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	<title>povertà &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Tue, 29 Oct 2024 17:19:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>povertà &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Rapporto mondiale sui salari 2022/23 – Italia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/rapporto-mondiale-sui-salari-2022-23-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 16:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[I salari in Italia. Nel rapporto dell’ILO la fotografia dell’impoverimento che ben conosciamo: i numeri e il confronto con gli altri Paesi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">International Labour Organization (ILO)*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" target="_blank">(Paginauno n. 81, febbraio – marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I salari in Italia. Nel rapporto dell’ILO la fotografia dell’impoverimento che ben conosciamo: i numeri e il confronto con gli altri Paesi</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">L’aumento dell’inflazione sta riducendo drasticamente i salari reali in Italia</h4>



<p>Per la prima volta in questo secolo, i salari reali sono diminuiti su scala mondiale (-0,9%) nella prima metà del 2022. In Italia, l’impennata inflazionistica ha eroso i salari, producendo una riduzione di quasi 6 punti percentuali, più che doppia rispetto alla media europea (Grafico 1, pag. 35). Questo ‘effetto inflazione’ segue un periodo di crescita più che modesta delle retribuzioni mensili nel periodo 2020-2021 di 0,1 punti percentuali (effetto pandemia), rispetto agli 1,7 punti della media dei Paesi dell’Unione europea (Ue-27).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="395" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1.jpg" alt="" class="wp-image-7240" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-1-300x198.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>L’inflazione ha iniziato a manifestarsi tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, subito dopo la riduzione delle misure adottate per mitigare l’impatto della crisi innescata dalla pandemia di Covid-19. Il Grafico 2 (pag. 36) mostra che nel secondo trimestre del 2022 le retribuzioni orarie reali in Italia sono diminuite di quasi il 6% rispetto al loro valore reale nel primo trimestre del 2019. Questo ha causato una perdita del potere d’acquisto di lavoratori e famiglie che potrebbe ulteriormente ridursi, stando alle previsioni di crescita dell’inflazione in Italia (+12,5%) e alla media per i Paesi dell’Eurozona (+10%) (1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="391" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2.jpg" alt="" class="wp-image-7241" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-2-300x196.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>La crescita della produttività, e in particolare della produttività reale del lavoro, è un fattore determinante per la crescita dei salari reali (2). A livello globale, la crescita media dei salari è rimasta indietro rispetto alla crescita media della produttività del lavoro fin dai primi anni Ottanta. Per la media dei Paesi Ue, sia la produttività del lavoro che i salari reali sono cresciuta in quasi tutti gli anni – tranne che durante la crisi finanziaria globale e la recente crisi da Covid-19 (Grafico 3, pag. 37).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="487" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3.jpg" alt="" class="wp-image-7242" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-3-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Durante il periodo 1999-2022, la produttività del lavoro dei Paesi Ue-27 è cresciuta del 21,5% e quella dei salari reali del 17,6% (il 3,9% in meno della produttività del lavoro). Nello stesso periodo, sia la produttività del lavoro italiana che i salari reali sono diminuiti, in particolare durante il periodo 2011-2019. Nel 2020 sono calati sia la produttività del lavoro che i salari, per effetto del rallentamento dell’attività economica dovuto alla pandemia di Covid-19, mentre nel periodo 2021-2022 si registra un leggero recupero della perdita del 2020. Complessivamente, nel periodo 1999-2022 la produttività del lavoro e i salari sono diminuiti in Italia rispettivamente del 4,8 e del 7,3%. Tra il 2021 e il 2022 si registra una controtendenza caratterizzata da una crescita della produttività (95,2% nel 2022) e una diminuzione dei salari reali (92,7% nel 2022), con un divario salari-produttività del 2,5%.</p>



<p>Un’analisi della produttività per ora lavorata mostra che questa è rimasta superiore alla crescita dei salari per la gran parte del periodo 2005–2022, mentre i salari reali sono diminuiti del 6%. Una delle ragioni del divario della produttività del lavoro italiana rispetto alla media Ue è l’alta concentrazione di lavoro a basso valore aggiunto. Un’altra ragione è correlata alla precarietà del mercato del lavoro e agli scarsi investimenti nella formazione della forza lavoro. Un altro fattore che influenza la dinamica complessiva della produttività è il divario Nord-Sud, con il Sud meno sviluppato in termini industriali e relativamente a più bassa densità di settori e occupazioni a più alto valore aggiunto rispetto al Nord.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Gli impatti legati alla pandemia e all’inflazione si combinano con una tendenza di lungo periodo di riduzione dei salari reali in Italia di 12 punti percentuali nel periodo 2008-2022</h4>



