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	<title>Walter Pozzi &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Walter Pozzi &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Gli scrittori di oggi, Baudelaire, il progresso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 16:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[Deserto culturale: letteratura e pensiero unico, il mito del progresso, l’idiozia delle masse
]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-41-febbraio-marzo-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 41, febbraio &#8211; marzo 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Deserto culturale: letteratura e pensiero unico, il mito del progresso, l’idiozia delle masse</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il giorno in cui Francesco Rosi è morto, l’Europa era sepolta dal polverone sollevato dal massacro della redazione di Charlie Hebdo. I giornalisti nostrani intingevano le loro penne nei calamai della reticenza remando a favore di corrente insieme alla retorica di altri colleghi, alle prese su altre pagine con la biografia del regista scomparso. Entrambi costruendo i loro articoli intorno alla bandiera della parola ‘impegno’. E la figura dell’artista impegnato è stata proprio al centro di alcuni dibattiti e di non pochi articoli apparsi nei giorni a seguire. Dopo di che ognuno è tornato a prestare la propria opera al servizio dell’indottrinamento mediatico. Là dove avrebbero dovuto ‘impegnarsi’ a entrare nelle pieghe di quanto di strano si percepiva intorno ai fatti di Parigi, ecco alzarsi un’altra povere, quella dell’occultamento.</p>



<p>Inevitabile quindi che la notizia della morte di Rosi, condita di elogi per il suo cinema-verità, allungasse un’ombra grottesca sullo stato di disarmo dell’intellettualità italiana, oggi. La dipartita di Rosi, in quei giorni, è stata naturale, avvenuta senza scalpore: era molto anziano, da tempo non girava più film, e in fondo si può dire che si è trattato dell’ultimo lutto in ordine di tempo tra i vecchi maestri che hanno segnato un’epoca. Pian piano se ne stanno andando tutti i grandi protagonisti dell’età di Pericle del cinema, alcuni dei quali, come Monicelli e Lizzani, firmando con il suicidio un significato simbolico impossibile da ignorare. Alla stessa maniera, anche la morte di Rosi simboleggia la fine di un’epoca. Con loro, muore anche il mondo dell’arte che insieme hanno contribuito a valorizzare, fino a rendere il proprio lavoro influente all’interno del dibattito sociale e politico del tempo. A chi rimane non resta che domandarsi con malinconia se l’epoca in cui viviamo avrebbe concesso loro di essere altrettanto importanti, al punto che non sarebbe esagerato chiedersi se oggi avrebbero trovato negli attuali produttori cinematografici – costantemente alla disperata ricerca di commedie sempre più becere – altrettanta disponibilità a finanziare i loro progetti.</p>



<p><br>Stessa questione per la letteratura. Non è difficile stilare un elenco altrettanto altisonante di scrittori la cui assenza si fa sempre più gravosa di fronte al deserto creativo costruito da autori disimpegnati e lautamente onorati da mercato e industrie editoriali. E non c’è da impegnarsi troppo nella ricerca delle motivazioni che diano ragione della desertificazione del mondo letterario e cinematografico: quelli erano il prodotto di quella società, questi lo sono di questa. Quelli contribuivano all’indipendenza del campo di potere artistico, e questi contribuiscono a renderlo dipendente dal mercato.</p>



<p>Il pessimismo inevitabile di fronte al deserto non deve però essere scambiato per un concetto astratto, a tutto tondo e per questo privo di un bersaglio da colpire. Il bersaglio c’è e va individuato in un certo ottimismo progressista; verso quel migliorismo politico di sinistra che vuol far credere ancora, malgrado le rudi smentite dei fatti, di poter rendere vivibile la ferocia del capitalismo attraverso l’innesto progressivo e graduale di riforme. E di farlo asservendo l’uomo alle macchine e alla microtecnologia sempre più pervasiva.</p>



<p>A parziale consolazione si potrebbe affermare che tale pessimismo è parte della storia. Basterebbe leggere molte pagine scritte da Baudelaire a metà dell’Ottocento per comprendere quanta diffidenza nutrivano gli artisti nei confronti del vorace e incosciente ottimismo riservato al progresso che permeava l’atmosfera del Secondo Impero. “Se si chiede a ogni onesto francese che legge tutti i giorni il suo giornale nel caffè che frequenta, che cosa intenda per progresso,” scriveva Baudelaire, “egli risponderà che è il vapore, l’elettricità e l’illuminazione a gas, miracoli sconosciuti a Romani, e che tali scoperte testimoniano in modo pieno la nostra superiorità sugli antichi; tante sono le tenebre addensate nel suo disgraziato cervello e tanto le cose dell’ordine materiale e dell’ordine spirituale vi si sono così misteriosamente confuse! Il pover’uomo è talmente americanizzato dai suoi filosofi zoocrati e industriali, da perdere la nozione delle differenze che caratterizzano i fenomeni del mondo fisico e del mondo morale, di quello naturale e di quello sovrannaturale.</p>



<p>“Che un popolo senta oggi la questione morale in un senso più sottile di quanto non accadesse nel secolo scorso, è un progresso, ed è chiaro. Che un artista produca quest’anno un’opera che testimonia di una sapienza o di una forza immaginativa maggiori di quanto non ne abbia dimostrato lo scorso anno, è il segno certo che ha progredito. E se oggi le derrate sono di qualità migliori e a minor prezzo di quanto non fossero ieri, questo è nell’ordine materiale un progresso indiscutibile. Ma dov’è, di grazia, la garanzia del progresso per domani? Quanto ai discepoli dei filosofi del vapore e dei fiammiferi chimici, essi ne hanno un’idea per cui il progresso ai loro occhi appare unicamente sotto forma di una serie indefinita. Ma dove sta questa garanzia? Essa esiste solo, dico, nella vostra credulità e nella vostra frivolezza.”</p>



<p>Basterebbe cambiare il breve elenco delle innovazioni tecnologiche di allora stilate da Baudelaire nel brano qui riportato, con quelle apportate dalla microtecnologia moderna, e togliere il giornale dalle mani del soggetto francese, trasformandolo quindi in un italiano, per riconoscere in questo testo del poeta la tragica attualità del Belpaese.</p>



<p>Il recupero del disagio di Baudelaire, comune a un gruppo di artisti (come Flaubert e Monet, per spaziare nel mondo dell’arte di allora) uniti da un’alta concezione dell’arte e del suo ruolo nella società, oltre a fornire uno spaccato di un’epoca non molto diversa da quella attuale (la visione politica di Luigi Bonaparte ricorda molto la visione finto rivoluzionaria diffusa dall’attuale governo Renzi e di molta stampa), aiuta a rimanere nel tema. Perché è proprio a partire da quel disagio, da quel sentimento di oppressione esistenziale, ostile al proprio presente, che il campo letterario, al pari di quello artistico (la pittura, grazie soprattutto all’esperienza dirompente degli impressionisti), ha cominciato a costituirsi come un mondo autonomo sottoposto a leggi proprie.</p>



<p>Una lotta per l’indipendenza, combattuta a fronte di una repressione (processi a Baudelaire e a Flaubert), che ha garantito un potere all’artista; non diverso da quello affermatosi nell’Italia del dopoguerra, e che ha cominciato a sfiorire da un momento che si potrebbe simbolicamente indicare nel 1989, l’anno della morte di Leonardo Sciascia. Da allora in poi, nemmeno troppo lentamente, è iniziata la dissoluzione qualitativa della sinistra (intesa soprattutto come spazio ideale di valori condivisi dagli artisti), del mercato editoriale (con la trasformazione delle pionieristiche case editrici in industria editoriale a stampo manageriale), del mercato cinematografico (ridotto a mero intrattenimento di massa sempre più becera), e della televisione di Stato (con l’abbandono dell’impianto umanistico e la trasformazione in strumento di propaganda politica nonché contenitore pubblicitario, al pari delle reti private concorrenti).</p>



<p>Sarà anche triste, ma oggi è normale vedere Oscar Farinetti parlare dei suoi successi imprenditoriali ed economici e nel contempo assistere al giornalista che, con immensa riverenza, lo intervista e lo ascolta come se a parlare fosse García Márquez. Quella riverenza verso i potenti da parte dell’informazione ufficiale c’era anche durante il Secondo Impero, come mostra Balzac nel suo<em> Le illusioni perdute</em>. A dimostrazione che già nella prima metà dell’Ottocento era chiaro, a chi sapeva osservare, fino a che punto l’industria editoriale fosse implicata nei maneggi del potere politico e facesse il gioco delle élite economiche.</p>



<p>Così come anche allora le oblique figure alla Farinetti o alla Brambilla (altro imprenditore all’oscuro di tutto fuorché dell’arte di far quattrini, con un posto riservato nella trasmissione Piazza Pulita su La7). La differenza sta nel fatto che, negli artisti dell’Ottocento meno inclini al compromesso con il potere, i nuovi <em>parvenu</em> cresciuti nell’odio della cultura, pronti a piantare nel cuore della società la bandiera del denaro come valore supremo, suscitavano il più vivo raccapriccio. Come lo suscitava il loro sovrano, Luigi Bonaparte, non a caso definito da Hugo, <em>Napoléon le petit</em>.</p>



<p>Allora come adesso, un numero spropositato di speculatori, sfruttatori, aiutati dalle trasformazioni economiche e assistiti dalle cospicue sovvenzioni di Stato, e diventati i nuovi ricchi, scorrazzavano con carrozze lussuosissime per Parigi e dimoravano in enormi palazzi. Molti di questi importavano la loro ignoranza nel corpo legislativo contribuendo a stringere ulteriormente i legami tra il mondo politico e il mondo economico reso ancora più forte dall’appropriazione della stampa. Un’ostentazione della ricchezza non dissimile a quella cui abbiamo assistito alla famosa Leopolda.</p>



<p>E, in aggiunta, allora come adesso a Milano, anche Parigi ospitava la sua Esposizione Universale (1867). Probabilmente Pasolini intendeva questo quando sosteneva l’inesistenza della storia. Quello che non coincide nella comparazione tra le due epoche, è il rifiuto compatto del campo di potere artistico che oggi in Italia è inesistente, perché inesistente è una forma di intellettualità che non debba i propri privilegi al silenzio omertoso nei confronti di un sistema chiuso che indubbiamente la premia offrendo un ampio ritorno sotto forma di visibilità e riconoscimento economico. Con Luigi Bonaparte, la facevano da padrone i salotti capaci di assumere in veste di cortigiani, dentro il proprio dominio, una buona parte degli scrittori e dei pittori mondani più conformati, insieme agli imprenditori della carta stampata, sui quali ricadevano le regalie del mecenatismo di Stato. Con Renzi il piccolo, sosia politico di Enrico Letta, di Monti, di Berlusconi (per cui, di fatto, un solo uomo al comando come sotto la dittatura di Napoléon le petit), i salotti (che ancora esistono) sono diventati gli studi televisivi, mentre la stretta alleanza tra il potere politico e gli azionisti dei grandi marchi editoriali (solo apparentemente schierati su fronti opposti) che pubblicano quotidiani e una mole enorme di rotocalchi patinati, è la medesima di allora.</p>



<p>Come in tutti i deserti, anche nella realtà letteraria attuale non mancano le oasi. C’è, esiste, una letteratura impegnata in Italia, anche edita dalle industrie editoriali, alla quale corrisponde un discreto successo di pubblico. Ma si tratta di una letteratura incapace di cogliere le ferite del nostro tempo; mentre chi vuole mostrare conflittualità legate a forme di resistenza sociali, ambienta le proprie storie a considerevoli distanze spaziali (Sud America, per portare un esempio) e temporali rispetto all’attualità. Quasi a deporre le armi di fronte alla difficoltà di ambientare le proprie storie in una società complessa come quella odierna, e a dimostrazione di una incapacità a interpretarla e quindi a riprodurla.</p>



<p>A onore di chi si cimenta con la narrativa oggi va riconosciuto che l’attuale realtà occidentale è lontana anni luce rispetto a quella di trent’anni fa. Gli scrittori sono costretti a confrontarsi con una società in cui l’uomo trascorre la maggior parte del tempo incanalando una buona quota delle proprie sensazioni ed emozioni su un computer e non verso i propri simili; in cui la filosofia del postmoderno diffonde a secchiate l’idea che le ideologie siano un ferrovecchio, che la politica debba occuparsi del governo dell’esistente, concentrando le proprie attenzioni sulla gestione del mercato all’insegna di un utilitarismo che premia l’individuo rispetto alla comunità. Anche la concezione della famiglia è mutata rispetto a un tempo, il vecchio patriarcato si è avviato inesorabilmente verso una definitiva liquidazione con l’innesto di nuove forme di convivenza. A ciò vanno aggiunti il massiccio condizionamento ambientale prodotto dalla microtecnologia, presente ormai nelle azioni e nelle strutture mentali di ogni individuo, e il dissolvimento della borghesia, deprivata della stabilità e sicurezza un tempo garantite dal posto fisso.</p>



<p>I punti di riferimento su cui imbastire un racconto, ai tempi di Francesco Rosi e degli altri suoi colleghi, prevedevano una visione del mondo più semplice, legata com’era alla dicotomia destra e sinistra. La realtà offriva appoggi interpretativi più immediati sia agli artisti che all’intera società civile, e i contrasti, legati al conflitto di classe, erano dati in maniera molto più evidente che non oggi. Il borghese era borghese, e il proletario era proletario.</p>



<p>Per ritrovare un mondo in transizione simile alla nostra attualità, occorre di nuovo fare riferimento alla seconda metà dell’Ottocento. Anche qui, può aiutare la lettura di uno stralcio tratto da un breve saggio di Baudelaire. “La fatuità moderna potrà pure urlare, eruttare tutti i borborigmi del suo rotondo corpaccio, vomitare tutti i sofismi indigesti di cui una filosofia recente l’ha ingozzata a bocca piena, ma salta all’occhio che, facendo irruzione nell’arte, l’industria ne diviene la nemica più mortale, e che la confusione delle funzioni impedisce che nessuna di esse sia correttamente attuata. Poesia e progresso sono due esseri ambiziosi che si odiano di un odio istintivo, e, allorché s’incontrano sulla stessa strada, bisogna che l’uno si sottometta all’altro. Se si consente che la fotografia supplisca l’arte in alcune delle sue funzioni, in breve essa l’avrà soppiantata o completamente corrotta, in virtù della naturale alleanza che troverà nell’idiozia delle masse.”</p>



<p>Al di là della curiosità di conoscere le opinioni del poeta sull’iconomania moderna culminata nella pratica selvaggia del selfie, degli aikutwitteristi e dei maniacali, autoreferenziali, sputainvettive di facebook, nonché dei tanti trentenni che considerano il libro un prodotto ormai vecchio rispetto all’ebook, a Baudelaire va riconosciuto il merito, pur non utilizzando il termine inventato da Foucault negli anni Settanta, di aver intravisto sin da allora, nella fotografia, un ‘dispositivo’ prodotto dall’industria e di averci intravisto un’insidia per l’arte più in auge della sua epoca: la pittura.</p>



<p>E lo racconta non diversamente da come avrebbe fatto Foucault, il quale per dispositivo intendeva qualcosa attraverso il quale si verifica un’attività di governo. A ciò va aggiunto che la peculiarità dei dispositivi consiste nel riprogrammare l’individuo che lo usa, per catturarne, orientarne, modellarne e controllarne le azioni (fin dai gesti più minuti), la condotta di vita, le opinioni e i discorsi. Il vantaggio sta nel fatto che nei dispositivi è difficilissimo cogliere nessi diretti con gli interessi di potere. In sostanza, Foucault parla di qualcosa che, in una società disciplinare, mira, attraverso l’abitudine della pratica, alla creazione di corpi docili sebbene ‘liberi’, che acquisiscono ‘identità’ e ‘libertà’ per mezzo di un processo, invisibile ma inesorabile, di assoggettamento. Di questi dispositivi, negli ultimi decenni l’industria ne ha prodotti in un numero come mai si era visto nelle epoche precedenti.</p>



<p>Baudelaire, nel suo brano, aveva afferrato perfettamente il problema nella sua complessità includendo, nella sua denuncia: la filosofia dominante (che oggi si identifica nel postmodernismo, il cui emblema è il mercato neoliberista: ovvero nel dissolvimento delle grandi ideologie e della difesa del conflitto sociale, cioè nella crisi del pensiero di sinistra), l’industria (che si arricchisce con la produzione massiccia e virale di dispositivi – nel caso specifico del cinema e dell’editoria, il film e il libro intesi come intrattenimento acefalo), e l’idiozia delle masse, capace com’è in tempi brevissimi di assorbire e rimettere in circolo in maniera acritica qualunque moda e schifezza.</p>



<p>Quello che, pur con tutte le differenze, la lucidità di analisi di Baudelaire dimostra, non diversamente dal lavoro di registi alla Rosi e di scrittori alla Pasolini e Sciascia, è che un artista per essere tale deve possedere almeno due qualità: saper osservare e saper dedurre. A questa se ne deve aggiungere una terza: tenere sempre e comunque presente il passato come termine di confronto.</p>



<p>“Ecco mi dicevo: un tempo, che cos’era l’artista (Lebrun o David, per esempio)? Lebrun, erudizione, immaginazione, conoscenza del passato, amore del grande. David, colosso insultato dai pigmei, non era forse l’amore del passato, l’amore del grande unito all’erudizione? E al giorno d’oggi, che cos’è l’artista, l’antico fratello del poeta? Per dare un’equa risposta a una domanda del genere non bisogna aver paura di essere troppo aspri. Uno scandaloso favoritismo provoca talvolta una reazione corrispondente. Oggi, ormai da parecchi anni, l’artista, nonostante la sua mancanza di meriti, è un vero adolescente viziato. Quanti onori, quanto denaro elargito a uomini senza anima, senza cultura!”<br></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La politica degli omologati</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-politica-degli-omologati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 08:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[Governo Renzi, la generazione del dopo-muro: una classe dirigente cresciuta nel culto della merce e della tecnologia, dell’avvenenza, dell’eterno infantilismo e dell’ignoranza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-40-dicembre-2014-gennaio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 40, dicembre 2014 &#8211; gennaio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Governo Renzi, la generazione del dopo-muro: una classe dirigente cresciuta nel culto della merce e della tecnologia, dell’avvenenza, dell’eterno infantilismo e dell’ignoranza</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Ferdydurke è esistenziale fino all’inverosimile. Lo è perché l’uomo che viene creato dagli uomini e gli uomini che si formano a vicenda, costituiscono appunto l’esistenza e non l’essenza. Ecco perché in questo libro suonano fortissimo quasi tutti gli argomenti esistenziali di primo piano, come: il divenire, il formarsi, la libertà, la paura, l’assurdità, il nulla, l’angoscia… Con questa differenza però: qui si aggiunge una nuova sfera della vita umana a quelle tipiche dell’esistenzialismo – ossia la vita banale e autentica di Heidegger, la vita estetica, etica e religiosa di Kierkegaard o infine le ‘Sfere’ di Jaspers – la nuova sfera è la sfera dell’immaturità”.</p>



<p>Con queste parole, Witold Gombrowicz presentava il suo primo romanzo uscito nel 1937; la storia grottesca di un signore tornato bambino, proprio perché gli altri lo considerano bambino. Queste premesse fungono da pedana di salto per l’intenzione dell’autore di smascherare l’immaturità del genere umano. L’umanità che vi è descritta è opaca, amena, indefinita, costretta ad apparire dandosi una determinata forma. Ma sotto questa maschera si nasconde una profonda immaturità, un inesauribile infantilismo, inevitabile risultato del formarsi in mezzo ai propri infantilizzati contemporanei, all’altra gente che incamera e diffonde il proprio essere conformata a un sistema.</p>



<p>Chissà come sarebbe felice, Gombrowicz, nel verificare quanto la scuola in cui ha ambientato il suo romanzo, assomigli all’attuale governo Renzi, che dell’immaturità, dell’infantilismo, dell’ignoranza e dell’arroganza capricciosa fa una modalità di azione politica; se potesse vedere quanto di sociale, di moderno, di hi-tech scorra nel sangue e nelle vene delle persone degli anni Duemila. Soprattutto in quelle che oggi governano l’Italia.</p>



<p>Finora, l’unico ad aver notato questo fenomeno italiano è stato The Economist. Infilando nelle mani del premier un cono gelato, mentre la barca dell’euro s’inabissa insieme ai principali leader europei, il vignettista ha perfettamente colto l’infantilismo che caratterizza i ministri dell’attuale governo italiano. Senza nulla togliere alla pericolosità di Renzi e delle sue intenzioni, e senza negare la pericolosità sociale delle sue alleanze con il mondo dell’imprenditoria, il valore aggiunto del populismo renziano, rispetto ai precedenti (il berlusconismo e l’antiberlusconismo), è proprio l’immaturità dei suoi attori. L’impressione è che non si tratti di una maschera indossata per l’occasione, bensì che l’artificio sia congenito a Renzi e alle sue renzine. Sono proprio così come si mostrano. E la tragedia è che piacciono.</p>



<p>La stessa profonda, ingenua innocenza, illustrata da The Ecomist, prorompe come luce divina dall’estatico sguardo e dalla parole bambinesche di Alessandra Moretti nella drammatica intervista rilasciata a Corriere Tv, a metà novembre. Naturalmente il video ha divertito gli utenti dei vari social network, ma il fatto che il divertimento degli allegri frequentatori di facebook non abbia lasciato il posto a un briciolo di inquietudine, dimostra fino a che punto intervistata e spettatori dialoghino in sintonia nel medesimo campo semantico.</p>



<p>L’ostentata e profonda fiducia nella propria intelligenza, nella propria bravura e nella propria bellezza, quel suo insistente rivendicare – anche a nome delle sue colleghe di partito – questa triplice virtù, lo stile&nbsp;<em>Ladylike</em>, il considerarsi una risorsa importante per l’Italia e il diritto alla ceretta (“Perché, io come devo venire, con i peli, i capelli bianchi? Tante donne io voglio rappresentarle al meglio”), contiene un che di patologico, non in specifico riferimento alla Moretti, imbarazzante nel suo candore, bensì alla politica e, di conseguenza, allo stato di salute della cosiddetta democrazia. Sentendola parlare – così come anche ascoltando le altre&nbsp;<em>pasionarie</em>&nbsp;Boschi, Mogherini… – quel che si percepisce con un certo imbarazzo e non poca tristezza, è il giogo dell’asservimento ideologico alla forma-merce e al dominio maschile. Difficile, davanti al racconto della giornata tipo della vispa Alessandra, del suo accompagnare i propri figli a scuola facendo jogging, delle sue sedute dall’estetista, del suo piacere di curare se stessa, non immaginarla da piccola, intenta a vestire e a pettinare le bambole, regalatele perché si preparasse al suo futuro di donna, a sua volta confezionata in adeguamento al gusto maschile.</p>



<p>Non esiste differenza tra quanto di tristemente conformato emerge dalle sue parole, e la risposta di Renzi che espone il proprio infantilismo alle telecamere il giorno dopo l’uscita della vignetta di The Economist, sorridente, scherzoso, mostrando un cono gelato vero in mano. Dov’è la differenza con la gara di boccacce tra l’uomo diventato bambino e un suo compagno di classe immortalata da Gombrowicz nel suo romanzo?</p>



<p>Novello Ferdydurke, Renzi è il perfetto prototipo di quell’infante senza tempo, creato dalla tecnologia telematica, abituato a protrarre la goliardia universitaria per l’intero arco della vita. Nati in un’epoca in cui non più l’uomo, ma il neotech creava socialmente l’uomo, Renzi e le sue discepole sono la prima generazione cresciuta e plasmata dalla società ipertecnologica della televisione h24 e delle macchine; uomini e donne, incarnazione luminosa degli effetti dell’omologazione estrema, del conformismo, dell’immaturità così come descritta da Gombrowicz, intesa come l’ultimo modello di anima dell’uomo contemporaneo. Per quanto sia doloroso dirlo, sta proprio in questa loro attitudine naturale la ragione per cui oggi siedono al governo.</p>



