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	<title>Guerra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Guerra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/aumento-della-spesa-militare-e-delle-emissioni-di-gas-serra-cosa-dice-la-ricerca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:45:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2 Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility</p>



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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il comparto militare non è solo il grande assente in tutte le politiche green, è anche tra i settori maggiormente inquinanti; uno studio analizza quanto ci costerà la corsa al riarmo in tonnellate di emissioni CO2</p>
</blockquote>



<p><em>Nel 2019, l’impronta di carbonio militare globale, incluse le catene di approvvigionamento ma escluso l’impatto delle guerre all’epoca in atto, è stata stimata nel 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Per dare un ordine di grandezza, se l’ambito militare mondiale fosse un Paese, nel 2019 avrebbe avuto la quarta più grande impronta di carbonio del pianeta, superiore a quella della Russia. Eppure, nel dibattito sul cambiamento climatico così come nelle misure orientate a contenerlo, promosse da istituzioni internazionali, sovranazionali – su tutte, l’Unione europea – e nazionali, l’inquinamento prodotto dalla sfera militare viene completamente ignorato. Il report di cui pubblichiamo qui un estratto*, cerca di quantificare </em>l’ulteriore <em>aumento delle emissioni di gas serra che produrrà l’attuale incremento della spesa militare, considerando anche l’orientamento dei Paesi NATO di portarla al 3,5% del Pil – all’interno di un più ampio obiettivo pari al 5%. Incremento in parte già avvenuto. “Tra il 2019 e il 2024 la spesa militare della NATO è cresciuta di circa 200 miliardi di dollari, che si traducono in una stima di circa 64 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), simile alle emissioni territoriali del Bahrein; ulteriori aumenti pianificati porteranno probabilmente a una aggiunta di altri 132 milioni di tCO2e, superiori alle emissioni territoriali del Cile”. Numeri che si sommano a quelli registrati nel 2019 e sicuramente sottostimati, vista la difficoltà a reperire i dati da un ambito, quello militare, che non li rende disponibili – e quando lo fa, sempre parzialmente – e la volontà degli stessi Stati a nasconderli, mentre spingono l’opinione pubblica all’accettazione delle politiche green. Da una parte, dunque, abbiamo la società civile che si impegna a ridurre le emissioni di CO2, dall’altra la politica che lancia una corsa al riarmo che incrementa le medesime emissioni di CO2&#8230;</em></p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal report <em>Military spending rises and greenhouse gas emissions. What does the research say?</em>, Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), settembre 2025. Creative Commons Licence, Attribution-ShareAlike 4.0 International. Traduzione a cura di Paginauno.</p>
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		<title>Mining for War. Valutazione delle scorte minerarie del Pentagono</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/mining-for-war-valutazione-delle-scorte-minerarie-del-pentagono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:40:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Lorah Steichen, Transition Security Project La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Lorah Steichen, Transition Security Project</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La National Defense Stockpile statunitense ha riaperto la gestione diretta dei ‘minerali critici’ necessari agli armamenti: un controllo sulle catene di approvvigionamento che mette a rischio la transizione energetica globale</p>
</blockquote>



<p><em>Litio, cobalto, grafite, terre rare sono minerali necessari non solo alla transizione energetica: sono indispensabili anche per le tecnologie militari. Da decenni il Pentagono si procura direttamente alcune materie prime essenziali per gli armamenti, attraverso acquisti e meccanismi di stoccaggio, ma l’approvvigionamento era andato diminuendo dopo la fine della guerra fredda; nel 2025, con il Big Beautiful Bill, Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per la gestione di ‘minerali critici’, di cui due milioni specificamente destinati alla National Defense Stockpile del Ministero della Difesa. Lo studio di Lorah Steichen (Transition Security Project), di cui pubblichiamo qui un estratto*, esamina il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, e come la relativa incidenza metta a rischio la transizione energetica globale.</em></p>



<p><em>Che la guerra sia sinonimo di devastazione ambientale, è ovvio. Meno palese è la devastazione indiret</em><em>ta del comparto militare in sé: insieme al report della Scientists for Global Responsibility sulle emissioni di gas serra del settore militare (1), il dato aggiunto da questo studio permette di iniziare a tracciarne le coordinate.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Spinto dalle preoccupazioni relative alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, nel contesto della crescente competizione tra grandi potenze con la Cina, il Pentagono sta accelerando gli sforzi per garantire l’accesso ai cosiddetti minerali critici, essenziali per le industrie militari. Al centro di questa spinta c’è un rafforzato impegno ad accumulare questi materiali all’interno della National Defense Stockpile (NDS) della Defense Logistics Agency (DLA); un aumento di domanda che rischia di distogliere risorse vitali dalle iniziative di decarbonizzazione civile, e di accelerare la competizione militarizzata [&#8230;]. Questo briefing esamina come il ruolo del Pentagono nelle catene di approvvigionamento dei minerali, in particolare attraverso l’accumulo di scorte, metta in discussione la transizione energetica globale. [&#8230;] Una transizione che dipende dall’accesso ai minerali, componenti essenziali delle tecnologie rinnovabili. Le stime suggeriscono che almeno trenta minerali e metalli per la transizione energetica (ETM), come litio, cobalto, grafite e terre rare (REE), costituiscano la base materiale della transizione energetica. Molti di questi stessi materiali vengono utilizzati anche per produrre tecnologie militari: dalle armi a guida di precisione ai sistemi di comunicazione avanzati, fino a un arsenale emergente di tecnologie militari come le piattaforme di guerra autonome basate sull’intelligenza artificiale. Praticamente ogni sistema d’arma moderno si basa su componenti minerali. Il governo degli Stati Uniti si riferisce a questi materiali come “minerali critici”, dove la ‘criticità’ è definita dall’importanza economica o per la sicurezza nazionale, e dalla suscettibilità alle interruzioni dell’approvvigionamento. Tali designazioni autorizzano nuove modalità di intervento statale per garantire l’accesso e la produzione, come il sostegno finanziario, l’accelerazione normativa e altri sforzi di marketcrafting. [&#8230;]</p>



<p>Dati i significativi danni sociali e ambientali associati all’attività estrattiva su larga scala, le risorse minerarie dovrebbero essere indirizzate verso settori socialmente utili. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Catene di approvvigionamento minerario militarizzate</h4>



<p>Il Pentagono è un attore importante nell’acquisizione e nella pianificazione mineraria, poiché esercita un’influenza smisurata sulle catene di approvvigionamento nazionali e nella corsa globale alle risorse. Questa influenza deriva in parte dall’enorme portata delle forze armate statunitensi. Sostenuti da un bilancio annuale di mille miliardi di dollari, gli USA rappresentano quasi il 40% delle spese militari dei Paesi di tutto il mondo, e spendono per la guerra più dei seguenti nove Stati messi insieme. Anche all’interno, la spesa militare assorbe una quota sproporzionata di risorse pubbliche: il Pentagono gestisce oltre la metà della spesa discrezionale federale e quasi due terzi di tutti gli appalti federali, con contratti a imprese private che rappresentano oltre la metà della spesa militare annuale. Nel 2022, il 36% degli appalti del Pentagono è andato a sole cinque aziende private, grandi affaristi della guerra: Boeing, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamics e Raytheon. Oltre a questi colossi industriali, il Pentagono acquista una vasta gamma di altri beni e servizi, che vanno dal cibo, al carburante, alle uniformi, alle alte tecnologie di sorveglianza, ai servizi contabili e alle materie prime. Questo vasto sistema di approvvigionamento collega la pianificazione militare statunitense alle frontiere estrattive globali, intensificando la pressione della domanda e influenzando le modalità e le fonti di approvvigionamento.</p>



<p>Oltre alle dimensioni e al budget sproporzionati, il Pentagono esercita autorità uniche rispetto ad altre agenzie, che gli consentono non solo di influenzare le catene di approvvigionamento ma anche di plasmare interi mercati: assorbendo i rischi, indirizzando gli investimenti e creando segnali di domanda che costruiscono una capacità industriale strategica per fini militari. Attraverso meccanismi come lo stoccaggio DLA e il Defense Production Act (DPA), il Pentagono si procura direttamente le materie prime e indirizza gli investimenti verso progetti selezionati di estrazione e lavorazione. Questi poteri conferiscono ai militari la libertà di orientare lo sviluppo industriale, spesso a scapito della supervisione ambientale. Per esempio, l’Ordine Esecutivo del Presidente Trump del 2025 intitolato “Misure immediate per aumentare la produzione mineraria americana”, che invoca il DPA per accelerare lo sviluppo minerario nazionale, prevede la sospensione delle normali verifiche ambientali come richiesto dal National Environmental Policy Act (NEPA).</p>



<p>Secondo una recente analisi dei finanziamenti pubblici statunitensi per progetti minerari, attraverso le autorità di spesa della Defense Logistics Agency il Pentagono ha finanziato o segnalato interesse nel sostenere almeno venti iniziative minerarie negli Stati Uniti e in Canada, per un totale, dal 2023, di quasi un miliardo di dollari. In un esempio lampante di questo ruolo di mercato in espansione, il governo USA si è mosso per acquisire partecipazioni azionarie dirette in società di “minerali critici”, un passo senza precedenti nella moderna politica industriale statunitense. A luglio il Pentagono è diventato il maggiore azionista dell’unica miniera di terre rare degli USA, acquistando 400 milioni di dollari in azioni della società MP Materials e negoziando un accordo di prelievo decennale: un contratto per l’acquisto di una quota fissa della produzione futura, sostenuto da misure di supporto dei prezzi volte a stabilizzare il mercato e garantire i rendimenti. Questo strumento, il primo di una serie di partecipazioni in diverse aziende, non solo plasma le catene di approvvigionamento dei minerali, ma consolida anche il controllo del Pentagono su di esse.</p>



<p>Un’altra espressione del ruolo crescente del Pentagono nelle catene di approvvigionamento minerario è la ripresa, attraverso la DLA, delle pratiche di stoccaggio risalenti alla guerra fredda. [&#8230;] Istituita nel 1961, la Defense Logistics Agency fu creata per centralizzare e semplificare le operazioni di approvvigionamento militare [&#8230;]. Una delle sue funzioni chiave divenne la gestione della National Defense Stockpile (NDS): nata nel 1939, la NDS è una riserva di materie prime non combustibili ritenute essenziali per la sicurezza nazionale. Fin dall’inizio, l’accumulo di scorte è stato dunque esplicitamente legato all’ambito militare: la nozione stessa di ‘criticità’ è emersa in questo contesto, definita dalla funzione strategica di un materiale e dalla sua vulnerabilità agli shock di approvvigionamento; criteri e associazioni bellicose che rimangono fondamentali per le attuali designazioni dei minerali critici.</p>



<p>Sebbene il suo ruolo sia andato diminuendo dopo la guerra fredda, la funzione di stoccaggio della DLA è riemersa, con il Pentagono che cerca di assicurarsi minerali essenziali e di ridurre la dipendenza da fonti straniere, in particolare cinesi. L’agenzia ha iniziato a rivalutare le vulnerabilità dell’approvvigionamento di terre rare già nel 2014, e più recentemente, nel contesto dei flussi di finanziamenti provenienti dal Big Beautiful Bill di Trump, ha annunciato piani per l’acquisto e l’accumulo di una serie di minerali essenziali. In precedenza, nel 2022, i Dipartimenti dell’Energia, dello Stato e della Difesa avevano firmato un accordo interagenzia per iniziare a immagazzinare materiali per “sostenere la transizione degli Stati Uniti verso l’energia pulita e per le esigenze di sicurezza nazionale”, una mossa giustificata dalla volontà di miglioramento “della sicurezza energetica americana e della competitività del XXI secolo”. Tuttavia, [&#8230;] gli esborsi tramite NDS rimangono strutturalmente orientati alle priorità militari [&#8230;].</p>