<p>L’analisi dell’evoluzione degli indici dei salari reali durante il periodo 2008-2022 mostra una crescita dei salari nella maggior parte dei Paesi Ue. Il Grafico 4 (pag. 38) evidenzia che la crescita maggiore si è registrata nei Paesi Ue dell’Europa centrale. Durante il suddetto periodo, i salari sono cresciuti del 72% in Ungheria, del 36% in Polonia e del 25% in Slovacchia. Anche in Francia e in Germania i salari sono aumentati rispettivamente del 6 e del 12%.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="493" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4.jpg" alt="" class="wp-image-7243" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-4-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Per quanto riguarda l’Italia, se si prendono come base i salari del periodo immediatamente precedente al manifestarsi della crisi economica e finanziaria globale, l’indice dei salari reali del 2022 indica una perdita di 12 punti percentuali, doppia rispetto alla Spagna – l’altro Paese europeo in cui i salari sono diminuiti di 6 punti percentuali.</p>



<p>Le stesse tendenze possono essere osservate sugli andamenti dei salari reali dell’Italia rispetto agli altri Paesi ad economia avanzata del G20, che hanno beneficiato di un aumento dei salari in termini reali tra il 2008 e il secondo trimestre del 2022, eccetto il Giappone, il Regno Unito e l’Italia. La contrazione dei salari italiani è sei volte maggiore rispetto a quella del Giappone e tre volte maggiore rispetto a quella del Regno Unito (Grafico 5, pag. 39).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="357" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5.jpg" alt="" class="wp-image-7244" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-5-300x179.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Le crisi legate alla pandemia e all’inflazione hanno un impatto maggiore su lavoratori e lavoratrici con bassi salari</h4>



<p>La combinazione tra perdita di lavoro e riduzione di ore lavorate durante la pandemia ha causato una crescita di quasi un punto percentuale della proporzione di lavoratori e lavoratrici a bassi salari, che in Italia è passata dal 9,6% del 2019 al 10,5% del 2020 (Grafico 6, pag. 40) (3).</p>



<p>La proporzione di lavoratrici, in genere più presenti rispetto ai lavoratori in lavori a bassa retribuzione, è aumentata di più di un punto percentuale (dal 10,7% nel 2019 a 11,8% nel 2020).</p>



<p>L’età è un’altra caratteristica personale che influisce sui livelli salariali. Durante la pandemia, l’alta percentuale di giovani già presenti tra i lavoratori con basse retribuzioni, è ulteriormente cresciuta di quasi un punto tra il 2019 e il 2020, anche se la crescita maggiore si è registrata tra i lavoratori di età compresa tra i 35 e i 50 anni (+1,2%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="437" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6.jpg" alt="" class="wp-image-7245" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6-300x219.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-6-120x86.jpg 120w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<p>Anche l’area geografica nella quale si è occupati ha un impatto sulla proporzione di lavoratori con bassa retribuzione, i quali sono più presenti nell’Italia del Sud (circa 14%), anche se gli incrementi maggiori si sono registrati nell’Italia centrale (+1,5%) e del Nord (+1,4%).</p>



<p>Sulla base della tipologia di contratto, i lavoratori a tempo indeterminato con basse retribuzioni sono aumentati (+1,2%) rispetto a quelli a tempo determinato (+0,8%), il cui numero è quasi doppio rispetto ai primi. L’incremento del numero di lavoratori a bassa retribuzione è stato invece lo stesso tra i lavoratori a tempo pieno e quelli a tempo parziale (+0,9%).</p>



<p>Anche l’inflazione ha un impatto maggiore su lavoratori e lavoratrici con reddito medio-basso.</p>



<p>La narrativa sulla crescita dell’inflazione spesso considera che l’aumento del costo della vita colpisca le famiglie in maniera uguale. Il Rapporto mostra, tuttavia, che l’inflazione può avere un impatto maggiore sul costo della vita delle famiglie a basso reddito, a causa dell’utilizzo della maggior parte del reddito disponibile per la spesa in beni e servizi essenziali. Questi ultimi, in genere, subiscono un incremento di prezzo maggiore rispetto ai beni non essenziali.</p>



