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	<title>Cinema &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Jul 2026 16:01:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Cinema &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Alla fine dell’arcobaleno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alla-fine-dellarcobaleno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
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					<description><![CDATA[Il caso Epstein, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini ed Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick: ovvero, il cuore di tenebra dell’Occidente È il 1996 quando viene segnalato per la prima volta all’FBI l’interesse di Jeffrey Epstein per la pornografia minorile, nonché i suoi comportamenti sessuali abusivi, da Maria Farmer, [&#8230;]]]></description>
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</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il caso <strong>Epstein, Salò o le 120 giornate di Sodoma</strong> di Pier Paolo Pasolini ed <strong>Eyes Wide Shut</strong> di Stanley Kubrick: ovvero, il cuore di tenebra dell’Occidente</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È il 1996 quando viene segnalato per la prima volta all’FBI l’interesse di Jeffrey Epstein per la pornografia minorile, nonché i suoi comportamenti sessuali abusivi, da Maria Farmer, allora collaboratrice del finanziere per l’acquisto di opere d’arte. Segue un nulla di fatto.</p>



<p>Un decennio dopo, nel 2005, i genitori di una ragazza di quattordici anni presentano una denuncia alla polizia di Palm Beach, Florida, per molestie sessuali avvenute sulla figlia nella residenza di Epstein. Sulla scia di questo caso, anche altre ragazze minorenni si fanno avanti per denunciare abusi analoghi, occorsi nello stesso periodo. Eppure già nel 2006 la polizia chiude le indagini preliminari, con Epstein incriminato solo a livello statale e accuse decisamente ridimensionate – in particolare, per induzione alla prostituzione. Anche l’FBI, tuttavia, sta conducendo, a questo punto, un’indagine per accertare l’esistenza di altre vittime e complici, la quale si interrompe bruscamente nel 2008, quando viene raggiunto un controverso accordo di patteggiamento con il procuratore federale Alexander Acosta, per cui il finanziere è registrato come <em>sex offender</em> e condannato a diciotto mesi di prigione, scontati in gran parte con permessi di uscita. A tal proposito, un reportage della giornalista Vicky Ward pubblicato su <em>The Daily Best</em> nel 2019 parla dell’esistenza di una fonte anonima, secondo la quale Acosta avrebbe riferito ai membri della squadra di transizione alla Casa Bianca di Donald Trump che, tra il 2007 e il 2008, gli era stato detto di “lasciar perdere” Epstein, poiché “apparteneva all’intelligence” (1). Il procuratore ha sempre negato questa versione. Tuttavia, tra i milioni di file resi pubblici il 30 gennaio 2026, emerge il memorandum dell’FBI FD-1023 dell’ottobre 2020 (2), il quale, pur non costituendo una prova giudiziaria, darebbe ragione alla fonte di Vicky Ward. Qui si legge, infatti, che sarebbe stato l’avvocato di Epstein, Alan Dershowitz, a riferire ad Acosta il coinvolgimento dell’accusato con i servizi segreti, in particolare il Mossad, da cui lo stesso Dershowitz sarebbe stato contattato per un <em>debriefing</em>, dopo i colloqui telefonici intercorsi tra lui e il finanziere (3).</p>



<p>Giungiamo così al 2011, quando lo Stato di New York classifica Epstein come <em>sex offender</em> di livello massimo&#8230;</p>



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		<title>Zona franca – numero 96</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-96/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 13:50:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
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					<description><![CDATA[Rental Family, regia di Hikari (Mitsuyo Miyazaki), 2025 Un amico fraterno m’ha fatto una testa così: è andato a vederlo due volte filate e voleva assolutamente rivederlo una terza, con me. Così è riuscito a trascinarmi al cinema. Abbiamo palati cinematografici affini; se il malinconico Brendan Fraser era riuscito a folgorare il suo cuore quantomeno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
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</ul>



<p><strong>Rental Family</strong>, regia di Hikari (Mitsuyo Miyazaki), 2025</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="299" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/05/zona-franca-96.jpg" alt="" class="wp-image-9489"/></figure>
</div>