<p>L’ascesa politica di questa nuova generazione legata al Pd, quindi, non è il frutto del caso. Se mai, è il capolinea di una tenace ricerca di governabilità da parte delle élite economiche, iniziata nel 1992 con la fine della prima Repubblica. Ma se oggi l’Autorità si spella le mani applaudendo Renzi alla Leopolda o al Salone delle Fontane dell’Eur; se sorride, si dà di gomito con i compari di finanziamento, occorre ricordare che per la classe dirigente italiana, la ricerca è stata difficile, dura, priva di soddisfazione e a tratti umiliante. Prima di arrivare fin qui ha sudato le famigerate sette camicie, costate il sacrificio di non pochi governi, tra politici e tecnici, di mestieranti della politica, e della felicità quotidiana di milioni di italiani. Danni collaterali, come si dice, errori attribuibili all’ansia della restaurazione, sorta nel momento in cui la fine dell’impero sovietico suggeriva che si potesse chiudere definitivamente con l’epoca della difesa del conflitto da parte della sinistra.</p>



<p>Che se prima era giustificabile in senso strategico la presenza di un’opposizione, adesso che il modello economico comunista spariva dalla mappa politica, salvare le apparenze non serviva più. Il compito affidato oggi a Renzi, lo smantellamento dei residuali diritti dei lavoratori raccontato ai suoi simili, nel 1992, in mancanza di più credibili attori, era stato commissionato a chi doveva dimostrare che la sinistra post-comunista fosse degna di fiducia nei panni di partito di governo. Ovvero, come garante del potere padronale.</p>



<p>E benché, a onore di quest’ultimo, vada riconosciuto che la scelta di Renzi e la sua truppa di quote rosa è perfetta, poiché questi, per ignoranza, cinismo e inconsapevolezza della loro funzione, rappresentano la quadratura del cerchio – una scelta che renderà cosa fatta nel giro di pochi anni il tanto ambito Unipolarismo politico – altresì va detto che chiedere a suo tempo a D’Alema e Bersani, a Rutelli e Veltroni, di ripudiare il loro passato e rimanere ugualmente credibili di fronte al proprio elettorato, è stata un’enorme sciocchezza. Con quella soma ideologica che, pur negandola penosamente, reggevano sulla groppa, quei politici erano difficilmente smerciabili, costretti com’erano a comunicare sempre tra le righe, facendo intendere una cosa agli elettori di sinistra e il suo opposto ai moderati italiani casinberlusconianleghisti.</p>



<p>I loro limiti erano oggettivi. Prima di tutto perché la stagione comunista era ancora troppo prossima, e poi perché nel 1992 si sentivano già i clamori di un nuovo mondo in arrivo. I telefonini non erano ancora una protesi dell’individuo, il computer era lungi dall’essere quell’Io parassitario nei cervelli delle persone che è oggi, la rete non c’era, né twitter né facebook, ma già imperava l’educazione sentimentale di bambini e adolescenti sottoposti a televisione e&nbsp;<em>rimbastation</em>. Tempo quattro, cinque anni, e quel mondo antico avrebbe fatto i bagagli per lasciare posto alla fantascienza della microtecnologia in affiancamento ai programmi televisivi e radiofonici.</p>



<p>I Renzi, i renzini e le renzine dell’attuale governo sono i primi prodotti della generazione cresciuta in quegli anni. Incarnano politicamente il risultato della più pervasiva omologazione ambientale della storia. Per cui, quei politici di ‘vecchio’ conio di centrosinistra, costretti a interloquire con un elettorato che dal proprio partito pretendeva ancora la difesa dei lavoratori, indipendentemente dal loro incarnato, erano fatalmente destinati alla sconfitta. I nuovi prodotti umani in forza al Pd non sono per loro natura sottoposti a questo tipo di rovelli. Proprio per il fatto di essere stati bambini e adolescenti in quell’epoca, possono agire senza conflitti psicologici e senza sentire il peso della responsabilità nei confronti del loro interlocutore elettorale.</p>



<p>Per buona parte parlano ai loro coetanei, a compagni di omologazione, alcuni dei quali cresciuti sotto la ‘sindrome berlinese’ del dopo-muro, e tutti venuti grandi nel culto della merce, della tecnologia, dell’avvenenza, dell’eterno infantilismo, dell’ignoranza e della proprietà privata sancita per legge divina. Da allora sono trascorsi ventitré anni, e la sintonia con il riflusso è ormai definitivamente terreno comune. Tutti omologati, attraverso prassi quotidiana, modelli di vita e abitudini, e (basta osservare la luce che sprizza dagli occhi della Moretti mentre, durante l’intervista, ostenta il proprio inscalfibile e contagioso conformismo) gioiosi di esserlo.</p>



<p>Le date di nascita della nuova generazione politica (citando i suoi attori più spesso inquadrati dalle telecamere) rendono più chiaro quanto espresso sopra. Ancor di più considerando l’alto censo sociale da cui tutti provengono (tra parentesi l’anno della maggiore età e della prima passeggiata verso l’urna elettorale): Matteo Renzi, Dario Nardella, 1975 (1988); Simona Bonafé, Federica Mogherini, Alessandra Moretti, 1973 (1986); Marianna Madia, 1980 (1998); Pina Picierno, Maria Elena Boschi, 1981 (1999); Anna Ascani, 1987 (2005).</p>



<p>La trasversalità politica di Renzi dimostra che l’uniformità di gusto è ormai un fatto sociale acquisito. Rappresenta la merce politica che gli elettori acquistano con la moneta del voto, alla stessa maniera con cui acquisterebbero uno specchio per guardarvi dentro la propria immagine. Di Renzi, infatti, a fare breccia non sono le idee (sempre le medesime: trito e ritrito indottrinamento storicamente tipico diffuso della classe dominante) ma gli atteggiamenti manageriali (giovanilismo, iperattività, fermezza capricciosa, finto anticonformismo) che raccontano del culto dell’imprenditore, del successo, della ricchezza e della cultura televisiva. I suoi schemi mentali sono determinati dalle imposizioni della ‘modernità’ del multitasking: Renzi parla in pubblico usando il tablet, supporta il vuoto di contenuti con slide infantili e banali, scrive tweet e pubblica commenti adolescenziali su facebook, evidenziando la sua natura di perfetto conformato, preso contemporaneamente da mille attività, e per questa ragione mai presente a se stesso, al grido di: “Voglio tutto qui e adesso!”</p>



<p>È a quest’uomo, che il potere economico, con la mediazione dal presidente Napolitano, ha assegnato il compito di sanare il dislivello tra le nuove esigenze della realtà economica ai tempi della crisi, e la sovrastruttura politica troppo vecchia. È a lui che è stato chiesto di chiudere definitivamente con la concertazione, di tagliare con la tutela sindacale dei lavoratori per consegnare questi ultimi nelle mani del padronato privi di qualunque difesa; di blandire l’elettorato cresciuto nel benessere post-muro attraverso un volto innocente, in quanto non compromesso con il passato prossimo e remoto di sinistra né con le malefatte dei governi precedenti.</p>



<p>A tale scopo, D’Alema e la sua compagnia non erano idonei. Troppo legati alle logiche politiche del Novecento per organizzare un perfetto restyling del partito. Troppo prematuri i tempi (nel 1992), troppo ampio (per via della prossimità al Pci) il dislivello tra la morale umana di sinistra (che pone al centro l’individuo sfruttato sul lavoro e nel suo quotidiano) e la morale del sistema economico moderno, che pretende la totale rimozione dal discorso politico del concetto di sfruttamento. Assurdo con questi presupposti pretendere da quei ‘vecchi’ di abbandonare di colpo gli antiquati postulati politici e spostare in maniera invisibile l’asse dei valori di sinistra, passando allegramente dalla difesa dei lavoratori all’assistenzialismo garantito al padronato.</p>



<p>È stato penoso assistere agli ultimi venticinque anni di manovre finalizzate in tale direzione. E lo è ancor più oggi; vedere questi ‘vecchi’ presi tra la paura di non essere all’altezza del compito, e quella di poter perdere un potere interno al partito che sembrava acquisito in maniera stabile, appellarsi ai sorpassati strumenti della loro cultura e a quei valori a cui per primi hanno cercato di abdicare in maniera subdola e invisibile (l’antiberlusconismo ha giocato in questo un ruolo di copertura). Tutto inutile. A liquidarli è stata la storia, nei panni di una generazione (curioso paradosso storico) che fa della falsa coscienza un caposaldo del proprio operato. Ad Andreotti, l’immutabile condizione storica e ambientale ha concesso di governare per cent’anni; a questi ‘vecchi’, i rivolgimenti politici prima e la rivoluzione tecnologica e di costume dopo, hanno interrotto il sogno di un longevo dominio sul modello democristiano proprio al suo sorgere.</p>



<p>Ci hanno provato, ma senza successo, pur predicando gli stessi assiomi che oggi Renzi, senza fatica, afferma nel tessuto sociale italiano. Per questo, oggi, Veltroni non ha torto quando rivendica di ritrovare nelle parole di Renzi e delle sue ragazze, la linea politica da lui promossa ai tempi della sua candidatura, allorquando caldeggiava l’abbattimento dell’antitesi padrone/lavoratore. Oggi – simile al fantasma di Sir Simon creato da Oscar Wilde – passeggia per la Leopolda con l’atteggiamento dell’incompreso precursore dei tempi, dimenticando, se non addirittura ignorando, che già nel 1891, Papa Leone XIII si era auspicato la stessa ‘pace’ nella sua enciclica sociale scritta per porre un freno all’ascesa del pensiero socialista. Solo centoventitré anni prima!</p>



<p>Fatto è che la politica deideologizzata è diventata fatalmente merce e, si sa, la merce destinata al consumo, non ha né una storia né un futuro né un presente. Il governo Renzi è perfetto per un’operazione di cancellazione della memoria. Niente storia, niente confronto. Quel che resta è solo l’esistente minuto per minuto in perfetta sintonia con il concetto di merce e di consumo. E nel giro di pochi mesi, questi ‘nuovi’ sono riusciti a consolidare il totem del post-moderno in ideologia totalitaria, così come lo descriveva il suo bardo Lyotard. Ottenendo il risultato di abbattere il tabù della politica, intesa come formulazione di analisi sociale, ovvero come uso degli strumenti del pensiero e della cultura; e di abbattere il tabù del rispetto dell’altro e del linguaggio articolato, riducendo la politica a una merce da vendere nel mercatino del senso comune.</p>



<p>Già nel 1994 il bipolarismo elettorale aveva comportato la divisione fittizia in due forze, riducendo la competizione a uno scontro tra due merci simili i cui testimonial erano altrettante individualità più o meno forti. Unica opposizione: la pubblicità comparativa, secondo cui l’altro sarebbe meno competente nel gestire il mercato, anche se dove stia la differenza è sempre più difficile da capire. Sulla stessa linea si è sviluppato ultimamente lo scontro interno al Pd. Preso da entrambe le contese, il governo Renzi ha il vantaggio di presentarsi come il nuovo contrapposto al vecchio. Sa bene che in una società consumistica, il nuovo uccide sempre il prodotto di precedente generazione. E poiché nel mondo della merce conta la confezione, ecco la giovinezza, e con essa, ecco l’abbattimento dell’ultimo tabù: l’erotizzazione della politica e il fascino femminile come attrattiva. Un fascino non conturbante, ma che fa della bellezza un’attrazione verso la merce neoliberista.</p>



<p>Nell’immaginario umano, come insegnano i cosiddetti creativi del marketing, immaturità, giovinezza ed erotismo vanno di pari passo. L’idealizzazione di questo periodo della vita, in grado di attrarre, con la sfrontatezza, sia il giovane che l’adulto entrato nella fase discendente, crea una fascinazione immediata. Ciò che sgomenta, nello specifico delle renzine, è la loro inconsapevolezza. Essendo il prodotto di questo modello sociale, e per questo incapaci di sottoporlo a critica, sono poco dotate di una visione d’insieme che restituisca loro il senso di sé e della funzione che svolgono nel governo.</p>



<p>A proposito della falsa coscienza, Alessandra Moretti, dopo avere affermato la triplice virtù sua e delle sue ‘compagne’ di governo (belle intelligenti e brave), dichiara con innocenza che, al contrario di loro, la berlusconiana Nicole Minetti è stata usata. Senza nutrire il sospetto che il suo governo abbia strumentalizzato il concetto democratico di quote rosa, per sfruttare senza scrupoli il fascino del corpo femminile, giovane e bello, per lanciare il proprio prodotto. E ha ragione, la vispa Alessandra, quando allude alla propria necessità di andare due volte alla settimana dall’estetista per essere presentabile, che la politica sta cambiando. Ciò che sembra non comprendere è come venga utilizzata la figura femminile, e quanto sia strano notare che le donne meno conformi all’immaginario erotico maschile siano diventate tanto poco intelligenti da essere bandite dalle luci della ribalta.</p>



<p>Di questo governo giovane, come si può vedere, è stupefacente l’innocenza. I suoi protagonisti non si mascherano più, come fa il protagonista di Ferdydurke, l’esistenza e l’essenza si sono fuse. Forse la politica d’ora in avanti sarà priva di sentimenti (da non confondere con il sentimentalismo, maschera inossidabile di molta gente di sinistra), di doppia morale, e per questa ragione mai cinica. Schietta, se mai, sincera perché senza più infingimenti: i sindacati non sono d’accordo?</p>



<p>Ce ne faremo una ragione, vien detto, accettando con il sorriso l’implicito effetto di migliaia di persone che perdono il lavoro. Una sincerità autentica, che vale solamente nell’attimo in cui viene affermata, ma che non varrà più domani quando altrettanto sinceramente la stessa bocca presenterà il Jobs act come una difesa dei lavoratori a coloro che il lavoro lo hanno appena perso.</p>



<p>È la medesima sincerità che prontamente interviene a insegnare, con il fascino tipico della fiction ben scritta, il nuovo prodotto dell’industria culturale americana: <em>House of cards</em>. Una serie televisiva che mette al bando i vecchi registri narrativi, mirati a proteggere il sistema politico con storie di mele marce impegnate a mettere in crisi un dominio essenzialmente onesto. Ma oggi che la politica ha subìto numerosi contraccolpi, tali da manifestare la realtà corrotta dell’intero sistema, ecco l’inversione. House of cards attesta definitivamente che la politica è certamente un mondo privo di scrupoli, senza zone buie, perché tutto è avvolto dalle tenebre.</p>



<p>Tuttavia, e in questo si annida la nuova propaganda, quanto affascinanti e quanto machiavellici sono i suoi attori, in una realtà politica immersa in un lieto infantilismo, nel quale, come accade tra bambini, la parola non impegna ad alcuna responsabilità, perché gli stessi contraccolpi sociali che ne derivano non hanno più un peso. Esattamente come non ha più un peso il pensiero.</p>
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		<title>Troppi libri: le illusioni perdute</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/troppi-libri-le-illusioni-perdute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2013 07:48:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[industria culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[La produzione culturale ai tempi del capitalismo: Industria Editoriale e Case Editrici, l’analisi mancante nel dibattito Bajani/Ferracuti]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-35-dicembre-2013-gennaio-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 35, dicembre 2013 &#8211; gennaio 2014)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La produzione culturale ai tempi del capitalismo: Industria Editoriale e Case Editrici, l’analisi mancante nel dibattito Bajani/Ferracuti</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nell’ultima parte del romanzo&nbsp;<em>Le illusioni perdute</em>, Vautrin dice: “La vita nella società somiglia al gioco del Whist. Chi vuol giocare, non deve indagare se le regole del gioco siano giuste, se abbiano qualche valore morale o altre”. Il suo interlocutore è Lucien, poeta puro che, carico di sogni, approda a Parigi con un poema e un romanzo sotto braccio in cerca di un editore e della gloria. Giunto in città entra in contatto con il mondo editoriale e nel giro di poche settimane comprende fino a che punto, preso nel meccanismo commerciale, il libro sia diventato una merce come un’altra. La ‘saggezza’ che il mefistofelico personaggio gli sbatte in faccia serve a ricordargli la prepotenza muscolare dell’economia capitalistica, al fine di spogliare dagli ultimi ornamenti illusori e ideologici la fantasia del giovane.</p>



<p>Il romanzo di Balzac è il riuscito tentativo di mostrare il naufragio di chi, spinto da una morale generalista, alimenta delle illusioni in un mondo in cui anche lo spirito e la morale sono diventate merce di scambio. E Lucien è uno dei numerosi giovani cresciuti nel solco della tradizione eroica del bonapartismo. Ciò che nel corso del romanzo è destinato a scrostarsi pagina dopo pagina è il complesso di volontà ed energie sorte con la rivoluzione francese e dell’ascesa di Napoleone, e distrutte durante la Restaurazione. In sostanza, con il suo romanzo lo scrittore intende tracciare un quadro tragico in cui gli ideali di un’intera generazione vengono azzoppati nell’era del nascente capitalismo.</p>



<p>Nel leggere le parole di Vautrin, vengono in mente i toni e gli argomenti di un dibattito aperto un paio di mesi fa da Andrea Bajani e proseguito da Angelo Ferracuti. Il botta e risposta per quanto sia durato, come si suol dire, lo spazio di una notte, vale la pena di essere recuperato, oltre che per approfondire un tema scottante sulla produzione culturale ai tempi del capitalismo, anche per spendere alcune dolenti considerazioni sul limite in cui si muovono ormai da un paio di decenni le analisi sociali e politiche provenienti da sinistra.</p>



<p>A offrire a Bajani lo spunto della discussione è la lettura del saggio di Giuseppe Culicchia<em>&nbsp;E così vorresti fare lo scrittore?</em>, un trattatello della disillusione sui vari agenti del mondo editoriale, a partire dai sogni di gloria degli scrittori, per poi scendere lungo gli scoli che conducono a una sentina fatta di agenti letterari, parate di premi e apparizioni da Fabio Fazio… Su Repubblica, Bajani si aggancia ai temi trattati dal libro per concentrarsi sulla breve vita dei libro sugli scaffali dell’editoria: “A furia di veder entrare in libreria scatoloni di novità editoriali per poi vederle uscire pochi mesi dopo per far posto sui banconi ad altre novità, forse rinunceremo all’anacronistica divisione tra periodici e libri”. Troppe pubblicazioni, quindi, e poca attenzione alla qualità da parte degli editori lanciati ormai su libri destinati a non lasciare traccia di sé nella storia della letteratura. Al termine della sua disamina, Bajani lancia un appello agli scrittori e all’intellettualità invitando a protestare contro questa deriva, nella consapevolezza che i libri incidono sul tessuto culturale di un Paese ricordando, con una parafrasi di un aforisma di Nanni Moretti, che chi legge male elegge male. E conclude accusando di berlusconismo l’intera editoria.</p>



<p>Un paio di giorni più tardi, Ferracuti recupera sulle pagine del Manifesto l’attacco di Bajani, e denuncia la sovrapproduzione da parte di una “frenetica macchina industriale obbligata a produrre successi, e a vendere libri a tutti i costi che molti di loro [i redattori delle case editrici,&nbsp;<em>n.d.a.</em>] persino detestano: la favoletta del cantante rock, l’omelia del cardinale, il sermone mistico, il romanzo storico ultra-colto e a trama sofisticata del noto intellettuale (che a volte è proprio quello che nel ’63 stanava le Liale), il diario della minorenne adultera…)”; e anch’egli lamenta l’assenza di un blocco culturale negli ultimi venticinque anni di storia culturale italiana ricordando con nostalgia la progettualità che animava gli editori e gli scrittori di un tempo, quando la qualità di un catalogo era per i primi un vanto e sinonimo di appartenenza per i secondi: “[…] come si faceva ai tempi di Vittorini e Calvino all’Einaudi, Bianciardi e Bassani da Feltrinelli, Vittorio Sereni da Mondadori”. A tal proposito, anch’egli dice che sarebbe il momento “di ricominciare a interrogarsi, a sviluppare pensiero critico, e a far sì che questo conflitto si manifesti in modo più eclatante in termini di dibattito pubblico”.</p>



<p>Le considerazioni dei due scrittori, se da un lato sono condivisibili perché hanno il pregio di denunciare l’ipertrofizzazione del mercato di libri il cui unico spirito è l’intrattenimento (che si potrebbe definire: Letteratura della rinuncia) a scapito di una riduzione drastica di una narrativa sociale (di una Letteratura della tensione, cioè) molto letta una trentina d’anni fa, dall’altro risentono della grave mancanza di rimanere solamente delle considerazioni che non sfociano in un’analisi più profonda.</p>



<p>Non si può dire che il saggio di Culicchia non sia brillante e per questo godibile. Peccato che abbia l’enorme difetto di trattare l’intera filiera editoriale senza focalizzarsi sulle ragioni che stanno alla base della sovrapproduzione di libri-immondizia e, di conseguenza, di ignorare il vero ruolo dello scrittore all’interno della bulimia produttiva che infesta il mercato con milioni di copie ogni anno. Un difetto che trasforma il suo saggio in un inutile veleggiare su acque comode, senza buttare l’àncora e fare un tuffo nelle loro profondità.</p>



<p>La critica di Culicchia, non diversamente da quella dei suoi colleghi Bajani e Ferracuti, rivendica per il lettore un diritto (sicuramente sacrosanto, ammesso che il lettore ancora lo rivendichi) alla qualità, insistendo sulla critica dell’attuale ethos editoriale, applicando in questo modo un lacunoso quanto fallimentare criterio di analisi molto in voga soprattutto a sinistra, come semplificato nel vizio di tacciare anche le logiche editoriali con il termine berlusconismo, invece di chiamarle con il loro nome: capitalismo.</p>



<p>Questa formula analitica punta a considerare il capitalismo come un organismo malato che si può guarire curandone gli aspetti negativi, combattendoli agitando con le mani la sola croce della moralità. Come se il capitalismo potesse mai trasformarsi in un organismo armonico, capace di soddisfare le istanze dei vari attori sociali, e non solo quelle di chi detiene il possesso dei mezzi di produzione. Un modo di ragionare che conduce dritto alla chiusura tipica del progressivismo etico, che parla a chi non ha alcun interesse economico ad ascoltare.</p>



<p>Da una simile posizione c’è da chiedersi a quali intellettuali facciano appello Bajani e Ferracuti. Per opporsi seriamente occorre non limitarsi a giudicare la sovrastruttura, ponendo la questione sul piano morale, nella totale dimenticanza della base materiale (economica, cioè) come cuore del problema. È a partire da qui che lo spirito diventa merce. Cavalcando la loro parafasi, si potrebbe dire che chi analizza male, lotta male. La base materiale è una verità inesorabile.</p>



<p>Nei rispettivi interventi, Bajani e Ferracuti si riferiscono ai Gruppi editoriali più potenti, ignorando altri editori, i quali sono a loro volta vittime della corsa alla sovrapproduzione. È probabile che quest’altra editoria non vi partecipi per mancanza di forza economica, più che per una questione ideologica, tuttavia, escluderla dal discorso come se non esistesse, appare funzionale a mostrare l’editoria ‘ufficiale’ come l’unico campo d’azione possibile. Un limite che impedisce ai due scrittori l’analisi di una possibilità percorribile alla ricerca di una soluzione, e che per questo appare strumentale a evitare azioni di rottura in cui avrebbero molto da perdere e poco da guadagnare da un punto di vista di immagine.</p>



