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	<title>disoccupazione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>disoccupazione &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Delocalizzazioni: i numeri e le leggi. Collettivo GKN vs Stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[I numeri del fenomeno, le norme europee e italiane che lo consentono e la proposta di legge del Collettivo GKN]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ristrutturazioni aziendali, occupazione e tessuto produttivo: i posti di lavoro persi in Italia e in Europa negli ultimi vent&#8217;anni, in quali settori, le norme europee e italiane che lo consentono e la proposta di legge del Collettivo GKN</p></blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-spotify wp-block-embed-spotify wp-embed-aspect-21-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p class="has-drop-cap">“Non si tratta di una norma anti-delocalizzazioni, come propagandato dal governo, ma per proceduralizzare le delocalizzazioni.” Il Collettivo di fabbrica GKN è in mobilitazione permanente dal 9 luglio 2021, quando il fondo Melrose – che ha rilevato nel 2018 GKN, la multinazionale britannica leader nel settore automotive – ha deciso di chiudere lo stabilimento di Campi Bisenzio e avviato la procedura di licenziamento collettivo per i 422 lavoratori. Una fabbrica in salute, con macchinari all’avanguardia e in fase di rilancio produttivo, chiusa secondo la logica della ‘ristrutturazione d’impresa’, vale a dire per abbattere i costi e massimizzare i profitti. Logica che dall’arrivo di Melrose ha coinvolto anche le sedi della multinazionale in Inghilterra e Germania, portando ad altri 1.200 licenziamenti, e che – in termini generali – spesso vede la delocalizzazione della produzione all’estero.</p>



<p>La reazione del Collettivo di fabbrica, quel 9 luglio, è immediata. Gli operai occupano la fabbrica, presidiandola giorno e notte, impedendo che venga smantellato lo stabilimento e svuotato dei macchinari. Arrivano perfino a bloccare i licenziamenti collettivi, con una sentenza del Tribunale del Lavoro che rileva la condotta antisindacale dell’impresa e la violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Ma la loro mobilitazione non si limita alla difesa della fabbrica: nei mesi successivi arriva a coinvolgere tutto il territorio fiorentino fino alla chiamata a “insorgere” del 18 settembre, quando più di 20.000 persone da tutta Italia scendono in piazza a Firenze, e all’ultima manifestazione del 26 marzo.</p>



<p>Non solo. Al presidio permanente davanti ai cancelli della GKN, insieme agli avvocati del Telefono Rosso e al senatore Matteo Mantero di Potere al popolo, lavoratrici e lavoratori scrivono una proposta di legge contro le delocalizzazioni, le chiusure aziendali e lo smantellamento del tessuto produttivo. Una legge – vedremo – che mette al centro la tutela dell’occupazione e la continuità produttiva e che viene presentata alla Camera dei Deputati il 5 ottobre 2021. Il Collettivo di fabbrica si fa classe dirigente, mentre la classe politica italiana dimostra ancora una volta da che parte sta: a dicembre 2021 la Commissione Bilancio del Senato boccia la proposta dei lavoratori GKN e il governo approva un emendamento alla legge di bilancio che si limita a definire la procedura e le modalità a cui un’impresa deve attenersi per poter chiudere un sito produttivo sul territorio italiano, a fronte di sanzioni irrisorie. Una disposizione che non si discosta, negli effetti, dalle precedenti del 2013 e 2018 e che si mantiene nel solco tracciato dalla normativa europea.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il quadro europeo</h4>



<p>All’interno dell’Unione europea il processo delle delocalizzazioni produttive trova il suo fondamento nei Trattati istitutivi. Il Trattato di Roma che nel 1957 ha istituito la Comunità economica europea (Cee) si poneva come obiettivo la creazione di un mercato unico in regime di libera concorrenza, obiettivo poi integrato dall’Atto Unico europeo del 1986 allo scopo di portare a termine entro il 1992 “uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali”. È proprio la libera circolazione dei capitali – riconosciuta come uno dei fondamenti dell’Unione europea con la ratifica del Trattato di Maastricht – ciò che consente alle imprese di decidere liberamente dove impiantare i propri stabilimenti. Libertà tutelata dagli articoli 63-66 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che vieta, salvo deroghe in casi eccezionali, qualsiasi restrizione ai movimenti di capitali e dagli articoli 258-260 che prevedono l’avvio di una procedura d’infrazione nel caso in cui uno Stato membro ponga restrizioni ingiustificate alla circolazione degli stessi. A questo si affianca la libera circolazione delle merci, principio che prevede il divieto di imporre dazi doganali tra i Paesi membri e che quindi favorisce una concorrenza selvaggia tra le imprese europee. In un contesto di questo genere è evidente che le aziende stesse puntino a stabilirsi negli Stati in cui i costi di produzione sono più bassi – principalmente costo del lavoro e imposte sulle imprese –, potendo beneficiare di un mercato unico in cui vendere la propria merce senza alcun ostacolo.</p>



<p>Un secondo processo che si collega alla libera circolazione di capitali è la ristrutturazione aziendale: le imprese, infatti, spesso ricorrono a riorganizzazioni interne, chiusure di stabilimenti o fusioni con altre società (molte volte estere) proprio per poter mantenere la competitività nei confronti di quelle imprese che, delocalizzando, possono andare sul mercato a prezzi inferiori grazie ai minori costi di produzione.</p>



<p>Partendo dal database dell’European Restructuring Monitor (ERM) di Eurofound – l’agenzia dell’Ue “per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro”, si legge sul sito – è possibile fotografare queste tendenze. ERM si basa sul lavoro di un network di corrispondenti dell’agenzia i quali, partendo dalle notizie apparse sulla stampa nazionale nei diversi Stati membri, raccolgono i dati sui casi di ristrutturazione aziendale che abbiano causato la perdita o la creazione di almeno 100 posti di lavoro, o di almeno il 10% della forza lavoro nelle imprese con più di 250 dipendenti: si tratta quindi di una sottostima del fenomeno reale, sia per la soglia necessaria alla registrazione nel database, sia perché la raccolta dati si fonda unicamente sugli annunci avvenuti a mezzo stampa. Ciononostante fornisce un quadro indicativo sulle delocalizzazioni e ristrutturazioni d’impresa e sulla perdita o creazione di posti di lavoro che ne derivano, sia a livello europeo che di ogni singolo Stato membro.Il database è suddiviso in otto categorie, in base al tipo di ristrutturazione: 1. rilocalizzazione dell’attività in un’altra sede della stessa impresa all’interno dello stesso Paese; 2. outsourcing verso un’impresa diversa all’interno dello stesso Paese; 3. delocalizzazione all’estero; 4. chiusura dello stabilimento per ragioni economiche; 5. bancarotta; 6. fusione aziendale; 7. espansione aziendale; 8. ristrutturazione interna – categoria quest’ultima che comprende circa il 70% del totale dei casi riportati. </p>



<p>Come specificato nel rapporto ERM 2020, infatti, nei casi in cui un’impresa affronti un processo di ristrutturazione che preveda diverse fasi – per esempio delocalizzazione della produzione in seguito a una fusione con un’azienda estera che comporti la chiusura dello stabilimento nel Paese di origine – questa spesso viene registrata sotto la categoria “ristrutturazione interna”. Stessa cosa per quanto riguarda i gruppi multinazionali nel caso di una rilocalizzazione o delocalizzazione dell’attività a livello di gruppo da un Paese a un altro.</p>



<p>Soffermandoci soltanto sulle delocalizzazioni, secondo i dati ERM tra gennaio 2002 e marzo 2022, nei 27 Paesi membri dell’Unione europea (con l’aggiunta di Regno Unito e Norvegia) ci sono stati 943 casi con oltre 283.000 licenziamenti, il 76% dei quali nel settore manifatturiero (Tabella 1, pag. 26) – a fronte di nessun posto di lavoro creato. </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-829x1024.png" alt="" class="wp-image-6183" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-829x1024.png 829w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-243x300.png 243w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-768x948.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-600x741.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE-750x926.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-1-1-UE.png 898w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /><figcaption>Tabella 1. Posti di lavoro persi in seguito a delocalizzazione, periodo 01/01/2002-01/04/2022, Unione europea, Regno Unito e Norvegia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
</div>