<p>Un amico fraterno m’ha fatto una testa così: è andato a vederlo due volte filate e voleva assolutamente rivederlo una terza, con me. Così è riuscito a trascinarmi al cinema. Abbiamo palati cinematografici affini; se il malinconico Brendan Fraser era riuscito a folgorare il suo cuore quantomeno avrebbe trafitto anche il mio (quant’è bella st’immagine, nonché l’idea in sé di andare al cinema e sborsare soldi per farsi spappolare il cuore a frecciate tipo film sui cannibali anni ‘80, eh?). E tanto è stato. Che dire? Dialoghi, location, fotografia, musica, interpretazioni: poesia totale. Presente l’elettrocardiogramma di un adolescente quando guarda un film d’azione con esplosioni e morti al secondo stile Michael Bay? Ecco: questo è il corrispettivo per anziani/non più giovani/vecchi/vecchiacci di una certa età come noi. Sin dalla prima scena il cuore ti entra in un vagone delle montagne russe: ridi, poi ti blocchi, poi ridacchi, poi ti commuovi, poi ridi, poi ti preoccupi, poi arriva il giro della morte e ridi preoccupato. Poi ti rattristi. Poi ti commuovi per la bellezza che è ovunque. Un luna park emotivo. Il protagonista è autentico; puro come un bambino. Irradia pace. Amarlo diventa automatico. Di una delicatezza disarmante. Guardatelo appena riuscite; fatevi un regalo.</p>



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		<title>Eretica-mente</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/eretica-mente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:20:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal testo di Aldous Huxley al film di Ken Russell, I diavoli di Loudon tra desiderio, fede, storia e politica Può un libro essere, al contempo, un romanzo, un saggio storico, una pungente satira, una sottilissima indagine psicologica e un testo mistico? Se parliamo di un autore come Aldous Huxley, sì. Perché è appunto questa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dal testo di Aldous Huxley al film di Ken Russell, <strong>I diavoli di Loudon</strong> tra desiderio, fede, storia e politica</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Può un libro essere, al contempo, un romanzo, un saggio storico, una pungente satira, una sottilissima indagine psicologica e un testo mistico? Se parliamo di un autore come Aldous Huxley, sì. Perché è appunto questa la complessa natura de <em>I diavoli di Loudon,</em> opera che, attraverso varie lenti argomentative, tratta della presunta possessione demoniaca che avrebbe interessato un intero convento di suore orsoline negli anni Trenta del XVII secolo nella cittadina di Loudun, Francia, pubblicata per la prima volta nel 1952. Da questo lavoro John Withing, nel 1960, avrebbe tratto una pièce teatrale; nel 1969, il compositore polacco Krzysztof Penderecki vi si sarebbe ispirato per un’opera lirica in tre atti, con libretto in tedesco; e, infine, nel 1971, il regista britannico Ken Russell avrebbe portato la storia sul grande schermo con il suo film più bello, discusso, controverso: <em>I diavoli</em>, per l’appunto.</p>



<p>La narrazione prende presumibilmente le mosse dall’anno 1631. Urbain Grandier, interpretato da un magistrale Oliver Reed, parroco della chiesa di San Pietro nella cittadina di Loudun, mentre celebra il funerale del vecchio governatore – figura generica in cui Ken Russell sembra riunire diversi personaggi storici, appartenenti al ramo dei Sainte-Marthe – introduce già lo spettatore al clima dell’epoca, caratterizzato, tra le altre cose, da feroci guerre di religione&#8230;</p>



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		<title>Zona franca – numero 95</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-95/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:10:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[Bugonia, regia di Yorgos Lanthimos, 2025 Lanthimos: o lo ami, o lo odi o&#8230; Bugonia. Qua Andy s’è giocato tutto; come apripista per una ‘terza via’ opzionale al canonico bivio ‘o adori’ o&#8230;? Il mainstream è saturo di mestieranti; Lanthimos è un Autore; ne ha da dire, e c’è riuscito pure con ‘sto remake di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<p><strong>Bugonia</strong>, regia di Yorgos Lanthimos, 2025</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="259" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/zona-franca-1-95.jpg" alt="" class="wp-image-9362"/></figure>
</div>


