach, bioingegnere della Duke University di Durham, North Carolina (8).</p>



<p>Ma gli scienziati sperano di trovare un altro modo per trasportare nel corpo il CRISPR, perché i virus, per quanto disattivati, possono a volte provocare risposte immunitarie, e possono trasportare solo una quantità limitata di DNA. Intellia Therapeutics, un’azienda di biotecnologie quotata al Nasdaq, collabora con il gigante farmaceutico svizzero Novartis per sviluppare nanoparticelle grasse in grado non solo di proteggere le molecole che modificano il genoma mentre viaggiano nel flusso sanguigno, ma di passare attraverso le membrane delle cellule bersaglio, posizionando il CRISPR là dove deve agire. Dal momento che queste nanoparticelle tendono naturalmente ad accumularsi nel fegato, Intellia intende concentrarsi sulle patologie epatiche prima di cercare il modo di arrivare in altri organi. Nessuna delle tecnologie attualmente in fase di sperimentazione è tuttavia ciò che i ricercatori immaginano saranno le applicazioni a lungo termine del <em>genome editing</em> ma, per dirla con John Leonard, Ceo di Intellia, alla domanda “Riesci a immaginare un futuro senza l’editing dei geni?” non si trova nessuno che osi rispondere di sì. Il problema correlato, ovviamente, è che alla domanda “Riesci a immaginare fin dove ci si spingerà?”, tutti sono obbligati a rispondere di no.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le modifiche al genoma umano</h4>



<p>Già nel 2015, un gruppo di scienziati di Guangzhou aveva pubblicato un articolo che descriveva per la prima volta l’uso delle tecniche di editing genetico in un embrione umano (9). I ricercatori avevano utilizzato embrioni con una mutazione che avrebbe loro impedito di trasformarsi in feti (e che di conseguenza non avrebbero potuto essere impiantati nell’utero), e tuttavia lo studio aveva generato molta preoccupazione nella comunità scientifica.</p>



<p>Le modifiche genetiche ottenute con le tecnologie di editing hanno infatti un impatto del tutto diverso quando, invece di essere effettuate su cellule prelevate da un individuo adulto, vengono praticate sulle cellule che daranno origine a un nuovo individuo, e cioè ovuli, spermatozoi o embrioni. L’editing genetico, in questo caso, altera in modo <em>definitivo e permanente</em> la linea germinale, cioè il genoma umano che l’individuo manipolato trasmetterà ai suoi discendenti. Ciò significa che se gli embrioni geneticamente modificati venissero impiantati nell’utero e si trasformassero in un nuovo individuo, questo individuo trasmetterebbe ai suoi figli e ai figli dei suoi figli la modifica apportata in laboratorio al suo codice genetico. Qualunque modifica, buona o cattiva, voluta o fuori bersaglio. Se per eliminare il gene che provoca la fibrosi cistica, poniamo, si creasse per errore un individuo con tre teste (l’esempio è volutamente estremo), questo individuo potrebbe: a) non riprodursi (per scelta o forzatamente) per non perpetuare l’errore genetico; b) riprodursi (per scelta o forzatamente) per dare vita a una nuova linea germinale con tre teste; c) diventare una cavia da laboratorio (di nuovo, per scelta o forzatamente) su cui testare nuove terapie genetiche contro le tre teste, da solo o insieme alle creature che ha generato.</p>



<p>Esiste inoltre un ulteriore problema, quello del mosaicismo genetico, riscontrato spesso negli embrioni di animali modificati con il CRISPR-Cas9 (10): mentre le cellule degli individui hanno normalmente tutte lo stesso patrimonio genetico, quelle di chi è affetto da mosaicismo presentano due (o più) linee genetiche diverse. Il fenomeno si presenta quando le modifiche apportate al genoma avvengono dopo che il DNA dell’uovo fertilizzato ha già iniziato a dividersi. In questo caso, alcune cellule presenteranno il genoma inalterato, mentre altre porteranno quello modificato, il che può provocare conseguenze del tutto imprevedibili sullo sviluppo futuro dell’embrione. Negli esperimenti condotti in Cina, per l’appunto, erano stati osservati tassi molto alti di mosaicismo.</p>



<p>E stiamo parlando solo delle problematiche tecniche, senza nemmeno citare due nodi fondamentali: l’eticità della manipolazione della linea germinale umana e quella, a monte, dell’eticità dell’utilizzo di embrioni umani come materiale da esperimento scientifico.</p>



<p>Queste considerazioni, che probabilmente fermerebbero ogni individuo di buon senso, non sono però bastate a placare il desiderio di onnipotenza degli scienziati: nei due anni successivi alla pubblicazione del primo studio diversi team di ricerca – in Cina, Stati Uniti e Regno Unito – hanno pubblicato i risultati di nuovi esperimenti simili. Gli studi hanno utilizzato sia embrioni non vitali, sia embrioni che potevano essere impiantati nell’utero, e hanno testato nuove tecniche di editing genetico e di editing genetico combinato alla clonazione. Gli esperimenti hanno verificato la capacità della tecnologia CRISPR-Cas9 di correggere le mutazioni associate alle malattie genetiche e hanno analizzato i geni implicati nelle fasi precoci dello sviluppo embrionale, fra cui quelli responsabili del fallimento delle gravidanze, per cercare una cura per alcune forme di infertilità (11).</p>



<p>Anche se gli scienziati coinvolti hanno pubblicizzato il loro lavoro come un’approfondita ricerca di base (quindi non destinata ad applicazioni cliniche), molti esperti di etica medica hanno affermato che l’obiettivo a lungo termine di questi trial potesse essere soltanto uno: impiantare nel corpo femminile embrioni geneticamente modificati, come ha fatto He.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Cosa è andato storto</h4>



<p>Tre giorni dopo la notizia bomba della nascita delle gemelle, il 28 novembre 2018, He è stato invitato al <em>Second International Summit on Human Genome Editing</em> di Hong Kong (12). L’intervento dello scienziato è attesissimo e dura una ventina di minuti, in cui He illustra gli esperimenti preliminari che ha condotto su topi e scimmie, difende la sua impostazione sperimentale, e in particolare la scelta di indurre la resistenza al virus HIV inattivando il gene CCR5, e racconta di aver confrontato il DNA degli embrioni geneticamente modificati con quello dei genitori, individuando una possibile mutazione fuori bersaglio (cioè non desiderata), che però non ha fatto cambiare idea né a lui né alla coppia sull’opportunità del trasferimento in utero. Dichiara inoltre di non essere pentito dell’esperimento, ma solo dispiaciuto che la notizia della nascita delle due gemelline sia filtrata prima della pubblicazione dello studio, al vaglio di una rivista scientifica non meglio precisata (13).</p>



<p>He è stato pesantemente criticato, in primis perché l’esperimento è stato ritenuto pretestuoso dal punto di vista clinico (esistono metodi testati perché un padre sieropositivo possa procreare in modo sicuro senza ricorrere all’editing genetico, che in ogni caso non rappresenterebbe un modo efficiente di contrastare l’epidemia di Aids), in secondo luogo perché la tecnologia CRISPR-Cas9 presenta ancora rischi, e infine perché appariva abbastanza chiaro che lo scienziato non avesse rispettato l’iter scientifico-burocratico che un esperimento di questo tipo richiede. Due mesi dopo, nel gennaio 2019, il lavoro è stato censurato dal ministero della Salute del Guangdong e He è stato licenziato dalla sua università. Nessuna rivista medica ha mai pubblicato il lavoro di He e i dettagli dell’esperimento sono rimasti sconosciuti finché pochi mesi fa, il 3 dicembre 2019, la MIT Technology Review ha pubblicato alcuni estratti esclusivi della ricerca originale inedita, che mostra come He Jiankui “abbia ignorato le norme etiche e scientifiche nella creazione delle gemelle Lulu e Nana” (14).</p>



<p>Antonio Regalado, autore dell’articolo, racconta che a gennaio 2019 una fonte ha inviato alla rivista una copia di un documento inedito intitolato <em>Birth of Twins After Genome Editing for HIV Resistance</em> (<em>Nascita di gemelli dopo la modifica del genoma per la resistenza all’HIV</em>), firmato da He Jiankui e altri scienziati. Secondo la rivista, pur essendo pieno di affermazioni altisonanti sui risultati del trial, il genetista faceva ben poco per dimostrare che le gemelle fossero davvero resistenti al virus, e il testo ignorava in larga misura i dati da cui si poteva ipotizzare il fallimento del progetto di editing genetico. In particolare, secondo il team di esperti contattati dalla Technology Review per valutare l’articolo, “i risultati che He e il suo team sostengono di aver ottenuto non sono supportati dai dati; i genitori delle bambine potrebbero essere stati messi sotto pressione per accettare di partecipare all’esperimento; i presunti benefici medici ottenuti sono al massimo discutibili; e i ricercatori hanno proceduto alla creazione di esseri umani vivi prima di aver compreso appieno gli effetti delle modifiche che avevano apportato” (15).</p>



