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	<title>bitcoin &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sat, 30 Aug 2025 11:30:09 +0000</lastBuildDate>
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	<title>bitcoin &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>L’influenza di Big Crypto nelle elezioni statunitensi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici]]></description>
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</blockquote>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici</em></p>
</blockquote>



<p><em>I</em><em>l 23 gennaio Trump firma l’ordine esecutivo</em><em> Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology (1), con cui apre la strada </em><em>alle criptovalute. Premettendo che “il settore delle risorse digitali svolge un ruolo cruciale</em><em> nell’innovazione e nello sviluppo economico negli Stati Uniti, nonché nella leadership interna</em><em>zionale della nostra nazione”, l’atto intende</em><em> “proteggere e promuovere la capacità dei singoli cittadini e delle entità del settore privato di </em><em>accedere e utilizzare per scopi legittimi reti</em><em> blockchain pubbliche e aperte senza persecuzioni, inclusa la capacità di sviluppare e distribui</em><em>re software, di partecipare all’estrazione e alla convalida, di effettuare transazioni con altre</em><em> persone senza censura illegittima e di mantene</em><em>re l’autocustodia delle risorse digitali”. Contemporaneamente, l’ordine presidenziale è la</em><em> pietra tombale sul progetto di dollaro digitale emesso dalla FED e, in generale, sull’utilizzo all’interno degli Stati Uniti di qualsiasi valuta digitale nazionale: si legge infatti esplicitamente l’intenzione di “adottare misure per proteggere gli americani dai rischi delle valute digitali delle banche centrali (CBDC), che minacciano la stabilità del sistema finanziario, la privacy individuale e la sovranità degli Stati Uniti, anche vietando l’istituzione, l’emissione, la circolazione e l’uso di una CBDC all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti”. Ciò non significa che gli USA, come Stato, si auto-escludono dalle monete digitali, anzi. L’executive order specifica infatti la volontà di “promuovere e proteggere la sovranità del dollaro statunitense, anche attraverso azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di stablecoin legali e legittime basate sul dollaro in tutto il mondo”. In soldoni – è il caso di dirlo – cosa sta mettendo in piedi Trump?</em></p>



<p><em>Sintetizzando, si può affermare che il neoeletto Presidente statunitense chiuda la porta del mercato delle criptovalute alle banche centrali – </em><em>e dunque alle istituzioni pubbliche – e lasci</em><em> campo libero ai soli privati</em><em>. Mettendo una pietra al collo, di fatto, anche all’idea di un euro digitale, da tempo accarezzata dalla BCE. Una delle peculiarità delle valute a controllo centrale, ma digitali, sarebbe infatti la interoperatività a livello internazionale (euro digitale con </em><em>dollaro digitale con yuan digitale ecc.), che</em><em> l’amministrazione Biden aveva promosso; ma se ora il dollaro, valuta di riferimento mondiale per le transazioni finanziarie e commerciali, viene a mancare, è chiaro che l’interno sistema perde di senso. Trump dunque sceglie </em><em>stablecoin ancorate al dollaro, emesse da società private, per inserire gli Stati Uniti nel mondo delle valute digitali e così preservare, a suo avviso, il dominio dollarocentrico. Non è, come è evi</em><em>dente, una decisione di poco conto. Significa iniziare a intaccare il monopolio statale della moneta.</em><em> Difficile non intravedervi il pensiero</em><em> anarco-capitalista (2), così diffuso nell’ambiente Tech che ha sostenuto Trump nella corsa elettorale.</em></p>



<p><em>Il 6 marzo, con un altro ordine esecutivo (3), il Presidente USA istituisce una “riserva strategica di bitcoin”, nella previsione di ampliarla ad altre criptovalute al fine di “stabilire una riserva di asset digitali degli Stati Uniti”. Al momento nel conto andranno “tutti i bitcoin detenuti dal Dipartimento del Tesoro che sono stati definitivamente confiscati come parte di procedimenti penali o civili [&#8230;] o in soddisfazione di qualsiasi sanzione pecuniaria civile imposta da qualsiasi Dipartimento esecutivo o agenzia”; ciò non toglie che “il Segretario del Tesoro e il Segretario del Commercio svilupperanno strategie per acquisire ulteriori bitcoin governativi, a condizione che tali strategie siano neutrali per il bilancio e non impongano costi incrementali ai contribuenti degli Stati Uniti”. La società di dati blockchain Arkham Intelligence, che tiene traccia dei grandi portafogli di criptovalute, stima che le attuali disponibilità del governo USA sommino oltre 198.000 Bitcoin (4): al valore di metà marzo, parliamo di circa 17 miliardi di dollari. In sé non è una cifra importante, ma anche in questo caso è la decisione a essere peculiare: una criptovaluta emessa da privati entra tra le riserve di uno Stato. E tra gli addetti ai lavori – pur registrando addirittura delusione perché Trump ha, per ora, negato la possibilità che gli Stati Uniti acquistino bitcoin sul mercato, limitandosi a quelli già confiscati in procedimenti giudiziari – già si immaginano altri Paesi istituire riserve di bitcoin, con ciò che può comportare in termini di crescita per il settore privato delle cripto: “Con l’espansione delle riserve, l’infrastruttura</em> <em>per i servizi finanziari Bitcoin dovrà seguire, tra cui soluzioni di portafoglio, framework di regolamento on-chain e binari più forti tra Bitcoin e sistemi fiat. La riserva segna un cambiamento nel ruolo di Bitcoin all’interno del sistema finanziario globale, da attività speculativa a strumento di riserva macroeconomica legittimo e riconosciuto” (5).</em></p>



<p><em>Il punto da focalizzare, tuttavia, è che</em><em> Trump non è solo. Sempre più figure politiche in corsa alle ultime elezioni statunitensi, trasversalmente tra Repubblicani e Democratici, hanno espresso valutazioni positive sulle criptovalute, spesso modificando la posizione criti</em><em>ca precedentemente assunta. Secondo un Re</em><em>port di </em><em>Public Citizen uscito ad agosto scorso, </em>Big Crypto, Big Spending<em>, le società di cripto hanno fortemente influenzato la tornata elettorale per il Congresso, spendendo milioni di dollari per sostenere o attaccare i candidati a favore o contrari. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati rilevanti, da noi aggiornati a marzo 2025, con tabelle a cura di Paginauno. Il nodo centrale da non perdere di vista, continuando a osser</em><em>vare ciò che accade nell’incrocio tra Stato e mercato, è quanto il settore tech stia conqui</em><em>stando a grandi falcate territori un tempo ontologicamente monopolio di Stato (6), con il potere che ne deriva.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Alle ultime elezioni statunitensi le società di criptovalute hanno investito molto denaro per far sì che la regolamentazione del settore diventi una questione prioritaria per i candidati. Il maggior beneficiario dei versamenti aziendali è stato Fairshake PAC, un super PAC che a giugno 2024 ha raccolto 202,9 milioni – diventati 260 a dicembre 2024 – la maggior parte dei quali proviene da imprese del settore&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 91</a></p>