<p>Lanthimos: o lo ami, o lo odi o&#8230; Bugonia. Qua Andy s’è giocato tutto; come apripista per una ‘terza via’ opzionale al canonico bivio ‘o adori’ o&#8230;? Il mainstream è saturo di mestieranti; Lanthimos è un Autore; ne ha da dire, e c’è riuscito pure con ‘sto <em>remake</em> di un film coreano. Doveste fare una ricerca sul <em>perché</em> del titolo troverete una serie di cazzate talmente arrabattate che dopo averle lette, per decomprimere il senso di vuoto, sarete costretti a guardare Uomini&amp;Donne e L’Eredità tutti i giorni per (minimo) 3 mesi filati. Perciò sconsiglio sia questo che (peggio!) cercare “di cosa parla”. Cazzo mi significa <em>Di che parla</em>? Semmai <em>a chi vorrebbe parlare</em>. A tale domanda rispondo: <em>ai cialtroni</em> (e alla loro irriducibile supponenza). A quelli che credono d’avere ‘capito’ tutto già da subito. Ritmo altalenante. Scene a tinte forti e dialoghi incisivi. Tuttavia è probabile che per quasi l’intera durata, tu/spettatore, avverta un brusio cerebrale; una vocina dal tono metallico standard che ripete ossessivamente <em>Leccaculo, Leccaculo, Lec</em><em>caculo</em> e che ti accompagnerà fino agli ultimi 5 minuti, quando scoprirai (amaramente) che la voce si sbagliava, perché la voce era <em>tua</em>; di cialtrone prevenuto. Un ammirevole specchio del corrente periodo (anti)storico.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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		<item>
		<title>Vedo non vedo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/vedo-non-vedo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Il processo di gentrificazione in rapporto allo spazio geografico, alla classe sociale, alla ‘razza’ e all’identità in Blindspotting di Carlos Lopez Estrada Gentrificazione: processo afferente alla sociologia urbana, che può comprendere la riqualificazione e il mutamento fisico e della composizione sociale di aree urbane marginali, con conseguenze spesso non egualitarie sul piano socio-economico. Questa la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il processo di gentrificazione in rapporto allo spazio geografico, alla classe sociale, alla ‘razza’ e all’identità in <strong>Blindspotting di Carlos Lopez Estrada</strong></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Gentrificazione: processo afferente alla sociologia urbana, che può comprendere la riqualificazione e il mutamento fisico e della composizione sociale di aree urbane marginali, con conseguenze spesso non egualitarie sul piano socio-economico. Questa la definizione del termine, coniato nel 1964 dalla sociologa inglese Ruth Glass, data dall’Enciclopedia Treccani. Del resto, già la sua radice, <em>gentry</em> – parola che designa la piccola nobiltà anglosassone – la dice lunga sulla natura classista di tale fenomeno; il quale risulta oggi particolarmente aggressivo e manifesto in pressoché tutte le metropoli occidentali. Certo l’ideologia neoliberista, lasciata libera di imperversare indisturbata dopo la capitolazione dell’URSS nel 1991, ha dato una spinta decisiva alla riprogettazione delle città in maniera tale che potessero garantire una maggiore estrazione di plusvalore. Come ricordato da Giovanna Cracco in un articolo del 2023, uscito su queste pagine, risale al 1999 la pubblicazione di un numero monografico della rivista <em>Urban life</em>, il quale “definisce le ‘città competitive’, dando risalto alla lettura puramente economicistica della sociologia urbana e ufficializzando l’entrata del pensiero neoliberista nelle politiche cittadine. Il pubblico – il welfare delle case popolari e dell’assistenza ai cittadini più poveri così come la gestione del patrimonio culturale e architettonico – cede il passo alla privatizzazione e alle partnership pubblico/privato, e la città diviene un ‘moltiplicatore della crescita economica’ e un ‘centro di innovazione’ che deve competere sul mercato delle città globali per attirare capitali e investimenti” (1). Non per niente, il 1999 è anche l’anno in cui viene dato alle stampe il romanzo <em>Motherless Brooklyn</em> di Jona than Lethem, dal quale Edward Northon, nel 2019, avrebbe tratto l’omonimo film, spostando l’ambientazione dalla fine del secolo scorso agli anni Cinquanta, quasi a suggerire una continuità storica tra la gentrificazione di ieri e di oggi; perché è appunto questo il tema affrontato dal libro e dalla sua versione cinematografica, dove la città di New York – e la zona di Brooklyn, in particolare – risulta l’effettiva protagonista della vicenda nel contesto di una vera e propria pulizia etnica, operata a scapito degli strati più deboli della popolazione, soprattutto afroamericana, e a beneficio del Capitale. La stessa dinamica trattata, seppur in forma diversa, dal film <em>Blindspotting</em> (2018) di Carlos López Estrada, dove a essere al centro dell’analisi è Oakland, California. Qui, fin dai titoli di testa, viene evidenziato il tema delle <em>due città</em> – il riferimento letterario è a un romanzo di Dickens – con una linea nera che divide lo schermo a metà, mostrando diverse scene di vita metropolitana a destra e a sinistra; frattura che, come vedremo, è destinata ad assumere una fitta rete di significati in rapporto allo spazio geografico, alla classe sociale, alla ‘razza’ e all’identità a essi associata. Ma procediamo per ordine…</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Zona franca – numero 94</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-94/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 12:55:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[The Skulls, regia di Rob Cohen, 2000 Da quando ci blindarono in casa per la sicurezza degli altri (!!!), è iniziato a circolare un odioso termine di m***, coniato all’epoca della Commissione Warren per bollare come cazzari tutti quelli che sostenevano che era impossibile che quel cazzone di Hoswald fosse riuscito a crivellare il cranio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<p><strong>The Skulls</strong>, regia di Rob Cohen, 2000</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="295" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/01/zona-franca-1-94.jpg" alt="" class="wp-image-9186"/></figure>
</div>