<p>I nodi principali dal punto di vista scientifico sono due: i ricercatori non hanno effettuato test di laboratorio per verificare che le cellule modificate geneticamente fossero davvero resistenti all’HIV prima dell’impianto degli embrioni; e hanno proceduto all’impianto nonostante fossero consapevoli che le modifiche effettuate avevano avuto un successo solo parziale a causa del mosaicismo indotto sulle cellule dalla tecnologia CRISPR-Cas9 e delle mutazioni fuori bersaglio. I dati dei cromatogrammi, cioè la lettura delle sequenze di DNA degli embrioni e dei tessuti di nascita di Lulu e Nana (il cordone ombelicale e la placenta) registra infatti la presenza di segnali distinti sovrapposti in una data posizione del DNA. Ciò significa che i corpi delle gemelle potrebbero essere composti da cellule modificate in modi diversi e che solo alcune di queste sarebbero dotate del gene resistente all’HIV (compromettendo potenzialmente l’efficacia della ‘vaccinazione’ genica), per non parlare del fatto che altre cellule potrebbero avere subito modifiche ‘fuori obiettivo’ non rilevate, potenziali cause di problemi di salute futuri. E se il primo problema (la verifica in laboratorio dell’effettiva resistenza all’HIV delle cellule geneticamente modificate prima dell’impianto) sarebbe stato facilmente risolvibile, il secondo era inevitabile, poiché ètecnicamente impossibile determinare se un embrione modificato contiene nel suo DNA mutazioni fuori obiettivo senza distruggere quell’embrione ispezionando ogni sua cellula. Questo è <em>il</em> problema fondamentale (dal punto di vista clinico) nell’editing genetico degli embrioni umani: anche se si agisse con le migliori intenzioni (il che, come sappiamo, non è frequente) e si osservassero tutti i protocolli scientifici più rigorosi, sarebbe impossibile conoscere in anticipo a cosa – o meglio a <em>chi</em> – si sta dando vita. Questa è la questione che quasi tutti spazzano sotto al tappeto.</p>



<p>Dopo essere scomparso dai radar di tutto il mondo per un anno, il 30 dicembre 2019 He è stato giudicato colpevole dal sistema giudiziario cinese di aver condotto “pratiche mediche illegali” ed è stato condannato a tre anni di carcere e a una multa di 500.000 dollari: il tribunale di Shenzhen avrebbe scoperto dei documenti falsificati da He e da due dei suoi collaboratori per indurre medici inconsapevoli a impiantare gli embrioni geneticamente modificati nel grembo delle due donne (la madre delle gemelle e quella del terzo bimbo nato probabilmente ad agosto). La Corte ha stabilito che i tre imputati hanno deliberatamente violato le norme nazionali sulla ricerca biomedica e l’etica medica, e hanno applicato in modo avventato la tecnologia di modificazione genetica alla medicina riproduttiva umana per ottenere fama e denaro (16).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un singolo scienziato pazzo?</h4>



<p>Dopo le rivelazioni di He al summit di Hong Kong è subito diventato chiaro che il genetista cinese non aveva agito da solo e nemmeno in segreto, e la responsabilità degli altri ricercatori che erano al corrente del suo esperimento è stata oggetto di un acceso dibattito fra gli addetti ai lavori.</p>



<p>Il ricercatore senior con la più intima conoscenza del lavoro di He sembra essere Michael Deem, un biofisico della Rice University di Houston (Texas), suo supervisore di dottorato e membro del comitato scientifico della società di sequenziamento del genoma, la Beijing Genomics Institute, con sede a Shenzhen e fondata da He. Si dice che Deem sia fra i coautori dell’articolo che descrive gli esperimenti di He e che sia stato presente durante il reclutamento dei partecipanti, non è chiaro con quale ruolo. La Rice University sta indagando da più di un anno sul coinvolgimento di Deem, che ha senz’altro avuto un ruolo prominente nella ricerca, ma al momento non ha preso alcuna decisione circa le sanzioni da comminare all’accademico (17).</p>



<p>Deem non è l’unico a essere finito sotto i riflettori: Jiankui ha raccontato a molti accademici statunitensi quello che stava facendo, tra cui tre membri della Stanford University, in California (18): William Hurlbut, professore di bioetica; Matthew Porteus, pediatra; e Stephen Quake, bioingegnere. Sottoposti a un’indagine accademica interna circa il loro ruolo nella vicenda, i tre ricercatori sono stati assolti dalle accuse: “L’indagine ha rilevato che i ricercatori di Stanford hanno espresso serie preoccupazioni al Dr. He per il suo lavoro” si legge nella dichiarazione dell’università, e “quando il Dr. He non ha ascoltato le loro raccomandazioni e ha proseguito l’esperimento, i ricercatori di Stanford lo hanno esortato a seguire le corrette pratiche scientifiche, fra cui identificare un reale bisogno medico, ottenere il consenso informato, ottenere l’approvazione di un comitato di revisione istituzionale e pubblicare la ricerca su una rivista soggetta a revisione paritaria […] (ossia che prima della pubblicazione di un articolo scientifico fa valutare il contenuto dello stesso a un team di esperti nel settore)”.</p>



<p>Tuttavia il nome più influente chiamato in causa da He è quello di Craig Mello, il biochimico statunitense, ricercatore della Harvard University di Boston, premiato nel 2006 con il Nobel per la Medicina. L’Associated Press riferisce che Mello era a conoscenza della gravidanza con embrioni geneticamente modificati mesi prima che la notizia fosse resa pubblica: “Che uno scienziato di spicco sapesse di questo lavoro altamente immorale ma abbia scelto di rimanere in silenzio è un serio motivo di preoccupazione, e un segno che la cultura intorno alla ricerca genetica deve cambiare”. Anche Mello siede nel comitato scientifico di una delle imprese di He, la Direct Genomics, ruolo che ha mantenuto anche dopo aver saputo dell’esperimento e da cui si è dimesso solo a dicembre 2018, dopo il flop del progetto. Le email ottenute dall’Associated Press riportano una conversazione fra He e Mello: “Buone notizie!” scrive He, “La donna è incinta, l’editing del genoma è un successo! L’embrione con il gene CCR5 modificato è stato trapiantato alla donna 12 giorni fa, e oggi la gravidanza è confermata”. Mello risponde dicendo di essere contento per He, ma che “preferirebbe non essere tenuto nel giro”. Afferma poi di non credere che questo esperimento sia un buon uso della tecnologia CRISPR, perché non c’è “un reale bisogno medico […] Stai mettendo a rischio la salute del bambino che stai creando […] non capisco perché lo stai facendo” (19). E tuttavia, pur criticando pesantemente il trial, anche Mello ha taciuto. “Sono convinta che questo silenzio sia sintomo di una più ampia crisi culturale: un crescente divario tra i valori sostenuti dalla comunità scientifica e la missione della scienza stessa”, dice Natalie Kofler, biologa molecolare della Yale University (20). “La modifica dei geni degli embrioni potrebbe cambiare la traiettoria evolutiva della nostra specie. Forse un giorno la tecnologia eliminerà malattie ereditarie come l’anemia falciforme e la fibrosi cistica. Ma potrebbe anche eliminare la sordità oppure gli occhi marroni. In questa corsa al miglioramento della razza umana, i punti di forza della nostra diversità potrebbero andare perduti e i diritti di popolazioni già vulnerabili potrebbero essere messi ancora più a repentaglio”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La ricerca non si ferma</h4>



<p>Ma basta leggere fra le righe (e a volte anche solo le righe) per accorgersi che l’unica vera preoccupazione del mondo scientifico implicato a vario titolo in questi esperimenti, dopo lo scandalo delle <em>CRISPR babies,</em> è se e quanto l’errore del genetista cinese si rifletterà in restrizioni normative all’attività di editing genetico, e se e quanto spaventerà gli investitori, riducendo i fondi per la ricerca. Alcuni, come Jonathan Kimmelman, un bioeticista della McGill University di Montréal, dichiarano che sarebbero sorpresi se la ricerca dovesse subire gravi interruzioni (21). Altri, come Shoukhrat Mitalipov, biologo riproduttivo all’Oregon Health &amp; Science University di Portland, temono che la controversia possa rallentare le loro ricerche. Mitalipov sta lavorando sull’editing genetico degli embrioni umani per la cura delle malattie ereditarie. Dal momento che il governo degli Stati Uniti proibisce il finanziamento federale di questi esperimenti, l’attività di Mitalipov e degli altri ricercatori del settore dipende dai fondi privati: “Potrebbe essere un po’ presto per valutare il contraccolpo” dice, “ma sicuramente questo caso non ha aiutato” (22). Ci sono stati, è vero, alcuni scienziati che hanno chiesto una moratoria globale (cioè un periodo di interruzione temporanea) su tutti gli esperimenti di editing genetico negli embrioni umani, indipendentemente dal fatto che gli embrioni vengano successivamente impiantati o meno, ma solo per la preoccupazione che qualsiasi ricerca di questo tipo possa portare ad altri tentativi prematuri. “Come abbiamo imparato chiaramente dalla Cina, nulla impedisce a qualcuno di diventare un mascalzone” dice Fyodor Urnov, un ricercatore dell’Innovative Genomics Institute dell’Università della California, Berkeley. Questi scienziati eccessivamente spavaldi, dice, potrebbero provocare biasimo anche sugli “altri usi sicuri ed etici dell’editing dei geni”, come la correzione delle mutazioni nelle cellule adulte, che non altererebbero la linea germinale (23).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="482" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/08/1-46.jpg" alt="" class="wp-image-3392" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/08/1-46.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/08/1-46-300x241.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>A fronte di queste preoccupazioni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riunito a Ginevra il 19 marzo 2019 una commissione internazionale di 18 membri tra scienziati ed esperti di bioetica per fare il punto sulla situazione e stabilire delle linee guida che orientino la ricerca internazionale. La commissione ha espresso l’“urgente bisogno” di creare un registro globale chiaro, trasparente e liberamente accessibile degli esperimenti di editing del genoma umano attualmente in corso, e ha dichiarato che sarebbe per chiunque “irresponsabile” in questo momento “procedere con applicazioni cliniche di editing del genoma sulla linea germinale umana”. Le linee guida definitive dell’OMS saranno pubblicate solo il prossimo ottobre, ma la commissione non ha accolto l’appello a sancire una moratoria sull’editing di embrioni e cellule sessuali, come chiesto da alcuni ricercatori: “Stiamo cercando di guardare al quadro più ampio e formare una cornice per una gestione responsabile” ha dichiarato Margaret Hamburg, copresidentessa del comitato: “Non credo che una vaga moratoria sia la risposta che serve” (24).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tori e batteri</h4>