<p>Anche i dati relativi all’Italia evidenziano che i beni e servizi primari sono stati maggiormente intaccati dall’inflazione. Il Grafico 7 (pag. 41) mostra la crescita dei prezzi dei beni di prima necessità a partire dal 2021, con un’impennata nel 2022. Gli incrementi maggiori si sono registrati riguardo ai costi relativi alle spese per alloggi e trasporti, maggiori rispetto all’andamento generale dell’indice dei prezzi al consumo (IPC), mentre le spese per generi alimentari hanno seguito l’andamento a due cifre dello stesso indice.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="403" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7.jpg" alt="" class="wp-image-7246" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/09/grafico-7-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Il divario salariale di genere è rimasto invariato durante il periodo 2019-2022</h4>



<p>Il già ampio divario di genere relativo alla partecipazione nel mercato del lavoro si è ulteriormente acuito durante la pandemia, passando dal 17% del 2019 al 17,5% del 2021.</p>



<p>Durante lo stesso periodo, la perdita di lavoro delle lavoratrici (-2,3%) è stata maggiore rispetto ai lavoratori (-2,1%). Se misurato paragonando i salari medi di uomini e donne, il divario salariale sembrerebbe essere diminuito durante la crisi, ma ciò è dovuto alla maggiore perdita di lavoro di lavoratrici posizionate nella parte bassa della scala salariale, piuttosto che a un miglioramento dei loro salari. Una misurazione del divario sulla base del salario orario e del salario mensile indica che in Italia il divario salariale di genere è rimasto sostanzialmente immutato rispetto al periodo pre-crisi, attestandosi intorno a 11% (se misurato in base ai salari orari) o al 16,2% (se basato sui salari mensili). Questa tendenza si allinea con la media del divario salariale di genere a livello globale, che è confermata stabile al 20%.</p>



<p>È probabile che se il divario retributivo di genere fosse stato misurato alla fine del 2020, i dati avrebbero mostrato una crescita rispetto all’anno precedente la crisi della pandemia. Tuttavia, il rapporto misura il divario retributivo di genere alla fine del 2021, quando il mercato del lavoro è tornato a livelli simili a quelli pre-pandemia.</p>



<p>Considerando che l’inflazione colpisce lavoratrici e lavoratori in modo simile, il ritorno alla normalità potrebbe spiegare perché il divario retributivo di genere è rimasto abbastanza stabile rispetto al 2019.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto del Rapporto <em>L’impatto dell’inflazione e del COVID-19 sui salari in Italia, messaggi principali del Rapporto mondiale sui salari 2022/23</em>, 2 dicembre 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">1) Fonte: Eurostat, Euroindicators n. 133/2022, 30 novembre 2022 </p>



<p class="has-small-font-size">2) La produttività del lavoro è calcolata dividendo il prodotto interno lordo in termini costanti per il numero totale di lavoratori – salariati e non salariati</p>



<p class="has-small-font-size">3) ILO identifica i lavoratori con basse retribuzioni sulla base di un indicatore che misura il numero di dipendenti la cui retribuzione oraria, in tutti i lavori, è inferiore ai due terzi della retribuzione oraria media, calcolata in percentuale</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il virus della fame si moltiplica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-virus-della-fame-si-moltiplica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[ll’inizio della pandemia le persone che vivono in condizioni di carestia è aumentato di sei volte: nel 2021, 20 milioni di persone in più sono state spinte all’estremo livello di insicurezza alimentare. Ricetta mortale di conflitto, Covid-19 e clima accelerano la fame nel mondo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Oxfam International</p>



<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dall’inizio della pandemia il numero di chi vive in condizioni di carestia è aumentato di sei volte: nel 2021, 20 milioni di persone in più sono state spinte all’estremo livello di insicurezza alimentare. Ricetta mortale di conflitto, Covid-19 e clima accelerano la fame nel mondo</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap"><br>A un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, le morti per fame stanno superando quelle per il virus. I conflitti in corso, combinati con le perturbazioni economiche della pandemia e una crisi climatica in aumento, hanno approfondito la povertà e la catastrofica insicurezza alimentare nei punti caldi della fame nel mondo, e stabilito roccaforti in nuovi epicentri.</p>



<p>L’anno scorso, Oxfam ha avvertito nel suo rapporto “The Hunger Virus” che la fame avrebbe potuto rivelarsi ancora più letale del Covid-19. Quest’anno, 20 milioni di persone in più sono state spinte all’estremo livello di insicurezza alimentare, raggiungendo un totale di 155 milioni di persone in 55 Paesi. </p>