<p>La ripresa delle pratiche di stoccaggio si è sviluppata parallelamente a un più ampio cambiamento nel modo in cui gli ETM vengono inquadrati nelle informazioni, nelle politiche e nelle comunicazioni di settore. Con una crescente enfasi sull’urgenza, sulla scarsità e sulle incombenti minacce militari, la sicurezza delle catene di approvvigionamento viene sempre più presentata come essenziale per la sicurezza geopolitica e come percorso verso la stabilità economica. Questa impostazione, guidata dalle politiche e dall’industria, promuove una mentalità di “crescita a tutti i costi” che mina la regolamentazione, la definizione di standard, la cooperazione multilaterale, le prospettive a lungo termine e le ampie nozioni di diritti e responsabilità – tutti principi chiave di una giusta transizione energetica. Questa narrazione è in linea con gli interessi materiali delle multinazionali minerarie, dei produttori di armi e di altri stakeholder finanziari, che trarranno profitto dall’estrazione incontrollata sia sotto la bandiera della sicurezza nazionale, sia sotto quella della transizione energetica. Sebbene non vi sia una carenza immediata della maggior parte degli ETM, la domanda militare rischia di distogliere i materiali dalle esigenze civili di decarbonizzazione e di gonfiare le proiezioni di domanda a lungo termine; una dinamica che rischia di accelerare l’espansione mineraria, anche in assenza di scarsità a breve termine.</p>



<p>Inoltre, l’estrazione ha costi ambientali e sociali profondi. In assenza di solidi sistemi di riciclo, la crescente domanda stimola nuove iniziative minerarie in un settore globale noto per le disastrose violazioni dei diritti ambientali, umani, dei lavoratori e delle popolazioni indigene. Le attività minerarie spesso radono al suolo interi ecosistemi, generando enormi volumi di rifiuti tossici e contaminando il suolo e l’acqua: un inquinamento che può persistere a lungo dopo la chiusura della miniera, con implicazioni disastrose per la salute umana e ambientale. I danni inflitti nei siti in cui vengono estratte le materie prime per le armi, prefigurano modelli di devastazione ecologica e crisi di salute pubblica simili a quelli che si verificano in ogni fase del ciclo di vita di un’arma, dalla produzione e collaudo fino all’impiego e allo smaltimento. In altre parole, la devastazione ecologica e le eredità tossiche causate dalle tecnologie militari iniziano con l’estrazione delle materie prime, e persistono in ogni fase del loro ciclo di vita distruttivo.</p>



<p>La fusione di minacce geopolitiche e interessi commerciali, utilizzata per giustificare la crescente domanda da parte dell’esercito di minerali cosiddetti critici e dual use, riflette anche un problema più ampio: dirottare i materiali da usi civili essenziali, come le infrastrutture per le energie rinnovabili, rischia di rallentare gli sforzi di decarbonizzazione, in un momento in cui un’azione rapida è fondamentale. Inoltre, l’accumulo di scorte alimenta una pericolosa dinamica di competizione militare, nella quale l’accesso ai materiali diventa una corsa geopolitica decisa con la forza piuttosto che una risorsa condivisa per la transizione energetica globale. Accaparrandosi questi materiali per alimentare la macchina da guerra, il Pentagono non solo prosciuga le risorse necessarie per soluzioni climatiche urgenti, ma perpetua anche un ciclo distruttivo di militarismo che mina la pace e la sostenibilità globali, escludendo al contempo le funzioni civili del governo federale. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">La crescente riserva mineraria militare</h4>



<p>I materiali descritti in questo briefing riflettono le priorità e le tendenze emergenti in materia di stoccaggio, nonché la loro rilevanza sia per le catene di approvvigionamento militari che per le tecnologie civili per l’energia pulita. Questa analisi esamina le recenti attività di approvvigionamento della DLA, con particolare attenzione alle aggiudicazioni di contratti e alle richieste di appalto relative ai minerali critici, come elencati dal Sistema di Gestione degli Appalti del governo federale.</p>



<p>[&#8230;] Una parte significativa dei materiali utilizzati per produrre armamenti e altre infrastrutture militari passa attraverso produttori di armi privati, le cui attività sono in gran parte tenute nascoste al controllo pubblico. Questo flusso di materiali verso le infrastrutture militari – compresi sistemi di sorveglianza, piattaforme d’arma e macchine da guerra alimentate a combustibili fossili – rimane in gran parte non documentato. Non esiste una contabilità pubblica della domanda militare di minerali chiave essenziali per la transizione energetica. Questa mancanza di trasparenza costituisce una grave lacuna di rendicontazione [&#8230;].</p>



<p>Nonostante queste limitazioni, l’analisi delle recenti attività della Defense Logistics Agency dimostra l’emergere di priorità nello stoccaggio di minerali dual use, evidenziando il ruolo dell’esercito statunitense nelle catene di approvvigionamento vitali per le tecnologie militari e di transizione energetica. La DLA immagazzina circa 48 minerali e leghe in sei depositi negli Stati Uniti. Il Big Beautiful Bill di Trump ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per minerali essenziali, di cui due milioni di dollari specificamente per la National Defense Stockpile. La tabella 1 (pag. 69) descrive i contratti e le richieste di stoccaggio DLA a partire dall’approvazione del disegno di legge.</p>



<p>Come indicato nella tabella 1, molti dei materiali inclusi nelle recenti attività di stoccaggio della Defense Logistics Agency non sono materiali tipicamente considerati essenziali per la transizione energetica. [&#8230;] Tuttavia, potrebbero essere utilizzati per supportare la rapida implementazione di tecnologie per le energie rinnovabili, e così promuovere obiettivi di decarbonizzazione più ampi. Il cobalto e la grafite, per esempio, sono ETM chiave, ampiamente utilizzati nelle tecnologie delle batterie che alimentano i veicoli elettrici e consentono l’accumulo di energia su larga scala. La quantità di cobalto e grafite che la DLA ha recentemente richiesto per la riserva di difesa nazionale potrebbe essere destinata a produrre oltre 100.000 autobus elettrici, una quota sostanziale della flotta necessaria per riordinare il sistema di trasporto statunitense e dare priorità al trasporto pubblico elettrificato, contro la dipendenza dalle automobili. Oggi sono meno di 6.500 gli autobus elettrici in circolazione in tutto il Paese.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="1003" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg" alt="" class="wp-image-9341" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2026/03/Mining-for-war-95-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Inoltre, l’accumulo di energia a batteria su scala di rete, che svolge un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della rete elettrica immagazzinando e distribuendo l’energia in eccesso proveniente da fonti rinnovabili variabili come l’eolico e il solare, dovrà crescere in modo significativo per supportare la transizione energetica. Allo stesso tempo, i sistemi di accumulo a batteria richiedono un elevato consumo di minerali. Rispetto alle 1.015,23 tonnellate di cobalto destinate allo stoccaggio delle batterie nel 2024, le quasi 7.500 tonnellate destinate alla riserva della Defense Logistics Agency potrebbero essere utilizzate per produrre 80,2 gigawattora di capacità delle batterie, ovvero più del doppio dell’attuale capacità di stoccaggio energetico. [&#8230;]</p>



<p>La domanda militare di minerali di transizione potrebbe anche innescare nuove forme di distruzione ecologica, accelerando pratiche estrattive dannose. L’estrazione mineraria in acque profonde, un metodo relativamente poco testato per estrarre metalli dai fondali oceanici, sta guadagnando terreno a livello globale, nonostante le diffuse preoccupazioni sui rischi ambientali e sui benefici non dimostrati. Nel marzo 2025, il governo statunitense ha intensificato la ricerca di estrazione mineraria in acque profonde, stringendo una partnership con The Metals Company (TMC) per esplorare commercialmente l’attività mineraria nei fondali marini internazionali. Gli USA hanno giustificato la mossa definendola necessaria per garantire le catene di approvvigionamento per le tecnologie militari e l’autonomia strategica, aggirando al contempo i negoziati multilaterali in corso. La partnership è stata seguita da un ordine esecutivo che segnalava l’intenzione di “ripristinare il predominio americano sui minerali e sulle risorse critiche offshore”.</p>



<p>La spinta multimiliardaria verso l’estrazione mineraria in acque profonde si basa su affermazioni esagerate in merito alla scarsità di materiali, ai benefici sociali e ai guadagni economici. Ma lungi dal rispondere a un bisogno reale, l’ultima spinta all’estrazione mineraria in acque profonde è invischiata nei tentativi opportunistici dell’industria di capitalizzare sulla volatilità geopolitica, e di presentarla come un imperativo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti; una mossa che potrebbe aumentare l’insicurezza globale e provocare nuovi conflitti. L’aggiramento del diritto internazionale indebolisce la governance multilaterale e rischia di intensificare la competizione sulle acque contese, intensificando il conflitto nel Pacifico e trasformando i fondali marini internazionali in un’arena per l’estrazione di risorse e la competizione strategica. [&#8230;]</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dallo Studio <em>Mining for War: Assessing the Pentagon’s Mineral Stockpile</em>, Lorah Steichen, 4 dicembre 2025, Transition Security Project. Traduzione a cura di Paginauno. Per l’articolo originale, integrale e completo di note <a href="https://transitionsecurity.org/mining-for-war/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://transitionsecurity.org/mining-for-war/</a></p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Stuart Parkinson, Scientists for Global Responsibility (SGR), <em>Aumento della spesa militare e delle emissioni di gas serra. Cosa dice la ricerca?</em>, pag. 52. Nota di redazione</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA CARCERAZIONE. Morti palestinesi in custodia israeliana: sparizioni forzate, uccisioni sistematiche e insabbiamenti</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-carcerazione-morti-palestinesi-in-custodia-israeliana-sparizioni-forzate-uccisioni-sistematiche-e-insabbiamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:35:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Physicians for Human Rights Israel Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale 94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Physicians for Human Rights Israel</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale</p>
</blockquote>



<p><em>94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e 26 dalla Cisgiordania occupata o possedevano la cittadinanza israeliana. È ciò che denuncia Physiciansfor Human Rights Israel (PHRI), dopo aver incrociato informazioni raccolte dalle istituzioni israeliane (tramite richieste di accesso agli atti), testimonianze di palestinesi incarcerati, dati pubblicatida altre organizzazioni per i diritti umani e segnalazioni dirette – nei casi in cui il PHRI stesso è stato coinvolto nella presentazione di denunce mediche. Risultati che “indicano l’esistenza di una politica ufficiale da parte delle autorità carcerarie israeliane che prende di mira i palestinesi detenuti”, evidenzia il PHRI, “in grave violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto interno e internazionale, e che porta a un numero senza precedenti di morti trai palestinesi in custodia”.</em></p>



<p><em>Physicians for Human Rights Israel è un’organizzazione</em><em>con sede a Tel Aviv, fondata nel 1988 da un gruppo di medici israeliani e oggi supportata da oltre 3.500 membri e volontari; assiste gratuitamente ogni anno più di 20.000 </em><em>persone, fornendo assistenza medica “principalmente</em><em>a migranti, rifugiati e residenti palestinesi in Cisgiordania e Gaza”, attraverso cliniche mobili; allo stesso tempo, si legge sul sito, PHRI lavora per modificare strutture e politiche discriminatorie e abusive nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati. A novembre 2025 esce con il report </em>Deaths of Palestinians in Israeli Custody: Enforced Disappearances, Systematic Killings and Cover-ups, <em>di cui pubblichiamo qui un estratto, con traduzione a cura di Paginauno</em><em>. Il report analizza la “politica di sparizione forzata perseguita e mantenuta dall’esercito israeliano”; “documenta l’uccisione sistematica di palestinesi nei centri di detenzione militari e nelle prigioni gestite dell’Autorità Penitenziaria Israeliana”; e infine “denuncia i tentativi delle istituzioni di Israele di insabbiare le circostanze dei decessi dei detenuti palestinesi”. Pratiche che il PHRI individua come istituzionali: “Il forte aumento del numero di palestinesi morti nelle strutture carcerarie israeliane dal 7 ottobre 2023, rispetto agli anni precedenti, dimostra che, dall’inizio della guerra, l’uccisione di palestinesi in custodia è diventata un ulteriore strumento di Stato per l’oppressione palestinese, [&#8230;] una pratica normalizzata derivata direttamente dalla politica ufficiale dello Stato”. E conclude: “il destino di centinaia di palestinesi di Gaza detenuti dall’esercito israeliano rimane a tutt’oggi sconosciuto&#8230;</em></p>