<p>Da quando ci blindarono in casa per la sicurezza degli altri (!!!), è iniziato a circolare un odioso termine di m***, coniato all’epoca della Commissione Warren per bollare come <em>cazzari</em> tutti quelli che sostenevano che era impossibile che quel cazzone di Hoswald fosse riuscito a crivellare il cranio di Kennedy standosene lì dove aveva confessato di starsene appollaiato col suo fucile: <em>Complottista</em>. ‘Complottista’ significa <em>che</em> <em>crede ai complotti</em>. Esistono complotti? No!!! Ci siamo inventati il termine ‘complotto’ per indicare qualcosa di inesistente e ‘complottista’ per prendere per il culo chi crede che sia possibile che esista qualcuno che cospira contro qualcun altro. E questo <em>è</em> un film complottista. Già dall’inizio ci avvisano che nelle università americane esistono le confraternite e che quella più oscura – della quale fecero parte Presidenti, vice presidenti e personaggi influenti sulla vita politica dell’America – è quella dei <em>Teschi</em> (scrivere <em>Skull&amp; Bones</em> [che esiste davèro!] era mejo di no). Qui c’è tutto. Tutto spiattellato in un film confezionato come ‘dramma adolescenziale’. Piaciuto assai. E nonostante la tematica inquietante ancora riesce a erogare una piacevole atmosfera da ‘Mondo pre-11/9’ (uscì nel 2000). Sottovalutato e dimenticato. Da recuperare.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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		<item>
		<title>Il nuovo tempio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-nuovo-tempio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Maestro e Margherita: tra Ragione e Follia, Verità e Potere, il film di Lokŝin e il capolavoro di Bulgakov passando per Victor Serge e Adorno e Horkheimer]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il Maestro e Margherita</strong>: tra Ragione e Follia, Verità e Potere, il film di Lokŝin e il capolavoro di Bulgakov passando per Victor Serge e Adorno e Horkheimer</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Era inevitabile che l’uscita nelle sale, nel 2024, dell’ultima versione cinematografica del capolavoro di Michail Bulgakov, <em>Il Maestro e Margherita</em>, risentisse del clima di propaganda che, negli ultimi anni, imperversa su entrambi i fronti del conflitto tra Russia e Occidente. Del resto, lo stesso regista, Michail Lokšin, figlio di uno scienziato russo emigrato negli Stati Uniti – e, di conseguenza, cittadino americano – avendo vissuto finora facendo la spola tra il Texas e Mosca, non ha mai nascosto che, con il suo film, ferma restando l’ambientazione in epoca sovietica, intendesse rileggere il lavoro di Bulgakov come un’allegoria della Russia attuale; ciò che non ha mancato di scatenare l’indignazione di diversi opinionisti vicini al governo di Putin, come Vladimir&nbsp;Solovyov o Yegor Kholmogorov. Gli elementi per utilizzare il caso in senso eminentemente propagandistico da parte dei media occidentali ci sono tutti, a cominciare dal fatto che, stando a quanto riportato da Paolo Valentino sul Corriere della Sera, dopo l’uscita del film, Lokšin avrebbe lasciato la Russia per evitare ripercussioni (1). Senza contare che Michail Bulgakov, vissuto tra il 1891 e il 1940, era originario di Kiev. Tuttavia, che il lavoro di Lokšin non solo sia stato prodotto in Russia, ma abbia addirittura beneficiato di un sostanzioso contributo finanziario dal Ministero della Cultura di quel Paese, introduce un ulteriore elemento di complessità in una vicenda che, nel suo piccolo, risulta emblematica della colpevole semplificazione operata dai media occidentali, per cui il conflitto in corso in Ucraina vedrebbe contrapposti mondo libero e autoritarismi. Se di censura dobbiamo parlare, infatti, in accordo con i temi affrontati dall’opera di Bulgakov e dal film di Lokšin, è impossibile non ricordare l’isterica campagna di rimozione operata proprio dall’establishment europeo e statunitense nei confronti di tutto ciò che fosse attinente alla <em>cultura</em> russa. Tra i tanti casi, ci limitiamo a citare quello forse più eclatante: l’assurda cancellazione del corso di Paolo Nori su Dostoevskij presso l’Università Bicocca di Milano nel 2022 (mentre lo stesso genere di censura non ha mai toccato uno Stato genocida come Israele).</p>