<p>Per evitare la stessa&nbsp;<em>impasse</em>, è importante sganciarsi dall’antitesi Grande editore/Piccolo editore, che nella mente del lettore suggerisce una distinzione in termini di valore e di merito. Non per suggerire che la cosiddetta piccola editoria abbia maggiormente a cuore la qualità al momento di scegliere il titolo da pubblicare (purtroppo non è sempre così), bensì per illustrare un diverso livello di azione sul mercato editoriale e nel rapporto con i propri autori. Per questa ragione risulterà più efficace parlare di Industria Editoriale e di Casa Editrice.</p>



<p>Nel settore aziendale della carta e dell’inchiostro, il capitalismo editoriale italiano è rappresentato da cinque Industrie Editoriali, la più potente delle quali è il Gruppo Mondadori, cui, oltre a Mondadori libri, appartengono: Giulio Einaudi Editori, Electa, Piemme, Sperling &amp; Kupfer. Seguono il Gruppo Rcs composto da Rizzoli, Bompiani, Adelphi, Marsilio, Sonzogno e Archinto tra le più note. A ruota, il Gruppo editoriale Mauri Spagnol (GeMS) – controllato da Messaggerie, il più importante distributore italiano – con Chiarelettere, Bollati Boringhieri, Corbaccio, Garzanti, Guanda, Longanesi, Ponte alle Grazie, La Coccinella, Salani e Tea. E per chiudere, Giunti ed Effe 2005, ovvero la holding del gruppo Feltrinelli, che può contare su 103 librerie, un canale televisivo (LaEffe) e il controllo di Pde, il secondo distributore per importanza.</p>



<p>Per comprendere questo fenomeno in atto da decenni non farà male leggere la definizione di&nbsp;<em>Trust</em>&nbsp;tratta dal vocabolario: “Coalizioni d’imprese medianti le quali aziende similari (concentrazione in senso orizzontale) o tra loro di rapporto di complementarietà o strumentalità (concentrazione in senso verticale) si fondono insieme in un complesso economico a direzione unitaria, rinunciando definitivamente alle proprie individualità tecnico-amministrative, al fine di ridurre i costi di produzione e battere la concorrenza con un largo aumento del profitto e un controllo parziale o totale del mercato (si distingue dal cartello, che concerne solo il controllo dei prezzi e delle quote di mercato ma non comporta integrazione); oppure anche costituiscono tra loro vincoli di partecipazione finanziaria”.</p>



<p>È l’esatta descrizione dell’editoria in Italia. Se al controllo dei più grandi distributori e al possesso di buona parte delle librerie e del mercato online, si aggiunge la proprietà di quotidiani e periodici da parte delle prime tre Industrie Editoriali – che, per sopramercato, permette loro di spacciare la pubblicità delle loro pubblicazioni per recensioni scritte da critici a loro libro paga – diviene chiaro che le ‘Cinque sorelle’ agiscono a circuito chiuso sull’intero complesso del mercato editoriale. Si è di fronte a un insieme di vere e proprie aree strategiche d’affari, oggetto di differenziazione da parte di un’azienda capitalistica.</p>



<p>Davanti a una simile forza di mercato, la Casa Editrice non può che soccombere. Quest’ultima è infatti costretta a incaricare della distribuzione e del rapporto con le librerie una società esterna. Un passaggio che nel complesso erode il 65% del prezzo di copertina. A cui vanno aggiunti un 10% per l’autore e i costi di stampa. Quel che resta in mano alla Casa Editrice non è nemmeno il minimo di sopravvivenza, e si può capire che un pari di bilancio a fine anno comporti già un grosso successo.</p>



<p>L’Industria Editoriale, al contrario, grazie al controllo dell’intera filiera, può compensare la bassa marginalità del prezzo di copertina, attraverso la differenziazione e le economie di scala. In più, grazie a meccanismi contabili e finanziari tra società appartenenti allo stesso gruppo, può creare un giro interno di fatture, in cui le copie invendute vengono compensate con l’immissione sempre più massiccia sul mercato di nuovi libri. Non essendoci reale separazione tra gli attori che compongono la filiera, l’Industria Editoriale è in grado di mettere in atto un meccanismo molto simile a un gioco contabile circolare in cui il distributore ha un ruolo quasi esclusivamente finanziario. L’editore può contare per la legge dei grandi volumi su un valore di venduto gonfiato – che comprende sia i libri che saranno effettivamente venduti, nonché quelli che verranno resi – creando in questo modo una cifra ipervalorizzata che entra alla voce ‘attivo’ nel bilancio.</p>



<p>Inoltre, la dinamica dei resi, comporta una compensazione di ordine produttivo, anziché economico. Questo significa che a fronte di una nota di credito, l’editore corrisponde un equivalente in nuove pubblicazioni e quindi di nuove vendite gonfiate, creando un meccanismo a crescita esponenziale, destinato a produrre, attraverso la sovrapproduzione di titoli, una bolla finanziaria, avviata necessariamente prima o poi all’esplosione.<br>Anche perché l’ipertrofizzazione del mercato fatalmente conduce alla chiusura delle piccole librerie – impossibilitate per questione di spazio a differenziare le vendite (cartoleria, dvd, portachiavi, peluche e vattelapesca…) – riducendo sempre più i luoghi della vendita in un mercato incapace di assorbire la massa di carta prodotta.</p>



<p>Come recita Macbeth, sangue chiama sangue. Insistendo con le parafrasi, in chiave capitalistica si potrebbe dire: soldo chiama soldo. Non importa se effettivo o virtuale, basta che i macchinari girino a pieno regime e producano merce a getto continuo e che il profitto cresca costantemente.</p>



<p>Di questa dinamica, fondamentale, non c’è traccia negli articoli di Bajani e di Ferracuti né tanto meno nel libro di Culicchia. È triste accorgersi di quanto, anche scrittori che si accreditano a sinistra, abbiano interiorizzato il cambiamento del mondo editoriale – avvenuto negli ultimi tre decenni – nel quale pure operano, al punto di non comprenderne le dinamiche produttive. Di fronte a quanto mostrato sopra, si capisce quanto irrazionale e grottesca sia l’indignazione di Andrea Bajani quando chiede: “Dove erano le forme culturali che avrebbero dovuto contrastarlo?”. Viene da rispondere di guardare i cataloghi delle Industrie Editoriali in cui anche il suo nome figura. Buona parte dei giornalisti che scrivono su Repubblica pubblicano i loro libri per il gruppo Mondadori, del quale, non di rado, le pagine culturali dalle quali Bajani ha lanciato il suo J’accuse, sembrano essere l’House organ.</p>



<p>Ecco perché, l’ingenua purezza del loro richiamo a una produzione qualitativa (nel ricordo di Vittorini, Calvino ecc.), rivolto ai manovratori delle Industrie Editoriali, così superficialmente formulato appare totalmente privo di senso della realtà, una lacrimosa nostalgia sentimentale.<br>Ma quel che è peggio è che dimostra l’inconsapevolezza del ruolo da loro svolto nell’ingranaggio editoriale nei panni di forza lavoro acquistata a solo in un movimento di valore che valorizza se stesso. </p>



<p>Stupisce, quindi, l’indignazione morale di chi constata che il libro oggi sia trattato al pari di un periodico o di una mozzarella; ancor più se giunge da sinistra, da quello spazio ‘politico’ in cui la critica delle regole di produzione del capitalismo dovrebbe rappresentare le fondamenta di ogni analisi. I Calvino e i Vittorini, ma anche i Volponi (da Ferracuti citato), i Moravia e i Pasolini le avevano ben chiare in testa queste regole, e ciò spiega perché un tempo il blocco culturale era forte di fronte a ogni indizio di deriva. Ne capivano le ragioni profonde.</p>



<p>Forse più che leggere l’evanescente saggio di Culicchia, occorrerebbe recuperare gli ‘antichi testi’ e ricominciare a elaborare analisi capaci di andare al cuore dei problemi sociali, politici ed economici. Chissà che allora non fiorisca di nuovo l’intellettualità capace di opporsi al generale degrado, non solo culturale.</p>



<p>Qui non si tratta più di portare avanti la speciosa polemica sull’incoerenza a chi pubblica per Berlusconi e che in altri spazi lo contesta politicamente. Qui si tratta di smetterla di lamentarsi del sistema editoriale, pur facendone parte, e di compiere un’azione concreta: una scelta di campo che non si limiti alle vane parole (pronunciate o scritte che siano). Si tratta di ammettere l’esistenza di un’altra editoria, quella delle Case Editrici impegnate ogni giorno a creare il proprio mercato tra le maglie di un sistema devastante. Delle Case Editrici in cui ogni singolo libro viene promosso come parte di un patrimonio non esclusivamente economico, bensì parte della valorizzazione di un catalogo con una linea ben definita e immediatamente riconoscibile; in cui i libri bassissimo costo, utile alla produzione di una merce-libro la cui unica funzione è quella di compensare il flusso di rese della pubblicazione che lo ha preceduto, oltre che a mantenere alto il fatturato dell’Industria Editoriale che li edita.</p>



<p>“Quando è uscito il mio libro,” scrive Ferracuti, “durato anni di fatiche, ho pensato davvero quello che scrive Bajani, cioè che era diventato un periodico. Vive tre mesi, poco più, oggi, un’opera di letteratura, come un qualsiasi prodotto da banco che si affida al mercato, poi scade per sempre […] poi il ciclo s’interrompe, non c’è più tempo, c’è già un altro autore che cerca il suo pubblico, a meno che non lo tieni in vita il tuo libro, come sto facendo, girando come un pazzo per l’Italia. Ma è un mercato sempre più al ribasso, dove in cima alle classifiche ci sono libri che mi vergognerei di avere scritto”.</p>



<p>Difficile dar torto allo scrittore a patto di aggiungere che l’artificiosità legata a una finalità voluttuaria, fatalmente finisce per servire la natura parassitaria delle classi dirigenti&nbsp;<em>tout court</em>. Se anche il lettore viene piegato all’intrattenimento o portato a riflettere su dinamiche ombelicali, il potere ha fatto bingo.</p>



<p>Priva com’è di una critica al fattore produttivo e ai veri interessi del suo editore (Einaudi, ovvero Mondadori, ovvero Berlusconi), la denuncia di Ferracuti e di Bajani ripiega inevitabilmente su se stessa. Ricorda lo smarrimento dell’alienazione, come Marx lo ha descritto a proposito dell’operaio a cui vengono alienate la materia prima e gli strumenti di lavoro; a cui viene strappato il frutto del lavoro, per vederlo inserito in un ciclo di produzione, il cui obiettivo è la produzione di un profitto, il cui processo vitale consiste non finiscono fuori catalogo; in cui chi pubblica Letteratura della tensione può tracciare una netta linea di confine tra sé e la dittatura del buon senso fatta di intrattenimento, di Fabio Fazio, di analisi ombelicali e fuffa varia; in cui il libro è un rapporto tra i propri contenuti e i lettori, e non un mezzo con cui compensare le rese al fine di tenere alti i profitti (virtuali o meno). La scelta in questo mondo sotterraneo, non manca. Ma occorre comprendere – anche rinunciando a qualche privilegio che sicuramente la vita nella Industria Editoriale regala in termini di visibilità e di prestigio (per quanto solo apparente) – che soltanto costituendo una vera autonomia da parte di chi scrive Letteratura della tensione, gli scrittori possono tornare ad ambire a recuperare una funzione politica di peso. Esiste un nobile riferimento storico che potrebbe fungere da esempio.</p>



<p>Risale proprio all’epoca della crescita della letteratura commerciale, quella descritta da Balzac nel già citato&nbsp;<em>Le illusioni perdute</em>. Durante quel periodo di fermento in cui il libro si stava trasformando in merce, Baudelaire scelse una Casa Editrice, Poulet-Malassis, per pubblicare&nbsp;<em>I Fiori del Male</em>, rifiutando le sirene dell’Industria libraria Michel Lévy che gli assicurava più soldi e maggiore diffusione. Una scelta che non voleva essere solo una superficiale polemica, bensì fortemente ideologica, essendo Poulet impegnato a favore della giovane poesia e pienamente identificato con gli interessi dei suoi autori. La risposta più ovvia di Bajani, Culicchia e Ferracuti al sistema che criticano, potrebbe essere la stessa: alzarsi da quel tavolo da gioco e andarsene. In fondo, se lo ha fatto Baudelaire&#8230;<br></p>
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		<title>Il governo del “ci siamo intesi”</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-governo-del-ci-siamo-intesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2013 09:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Napolitano, Unipolarismo politico e riforma del lavoro per un capitalismo strangolato dalle proprie contraddizioni sistemiche]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-34-ottobre-novembre-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 34, ottobre &#8211; novembre 2013)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Napolitano, Unipolarismo politico e riforma del lavoro per un capitalismo strangolato dalle proprie contraddizioni sistemiche</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il dato più inquietante di questi ultimi anni è la condizione di indigenza in cui sono cadute molte persone che pure hanno un lavoro. Verificarlo non è difficile; basta parlare con la gente per sapere che un salario oggi non è più garanzia di sopravvivenza. Il ventaglio dello stipendio medio si aggira tra i 700 e i 1.100 euro mensili, al netto delle tasse. Se si considera che l’affitto di un bilocale in Milano e provincia viaggia sui 750 euro (cifra a cui, in molti casi, vanno aggiunte le spese condominiali), e che a questa spesa si sommano le bollette varie (in costante crescita), gli aumenti Istat, il cibo, l’auto&#8230; si fa presto a rendersi conto che uno stipendio non basta più per vivere.</p>



<p>Ma ciò che più sorprende è la convinzione di questa massa di persone che le ragioni della crisi siano rintracciabili nell’esplosione della bolla finanziaria o nel fatto che il potere d’acquisto sia diminuito. In quest’ultimo caso, non pochi pensano che la colpa sia dell’euro. Sulla base di tale convinzione, è normale che queste persone si chiedano perché nessun politico, oltre a parlare di ridurre la disoccupazione, inserisca tra i problemi da affrontare quello degli stipendi da fame, visto che una soluzione del genere contribuirebbe a far tornare i lavoratori nei negozi ad acquistare.</p>



<p>Ora: che le merci ristagnino sugli scaffali dei negozi e nei magazzini delle aziende, è un fatto; ma va ricordato che lungi dall’esserne la causa, l’incapacità del mercato di riassorbire le merci è la vera ragione della crisi – e, di conseguenza, dei licenziamenti, del taglio degli stipendi e della tendenza dei capitalisti a delocalizzare la produzione. Leggendo i quotidiani o guardando le notizie, non è questa una cosa che si possa apprendere. I giornali riportano le frasi dei politici, nessuno dei quali, soprattutto a sinistra (nemmeno tra i ribelli del Pd), ha interesse a elaborare un’analisi chiara e sincera della situazione. Anche perché, per spiegarla, occorrerebbe recuperare l’Abc del pensiero di sinistra e, di conseguenza, svelare la reale funzione dell’intoccabile governo delle larghe intese, tanto caro a Napolitano.</p>



<p>A ogni modo, il pensiero di sinistra è acqua passata. La vecchia guardia da tempo non ha più interesse a recuperarlo (Cacciari addirittura, baloccandosi con l’etimologia, nel luglio scorso, su Repubblica, ha spiegato che la stessa parola ‘sinistra’ non ha più senso e che è ora di eliminarla dal vocabolario politico), e tra i giovani virgulti pochi sembrano conoscere le basi di questa filosofia politica che pure appartiene ai momenti più significativi della loro storia. Adesso l’unico pensiero sono le famigerate riforme. Un concetto continuamente richiamato in maniera fumosa.</p>



<p>Si parla di riforma elettorale, riforma della giustizia, della Costituzione, ma l’unica certezza è che il vero bersaglio da centrare, la ragione ultima del governo Letta è l’adeguamento del mercato del lavoro alle esigenze dei capitani d’industria. I richiami di questi ultimi, a tal proposito, si fanno sempre più lugubri e disperati.</p>



<p>Un esempio dell’inconsolabile sconforto del padronato l’ha dato a fine luglio l’ad di Fiat Marchionne, quando ha riproposto, in occasione di una straziante&nbsp;<em>conference call</em>&nbsp;con gli analisti sui dati della semestrale, il suo evergreen intitolato: “L’impossibilità di fare impresa in Italia”. Nel suo pianto non è mancata la parolina magica ‘riforme’, dopo la quale è arrivato l’immancabile ricatto: “Abbiamo le condizioni necessarie per realizzare i modelli dell’Alfa ovunque nel mondo”.</p>



<p>Superfluo dire che, dopo la sentenza della Consulta che gli impone di reintegrare i tre operai licenziati nello stabilimento di Melfi, nel mirino di Marchionne c’è la Fiom (1) – rea di impedirgli il governo delle fabbriche. L’amministratore delegato, comunque non ha bisogno di spiegarlo, perché i messaggi consegnati ai giornalisti, e riportati nudi e crudi da quotidiani e tg, sono destinati ufficialmente al Parlamento e non al generico lettore. Nessuno si sogna mai di spiegare che, minacciando il governo di delocalizzare definitivamente la Fiat, Marchionne minaccia il governo di creare una situazione di instabilità sociale. O riforme, quindi, o morte!</p>



<p>Ma, ricatto a parte, il vero problema di Marchionne è un altro, e viene da ridere a pensarci. La Fiom, in fondo, è solamente un incidente di percorso, legato a un guaio più ampio e profondo determinato dalle leggi stesse del sistema di produzione alle quali risponde il capitalismo, che tanto gli è caro. Quelle stesse leggi che generano uomini come lui, ai quali un regime che si dice democratico, sempre in onore della pace sociale, deve necessariamente contrapporre un’associazione (e la Fiom è una di queste) che difenda i diritti dei lavoratori in fabbrica.</p>



<p>Nel film di Rosi,&nbsp;<em>Le mani sulla città</em>, il protagonista, un imprenditore impegnato in una speculazione edilizia criminale, in una scena memorabile rimprovera il proprio politico di riferimento (democristiano) di costringerlo, per motivi di convenienza politica, a tenere fermo il denaro. I soldi, dice, sono come i cavalli: hanno bisogno di mangiare in continuazione. Una metafora efficace per dire che un’azienda, una volta avviata, risponde a leggi che non dipendono più dalla volontà dei singoli capitalisti: 1) alla fine del ciclo di produzione e di circolazione delle merci, il risultato deve essere sempre un profitto; 2) il guadagno del capitalista matura nella fase di produzione e riguarda il salario del lavoratore.</p>



<p>È proprio quest’ultimo punto l’oggetto del contendere – dal quale dipende anche il primo, nonché l’intero impianto su cui si regge il capitalismo industriale – a cui allude Marchionne. Storicamente, il salario ha la funzione di permettere al lavoratore di mantenersi in vita secondo le necessità dettate dalle esigenze sociali del proprio tempo e, per rimanere a oggi, secondo lo stile di vita vigente nel luogo in cui vive.</p>



<p>Il problema dei capitalisti occidentali – e in particolare degli italiani, per i quali l’unico modo di competere sul mercato è mantenere basso il costo del lavoro – è il frutto di uno dei grandi paradossi del capitalismo. Per decenni, questi capitalisti hanno aumentato la produzione inondando il mercato di merci; hanno messo in piedi un sistema mediatico come mai se ne è avuti nel corso della storia, mirato a consacrare il consumo smodato di beni superflui a unico modello esistenziale, raggiungendo l’obiettivo di alzare il tenore di vita necessario; e quando ce l’hanno fatta, adeguando (con criterio, sempre attenti a non esagerare) gli stipendi alla possibilità di riacquistare da consumatori le merci che, da lavoratori, le persone producono, ecco che il mercato è diventato saturo e non è stato più in grado di smaltire il progressivo aumento della produzione che, secondo le sue stesse leggi (il famoso cavallo che sempre deve mangiare), il capitalismo pretende.</p>



<p>Così, adesso, i vari Marchionne lamentano di essere costretti a retribuire i propri dipendenti secondo il modello di vita che essi stessi hanno reso loro indispensabile per condurre una normale e placida vita borghese. Per cui uno stipendio medio dovrebbe garantire a un lavoratore non solo vitto e alloggio, come all’inizio del Novecento, ma anche la possibilità di spostarsi per recarsi al lavoro e per spendere la sera e nei fine settimana, il cellulare e tutti i suoi derivati sempre più costosi – e, pare, sempre più necessari – viaggi, qualche cena fuori casa, gli happy hour, sky e chi più ne ha più ne metta. Quello che era un circolo virtuoso per il mercato è oggi diventato vizioso per l’azienda che paga i salari.</p>



<p>C’è infatti una terza legge a cui il capitalista deve sottostare, per non ‘morire’: l’aumento dei profitti deve essere continuo e progressivo. Impresa difficile in periodi di crisi. E qui entra in gioco la seconda delle leggi, il campo di battaglia storico della lotta di classe, l’annoso tiro alla fune tra padroni e lavoratori. Sempre meno dipendenti sanno da quale fase della dinamica aziendale provenga il profitto per il proprio datore di lavoro. Il processo aziendale si sviluppa in due tappe. Si realizza attraverso la vendita della merce sul mercato commerciale, ma viene creato precedentemente, nella fase di produzione, sulle spalle del dipendente.</p>



<p>Lo stipendio, infatti, non copre in sé l’intero monte di ore lavorate, bensì solo quella parte con cui il lavoratore produce il valore necessario alla propria sussistenza, secondo, come detto sopra, le esigenze di vita dettate dalla società in cui vive. Questo significa che egli non smette di lavorare nel momento in cui si è ripagato (questo processo, grazie alla tecnologia, oggigiorno non dura più di 3/4 ore), ma per il resto della giornata lavorativa continua a produrre un valore che finisce in tasca al proprietario dell’azienda. Il fatto che buona parte degli stipendiati non sappia queste cose – detto per inciso – dimostra quanto male e in malafede abbiano lavorato in quest’ultimo ventennio i sindacati e i partiti di sinistra.</p>



<p>Ora, e qui riprendiamo Marchionne: la necessità di erodere la parte del lavoro in cui il dipendente si paga la propria sussistenza (e quindi abbassare di fatto lo stipendio facendo lavorare maggiormente il dipendente a proprio profitto), è la ragione dell’agitazione sua e della buona parte dei capitalisti italiani.</p>



<p>L’assedio ai diritti fondamentali del lavoro, che da vent’anni il padronato porta avanti senza soluzione di continuità, ha come obiettivo questa operazione di erosione. Ecco di cosa parlano i politici quando dicono ‘riforme’. Lo stesso obiettivo, mai sinceramente dichiarato e definito, per cui Napolitano, al fine di superare le oziose divisioni parlamentari e ‘democratiche’ (ovvero di eliminare definitivamente ogni forma di opposizione dal Parlamento che parli a nome dei lavoratori), ha messo al potere prima un governo tecnico, e adesso, rinunciando al proprio pensionamento, si sta dando da fare, tra un ricatto e l’altro, per mantenere in vita il cosiddetto governo di larghe intese. La scusa nobile? La crisi, il grave momento di emergenza. Da sempre, le crisi economiche sono un ottimo terreno su cui piantare la bandiera delle riforme del mercato del lavoro. E non è più un mistero che la formula preferita da politicanti e capitalisti sia l’Unipolarismo politico.</p>



<p>Nel momento in cui l’eccessiva produzione di merci esonda sul mercato fino a renderlo saturo e fatalmente incapace di riassorbirle, si crea, come si diceva, uno dei numerosi paradossi del capitalismo.</p>