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		<item>
		<title>Dove si pone il limite? Un sistema economico inaccettabile</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dove-si-pone-il-limite-un-sistema-economico-inaccettabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:21:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[bolla finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
		<category><![CDATA[quantitative easing]]></category>
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					<description><![CDATA[Anno 2020, economia e finanza: la prima crolla, la seconda nuota in un mare di liquidità. Pil mondiale -3,5%, reddito da lavoro globale -8,3%, indice delle Borse Msci World +11,5%. La bolla Bitcoin, le penny stocks, GameStop: speculare con i sussidi pubblici]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Anno 2020, economia e finanza: la prima crolla, la seconda nuota in un mare di liquidità. Pil mondiale -3,5%, reddito da lavoro globale -8,3%, indice delle Borse Msci World +11,5%. La bolla Bitcoin, le penny stocks, GameStop: speculare con i sussidi pubblici</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Mettiamo insieme alcuni dati.</p>



<p>Il 26 gennaio il Fondo monetario internazionale aggiorna il World Economic Outlook sull’economia globale del 2020: nell’anno della pandemia da Covid-19, il Pil mondiale registra un calo del 3,5%. Un numero senza precedenti, evidenzia il documento. Con l’eccezione della Cina (e altre economie asiatiche, come il Vietnam), in territorio positivo, i dati sono negativi (vedi Grafico 1, pag. 7): si va dal -11,1% della Spagna al -7,2% dell’Eurozona al -3,4% degli Stati Uniti, e via a seguire. Per tornare ai livelli pre-pandemia, sottolinea il report, non basteranno né il 2021 né il 2022, e i numeri previsionali sono aleatori perché molto dipende dalle campagne di vaccinazione, da eventuali nuove ondate, dalle varianti del virus che si affacceranno. Una sola cosa è certa: la crisi economica lascerà povertà e diseguaglianza, e spingerà 90 milioni di persone in una indigenza estrema tra il 2020 e il 2021.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="437" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1.jpg" alt="" class="wp-image-4806" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1-300x219.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-1-1-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Il 25 gennaio l’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL) pubblica la settima edizione della “Nota OIL Covid-19 e il mondo del lavoro. Stime e analisi aggiornate sull’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro”. Lo studio (vedi Grafico 2, pag. 9) stima al 8,8% la perdita delle ore lavorate a livello globale nel 2020, pari a 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno (calcolati su una settimana lavorativa di 48 ore); è una perdita quattro volte superiore a quella registrata nella crisi del 2009. Parallelamente il reddito da lavoro mondiale è diminuito del 8,3%, per un importo di 3.700 miliardi di dollari, corrispondenti al 4,4% del Pil globale (dato che però non prende in considerazione le misure di sostegno al reddito messe in atto nei diversi Paesi, che hanno momentaneamente mitigato l’impatto della recessione). Le previsioni per i prossimi 12 mesi vanno da uno scenario ottimista a uno pessimista, in entrambi i casi non basterà il 2021 per uscire dalla crisi.</p>



<p>Questo per quanto riguarda l’economia reale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="600" height="313" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2.jpg" alt="" class="wp-image-4807" style="width:600px;height:313px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-2-2-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Fonte: Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL), Nota OIL Covid-19 e il mondo del lavoro. Stime e analisi aggiornate sull’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro, 25 gennaio 2021</figcaption></figure>
</div>


<p>Se ci spostiamo su quella finanziaria, prima di tirare le somme dell’anno del Covid è significativo andare al 7 dicembre scorso, quando al Chicago Mercantile Exchange (il principale mercato di titoli derivati sulle commodity) viene per la prima volta quotato un <em>future</em> sull’acqua. Senza entrare in tecnicismi, per quanto l’operazione in sé sia circoscritta – il sottostante del <em>future</em> è il Nasdaq Veles California Water Index, l’indice che rappresenta il prezzo di riferimento dei diritti sull’acqua in California – essa rappresenta il passo iniziale verso la speculazione finanziaria su una risorsa unica e indispensabile alla vita. Nessuno nel mondo finanziario aveva osato tanto, fino a oggi. E non sono secondari due aspetti. L’operazione è stata fatta in piena pandemia, quindi con l’attenzione dell’opinione pubblica rivolta ad altro, e in una fase di crisi mai conosciuta finora, per tipologia, complessità e ampiezza – economica, sociale, politica, sanitaria ecc. Seconda questione: il primo titolo potenzialmente speculativo sull’acqua guarda alla California, terra contraddistinta negli ultimi anni da siccità e incendi, e quindi scarsità d’acqua.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="300" height="323" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3.jpg" alt="" class="wp-image-4808" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-3-279x300.jpg 279w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 3. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Il 31 dicembre arrivano infine i dati 2020 dei mercati finanziari: l’Msci World, l’indice globale che sintetizza l’andamento delle Borse azionarie dei Paesi avanzati, segna +11,5% – con i dovuti distinguo da Paese a Paese (vedi Grafico 3, pag. 10), che non dipendono da quanto duramente abbia colpito il virus (basta guardare gli indici statunitensi) ma dalla tipologia delle aziende quotate, ossia quanto sul listino complessivo pesino i titoli tecnologici, farmaceutici ecc., la cosiddetta “lockdown economy” (1). In aggiunta, nei primi giorni del 2021 arrivano nuovi record, con la capitalizzazione mondiale delle Borse che raggiunge 103 mila miliardi di dollari – superiore al Pil del pianeta, fermo intorno a 88 mila miliardi. Questo per quanto riguarda le azioni. Si affianca poi un mercato globale delle obbligazioni di 60 mila miliardi fra titoli di Stato e corporate (ossia emessi da imprese). Da questi numeri è infine escluso il mercato dei derivati finanziari pari, in valore nominale, a circa 33 volte il Pil mondiale.</p>



<p>Nell’anno della pandemia quindi, globalmente, la finanza ha manovrato miliardi di dollari e registrato guadagni, mentre altrettanto globalmente il mondo reale andava (e continua ad andare) in pezzi, dal punto di vista economico, politico, sociale, umanitario.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un mare di liquidità</h4>



