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	<title>disuguaglianza &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>disuguaglianza &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Dialettica del transumanesimo. La scienza si fa religione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[Da Huxley ai TESCREAListi, dall’estropia alla singolarità, dall’evoluzione autodiretta al mind upload al longtermismo al postumano, la scienza transumanista si fa religione inasprendo il dominio individuato da Adorno e Horkheimer]]></description>
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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da Huxley ai TESCREAListi, dall’estropia alla singolarità, dall’evoluzione autodiretta al mind upload al longtermismo al postumano, la scienza transumanista si fa religione inasprendo il dominio individuato da Adorno e Horkheimer</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“L’Uomo si illude di essersi liberato dalla paura quando non c’è più nulla di ignoto.” <br>Max Horkheimer e Theodor Adorno, <em>Dialettica dell’illuminismo</em></pre>



<p class="has-drop-cap">“Sono d’accordo con te al novanta­nove percento,” afferma Bill Gates, “quello che mi piace delle tue idee è che sono basate sulla scienza, ma il tuo ottimismo è quasi una fede religiosa. Sono anch’io ottimi­sta”. “Sì, beh, abbiamo bisogno di una nuova religione,” replica Raymond Kurzweil, “un ruolo principale della religione è stato quello di razionalizzare la morte, poiché fino a poco tempo fa c’era poco altro che potessimo fare a riguardo”. Bill Gates concorda, e il confronto si sposta sulla necessità o meno di una figura carismatica che si faccia portatrice della nuova religione: per Gates un messia è indispensabile, per Kurzweil fa invece parte del vecchio modello religioso. Alla fine i due trovano un punto di incontro: anche un supercomputer o un sistema operativo avanzato può svolgere la funzione di profeta.</p>



<p>Il dialogo sopra riportato è contenuto nel libro <em>The Singularity is Near</em>, pubblicato nel 2005 da Raymond Kurzweil, esponente di spicco del transumanesimo. Come ormai noto, il transumanesimo è l’ideologia che crede nell’utilizzo della scienza e della tecnologia per potenziare le capacità fisiche e intellettuali dell’Uomo, fino a riuscire a trascendere i limiti naturali della condizione umana – uno su tutti, la morte. Nanotecnologia, biotecnologia e ingegneria genetica contro le malattie e l’invecchiamento, ibridazione uomo-macchina per il potenziamento fisico e cognitivo (bionica, cibernetica e chip cerebrale, fino al mind uploading, il caricamento della mente su un computer per poter ‘vivere’ per sempre), crionica per essere ibernati e risvegliati in futuro (quando esisteranno tecnologie in grado di rianimare senza provocare danni encefalici e curare da malattie oggi letali) e, su tutto,<em> condicio sine qua non</em> per avanzare nello sviluppo tecnologico, intelligenza artificiale, in particolare l’AGI, Artificial General Intelligence, un sistema che non solo dovrebbe essere in grado di svolgere un’ampia varietà di compiti – di contro all’intelligenza artificiale ‘ristretta’ che conosciamo oggi, limitata a precise funzioni – ma anche di superare la capacità intellettuale umana.</p>



<p>Delineare una rapida storia del movimento transumanista non è semplice, in quanto realtà particolarmente articolata, anche dal punto di vista politico – si va dagli anarco-capitalisti ai liberaldemocratici –; c’è chi ne rintraccia le radici nell’alchimia del XIII secolo di Roger Bacon, chi nella rivoluzione scientifica del Seicento, chi nelle ideologie eugenetiche del Novecento; chi ne rivendica il fondamento illuminista e razionalista, chi, non rinnegandolo, abbraccia apertamente visioni religiose. Tuttavia, come vedremo, sono posizioni in contraddizione solo apparente, e altrettanto apparente è la marginalità del movimento transumanista all’interno del mondo tecnologico, che la radicalità visionaria di ciò che esprime potrebbe far presumere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Transumanesimo: da Huxley ai TESCREAListi</h4>



<p>A seconda della diversa visione transumanista, molteplici sono le figure identificate come fondatori o precursori del movimento, ma su un nome tutti concordano: Julian Huxley. Biologo britannico focalizzato sugli studi della genetica nell’alveo della teoria darwiniana della selezione naturale – e fratello di Aldous Huxley, autore nel 1932 del romanzo distopico<em> Il mondo nuovo</em> – nel 1957, nel saggio <em>New Bottles for New Wine</em>, Huxley parla di “umanesimo evolutivo”: attraverso la scienza, la specie umana può “trascendere” se stessa, “realizzando nuove possibilità della, e per, la sua natura umana”. Un processo che Huxley definisce “transumanesimo”, coniando il termine.</p>



<p>Chiaramente, per la formazione che lo contraddistingue e per l’epoca in cui vive, Huxley immagina un’evoluzione su base eugenetica; sarà Max More – anch’esso britannico, nato Max T. O’Connor, nel 1990 cambia il cognome in <em>More</em>, ‘di più’, in omaggio al concetto di potenziamento umano – a innestare la tecnologia in quella che diviene “l’evoluzione autodiretta”, a formulare il principio dell’“estropia” e a superare il transumano con il postumano. “Il transumanesimo è una classe di filosofie che cerca di guidarci verso una condizione postumana” scrive More nel saggio <em>Transhumanism: Toward a Futurist Philosophy</em> del 1990 (1), e “differisce dall’umanesimo nel riconoscere e anticipare le radicali alterazioni nella natura, e nelle possibilità delle nostre vite, derivanti da varie scienze e tecnologie, come neuroscienze e neurofarmacologia, estensione della vita, nanotecnologia, super-intelligenza artificiale e colonizzazione dello Spazio, combinate con una filosofia razionale e un sistema di valori”. Con More il transumanesimo diviene dunque una fase di transizione dall’umano al postumano; ben oltre l’ibridazione dei cyborg, More auspica esseri senzienti non più identificabili con caratteristiche umane, grazie al mind upload e alla fusione dell’umanità con l’intelligenza artificiale. All’interno di questo quadro, “l’estropianismo è la versione più importante del transumanesimo e afferma i valori di Espansione Illimitata, Auto-Trasformazione, Ottimismo Dinamico, Tecnologia Intelligente e Ordine Spontaneo”.</p>



<p>Anche Nick Bostrom, svedese ma da due decenni all’Università di Oxford, si inserisce nel filone darwiniano, scrivendo nel 2005, nel saggio <em>A </em><em>History of Transhumanist Thought</em>, che “dopo la pubblicazione dell’<em>Origine</em><em> delle Specie</em> di Darwin (1859), divenne sempre più plausibile considerare la versione attuale dell’umanità non come il punto di arrivo dell’evoluzione, ma piuttosto come una fase iniziale”. Bostrom focalizza la propria visione sul mind upload e la realtà virtuale: “In caso di successo,” ipotizza, “la procedura si tradurrebbe nel trasferimento della mente originale, con memoria e personalità intatte, al computer, dove esisterebbe quindi come software; e potrebbe abitare un corpo robotico o vivere in una realtà virtuale”. È tra gli estensori, con Max More, della <em>Dichiarazione Transumanista</em>, che nell’ultima versione aggiornata al 2009 immagina “la possibilità di ampliare il potenziale umano superando l’invecchiamento, le carenze cognitive, la sofferenza involontaria e la nostra reclusione sul pianeta Terra” e sostiene “il benessere di tutti gli esseri senzienti, compresi gli esseri umani, gli animali non umani e qualsiasi futuro intelletto artificiale, forma di vita modificata o altre intelligenze a cui il progresso tecnologico e scientifico potrebbe dare origine”; pur riconoscendo l’eventualità di “gravi rischi” – un “rischio esistenziale” nelle parole di Bostrom – che potrebbero portare “alla perdita della maggior parte, o addirittura di tutto, ciò che consideriamo prezioso”, il documento indica la ricerca per il potenziamento umano come una “priorità urgente” da “finanziare in modo consistente”, ponendo attenzione a “come ridurre al meglio i rischi e accelerare le applicazioni vantaggiose”<em>.</em></p>



<p>Raymond Kurzweil, statunitense, è colui che porta il concetto di “singolarità” al di fuori della cerchia transumanista, con il saggio <em>The Singularity is Near</em> (2005) citato nell’incipit di questo articolo. Concetto e parola non sono suoi – come riconosce egli stesso, omaggiando i pensatori/scienziati che l’hanno preceduto – ma di John von Neumann, matematico, fisico e informatico un­gherese, secondo il quale il progresso segue una curva esponenziale e non lineare, portando a un punto di non ritorno – che von Neumann chiama, appunto, ‘singolarità’ – che si configura come una situazione qualitativamente diversa da quella che l’ha preceduta. Kurzweil adotta vocabolo e teoria e lo inserisce nella sua visione dopo <em>The Age of Intelligent Machines</em> (saggio del 1990) e <em>The Age of Spiritual Machines</em> (1999). In sintesi, la singolarità tecnologica sarà il momento in cui un’intelligenza artificiale supererà le capacità dell’intelligenza umana; a quel punto, l’AI sarà in grado di progettare macchine sempre più intelligenti, innescando una dinamica accelerativa che modificherà radicalmente l’intera realtà. “La vita umana sarà trasformata in modo irreversibile” scrive Kurzweil, “quest’epoca trasformerà i concetti cui facciamo riferimento per dare significato alle nostre vite, dai nostri modelli di business al ciclo della vita umana, inclusa la morte stessa”. E ancora: “La singolarità ci permetterà di superare le limitazioni di corpo e cervello biologico. Otterremo il controllo dei nostri destini. La nostra mortalità sarà nelle nostre mani. […] Entro la fine di questo secolo, la parte non-biologica della nostra intelligenza sarà trilioni di trilioni di volte più potente dell’intelligenza umana. […] La singolarità rappresenterà il culmine della fusione fra il nostro essere e la nostra intelligenza biologica e la nostra tecnologia. Il risultato sarà un mondo ancora umano, ma che trascenderà le nostre radici biologiche. Non ci sarà più distinzione, post-singolarità, fra uomo e macchina, o fra realtà fisica e realtà virtuale. Cosa potrà rimanere inequivocabilmente umano in un mondo simile? Semplicemente, una caratteristica: la nostra è la specie che inerentemente mira a estendere le proprie capacità fisiche e mentali oltre le sue limitazioni correnti”.</p>



<p>Gli ultimi arrivati, in ordine di tempo, nell’alveo transumanista, sono i TESCREAListi, che tengono insieme un po’ tutte le visioni sviluppate fino a oggi. Il termine inizia a circolare nel 2023, coniato da Timnit Gebru e Émile P. Torres – entrambi critici nei confronti del transumanesimo – nel saggio <em>The TESCREAL Bundle: Eugenics and the Promise of Utopia Through Artificial General Intelligence</em>, pubblicato nell’aprile 2024 (2). TESCREAL è un acronimo che indica un “pacchetto” di ideologie tra loro connesse: transumanesimo, estropianismo, singolaritarismo, cosmismo, razionalismo, altruismo efficace e longtermismo.</p>



<p>Il primo – transumanesimo – è inteso come la fase transitoria verso il postumano.</p>



<p>L’estropianismo è il principio di estropia formulato da Max More.</p>



<p>Il singolaritarismo è la teoria della singolarità di Raymond Kurzweil.</p>



<p>Cosmismo è la visione sviluppata da Ben Goertzel nel libro<em> A Cosmist Manifesto</em> del 2010, che “aggiorna il cosmismo russo al XXI secolo” unendo la fusione uomo-macchina, lo sviluppo di un’intelligenza artificiale senziente e il mind upload con la colonizzazione dello Spazio (3).</p>



<p>Il razionalismo richiama l’approccio analitico e scientifico che il transumanesimo pretende di incarnare.</p>



<p>L’altruismo efficace è una teoria che contempla un criterio quantitativo probabilistico, basato su calcoli costi-efficacia, per decidere quale causa benefica sostenere, includendo tra le cause non solo realtà non profit ma anche progetti scientifici, aziende e politiche. Si muove nell’ottica di ‘massimizzare’ il bene seguendo la logica <em>earning to give (guadagnare per donare),</em> al punto da considerare etico, per esempio, arricchirsi facendo carriera nel mondo finanziario speculativo, per poter accumulare più denaro da elargire; senza vedere alcuna contraddizione tra la propria scelta di vita, e il fatto che le crisi che diventano ‘cause benefiche’ sono conseguenza di quello stesso sistema economico-sociale che l’altruista efficace incarna.</p>



<p>Infine, il longtermismo è il pensiero secondo cui influenzare positivamente il futuro a lungo termine è la priorità morale di quest’epoca; ne consegue la scelta di sviluppare tecnologie che potrebbero salvare l’intera umanità (!) postumana a scapito di quelle che potrebbero contribuire, oggi, ad alleviare sofferenze a milioni di persone. In tutta evidenza, è un orientamento che influenza anche l’altruismo efficace nella scelta delle ‘cause’ da sostenere.</p>



<p>Nel 2023 Marc Andreessen, tra i più influenti venture capitalist della Silicon Valley, si dichiara TESCREALista e a ottobre pubblica <em>The Techno-Optimist Manifest</em> (4), che può essere considerato esemplificativo della visione TESCREAL. Vi viene celebrata la tecnologia come “unica fonte di crescita perpetua” e il libero mercato come “il modo più efficace per organizzare un’economia tecnologica”, da cui consegue che “combinando tecnologia e mercato si ottiene quella che Nick Land ha definito la macchina del tecno-capitale, il motore della creazione materiale perpetua, della crescita e dell’abbondanza”; cita Ray Kurzweil e i “progressi tecnologici [che] tendono ad autoalimentarsi”, dichiarando di credere dunque “nell’accelerazionismo, la propulsione consapevole e deliberata dello sviluppo tecnologico […] per garantire che la spirale ascendente del tecno-capitale continui per sempre”, poiché “la missione ultima della tecnologia è quella di far progredire la vita sia sulla Terra che tra le stelle”; ritiene che “l’intelligenza artificiale sia la nostra alchimia, la nostra pietra filosofale” e che “qualsiasi decelerazione dell’AI costerà vite umane”, al punto che “le morti che erano prevenibili dall’AI a cui è stata impedita l’esistenza sono una forma di omicidio”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La scienza che si fa religione</h4>



<p>Tutti i transumanisti si dichiarano razionalisti: natura e scienza sono i loro fondamenti, al punto che la maggior parte afferma di essere ateo, al più agnostico. Ma tutto sta a chiarirsi sul concetto di ‘religione’: se esso sia maggiormente identificabile con una presenza soprannaturale – un Dio che si rivela all’Uomo – o attraverso alcune sue caratteristiche peculiari quali determinismo, escatologia, messianesimo e millenarismo.</p>



<p>Nel 1923, all’interno della raccolta di articoli <em>Essays of a Biologist,</em> nel saggio <em>Religion and Science: Old Wine in New Bottles</em>, Huxley – nume tutelare del transumanesimo, come abbiamo visto – riflette su quanto il bisogno di spiritualità persista nell’Uomo anche quando la religione si riveli in aperto conflitto con la scienza, e conclude: “Poiché il modo di pensare scientifico è di validità generale e non solo locale o temporaneo, costruire una religione sulla base di esso significa consentire a quella religione di ac­quisire una stabilità, un’universalità e un valore pratico fino a ora non rag­giunto”. “Il prossimo grande com­pito della Scienza è creare una religione per l’umanità” afferma Huxley: il ‘vecchio vino’ (<em>old wine</em>), ossia il bisogno religioso, deve essere travasato nelle ‘nuove bottiglie’ (<em>new bottles</em>), ossia la scienza, trasformando il transumanesimo in una religione universale. Nel 1957, con il già citato <em>New Bottles for New Wine</em>, Huxley si spinge oltre: ora tutto deve rinnovarsi, scienza e religione. “Come primo passo,” scrive, “abbiamo bi­sogno di una nuova scienza diretta allo studio di possibilità umane non anco­ra realizzate [l’eugenetica, <em>n.d.a.</em>]. Proseguendo, questa scienza deve essere abbinata a una religione basata sull’idea di realizzazione di possibilità. Il cristianesimo ha fatto il primo grande passo verso questo obiettivo, affermando che tutti gli uomini hanno la possibilità di salvarsi. La nostra formulazione moderna sarà che tutti gli uomini hanno la possibilità di giungere a una maggiore realizza­zione [il potenziamento, <em>n.d.a.</em>]”. La nuova religione di Huxley è dunque un “comune quadro di riferimento”, una “visione sistemica”, necessaria poiché, come anche “gli antropologi sanno molto bene”, “nessuna cultura o società umana può prosperare senza il sostegno di qualche quadro generale di pensiero, anche se il pensiero è in gran parte tacito e la sua sintesi incompleta”. Nulla di trascendentale o metafisico, ovviamente: “Grandi parole con la maiuscola, come l’Assoluto e l’Eterno, devono essere bandite dal vocabolario” della nuova religione, che “non deve essere dogmatica: coerente con la scienza, essa deve rinunciare alla completezza delle sue certezze, e con ciò alla sua stessa immutabilità”. Tuttavia, per essere trainante, ogni sistema di pensiero “deve sempre coinvolgere l’emozione” e “la convinzione e la fede, per loro natura, includono un elemento non razionale”: ma, sottolinea Huxley, “non è necessario essere irrazionale o antirazionale, non scientifico o antiscientifico. [Convinzione e fede] possono benissimo essere coerenti con la ragione e con fatti scientificamente accertati”. “La realtà è un processo,” conclude Huxley, “e quel processo è l’evoluzione”. Un destino al quale l’Uomo non può sfuggire, perché l’evoluzione ha posto “l’uomo in posizione eretta nella sua relazione con il cosmo”, indicando “la funzione che siamo chiamati a operare nell’universo”; “se trascuriamo di farlo, non solo lo facciamo a nostro rischio e pericolo, ma siamo colpevoli di abbandono del nostro dovere cosmico”. Infine, Huxley ritiene che “bisognerà senza dubbio attendere la comparsa di un profeta, che può dare una forma irresistibile [alla nuova religione] e scuotere il mondo”.</p>



<p>Il determinismo, l’escatologia, il messianesimo e il millenarismo che in Huxley si respirano venati di pragmatismo, rasentano la metafisica in Kurzweil il quale, come abbiamo visto nell’incipit di questo articolo, nel 2005 dialoga con Bill Gates di tecnologia, singolarità e religione, concludendo che la figura del messia potrebbe essere ricoperta anche da un supercomputer o un sistema operativo avanzato – difficile non pensare alla risonanza mediatica riservata a ChatGPT e alla modalità del suo rilascio pubblico, che ha trasformato l’intelligenza artificiale da questione tecnica per pochi ad argomento da bar per tutti; progetto e azienda (OpenAI) nelle quali Gates ha investito quasi 13 miliardi, e si prepara a spenderne altri 100 in un data center al servizio di un “supercomputer di intelligenza artificiale chiamato Stargate” (5). Quando Gates chiede a Kurzweil “C’è un Dio in questa religione?”, Kurzweil risponde: “Non ancora, ma ci sarà. Quando avremo saturato la materia e l’energia dell’universo con l’intelligenza, si ‘sveglierà’, sarà cosciente e sublimemente intelligente. Un universo cosciente è l’immagine più vicina a Dio che io possa immaginare” (6). Con l’’evento’ (<em>l’avvento</em>) della singolarità, l’Uomo dunque si fa Dio; evolve nella fase postumana, immortale, dove “non ci sarà più distinzione, fra uomo e macchina, o fra realtà fisica e realtà virtuale”; trascenderà il finito fino a farsi divino infinito (7).</p>



<p>Max More è categorico nel porre il transumanesimo nel filone dell’illuminismo. Eppure, la sua analisi su religione e transumanesimo contenuta nel già citato <em>Transhumanism: Toward a Futurist Philosophy</em> del 1990, ricalca l’impianto di Huxley. More condanna la religione in quanto “forza entropica” che si oppone “al nostro avanzamento verso la transumanità e al nostro futuro come postumani”; ne riconosce tuttavia la validità nel ruolo “svolto nel dare significato e struttura alle nostre vite”, e propone di sostituirla con “l’eufrasofia, una filosofia di vita non religiosa, [che] svolge un ruolo memetico simile, in quanto si preoccupa di creare o aumentare il significato attraverso un quadro filosofico. […] Il concetto di eufrasofia comprende al suo interno l’umanesimo, il transumanesimo (compreso l’estropianismo) e un possibile futuro postumanesimo […] che rifiuta le divinità, la fede e il culto, basando invece la visione dei valori e del significato sulla natura e sulle potenzialità degli esseri umani in un quadro razionale e scientifico”. Come per Huxley, anche per More un sistema di pensiero coerente con la scienza deve evitare dogmi e certezze assolute: “Non può esistere una filosofia di vita finale, definitiva e inalterabile”, scrive, “il dogma non trova posto nel transumanesimo”. Ma anche in More il futuro è tracciato, già determinato dallo sviluppo tecnologico, ed è salvifico per l’intera umanità, pur tenendosi lontano dal messianesimo: More non ravvisa la necessità di un profeta. L’estropianismo non ne ha bisogno. “La filosofia estropica […] guarda dentro di noi e al di là di noi, proiettandosi in avanti verso una visione brillante del nostro futuro. Il nostro obiettivo non è Dio, ma la continuazione del processo di miglioramento e trasformazione di noi stessi in forme sempre più elevate. Supereremo i nostri attuali interessi, corpi, menti e forme di organizzazione sociale. […] L’obiettivo estropico è la nostra espansione e il nostro progresso senza fine. […] Dobbiamo progredire verso la transumanità e oltre, in uno stadio postumano che possiamo appena intravedere”.</p>



<p>Nick Bostrom, i TESCREAListi e via via tutti i diversi filoni transumanisti, sono debitori verso la visione di Huxley, o di Kurzweil o di More. Che sia l’”umanesimo evolutivo” o l’”evoluzione autodiretta”, la singolarità o l’estropianismo, nessun transumanista sfugge dunque, di fatto, a determinismo, escatologia e millenarismo, per quanto voglia negarlo. Non è un caso che il già citato <em>The Techno-Op</em><em>timist Manifest</em> del TESCREALista Marc Andreessen sia un elenco di affermazioni, simili a dogmi, atti di fede, che richiama la struttura del <em>Credo</em>, la preghiera cristiana: “Crediamo che l’intelligenza artificiale possa salvare vite&#8230; Crediamo che il progresso tecnologico porti all’abbondanza materiale per tutti&#8230; Crediamo che il libero mercato tiri fuori dalla povertà&#8230; Crediamo che la tecnologia sia liberatoria&#8230;”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dialettica del transumanesimo</h4>



<p>“Che la fabbrica igienica e tutto ciò che vi si riconnette, utilitaria e palazzo dello sport, liquidino ottusamente la metafisica, sarebbe ancora indifferente; ma che diventino essi, nella totalità sociale, a loro volta metafisica, una cortina ideologica dietro cui si addensa il malanno reale, questo non è indifferente” (8). Per Adorno e Horkheimer l’illuminismo, che nelle proprie premesse doveva liberare l’Uomo dal dominio della “magia”, mito e religione, si fa a sua volta mito e, di conseguenza, meccanismo di dominio.</p>



<p>I transumanisti non sono certo i primi a innalzare la scienza a religione; al contrario, si inseriscono in un solco tracciato da decenni. Già nel 1972 Illich invitava a ragionare sul “mito della scienza” e il potere che gli “esperti” (9) iniziavano a esercitare sulla società; da allora, ‘tecnici’ di varia natura hanno preso sempre più spazio, divenendo figure che i media trasformano in guru, enfatizzandone ogni parola. Di tale processo ne abbiamo avuto nitida contezza – e indelebile esperienza – ai tempi del Covid-19, quando il <em>Verbo incarnato</em> della scienza pretendeva fiducia – <em>fede</em> – a dispetto delle contraddizioni logiche evidenti, tanto più insanabili in quanto si manifestavano su quello stesso piano razionale sul quale la scienza asserisce di avere fondamenta. In una triade dialettica possiamo dire che la scienza, negando la religione, si appropria della prerogativa di incarnare la Verità, divenendo a sua volta religione.</p>



<p>Tuttavia, il campo scientifico non transumanista, se è vero che con le proprie scoperte inevitabilmente finisce per invadere – e mettere in crisi – il campo religioso e quello filosofico, è altrettanto vero che si tiene ben lontano dalla spiritualità e dalle grandi, eterne, domande di senso: chi siamo? dove andiamo? a quale scopo? Il transumanesimo, invece, da Huxley ai TESCREAListi, le ha fatte proprie, formulando le risposte. Siamo la specie che l’evoluzione ha posto al vertice, e al conseguente dominio, di questo pianeta, poiché l’unica in grado di evolversi tramite la tecnologia che lei stessa crea; il nostro scopo, dunque, e direzione, è quello di trascendere noi stessi, evolvere ed espandere all’infinito, superando i confini biologici e quelli planetari. All’individuo postmoderno privo di un sistema di pensiero con il quale leggere e interpretare il mondo, e dunque spaesato nella ricerca di una produzione individuale di senso, il transumanesimo offre una nuova <em>grande narrazione</em>.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quale futuro?</h4>



<p>Bill Gates, Elon Musk, Peter Thiel, Jaan Tallinn, Sam Altman, Dustin Moskovitz, Jeff Bezos, Larry Page, Larry Ellison, Vitalik Buterin, Sam Bankman-Fried, Marc Andreessen. Nomi noti e meno noti, legati a Microsoft, X/Space X/Tesla, Paypal, Palantir, Skype, OpenAI, Facebook, Amazon, Alphabet/Google (dove Raymond Kurzweil è capo ricercatore dal 2012), Oracle, Ethereum (criptovaluta), FTX (exchange di criptovalute), Andreessen Horowitz (società di venture capital della Silicon Valley). Nomi che rappresentano i vertici di Big Tech, nomi vicini al transumanesimo. Alcuni ne rivendicano apertamente e pienamente l’aderenza, altri preferiscono restare nell’ambiguità, condividendo qua e là la visione del movimento ma tenendosi sulla linea di confine.</p>



<p>Non devono trarre in inganno alcune dichiarazioni, come la Lettera Aperta del marzo 2023 (10), che denunciava la pericolosità dell’intelligenza artificiale e ne chiedeva una moratoria sullo sviluppo, sottoscritta da diversi nomi del <em>gotha</em> tecnologico: si inserisce infatti a pieno titolo nel concetto di “rischio esistenziale” formulato da Nick Bostrom, sopra citato. Ossia: non si tratta di voler ragionare sullo sviluppo dell’AI e dell’AGI – vogliamo davvero crearla? con quale obiettivo? perché mai <em>dobbiamo</em> fare tutto ciò che tecnologicamente <em>possiamo</em> fare? – e ancora meno di fermarlo, bensì semplicemente di “ridurre al meglio i rischi e accelerare le applicazioni vantaggiose”, come recita la <em>Dichiarazione</em><em>Transumanista</em>. “Poiché il vantaggio dell’AGI è così grande, non crediamo che sia possibile o auspicabile che la società ne interrompa per sempre lo sviluppo; invece, la società e gli sviluppatori di AGI devono capire come farlo bene”, afferma anche Sam Altman di OpenAI (11), dando voce alla posizione dell’intero movimento. D’altra parte, lo stesso <em>Future of Life</em>, l’istituto non profit che ha pubblicato la Lettera Aperta, è stato fondato da dichiarati sostenitori del transumanesimo, tra cui Jaan Tallinn e Max Tegmark, ed Elon Musk, per esempio, firmatario della lettera e consulente, accanto a Nick Bostrom, dello stesso Futur of Life, quattro mesi dopo aver apposto la propria firma al documento ha annunciato la nascita di xAI, startup focalizzata sullo sviluppo di un’intelligenza artificiale “più sicura” in quanto “massimamente curiosa”: “Penso che sarà a favore dell’umanità dal momento che l’umanità è molto più interessante della non-umanità”, ha dichiarato Musk (12). Possiamo stare sereni.</p>