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		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: IL FANATISMO. Rapporto sull’antisemitismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-il-fanatismo-rapporto-sullantisemitismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include Cisgiordania e Gerusalemme, e l’accusa di antisemitismo a qualsiasi critica verso lo Stato di Israele</p>
</blockquote>



<p><em>Tra i ministeri dello Stato di Israele vi è il Ministero per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo (1). Se è comprensibile che una realtà statuale come quella israeliana contempli una simile istituzione, per la storia stessa del popolo ebraico, lascia esterrefatti il fanatismo religioso di cui ne sono intrise la politica e l’operato.</em></p>



<p><em>Settimanalmente tale Ministero opera una schedatura delle cosiddette “proteste anti-israe</em><em>liane significative” in programmazione in diversi</em><em> Paesi (2), contrassegnandole per grado di ri</em><em>schio: “b</em><em>asso (possibilità di lievi disordini/copertura mediatica), medio (potenziale rischio di violenze</em><em> minori/gravi disordini), elevato (probabile coinvolgimento di violenze), molto elevato (probabile verificarsi di violenze significative che </em><em>causano lesioni gravi)”. A titolo di esempio, viene</em><em> etichettata di rischio ‘medio’ “una manifestazione pubblica prevista per il 7 novembre da</em><em>vanti alla sede del Consiglio regionale [della</em><em> </em><em>Sardegna] organizzata dal Comitato sardo di</em><em> solidarietà con la Palestina”, e dettagliata come </em><em>segue: “L’evento invita la presidente Alessan</em><em>dra Todde e il governo regionale della Sardegna a prendere una posizione ferma contro le attività della RWM Italia, un’azienda produttrice di armi di proprietà tedesca con sede a Domusnovas, in Sardegna. La protesta nasce dalle continue critiche rivolte alla RWM per la produzione e l’esportazione di bombe e armi, che sareb</em><em>bero utilizzate in conflitti internazionali, in particolare dall’Arabia Saudita e da Israele”</em><em> (3). Si tratta di una manifestazione che si inscrive nella più vasta attività di protesta, di diversi comitati sardi, contro i progetti di espansione della RWM finalizzati a produrre, in col</em><em>laborazione con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, droni utilizzati dall’IDF; dunque, il</em><em> Ministero per </em><em>la Lotta all’Antisemitismo considera </em><em>“anti-israeliano”</em><em> opporsi alla produzione di armamenti e </em><em>rivendicare una “Sardegna terra di pace e solidarietà” (4).</em></p>



<p><em>Annualmente, lo stesso Ministero pubblica un report ben più corposo intitolato </em>Rapporto sull’Antisemitismo <em>(5</em><em>)</em><em>; l’ultimo – al momento in cui si scrive – è uscito ad aprile 2025 e riporta i dati dei dodici mesi del 2024. Ne riportiamo un estratto, con traduzione a cura di Pa</em><em>ginauno, rimandando al report originale per</em><em> maggiori dettagli e note.</em></p>



<p><em>Due sono gli aspetti che lasciano sconcertati.</em>..</p>



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<p></p>
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		<item>
		<title>Armi nucleari. Una guida introduttiva alle minacce</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/armi-nucleari-una-guida-introduttiva-alle-minacce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:20:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9167</guid>

					<description><![CDATA[Philip Webber, Scientists for Global Responsibility Sappiamo davvero cosa comporta un’esplosione nucleare? Tra retorica, minacce e propaganda torna la corsa agli armamenti atomici e si sdogana l’utilizzo di ‘piccole’ testate, nella credenza che altrettanto ‘piccola’ possa essere la relativa devastazione; un report di Scientists for Global Responsibility fa il punto dettagliando ogni singola conseguenza, umana, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Philip Webber, Scientists for Global Responsibility</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sappiamo davvero cosa comporta un’esplosione nucleare? Tra retorica, minacce e propaganda torna la corsa agli armamenti atomici e si sdogana l’utilizzo di ‘piccole’ testate, nella credenza che altrettanto ‘piccola’ possa essere la relativa devastazione; un report di Scientists for Global Responsibility fa il punto dettagliando ogni singola conseguenza, umana, climatica e sociale</p>
</blockquote>



<p><em>La guerra nucleare è tornata al centro del dibattito pubblico, tra retorica, propaganda e frasi a effetto a uso dei media. All’esplosione di un tale conflitto si fatica a credere, per la distruzione e la morte che porterebbe – com’è possibile anche solo immaginare di innescarlo? – ma sempre più viene ‘sdoganato’ l’utilizzo di ‘piccole’ testate atomiche, nella credenza che altrettanto ‘piccola’ possa essere la devastazione che comporterebbero. Scientists for Global Responsibility, nella firma di Philip Webber, esce con una ‘guida’ alle armi nucleari aggiornata ad agosto 2025 (Creative Commons Licence), che qui pubblichiamo con traduzione a cura di Paginauno. Tutti sappiamo – o crediamo di sapere – che cosa significhi un’esplosione nucleare, ma nel dettaglio, cosa comporta? A breve e a lungo termine, sull’umanità e sul pianeta? Che tipologia di testate atomiche esistono oggi nel mondo, suddivise tra i nove Paesi che le detengono? Può esserci una ‘limitata’ distruzione causata da una o più ‘piccole’ bombe atomiche? La bomba sganciata su Hiroshima contava 15 chilotoni (kT), oggi la Russia ha testate di 800 kT e gli Stati Uniti di 455 kT; il potere distruttivo complessivo delle armi nucleari pronte al fuoco di entrambi i Paesi è pari a 360 volte quello di</em> tutte <em>le bombe sganciate durante la seconda guerra mondiale. E soprattutto, ci dice Webber, “anche dopo quella che verrebbe considerata una guerra nucleare su piccola scala, le conseguenze sarebbero disastrose in tutto il mondo, ben oltre le zone di conflitto”.</em>..</p>



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		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA CRITICA. Il nostro genocidio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-critica-il-nostro-genocidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:45:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9004</guid>

					<description><![CDATA[Il report di B’Tselem guarda a Gaza, Cisgiordania e ai palestinesi israeliani, e analizza il genocidio in atto nella Striscia come un processo iniziato nel 1948, attraverso il regime di apartheid, i meccanismi di disumanizzazione e la cultura dell’impunità. Mentre a febbraio l’82% degli ebrei israeliani si dichiarava a favore della deportazione della popolazione di Gaza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">B’Tselem</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il report di B’Tselem guarda a Gaza, Cisgiordania e ai palestinesi israeliani, e analizza il genocidio in atto nella Striscia come un <em>processo</em> iniziato nel 1948, attraverso il regime di apartheid, i meccanismi di disumanizzazione e la cultura dell’impunità. Mentre a febbraio l’82% degli ebrei israeliani si dichiarava a favore della deportazione della popolazione di Gaza</p>
</blockquote>



<p><em>Com’è possibile che la popolazione ebraica di Israele accetti che il proprio governo compia, in suo nome, un genocidio? Com’è possibile che da due anni, nelle manifestazioni di piazza contro Netanyahu, la gran parte dei cittadini israeliani chieda a gran voce la fine della guerra a Gaza unicamente in nome della liberazione degli ostaggi? Com’è possibile che non chieda la fine della guerra anche in nome della cessazione del massacro della popolazione palestinese della Striscia? Sono domande che lasciano muti. Sicuramente la propaganda di guerra, portata avanti dalla classe politica e dai principali media israeliani, satura, dirige e manipola la pubblica opinione interna al Paese. Tuttavia, grazie a internet e agli smartphone, è semplice per un cittadino di Israele leggere testate internazionali che elencano dati, numeri, avvenimenti e forniscono una chiave di lettura differente rispetto alla propaganda del governo Netanyahu (anche solo testate mainstream come BBC, CNN ecc.). E quindi? Com’è possibile?</em></p>



<p><em>Non per cercare di dare una risposta – è sempre difficile darla dall’esterno – ma per tentare di avere almeno un quadro, per quanto nebuloso, di ciò che si muove all’interno del Paese, pubblichiamo due report opposti redatti da due realtà israeliane: B’Tselem e il Begin-Sadat Center for Strategic Studies. Il primo rapporto si intitola </em>Il nostro genocidio (Our Genocide)<em>, </em><a href="https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-propaganda-debunking-genocide/" data-type="post" data-id="9008" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>l’altro (pag. 28), di segno opposto, nega che sia in atto un genocidio e titola </em>Debunking dell’accusa di genocidio: un riesame della guerra Israele-Hamas dal 7 ottobre 2023 al 1° giugno 2025 (Debunking the Genocide Allegations: A Reexamination of the Israel-Hamas War from October 7, 2023 to June 1, 2025)</a>.</p>



<p><em>B’Tselem è un’organizzazione israeliana per i diritti umani che così si definisce: “Lavoriamo da oltre 35 anni per denunciare le sistematiche violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele; documentiamo e studiamo i danni causati ai palestinesi sotto il regime di apartheid e occupazione israeliano; documentiamo gli incidenti sul campo, denunciamo le azioni e i crimini di Israele, analizziamo le politiche che li guidano e identifichiamo i meccanismi politici, sociali e statali che li rendono possibili. Dentro B’Tselem ebrei-israeliani e palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza, dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est e da Israele lavorano fianco a fianco, guidati dalla convinzione che la difesa dei diritti umani sia un obbligo umano e morale fondamentale”. Il 28 luglio scorso B’Tselem pubblica il report </em>Il nostro genocidio<em>, che qui riportiamo in estratto in alcune sue parti, con traduzione a cura di Paginauno (1). Il Rapporto conta 88 pagine, e si snoda lungo percorsi storici e attuali, contestualizzando, dettagliando e analizzando. Per ragioni di spazio abbiamo scelto di tralasciare parti e capitoli relativi alle azioni militari intraprese da Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a partire dall’ottobre 2023, nell’idea che avvenimenti e dati siano – si spera – ormai noti, optando per dare visibilità alla parte del Report che racconta aspetti forse meno conosciuti. Per dare conto di uno sguardo generale, il sommario del Rapporto riporta: IL GENOCIDIO ISRAELIANO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE: 1. Uccidere e causare gravi lesioni fisiche, 2. Distruzione delle condizioni di vita, 3. Spostamento forzato, 4. Distruzione sociale, politica e culturale, 5. Il sistema carcerario come rete di campi di tortura, 6. Attacco allo status di rifugiato dei palestinesi, 7. Incitamento al genocidio e alla disumanizzazione dall’ottobre 2023; IL GENOCIDIO COME UNPROCESSO: 1. Le fondamenta del regime (1948-2023), Il regime di apartheid israeliano &#8211; ingegneria demografica, pulizia etnica e segregazione, Meccanismi di disumanizzazione e rappresentazione dei palestinesi come una minaccia esistenziale, Cultura dell’impunità, 2. L’attacco del 7 ottobre 2023: un evento scatenante, 3. Sfruttamento dell’occasione da parte di un governo di estrema destra. Ogni capitolo entra poi nel dettaglio delle azioni intraprese da Israele nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e al suo interno verso i cittadini palestinesi. Non c’è molto da aggiungere alla lettura del Report, se non sottolinearne la capacità di tenere insieme tempo e spazio, in un approccio di analisi complessivo dei rapporti tra Israele e il popolo palestinese. “Le fondamenta formali di questo regime” scrive B’Tselem, “furono gettate con la fondazione dello Stato di Israele, sulla base di preesistenti presupposti ideologici. Fin dall’inizio, l’obiettivo era chiaro: consolidare la supremazia del gruppo ebraico su tutto il territorio sotto il controllo israeliano. Lo strumento principale per realizzare questo principio guida è stato l’istituzione di un regime di apartheid (che, a differenza della situazione storica e politica del Sudafrica, non è mai stato formalmente dichiarato tale e, di fatto, è stato costantemente negato dai governi israeliani). Questo regime è concepito per consolidarela supremaziadi un gruppo attraverso l’ingegneria demografica, la separazione, la manipolazione del discorso pubblico, l’indottrinamento, il militarismo e, naturalmente, l’uso della forza e della violenza”.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-5d46cb8bfdd4ef4686fad72a4c8073cd">1. INTRODUZIONE</h4>