<p>Allargando invece il campo e considerando nel complesso le otto categorie, nel periodo indicato e per i Paesi citati, si sono registrati 7,6 milioni di licenziamenti – soprattutto nella manifattura (37%), nel settore finanziario (12%) e nella logistica (11%) – a fronte di 4,4 milioni di assunzioni – principalmente nel manifatturiero (33%), retail (19%) e logistica (10%) (Tabella 2, pag. 27). </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="668" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1024x668.png" alt="" class="wp-image-6184" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1024x668.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-300x196.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-768x501.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1536x1002.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-600x391.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-750x489.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE-1140x743.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-2-2-UE.png 1584w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Tabella 2. Posti di lavoro persi e creati in seguito a ristrutturazione d’impresa, periodo 01/01/2002-05/04/2022, Unione europea, Regno Unito e Norvegia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
</div>


<p>Se per la maggior parte dei Paesi il saldo assunzioni-licenziamenti è negativo, negli Stati dell’Europa dell’Est quali Croazia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Slovacchia e Lituania si è verificata la tendenza opposta. Questi stessi Paesi, non casualmente, si trovano anche nelle prime posizioni per quanto riguarda il basso costo della manodopera e la minore tassazione sulle imprese: secondo i dati Eurostat per il 2021 (Grafico 3, pag. 28), il costo del lavoro oscilla tra i 7 euro l’ora della Bulgaria e i 15,3 della Repubblica Ceca – contro i 37,2 euro l’ora della Germania, i 37,9 della Francia e i 29,3 dell’Italia, e una media dell’Unione europea di 29,1; mentre la tassazione sui redditi delle imprese, come riporta l’OCSE (Grafico 4, pag. 29), varia dal 10% della Bulgaria, al 16% della Romania fino al 21% della Slovacchia – contro il 29,9% della Germania, il 28,4% della Francia e il 27,8% dell’Italia.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3.png" alt="" class="wp-image-6185" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3.png 898w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-300x240.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-768x613.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-600x479.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-3-750x599.png 750w" sizes="(max-width: 898px) 100vw, 898px" /><figcaption>Grafico 3.</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1024x514.png" alt="" class="wp-image-6186" width="600" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1024x514.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-300x151.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-768x385.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1536x771.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-600x301.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-360x180.png 360w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-750x376.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4-1140x572.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-GRAFICO-4-4.png 1584w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Grafico 4.</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">I numeri in Italia</h4>



<p>Restringendo lo sguardo alla sola realtà italiana, il Rapporto sulle Imprese 2021 dell’Istat prende in esame i dati relativi all’internazionalizzazione produttiva delle aziende nel 2018.</p>



<p>Tra le imprese con più di 250 lavoratori il 14,6% ha scelto di delocalizzare, dato che scende al 7% per quelle che impiegano da 50 a 249 addetti, fino al 2% delle piccole imprese. Delle aziende che delocalizzano, il 40% si dirige all’interno dell’Unione europea: quelle che si spostano in un Paese dell’area euro indicano come motivazione principale l’accesso a nuovi mercati, mentre per i Paesi non-euro – Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Ungheria e Svezia – prevale il contenimento del costo del lavoro, ragione indicata dalla maggioranza delle imprese considerando nel complesso il totale delle delocalizzazioni (anche quelle dirette al di fuori dell’Ue). Rifacendosi al database ERM, da gennaio 2002 a marzo 2022 in Italia si sono verificati 53 casi di delocalizzazione con oltre 12.500 licenziamenti, quasi interamente nel settore manifatturiero, a fronte di nessun posto di lavoro guadagnato (Tabella 5, pag. 30).</p>


<div class="wp-block-image">
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</div>


<p>Allargando anche in questo caso il focus e considerando le chiusure dovute alle varie tipologie di ristrutturazione e che rientrano comunque nella logica capitalistica del taglio dei costi e della ricerca del maggior profitto possibile, nello stesso periodo l’Italia ha visto la perdita netta (differenza tra posti di lavoro persi e creati) di più di 270.000 posti di lavoro, di cui 120.000 nella sola manifattura, 115.000 nei servizi finanziari, 37.000 nel settore informazione e comunicazione e 33.000 nella logistica (Tabella 6, pag. 31). Casi come Bekaert, Embraco, Almaviva, Whirpool, Gianetti Ruote, Caterpillar e GKN sono quindi solo gli ultimi di una lunga serie di licenziamenti collettivi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="589" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1024x589.png" alt="" class="wp-image-6188" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1024x589.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-300x173.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-768x442.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1536x883.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-600x345.png 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-750x431.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA-1140x656.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2022/08/inchiesta-TABELLA-6-ITA.png 1584w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Tabella 6. Posti di lavoro persi e creati in seguito a ristrutturazione d’impresa, periodo 01/01/2002-23/03/2022, Italia. Fonte: European Restructuring Monitor (ERM)</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Le leggi</h4>



<p>Visti i numeri italiani, che ricordiamo sono una stima al ribasso, occorre soffermarsi sui provvedimenti presi dalla politica nel corso degli anni e sull’incisività che questi hanno (o non hanno) avuto.</p>



<p>Le prime disposizioni per contrastare il fenomeno delle delocalizzazioni sono state introdotte con la legge di bilancio del 2013 dal governo presieduto da Enrico Letta. O almeno così erano state presentate. All’articolo 1, commi 60 e 61, la norma stabilisce che le imprese che delocalizzano in un Paese che non appartiene all’Unione europea e con almeno il 50% di riduzione del personale entro tre anni dalla ricezione di aiuti pubblici in conto capitale (versamenti a fondo perduto), devono restituire i contributi ricevuti. Una normativa che pone diverse condizionalità che la rendono facilmente aggirabile, sia per la soglia minima di personale licenziato per incorrere nel provvedimento – all’impresa basta licenziare anche un solo dipendente in meno del 50% – sia per il fatto che la delocalizzazione deve avere come destinazione Paesi extra Ue, mentre abbiamo visto che la maggior parte di queste avviene entro quei confini.</p>



<p>Limiti confermati, anni dopo, anche dal ministro dello Sviluppo economico Patuanelli nel corso di un <em>question time</em> al Senato il 18 giugno 2020, durante il quale chiariva come dal 1° gennaio 2014 ci fossero stati “zero” provvedimenti di revoca di agevolazioni in conto capitale ai sensi della disposizione contenuta nella legge. Lo stesso ministro precisava: “Il motivo per cui non si riesce ad attuare, in realtà, un dispositivo sacrosanto come quello di recuperare i fondi eventualmente dati per le produzioni in Italia che vengono delocalizzate è che qualsiasi dispositivo normativo – e ben venga in questo senso un’iniziativa parlamentare che approfondisca questo tema – deve restare all’interno dei limiti posti dall’articolo 41 della Costituzione, che garantisce la libertà di impresa, e deve restare anche all’interno delle norme previste per il mercato unico europeo, quindi tali dispositivi devono riferirsi alle delocalizzazioni extra Ue” (1).</p>



<p>Con il cosiddetto “decreto dignità” del 2018 il governo Conte è intervenuto nuovamente in materia, allargando il campo di applicazione rispetto alla precedente disposizione: le imprese che delocalizzano in Paesi non appartenenti all’Unione europea nei cinque anni successivi alla ricezione di aiuti di Stato (non più solo in conto capitale ma di qualsiasi tipo, quindi anche finanziamenti, sovvenzioni, detrazioni, detassazioni ecc.) devono restituire quanto avuto con un interesse maggiorato del 5% rispetto al tasso vigente alla data dell’elargizione, e incorrono in una sanzione da due a quattro volte l’importo del contributo ricevuto. Inoltre la normativa introduce anche la questione occupazionale, slegandola dalla delocalizzazione: con una riduzione del livello occupazionale maggiore del 10% (salvo i casi di giustificato motivo oggettivo), entro cinque anni dalla ricezione di aiuti pubblici che prevedano proprio la valutazione dell’impatto occupazionale, le imprese decadono dal beneficio in misura proporzionale a tale riduzione (oltre il 50% la decadenza è totale).</p>