<p>Si tratta di un grave problema che il sistema di produzione vigente riproduce a fasi cicliche nel corso della propria storia. È una situazione molto delicata perché se il padrone non vende le merci sulle quali ha ricaricato le ore di lavoro non retribuite pagate al dipendente, non ha la possibilità di realizzare il proprio guadagno. Viene così inevitabilmente a crearsi una situazione di stallo economico destinata a disattendere la prima e la terza legge. Messo con le spalle al muro, per non morire il padronato deve fare in modo che i profitti continuino a essere continui e costanti, e per riuscirvi non ha altra scelta che dichiarare guerra ai propri lavoratori riducendo i salari e aumentando le ore di lavoro. </p>



<p>Creare le condizioni ottimali, e legali (e quest’ultima è la parola chiave, alla faccia dei neoliberisti che predicano meno Stato), per un maggior sfruttamento, è compito dei governi. E la frequenza con cui ci riescono, è lì a dimostrare quanto fragile e aleatorio sia (per non dire illusorio) il concetto di democrazia parlamentare. Il precariato e la riforma dell’articolo 18 – che per l’appunto permettono di pagare meno e di far lavorare di più i lavoratori ricattandoli con la carota del rinnovo contrattuale – ne sono un esempio lampante. È evidente, però, che la missione distruttiva dei diritti del lavoro non sia completa, come è altrettanto chiaro che vada portata a termine senza costringere i due partiti di massa a sporcarsi le mani con operazioni impopolari di fronte al proprio elettorato. Non è difficile capire, quindi, quale sia l’obiettivo del governo delle larghe intese.</p>



<p>L’Italia è un Paese strano. Longanesi sosteneva che governare gli italiani non è difficile ma inutile (una frase, chissà perché, spesso attribuita a Mussolini). Forse c’è del vero in questa affermazione. Sicuramente il popolo italico forma un elettorato volubile e rancoroso, e ultimamente piuttosto stanco di teatrini. Va da sé che in questo i politici della sedicente seconda Repubblica, in crisi di credibilità, hanno una grossa responsabilità. Buffo è semmai notare che l’unico politico di cui si fidino davvero sia proprio Napolitano, colui che maggiormente sta contribuendo al massacro sociale.</p>



<p>Gli ultimi due anni di sospensione della democrazia sono una sua invenzione. Che stia lavorando a favore del padronato è fuori di dubbio. La sua ossessione sono la governabilità e le riforme. Napolitano si è fatto carico della crisi nella consapevolezza che essa non durerà per sempre e che ormai rimanga poco tempo per sfruttarla a dovere, secondo gli interessi di Confindustria. Gli stessi padroni del vapore sanno che egli è l’unico a godere di una robusta credibilità, agli occhi dei cittadini, e a rappresentare l’ultima possibilità di uscire dalla situazione di stallo politico.</p>



<p>Napolitano è il classico Uomo forte, una figura che tanto piace al ventre molle del Paese, tanto sognata dal padronato e che tanti danni ha creato alla storia passata dell’Italia. Oggi, proprio come accadeva per gli uomini forti del passato, i giornali sono tutti con lui. D’altro canto, si sa a quali gruppi di pressione appartenga l’informazione. E certamente, nessuno di questi parteggia per i lavoratori.</p>



<p>La costante dell’ultimo Meeting di Rimini, è stato l’auspicio bipartisan della fine della divisione in destra e sinistra della politica. Una conferma delle doti da surfista di Cacciari, oltre di quanto forte sia il desiderio da parte degli industriali di liberarsi della mediazione politica, se non mantenendola in vita con funzione di facciata. Questa esigenza di cambiare la forma curando di non mutare la sostanza – trasversale e necessaria in tempi di crisi a tutte le antiche forme di potere (e in attesa che anche la mafia si metta al passo con i tempi) – è in atto da un annetto, con un potente restyling che interessa non solo la politica, bensì tutte le poltrone di comando.</p>



<p>Ha iniziato Confindustria, mettendo al posto dell’ariete Marcegaglia un gentile emiliano, che con il popolo condivide la passione per il calcio, come Squinzi. Quindi è stata la volta del Vaticano che ha sostituito, dopo averlo seppellito sotto un monte di guai, il ringhioso Ratzinger, con il paterno sorriso di Bergoglio. E ha chiuso il cerchio Napolitano inventando la necessità di un governo delle larghe intese, ricostruendo di fatto le macerie parlamentari lasciate dal cinico Monti e dalla sua armata di tecnici.</p>



<p>A questa bisogna il volto anonimo di Letta era l’ideale, essendo l’unico ancora non coinvolto ufficialmente nell’agone degli scontri elettorali, e per questo credibile in un ruolo di salvatore della patria. Fedele alla linea, infatti, questi ha, per prima cosa, definito il proprio come un “governo di servizio”. Anche se non è specificato a servizio di quale tavolo: certo è che stia lavorando in un ristorante di lusso.</p>



<p>Il fido Letta, a ogni modo, sta agendo con solerzia per salvare il Paese e, allo stesso tempo, per restaurare la facciata del Pd in grave crisi di identità, tentando di seguire la linea tracciata da Veltroni all’epoca della sua candidatura contro Berlusconi. In altri ambienti più ‘vivaci’ la chiamerebbero la prova del sangue. Dimostrare cioè, nel caso specifico della politica politicante di centrosinistra, la propria affidabilità come partito di governo agli occhi dei padroni del vapore. Il che significa sganciarsi in maniera netta e ufficiale dal sindacato, riuscire a mettere in piedi un modello di Parlamento unipolare e garantire finalmente quella governabilità al Paese, dopo la quale Napolitano potrà godersi la meritata pensione.</p>



<p>Se poi gli eccessivi costi della politica saranno ancora un problema, potrebbe essere utile una riforma che avrebbe, per una volta nella storia dei lavori parlamentari, il pregio della sincerità: privatizzare il Parlamento. È sicuro che i capitalisti troverebbero la maniera più efficace di tagliarli. In fondo, anche la creazione del Parlamento europeo è stata un’efficace forma di outsourcing.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. A. Piccinini, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/fiat-democrazia-e-costituzione/" data-type="post" data-id="1608" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fiat, democrazia e Costituzione</a></em>, Paginauno n. 34/2013</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il teatrino di Stato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-teatrino-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 09:40:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Ricatti morali, profeti etici, violenza simbolica e ‘spirito di sacrificio’ nella rielezione di Napolitano]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-33-giugno-settembre-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 33, giugno &#8211; settembre 2013)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ricatti morali, profeti etici, violenza simbolica e ‘spirito di sacrificio’ nella rielezione di Napolitano</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Malgrado la solennità con cui è stata presentata, la rielezione di Giorgio Napolitano, alla fine dei conti, non può che apparire per quello che è: un giochino ben orchestrato. Una lunga narrazione iniziata con le ripetute dichiarazioni del protagonista di non avere alcuna intenzione di accettare una sua ricandidatura alla presidenza, e conclusa con la cerimonia ufficiale del suo rinnovato giuramento di fedeltà alla nazione. Se è vero che la realtà è ciò che rimane una volta sfrondato l’intero impianto simbolico, di reale in questa vicenda resta ben poco: il vuoto politico degli ultimi vent’anni, la malafede dei suoi attori, il congelamento del Movimento 5 stelle e l’autodafé politico, definitivo, del Pd, esemplificato dall’insediamento del governo Letta in stretta complicità con Berlusconi. </p>



<p>Occorre ammettere, a giochi conclusi, che desta sempre una certa impressione notare l’impatto positivo sui cittadini che riesce a ottenere la solennità di un atto ufficiale di Stato. Il Parlamento gremito, le telecamere, la diretta televisiva, gli stralci dei discorsi trasmessi nei telegiornali; la capacità che ha tutto questo di creare un consenso acritico, totalmente pre-razionale, nei suoi spettatori.</p>



<p>Forse qualcos’altro di reale, una volta strappate le erbacce simboliche, c’è. Ed è la rimozione. La rielezione a presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, e la maniera con cui è stata celebrata – un contesto ad alta tensione drammatica e con un portato emotivo costruito ad arte – appaiono un luminoso esempio della potente capacità delle forze istituzionali di azzerare il passato, anche il più torbido. Potenza della retorica dell’ufficialità, delle vuote parole virtuose pronunciate nel nome di una moralità e di chissà quale fonte di purezza di natura quasi metafisica, teologica.<br>Da un’ora all’altra, un’incarnazione delle istituzioni – derise, queste ultime, bistrattate, considerate ormai impresentabili solo fino al giorno prima – è in grado di compiere il miracolo, ed ecco che l’acqua sporca viene trasformata in aceto spacciato per vino.</p>



<p>Vengono in mente le parole di Leonardo Sciascia e il suo romanzo <em>Il contesto</em>. Parlando dell’inesistenza dell’errore giudiziario, a un certo punto il presidente della Corte Suprema, il giudice Riches, dimostra all’attonito ispettore di polizia Rogas, il rapporto mistico che lega il giudice al prete, partendo dal mistero della transustanziazione durante la messa: dal momento in cui il pane e il vino diventano corpo, sangue e anima di Cristo.<br>“Il sacerdote può anch’essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore, ma nel momento in cui celebra, non più”.</p>



<p>Anche al presidente Napolitano, il miracolo della rimozione delle colpe (equivalente politico del mistero religioso) è perfettamente riuscito. In una sola celebrazione, ha fatto dimenticare agli italiani: che da due anni non sono governati da un governo regolarmente eletto (e che per altri anni non ne avranno); la sua responsabilità per avere messo al potere un uomo come Monti, a fedele servizio del più feroce neoliberismo; la torbida vicenda delle sue intercettazioni telefoniche con Nicola Mancino, legate all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, distrutte il giorno stesso del rinnovo del suo giuramento; la pagliacciata dei dieci saggi. In aggiunta, è riuscito a congelare, se non proprio rimuovere, la rabbia popolare di fronte allo spettacolo dello schifo politico, in cartellone da decenni, attraverso la sua reprimenda ufficiale, paterna, teatrale. Un successo di pubblico e di critica a dimostrare quanto ancora gli italiani amino le melodie sentimentali. Basta appellarsi alla fede, e quando non basta, alla pura creduloneria.</p>



<p>Ma si parlava di giochino ben orchestrato. E anche di un certo cinismo, dal momento che il giochino è stato interamente costruito sul ricatto morale, cavalcando così uno dei capisaldi del cattolicesimo: lo spirito di sacrificio. Per via dell’età, Napolitano era senza dubbio l’uomo giusto. ‘Costringerlo’ a ritornare malgrado la sua volontà, dopo che ripetutamente aveva detto di non sentirsela per ragioni anagrafiche, è indubbiamente apparso agli italiani come una violenza inaccettabile. Una dinamica emotiva che ha contribuito a rimuovere (ancora questo verbo) dalla loro percezione la violenza che in realtà essi stessi stavano subendo.</p>



<p>Secondo Pierre Bourdieu, lo Stato non è solo, come sosteneva Weber, il luogo in cui si concentra il monopolio della violenza legittima, ma è anche il punto in cui la violenza fisica e quella simbolica s’incontrano e s’intrecciano. Ed è proprio l’assunzione del monopolio di quest’ultima a legittimare, nella testa dei cittadini, l’uso della violenza fisica. È grazie all’insinuazione pressoché occulta di tale forma di oppressione, che lo Stato riesce a ottenere il consenso, l’adesione ai principi fondamentali dell’ordine sociale. In un altro Paese basterebbe questo, ma da noi, visto il livello di corruzione e di inettitudine dei politici, occorre l’additivo mediatico del sentimentalismo.</p>



<p>Sta di fatto che ha funzionato. Legittimato dal proprio sacrificio, quando Napolitano ha dichiarato senza mezzi termini di pretendere maggiore responsabilità dalle parti politiche – e, qualora questa non fosse arrivata, di trarne le conseguenze di fronte al Paese – è stato chiaro che stava arrivando una minaccia ancor più ferale dello spread. Un ricatto morale talmente vincolante che immediatamente è stato prontamente cavalcato con successo da Berlusconi che su quel ricatto ha montato il proprio, di far saltare il governo se lui non otterrà quello che vuole.</p>



<p>L’impianto retorico del discorso di Napolitano è stato ben costruito. Prima di arrivare al punto politico, ovvero alla ennesima fumosa richiesta delle famigerate riforme, si è appellato agli italiani, ma venendo meno alla consueta prosopopea di cui i discorsi ufficiali si ammantano; non ha, cioè, evocato (almeno all’inizio) quelle realtà che all’atto pratico brillano per la loro vuotezza, a cui in genere si appellano i discorsi ufficiali: gli Italiani, la Patria, la Nazione, i Cittadini… O meglio, lo ha fatto ma rifornendole di un corpo, di un ambiente, di un peso romanzesco, quindi: narrativo.<br>“[…] È un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso […] e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso le istituzioni che rappresentavo, tra grandi masse di cittadini, di italiani, uomini e donne di ogni età e di ogni regione, a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale”. Bello, se non fosse che da venticinque anni la parola ‘unità nazionale’ va ben oltre la frase fatta, soprattutto quando è evocata dalla politica. E il fatto che appaia in un periodo di crisi economica, politica e culturale, in quel luogo, da quella persona, ovvero dal migliorista per eccellenza, da un uomo proveniente dalla destra del Pci e che dalla morte di Berlinguer in poi ha fatto di tutto per annientare il pensiero di sinistra e la politica in difesa dei lavoratori; il fatto che la formuletta ‘unità nazionale’ appaia in tale spettrale contesto, non può che mettere in allarme qualunque persona che lavori in cambio di uno stipendio.</p>



<p>Che cosa significa “rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale”? Si tratta di una delle tante frasi tipiche dei grandi discorsi, i quali solo apparentemente cadono sulle teste da una dimensione neutrale, e che, al contrario, parlano alle forze politiche e ai poteri economici (che agiscono come un sol uomo), e, al contempo, si indirizzano al cittadino elettore. Per i primi, la bella frase significa continuare con: la riforma costituzionale, il risanamento della finanza pubblica, il risanamento del debito pubblico, lo sviluppo, l’Europa, la defiscalizzazione, l’aumento della flessibilità, la politica industriale moderna, le privatizzazioni, il patto di fiducia, il mercato unico, i finanziamenti alle missioni di pace…</p>



<p>Al secondo, invece, intima di sospendere per un attimo la faziosità, di lasciare da parte le aspettative politiche di una difesa dei suoi interessi, e di sottomettersi alle esigenze collettive. Sarebbe a dire, di accettare il governo delle larghe intese che verrà, perché il momento difficile lo richiede, così come richiede sacrifici e pazienza.</p>



<p>Max Weber, nel suo <em>Economia e società</em>, definiva ‘Profeti etici’ quegli uomini che, investiti dell’ufficialità – e quella di Napolitano è la più alta forma dell’ufficialità di Stato – ricevono dalla comunità la missione di parlare a nome di tutta una nazione e delle varie forze politiche. Questi personaggi appaiono – con la propria autorità e con quelle vesti regali piene di nobiltà che i media di palazzo cuciono loro addosso sin dal momento dell’investitura – quando gli strappi tra le forze politiche si fanno troppo larghi per poter essere riparati; quando, cioè, la finzione dell’opposizione democratica, messa in scena dai partiti per blandire ognuno il proprio elettorato – necessaria per rendere credibile il Parlamento e la sua funzione di rappresentanza delle varie parti sociali del Paese – ha raggiunto un livello tale di menzogna da non poter più essere rinnegata nei fatti: pena la perdita del proprio patrimonio di voti.</p>



<p>In sostanza, è quanto sta accadendo al Pd che, da questo punto di vista, ha toccato il punto di non ritorno. Se oggi le forze politiche sono state costrette a mettere in scena il teatrino della rielezione di Napolitano, lo si deve in gran parte alla difficoltà vissuta dal centro-sinistra di tenere insieme la propria storia con le nuove scelte politiche. Da questa contraddizione insanabile deriva l’incessante e sfinente ricerca di un’identità da parte di un partito gestito da dirigenti opportunisti e ipocriti che da trent’anni, dalla svolta della Bolognina in poi, tentano di tenere insieme la scelta di allearsi politicamente con Confindustria e con il potere finanziario, con la pretesa di non dilapidare la poderosa massa di manovra, costituita dal proprio elettorato (che ancora conta un 23%), ereditata dal vecchio Pci. Peccato che delle ragioni che stavano alla base dell’esistenza stessa del vecchio Pci – difesa dei diritti lavorativi e dei beni sociali – niente è rimasto vivo.</p>



<p>Arrivano così, oggi, fatalmente al pettine, i nodi di questo atteggiamento che – e può ben essere assunto a simbolo di una deriva – ancora viene portato avanti da Enrico Letta, nel momento in cui, all’assemblea del Pd, insistendo nell’ipocrisia, dice: “Questo non è il governo per cui ho lottato, non è il mio governo ideale e nemmeno il presidente del Consiglio ideale”. Fingendo che un governo che si rappresenta come l’equilibrio di svariati interessi privatistici, in continuità con la squadra di Monti, sia stata la realizzazione di un obbligo, e non il risultato di un progetto inconfessabile. E com’è d’uso, anche questo Profeta etico, per quanto minore, si esprime attraverso la retorica virtuosa del sacrificio, dovuto, anche per lui inevitabile. Quasi a elevarsi a esempio morale a giustificazione dei sacrifici – quelli sì, autentici – che vivono e continueranno a vivere i lavoratori italiani. E nel farlo, i dirigenti del Pd insistono con l’ipocrisia, come se l’unica scelta da giustificare fosse la formazione di un esecutivo con Berlusconi.</p>



<p>Ma qui non si tratta solo di rendere conto di una decisione difficilmente digeribile alludendo alla gravità del momento. In fondo dall’inizio del bipolarismo, il centro-sinistra ha mostrato senza più possibilità di equivoco che l’opposizione alla destra è solamente una facciata; e che l’antiberlusconismo dei vent’anni che sono seguiti, è servito solamente a velare l’abbraccio alle politiche neoliberiste. Ormai si tratta di altro.<br>La solare ipocrisia dimostrata dopo l’insediamento di Enrico Letta, anche piuttosto ingenua, è più grave perché va a intaccare in profondità la fiducia degli elettori. E lo fa per un paio di ragioni ben più importanti.</p>



<p>Innanzi tutto perché rinnova la pessima abitudine di negare nei fatti il programma elettorale con cui ogni volta ci si presenta alle elezioni. E poi dimostra un altro atteggiamento inaccettabile perché legato a un bieco opportunismo politico, non dissimile da quello in genere attribuito alla destra.<br>Non ha fatto certo una buona impressione, infatti, il modo con cui il Pd ha scaricato senza indugi l’alleato Vendola, grazie ai cui voti ha potuto presentarsi da Napolitano, per quanto inutilmente (l’attuale presidente della Repubblica non ha mai dato l’impressione di gradire un esecutivo di centro-sinistra con alleanze a sinistra), come primo partito emerso dalla contesa elettorale. Un’alleanza che pure al leader di Sel è costata un consistente travaso di consensi, e che adesso, scaricato, lo costringerà a recuperare terreno nei confronti di chi gli aveva tolto la fiducia disertando le urne o buttandosi in braccio a Grillo. </p>



<p>La lunga e appassionata sfuriata televisiva dell’appiedato Vendola, il giorno dell’assemblea del Pd, è stata emblematica del suo livello di frustrazione, e ha fatto tornare alla mente i richiami della risicata compagine della cosiddetta sinistra radicale quando gli chiedeva, in piena campagna elettorale, cosa ci facesse insieme al Pd. Adesso la risposta è arrivata!</p>



<p>Difficile quindi pensare a una maniera più efficace per tracciare un’enorme distanza tra il partito e i suoi sostenitori. Chissà se con quest’ultima mossa il Pd si è definitivamente giocato la testa, o se l’attuale scontro interno tra fazioni riuscirà a ridare speranza e fiducia in una improbabile marcia indietro al suo popolo.</p>



<p>Certo è che le due maschere indossate negli ultimi trent’anni dagli attuali dirigenti – neoliberista nei fatti, socialdemocratica in campagna elettorale – per abbindolarlo, sono la vera causa dello stallo politico di oggi nonché l’origine e la ragione del teatrino di Stato di cui Napolitano è stato primo attore. Troppe volte la paura di una vittoria di Berlusconi ha indotto la gente di sinistra a votare turandosi il naso, per poi troppe volte scoprire di essere stata presa in giro. E l’impressione era che la ripetizione di questa dinamica, una volta di più, sarebbe stata fatale al centro-sinistra.</p>



<p>Perché ciò non accadesse, è stato riesumato Giorgio Napolitano. E così, il Profeta etico, con la pompa magna che lo precede, è sceso a mettere a posto le cose. Ha ristabilito l’ordine dei valori supremi coprendo per un giorno di più la realtà delle cose e mantenendo inalterato il sistema.<br>Sarà stato anche un gesto disperato (e non sarà l’ultimo), ma indispensabile perché la politica uscisse dallo stallo senza dare l’impressione di avere sollevato il dito medio in faccia agli italiani. Perché questi ultimi continuassero a credere nel supremo valore democratico del voto.</p>
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		<title>Nel nome della Governabilità</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/nel-nome-della-governabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 09:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[governabilità]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal fascismo al neoliberismo, le imposture storiche e politiche che si celano dietro il concetto di ingovernabilità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-32-aprile-maggio-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 32, aprile &#8211; maggio 2013)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dal fascismo al neoliberismo, le imposture storiche e politiche che si celano dietro il concetto di ingovernabilità</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">E così, dopo la nuova tornata elettorale, riecco sulle bocche di media e politica la parola ‘Ingovernabilità’. Questa sarebbe secondo loro la disgrazia del Paese. La Governabilità, che la politica auspica sin dalla notte dei tempi, è un oggetto misterioso. Che cosa intenda chi, al potere, la pronuncia, non è mai spiegato con sincerità. Possiamo dire che, espressa in una feroce sintesi di governo, cosa questa comporti all’atto pratico gli italiani lo hanno sperimentato con Mario Monti: un’amministrazione fortemente connotata a destra che, in perfetto accordo con i dettami neoliberisti, preveda, attraverso lo smantellamento del welfare state, una macelleria sociale, nonché la messa al bando di qualunque protezione legislativa per i lavoratori. Nello specifico: risanare le banche con soldi pubblici, tassare i ceti medio-bassi e votare la legge Fornero con l’allegro avallo di Berlusconi e Bersani, il quale, quest’ultimo, è in seguito tornato in campagna elettorale con la vecchia maschera, proponendosi come forza di sinistra, chiamando come fideiussore di fronte al proprio elettorato il mite Vendola. Anche questa è Governabilità e comporta dei premi per i propri attori. </p>



<p>Lo stesso Vendola, oggi, accettando di allearsi con il Pd che ha fatto da stampella al governo Monti, in realtà viene a raccogliere un premio per il lavoro sporco fatto ai tempi della candidatura di Veltroni, nel momento in cui questi, nel 2008, aveva deciso di correre da solo – ovvero senza Rifondazione comunista – rimanendo trombato – il che era scritto sulla tabula rasa del suo vuoto politico – ma raggiungendo l’obiettivo di rendersi presentabile agli occhi di Confindustria. Contropartita del premio che oggi Vendola vorrebbe riscuotere entrando in Parlamento, è stato il suo distacco da Rifondazione comunista, per eliminare dal panorama politico ufficiale l’unica voce in rappresentanza dei lavoratori. Un magro bottino che gli piove dall’alto, dato che in risposta il suo elettorato lo ha punito, abbandonandolo al suo destino di traditore.</p>