<p>Dall’ottobre 2023, Israele ha radicalmente cambiato la sua politica nei confronti dei palestinesi. In seguito all’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, Israele ha lanciato un’intensa campagna militare nella Striscia di Gaza, ancora in corso a più di 20 mesi di distanza. L’attacco israeliano a Gaza include: uccisioni di massa, sia con attacchi diretti che attraverso la creazione di condizioni di vita catastrofiche che continuano ad aumentare l’enorme numero di vittime; gravi danni fisici o mentali all’intera popolazione della Striscia; distruzione su larga scala delle infrastrutture; distruzione del tessuto sociale, comprese le istituzioni educative e i siti culturali palestinesi; arresti di massa e abusi sui detenuti nelle carceri israeliane, che sono di fatto diventate campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo; sfollamenti forzati di massa, inclusi tentativi di pulizia etnica e la loro trasformazione in un obiettivo di guerra ufficiale; e un attacco all’identità palestinese attraverso la deliberata distruzione dei campi profughi e i tentativi di indebolire l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA). Le conseguenze di questo attacco su vasta scala alla Striscia di Gaza sono gravi e, almeno in parte, irreparabili, nei danni che comportano a oltre due milioni di persone colpite in quanto parte del popolo palestinese.</p>



<p>Un esame della politica israeliana a Gaza e dei suoi orribili esiti, insieme alle dichiarazioni di importanti politici e comandanti militari israeliani sugli obiettivi dell’attacco, porta all’inequivocabile conclusione che Israele sta intraprendendo un’azione coordinata per distruggere intenzionalmente la società palestinese nella Striscia. In altre parole: Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. [&#8230;]</p>



<p>Il genocidio si attua attraverso pratiche molteplici e parallele nel corso del tempo, e l’uccisione fisica di massa è solo una di queste. La distruzione delle condizioni di vita, a volte in zone di concentramento o campi di concentramento, il tentativo sistematico di impedire la riproduzione, la violenza sessuale diffusa contro i membri di un gruppo o la loro espulsione di massa, possono essere tutti – e lo sono stati nel corso della storia – tra i mezzi utilizzati dagli Stati o dalle autorità al potere per distruggere gruppi etnici, nazionali, razziali, religiosi e di altro tipo. Di conseguenza, gli atti di genocidio sono varie azioni volte a provocare la distruzione di un gruppo distinto, come parte di uno sforzo deliberato e coordinato da parte di un’autorità al potere.</p>



<p>Il genocidio avviene sempre in un contesto: ci sono condizioni che lo rendono possibile, eventi catalizzatori e un’ideologia guida. L’attuale aggressione al popolo palestinese deve essere compresa nel contesto di oltre settant’anni in cui Israele ha imposto un regime violento e discriminatorio ai palestinesi, assumendo la sua forma più estrema contro coloro che vivono nella Striscia di Gaza.</p>



<p>Come tutti i regimi, il regime israeliano è un sistema che segue una logica di fondo e utilizza meccanismi statali per raggiungere i propri obiettivi. Nell’ambito di modelli più ampi di colonialismo d’insediamento, che hanno caratterizzato le relazioni tra ebrei e palestinesi fin dalle prime fasi dell’insediamento sionista, il regime israeliano opera per garantire la supremazia ebraica sui palestinesi – economicamente, politicamente, socialmente e culturalmente. A tal fine, il regime di apartheid e occupazione ha istituzionalizzato meccanismi di controllo violento, ingegneria demografica, discriminazione e frammentazione della collettività palestinese. Queste fondamenta, poste dal regime, sono ciò che ha reso possibile il lancio di un attacco genocida contro i palestinesi subito dopo l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. B’Tselem sottolinea in particolare tre elementi fondamentali: la vita sotto un regime di apartheid che impone separazione, ingegneria demografica e pulizia etnica; l’uso sistemico e istituzionalizzato della violenza contro i palestinesi, mentre i colpevoli godono di impunità; e meccanismi istituzionalizzati di disumanizzazione e di inquadramento dei palestinesi come una minaccia esistenziale.</p>



<p>Tali condizioni possono persistere nel tempo senza evolversi in un genocidio. Spesso, un evento violento che crea un senso di minaccia esistenziale nel gruppo è il catalizzatore che spinge il sistema al potere a compiere un genocidio. L’attacco di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi del 7 ottobre 2023 è stato un catalizzatore di questo tipo. [&#8230;]</p>



<p>Il genocidio israeliano è in atto nella Striscia di Gaza, dove la violenza del regime contro i palestinesi si manifesta nella sua forma più estrema e letale. Eppure, l’attacco a Gaza non può essere disgiunto dall’escalation di violenza inflitta, a vari livelli e in forme diverse, ai palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e all’interno di Israele.</p>



<p>In questo contesto, è importante notare le somiglianze tra queste aree: in definitiva, le stesse truppe operano a Gaza e nelle altre aree, sotto gli stessi comandanti e la stessa leadership politica. Le pratiche che Israele sta impiegando in altre aree riflettono spesso la logica di governo applicata a Gaza: totale disprezzo per la vita umana, gravi danni agli innocenti, distruzione diffusa di aree residenziali e condizioni di vita, pulizia etnica e palese violazione degli obblighi morali e del diritto internazionale. Allo stesso tempo, molte figure militari e politiche di alto livello minacciano di applicare contro i palestinesi in altre aree lo stesso grado di forza attualmente utilizzato a Gaza.</p>



<p>In queste zone, come a Gaza, vengono commessi crimini letali contro i palestinesi senza che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni. La violenza e la distruzione in queste aree si stanno intensificando nel tempo, senza che alcun meccanismo nazionale o internazionale efficace intervenga per fermarli. Di conseguenza, questi crimini stanno diventando normali agli occhi di soldati, comandanti, politici, personaggi dei media e degli israeliani in generale.</p>



<p>Mentre perpetra il genocidio nella Striscia di Gaza, il regime israeliano continua a controllare la vita dei palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e all’interno di Israele. Data la continua e chiara escalation della violenza israeliana contro i palestinesi in tutte queste aree – che include di per sé crimini molto gravi – dobbiamo chiedere la fine immediata del genocidio israeliano contro i palestinesi nella Striscia di Gaza e mettere in guardia dal chiaro e imminente pericolo che il genocidio non rimanga confinato a Gaza.</p>



<p>[&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-786ec2655786cf58a01d702492b930d2">4. IL GENOCIDIO ISRAELIANO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE</h4>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e40975388d24dc41e73a1889b4763be9">C. Spostamento forzato</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Sfollamento forzato nella Striscia di Gaza</h4>



<p>Circa 1,9 milioni di palestinesi, il 90% della popolazione di Gaza, è stato sfollato forzatamente almeno una volta dall’ottobre 2023. La maggior parte degli sfollati sono rifugiati o discendenti di rifugiati che furono espulsi dalle loro case durante la Nakba del 1948. Nel corso dell’assalto, sono diventati rifugiati per una seconda, terza o addirittura quarta volta. Il trauma collettivo e personale che ha plasmato la società palestinese per quasi ottant’anni è diventato, ancora una volta, una realtà vissuta. [&#8230;]</p>



<p>Il 13 ottobre 2023, l’esercito ha emesso i primi ordini di evacuazione di massa per i residenti di Gaza. Gli ordini intimavano ai residenti della parte settentrionale della Striscia di abbandonare immediatamente le proprie case e fuggire verso sud. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a decidere dove fuggire, senza sapere se o quando sarebbe stato loro consentito di tornare. Entro la fine del 2023, l’esercito ha iniziato a istituire il Corridoio di Netzarim, una zona cuscinetto che attraversa la Striscia da est a ovest lungo il confine meridionale di Gaza City, separando di fatto il nord dal sud. Nel corso dell’assalto israeliano, la zona cuscinetto si è espansa, raggiungendo al suo apice i sette chilometri di larghezza. Quest’area è stata designata come zona di uccisione, il che significa che qualsiasi palestinese trovato al suo interno sarebbe stato ucciso. Lo scopo di questa divisione era, tra le altre cose, controllare il movimento dei residenti verso il sud di Gaza e impedirne il ritorno verso nord. Nel corso del tempo, Israele ha ripetutamente ordinato ai residenti di evacuare e, a giugno 2025, l’85% della Striscia di Gaza è incluso negli ordini di evacuazione militare o sotto il controllo dell’esercito israeliano. [&#8230;]</p>



<p>Per molti mesi, il governo israeliano ha attivamente cercato di promuovere il trasferimento degli sfollati da Gaza in vari Paesi del Medio Oriente, dell’Africa, dell’Europa e del Sud America. Nel marzo 2025, il governo israeliano ha approvato l’istituzione di un’Amministrazione per le Partenze Volontarie incaricata di eseguire l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalla Striscia. A partire da maggio 2025, alti funzionari israeliani hanno dichiarato esplicitamente che la pulizia etnica di Gaza era un obiettivo centrale della guerra, affermando che la distruzione della Striscia e il controllo israeliano sugli aiuti umanitari erano mezzi per realizzare tale obiettivo. [&#8230;] Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, in una riunione della Commissione Affari Esteri e Difesa all’inizio di maggio, ha dichiarato: “Stiamo distruggendo sempre più case e gli abitanti di Gaza non hanno un posto dove tornare. L’unica conseguenza inevitabile sarà il desiderio degli abitanti di Gaza di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza”. Il “problema principale”, ha aggiunto, “riguarda i Paesi in cui emigreranno”. Netanyahu ha anche affermato, riferendosi al piano di distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza, che l’accesso ai “centri di aiuto” sarebbe stato subordinato al fatto che gli abitanti di Gaza non facessero ritorno nelle aree da cui erano partiti. Giorni prima, il ministro Smotrich aveva spiegato: “Penso che saremo in grado di dichiarare ‘vittoria’ entro pochi mesi. Gaza sarà completamente distrutta, i suoi civili saranno concentrati dal Corridoio Morag [che taglia la Striscia da est a ovest tra Khan Yunis e Rafah] verso sud, e da lì partiranno in gran numero verso Paesi terzi”.</p>



<p>Fare della pulizia etnica di Gaza uno degli “obiettivi ufficiali della guerra” e ricorrere alla fame e alla distruzione di infrastrutture e case per raggiungerlo non sono solo gravi crimini e atti genocidi di per sé, ma rivelano anche la mentalità e le intenzioni dei principali decisori durante tutta la guerra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sfollamento forzato in Cisgiordania</h4>



<p>Dall’ottobre 2023, gli attacchi militari e la violenza dei coloni e dei militari in Cisgiordania hanno causato lo sfollamento delle comunità palestinesi a una portata mai vista da quando Israele ha occupato la Cisgiordania nel 1967. 38 comunità palestinesi, comprendenti 67 complessi residenziali, sono state trasferite con la forza a causa della violenza, e altre otto, comprendenti nove complessi residenziali, sono state parzialmente sfollate. Un totale di 2.409 persone, tra cui almeno 1.056 minori, sono state sradicate dalle loro case. A giugno 2025, altre migliaia di persone che vivevano in decine di altre comunità palestinesi erano a rischio reale di espulsione a causa dei continui attacchi quotidiani dei coloni. [&#8230;]</p>