<p>Il punto, qui, non è concordare o meno con la visione transumanista sotto il profilo filosofico: l’upload della mente in una macchina, per poter <em>vivere</em> per sempre, può ancora chiamarsi <em>vita</em>? E nel caso, la vita di <em>chi</em>? Come la si può ritenere la medesima <em>personalità</em>, nel ritorno di un dualismo cartesiano che da res cogitans e res extensa approda a software (mente) e hardware (corpo), considerando il corpo alla stregua di un sensore e, dunque, sostituibile meccanicamente? E se chi siamo, e il nostro rapporto con la vita, sono strettamente legati alla morte, poiché la finitudine ci caratterizza ontologicamente, chi diventiamo divenendo immortali? … ogni domanda ne apre un’altra.</p>



<p>Il punto non è nemmeno negare l’apporto della tecnica nell’evoluzione umana: è evidente. Anche la medicina muta l’uomo o alcune sue parti biologiche per aumentare o migliorare la sua esistenza, affermano i transumanisti, e si tratta di passare dall’evoluzione darwiniana a quella “autodiretta”. Tuttavia ricorriamo alla medicina per bisogno, curare una malattia o alleviare un dolore, mentre il potenziamento umano non risponde a un bisogno bensì a un desiderio; e anche l’evoluzione si muove nella direzione della necessità, di un adattamento per la sopravvivenza, non della volontà di potenza.</p>



<p>Entrambi sono punti cruciali sui quali si può dibattere per giorni e pagine, ma il focus, qui, in questo articolo, è un altro. Se per Horkheimer e Adorno il dominio dell’illuminismo si esprimeva nella razionalità e nell’efficienza quantitativa della società a capitalismo avanzato, con produzione e consumo di massa e conseguente asservimento e omologazione dell’Uomo, il transumanesimo da una parte perpetua la stessa modalità di dominio, dall’altra lo inasprisce. Lo perpetua nel dominio di pochi su molti, sia nella struttura capitalistica che sostiene, sia nella consapevolezza – la riconosca apertamente o meno – che il futuro potenziamento umano non sarà mai accessibile a tutti, e andrà quindi ad approfondire le diseguaglianze già in atto. Lo inasprisce nella misura in cui si accaparra oggi risorse, pubbliche e private, finanziarie e umane, per sviluppare la tecnologia del futuro trans- e post- umano – su tutte l’Intelligenza Artificiale Generale, ma anche la colonizzazione dello Spazio – sottraendole a un presente che ancora conta milioni di persone in condizioni di miseria e riserva, a chi in miseria non è, una vita di alienazione e sfruttamento. Il progresso scientifico – tecnico e tecnologico – contiene dunque in sé un aspetto regressivo che, se non colto, impedisce all’illuminismo stesso di essere emancipativo, scrivono i due pensatori francofortesi. Emancipativo per l’intera umanità. Non per un pugno di individui, incapaci di accettare una natura umana limitata e finita; incapaci di solidarietà umana; incapaci di domandarsi se la felicità – la direzione, lo scopo, l’evoluzione – non stia nella costruzione politica, sociale, tecnica ed economica di un mondo dove tutti siano emancipati all’interno dei nostri limiti naturali, anziché nel potenziamento artificiale, nell’immortalità, nel farsi dio.</p>



<p>Un altro punto è focale. Questa “nuova religione” che Huxley definisce “visione sistemica” necessaria affinché la società possa progredire verso una direzione, può divenire egemone? È facile sorridere delle posizioni estreme, di ciò che appare delirio da fantascienza facilona, dell’eccesso di hybris, ma significherebbe sottovalutare l’attuale potere, e quello potenziale, del transumanesimo. Tutti i nomi sopra elencati sono in stretto contatto con la sfera politica, e in grado di influenzarla; siedono in fondazioni, think tank, fungono da consulenti quando si tratta di deliberare sulle tecnologie digitali. Sono gli ‘esperti’ a cui la politica si affida. È oltretutto un rapporto di collaborazione di lunga durata, perché le radici della Silicon Valley e il principale utilizzo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale si ritrovano nell’industria della Difesa: armi e tutto ciò che ruota intorno alla guerra (13). Non sarà un problema di domani – per ora l’intelligenza artificiale ‘ristretta’, alla ChatGPT, è tutto tranne che intelligente; figuriamoci l’ipotetica AGI – ma stanno arando il terreno. L’egemonia è qualcosa che si costruisce lentamente, occupando pian piano ogni spazio, spostando a piccoli scarti il significato delle parole, colonizzando il pensiero e l’immaginario delle persone. È il caso di prenderli sul serio.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>1)<a href="https://web.archive.org/web/20051029125153/https://www.maxmore.com/transhum.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://web.archive.org/web/20051029125153/https://www.maxmore.com/transhum.html</a></p>



<p>2) Cfr. <a href="https://firstmonday.org/ojs/index.php/fm/article/view/13636" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://firstmonday.org/ojs/index.php/fm/article/view/13636</a></p>



<p>3) <a href="https://goertzel.org/CosmistManifesto_July2010.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://goertzel.org/CosmistManifesto_July2010.pdf</a></p>



<p>4) <a href="https://a16z.com/the-techno-optimist-manifesto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://a16z.com/the-techno-optimist-manifesto/</a></p>



<p>5) <a href="https://www.reuters.com/technology/microsoft-openai-planning-100-billion-data-center-project-information-reports-2024-03-29/?_x_tr_sl=en&amp;_x_tr_tl=it&amp;_x_tr_hl=it&amp;_x_tr_pto=sc" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/technology/microsoft-openai-planning-100-billion-data-center-project-information-reports-2024-03-29/?_x_tr_sl=en&amp;_x_tr_tl=it&amp;_x_tr_hl=it&amp;_x_tr_pto=sc</a></p>



<p>6) Raymond Kurzweil, <em>The Singularity is Near</em>, 2005</p>



<p>7) Risuona Feuerbach de <em>L’essenza del cristianesimo</em>, e infatti capita di incontrarlo citato negli scritti di alcuni transumanisti, tra i quali anche Max More</p>



<p>8) Theodor Adorno e Max Horkheimer, <em>Dialettica dell’illuminismo</em>, Einaudi</p>



<p>9) Cfr. Ivan Illich, <em>La convivialità</em>, 1972</p>



<p>10) <a href="https://futureoflife.org/open-letter/pause-giant-ai-experiments/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://futureoflife.org/open-letter/pause-giant-ai-experiments/</a></p>



<p>11) <a href="https://openai.com/index/planning-for-agi-and-beyond/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://openai.com/index/planning-for-agi-and-beyond/</a></p>



<p>12) <a href="https://www.reuters.com/technology/elon-musks-ai-firm-xai-launches-website-2023-07-12/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/technology/elon-musks-ai-firm-xai-launches-website-2023-07-12/</a></p>



<p>13) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/intelligenza-mortale-ai-e-armi-autonome-letali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Intelligenza mortale. AI e armi autonome letali</a></em>, Paginauno n. 87, luglio 2024</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Rapporto mondiale sui salari 2022/23 – Italia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/rapporto-mondiale-sui-salari-2022-23-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=6767</guid>

					<description><![CDATA[I salari in Italia. Nel rapporto dell’ILO la fotografia dell’impoverimento che ben conosciamo: i numeri e il confronto con gli altri Paesi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I salari in Italia. Nel rapporto dell’ILO la fotografia dell’impoverimento che ben conosciamo: i numeri e il confronto con gli altri Paesi</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">L’aumento dell’inflazione sta riducendo drasticamente i salari reali in Italia</h4>



<p>Per la prima volta in questo secolo, i salari reali sono diminuiti su scala mondiale (-0,9%) nella prima metà del 2022. In Italia, l’impennata inflazionistica ha eroso i salari, producendo una riduzione di quasi 6 punti percentuali, più che doppia rispetto alla media europea (Grafico 1, pag. 35). Questo ‘effetto inflazione’ segue un periodo di crescita più che modesta delle retribuzioni mensili nel periodo 2020-2021 di 0,1 punti percentuali (effetto pandemia), rispetto agli 1,7 punti della media dei Paesi dell’Unione europea (Ue-27).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="395" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1.jpg" alt="" class="wp-image-7240" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’inflazione ha iniziato a manifestarsi tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, subito dopo la riduzione delle misure adottate per mitigare l’impatto della crisi innescata dalla pandemia di Covid-19. Il Grafico 2 (pag. 36) mostra che nel secondo trimestre del 2022 le retribuzioni orarie reali in Italia sono diminuite di quasi il 6% rispetto al loro valore reale nel primo trimestre del 2019. Questo ha causato una perdita del potere d’acquisto di lavoratori e famiglie che potrebbe ulteriormente ridursi, stando alle previsioni di crescita dell’inflazione in Italia (+12,5%) e alla media per i Paesi dell’Eurozona (+10%) (1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="391" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2.jpg" alt="" class="wp-image-7241" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La crescita della produttività, e in particolare della produttività reale del lavoro, è un fattore determinante per la crescita dei salari reali (2). A livello globale, la crescita media dei salari è rimasta indietro rispetto alla crescita media della produttività del lavoro fin dai primi anni Ottanta. Per la media dei Paesi Ue, sia la produttività del lavoro che i salari reali sono cresciuta in quasi tutti gli anni – tranne che durante la crisi finanziaria globale e la recente crisi da Covid-19 (Grafico 3, pag. 37).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="487" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3.jpg" alt="" class="wp-image-7242" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Durante il periodo 1999-2022, la produttività del lavoro dei Paesi Ue-27 è cresciuta del 21,5% e quella dei salari reali del 17,6% (il 3,9% in meno della produttività del lavoro). Nello stesso periodo, sia la produttività del lavoro italiana che i salari reali sono diminuiti, in particolare durante il periodo 2011-2019. Nel 2020 sono calati sia la produttività del lavoro che i salari, per effetto del rallentamento dell’attività economica dovuto alla pandemia di Covid-19, mentre nel periodo 2021-2022 si registra un leggero recupero della perdita del 2020. Complessivamente, nel periodo 1999-2022 la produttività del lavoro e i salari sono diminuiti in Italia rispettivamente del 4,8 e del 7,3%. Tra il 2021 e il 2022 si registra una controtendenza caratterizzata da una crescita della produttività (95,2% nel 2022) e una diminuzione dei salari reali (92,7% nel 2022), con un divario salari-produttività del 2,5%.</p>



<p>Un’analisi della produttività per ora lavorata mostra che questa è rimasta superiore alla crescita dei salari per la gran parte del periodo 2005–2022, mentre i salari reali sono diminuiti del 6%. Una delle ragioni del divario della produttività del lavoro italiana rispetto alla media Ue è l’alta concentrazione di lavoro a basso valore aggiunto. Un’altra ragione è correlata alla precarietà del mercato del lavoro e agli scarsi investimenti nella formazione della forza lavoro. Un altro fattore che influenza la dinamica complessiva della produttività è il divario Nord-Sud, con il Sud meno sviluppato in termini industriali e relativamente a più bassa densità di settori e occupazioni a più alto valore aggiunto rispetto al Nord.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli impatti legati alla pandemia e all’inflazione si combinano con una tendenza di lungo periodo di riduzione dei salari reali in Italia di 12 punti percentuali nel periodo 2008-2022</h4>



<p>L’analisi dell’evoluzione degli indici dei salari reali durante il periodo 2008-2022 mostra una crescita dei salari nella maggior parte dei Paesi Ue. Il Grafico 4 (pag. 38) evidenzia che la crescita maggiore si è registrata nei Paesi Ue dell’Europa centrale. Durante il suddetto periodo, i salari sono cresciuti del 72% in Ungheria, del 36% in Polonia e del 25% in Slovacchia. Anche in Francia e in Germania i salari sono aumentati rispettivamente del 6 e del 12%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="493" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4.jpg" alt="" class="wp-image-7243" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Per quanto riguarda l’Italia, se si prendono come base i salari del periodo immediatamente precedente al manifestarsi della crisi economica e finanziaria globale, l’indice dei salari reali del 2022 indica una perdita di 12 punti percentuali, doppia rispetto alla Spagna – l’altro Paese europeo in cui i salari sono diminuiti di 6 punti percentuali.</p>



<p>Le stesse tendenze possono essere osservate sugli andamenti dei salari reali dell’Italia rispetto agli altri Paesi ad economia avanzata del G20, che hanno beneficiato di un aumento dei salari in termini reali tra il 2008 e il secondo trimestre del 2022, eccetto il Giappone, il Regno Unito e l’Italia. La contrazione dei salari italiani è sei volte maggiore rispetto a quella del Giappone e tre volte maggiore rispetto a quella del Regno Unito (Grafico 5, pag. 39).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="357" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5.jpg" alt="" class="wp-image-7244" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5-300x179.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Le crisi legate alla pandemia e all’inflazione hanno un impatto maggiore su lavoratori e lavoratrici con bassi salari</h4>



<p>La combinazione tra perdita di lavoro e riduzione di ore lavorate durante la pandemia ha causato una crescita di quasi un punto percentuale della proporzione di lavoratori e lavoratrici a bassi salari, che in Italia è passata dal 9,6% del 2019 al 10,5% del 2020 (Grafico 6, pag. 40) (3).</p>



<p>La proporzione di lavoratrici, in genere più presenti rispetto ai lavoratori in lavori a bassa retribuzione, è aumentata di più di un punto percentuale (dal 10,7% nel 2019 a 11,8% nel 2020).</p>



<p>L’età è un’altra caratteristica personale che influisce sui livelli salariali. Durante la pandemia, l’alta percentuale di giovani già presenti tra i lavoratori con basse retribuzioni, è ulteriormente cresciuta di quasi un punto tra il 2019 e il 2020, anche se la crescita maggiore si è registrata tra i lavoratori di età compresa tra i 35 e i 50 anni (+1,2%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="437" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6.jpg" alt="" class="wp-image-7245" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6-300x219.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Anche l’area geografica nella quale si è occupati ha un impatto sulla proporzione di lavoratori con bassa retribuzione, i quali sono più presenti nell’Italia del Sud (circa 14%), anche se gli incrementi maggiori si sono registrati nell’Italia centrale (+1,5%) e del Nord (+1,4%).</p>



<p>Sulla base della tipologia di contratto, i lavoratori a tempo indeterminato con basse retribuzioni sono aumentati (+1,2%) rispetto a quelli a tempo determinato (+0,8%), il cui numero è quasi doppio rispetto ai primi. L’incremento del numero di lavoratori a bassa retribuzione è stato invece lo stesso tra i lavoratori a tempo pieno e quelli a tempo parziale (+0,9%).</p>



<p>Anche l’inflazione ha un impatto maggiore su lavoratori e lavoratrici con reddito medio-basso.</p>



<p>La narrativa sulla crescita dell’inflazione spesso considera che l’aumento del costo della vita colpisca le famiglie in maniera uguale. Il Rapporto mostra, tuttavia, che l’inflazione può avere un impatto maggiore sul costo della vita delle famiglie a basso reddito, a causa dell’utilizzo della maggior parte del reddito disponibile per la spesa in beni e servizi essenziali. Questi ultimi, in genere, subiscono un incremento di prezzo maggiore rispetto ai beni non essenziali.</p>



<p>Anche i dati relativi all’Italia evidenziano che i beni e servizi primari sono stati maggiormente intaccati dall’inflazione. Il Grafico 7 (pag. 41) mostra la crescita dei prezzi dei beni di prima necessità a partire dal 2021, con un’impennata nel 2022. Gli incrementi maggiori si sono registrati riguardo ai costi relativi alle spese per alloggi e trasporti, maggiori rispetto all’andamento generale dell’indice dei prezzi al consumo (IPC), mentre le spese per generi alimentari hanno seguito l’andamento a due cifre dello stesso indice.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="403" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7.jpg" alt="" class="wp-image-7246" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Il divario salariale di genere è rimasto invariato durante il periodo 2019-2022</h4>



<p>Il già ampio divario di genere relativo alla partecipazione nel mercato del lavoro si è ulteriormente acuito durante la pandemia, passando dal 17% del 2019 al 17,5% del 2021.</p>



<p>Durante lo stesso periodo, la perdita di lavoro delle lavoratrici (-2,3%) è stata maggiore rispetto ai lavoratori (-2,1%). Se misurato paragonando i salari medi di uomini e donne, il divario salariale sembrerebbe essere diminuito durante la crisi, ma ciò è dovuto alla maggiore perdita di lavoro di lavoratrici posizionate nella parte bassa della scala salariale, piuttosto che a un miglioramento dei loro salari. Una misurazione del divario sulla base del salario orario e del salario mensile indica che in Italia il divario salariale di genere è rimasto sostanzialmente immutato rispetto al periodo pre-crisi, attestandosi intorno a 11% (se misurato in base ai salari orari) o al 16,2% (se basato sui salari mensili). Questa tendenza si allinea con la media del divario salariale di genere a livello globale, che è confermata stabile al 20%.</p>



<p>È probabile che se il divario retributivo di genere fosse stato misurato alla fine del 2020, i dati avrebbero mostrato una crescita rispetto all’anno precedente la crisi della pandemia. Tuttavia, il rapporto misura il divario retributivo di genere alla fine del 2021, quando il mercato del lavoro è tornato a livelli simili a quelli pre-pandemia.</p>



<p>Considerando che l’inflazione colpisce lavoratrici e lavoratori in modo simile, il ritorno alla normalità potrebbe spiegare perché il divario retributivo di genere è rimasto abbastanza stabile rispetto al 2019.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto del Rapporto <em>L’impatto dell’inflazione e del COVID-19 sui salari in Italia, messaggi principali del Rapporto mondiale sui salari 2022/23</em>, 2 dicembre 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">1) Fonte: Eurostat, Euroindicators n. 133/2022, 30 novembre 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">2) La produttività del lavoro è calcolata dividendo il prodotto interno lordo in termini costanti per il numero totale di lavoratori – salariati e non salariati</p>



<p class="has-small-font-size">3) ILO identifica i lavoratori con basse retribuzioni sulla base di un indicatore che misura il numero di dipendenti la cui retribuzione oraria, in tutti i lavori, è inferiore ai due terzi della retribuzione oraria media, calcolata in percentuale</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mondo malato e quelli di sotto*</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-mondo-malato-e-quelli-di-sotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Segio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 13:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=5795</guid>

					<description><![CDATA[tato dell’impunità nel mondo. Il 19° Rapporto sui Diritti Globali: dalla crisi climatica all’epidemia, dai conflitti alle migrazioni: focus su impronta climatica, diseguaglianze, lobby e Green Deal]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-76-febbraio-marzo-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 76, febbraio – marzo 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Stato dell’impunità nel mondo. Il 19° Rapporto sui Diritti Globali: dalla crisi climatica all’epidemia, dai conflitti alle migrazioni: focus su impronta climatica, diseguaglianze, lobby e Green Deal</p></blockquote>



<pre class="wp-block-preformatted">1. Il pianeta che brucia. 2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro. 3. L’estrattivismo assassino e suicida. 4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica. 5. Senza giustizia ambientale non c’è pace. 6. Alle radici del Covid-19. 7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze. 8. Lobby e think-tank contro il clima. 9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano. 10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano. 11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano. 12. Il vaccino diseguale. 13. L’economia pandemica. Grandi ricchezze crescono. 14. Pandemia, guerre e pericoli per la democrazia. 15. L’orologio dell’apocalisse al tempo del Covid-19. 16. Afghanistan: vent’anni di morte e distruzione, nessun risultato. 17. Il ritorno dell’Isis e la spirale della rappresaglia. 18. Biden e la polpetta afghana, avvelenata da Trump. 19. I veri conti e costi della guerra in Afghanistan. 20. Afghani senza asilo, l’Europa rimane fortezza. 21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex. 22. Partire è sempre più morire.</pre>



<h4 class="wp-block-heading">4. La guerra all’ambiente e la catastrofe climatica</h4>



<p>Di record in record, da un crimine ambientale all’altro, da un presidente negazionista come Donald Trump a uno come Jair Bolsonaro, alle decine e decine di altri Paesi che hanno comunque sottovalutato il problema e accuratamente evitato di contrastare gli interessi delle lobby delle energie fossili, si è arrivati quasi senza resistenze – che non fossero quelle dei movimenti e delle ONG – alla situazione documentata nell’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), diffuso ad agosto 2021, che costituisce la prima parte del Sesto Rapporto di Valutazione previsto per l’anno seguente. In mezzo ci sarà la nuova sessione della Conferenza della Parti (COP26) dell’1-12 novembre 2021 a Glasgow. In pratica, dalle evidenze ribadite ora dall’IPCC, è quella l’ultima scadenza utile per prendere, pur in extremis, le decisioni politiche e operative per implementare le misure necessarie non a impedire – per quello il tempo è stato irresponsabilmente fatto scadere – ma almeno a limitare l’irreversibilità della catastrofe climatica comunque in atto e i suoi effetti globali, compresi quelli sugli oceani, sulle regioni ghiacciate, sulle risorse alimentari e idriche mondiali, e a investire nell’adattamento, dato che il riscaldamento del clima continuerà per i prossimi decenni, indipendentemente dal successo nella sua mitigazione.</p>



<p>Gli effetti negativi presenti e futuri sono diseguali a seconda della posizione geografica e anche del censo. Il che potrebbe rassicurare i cinici e gli stolti, ma a loro va l’ammonimento di Mohamed Nasheed, l’ex presidente delle Maldive, una nazione insulare ad alto rischio per l’innalzamento del livello del mare. Nell’esprimere solidarietà – a nome di un gruppo di Paesi che si definiscono Climate Vulnerable Forum – alla Germania e al Belgio colpiti dalle inondazioni che nel luglio 2021 hanno provocato quasi 200 vittime, ha rimarcato che, sebbene non tutti siano colpiti allo stesso modo, questi eventi estremi dimostrano che nell’emergenza climatica nessuno è al sicuro (Sengupta, 2021).</p>



<p>È da sperare che qualche governo, compresi quelli di Belgio e Germania, si decida a dargli maggiormente retta. Lo stesso Nasheed già nel 2009 decise un atto simbolico forte: convocò un Consiglio dei ministri sottomarino, con lui e il suo vicepresidente altri undici ministri con scafandri e maschere si erano tuffati e seduti a un tavolo a 3,8 metri sott’acqua. L’intento era di comunicare un grido di aiuto per l’innalzamento del livello del mare che minaccia l’esistenza dell’arcipelago tropicale e, in forme anche diverse, il mondo intero. Nella dichiarazione conclusiva venne ribadito: “Il cambiamento climatico sta avvenendo e minaccia i diritti e la sicurezza di tutti sulla Terra” (Omidi, 2009).</p>



<p>Sono passati già dodici anni da quell’appello rimasto inascoltato, mentre i continui disastri ambientali e l’innalzamento delle temperature ci ricordano quanto esso fosse e sia drammaticamente fondato.</p>



<p>I dati sono inequivocabili e dovrebbero atterrire, se la classe politica globale non mostrasse di essere, in larga maggioranza, affetta da una sorte di fatale <em>cupio dissolvi</em>. La temperatura media globale della Terra è cresciuta di 1,2 °C rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale, nei prossimi 20 anni dovrebbe raggiungere o superare 1,5 °C; gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi dal 1850 a oggi. L’attuale concentrazione dei principali gas serra è la più elevata degli ultimi 800.000 anni; attualmente vengono prodotti circa 2,6 milioni di libbre di anidride carbonica al secondo. Negli ultimi 120 anni, dall’inizio del Novecento, il livello dell’innalzamento del livello del mare è stato in media di 20 centimetri, con una rapidità mai osservata in tremila anni; eventi estremi relativi al livello del mare che prima si verificavano una volta ogni cento anni, entro la fine di questo secolo potrebbero verificarsi annualmente. Anche il ritrarsi dei ghiacciai non ha precedenti negli ultimi duemila anni. Ancor più eloquente e preoccupante è la conseguente previsione secondo cui le temperature continueranno ad aumentare fino alla metà del secolo, indipendentemente dalla riduzione delle emissioni. Si potrà evitare di raggiungere l’aumento di 2 °C alla fine del secolo solo se le emissioni nette saranno azzerate entro il 2050 (IPCC, 2021).</p>



<p>Uno scenario catastrofico sia per ciò che descrive (in ben 3.949 pagine di dati, simulazioni e proiezioni, che a loro volta si basano su migliaia di ricerche, con oltre 14.000 citazioni e quasi 80.000 commenti), che è già visibilmente e drammaticamente in atto con il susseguirsi di eventi estremi, sia per ciò che prevede e ipotizza. Tenuto conto di quanto poco si è fatto da quando, ben trentuno anni addietro, quell’organismo che riunisce i massimi esperti mondiali e migliaia di scienziati, aveva lanciato l’allarme con il primo Rapporto del 1990. Ci sono voluti venticinque anni per arrivare al fondamentale Patto di Parigi nel 2015, un evento nel quale 196 Paesi avevano faticosamente e lungamente discusso per due settimane sino a pervenire a un accordo, ancorché limitato negli impegni fissati (contenimento del riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C e auspicabilmente a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali). Entrato in vigore l’anno seguente, già nel 2017 l’Accordo aveva visto – dopo la sciagurata elezione di Donald Trump – la defezione degli Stati Uniti e il boicottaggio del presidente brasiliano, il primo piegato (come non pochi dei suoi predecessori) agli interessi dei petrolieri, il secondo a quelli dell’agribusiness, della deforestazione selvaggia e dell’industria estrattiva.</p>



<p>La guerra all’ambiente e alla natura, di cui il cambiamento climatico è uno dei capitoli principali – che rischia anche di essere quello tragicamente conclusivo –, è in realtà un epocale suicidio di massa. Non fosse che, evidentemente, una parte dei decisori globali e la classe dei potenti della Terra hanno qualche fondata aspettativa di riuscire a far pagare i prezzi più alti della catastrofe prossima ventura a ‘quelli che stanno in basso’. Di affidarsi cioè, anche in questo caso, a quei meccanismi produttivi di diseguaglianze che così efficacemente hanno funzionato negli ultimi quarant’anni nel drenaggio di ricchezza sociale verso l’alto e, nell’ultimo quarto di secolo, nello scaricare sui più deboli i costi della crisi economica e finanziaria così come, più di recente, della crisi pandemica.</p>



<p>Si tratta anche di una guerra delle generazioni precedenti contro quelle cui viene sottratto il futuro, ma pure, prima e assieme, una guerra di una classe contro un’altra e di una parte del pianeta rispetto all’altra.</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">7. Impronta ecologica, stili di vita e diseguaglianze</h4>



<p>L’Earth Overshoot Day, vale a dire la data in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un dato anno supera ciò che la Terra è un grado di rigenerare in quell’anno, nel 2021 è caduto il 29 luglio. Nel 1970 era stato il 29 dicembre: e questo ci dice l’incredibile e irresponsabile velocità e intensità con la quale vengono dilapidate le risorse naturali. In solo mezzo secolo l’umanità è arrivata ad aver bisogno di 1,7 pianeti per soddisfare annualmente le proprie attuali necessità. A evidente discapito delle generazioni future, cui vengono sottratti diritti e possibilità, ma anche di chi, vivendo in questo tempo, subisce gli effetti dannosi e letali di questo modello di sviluppo, di cui il Covid-19 è solo l’ultimo, ancorché più grave e generalizzato e, al solito, inegualmente distribuito, giacché terapie e vaccini sono accessibili da una piccola minoranza della popolazione mondiale.</p>



<p>Diseguale è anche l’incidenza nella cosiddetta impronta ecologica, in quanto 1,7 è la media, ma i Paesi con maggior deficit ecologico sono gli Stati Uniti, che consumano le risorse corrispondenti a quelle di 5 pianeti, l’Australia di 4,6, la Russia di 3,4, Francia, Germania e Giappone di 2,9, Italia, Portogallo e Svizzera di 2,8, il Regno Unito di 2,6, la Spagna di 2,5, la Cina di 2,3, il Brasile di 1,8, l’India di 0,7 (Global Footprint Network, 2021; Earth Overshoot Day, 2021).</p>



<p>Così come diseguale e assai differenziato è il contributo che le diverse aree mondiali danno al riscaldamento globale. Tra il 1990 e il 2015 il 10% più ricco della popolazione mondiale (circa 630 milioni di persone) è stato responsabile del 52% delle emissioni cumulative di carbonio. L’1% più ricco, da solo, è responsabile del 15% delle emissioni, più di quante non ne abbia prodotte l’intera Unione europea. Il 50% più povero (circa 3,1 miliardi di persone) è stato responsabile solo del 7% delle emissioni e ha usato appena il 4% del bilancio di carbonio disponibile (Oxfam, Stockholm Environment Institute, 2020).</p>