<p>Queste manovre, allora come oggi vengono messe in atto ponendo ai piedi del Totem neoliberista le teste, mozzate e disposte in fila, dei lavoratori italiani salariati, precari o meno. Il lugubre pianto di Moody’s alzato verso il cielo italiano, per la paura che da noi si blocchino le <em>riforme</em>, parla di questo: del sogno tirannico dei capitani d’industria e dei Tycoon della finanza.</p>



<p>Governabilità. Il portato di questo termine racconta di una lunga storia fatta di compromessi, di finti riformismi (meglio dire auto-riformismi, trattandosi sempre di una dialettica interna agli interessi del padronato) e di trasformismi parlamentari; traffici nei quali la sinistra l’ha sempre fatta da protagonista. A questo proposito, per iniziare il discorso, occorre sfatare un luogo comune: l’idea che Berlusconi abbia governato per vent’anni, ovvero sin dall’inizio della sedicente Seconda Repubblica. Tutti gli anni Novanta, in realtà, tra governi tecnici e governi Amato, Ciampi, fino al quinquennio Prodo-D’Alemiano, sono stati in mano al centro-sinistra. Un decennio in cui, caduto l’impero sovietico, sono stati avviati le privatizzazioni, il federalismo, lo smantellamento del welfare state, il precariato lavorativo, la tassazione selvaggia, è stato bombardato il Kosovo e introdotto in pianta stabile il concetto di guerra giusta e di missione di pace. L’Italia di oggi, senza soldi, sottopagata, sfrattata, senza lavoro, assediata e colpita casa per casa dal racket di Stato è nata lì. Con la morte del pensiero di sinistra e la consegna chiavi in mano nelle mani di un potere economico e finanziario senza più freni.</p>



<p>“E adesso: governabilità e riforme!” tuonava, sempre nel 2008, il presidente della Repubblica Napolitano, dopo l’elezione di Berlusconi. E intanto, per dare il buon esempio su cosa intendesse dire, come primo gesto di buona volontà firmava a tempo di record l’incostituzionale Lodo Alfano, per sottrarre il Cavaliere ai vari processi.</p>



<p>Il principio primo del termine Governabilità include due imposture, accettate ormai da ogni italiano di buon senso, educato ad ascoltare i ripetitori dell’informazione ufficiale, che vuole, da una parte, la produzione capitalistica come finalizzata alla soddisfazione dei bisogni umani, invece che al profitto privato; e, dall’altra, canta la filastrocca di uno Stato imparziale, neutrale, con il compito di mediare tra gli interessi del Capitale e quelli dei lavoratori. Cosa non vera, perché lo Stato altro non è che un pupazzo in mano a un ventriloquo.</p>



<p>Eppure, per un curioso spostamento irrazionale del senso, gli italiani, pur sapendo che di imposture si tratta, mostrano di credere a entrambe le favole recandosi in massa alle urne, con entusiasmo rinnovato, a ogni tornata elettorale, convinti che in gioco ci sia la possibilità di migliorare le cose per sé. Non creano il collegamento logico, come a dire: basta la parola nuda e cruda (come per il confetto Falqui), senza pensare che la parola non è solo un suono bensì un significante. Senza pensare che il potere economico non ha paura del voto perché ha in mano il monopolio elettorale.</p>



<p>Storicamente, la parola Governabilità coincide con le peggiori brutture politiche che il potere economico ha di volta in volta chiamato a governare il proprio interesse privato. La più nota di tutte è stata il fascismo. Un argomento su cui l’ipocrisia regna sovrana ancora oggi.</p>



<p>La battuta di Berlusconi su Mussolini rilasciata in pieno Giorno della memoria, durante i giochi pirici della campagna elettorale, risuona ancora nella memoria di tutti. Difficile capire quando il personaggio parli da imprenditore o da politico; è probabile che quando tocca il tema del fascismo in lui prevalga la coscienza del primo più che del secondo, ma, come dice il detto: ci sono menzogne in paradiso e verità all’inferno. L’ipocrisia per una volta, infatti, non riguarda lui, bensì le risposte cariche d’indignazione degli altri politici che fingono oltre ogni ritegno, a copertura della verità storica, che il fascismo sia stato esclusivamente una vergogna politica e non l’abito con cui il potere economico ha rivestito i propri interessi privati.</p>



<p>Scartabellando tra le pagine della storia, emergono i soliti nomi tra i finanziatori e i beneficiari dell’operato di Mussolini; i soliti grandi trust che, pur di realizzare profitti altissimi, non si fanno scrupoli: Ilva, Ansaldo, Montecatini, Fiat ecc. che, al termine della prima guerra mondiale, hanno ottenuto dallo Stato commesse, esenzioni fiscali, premi di produzione, sovvenzioni, arrivando così a creare una compenetrazione tra capitale economico-finanziario e Stato che diverrà il fattore principale della crisi di allora e la molla più potente del fascismo e della sua politica. Nel nome della Governabilità, il fascismo ha provveduto senza indugi a distruggere quarant’anni di conquiste proletarie (o dei lavoratori, per usare una parola meno connotata politicamente, tanto il concetto è chiaro). È stata la messa al potere di una forma politica dittatoriale, la risposta degli industriali al biennio rosso.</p>



<p>La storia ha la virtù della chiarezza, e aiuta, nell’ottica di un’analisi di quanto accade ancora oggi, a mostrare quanto sia importante andare oltre la crudeltà (che indubbiamente c’è stata) della dittatura e focalizzarsi su chi da sempre, senza soluzione di continuità, detiene realmente i fili del potere. Oggi il fascismo non ha più ragione d’essere, perché – al contrario di allora – non esiste più un partito in grado di canalizzare su di sé, nell’agone parlamentare, la spinta delle richieste di riconoscimento di una dignità economica da parte dei lavoratori salariati. Oggi il malcontento muore nel silenzio politico e nell’impossibilità, costruita attraverso l’abbattimento legislativo di ogni diritto, dei lavoratori di organizzare una protesta. Oggi che non esiste più un vero partito di opposizione di massa, capace di proporre un’alternativa al sistema di produzione capitalistico e di farsi portatore degli interessi dei lavoratori, lo squadrismo ha un’altra struttura, e invece del manganello e dei coltelli, usa altre minacce che si chiamano delocalizzazione, patto di stabilità, spread e tutte le varie forme di speculazione finanziaria, precariato, frammentazione dei contratti lavorativi, casa di proprietà e prestiti al consumo. </p>



<p>Cambia quindi la politica, ma non cambiano i parassiti dell’economia e della finanza, nei panni delle nuove generazioni di capitani d’industria. Da questo punto di vista, gli Shylock italiani non hanno mai abdicato al fascismo, perché non hanno cambiato la concezione della loro società modello, basata sullo sfruttamento senza limiti del lavoratore. Ed è lì da vedere.</p>



<p>La crisi ha portato il Capitale alle consuete, drastiche soluzioni per mantenere inalterati gli alti profitti. Il nuovo modello di organizzazione del lavoro ha avuto la funzione di aumentare le ore e l’intensità della giornata lavorativa – basti ricordare la guerra di Marchionne contro la Fiom per ridurre i tempi di pausa degli operai – abbassare drasticamente i salari a seguito delle ristrutturazioni e delle molteplici fusioni aziendali, abbattere il welfare state, precarizzare il mondo del lavoro, obbligare molti lavoratori, un tempo assunti, a passare alla partita Iva e a vivere sotto ricatto a seguito dell’ingresso di milioni di lavoratori stranieri a basso costo nel mercato mondiale del lavoro che ha reso pressoché nulla la possibilità di negoziazione delle organizzazioni sindacali a cui i lavoratori fanno capo. Sono queste le riforme, ancora non del tutto concluse, che l’Europa chiede all’Italia a gran voce. Il che suona strano, nel momento in cui, durante i primi giorni della crisi, hanno fatto apparire l’esplosione della bolla finanziaria come la causa prima. Ma se davvero così fosse, perché andare a smantellare i diritti dei lavoratori? Perché votare la&nbsp;<em>riforma Barnum</em>&nbsp;della Fornero e non una regolamentazione legislativa contro la speculazione in borsa (1)? Perché insistere sulle privatizzazioni, il cui obiettivo consiste nell’iniettare nuova linfa vitale negli stessi meccanismi finanziari (2)?</p>



<p>L’impoverimento, tuttavia, non ha portato a una presa di coscienza dei lavoratori. Ancora oggi troppi non sanno che la loro giornata lavorativa, il loro salario, è ripagato dal loro lavoro durante le prime tre, quattro ore di impiego e che il rimanente del tempo lavorativo, straordinari compresi (quando vengono retribuiti, il che sembra essere un valore aggiunto) lo intasca il datore di lavoro. Troppi pensano ancora che il guadagno del padrone sia nella vendita nella merce e non sulla parte di lavoro non retribuito. La ragione di questa forma d’ignoranza, che, fino agli anni Ottanta era persino un luogo comune per gli operai – tanto che l’assioma dominante era che il padrone fosse un ladro (di salario, appunto) – dipende dal fatto che in nome della Governabilità, nessun politico di sinistra ha interesse a spiegarlo al proprio elettorato.</p>



<p>Nemmeno i sindacati. Nessuno più parla del plusvalore e di cosa questa parola significhi, da dove provenga il guadagno del datore di lavoro. Persino uno come Vendola, che si accredita come uomo di sinistra, in un’intervista, parlando dei licenziamenti senza giusta causa, è riuscito, in una delle sue numerose canzoni sentimentali, a contestare l’ingiustizia perpetuata dalla legge nel momento in cui costringe il lavoratore ad accettare una buona uscita invece che obbligare il padrone alla riassunzione.</p>



<p>“È così che il lavoro diventa merce” è stato il suo acuto finale, dimentico, o fingendo di dimenticare, che la forza lavoro è la merce acquistata dal capitalista, e non solo quando si licenzia il lavoratore pagandogli la buona uscita. È triste accorgersi che un politico non riesca a esprimere un concetto che rappresenta l’ABC del pensiero di sinistra.</p>



<p>In questi ultimi tempi, un’altra favola viene raccontata all’elettorato. I politici e i media, in attesa, questi ultimi, di convertirsi, in un futuro nemmeno troppo remoto, al grillismo, vogliono far credere che la Governabilità sia messa in crisi dalla ‘rivoluzione’ di Beppe Grillo. L’unica vera costatazione è il suo successo popolare, di massa; il fatto che sia riuscito a canalizzare, lungo la via elettorale, il malcontento del ceto medio nella sua componente meno politicizzata. Secondo quest’ottica, non è sbagliato paragonare la sua ascesa a quella intrapresa vent’anni fa dalla Lega Nord. </p>



<p>Anche allora, un fenomeno iniziato sotto traccia come quello leghista era stato in un primo momento boicottato dall’informazione ufficiale, fino a quando la televisione, durante i giorni dell’esplosione di Mani pulite, ha cominciato a dargli visibilità. Anche allora, come oggi, si parlava in maniera critica di fenomeno di rottura, poi si è compreso che si era davanti all’esatto contrario: a un anno dal crollo dell’Unione sovietica, il potere economico aveva compreso che il teatrino democratico, strozzato dalle inchieste, doveva essere smantellato secondo la logica del Gattopardo.</p>



<p>Cambiare la forma perché nulla mutasse nella sostanza, significava fare piazza pulita in Parlamento dei vecchi politici implicati nelle indagini giudiziarie, introdurre facce nuove e nuovi partiti; significava che, in piena riorganizzazione aziendale, e dopo lo storico fallimento del comunismo, come esemplificato dall’implosione dell’Unione sovietica, le priorità sociali erano diventate due, e nessuna delle due contemplava una difesa dei lavori, destinati, da lì in poi, a finire in mare in pasto ai pesci. </p>



<p>Primo: dare un’idea di pulizia in Camera e Senato dalle scorie residue dei politici entrati nelle inchieste di Tangentopoli, uno spettacolare colpo di ramazza che desse l’impressione di abbattere la Casta, e inserire un partito che si facesse carico degli artigiani e gli industriali legati alla piccola proprietà privata – fino a quel momento dimenticati dal Parlamento – che avevano raggiunto il benessere grazie all’accantonamento di plusvalore, e che in quel passaggio di crisi economica (sempre lei!) avevano paura di esserne deprivati; e, secondo, spostare l’asse del conflitto sociale da verticale (Capitale/lavoro) a orizzontale (lavoratore del privato/lavoratore del pubblico, e lavoratore italiano/lavoratore straniero).</p>



<p>La Lega ottemperava perfettamente a entrambe le necessità, e visto che sullo spirito capitalistico di Berlusconi non c’erano dubbi, la Governabilità non poteva che essere affidata a questo nuovo nascente partito di destra, pulito da un punto di vista giudiziario.</p>



<p>Alla luce di corsi e ricorsi storici e di quanto espresso nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, è assurdo pensare che, politici trombati a parte, qualcuno possa avere paura del Movimento 5 stelle. Vale forse per il potere politico, non solo per i politici trombati, legato ad antiche tradizioni partitiche, per quanto già oggi degradati a biechi comitati d’affari. Ma non vale per il potere economico-finanziario. Al contrario, vista la portata della nuova ondata di inchieste giudiziarie che ha investito la politica, una bella ripulita in Parlamento (come avvenuto nel 1992) con l’ingresso di teste vergini, di cervelli ancora tutti da coltivare, non può che fargli un favore.</p>



<p>Non bisogna dimenticare che i partiti sono la compagnia stabile i cui attori recitano da decenni nella commedia (quando, come negli ultimi trent’anni, non recitano nella farsa) democratica. E la facciata parlamentare ha senso finché resta credibile come luogo d’azione mimetico dei capitani d’industria. In tal senso, l’attacco agli sprechi del Parlamento, l’attacco alla Casta – che già Montezemolo, a capo della pattuglia dei giornalisti del Corsera, aveva mosso all’epoca del governo Prodi per farlo cadere – di cui Beppe Grillo oggi si fa portatore, è perfettamente funzionale a questo obiettivo.</p>



<p>Diverso sarebbe denunciare i politici di essere ‘al soldo’ di Confindustria, di avere in questo modo abbandonato i lavoratori salariati al loro destino, lasciandoli senza un riferimento politico parlamentare, costringendoli a vagare di porta in porta in cerca di lavoro, facendo tentata vendita delle loro braccia e dei loro cervelli, costringendoli alla disoccupazione e tassandoli a sangue in nome della Governabilità del potere economico. Peccato che questo sembri essere quanto di più lontano dalla testa dei veri promotori della ‘rivoluzione grillina’ – dei quali i numerosi parlamentari entrati a Palazzo rappresentano i nuovi burattini politici appena usciti dalle officine del potere economico – che sono Gianroberto Casaleggio e, ancora di più, Enrico Sassoon (3).</p>



<p>Anche se grande è la confusione sotto il cielo, quindi, purtroppo, la situazione è tutt’altro che eccellente. Confindustria non ha ancora il modello di Governabilità che si auspica, ma ci arriverà presto. Molto presto. E gli italiani smetteranno di ridere.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. B. Laudi e M. Vaggi,<em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-riforma-barnum-del-ministro-fornero/" data-type="post" data-id="2528" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> La riforma Barnum del ministro Fornero</a></em>, Paginauno n. 29/2012</p>



<p class="has-small-font-size">(2) Cfr. G. Cracco,<em> Privatizzazioni: il Sabba della finanza</em>, Paginauno n. 27/2012</p>



<p class="has-small-font-size">(3) Cfr. G. Cracco, <em>Partito 5 stelle: la post ideologia del Capitale</em>, Paginauno n. 32/2013</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta (parte 3/3)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-3-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 13:20:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2572</guid>

					<description><![CDATA[Gli anni Ottanta e la corruzione: la complicità di banche e imprese di Stato nel giro dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-31-febbraio-marzo-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 31, febbraio &#8211; marzo 2013)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli anni Ottanta e la corruzione: la complicità di banche e imprese di Stato nel&nbsp;<em>giro</em>&nbsp;dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca</p>
</blockquote>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/" data-type="post" data-id="2568" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la prima parte dell&#8217;articolo</a></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-2-3/" data-type="post" data-id="2570" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la seconda parte dell&#8217;articolo</a></p>



<p class="has-drop-cap">Scrittore e informatore decidono di mangiare al bar del Pio Albergo Trivulzio. Mentre aspettano i panini, l’informatore dice di aver saputo che hanno ristrutturato il reparto, «quello di cui ti ho parlato la prima volta che ci siamo visti. Cessi rotti e via dicendo, quello per poveri cristi, ricordi? Beh,» prosegue, e sposta la sedia avvicinandosi al suo interlocutore, «vuoi sapere chi ha pagato per ristrutturarlo?» Lo scrittore somma uno più uno e annuisce divertito. Proprio lui, dice l’informatore: l’uomo più odiato dagli italiani. E aggiunge: «Io non l’ho mai potuto soffrire; e mica da oggi, sin dai tempi di Craxi. Bada bene, è un’informazione indiretta, me l’hanno riferita altri che lavorano qui dentro. Per cui, trattala con le pinze. Ha dato una caterva di soldi, dopo la morte della madre; divisi in due blocchi. I lavori li ha fatti chi voleva lui, naturalmente, ma questo è un dettaglio. E sai perché ha donato tutti quei soldi? Perché tutti i vecchi che vengono qui dentro devono avere lo stesso trattamento di sua madre, la stessa dignità di fronte alla morte.»</p>



<p>Lo scrittore abbassa la testa sul bicchiere di vinaccio che hanno ordinato per indorare i panini. Ricorda una battuta raccolta di volata dentro un carcere di massima sicurezza: “Ci sono menzogne in Paradiso e verità all’Inferno”. Quindi recupera il discorso: «L’ultima volta eravamo rimasti al tuo ingresso nel giro delle aste.»<br>«Cosa vuoi sapere?»<br>«Se guadagnavi bene, tanto per cominciare.»<br>L’ironia spunta nella smorfia dell’informatore: «Soldi, soldi… Non si trattava solamente di quello. Anche, ma non valeva per tutto quello che facevi. A volte, semplicemente, ti mettevi a disposizione.» Si porta il bicchiere alle labbra, quindi lo riappoggia sul tavolo e sorride: «Qualcosina, ma niente rispetto ai guadagni sui lavori che ci arrivavano dal giro dei fallimenti.» E aggiunge che il cuore del business era Milano. Molto più che Roma.</p>



<p>«Io ero dentro un giro potentissimo che vantava il presidente di una famosa banca e un altro che ricopriva incarichi al vertice di grandi aziende controllate da un importante gruppo italiano. I nomi ormai li sai, ma te li tieni per te. Comunque, ti faccio un esempio tra i tanti che mi sono capitati per le mani. Era il Residence dei… naturalmente non ti dico il vero nome, se no risalgono subito a me. Diciamo: il Residence dei figli di Gesù Bambino, va bene? Nel paese tal dei tali. Questo era il giro: un costruttore falliva e la sua pratica finiva nelle mani del curatore fallimentare. All’epoca lavoravamo con un ragioniere (di cui non puoi, non devi scrivere il nome, ribadisce fissando lo scrittore dritto negli occhi). Quando occorreva mi chiamava per propormi un’operazione, così ci incontravamo in un ufficio in centro dove lavorava una donna, il cui marito era l’uomo degli incarichi di vertice – persona perbene, altroché, in auge ancora oggi, ogni tanto finisce inquisito ma la sfanga sempre. Era lui il punto di riferimento per le banche.»</p>



<p>«L’uomo di cui parli,» chiede lo scrittore, «è stato per caso indagato di recente?» La sua voce si sovrappone alla parole dell’informatore, il quale sembra – o finge di – non sentire e prosegue.<br>«Chiarito come fare, andavo dal curatore fallimentare e mi mettevo d’accordo. Ciò significa che mi chiedeva una fideiussione per l’importo richiesto. Per questo non c’erano problemi, visto che ne avevamo di affidabilissime, legate ad aziende di Stato.» L’uomo intreccia le dita e ruota le mani a mostrare un legame ramificato e solido. «Era tutto collegato. Scientifico.» Beve. «Quindi, entrava in gioco quel presidente del gruppo bancario, che provvedeva a erogare un importo pari al valore dell’immobile acquisito.»<br>«Nel caso specifico del Residence dei figli…?»<br>«&#8230; di Gesù Bambino? (ride) Ventisette miliardi di vecchie lire. Naturalmente veniva costituita una s.r.l. con tanto di amministratore – un vecchio pensionato con un piede già nella fossa – al quale era garantito un mensile di cinque milioni di lire. Ottenuto il finanziamento, la società iniziava i lavori, con molta lentezza, e riconosceva a ogni partecipante all’operazione il compenso pattuito. Tutti felici, quindi. A quel punto, nel giro di un paio di mesi, la società era pronta per fallire e il giochino cominciava da capo con gli stessi protagonisti.»<br>«E adesso,» chiede lo scrittore, «questo residence cos’è diventato?»<br>«Adesso è diventato case abitative. Ma ce n’è voluto di tempo perché vedessero la luce.»</p>



<p>Lo scrittore pensa a quei nomi entrati nell’inchiesta di Mani Pulite e usciti tutti assolti. Pensa ad altri nomi legati alla mafia, il braccio armato, senza il quale l’informatore, all’epoca, mai sarebbe arrivato a contattare uno dei tanti big che garantivano la fideiussione. Pensa che ancora oggi sono in circolo nel sistema economico del Paese e a quanto sia ingenuo sperare che l’attività capitalistica possa svilupparsi nella piena legalità. Come se corruzione e sfruttamento legalizzato non fossero le basi dell’intero impianto sociale.<br>E pensa alle nuove forze politiche, ai giornalisti manettari, al Papa che benedice Mario Monti per le prossime elezioni, che richiamano a una società etica senza però mettere in discussione il sistema nelle sue fondamenta, nella sua essenza. Lo spettacolo deve proseguire.<br>La ramificazione mimata dall’informatore, altro non è che il risultato di una struttura burocratica e intricata, costruita in modo tale da rendere disonesta buona parte dei suoi elementi. Una macchina relazionale mirata a coinvolgere persone che spesso finiscono per comportarsi illegalmente senza nemmeno più esserne consapevoli, come se queste fossero ormai legate, in un rapporto di osmosi, al sistema di elevazione dogmatica del profitto.</p>



<p>Una considerazione, quest’ultima, che evidenzia quanto ingenuo sia chi ancora pensa di potere aggiustare tutto questo semplicemente ribaltando una logica culturale, magari delegando in primis la scuola perché insegni agli italiani, sin da piccoli, a pagare le tasse e a non accettare o proporre mazzette. Pensa a tutto questo, lo scrittore, e quasi senza accorgersene dice: «Tutto regolare, allora, a parte la ciclica eutanasia dell’impresa edile.»<br>L’informatore conferma. Tutto regolare a parte, anche, altri due o tre particolari.<br>I soldi della fideiussione, per quanto garantiti da solide realtà istituzionali, non c’erano. C’erano però le fi rme autentiche del presidente e del vice della grande banca italiana, i quali intascavano decine di milioni, a seconda degli importi erogati. A quel punto, l’informatore tornava dal curatore per completare l’iter burocratico. Tutto a posto, dal momento che quest’ultimo non si preoccupava di controllare ulteriormente, anche perché se lo avesse fatto, sarebbe emerso immediatamente che i soldi non c’erano. Per cui si faceva bastare, primo, il documento originale; secondo, che si acquistasse il bene immobile, e, terzo, che la banca erogasse il mutuo. Grazie a questo rondò, compravi a dieci miliardi una proprietà che ne valeva venti, con l’intento dichiarato di ristrutturarla. Ricevevi dalla banca i soldi – parte dei quali serviva a ungere di qua e di là. Tecnicamente iniziavi i lavori – chiasso e polvere per un paio di giorni, magari assumendo tre operai. Facevi fallire la società appena incassato il mutuo – e, con essa, un vecchio non più perseguibile per limiti d’età. Tornavi di nuovo, lavato e asciugato, dal curatore, per fare ripartire il giro. Tanto il problema della fideiussione non esisteva, perché se non controlli subito, un domani restano le firme, e quelle sono autentiche, così come i timbri.»</p>