<p>Nessun analista finanziario ha più il coraggio di negare la bolla, anzi, ormai tutti ne parlano esplicitamente. Ma questa presa d’atto non crea di per sé criticità. Wall Street è in fase rialzista da dodici anni, non è storicamente mai accaduto; la bolla era già evidente negli ultimi mesi del 2019 (2) e la pandemia l’ha ulteriormente gonfiata. Ma tutto prosegue come nulla fosse. I fondamentali economici delle imprese (investimenti, fatturato, produttività, utili ecc.) non hanno più alcuna relazione con le loro quotazioni azionarie: semplificando, tutti comprano, e il prezzo delle azioni sa-le per la sola legge della domanda e dell’offerta. Anche nel mercato obbligazionario tutti comprano, e per la stessa dinamica 18 mila miliardi di bond, quasi un terzo del mercato, registra attualmente tassi di interessi negativi, mentre i rendimenti medi positivi sono sotto lo 0,5%; accanto, i tassi USA dei junk bond, le obbligazioni con rating ‘spazzatura’, sono scesi al 3,96%, il dato storicamente più basso (vedi Grafico 4, pag. 13).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="476" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4.jpg" alt="" class="wp-image-4809" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-4-300x238.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 4. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>Ma tutti comprano con quali soldi, nel momento in cui l’economia mondiale è in recessione, la disoccupazione aumenta, la povertà cresce? Questo è il punto.</p>



<p>9.000 miliardi di dollari, più del 10% del Pil mondiale, è la cifra che fino a oggi le banche centrali hanno iniettato nel mercato finanziario, tramite le operazioni di Quantitative easing, per rispondere alla pandemia. 9.000 miliardi di liquidità, 9.000 miliardi di nuova moneta <em>stampata</em> per comprare titoli di Stato, obbligazioni aziendali, titoli cartolarizzati dal sistema bancario. Tuttora la sola Fed immette 120 miliardi al mese nei circuiti finanziari e fino a dicembre 2020 la Bce ne ha iniettati 140, prevedendo ora di continuare, con un approccio flessibile per quantità mensile, fino a marzo 2022. Per dare un’idea delle proporzioni, nel solo 2020 la crescita monetaria della Banca centrale statunitense è stata del 22,2%, contro una media negli ultimi dieci anni sotto il 5%. C’è talmente tanto denaro che circola nella finanza e che non si riversa in una economia reale bloccata, che fondi d’investimento, banche, broker, trader&#8230; non sanno più dove collocarlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La follia Bitcoin</h4>



<p>Diversificazione’ è la parola chiave di qualsiasi portafoglio d’investimento, sia esso speculativo o di risparmio. Lasciando da parte i derivati – per quanto anche sui quei mercati ci si muova nella logica di rischio e copertura – azioni e obbligazioni hanno sempre avuto la funzione di compensarsi: l’azione è un rischio, l’obbligazione con un buon rating è una certezza. Con la prima posso guadagnare tanto o perdere parecchio, potenzialmente anche tutto il capitale investito, con la seconda l’utile è risicato perché il tasso di interesse sulla cedola è basso, ma il capitale è come fosse in cassaforte.</p>



<p>Più le banche centrali hanno iniziato a inondare di liquidità il sistema, più gli investitori hanno comprato, sentendosi ‘coperti’ dall’approvvigionamento di denaro del Quantitative easing che garantisce il sostegno al mercato; più gli acquisti crescevano, più le quotazioni delle azioni so-no salite per il solo effetto della domanda, gonfiando la bolla e perdendo i legami con i fondamentali economici delle imprese; come conseguenza, la parte azionaria del portafoglio è divenuta sempre più rischiosa. A quel punto, gli investitori hanno iniziato ad acquistare in massa anche obbligazioni, a compensare il rischio; e più c’è stata domanda di obbligazioni – spinta dallo stesso Qe, in quanto anche le banche centrali comprano obbligazioni – più i rendimenti delle cedole sono calati, fino a entrare in territorio negativo. Arrivando al paradosso che l’investitore oggi <em>pa-ga</em> per mettere il proprio denaro in una obbligazione sicura anziché riceverne una rendita, per quanto minima. È quindi scattata la caccia al ‘be-ne rifugio’, alla ‘riserva di valore’, ossia titoli, asset, investimenti in grado di garantire, perlomeno, il capitale – ancora meglio vederlo accrescere – e quindi trasferire potere di acquisto dal presente al futuro; titoli capaci di compensare i rendimenti sotto zero delle obbligazioni e tutelare gli investimenti in caso di esplosione della bolla finanziaria e conseguente tracollo dei mercati.</p>



<p>Tra le valute, il dollaro è storicamente un bene rifugio, ma oggi può esserlo solo in parte a causa dell’enorme liquidità presente sul mercato e dell’attuale instabilità geopolitica tra USA, Europa e Cina; c’è anche chi paventa un futuro rischio inflazione, nel momento in cui il virus sarà messo sotto controllo e l’economia statunitense ripartirà a ritmo veloce. L’oro è un bene rifugio da sempre, e infatti ha visto impennare le quotazioni. Ma non basta. C’è troppo denaro, serve qualcos’altro per bilanciare il portafoglio. E così le banche d’affari hanno deciso, da un giorno all’altro, che anche il Bitcoin è un investimento sicuro, un bene rifugio.</p>



<p>Di Bitcoin abbiamo già scritto: caratteristiche tecniche e politiche, quando nasce, che cos’è, come funziona e come circola (3). Quando appare oltre i circuiti degli acquisti illegali del dark web, la finanza ne prende le distanze: la tecnologia è nuova e la ‘creazione’ della criptovaluta si sottrae al controllo di qualsiasi autorità centrale istituzionale. “Bitcoin è una truffa, non è una cosa reale, alla fine verrà chiuso. È una bolla finanziaria peggiore di quella dei tulipani, non finirà bene, qualcuno ci resterà secco. Le valute hanno un supporto legale, Bitcoin esploderà.” Parole di Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, a settembre 2017. Dimon aveva ragione, sul piano tecnico e logico, e il Bitcoin del 2017 è lo stesso di oggi. Eppure tutte le banche d’affari, JPMorgan compresa, oggi ci investono miliardi di dollari.</p>



<p>Tutto inizia a muoversi a metà ottobre 2020: improvvisamente la narrazione sul Bitcoin, cambia. Sempre più analisti finanziari iniziano a dichiarare che quelli nella criptovaluta sono investimenti a lungo termine, per tenere, non speculativi; che Bitcoin è un bene rifugio al pari dell’oro; che è un investimento sicuro, anche se contempla ancora rischi, perché le posizioni lunghe degli investitori istituzionali ne mitigano l’alta volatilità di prezzo che l’ha sempre caratterizzato (rapide impennate e vorticose cadute); dichiarano infine che in futuro diventerà una moneta tra le più diffuse, una ‘valuta di scambio’ – ossia per uso commerciale, che utilizzo per acquistare e vendere beni e servizi. E così la quotazione, che tra maggio e ottobre oscillava semi-addormentata tra 9.000 e 10.000 dollari, inizia a salire, arrivando a gennaio 2021 a toccare 40.000 dollari. “Il Bitcoin è qui per restare” afferma ora Rick Rieder, Cio di BlackRock, mentre Citibank prevede che il prezzo possa raggiungere 300 mila dollari entro dicembre 2021 e Raoul Pal, ex di Goldman Sachs, parla di una quotazione pari a 1 milione di dollari fra cinque anni. Nel giro di tre mesi Bitcoin è passato dall’essere considerato qualcosa di sconosciuto e speculativo, caratterizzato da pericolose bolle, a bene rifugio al pari dell’oro, e ora nessun analista finanziario si esprime più in termini negativi sulla criptovaluta.</p>