<p>Anche riguardo al clima, insomma, vige la più classica e indiscutibile regola del capitalismo: i profitti sono privatizzati e concentrati, mentre i costi sono distribuiti e convogliati verso i ceti – o, in questo caso, le aree geografiche – più deboli. E i più forti tra i forti dettano la legge assoluta. Come apertamente ebbe a dire il presidente americano George H.W. Bush al Summit della Terra a Rio de Janeiro del 1992: “Lo stile di vita americano non è negoziabile”. Tutto il resto ne consegue.</p>



<h4 class="wp-block-heading">8. Lobby e think-tank contro il clima</h4>



<p>Anche sulle cause della pandemia, proprio come sui cambiamenti climatici, la ricerca più qualificata e gli allarmi degli scienziati più autorevoli nulla o poco sembrano potere di fronte alla potenza e ai condizionamenti degli interessi economici più strutturati, in particolare di quelli delle imprese multinazionali. Il negazionismo climatico, che ha avuto nel passato presidente degli Stati Uniti uno dei massimi interpreti e rappresentanti, è una delle espressioni di quel potere e della sua capacità – o comunque della pervicace volontà – di modificare non solo le decisioni politiche, volgendole a proprio favore, ma anche la percezione diffusa della realtà. Significativa al riguardo una ricerca che documenta come l’industria petrolifera e del gas stia utilizzando massicciamente i social media per pubblicare annunci che promuovono l’uso di combustibili fossili, diffondono disinformazione sui cambiamenti climatici minimizzandone gli effetti, accreditano i consumi di gas fossile come ‘verdi’, alimentano campagne fraudolente di <em>greenwashing</em>.</p>



<p>I ricercatori hanno rintracciato su Facebook ben 25.147 annunci pubblicati nel 2020 da appena 25 organizzazioni del settore Oil &amp; Gas, che sono stati visti oltre 431 milioni di volte. La tecnica utilizzata, differentemente dal passato, non è più la negazione totale, dato un crescente controllo da parte di investitori, autorità di regolamentazione e pubblico. Ora, riferisce il report, quelle compagnie hanno sviluppato tecniche di messaggistica più subdole e fuorvianti, quali la promozione del gas come soluzione climatica a basse emissioni di carbonio, tentando di accreditare la compatibilità climatica di petrolio e gas, il cui utilizzo è indicato come necessario per mantenere un’alta qualità della vita.</p>



<p>A remare contro le politiche sul clima attuative dell’Accordo di Parigi non sono solo le industrie petrolifere e i gruppi di pressione statunitensi conservatori e negazionisti. In Europa sono anche le associazioni di settore che rappresentano i trasporti e l’industria pesante a essere maggiormente disallineate con i tentativi della Commissione europea di attuare gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale e, in particolare, con l’accelerazione contenuta nel pacchetto “Fit for 55”, adottato il 14 luglio 2021, con il quale gli Stati membri si sono impegnati a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 (InfluenceMap, 2021 a; 2021 b).</p>



<p>I giganti del capitalismo digitale, dunque, guadagnano anche diffondendo disinformazione sul clima. Ma è vero e dimostrato pure l’inverso, vale a dire il finanziamento ricevuto da decine di organizzazioni non profit conservatrici e think-tank negazionisti da parte di piattaforme come Google, come rivelato già negli anni scorsi. Tra i beneficiati, il Competitive Enterprise Institute, un gruppo politico conservatore, che ha ricevuto sponsorizzazioni anche da Amazon, considerato determinante nel convincere l’Amministrazione Trump a uscire dall’Accordo di Parigi sul clima e a smantellare le precedenti normative ambientali di Barack Obama (Kirchgaessner, 2019). La scelta opposta, immediatamente dichiarata, di Joe Biden di rientrare nell’Accordo ha subito innescato le contromisure dei giganti petroliferi.</p>



<p>Nell’estate 2021 un’inchiesta di Greenpeace UK ha rivelato le strategie di ExxonMobil tese a ostacolare l’azione a favore del clima attraverso il lobbying a livello governativo. Una strategia non nuova, dato che già nel corso degli anni Novanta e, successivamente, all’inizio degli anni Duemila, la compagnia statunitense aveva organizzato e finanziato una campagna di disinformazione per alimentare dubbi sul legame tra il riscaldamento globale e i combustibili fossili. Exxon ha anche contribuito a fondare e guidare un potente gruppo intersettoriale, la Global Climate Coalition (GCC), che ha speso decine di milioni di dollari per contrastare un accordo globale vincolante sul clima già a ridosso del Vertice delle Nazioni Unite sul clima del 1997 a Kyoto. Soldi investiti con successo, dato che gli Stati Uniti non ratificarono il Protocollo. Ancora tra il 1998 e il 2014 la compagnia ha versato almeno 30 milioni di dollari per finanziare gruppi di negazione degli effetti delle fonti fossili sul clima, come l’Heartland Institute, il Competitive Enterprise Institute e la Heritage Foundation.</p>



<p><a></a> C’è, insomma, una fitta rete di centri studi che campa falsificando i dati e le risultanze scientifiche e promuovendo disinformazione sul clima. Lo stesso fanno gruppi di pressione che operano su governi e partiti, facilitati dal sistema di porte girevoli tra società petrolifere e politica. Uno degli esempi più macroscopici riguarda l’allora amministratore delegato di Exxon, Rex Tillerson, divenuto Segretario di Stato con Donald Trump.</p>



<p>L’intendimento di Biden di stanziare miliardi di dollari in energie rinnovabili per affrontare il cambiamento climatico ha rinvigorito l’azione di pressione di Exxon, che pare aver di nuovo conseguito risultati, dato il ridimensionamento della proposta del presidente, che inizialmente includeva oltre cento miliardi di dollari di sussidi per i soli veicoli elettrici, da finanziarsi anche attraverso una maggiore tassazione delle aziende del fossile (Greenpeace-Unearthed, 2021).</p>



<p>Quello che ormai è emerso con evidenza inoppugnabile è che le compagnie petrolifere sono a conoscenza degli effetti dei combustibili fossili sul riscaldamento globale da oltre mezzo secolo, ben prima che la questione arrivasse alla consapevolezza pubblica e cominciasse a preoccupare i decisori politici. C’è quindi un dolo che dovrebbe far parlare di crimini ambientali consapevoli di enorme portata e che in effetti stanno moltiplicando le cause legali contro l’industria fossile (Pattee, 2021).</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">10. Clima, Covid e genocidio. Il caso brasiliano</h4>



<p>I due presidenti che più hanno rappresentato e sostenuto il negazionismo climatico e avversato le misure contro il riscaldamento globale, Donald Trump e Jair Bolsonaro, si sono anche contraddistinti per la negazione e sottovalutazione della pandemia da coronavirus. Secondo gli ex presidenti del Brasile Dilma Rousseff e Luiz Inácio Lula da Silva, Bolsonaro va considerato responsabile quanto meno di una parte dei morti di Covid-19 nel loro Paese, che è stato particolarmente colpito. Proprio per questo entrambi lo definiscono senza remore “un genocida”. La stessa accusa gli rivolgono le comunità indigene, che lo hanno denunciato alla Corte Penale Internazionale per le politiche di deforestazione.</p>



<p>Al 18 agosto 2021 Stati Uniti e Brasile erano il primo e terzo Paese a livello globale con 37.023.466 casi di contagio e 623.338 morti il primo e 20.416.183 casi e 570.598 vittime il secondo (Johns Hopkins University, 2021).</p>



<p>Le cifre ufficiali sulla mortalità da Covid-19, peraltro, vengono sempre più spesso considerate significativamente sottostimate. Sia riguardo gli Stati Uniti (Lewis, Montañez, 2021), sia in generale. Da ultimo, secondo gli analisti di <em>The Economist</em>, il bilancio reale potrebbe essere addirittura più di tre volte superiore ai 4,6 milioni ufficialmente censiti a inizio settembre 2021, arrivando a un conteggio di 15 milioni di morti. Ma già l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, a fronte dei 1.813.188 ufficialmente deceduti al 31 dicembre 2020, riteneva che il vero bilancio delle morti attribuibili direttamente e indirettamente al Covid-19 a quella data arrivasse almeno a tre milioni (The Economist, 2021; WHO, 2021).</p>



<p>A differenza di Donald Trump, Jair Bolsonaro continua a essere in carica e ad attuare politiche di grandissimo danno – attuale e futuro – per il suo popolo e per il suo Paese, che nel 2021 ha visto approfondita la crisi istituzionale, con continui cambi di ministri, richieste di impeachment, esplicite tentazioni di golpe, conflitti tra poteri, con il presidente messo sotto inchiesta su disposizione della Corte Suprema dell’aprile 2021 per la gestione disastrosa della pandemia, con generali che minacciano la stessa Corte apertamente e senza conseguenze o freni. Con lo stesso Bolsonaro che convoca manifestazioni dei propri sostenitori davanti alle sedi istituzionali e attacca personalmente il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes nonché il presidente del Tribunale superiore elettorale Luis Roberto Barroso, accusandolo di aver ostacolato la sua offensiva per l’introduzione del voto cartaceo in vista delle presidenziali del 2022, escamotage per ovviare al vistoso calo dei consensi.</p>



<p>Il governo di Bolsonaro, capitano dell’esercito in pensione e nostalgico della dittatura, vede un record mondiale quanto a presenza di ministri militari: sette su ventitré. Un fatto poco rassicurante, specie in un Paese che ha vissuto per vent’anni sotto un sanguinoso regime militare, dopo il colpo di Stato del 1964. Dai ministeri oggi presieduti da ufficiali delle forze armate dipendono sedici delle quarantasei imprese statali, compresa quella principale, la società di idrocarburi Petrobras. 6.157 militari, di cui più della metà in servizio attivo, occupavano nel 2020 posizioni normalmente riservate ai civili. Due dei fronti più importanti e delicati, come quello del contrasto alle deforestazioni amazzoniche e della pandemia da Covid-19, sono affidati a militari: il primo al vicepresidente e generale della riserva Hamilton Mourão e il secondo al generale Eduardo Pazuello, sino a marzo 2021 ministro della Salute. In entrambi i casi i risultati sono disastrosi (Vigna, 2021; Vandenberghe, Pereira, 2021).</p>



<p>Mentre la popolarità di Bolsonaro è in picchiata, con il crollo dei consensi inversamente proporzionale alla crescita dei morti per Covid-19, ogni suo sforzo è mirato alle elezioni presidenziali del 2022 e, anche a tal fine, alla manomissione della Costituzione. Pure in questo somigliante a Donald Trump, il presidente brasiliano non si rassegna davanti allo sfacelo politico e sociale del Paese e alla volontà popolare. Così, il 10 agosto 2021, mentre al Congresso era in discussione un emendamento costituzionale per revisionare il sistema elettorale, davanti al palazzo venivano fatti sfilare i carri armati.</p>



<p>Dieci giorni dopo Bolsonaro rilanciava su Whatsapp un messaggio più che esplicito, nel quale si parlava di un “contro-golpe abbastanza probabile e necessario” contro la Corte Suprema e il Congresso e “una Costituzione comunista che ha in gran parte sottratto i poteri al presidente della Repubblica”, invitando poi i suoi sostenitori a scendere in piazza il 7 settembre, festa dell’Indipendenza, e già paventando – di nuovo imitando l’ex presidente degli Stati Uniti – brogli alle future elezioni, dove i sondaggi danno per più che favorito l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Esattamente come nel voto del 2018, dal quale Lula era stato però escluso poiché arrestato in quello che è, infine, risultato un vero e proprio complotto. Liberato nel novembre 2019, dopo 580 giorni di ingiusta carcerazione, la Corte Suprema ha riconosciuto a Lula la candidabilità, un fatto che ha vieppiù accresciuto i timori di Bolsonaro di perdere il potere e ha alimentato minacciosi ‘tintinnar di sciabole’. Con il generale in pensione Augusto Heleno, ora membro del governo e a capo della sicurezza istituzionale, che il 16 agosto 2021 ha dichiarato: “Attualmente non ci sono motivi per l’intervento delle forze armate in Brasile, ma questa possibilità è prevista dalla Costituzione e può essere utilizzata”.</p>



<p>Nonostante questi segnali espliciti da parte dei militari, alcuni osservatori ritengono però che la minaccia maggiore alla democrazia potrebbe venire piuttosto dalle forze di polizia brasiliane, un’istituzione particolarmente violenta, che uccide quasi 6.000 persone all’anno e gode di sostanziale impunità, che Bolsonaro ha spesso favorito (Waldron, 2021).</p>



<p>Il quadro politico e istituzionale del Brasile è, dunque, in rapido deterioramento e desta grande preoccupazione a livello internazionale e notevoli tensioni nel Paese, seriamente ferito dalla crisi economica e dalla povertà, oltre che dai morti per il Covid-19.</p>



<h4 class="wp-block-heading">11. Green deal e transizione ecologica. Il caso italiano</h4>



<p>Nel luglio 2021 la Commissione europea ha adottato il Green Deal, una serie di misure e politiche riguardo clima, energia, trasporti e fiscalità finalizzate a ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Un obiettivo ambizioso – rispetto ai ritardi accumulati – e un passaggio necessario per arrivare a un impatto climatico zero entro il 2050. A disposizione vi sono un terzo delle risorse del Recovery Fund e il bilancio settennale dell’Ue (European Commission, 2021 a).</p>



<p>Nel luglio 2020 il Consiglio europeo aveva invece approvato il Next Generation EU, chiamato anche Recovery Fund o Recovery Plan, per sostenere i Paesi dell’Unione nella difficile uscita dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia, anche in direzione della transizione ecologica. A disposizione del piano 806,9 miliardi di euro (importo espresso a prezzi correnti, equivalente a 750 miliardi di euro a prezzi del 2018).</p>



<p>Nel complesso, per costruire il dopo pandemia, l’Europa ha così messo a disposizione il bilancio a lungo termine dell’Ue, unito a Next Generation EU, costituendo il più ingente pacchetto di misure di stimolo mai finanziato, per un totale di 2.018 miliardi di euro a prezzi correnti (European Commission, 2021 b).</p>



<p>Un fiume di denaro per ricostruire, sopra e dopo le macerie, un’Europa “più verde, digitale, resiliente”. Naturalmente non potevano mancare appetiti e manovre da parte delle lobby, dei poteri e delle imprese che si sentono minacciate da una transizione e una svolta davvero ‘verdi’, cioè ecologicamente compatibili.</p>



<p>Significativo il caso dell’Italia, destinataria di una parte consistente del Recovery Fund, essendo tra i Paesi più feriti dagli effetti della pandemia. A partire dall’estate 2021, destinataria di oltre 200 miliardi per investimenti da completare entro il 2026, dei quali circa 70 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Più di un terzo dovrà essere destinato alla cosiddetta transizione ecologica. Per accedere ai fondi il governo italiano ha predisposto un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), articolato in sei missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. L’Italia è il Paese che in Europa ha avuto il maggior numero di vittime per il Covid-19, come ricorda la premessa a firma del premier Mario Draghi del documento approvato; eppure, paradossalmente, nella ripartizione delle risorse l’ultima voce è la cenerentola della situazione con soli 15,63 miliardi, di cui 7 destinati a reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e i rimanenti 8,63 a innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale (Governo italiano, 2021). Una somma dunque complessivamente esigua, peraltro in parte a forte rischio – tanto per cambiare – di finire a finanziare la sanità privata.</p>



<p>La gestazione e messa a punto del PNRR ha attraversato due esecutivi: il secondo governo Conte e quello che lo ha poi seguito, retto da Mario Draghi e in carica dal 13 febbraio 2021. Tre le versioni in corso d’opera, per arrivare alla quarta, quella definitiva, dopo che a giugno 2021 la Commissione europea ne ha cassate alcune parti ambientalmente discutibili relative a investimenti per l’idrogeno prodotto da gas fossile, fortemente sostenuti da Eni.</p>



<p>L’associazione ReCommon ha dedicato un dettagliato report all’arrembaggio delle compagnie fossili ai fondi concessi all’Italia: “Multinazionali come Eni e Snam hanno letteralmente invaso i centri decisionali dello Stato, riuscendo, complice anche una mancanza di visione e politica industriale, ad abbindolare i governi con chimere e false soluzioni come l’idrogeno, la cattura dell’anidride carbonica e il biogas. Specchietti per le allodole dietro cui si cela il tentativo di prolungare la vita al gas e alle infrastrutture fossili”.</p>



<p>Tra il luglio 2020, data in cui il Recovery Plan è stato varato, e l’aprile 2021, in cui il PNRR italiano è stato trasmesso alla Commissione europea, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano. Eni è riuscita a far sì che le successive versioni del PNRR “collimassero sempre più con il suo piano industriale”. La pressione lobbistica, che “ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi”, ha avuto come obiettivo “non solo un consistente accesso alle risorse del Piano, ma anche lo smantellamento capillare di quei pochi strumenti legislativi a cui le comunità potevano ricorrere per opporsi ai progetti imposti sui loro territori” (ReCommon, 2021). Obiettivi sostanzialmente raggiunti, pur in parte ridimensionati dall’intervento correttivo della Commissione europea.</p>



<p>Il PNRR italiano, insomma, rimane interno alle logiche di politica economica basate sulla centralità delle misure di stimolo e sulla crescita, e al modello di sviluppo precedenti la pandemia, rimuovendo il fatto che quei modelli sono, anche, alla radice della stessa.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dall’introduzione del 19° Rapporto sui Diritti Globali, “Stato dell’impunità nel mondo. Un altro mondo è possibile”, Ediesse Edizioni, novembre 2021. Studio Promosso da Association Against Impunity and for Transitional Justice, Curato da Associazione Società INformazione Onlus, con la partecipazione di Cgil. Sergio Segio è il curatore del Rapporto. Qui i dettagli <a href="https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.dirittiglobali.it/19-rapporto-sui-diritti-globali-2021/</a>. Per i riferimenti bibliografici contenuti in questo estratto, vedi l’introduzione completa pubblicata nel Rapporto</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il virus della fame si moltiplica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-virus-della-fame-si-moltiplica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
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					<description><![CDATA[ll’inizio della pandemia le persone che vivono in condizioni di carestia è aumentato di sei volte: nel 2021, 20 milioni di persone in più sono state spinte all’estremo livello di insicurezza alimentare. Ricetta mortale di conflitto, Covid-19 e clima accelerano la fame nel mondo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Oxfam International</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dall’inizio della pandemia il numero di chi vive in condizioni di carestia è aumentato di sei volte: nel 2021, 20 milioni di persone in più sono state spinte all’estremo livello di insicurezza alimentare. Ricetta mortale di conflitto, Covid-19 e clima accelerano la fame nel mondo</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap"><br>A un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, le morti per fame stanno superando quelle per il virus. I conflitti in corso, combinati con le perturbazioni economiche della pandemia e una crisi climatica in aumento, hanno approfondito la povertà e la catastrofica insicurezza alimentare nei punti caldi della fame nel mondo, e stabilito roccaforti in nuovi epicentri.</p>



<p>L’anno scorso, Oxfam ha avvertito nel suo rapporto “The Hunger Virus” che la fame avrebbe potuto rivelarsi ancora più letale del Covid-19. Quest’anno, 20 milioni di persone in più sono state spinte all’estremo livello di insicurezza alimentare, raggiungendo un totale di 155 milioni di persone in 55 Paesi. </p>



<p>Dall’inizio della pandemia, il numero di persone che vivono in condizioni di carestia è aumentato di sei volte a più di 520.000. Quella che abbiamo visto come una crisi sanitaria globale si è rapidamente trasformata in una infiammata crisi di fame, che ha messo a nudo la cruda disuguaglianza nel nostro mondo. Il peggio deve ancora venire, a meno che i governi affrontino con urgenza l’insicurezza alimentare e le sue cause profonde. Oggi, 11 persone stanno probabilmente morendo ogni minuto per fame acuta legata alle tre C letali: il conflitto, il Covid-19 e la crisi climatica. Questo tasso supera l’attuale mortalità pandemica che è di 7 persone al minuto. Dall’inizio della pandemia il conflitto è stato il motore più grande della fame, il fattore primario, spingendo quasi 100 milioni di persone in 23 Paesi a livello di crisi o di peggiore insicurezza alimentare. Nonostante gli appelli per un cessate il fuoco globale per permettere al mondo di concentrare la propria attenzione sul combattere la pandemia, il conflitto è proseguito in gran parte senza sosta. Anche se i governi hanno dovuto trovare nuovi massicci flussi di risorse per combattere il Coronavirus, l’anno scorso la spesa militare globale è aumentata del 2,7% – l’equivalente di 51 miliardi di dollari – sufficiente per coprire sei volte e mezzo i 7,9 miliardi di dollari dell’appello umanitario ONU per la sicurezza alimentare. Le vendite di armi sono aumentate vertiginosamente in alcuni dei Paesi più martoriati dai conflitti e dalla fame; per esempio, il Mali ha aumentato i suoi acquisti di armi del 669% dall’escalation di violenza del 2012. </p>



<p>La ricaduta economica del Covid-19 è stata il secondo fattore chiave della crisi globale della fame: ha approfondito la povertà e mostrato la crescente disuguaglianza in tutto il mondo. Si stima che il numero di persone che vivono in estrema povertà raggiungerà i 745 milioni entro la fine del 2021, un aumento di 100 milioni dall’inizio della pandemia. Gruppi emarginati, specialmente le donne, gli sfollati e i lavoratori informali, sono stati colpiti più duramente. 2,7 miliardi di persone non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario pubblico per far fronte alla devastazione della pandemia. Nel frattempo, durante la pandemia i ricchi hanno continuato ad arricchirsi. Il patrimonio delle dieci persone più ricche (nove delle quali sono uomini) è aumentato di 413 miliardi di dollari nel 2020 – abbastanza per coprire più di undici volte l’appello umanitario delle Nazioni Unite per il 2021. </p>



<p>La crisi climatica è stata la terza causa significativa della fame globale. Quasi 400 disastri legati al clima, tra cui tempeste e inondazioni da record, hanno continuato a intensificarsi per milioni di persone in America centrale, nel sud-est asiatico e nel Corno d’Africa, dove le comunità erano già martoriate dagli effetti sulla povertà causati dal conflitto e dal Covid-19.</p>



<p>Questo breve rapporto esplora come il conflitto ininterrotto, gli shock economici peggiorati dalla pandemia, e l’escalation della crisi climatica hanno spinto ulteriori milioni di persone a livelli di fame estremi, e come questo numero continuerà ad aumentare a meno che non venga intrapresa un’azione urgente. </p>



<p>I punti caldi della fame estrema sono Afghanistan, Yemen, l’area del Sahel nell’Africa occidentale (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal), Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Sudan, Etiopia, Siria, Haiti e Venezuela: in questi Paesi, dove la crisi alimentare si stava già aggravando, un mix di ricadute alimentari causate dalla pandemia, dai conflitti e dalla crisi climatica hanno spinto oltre 48 milioni di persone nella crisi da fame (questa cifra non include il Venezuela, di cui non sono disponibili dati recenti affidabili). La fame si è intensificata anche nei punti caldi emergenti come il Brasile, l’India e il Sudafrica, che ha visto alcuni dei più forti aumenti di infezioni Covid-19 in parallelo con un’impennata della fame.</p>



<p>Porre fine alla fame è possibile. Le parti in guerra devono prima stipulare la pace, e i governi devono salvare vite ora, concentrare le loro risorse sulla protezione sociale e sui programmi che affrontano i bisogni di persone vulnerabili, piuttosto che su armi che perpetuano il conflitto e la fame. Risparmiare solo un giorno e mezzo della nostra spesa militare globale – l’equivalente di 8 miliardi di dollari – sarebbe sufficiente a finanziare l’intero appello delle Nazioni Unite per la sicurezza alimentare di emergenza (nell’aprile 2021 Oxfam e 400 Ong hanno chiesto ai leader mondiali di tagliare le spese militari di un giorno per coprire i 5,5 miliardi di dollari che il PAM dell’ONU e la FAO dicono essere urgentemente necessari per aiutare coloro che sperimentano i livelli più gravi di insicurezza alimentare; da allora la spesa militare è aumentata di 50 miliardi di dollari). </p>



<p>Per porre fine alla crisi della fame, i governi devono anche ricostruire un sistema più equo e sostenibile di economia globale, mentre si riprendono dalla pandemia. Devono affrontare i fattori chiave della fame e sradicare le disuguaglianze di fondo che aumentano il divario tra ricchi e poveri. Questo include il sostegno ai piccoli agricoltori per recuperare, e costruire, più equi e sostenibili sistemi alimentari. Per salvare vite umane ora e in futuro, i governi devono:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>finanziare pienamente l’appello delle Nazioni Unite sul programma umanitario e sostenere un fondo globale per la protezione sociale;</li><li>garantire l’accesso umanitario in zone di conflitto e la fine dell’uso della fame come arma di guerra;</li><li>forgiare la pace promuovendo la partecipazione e la leadership delle donne nella costruzione della pace;</li><li>costruire un ambiente più equo e più resiliente e sistemi alimentari più sostenibili;</li><li>garantire che le donne guidino la risposta alla pandemia e il recupero;</li><li>sostenere un vaccino popolare;</li><li>intraprendere azioni urgenti per affrontare la crisi climatica.</li></ul>



<h4 class="wp-block-heading">Le tre C letali che accelerano la fame </h4>



<p>Tre fattori di insicurezza alimentare – conflitto, shock economici aggravati principalmente dal Covid-19 e crisi climatica – hanno devastato le comunità di tutto il mondo, con i conflitti che sono rimasti il principale motore per tre anni consecutivi, anche durante la pandemia. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Conflitto </h4>



<p>Di fronte alla pandemia globale senza precedenti di Covid-19, l’ONU ha chiesto un cessate il fuoco nel marzo 2020. Tuttavia, il conflitto è andato avanti senza sosta ed è il principale motore della fame per quasi 100 milioni di persone in 23 Paesi – 22 milioni si sono aggiunte solo l’anno scorso. A livello globale, un record di 48 milioni di persone sono ora sfollati interni a causa del conflitto e della violenza. </p>



<p>Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Siria e Yemen – alcuni dei Paesi dove si trovano i peggiori focolai di fame nel mondo – sono tutti dilaniati dal conflitto. Più di 350.000 persone nella regione del Tigray, in Etiopia, secondo una recente analisi dell’IPC, tra maggio e giugno 2021 stanno vivendo condizioni simili alla carestia – il maggior numero di persone registrato in questo livello catastrofico di fame dalla Somalia del 2011, quando un quarto di milione di somali ha perso la vita per fame. In Tigray e aree circostanti, il 74% della popolazione dovrebbe dover affrontare una crisi o peggio, livelli di fame acuta, a partire da luglio 2021. </p>



<p>Nello Yemen, quasi un decennio di guerra ha spogliato le persone dei loro risparmi, lasciando molti senza risorse per comprare cibo. I blocchi e i conflitti hanno causato un aumento vertiginoso dei prezzi degli alimenti, con i prezzi aumentati di oltre il 100% dal 2016. Oltre 16 milioni di persone nello Yemen quest’anno dovranno affrontare livelli di crisi o di peggiore insicurezza alimentare. </p>



<p>Le donne e le ragazze sono colpite in modo sproporzionato dai conflitti e dalla fame. In genere affrontano pericoli straordinari per assicurarsi il cibo, eppure troppo spesso devono mangiare per ultime e mangiare meno. Conflitto e sfollamento hanno anche costretto le donne ad abbandonare il loro lavoro o a perdere la stagione della semina. Si trovano di fronte a scelte impossibili, come dover decidere tra l’andare al mercato e rischiare di essere aggredite fisicamente o sessualmente, o vedere le loro famiglie soffrire la fame. </p>