<p>Nel 2015 un’azienda del Minnesota (USA) chiamata Recombinetics ha creato – attraverso l’editing genetico prima e la clonazione poi – due esemplari di tori senza corna, una modifica che sarebbe stata molto apprezzata dagli allevatori. Gli animali, Buri e Spotigy, sono diventati il manifesto del gene-editing, e apparivano continuamente sui giornali come i messaggeri di una nuova èra di agricoltura molecolare. A marzo del 2019 la Food and Drug Administration ha pensato bene di analizzare il genoma di uno degli animali modificati, il toro di nome Buri, e ha scoperto nel suo patrimonio genetico un tratto di DNA batterico con un gene che conferisce la resistenza agli antibiotici (come è noto, il problema della resistenza dei batteri agli antibiotici è oggi un’emergenza sanitaria globale). Come è potuto succedere? Per modificare geneticamente i tori la Ricombinetics ha utilizzato i plasmidi, piccoli filamenti circolari di DNA batterico: i plasmidi ‘trasportavano’ le istruzioni per la modifica del DNA dei tori ed erano, nelle intenzioni dei genetisti, destinati a persistere solo temporaneamente. Tuttavia il DNA batterico ha trovato il modo – non si sa come – di integrarsi nel genoma del toro. Così il gene della resistenza agli antibiotici è finito nel DNA del bovino, “creando opportunità imprevedibili per la sua diffusione” (25). Quindi l’editing dei geni non è ancora così prevedibile o affidabile come dicono i promotori. Al contrario, la procedura, intesa ad apportare modifiche puntuali al DNA, può introdurre cambiamenti significativi e inaspettati senza che nessuno se ne accorga. “Con l’evoluzione della tecnologia di modificazione genomica, si evolve anche la nostra comprensione delle alterazioni indesiderate che produce”, hanno scritto gli scienziati della FDA, guidati da Alexis Norris e Heather Lombardi, in un articolo pubblicato a luglio (26). I tori sono stati abbattuti insieme ai 17 animali che avevano procreato e le loro carni sono state incenerite.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>La storia ci insegna che quando l’uomo ha fra le mani una tecnologia pericolosa, difficilmente resiste alla tentazione di servirsene. Da Adamo ed Eva in poi, abbiamo colto mele su mele dall’albero della conoscenza del bene e del male, e forse anche lo sprezzo del pericolo fa parte del nostro patrimonio genetico. Enrico Fermi, uno dei padri dell’energia nucleare, diceva: “La professione del ricercatore deve tornare alla sua tradizione di ricerca per l’amore di scoprire nuove verità. Poiché in tutte le direzioni siamo circondati dall’ignoto e la vocazione dell’uomo di scienza è spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni” (27). Fermi conquistò il Nobel per la fisica, le sue ricerche “in tutte le direzioni” hanno permesso di sfruttare l’energia rilasciata dall’esplosione di un atomo per costruire centrali nucleari e bombe, e Hiroshima e Cernobyl stanno a dimostrare che forse non è stata una buona idea.</p>



<p>Ma qui stiamo parlando di modificare geneticamente, o addirittura costruire, esseri umani <em>vivi</em>, che respirano e ridono, hanno una madre e un padre (per ora) e non possono essere sterminati se la svista di un genetista li trasforma in mostri. Ovviamente il problema più grande riguarda le modifiche alla linea germinale: anche se le tecniche di analisi fetale potessero evidenziare qualunque mutazione indesiderata già durante la gestazione (negli embrioni come abbiamo visto è <em>impossibile</em>) cosa si potrebbe fare? Costringere le donne ad abortire? Ci vorranno anni prima di capire se e quanto l’esperimento di He ha alterato lo stato di salute di Lulu e Nana, e forse nel frattempo le gemelline avranno avuto a loro volta bimbi, a cui avranno trasmesso il loro nuovo (forse pericoloso) patrimonio genetico: intendiamo abbatterle insieme ai loro figli e incenerirne le carni come abbiamo fatto con i torelli transgenici? O impediremo loro di riprodursi come misura di sicurezza in attesa di scoprire a cosa potrebbero dar vita? Sono domande scomode, ce ne rendiamo conto: ci sono milioni di persone con difetti genetici che temono di trasmettere le loro malattie ai figli, o che vedono morire i propri cari per patologie che potrebbero (forse) essere guarite, e la scienza ora sembra avere la soluzione giusta. Ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta anche dell’ennesima mela sull’albero. Questa la prima serie di considerazioni.</p>



<p>La seconda è che, anche nella migliore delle ipotesi (chiamiamola l’assenza di effetti collaterali indesiderati), queste tecnologie non saranno mai per tutti: non possiamo fingere che la salute non sia un business, probabilmente il più promettente a lungo termine. Nella nostra bistrattata Italia con il quarto sistema sanitario più efficiente al mondo (dopo Hong kong, Singapore e Spagna [28]), e per giunta pubblico, è difficile ricordarsene, ma la stragrande maggior parte della popolazione mondiale non ha accesso ai farmaci tradizionali per la cura delle patologie, soprattutto delle più gravi, perché non ha il denaro per pagare le terapie. Nessuno ricorda che i poveri oggi muoiono e vedono morire i propri figli, centinaia di migliaia di figli, anche per le malattie più comuni, mentre i nostri occhi sono rivolti sempre altrove: negli evolutissimi Stati Uniti ogni giorno ci sono bambini che muoiono di cancro perché i genitori non hanno un’assicurazione sanitaria che copra la chemio, o di polmonite perché non ci sono i soldi nemmeno per portare un figlio al pronto soccorso, e stiamo parlando di decine di migliaia di casi (in media negli USA muoiono sei bimbi per ogni mille nati vivi, ma in alcuni stati come il Mississippi si arriva a nove [29]). Figuriamoci cosa succederà con le terapie geniche, i cui costi saranno così elevati che probabilmente non saranno coperti nemmeno dalle polizze. Il futuro della medicina sarà un futuro per i ricchi e i loro figli, che vivranno sempre di più e sempre meglio, e per i poveri non cambierà nulla: potranno al limite trasformarsi in cavie da laboratorio per nutrirsi delle briciole più pericolose cadute dalla tavola delle scoperte genetiche destinate a chi se le può permettere.</p>