<p>L’operazione militare “Muro di Ferro”, lanciata nel gennaio 2025 e concentrata principalmente nei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale, ha portato allo sfollamento di oltre 40.000 palestinesi. Sebbene l’esercito abbia affermato di non avere una politica ufficiale di evacuazione di queste aree, le testimonianze rilasciate a B’Tselem e al quotidiano Haaretz hanno descritto soldati che costringevano i residenti ad andarsene sotto minaccia e, a volte, sotto la minaccia delle armi. [&#8230;]</p>



<p>Nel febbraio 2025, il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che l’esercito intendeva rimanere nei campi profughi per tutto l’anno successivo e che ai residenti non sarebbe stato permesso di farvi ritorno durante questo periodo. Dal gennaio 2025, le città e i campi profughi nella Cisgiordania settentrionale sono diventati città fantasma, ora occupati esclusivamente dalle forze militari. Nel maggio 2025, il campo profughi di Jenin, completamente spopolato, è stato descritto come “un grande avamposto militare” e i rapporti indicavano che l’esercito stava continuando a demolire gli edifici del campo per creare percorsi per i veicoli militari. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Sfollamento forzato all’interno di Israele</h4>



<p>Nell’aprile 2024, il governo israeliano ha trasferito l’Autorità per l’applicazione delle leggi fondiarie dal Ministero delle Finanze al Ministero della Sicurezza Nazionale, guidato dal ministro Itamar Ben Gvir. Nei mesi successivi, il Ministero ha annunciato che, in conformità con la politica del ministro, si era verificato un aumento del 400% degli ordini di demolizione emessi per le abitazioni nel Negev. Secondo i dati della polizia, nel 2024 sono stati demoliti 3.746 dunam (1 dunam = 0,1 ettari) di superficie edificata, la maggior parte dei quali nel Negev. Questa cifra rappresenta un aumento del 274% rispetto al 2023. Due villaggi, Wadi al-Khalil e Umm al-Hiran, sono stati quasi completamente rasi al suolo e altri tre quartieri sono stati cancellati dalla mappa. Di conseguenza, oltre 1.000 persone sono rimaste senza casa.</p>



<p>Nel maggio 2025, Israele ha iniziato a demolire tutte le 300 case del villaggio non riconosciuto di a-Sar, che ospita circa 3.000 residenti. [&#8230;] Israele prevede di costruire diverse comunità ebraiche o di espandere quelle esistenti sulle rovine di questi villaggi non riconosciuti, i cui residenti sono stati trasferiti con la forza, e su terreni appartenenti a villaggi del Negev destinati a future demolizioni.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-1ea80110424166ba493edfff7a4e65c2">D. Distruzione sociale, politica e culturale nella Striscia di Gaza</h4>



<h4 class="wp-block-heading">La diffusione dell’anarchia</h4>



<p>Con il pretesto della guerra contro il regime di Hamas, Israele ha sferrato un attacco senza precedenti all’ordine civile e sociale della Striscia di Gaza. Tutte le forze dell’ordine a Gaza, compresi agenti e comandanti di polizia, nonché le unità di protezione civile, sono state sistematicamente prese di mira dalle forze israeliane durante i mesi di combattimenti. Di conseguenza, e in un contesto di grave carenza di beni di prima necessità per la sopravvivenza, l’OHCHR ha dichiarato nel luglio 2024 che “l’anarchia si sta diffondendo” in tutta la Striscia, portando allo “sgretolamento del tessuto sociale di Gaza, mettendo le persone le une contro le altre in una lotta per la sopravvivenza e lacerando le comunità”. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aggressione al nucleo familiare</h4>



<p>L’attacco israeliano ha avuto un impatto devastante sul nucleo familiare nella Striscia di Gaza. Tra l’inizio dell’offensiva e marzo 2025, circa 14.000 donne nella Striscia sono rimaste vedove e ora sono le uniche responsabili delle loro famiglie. Circa 40.000 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori, in quella che sembra essere la più grande crisi di orfani della storia moderna. Un’indagine dell’UNICEF dell’aprile 2024 ha rilevato che il 41% delle famiglie a Gaza si prende cura di bambini non propri. [&#8230;]</p>



<p>L’offensiva israeliana ha anche interrotto la possibilità per i residenti di celebrare il lutto. A causa dell’enorme portata delle morti, scavare fosse comuni vicino agli ospedali e negli spazi pubblici è diventato un’abitudine. [&#8230;]</p>



<p>Tutto ciò, unito allo sfollamento prolungato, alla distruzione di moschee e chiese e ai danni ai cimiteri che hanno reso difficile lo svolgimento di preghiere, funerali e raduni di lutto, ha ulteriormente minato la capacità delle famiglie di elaborare le proprie perdite. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Assalto all’istruzione</h4>



<p>Ad aprile 2025, circa il 90% di tutte le scuole di Gaza era stato danneggiato a causa di bombardamenti aerei e persino incendi dolosi e distruzioni perpetrati dalle forze israeliane. Molti degli edifici rimasti in piedi sono poi stati trasformati in rifugi per sfollati interni, che a loro volta diventavano ripetutamente obiettivi di attacchi. Di conseguenza, a giugno 2025, nessuno dei bambini di Gaza in età scolare, circa 658.000, aveva frequentato la scuola da più di 18 mesi.</p>



<p>Diverse organizzazioni hanno avvertito che questa devastazione avrebbe avuto conseguenze gravi e a lungo termine sullo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei bambini di Gaza, privati di qualsiasi forma di routine, delle reti di supporto tipicamente fornite dagli educatori e di spazi di interazione, svago e gioco con i coetanei. [&#8230;] Si prevede che la distruzione del sistema educativo di Gaza lascerà profonde cicatrici nella società palestinese per generazioni. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aggressione al patrimonio storico e religioso</h4>



<p>A giugno 2024, Israele aveva distrutto circa 206 siti archeologici e storici nella Striscia di Gaza, tra cui mercati pubblici e quartieri antichi, alcuni risalenti a oltre mille anni fa. In diversi casi, i rapporti indicavano che le forze militari israeliane avevano saccheggiato reperti archeologici da siti archeologici e musei in tutta la Striscia.</p>



<p>Anche biblioteche, musei, archivi, teatri e altre istituzioni culturali sono stati distrutti, tra cui l’archivio centrale di Gaza City. I documenti storici lì conservati, alcuni risalenti a 150 anni fa, sono stati distrutti da un incendio. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-2d82d81171ddb9268d2199902c5cbe67">Distruzione sociale, politica e culturale in Cisgiordania</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Assalto all’istruzione</h4>



<p>Negli ultimi due anni, il diritto all’istruzione per bambini e ragazzi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, ha subito gravi danni. Nella Cisgiordania settentrionale, quasi 12.000 bambini sfollati a causa degli attacchi militari israeliani si trovano attualmente in centri per sfollati interni, la maggior parte dei quali senza accesso a spazi o risorse per l’apprendimento. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Aggressione al patrimonio storico e ai rituali religiosi</h4>



<p>L’ampia offensiva che Israele sta conducendo contro l’identità e la cultura palestinese include anche attacchi alle pratiche religiose e ai luoghi di culto in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-f92d4fb389ce16c681ca73c52a43a7e8">Distruzione sociale, politica e culturale all’interno di Israele</h4>



<h4 class="wp-block-heading">Censura e silenziamento</h4>



<p>Durante i mesi dell’attacco israeliano a Gaza, qualsiasi espressione di solidarietà con i residenti di Gaza o critica verso la politica letale di Israele è stata inquadrata come tradimento e ha subito dure conseguenze o, a volte, è stata addirittura vietata. Per esempio, la polizia ha imposto un divieto assoluto alle proteste e ai raduni palestinesi, sia che si svolgessero in opposizione alle azioni di Israele a Gaza sia che avessero obiettivi non correlati ma comportassero manifestazioni di identità palestinese. Un’ondata di arresti iniziata nell’ottobre 2023 ha travolto ogni ambito della vita pubblica. Personaggi della cultura, educatori, accademici e attivisti palestinesi sono stati arrestati e interrogati principalmente per aver espresso solidarietà a Gaza, esposto simboli palestinesi o pubblicato contenuti religiosi, anche sui social media. [&#8230;]</p>



<p>Anche l’attacco alla cultura palestinese all’interno della Linea Verde si è intensificato, con arresti di personalità culturali palestinesi e divieti sull’arte palestinese, spesso su ordine diretto del ministro della Cultura.</p>



<p>Sul fronte legislativo, le proposte di modifica alla Legge Antiterrorismo, approvate in prima lettura alla Knesset nel 2024, miravano a consolidare il reato di istigazione come strumento del governo israeliano per mettere a tacere le voci critiche. Un disegno di legge approvato in prima lettura nell’ottobre 2024 mirava a ridurre, fino a eliminare del tutto, la rappresentanza dei cittadini palestinesi di Israele nella Knesset. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Crimine</h4>



<p>I tentativi di frammentare e indebolire la società palestinese all’interno di Israele includono anche la sistematica e deliberata negligenza negli sforzi per combattere la criminalità organizzata, che sta erodendo la comunità dall’interno. In un sondaggio del 2024 dell’Israel Democracy Institute, circa due terzi degli intervistati palestinesi hanno riferito di uno scarso senso di sicurezza personale. Questa precarietà ha creato un clima di paura e sospetto reciproco, minando gravemente la coesione della comunità.</p>



<p>Abbandonare la vita dei cittadini palestinesi di Israele nelle mani di bande criminali è il risultato di una discriminazione e di una negligenza di lunga data da parte dello Stato israeliano. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-19f98a0a318ef1d2e5bd0ccff7f5d4f0">E. Il sistema carcerario come rete di campi di tortura</h4>



<p>Per decenni, Israele ha imprigionato centinaia di migliaia di palestinesi, tra cui molti membri della comunità e leader politici in diverse regioni. Il progetto di incarcerazione è stato concepito per scoraggiare qualsiasi coinvolgimento politico e inviare un messaggio chiaro agli attivisti: ogni tentativo di resistere all’oppressione israeliana può essere punito con l’incarcerazione senza processo, la repressione violenta e persino gravi torture. [&#8230;]</p>



<p>Sotto la copertura dell’attacco a Gaza, le carceri israeliane sono diventate luoghi in cui la violenza di Stato è più sfacciata e brutale. Dall’ottobre 2023, migliaia di palestinesi provenienti da Gaza, dalla Cisgiordania e da Israele sono stati detenuti e trattenuti nelle carceri israeliane, oltre alle migliaia che già erano incarcerate. Nel frattempo, il sistema carcerario israeliano ha subito un cambiamento radicale, trasformando di fatto le sue prigioni e i suoi centri di detenzione in una rete di campi di tortura per i detenuti palestinesi. [&#8230;]</p>



<p>Il ciclo di sofferenza e il suo impatto psicologico si estende oltre i prigionieri stessi. Anche i familiari, che spesso non riescono a contattare o a sapere nulla del destino dei propri cari durante i lunghi mesi di prigionia, pagano un prezzo pesante. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3de261f8997d02bd9ca1bc660caad407">F. Aggressione allo status di rifugiato palestinese</h4>



<p>Nel corso di decenni di sfollamento e di vita nei campi profughi a partire dalla Nakba del 1948, lo status di rifugiato è diventato un ethos fondante della società palestinese e un elemento centrale che ne consolida l’identità collettiva nelle aree sotto il controllo israeliano e oltre. Fin dalla sua fondazione, Israele ha profuso notevoli sforzi per negare ai palestinesi lo status di rifugiati e rifiutare i diritti e le tutele garantiti alle popolazioni di rifugiati dal diritto internazionale, primo tra tutti il diritto al ritorno.</p>



<p>Questo contesto aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione del profondo significato dell’attacco mortale alla Striscia di Gaza, dove circa due terzi della popolazione è rifugiata della Nakba o sua discendente, nonché della distruzione dei campi profughi nella Cisgiordania settentrionale. Il tentativo di colpire quelli che Israele descrive come “nidi di vespe” e percepisce come nuclei di minaccia per lo Stato è, in pratica, un ampio attacco alle istituzioni che preservano la condizione di rifugiati come elemento centrale dell’identità e della cultura palestinese.</p>