<p>Siamo davanti a una disarmante follia. Non tanto perché basata, in sé, su una narrazione – molta finanza lo è, ogni bolla – ma perché la narrazione non si preoccupa nemmeno di avere una minima coerenza logica, divenendo emblematica della soglia culturale, politica, economica su cui oggi stiamo affacciati.</p>



<p>Bene rifugio e valuta di scambio. Mettendo per un attimo da parte che si ‘venda’ come bene rifugio qualcosa che fisicamente non esiste (4) – d’altronde siamo entrati in un’epoca virtuale – certamente il Bitcoin è strutturalmente deflattivo: gli corrisponde infatti una quantità finita (5), come l’oro, e quindi il suo prezzo risponde alla legge economica della scarsità – a una domanda crescente risponde un’offerta limitata, quindi la quotazione sale. Potrebbe dunque teoricamente essere un bene rifugio. Ma ciò che rende tale l’oro non è solo la scarsità: il metallo <em>prezioso</em> è considerato universalmente <em>prezioso</em> da centinaia di anni, per questo è una riserva di valore e per questo tuttora riempie i caveau delle banche centrali, anche se non gli corrisponde più l’emissione di moneta. Possiamo giocare al virtuale finché vogliamo, stabilendo culturalmente che sia reale e decidendo, da un certo momento in poi e del tutto arbitrariamente, che abbia un determinato valore: resta il fatto che attualmente il Bitcoin non è altro che una stringa alfanumerica scritta nella memoria di un computer.</p>



<p>Occorre poi mettersi d’accordo: se è deflattivo la sua quotazione è volatile, e quindi non può essere valuta di scambio ma ne rappresenta l’opposto. Una valuta di scambio vuole infatti stabilità: se avessi acquistato (o venduto) a ottobre una merce al prezzo di 1 Bitcoin avrei pagato (o incassato) 9.000 dollari: a gennaio, per la stessa merce, allo stesso prezzo di 1 Bitcoin, avrei pagato (o incassato) 40.000 dollari. Il Bitcoin non sa-rà mai una valuta di scambio, in una economia come quella attuale, data la sua quantità finita. Poter oggi pagare qualcosa in Bitcoin anziché in dollari, perché conviene in base alla quotazione del Bitcoin in questo preciso momento rispetto a quando è stato acquistato sul mercato, non lo rende una valuta di scambio. Ma è questa la narrazione che la classe dirigente finanziaria sta alimentando, nell’ottica di diffondere la criptovaluta tra i piccoli risparmiatori. Da novembre Paypal accetta Bitcoin in pagamento per i conti registrati negli Stati Uniti, e allargherà la possibilità ad altri Paesi entro la metà di quest’anno; altre realtà similari si stanno muovendo in tal senso; mentre il mercato dei derivati si ingegna per far arrivare la criptovaluta anche al pubblico retail, creando i primi ETN (Exchange Trade Note), titoli derivati che, senza entrare in tecnicismi, consentono quote minime di investimento. E la febbre del Bitcoin sale.</p>



<p>Se prima la truffa era il Bitcoin in sé, circoscritta alla consapevolezza del rischio, ora la truffa ha superato lo steccato della speculazione, coinvolgendo anche il singolo piccolo investitore. Un salto di livello, agito dalle banche d’affari, per un’unica ragione: la necessità di inventare un nuovo ‘bene rifugio’, dove poter collocare parte della liquidità immessa dalle banche centrali nei mercati finanziari. Fino al momento in cui, le stesse banche d’affari, decideranno di realizzare i guadagni fin qui solo teorici, vendendo in massa la criptovaluta, facendone crollare la quotazione. Con buona pace del piccolo investitore che pensa di utilizzarla su Paypal.</p>



<p>Si chiama speculazione. Mentre l’economia reale, bloccata dal virus, resta in recessione. Mentre disoccupazione, povertà e diseguaglianza aumentano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La speculazione dei “piccoli”</h4>



<p>Siamo al punto che finisce nella finanza anche il denaro destinato all’economia reale: perfino i sussidi erogati direttamente nel conto corrente dei cittadini statunitensi dal governo USA vanno in Borsa. Nel 2020, in corrispondenza con la loro elargizione, si è impennato il volume di scambi nel mercato delle <em>penny stocks </em>(vedi Grafico 5, pag. 14), azioni che hanno un valore nominale anche inferiore a un dollaro e quindi accessibili ai <em>trader retail</em>, i piccoli investitori che grazie al trading online e a broker come Robinhood agiscono direttamente sul mercato senza passare da fondi, banche ecc. che pongono quote minime di investimento per accedere.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="688" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5.jpg" alt="" class="wp-image-4810" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/04/restituzione-prospettica-immagine-5-262x300.jpg 262w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 5. Fonte: Il Sole 24 ore</figcaption></figure>
</div>


<p>I trader retail si sono mossi sia acquistando direttamente azioni sia comprando <em>opzioni</em>, quindi entrando nel mercato dei derivati finanziari. Il caso GameStop si inserisce in questa logica. Non ci interessa qui affrontarne le dinamiche tecniche, bensì la narrazione positiva che ne è stata data da più parti, riassumibile in: “Il popolo di Reddit all’assalto dei fondi speculativi di Wall Street”. Di certo qui nessuno piange se gli hedge fund perdono un po’ di dollari nei loro giochi finanziari, ma non si tratta di alcuna “rivolta dei piccoli” bensì di lucrare soldi con la finanza: come è speculazione da una parte – al ribasso per gli hedge fund – lo è dall’altra – al rialzo per i trader retail. C’è ben poco di ideologico e molto di utilitaristico in una mossa finanziaria che porta guadagno: magari si potrà parlare di ideali quando la stessa mossa porterà perdite e verrà comunque attuata. O vogliamo raccontarci che il sistema della grande finanza, che muove migliaia di miliardi di dollari, può essere combattuto, modificato, messo all’angolo, dall’interno, attraverso le sue stesse regole, sotto il mantello di un nome suggestivo come Robinhood?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove si pone il limite?</h4>



<p>Il punto è che c’è qualcosa che non va, profondamente, nella radice culturale, politica ed economica, se nel momento in cui stiamo globalmente vivendo la crisi totale di una sindemia (6) i sussidi pubblici vengono utilizzati per speculare in Borsa. E davanti a questo, come possano andare a finire i giochi azionari del “popolo di Reddit” che gonfiano la bolla, o gli investimenti in Bitcoin del piccolo risparmiatore che crede alla nuova narrazione sulla criptvaluta, e se e quando saranno i trader retail a ritrovarsi con il cerino in mano, perdendo tutto, finisce per divenire una questione secondaria.</p>