<p>Entrambe le normative, pur avendo un grado di applicazione diverso, nella sostanza si allineano in un’unica direzione: le necessità del capitale dettano la linea, e lo Stato si limita a imporre la restituzione degli aiuti finanziari concessi, eventuali sanzioni e a tamponare con gli ammortizzatori sociali i danni provocati dalle aziende che, pagando qualcosa, possono agire come meglio credono. È la logica capitalistica tradotta nel libero mercato, con cui si identifica la grande maggioranza della classe politica, italiana ed europea, che nei fatti mantiene come unico orizzonte la tutela degli interessi delle imprese.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La proposta GKN</h4>



<p>In questo contesto si inserisce la proposta di legge scritta dagli operai della GKN, contenente “Disposizioni per sostenere i livelli occupazionali e produttivi e per contrastare la pratica della delocalizzazione delle attività produttive”. È una legge, contrariamente a quanto abbiamo visto finora, che mette al centro la tutela dell’occupazione e della continuità produttiva, spostando il focus dalle necessità delle imprese alle necessità dei lavoratori. Una visione e una direzione totalmente diverse, che tengono in primo piano lavoro e produzione. Una legge scritta dai lavoratori – una novità – per i lavoratori. Vediamola nei dettagli.</p>



<p>Oltre a prevedere la sospensione dei processi di licenziamento in corso, fissa una procedura che riguarda le imprese con almeno 100 lavoratori che intendano chiudere l’unità produttiva, o quelle più piccole che abbiano portato a termine licenziamenti collettivi nei due anni precedenti: tali società hanno l’obbligo di dare comunicazione preventiva alle istituzioni e alle rappresentanze sindacali, e di indicare le ragioni economico-finanziarie della chiusura, nonché – su richiesta – di fornire alle organizzazioni sindacali i documenti attestanti la situazione patrimoniale dell’impresa e le cause del progetto di chiusura. L’azienda è quindi tenuta a presentare al Mise un piano – elaborato consultando i rappresentanti sindacali dei lavoratori – che preveda la cessione dell’azienda, azioni di salvaguardia dell’occupazione e di gestione di possibili esuberi tramite ricollocazione o riqualificazione del personale, e progetti di riconversione del sito (anche per finalità socio-culturali o ecologiche) ai fini del mantenimento di attività produttiva e occupazione. Una volta presentato il piano, non viene approvato se prevede esuberi e l’impresa non è in crisi, oppure se non riceve il voto favorevole della maggioranza delle rappresentanze sindacali o dei lavoratori; analogamente, sono nulli i licenziamenti avvenuti prima dell’approvazione del piano se questo non prevede esuberi, e costituiscono condotta antisindacale. Tutto il processo di elaborazione e valutazione del piano vede quindi i lavoratori dell’impresa essere parte attiva e imprescindibile per il buon esito della procedura.</p>



<p>In seguito all’approvazione del piano, in caso di mancato rispetto dello stesso scatta per l’impresa l’esclusione dall’accesso a fondi e appalti pubblici per cinque anni e la restituzione dei sussidi ricevuti nei cinque anni precedenti.</p>



<p>Nell’eventualità in cui sia prevista la cessione dell’azienda, il Mise è tenuto a verificare la solidità dell’acquirente e che questi abbia un piano industriale a lungo termine che preveda il mantenimento dell’occupazione. Non solo, anche in questa fase i lavoratori assumono un ruolo centrale. Se costituiscono una cooperativa entro due mesi dall’approvazione del piano, infatti, la legge garantisce loro il diritto di prelazione sull’acquisto e l’impresa deve notificare nome dell’acquirente interessato e prezzo di vendita alla cooperativa stessa: quest’ultima potrà esercitare il diritto di prelazione entro trenta giorni, a un prezzo stabilito al netto dei contributi pubblici ricevuti dall’impresa a partire dall’anno della sua costituzione. Un passaggio, questo, che lascia intendere una visione netta: lo Stato – il pubblico – sono i lavoratori. A loro vengono ‘restituiti’ gli aiuti pubblici che l’azienda ha incassato. E, come tale, lo Stato viene richiamato al suo ruolo: nel caso in cui, a due anni dall’approvazione del piano, permangano condizioni di incertezza per i lavoratori, Cassa Depositi e Prestiti può acquistare l’impresa o assumervi partecipazioni. Ancora una volta, con l’unico obiettivo di salvaguardare occupazione e attività produttiva.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Bon ton</h4>



<p>Dopo mesi di tira e molla durante i quali sembrava essere pronto per l’approvazione un decreto legge apposito – anche sull’onda del caso GKN – a fine dicembre 2021 il governo Draghi si riduce a inserire le disposizioni in materia di chiusure aziendali in un articolo della legge di bilancio, bocciando contestualmente l’emendamento proposto dal senatore Mantero scritto con gli operai GKN.</p>



<p>Le disposizioni inserite dal governo ricalcano nella forma la proposta del Collettivo di fabbrica, ma nella sostanza la svuotano completamente: stabiliscono la procedura a cui devono attenersi le imprese con una media di almeno 250 dipendenti nell’anno precedente (che rappresentano appena lo 0,1% del totale delle aziende italiane attive), che non sono in crisi – in tal caso accederebbero ai tavoli negoziali del Mise già previsti – e che chiudono un sito sul territorio nazionale con il licenziamento di almeno 50 lavoratori. L’impresa è tenuta a dare comunicazione alle istituzioni e alle organizzazioni sindacali almeno 90 giorni prima di procedere ai licenziamenti (senza obbligo di fornire la documentazione societaria se richiesta); entro 60 giorni dalla comunicazione deve elaborare un piano per limitare le ricadute occupazionali – di durata massima di 12 mesi, che non contempla il coinvolgimento dei lavoratori e non prevede l’obbligo di mantenere lo stesso livello di occupazione. Il piano deve contenere la gestione <em>non traumatica</em> dei possibili esuberi, attraverso ammortizzatori sociali o incentivi all’esodo, anche valutando la ricollocazione o la riqualificazione dei lavoratori; le prospettive di cessione (anche a una cooperativa costituita dai lavoratori stessi che però non gode di prelazione); eventuali progetti di riconversione (anche per finalità socio-culturali). </p>



<p>Una volta presentato, il piano viene discusso con istituzioni e organizzazioni sindacali, e se l’impresa, al termine dei 12 mesi, procede al licenziamento collettivo, non incorre in alcuna sanzione. Gli unici casi in cui potrà essere sanzionata – prendendo come riferimento la legge Fornero sui licenziamenti collettivi del 2012 – riguardano la mancata presentazione del piano (raddoppio della sanzione prevista dalla legge) o la mancata sottoscrizione di un accordo sindacale (maggiorazione del 50%). Secondo i calcoli dell’ufficio studi CGIL realizzati per Repubblica nel dicembre scorso, considerando uno stipendio di 1.200/1.400 euro per 300 dipendenti (la media dei lavoratori licenziati in seguito a chiusure di stabilimenti in Italia), le sanzioni variano da un minimo di 2,6 milioni a un massimo di 3,4. Tenendo presente che, in caso di licenziamenti collettivi, le imprese sono già tenute a pagare una parte di queste somme come contributo alla Naspi (l’indennità di disoccupazione), l’aggravio netto che ne risulta è in realtà pari rispettivamente a 810 mila euro e 1,7 milioni di euro; a fronte dei fatturati miliardari di multinazionali come Whirpool, Caterpillar o GKN (2).</p>