<p>L’esempio più eclatante dell’attacco israeliano ai rifugiati palestinesi e alla loro condizione di rifugiati è il continuo tentativo di interrompere le operazioni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA). [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-e93ae1472aa324dc8b5525ce94cd5adb">G. Incitamento al genocidio e alla disumanizzazione dall’ottobre 2023</h4>



<p>La disumanizzazione e l’incitamento sono componenti intrinseche della tendenza di un regime a commettere un genocidio. Sono strumenti chiave nel processo attraverso il quale le vittime vengono poste al di fuori di quello che la sociologa Helen Fein ha definito “l’universo degli obblighi” dei perpetratori. In tutti i casi noti di genocidio moderno, i regimi autori hanno sistematicamente utilizzato entrambi i meccanismi – disumanizzazione e incitamento – per generare motivazioni all’azione violenta e per fornirle una giustificazione morale, sociale e politica.</p>



<p>La disumanizzazione è il processo attraverso il quale i membri del gruppo delle vittime vengono privati delle loro caratteristiche umane, ritratti come intrinsecamente immorali o pericolosi e considerati collettivamente responsabili di ogni atto negativo commesso da specifici individui o organizzazioni all’interno del gruppo stesso. In questo modo, le vittime finiscono per essere viste come persone a cui non si applicano le norme morali, o come persone che “si sono procurate la sofferenza”. Questa percezione consente a una società di infliggere loro violenza senza compromettere la propria immagine di moralità.</p>



<p>La disumanizzazione spesso coincide con l’incitamento, che mira a mobilitare il pubblico a commettere o ad acconsentire passivamente alla violenza contro un gruppo specifico. L’incitamento si attua spesso attraverso la diffusione di false informazioni, la distorsione dei fatti o la manipolazione emotiva, come la diffusione della paura. [&#8230;]</p>



<p>In Israele, il processo di disumanizzazione dei palestinesi, in particolare quelli della Striscia di Gaza, e il loro inquadramento come una “minaccia alla sicurezza”, dura da decenni, favorito dal mantenimento di una separazione pressoché totale tra comunità ebraiche e palestinesi in tutte le aree sotto il controllo israeliano. In questo contesto, l’attacco del 7 ottobre e il suo impatto sugli israeliani hanno creato un terreno fertile per l’intensificazione di un discorso che nega l’umanità dei palestinesi di Gaza, ignorando al contempo qualsiasi obbligo morale o legale nei loro confronti.</p>



<p>Dall’ottobre 2023, è stata la leadership politica israeliana a guidare il processo di disumanizzazione e incitamento al genocidio. Un elenco parziale di dichiarazioni genocide di alti funzionari israeliani, giornalisti e altre personalità pubbliche compare in decine di pagine nella memoria presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia, e illustra la portata terrificante di questo fenomeno. I più alti responsabili decisionali israeliani hanno preso parte al discorso che priva i palestinesi della loro umanità e li descrive come “animali” che non dovrebbero essere trattati come esseri umani. [&#8230;]</p>



<p>I media israeliani hanno svolto un ruolo significativo nel processo di disumanizzazione, in parte descrivendo l’intera popolazione della Striscia di Gaza come complice delle atrocità commesse contro i civili israeliani il 7 ottobre, o come sostenitrice di esse. Per molte settimane e mesi dopo il 7 ottobre, agli israeliani sono stati ripetutamente mostrati filmati di civili di Gaza che prendevano parte all’attacco e al rapimento di civili israeliani, o che esprimevano sostegno ad Hamas. [&#8230;]</p>



<p>Tutto ciò ha contribuito a rafforzare l’immagine dei palestinesi di Gaza come barbari, “animali umani”, assetati di sangue e “nazisti”, un processo che si è radicato sempre più fino a diventare una posizione normativa e diffusa nel discorso politico, mediatico e pubblico israeliano.</p>



<p>La disumanizzazione e l’etichettatura dell’intera popolazione di Gaza come responsabile o sostenitrice dei crimini commessi il 7 ottobre hanno fornito giustificazione morale e legittimità sociale ai danni arrecati ai civili nella Striscia di Gaza. Nei media mainstream, nella cultura popolare e nelle conversazioni quotidiane, si è affermata la percezione che quasi ogni forma di violenza contro i cittadini di Gaza sia accettabile come parte dello sforzo per sconfiggere Hamas e ottenere il rilascio degli ostaggi israeliani. I sondaggi pubblicati durante i mesi dell’assalto hanno illustrato la piena normalizzazione di questa visione all’interno della società israeliana. Per esempio, i sondaggi hanno rilevato che la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana concordava con l’affermazione che “non ci sono innocenti a Gaza”, si opponeva al trasferimento di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e sosteneva l’idea di trasferire forzatamente i suoi residenti.</p>



<p>Inoltre, retorica genocida e appelli all’uccisione di massa, allo sfollamento e alla pulizia etnica sono stati e continuano a essere quotidianamente espressi sulle piattaforme mediatiche israeliane. A guidare la carica è Canale 14, insieme a giornalisti popolari come Amit Segal, che ha chiesto di “cancellare la memoria di Amalek”, o Almog Boker, che ha dichiarato che “a Gaza non esistono persone non coinvolte”.</p>



<p>A eccezione di Haaretz, nessun importante organo di stampa israeliano ha fornito regolarmente resoconti sull’entità delle vittime civili nella Striscia di Gaza. Quando si parla di bilancio delle vittime, ci si basa solitamente su informazioni fornite dall’esercito israeliano, che classifica sistematicamente la maggior parte delle vittime palestinesi come “terroristi”. Per esempio, il 18 marzo 2025, giorno in cui Israele ha rotto l’accordo di cessate il fuoco con Hamas e ucciso 404 palestinesi, per lo più donne e bambini, Channel 12 News ha riportato: “Circa 400 militanti uccisi”. [&#8230;]</p>



<p>Allo stesso modo, i media hanno ampiamente negato resoconti e testimonianze sulla diffusione della fame a Gaza e sulla responsabilità di Israele. Un’affermazione comune nel dibattito pubblico è che Israele abbia consentito l’ingresso di sufficienti aiuti umanitari a Gaza e che eventuali carenze siano esclusivamente il risultato del furto sistematico di aiuti da parte di Hamas. [&#8230;]</p>



<p>I social media sono stati inondati di dichiarazioni genocide, come documentato nella memoria presentata dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia e in pubblicazioni di giornalisti e varie organizzazioni. Sono circolati innumerevoli video che mostravano soldati israeliani documentare con orgoglio la distruzione inflitta a Gaza o umiliare i suoi abitanti in vari modi.</p>



<p>Sebbene le campagne di disumanizzazione e incitamento siano rivolte principalmente ai residenti della Striscia di Gaza, anche i palestinesi in Cisgiordania e in Israele sono stati spesso ritratti nel dibattito pubblico e dai decisori politici come una popolazione nemica assetata di sangue. Nelle primissime settimane successive al 7 ottobre, i funzionari pubblici hanno chiarito che la guerra condotta da Israele non si limitava alla Striscia di Gaza, ma era rivolta a tutti i palestinesi che vivevano sotto il suo controllo. Alla fine di novembre 2023, in risposta a un sondaggio che indicava il sostegno all’attacco di Hamas tra i palestinesi in Cisgiordania, il ministro Bezalel Smotrich ha dichiarato: “Ci sono due milioni di nazisti in Cisgiordania”, aggiungendo in seguito che “Funduq, Nablus e Jenin devono assomigliare a Jabalya”. Anche il ministro della Difesa Israel Katz ha chiarito che Israele avrebbe agito, se necessario, in Cisgiordania come stava agendo nella Striscia di Gaza. In un sondaggio condotto tra gli israeliani, l’82% degli intervistati ha espresso sostegno al trasferimento forzato dei residenti di Gaza, mentre il 56% ha sostenuto anche il trasferimento forzato dei cittadini palestinesi di Israele. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-707d6fcc20f89e8b37ad27f77b0f6983">5. IL GENOCIDIO COME PROCESSO</h4>



<p>Il genocidio è solitamente il risultato di uno sviluppo graduale, a volte durato molti anni, di condizioni che gettano le basi affinché un regime repressivo e discriminatorio diventi genocida: agire con l’intento deliberato di distruggere un gruppo specifico. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-c50c4234e8b353e3e124957f8ba74daa">A. Fondamenti del regime (1948–2023)</h4>



<p>Nel corso della sua esistenza, il regime israeliano ha posto basi legali, sociali e politiche che sono riconosciute dalla storia e dalla ricerca come precondizioni che consentono il genocidio (se combinate con altre circostanze discusse di seguito). Questa sezione si concentra su tre caratteristiche del regime israeliano che hanno gettato le basi per una svolta verso una politica di distruzione della società palestinese e di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: il regime di apartheid, che include la separazione, l’ingegneria demografica e la pulizia etnica; la disumanizzazione e la concettualizzazione dei palestinesi come una minaccia esistenziale per gli israeliani; e l’uso sistemico e istituzionalizzato della violenza contro i palestinesi, perpetrato con, di fatto, l’impunità per i responsabili. [&#8230;]</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-70b0697f568b7eaabb00f29f780e618c">6. CONCLUSIONE</h4>



<p>Da quando Israele ha lanciato l’attacco alla Striscia di Gaza, abbiamo assistito a sofferenze umane incessanti e a perdite di vite umane di proporzioni inimmaginabili solo pochi mesi prima. Intere città bombardate e rase al suolo, con a malapena una casa rimasta in piedi; centinaia di migliaia di persone strappate alle loro vite, che vagano per strade polverose come ombre umane, con quel poco che possono portare sulle spalle, alla ricerca di un riparo temporaneo; adulti e bambini che si accalcano in file interminabili per un po’ di cibo, rischiando la vita e gli arti per sfamare le loro famiglie affamate; e soprattutto, la morte che incombe ovunque. Questa è una catastrofe umana trasmessa in diretta dall’inferno.</p>



<p>Il genocidio va oltre l’orribile danno arrecato alle sue vittime dirette. È un attacco all’umanità stessa: alla convinzione fondamentale che ogni vita sia preziosa e al principio fondamentale secondo cui ogni essere umano ha diritto a diritti fondamentali che lo proteggano dalla violenza arbitraria. La storia dimostra che tentare di sterminare un gruppo di esseri umani è un crimine dalle conseguenze catastrofiche, un crimine a cui ogni persona ha il dovere di opporsi e di agire per fermarlo immediatamente. Questo è un imperativo morale, legale e umano: riconoscere i fatti, chiamarli per nome, stare al fianco delle vittime e chiedere la fine della distruzione e dello sterminio mentre si verificano.</p>



<p>L’analisi presentata in questo rapporto non lascia spazio a dubbi: dall’ottobre 2023, il regime israeliano è responsabile di un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. [&#8230;]</p>



<p>Mentre nella Striscia di Gaza è in corso un genocidio, il regime israeliano sta conducendo un attacco contro la popolazione palestinese in Cisgiordania e una politica di gravi violazioni dei diritti dei cittadini palestinesi di Israele. [&#8230;]</p>



<p>Le uccisioni e le distruzioni di routine nella Striscia di Gaza e lo sfollamento forzato di decine di migliaia di persone in Cisgiordania non sarebbero stati possibili senza l’inazione internazionale di fronte all’incommensurabile portata e gravità di questi crimini. La maggior parte di questi crimini è stata ampiamente documentata e resa pubblica nel corso di quasi due anni di guerra. Eppure molti leader statali, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, non solo si sono astenuti dall’intraprendere azioni efficaci per fermare il genocidio, ma lo hanno anche permesso, attraverso dichiarazioni che affermavano il “diritto all’autodifesa” di Israele o il suo sostegno attivo, incluso l’invio di armi e munizioni. Anche dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che esiste un rischio plausibile che le azioni di Israele costituiscano atti di genocidio, e anche dopo che la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Gallant, sospettati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, la comunità internazionale non è riuscita a porre fine immediatamente a queste azioni e a chiamare i responsabili a risponderne. [&#8230;]</p>