<p>Il rapporto Oxfam di gennaio, intitolato “Il virus della disuguaglianza”, di cui riportiamo uno stralcio a pag. 48 e a cui abbiamo dedicato la copertina di questo numero, calcola che “i patrimoni dei 1.000 miliardari più ricchi sono tornati ai livelli pre-pandemici in soli nove mesi mentre per le persone più povere del mondo la ripresa potrebbe richiedere oltre un decennio”; e che “l’aumento della ricchezza dei miliardari dall’inizio della crisi è più che sufficiente a scongiurare che tutti gli abitanti della Terra cadano in povertà a causa del virus e a pagare il vaccino anti Covid-19 per tutti”. I “piccoli” di Robinhood e i “piccoli” che acquistano Bitcoin, mettendo il proprio denaro nella finanza, alimentano questo sistema.</p>



<p>Dove si pone il limite oltre il quale non siamo disposti ad andare? La soglia che ci fa definire inaccettabile questa realtà e questo sistema economico? Comportandoci di conseguenza, nelle nostre scelte? Perché si tratta di scelte, che prima di essere collettive sono sempre personali. Utilizzare il denaro per giocare nella finanza è una scelta, e mai come nell’ultimo anno, prima che etica e politica, è una scelta morale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Salvo diversamente indicato, i dati finanziari contenuti nell’articolo provengono da Il Sole 24 ore</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bolla-finanziaria-e-in-arrivo-la-seconda-tempesta-perfetta/" data-type="post" data-id="111" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</em></a>, Paginauno n. 64/2019</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" data-type="post" data-id="984" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018 </p>



<p class="has-small-font-size">4) Il Bitcoin è una stringa digitale alfanumerica prodotta da un software ed è contenuto in un portafoglio virtuale a chiave crittografata: se si perde il codice, si perdono i bitcoin. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://www.rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018</p>



<p class="has-small-font-size">5) La formula matematica alla base del software è strutturata in modo che la creazione di Bitcoin sia finito, a termine; si è calcolato – tralasciando i dettagli tecnici – che in totale verranno creati 21 milioni di Bitcoin nel giro di 130 anni circa. Cfr. Giovanna Cracco, <a href="https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/" data-type="post" data-id="984" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bitcoin, tra tecnologia e politica</em></a>, Paginauno n. 56/2018 </p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Baer, <a href="https://rivistapaginauno.it/covid-19-il-virus-dei-poveri/" data-type="post" data-id="4134" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il virus dei poveri</em></a>, Paginauno n. 70/2020 </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Bitcoin, tra tecnologia e politica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/bitcoin-tra-tecnologia-e-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 15:26:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[blockchain]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[criptovaluta]]></category>
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					<description><![CDATA[Che cos’è e come circola e la potenzialità rivoluzionaria di una criptovaluta che non poteva che andarsi a inserire nelle dinamiche capitalistiche di accumulazione, delocalizzazione e speculazione, ma la blockchain può anche creare una ‘moneta del comune’]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-56-febbraio-marzo-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Che cos’è e come circola e la potenzialità rivoluzionaria di una criptovaluta che non poteva che andarsi a inserire nelle dinamiche capitalistiche di accumulazione, delocalizzazione e speculazione, ma la blockchain può anche creare una ‘moneta del comune’</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Novembre 2008: in una mailing list della comunità hacker compare il manifesto<em>&nbsp;Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System,</em>&nbsp;a firma di Satoshi Nakamoto. Il nome è uno pseudonimo, e a tutt’oggi non si è mai saputo chi vi fosse dietro, e nemmeno se un individuo o un collettivo. Il documento contiene i principi e il codice per poter sviluppare un software open source (1) che crea: una criptovaluta, chiamata appunto&nbsp;<em>bitcoin</em>&nbsp;(2), una rete peer-to-peer (P2P) (3) sulla quale questa moneta digitale circola, e il relativo protocollo di comunicazione (4). Nel gennaio 2009 viene rilasciata, sempre all’interno della comunità hacker, la prima versione del software – sarà poi aggiornato più volte – che inizia a essere utilizzato.</p>



<p>L’aspetto tecnico del Bitcoin è strettamente legato a quello politico: per come è stato pensato e implementato, infatti, non poteva che andarsi a inserire nelle dinamiche capitalistiche (perfino di sfruttamento di lavoro delocalizzato, come vedremo) fino a diventare un&nbsp;<em>asset</em>&nbsp;speculativo. Contiene tuttavia un’idea – la&nbsp;<em>blockchain</em>&nbsp;– che potrebbe creare qualcosa di politicamente molto diverso.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Che cos’è e come circola</h4>



<p>Innanzitutto il bitcoin è una stringa digitale alfanumerica. I processi che lo riguardano sono due: la creazione e la circolazione.</p>



<p>Creazione. A cadenza temporale costante il software Bitcoin rilascia nella rete P2P un<em>&nbsp;blocco Coinbase</em>&nbsp;(5): lo potremmo definire un problema crittografico da risolvere. Il primo computer della rete che ne arriva a capo, trovando attraverso dei calcoli una serie di numeri, riceve una ricompensa in bitcoin di nuova emissione (pensiamo a banconote appena stampate che vanno ad aumentare la massa monetaria in circolazione). È definita attività di<em>&nbsp;mining</em>, ossia&nbsp;<em>estrazione</em>, e nell’idea di Nakamoto richiama l’attività di estrazione dell’oro. Anche confermare un pagamento in bitcoin (vedremo come) significa risolvere un problema di crittografia, e anche in questo caso i&nbsp;<em>miners</em>&nbsp;(minatori) ricevono in cambio una ricompensa in&nbsp;<em>nuovi&nbsp;</em>bitcoin.</p>



<p>Circolazione. Il problema che Nakamoto ha dovuto risolvere, inventando una moneta digitale che opera senza intermediari finanziari – le transazioni avvengono direttamente tra i due soggetti A e B – è stato fondamentalmente quello della fiducia. Tutti i pagamenti che si effettuano nel web necessitano infatti di una terza parte, che ha il ruolo di garante: quando si utilizza la carta di credito, la transazione passa attraverso una banca che assicura, di fatto, due cose: che chi sta spendendo quella quantità di denaro ne abbia disponibilità sul proprio conto corrente, e che non l’abbia già utilizzato per effettuare un altro pagamento – il cosiddetto&nbsp;<em>double spending</em>, doppia spesa. Nakamoto ha sostituito la fiducia con la crittografia, e la funzione di garanzia è stata assegnata non a un’istituzione finanziaria ma a tutta la rete P2P, grazie al sistema blockchain. Vediamo come.</p>