<p>Molti Paesi colpiti da conflitti sanno fin troppo bene che “la gente non sta solo morendo di fame, ma viene affamata” (Gabriela Bucher, “Conflitto e sicurezza alimentare”, Dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 11 marzo 2021). Le parti in guerra hanno intenzionalmente trasformato la fame in un’arma di guerra, quando privano di cibo e acqua i civili, impediscono il soccorso umanitario, bombardando i mercati, incendiando i raccolti e uccidono il bestiame. Nonostante il Consiglio di sicurezza dell’ONU abbia riconosciuto il legame tra fame e conflitto nella Risoluzione 2417, il blocco degli aiuti umanitari rimane una modalità comune in tutte le zone di conflitto del mondo, dove continuano gli attacchi ai civili, alle coltivazioni, al bestiame e alle riserve d’acqua, in gran parte impunemente. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Covid-19 e ricadute economiche </h4>



<p>A più di un anno e mezzo dopo che la pandemia di Coronavirus è stata dichiarata, l’economia ha registrato un declino causato dai lockdown e dalle chiusure delle frontiere, delle imprese e dei commerci che ha peggiorato la situazione per le persone più svantaggiate, e portato a un’impennata della fame. L’attività economica globale è diminuita del 3,5% e la povertà è aumentata del 16%. </p>



<p>In tutto il mondo, 33 milioni di lavoratori hanno perso la loro occupazione nel 2020. La pandemia ha portato a una disoccupazione di massa che causa 3,7 trilioni di dollari di perdita di reddito da lavoro – l’equivalente del 4,4% del Pil globale del 2019. Gli shock economici alimentati principalmente dalla pandemia hanno spinto alla fame oltre 40 milioni di persone in 17 Paesi – rispetto ai quasi 24 milioni dell’anno precedente. È un aumento di quasi il 70% e non tiene conto dei 3 miliardi di persone che non potevano permettersi una dieta sana anche prima della pandemia – una cifra che quest’anno probabilmente aumenterà. </p>



<p>A livello globale, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati di quasi il 40% dall’anno scorso, l’aumento più alto che si sia registrato in più di un decennio. È stato guidato da una maggiore domanda di biocarburanti, lockdown e chiusure di frontiere che continuano a interrompere i flussi alimentari. L’inflazione alimentare sta rendendo il cibo inaccessibile per molte persone, anche quando è disponibile. Questo è particolarmente vero per le persone in Paesi come lo Yemen o Haiti, che importano la maggior parte dei loro alimenti e non possono offrire sussidi, meccanismi di controllo dei prezzi o trasferimenti di denaro per aumentare il potere d’acquisto delle persone.</p>



<p>I prezzi più alti non hanno necessariamente generato maggiori profitti per i produttori di cibo, specialmente i piccoli agricoltori che non potevano permettersi di comprare semi e fertilizzanti o trasportare i loro prodotti ai mercati. Senza adeguate strutture di stoccaggio o accesso ai mercati, gli agricoltori sono stati costretti a vendere a qualsiasi prezzo, anche in perdita, o a vedere i loro raccolti marcire. Come risultato, l’88% degli agricoltori nigeriani intervistati lo scorso agosto ha indicato di aver perso metà del reddito durante la pandemia. Anche i lavoratori agricoli a giornata hanno perso il loro reddito, perché non erano in grado di raggiungere i campi. </p>



<p>La pandemia ha messo a nudo anche il più grande aumento della disuguaglianza da quando esiste il dato, ossia dall’inizio delle registrazioni statistiche. Mentre i piccoli produttori di cibo hanno perso il loro reddito, i ricavi delle dieci principali aziende produttrici di alimenti e bevande sono aumentati di quasi 10 miliardi di dollari dal 2019 al 2020. L’aumento di queste entrate aziendali, da sole, sarebbe stato più che sufficiente per pagare l’appello umanitario per la sicurezza alimentare per il 2021. </p>



<p>Inoltre, le persone più emarginate, tra cui le donne, i lavoratori informali, i poveri urbani e quelli che vivono in insediamenti informali, sono stati i più colpiti dalla pandemia. A livello globale, la perdita di lavoro per le donne è stata del 5% rispetto al 3,9% degli uomini, ed è costata almeno 800 miliardi di dollari di perdita di reddito nel 2020. Si stima che altre 47 milioni di donne in tutto il mondo cadranno in povertà estrema nel 2021. </p>



<p>Una lezione chiave della pandemia è che i programmi di protezione sociale per le persone in difficoltà – come il denaro o l’assistenza alimentare – sono strumenti importanti da usare per affrontare la fame. Tuttavia, globalmente più di quattro miliardi di persone, ovvero più della metà della popolazione mondiale, non avevano alcuna protezione nel 2020. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La disuguaglianza nei vaccini alimenta la fame </h4>



<p>L’ineguale distribuzione e accesso ai vaccini Covid-19 – in gran parte a causa dei monopoli delle compagnie farmaceutiche e dell’inazione dei Paesi ricchi – rallenteranno qualsiasi ripresa economica e rendono la fuga dalla fame e dalla povertà molto più difficile per milioni di persone in tutto il mondo. La Camera di Commercio Internazionale ha stimato che, a dati odierni, la disuguaglianza dei vaccini potrebbe costare al mondo circa 9,2 trilioni di dollari in perdite economiche, con emergenti punti caldi della fame come l’India, che perde potenzialmente fino a 786 miliardi di dollari o oltre il 27% del Pil. </p>



<p>Mentre i Paesi ricchi come gli Stati Uniti hanno visto la fame diminuire dall’avvio della campagna vaccinale, la pandemia continua a distruggere la vita e i mezzi di sussistenza di milioni di persone nei Paesi poveri. Oxfam ha calcolato che al tasso di vaccinazione attuale, i Paesi a basso reddito aspetterebbero 57 anni per vaccinare completamente le loro popolazioni. Il virus minaccia di causare altri 132 milioni di persone denutrite a causa della perdita di posti di lavoro, redditi distrutti e cattiva salute. Le persone che affrontano la fame e la malnutrizione sono anche più a rischio di contrarre malattie tra cui il Covid-19. </p>



<p>L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che sono necessarie 11 miliardi di dosi per vaccinare tutto il mondo a un livello del 70%, il punto in cui la trasmissione potrebbe essere significativamente colpita. A meno che i Paesi ricchi non smettano di tenere in ostaggio le ricette dei vaccini, il virus continuerà a imperversare in Paesi senza risorse sufficienti, mettendo a rischio milioni di vite e spingendone ancora di più sull’orlo del baratro. La soluzione sta nel fatto che tutti i governi si accordino urgentemente per un accordo temporaneo che deroghi le leggi sulla proprietà intellettuale sulle tecnologie sanitarie Covid-19, in modo che i produttori qualificati di tutto il mondo possano aumentare la produzione. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Clima </h4>



<p>Nel 2020, il mondo ha visto il record di 50 miliardi di dollari di danni causati da disastri climatici estremi (tra cui 6 miliardi di dollari nel solo Honduras); disastri esacerbati dal cambiamento climatico che sono stati il principale motore che ha spinto quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi a livelli di crisi alimentare. Nonostante questo, i governi hanno ritardato l’azione per affrontare la crisi climatica, per concentrarsi sulla pandemia. </p>



<p>Il riscaldamento globale sta aumentando la frequenza e l’intensità dei disastri legati al clima come tempeste, inondazioni e siccità. Gli ultimi sette anni sono stati i più caldi, con il 2020 che ha registrato il record. Annualmente, i disastri climatici sono più che triplicati dal 1980, con un evento meteorologico estremo attualmente registrato a settimana. </p>



<p>L’agricoltura e la produzione alimentare hanno sopportato il 63% dell’impatto di questi shock da crisi climatica, e sono i Paesi vulnerabili e le comunità povere che meno hanno contribuito al cambiamento climatico a esseri i più colpiti. Per esempio, nelle parti dell’India orientale colpite dal ciclone Amphan nel 2020, gli agricoltori hanno perso i loro raccolti e i pescatori hanno perso le loro barche, e quindi le loro principali fonti di reddito. </p>



<p>Allo stesso modo, l’anno scorso nell’Africa orientale cicloni più numerosi e più forti hanno contribuito a piaghe senza precedenti di locuste del deserto, che portano a un’importante interruzione dell’approvvigionamento alimentare che riduce la disponibilità e l’accessibilità del cibo per milioni di persone nel Corno d’Africa e nello Yemen.</p>



<p>La frequenza e l’intensità dei disastri causati dal clima eroderanno la capacità di resistere agli shock delle persone che già vivono in povertà. Ogni catastrofe li porta in una spirale verso il basso di crescente povertà e fame.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Rapporto Oxfam International, 9 luglio 2021, disponibile integralmente in inglese qui <a href="https://www.oxfam.org/en/research/hunger-virus-multiplies-deadly-recipe-conflict-Covid-19-and-climate-accelerate-world">https://www.oxfam.org/en/research/hunger-virus-multiplies-deadly-recipe-conflict-Covid-19-and-climate-accelerate-world</a>. In questo estratto non sono riportate le note a piè di pagina, relative alle fonti documentali dei dati inseriti nel rapporto, che si possono trovare nel testo completo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il popolo di Trump</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-popolo-di-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed 'etnicizzazione' della working class]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chi è il popolo di Trump? 74 milioni di voti alle ultime presidenziali, 12 milioni in più del 2016: se Trump se n’è andato chi l’ha votato è ancora lì e più numeroso. Viaggio nei fattori decisivi per la scelta del voto, tra livello di scolarizzazione ed &#8216;<em>etnicizzazione</em>&#8216; della working class</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Nonostante la sconfitta elettorale nelle presidenziali del 3 novembre scorso, l’America non ha abbandonato Trump: The Donald ha ottenuto 74 milioni di voti, 12 milioni in più del 2016 – il che fa di lui il candidato più votato nella storia americana, Joe Biden a parte. Il presidente uscente è riuscito a convincere più del 70% dei suoi elettori (1) che la presidenza gli sia stata sottratta con la frode, e le sue <em>truppe</em> hanno lottato con lui in tribunale, sui media e per le strade fino alla fine, quel 6 gennaio in cui fedelissimi sostenitori hanno preso d’assalto Capitol Hill per impedire che il Congresso ne certificasse la sconfitta. Durante la <em>transition</em> molto si è parlato del rifiuto di Trump di concedere la vittoria, della sua dipendenza dai social media, del suo equilibrio mentale sempre più in bilico, della nuova procedura di <em>impeachement </em>a seguito dei fatti del 6 gennaio, dell’America spaccata in due; ma quasi nessuno si è interrogato sul perché una metà degli americani continui a sostenerlo nel bene e nel male, contro ogni previsione e, a volte, anche contro il proprio interesse.</p>



<p>Dai dati finora disponibili (che non comprendono, purtroppo, un’analisi del voto postale, il cui peso, in questi tempi pandemici, è stato tutt’altro che marginale), le presidenziali del 2020 hanno finito per assomigliare molto a quelle del 2016, in palese controtendenza rispetto ai sondaggi pre-elettorali, tutti solidamente pro Biden. Lo conferma Charles H. Stewart, direttore e fondatore del MIT’s Election Data and Science Lab (2): “Ci sono stati lievi cambiamenti, ma […] molto meno drammatici di quanto ci hanno fatto credere i sondaggi. Semmai, alcune tendenze si sono rafforzate, come la prevalenza del voto <em>Dem</em> fra l’elettorato under 30. In tutti gli altri gruppi di età (30-44, 45-64, 65 e oltre) il divario fra i due contendenti è stato abbastanza ridotto”. Trump ha anche perso un po’ di appeal tra gli elettori a basso reddito, ma l’ex presidente, grazie alla sua politica fiscale, ha guadagnato tra gli elettori con redditi familiari superiori a 100.000 dollari l’anno. Pur non essendoci ancora prove concrete a riguardo, Stewart ritiene che l’aumento dell’affluenza alle urne, al livello più alto mai raggiunto storicamente (3) e determinante per il risultato finale, sia stato alimentato dal voto dei giovani e della comunità latina, due categorie che “storicamente sono state significativamente sotto-rappresentate nell’elettorato” e che hanno scelto in massima parte Biden (con l’eccezione dei giovani maschi bianchi, sostenitori di Donald Trump). Per il resto, poco o nulla è cambiato dal novembre 2016, quando gli USA hanno decretato il successo del presidente più antipolitico della storia americana.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il voto del 2016</h4>



<p>Una delle più grandi sfide che devono affrontare coloro che cercano di capire le elezioni americane è stabilire un ritratto accurato dell’elettorato statunitense e delle sue scelte. Ottenere dati precisi è difficile per tutta una serie di ragioni (fra cui la poca affidabilità degli exit poll), ma il Pew Research Center (un think tank americano apartitico con sede a Washington D.C. che fornisce dati su questioni sociali, opinione pubblica e tendenze demografiche negli Stati Uniti e nel resto del mondo) è riuscito nel 2018 ad arginare il problema introducendo un nuovo approccio, che combina, attraverso una metodologia statistica, i membri del suo panel di ricerca (il <em>National Representative American Trends Panel</em>) con i file degli elettori (che le autorità amministrative rendono disponibili alcuni mesi dopo il voto). Il Pew ha così ottenuto un gruppo di “elettori verificati”, le cui preferenze di voto nel complesso rispecchiano molto da vicino i risultati delle elezioni (4). Intervistando questi elettori verificati è stato possibile realizzare l’analisi più precisa (almeno fino a oggi) delle preferenze di voto in una elezione presidenziale, e la ricerca è divenuta la fonte più attendibile (e più citata) della nuova geografia elettorale USA.</p>



<p>Fra i fattori che sono emersi come fortemente correlati alle decisioni di voto alcuni sono noti da tempo (per esempio l’etnia), altri sono meno intuitivi (per esempio il grado di scolarizzazione). Complessivamente, i bianchi con un’istruzione universitaria di quattro anni o più costituivano il 30% di tutti gli elettori convalidati. Tra questi, il 55% ha detto di aver votato per la Clinton e il 38% per Trump. Ma nel gruppo molto più grande di elettori bianchi che <em>non</em> hanno completato il college (il 44% di tutti gli elettori), Trump ha conquistato il 64% dei voti e la Clinton il 28%: una vittoria schiacciante. Lo spostamento del voto della <em>working class</em> bianca dai candidati democratici a quelli del GOP (acronimo di Good Old Party, come viene chiamato il partito repubblicano USA) ha rappresentato la tendenza politica più importante emersa dalle elezioni presidenziali 2016.</p>



<p>Per quanto riguarda invece le preferenze raggruppate per sesso, età e stato civile, le donne hanno in maggioranza votato Clinton (il 54%, contro il 41% fra gli uomini) e il divario di genere è stato particolarmente significativo tra gli elettori convalidati più giovani di 50 anni, dove la Clinton ha ottenuto il 63% delle preferenze femminili contro il 43% di quelle maschili. Di conseguenza, il voto maschile è sostanzialmente pro Trump. Tra gli elettori sposati (il 52% del campione) Trump ha ottenuto una maggioranza del 55%; fra gli elettori non sposati la situazione si è ribaltata, favorendo la Clinton con il 58% dei voti. Nel 2016, solo il 13% degli elettori convalidati aveva meno di 30 anni, ma questa fascia d’età ha preferito decisamente la Clinton rispetto a Trump (con un margine di 58% a 28%, mentre il 14% ha sostenuto uno dei candidati terzi). Tra gli elettori dai 30 ai 49 anni, il 51% ha sostenuto Clinton, mentre Trump ha vinto tra gli elettori dai 50 ai 64 anni (51% a 45%) e fra quelli dai 65 anni in su (53% a 44%). Quindi le donne, i single e i giovani votano in maggioranza Dem, mentre le famiglie e gli anziani votano Trump.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="363" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg" alt="" class="wp-image-4873" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/05/polemos-voto-Trump-immagine-300x182.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Dobbiamo notare, tuttavia, che anche nel 2016, così come accade di solito negli USA, le scelte degli elettori e l’affiliazione al partito sono stati quasi sinonimi. Gli elettori repubblicani convalidati hanno riferito di aver scelto Trump con un margine di 92% a 4%, mentre i democratici hanno sostenuto la Clinton con un 94% a 5%. Il circa un terzo (34%) dell’elettorato che si è identificato come indipendente ha diviso i suoi voti in modo quasi equo (43% Trump, 42% Clinton).</p>



<p>Analogamente, il voto del 2016 è stato fortemente correlato alla coerenza ideologica. Collocando gli intervistati in cinque categorie che vanno da “coerentemente conservatore” a “coerentemente liberale” sulla base di una scala composta da dieci valori politici (di cui fanno parte per esempio le opinioni sull’etnia, l’omosessualità, l’ambiente, la politica estera e la rete di sicurezza sociale), praticamente tutti gli elettori convalidati con valori coerentemente liberali hanno votato per Clinton (95%), mentre quasi tutti quelli con valori coerentemente conservatori hanno scelto Trump (98%). Coloro che avevano opinioni conservatrici sulla maggior parte dei valori politici (“prevalentemente conservatori”) hanno favorito Trump (87% a 7%), mentre la Clinton ha vinto, ma in misura meno schiacciante, fra i “prevalentemente liberali” (78%-13%). Fra gli elettori con un profilo ideologico misto (un terzo del totale), vince di misura Trump (48%).</p>



<p>Gli elettori americani storicamente sono nettamente divisi lungo le linee religiose, e questo si è mantenuto costante anche nel 2016. I protestanti costituivano circa la metà dell’elettorato e hanno riferito di aver votato per Trump rispetto alla Clinton con un margine di 56% a 39%. I cattolici erano più equamente divisi: il 52% ha riferito di aver votato per Trump, mentre il 44% ha detto di sostenere la Clinton; tuttavia, i cattolici bianchi non ispanici hanno sostenuto Trump con un rapporto di circa due a uno (64% a 31%), mentre i cattolici ispanici hanno nettamente favorito la Clinton con uno schiacciante 78%. Fra coloro non affiliati alla religione – atei, agnostici e quanti hanno detto che per loro la religione non è “niente di particolare” – una decisa maggioranza ha dichiarato di aver votato per Clinton (65%).</p>



<p>All’interno della tradizione protestante, gli elettori si sono spaccati a seconda dell’etnia: i protestanti evangelici bianchi, a cui appartengono un elettore su cinque, sono stati costantemente tra i più forti sostenitori dei candidati repubblicani e hanno sostenuto Trump con un margine di 77% a 16% (e questo dato è quasi identico al vantaggio di 78% a 16% che Mitt Romney aveva su Barack Obama tra gli evangelici bianchi nei sondaggi del Pew Research Center alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012). Tra i bianchi affiliati al protestantesimo principale – chiese episcopali, presbiteriane, metodiste e luterane – che rappresentano il 15% degli elettori in generale, il 57% ha detto di aver votato per Trump e il 37% ha riferito di aver votato per Clinton. Clinton ha tuttavia vinto in modo schiacciante tra i protestanti neri (96% contro il 3% per Trump).</p>



<p>Infine, per quanto riguarda la distinzione in base al reddito, i democratici vincono sia tra gli elettori con i redditi più alti che tra quelli con i redditi più bassi. Gli elettori che riportano redditi familiari annuali uguali o superiori a 150.000 dollari hanno votato il partito democratico, con un margine di 59% a 39%; come pure gli elettori all’altro estremo, quelli con un reddito inferiore ai 30.000 (62% a 34%). Viceversa, gli elettori con redditi compresi fra 30.000 e i 74.999 dollari hanno scelto in maggioranza il Partito Repubblicano (54% a 44%).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Profili demografici e politici degli elettori USA</h4>



<p>Come è facile immaginare, le coalizioni che hanno sostenuto i due candidati nella corsa alle presidenziali sono molto diverse fra loro. Queste differenze rispecchiano gli ampi cambiamenti avvenuti nelle composizioni dei due partiti, che sono oggi più dissimili, dal punto di vista demografico, di quanto sia mai accaduto negli ultimi due decenni. La coalizione democratica raccoglie il voto femminile (61% alla Clinton); gli elettori giovani (il 48% degli elettori Dem ha meno di 50 anni); i cittadini con un alto grado di istruzione (il 43% sono almeno laureati); e circa un terzo degli elettori (il 32%) che vive in un contesto urbano. Viceversa, la coalizione GOP è molto più semplice da definire dal punto di vista demografico: i bianchi costituiscono quasi 9 su 10 sostenitori di Trump (88%); di questi, il 63% non ha un diploma di laurea e il 35% abita in una zona rurale.</p>



<p>Si delineano quindi tre punti fondamentali di discontinuità fra l’elettorato Democratico e Repubblicano statunitense: l’etnia, il livello di scolarizzazione e la zona geografica di appartenenza. Queste differenze sostanziali sono alla base delle divisioni profonde che scuotono oggi gli USA e vedono scontrasti in blocchi contrapposti i bianchi contro i neri, le persone ben istruite contro coloro che hanno a disposizione un’istruzione solo di base e gli Stati rurali contro quelli delle fasce costiere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La working class: ‘etnicizzare’ la situazione economica</h4>



<p>Chi sono gli elettori della <em>working class bianca</em> che costituisce il bacino elettorale più importante di Trump, la cosiddetta ‘base’? Negli USA, i cittadini bianchi senza un’istruzione superiore (<em>college degree</em>) sono spesso chiamati ‘classe operaia’, ma questa etichetta viene usata in modo piuttosto semplicistico. In realtà, la base trumpiana non è composta tanto da ‘colletti blu’, cioè da operai e lavoratori edili, quanto da un mix socioeconomico definito <em>sia</em> dai livelli di reddito, <em>sia</em> dai livelli di istruzione, e cioè da coloro che non hanno un diploma di laurea e che hanno un reddito familiare annuo inferiore alla mediana USA (5). Comprende anche i proprietari di piccole imprese e coloro che lavorano nei servizi, spesso con profili impiegatizi (i cosiddetti ‘colletti bianchi’), e le donne che lavorano, per esempio, nel settore sanitario e nella cura della persona (i cosiddetti ‘colletti rosa’). </p>



<p>In effetti, nel 2016 Trump non ha guadagnato la sua quota maggiore di voti tra i bianchi più poveri d’America, ma tra quelli della ‘classe media’ (un’etichetta <em>catch-all</em> usata per descrivere tutti coloro che si collocano tra i ricchi e chi vive sotto la soglia di povertà). Secondo <em>Identity Crisis: the 2016 Presidential Campaign and the Battle for the Meaning of America</em> (autori John Sides, Michael Tesler e Lynn Vavreck), un libro ampiamente lodato sulle elezioni del 2016, Trump avrebbe “etnicizzato” la situazione economica (<em>racialised economics</em>) promuovendo con successo presso gli americani bianchi “the belief that undeserving groups are getting ahead while your group is left behind”, cioè la convinzione che i gruppi etnici meno meritevoli stessero migliorando il proprio status mentre i bianchi venivano lasciati indietro. Così, nel 2016, sono stati gli elettori bianchi a infilare Trump nello studio ovale, con un sonoro 54% contro il 39% della Clinton, e le prime stime del voto 2020 (sebbene ancora incomplete o parzialmente inesatte) mostrano che The Donald ha addirittura migliorato la sua performance conquistando il 57% dell’elettorato bianco (<em>versus</em> il 42% ottenuto da Joe Biden). Lo conferma un sondaggio condotto da Edison Research per il National Election Pool, che ha intervistato 15.590 elettori all’uscita dal seggio o per telefono (nel caso di voto postale) (6).</p>



<p>I bianchi sono sempre stati la chiave del successo di Donald Trump: nonostante i suoi guadagni nel 2020 anche tra gli elettori di colore e i latini, la base di Trump è sempre stata la gente bianca. E poiché gli elettori bianchi costituiscono la maggioranza dell’elettorato – il 65% secondo Edison Research – essi costituiscono di gran lunga il blocco più grande che lo sostiene.</p>



<p>Fra loro ci sono i bianchi completamente allineati con Trump, quelli che votano per la <em>whiteness</em> (la <em>bianchezza</em>) indipendentemente dallo status socioeconomico o dal livello di istruzione che hanno raggiunto, come i gruppi suprematisti bianchi, ma ce ne sono altri che sono disposti a ignorare qualche aspetto sgradevole della politica trumpiana in favore della sua posizione sulle questioni che li riguardano più da vicino. Per esempio, ci possono essere elettori che non sono d’accordo con la retorica razzista di Trump, ma non se ne preoccupano perché sono antiabortisti oppure favorevoli alle armi e contro le tasse per i super ricchi, e “possono essere in grado di distogliere convenientemente lo sguardo dalle sue politiche di separazione dei figli degli immigrati [dai genitori] perché amano la sua promessa di mettere l’America al primo posto. Invece di affrontare il motivo per cui le proteste antirazziste sono scoppiate nei piccoli paesi e nelle città di tutta la nazione, vogliono solo che le cose tornino alla normalità. A loro, <em>law and order</em> sembra una buona soluzione” (7).</p>



<p>Le donne bianche sembrano aver sostenuto Trump in numero simile o addirittura maggiore nelle ultime elezioni rispetto al 2016. Il 55% delle elettrici bianche ha votato per Trump, secondo gli exit poll di Edison Research, mentre il 43% ha votato per Biden. Il sostegno delle donne bianche per Trump ha un precedente storico: esse sono state a lungo in grado di ottenere potere in una società sessista alleandosi con la supremazia bianca. Come la storica Stephanie Jones-Rogers ha dichiarato nel 2018, “le ragazze e le donne bianche sono state in grado di esercitare il potere in questa nazione, dai suoi inizi coloniali, a causa della loro <em>whiteness</em>”, riferendosi al fatto che pur non avendo gli stessi diritti degli uomini bianchi (per esempio il diritto di voto), le donne bianche avevano il diritto di comprare e vendere schiavi (8).</p>



<p>Secondo i dati degli exit poll analizzati dal Center for Information &amp; Research on Civic Learning and Engagement, anche nel gruppo degli elettori giovani (fra i 18 e i 29 anni), i bianchi sono stati i più propensi a sostenere Trump, con il 43% delle preferenze contro il 9% ottenuto fra i giovani elettori neri, il 13% fra i giovani elettori asiatici e il 21% fra giovani elettori latini.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro del voto americano</h4>



<p>Joe Biden ha fatto di tutto per rosicchiare qualche voto dalla base di Donald Trump: ha descritto la corsa presidenziale come “Scranton contro Park Avenue” (il luogo di nascita dei due contendenti), per sottolineare la sua appartenenza alla <em>middle class</em>. Ha urlato contro i tagli alle tasse per i miliardari. Ha dichiarato con orgoglio che con lui sarebbe stato un laureato in un’università statale, non un altro <em>Ivy Leaguer</em>, a sedere nello Studio Ovale. Ha adottato una linea populista in economia. E Biden ha vinto, alla fine, ma gli elettori bianchi senza titolo di studio sono rimasti fedele all’ex presidente, in barba ai sondaggi pre-elettorali (9). Le vittorie democratiche negli <em>swinging States</em> sono arrivate grazie al crescente sostegno dei sobborghi benestanti intorno ad Atlanta, Philadelphia e Detroit, dove Biden ha ampliato i suoi margini in una nuova roccaforte Democratica: gli elettori bianchi con un diploma di studio superiore. “Il fattore più importante uscito da queste elezioni è che la polarizzazione del voto rispetto al livello di istruzione in realtà è aumentata, piuttosto che diminuire come i sondaggi avevano previsto” ha detto David Shor, sondaggista Democratico. “[I Democratici] nonostante gli sforzi hanno fondamentalmente fallito nelle aree meno istruite e hanno guadagnato molto nelle aree istruite”, e anche se il nuovo presidente ha battuto Trump nel voto popolare per più di 6 milioni di voti, il futuro rema contro i democratici, perché Biden ha già cominciato a perdere voti (rispetto alla Clinton) sia fra gli elettori neri (-4%) sia, in misura maggiore, fra gli elettori ispanici (-7%, e Trump ha migliorato i suoi margini in 78 delle 100 contee a maggioranza latina).</p>



<p>Per anni, i Democratici hanno espresso fiducia nel fatto che l’elettorato sempre più vario e meno bianco del Paese avrebbe dato loro un vantaggio a lungo termine sui Repubblicani. Ma Shor (che ha lavorato per Obama nel 2012), racconta un’altra verità: dal momento che i collegi elettorali e la rappresentanza in Senato sono ‘distorti’ a favore degli Stati meno popolati dove dominano i Repubblicani (10), “ai Democratici serve il 54% del voto popolare per i prossimi sei anni per mantenere il controllo di Camera e Senato”, e di conseguenza i Dem devono iniziare a vincere negli Stati rurali e prevalentemente bianchi come l’Iowa e il Montana.</p>