<p>Questo è il momento di agire. Questo è il momento di salvare coloro che non sono ancora perduti per sempre e di usare tutti i mezzi disponibili secondo il diritto internazionale per fermare il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Qui il Report completo in lingua inglese, con link interni <a href="https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.btselem.org/sites/default/files/publications/202507_our_genocide_eng.pdf</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA PROPAGANDA. Debunking genocide</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-propaganda-debunking-genocide/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9008</guid>

					<description><![CDATA[Il report pubblicato dal Begin-Sadat Center nega il genocidio: Israele non ha affamato Gaza, la forza militare utilizzata è proporzionata, i numeri sui decessi palestinesi non sono attendibili e le morti dei civili sono colpa delle tattiche di guerriglia di Hamas. Mentre a luglio il 79% degli ebrei israeliani dichiarava di “non essere così turbato” o “per niente turbato” dai “resoconti di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il report pubblicato dal Begin-Sadat Center nega il genocidio: Israele non ha affamato Gaza, la forza militare utilizzata è proporzionata, i numeri sui decessi palestinesi non sono attendibili e le morti dei civili sono colpa delle tattiche di guerriglia di Hamas. Mentre a luglio il 79% degli ebrei israeliani dichiarava di “non essere così turbato” o “per niente turbato” dai “resoconti di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza”</p>
</blockquote>



<p><em>Il 2 settembre 2025 il Begin-Sadat Center for Strategic Studies pubblica il report </em>Debunking the Genocide Allegations: A Reexamination of the Israel-Hamas War from October 7, 2023 to June 1 (Debunking dell’accusa di genocidio: un riesame della guerra Israele-Hamas dal 7 ottobre 2023 al 1° giugno 2025)<em>: conta 311 pagine totali, e qui riassumiamo per punti solo la sintesi iniziale. Chiaramente, fin dal titolo, il Rapporto sostiene la posizione diametralmente opposta rispetto al </em><a href="https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-critica-il-nostro-genocidio/" data-type="post" data-id="9004" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>report di B’Tselem (</em>Il nostro genocidio<em>, pag. 14)</em></a><em>, ossia nega che nella Striscia di Gaza sia in atto un genocidio. All’interno è chiarito che “la pubblicazione di un lavoro da parte del BESA [Begin-Sadat Center] significa che è ritenuto degno di considerazione pubblica, ma non implica l’approvazione delle opinioni o delle conclusioni dell’autore”, che in questo caso sono quattro (Danny Orbach, Yagil Henkin, Jonathan Boxman, Jonathan Braverman). Tuttavia, la presentazione che il Begin-Sadat Center offre di se stesso sul sito, dà una chiara idea della visione che lo sostiene: “Il Centro è stato fondato nel 1993 [&#8230;] come istituto indipendente e apartitico affiliato al dipartimento di scienze politiche dell’Università Bar-Ilan, in Israele. È stato intitolato alla memoria di Menachem Begin e Anwar Sadat (BEgin-SAdat), il cui rivoluzionario trattato di pace tra Egitto e Israele ha posto le basi per la risoluzione dei conflitti in Medio Oriente. [&#8230;] Il 14 giugno 2009, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scelto il podio del BESA Center come sede per annunciare la sua storica accettazione della soluzione dei due Stati. I ricercatori del Centro sono stati i primi a generare un dibattito sugli aspetti problematici della statualità palestinese [&#8230;] I ricercatori del Centro hanno pubblicato studi dettagliati che mettevano in guardia dal pericolo rappresentato dalle armi chimiche e biologiche e dalle riserve missilistiche arabe, molto prima che chiunque altro prendesse atto della minaccia proveniente da Iraq, Siria, Libano e Iran. [&#8230;] I pericoli dell’Islam radicale, i miti della demografia palestinese, l’abuso delle istituzioni internazionali nel tentativo di delegittimare Israele: tutti temi che sono stati posti all’attenzione dell’opinione pubblica dai ricercatori del Centro. Oggi il Centro è alla guida di un tentativo di introdurre un pensiero creativo su alternative al consolidato paradigma dei due Stati nella diplomazia di pace israelo-palestinese, nonché di un’iniziativa volta a rafforzare le relazioni tra Stati Uniti e Israele”. Chissà, forse un genocidio rientra nel concetto di “pensiero creativo”.</em></p>



<p><em>L’impostazione del Rapporto è chiara: </em><em>Israele non sta affamando la popolazione di Gaza; le forze militari israeliane non hanno “deliberatamente” massacrato i civili; l’aeronautica israeliana non ha effettuato bombardamenti indiscriminati senza distinguere tra combattenti e </em><em>civili; la forza militare messa in atto non è</em><em>sproporzionata. Insomma, è tutta colpa delle tattiche</em><em> di Hamas e del particolare teatro di guerra, caratterizzato da guerriglia urbana, perché da parte sua l’IDF sta facendo di tutto per limitare le vittime civili; mentre gli stessi numeri sui decessi non sono attendibili perché forniti dal Ministero della Salute di Gaza che è </em><em>“controllato da Hamas”, e l’ONU, </em><em>le organizzazioni umanitarie e i principali media occidentali non sono in grado “di valutare le crisi umanitarie in società chiuse sotto regimi oppressivi come è Gaza, nelle mani di Hamas”.</em></p>



<p><em>Ora: pubblicazioni come queste, che raggiungono i media – come si legge sul sito dello stesso BESA Center – quanto possono influenzare i cittadini ebraici di Israele? Uno sguardo ai sondaggi può dare un’idea.</em></p>



<p><em>Il 3 febbraio 2025 il Jewish People Policy In</em><em>stitute (1) c</em><em>hiede di esprimere un parere sulla proposta Trump di “trasferire la popolazione di </em><em>Gaza in un altro Paese”: il 52% degli ebrei</em><em> israeliani definisce “pratico” il piano e afferma </em><em>che “deve essere perseguito”, e un ulteriore 30%</em><em> dichiara che il piano “non è pratico, ma</em><em> auspicabile”; dunque il progetto di deportare i palestinesi della Striscia di Gaza è apprezzato dall’82% degli ebrei israeliani. Il 5 agosto 2025 </em><em>l’Israel Democracy Institute</em><em> pubblica un sondaggio effettuato tra il 27 e il 31 luglio 2025</em><em> </em><em>(2): i</em><em>l 78% degli ebrei israeliani ritiene che l’IDF, “per quanto limitata dal contesto di</em><em> guerra”, stia “compiendo sforzi sostanziali per evitare di causare sofferenze inutili ai palestinesi di Gaza”, e il 79% dichiara di “non essere così turbato” o “per niente turbato” dai “resoconti di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza”. Da qui, è davvero impossibile sapere se la visione del BESA Center manipoli l’opinione pubblica, o se la rappresenti. In entrambi i casi, si resta basiti.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Lo Studio del Begin-Sadat Center afferma di voler offrire “un’approfondita analisi storica e quantitativo-statistica” dell’accusa secondo cui lo Stato di Israele sta commettendo un genocidio contro la popolazione di Gaza. Nel dettaglio, si focalizza sullo smontare le dichiarazioni secondo cui: Israele avrebbe intenzionalmente affamato la popolazione di Gaza; le forze di terra dell’IDF avrebbero deliberatamente massacrato i civili; l’Aeronautica Militare Israeliana avrebbe effettuato bombardamenti indiscriminati, senza distinguere tra combattenti e civili e conducendo attacchi sproporzionati.</p>



<p>Lo Studio afferma di aver esaminato testimonianze, fonti primarie e metodologia di raccolta dati utilizzata dalle organizzazioni e dai ricercatori che sostengono l’accusa di genocidio, accanto alla conduzione di analisi statistiche e alla distinzione tra narrazioni promosse dalle varie parti e i fatti verificati&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Dall’economia di occupazione all’economia del genocidio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dalleconomia-di-occupazione-alleconomia-del-genocidio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 10:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Nei dettagli del Rapporto ONU di Francesca Albanese i nomi noti e quelli finora sconosciuti delle realtà che da anni traggono profitto dall’Occupazione dei Territori Palestinesi e oggi dal genocidio di Gaza: dai produttori di armi ai fondi pensione, dalle aziende tecnologiche alle industrie estrattive]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Francesca Albanese, Consiglio ONU per i Diritti Umani</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nei dettagli del Rapporto ONU di Francesca Albanese i nomi noti e quelli finora sconosciuti delle realtà che da anni traggono profitto dall’Occupazione dei Territori Palestinesi e oggi dal genocidio di Gaza: dai produttori di armi ai fondi pensione, dalle aziende tecnologiche alle industrie estrattive</p>
</blockquote>



<p><em>Dopo aver presentato nel marzo 2024 il Rapporto A/HRC/55/73,</em> <a href="https://rivistapaginauno.it/anatomia-di-un-genocidio-rapporto-del-relatore-speciale-sulla-situazione-dei-diritti-umani-nei-territori-palestinesi-occupati-dal-1967/" data-type="post" data-id="7671" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anatomia di un genocidio</a><em>, il 30 giugno 2025 Francesca Albanese deposita il Rapporto A/HRC/59/23</em>, Dall’economia di Occupazione all’economia del genocidio<em>, di cui pubblichiamo qui un estratto con traduzione a cura di Paginauno (qui il Report originale in inglese </em><a href="https://www.un.org/unispal/document/a-hrc-59-23-from-economy-of-occupation-to-economy-of-genocide-report-special-rapporteur-francesca-albanese-palestine-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>https://www.un.org/unispal/document/a-hrc-59-23-from-economy-of-occupation-to-economy-of-genocide-report-special-rapporteur-francesca-albanese-palestine-2025/</em></a><em> con le 440 note a piè di pagina che Albanese include a sostegno di ogni dato e fatto inseriti, e con l’allegato “Panoramica del quadro giuridico che disciplina la responsabilità legale delle entità aziendali nei Territori palestinesi occupati”, che non riportiamo unicamente per ragioni di spazio). I Report di Albanese non possono essere sintetizzati, perché ogni singolo dettaglio incluso è fondamentale nel tracciare il quadro generale e nel supportare la chiave di lettura del Rapporto. In questo documento, Albanese ricostruisce il ruolo della logica capitalistica del profitto nell’occupazione illegale di Israele, chiamando a rispondere ciascuna impresa della propria responsabilità nella pratica coloniale dello sfollamento e della sostituzione che mira “a espropriare e cancellare i palestinesi” dalla loro terra. Sono coinvolti produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione e assicurazioni, fino a università e organizzazioni benefiche invischiate non per profitto ma per ideologia e interessi. Realtà che, come anticipa il titolo stesso del Rapporto, prima hanno tratto vantaggi dall’Occupazione, oradal genocidio. Si va da nomi più noti – IBM, HP, Microsoft, Alphabet, Amazon, Palantir, Caterpillar, Glencore, Chevron, Airbnb, BNP Paribas, Barclays,&nbsp;Blackrock, Vanguard, Allianz, AXA, il <a href="https://rivistapaginauno.it/mit-science-for-genocide/" data-type="post" data-id="8586" target="_blank" rel="noreferrer noopener">MIT statunitense</a> </em>(1) e tanti altri<em> – a quelli quasi sconosciuti – come Heidelberg Materials AG,&nbsp;Construcciones Auxiliar de Ferrocarriles, Keller Williams Realty, Drummond Company, Bright Dairy &amp; Food Co., Netafim. Li tiene insieme quella che Albanese definisce una “impresa criminale congiunta”, ed è di fatto un intreccio stupefacente di settori produttivi e di servizi ciò che si muove dietro l’Occupazione e il genocidio. “Le entità menzionate nel Rapporto” scrive Albanese, “costituiscono solo una frazione di una struttura molto più profonda di coinvolgimento aziendale, che trae profitto e favorisce violazioni e crimini nei Territori Palestinesi Occupati”. Conoscere i loro nomi ci dà una carta in più per lottare contro l’Occupazione e il genocidio condotti da Israele in Palestina.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-bae4441cb96a60cd61013098628bb5ac">1. Riepilogo</h4>