<p>Tutto ciò che si chiede alle imprese che intendono chiudere e lasciare senza stipendio decine di migliaia di lavoratori, quindi, è di attenersi alla procedura: dichiarare le proprie intenzioni, fare un tentativo per limitare i danni e, se questo si risolve in un nulla di fatto, procedere come se niente fosse. Il <em>bon ton</em> delle chiusure aziendali. “Una soluzione ragionevole che non penalizza le imprese e tutela i lavoratori” la definisce Giorgetti, l’attuale ministro dello Sviluppo economico (3).</p>



<p>Di diverso avviso gli operai di Campi Bisenzio: “Vorremmo essere chiari: questa norma avrebbe chiuso GKN, imposto la soluzione di Melrose e non avrebbe reso possibile nemmeno l’articolo 28 (l’articolo dello Statuto dei lavoratori che ha bloccato i licenziamenti collettivi, <em>n.d.a.</em>). Il governo sta al di sotto di quanto fatto da un semplice collettivo di fabbrica, i soliti ‘quattro operai a cui non tenete testa’”.</p>



<p>Non c’è da sorprendersi, del resto. Uno Stato che è politicamente, economicamente e ideologicamente schierato a difesa degli interessi del capitale non potrà far altro che assecondare le scelte delle imprese e adoperarsi, al massimo, per il contenimento dell’impatto sociale che quelle scelte portano in dote: nulla a che vedere con la salvaguardia dell’occupazione e del tessuto produttivo del Paese. Per un cambio di prospettiva sarebbe necessario un ribaltamento dei rapporti di forza. “Il punto non è solo cosa fa la multinazionale che scappa”, ricorda il Collettivo, “ma che cosa fa lo Stato che resta.”</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em> <a href="https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Resaula/0/1156366/index.html?part=doc_dc-ressten_rs-gentit_301687qtscddpdibda" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Resaula/0/1156366/index.html?part=doc_dc-ressten_rs-gentit_301687qtscddpdibda</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>Cfr. <a href="https://www.repubblica.it/economia/2021/12/27/news/sanzioni_irrisorie_per_le_multinazionali_che_delocalizzano-331845910/">https://www.repubblica.it/economia/2021/12/27/news/sanzioni_irrisorie_per_le_multinazionali_che_delocalizzano-331845910/</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/12/17/giorgettisu-delocalizzazioni-tutelate-imprese-e-lavoratori_39fb7342-4f06-44c9-ae0a-f3fe6863b31d.html" target="_blank">https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/12/17/giorgettisu-delocalizzazioni-tutelate-imprese-e-lavoratori_39fb7342-4f06-44c9-ae0a-f3fe6863b31d.html</a> </p>
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		<item>
		<title>Intelligenza artificiale: distopia del lavoro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/intelligenza-artificiale-distopia-del-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 06:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[automazione]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[Studi che prefigurano una disoccupazione di massa (1,1 miliardi di lavoratori e 15,8 trilioni di dollari in salari a livello globale, 54 milioni di lavoratori in Europa), il rapporto Uomo-macchina completamente stravolto e la politica Ue del tutto impreparata a gestire il cambiamento della nuova automazione: cosa ci aspetta con i robot AI]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-54-ottobre-novembre-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 54, ottobre &#8211; novembre 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Studi che prefigurano una disoccupazione di massa (1,1 miliardi di lavoratori e 15,8 trilioni di dollari in salari a livello globale, 54 milioni di lavoratori in Europa), il rapporto Uomo-macchina completamente stravolto e la politica Ue del tutto impreparata a gestire il cambiamento della nuova automazione: cosa ci aspetta con i robot AI</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Negli Stati Uniti, la percentuale di occupazioni che può essere completamente automatizzata è molto piccola, meno del 5%, ma l’automazione influenzerà quasi tutte le occupazioni, non solo i lavoratori e gli impiegati di fabbrica ma anche giardinieri paesaggistici e tecnici dentistici, stilisti, venditori di assicurazioni e amministratori delegati, in misura maggiore o minore. Il potenziale di automazione di queste professioni dipende dalla tipologia di attività lavorativa che comportano, ma come regola di base circa il 60% di tutte le occupazioni hanno almeno il 30% delle attività che sono tecnicamente automatizzabili. Negli Stati Uniti, Paese per cui disponiamo dei dati più completi, il 46% del tempo trascorso in attività lavorativa in tutte le professioni e le industrie è tecnicamente automatizzabile con le tecnologie attualmente esistenti.</p>



<p>Su scala globale, l’automazione potrebbe interessare il 49% delle ore lavorative, che equivalgono a 1,1 miliardi di lavoratori e 15,8 trilioni di dollari in salari. Tra i diversi Paesi, il potenziale varia tra il 40 e il 55%, con appena quattro, Cina, India, Giappone e Stati Uniti, che rappresentano poco più della metà dei salari e dei lavoratori totali. Il potenziale potrebbe essere importante anche in Europa: secondo la nostra analisi, l’equivalente di 54 milioni di lavoratori a tempo pieno e più di 1,9 trilioni di dollari in salari nelle cinque grandi economie del continente: Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Questo allo stato attuale, ma poiché la tecnologia diventa sempre più avanzata, il potenziale crescerà”.</p>



<p>Questo il rapporto McKinsey “A future that works: automation, employment and productivity” del gennaio 2017, ma non è l’unico studio prodotto da società di ricerca sull’impatto della cosiddetta ‘intelligenza artificiale’ (AI) sul mondo della produzione manifatturiera e dei servizi, e dunque anche sul mondo del lavoro. Un impatto importante, che muterà completamente la realtà come oggi la conosciamo, e che non avrà nemmeno tempi lunghi se pensiamo che gli scenari parlano del 2055 come anno nel quale la metà delle attività lavorative potrebbe essere automatizzata – anche se gli studi sottolineano che ciò può avvenire vent’anni prima come vent’anni dopo, a seconda di diversi fattori: lo sviluppo costante delle capacità tecnologiche, il costo della tecnologia, i vantaggi sulla produttività delle prestazioni automatizzate, la concorrenza con il lavoro (ossia quanto saranno bassi i salari e docili i lavoratori, visto che, dal punto di vista del Capitale, una macchina ha anche il pregio di non rivendicare diritti né scioperare) e l’accettazione sociale (“Un robot”, scrive McKinsey, “può, in teoria, essere in grado di sostituire alcune funzioni di un’infermiera, per esempio. Ma per ora la prospettiva che questo possa effettivamente accadere in modo visibile potrebbe rivelarsi sconvolgente per molti pazienti che si<br>aspettano e si fidano del contatto umano”).</p>



<p>Come spesso capita – l’informazione italiana non brilla certo per qualità e ampiezza di sguardo – un tema che in molti Paesi è al centro del dibattito pubblico, qui trova ben poco spazio sui media mainstream (diversa è la rete): al più vengono spese le parole “automazione” e “Industria 4.0”, senza entrare nel merito del loro significato né delle conseguenze.</p>



<p>Difficile dare una definizione di AI, perché ne esistono diverse; semplificando, si può dire che è l’abilità di una macchina, sulla base di sistemi hardware e software, di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana, che significa anche modificarli relazionandosi con l’ambiente e imparando dall’esperienza; robot che saranno anche interconnessi fra loro e alla rete.</p>



<p>McKinsey ha analizzato 2.000 attività lavorative all’interno di 800 occupazioni, iniziando la ricerca sul potenziale di automazione dei settori dell’economia statunitense, per stabilire il quadro metodologico, e poi ampliando l’analisi ad altri quarantacinque Paesi, utilizzando dati comparabili nazionali e internazionali. La conclusione è che a essere toccata dalla robotizzazione non sarà solo la produzione agricola e manifatturiera ma anche i trasporti, i servizi alberghieri e di ristorazione, il commercio al dettaglio, le attività d’ufficio e finanziarie, i servizi ospedalieri: in una battuta, “dal broker statunitense all’agricoltore indiano”.</p>