<p>Semplificando, possedere bitcoin significa avere un portafoglio virtuale – ossia un indirizzo Bitcoin (6) – che utilizza un sistema di crittografia asimmetrico, a doppia chiave, pubblica e privata (7): ai bitcoin è associata la chiave pubblica del portafoglio, e ogni individuo può spendere solo la criptovaluta collegata al proprio indirizzo, mentre la chiave privata consente di apporre la propria firma digitale per effettuare il pagamento. Per diventare definitiva (e irreversibile) la transazione deve essere confermata da almeno sei nodi della rete P2P. Il fatto che le chiavi di tutti i portafogli Bitcoin siano pubbliche rende pubbliche tutte le transazioni, che vengono infatti memorizzate in un database – una sorta di ‘libro contabile’ generale, disponibile a tutti i nodi della rete, la blockchain appunto (‘catena di blocchi’) – che finisce per contenere lo storico di&nbsp;<em>tutti</em>&nbsp;i movimenti di&nbsp;<em>tutti</em>&nbsp;i bitcoin generati, a partire dall’indirizzo del loro creatore fino all’ultimo proprietario. Questo permette di verificare che i bitcoin oggetto della transazione appartengano effettivamente a quel portafoglio, e che non siano già stati spesi: grazie alla struttura storica della blockchain infatti, un tentativo di double spending verrà immediatamente scoperto e la transazione non sarà confermata, finendo nel nulla.</p>



<p>Di fatto quindi il sistema Bitcoin è non solo sicuro ma anche trasparente. E non è nemmeno anonimo, come molti pensano. È pseudonimico, che è tutt’altra cosa. Ogni individuo può generare un numero infinito di doppie chiavi crittografiche (pubblica/privata) e dunque un numero infinito di portafogli (indirizzi) Bitcoin: anche uno per ogni singola transazione. Questo significa che può crearsi un ventaglio di identità – gli indirizzi non contengono infatti informazioni personali sui relativi proprietari – e rendere più difficoltoso risalire a chi c’è dietro i movimenti di criptovaluta. Tuttavia è possibile farlo, grazie a degli algoritmi, come ha dimostrato l’Fbi quando ha arrestato una serie di persone che avevano effettuato acquisti di merce illegale con bitcoin su Silk Road, mercato online del dark web dove si poteva comprare droga, armi ecc.</p>



<p>Il legame inscindibile tra Bitcoin e crittografia significa anche che se la chiave privata viene smarrita, i bitcoin a essa associati sono irrimediabilmente persi, distrutti come banconote in un falò, perché non esiste altro che quel codice per dimostrarne la proprietà e quindi utilizzarli.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La rete: da P2P a gerarchica</h4>



<p>I calcoli da effettuare per risolvere il problema crittografico, sia esso di Coinbase o di conferma di transazioni, non poggiano su conoscenze particolari ma su un numero elevato di tentativi; ne consegue che ciò che conta è solo la potenza del computer che si utilizza. La competizione è evidente: chi primo arriva incassa il premio in bitcoin di nuova emissione.</p>



<p>Se all’inizio, quando la rete P2P conteneva pochi nodi, la sola CPU di un computer poteva svolgere i calcoli, man mano che la rete è cresciuta (e che il problema crittografico si è fatto più complesso, come vedremo), ciò è divenuto impossibile. Il primo conseguente passaggio ha visto alcuni nodi crescere di potenza – i proprietari dei relativi pc hanno iniziato ad acquistare hardware – quando anche questo non è più stato sufficiente si è progettato hardware specializzato in quel particolare processo di calcolo (quindi oggi non è più possibile estrarre bitcoin con un computer&nbsp;<em>normale</em>), e sono nati i&nbsp;<em>mining pool</em>: nodi che si sono uniti, per accrescere la potenza in termini computazionali, spartendosi poi la ricompensa in nuovi bitcoin a seconda del contributo al processo di calcolo dato da ciascun computer.</p>



<p>Contemporaneamente, in una dinamica circolare, più la rete cresce in potenza più il software Bitcoin complica la difficoltà di calcolo del problema crittografico; i nodi quindi sono spinti a un costante aumento di potenza computazionale. Sono aspetti tecnici che disegnano un profilo politico.</p>



<p>Innanzitutto, la rete Bitcoin non può più essere definita peer-to-peer ma è divenuta gerarchica. Ora esistono&nbsp;<em>server</em>&nbsp;e&nbsp;<em>client</em>, e l’appartenenza a un gruppo o all’altro dipende principalmente dall’avere o meno le risorse economiche per acquistare hardware destinato al mining. Quindi si è riprodotta, se non un’autorità centrale, una sorta di élite – vogliamo definirla&nbsp;<em>classe dirigente</em>? – che effettua Coinbase e verifica le transazioni, traendone un guadagno in nuovi bitcoin, e una massa di utenti che non possono che limitarsi a utilizzare la criptovaluta. È evidente che il profitto si misura nella differenza di costi e ricavi: tra i primi la spesa per l’hardware – e, per nulla secondaria, quella per l’energia elettrica per far funzionare h24 potenti computer – tra i secondi il valore dei bitcoin che ricevo come ricompensa, ossia la loro quotazione sul dollaro. I miners quindi vedono con favore il fatto che la criptovaluta sia divenuta un asset speculativo più che una moneta di scambio per transazioni commerciali.</p>



<p>Non solo. L’accresciuta complessità del calcolo da effettuare ha reso insufficienti anche i mining pool e ha creato una sorta&nbsp;<em>mining conto terzi</em>&nbsp;delocalizzato in Cina. Grandi capannoni, situati generalmente nei pressi di centrali elettriche, dalle quali attingono l’energia per alimentare un’enorme numero di computer dedicati all’attività di mining. Sia la disponibilità di energia che il suo minor costo – anche dello stesso harware – rendono conveniente al miner la delocalizzazione del processo di estrazione, pagando una commissione alla ‘miniera di bitcoin’ sulla criptovaluta che essa estrae per suo conto. Vi lavorano operai, addetti al controllo dei computer, a&nbsp;<em>salari cinesi</em>, in lunghi turni, spesso dormendo sul posto (8). È stato calcolato che oggi quasi il 70% del processo di mining è delocalizzato in Cina. È la medesima logica della delocalizzazione manifatturiera capitalistica.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una&nbsp;<em>risorsa</em>&nbsp;finita</h4>



<p>Nakamoto ha strutturato la formula matematica alla base del software in modo che il numero di bitcoin che può essere estratto, sia per i blocchi Coinbase che per le conferme delle transazioni, sia&nbsp;<em>finito</em>. Si è calcolato – tralasciando i dettagli tecnici – che in totale verranno creati 21 milioni di bitcoin nel giro di 130 anni circa. La ricompensa in criptovaluta di nuova emissione per l’elaborazione dei blocchi è stata programmata per diminuire nel tempo fino a scomparire (9), e a qual punto i miners avranno come unica fonte di guadagno le commissioni pagate dagli utenti per l’attività di conferma delle transazioni – come una banca, di fatto, che incassa commissioni per effettuare un bonifico.</p>