<p>La quota di elettori bianchi senza titolo di studio che vota Democratico ha iniziato a diminuire dagli anni ‘60, durante l’era delle lotte per i diritti civili, quando i Democratici hanno perso il loro appeal nel profondo sud, ma il divario fra il voto delle aree rurali e quello dei centri urbani ha raggiunto nuove vette nel 2016, dopo che Trump ha vinto con una campagna basata sulla linea dura contro l’immigrazione illegale. Oggi in America “gli elettori si riconoscono di più nel partito con cui condividono opinioni sociali e culturali piuttosto che necessariamente opinioni di politica economica”, dice Matt Grossman, responsabile dell’<em>Institute for Public Policy and So</em><em>cial Research </em>alla Michigan State University, “e la stessa tendenza si ritrova nelle nazioni europee”. Con il suo marchio di populismo <em>culturale</em>, non economico, Trump ha alimentato le paure dei bianchi per le proteste razziali che sono scoppiate nelle città; ha spinto per “legge e ordine” durante la campagna; ha criticato pesantemente il movimento Black Lives Matter e ha accusato i Democratici di essere morbidi contro la violenza nera e di schierarsi contro la polizia. Ha avvertito che Biden avrebbe trasformato gli Stati Uniti in un Paese “socialista” e ha accusato i Democratici di voler cancellare il Secondo emendamento, che garantisce il diritto di possedere armi.</p>



<p>Secondo alcuni, come William Frey, autore di <em>Di</em><em>versity Explosion: How New Racial Demographics are</em><em> Remaking America</em>, l’<em>educational divide </em>rappresenterebbe un vantaggio, non uno svantaggio per i Democratici, perché la popolazione dei sobborghi e delle aree urbane, i giovani, le persone di colore e i bianchi con un’istruzione superiore sono tutti gruppi demografici in crescita, mentre gli uomini anziani, bianchi e non istruiti sono una popolazione in declino, specialmente nelle aree rurali, e questo blocco di voto sta diventando più piccolo a ogni tornata elettorale: “[I Repubblicani] stanno ancora abbracciando parti della popolazione in crescita lenta piuttosto che parti della popolazione in più rapida crescita” (11).</p>



<p>Secondo altri analisti politici, come Robert Griffin, direttore di ricerca per il <em>Democracy Fund Voter Study Group</em>, la polarizzazione dell’elettorato rispetto al grado di istruzione rappresenta nel contempo sia un vantaggio che uno svantaggio per entrambi i partiti. Dal punto di vista Repubblicano, la maggior parte degli adulti è priva di titolo di studio. Gli elettori bianchi senza laurea costituivano il 44% degli elettori nel 2016, e poiché questo gruppo è uniformemente distribuito geograficamente in tutto il Paese, i Repubblicani ne beneficiano in termini di rappresentanza nel collegio elettorale, al Senato e alla Camera. D’altra parte gli USA stanno diventando sempre più diversificati rispetto all’etnia e all’istruzione, e la quota di elettori bianchi senza istruzione superiore scende da 2 a 4 punti percentuali ogni anno.</p>



<p>Ma non tutti nel Partito Democratico sono così fiduciosi: Andrew Yang, imprenditore e politico, candidato sindaco Democratico per New York nel 2021, ha un’opinione diversa: “C’è qualcosa di profondamente sbagliato se gli americani della <em>working class</em> non votano un grande partito che teoricamente dovrebbe lottare per loro. Quindi dovete chiedervi: cosa rappresenta il Partito Democratico nelle loro menti? E nelle loro menti, il Partito Democratico, sfortunatamente, rappresenta le élite urbane costiere che sono più preoccupate di sorvegliare le varie questioni culturali che di migliorare lo stile di vita [della <em>working class</em>] che è in declino da anni” (12). Andrew Yang ha perfettamente ragione: basta rivedere il video dell’<em>Inauguration Day</em> del 20 gennaio scorso e prestare attenzione agli artisti che sono stati invitati a celebrarlo, per capire chi e cosa rappresenti oggi Joe Biden. Lady Gaga, dell’Upper West side di Manhattan, vestita in Schiapparelli Haute Couture, canta l’inno americano; Jennifer Lopez, latina del Bronx, in Chanel dalla testa ai piedi, canta <em>This</em><em> land is your land</em>; Amanda Gorman, poetessa afroamericana giovane e bellissima di Los Angeles, recita <em>The Hill We Climb</em> avvolta nel suo cappottino Prada – casualmente, tutte e tre sono anche cattoliche come il nuovo presidente. Non è sorprendente che la <em>working class</em> vada da tutt’altra parte.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’<em>education divide</em> e la <em>whiteness</em></h4>



<p>Il sistema educativo degli Stati Uniti è uno dei più diseguali nel mondo industrializzato, e gli studenti ricevono di norma opportunità di apprendimento drammaticamente diverse in base al loro <em>status</em> sociale. In contrasto con le nazioni europee e asiatiche che finanziano le scuole in modo centralizzato, il 10% più ricco dei distretti scolastici <em>pubblici</em> statunitensi spende quasi 10 volte di più del 10% più povero (13). In <em>A century of educational inequality in the United States</em>, Michelle Jackson e Brian Holzman della National Academy of Sciences of the United States of America hanno analizzato tutte le serie storiche di dati disponibili dal 1908 al 1995, dimostrando che le disuguaglianze nell’accesso a un’istruzione di qualità si sono sempre mosse di pari passo con le diseguaglianze di reddito (tranne durante la guerra del Vietnam, che ha penalizzato in modo maggiore i livelli di istruzione maschile) (14), il che significa non solo che sistemi iniqui di finanziamento scolastico infliggono un danno sproporzionato alle minoranze e agli studenti economicamente svantaggiati, ma che il sistema scolastico statunitense ha cancellato la mobilità sociale, l’essenza stessa dell’<em>American Dream</em>.</p>



<p>Su una base interstatale, queste generazioni di studenti sono concentrate principalmente negli Stati del Sud, che hanno le più basse capacità di finanziare l’istruzione pubblica, mentre su base intra-statale, molti degli Stati con le più ampie disparità nelle spese educative sono i grandi Stati industriali, fra cui Alabama, Arkansas, Illinois, Indiana, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Michigan, Mississippi, North Carolina, Ohio, Oregon, Pennsylvania, South Carolina, Texas e Wisconsin. Inoltre, in diversi Stati gli studenti economicamente svantaggiati, bianchi e neri, sono concentrati nei distretti rurali. E questa, certo non a caso, è esattamente (o quasi) la geografia del voto per Trump.</p>



<p>I risultati finali di queste disuguaglianze educative sono sempre più tragici. Oggi più che mai nella storia degli USA, l’istruzione non è solo il biglietto per il successo economico, ma anche per la sopravvivenza di base. Mentre vent’anni fa chi abbandonava la scuola superiore aveva due possibilità su tre di trovare un lavoro, oggi ne ha meno di una su tre, e il lavoro che riesce a trovare paga meno della metà di allora. Chi non ha successo a scuola diventa parte di una crescente sottoclasse isolata dalla società produttiva. Inoltre, i giovani e gli adulti della <em>working class</em>, preparati per lavori che stanno scomparendo, vacillano sull’orlo della mobilità sociale verso il basso. Poiché l’economia non può più assorbire molti lavoratori non qualificati a salari decenti, la mancanza di istruzione è sempre più legata al crimine e alla dipendenza dal welfare (15). E se le condizioni delle minoranze di colore sono oggetto di interesse e preoccupazione e di politiche antidiscriminazione (certo in virtù del loro peso crescente nel sistema elettorale), i poveri bianchi sono in larga parte abbandonati a loro stessi, con la <em>whiteness</em> come unico motivo di orgoglio, quella <em>whiteness </em>che un tempo assicurava uno <em>status</em> e una vita dignitosa e che ora non serve più a niente.</p>



<p>In un’intervista a Le Figaro, lo scrittore e filosofo francese Pascal Bruckner analizza il successo delle teorie indigeniste e decoloniali di matrice statunitense, cioè le teorie americane del genere, della razza e dell’identità, che riconducono tutta la storia umana a queste tre dimensioni e che in sostanza descrivono l’uomo bianco come il responsabile di tutti i mali del mondo (16). Secondo Bruckner, nelle università e nei media sarebbe in atto “una vasta opera di rieducazione che esige che coloro che definiamo bianchi rinneghino se stessi […] L’odio del bianco è innanzitutto un odio di sé da parte del bianco privilegiato. Una sorta di spettacolare autoflagellazione nella quale egli compete con altri a chi si fustiga più violentemente”. Trump, per il maschio bianco americano, è l’emblema del contrario: egli ha in sé la sua ragione d’essere, non chiede scusa nemmeno quando sbaglia, e soprattutto non concede quando perde. Non stupisce che i suoi elettori più fedeli siano disposti a mettere a ferro e fuoco Washington per garantirgli un nuovo mandato. Lui li chiama ‘patrioti’, non ‘perdenti’, e restituisce loro quella dignità che hanno perso fra le macerie del sogno americano.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/">https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/19/which-republicans-think-election-was-stolen-those-who-hate-democrats-dont-mind-white-nationalists/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump">https://www.theguardian.com/us-news/2020/nov/05/us-election-demographics-race-gender-age-biden-trump</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.statista.com/statistics/1140011/number-votes-cast-us-presidential-elections/</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pewresearch.org/politics/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>5)</em><strong> </strong>La mediana è un valore statisticamente diversa dalla media: secondo il Census Bureau, nel 2016 il reddito familiare annuo mediano era di quasi 60.000 dollari, ma il valore cambia da uno Stato all’altro </p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html" target="_blank">https://www.nytimes.com/interactive/2020/11/03/us/elections/exit-polls-president.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7)</em><strong></strong> Cfr. <a href="https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020">https://www.vox.com/2020/11/7/21551364/white-trump-voters-2020</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. <a href="https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619">https://www.vox.com/2019/8/19/20807633/slavery-white-women-stephanie-jones-rogers-1619</a></p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10)</em><strong> </strong>Il sistema americano funziona, come è noto, sul sistema dei Grandi elettori: sono gli Stati, e non il popolo, a eleggere il Presidente. Questo significa che tutti gli Stati hanno diritto a una rappresentanza, a prescindere dal numero dei loro abitanti: di conseguenza, gli Stati meno popolati vengono in qualche modo ‘favoriti’ dalla costituzione a svantaggio degli Stati costieri </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/" target="_blank">https://eu.usatoday.com/story/news/politics/elections/2020/11/24/education-divide-deepens-democrats-worry-future-power/6325025002/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong><em> </em></strong><em></em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/" target="_blank">https://www.brookings.edu/articles/unequal-opportunity-race-and-education/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong><em> </em></strong>Cfr. <a href="https://www.pnas.org/content/117/32/19108" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.pnas.org/content/117/32/19108</a></p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. <em>Inequality in Teaching and Schooling: How Opportunity Is Rationed to Students of Color in America</em>, Linda Darling-Hammond, Stanford University School of Education <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/" target="_blank">https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK223640/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>16) </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1" target="_blank">https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/27/news/leading_european_newspaper_alliance_le_figaro_il_capro_espiatorio_bianco_razzismo-284256898/?ref=RHTP-BH-I284452578-P9-S3-T1</a> </p>
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		<title>Il virus della disuguaglianza *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-virus-della-disuguaglianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
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					<description><![CDATA[L’accusa di Oxfam International: “La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Oxfam International</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’accusa di Oxfam International: “La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua”</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La crisi del coronavirus si è abbattuta su un mondo già estremamente disuguale. Un mondo in cui uno sparuto gruppo di oltre 2.000 miliardari possedeva più ricchezza di quanta non ne potesse spendere in un migliaio di vite; un mondo in cui quasi metà dell’umanità era costretta a sopravvivere con meno di 5,50 dollari al giorno. Un mondo in cui, in 40 anni, la quota del surplus di reddito andata all’1% più ricco era oltre il doppio di quella fluita alla metà più povera della popolazione globale e in cui, negli ultimi 25 anni, lo stesso 1% più ricco ha bruciato il doppio di carbone rispetto al 50% più povero, acuendo l’attuale crisi climatica e ambientale. Un mondo in cui il crescente divario tra ricchi e poveri ha alimentato e aggravato antiche disuguaglianze di genere e razza.</p>



<p>La disuguaglianza è il prodotto di un sistema economico distorto e improntato allo sfruttamento, le cui radici affondano nei principi neoliberisti e nel condizionamento della politica da parte delle élite. Ha sfruttato ed esacerbato sistemi basati su disuguaglianza e oppressione croniche, ossia il patriarcato e il razzismo strutturale radicati nella supremazia bianca. Questi sistemi sono le cause primarie dell’ingiustizia e della povertà: generano enormi profitti, accumulati nelle mani di un’élite patriarcale bianca, sfruttando persone che vivono in povertà, donne e comunità razzializzate e storicamente emarginate e oppresse in tutto il mondo. La disuguaglianza fa sì che vi siano più malati e meno persone istruite che vivono una vita felice e dignitosa; avvelena la politica, alimenta l’estremismo e il razzismo, ostacola la lotta alla povertà, condanna molte più persone alla paura e lascia a poche la speranza.</p>



<p>Quest’estrema disuguaglianza significa che miliardi di persone vivevano già al limite delle proprie possibilità quando è scoppiata la pandemia: non avevano né risorse né alcuna forma di sostegno per resistere alla tempesta economica e sociale che essa ha creato. Oltre tre miliardi di persone non avevano accesso all’assistenza sanitaria, tre quarti di tutti i lavoratori non avevano accesso a forme di protezione sociale come il sussidio di disoccupazione o l’indennità di malattia, e nei Paesi a basso e medio-basso reddito oltre la metà degli occupati si trovava in condizione di povertà lavorativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dall’inizio della pandemia i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri</h4>



<p>Nei primi mesi della pandemia il mercato azionario ha subìto un crollo che ha causato una drastica riduzione della ricchezza finanziaria dei miliardari. Questa battuta d’arresto è stata però di breve durata: nel giro di nove mesi i 1.000 miliardari più ricchi, principalmente uomini e bianchi, hanno recuperato tutta la ricchezza che avevano perso. I governi hanno fornito alle proprie economie un sostegno senza precedenti e il mercato azionario è tornato a espandersi, facendo lievitare i patrimoni miliardari anche mentre l’economia reale si trovava ad affrontare la più profonda recessione da un secolo a questa parte. Dopo la crisi finanziaria del 2008 sono stati necessari cinque anni affinché la ricchezza dei miliardari tornasse ai livelli pre-crisi. A livello mondiale, tra il 18 marzo e il 31 dicembre 2020 la ricchezza dei miliardari ha registrato un’impennata di ben 3.900 miliardi di dollari arrivando a toccare quota 11.950 miliardi. Tale cifra è pari a quella spesa dai governi del G20 in risposta alla pandemia. Il patrimonio dei 10 miliardari più ricchi al mondo è complessivamente aumentato di 540 miliardi di dollari nei nove mesi presi in esame.</p>



<p>A seguito del blocco dei voli commerciali, in tutto il mondo sono aumentate a dismisura le vendite di jet privati. Mentre il Libano si trova ad affrontare una vera e propria implosione economica, i suoi super-ricchi vanno a rilassarsi in località di montagna. Qualsiasi Paese si prenda in esame, sono sempre i più abbienti a essere meno colpiti dalla pandemia e a recuperare più velocemente i propri livelli di ricchezza; rimangono però tra i maggiori responsabili delle emissioni di carbonio e contribuiscono in maniera più incisiva alla crisi climatica.</p>



<p>Tutto ciò accade mentre il mondo è colpito dal più grande shock economico dopo la Grande Depressione e centinaia di milioni di persone perdono il lavoro e affrontano la miseria e la fame a causa della pandemia. Questo shock è destinato a invertire il trend decrescente della povertà globale a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Si stima che nel 2020 l’aumento del numero totale di persone che vivono in povertà potrebbe essersi attestato tra 200 e 500 milioni. Ci vorranno oltre dieci anni perché il numero di persone che vivono in povertà possa tornare al livello precedente la crisi.</p>



<p>La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Vivono con una somma giornaliera che va da 2 a 10 dollari, affittano due stanze in uno slum per la loro famiglia, prima della crisi riuscivano a tirare avanti e cominciavano a sognare un futuro migliore per i propri figli. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua.</p>



<p>Di fronte a tali sofferenze è assolutamente assurdo, sia dal punto di vista logico che morale che economico, permettere che i miliardari traggano vantaggio dalla crisi. Le loro crescenti ricchezze dovrebbero invece essere usate per combattere la crisi e per salvare milioni di vite e garantire fonti di sostentamento a miliardi di persone.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Con la pandemia la disuguaglianza potrebbe aumentare come mai prima d’ora</h4>



<p>Anche se è troppo presto per avere un quadro completo della situazione, la maggior parte degli studi iniziali suggerisce che la disuguaglianza possa essere aumentata in modo significativo. Questo punto di vista è supportato dal sondaggio condotto da Oxfam tra 295 economisti di 79 Paesi, tra cui eminenti economisti mondiali come Jayati Ghosh, Jeffrey Sachs e Gabriel Zucman. L’87% degli intervistati riteneva che nel loro Paese la disuguaglianza di reddito sarebbe aumentata o fortemente aumentata a seguito della pandemia, un’opinione espressa dagli economisti di 77 Paesi su 79. Oltre metà degli interpellati riteneva inoltre che la disuguaglianza di genere sarebbe probabilmente o molto probabilmente aumentata, e oltre due terzi pensavano lo stesso in merito alla disuguaglianza razziale. Due terzi dei partecipanti al sondaggio ritenevano inoltre che i loro governi non avessero un piano adeguato e coerente di lotta alle disuguaglianze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il coronavirus ha acuito le disuguaglianze preesistenti</h4>



<p>La pandemia ha colpito molto più duramente le persone in stato di povertà rispetto ai ricchi e ha avuto effetti particolarmente devastanti sulle donne, la popolazione di colore, gli afro-discendenti, i popoli indigeni e le comunità storicamente emarginate e oppresse in tutto il mondo. Le donne, e in misura maggiore le donne razzializzate, sono più esposte degli uomini al rischio di perdere il lavoro a causa del coronavirus. In America Latina gli afro-discendenti e i popoli indigeni, già emarginati, hanno subìto conseguenze peggiori rispetto al resto della società, sono più esposti al rischio di morte e ancora di più al rischio di povertà.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Salute</h4>



<p>Il coronavirus ha portato alla luce le fragilità di sistemi sanitari pubblici scarsamente attrezzati e sottofinanziati; ha inoltre rivelato i limiti dei sistemi sanitari privati, basati sul privilegio dei più ricchi, in momenti di crisi come quella che stiamo affrontando. La probabilità di morire per Covid-19 è molto più alta per chi è povero e probabilmente è ancora più elevata per gli appartenenti alle comunità di colore o indigene. In Brasile, ad esempio, gli afro-discendenti sono molto più esposti al rischio di morte rispetto ai brasiliani bianchi. Se il loro tasso di mortalità fosse uguale a quello dei bianchi, a giugno 2020 oltre 9.200 afro-discendenti sarebbero stati ancora vivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Istruzione</h4>



<p>Nel 2020 oltre 180 Paesi hanno temporaneamente chiuso le proprie scuole. Nel periodo di chiusura simultanea, quasi 1,7 milioni di bambini e ragazzi sono rimasti a casa. Nei Paesi più poveri la pandemia ha privato gli alunni di quasi quattro mesi di frequenza scolastica, contro le sei settimane dei Paesi ad alto reddito. Si stima che la pandemia cancellerà i benefici ottenuti grazie ai progressi globali degli ultimi 20 anni nel campo dell’istruzione femminile, con conseguente aumento della povertà e della disuguaglianza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro e mezzi di sostentamento</h4>



<p>Centinaia di milioni di posti di lavoro sono andati persi a causa della pandemia. L’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza (CRI, Commitment to Reducing Inequality) pubblicato da Oxfam e Development Finance International rivela che 103 Paesi sono andati incontro alla pandemia con almeno un terzo della propria forza lavoro privo di diritti e tutele, quali ad esempio l’indennità di malattia. La crisi del coronavirus ha messo brutalmente a nudo le disuguaglianze nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, il 90% dei lavoratori nel quartile di reddito superiore ha diritto ai congedi di malattia retribuiti, mentre nel quartile inferiore solo il 47% gode di tale diritto. Nei Paesi a basso reddito il 92% delle donne svolge lavori informali, pericolosi o insicuri. La pandemia ha anche causato una crescita esponenziale dei lavori sottopagati o non retribuiti, svolti prevalentemente da donne e in particolare da donne appartenenti a gruppi emarginati per motivi razziali ed etnici. Una catastrofica perdita di reddito non bilanciata da adeguate misure di supporto ha determinato un aumento incontrollato della fame: secondo stime di pochi mesi fa, entro la fine del 2020 almeno 6.000 persone al giorno sarebbero morte per fame conseguente al Covid-19.</p>



<pre class="wp-block-preformatted"> 
<strong>Il costrutto sociale della razza</strong>
Oxfam usa il termine razza non come categoria biologica ma come costrutto sociale. L’espressione “gruppi razzializzati” è usata in riferimento a tutti quei gruppi che non godono dei privilegi della popolazione bianca a causa di processi di razzializzazione determinati da specifiche dinamiche sociali. Un sistema sociale razzializzato è “un sistema in cui i livelli economici, politici, sociali e ideologici sono parzialmente determinati dalla collocazione dei soggetti in categorie o gruppi razziali”. Alcune società sono altamente razzializzate; in altre la stratificazione non si esplica a livello di razza ma di etnia all’interno dello stesso contesto razziale, come in molti Paesi africani e asiatici, oppure a livello di  casta in quei Paesi dove il sistema di caste costituisce la principale forma di oppressione sistemica.
 La specificità è importante quando si parla di gruppi razzializzati. Questo documento utilizza i termini neri, afro-discendenti, popoli indigeni e comunità storicamente emarginate e oppresse per fornire la più ampia specificità possibile. Il termine ha tuttavia dei limiti: non menziona in modo specifico altre identità razziali o etniche che sono incluse nella voce “comunità storicamente emarginate e oppresse”. </pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Rapporto Oxfam International, gennaio 2021, disponibile integralmente qui <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/Sintesi_report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza_FINAL.pdf">https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/Sintesi_ report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza_FINAL.pdf</a>. In questo estratto non sono riportate le note a piè di pagina, relative alle fonti documentali dei dati inseriti nel rapporto, che si possono trovare nel testo completo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il virus dei poveri</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-il-virus-dei-poveri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[Sindemia: a morire sono i poveri. Cosa mostrano i dati del Center for Disease Control and Prevention statunitense e quelli dell’ultimo rapporto Istat: perché non si tratta solo di comorbidità con malattie croniche e di accesso al sistema sanitario, ma anche di classe sociale. E cosa ci dice sulle diseguaglianze future]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sindemia: a morire sono i poveri. Cosa mostrano i dati del Center for Disease Control and Prevention statunitense e quelli dell’ultimo rapporto Istat: perché non si tratta solo di comorbidità con malattie croniche e di accesso al sistema sanitario, ma anche di classe sociale. E cosa ci dice sulle diseguaglianze future</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo lo storico austriaco Walter Scheidel (classe 1966), il gran numero di decessi causati dalle catastrofi, come la peste, le guerre o le grandi siccità, avrebbe nel lungo periodo un effetto benefico sull’economia. Nel suo libro <em>The great leveler: violence and the history of inequality from the stone age to the twenty-first century</em> (Il Mulino, 1989), Scheidel sostiene che gli shock violenti causati da gravi eventi avversi giochino un ruolo cruciale nel ridurre la disuguaglianza, perché la scarsità di forza lavoro che ne consegue spinge verso l’alto i salari. Pare <em>purtroppo</em> che “la grande livella” non stia affatto funzionando con la pandemia da Covid-19. Sembra anzi che il coronavirus produca l’effetto opposto, e cioè che acuisca gli svantaggi socioeconomici delle fasce di popolazione più fragili.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e gli USA</h4>



<p>Il 5 luglio scorso il New York Times ha pubblicato un articolo dal titolo <em>The fullest look yet at the racial inequity of coro</em><em>navirus </em>(1). Il giornale è riuscito a ottenere dal CDC (Center for Disease Control and Prevention) i dati su 1,45 milioni di casi di Covid, relativi al periodo gennaio-maggio 2020. Questi dati riguardano 974 contee, che nel loro insieme rappresentano circa il 55% della popolazione statunitense. Gli autori del pezzo hanno calcolato i tassi di infezione e di mortalità raggruppando i casi relativi a ogni <em>county</em> per etnia e fascia d’età; e hanno poi confrontato i risultati con le più recenti stime della popolazione effettuata dal Census Bureau (2). La conclusione cui sono giunti è che il coronavirus negli USA ha colpito in modo sproporzionato i cittadini neri e latinoamericani, sia nelle aree urbane che in quelle suburbane e rurali, e in tutte le fasce d’età. In particolare, l’analisi del Times dimostra che i latinoamericani e gli afroamericani hanno avuto il triplo delle probabilità di contrarre l’infezione rispetto ai bianchi, e quasi il doppio delle probabilità di morire a causa del virus rispetto ai bianchi. “Il razzismo sistemico non si manifesta solo nel sistema giudiziario penale”, ha commentato Quinton Lucas, sindaco (nero) di Kansas City. Nel suo Stato, il Missouri, il 40% degli infetti sono neri o latini, benché questi gruppi costituiscano solo il 16% della popolazione dello Stato.</p>



<p>Secondo gli esperti, le circostanze che hanno reso i componenti di queste categorie sociali più vulnerabili al virus sono essenzialmente tre: molti di loro hanno professioni che non possono essere svolte da remoto (come fare le pulizie, il commesso, lavorare in un call center o effettuare consegne a domicilio), dipendono dai trasporti pubblici per i loro spostamenti e abitano in appartamenti angusti o in case in cui convivono più generazioni della stessa famiglia. In poche parole, sono più poveri.</p>



<p>Per esempio, nella contea di Fairfax, appena fuori dai confini di Washington D.C., il numero di residenti bianchi è tre volte superiore a quello dei latini, ma il numero di cittadini latini che è risultato positivo al Covid è quattro volte superiore a quello dei bianchi. Fairfax è una delle <em>county</em> più ricche degli USA: il reddito familiare medio dei suoi residenti è 120.000 dollari, il doppio di quello medio nazionale, pari a 60.000 dollari (3). L’elevato potere di acquisto ha spinto al rialzo il costo degli alloggi: nel 2017 un appartamento con una sola camera da letto costava quasi 64.000 dollari all’anno (4). Di conseguenza, le famiglie con un reddito modesto devono ammassarsi in case che impediscono ogni tipo di privacy, figuriamoci il distanziamento sociale in tempo di pandemia. Inoltre i membri di queste famiglie sono spesso obbligati a spostarsi fisicamente per recarsi sul posto di lavoro (o per cercarne uno); e, infine, il rischio di ammalarsi, quando si vive in alloggi troppo piccoli, è aggravato dalla pressione per continuare a lavorare o per tornare rapidamente al lavoro, magari in un ambiente a rischio.</p>



<p>E ciò che succede a Fairfax succede in tutto il Paese: negli USA, come dimostrano i dati del censimento del 2018, il 43% dei lavoratori neri e latinoamericani hanno professioni che non possono essere svolte a distanza (la percentuale di bianchi occupata in mansioni analoghe è del 25%). Inoltre, secondo l’American Housing Survey (un sondaggio finanziato dal Dipartimento degli alloggi e dello sviluppo urbano [5]), i latinoamericani hanno il doppio delle probabilità rispetto ai bianchi di risiedere in un’abitazione affollata.</p>