<p>Dall’inizio della pandemia, il numero di persone che vivono in condizioni di carestia è aumentato di sei volte a più di 520.000. Quella che abbiamo visto come una crisi sanitaria globale si è rapidamente trasformata in una infiammata crisi di fame, che ha messo a nudo la cruda disuguaglianza nel nostro mondo. Il peggio deve ancora venire, a meno che i governi affrontino con urgenza l’insicurezza alimentare e le sue cause profonde. Oggi, 11 persone stanno probabilmente morendo ogni minuto per fame acuta legata alle tre C letali: il conflitto, il Covid-19 e la crisi climatica. Questo tasso supera l’attuale mortalità pandemica che è di 7 persone al minuto. Dall’inizio della pandemia il conflitto è stato il motore più grande della fame, il fattore primario, spingendo quasi 100 milioni di persone in 23 Paesi a livello di crisi o di peggiore insicurezza alimentare. Nonostante gli appelli per un cessate il fuoco globale per permettere al mondo di concentrare la propria attenzione sul combattere la pandemia, il conflitto è proseguito in gran parte senza sosta. Anche se i governi hanno dovuto trovare nuovi massicci flussi di risorse per combattere il Coronavirus, l’anno scorso la spesa militare globale è aumentata del 2,7% – l’equivalente di 51 miliardi di dollari – sufficiente per coprire sei volte e mezzo i 7,9 miliardi di dollari dell’appello umanitario ONU per la sicurezza alimentare. Le vendite di armi sono aumentate vertiginosamente in alcuni dei Paesi più martoriati dai conflitti e dalla fame; per esempio, il Mali ha aumentato i suoi acquisti di armi del 669% dall’escalation di violenza del 2012. </p>



<p>La ricaduta economica del Covid-19 è stata il secondo fattore chiave della crisi globale della fame: ha approfondito la povertà e mostrato la crescente disuguaglianza in tutto il mondo. Si stima che il numero di persone che vivono in estrema povertà raggiungerà i 745 milioni entro la fine del 2021, un aumento di 100 milioni dall’inizio della pandemia. Gruppi emarginati, specialmente le donne, gli sfollati e i lavoratori informali, sono stati colpiti più duramente. 2,7 miliardi di persone non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario pubblico per far fronte alla devastazione della pandemia. Nel frattempo, durante la pandemia i ricchi hanno continuato ad arricchirsi. Il patrimonio delle dieci persone più ricche (nove delle quali sono uomini) è aumentato di 413 miliardi di dollari nel 2020 – abbastanza per coprire più di undici volte l’appello umanitario delle Nazioni Unite per il 2021. </p>



<p>La crisi climatica è stata la terza causa significativa della fame globale. Quasi 400 disastri legati al clima, tra cui tempeste e inondazioni da record, hanno continuato a intensificarsi per milioni di persone in America centrale, nel sud-est asiatico e nel Corno d’Africa, dove le comunità erano già martoriate dagli effetti sulla povertà causati dal conflitto e dal Covid-19.</p>



<p>Questo breve rapporto esplora come il conflitto ininterrotto, gli shock economici peggiorati dalla pandemia, e l’escalation della crisi climatica hanno spinto ulteriori milioni di persone a livelli di fame estremi, e come questo numero continuerà ad aumentare a meno che non venga intrapresa un’azione urgente. </p>



<p>I punti caldi della fame estrema sono Afghanistan, Yemen, l’area del Sahel nell’Africa occidentale (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal), Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Sudan, Etiopia, Siria, Haiti e Venezuela: in questi Paesi, dove la crisi alimentare si stava già aggravando, un mix di ricadute alimentari causate dalla pandemia, dai conflitti e dalla crisi climatica hanno spinto oltre 48 milioni di persone nella crisi da fame (questa cifra non include il Venezuela, di cui non sono disponibili dati recenti affidabili). La fame si è intensificata anche nei punti caldi emergenti come il Brasile, l’India e il Sudafrica, che ha visto alcuni dei più forti aumenti di infezioni Covid-19 in parallelo con un’impennata della fame.</p>



<p>Porre fine alla fame è possibile. Le parti in guerra devono prima stipulare la pace, e i governi devono salvare vite ora, concentrare le loro risorse sulla protezione sociale e sui programmi che affrontano i bisogni di persone vulnerabili, piuttosto che su armi che perpetuano il conflitto e la fame. Risparmiare solo un giorno e mezzo della nostra spesa militare globale – l’equivalente di 8 miliardi di dollari – sarebbe sufficiente a finanziare l’intero appello delle Nazioni Unite per la sicurezza alimentare di emergenza (nell’aprile 2021 Oxfam e 400 Ong hanno chiesto ai leader mondiali di tagliare le spese militari di un giorno per coprire i 5,5 miliardi di dollari che il PAM dell’ONU e la FAO dicono essere urgentemente necessari per aiutare coloro che sperimentano i livelli più gravi di insicurezza alimentare; da allora la spesa militare è aumentata di 50 miliardi di dollari). </p>