<p>Il terzo ordine di considerazioni riguarda invece l’eventualità, tutt’altro che remota, che non si riesca a porre un confine alle modifiche genetiche che si considerano appropriate, aprendo la strada a scenari alla <em>Blade Runner</em>. Ci preoccupiamo tanto dei cibi OGM, tuteliamo la biodiversità (30), ma dell’ecologia dell’essere umano pare si preoccupino in pochi. Chi deciderà fin dove ci si può spingere? “Pensiamo per esempio alla possibilità di aumentare la forza muscolare modificando uno specifico gene. Un conto è farlo per curare la distrofia muscolare in un paziente, un altro per migliorare la performance di un aspirante atleta pur consenziente e un altro ancora farlo su un embrione per pianificare la nascita di un ‘superman’. Per non parlare poi della possibilità di conferire all’uomo delle nuove capacità che non avrebbe naturalmente, come vedere la luce infrarossa o resistere a certe tossine batteriche o a un veleno. Per usare un gergo a effetto, dove sta il confine tra curare una persona e creare improbabili ‘super-uomini’?” A parlare è Luigi Naldini, medico e ricercatore di biologia molecolare e terapia genica all’Università San Raffaele di Milano e vincitore nel 2019 del premio della Louis-Jeantet Foundation per la ricerca biomedica (31) (nonché unico italiano membro del gruppo di lavoro internazionale che ha scritto le prime linee guida sull’editing genetico). Il problema tuttavia non è solo se e dove porre un limite, ma chi dovrà essere a decidere il futuro di una tecnologia che può modificare la traiettoria evolutiva della specie: la comunità scientifica? I singoli Stati? Gli esseri umani viaggiano per il globo, si incontrano, procreano: le modifiche genetiche su un embrione permesse dalla legge in Russia, per esempio, potrebbero far nascere un bambino con un nuovo genoma in Francia, che potrebbe sposarsi in Cina e i cui nipoti potrebbero innamorarsi di una brasiliana: già è difficile arginare un’epidemia, figuriamoci l’istinto di riproduzione. È evidente che il problema richiederebbe una risposta globale e univoca. Ma, dal momento che il genoma umano prevede, a quanto pare, anche la competizione fra gruppi e fra individui, questo non accadrà mai.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.technologyreview.com/s/612458/exclusive-chinese-scientists-are-creating-crispr-babies/">https://www.technologyreview.com/s/612458/exclusive-chinese-scientists-are-creating-crispr-babies/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.chictr.org.cn/showprojen.aspx?proj=32758" target="_blank">http://www.chictr.org.cn/showprojen.aspx?proj=32758</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.lescienze.it/news/2019/03/02/news/scandalo_bambini_crispr_editing_genomico_umano-4317993/">https://www.lescienze.it/news/2019/03/02/news/scandalo_bambini_crispr_editing _genomico_umano-4317993/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.unitn.it/ateneo/68544/cose-il-sistema-crisprcas9" target="_blank">https://www.unitn.it/ateneo/68544/cose-il-sistema-crisprcas9</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-019-03164-5" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nature.com/articles/d41586-019-03164-5</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. <a href="https://www.lescienze.it/news/2019/10/21/news/prime_il_nuovo_editing_genomico_che_reinventa_crispr-4590313/">https://www.lescienze.it/news/2019/10/21/news/prime_il_nuovo_editing_genomico_che_reinventa _crispr-4590313/</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.scientificamerican.com/article/quest-to-use-crispr-against-disease-gains-ground/" target="_blank">https://www.scientificamerican.com/article/quest-to-use-crispr-against-disease-gains-ground/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>8)</em><strong> </strong><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nature.com/news/chinese-scientists-genetically-modify-human-embryos-1.17378" target="_blank">https://www.nature.com/news/chinese-scientists-genetically-modify-human-embryos-1.17378</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012160618302513" target="_blank">https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012160618302513</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11)</em> Cfr. <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-019-00673-1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nature.com/articles/d41586-019-00673-1</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. <a href="https://www.nationalacademies.org/gene-editing/2nd_summit/index.htm">https://www.nationalacademies.org/gene-editing/2nd_summit/index.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) Secondo la MIT Technology Review il lavoro di He è stato esaminato da almeno due prestigiose riviste, Nature e JAMA, che hanno deciso di non pubblicarlo </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.technologyreview.com/s/614764/chinas-crispr-babies-read-exclusive-excerpts-he-jianku i-paper/?utm_source=newsletters&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=the_download.unpaid.engagement" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.technologyreview.com/s/614764/chinas-crispr-babies-read-exclusive-excerpts-he-jianku i-paper/?utm_source=newsletters&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=the_download.unpaid.engagement</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.sciencemag.org/news/2019/12/chinese-scientist-who-produced-genetically-altered-babies-sentenced-3-years-jail">https://www.sciencemag.org/news/2019/12/chinese-scientist-who-produced-genetically-altered-babies-sentenced-3-years-jail</a></p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. <a href="https://www.houstonchronicle.com/news/houston-texas/houston/article/Rice-prof-listed-as-author-on-paper-about-13582515.php">https://www.houstonchronicle.com/news/houston-texas/houston/article/Rice-prof-listed-as-author-on-paper-about-13582515.php</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.scientificamerican.com/article/stanford-clears-three-faculty-members-of-crispr-babies-involvement/" target="_blank">https://www.scientificamerican.com/article/stanford-clears-three-faculty-members-of-crispr-babies-involvement/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>19)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.newsweek.com/craig-mello-he-jiankui-gene-editing-experiment-babies-nobel-prize-1311524">https://www.newsweek.com/craig-mello-he-jiankui-gene-editing-experiment-babies-nobel-prize-1311524</a></p>



<p class="has-small-font-size">20) Cfr. <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-019-00662-4">https://www.nature.com/articles/d41586-019-00662-4</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>21)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-019-00673-1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nature.com/articles/d41586-019-00673-1</a></p>



<p class="has-small-font-size">22) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">23) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. <a href="https://www.focus.it/scienza/salute/un-registro-per-tutti-gli-esperimenti-di-editing-del-genoma-umano">https://www.focus.it/scienza/salute/un-registro-per-tutti-gli-esperimenti-di-editing-del-genoma-umano</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>25)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.technologyreview.com/s/614235/recombinetics-gene-edited-hornless-cattle-major-dna-screwup/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.technologyreview.com/s/614235/recombinetics-gene-edited-hornless-cattle-major-dna-screwup/</a></p>



<p class="has-small-font-size">26) Cfr. <a href="https://www.biorxiv.org/content/10.1101/715482v1.full">https://www.biorxiv.org/content/10.1101/715482v1.full</a></p>



<p class="has-small-font-size">27) Giulio Maltese, <em>Enrico Fermi in America</em>, Zanichelli, 2003</p>



<p class="has-small-font-size"><em>28)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://quifinanza.it/info-utili/sanita-paesi-dove-funziona-meglio-italia-posto-classifica/313244/">https://quifinanza.it/info-utili/sanita-paesi-dove-funziona-meglio-italia-posto-classifica/313244/</a></p>



<p class="has-small-font-size">29) Cfr. <a href="https://it.aleteia.org/2018/08/14/gli-usa-alle-prese-con-la-mortalita-infantile/">https://it.aleteia.org/2018/08/14/gli-usa-alle-prese-con-la-mortalita-infantile/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>30)</em><strong> </strong>La diversità biologica o biodiversità in ecologia è la varietà di organismi viventi, nelle loro diverse forme, e nei rispettivi ecosistemi. Essa comprende l’intera variabilità biologica: di geni, specie, nicchie ecologiche ed ecosistemi</p>



<p class="has-small-font-size">31) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.jeantet.ch/en/louis-jeantet-prize/prix-louis-jeantet/" target="_blank">https://www.jeantet.ch/en/louis-jeantet-prize/prix-louis-jeantet/</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>USA: giustizia artificiale. Big data, IA e algoritmi predittivi nei tribunali</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/usa-giustizia-artificiale-big-data-ia-e-algoritmi-predittivi-nei-tribunali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2019 12:26:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Tribunali USA, la sentenza la detta un algoritmo: da anni big data e intelligenza artificiale aiutano i giudici nelle decisioni pre e post processo: come operano gli algoritmi predittivi, privati e segreti, contro cui nulla vale appellarsi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-65-dicembre-2019-gennaio-2020/" target="_blank">(Paginauno n. 65, dicembre 2019 – gennaio 2020)</a></em></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Tribunali USA, la sentenza la detta un algoritmo: da anni big data e intelligenza artificiale <em>aiutano</em> i giudici nelle decisioni pre e post processo: come operano gli algoritmi predittivi, privati e segreti, contro cui nulla vale appellarsi</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ti stanno osservando. Sondando. Tracciando. Mirando. Ogni tua ricerca su Internet viene registrata. Ogni tuo acquisto presso un negozio documentato. Ogni tuo spostamento mappato. Sanno quanto velocemente guidi, qual è il tuo cereale preferito o la taglia dei tuoi vestiti. Conoscono la tua situazione finanziaria, tutti i tuoi lavori passati, il tuo limite di credito. Conoscono le tue preoccupazioni per la salute, le tue preferenze di lettura e i tuoi modelli di voto politico. Conoscono anche i tuoi segreti. Ti hanno spiato per anni. Viviamo davvero in uno Stato di sorveglianza, e chi ti osserva ti conosce a causa dei dati che ti lasci alle spalle”.</p>



<p>Questo non è l’incipit di un thriller, e nemmeno il trailer di un film, ma la realtà, almeno nella società americana di oggi, e Andrew Ferguson, docente ad Harvard e alla New York University, la racconta nel suo libro <em>The Rise of Big Data Policing: Surveillance, Race, and the Future of Law Enforcement</em>. Il testo spiega come le nuove tecnologie stanno cambiando il modo in cui la polizia svolge il proprio lavoro e mostra perché è più importante che mai che i cittadini comprendano le conseguenze di vasta portata di questo processo.</p>



<p>Le nuove tecnologie, viste come neutrali e obiettive, sono state adottate con entusiasmo dai dipartimenti di polizia nella speranza di prendere le distanze dalle accuse di pregiudizi razziali e pratiche incostituzionali. Dopo una serie di gravi sparatorie e diverse indagini federali sulla cattiva condotta sistemica della polizia, e in un’epoca di tagli al bilancio per le forze dell’ordine, le tecnologie basata sui <em>big data</em> e sull’intelligenza artificiale sono diventate il modo per voltare pagina. E dopo la polizia è stato il turno dei tribunali.</p>



<p>Andiamo con ordine.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il <em>predictive policing</em></h4>



<p>Il <em>predictive policing</em> è l’applicazione di tecniche analitiche, in particolare tecniche quantitative, per identificare i probabili obiettivi di intervento della polizia: prevenire reati o risolvere crimini già avvenuti attraverso previsioni statistiche basate su formule matematiche (algoritmi) che utilizzano grandissime quantità di dati. Questo approccio alla criminalità prende spunto dai software utilizzati per valutare i rischi sui social network e da quelli creati in ambito sanitario per prevedere la diffusione dei virus, e ‘tratta’ la violenza, dal punto di vista statistico, come fosse una malattia contagiosa. Sebbene esistano molti metodi per aiutare la polizia a rispondere al crimine e condurre le indagini in modo più efficace, gli algoritmi che prevedono dove e quando è <em>probabile</em> che si verifichi un nuovo reato o chi è <em>probabilmente</em> il responsabile di delitti ancora irrisolti si sono recentemente conquistati la massima attenzione da parte delle forze di polizia e dei Ministeri.</p>



<p>Secondo un manuale sviluppato nel 2013 dalla Rand Corporation per il National Institute of Justice (NIJ), e destinato al personale delle forze dell’ordine a tutti i livelli (1), i metodi predittivi possono essere suddivisi in quattro grandi categorie:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>previsione dei crimini: approcci utilizzati per prevedere i luoghi e i periodi in cui il rischio di reato è più elevato;</li><li>previsione dei trasgressori: software che identificano le persone a rischio di commettere un reato in futuro;</li><li>previsione dell’identità degli autori del reato: tecniche utilizzate per creare profili che abbinano i probabili autori del reato con specifici crimini avvenuti;</li><li>previsione delle vittime di reati: utilizzati per identificare gruppi o, in alcuni casi, individui che possono diventare vittime di reato.</li></ul>