<p>La nostra lettura de <em>Il Maestro e Margherita</em> non può e non vuole limitarsi a una mera attualizzazione del conflitto tra Russia e Occidente. Ciò che speriamo di dimostrare è semmai il carattere complesso di un intellettuale, com’era quello di Michail Bulgakov, irriducibile a qualsiasi facile etichetta politica; dunque, estraneo tanto all’URSS di Stalin, come oggi alla Russia di Putin, quanto all’Occidente cosiddetto democratico. E, per farlo, intrecceremo l’analisi del lavoro di Lokšin con l’opera letteraria non solo di Bulgakov, ma anche con quella di un autore vicino a quest’ultimo per temi trattati, Victor Serge, pseudonimo di Viktor L’vovič Kibal’čič, trasferitosi dalla Francia in Unione sovietica nel 1919 per contribuire all’edificazione del socialismo e fattosi ben presto portatore <em>da sinistra</em> di una radicale critica alla deriva autoritaria presa dal governo bolscevico (2). Inoltre, ricopriranno grande importanza le tesi espresse da Max Horkheimer e Theodor Adorno in uno dei capisaldi del pensiero filosofico della Scuola di Francoforte, <em>Dialettica dell’illuminismo</em>.</p>



<p>Ma procediamo per ordine&#8230;</p>



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		<title>Zona franca – numero 93</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-93/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[The Trip, regia di Tommy Wirkola, 2021 Ricordate il mitico La Guerra dei Roses del 1989? Immaginatene un remake contemporaneo satirico, grottesco, divertente, crudele, drammatico e spiazzante fatto in Norvegia da norvegesi (che non sono di certo i classici borghesi americani). In sostanza The Trip è questo. Detta così non so quanto possa stimolarvi l’appetito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<p><strong>The Trip</strong>, regia di Tommy Wirkola, 2021</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="293" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/zona-franca-93.jpg" alt="" class="wp-image-9039"/></figure>
</div>