<p>L’intelligenza artificiale permetterà poi l’automazione non solo dei lavori pochi qualificati e a basso reddito, ma anche di quelli che richiedono medie ed elevate competenze, a cui corrispondono quindi buoni salari: McKinsey calcola che negli Usa le occupazioni sotto i 15 dollari l’ora possono essere automatizzate al 51%, mentre quelle tra i 15 e i 30 dollari l’ora al 46%; la differenza quindi è minima. Si pone dunque il problema di una fuoriuscita dell’elemento umano dal lavoro, con conseguente crescita di disoccupazione.</p>



<p>Qui gli scenari dei diversi studi vanno in direzioni opposte: chi prefigura una disoccupazione di massa, non più assorbibile in alcun modo, perché le nuove figure professionali create dall’automazione non saranno mai in misura superiore ai posti di lavoro eliminati, e chi, come McKinsey, si dice convinto che dopo un’iniziale fase di destabilizzazione le persone licenziate troveranno un’altra occupazione. Quale non è dato sapere, poiché l’affermazione resta sul vago, ma è significativo il fatto che lo studio non si sottrae a una riflessione sull’istituzione di un possibile reddito di base erogato dallo Stato, anche se lo considera una soluzione temporanea che dovrebbe sostenere il lavoratore mentre, riqualificandosi, passa da un tipo di lavoro a un altro.</p>



<p>La prima considerazione che si fa strada leggendo questo genere di studi, riguarda il divario tra realtà economica e realtà politica: la prima, appoggiandosi a tecnologia e scienza, corre veloce all’inseguimento della produttività e dei profitti, non preoccupandosi di altro; la seconda resta indietro, arranca, cercando di comprendere le conseguenze di tale mutamento e di ipotizzare come regolarlo.</p>



<p>Emblematica la relazione presentata il 27 gennaio scorso al Parlamento europeo da parte del&nbsp;<em>Working group on robotic and artificial intelligence</em>&nbsp;istituito dalla Commissione&nbsp;<em>Legal Affairs</em>. Ne hanno fatto parte anche rappresentanti di altre tre commissioni – Industria Ricerca ed Energia, Mercato interno e Protezione dei consumatori, Occupazione e Affari sociali – e il gruppo di lavoro ha consultato esperti di ambiti diversi, ricevendo contributi inclusi nella relazione. Una lettura da cui si riemerge con una sola certezza: non abbiamo la più pallida idea di che cosa abbiamo e avremo davanti né dove stiamo andando.</p>



<p>Innanzitutto, le conseguenze sull’Uomo: la relazione sottolinea “che lo sviluppo della tecnologia robotica dovrebbe concentrarsi sul complemento delle capacità umane e non sulla loro sostituzione” e deve “garantire che l’uomo abbia sempre il controllo sulle macchine intelligenti”; invita poi ad avere “particolare attenzione al possibile sviluppo di una connessione emotiva tra esseri umani e robot, in particolare nei gruppi vulnerabili (bambini, anziani e persone con disabilità)”, sotto forma di “attaccamento emotivo e conseguente grave impatto emotivo o fisico”.</p>



<p>Poi la questione della privacy dei dati, visto che le macchine AI sono interconnesse fra loro e alla rete: “Occorre prestare particolare attenzione a robot che rappresentano una minaccia significativa alla riservatezza per il loro collocamento in aree tradizionalmente protette e private, e perché sono in grado di estrarre e inviare dati personali e sensibili”.</p>



<p>C’è anche il risvolto legale, che può sembrare marginale ma se ci sofferma a ragionare, non lo è affatto: chi sarà responsabile di eventuali danni causati da un robot AI? “Nell’ambito dell’attuale quadro giuridico” scrive la Commissione, “i robot non possono essere ritenuti responsabili di per sé per atti o omissioni che causano danni a terzi: le norme esistenti in materia di responsabilità coprono i casi in cui la causa del comportamento o dell’omissione del robot può essere ricondotta a un determinato agente umano, come il fabbricante, l’operatore, il proprietario o l’utente, e dove tale agente avrebbe potuto prevedere ed evitare il comportamento nocivo del robot. Secondo l’attuale quadro giuridico quindi, la responsabilità del prodotto – se il suo produttore è responsabile di un malfunzionamento – e le norme che regolano la responsabilità per azioni dannose – dove l’utente di un prodotto è responsabile di un comportamento che porta a danni – si applicano ai danni causati da robot, anche AI. Ma nello scenario in cui un robot può prendere decisioni autonome, le regole tradizionali non bastano a dar luogo a responsabilità legali per i danni causati da un robot, in quanto non consentirebbero di identificare il soggetto responsabile a cui richiedere l’indennizzo per il danno causato; è dunque necessario un chiarimento delle responsabilità per le azioni dei robot e, infine, della capacità giuridica e/o dello status dei robot”.</p>



<p>Ci sono poi le conseguenze nel lavoro.<br>Anche la relazione europea pone l’attenzione, come il rapporto Mc-Kinsey, sul rischio di disoccupazione di massa dovuto all’automazione, e rivolge diversi inviti ai governi dei Paesi: avviare un’analisi e un monitoraggio per settori della tendenza del mercato del lavoro; sviluppare sistemi di formazione e di istruzione in linea “con le future esigenze dell’economia del robot”; aprire un dibattito “sulla sostenibilità dei sistemi fiscali e sociali sulla base dell’esistenza di redditi sufficienti, compresa la possibile introduzione di un reddito di base generale”; e infine esaminare l’eventualità di istituire una tassa per l’utilizzo e il mantenimento di un robot, che potrebbe essere finalizzata al “sostegno e riqualificazione dei lavoratori disoccupati i cui posti di lavoro sono stati ridotti o eliminati”.</p>



<p>Ma c’è un altro aspetto su cui riflettere, e riguarda la mutazione del lavoro di chi un impiego l’avrà, a contatto con i robot AI. Se, come scrive McKinsey, nel 60% delle occupazioni a essere automatizzate saranno solo alcune singole attività, significa che le persone completeranno il lavoro svolto dalle macchine. Dunque, per prima cosa, la relazione Uomo-macchina muterà radicalmente. Non sarà quella dell’operaio con la catena di montaggio, per intenderci: con la AI parliamo anche di dispositivi che l’essere umano indossa per&nbsp;<em>collaborare</em>&nbsp;con un robot che ha la capacità di ragionare e dialogare con l’ambiente circostante.</p>



<p>A questo si aggiunge la possibilità, secondo la relazione europea, che l’automazione possa portare a un aumento dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori: “Mentre la tecnologia robotica indossabile, come gli esoscheletri volti a proteggere dalle lesioni sul posto di lavoro, potrebbero aumentare la produttività, potrebbero dare origine ad aspettative più elevate dei lavoratori umani e, a loro volta, a maggiori rischi di lesioni”; in più, se “la robotizzazione può, da un lato, ridurre l’onere fisico sui lavoratori, può anche portare a una maggiore tensione mentale tenuto conto della crescente responsabilità dell’individuo in processi produttivi più complessi”; senza dimenticare la necessità di fissare “regole di responsabilità che assicurino che i danni causati da robot autonomi possano essere chiariti in favore dei dipendenti”.</p>



<p>Infine, scongiurando uno scenario, la relazione fa intravedere un possibile orizzonte: “La decisione individuale di scegliere o rifiutare un impianto, la protesi o l’estensione a un corpo umano non deve mai portare a un trattamento o a minacce sfavorevoli riguardo all’occupazione, all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla sicurezza sociale o ad altri vantaggi, e si sottolinea che tutti i cittadini devono avere accesso uguale e privo di barriere a beneficiare di nuove tecnologie”.</p>



<p>L’automazione quindi potrebbe avere carattere coercitivo nel mondo del lavoro, ed è più che probabile che l’avrà, arrivando a obbligare un essere umano a impianti tecnologici pena il licenziamento – e la stessa imposizione potrebbe verificarsi nella scuola, nella sanità, nella sicurezza sociale (previdenza, welfare ecc.). E sarà anche fortemente concreta la possibilità che si sviluppi una nuova forma di diseguaglianza: cittadini di serie A, che potranno accedere (economicamente, lo snodo è sempre quello) a protesi tecnologiche, aumentando così in qualche modo le proprie capacità, e cittadini di serie B che ne saranno esclusi.</p>