<p>La tecnologia sta dunque aggressivamente riformando le modalità e le zone di pattugliamento delle forze dell’ordine, l’identificazione dei soggetti cui destinare serrati controlli e le tecniche di indagine; cambia il modo in cui gli agenti vedono le comunità che pattugliano e i cittadini che sorvegliano, e cambia anche il lavoro di polizia, costringendo gli agenti a diventare raccoglitori di dati e analisti che agiscono in tempo reale su input e valutazioni. Più di 60 dipartimenti americani utilizzano una qualche forma di ‘polizia predittiva’ per guidare le loro operazioni quotidiane: a Los Angeles, le unità di pattuglia si spostano secondo le indicazione di un software che predice quali saranno le ‘zone calde’; a Chicago, un algoritmo identifica sia i soggetti che rischiano di diventare vittime sia quelli che rischiano di essere autori di violenza armata, ed entrambi vengono contattati dalla polizia e invitati a cambiare lo stile di vita, le amicizie e i luoghi che frequentano, oltre a diventare oggetto di sorveglianza.</p>



<p>Se queste tecnologie invasive siano però efficaci a ridurre la criminalità non è per niente chiaro: gli studi scientifici al proposito sono pochi, e in gran parte inconcludenti, e registrano come in alcune città il tasso di criminalità sia diminuito, ma in altre non vi sia stato alcun effetto significativo (2). D’altronde il tasso di criminalità è correlato a una serie di forze economiche e ambientali che rendono difficile dimostrare, con una determinata tecnologia, l’esistenza di un nesso causale. Ma di certo, uno dei vantaggi dell’uso dei <em>big data</em> per i dipartimenti è politico: gli algoritmi costituiscono per i responsabili della polizia la risposta all’antica domanda: “Capo, cosa stai facendo contro il crimine?” Ora hanno una risposta facile, che suona competente e orientata al progresso: “Abbiamo un nuovo software”.</p>



<p>Tuttavia, il <em>predictive policing</em> crea una serie di problematiche complesse: in primo luogo, l’utilizzo degli algoritmi può alterare le reazioni della polizia: gli agenti inviati in un’area segnalata come a rischio di criminalità violenta sono preparati al peggio, cosa che rende più probabile il ricorso alla forza. In secondo luogo, la crescente rete di sorveglianza minaccia di raffreddare le libertà associative, l’espressione politica e le aspettative di privacy, erodendo l’anonimato pubblico. In terzo luogo, anche con le migliori politiche di utilizzo, i funzionari hanno accesso a grandi quantità di informazioni sensibili di individui non sospettati di alcun reato che si prestano a essere manipolate. Inoltre, il passaggio dalla polizia tradizionale a quella basata sull’intelligence crea rischi legati alla qualità dei dati: informazioni, statistiche criminali, testimoni cooperanti, soprannomi e note investigative possono essere aggregati in un grande sistema di dati, ma la loro <em>qualità</em> non è uniforme. Alcuni suggerimenti sono accurati, altri no. Alcuni dati sono il prodotto di pregiudizi (per esempio razziali o di genere) e altri possono essere del tutto sbagliati. Un sistema di polizia o di perseguimento penale basato sull’intelligence che non tiene conto della diversa affidabilità e credibilità delle fonti – e le raggruppa tutte insieme come ‘dati’ – si traduce in un database pieno di errori; errori che si rifletteranno nelle previsioni sulla criminalità.</p>



<p>Infine, non si deve trascurare il fatto che la maggior parte dei software di <em>predictive policing</em> sono coperti da brevetti depositati da aziende private, quindi segreti, sicché non si può disporre di una piena comprensione dei meccanismi del loro funzionamento, con evidente pregiudizio delle esigenze di trasparenza e di verifica indipendente della qualità e affidabilità dei risultati da essi prodotti (3). Oltre al fatto che anche le reti su cui viaggiano i big data sono strutturate e gestite da imprese private, che possono dunque entrare in possesso di quella grande mole di dati e utilizzarla per vantaggi economici o di altro tipo.</p>



<p>Non ultimo il concetto di <em>probabilità</em>, nucleo centrale dell’algoritmo IA, è cosa ben diversa da quello di <em>possibilità</em>: lo scarto, la scelta, il cambio improvviso fanno parte della natura umana. E ciò vale anche quando entriamo nell’ambito del processo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’IA nei tribunali</h4>



<p>Se le tecniche riconducibili all’IA generano una serie di problemi quando vengono utilizzate dalle forze dell’ordine, la situazione è ancora più delicata quando vengono messe a disposizione dei magistrati. Gli Stati Uniti hanno il più alto numero di carcerati di qualsiasi altro Paese del mondo. Alla fine del 2016, quasi 2,2 milioni di adulti erano detenuti in prigioni o carceri, e altri 4,5 milioni si trovavano in altri istituti di correzione. In altre parole, un americano adulto su 38 è soggetto a una qualche forma di supervisione penitenziaria. Il problema del sovraffollamento delle carceri è probabilmente l’unico sulla cui soluzione tutti i politici americani concordano, e sottopongono i tribunali a pressione affinché riducano il numero di detenuti senza rischiare un aumento della criminalità – per quanto molti istituti di pena siano privati, e quindi di fatto la carcerazione è un settore economico che fa profitti da sostenere come altri. Da qui i <em>criminal risk assessment algorithms</em>, gli algoritmi per la valutazione del rischio criminale.</p>



<p>Negli ultimi decenni, questi sistemi sono sempre più utilizzati in ambito penale quando si tratta di calcolare un ‘rischio’, per esempio per rispondere alla domanda: “Quali probabilità sussistono che un individuo, avente determinate caratteristiche, possa in futuro commettere un (nuovo) reato?” È un quesito la cui risposta è necessaria, tra l’altro, quando si tratta di applicare una misura di sicurezza, una misura cautelare o una misura di prevenzione, o anche per concedere la sospensione condizionale di una pena o l’affidamento in prova al servizio sociale. Questi strumenti guidano attualmente una serie di decisioni correttive – come la partecipazione a programmi di misure alternative, i livelli di libertà condizionale e di supervisione della libertà condizionale – e sono sempre più utilizzati sia nelle decisioni circa la detenzione preventiva prima del processo che nella valutazione dell’entità della condanna penale a sentenza emessa (4). La logica sottostante è che se si può prevedere <em>con precisione</em> il comportamento criminale, è possibile allocare le risorse (scarse) di conseguenza, sia per quel che riguarda la rieducazione che per le pene detentive. In teoria, gli algoritmi ridurrebbero anche gli eventuali pregiudizi (razziali, di genere ecc.) che influenzano il processo, perché sarebbe l’IA a condurre il gioco, e non il pensiero del giudice.</p>



<p>La valutazione cosiddetta <em>evidence-based</em> (basata sull’evidenza) della pericolosità criminale presuppone l’individuazione di una serie di fattori (o predittori) direttamente coinvolti nel comportamento criminoso e che possono riguardare l’età, il sesso, l’origine etnica, il livello di scolarizzazione, la situazione familiare e lavorativa, il livello di reddito, i precedenti penali, le precedenti esperienze carcerarie, i luoghi e le persone frequentati, la presenza di autori di reato nella cerchia familiare o nella rete di conoscenze, il luogo di residenza, il discontrollo degli impulsi, una storia di precedente violenza, una storia di ospedalizzazione, alcune variabili contestuali (quali, per esempio, la mancanza di sostegno familiare e sociale), il consumo di sostanze stupefacenti o alcoliche, e le psicopatie. I predittori non sono univoci, non si comportano sempre nello stesso modo e presentano un differente tasso di dinamicità, nel senso che esistono fattori statici, non modificabili (come il sesso e l’origine etnica); fattori dinamici, che sono modificabili (come il quartiere in cui si vive o il discontrollo degli impulsi, che può essere curato); e infine, fattori di rischio acuti, che cambiano rapidamente e sono associati a una condizione facilitante la reazione violenta (per esempio, l’uso di sostanze stupefacenti). Tutti questi fattori, una volta raccolti e ponderati statisticamente, possono essere combinati secondo un approccio di tipo <em>attuariale</em> per ottenere ‘scale’ che attribuiscono un punteggio di pericolosità al soggetto preso in esame (5).</p>



<p>Questo tipo di approccio è stato mutuato dal settore assicurativo (che si basa, per l’appunto, sulla quantificazione di determinati rischi), e non è affatto nuovo per il sistema giuridico americano. Fin dagli anni Venti del secolo scorso la giustizia penale statunitense ha usato fattori come l’età, la razza, la storia criminale, l’occupazione, i voti scolastici e il quartiere per prevedere quali ex detenuti avevano maggiori probabilità di scivolare di nuovo nel crimine, e per determinare se avessero bisogno di un supporto per problemi di salute mentale o di un trattamento clinico (per esempio nei casi di abuso di sostanze) al momento del rilascio.</p>