<p>Ricordate il mitico <em>La Guerra dei Roses </em>del 1989? Immaginatene un remake contemporaneo satirico, grottesco, divertente, crudele, drammatico e spiazzante fatto in Norvegia da norvegesi (che non sono di certo i classici borghesi americani). In sostanza <em>The Trip</em> è questo. Detta così non so quanto possa stimolarvi l’appetito cinefilo. Spiego <em>perché </em>ho scelto di condividere con Voi proprio questo: per il tipo di Esperienza <em>inusuale</em>. In due parole: “Fattore Disorientante”. I film a cui siamo abituati sono tarati e cablati col metronomo e la livella: se l’etichetta è ‘Commedia’, sarà una Commedia <em>canonica</em>. Se l’etichetta è ‘Drammatico’, sarà dramma <em>canonico</em> e così via. È stato definito ‘Commedia Nera’. Del ‘Commedia’ ne abbiamo già parlato; sappiamo come funziona. Ma: che dire riguardo il ‘Nera’? È generico; non gli si addice. Passiamo dalla Commedia dove si ride, al dramma dove ci si sente emotivamente coinvolti, fino alla violenza fisica e psicologica <em>insostenibile</em>. Cioè: stai lì che ridi come fosse il classico ‘film da ridere’, poi ti intristisci come stessi vedendo un dramma pesante, poi <em>cominci a soffrire</em>come se il film fosse fin dall’inizio un horror splatter di quelli nichilisti e violenti. Vieni sbattuto di qua e di là; ma non in superficie; nel profondo d’ognuno dei generi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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		<title>Morire per (r)esistere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/morire-per-resistere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:55:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Il film Paradise now di Hany Abu-Assad per comprendere l’essenza della lotta di Gaza e della Cisgiordania: la violenza anticoloniale come ultima risorsa per affermare l’esistenza dell’identità palestinese davanti a uno Stato coloniale che da decenni mira a negarla]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il film<strong> Paradise now</strong> di Hany Abu-Assad per comprendere l’essenza della lotta di Gaza e della Cisgiordania: la violenza anticoloniale come ultima risorsa per affermare l’esistenza dell’identità palestinese davanti a uno Stato coloniale che da decenni mira a negarla</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">7 ottobre 2023. Israele viene colpito dal più grande attacco della sua Storia recente da parte di Hamas – a capo dell’operazione – e tutte le altre fazioni della resistenza palestinese presenti nella Striscia di Gaza, tra cui il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Il bilancio della giornata è di 1.139 vittime in totale sul fronte israeliano – 373 soldati, 695 civili e 71 stranieri – 240 ostaggi rapiti, e circa 1.500 perdite tra i guerriglieri palestinesi (1). La condanna dell’attentato da parte del mondo occidentale è unanime. Tuttavia, come c’era da aspettarsi, non tiene conto del contesto decennale dei rapporti tra Israele e Palestina, delle condizioni a dir poco drammatiche in cui vessa la popolazione della Striscia di Gaza – dal 2006, anno della vittoria di Hamas alle elezioni legislative, con 74 seggi ottenuti contro i 45 di Fatah, soggetta a un vero e proprio assedio da parte di Israele – e, in generale, dell’impatto catastrofico avuto dalla creazione dello Stato ebraico nel 1948 sulle vite di<em> tutti</em> i palestinesi. Inoltre, su entrambi i fronti si assiste al dispiegarsi della propaganda, come sempre accade nei conflitti.</p>



<p>Israele arricchisce di dettagli macabri e grotteschi gli atti di violenza perpetrati da Hamas e dalle altre fazioni di guerriglieri sugli abitanti dei kibbutzim limitrofi alla Striscia e sui partecipanti al Nova Festival – il rave che avrebbe dovuto svolgersi nella zona di Re’im fino al 6 ottobre, ma che, all’ultimo momento, fu prorogato di un giorno, motivo per cui non è possibile attribuire ad Hamas una decisione <em>a priori </em>di attaccare un simile assembramento di civili, considerato che nemmeno sapeva della sua esistenza; piuttosto si trattò di un’iniziativa sorta nel <em>mentre</em> dell’operazione (2) –; dall’altra parte Hamas sostiene che le vittime – 364 in questo caso – non sarebbero da attribuire ai combattenti delle brigate al-Qassam, il braccio armato dell’organizzazione, bensì ai civili fuoriusciti dalla Striscia insieme ai guerriglieri a seguito dell’abbattimento del muro che separa l’exclave palestinese dallo Stato israeliano, attraverso l’utilizzo di bulldozer e droni esplosivi: versione che risulta poco credibile, come attesta la quantità di video girati dai partecipanti al festival, relativi al massacro.</p>