<p>Lo scrittore riflette un attimo, quindi chiede: «Appalti, fallimenti, ricostruzioni… c’era qualche altro modo di fare soldi?»<br>«Come no! Ho fatto anche il fattorino.»<br>«Ovvero?»<br>«Mi dicevano: “Prendi ‘sti quattrocento milioni e portali al casello di Verona”. Non ci mandavano mai più giù della Toscana. I soldi erano dentro una valigetta; io arrivavo lì dove incontravo un altro fattorino, e la scambiavo con la sua. Dietro a questi passaggi di mano c’erano grandi banchieri. Non guadagnavo molto, ma prestarmi a questi viaggi mi accreditava tra le persone giuste. Pensa questa: nel… (fa due conti a mente, quindi…) nel ’91, sì: nel ’91, a Milano. Ai tempi delle prime isole pedonali. Arrivo lì con il mio socio, ognuno con la propria Mercedes. Hai presente due megalomani? Le avevamo acquistate perfettamente uguali. Siamo venuti in città per partecipare a una riunione, e dal momento che la strada che conosciamo per arrivare in centro, vicino al Duomo, è bloccata, decido di chiamare…» si morde il labbro. «Certe volte avrei voglia di fartelo scrivere questo nome… A ogni modo: chiamo ‘il punto di riferimento per le banche’ per spiegargli la situazione. Credimi, nel giro di un paio di minuti arrivano da noi due poliziotti in moto che ci chiedono cortesemente di seguirli e, a sirene spiegate, ci ‘scortano’ senza ulteriori ostacoli, proprio in piazza Duomo, puntuali per la riunione. Lo vedi cosa s’intende realmente quando si afferma che il pubblico è privato e che il privato è pubblico?»</p>



<p>C’è un concetto che l’informatore ama ripetere spesso durante gli incontri con lo scrittore: vogliamo condannare quel sistema? Bene, condanniamolo. Peccato che oggi sia uguale ad allora. Anzi. Il sistema dell’appalto pubblico è ancora più agevole per i ‘furbi’.<br>«Una volta dovevi almeno fare la fatica di aprire le buste con cautela e aggirare il problema della ceralacca. Oppure diventavi ditta fiduciaria e a quel punto saltavi la gara. In quel caso, era direttamente il ministero degli Interni che ti diceva di rimaneggiare quel determinato caseggiato: “Sta crollando un poggiolo, spicchettali un po’ tutti”. E quando avevi finito ti chiedeva anche di ricostruire, e lì stava il vero guadagno, perché a quel punto staccavi ordini su ordini, finché non terminavi l’intero lavoro. Per questo i costi degli appalti aumentavano. Oggi, invece, sul regolamento degli appalti, c’è scritto che viene assegnato un punteggio in base a determinate caratteristiche. Questo cosa significa? Che se io faccio un ribasso del 15% e un altro lo fa del 16, non è detto che vinca io. La scelta del vincitore dell’appalto prevede anche un punteggio derivante da un insieme di cose. È proprio questo ‘insieme di cose’ il modo per rendere arbitraria la decisione di chi decide degli appalti. È l’azienda che si riserva la facoltà di decidere. E dove sta la differenza rispetto ad allora? Nel fatto che la specie si è evoluta.»</p>



<p>Nel frattempo, la stesura del romanzo prosegue. Il periodo dei fallimenti infonde nel protagonista un sentimento di onnipotenza. I soldi entrano a getto continuo, personaggi potentissimi, per un loro tornaconto personale, sono a sua disposizione. Lo scrittore vuole mostrare questo Eldorado e costruisce due scene in sequenza.<br>Un giorno, al culmine della fortuna, l’uomo, ormai quarantenne, entra in una nuova filiale appartenente al grande gruppo bancario il cui presidente è suo amico. Forte di questo contatto, chiede un fido di duecento milioni di lire. Come da prassi, il direttore domanda garanzie e lui, senza stare lì a perdere tempo, gli risponde di lasciar perdere. Così esce e da un bar chiama il presidente. Gli dice che quel rincoglionito di direttore gli ha chiesto delle garanzie.<br>«Adesso dove sei?» chiede il presidente.<br>«Dentro un bar.»<br>«Dammi dieci minuti e ti richiamo sul cellulare. Rimani in zona.»<br>All’ora di chiusura della banca, il direttore della filiale lo chiama, chiedendogli di andare da lui, anche subito. Il protagonista, con faccia tosta, gli fa notare che ormai è tardi, che a quell’ora la<br>banca è chiusa.<br>«Non si preoccupi, l’aspetto!»<br>Il protagonista torna in banca e nel giro di un quarto d’ora apre due fidi da duecento milioni l’uno.</p>



<p>La seconda scena è ancora più rappresentativa del momento in cui il successo arriva all’apice e assume risvolti psicologici.<br>Da bambino il protagonista sognava di comprare una Mercedes. Lo sognava. Era la sua Rosebud. Nella seconda metà degli anni Ottanta entra in una concessionaria d’auto e chiede di vederne una. Inizia con una piccolina, una 240. Però la voglio in due giorni!, dice. Ma non riesco in due giorni, risponde il venditore. Non mi interessa, se vuoi che la compri, due giorni! E dopo due giorni l’auto arriva.<br>Passano due, tre mesi e ritorna: “Caro mio, che razza di macchina… è un chiodo, non va, è troppo lenta…”<br>Nell’arco di un anno e mezzo arriva a possedere la 5000 presidenziale. Nella concessionaria ormai gli fanno gli inchini. E così i bancari. Se anche va in rosso non ci sono problemi, basta che faccia circolare i soldi. È convinto di vivere in un pozzo senza fondo, di indossare la giacca magica di buzzatiana memoria.</p>



<p>«Le fatture erano firmate dai vari ministeri, le banche per me aprivano anche alle cinque del pomeriggio, mi stendevano davanti la passiera rossa. I funzionari venivano in cantiere a proporre mutui. Lavoravo con San Paolo, Banca nazionale del Lavoro, Credito italiano. Poi Cariplo. Allora si sporcavano volentieri le scarpe nel fango dei cantieri, per venirmi a trovare.»<br>La miniera sputa oro: l’impresa va avanti, l’attività all’estero anche e si apre un mondo in cui gira denaro contante, valigette con dentro 400 milioni, il sistema di telefonate, “alle due stanotte devi essere al casello di Pisa nord”, scambi di valigette con sconosciuti… finché…</p>



<p>«Quando ti sei accorto che stava per finire tutto?»<br>«Che la situazione fosse grave l’ho capito a metà del ’93. Per chi c’era dentro era ormai chiaro perché alle prime notizie dello scandalo, i funzionari di Roma non firmavano più. Al sesto piano del ministero del Tesoro, un giorno sono entrato, in jeans e maglietta, e ho detto a un tal geometra che l’avrei buttato giù dalla finestra. Era una carogna che fino ad allora aveva sempre intascato bei soldi da me. Sapeva, come molti altri come lui (ed erano tanti!), di essere colpevole. Aveva sempre firmato i Sal (Stato di Avanzamento Lavori, n.d.a.) senza battere ciglio, e adesso aveva tirato giù la clér. Dalla sera alla mattina avevano smesso e il problema diventava tutto dell’imprenditore. Mi hanno chiamato loro, ero in vacanza nel sud Italia e quando sono arrivato mi hanno dato la bella notizia: il giochino era finito e stava per cominciare il fuggi fuggi generale, lo scaricabarile, il salviamo il salvabile. Io avevo tirato fuori 70 milioni ed ero andato in rosso, la banca aveva dismesso sorrisi e gentilezza e così mi sono trovato nei casini. Quello è stato il primo caso: dopodiché non ha firmato più nessuno. Infatti lo Stato ci ha guadagnato bene in tutto questo casino, perché non ha più regolarizzato i numerosissimi appalti in essere. Ma certo nessuno imprenditore a quel punto si sarebbe sognato di andare a lamentarsi.»</p>



<p>Finché, in una delle ultime scene, il protagonista comprende che la faccenda si sta aggravando. Esattamente quando, una domenica mattina («In seguito sarebbe diventato un classico»), lo Stato si incarna in un paio di personaggi in borghese. Suonano e si trova davanti due… «Hai presente il Monnezza, in jeans… abbigliamento informale, per intendersi. Era la polizia giudiziaria: possiamo entrare?, possiamo appartarci? Io andavo di là e svegliavo le mie figlie. Dobbiamo farle delle domande, e poi, alla fine, cercavano di farti parlare. Quando vedevano che su certe cose non mollavi, ti lasciavano l’avviso di garanzia.»</p>



<p>Terminati i loro panini, i due si alzano. L’informatore tiene ancora nascosto dentro il taschino il registratore. Camminano lungo i corridoi della casa di riposo, nel viavai di medici e infermiere.<br>Una volta, un famoso avvocato milanese ha raccontato allo scrittore un aneddoto dei tempi di Tangentopoli. Pare che un giudice incoronato con onori e gloria durante quel periodo, avesse l’abitudine di tenere sulla scrivania due faldoni, uno a destra e uno a sinistra, con l’inquisito che gli stava seduto di fronte.<br>Lei, gli intimava il magistrato, ha due possibilità. Rientrare in questo incartamento (mano sul faldone di destra) e allora se la sbriga velocemente. Oppure rientrare in quest’altro (mano sul faldone a sinistra), e qui la cosa rischia di diventare più lunga assai.</p>



<p>«Io ho ricevuto ventinove avvisi di garanzia» sta dicendo adesso l’informatore. «Credo di aver perso in fotografia con Poggiolini, sai quello dei soldi nascosti nel puff. Avevo smesso di girare l’Italia per fare i lavori e adesso cominciavo a percorrerla in lungo e in largo passando da un tribunale all’altro. Perché gli appalti allora li prendevi a Bolzano come a Palermo. Spesso sono stato chiamato a testimoniare in un caso in cui ero anche inquisito. In una situazione del genere, puoi avvalerti della facoltà di non rispondere. Così mi capitava di trottare per chilometri e chilometri, di arrivare in tribunale, aspettare, quindi sedermi davanti al giudice, pronunciare la famosa formula: mi avvalgo della facoltà… E arrivederci e grazie, ripartivo. E mi rimborsavano anche le spese.»</p>



<p>Nell’ultima scena del romanzo, il protagonista è chiamato in una città del nord per rispondere come testimone in un’inchiesta in cui non è indagato. Non può quindi rifiutare di rispondere. È lì, perché ha svolto dei lavori alla scuola militare, agli alloggi degli uffi ciali. In più ne ha fatti altri da quelle parti, nell’hinterland, per le gare delle case popolari.<br>Il giudice, oggi magistrato famoso, gli pone una semplicissima domanda: “Ma come ha fatto, lei, da piccola impresa artigiana a trasformarsi nella grande azienda con sessantadue operai e tredici impiegati?”<br>L’uomo ci pensa sopra un attimo. Risponde: “Si vede che ero bravo”. Nell’aula scoppia la rabbia del magistrato. “O forse ero bello. O forse, chissà, ho avuto culo”.<br>Il magistrato allora si alza, va da un agente. Torna con un paio di manette e le lascia cadere sul tavolo. Dice: “L’avviso: se continua così, io la sbatto dentro”.<br>L’informatore solleva le spalle. Non ha fatto nomi ed è uscito da quel periodo senza un soldo in tasca.</p>
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		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta (parte 2/3)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-2-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 11:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2570</guid>

					<description><![CDATA[Gli anni Ottanta e la corruzione: il meccanismo degli appalti, il microsistema e i parassiti delle tangenti, raccontati da un protagonista dell’epoca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-30-dicembre-2012-gennaio-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 30, dicembre 2012 &#8211; gennario 2013)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli anni Ottanta e la corruzione: il meccanismo degli appalti, il microsistema e i parassiti delle tangenti, raccontati da un protagonista dell’epoca</p>
</blockquote>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la prima parte dell’articolo</a></p>



<p class="has-drop-cap">Era un giochino che rendeva a tutti. Il vincitore dell’appalto intascava ‘l’anticipazione’ e riconosceva come dazione di favore il 10% della cifra incassata. «Detto in soldoni,» precisa l’informatore, «se tu portavi a casa un miliardo, dovevi consegnare cento milioni. Oggi non esiste più quello che ti chiede il 10%. Vuole di più, tutti e subito, prima ancora che tu abbia incassato. Allora, almeno, li davi appena li intascavi.» Lo scrittore ridacchia nel vedere oggi il ministro della Giustizia Paola Severino parlare con piglio severo di nuova Tangentopoli; perché è sempre più chiaro che questa gente non si possa più prendere sul serio, dato che ora il fenomeno corruzione si avvale proprio della copertura di un sistema di Stato privatizzato. E il verbo ‘privatizzare’ non è proprio il dogma cantato da Mario Monti e la sua ghenga?</p>



<p>A leggere i giornali e a sentire i tiggì, si ha l’impressione che la corruzione sia una realtà improvvisamente riapparsa, dopo quasi vent’anni, come uno di quei pupazzi a molla pigiati dentro le scatole. Nel 2008, quando il governo aveva soppresso l’istituto dell’“Alto commissariato per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione”, l’informazione non aveva dedicato molto spazio alla notizia. Così come aveva passato sottotraccia la pesante relazione sullo stato della corruzione in Italia scritta dall’Alto commissario.<br>Alla stessa maniera, stupisce sentire parlare il ministro Severino come parlerebbe una persona che non abbia mai avuto rapporti con il mondo degli affari in Italia; come se, nei panni di avvocato, non avesse difeso, tra i suoi clienti: l’Eni, la Telecom, la Sparkle, Geronzi, Formigoni, Francesco Caltagirone (vicenda Enimont) e Giuliano Acampora (accusato di corruzione in atti giudiziari nel processo Imi-Sir). Realtà e personaggi che l’ambiente l’hanno vissuto e lo vivono decisamente dall’interno. Protagonisti in passato, protagonisti oggi e protagonisti in futuro, al punto che viene da chiedersi se davvero la Storia, in Italia, sia un concetto vuoto, inesistente. La Severino, grazie alla corruzione ha guadagnato sia in capitale sociale che in capitale economico.</p>



<p>La relazione fraterna costruita costantemente sul filo dell’illegalità, tra politici e grande imprenditoria, richiama la riflessione che Marx nella “Digressione sul lavoro produttivo” riconduce al biblico ‘albero del peccato’: “Il delitto sottrae una parte dell’eccessiva popolazione al mercato del lavoro. Diminuisce così la concorrenza tra la classe lavorativa. Il criminale appare così uno di quei fattori naturali di equilibrio che aprono tutta una prospettiva di utili occupazioni. Il delitto chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando così un’azione produttiva simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine. Dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non è allo stesso tempo l’albero della conoscenza?”.</p>



<p>Giusto. Che cosa sono, in fondo, il project finance, il federalismo, la deregulation, la spending review e tante altre belle formuline magiche, se non una potente azione produttiva, la cui realizzazione è commissionata in un triplice passaggio che transita dall’imprenditore al politico, per finire nelle mani di brillanti tecnici i quali, questi ultimi, studiano nell’ombra la maniera di mantenere l’Italia saldamente nelle mani delle solite facce?<br>Naturalmente curando di tenere sempre in piedi, ben visibile, la sagoma di cartone della democrazia, davanti agli occhi dei cittadini gonzi. Occorrono creatività e mani rapide. È in questo modo che l’albero del peccato diventa l’albero della conoscenza.</p>



<p>L’informatore ha un moto d’ira, perché, dice, i partiti allora avevano, malgrado tutto, una connotazione politica e un’identità di cui gli iscritti erano coscienti. Poi, certamente c’è stata quella realtà che sta raccontando allo scrittore. Ma, aggiunge, se prima la competizione economica consisteva nello spartirsi frazioni di spesa pubblica, oggi i partiti hanno consegnato questa spesa al Capitale perché diventasse profitto privato. E questo non è altro che un investimento protetto degno di uno Stato assistenziale. Ma da qui, la deriva: per farlo i partiti si sono trasformati in comitati d’affari, e buonanotte alla democrazia e alla mediazione politica tra le parti sociali.</p>



<p>Il personaggio che riceve la telefonata misteriosa in cui viene a conoscere la percentuale del giusto ribasso che gli consente di aggiudicarsi l’appalto (1) è il protagonista di un’ascesa sociale che ha caratterizzato il destino di molti altri come lui. Inizia come impresa pseudo artigiana, una s.a.s., insieme a un amico che gli presta il nome e a un operaio. Una piccola società edile che svolge piccoli lavoretti: la signora che lo chiama per l’appartamento e minuzie di questo tipo, così che, per parecchi anni, il lavoro più grosso tra quelli effettuati rimane la restaurazione di un palazzo. Fino a quando suo padre – un socialista di vecchio stampo – gli presenta un onorevole che è solito aiutare durante le campagne elettorali.</p>



<p>L’informatore sorride, come se il volto di questa persona gli fosse improvvisamente riapparso davanti: «Un giorno questo onorevole mi chiama per dirmi di andare con lui a Roma perché vuole farmi conoscere una persona. Quella persona era Bettino Craxi, che allora era già famoso pur non essendo ancora presidente del Consiglio o lo statista, o comunque la persona che mirava a diventare uno statista. Così andammo lì, lo incontrai e parlammo. Mi chiese cosa facevo, se volevo allargarmi, e da lì è cominciato un periodo che io considero meraviglioso. Prima di tutto perché ho imparato molte cose. Certo, se avessi avuto maggiore esperienza in certe situazioni mi sarei comportato diversamente e certe cose non le avrei fatte. Ma non nel senso che potreste intendere tu o la morale comune (adesso il suo sguardo ironico fissa lo scrittore). Ricordi cosa ti dissi quando ho accettato di raccontarti la mia storia? Non chiedermi di rinnegare quel periodo. Sono stati anni bellissimi e peccato solo per quell’epilogo. Forse sarebbe bastato che i vertici avessero dettato una strategia comune da adottare davanti ai giudici, anche se forse eravamo veramente in troppi per poter raggiungere tutti. Invece si è scatenato il fuggi fuggi, lo scaricabarile. O forse sarebbe bastato che io fossi stato meno ingenuo e oggi sarei ricco, lavorerei ancora ad alti livelli e sarei tenuto in alta considerazione da molta gente che so io. Sarebbe stato sufficiente fare qualche mese di galera, come hanno fatto molti; dopo essermi preoccupato di imboscare un bel po’ di soldi, va da sé. Ma allora avevo paura del carcere; ma allora avevo trentasette anni e lavoravo da quando ne avevo undici. Capirai che ero un po’ stufo. Come tanti altri!, dirai tu. Può darsi, ma bisogna esserci dentro alle situazioni per poterle giudicare, come al contrario sono soliti fare molti giornalisti forcaioli che un’ora di lavoro vero in vita loro non l’hanno mai fatta.»</p>



<p>Dall’essere una s.a.s., nell’arco di sei, sette mesi un altro socio entra nell’azienda. È una persona che il protagonista conosce, è il factotum di una ditta che fa coloriture, sempre presente in cantiere. «Era una persona che risolveva problemi, hai presente quel personaggio buffo in quel film con John Travolta? E così, siamo diventati un’azienda con tredici impiegati e sei operai. E questo è potuto accadere perché siamo entrati nel giro degli affari pubblici.» L’informatore incontra Craxi parecchie volte, e con lui diverse altre persone. Ogni volta Craxi gli dice: Scendi a Roma che ti presento a una persona: lui ti spiegherà cosa devi fare&#8230;</p>



<p>«Mi dava del tu e io continuavo a chiamarlo onorevole e altre volte presidente. Il meccanismo degli appalti pubblici ruotava, come ti dicevo, intorno all’anticipazione, ovvero: quando ti aggiudicavi il lavoro, se, mettiamo, ammontava a 4 miliardi, 400 milioni te li davano subito come anticipo. Prendevi il 10% per l’acquisto materiali. C’erano aziende che nemmeno iniziavano i lavori. È così che si è ingrandita la mia azienda&#8230;»<br>Lo scrittore lo guarda perplesso: in questo caso niente tangente, allora. Dove stava il guadagno per il&#8230; partito? «Capisco cosa vuoi dire, ma devi inserire questo aspetto in un sistema molto, ma molto ampio e diffuso.»</p>



<p>Dopo il primo aggancio con il leader socialista passa qualche mese, finché un giorno Craxi lo chiama dicendogli di presentarsi a Roma con due operai. Operai, è un termine generico, spiega l’informatore, è un termine molto generico; così si reca a Roma e Craxi gli dice: Abbiamo acquistato un appartamento. «C’erano quegli enti tipo Mutilati di guerra, Maternità e infanzia&#8230; che venivano pian piano smantellati. Come questi immobili si liberavano, loro li acquistavano per pochi soldi rispetto al loro valore di mercato. Erano appartamenti che avevano location di alto lignaggio, che so: in centro in Piazza San Pietro e Paolo. Questi immobili molte volte andavano all’asta, anche se più spesso all’asta non ci arrivavano proprio perché la vendita avveniva prima, purché fosse remunerativa. Così loro acquistavano – non so dire se ‘loro’ fosse il partito o Craxi in prima persona. Io a lui non ho mai dato niente direttamente, ad altra gente che gli gravitava attorno sì, ma a lui mai. Anche se tra noi intercorreva un discorso bello chiaro: io ti passo l’affare, ma il 10% deve venire al partito.»</p>



<p>Acquisiscono quindi questo appartamento per 400 milioni, e quella mattina, appunto, Craxi gli chiede degli operai: Dove sono? Perché entro dieci giorni l’appartamento deve essere a posto. «Si trattava,» ricorda l’informatore, «di 210 metri quadrati, e completare i lavori in quel breve lasso di tempo non era un’impresa molto facile da realizzare.» Non ci siamo capiti, gli dice allora Craxi, stucco, pittura e cambiare le tratte («Perché allora c’erano ancora le vecchie prese di plastica giallognole»). E deve essere finito. Tranquillizzato, l’informatore gli risponde che se si tratta solo di questo, non ci sono problemi. ‘Stucco e pittura’ significa un lavoretto molto rapido, di facciata. </p>



<p>«Ero in soggezione, perché Craxi era molto carismatico, figurati se mi sarei mai sognato di chiedergli lì per lì quanto mi avrebbe dato per questo lavoro. Così, giunto in aeroporto, mentre aspettavo l’aereo, chiamai l’onorevole che ci aveva presentati. Gli dissi che avrei mandato gli operai, ma&#8230; E lui mi rispose dicendomi che dovevo stare tranquillo e di fare quello che mi veniva chiesto perché mi sarei trovato bene. Io mi fidai, in fondo mi aveva detto di non preoccuparmi.»</p>



<p>Dentro l’appartamento entrano tre o quattro operai, insieme all’informatore, ci rimangono per dieci, quindici giorni e lo rimettono a posto abbastanza bene. L’informatore avvisa l’incaricato di Craxi, il quale arriva e verifica che il lavoro sia stato realizzato ad arte. Alla fine si complimenta con lui. «Solo che io avevo sempre dentro questo pensiero dei soldi. Non che fosse una grande cifra, ma la mia paura era che mi avessero chiesto un’offerta, giusto per cominciare, per conoscermi. D’altro canto, io e il mio sparuto gruppetto di lavoratori eravamo in trasferta: avevo messo gli operai a dormire in albergo&#8230;»</p>