<p>Tuttavia oggi queste valutazioni attuariali, e prima ancora la raccolta e la rielaborazione dei dati che consentono la predisposizione delle scale di rischio, sono affidate a sistemi di intelligenza artificiale, cioè ad algoritmi <em>predittivi</em>, forniti di procedure di autoapprendimento (<em>machine learning</em>) e dotati di una straordinaria capacità e rapidità nel far emergere relazioni, coincidenze, correlazioni, modelli di comportamento che permettono una valutazione ‘automatica’, ma estremamente discussa, della pericolosità criminale (6). Perché questi modelli vengono generati sulla base di correlazioni <em>statistiche</em>, non di nessi di <em>causalità</em>: se un algoritmo rileva, per esempio, che il basso reddito è correlato a un’alta recidiva, non significa che essere poveri provochi un comportamento criminale; e invece questo è esattamente ciò che fanno gli strumenti di valutazione del rischio: trasformano le intuizioni correlative in meccanismi di punteggio causale. Di conseguenza, i gruppi che storicamente sono stati presi di mira in modo sproporzionato dalle forze dell’ordine – in particolare le comunità a basso reddito e quelle minoritarie (neri, ispanici, ecc.) – rischiano di essere penalizzati da punteggi di rischio sproporzionatamente elevati, e dunque di finire/restare in galera più di altri gruppi sociali.</p>



<p>Inoltre, poiché la maggior parte degli algoritmi di valutazione del rischio sono proprietà delle aziende che li hanno elaborati e perciò coperti dal segreto industriale, è impossibile analizzare come un certo punteggio di rischio sia stato calcolato. Il problema è che una macchina – a differenza di un essere umano – non spiega le ragioni delle proprie decisioni, e dunque è impossibile capire sulla base di quali fattori viene stabilita una determinata sentenza. Il risultato è che gli algoritmi predittivi finiscono con lo “sterilizzare e legittimare sistemi oppressivi” (7).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La giustizia attuariale</h4>



<p>Influenti studiosi suggeriscono che l’emergere e la proliferazione di strumenti che si basano sul calcolo del rischio sta ridisegnando – o ha già ridisegnato – il campo penale anglosassone in modo strutturale, inaugurando un’era di <em>giustizia attuariale</em>. I metodi di valutazione utilizzati in ambito penale stanno gradualmente abbandonando il tradizionale approccio clinico, basato su un’analisi psicologica della pericolosità del soggetto, per passare a metodologie statistiche, che valutano la rischiosità della categoria attuariale cui l’imputato o il condannato appartiene, o così si suppone sulla base dei dati disponibili. Questo spostamento, oltre a de-individualizzare il processo di valutazione, sposta l’enfasi dall’obiettivo di rieducare gli autori del reato, alla gestione/amministrazione di individui classificati in vari gruppi a rischio. In altri termini, l’approccio riabilitativo utilizzato, almeno sulla carta, in ambito penale fin dal XIX secolo, ha perso legittimità alla fine del XX secolo. Il crollo della “grande narrazione del modernismo penale” ha aperto la strada a politiche retributive e neoliberali che implicano una maggiore severità penale e l’adozione di approcci e tecniche basate sul rischio (8). Gran parte di questi concetti sono in sintonia con il lavoro di Michel Foucault, in quanto suggeriscono che è in atto una transizione da un approccio disciplinare a un approccio <em>biopolitico</em>, cioè il sistema giuridico sta abbandonando l’obiettivo della <em>normalizzazione</em> degli individui in favore dell’identificazione e della gestione delle popolazioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli algoritmi decisionali</h4>



<p>Prima di analizzare nel dettaglio i principali algoritmi decisionali, è necessario spiegare in estrema sintesi qual è il ruolo del giudice nel processo penale americano. L’articolo III della Costituzione ha dato luogo a un complesso sistema di relazioni tra giurisdizione federale e giurisdizioni statali. In genere, i giudici federali non trattano casi ricadenti sotto il diritto statale. I processi che riguardano alcune materie su cui hanno giurisdizione le Corti federali possono però essere svolti anche nei tribunali statali. Entrambi i sistemi hanno quindi giurisdizione esclusiva su determinate materie e una giurisdizione concorrente su altre. Nei casi giudiziari che riguardano i reati più gravi – come la violenza sessuale o l’omicidio – è previsto un processo con giuria popolare, e in questi casi la giuria decide sui <em>fatti, </em>cioè valuta le prove ed emette il verdetto (colpevole o innocente), mentre il giudice prende tutte le decisioni di <em>diritto, </em>prima del processo (per esempio se concedere la libertà su cauzione), durante il processo (per esempio quali elementi di prova ammettere) e infine stabilisce quale pena comminare. Nei processi senza giuria, invece, tutte le decisioni vengono prese dal giudice. Come già ricordato, nelle giurisdizioni che adottano gli algoritmi di valutazione del rischio – e se la giurisdizione ha deciso di adottarli il giudice non può non utilizzarli – l’IA assiste il giudice nelle decisioni <em>pre-trial</em> e in quelle che riguardano il <em>sentencing</em>. Gli elementi necessari al software per calcolare il punteggio di rischio sono forniti dalla pubblica accusa, insieme a tutto il materiale ritenuto rilevante per questo tipo di decisione (per esempio i precedenti penali, eventuali relazioni psicologiche e mediche, ecc.). Gli algoritmi decisionali possono essere gratuiti o a pagamento, <em>open</em> (tutte le formule che compongono l’algoritmo sono note) oppure coperti dal segreto industriale. I due più studiati algoritmi decisionali sono il PSA e il COMPAS.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il PSA</h4>



<p>Sviluppato da Arnold Ventures sulla base della più ampia e diversificata serie di registrazioni preprocessuali mai raccolte (circa 750.000 casi provenienti da circa 300 giurisdizioni degli Stati Uniti) e convalidato utilizzando oltre 500.000 casi provenienti da diverse giurisdizioni, il Public Safety Assessment (PSA) è un software gratuito concepito per aiutare i giudici penali nelle cosiddette decisioni <em>pre-trial</em>, tipicamente il rilascio su cauzione o la carcerazione preventiva. Queste decisioni negli USA hanno conseguenze enormi sia per l’individuo accusato di un reato che per la comunità in senso lato, poiché trascorrere solo pochi giorni in carcere può costare il lavoro, l’alloggio e i servizi sanitari e sconvolgere significativamente la vita familiare. Inoltre gli studi dimostrano che le persone detenute prima del processo hanno maggiori probabilità di dichiararsi colpevoli, di essere condannate e di essere nuovamente arrestate (9). Dal momento che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che la libertà preprocessuale è la norma e la detenzione dovrebbe essere l’eccezione attentamente limitata, la società che ha creato il software ha ritenuto che “il fattore chiave da considerare quando si prendono queste decisioni preprocessuali è la probabilità che la persona non fugga dalla giurisdizione e/o non rappresenti un pericolo per gli altri” e, aspetto tutt’altro che secondario, che “l’incapacità di una persona di pagare la cauzione non dovrebbe determinare se essa rimane in carcere o se viene rilasciata” (10).</p>



<p>Dal suo sviluppo nel 2013, il PSA è stato implementato in decine di giurisdizioni in tutto il Paese fra cui gli Stati dell’Arizona, del Kentucky e del New Jersey, e in alcune delle più grandi città come Phoenix, Chicago e Houston.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il COMPAS</h4>



<p>Il Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanctions (COMPAS) è l’algoritmo predittivo di gran lunga più famoso, utilizzato (e controverso) negli Stati Uniti. È un software elaborato e commercializzato da una società privata, la Northpointe (da gennaio 2017 ridenominata Equivant) i cui algoritmi sono coperti dal segreto industriale. Il COMPAS genera scale di rischio per la recidiva generale, per la recidiva violenta e per la cattiva condotta preprocessuale. Secondo la COMPAS Practitioner’s Guide, le scale sono state progettate utilizzando costrutti comportamentali e psicologici “di grande rilevanza” (11).</p>



<p>In particolare, la <em>Pretrial Release </em><em>Risk</em> <em>Scale</em> misura la possibilità che un imputato non compaia in tribunale per le udienze e/o commetta nuovi reati durante il rilascio: gli indicatori più significativi che influenzano i punteggi di rischio sono le accuse correnti, le accuse pendenti, i precedenti arresti, la passata cattiva condotta preprocessuale, la stabilità residenziale, lo status occupazionale, i legami con la comunità e l’abuso di sostanze.</p>



<p>La <em>General Recidivism Scale</em> è stata progettata per prevedere nuovi reati al momento del rilascio e dopo la valutazione COMPAS: utilizza la storia criminale dell’individuo e delle persone che frequenta, il coinvolgimento in fatti di tossicodipendenza e indicatori di delinquenza giovanile.</p>



<p>Infine la <em>Violent Recidivism Scale</em> ha lo scopo di predire la probabilità di reati di violenza dopo il rilascio con o senza cauzione, e utilizza dati o indicatori correlati a “una storia di violenza, di disadattamento, a problemi professionali e scolastici, e la data e le motivazioni del primo arresto”.</p>



<p>COMPAS prende in considerazione nella sua configurazione base la risposta a 137 domande, concernenti per esempio i precedenti criminali, gli illeciti e le infrazioni commesse, ma anche i problemi economici, le difficoltà riscontrate a scuola, i difetti di socializzazione, l’isolamento sociale, che vengono fornite direttamente dal soggetto da valutare oppure vengono ricercate nei vari archivi e registri di polizia.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli algoritmi hanno pregiudizi?</h4>



<p>Nel 2014, il Procuratore generale degli Stati Uniti Eric Holder ha messo in guardia contro la possibilità che algoritmi come il PSA e il COMPAS potessero incorporare pregiudizi, proprio come gli individui, e ha chiesto alla <em>U.S. Sentencing Commission</em> (la Commissione indipendente che articola le linee guida per i tribunali federali) di studiarne l’uso. “Anche se queste misure sono state create con le migliori intenzioni, sono preoccupato che inavvertitamente pregiudichino i nostri sforzi per garantire una giustizia individualizzata ed equa”, ha detto, aggiungendo che essi “possono esacerbare disparità ingiustificate e ingiuste che sono già troppo comuni nel nostro sistema giudiziario penale e nella nostra società”.</p>