<p>C’è poi la storia dei neonati decapitati o cotti nel forno dai guerriglieri palestinesi nel kibbutz di Kfar Aza, che si è rivelata per quella che è, una storia, appunto: “La notizia [inizialmente diffusa dal canale i24NEWS, <em>n.d.a.</em>] si era sparsa rapidamente, rilanciata dal portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu, ripetuta addirittura dal presidente americano Joe Biden («Non avrei mai immaginato di vedere e avere immagini verificate di terroristi che decapitano bambini»), e riportata da gran parte della stampa occidentale. Il governo israeliano ammetterà successivamente di non avere alcuna prova a supporto di questa notizia. Nessun altro ha potuto corroborare l’informazione. Ma essa ha continuato a circolare su molti media occidentali” (3).</p>



<p>Stesso discorso vale per i presunti stupri di massa compiuti dai guerriglieri di Hamas. Se resta affatto possibile, purtroppo, che <em>singoli</em> casi di violenza sessuale si siano verificati, è molto dubbio che siano avvenuti in maniera sistematica, configurandosi in una strategia di guerra, come pretenderebbe la propaganda israeliana. Troppo scarse le testimonianze, le prove forensi e la documentazione fotografica. Troppo evidente il tentativo di Israele – e dei media occidentali – di distorcere la realtà al fine di legittimare la risposta militare israeliana che fin dai primi mesi si è caratterizzata con crimini di guerra (4), come risulta da un articolo apparso sul <em>New York Times</em> il 28 dicembre 2023&#8230;</p>



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		<title>Zona franca – numero 92</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/zona-franca-numero-92/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8934</guid>

					<description><![CDATA[The Master, regia di Paul Thomas Anderson, 2012 Anticipo: per apprezzarlo, metabolizzarlo nella sua interezza dovreste vederlo almeno 3 volte. La prima: una prova generale. La seconda e terza per unirvici e&#8230; separarvi. Visionato con l’emisfero sinistro del cervello, a primissimo impatto, The Master è una storia iniziatica liberamente ispirata alla nascita di una delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
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</ul>



<p><strong>The Master</strong>, regia di Paul Thomas Anderson, 2012</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="285" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/the-master-92.jpg" alt="" class="wp-image-8935"/></figure>
</div>


<p>Anticipo: per apprezzarlo, <em>metabolizzarlo</em> nella sua interezza dovreste vederlo <em>almeno</em> 3 volte. La prima: una prova generale. La seconda e terza per unirvici e&#8230; <em>separarvi</em>. Visionato con l’emisfero sinistro del cervello, a primissimo impatto, <em>The Master</em> è una storia iniziatica liberamente ispirata alla nascita di una delle più influenti e popolari sette del ‘900 mixata a un paio di romanzi. Grande fotografia, musiche suggestive. Dialoghi serrati, scene impattanti e due eccezionali attori protagonisti. Quando poi si procederà con la <em>visione</em> <em>di pancia</em> ce ne sbatterà il c*** dell’estetica, dei personaggi, delle scenografie, del commento sonoro, delle battute, del montaggio, del ritmo&#8230; perché si inizia a soffrire. <em>Nel</em> corpo e <em>con</em> l’anima. Ci sono stati almeno 4/5 punti in cui non ho capito (poi però sì) perché mi è venuto un magone angosciante e una voglia di piangere disperata, come avessi interamente assorbito i tormenti del disagiatissimo protagonista. Anzi, senza il <em>come</em>; non vedevo più Joaquin Phoenix. C’ero io lì. Io con la <em>mia </em>storia. I <em>miei </em>traumi. E il mio c*** di dolore represso e dimenticato. E mi sono ritrovato a fare auditing col Maestro. Ottimo film d’autore al servizio dello Spettatore; contemporaneamente un’esperienza per l’Umano dietro la Maschera/Spettatore.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



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