<p>C’è chi, a sinistra, saluta l’avvento dell’intelligenza artificiale e dell’automazione, scorgendovi la possibilità di vedere realizzata l’utopia della liberazione dell’Uomo dal lavoro sfruttato e alienante; una visione nella quale si inserisce, come cardine, l’istituzione di un reddito universale di base. Difficile però credere che il futuro possa essere questo. La maggior parte delle istituzioni politiche ed economiche – e non fanno eccezione il rapporto McKinsey e la relazione approvata dal Parlamento europeo – parlano di un “reddito di inclusione sociale”. Al di là della confusione mediatica nata sulla definizione, il modello, di fatto, è quanto già esiste in Gran Bretagna – che l’ultimo film di Ken Loach, “Io, Daniel Blake”, mostra nei suoi meccanismi oppressivi e violenti – e implementato anche in Germania con il Piano Hartz (1): sussidi sociali al limite della sopravvivenza collegati a un lavoro coatto gratuito o che paga un salario miserevole – per inciso, anche la proposta presentata dal Movimento 5 Stelle va in questa direzione.</p>



<p>Come evidenzia McKinsey, l’applicazione dell’automazione nella sfera produttiva dipenderà anche dalla concorrenza con il lavoro. È molto più probabile quindi che il futuro vedrà una larga parte della popolazione, quella che non avrà accesso, per impossibilità economiche, alle migliori scuole che creeranno le nuove figure professionali, più schiava che libera: persone destinatarie del reddito sociale e che andranno a creare quel settore del lavoro i cui salari saranno talmente bassi – o addirittura inesistenti – da far risultare il lavoratore umano più conveniente di una una macchina; e in quanto a docilità, la perdita del sussidio in caso di rifiuto a farsi sfruttare, la renderà estrema.</p>



<p>Non si tratta di condannare la tecnologia a priori, ma il punto è che il suo sviluppo si inserisce in un sistema capitalistico. Se non si tiene nel dovuto conto questo che è un dato fondamentale, si rischia di perdere la visione d’insieme.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, <em><a href="http://rivistapaginauno.it/la-germania-incantata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Germania incantata</a></em>,&nbsp;Paginauno n. 53/2017</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La Germania incantata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-germania-incantata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 14:48:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1091</guid>

					<description><![CDATA[Dietro la propaganda del ‘miracolo’ economico ci sono 13 milioni di persone intorno o sotto la soglia di povertà, 15 milioni con contratti di lavoro atipici e tra i 5 e i 6 milioni di hartzer che ricevono un sussidio che può essere sostituito con dei buoni pasto
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-53-giugno-settembre-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 53, giugno &#8211; settembre 2017)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>Collettivo Clash City Workers</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dietro la propaganda del ‘miracolo’ economico ci sono 13 milioni di persone intorno o sotto la soglia di povertà, 15 milioni con contratti di lavoro atipici e tra i 5 e i 6 milioni di hartzer che ricevono un sussidio che può essere sostituito con dei buoni pasto</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il ruolo svolto dalla Germania a livello politico ed economico all’interno del contesto europeo – e, più in generale, di quello mondiale – è sotto gli occhi di tutti e nelle parole di molti di più. Il nesso che si è affermato tra le sue performance economiche e la sua preminenza politica ha, inoltre, posto la Germania alternativamente come nemico da combattere o come modello da imitare.</p>



<p>La luce del ‘miracolo’ tedesco non dovrebbe però impedirci di ricostruirne la genesi, considerarne i fondamenti e, così facendo, cogliere la vasta zona d’ombra che, come vedremo, lo avvolge se si guarda alla realtà sociale. Così facendo emergono delle linee di frattura assai diverse: non tanto lungo i confini geografici bensì interne alla società tedesca stessa, che la accomuna a una situazione presente in tutta Europa.</p>



<p>Due eventi possono essere considerati al contempo come spartiacque della recente storia tedesca e come snodi nel processo di edificazione della sua egemonia: da un lato, la riunificazione del Paese, avvenuta nel 1990 e condotta come una vera e propria<em>&nbsp;colonizzazione&nbsp;</em>dell’Est da parte dell’Ovest, e dall’altro l’operazione politica condotta sotto il secondo governo del cancelliere socialdemocratico Schröder, in carica dal 2002 al 2005, meglio nota come “Agenda 2010” e concretizzatasi nel “Piano Hartz”, il tutto nel quadro della costruzione dell’eurozona.</p>



<p>Libertà, democrazia, spirito umanitario, lotta alla disoccupazione e alla povertà, queste sono le parole chiave con cui sono stati caratterizzate queste fasi e provvedimenti. Qualche dubbio sulla loro correttezza però può sorgere e in questo testo proveremo a leggere nelle pieghe dei numeri del mercato del lavoro tedesco e capire meglio come è fatto.</p>



<p>Il Piano Hartz prende il nome da Peter Hartz (1), importante manager della Volkswagen divenuto consigliere di Schröder proprio per la riforma del mercato del lavoro con il fine di “risollevare l’economia tedesca”. In un discorso divenuto poi celebre (2), però, Schröder dichiarò quello che forse era il vero obiettivo della legge: “Abbiamo costruito il migliore&nbsp;<em>Niedriglohnsektor</em>&nbsp;che c’è in Europa”. La parola tedesca è traducibile come “settore a basso salario”, ovvero una porzione del mercato del lavoro strutturalmente caratterizzata da salari più bassi, e deliberatamente creata per giocare questo ruolo.</p>



<p>Negli ultimi anni, dal 2010 in poi, in Germania tale settore risulta stabilmente costituito da una porzione degli occupati oscillante tra il 20 e il 25%. Poco oltre, Schröder, rivendica come il programma dell’Agenda 2010, “imposto contro una rilevante opposizione sociale”, stia cominciando a funzionare, producendo tra le altre cose una stagnazione del costo unitario del lavoro, ovvero del rapporto tra costo di un’ora di lavoro e sua produttività. In un contesto, come quello tedesco, dove la produttività è aumentata dal 1995 lentamente ma costantemente, ciò vuol dire che la retribuzione del lavoro ha subito un abbassamento, si guadagna uguale producendo di più. Questi due passaggi, in sostanza, ci restituiscono plasticamente il vero senso delle riforme Hartz, e per giunta per bocca del loro massimo sostenitore: abbattere il costo del lavoro.</p>



<p>Il quadro si delinea meglio se osserviamo il dato che forse meglio ci restituisce la situazione paradossale che la Germania sta vivendo in questi anni: nonostante la disoccupazione sia ormai da diverso tempo assestata su una percentuale alta ma migliore di molti Paesi europei, tra il 5 e il 6% (in Italia è ora all’11,5%), e in alcuni Länder, come la Baviera e il Baden-Württemberg, si aggiri addirittura intorno al 3% (3), non c’è mai stata una quota così elevata di persone che vivono sotto o intorno alla soglia di povertà. In entrambi i casi tocchiamo livelli mai raggiunti prima. Espresso in numeri: gli occupati sono intorno ai 43,5 milioni e i poveri 13 milioni (su una popolazione complessiva di 82 milioni di persone) (4).</p>



<p>Dal 2004 a oggi, inoltre, è raddoppiato il numero di bambini di famiglie povere e di cui si occupa l’assistenza sociale: da 1,1 a 2 milioni. E per quanto riguarda il rischio di cadere nella fascia di povertà, si è avuto un netto aumento rispetto, per esempio, ai primi anni ‘90: all’epoca oscillante tra 11 e 14%, si è ora al 15,7%.</p>