<p>La <em>U.S. Sentencing Commission</em> non si è attivata, ma ProPublica, un’organizzazione non a scopo di lucro statunitense, con sede a Manhattan, che si occupa di giornalismo investigativo, ha avviato uno studio sull’equità delle scale COMPAS – non sul PSA (12). I giornalisti hanno ottenuto i punteggi di rischio assegnati a più di 7.000 persone arrestate nella Broward County, in Florida, nel 2013 e nel 2014, e hanno controllato quanti di questi soggetti erano state accusati di nuovi crimini nei due anni successivi, lo stesso benchmark utilizzato dall’algoritmo. Il software si è rivelato notevolmente inaffidabile nel prevedere i crimini violenti: solo il 20% delle persone che l’algoritmo prevedeva è stato nuovamente arrestato. Quando si è presa in considerazione una gamma completa di reati (inclusi quelli minori, come “guida con patente scaduta”), è stato leggermente più preciso del lancio di una moneta: degli individui ritenuti suscettibili di recidiva, il 61% è stato arrestato per eventuali reati entro i due anni.</p>



<p>Oltretutto, ProPublica ha scoperto significative disparità razziali, proprio come temeva Holder. Nel prevedere chi si sarebbe reso responsabile di nuovi reati, l’algoritmo ha commesso errori con gli imputati bianchi e neri “allo stesso ritmo, ma in modi molto diversi”. In particolare, “secondo la formula era particolarmente probabile che gli imputati neri venissero indicati (erroneamente) come futuri criminali, ed erano etichettati in questo modo a un tasso quasi doppio rispetto agli imputati bianchi. Al contrario, gli imputati bianchi sono stati erroneamente etichettati come a basso rischio più spesso degli imputati neri”. Ciò significa, in sostanza, che in tutti i tribunali in cui è stato utilizzato il COMPAS, i neri sono stati invariabilmente sottoposti a un trattamento più repressivo (negazione della libertà su cauzione e della libertà sulla parola, custodia preventiva e pene più lunghe), anche quando non avrebbero commesso nuovi reati. Come è possibile, si sono chiesti i giornalisti, dal momento che l’algoritmo non contiene domande relative alla razza?</p>



<p>Aaron M. Bornstein, ricercatore presso il Princeton Neuroscience Institute, spiega che, sebbene il questionario COMPAS non chieda informazioni sul colore della pelle, sul patrimonio culturale e nemmeno sul codice di avviamento postale, la risposta a domande come: “Vivi in un quartiere con molto crimine?”, o “Hai avuto difficoltà a trovare lavori che paghino più del salario minimo?” sono correlate agli attributi protetti dalla legge contro le discriminazioni; il che significa che “gli algoritmi possono <em>imparare</em> a ‘vedere’ efficacemente questi attributi nei dati” (13).</p>



<p>Per contestare i risultati ottenuti da ProPublica, Northpointe, la società proprietaria dell’algoritmo, ha sostenuto che le persone che la polizia classificava come afroamericani erano state riarrestate più spesso nel dataset di formazione del software, e che di conseguenza il sistema era <em>giustificato</em> nel prevedere che altre persone classificate come afroamericani dalla polizia – anche in una città, Stato e periodo di tempo diversi (!) – avessero maggiori probabilità di essere riarrestati. In altre parole, il software incorpora, secondo Bornstein, “un pregiudizio nascosto in un insieme di statistiche, ma chiaramente visibile in un altro”.</p>



<p>Molti algoritmi nascondono pregiudizi di ogni tipo, anche i più insospettabili, come Google Translate. Si provi a inserire nel traduttore automatico le frasi turche “o bir doktor” e “o bir hemşire” e tradurle in italiano o in inglese. Le frasi usano il pronome “o” costringendo Google Translate a scegliere da solo un pronome di genere, e il software si comporta da vero sessista, traducendo “lui” nel primo caso e “lei” nel secondo. Il risultato? Lui è un medico e lei è un’infermiera. Ciò dipende dal fatto che nel database da cui il software attinge le possibili soluzioni, il numero delle volte in cui la parola medico è riferita a un maschio è superiore al numero delle volte in cui essa è riferita a una femmina, perciò secondo il principio probabilistico la traduzione da preferirsi è quella che ripropone il classico stereotipo di genere. Ma Google Translate, fortunatamente, non decide del futuro di esseri umani. Tuttavia, miliardi di testi caricati online perpetueranno pregiudizi come questo per intere generazioni, perché ci sono forti ostacoli al rinnovamento dell’infrastruttura software di base: nel peggiore dei casi, secondo Bornstein, queste e altre limitazioni sul nostro trattamento della distorsione nei dati utilizzati dagli algoritmi IA proietteranno lo status quo all’infinito. Di conseguenza, “un algoritmo utilizzato nel processo di <em>sentencing </em>può fare meno male di un giudice palesemente bigotto. Ma può anche oscurare la storia e il contesto di pregiudizi e ostacolare, o addirittura precludere, il progresso”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli algoritmi fanno previsioni migliori?</h4>



<p>Oltre al problema relativo al pregiudizio, uno studio del Dartmouth College (14) ha dimostrato che il COMPAS non è migliore nel prevedere il rischio di recidiva rispetto a volontari casuali reclutati su Internet. Julia Dressel, l’analista che ha condotto la ricerca, dice: “C’era questo assunto di fondo […] che le previsioni dell’algoritmo fossero intrinsecamente migliori di quelle umane, ma non sono riuscita a trovare alcuna ricerca che lo dimostrasse”. Così, insieme al suo collega Hany Farid, ha reclutato 400 volontari attraverso un sito di crowdsourcing. Ogni volontario aveva a disposizione delle brevi descrizioni degli imputati (gli stessi dell’indagine di ProPublica), che riportavano solo sette informazioni: su questa base, hanno dovuto valutare se l’imputato avrebbe commesso un altro crimine entro due anni. Ebbene, in media essi hanno ottenuto la risposta giusta nel 63% dei casi, e l’accuratezza è salita al 67% se le risposte sono state date in una discussione di gruppo. Il COMPAS ha una precisione del 65%. Dunque siamo lì. Da sottolineare, sia detto chiaramente, che il 65% è davvero poco per un sistema cui si affida il destino di tanti individui, perché sbaglia nel 35% dei casi, cioè 35 imputati su 100 ricevono un trattamento ingiusto che rovinerà la loro vita a causa del responso di una macchina, con cui non è possibile confrontarsi.</p>



<p>Dunque: se i software <em>hanno pregiudizi</em>, proprio come gli esseri umani; <em>non sono più precisi</em> degli esseri umani; e <em>non possono spiegare le ragioni delle proprie valutazioni</em>, a differenza degli esseri umani, per quali motivi vengono utilizzati in modo sempre più massiccio?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo Stato contro Loomis</h4>



<p><em>State vs Loomis</em> è a oggi il caso legale di riferimento in materia di distorsioni dovute all’utilizzo in ambito penale degli algoritmi predittivi.</p>



<p>Nel febbraio 2013, Eric Loomis è stato trovato alla guida di un’auto che quel giorno era stata usata in una sparatoria a La Crosse, nello stato del Wisconsin. Loomis è stato arrestato, ha negato di aver partecipato alla sparatoria, ma ha ammesso di aver guidato più tardi, in serata, la macchina coinvolta, dichiarandosi colpevole delle due accuse meno gravi fra le cinque che gli erano state rivolte: “tentativo di fuggire da un ufficiale del traffico” e “utilizzo di un veicolo a motore senza il consenso del proprietario”. Per determinare quale dovesse essere la pena, il giudice ha esaminato il suo casellario giudiziario e il punteggio assegnato dal COMPAS: quest’ultimo classificava Loomis come un soggetto ad alto rischio di recidiva, così il giudice l’ha condannato a sei anni di carcere e cinque anni di sorveglianza estesa.</p>



<p>Loomis è ricorso in appello asserendo che l’uso della valutazione COMPAS ha violato il suo diritto a una sentenza individualizzata e a una condanna basata su informazioni esatte, dal momento che i report COMPAS forniscono i dati relativi a gruppi di individui e che la metodologia utilizzata dall’algoritmo è un segreto commerciale. Inoltre, Loomis ha sostenuto che il giudice, basandosi sulla valutazione COMPAS – che tiene conto del genere – ha violato la norma costituzionale del giusto processo (15).</p>



<p>La Corte d’Appello ha passato il caso alla Corte Suprema del Wisconsin, la quale ha respinto il ricorso di Loomis, ritenendo che l’uso del genere come fattore di valutazione dei rischi è servito allo scopo non discriminatorio di promuovere l’accuratezza, e che Loomis non aveva fornito prove sufficienti del fatto che il tribunale avesse effettivamente considerato il genere. Inoltre, poiché il COMPAS utilizza dati pubblicamente disponibili e anche dati forniti dal convenuto, il tribunale ha concluso che Loomis avrebbe potuto negare o spiegare qualsiasi informazione che ha portato alla stesura della relazione e quindi avrebbe potuto verificare l’esattezza delle informazioni utilizzate nella sentenza. Per quanto riguarda l’individualizzazione, la Corte ha sottolineato l’importanza della sentenza individualizzata e ha ammesso che il COMPAS fornisce solo dati aggregati sul rischio di recidiva per gruppi di soggetti simili all’autore del reato, ma ha spiegato che il punteggio COMPAS non è stata l’unica fonte decisionale, e che i tribunali hanno il potere discrezionale e le informazioni necessarie per non essere d’accordo con la valutazione, se del caso: di conseguenza la sentenza poteva considerarsi sufficientemente individualizzata. Insomma, per Loomis non è cambiato nulla.</p>