<p>Questo Rapporto indaga i meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei Territori Occupati. Mentre leader politici e governi si sottraggono ai propri obblighi, troppe entità aziendali hanno tratto profitto dall’economia israeliana basata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e, ora, sul genocidio. La complicità denunciata da questo Rapporto è solo la punta dell’iceberg; porre fine a tale situazione non sarà possibile senza chiamare a rispondere il settore privato, compresi i suoi dirigenti. Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità, ognuno dei quali richiede esame e rendicontazione, in particolare in questo caso, dove sono in gioco l’autodeterminazione e l’esistenza stessa di un popolo. È un passo necessario per porre fine al genocidio e smantellare il sistema globale che lo ha permesso.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-38276c0de199a659750c8ea8f0e33a3b">Introduzione</h4>



<p>Gli sforzi coloniali e i genocidi a essi associati sono stati storicamente guidati e resi possibili dal settore aziendale.&nbsp;Gli interessi commerciali hanno contribuito all’espropriazione dei popoli e delle terre indigene&nbsp;– una modalità di dominio nota come ‘capitalismo razziale coloniale’.&nbsp;Lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi,&nbsp;la sua espansione nel Territorio Palestinese Occupato e l’istituzionalizzazione di un regime di apartheid coloniale di insediamento.&nbsp;Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo a repentaglio l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina.</p>



<p>Il ruolo delle entità aziendali nel sostenere l’occupazione illegale di Israele e la campagna genocida in corso a Gaza è l’oggetto di questa indagine, che si concentra su come gli interessi aziendali sostengano la duplice logica coloniale israeliana dello sfollamento e della sostituzione, volta a espropriare e cancellare i palestinesi dalle loro terre. L’indagine esamina realtà societarie in vari settori: produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicurazioni, università e organizzazioni benefiche. Queste entità consentono la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nei Territori Palestinesi Occupati, tra cui l’occupazione, l’annessione e i crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e di violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione alla distruzione indiscriminata, allo sfollamento forzato e al saccheggio, fino alle uccisioni extragiudiziali e alla fame&#8230;</p>



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		<item>
		<title>Morire per (r)esistere</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/morire-per-resistere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:55:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8901</guid>

					<description><![CDATA[Il film Paradise now di Hany Abu-Assad per comprendere l’essenza della lotta di Gaza e della Cisgiordania: la violenza anticoloniale come ultima risorsa per affermare l’esistenza dell’identità palestinese davanti a uno Stato coloniale che da decenni mira a negarla]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il film<strong> Paradise now</strong> di Hany Abu-Assad per comprendere l’essenza della lotta di Gaza e della Cisgiordania: la violenza anticoloniale come ultima risorsa per affermare l’esistenza dell’identità palestinese davanti a uno Stato coloniale che da decenni mira a negarla</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">7 ottobre 2023. Israele viene colpito dal più grande attacco della sua Storia recente da parte di Hamas – a capo dell’operazione – e tutte le altre fazioni della resistenza palestinese presenti nella Striscia di Gaza, tra cui il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Il bilancio della giornata è di 1.139 vittime in totale sul fronte israeliano – 373 soldati, 695 civili e 71 stranieri – 240 ostaggi rapiti, e circa 1.500 perdite tra i guerriglieri palestinesi (1). La condanna dell’attentato da parte del mondo occidentale è unanime. Tuttavia, come c’era da aspettarsi, non tiene conto del contesto decennale dei rapporti tra Israele e Palestina, delle condizioni a dir poco drammatiche in cui vessa la popolazione della Striscia di Gaza – dal 2006, anno della vittoria di Hamas alle elezioni legislative, con 74 seggi ottenuti contro i 45 di Fatah, soggetta a un vero e proprio assedio da parte di Israele – e, in generale, dell’impatto catastrofico avuto dalla creazione dello Stato ebraico nel 1948 sulle vite di<em> tutti</em> i palestinesi. Inoltre, su entrambi i fronti si assiste al dispiegarsi della propaganda, come sempre accade nei conflitti.</p>



<p>Israele arricchisce di dettagli macabri e grotteschi gli atti di violenza perpetrati da Hamas e dalle altre fazioni di guerriglieri sugli abitanti dei kibbutzim limitrofi alla Striscia e sui partecipanti al Nova Festival – il rave che avrebbe dovuto svolgersi nella zona di Re’im fino al 6 ottobre, ma che, all’ultimo momento, fu prorogato di un giorno, motivo per cui non è possibile attribuire ad Hamas una decisione <em>a priori </em>di attaccare un simile assembramento di civili, considerato che nemmeno sapeva della sua esistenza; piuttosto si trattò di un’iniziativa sorta nel <em>mentre</em> dell’operazione (2) –; dall’altra parte Hamas sostiene che le vittime – 364 in questo caso – non sarebbero da attribuire ai combattenti delle brigate al-Qassam, il braccio armato dell’organizzazione, bensì ai civili fuoriusciti dalla Striscia insieme ai guerriglieri a seguito dell’abbattimento del muro che separa l’exclave palestinese dallo Stato israeliano, attraverso l’utilizzo di bulldozer e droni esplosivi: versione che risulta poco credibile, come attesta la quantità di video girati dai partecipanti al festival, relativi al massacro.</p>



<p>C’è poi la storia dei neonati decapitati o cotti nel forno dai guerriglieri palestinesi nel kibbutz di Kfar Aza, che si è rivelata per quella che è, una storia, appunto: “La notizia [inizialmente diffusa dal canale i24NEWS, <em>n.d.a.</em>] si era sparsa rapidamente, rilanciata dal portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu, ripetuta addirittura dal presidente americano Joe Biden («Non avrei mai immaginato di vedere e avere immagini verificate di terroristi che decapitano bambini»), e riportata da gran parte della stampa occidentale. Il governo israeliano ammetterà successivamente di non avere alcuna prova a supporto di questa notizia. Nessun altro ha potuto corroborare l’informazione. Ma essa ha continuato a circolare su molti media occidentali” (3).</p>



<p>Stesso discorso vale per i presunti stupri di massa compiuti dai guerriglieri di Hamas. Se resta affatto possibile, purtroppo, che <em>singoli</em> casi di violenza sessuale si siano verificati, è molto dubbio che siano avvenuti in maniera sistematica, configurandosi in una strategia di guerra, come pretenderebbe la propaganda israeliana. Troppo scarse le testimonianze, le prove forensi e la documentazione fotografica. Troppo evidente il tentativo di Israele – e dei media occidentali – di distorcere la realtà al fine di legittimare la risposta militare israeliana che fin dai primi mesi si è caratterizzata con crimini di guerra (4), come risulta da un articolo apparso sul <em>New York Times</em> il 28 dicembre 2023&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Russia. La corsa allo Spazio è una corsa alla guerra (quarta e ultima parte)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/russia-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-quarta-e-ultima-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:40:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[armi]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8915</guid>

					<description><![CDATA[Dopo gli Stati Uniti e la Cina, la Russia: dal Cosmo russo e dai primati sovietici allo Spazio satellitare e lunare di oggi: i progetti Nivelir e Numizmat, il sistema ASAT coorbitale Burevestnik e il laser Kalina, la futura Stazione Orbitale Russa e quella al polo sud della Luna, in cooperazione con la Cina. Nella prossima grande guerra anche il sistema solare sarà un campo di battaglia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dopo gli <a href="https://rivistapaginauno.it/la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-prima-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Stati Uniti</a> e la <a href="https://rivistapaginauno.it/cina-la-corsa-allo-spazio-e-una-corsa-alla-guerra-terza-parte/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a>, la Russia: dal Cosmo russo e dai primati sovietici allo Spazio satellitare e lunare di oggi: i progetti Nivelir e Numizmat, il sistema ASAT coorbitale Burevestnik e il laser Kalina, la futura Stazione Orbitale Russa e quella al polo sud della Luna, in cooperazione con la Cina. Nella prossima grande guerra anche il sistema solare sarà un campo di battaglia</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“È nostro dovere custodire la memoria della generazione degli esploratori spaziali, onorare il coraggio e l’audacia dei cosmonauti che, nonostante i rischi, si sono avventurati nell’esplorazione dell’ignoto, di coloro che hanno sviluppato sistemi e veicoli spaziali unici, che hanno addestrato gli equipaggi per il lavoro in orbita, e ricordare tutti coloro che hanno impiegato il loro lavoro e il loro talento per gettare le basi e costruire il potenziale spaziale del Paese. È inoltre nostro dovere continuare a sforzarci di essere all’altezza degli elevati standard fissati per noi dai pionieri dello Spazio. Saremo sempre orgogliosi che il nostro Paese abbia aperto la strada all’universo e che il nostro connazionale [Jurij Gagarin] sia stato un pioniere in questo grande cammino. Nel nuovo XXI secolo, la Russia deve mantenere il suo status di potenza nucleare e spaziale di primo piano, perché il settore spaziale è direttamente collegato alla difesa”.<br>Vladimir Putin, 12 aprile 2021, in occasione della Giornata della Cosmonautica (1)</pre>



<p class="has-drop-cap">Nel febbraio 2024 gli Stati Uniti lanciano l’allarme: la Russia potrebbe aver schierato in orbita satelliti contenenti testate atomiche. “Un’esplosione nucleare nello Spazio creerebbe una serie di effetti devastanti” dichiara John Wolfsthal, oggi direttore del Global Risk alla Federation of American Scientists e già responsabile per il Controllo degli Armamenti del National Security Council durante la presidenza Obama: “Un impulso elettromagnetico e radiazioni di più lunga durata circonderebbero la Terra e comprometterebbero drammaticamente le comunicazioni satellitari su scala mondiale. Alcuni sistemi rinforzati potrebbero sopravvivere, ma altri satelliti militari non protetti e quasi tutti quelli commerciali non scudati sarebbero potenzialmente vulnerabili. Il sistema globale economico e di comunicazione potrebbe venir interrotto o distrutto per anni e alcune orbite rese pericolose, se non inservibili, per un esteso periodo di tempo, a causa dei rottami spaziali” (2). Nel giro di pochi giorni l’allarme si trasforma in allarmismo, quando il portavoce del National Security Council, l’ammiraglio John Kirby, afferma che le informazioni raccolte dall’intelligence statunitense sono collegate a “una capacità antisatellite” non meglio precisata, rifiutandosi di rispondere alla domanda se si tratti di un’arma nucleare o di un sistema con capacità nucleare – per esempio armi antisatellite alimentate da un piccolo reattore atomico di bordo, per soddisfare l’alto consumo energetico di laser o fasci di particelle. Sottolineando subito dopo: “Non si tratta di una capacità attiva già dispiegata. E sebbene la ricerca di questa particolare capacità da parte della Russia sia preoccupante, non vi è alcuna minaccia immediata per la sicurezza di qualcuno” (3). Nessuna bomba atomica russa nello Spazio, dunque; ma ormai l’immaginario è stato scatenato e la ‘notizia’ riempie le pagine dei media per i mesi successivi, approdando perfino all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel maggio 2024.</p>



<p>Ciò che manca, ovviamente, è la contestualizzazione. Né gli Stati Uniti, infatti, che accendono il timore nucleare, né la Russia che, nelle parole di Putin, accusa&nbsp;i leader occidentali di “spaventare il mondo con la minaccia di un conflitto che coinvolge armi nucleari” e nega la volontà di schierare armi atomiche nello Spazio (4), ricordano di aver già fatto esplodere ordigni nucleari nella ionosfera e persino nella magnetosfera, a 750 chilometri di altezza. È per questo che ne conoscono bene gli effetti&#8230;</p>



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