<p>Tenuto conto che le cifre nazionali sottovalutano in una certa misura la disparità (il Covid è molto diffuso fra gli americani anziani, categoria che annovera una percentuale di cittadini bianchi più elevata rispetto ad altre fasce d’età), la situazione risulta ancora peggiore: i latinoamericani di età compresa tra i 40 e i 59 anni sono stati infettati a un tasso cinque volte superiore a quello dei bianchi; mentre fra i morti, più di un quarto dei latini aveva meno di 60 anni (tra i bianchi deceduti, solo il 6% era così giovane).</p>



<p>Il tasso di mortalità più alto tra i neri e i latinoamericani è stato spiegato, in parte, sulla base di una maggiore incidenza in queste etnie di problemi di salute cronici, tra cui il diabete e l’obesità (le malattie dei poveri). Ma i dati del CDC rivelano un significativo squilibrio nel <em>numero</em> di casi di infezione, non solo nei decessi, un fatto che, secondo gli scienziati, sottolinea che le disuguaglianze siano solo in parte correlate ad altri problemi di salute.</p>



<p>In altri termini, benché senza dubbio la comorbidità giochi un ruolo importante nel tasso di mortalità per coronavirus, il primo fattore che determina la morte è aver contratto l’infezione, e il Covid è molto più diffuso tra le persone che non possono lavorare da casa: anche molti bianchi hanno patologie croniche ma, grazie al <em>remote working</em>, non sono esposte al virus e quindi non si ammalano e non muoiono. “Le differenze nei tassi di infezione sono impressionanti”, ha dichiarato Jennifer Nuzzo, epidemiologo e professoressa presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, e a suo parere non dipendono principalmente dalle condizioni di salute sottostanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e l’Italia</h4>



<p>Quasi in contemporanea al Times, il 3 luglio, l’Istat ha pubblicato il Rapporto annuale 2020 sulla situazione del Paese (6), che quest’anno si è concentrato sugli effetti della pandemia in Italia. L’ente di statistica ha effettuato un’operazione molto simile a quella dei giornalisti del NYT, cioè ha aggregato i dati per classi sociali (definite questa volta in base al reddito e non all’etnia) e ha osservato l’andamento dei tassi di mortalità. Le conclusioni, sorprendentemente (date le differenze socioeconomiche fra l’Italia e gli USA, in particolare nel sistema sanitario), sono molto simili. “Nel marzo 2020 e, in particolare, nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, oltre a un generalizzato aumento della mortalità totale, si osservano maggiori incrementi dei tassi di mortalità, in termini tanto di variazione assoluta quanto relativa, nelle fasce di popolazione più svantaggiate, quelle che già sperimentavano, anche prima della epidemia, i livelli di mortalità più elevati. Uno scarso livello di istruzione, povertà, disoccupazione e lavori precari influiscono negativamente sulla salute e sono correlati al rischio di insorgenza di molte malattie (ad es. quelle cardiovascolari, il diabete, le malattie croniche delle basse vie respiratorie e alcuni tumori), che potrebbero aumentare il rischio di contrarre il Covid-19 e il relativo rischio di morte” (7).</p>



<p>Le classi di reddito sono state stabilite dall’Istat sulla base del livello di istruzione, universalmente riconosciuto come la migliore <em>prox</em>y (8) della condizione socioeconomica, dal momento che è direttamente correlato sia con la condizione occupazionale che con la classe sociale. Ebbene, se si considera l’andamento della mortalità nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 marzo 2020, le persone con un basso livello di istruzione presentano <em>sempre</em> un livello di mortalità più elevato di quelle a medio e alto reddito.</p>



<p>Inoltre, se si analizza un secondo indicatore, il rapporto standardizzato di mortalità (RM), la situazione è ancora peggiore. Il RM misura l’eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti, ed è in questo senso una misura dell’effetto negativo degli svantaggi socioeconomici sulla mortalità degli individui. Nel mese di marzo 2020 assistiamo a un incremento del differenziale nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, più marcato per le donne: il RM varia negli uomini da 1,23 di marzo 2019 al 1,38 di marzo 2020 e nelle donne da 1,08 a 1,36. Dall’analisi per classi di età emerge un aumento del rapporto di mortalità negli individui con livello di istruzione basso (rispetto a coloro con un livello alto) nella classe di età 65-79 anni, sia per gli uomini (da 1,28 a 1,58), sia per le donne (da 1,19 a 1,68). Le donne subiscono un peggioramento rilevante anche nella classe di età precedente (35-64 anni), dove il rapporto passa da 1,37 a 1,76. Non si osservano invece delle variazioni significative rispetto al 2019 nella popolazione più anziana (≥80). Ciò significa che nel mese di marzo in tutte le classi di età (tranne per gli over 80), lo svantaggio socioeconomico ha spinto verso l’alto il tasso di mortalità.</p>



<p>In Lombardia, la regione più colpita dalla prima ondata di Covid-19, i risultati confermano le conclusioni a livello nazionale, con una sottolineatura interessante: nel mese di marzo 2020 il RM non è cresciuto nelle aree a bassa diffusione del virus in nessuna delle classi di età considerate.</p>



<p>Dunque, è stata proprio l’epidemia ad acuire le diseguaglianze preesistenti, e si è accanita sui cittadini con un basso titolo di studio, non necessariamente anziani. Il caso più interessante è senza dubbio quello delle donne meno istruite di età compresa fra 35 e 64 anni, che vedono aumentare il proprio RM del 28%.</p>



<p>Le differenze possono essere imputate a un rischio più elevato di contrarre l’infezione oppure a una maggiore vulnerabilità preesistente (il problema della comorbidità, che a sua volta è collegato a condizioni socioeconomiche più sfavorevoli). È lo stesso dilemma cui ha dovuto rispondere il New York Times, e l’Istat è della stessa opinione: “Condizioni socioeconomiche svantaggiate espongono le persone a una maggiore probabilità di vivere in alloggi piccoli o sovraffollati, riducendo la possibilità di adottare le misure di distanziamento sociale”. Un’analisi del Bruegel (un think tank europeo che si occupa di economia) ha rilevato come, in Italia, i cittadini che rientrano nel 10% delle famiglie con i redditi più elevati abbiano a disposizione una media di quasi 76 metri quadri pro capite, mentre quelli che rientrano nel 10% più basso si fermano all’esatta metà, 33 metri circa pro capite. Inoltre, le abitazioni più ampie, e quindi più costose, sono occupate da inquilini con un grado di istruzione superiore e impiegati in lavori ad alto reddito, in larga parte convertibili in forme di smart working. Gli appartamenti più piccoli, al contrario, sono popolati da una fascia di inquilini con un grado di istruzione inferiore, associati a lavori a termine e più difficili da eseguire da remoto (9).</p>



<p>Come già sottolineato a proposito degli Stati Uniti, sono le occupazioni che, più di altre, espongono i lavoratori al rischio di contagio. Tra queste ci sono ovviamente le professioni sanitarie (soprattutto durante la prima ondata, in cui anche negli ospedali mancavano i dispositivi di protezione individuale), insieme a tutte le altre mansioni che non offrono possibilità di smart working o che non godono delle necessarie tutele, come i lavori in agricoltura, nella vendita al dettaglio e nella grande distribuzione, nel trasporto pubblico, i servizi di pulizia, di assistenza e cura dei bambini e degli anziani. La popolazione con un basso livello di istruzione, e le donne in particolare, hanno inoltre una maggiore probabilità di avere condizioni occupazionali e di reddito instabili, molto spesso lavorano in nero (si pensi alle donne delle pulizie, alle badanti, alle tate) per cui “non possono permettersi”, qui come negli States, di fermarsi nemmeno quando si ammalano.</p>



<p>L’Istat è d’accordo con il Times nel ritenere che la diffusione del contagio e la mortalità abbiano sicuramente una relazione anche con il livello di intensità relazionale dei flussi SL (scuola/lavoro), ovvero con il fenomeno del pendolarismo, poiché coloro che utilizzano mezzi pubblici affollati vedono aumentare le probabilità di essere contagiati e, di conseguenza, di morire per Covid.</p>



<p>Allo stesso modo, la maggiore incidenza di malattie croniche nelle fasce di popolazione con le condizioni socioeconomiche più svantaggiate (disturbi cardiovascolari, obesità e diabete) costituisce, in Italia come negli USA, un ulteriore fattore di rischio che contribuisce ad ampliare le diseguaglianze legate all’infezione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="409" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23.jpg" alt="" class="wp-image-4573" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Salute diseguale con le risposte alla pandemia, Giuseppe Costa, 22 Settembre 2020. Fonte: Sbilanciamoci.info</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Il fallimento del welfare</h4>



<p>Come è noto, i sistemi sanitari europei e statunitensi fanno riferimento a modelli opposti: welfare nei Paesi principali della Ue, a orientamento privatistico negli USA. La possibilità per tutti i cittadini di accedere a un’assistenza sanitaria pubblica avrebbe dovuto mitigare nel nostro Paese gli effetti negativi degli svantaggi economici, almeno in relazione ai tassi di mortalità. Evidentemente questo non è avvenuto, principalmente perché il welfare italiano è stato così depauperato negli anni da risultare quasi ininfluente: “Il livello territoriale non è riuscito ad arginare l’emergenza con tempestività e i casi di Covid-19 si sono dovuti riversare negli ospedali che, a loro volta, si sono dimostrati in difficoltà nel fronteggiare una simile pressione, a causa della costante diminuzione delle risorse economiche, del personale sanitario e dei posti letto subita nel corso degli ultimi decenni”, dice l’Istat.</p>



<p>Secondo la Corte dei Conti (10), tra il 2009 e il 2018 si è verificata una riduzione, in termini reali, delle risorse destinate alla sanità particolarmente consistente, che ha acuito i divari in termini di spesa sanitaria pubblica pro capite. Gli strumenti utilizzati per il controllo della spesa in Italia sono stati, principalmente, la contrazione delle prestazioni, il riordino della rete ospedaliera, la riduzione dei posti letto e del personale sanitario. Secondo le stime dell’Ocse (11), nel 2018 la spesa pro capite in Germania e in Francia era, rispettivamente, doppia e superiore del 60% a quella italiana. Al 19 novembre 2020, il tasso di mortalità per Covid è stato pari al 1,5 % in Germania (13.662 deceduti su 892.00 contagiati), al 2,3% in Francia (49.232 morti per 2,14 milioni di infezioni), e al 3,6% in Italia (47.870 decessi su 1,31 milioni di casi accertati). Dal confronto fra i tassi di mortalità e la spesa sanitaria pro capite, emerge come la mortalità diminuisca all’aumentare della spesa sanitaria. E non è tutto: “Un prezzo che la sanità pubblica ha pagato all’austerità è stato anche quello di non riuscire ad assicurare uniformità di salute e di opportunità di accesso alle cure sull’intero territorio nazionale e per tutte le categorie sociali”, dice l’Istat e, come è logico, il prezzo maggiore lo hanno pagato le categorie più deboli.</p>



<p>Se consideriamo che la spesa sanitaria complessiva, pubblica e privata, ammontava, nel 2018, a 155 miliardi di euro (dati Istat), dei quali il 74,2% a carico della componente pubblica, il 23,1% a carico delle famiglie, e la quota residuale (del 2,7%) coperta dai regimi di finanziamento volontario (anche questi a carico del cittadino), dato che la mortalità per Covid aumenta al diminuire della spesa sanitaria, i soggetti più poveri, che non possono permettersi servizi sanitari privati o un’assicurazione sanitaria, muoiono per la pandemia più dei cittadini benestanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I nuovi poveri</h4>



<p>Il rapporto 2020 della Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia (12), intitolato <em>Gli anticorpi della solidarietà</em> e pubblicato il 17 ottobre, cerca di restituire una fotografia delle gravi conseguenze economiche e sociali dell’attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19. Il nostro Paese ha registrato nel secondo trimestre del 2020 una marcata flessione del Pil, la più preoccupante dall’avvio delle serie storiche (-12,8%); l’occupazione ha registrato un calo di 841 mila occupati rispetto al 2019; il tasso di disoccupazione è diminuito, ma solo perché sono aumentati vistosamente gli inattivi (i cittadini che hanno smesso di cercare un lavoro). Secondo i dati, dal 2019 al 2020 l’incidenza dei “nuovi poveri” (coloro che si sono rivolti alla Caritas per la prima volta) è passata dal 31% al 45% (quasi una persona su due). È aumentato in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani e delle persone in età lavorativa; è calata, invece, la grave marginalità. Stiamo dunque assistendo a una fase di “normalizzazione” della povertà, come accadde per effetto dello shock economico del 2008. Ma nel 2019, alla partenza della pandemia, la situazione era molto più deteriorata: il numero dei poveri assoluti era pari a 4,6 milioni di individui, più del doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers.</p>



<p>I dati Istat sulla povertà nel 2019 (pubblicati lo scorso giugno) (13), riportano che, prima della pandemia, le famiglie povere erano quasi 1,7 milioni, pari al 7,7% della popolazione. Tra le categorie più vulnerabili si registrano le famiglie del Mezzogiorno, le famiglie numerose con 5 o più componenti, le famiglie con figli minori, i nuclei di stranieri (tra loro l’incidenza della povertà è pari al 24,4%, a fronte del 4,9% nelle famiglie di soli italiani) e le persone meno istruite. Continua inoltre la correlazione negativa tra l’incidenza della povertà e l’età della persona di riferimento, il che significa che sono i giovani le persone più colpite dalla mancanza di mezzi, in particolare i nuclei famigliari under 34 risultano i più svantaggiati (l’incidenza della povertà nei nuclei 18-34 anni è pari all’8,9%, tra gli over 65 pari al 5,1%). È ancora molto alto il peso della povertà tra i minori (tra loro la quota sale all’11,4%), per un totale in valore assoluto di oltre 1,1 milioni bambini e ragazzi in stato di povertà. Ovviamente, a pagare il prezzo più alto sono le persone in cerca di un’occupazione (19,7%); tuttavia, anche tra chi possiede un lavoro, la percentuale risulta decisamente più alta della media: tra le famiglie di operai in particolare l’incidenza della povertà si attesta al 10,2%. I dati Istat confermano poi la maggiore vulnerabilità delle persone che non possono permettersi una casa di proprietà: le oltre 726 mila famiglie povere in affitto rappresentano infatti il 43,4% di tutte le famiglie povere.</p>



<p>Questa situazione è aggravata da almeno altri due fattori. In Italia l’indice di concentrazione di Gini è tra i più alti in Europa, 0,33 nel 2018 (in Francia nello stesso periodo era pari a 0,29, in Danimarca a 0,26). Questo indicatore misura le diseguaglianze nella distribuzione del reddito, ed è un numero compreso tra 0 e 1: valori bassi indicano una distribuzione abbastanza omogenea (lo zero indica la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito); valori alti del coefficiente indicano una distribuzione diseguale (1 corrisponde alla massima concentrazione, che si verifica quando una sola persona percepisce tutto il reddito del Paese, mentre il resto della popolazione ha un reddito nullo). Secondo Oxfam, una organizzazione no profit, nel 2019 in Italia il 20% della popolazione deteneva il 70% di una ricchezza complessiva di 9.297 miliardi di euro, contro il 13,3% nelle mani del 60% più povero della popolazione (14). Inoltre il nostro Paese ha una bassissima mobilità sociale, il che significa che la classe sociale di appartenenza influisce pesantemente sulle opportunità future: chi nasce ricco rimane ricco e chi nasce povero rimane povero. In Italia occorrono ben cinque generazioni per migliorare il proprio status socioeconomico e il 31% dei figli di genitori a basso reddito è ‘condannato’ allo stesso livello di entrate della sua famiglia (15).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le prime conseguenze economiche del Covid</h4>



<p>Tra aprile e maggio 2020 la Banca d’Italia ha condotto un’indagine straordinaria sulle famiglie italiane per raccogliere informazioni sulla situazione economica e sulle aspettative durante la crisi legata alla pandemia di Covid-19. I risultati, pubblicati il 26 giugno (16) offrono uno spaccato sconfortante (e si era solo alla prima ondata dell’epidemia): oltre la metà della popolazione ha dichiarato di aver subito una contrazione nel reddito familiare a causa delle misure adottate per il contenimento dell’epidemia. L’impatto è stato particolarmente grave per i lavoratori autonomi: quasi l’80% ha subìto un calo nel reddito e il 36% di loro ha perso oltre la metà del reddito familiare. Più di un terzo degli individui ha dichiarato di disporre di risorse finanziarie liquide sufficienti per meno di tre mesi a coprire le spese per i consumi essenziali della famiglia; questa quota ha superato il 50% per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine. Quasi il 40% degli individui indebitati ha dichiarato di avere difficoltà nel sostenere le rate del mutuo a causa della crisi sanitaria, e quasi il 60% riteneva che, anche quando l’epidemia fosse terminata, le spese per viaggi, vacanze, ristoranti, cinema e teatri sarebbero stati comunque inferiori a quelle pre-crisi.</p>



<p>Le famiglie povere hanno dovuto affrontare anche problematiche nuove, innanzitutto le difficoltà connesse con la didattica a distanza, che si manifestano nell’impossibilità di poter accedere alla strumentazione adeguata (tablet, pc, connessioni wi-fi), ma non solo. Colpiscono, poi, i numerosi segnali di allarme delle Caritas inerenti la dimensione psicologica: si rileva un evidente aumento durante il lockdown del disagio psicologico-relazionale, dei problemi connessi alla solitudine e delle forme depressive. I centri di ascolto riferiscono anche un accentuarsi delle problematiche familiari, in termini di conflittualità di coppia e genitori-figli (come è prevedibile quando si costringono gli individui entro i confini angusti delle mura domestiche), violenza e difficoltà di accudimento di bambini piccoli o di familiari colpiti dalla disabilità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e i disturbi emotivi</h4>



<p>Il Covid-19 non mette a dura prova solo i polmoni. Ammalarsi può causare anche ripercussioni psichiatriche serie, come depressione, ansia, insonnia e disturbo post-traumatico da stress. Lo avevano dimostrato i ricercatori del San Raffaele di Milano (17) e ora le loro conclusioni vengono confermate da una ricerca molto più ampia condotta dall’Università di Oxford (18). Lo studio, pubblicato su <em>The Lancet Psychiatry</em>, ha preso in esame un database elettronico con i dati di 69 milioni di americani, inclusi 62.364 casi di Covid-19. Secondo i ricercatori inglesi, al 20% dei pazienti infetti da coronavirus viene diagnosticato un disordine psichiatrico entro 90 giorni dall’inizio della malattia. I disturbi più comuni sono ansia, depressione e insonnia, ma la ricerca suggerisce anche che questi soggetti abbiano un più alto rischio di ammalarsi di demenza rispetto a coetanei sani: “I sopravvissuti al Covid-19 sembrano essere a maggior rischio di malattie psichiatriche, e una diagnosi psichiatrica precedente potrebbe essere un fattore di rischio indipendente per il Covid-19”. Il terreno socioeconomico è sempre stato un fattore certo nel determinare i problemi di salute mentale: “È sufficiente analizzare la storia della psichiatria moderna, dall’industrializzazione sino ai giorni nostri, per constatare che tutte le più grandi crisi di tipo politico o socio-economico hanno agito da catalizzatori di una psichiatrizzazione delle marginalità sociali. Nel testo <em>Recovery from Schizophrenia: Psychiatry and Political Economy</em>, Richard Warner dimostrava proprio questo rapporto stretto tra crisi economiche e ricoveri in ospedali psichiatrici”, afferma Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (SIEP), componente del Consiglio Superiore di Sanità e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena (19). “In un’ottica di analisi delle misure anti-Covid, la prima cosa da fare, per evitare questi effetti, è lavorare sulla riduzione della povertà, che come si sa è la più diffusa delle malattie. Ridurre il gap tra condizioni di garanzia e chi non ha i basilari strumenti per la sussistenza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e la Dad</h4>



<p>Per quanto riguarda il sistema scolastico in Italia, le possibili disparità pre-Covid riguardavano le possibilità di accesso all’istruzione; la frequenza in età regolare della scuola dell’obbligo; i rendimenti (cioè l’acquisizione di competenze cognitive, misurata dai test PISA e INVALSI); e l’indirizzo di scuola secondaria frequentato. Le ultime tre fonti di disuguaglianza sono collegate alle origini sociali delle persone, segnatamente al livello di istruzione delle famiglie: quanto più elevato è il livello di istruzione dei genitori, tanto più è possibile che i figli riescano ad accedere regolarmente fino ai gradi superiori della scuola secondaria.</p>



<p>Insieme al livello di istruzione, anche le possibilità economiche influenzano sia i rendimenti che il tipo di istruzione superiore scelto: quanto più la famiglia ha disponibilità economiche, tanto più è probabile che lo studente riesca a ultimare la scuola superiore e a frequentare i licei (20), ed eventualmente l’università, migliorando le proprie prospettive reddituali future. Con la didattica a distanza tutte le disuguaglianze si sono acuite, innanzitutto perché non tutte le zone del Paese sono ugualmente coperte da connessione internet; e poi perché una quota non banale della popolazione scolastica non ha accesso diretto o indiretto a strumenti come tablet, pc portatili, o smartphone. “Si sono acuite anche le disparità a livello di capitale culturale della famiglia di origine […]. In questa situazione nuova, rappresenta una grande differenza vivere in una famiglia con genitori che possono aiutare nei compiti, nelle risposte alle interrogazioni e possono accedere in modo oculato a internet. Se il capitale culturale familiare è insufficiente, c’è una capacità differenziale di mediazione culturale che i genitori istruiti possono esercitare nei confronti dei loro figli a parità di strumentazione informatica o di accesso alla rete” afferma Antonio Schizzerotto, professore emerito di Sociologia del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.</p>



<p>Accanto a questi elementi, c’è il problema delle dinamiche di classe e dell’attenzione differenziale che un insegnante può dare in presenza e non può invece dare via internet: durante i collegamenti è più difficile anche solo verificare l’effettiva frequenza dello studente. Inoltre nella didattica a distanza vengono meno due importanti componenti: l’abitudine a interagire con ruoli adulti diversi da quelli familiari e la possibilità di avere un contesto sociale formato da coetanei. “Ciò vale soprattutto per la scuola primaria e la secondaria di primo grado, dove la mancanza di questi elementi aggiuntivi può complicare il livello di crescita, non solo cognitivo ma anche quello della capacità di assumere i vari ruoli sociali e di avere un processo di socializzazione completo”.</p>



<p>Le ripercussioni sul piano economico e sociale dovute al virus produrranno quindi un allargamento della forbice delle disuguaglianze già presenti, rendendo i figli dei genitori poveri ancora meno attrezzati di oggi per le loro sfide future. Secondo Tania Toffanin, professoressa di Sociologia dell’educazione all’Università di Padova, c’è il rischio che questa ondata pandemica abbia un impatto diretto sulla tenuta dei livelli di scolarizzazione. “Finita la pandemia, ci saranno infatti molte persone che non potranno permettersi di continuare la loro istruzione secondaria e terziaria. Basti pensare, ad esempio, ai ragazzi e alle ragazze che si mantenevano all’università attraverso lavori legati al turismo o alla ristorazione, oppure alle famiglie che non avranno più risorse disponibili per sostenere questo sforzo economico […] Sarebbe intellettualmente disonesto non sottolineare la valenza di genere, di classe e razziale della pandemia, che porterà in luce la polarizzazione sociale spesso abilmente occultata, ma sempre presente, nel nostro Paese” (21).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Nelle società in cui il virus colpisce, aggrava le conseguenze della disuguaglianza, aumentando i problemi delle fasce più fragili delle popolazioni. Le ricerche suggeriscono non solo che coloro che si trovano nelle classi socioeconomiche più basse sono più suscettibili a essere infettati dal Covid-19, ma che è anche più probabile che ne muoiano. Perfino coloro che riusciranno a non ammalarsi subiranno una perdita di reddito (e di assistenza sanitaria nel Paesi privi di welfare), potenzialmente su vasta scala.</p>



<p>Contemporaneamente, la disuguaglianza stessa può agire come moltiplicatore della diffusione e della mortalità della pandemia: le ricerche sul virus dell’influenza hanno dimostrato che la povertà e la disuguaglianza possono esacerbare i tassi di trasmissione e di mortalità per tutti (22).</p>



<p>Questo ciclo si rafforza a vicenda: la pandemia aumenta il numero di coloro che saranno poveri ed emarginati domani, rendendo la società sempre più ingiusta e sempre più fragile, sia dal punto sanitario, sia per quanto riguarda fenomeni come il populismo, l’animosità razziale e le morti per disperazione (quelle derivanti dall’alcolismo, dal suicidio o dall’overdose di droghe): “Tutti questi fattori sono interconnessi”, ha dichiarato al New York Times la dottoressa Nicole A. Errett, ricercatrice in materia di politica sanitaria pubblica e disastri naturali presso il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Washington: “Le vulnerabilità sociali preesistenti non fanno che peggiorare dopo un disastro, e questo è un esempio perfetto”.</p>



<p>Le categorie che hanno subìto gli effetti peggiori della pandemia sono tre: donne, giovani e lavoratori con contratto a termine: “La crisi riconducibile al Covid-19 ha, di fatto, bloccato in gran parte l’economia ufficiale, quasi del tutto l’economia sommersa che negli ultimi decenni è stata un vero e proprio ammortizzatore sociale” dichiara Gian Maria Fara, presidente di Eurispes (23). “Il sommerso ha consentito a milioni di famiglie monoreddito di integrare le entrate familiari attraverso lavori occasionali o anche stabili non dichiarati. Numerose altre famiglie, che non possono contare sul lavoro ufficiale di almeno uno degli appartenenti, sopravvivono grazie all’arte di ‘arrangiarsi’ messa in atto dai diversi componenti della famiglia che, faticosamente, riescono a mettere insieme il pranzo con la cena”. L’Italia, ma più in generale il modello occidentale, si trova così davanti a un’ulteriore profonda e drammatica prova, perché il Covid-19 salda insieme la crisi economica, la crisi sociale e la crisi della politica e delle istituzioni.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/05/us/coronavirus-latinos-african-americans-cdc-data.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/05/us/coronavirus-latinos-african-americans-cdc-data.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Il Census Bureau è l’ufficio interno allo U.S. Federal Statistical System che si occupa delle analisi demografiche</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/LFE305218#LFE305218" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/LFE305218#LFE305218</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.fairfaxcounty.gov/news2/who-we-are-in-fairfax-county-in-2018-annual-demographics-report/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fairfaxcounty.gov/news2/who-we-are-in-fairfax-county-in-2018-annual-demographics-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.census.gov/programs-surveys/ahs.html" target="_blank">https://www.census.gov/programs-surveys/ahs.html</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/capitolo2.pdf" target="_blank">https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/capitolo2.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8) </em>La proxy è un indicatore statistico che descrive il comportamento di un determinato fenomeno non osservabile direttamente </p>