<p>Tuttavia, per assicurare che i giudici in futuro siano consapevoli dei rischi insiti nell’utilizzo dei punteggi COMPAS, la Corte Suprema del Wisconsin ha prescritto da un lato come queste valutazioni devono essere presentate alle Corti di giustizia, dall’altro la misura in cui i giudici possono servirsene: in particolare, i tribunali non possono utilizzare il COMPAS “per determinare se un individuo colpevole deve essere incarcerato” né “per determinare la gravità della sentenza”. Inoltre, le relazioni per i giudici che comprendono un punteggio COMPAS devono includere alcune avvertenze scritte: in primo luogo, che la natura proprietaria del COMPAS impedisce la divulgazione delle modalità di calcolo dei punteggi di rischio; poi che i punteggi del COMPAS non sono in grado di identificare individui specifici ad alto rischio perché si basano su dati di gruppo; in terzo luogo, che il COMPAS funziona su un campione di dati nazionali e non vi è stato “nessuno studio di convalida incrociata per la popolazione del Wisconsin”; quarto, che gli studi “hanno ipotizzato che [i punteggi del COMPAS] possano classificare in modo sproporzionato gli autori di reati minori come aventi un rischio maggiore di recidiva”; e quinto, che il COMPAS era stato sviluppato in origine per assistere il Dipartimento di Correzione nelle decisioni successive – non precedenti – alla sentenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Nel lanciare questi avvertimenti, la Corte Suprema del Wisconsin ha espresso chiaramente il desiderio di suscitare uno scetticismo generale sull’accuratezza di software come il COMPAS, e tuttavia, secondo la <em>Harvard Law Review</em>, è improbabile che la relazione scritta che la Corte richiede “consenta ai tribunali di valutare meglio l’accuratezza della valutazione e il giusto peso da attribuire ai punteggio di rischio”: anzi, con una paradossale logica circolare, si richiede ai giudici di validare soggettivamente l’output di uno strumento che dovrebbe servire a evitare valutazioni soggettive degli stessi giudici.</p>



<p>Va inoltre evidenziato che anche coloro che sostengono l’utilità di questi algoritmi, come Douglas Marlowe della National Association of Drug Court Professionals (una delle istituzioni che forma i giudici su come usare gli strumenti predittivi) riconoscono che “un bisturi nelle mani di un uomo comune è un coltello” (16), cioè questi strumenti, se utilizzati dai tribunali senza una specifica formazione, sono potenzialmente fatali.</p>



<p>Poi c’è il problema della trasparenza: “Certa gente riceve pene detentive più severe perché un algoritmo completamente opaco prevede che anche in futuro si comporteranno in modo criminale”, dice Cynthia Rudin della Duke University: “Sei in prigione e non sai perché e non puoi discutere” (17).</p>



<p>Tuttavia, anche se i giudici fossero perfettamente formati e il software fosse <em>open </em>– come il PSA – preciso e privo di qualunque pregiudizio (cosa che non è e non potrà mai essere, perché è un prodotto delle decisioni <em>soggettive</em> di esseri umani: statistici, informatici e ingegneri), un algoritmo non è in grado di ‘riconoscere’ che quello che sta analizzando è uno specifico individuo: vi sono delle singolarità che un decisore umano può rilevare e che lo porterebbero a operare un distinguo, ma non un algoritmo.</p>



<p>Eppure, nonostante queste considerazioni, la macchina della giustizia artificiale non si ferma. Come mai? È semplice: per sollevare il sistema giuridico americano da qualunque responsabilità futura. Così, se un imputato classificato come a basso rischio e rilasciato sulla parola commette un nuovo reato, il giudice può tranquillamente affermare che non è stato lui a sottovalutare la pericolosità del soggetto, ma il software. Viceversa, se un individuo viene classificato da una macchina ad alto rischio, quale giudice concederebbe all’imputato il beneficio del dubbio? E in nome di quali vantaggi per il magistrato che va contro corrente? Nel migliore dei casi nessuno, mentre nel peggiore egli si garantirebbe il biasimo dell’intera comunità per aver ignorato le prescrizione, e negli USA le cariche di giudice e di procuratore distrettuale sono elettive. Quindi, indietro non si torna.</p>



<p>È evidente dunque che sebbene il dato sputato dall’algoritmo sia solo uno degli elementi tra quelli che il giudice ha in mano per fare la propria valutazione, il suo peso è decisivo rispetto agli altri. L’avvertimento della Corte Suprema del Wisconsin sarà quindi probabilmente inefficace nel cambiare il modo in cui i giudici pensano alle valutazioni del rischio, data la pressione all’interno del sistema giudiziario che spinge a favore dell’utilizzo degli algoritmi predittivi, nonché l’approvazione diffusa verso le nuove tecnologie a livello di pensiero dominante.</p>



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<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/research_reports/RR200/RR233/RAND_RR233.pdf" target="_blank">https://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/research_reports/RR200/RR233/RAND_RR233.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>2)</em><strong> </strong>Cfr. <em>How data-driven policing threatens human freedom</em>, The Economist, 4 giugno 2018 <a href="https://www.economist.com/open-future/2018/06/04/how-data-driven-policing-threatens-human-freedom" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.economist.com/open-future/2018/06/04/how-data-driven-policing-threatens-human-freedom</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. F. Basile, <em>Intelligenza artificiale e diritto penale: quattro possibili percorsi di indagine</em>, settembre 2019 <a rel="noreferrer noopener" href="https://dirittopenaleuomo.org/wp-content/uploads/2019/09/IA-diritto-penale.pdf" target="_blank">https://dirittopenaleuomo.org/wp-content/uploads/2019/09/IA-diritto-penale.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>4)</em><strong> </strong>Cfr. R. Werth, <em>Risk and punishment: The recent history and uncertain future of actuarial, algorithmic, and “evidence‐based” penal techniques</em>, 10 gennaio 2019 <a rel="noreferrer noopener" href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/soc4.12659" target="_blank">https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/soc4.12659</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em><strong> </strong>Cfr. G. Zara, <em>Tra il probabile e il certo. La valutazione del rischi di violenza e di recidiva criminale</em>, Diritto penale contemporaneo, 20 maggio 2016 <a href="https://www.penalecontemporaneo.it/upload/1462543469ZARA_2016a.pdf">https://www.penalecontemporaneo.it/upload/1462543469ZARA_2016a.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. R. Werth, op. cit. </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7)</em><strong> </strong>K. Hao, <em>AI is sending people to jail – and getting it wrong</em>, MIT Technology Review, 21 gennaio 2019 <a href="https://www.technologyreview.com/s/612775/algorithms-criminal-justice-ai/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.technologyreview.com/s/612775/algorithms-criminal-justice-ai/</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. D. Garland, <em>The culture of control: crime and social order in contemporary society</em>, Oxford University Press, 2001 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.researchgate.net/publication/26368194_The_culture_of_control_crime_and_social_order_in_contemporary_society" target="_blank">https://www.researchgate.net/publication/26368194_The_culture_of_control_crime_and_social_order_in_contemporary_society</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>9)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.psapretrial.org/about">https://www.psapretrial.org/about</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://assets.documentcloud.org/documents/2840784/Practitioner-s-Guide-to-COMPAS-Core.pdf" target="_blank">https://assets.documentcloud.org/documents/2840784/Practitioner-s-Guide-to-COMPAS-Core.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong> </strong>J. Angwin, J. Larson, S. Mattu e L. Kirchner, <em>Machine Bias</em>, ProPublica, 23 maggio 2016 <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.propublica.org/article/machine-bias-risk-assessments-in-criminal-sentencing" target="_blank">https://www.propublica.org/article/machine-bias-risk-assessments-in-criminal-sentencing</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>13)</em> A.M. Bornstein, <em>Are Algorithms Building the New Infrastructure of Racism?</em>, Nautilus, 21 dicembre 2017 <a rel="noreferrer noopener" href="http://nautil.us/issue/55/trust/are-algorithms-building-the-new-infrastructure-of-racism" target="_blank">http://nautil.us/issue/55/trust/are-algorithms-building-the-new-infrastructure-of-racism</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong> </strong>Cfr. J. Dressel e H. Farid, <em>The accuracy, fairness, and limits of predicting recidivism</em>, Science Advances, 17 gennaio 2018<em> </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://advances.sciencemag.org/content/4/1/eaao5580" target="_blank">https://advances.sciencemag.org/content/4/1/eaao5580</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em> Cfr. Harvard Law Review, 10 marzo 2017, <a rel="noreferrer noopener" href="https://harvardlawreview.org/2017/03/state-v-loomis/" target="_blank">https://harvardlawreview.org/2017/03/state-v-loomis/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16)</em><strong> </strong>M. Ewing, <em><a rel="noreferrer noopener" href="https://theappeal.org/the-danger-of-automating-criminal-justice/" target="_blank">The danger of automated criminal justice</a></em>, The Appeal, 27 giugno 2018 </p>



<p class="has-small-font-size">17) R. Smith, <em>Opening the lid on criminal sentence software</em>, Duke Today, 19 luglio 2017 <a rel="noreferrer noopener" href="https://today.duke.edu/2017/07/opening-lid-criminal-sentencing-software" target="_blank">https://today.duke.edu/2017/07/opening-lid-criminal-sentencing-software</a> </p>
</div></div>
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