<p>Naturalmente si sta parlando di un concetto di povertà da intendersi in senso relativo: con questo termine si intendono non (o meglio, non solo) i senzatetto o chi non riesce a comprarsi da mangiare (comunque sempre di più), ma più in generale coloro che non possono permettersi uno stile di vita ‘medio’. In questo senso, in Germania è considerato “minacciato dalla povertà” chi percepisce meno del 60% dello stipendio mediano, e cioè, attualmente, tra i 900 e i 950 euro. Il dibattito pubblico tedesco è spesso attraversato da discussioni su cosa significhi ‘povertà’, e solitamente le obiezioni che vengono mosse ai dati che abbiamo evidenziato sopra riguardano il fatto che, con 900 euro, un tedesco di oggi se la cava meglio di un tedesco del 1890 o dell’abitante di uno&nbsp;<em>slum</em>&nbsp;di Calcutta.</p>



<p>Questi tentativi di dislocare nel tempo e nello spazio le contraddizioni contribuiscono certo a offuscare la loro percezione. Evidentemente, però, il termine di paragone deve essere preso internamente alla società in questione, e dunque al costo sì della vita, ma di una vita in Germania. Questa divergenza tra occupati e poveri ci rimanda dunque a un altro dei problemi da affrontare per leggere efficacemente questi dati, ossia al rapporto tra&nbsp;<em>quantità</em>&nbsp;e&nbsp;<em>qualità</em>&nbsp;dei rapporti di lavoro. Se la prima, infatti, non è mai stata così elevata, possiamo dire che la seconda non è mai stata così pessima. La quota dei contratti di lavoro ‘atipici’ – definizione che include lavoro a tempo determinato, lavoro interinale, lavoro part-time e lavoro scarsamente retribuito – sul totale degli occupati dipendenti è arrivata nel 2016 a sfiorare il 40%, con una grande disparità tra uomini (22,8%) e donne (57,4%). In termini assoluti, parliamo di poco meno di 15 milioni di persone (5).</p>



<p>Esattamente qui possiamo toccare con mano gli effetti maggiori della svolta avuta tra il 2003 e il 2005 con l’azione del Piano Hartz e più in generale dei due governi Schröder. Gli ambiti toccati dalle riforme sono svariati, ma in generale l’imperativo è stato quello di tagliare la spesa pubblica e, accanto a liberalizzazioni del mercato finanziario, tagli alla previdenza sociale e alla sanità, di disarticolare il mercato del lavoro, introducendo o liberalizzando ulteriormente l’utilizzo<br>di tutti quei dispositivi che anche in Italia abbiamo imparato bene a conoscere nel corso degli ultimi vent’anni, dalla legge Treu alla legge Biagi fino al Jobs Act.</p>



<p>Per esempio la legge Hartz I, tra le altre cose, ha ulteriormente deregolamentato l’utilizzo di contratti a tempo determinato (introdotti nell’ordinamento legislativo tedesco nel 1985), eliminando la necessità di dichiarare un “fondato motivo” per tutti i lavoratori con più di 52 anni (6). Inoltre sono stati introdotti i cosiddetti “minijob”, lavori retribuiti 450 euro al mese e dai contributi dimezzati rispetto al normale: ideali – forse – per studenti o per occupazioni secondarie e temporanee, meno quando diventano permanenti, magari sommandone più d’uno (anche se si può notare come, anche mettendo insieme due minijob, si rimanga comunque al di sotto della soglia di povertà). Questo ha portato anche al fenomeno per cui diversi rapporti di lavoro fanno in realtà capo al medesimo lavoratore, cosa che dovrebbe indurci a guardare con più attenzione ai dati riguardanti l’occupazione stessa (su questo tema, per esempio, va considerato anche che in Germania un lavoratore senza lavoro ma iscritto a un’agenzia interinale viene contato tra gli occupati pur, di fatto, non lavorando).</p>



<p>È significativo, poi, che subito dopo l’abolizione dei voucher, in Italia si sia parlato proprio dei minijob come di possibili mezzi sostitutivi. Ma il caso della legge Hartz IV è forse il più emblematico: tramite essa è stato istituito un sussidio, entrato effettivamente in funzione nel 2005, destinato a combattere la disoccupazione e la povertà. Lo riceve chi non ha niente sul conto in banca, chi non ha alcuna proprietà, e vale anche per i minori. Può essere percepito, però, anche da chi lavora nel “settore a basso salario”, e dunque un’occupazione ce l’ha, come integrazione per uno stipendio esiguo.</p>



<p>Nella forma base, a una singola persona senza lavoro vengono dati 800 euro, metà dei quali da utilizzare per l’affitto di un’abitazione. Cominciamo a vedere il meccanismo del sussidio Hartz IV (noto anche come Arbeitslosengeld – ALS – II): metà dei soldi devono essere utilizzati per un alloggio. Questa spesa, come tutte le altre spese di chi percepisce il sussidio, viene rigidamente controllata dagli impiegati dei Jobcenter, luoghi presso cui il sussidio viene riscosso, in ossequio al principio che ne ha accompagnato l’introduzione, “fördern und fordern”, finanziare e pretendere, o: sostegno in cambio di impegno. In termini pratici, questo significa che gli&nbsp;<em>hartzer&nbsp;</em>(coloro, appunto, che si trovano sotto Hartz IV) sono tenuti ad accettare qualsiasi lavoro gli venga offerto, indipendentemente dalla mansione, dalla durata del contratto, dalla retribuzione (esistono anche i famigerati&nbsp;<em>Ein-Euro-Arbeit</em>, lavori retribuiti un euro l’ora).</p>



<p><br>Se non accettano, il sussidio viene decurtato prima del 30%, poi del 60% e poi sostituito da pochi buoni pasto. Questo succede anche nel caso in cui, per un qualsiasi motivo, si manchi a un appuntamento o un colloquio presso il Jobcenter, che può essere fissato senza preavviso e in modo arbitrario.</p>



<p>In questo modo, il sussidio si trasforma in una forma estremamente violenta di controllo sociale nei confronti di chi lo percepisce. Il fabbisogno di ognuno è diviso in percentuali, corrispondenti a quote del sussidio, e a cui bisogna rigidamente attenersi. I casi particolari sono molti: si va da giovani madri a cui è stato decurtato il sussidio perché si sono rifiutate di dichiarare l’identità del padre, fino alla proposta di mettere sotto sorveglianza i computer dei percettori, per controllare che, con del denaro ‘nascosto’, non ordinassero qualcosa su Amazon o simili. La forza coercitiva, e per certi versi anche la perversità di questo meccanismo sta nel modo in cui si accede al sussidio: non basta aver perso il lavoro, bisogna aver dato fondo a tutti i propri averi, non possedere più nulla, avere il conto a zero.</p>



<p>In questo momento, tra i 5 e i 6 milioni di persone percepiscono il sussidio Hartz IV, di cui la metà da quattro o più anni e un milione da dieci anni. Chi ne giova sono le aziende, che dispongono da un lato di un vasto assortimento di manodopera docile, e dall’altro di un utile strumento di pressione su chi un lavoro, magari con contratto a tempo indeterminato, ancora ce l’ha. Come è facile immaginare, l’impatto psicologico di questa misura di ‘assistenza’ e lo stigma sociale che la accompagna si stanno facendo sempre più profondi.</p>



<p>Senza contare, infine, il rischio sul lungo periodo di un simile strumento, i cui effetti però già si cominciano a intravedere. Perché, tra minijob e Hartz IV, il rischio concreto è quello di innescare una inesorabile spirale discendente, tale da rimanere prigionieri del&nbsp;<em>Niedriglohnsektor</em>&nbsp;e della disoccupazione. Una spirale che può anche divenire ereditaria: il potere dei Jobcenter è così arbitrario che vi rientra la possibilità di imporre a una famiglia – come condizione per continuare ad accedere al sussidio – che il figlio minorenne abbandoni gli studi e cominci a lavorare, pregiudicando dunque l’intero sviluppo della sua vita e in generale la possibilità che si dia una qualche forma di mobilità sociale.</p>