<p>Il fatto che sia stata pensato come&nbsp;<em>risorsa</em>&nbsp;finita (al pari dell’oro, appunto), rende il bitcoin ontologicamente deflattivo: nel caso in cui avesse infatti preso piede come valuta (non era detto, la sua circolazione poteva restare chiusa a una piccola cerchia hacker e quindi finire per essere nulla più che una stringa alfanumerica), il suo valore sarebbe inevitabilmente aumentato nel tempo, per il basilare principio di scarsità: offerta limitata a fronte di una domanda in crescita.</p>



<p>Il bitcoin è stato inoltre immediatamente agganciata al dollaro, in un sistema a cambio variabile: è quindi la legge del mercato che ne stabilisce la quotazione. Tutto questo lo rende, come la cronaca degli ultimi tempi ha mostrato, un perfetto strumento di speculazione finanziaria.<br>Anche sotto questo profilo, quindi, la sua struttura tecnica ne ha caratterizzato l’aspetto politico.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’ascesa del Bitcoin</h4>



<p>Com’è possibile che una stringa alfanumerica, che esiste solo nel mondo virtuale, che è il risultato di un calcolo matematico proposto da un software, diventi una moneta? Occorre fare un salto logico e culturale.</p>



<p>Di fatto una moneta è (anche) una convenzione sociale. Dalla fine di Bretton Woods è evidente che la massa monetaria in circolazione di qualsiasi valuta non ha più alcun aggancio con la quantità di oro presente nelle camere blindate delle varie banche centrali. Io accetto quindi di chiamare&nbsp;<em>banconota</em>&nbsp;un pezzo di carta perché riconosco legittimità a due poteri: il primo è politico, ed è quello che fa capo a uno Stato o all’Unione europea, e autorizza un’istituzione finanziaria a stampare quel pezzo di carta, a cui riconosce un ‘corso legale’; il secondo è economico, ed è esercitato da una banca, che la politica ha definito<em>&nbsp;centrale</em>, che ha l’autorità di emettere moneta e di essere garante del sistema di circolazione.</p>



<p>Se all’interno di una comunità accetto dunque&nbsp;<em>culturalmente</em>&nbsp;che una stringa alfanumerica, e non una banconota, sia qualcosa che posso utilizzare per acquistare beni e servizi, quella stringa&nbsp;<em>diviene</em>&nbsp;una moneta; il concetto non è diverso se pensiamo ai braccialetti di perline che circolavano dentro i villaggi turistici. A una condizione: che soddisfi le caratteristiche di garanzia necessarie, ossia che la sua proprietà possa essere univocamente e irrevocabilmente identificata, e che non sia possibile il double spending. Nel caso della perlina, la possiedo in quanto oggetto materiale nelle mie mani, e non posso evidentemente spenderla due volte; nel caso della stringa alfanumerica, la possiedo grazie alle doppie chiavi crittografiche, e la rete P2P, attraverso il sistema della blockchain, controlla la circolazione e impedisce la doppia spesa.</p>



<p>Certo le perline, come i bitcoin, non hanno corso legale al di fuori del villaggio turistico, e dei mercati virtuali che accettano la criptomoneta in pagamento; ma entrambe possono essere convertite in una valuta a corso legale, la prima dalla direzione del villaggio, la seconda nei siti web che cambiano bitcoin contro dollari sulla base della quotazione di mercato.</p>



<p>Di fatto quindi, lo stesso sistema finanziario del mondo reale ha accettato i bitcoin come moneta – cosa che non ha mai fatto con le perline del villaggio turistico. Senza questo fondamentale passaggio, non saremmo qui a parlare di Bitcoin. Perché l’ha fatto? Per un’unica ragione: perché è qualcosa su cui è possibile fare attività speculativa, e quindi profitti.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="615" height="338" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/quotazione-bitcoin.jpg" alt="" class="wp-image-985" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/quotazione-bitcoin.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/quotazione-bitcoin-300x165.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/quotazione-bitcoin-600x330.jpg 600w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></figure>
</div>


<p>Come mostra il grafico (10), fino ad agosto 2010 i bitcoin valevano zero dollari; ad aprile 2011 erano quotati qualche centesimo di dollaro; hanno registrato un’impennata nel giugno 2011, arrivando a 35 dollari, per poi oscillare per l’intero 2012, con variazioni percentualmente anche importanti ma senza mai superare i 14 dollari; dal 2013 la quotazione è iniziata progressivamente a salire, per impennarsi nei dodici mesi del 2017.</p>



<p>Al loro esordio i bitcoin non avevano corso, salvo forse all’interno della ristretta comunità hacker. Se si voleva la criptovaluta, o si diventava miners e la si estraeva, o ci si rivolgeva a un miner per acquistarla direttamente. Poi, complice la convinzione che garantissero l’anonimato – e di fatto le forze di polizia hanno impiegato un po’ di tempo a mettere a punto algoritmi per poter risalire alle identità coperte dalla crittografia – i bitcoin hanno iniziato a essere utilizzati soprattutto su Silk Road, all’epoca uno dei maggiori mercati virtuali del dark web, per acquistare merce illegale – non ha molto senso comprare droga con la Visa. Queste due realtà, il Bitcoin e i mercati del dark web, si sono quindi in qualche modo compenetrate. A quel punto sono anche nati siti di cambio, dove si poteva acquistare bitcoin pagando in dollari con la carta di credito.</p>



<p>Il 7 dicembre 2010 accade qualcosa di importante. Come reazione alla vicenda&nbsp;<em>cablegates</em>, la pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti diplomatici statunitensi riservati, Bank of America, Visa, Master- Card, PayPal e Western Union bloccano arbitrariamente, senza alcun mandato legale di alcuna Corte di giustizia, la possibilità di fare donazioni all’organizzazione. La comunità hacker insorge e inizia a&nbsp;<em>promuovere</em>&nbsp;il Bitcoin come moneta per sostenere finanziariamente Wikileaks. È un gesto che ha una valenza politica molto forte. Forse per la prima volta ci si rende conto che cosa significhi l’esistenza di una moneta digitale – e dunque mondiale – del tutto autonoma, nella creazione e nella circolazione, rispetto a qualsiasi potere economico e politico costituito.</p>



<p>Nel maggio 2011 la rivista Forbes pubblica il suo primo articolo su Bitcoin: la criptovaluta esce dal circuito hacker e virtuale per iniziare a essere conosciuta nel mondo reale – e registra la sua prima impennata nella quotazione sul dollaro, quella del giugno 2011. Da quel momento sempre più testate iniziano a parlarne, siti di ogni genere cominciano ad accettarla come mezzo di pagamento – giochi online ma anche e-commerce – poi arrivano i primi negozi fisici nei quali, grazie agli smartphone, si può fare acquisti in bitcoin. La criptovaluta si diffonde, la domanda aumenta, la quotazione sul dollaro cresce,&nbsp;<em>è il mercato, bellezza!</em>&nbsp;Estrarre bitcoin diventa sempre più proficuo, il numero dei miners aumenta, la rete P2P cresce in potenza, innescando la dinamica sopra descritta che arriva fino alla delocalizzazione in Cina.</p>