<p class="has-small-font-size"><em>9)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I" target="_blank">https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) Cfr. </em><a href="https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/RappCoord/RappCoord2020">https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/ RappCoord/RappCoord2020</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.oecd.org/els/health-systems/health-data.htm" target="_blank">http://www.oecd.org/els/health-systems/health-data.htm</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong> </strong>Cfr. http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Rapporto_Caritas_2020/Report_CaritasITA_2020.pdf</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf" target="_blank">https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Disuguitalia_2020_final.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Disuguitalia_2020_final.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em> Cfr. <a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Evi-preliminari-ind-straord-famiglie.pdf">https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Evi-preliminari-ind-straord-famiglie.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.repubblica.it/salute/2020/11/17/news/covid_disturbi_psichiatrici_per_il_20_dei_pazienti-274727855/?ref=RHTP-BH-I274746038-P1-S4-T1">https://www.repubblica.it/salute/2020/11/17/news/covid_disturbi_psichiatrici_per_il_20_dei_pazienti-274727855/?ref=RHTP-BH-I274746038-P1-S4-T1</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30462-4/fulltext">https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30462-4/fulltext</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/disuguaglianze-sociali-covid19-starace" target="_blank">https://ilbolive.unipd.it/it/news/disuguaglianze-sociali-covid19-starace</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>20) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.amnesty.it/covid-19-e-didattica-a-distanza-come-nascono-le-disuguaglianze-a-scuola/" target="_blank">https://www.amnesty.it/covid-19-e-didattica-a-distanza-come-nascono-le-disuguaglianze-a-scuola/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>21) </em>Cfr. <a href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemia-non-solo-scuola-disuguaglianze" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemia-non-solo-scuola-disuguaglianze</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>22) </em>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/coronavirus-inequality.html">https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/coronavirus-inequality.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.insidertrend.it/2020/06/20/societa/societa-emergenza-coronavirus-la-pandemia-sta-aumentando-le-disuguaglianze-economiche-e-sociali-secondo-gian-maria-fara-eurispes-dovremo-essere-capaci-di-superare-il-cosiddetto-sta/" target="_blank">https://www.insidertrend.it/2020/06/20/societa/societa-emergenza-coronavirus-la-pandemia-sta-aumentando-le-disuguaglianze-economiche-e-sociali-secondo-gian-maria-fara-eurispes-dovremo-essere-capaci-di-superare-il-cosiddetto-sta/</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Io non creo niente. Io posseggo.”</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/io-non-creo-niente-io-posseggo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 19:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[delocalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[mercati finanziari]]></category>
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					<description><![CDATA[L’economia dei servizi, la bassa qualità del lavoro fotografata dall’indice JQI e i record dei mercati finanziari: è il capitalismo ‘maturo’, bellezza!]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 66, febbraio &#8211; marzo 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’economia dei servizi, la bassa qualità del lavoro fotografata dall’indice JQI e i record dei mercati finanziari: <em>è il capitalismo ‘maturo’, bellezza!</em></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Definiamo ‘qualità del lavoro’: soddisfazione, rispetto delle proprie attitudini, grado di autonomia, ambiente, rapporti interpersonali, prospettive&#8230; indubbiamente tutto questo, dimensioni che negli ultimi anni sono entrate a far parte della riflessione sul lavoro. Eppure, e significativamente, a novembre 2019 quattro studiosi della Cornell University rendono pubblico un nuovo indicatore: lo “US Private Sector Job Quality Index” (JQI) (1). Facendo piazza pulita della narrazione più soggettiva, dichiarano che “<em>qualità del lavoro</em> significa il salario settimanale che un lavoro produce, perché il salario è la prima cosa per cui le persone lavorano ed è necessario per mantenere uno standard di vita, provvedere alle proprie necessità e, si spera, farsi una pensione”. Subito dopo, numeri alla mano, mostrano come la qualità del lavoro sia peggiorata negli Stati Uniti dal 1990 a oggi, e come questo dipenda da ragioni <em>strutturali</em> legate al cambiamento del sistema economico del Paese; una trasformazione che si registra in tutte le economie a capitalismo avanzato, ma il JQI per ora è solo statunitense.</p>



<p>L’analisi è particolarmente interessante visti i dati macroeconomici degli Usa. Dal 2010 il Pil degli States è in aumento: dieci anni di crescita ininterrotta, il periodo più lungo mai visto dal 1900 senza una recessione (2), e anche il 2019, sebbene in calo rispetto al 2018, ha chiuso con un segno positivo, +2,3%. Parallelamente il tasso di disoccupazione è costantemente sceso, fino ad arrivare a dicembre scorso al record minimo del 3,5%, dal 9,9% che era nel 2010 (3). Economia reale che <em>tira</em>, dunque, eppure la qualità del lavoro peggiora. Non si tratta semplicemente della pressione al ribasso sulle retribuzioni che da sempre le imprese operano e che, in assenza di conflitto sociale, com’è la fase attuale, hanno gioco più facile a fare; perché una quasi piena occupazione, per la legge della domanda e dell’offerta, ancor più in un mercato del lavoro ‘dinamico’ quale quello statunitense, dovrebbe spingere verso l’alto i salari, che invece ristagnano. Il problema è appunto strutturale.</p>



<p>In sintesi – il report mette insieme diversi dati, se ne consiglia la lettura integrale – il JQI analizza il settore privato (escludendo quello pubblico), sia manifatturiero che servizi, non include i lavoratori autonomi e tiene conto solo delle posizioni lavorative ‘produttive’, colletti blu e bianchi – niente livello dirigenziale, insomma –: muovendosi all’interno di questa cornice, fotografa l’82,3% dei posti di lavoro attualmente esistenti negli Stati Uniti. Tecnicamente, tenendo fermi i dati medi, l’indice è il rapporto tra i lavori di “alta qualità”, ossia che pagano più del salario settimanale medio e tendono ad avere più ore a settimana, e quelli di “bassa qualità”, che pagano meno e offrono meno ore: un indice pari a 100 indica una uguale distribuzione tra le due categorie, sotto 100 una maggiore presenza di lavori di bassa qualità, sopra 100 l’opposto.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="461" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/02/1.jpg" alt="" class="wp-image-2056" style="width:768px;height:461px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/02/1.jpg 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/02/1-300x180.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/02/1-600x360.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/02/1-750x450.jpg 750w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 1. US Private Sector Job Quality Index (JQI), 1990-2019. Fonte: Report “The U.S. Private Sector Job Quality Index”, novembre 2019.</figcaption></figure>
</div>


<p>Nel 1990 il JQI era 94,9: significa che poco più della metà, il 52,7% dei lavori, era di bassa qualità. La situazione era già critica. Nel luglio 2019 il JQI è pari a 79, ed è il 63% delle posizioni lavorative a essere pessima (vedi grafico 1). Il peggioramento parte da lontano e si è solo reso più acuto negli ultimi trent’anni. La causa è da ricercare nel cambiamento dell’impiego della forza lavoro: più la richiesta di manodopera nel settore dei servizi aumentava e quella nella manifattura calava, più la qualità del lavoro declinava. Lo studio fa dialogare i due dati e li lega indissolubilmente, mostrando come il peggioramento dei salari sia andato di pari passo con la crescita del settore dei servizi rispetto a quello manifatturiero (vedi grafico 2, pag. 8). </p>


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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="685" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok-1024x685.png" alt="" class="wp-image-149" style="width:512px;height:343px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok-1024x685.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok-300x201.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok-768x514.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok-750x502.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok-1140x763.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-2-ok.png 1311w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 2. Salario settimanale medio settore privato (escluso livello dirigenziale), comparti manifatturiero e servizi, 1964-2016. Fonte: Report “The U.S. Private Sector Job Quality Index”, novembre 2019.</figcaption></figure>
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<p>È in questa chiave che il cambiamento è considerato <em>strutturale</em>, e individuato nel passaggio da un’economia manifatturiera a una di servizi: nei primi anni Sessanta questi ultimi impiegavano il 58% del totale della forza lavoro occupata, nel 1990 il 73%, per arrivare a toccare quasi l’84% nel 2010 e lì stabilizzarsi (vedi grafico 3, pag. 9). Il passaggio più importante tra i due comparti si è avuto negli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta, e la parola chiave è stata, ovviamente, <em>delocalizzazione</em>: prima ha interessato il comparto manifatturiero, poi anche quello dei servizi ad alto valore aggiunto. </p>



<p>Rilevante la puntualizzazione secondo cui non solo i lavori nella manifattura e nelle costruzioni, oggi come ieri, sono di alta qualità (ossia pagano più della media e danno occupazione a tempo pieno), ma anche i servizi di ieri (commercio all’ingrosso, trasporti, utility ecc.) offrono ancora oggi retribuzioni più alte: sono dunque i lavori nei servizi che dominano il XXI secolo a essere di bassa qualità. È una falsa narrazione dunque, afferma il report, quella secondo cui gli ambiti dell’informazione e del digitale possono dare una “fiorente situazione occupazionale”. E questo è ancora più preoccupante, sottolinea lo studio, in prospettiva futura, perché sono i due settori in maggiore espansione.</p>


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<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="636" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3-1024x636.png" alt="" class="wp-image-151" style="width:512px;height:318px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3-1024x636.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3-300x186.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3-768x477.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3-750x466.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3-1140x708.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-3.png 1311w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 3. Posti di lavoro nel settore manifatturiero in percentuale sul totale dei posti di lavoro nel comparto privato, 1960-2018. Fonte: Report “The U.S. Private Sector Job Quality Index”, novembre 2019.</figcaption></figure>
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<p>L’analisi non risparmia un’incursione nella Gig economy: lì i salari sono più alti, ma il comparto occupa appena 7,5 milioni di persone, ossia il 7% di tutti gli impiegati non manageriali del settore privato; solo nell’alberghiero e nei servizi per il tempo libero, per esempio, i lavoratori sono 14,7 milioni e non riescono a superare le 26 ore a settimana, e ciò significa che non hanno nemmeno la copertura sanitaria.</p>



<p>Altra narrazione che lo studio mette al palo è quella dei lavoratori “vagamente definiti autonomi” che, se si escludono gli imprenditori, sono appena 15 milioni, la loro incidenza sul totale degli occupati è in declino e sono soprattutto “lavoratori anziani” – niente <em>sono un giovane felice freelance del lavoro cognitivo</em>, insomma.</p>



<p>In questi dati si trova anche la ragione del calo del tasso di partecipazione. Se la qualità dei lavori disponibili declina, afferma il report, tante occupazioni perdono di attrattiva, perché il salario che offrono non cambia le condizioni finanziarie: lavorare o sopravvivere malamente con i sussidi pubblici, è la stessa cosa.</p>



<p>Ne esce la fotografia di un Paese “sottoccupato”, tra part time imposti e retribuzioni sotto il livello di sussistenza, persone che fanno più lavori per sopravvivere a stento, lavoratori sempre più anziani – perché impossibilitati ad andare in pensione mantenendo un livello di vita dignitoso – e giovani che restano nella casa dei genitori.</p>


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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="973" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1-1024x973.png" alt="" class="wp-image-153" style="width:512px;height:487px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1-1024x973.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1-300x285.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1-768x730.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1-750x713.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1-1140x1083.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-4-ok-1.png 1311w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 4. Fonte: Il Sole 24 ore, 28 dicembre 2019.</figcaption></figure>
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<p>Se inseriamo questo elemento non solo nel quadro della crescita decennale del Pil e della disoccupazione ai minimi, ma nel complesso del sistema economico statunitense, la realtà è ancora più devastante.</p>



<p>A marzo 2019 la Borsa di New York ha festeggiato dieci anni di <em>Toro</em>, con lo S&amp;P 500 salito del 312% e il Nasdaq quasi del 500% (4); il primo indice ha poi chiuso l’anno con +30% sui dodici mesi, registrando un nuovo massimo storico, e il Nasdaq con +38%.</p>



<p>Nello stesso decennio le imprese quotate a Wall Street hanno speso 3.600 miliardi di dollari in <em>buyback</em> (5<strong>)</strong> (vedi grafico 4). Si sono indebitate, approfittando dei bassi tassi di interesse fissati dalle politiche delle banche centrali, per riacquistare azioni proprie invece di fare innovazione produttiva; hanno perso competitività sul mercato e posti di lavoro, ma i dividendi per azione sono cresciuti grazie ai giochi finanziari.</p>



<p>Se guardiamo alla Gig economy – che in termini occupazionali, come abbiamo visto, incide pochissimo – a fine 2019 la capitalizzazione di Apple (1.356 miliardi di dollari) e Microsoft (1.235 miliardi), sommata insieme, è arrivata a valere più dell’intera Borsa di Francoforte (2.000 miliardi) o di quella di Parigi (2.400 miliardi), e a inizio 2020 anche Google ha superato la soglia di 1.000 miliardi (6).</p>



<p>Ampliando lo sguardo oltre gli Stati Uniti, qualche altro dato dà l’idea di dove siamo tutti.</p>


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<figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="455" height="1024" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-6-455x1024.png" alt="" class="wp-image-155" style="width:228px;height:512px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-6-455x1024.png 455w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-6-133x300.png 133w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-6.png 626w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 5. Fonte: Il Sole 24 ore, 31 dicembre 2019.</figcaption></figure>
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<p>A gennaio, prima dell’esplosione del coronavirus – che in ogni caso, al momento in cui si scrive, non ha provocato scossoni nei mercati – la capitalizzazione globale dei listini di Borsa (7) è arrivata a toccare 88.000 miliardi di dollari (8), superando il valore del Pil mondiale (86.600 miliardi nel 2019, secondo le stime del Fondo monetario internazionale). Pil che nell’ultimo anno è aumentato del 3%, contro il +26% registrato dall’Msci World, l’indice globale del mercato azionario che sintetizza l’andamento delle Borse dei Paesi avanzati (9).</p>



<p>In Europa, il Pil della Grecia – un Paese che secondo i dati Eurostat 2018 registra ancora, dopo la cura della Troika, il 31,8% di popolazione a rischio povertà – è cresciuto del 2,3% mentre la Borsa, nell’indice più rappresentativo, è salita del 49,65% (vedi grafico 5, pag. 12); l’Italia ha chiuso il 2019 con +0,2% di Pil e +28,28% di Borsa (e una disoccupazione al 9,6%).</p>



<p>Sono dati che vanno ben oltre la cosiddetta ‘finanziarizzazione dell’economia’. È quel cambiamento strutturale nel quale si inserisce anche il peggioramento della qualità del lavoro nei Paesi a capitalismo avanzato.</p>



<p>Circolano montagne di soldi, immessi nel sistema da Fed e Bce, che si riversano nella finanza e creano bolle – che pagheremo (di nuovo) tutti a caro prezzo se dovessero scoppiare, ma non è (più solo) questo il punto. Periodicamente si leva l’allarme su quanto l’economia finanziaria sia scollegata dai <em>fondamentali</em> dell’economia reale, e quanto ciò possa produrre destabilizzazioni sistemiche, ma è sempre più un discorso privo di senso: più che essere scollegato il mercato finanziario ha ormai modificato la propria natura, è diventato una realtà economica parallela e a se stante, che le banche centrali alimentano con il Quantitative easing e le politiche espansive, in quella che è una ‘nuova normalità’. Contemporaneamente l’economia reale, anche quando cresce nei suoi <em>fondamentali</em>, nei Paesi a capitalismo avanzato che hanno delocalizzato non si traduce più in maggior benessere diffuso – la creazione del ceto medio del secolo scorso, a opera della produzione di massa di stampo fordista, del New Deal keynesiano, dell’istituzione del welfare state nei Paesi europei – ma produce <em>strutturalmente</em> lavoro da fame.</p>


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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1000" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok-1024x1000.png" alt="" class="wp-image-157" style="width:512px;height:500px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok-1024x1000.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok-300x293.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok-768x750.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok-750x732.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok-1140x1113.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/RESTITUZIONE-PROSPETTICA-immagine-7-ok.png 1311w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Grafico 6. Fonte: Credit Suisse, “Global Wealth Report 2019”, ottobre 2019.</figcaption></figure>
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<p>Inevitabile che una simile dinamica sistemica produca la crescita della disuguaglianza, su cui ci aggiorna ogni anno il Global Wealth Report di Credit Suisse (10) (vedi grafico 6, pag. 13): tra il 2000 e il 2019 lo 0,9% in ci-ma alla piramide ha visto la propria ricchezza crescere da 39.600 a 158.300 miliardi di dollari, e in percentuale rispetto alla ricchezza globale, se vent’anni fa ne deteneva il 34%, oggi ne possiede il 43,9%. E ciò nonostante “la crescente prosperità delle economie emergenti, soprattutto la Cina, e l’espansione del ceto medio nei Paesi in via di sviluppo”, evidenzia il rapporto; quei Paesi appunto destinatari delle delocalizzazioni.</p>



<p>“Io non creo niente. Io posseggo”, diceva Gordon Gekko. È il capitalismo nella sua fase ‘matura’, globalizzata, caratterizzato dalle catene internazionali del valore: nei Paesi cosiddetti ‘avanzati’ non produce né merci né posti di lavoro di qualità, ma possiede titoli, azioni, manovra sui mercati finanziari, crea bolle. E se un tempo le temeva, cercando di anticiparne lo scoppio, oggi nemmeno quello: ha dalla sua la liquidità potenzialmente infinita della banche centrali. “Quel quadro lì: lo comprai dieci anni fa per 60.000 dollari, oggi potrei venderlo a 600.000. L’illusione è diventata realtà, e più reale lei diventa, più accanitamente la vogliono. Il capitalismo al suo meglio.”</p>



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<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.jobqualityindex.com/" target="_blank">https://www.jobqualityindex.com/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. V. Lops, <em>Perché per la prima volta in un secolo gli Usa hanno chiuso una decade senza recessioni</em>, Il Sole 24 ore, 10 gennaio 2020 </p>



<p class="has-small-font-size">3) Dati U.S. Bureau of Labor Statistics</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. M. Cellino, <em>Wall Street boom, in dieci anni è cresciuta del 312%</em>, Il Sole 24 ore, 11 marzo 2019</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco, <a href="http://www.rivistapaginauno.it/recessione-bolle-finanziarie-fed-bce-qe.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?</em></a>, Paginauno n. 64/2019. Per il dato cfr. A. Franceschi, M. Longo, <em>Ma il rally di Wall Street ha i piedi d’argilla</em>, Il Sole 24 ore, 28 dicembre 2019</p>



<p class="has-small-font-size">6) Dati Bloomberg</p>



<p class="has-small-font-size">7) Escluso quindi il mercato dei derivati finanziari, che da solo, in valore nominale, pare valga 2,2 milioni di miliardi di dollari, equivalenti a 33 volte il Pil mondiale. Cfr. G. Cracco, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/derivati-finanziari-salvare-il-sistema-per-non-cambiarlo/" data-type="post" data-id="3102" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Derivati finanziari: salvare il sistema per non cambiarlo</a></em>, Paginauno n. 65/2019</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Vito Lops, <em>Borse senza euforia, scontato l’annuncio</em>, Il Sole 24 ore, 16 gennaio 2020</p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Vito Lops, <em>Mercati, il 2019 è l’anno dei record</em>, Il Sole 24 ore, 28 dicembre 2019</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.credit-suisse.com/about-us/en/reports-research/global-wealth-report.html" target="_blank">https://www.credit-suisse.com/about-us/en/reports-research/global-wealth-report.html</a></p>
</div></div>
</div></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Smart city: Sorveglianza, Mercificazione, Alienazione, Ricatto, Tecnocrazia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/smart-city-sorveglianza-mercificazione-alienazione-ricatto-tecnocrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisabetta Groppo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 14:58:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=214</guid>

					<description><![CDATA[Smart city, progetto globale: quando e perché le multinazionali iniziano a investire in tecnologia per le città, come viene costruita una narrazione positiva e cosa ci aspetta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-64-ottobre-novembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 64, ottobre-novembre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Smart city, progetto globale: quando e perché le multinazionali iniziano a investire in tecnologia per le città, come viene costruita una narrazione positiva e cosa ci aspetta</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Ciao cittadino. Sono la tua Smart City. Abbandona i bigliettini appesi al frigo, le biglietterie, le code. Dimentica gli sportelli del Comune, le sale di attesa. Scarica la app e dammi accesso a tutti i tuoi dati e permettimi di geolocalizzarti. Penserò a rilevare l’inquinamento atmosferico nel tuo giardino, a calibrare l’energia della tua casa, a controllare chi si aggira nel tuo quartiere e quante car sharing vi transitano. Controllerò anche se fai bene la raccolta differenziata dei tuoi rifiuti. Segui le notifiche che ti trasmetto: stai pagando le bollette, mentre il cardiologo sta visitando per via telematica i tuoi anziani genitori; i tuoi figli sono arrivati a scuola. La tua idea è già start up. Ho appena integrato il tuo fascicolo sanitario elettronico alla nuova polizza che hai stipulato. Hai raggiunto l’obiettivo green di questo mese: hai usato mille volte la ciclabile.</p>



<p>Non è Black Mirror, è la Smart City: efficiente, alla moda, coinvolgente, amicale, ambientalista, ricca di opportunità. Un’idea e una narrazione positiva divenute dominanti. Ma che cos’è davvero una Smart City? Chi, come, quando, perché?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il quadro programmatico</h4>



<p>Nel 2013 la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) redige un report monografico: “Smart City. Progetti di sviluppo e strumenti di finanziamento”. La Smart City è descritta come “una proiezione astratta di comunità del futuro”, un perimetro “applicativo e concettuale” all’interno del quale i “bisogni trovano risposte in tecnologie, servizi e applicazioni”. Una sfida, secondo la CDP, dove al centro è posta “la costruzione di un nuovo genere di bene comune, una grande infrastruttura tecnologica e immateriale che faccia dialogare persone e oggetti, integrando informazioni e generando intelligenza, producendo inclusione e migliorando il nostro vivere quotidiano”. Intelligenza artificiale e Internet of Things sono alla base, e i dati che la nostra vita produce fanno emergere ciò di cui la comunità ha bisogno per il proprio ‘benessere’.</p>



<p>Perché si realizzi è importante che le persone si immergano nei dispositivi tecnologici, ne facciano sempre più uso per ogni tipo di attività, lavorativa e ludica, e questo felice – secondo chi promuove la Smart City – sodalizio tra cittadino e nuove tecnologie apporterà vantaggi e migliorie in sette ambiti: building, economia (imprese e ‘capitale umano’), energia, ambiente, government, living (sanità, welfare, sicurezza, turismo, cultura, tempo libero, istruzione), mobilità e trasporti.</p>



<p>Il progetto, nell’ambito europeo, si inserisce all’interno di Horizon 2020, il Programma Quadro per la Ricerca e l’Innovazione della Ue, che mette a disposizione “80 miliardi di euro di finanziamenti per un periodo di sette anni (2014-2020), oltre agli investimenti nazionali pubblici e privati che questa somma attirerà. Horizon 2020 contribuirà a ottenere una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. L’obiettivo è assicurare che l’Europa produca scienza e tecnologia di livello mondiale, rimuova gli ostacoli all’innovazione e faciliti la collaborazione tra i settori pubblico e privato per trovare soluzioni alle grandi sfide della nostra società”. L’obiettivo dichiarato “è assicurare che l’Europa produca una scienza e tecnologia di classe mondiale in grado di stimolare la crescita economica”, e le pubbliche amministrazioni italiane, secondo il report di CDP, non devono farsi sfuggire l’opportunità di “intercettare le potenzialità offerte dal grande programma comunitario Smart City e più in generale da Horizon 2020 […] per costruire nuove ipotesi strategiche del futuro delle singole città e offrire agli investitori privati una prospettiva credibile e stabile nel medio periodo”.</p>



<p>Per prima cosa le Smart City sono quindi un progetto globale, strutturato, integrato, applicato a comunità storicamente tra loro molto diverse e calato dall’alto; ben lontano quindi dalla narrazione bottom-up che ne viene fatta, legata a logiche spontaneistiche di innovative start up create anche dai cittadini.</p>



<p>Secondo punto, la logica economica, evidentemente centrale nel progetto, sia pubblica che privata, non è l’unico aspetto. Sottolinea la CDP che “in Italia, ma in generale in tutta Europa, il peso della spesa pubblica risulta sempre più difficile da sostenere. Vanno aggrediti gli sprechi. È necessario ridurre la spesa inefficiente e migliorare la qualità della spesa necessaria. Su questo fronte l’utilizzo di tecnologie avanzate e di sistemi integrati all’interno delle città potrà garantire risparmi ingenti per le amministrazioni locali. […] Ridurre la spesa sociale, che compone quasi due terzi della spesa corrente, sarà assai difficile, a causa di ostacoli politici, ma soprattutto per ragioni demografiche. Questo significa che sarà più che mai necessario ridurre il costo dei servizi pubblici e della spesa per infrastrutture sociali, senza ridurre la qualità, anzi aumentandola. Come è possibile? È possibile grazie alla tecnologia e all’innovazione. […] Per fare tutto questo sono necessari investimenti, anche ingenti. Investimenti, tuttavia, con ritorni potenziali, sia diretti che indiretti. Le difficili condizioni di finanza pubblica richiedono, quindi, innovazione anche nelle modalità di finanziamento dei nuovi interventi. È necessario riuscire ad incanalare risorse del risparmio di lungo periodo e capitali privati nella realizzazione delle opere. […] Questa nuova frontiera trova nella Smart City un spazio concettuale (e concreto) per l’elaborazione delle nuove politiche pubbliche per le città. Politiche caratterizzate da un forte contenuto tecnologico e dall’utilizzo su larga scala dell’ingegneria finanziaria”.</p>



<p>Al di là di una considerazione sul concetto di “ostacoli politici” – che cos’è un ostacolo politico? Il fatto che l’agire politico debba fare i conti con il consenso/voto dei cittadini? Ma questo aspetto è ontologico alla politica, in un sistema democratico – ciò su cui è necessario riflettere è l’ingresso della tecnologia nell’ambito delle scelte legate alla spesa sociale, quel welfare sempre più oggetto di tagli.</p>



<p>In un approccio positivista, si affida dunque alla tecnica l’elaborazione di politiche sociali. Non si tratta semplicemente di sfruttare i dati che una rete può raccogliere, è un cambio di paradigma: la tecnica, e non più la politica, dà le risposte alle problematiche sociali di una collettività. Si fa anche entrare il capitale privato, manifatturiero e finanziario, che risponde a logiche utilitaristiche (gli investimenti devono avere “ritorni diretti” e “l’ingegneria finanziaria” deve essere utilizzata su “larga scala”) in un ambito, quello del welfare, che dovrebbe muoversi su criteri di giustizia sociale ed equità che sono ben lontani dalle logiche del mercato e della profittabilità.</p>



<p>A tutto questo l’Italia ha risposto con il decreto legge 12/179 del 18 ottobre 2012, il primo passo istituzionale verso la costruzione dell’architettura delle Smart City. In sintonia con Horizon 2020, anche l’approccio italiano pone l’attenzione su tecnologia e crescita economica legata alla competitività delle imprese, incentivando una domanda di servizi digitali nella comunità sociale. Il decreto legge è infatti approvato “ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di emanare ulteriori misure per favorire la crescita, lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali, attuare politiche di incentivo alla domanda di servizi digitali e promuovere l’alfabetizzazione informatica, nonché per dare impulso alla ricerca e alle innovazioni tecnologiche, quali fattori essenziali di progresso e opportunità di arricchimento economico, culturale e civile e, nel contempo, di rilancio della competitività delle imprese”.</p>



<p>L’art. 20 è intitolato alle “Comunità intelligenti”, di cui l’Agenzia per l’Italia Digitale definisce strategie e obiettivi, coordinandone i processi di attuazione e predisponendone gli strumenti tecnologici ed economici per il loro progresso.</p>



<p>Vale la pena evidenziarne due aspetti: la sottoscrizione da parte di una comunità dello Statuto della cittadinanza intelligente è condizione necessaria per ottenere la qualifica di comunità intelligente, e rispettarlo è vincolante per poter accedere ai fondi pubblici appositamente creati e destinati; l’uso, da un punto di vista quantitativo e qualitativo, dei sistemi e delle applicazioni digitali fornite alle comunità intelligenti, e la partecipazione ai servizi informativi, determina l’accesso ai benefici, per cui si rende necessaria l’implementazione di un sistema di misurazione al quale le Smart City devono partecipare inviando dati, basato su indicatori relativi allo stato e all’andamento delle comunità intelligenti nei diversi ambiti (ambiente, economia, lavoro ecc.).</p>



<p>Si è dunque creata una rete legislativa, quindi politica, a forte sostegno delle Smart City; ed è a maglie strette, attraverso lo Statuto: o si è dentro o si è fuori. E nessuna città vuole starne fuori.<br>Stabilito il che cosa e il come, veniamo al quando e al perché.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’idea</h4>



<p>Nel 1991 la Banca mondiale inizia a riferirsi alle città come ambiti di “motore per lo sviluppo” e non più come spazi di integrazione sociale e di riduzione delle diseguaglianze, secondo la tradizione keynesiana: le città devono generare innovazione tecnologica, far crescere il Pil e attrarre capitali. Un ristretto gruppo di multinazionali (Cisco, IBM e Siemens su tutte) inizia a investire in tecnologie per le città.</p>



<p>Nell’ottobre 2007 l’Università di tecnologia di Vienna, in collaborazione con le Università di Lubjana e Delft, pubblica “Smart Cities. Ranking of European medium-sized cities”. Lo studio verte sull’elaborazione di un sistema di classificazione delle città di medie dimensioni, con l’obiettivo di compararne le caratteristiche e identificarne i punti di forza e debolezza. L’aspetto interessante è l’approccio di tipo “forward-looking development”, cioè prospettico, proiettato sul futuro. Per questo viene dato risalto a dimensioni quali attenzione, flessibilità, trasformabilità, sinergia, individualità, autodeterminazione, comportamento strategico (“awareness, flexibility, transformability, synergy, individuality, self-decisive, strategic behaviour”).</p>