<p>In definitiva, il quadro che si profila è quello di un generale approfondirsi della diseguaglianza sociale. A ciò ha concorso anche la politica fiscale perseguita negli ultimi vent’anni in Germania: basti pensare che nel 2007, sotto la prima grande coalizione guidata da Angela Merkel, l’Iva, l’imposta meno progressiva che ci sia, è stata aumentata dal 16 al 19%, e che l’aliquota d’imposta che riguarda le società di capitali è passata dal 53% degli anni di Kohl al 15% attuale. In questo scenario, il 10% della popolazione detiene i due terzi della ricchezza, e il 50% si spartisce l’1%.</p>



<p>Se, dunque, le leggi Hartz possono essere considerate chiaramente causa della povertà dilagante in Germania e della crescente diseguaglianza, non altrettanto può essere forse detto per quanto riguarda la crescita economica complessiva del Paese e la capacità da esso mostrata di resistere alla crisi degli ultimi dieci anni, elementi da molti attribuiti agli investimenti pubblici più che alla deregolamentazione del mercato del lavoro perseguita da Schröder.</p>



<p>L’attuale situazione sociale in Germania è dunque sintetizzabile nella formula tanto abusata quanto vera ed efficace: chi è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero sempre più povero, in modo che la ricchezza del Paese si regga, sempre più palesemente, sulle spalle di chi quella ricchezza la produce in condizioni sempre peggiori. Questo è, a conti fatti, il segreto su cui si basa la tenuta economica e il ruolo politico tedesco degli ultimi quindici anni. E questo è d’altra parte il modello che in tutta Europa è stato preso a riferimento negli ultimi anni (basti pensare al Jobs Act in Italia, alla Loi Travail in Francia, alla sua omologa in Belgio, alla Grecia…). Guardare la Germania, quindi, ci obbliga a guardare anche il nostro Paese: dinamiche simili a quelle sopra esposte sono presenti anche nell’ultimo rapporto Istat, pubblicato il 17 maggio scorso.</p>



<p>Quello che è risulta indubbio, in ogni caso, è il devastante effetto politico avuto da queste misure sulla vita politica tedesca, sintetizzabile in un netto spostamento a destra del quadro partitico e nella sempre maggiore irrilevanza a cui si è condannata l’Spd, il Partito Socialdemocratico tedesco, che ha imposto quelle leggi contro ciò che costituiva, in buona parte, il suo stesso elettorato. Anche la misura del salario minimo, introdotto su spinta dei socialdemocratici nel corso dell’ultima legislatura per un valore di 8,84 euro l’ora e attivo dal 1° gennaio 2015 (7), non sembra aver sortito effetti.</p>



<p>La campagna elettorale del socialdemocratico Martin Schulz si era aperta sotto i migliori auspici, tra boom delle iscrizioni al partito, sondaggi euforici e il 100% dei voti ottenuto nel congresso del partito, tenutosi il 19 marzo. Benché il suo programma ufficiale non sia stato ancora reso noto, in diverse dichiarazioni ha riconosciuto il problema dell’ineguaglianza sociale e degli effetti provocati dalle leggi Hartz. Ma quella che sembrava essere una corsa trionfale verso la vittoria ha già subìto tre brusche battute d’arresto, precisamente nelle elezioni che si sono avute negli ultimi due mesi nei Länder Saarbrücken, Schleswig-Holstein e Nordreno-Westfalia (dove vive il 20% della popolazione e che è sempre stato un feudo Spd).</p>



<p>Si profila il proseguimento del potere dell’asse Cdu-Csu con il quarto governo Merkel e una crescita del partito neonazista AfD (Alleanza per la Germania). Se consideriamo che, secondo i dati provvisori diffusi a febbraio scorso, nel corso del 2016 hanno avuto luogo sul terreno tedesco oltre 3.500 attacchi e atti di violenza diretti contro rifugiati, strutture in cui sono ospitati o volontari occupati nell’accoglienza, e che l’AfD sta guadagnando terreno proprio laddove si danno disequilibri sociali maggiori, disoccupazione e massiccia incidenza di Hartz IV (soprattutto<br>nell’Est), il<em>&nbsp;modello</em>&nbsp;tedesco mostra qualche problema. O, meglio, si dimostra un modello perverso che approfondisce le diseguaglianze sociali lungo linee di classe e che scarica le tensioni sociali identificando false cause e falsi nemici.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Forse è utile ricordare che nel 2005 Hartz dovette abbandonare la Volkswagen per accuse di illeciti di varia natura, poi tramutatesi nel 2007 in una condanna (non scontata grazie alla condizionale) a due anni di prigione<br>2) Presso il World Economic Forum di Davos nel gennaio 2005, Il testo, in tedesco, è reperibile al link&nbsp;<a href="http://www.gewerkschaft-von-unten.de/Rede_Davos.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.gewerkschaft-von-unten.de/Rede_Davos.pdf</a><br>3) La divisione più netta la si ha, però, se si guarda alla differenza tra Germania dell’Est e Germania dell’Ovest: in generale è all’Est più alta di almeno 2/3 punti percentuali, ma in alcuni Länder tocca il 10-11%. Cfr.&nbsp;<a href="https://statistik.arbeitsagentur.de/Navigation/Statistik/Statistik-nach-Regionen/Politische-Gebietsstruktur/Ost-West-Nav.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://statistik.arbeitsagentur.de/Navigation/Statistik/Statistik-nach-Regionen/Politische-Gebietsstruktur/Ost-West-Nav.html</a><br>4) Cfr.&nbsp;<a href="https://www.deutschlandfunkkultur.de/tacheles.989.de.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.deutschlandfunkkultur.de/armutsforscher-christoph-butterweggearmuttrotz-arbeit-ist.990.de.html? dram:article_id=38096890.de.html?dram:article_id=380968</a><br>5) Questi dati sono presi dal Wirschafts und Sozialwissenschaftsliches Insitut della Hans-Böckler Stiftung di Düsseldorf:&nbsp;<a href="https://www.boeckler.de/tools/atypischebeschaeftigung/index.php#result" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.boeckler.de/tools/atypischebeschaeftigung/index.php#result.</a>&nbsp;Qui si possono trovare dati più completi relativi però al 2015:&nbsp;<a href="https://www.boeckler.de/pdf/pub_datenkarte_brd_2016.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.boeckler.de/pdf/pub_datenkarte_brd_2016.pdf</a><br>6) L’utilizzo è poi stato nuovamente limitato nel 2007<br>4) Per i dati completi, si veda la ricerca prodotta dall’Inps nel maggio 2016 (valida per il periodo 2008-2015), consultabile online:<br><a href="https://www.inps.it/docallegati/DatiEBilanci/lavoro%20accessorio/Documents/VOUCHER_Presentazione.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.inps.it/docallegati/DatiEBilanci/lavoro20accessorio/Documents/VOUCHER_Presentazione.pdf</a><br>5) WorkINPS Papers, Il Lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti, pag. 57, settembre 2016. Consultabile online:&nbsp;<a href="http://anclsu.com/public/news/copertina/WorkINPS_Papers_3_ottobre.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://anclsu.com/public/news/copertina/WorkINPS_Papers_3_ottobre.pdf</a><br>6)&nbsp;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-19/inps-tracciabilita-dicembre-stop-corsa-voucher--124625.shtml?uuid=AEh7WeD" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Inps: stop corsa ai voucher con le norme sulla tracciabilità</em></a>, Il Sole 24 ore, 19 gennaio 2017<br>7) Inizialmente di 8,50 euro l’ora, poi alzato dal 1° gennaio 2017. Presenta, comunque, significative eccezioni, come i giovani sotto i diciotto anni, chi è impegnato in percorsi di avviamento professionale, chi esce da lunghi periodi di disoccupazione. Sono state fatte anche diverse proposte perché non venga applicato ai rifugiati. È interessante notare l’effetto che dovrebbe avere sui minijob: restando fermo il limite della retribuzione, dovrebbero calare le ore lavorate. Inoltre circa 60.000 persone sono uscite in questo modo dal regime Hartz IV</p>
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