<p>La speculazione finanziaria ci si butta, inizia a vendere e comprare bitcoin per guadagnare sulle variazioni del cambio: la criptovaluta diventa uno degli asset finanziari più volatili mai esistiti. Fino ad arrivare al 10 dicembre 2017, quando sul Chicago Board Options Exchange fanno la loro comparsa i primi titoli derivati collegati al prezzo del bitcoin – sono&nbsp;<em>futures</em>, titoli che, semplificando, scommettono sulla sua quotazione futura.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Blockchain: una ‘moneta del comune’?</h4>



<p>Sebbene, soprattutto all’inizio dell’avventura Bitcoin, tante realtà antagoniste di sinistra ne abbiano fatto una propria bandiera, l’area ideologica della comunità hacker da cui nasce la criptovaluta è quella anarco-capitalista della Silicon Valley. Ed è anche probabile che la temporalità non sia casuale: il manifesto di Nakamoto esce a fine 2008, ossia a un anno dall’esplosione della bolla dei mutui suprime, e quando si sta già evidenziando il passaggio della crisi dall’economia finanziaria a quella reale. Vi è quindi l’idea anarchica di sottrarre l’individuo a un potere, centralizzato e dall’alto, ma nessuna intenzione di trasformare la struttura della società capitalistica. Da qui l’architettura tecnica del Bitcoin, che come abbiamo visto ha creato una moneta che è andata pienamente a inserirsi nelle dinamiche di accumulazione, sfruttamento e speculazione.</p>



<p>Resta il fatto che Bitcoin è qualcosa di straordinario, come ha mostrato la vicenda Wikileaks. Perché ha immaginato una moneta<em>&nbsp;dal basso</em>&nbsp;e decentralizzata, ed è riuscita a crearla dal punto di vista tecnico con la struttura della blockchain, che è potenzialmente rivoluzionaria. Se le si incardina, infatti, un modello di moneta diverso, politicamente il risultato può essere opposto: una criptovaluta non deflattiva (quantità non finita), che non può quindi diventare valuta di riserva e innescare accumulazione e speculazione, ma al contrario programmata per perdere valore se non la si utilizza come moneta di scambio; la cui generazione non metta in competizione i miners e, mantenendo una rete P2P, elimini le logiche del profitto che hanno portato alla delocalizzazione; anche sul sistema del cambio con una valuta a corso legale, si può ragionare. Aspetti complessi, che tuttavia non escludono la possibilità di riuscire a creare una moneta alternativa per una rete di realtà cooperative e anticapitaliste, che non siano comunità di esodo nelle quali rifugiarsi ma la base per un progetto politico, dal basso, più ambizioso: una società che si sottrae alle dinamiche capitalistiche non solo nella produzione/scambio di merci ma anche nell’aspetto monetario, liberandosi dal potere dei mercati finanziari e delle autorità centrali.</p>



<p>Non è un aspetto di poco conto: una moneta non è mai solo una moneta, ma è un rapporto di forza e un dominio, e ciò si è reso più che mai evidente in Europa, con l’euro e la troika, dove ogni possibile alternativa politica è andata a infrangersi nel ricatto dei mercati finanziari, della speculazione sui titoli pubblici, dei prestiti del Fmi e della Bce.</p>



<p>Esistono già realtà antagoniste che studiano questa possibile ‘moneta del comune’, e possiamo dire che due aspetti, dopo l’esperienza del Bitcoin, sono ancora più chiari: la tecnologia non è neutra, ha sempre un indirizzo politico; cambiare la forma della moneta è altra cosa dal cambiarne la funzione. Significa che non è la moneta che crea la società ma il contrario; che il primo passaggio è sempre culturale, sociale, politico, è pensiero critico che deve conquistare terreno sul pensiero dominante; poi, viene la moneta.</p>



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<p class="has-small-font-size">1) È&nbsp;<em>open source</em>&nbsp;un software il cui codice sorgente è pubblico (quindi non privato né proprietario), e ciò permette sia di studiarlo che di apportarvi collettivamente modifiche ed estensioni</p>



<p class="has-small-font-size">2) Indicato in maiuscolo,&nbsp;<em>Bitcoin</em>, ci si riferisce alla tecnologia e alla rete, in minuscolo,&nbsp;<em>bitcoin</em>, alla valuta</p>



<p class="has-small-font-size">3) Una rete informatica nella quale i computer – chiamati&nbsp;<em>nodi</em>&nbsp;– sono collegati tra loro in modo paritario e non gerarchico, che significa che non sono distinguibili in&nbsp;<em>server</em>&nbsp;– computer che offre un servizio – e&nbsp;<em>client</em>&nbsp;– computer che utilizza quel servizio – ma possono essere entrambe le cose, in una condizione, appunto, paritaria</p>



<p class="has-small-font-size">4) Le regole di comunicazione tra computer</p>



<p class="has-small-font-size">5) Esistono due tipi di blocchi: uno contiene una cosiddetta&nbsp;<em>transazione Coinbase,</em>&nbsp;che ha l’unico scopo di emettere nuovi bitcoin, l’altro contiene transazioni, ossia pagamenti da un soggetto A a un soggetto B, di bitcoin già circolanti; per entrambi i blocchi la soluzione del problema crittografico viene ricompensata con bitcoin di nuova emissione</p>



<p class="has-small-font-size">6) Gli indirizzi sono sequenze casuali alfanumeriche lunghe in media 33 caratteri, per esempio 1NAfBQUL4d2N7uu1iKxjwF8dESXTT3AKcq</p>



<p class="has-small-font-size">7) I crittosistemi asimmetrici utilizzano due chiavi crittografate: una è definita&nbsp;<em>pubblica</em>&nbsp;e viene distribuita, l’altra è&nbsp;<em>privata</em>&nbsp;e quindi tenuta segreta; la caratteristica è che ogni coppia di chiavi è formata in modo tale che ciò che viene cifrato con una, può essere decifrato solo con l’altra</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilpost.it/2017/12/18/bitcoin-mining-cina/" target="_blank"><em>&nbsp;Dove si fanno i bitcoin</em></a>, ilpost.it. 18 dicembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">9) È stata prevista una progressione geometrica, con un dimezzamento della ricompensa ogni quattro anni circa: dai 50 bitcoin iniziali per blocco si è passati a 25 a fine 2012, e a 12,5 nel luglio 2016</p>



<p class="has-small-font-size">10) Qui il grafico interattivo con il dettaglio di tutte le quotazioni nel tempo&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.blockchain.com/charts/market-price?" target="_blank">https://blockchain.info/charts/market-price</a></p>
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