<p>Il risultato è che cittadini, amministrazioni e aziende possano venire consapevolizzati/responsabilizzati rispetto al ranking della propria città, aspetto fondamentale per risultare attrattivi per il capitale privato. Nel documento viene elaborato un parallelismo tra città e impresa, entrambe più competitive nel momento in cui adottano tecnologia ICT (“information and communication technologies”), nei processi sociali la prima, in quelli produttivi la seconda. Anche le città entrano nella logica competitiva di un’economia di mercato.</p>



<p>La crisi del 2007 dà una spinta decisiva al discorso: in una fase di recessione economica la Smart City può diventare non solo un nuovo mercato di vendita per il settore tecnologico, ma il modo per attingere a finanziamenti pubblici per la ricerca e un bacino enorme di raccolta dati, quelli dei cittadini, da utilizzare e vendere. Prendono avvio campagne di marketing volte a diffondere la narrazione positiva della Smart City.</p>



<p>La più potente è quella di IBM. Nel 2008 la multinazionale avvia “Smarter planet”, una campagna pubblicitaria che mira a evidenziare come i leader più lungimiranti nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e della società civile stanno comprendendo il potenziale dei sistemi tecnologici smart per conseguire crescita economica, efficienza, sostenibilità e progresso sociale nelle città. IBM si propone come fornitore, gestore e consulente di reti intelligenti per la gestione dell’acqua, del traffico, della costruzione di edifici smart, e pubblica una serie di annunci a tutta pagina su giornali come il New York Times e il Wall Street Journal.</p>



<p>Nel 2011 registra il marchio “smarter city” e lancia IBM Smarter Cities Challenge (1), un concorso attraverso il quale la multinazionale assegna tecnologia e servizi del valore di 50 milioni di dollari a 100 comuni in tutto il mondo, nell’arco di tre anni. Sono 24 le città che si aggiudicano i grant (2).</p>



<p>Si legge nel comunicato stampa che “team di esperti IBM, appositamente selezionati, forniranno ai responsabili municipali analisi e raccomandazioni per una crescita di successo, una migliore fornitura dei servizi civici, un maggiore coinvolgimento dei cittadini e una migliore efficienza della struttura municipale nel suo complesso”. Si parla di raccolta, condivisione, analisi di dati generati dalle interazioni e dalle transazioni urbane e di interventi decisi in base a quanto rilevato. Le informazioni vanno dai “punteggi nei test scolastici, all’adozione di smart phone, alle statistiche sulla criminalità, traffico pedonale e veicolare, al gettito fiscale e all’utilizzo delle biblioteche. Verranno poi anche eseguite correlazioni che collegano aspetti della vita urbana apparentemente slegati, al fine di sviluppare strategie innovative ed efficaci in termini di costi”.</p>



<p>IBM si propone di fornire “un nuovo punto di vista sulle ‘prestazioni’ delle rispettive città in confronto alle altre […] dati facili da usare per prendere decisioni più informate, che migliorino i servizi e rendano i cittadini e le imprese più consapevoli, più sicuri e più produttivi” nei campi “istruzione, sicurezza, salute, trasporti, uso del suolo, servizi di pubblica utilità, energia, ambiente, reddito personale, spesa, crescita della popolazione e impiego”. Infine, “dopo aver studiato il ruolo che una tecnologia intelligente potrebbe rivestire per migliorare diversi ambiti della vita cittadina”, IBM si propone di definire le strategie per “rendere le città più salubri, sicure, intelligenti e accoglienti per i residenti e le imprese, sia esistenti sia potenziali”.</p>



<p>Oggi ibridi di collaborazione pubblico/privato per il governo urbano smart in Italia sono Cisco per Milano e Torino e IBM per Genova.<br>Nel 2011 arriva anche l’Unione europea, che lancia l’iniziativa “Smart Cities” a sostegno delle città che intendono incrementare l’efficienza energetica dei propri edifici, delle reti energetiche e dei sistemi di trasporto.</p>



<p>Nel 2012 il governo Monti avvia un programma di finanziamenti per progetti inerenti le Smart City e l’innovazione sociale; seguono convegni e incontri che attirano l’attenzione di imprese e soprattutto dei grandi media. La narrazione smart si diffonde in modo capillare anche nel nostro Paese.</p>



<p>Dunque: dominio della tecnica sulla politica; primato del libero mercato, con la logica competitiva, sulla politica; ingresso di capitale privato, con la logica della profittabilità, nella gestione dell’amministrazione pubblica di una città. La Smart City è figlia del pensiero economico neoliberista.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La costruzione di una narrazione positiva</h4>



<p>L’ingegnoso passaggio imbastito dal mondo corporate per fare accettare al cittadino la trasformazione della propria città in una realtà smart è stato mostrare le nuove tecnologie come la soluzione per risolvere i problemi ambientali, che scuotono la sensibilità e muovono paure, per le generazioni presenti e future: risparmio energetico e meno inquinamento, chi non li vorrebbe? Proponendo un legame tra sostenibilità ambientale e tecnologia le multinazionali hanno integrato nell’idea della Smart City i temi green, creando una molla potente per l’accettazione sociale e fornendo alla politica la narrazione con cui legittimare l’ingresso delle soluzioni tecnologiche nell’amministrazione della città.</p>



<p>Il cittadino, in gran parte inconsapevole del reale terreno su cui muove i propri passi, viene spinto a essere partecipativo, a scaricare app, rendere disponibile tutti i suoi dati, fornire una fotografia dinamica degli spostamenti e dei consumi. Non c’è concetto di privacy che tenga: vuoi mettere la difesa della tua piccola ed egoistica privacy in confronto al bene del pianeta?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Criticità</h4>



<p>L’aspetto della privacy è il punto problematico più evidente. Le potenzialità di una sorveglianza di massa sono insite in una rete smart, con risvolti politici ed economici: il comportamento del singolo non è solo controllato ma anche influenzato, in una logica biopolitica, e i suoi dati, in mano al capitale privato, diventano merce su cui fare profitti e con cui creare nuovi bisogni e indurre desideri e consumi (marketing, profilazione, ricerche di mercato…). La vita messa a valore, i cittadini diventano sensori.</p>



<p>Ma non c’è solo questo. Spinta a diventare una ‘macchina per la crescita’ la città si trasforma in un ‘attore collettivo’, in una visione economicistica che nega l’esistenza di differenti gruppi sociali portatori di interessi e bisogni diversi. Una città è il centro e la periferia, classe agiata, ceto medio e poveri, imprenditori, professionisti, lavoratori e disoccupati, anziani e giovani, autoctoni e stranieri… e tante altre linee di demarcazione, territoriali, culturali ed economiche. Il problema della diseguaglianza non trova più posto nella politica della città.</p>



<p>Lo stesso concetto di partecipazione è infatti escludente e crea un circolo vizioso: i dati raccolti, con i quali vengono analizzati i bisogni ed elaborate le relative risposte, non possono che essere rappresentativi solo dei cittadini che partecipano scaricando le applicazioni sul loro smartphone, che abitano nei palazzi e nei quartieri smart, che consumano, si muovono, utilizzano le carte di credito ecc. Una determinata fascia di popolazione cittadina, non tutti i cittadini.</p>



<p>Ne consegue che i bisogni di coloro che, per povertà economica e culturale, non partecipano, non sono nemmeno registrati dalla pubblica amministrazione, e dunque non ricevono risposte. E non si tratta solo di digital divide ma, appunto, di possibilità economiche e sociali a partecipare. La diseguaglianza già esistente in una città tende così a riprodursi, alimentando fenomeni di marginalizzazione e gentrificazione.<br>È il caso di fermarsi a riflettere.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www-03.ibm.com/press/it/it/pressrelease/33995.wss" target="_blank">https://www-03.ibm.com/press/it/it/pressrelease/33995.wss</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Antofagasta, Cile; Boulder, USA; Bucarest, Romania; Chengdu, Cina; Chiang Mai, Tailandia; Delhi, India; Edmonton, Canada; Eindhoven, Paesi Bassi; Glasgow, UK; Guadalajara, Messico; Helsinki, Finlandia; Giacarta, Indonesia; Milwaukee, USA; New Orleans, USA; Newark, USA; Nizza, Francia; Philadelphia, USA; Providence, USA; Rio de Janeiro, Brasile; Sapporo, Giappone; St. Louis, USA; Syracuse, USA; Townsville, Australia; Tshwane-Pretoria, Sudafrica</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Per chi sta realmente lavorando questa economia?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/per-chi-sta-realmente-lavorando-questa-economia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 14:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[Europa, teoria economia e giustizia sociale: mentre si proponeva una procedura d’infrazione sulla base di numeri decimali e cifre ipotetiche, nell’Eurozona e in Italia povertà, working poor e diseguaglianza aumentano ogni anno: per chi sta lavorando questa economia?]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-63-luglio-settembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 63, luglio-settembre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Europa, teoria economia e giustizia sociale: mentre si proponeva una procedura d’infrazione sulla base di numeri decimali e cifre ipotetiche, nell’Eurozona e in Italia povertà, working poor e diseguaglianza aumentano ogni anno: per chi sta lavorando questa economia?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 3 luglio scorso la Commissione europea ha ritirato la proposta di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (1), dichiarando che terrà il Paese sotto stretta osservazione e se ne riparlerà in autunno, in fase di manovra finanziaria 2020. L’ha fatto perché l’Italia ha messo sul piatto 7,6 miliardi, modificando le proprie politiche economiche così come la Commissione aveva richiesto. Problema risolto? No. E per comprendere quanto sia irrisolto, occorre fare un passo indietro e tornare sul Rapporto con cui il 5 giugno la Commissione Ue aveva proposto l’apertura della procedura d’infrazione.</p>



<p>Per leggerlo (2), la sola volontà non è sufficiente; occorre saltare lo steccato ed entrare nel territorio dell’ostinazione, per poi accettare di muoversi nello spazio dell’incredulità. Dapprima è la fatica a dominare, per la sequela di cifre e percentuali che in modo ossessivo si ripetono, dopodiché arriva la sensazione di essere finiti in un mondo parallelo, nel quale le coordinate con cui dovremmo misurare il reale, non esistono.</p>



<p>Da parte sua, con titoli di scatola in prima pagina, editoriali, analisi e aperture di telegiornali che rappresentano come legittima la posizione della Commissione Ue, nemmeno l’informazione mainstream ha aiutato a giugno e non aiuta tuttora a restare aggrappati alla realtà, anzi contribuisce a eliminare dal discorso pubblico ogni riflessione che entri nel merito. La narrazione sulla bontà dei ‘vincoli di bilancio’ introdotti da Maastricht è pensiero dominante da quasi tre decenni, dunque non stupisce l’acritico recepimento del ‘torto’ e della ‘ragione’; eppure la capacità di ragionamento, per quanto atrofizzata, avrebbe dovuto avere un sussulto davanti alla lettura del Rapporto, e la realtà, per quanto negata, si presenta oggi agli occhi in modo talmente drammatico e prepotente che dovrebbe essere impossibile evitare di guardarla.</p>



<p>Se l’applicazione di una teoria economica allarga la forbice della diseguaglianza sociale e aumenta la povertà, deve essere messa in discussione. Alla radice, nella sua impostazione di base, non in superficie, cercando compromessi che non ne modificano l’impianto. “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” ha affermato a fine giugno Elizabeth Warren, senatrice democratica in corsa alle primarie del partito, al primo dibattito televisivo della campagna e-lettorale: “Sta lavorando alla grande per una piccola minoranza di persone, la minoranza più in alto. Sta lavorando alla grande per i colossi farmaceutici, non per le persone che stanno cercando di ottenere una ricetta gratuita per un farmaco. Sta andando alla grande per le persone che vogliono investire nelle prigioni private, non per gli afroamericani e i latini le cui famiglie vengono distrutte, le cui vite vengono distrutte, le cui comunità vengono rovinate. Sta andando alla grande per i colossi delle compagnie petrolifere che vogliono trivellare ovunque, non per il resto di noi che guarda i cambiamenti climatici incombere sulle nostre vite. Quando hai un governo, quando hai un’economia che va alla grande per chi ha soldi e non va alla grande per tutti gli altri, questa è corruzione, pura e semplice. Dobbiamo dirlo. Dobbiamo attaccarlo a testa alta. E abbiamo bisogno di fare cambiamenti strutturali nel nostro governo, nella nostra economia e nel nostro Paese”.</p>



<p>Non si tratta qui di voler prestar fede alle parole pronunciate in un comizio elettorale, ma di registrare che una figura politica, tutt’altro che marginale come la Warren e non certo socialista, perlomeno le può pubblicamente pronunciare. Accade negli Stati Uniti, che ha dato i natali al neoliberismo con Reagan, e non in Europa, culla della socialdemocrazia del dopoguerra. È pur vero che al neoliberismo non è mai appartenuto il rigido dogmatismo che caratterizza l’ordoliberismo, teoria dominante nella Ue da Maastricht in poi. Ed è la ragione per cui il passaggio dalla socialdemocrazia al neoliberismo e successivamente all’ordoliberismo, ha profondamente mutato le società dei Paesi dell’Eurozona.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="848" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1.jpg" alt="" class="wp-image-1205" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 1</figcaption></figure></div>



<p>La socialdemocrazia era un pensiero politico che cercava di mitigare e arginare lo sfruttamento del lavoro e l’utilitarismo insito nel capitalismo, in nome di una morale – vale la pena scomodare il termine di fronte a un’economia che ha superato anche il confine dell’immoralità per divenire amorale – che aveva il suo fondamento nella giustizia sociale. Se si riconosceva alla libera impresa una capacità propulsiva in ambito economico, si era tuttavia ben consapevoli che il sistema capitalistico è incompatibile con i principi di equità, benessere collettivo, diritti sociali; che la valutazione di ciò che è o meno positivo per la collettività richiede un criterio diverso da quello dei prezzi di mercato e del profitto. Da qui la creazione del welfare, la convinzione che è il pubblico, e non il privato, a dover mantenere il controllo in alcuni ambiti, che è la politica a dover regolare l’economia, pena non solo la creazione di una società profondamente ingiusta e diseguale, ma il venir meno della democrazia. Sono queste le coordinate del tutto assenti nel Rapporto di giugno, sostituite da una sequela astratta di numeri sulla base dei quali la vita di milioni di persone viene mantenuta, o gettata, nell’imbarbarimento e nella povertà.</p>



<p>È necessario riportare alcuni brevi stralci del Rapporto della Commissione per rendersi conto di che cosa stiamo parlando. “Il deficit del bilancio pubblico italiano ha segnato il 2,1% del Pil nel 2018. Secondo il Programma di stabilità e le previsioni di primavera 2019 della Commissione, si prevede che sarà rispettato il valore di riferimento del trattato del 3% del Pil nel 2019. Tuttavia, il valore di riferimento sarà superato nel 2020, in base alle previsioni della Commissione, nell’ipotesi di un mancato cambiamento nelle politiche. Il Programma di stabilità prevede un disavanzo al 2,4% del Pil nel 2019 e al 2,1% nel 2020, prima di ridursi ulteriormente al-l’1,8% del Pil 2021 e all’1,5% nel 2022. […] Pertanto, l’Italia è attualmente conforme al criterio del deficit come definito nel Trattato e nel regolamento (CE) n. 1467/97, sebbene vi sia il rischio che il criterio del disavanzo non venga rispettato nel 2020 sulla base delle previsioni di primavera 2019 della Commissione, nell’ipotesi di un mancato cambiamento nelle politiche”. Questo per quanto riguarda il parametro del deficit.</p>



<p>In merito al debito pubblico: “Dopo aver registrato una crescita media annua di 5 punti percentuali durante la recessione a due fasi del 2008-2013, il rapporto debito pubblico/Pil si è attestato intorno al 131,5% nel 2014-2017, per poi salire al 132,2% nel 2018. […] Per il 2019, il Programma di stabilità prevede che il rapporto debito/Pil aumenti ulteriormente fino al 132,6%, ossia di 0,4 punti percentuali rispetto al livello del 2018. […] La Commissione prevede che il rapporto debito/Pil dell’Italia aumenterà molto più marcatamente nel 2019, al 133,7%. […] Per il 2020, il Programma di stabilità prevede che il rapporto debito/Pil diminuisca al 131,3% cioè 1,3 punti percentuali rispetto al livello 2019. […] La Commissione, invece, si aspetta che il rapporto debito/Pil dell’Italia continui a salire nel 2020, al 135,2%. […] Complessivamente, questa analisi suggerisce quindi che prima facie il criterio del debito ai fini del trattato e del regolamento (CE) n. 1467/97 non è soddisfatto nel 2018, 2019 e 2020, sia in base al Programma di stabilità che alle previsioni di primavera 2019 della Commissione”.</p>



<p>Non è focus di questo articolo ragionare sull’infondatezza dei parametri di Maastricht (3% deficit, 60% rapporto debito pubblico/Pil) che nessun pensiero economico ha mai teorizzato e che la realtà di un Paese a capitalismo avanzato come il Giappone provvede da anni a smentire, e nemmeno entrare nelle dinamiche dell’ordoliberismo; questioni che sono già state trattate in analisi precedenti (3). Ciò su cui si vuole qui riflettere sono altri due aspetti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="724" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2.jpg" alt="" class="wp-image-1206" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 2</figcaption></figure></div>



<p>Per prima cosa, è innegabile che l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia avrebbe creato problemi al Paese. Ciò è dovuto alla comunione di due fattori: l’attuale struttura del sistema finanziario – mercati globalizzati e libera circolazione dei capitali – e l’architettura monetaria dell’euro: una banca centrale per 19 Paesi, che ha come unico mandato il controllo dei prezzi con il monitoraggio del valore dell’inflazione intorno al 2%, e non anche la piena occupazione (a differenza della Fed statunitense, per esempio); e ha come tassativo divieto, salvo casi eccezionali (il “Whatever we takes” di Draghi in piena tempesta sul debito sovrano dei Piigs nel 2012), l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi euro, azione che consentirebbe di mantenere stabile il tasso di interesse pagato sul debito pubblico. L’unione di questi due fattori pone l’Italia del tutto indifesa di fronte alla speculazione finanziaria sui suoi bond sovrani; una dinamica che si scatena – l’abbiamo già vista in opera più volte, con l’impennarsi dello spread – con il duplice obiettivo di mettere pressione politica al governo e di fare facili profitti.</p>



<p>Il punto è che le conseguenze di questa architettura finanziaria ricadono sulla vita delle persone, e anche questo l’abbiamo già visto. Sempre. Sia nell’eventualità che il governo avesse ‘abbassato la testa’ e modificato le politiche economiche per evitare la procedura d’infrazione, co-me è stato, sia nel caso avesse deciso di andare allo scontro con l’Unione europea e l’aumento della spesa per interessi sui titoli di Stato avesse portato a una minore disponibilità finanziaria nel bilancio pubblico. Perché ciò che ci consegna la teoria neoliberista e l’esperienza fin qui vissuta, è che i tagli riguardano sempre il welfare e non altri ambiti di spesa – in linea con tale pensiero, lo stesso Rapporto di giugno della Commissione punta il dito sulla riforma delle pensioni, la cosiddetta Quota 100, criticandola aspramente e affermando che torna “indietro su elementi delle precedenti riforme pensionistiche, peggiorando la sostenibilità delle finanze pubbliche a medio termine”.</p>



<p>La Commissione dunque ha creato le condizioni per una (ulteriore) riduzione della spesa sociale nella politica economica italiana e quindi un (ulteriore) impoverimento di una parte di cittadini, sia nel caso che la procedura si fosse avviata, sia nell’eventualità contraria.<br>L’ha fatto sulla base di cosa? Non solo di due (due!) numeri – e anche fossero fondati per qualche teoria e-conomica il ragionamento non cambierebbe – ossia il parametro del deficit e il rapporto debito pubblico/Pil, non prendendo in considerazione nell’analisi nessun altro dato (il coefficiente di Gini, l’indice di povertà, il tasso di disoccupazione&#8230;); l’ha fatto su numeri che sono frazioni di decimali (nel 2018 il rapporto debito pubblico/Pil anziché diminuire è aumentato dello 0,7%); l’ha fatto su dati previsionali, ipotetici, futuri. L’aumento dello 0,7% è infatti l’unico numero consolidato contenuto nel Rapporto di giugno, tutti i restanti sono aleatori: il parametro del deficit rischia di essere superato nel 2020 e il criterio del debito non sarà soddisfatto nel 2019 e nel 2020.</p>



<p>Entrare maggiormente nel dettaglio dei numeri, ragionare sui decimali, le percentuali e sul torto e la ragione delle previsioni, così come cercare compromessi e flessibilità su tali parametri, è del tutto fuorviante, perché significherebbe accettare le premesse, i presupporti, l’architettura di un pensiero economico che non solo non ha tra le proprie coordinate la giustizia sociale ma che mira a imporre anche al pubblico, alla politica, di non occuparsene. La visione, basata sulla logica competitiva in ogni ambito di vita, è quella del darwinismo sociale. E questo è il secondo a-spetto su cui riflettere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="718" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4.jpg" alt="" class="wp-image-1209" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4-251x300.jpg 251w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 4<br>&nbsp;</figcaption></figure></div>



<p>Gli ultimi dati Eurostat, qui riportati in diverse tabelle, parlano senza bisogno di tanti commenti.<br>Le persone a rischio povertà (Tabella 1) nell’Eurozona sono il 22%, un dato che in dodici anni, dal 2005 al 2017, si è mantenuto costante, senza diminuire; in Italia, nel 2004 erano il 26,2%, nel 2017 sono salite al 28,9%. Stiamo parlando di 74 milioni di persone nella zona euro e di 17,4 milioni di persone in Italia. I dati della Grecia, che ha vissuto la troika e il passaggio più rapido e violento al neoliberismo/ordoliberismo, sono i più spaventosi: il 32,9% delle persone nel 2003 era a rischio povertà, sono il 34,8% nel 2017: 3,7 milioni. Essere a rischio povertà significa, secondo la definizione Eurostat: “Avere un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito medio nazionale […] avere condizioni di vita gravemente condizionate da una mancanza di risorse, che si riflette nella corrispondenza ad almeno 4 su 9 delle seguenti privazioni: non potersi permettere di i) pagare l’affitto o le bollette, ii) tenere la casa adeguatamente calda, iii) affrontare spese impreviste, iv) mangiare carne, pesce o un equivalente proteico ogni due giorni, v) una settimana di vacanza lontano da casa, vi) auto, vii) lavatrice, viii) TV a colori, ix) telefono”. È importante sottolineare che i dati sono calcolati dopo i trasferimenti sociali, ossia comprendono l’apporto del welfare; quello stato sociale che il neoliberismo/ ordoliberismo sta smantellando.</p>



<p>I lavoratori part time a rischio povertà (Tabella 2) – il cosiddetto fenomeno dei working poor – sono passati nell’Eurozona dall’essere il 10,9% nel 2007 al 14,4% nel 2017; in Italia, la percentuale è aumentata dal 14,6% al 18,6%. I lavoratori full time a rischio povertà (Tabella 3) erano il 7% nel 2007 nei Paesi euro e sono il 7,8% nel 2017; in Italia sono cresciuti dall’8,5% all’11,1%. È l’effetto dell’aumento dello sfruttamento lavorativo in nome del profitto, attuato con la liberalizzazione del mercato del lavoro, la precarietà, la progressiva eliminazione dei diritti dei lavoratori.</p>



<p>Il coefficiente di Gini misurato sul reddito (4) (Tabella 4), espresso in centesimi nelle tabelle Eurostat, è passato dal 30 al 30,5 nell’Eurozona (2007-2017) e dal 32 al 32,7 in Italia. La diseguaglianza è quindi aumentata. E occorre anche tenere presente che quello di Gini è un indice che, calcolando un rapporto, presenta il limite di restare invariato se il reddito dei più ricchi e quello dei più poveri crescono nella stessa proporzione, e quindi di non tenere conto della forbice fra i valori assoluti, che in realtà aumenta (se ‘A’ possiede 10.000 dollari e ‘B’ 100.000, ed entrambi raddoppiano il loro reddito, il coefficiente di Gini non cambia, anche se il divario è salito da 90.000 a 180.000 dollari).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="721" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1.jpg" alt="" class="wp-image-1208" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1-250x300.jpg 250w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 3</figcaption></figure></div>



<p>I dati degli Stati europei, a 19 o a 27/28, non sono omogenei, com’è ovvio che sia. È la dimostrazione che qualsiasi teoria economica deve confrontarsi con il reale, con la struttura finanziaria, economica e manifatturiera del Paese, che è il risultato della sua Storia, la sua politica, la sua realtà sociale. Non esiste una ‘ricetta’ buona per tutti, o meglio: esiste una ricetta buona per il grande Capitale economico e finanziario, globalizzato. Ma se assumiamo che l’economia è una fra le tante attività u-mane, che deve porsi al servizio delle persone, le ricette devono essere diverse a seconda della realtà sociale a cui vengono applicate. Ed è proprio ciò che nega la globalizzazione. Chiedersi “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” è una domanda di una semplicità disarmante, eppure è proprio il punto di partenza di una riflessione che la classe politica al governo da trent’anni ha eliminato dalla sua visione. Ma se la politica cessa di essere l’ambito attraverso il quale gli esseri umani costruiscono e vivono in comunità, stabilendone i diritti e i principi fondanti e la loro valenza superiore rispetto a interessi di parte – a questo servono le Carte Costituzionali (5) – ecco che anche la democrazia viene meno. Ed è la considerazione finale che porta la lettura del Rapporto di giugno della Commissione.</p>



<p>Ventotto persone riunite in un organo sovranazionale non eletto dai cittadini hanno il potere di valutare, giudicare e infine assolvere o condannare, proponendo l’apertura di una ‘procedura tecnica’, la politica attuata da un governo democraticamente eletto. C’è poco da urlare al ‘pericolo fascista’ o ‘populista’. Karl Polanyi lo aveva definito “doppio movimento”: all’eccesso di liberalismo economico risponde una reazione per ristabilire protezione sociale. In un sistema capitalistico, la depoliticizzazione dell’economia porta impoverimento in larghi strati della popolazione; storicamente, per arginare il conseguente conflitto sociale si è avuto un ritorno a un controllo della politica sull’economia. Può avvenire da destra, e così è stato con il fascismo dopo le liberalizzazione economiche e il mercato autoregolato costruito nell’Ottocento, oppure da sinistra, il New Deal di Roosevelt. Se oggi la sinistra non comprende che non si tratta di cambiare le regole di Maastricht, politica peraltro inattuabile (6), ma di rovesciare il tavolo e andarsene (7), per riprogettare una realtà completamente diversa, interamente sua è la responsabilità della società che si va costruendo in questa fase storica.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/communication_to_the%20_council_aftercollege_-_final.pdf" target="_blank"> https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/communication_to_the _council_aftercollege_-_final.pdf</a><br>2) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/com2019_532_it_en.pdf%20" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/com2019_532_it_en.pdf</a><br>3) Cfr. articoli sull’Unione europea, a firma di Giovanna Cracco, a far data da dicembre 2010<br>3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en</a><br>4) Il coefficiente di Gini misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1, o può essere espresso anche in centesimi: il valore 0 corrisponde alla pura equidistribuzione, la situazione in cui tutti percepiscono lo stesso reddito; valori via via maggiori indicano una distribuzione più diseguale, fino al valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione in cui una persona percepisce tutto il reddito del Paese e la restante popolazione non ha reddito<br>5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="http://rivistapaginauno.it/lunione-europea-di-hayek/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>L’Unione europea di Hayek</em></a>, Paginauno n. 61/2019<br>6) Solo un voto all’unanimità tra 27/28 Paesi – 19 per l’eurozona – può cambiare il contenuto dei Trattati, un’ipotesi irrealistica<br>7) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/sovranita-costituzionale-in-fondo-a-sinistra/" target="_blank">Sovranità costituzionale. In fondo a sinistra</a></em>, Paginauno n. 62/2019</p>
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