<p>Ma il timore della fregatura stenebra molto presto. Dopo una settimana, l’incaricato di Craxi gli consegna 60 milioni in contanti e gli dice di contarli, ma l’informatore, figurarsi, non ha problemi di quel tipo perché si fida. D’altro canto, è felicissimo poiché le spese da lui sostenute ammontano a poco meno di 10 milioni. Si reca all’aeroporto, s’infila nel primo bagno, si chiude dentro e, seduto sul water, attacca a contare le banconote.<br>Il bello è che, consegnandogli i contanti dentro una busta bianca, l’incaricato gli dice che a breve avrebbe provveduto al saldo.</p>



<p>L’informatore sorride al ricordo, come se i soldi fossero adesso lì, materiali, da prendere solo allungando la mano: «In totale presi 180 milioni! In seguito venni a sapere che quell’immobile era stato venduto per 2 miliardi e 800 milioni! Certo è che da quel momento avevo conquistato la loro fiducia. Mi chiamavano e mi dicevano: domani mattina devi andare a XY a vedere la caserma dell’esercito. Appalto da 6 miliardi. È lì che è cominciato, per quanto mi riguarda, il discorso appalti pubblici. Appalti manovrati. Con tutto il complicato meccanismo di giro di telefonate di cui ti ho già raccontato.»</p>



<p>Di questi meccanismi qualcuno ha scritto, pur sempre rimanendo all’interno di una radiografia del macrosistema. L’informatore, nei suoi racconti, sottolinea sempre di avere conosciuto personalmente Craxi, ma di avere avuto a che fare con l’intero arco politico che, nel suo complesso, agiva allo stesso modo. La Dc, il Pci, erano tutti coinvolti; arrivava sempre il personaggio che a un certo punto chiedeva di metterti una mano sul cuore. Ma c’è un altro volto tra i tanti protagonisti che gravitano intorno alla galassia di appalti e tangenti, che è rimasto sempre in ombra: quello dei finanzieri. Questi seguivano il dispositivo del buono e del cattivo.</p>



<p>«Erano due, arrivavano e uno cominciava dicendo: guardi qui, c’è una bolla sbagliata (all’epoca erano entrate in vigore le prime bolle di consegna), non va bene. Io naturalmente chiedevo a quanto ammontasse la multa, anche perché non mi risultava che si trattasse di un errore così grave. Per cui chiedevo: due milioni? E quello: sì, due milioni questa. Così, tra tutte le bolle sbagliate mi veniva ventilata una stangata da paura. E se cercavo di contrattare, questo rimaneva rigido sulle sue posizioni. Ma no, non se ne parla neanche, affermava indignato, quasi prospettandomi l’accusa di tentata corruzione. Sembrava il massimo dell’onestà e del rigore professionale.»</p>



<p>Il romanzo è strutturato su tre diverse temporalità costruite in modo tale da permettere una riflessione sul tema dell’inesistenza della Storia in un Paese come l’Italia: gli inizi, l’ascesa e la caduta, e oggi. Nello schema generale, solamente due scene prevedono la Guardia di finanza come protagonista, una all’interno della parte centrale, nella fase del successo, e l’altra ambientata nel 2011. La prima prosegue il giorno dopo la questione delle bolle sbagliate, quando in ufficio gli arriva l’altro, quello rimasto silenzioso dietro le quinte della ribalta su cui ha recitato il collega onesto e incorruttibile.</p>



<p>Scrivendo la scena, lo scrittore rammenta una novella di Verga poco nota: La chiave d’oro. Un giudice, appena giunto sul luogo di un delitto, accusa di omicidio il canonico, proprietario del terreno su cui è stato rinvenuto il cadavere di un poverocristo in cerca di cibo per sfamarsi. Il giudice si infuria di fronte al silenzio del canonico e minaccia di legarlo e di farlo portare in carcere. In realtà, Verga sta descrivendo il gioco della concussione/corruzione che sta avvenendo tra i due, in maniera molto sottile, attraverso messaggi cifrati, inscritti nell’atteggiamento esageratamente rabbioso del giudice. Tanto più questi minaccia di mettere il canonico in manette e di portarlo dentro, e tanto più il canonico comprende che il giudice è disponibile.</p>



<p>Con i due militari delle Fiamme gialle accade la medesima cosa. Il finanziere silenzioso arriva da solo nell’ufficio dell’informatore e chiede di scusare il collega. Posso fare qualcosa?, chiede il protagonista del romanzo. Sa, risponde l’agente, il collega è nervoso, si sposa la figlia. Va beh, cosa gli serve? «Bada, non chiedevo mai: cosa gli devo dare? Sai, sono persone suscettibili. Io avevo un mobilificio al quale spedivo persone di questo genere, quando si trattava di arredamento. Il proprietario sapeva già di dovergli dare quello che chiedevano e di addebitarlo a me. Questi erano la zona morta dell’intero gioco perché non portavano alcun guadagno. Erano parassiti che si facevano forti della divisa che indossavano. E non è che se pagavi una volta, dopo eri tranquillo. No! Non so se la voce girasse all’interno, ma quelli continuavano a uscire ed era tutte le volte la stessa storia, anche se con protagonisti diversi. Boh, forse si scambiavano favori anche tra loro (sorride). A un certo punto, mi andava anche bene. In seguito buona parte degli imprenditori di quell’epoca ha taciuto su episodi simili, però, in quel momento, tutto sommato, andava bene a tutti.»</p>



<p>La seconda scena è ambientata nel 2011. Il protagonista ha sessant’anni, e la sua vita è la conseguenza di quanto gli è accaduto in passato. Lavora ancora nello stesso ambiente, come il lettore ha già capito, ma in posizioni di minore rilievo. Un uomo, un finanziere, gli chiede un preventivo di lavoro su un rustico da poco acquistato. «In realtà, definirlo ‘rustico’ è un eufemismo. Sarebbe meglio dire ‘rudere’, ma sarebbe ancora una definizione impropria perché è persino peggio di un rudere: una cosa indegna. Riesci a immaginarla?» Lo scrittore sorride e annuisce.</p>



<p>«Fino al primo piano, questo rudere è pieno di ogni tipo di rifiuto. C’è un albero cresciuto dentro casa, ci sono materassi, biciclette, televisori, roba da mangiare, c’è di tutto. Come se la gente che vive lì intorno avesse eletto quello spazio a pattumiera del quartiere. Bon, gli ho fatto il preventivo. Tieni conto che a me veniva 9.000 euro ma ho chiesto al mio capo di permettermi di abbassarlo a 7.750, così se mi avesse chiesto un ulteriore sconto, avrei arrotondato a 7.000. Ci stavamo dentro e avremmo pagato la gente, anche se impiccati. In fondo, avevamo pur sempre a che fare con uno della Guardia di finanza. Nessun problema per il mio capo, così sono andato dal tizio e gli ho mostrato il preventivo. Indovina? Quello si è arrabbiato, dicendo di avere chi avrebbe fatto il lavoro per 8.000 euro, tetto compreso. Porto qui tre marocchini, diceva, che in tre giorni mi liberano tutto.» L’informatore fa una breve pausa a sottolineare la gravità di quelle parole, ancor più se uscite da quella bocca. Dice: «Io i marocchini non li ho, ma nemmeno li avrei mandati. Se mi arriva l’Asl a controllare, io chiudo, mentre a lui non succede nulla. Il bello è che questi dovrebbero essere coloro che controllano che non circoli il nero.»</p>



<p>Tornando agli anni Ottanta, l’informatore, una volta introdotto nel saturnale degli appalti pubblici, entra a far parte dell’ambiente. Conosce persone importanti e diventa a sua volta conosciuto. Si è comportato bene, è uno che quando prende un impegno lo assolve al meglio. Adesso cominciano a chiamarlo anche per altre operazioni; cose che egli svolge ai margini dell’attività edile. Un incaricato gli dice: domani mattina c’è una vendita all’asta di un terreno a Napoli, 200 mq, al massimo devi arrivare a questa cifra&#8230; «Mi dicevano di firmare tutto, che nell’arco di un’ora mi sarebbe arrivata la disponibilità economica sul conto – un conto, beninteso, aperto apposta. Così, io andavo là, non rilanciavo oltre la cifra limite che mi era stata imposta, quindi firmavo i documenti, con i quali mi impegnavo a formalizzare l’acquisto entro quindici giorni, l’incaricato versava i soldi sul conto, io compravo e intestavo alla mia azienda, quindi vendevamo.</p>



<p>«Ero entrato nel giro dei fallimenti. È lì che ho conosciuto autentici pezzi da novanta, tuttora in giro, rispettati come persone perbene. Figure di rilievo nel mondo dell’economia e della finanza». L’informatore fa una lunga pausa, quindi riprende: «Sai, è un peccato non poter fare i nomi, ma&#8230; credimi, non ho scelta. Tu non hai idea della gente che queste persone perbene avevano alle spalle. Individui dai metodi spicci. E visto che sono ancora tutti in attività, chi tra i rispettabili e chi nella criminalità organizzata, mi spiacerebbe che all’improvviso si ricordassero di me. E poi tu non hai la scorta&#8230;»</p>



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<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/" data-type="post" data-id="2568" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong>&nbsp;<em><strong>(parte 1/3)</strong>,</em></a><em>&nbsp;</em>Walter G. Pozzi<br><em>Gli anni Ottanta e la corruzione:&nbsp;la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca</em></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-3-3/" data-type="post" data-id="2572" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong>&nbsp;<em><strong>(parte 3/3)</strong></em></a><em>,&nbsp;</em>Walter G. Pozzi<br><em>La complicità di banche e imprese di Stato nel</em>&nbsp;giro&nbsp;<em>dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta (parte 1/3)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 10:20:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli anni Ottanta e la corruzione: la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-29-ottobre-novembre-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 29, ottobre &#8211; novembre 2012)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli anni Ottanta e la corruzione: la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Milano 2012, Pio Albergo Trivulzio. Un’auto entra nel parcheggio; ad attenderla c’è un drappello di persone. Appena sceso, Ignazio La Russa viene accolto da vigorose strette di mano. Mescolatosi al gruppo di persone, l’ex missino viene inghiottito dall’edificio e comincia il suo giro lungo i corridoi e i piani, dentro il ricovero per anziani che i milanesi chiamano Baggina.<br>Lo scrittore osserva la scena: accanto a lui c’è un uomo, è lì per fargli da Virgilio. Indica l’auto e dice: «<em>Tel chi</em>&nbsp;il balilla! Ogni tanto arriva insieme al Romano, questo è un po’ un loro feudo. Fino a non molto tempo fa non c’era il reparto di odontoiatria, facevano giusto qualche visita e poco altro. Adesso c’è un intero reparto dove il primario è il cognato di Ignazio, e un nipote (suo figlioccio, si dice) fa il medico. Qui dentro c’è anche un reparto pagato da Berlusconi, il ‘Mamma Rosa’, che a tutti gli effetti è un albergo a cinque stelle, con armadi firmati, tutte robe di marca, mica robetta. Dopo ti porto a vederli. Una volta per piantare un portasapone hanno bucato un tubo: immediatamente sono arrivati gli operai ad aggiustarlo, il che è un bene. Peccato che in un altro reparto ci sono bagni che non funzionano da un sacco di tempo. E dentro ci sono anziani in carrozzella. Il buon Ignazio quando viene qui un salto dagli ospiti del Mamma Rosa lo fa volentieri, negli altri reparti non l’ho mai visto entrare. (Ridacchia) Tranne ovviamente che in odontoiatria.»</p>



<p>Nel frattempo il piazzale si è svuotato. L’informatore dà di gomito allo scrittore: «Te ne racconto una così ti faccio ridere» dice. «Questa con i mattoncini marrone è la palazzina dirigenziale. Nuova. Invitano il presidente delle onlus dei disabili, non ricordo il nome, ma uno importante. Tutti contenti dell’evento fissato per il 14 agosto. Peccato che il 13 qualcuno si accorge che c’è il montascale, c’è l’ascensore idoneo, c’è tutto tranne un piccolo particolare: la rampa d’accesso per i disabili. Così si sono dati da fare in fretta e furia e hanno fatto la rampa promettendosi che sarebbe dovuta durare due o tre giorni al massimo per l’occasione ed evitare figure, e poi l’avrebbero costruita bene. È ancora lì dopo quasi tre anni. (Ride) Va beh, vieni, andiamo giù.» I due si spostano e scendono sotto terra. Lo scrittore lascia cadere un piccolo registratore dentro il taschino della camicia del suo informatore. Adesso gli cammina accanto, alla sua sinistra: «Così, se parli guardando me la registrazione viene bella chiara.» Perfetto, risponde l’uomo.</p>



<p>«Sai, per scrivere il mio romanzo ho pensato che fosse giusto tornare qui, dove l’inchiesta Mani pulite ha avuto inizio. A farmi un’idea di come funzionino le cose a vent’anni dall’arresto di Mario Chiesa.» L’informatore sorride e gli dice che da quel che ne sa lui le cose sono cambiate. Non girano più tangenti. «Allora era una regola talmente diffusa che tutto passava solo per tangenti. Oggi non è così. Le tangenti sono sicuramente molte meno, ma sono più care, e lo scambio passa attraverso favori, come chiedere all’impresa di fare dei lavori in casa che non saranno mai pagati&#8230;» «O pagare la vacanze, o pagare la casa&#8230;» butta lì lo scrittore. «Eh&#8230;» risponde l’uomo, strizzando l’occhio. «Riguardo agli appalti,» prosegue, «devi tenere conto che l’ente può dare direttamente il lavoro, evitando la gara, fino a un massimo di 20.000 euro. Ci sono ditte qui dentro che lavorano bene già da qualche anno, per cui non avrebbe senso correre il rischio di cambiare fornitore solo perché ottieni un prezzo più basso. Insomma, è anche giusto: il fornitore devi anche un po’ conoscerlo. Alle volte, allora, per evitare la gara si spacchetta l’ordine. Se costa troppo, ok, non si può fare, però, se costa 100 mila euro, ecco che vengono fatti cinque ordini: un ordine di fornitura di piastrelle, uno di serramenti, e così via. In questo modo l’azienda-amica porta a casa comunque i soldi, però spacchettati.</p>



<p>«Ti faccio un esempio. Vedi queste piastrelle del pavimento? Le fughe tra una piastrella e l’altra sono tutte rovinate. Un anno e mezzo fa, fare questo pavimento e quello di là, e fare il collegamento tra i due, è costato 100 mila euro. Questa era una lucidatura che andava fatta a piombo normale, e avrebbe resistito. È durata un giorno: alla sera era tutto perfetto, le fughe bianche stuccate bene, guarda adesso che disastro. Non è nemmeno colpa dell’impresa – detto tra virgolette – ma dal responsabile della manutenzione che ha preso il lavoro solo perché l’offerta era bassa. Adesso il funzionario lo hanno allontanato, adesso si occupa di conti e c’è da sperare che coi numeri acchiappi un po’ di più. Ecco, questo è il classico caso di soldi buttati. </p>



<p>«Il problema è alla base, perché non vengono piazzati dei tecnici che se ne intendano. Se uno si occupa di manutenzione deve essere un tecnico, capace, deve capire, individuare. Qui invece arrivano per conoscenza, per agganci anche politici. Per esempio, ora, a gestire tutto il dipartimento di manutenzione c’è un personaggio che viene da Pirelli Real. Un immobiliarista. Lo si può concedere per la gestione del patrimonio, però come gestore della manutenzione è difficile dire cosa ne possa sapere. Il fatto è che nemmeno si avvalgono di consulenti: decidono di testa loro.»</p>



<p>L’informatore guarda lo scrittore e sorride. Gli dice che, se fa il bravo, dopo lo porta a vedere il figlioccio di Ignazio: «Prima però ti porto alla chiesa, vedrai. Tra poco lì crolla il soffitto. C’è anche la relazione scritta di un esperto che lo dice, ma in direzione non sembrano molto preoccupati di questo. Lì dentro è tutto fatiscente. Crepe dappertutto, la parete ha colori diversi da un metro all’altro, e il pavimento&#8230; le piastrelle sono di eternit. Sono di amianto. Il primo lavoro da fare sarebbe rimuoverle. È vero che è abbastanza compatto, ma sempre di amianto si tratta. La curia dice che i lavori li deve fare il Trivulzio, e il Trivulzio dice: io ce l’ho ma è cosa vostra. Che il Signore li protegga entrambi, è proprio il caso di dirlo.» Ride.</p>



<p>La decisione di scrivere un ‘romanzo mai scritto sugli anni Ottanta’ gli è venuta assistendo ai rivolgimenti politici degli ultimi anni. La mancanza di un pensiero politico ha contribuito a creare un antagonismo molto simile a quello che ha buttato giù la prima Repubblica: da una parte i politici, molti dei quali presenti all’epoca del tonfo, anche se in seconda e terza fila e in veste di portaborracce; e dall’altra i sostenitori dei magistrati, gli anticasta, contro una politica dei corrotti. La convinzione di quest’ultimo blocco sociale – di quelli che hanno nella destrorsa triade giustizialista Grillo-Travaglio-Saviano il loro riferimento – è che possa esistere, in un sistema di tipo capitalistico, un Potere (nella sua forma una e trina: politico, economico e giornalistico) in grado di governare in piena legalità. Come se chiunque prenda in mano lo Stato non dovesse decidere se stare con i grandi Capitalisti (che da sempre proteggono la ricchezza muovendo ognuno i propri burattini politici) o con la massa di salariati, oggi mai tanto depredati dai padroni storici dell’Italia; come se una volta conquistato il Parlamento, fosse possibile rimanere neutrali.</p>



<p>La prima Repubblica italiana ha terminato il suo corso nel 1992, in quella manciata di giorni passati tra l’arresto a Milano di Mario Chiesa (17 febbraio), pescato con la tangente in mano, e l’esecuzione a Palermo di Salvo Lima (12 marzo), il viceré democristiano ucciso perché Cosa nostra si era sentita tradita da Andreotti. Da un polo all’altro dello Stivale, le due colonne su cui l’economia si era appoggiata a partire dal primo dopoguerra si mostrarono improvvisamente con vivida eloquenza: corruzione e mafia.</p>



<p>Oggi quelle due colonne sono ancora in piedi, fosforescenti e più robuste di prima. La cosiddetta fine delle ideologie le ha fortificate, contribuendo a modificare geneticamente i partiti, trasformandoli in comitati d’affari e in biechi servitori del potere economico. Caligola aveva incoronato il cavallo per dimostrare che l’impero romano era così autosufficiente da potere essere governato da chiunque. Se guidi un mezzo, devi guidarlo come a quel mezzo compete. Se chiami un meccanico ad aggiustare il motore, i cambiamenti lo porteranno a funzionare meglio. Mani pulite ha svolto la funzione del meccanico.</p>



<p>Lungi dal curare l’Italia dalla sua malattia storica, ha permesso al Capitale di ripulirsi dalle scorie legate alla vecchia partitocrazia organizzata per gestire lo scontro Est-Ovest, e di ‘rimodernare’ i propri programmi nell’ottica di un Parlamento privo di ogni forma di opposizione al sistema. Ne è sorto il fiore del secondo millennio: Silvio Berlusconi e la nuova forma politica di cui è stato portatore: il conflitto d’interesse. Il pool di magistrati che ha scoperchiato Tangentopoli è stato l’involontario traghettatore di tutti i vizi della politica e dell’economia italiana, dalla terra del prima alla terra del poi.</p>



<p>La Storia degli anni Ottanta non l’hanno scritta i giudici e non l’hanno scritta i loro agiografi. Libri e articoli su quel periodo riducono a una sequela di dati, di arresti, di accuse, di suicidi, di patteggiamenti, di cifre, secondo il modello del giornalismo di oggi, ridotto a cronaca giudiziaria. Ma la vita vera che pulsava in quegli anni non è mai stata raccontata. Quella Storia avrebbe potuto raccontarla solo la narrativa, nel momento in cui avesse rinunciato a condannare senza capire le influenze sociali che hanno caratterizzato quell’epoca.</p>



<p>È il Romanzo la scienza delle relazioni, l’unica forma di racconto capace di mostrare, di aiutare la gente a capire come funzionano determinate dinamiche sociali. L’informatore lo dice chiaro allo scrittore: «Io ero inseguito dagli amministratori che mi bloccavano per strada e mi dicevano di essere socialisti. Volevano essere presentati a qualcuno e volevano che lo facessi io. Il bello è che io non ero socialista. Ma questo nemmeno era importante: il colore politico non era in questione. I magistrati non hanno mai nemmeno tentato di colpire un sistema, e se oggi possiamo dire che l’unico a pagare dei vertici politici di allora è stato Craxi, lo si deve al fatto che l’unica cosa che stava loro a cuore era che chi entrava nei loro uffici facesse il suo nome. Gli altri non hanno avuto bisogno di scappare. Perché alla fine, le uniche domande vere non ce le ha mai rivolte nessuno. Nessuno ha mai chiesto perché lo facevamo tutti. Perché eravamo così tanti.»</p>



<p>Ma, pensa lo scrittore, questa non è una domanda che possano porsi i giornalisti di cronaca giudiziaria, o gli editorialisti che interpretano i fatti per raggiungere una verità di comodo. Altrimenti sarebbero costretti ad ammettere che la corruzione è parte integrante del capitalismo. Anzi, è l’anima stessa del capitalismo. </p>



<p>Negli anni Ottanta la politica italiana si era data il compito di abbattere le ultime resistenze di piazza. I sindacati, durante i 35 giorni di occupazione operaia della Fiat, avevano svolto per benino il loro dovere nei confronti degli Agnelli, vendendo a una canzone le ultime resistenze del movimento operaio. Quattro anni dopo, Berlinguer, autore di una svolta politica con la quale aveva ripudiato l’entrismo degli anni Settanta, muore lasciando il posto ai miglioristi – di cui Giorgio Napolitano era uno dei principali esponenti – che in seguito hanno banchettato bellamente sul cadavere degli operai. Nello stesso periodo, il quadrupede anglofono Thatcher-Reagan conduceva l’Occidente nella trappola neoliberista e avviava l’era dello smantellamento dello stato sociale e dello sfruttamento all’osso dei lavoratori.</p>



<p>A questa stregua, lo scrittore, prima di cominciare a scrivere deve partire dal presupposto che la morale capitalistica altro non è che l’apoteosi della prevalenza dell’interesse privato. E che il quadrupede anglofono ha propagandato per tutto l’Occidente il culto dell’immagine, l’individualismo e il mito dei soldi facili. Gli anni Ottanta e le persone formatesi in quel decennio sono stati il prodotto di questo mantra. Scrittori compresi che, in quel vortice vuoto, hanno sguazzato, riducendo la narrativa a mero intrattenimento e guadagnandone, guarda caso, in termini di immagine e di soldi. Essendone il prodotto, non sono in grado di confrontarsi con quella stagione.</p>



<p>Restituire vita alla vita è il compito di un narratore. Lavorare sui piccoli gesti, mostrare le emozioni, le paure di un uomo che nasce privo di capitale sociale, in una famiglia dove i soldi sono stati sempre tirati, che il primo letto lo ha avuto a diciotto anni perché il padre ha vinto 70.000 lire al totocalcio, senza i quali mai avrebbe potuto comprarlo; un uomo che da piccolo ha sempre sognato una Mercedes, al punto di rendere chiodo fisso il desiderio, e che a un dato momento della sua vita corona il sogno entrando in una concessionaria, con milioni di lire a disposizione sul conto corrente.</p>



<p>Forse proprio questo è il limite dei vari resoconti giornalistici sugli anni Ottanta: l’avere parlato della corruzione limitandosi a notificare quella dei partiti e dei capitani d’industria, della loro collusione, dimenticando per strada che la storia è più reale quando si verticalizza l’analisi, se si mostrano i dispositivi attraverso cui le scelte politiche instaurano nel corpo della popolazione una determinata conformazione mentale per condizionarne il modo di agire. Per questo tocca alla narrativa far sentire la propria voce, raccontare le storie di miriadi di persone simili a quest’uomo. Perciò lo scrittore lo sceglie come protagonista del suo romanzo sugli anni Ottanta.</p>



<p>Un uomo venuto dal nulla, un uomo ritrovatosi un giorno della sua vita nell’ufficio di Craxi e che, qualche anno più tardi uscirà furente dalla filiale di una banca e chiamerà al telefono il presidente del più grande gruppo bancario dell’epoca; un uomo che ha brigato con uomini che oggi, nel 2012, vengono indicati dai media come modelli d’italiano vincente, che pure a quell’epoca sono stati protagonisti d’inchieste, in appello scagionati con tante scuse. Uomini usciti dalla tempesta giudiziaria, tra gli onori della cronaca, a testa alta, e che pure erano lì, seduti insieme all’informatore, in riunioni, coinvolti nel cosiddetto malaffare, in seguito assolti dal tribunale e, di conseguenza, dalla Storia: «Uomini che con Craxi hanno mangiato, che grazie a lui si sono arricchiti e che, una volta scoppiato il casino, gli hanno girato le spalle allontanandosi fischiettando con le mani sporche affondate nelle tasche. Prova a leggere la loro pagina su Wikipedia. Assolti con i risarcimenti dello Stato. Candidi e puliti come puttini.»</p>



<p>Parlando con alcuni protagonisti dell’epoca, lo scrittore ha notato che nei vari scambi di denaro, nelle valigette gonfie di milioni che partivano da un casello dell’autostrada a un altro, nelle gare di appalto pilotate, non c’era la sensazione di compiere un reato, bensì l’adesione a una regola di scambio consolidata e perpetuata da tutti. Tutti collegati da uno stesso filo. Ungere qualcuno era necessario per poter lavorare, ma veniva fatto senza che questo venisse considerato un problema. Quasi ci fosse una conformazione naturale, psicologica, un’osmosi tra l’individuo e la società dentro cui questi si trovava a vivere. Fino a diventarne un ingranaggio. Anche perché la posta in palio rendeva conveniente l’investimento.<br>Permetteva di aderire perfettamente al modello imperante non solo da un punto di vista economico, ma anche umano: «Ricordi? Immagine, individualismo e soldi facili. Come diceva quell’altro scemo? Lo yankee. È il mercato, bellezza.» Individuo, eppure&#8230; è incredibile notare come negli anni Ottanta il Potere sia stato capace di creare un mostro sociale nella forma di paradosso: l’individualismo come forma di massificazione, vigente ancora oggi.</p>



<p>Il romanzo che sta per nascere dovrà essere costruito per rispondere alla domanda che nessuno storico e nessun magistrato ha mai rivolto ai protagonisti dell’epoca. Probabilmente perché la risposta era implicita nella consequenzialità della dinamica azione-conseguenza. La verità tipica dei tribunali, che scarica l’intera responsabilità sull’individuo. Il movente? Il denaro. Lo scrittore si chiede se verrà mai il giorno in cui un processo non si accontenterà più di dare risposta alla domanda sul movente e chiederà di conoscere anche le influenze che quel movente hanno prodotto. Così da portare alla sbarra la società vigente, l’ordine costituito. Fino ad allora, la terra di nessuno dell’influenza sociale toccherà al narratore dissodarla e analizzarla per comprendere la natura dei suoi frutti. E i calli sulle mani saranno le medaglie al suo valore di scrittore.</p>



<p>Secondo l’ormai consueto inizio in medias res, a casa del protagonista una sera squilla il telefono. All’epoca non esistevano i cellulari, e questo telefono è un classico apparecchio grigio a disco. L’uomo risponde con carta e biro in mano. Aspettava questa telefonata.</p>



<p>Una voce mai sentita prima pronuncia un nome che non è il suo. “Mi sa che ha sbagliato numero”. E dall’altra parte: “Ah, mi scusi, ma questo non è il&#8230;” e snocciola il numero telefonico sbagliato che l’uomo prontamente appunta sul foglio. La telefonata si chiude, l’uomo apre un cassetto, ne estrae un sacchetto pieno di gettoni, esce di casa ed entra in una cabina telefonica. Digita il numero che si è appena appuntato. Dall’altra parte, una voce che non conosce gli dice: “Domani mattina alle 7.30 presentati qui con un offerta pari a&#8230; e un ribasso del 12,28”. Dopodiché l’informatore, di cui il protagonista del romanzo è l’alterego, si presenta puntuale e si aggiudica l’appalto. «Guarda che succede ancora oggi, non ti credere. Anche se sigillano le buste con la ceralacca non è difficile aprirle se hai una pentola e dell’acqua da far bollire. Poi le richiudi con dell’Attack e non resta alcuna traccia, nessuno se ne accorge&#8230;»</p>



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<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-2-3/" data-type="post" data-id="2570" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong> <em><strong>(parte 2/3)</strong></em></a><em>, </em>Walter G. Pozzi<br><em>Il meccanismo degli appalti, il microsistema e i parassiti delle tangenti, raccontati da un protagonista dell’epoca</em></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-3-3/" data-type="post" data-id="2572" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong> <em><strong>(parte 3/3)</strong></em></a><em>, </em>Walter G. Pozzi<br><em>La complicità di banche e imprese di Stato nel</em> giro <em>dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Il cinema, gli anni Settanta e l’arte della rimozione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-cinema-gli-anni-settanta-e-larte-della-rimozione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2012 17:11:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
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					<description><![CDATA[La menzogna artistica che cementa la menzogna di Stato nelle narrazioni ‘di rinuncia’ tipiche del cinema italiano sugli 'anni di piombo']]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-28-giugno-settembre-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 28, giugno &#8211; settembre 2012)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>La menzogna artistica che cementa la menzogna di Stato nelle narrazioni ‘di rinuncia’ tipiche del cinema italiano sugli &#8216;anni di piombo&#8217;</strong></p></blockquote>



<p class="has-drop-cap"><strong>Romanzo di una strage</strong>&nbsp;è l’ennesimo atto di resa dell’arte di fronte alle versioni ufficiali della storia. Sarebbe meglio che non si girassero più film sugli anni Settanta. Alla fin fine, la menzogna di Stato è sempre preferibile alla menzogna artistica.<br>Troppi paletti, troppa paura, troppi interessi da preservare, legati al potere politico-economico, rendono difficile e politicamente sconveniente ogni analisi approfondita dei cosiddetti anni di piombo. L’unica verità che ha diritto di regnare, nella testa degli italiani, è quella di un decennio tenuto sotto scacco dal terrorismo rosso e dalla violenza delle proteste studentesche e operaie. Una sottile forma di censura che, dopo la guerra aperta dallo Stato nel 1969 con la strage di Piazza Fontana e chiusa con i processi ‘militari’ celebrati alla fine degli anni Settanta, permette alla strategia della tensione di proseguire attraverso ricostruzioni storiche parziali e strumentali (1).</p>



<p>Questa forma di&nbsp;<em>continuum</em>&nbsp;narrativo diviene visibile con l’osservazione dell’attualità politica nello scenario di crisi economica in cui versa il Paese. Non appena si accende una timida scintilla di protesta da parte della società civile, che si tratti delle manifestazioni studentesche contro la riforma Gelmini, o del lancio di uova marce da parte degli operai, o dei presidi dei No Tav, ecco riapparire tra le mani dei giornalisti-pompieri e dei politici, il vecchio e logoro lenzuolo del fantasma del terrorismo, a dimostrazione che il paradigma storico, pazientemente costruito in trent’anni di mezze verità e di omissioni, funziona ancora. E funziona sempre attraverso il richiamo all’emergenza terrorismo, come un rapido ammiccamento a mo’ di accenno a una nuova stagione di violenza e alla repressione che necessariamente dovrà seguire, questa volta nella sua forma preventiva (secondo il vivido insegnamento impartito con il massacro del 2001 tra le mura della Diaz). Perché, come ricorda il paradigma vincente degli anni di piombo, la protesta dal basso prima o poi sfocia nelle revolverate.</p>



<p>Di questo paradigma, la bomba di Piazza Fontana e la strategia della tensione hanno sempre rappresentato una pericolosa crepa storica, essendo, al contrario, dimostrazione di come l’attacco politico parta sempre dall’alto, dalle classi dirigenti; di come questo avvenga in momenti di crisi economica, spesso attraverso riforme del mercato del lavoro che impoveriscono i lavoratori; e di come altre volte, in momenti di tensione sociale, a supporto di riforme impopolari, le suddette classi dirigenti mettano in campo le famigerate forze ‘occulte’: mafia, servizi segreti, massoneria (P2, all’epoca) ed estremismo di destra. Se, da un lato, la celestiale sentenza con la quale il giudice D’Ambrosio attribuisce la responsabilità della morte dell’anarchico Pinelli a un malore attivo, la dubbia condanna di Sofri, Bompressi, Mario e Pietrostefani per l’omicidio del commissario Calabresi, la mancanza di condanne per i responsabili della strage di Brescia e di molte altre bombe esplose prima e dopo quella della Banca Nazionale dell’Agricoltura, hanno messo al riparo la politica dall’imbarazzante dovere di fare i conti con la propria storia, dall’altro, non sono riuscite a sanare la crepa, lasciando comunque uno strano sapore nelle bocche di coloro che ancora oggi interpretano il rapporto della politica con lo scontento della società civile, facendo un’analogia con quanto accaduto negli anni Settanta.</p>



<p>Questa dinamica di rimozione costruita su paradigmi monolitici, anche se inaccettabile, fa parte del gioco. “I morti sono complici della pacificazione,” scriveva Merleau-Ponty nel 1960, “solo vivendo essi potrebbero ricreare di nuovo la mancanza e il bisogno della loro presenza che vanno svanendo. Gli storici conservatori citano come ovvia l’innocenza di Dreyfus – e rimangono conservatori come prima. Dreyfus non è vendicato, neppure riabilitato; il fatto che la sua innocenza sia diventata un luogo comune, non lo ripaga del torto subito, poiché essa non è iscritta nella storia nel senso in cui gli venne negata e in cui fu rivendicata da suoi difensori.<br>A coloro che hanno perduto tutto la storia toglie ancora qualcosa, mentre continua a darlo a coloro che hanno preso tutto. La prescrizione, che ricopre ogni cosa, scagiona infatti il colpevole e non accoglie ricorsi dalle vittime. La storia non confessa mai”.</p>



<p>Un discorso valido in particolar modo per l’Italia nel caso della costruzione di verità istituzionali. Come si diceva, è nell’ordine delle cose – i vincitori che scrivono la storia, ecc. Più strano che questa dinamica valga anche per il cinema e, purtroppo, anche per la letteratura, creando delle narrazioni che possono essere definite ‘di rinuncia’. Dall’arte, grazie al linguaggio dell’immaginazione, con la capacità che le è propria di ribaltare le versioni storiche ufficiali e di proporre un’immagine meno statica degli eventi storici, ci si aspetterebbero altri esiti. Una contrapposizione che avrebbe il merito di abbattere quel confine tra cronaca della verità (vista come proseguimento della strategia della tensione) e scrittura di finzione (ovvero: una letteratura della tensione), creato artificialmente dallo stesso linguaggio istituzionale per disconoscere l’arte come strumento di conoscenza.</p>



<p>Il racconto sugli anni Settanta ha delle costanti che restano immutabili nel tempo, anche quando viene costruito con le migliori intenzioni: scontri di piazza, rivolte studentesche, vite desolate che sfociano nella droga o nella lotta armata (sempre ‘rossa’), che alla fine non fanno altro che cementare nell’immaginario degli italiani, grazie a storie anche molto suggestive e piene di azione, quell’idea di violenza unilaterale. Al contrario, le cifre mostrano uno scenario diverso:<br>“Tra il 1969 e il 1974, 63 persone caddero vittime di attentati terroristici di destra, 9 di attentati di sinistra, 10 vennero uccide in scontri a fuoco dalle forze dell’ordine, per gli altri 10, l’identità degli attentatori non venne accertata. Tra il 1975 e il 1980, 115 persone furono uccise da terroristi di destra, 110 da quelli di sinistra, 29 dalle forze dell’ordine, 16 da ignoti” (2).<br>I numeri saranno anche una fredda statistica, ma aiutano comunque a farsi un’idea. Malgrado ciò, il cinema, con particolare insistenza, quando butta il proprio occhio su quel decennio, continua a concentrare il proprio fuoco sul piombo rosso, sempre giocando sul paradigma secondo cui esiste, tra pensiero di sinistra e lotta armata, un rapporto inscindibile.</p>



<p>Gli esempi cinematografici non mancano:&nbsp;<strong>La prima linea</strong>, lo fa in maniera molto diretta. I film come&nbsp;<strong>Il grande sogno</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Mio fratello è figlio unico</strong>, entrambi ambientati alla fine degli anni Sessanta, mostrano, invece, attraverso storie di gioventù traviata dalla politica, il percorso ‘naturale’ che dalla manifestazione di piazza conduce alla P38, tanto caro al paradigma di regime. In entrambi i casi, uno dei protagonisti compie la scelta della clandestinità, nel secondo con un piccolo valore aggiunto in conclusione al paradigma: i neri picchiano e i rossi sparano. In entrambi i film, non c’è accenno alle bombe con le quali lo Stato ha dichiarato guerra ai movimenti extraparlamentari, capaci di portare in piazza una moltitudine di persone. Una falla logica nell’impianto storico, utile ad attribuire all’ideologia di sinistra l’intera responsabilità della lotta armata.</p>



<p>Ma la madre di tutte le omissioni e della superficialità tipica del cinema di rinuncia è il film uscito nelle sale nel 2003, di Marco Bellocchio.<br><strong>Buongiorno notte</strong>&nbsp;parla del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Per farsi un’idea della faciloneria con cui una vicenda tanto importante e così piena di possibilità narrative è stata trattata dal regista e dagli sceneggiatori, è sufficiente confrontarla con&nbsp;<strong>L’Amerikano</strong>&nbsp;di Costa Gavras (1973).<br>Il film di Gavras, tratto da una storia vera, è ambientato in Uruguay nel 1970. Parla del sequestro di un funzionario americano di un’agenzia civile, paragovernativa, organizzato dai Tupamaros, con lo scopo di processarlo per i crimini commessi in Brasile e a Santo Domingo.<br>Il nucleo centrale della trama è lo stesso su cui Bellocchio imposta la propria opera. Ma il parallelismo finisce qui. Mentre il regista italiano, preso dall’intenzione di erigere un solido monumento a Moro – e di farlo portando nell’appartamento di via Montalcini i dubbi, le paure dei brigatisti e la loro sudditanza psicologica di fronte al prigioniero – si butta in un racconto farcito di estetismi cinematografici e di vuoto contenutistico, Costa Gavras imposta buona parte del film sul processo con il quale i Tupamaros dimostrano, domanda dopo domanda, prova dopo prova, che il funzionario americano è in realtà un uomo dei servizi segreti americani che agisce sotto la copertura della polizia uruguaiana. Tortura e organizzazioni di squadre clandestine pronte ad assassinare gli oppositori politici, al termine del lungo interrogatorio risultano essere la sua vera specializzazione. Sulla base di questo racconto, il regista verticalizza l’analisi e mostra come l’ingerenza americana, approfittando dello stato di emergenza, riesca a rinforzare le forze golpiste interne per indurre il governo ad assumere una linea di fermezza, lasciando che i Tupamaros giustizino l’ostaggio.</p>



<p>Dal processo, al contrario, Bellocchio si tiene rigorosamente alla larga.<br>Durante le chiacchierate con i suoi carcerieri, Moro filosofeggia di etica e di morale, mentre quelli lo stanno ad ascoltare e qualcuno di loro si emoziona fino alle lacrime. Finché Bellocchio, perso in altre storie parallele di chi vive quei fatti di cronaca, immerso nella propria quotidianità, butta alle ortiche, oltre ai soldi del produttore e del contributo statale, un’ottima occasione di elaborare un’efficace narrativa della tensione. Eppure, il memoriale scritto da Aldo Moro avrebbe potuto essere una fonte inesauribile per impostare il film e renderlo molto più interessante anche da un punto di vista cinematografico. Sarebbe stato avvincente assistere all’interrogatorio dell’ostaggio, mentre questi snocciola uno dietro l’altro i risvolti più nascosti del tentativo di colpo di Stato organizzato in seno all’arma dei carabinieri capitanata dal generale De Lorenzo, delle modalità di finanziamento della Dc, dello scandalo Lockheed e della presenza, in Italia, di una realtà paramilitare chiamata Gladio. Un’occasione imperdibile per puntare la telecamera sul marcio della prima Repubblica.<br>Invece, niente di tutto questo. Sequestratori che piangono, un famigerato dattiloscritto che circola di mano in mano e musica dei Pink Floyd.</p>



<p><em>Romanzo di una strage</em>&nbsp;è l’ultimo prodotto di quest’arte della rinuncia; la dimostrazione dell’esattezza delle parole di Merleau-Ponty.<br>Mentre alcuni morti degli anni Settanta italiani vengono sepolti definitivamente nella fossa comune del dimenticatoio, altri sono costantemente richiamati alla memoria perché la loro storia possa essere utilizzata politicamente contro chi, privo di riferimenti politici credibili, sfoga il proprio disagio manifestando.<br>Il film di Marco Tullio Giordana è parte integrante della storia che non confessa, che toglie a chi ha perso per dare a chi ha preso. E che scagiona il colpevole proprio perché non iscrive la storia della bomba di Piazza Fontana nelle ragioni che l’hanno resa necessaria a chi aveva visto traballare il proprio dominio economico, politico e culturale, sotto i colpi delle proteste studentesche e operaie durante il biennio ’68-69. Rivolte che incutevano paura perché lanciate contro il Capitale.</p>



<p>Di questo scontro non c’è presenza: giusto qualche manganellata sulle teste di alcuni manifestanti all’inizio del film, poi più nulla. Al regista interessava solo affrontare la questione dell’inchiesta sui responsabili della strage, che necessariamente lo avrebbe costretto ad affrontare il mistero spinoso della morte di Pinelli. Scelta furba, perché grazie alle polemiche che, come da copione, sono seguite, il film ha goduto di una grande pubblicità. È impossibile, d’altronde, accontentare chi ha interesse a perpetuare la menzogna e insieme chi cerca la verità.<br>Con un’estenuante serie di calibrate omissioni, Giordana ha fatto contenti i primi provvedendo nel contempo a che i giovani, che nulla sanno di quella vicenda, conoscessero, attraverso i loro avatar, le vittime di quel fatto storico, rimanendo comunque all’oscuro delle ragioni che agli occhi della classe dirigente hanno reso necessaria quella bomba. Il film è talmente evanescente nel dare una spiegazione a questo proposito, che persino Aldo Moro, con l’espressione del Bambi di Walt Disney, vaga da ufficio a ufficio per l’intera vicenda senza riuscire a capacitarsi di cosa stia accadendo al Paese.</p>



<p>Durante questo vagabondaggio, gli viene rinfacciata la politica di avvicinamento al partito comunista. E qui egli consegna allo spettatore una giustificazione perfettamente in linea con il suo pensiero ufficiale: il Pci rappresenta una parte troppo consistente del Paese per non dialogarci.<br>Nella sua tenerezza, questa risposta appare, rispetto ai tempi in cui viene pronunciata, eccessivamente annacquata dalla necessità di non sporcare l’immagine pura con cui Moro è stato consegnato alla storia. Una sorta di etica ufficiale, una versione di Stato del pensiero democratico moroteo. Peccato che l’uomo reale, non quello del film, essendo una figura di potere ai più alti livelli, a porte chiuse, probabilmente, si sarebbe espresso più concretamente e avrebbe detto: dobbiamo parlare con gli stalinisti del Pci, farli avvicinare al governo, di modo che tocchi a loro preoccuparsi di stroncare gli operai rivoluzionari.<br>Un’affermazione sicuramente più consona a una costante della politica, per indicare una mansione che storicamente è sempre toccata alla sinistra.</p>



<p>Ma, pronunciata così, d’improvviso, avrebbe costretto gli autori della sceneggiatura a tornare indietro di un paio d’anni per spiegarla. E, una volta compiuto questo salto, occorre mostrare le condizioni del lavoro in fabbrica, i pesanti ritmi di produzione, i licenziamenti di massa, che avevano condotto gli operai a una protesta radicale, a esautorare i sindacati per aderire alle nuove forme di lotta proposte da movimenti più aggressivi come Potere operaio, Avanguardia operaia e Lotta continua. Con la conseguenza di allargare in breve tempo la protesta a tutte le grandi fabbriche – Pirelli, Fiat, Porto Marghera, Montedison, Iri, Eni – e di trasformarla in una spinta rivoluzionaria capace di ottenere parecchie conquiste sindacali.</p>



<p>Come sa chiunque scriva narrazioni, anche il più piccolo cambiamento apportato in una storia già costruita, crea un effetto a catena che richiede continue modifiche e nuove giustificazioni nel rispetto della coerenza, che spesso finiscono per snaturare l’intero impianto. Ecco perché, dopo aver mostrato lo sfruttamento degli operai, gli autori sono costretti a inserire il personaggio dell’industriale. È questa figura di antagonista (o di protagonista, a seconda del punto di vista adottato dagli sceneggiatori) che, messo alle strette dagli operai e dalle esitazioni della politica di fronte alla ‘necessità’ di rispondere alle proteste operaie con una repressione di tipo cileno, decide di finanziare (insieme a banchieri, agrari e altri padroni) i movimenti di estrema destra e l’Msi di Almirante, nella speranza di un golpe alla greca. Contemporaneamente si mettono in moto alcune parti dell’apparato statale e di alcuni ambienti della Dc. Iniziano così gli attentati, predisposti da manine in guanti bianchi, che hanno il preciso obiettivo di addossare la responsabilità alla sinistra e creare il clima adatto a un colpo di Stato.<br>Finché la vicenda approda al climax, il colpo di scena finale. Il momento in cui lo spettatore capisce qual è la vera funzione di uno Stato, per la difesa di chi e di cosa si rende garante, sulle spalle di chi, e contro quali categorie sociali. Il 12 dicembre 1969, dopo 145 attentati, esplode la bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Mentre ancora le barelle stanno portando via i feriti, il commissario Calabresi individua negli anarchici i responsabili del massacro. Ordina una retata, comincia a interrogare Pinelli e una finestra della stanza viene aperta per fare uscire il fumo delle sigarette.</p>



<p>Il film si chiude qui.<br>Ora: è vero che con una trama di questo tipo, al giovane spettatore non è dato modo di assistere alla vicenda umana dei due protagonisti di <em>Romanzo di una strage</em>; che non può commuoversi e giocare a ‘innocentista o colpevolista?’ riguardo alle responsabilità di Calabresi e delle istituzioni statali. Ma perlomeno torna a casa con una conoscenza in più. Finalmente qualcuno gli ha chiarito che cosa significhi la locuzione ‘strategia della tensione’, e perché la bomba di Piazza Fontana è ancora oggi un strumento fondamentale per saggiare la scorza di cui è ricoperta la classe dirigente italiana.</p>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. <em>La notte del giornalismo</em>, Giovanna Cracco, Paginauno n. 18/2010<br>(2) <em>La rivolta ambigua</em>, Henner Hess, Sansoni editore</p>
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