<p>Per porre fine alla crisi della fame, i governi devono anche ricostruire un sistema più equo e sostenibile di economia globale, mentre si riprendono dalla pandemia. Devono affrontare i fattori chiave della fame e sradicare le disuguaglianze di fondo che aumentano il divario tra ricchi e poveri. Questo include il sostegno ai piccoli agricoltori per recuperare, e costruire, più equi e sostenibili sistemi alimentari. Per salvare vite umane ora e in futuro, i governi devono:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>finanziare pienamente l’appello delle Nazioni Unite sul programma umanitario e sostenere un fondo globale per la protezione sociale;</li><li>garantire l’accesso umanitario in zone di conflitto e la fine dell’uso della fame come arma di guerra;</li><li>forgiare la pace promuovendo la partecipazione e la leadership delle donne nella costruzione della pace;</li><li>costruire un ambiente più equo e più resiliente e sistemi alimentari più sostenibili;</li><li>garantire che le donne guidino la risposta alla pandemia e il recupero;</li><li>sostenere un vaccino popolare;</li><li>intraprendere azioni urgenti per affrontare la crisi climatica.</li></ul>



<h4 class="wp-block-heading">Le tre C letali che accelerano la fame </h4>



<p>Tre fattori di insicurezza alimentare – conflitto, shock economici aggravati principalmente dal Covid-19 e crisi climatica – hanno devastato le comunità di tutto il mondo, con i conflitti che sono rimasti il principale motore per tre anni consecutivi, anche durante la pandemia. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Conflitto </h4>



<p>Di fronte alla pandemia globale senza precedenti di Covid-19, l’ONU ha chiesto un cessate il fuoco nel marzo 2020. Tuttavia, il conflitto è andato avanti senza sosta ed è il principale motore della fame per quasi 100 milioni di persone in 23 Paesi – 22 milioni si sono aggiunte solo l’anno scorso. A livello globale, un record di 48 milioni di persone sono ora sfollati interni a causa del conflitto e della violenza. </p>



<p>Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Siria e Yemen – alcuni dei Paesi dove si trovano i peggiori focolai di fame nel mondo – sono tutti dilaniati dal conflitto. Più di 350.000 persone nella regione del Tigray, in Etiopia, secondo una recente analisi dell’IPC, tra maggio e giugno 2021 stanno vivendo condizioni simili alla carestia – il maggior numero di persone registrato in questo livello catastrofico di fame dalla Somalia del 2011, quando un quarto di milione di somali ha perso la vita per fame. In Tigray e aree circostanti, il 74% della popolazione dovrebbe dover affrontare una crisi o peggio, livelli di fame acuta, a partire da luglio 2021. </p>



<p>Nello Yemen, quasi un decennio di guerra ha spogliato le persone dei loro risparmi, lasciando molti senza risorse per comprare cibo. I blocchi e i conflitti hanno causato un aumento vertiginoso dei prezzi degli alimenti, con i prezzi aumentati di oltre il 100% dal 2016. Oltre 16 milioni di persone nello Yemen quest’anno dovranno affrontare livelli di crisi o di peggiore insicurezza alimentare. </p>



<p>Le donne e le ragazze sono colpite in modo sproporzionato dai conflitti e dalla fame. In genere affrontano pericoli straordinari per assicurarsi il cibo, eppure troppo spesso devono mangiare per ultime e mangiare meno. Conflitto e sfollamento hanno anche costretto le donne ad abbandonare il loro lavoro o a perdere la stagione della semina. Si trovano di fronte a scelte impossibili, come dover decidere tra l’andare al mercato e rischiare di essere aggredite fisicamente o sessualmente, o vedere le loro famiglie soffrire la fame. </p>



<p>Molti Paesi colpiti da conflitti sanno fin troppo bene che “la gente non sta solo morendo di fame, ma viene affamata” (Gabriela Bucher, “Conflitto e sicurezza alimentare”, Dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 11 marzo 2021). Le parti in guerra hanno intenzionalmente trasformato la fame in un’arma di guerra, quando privano di cibo e acqua i civili, impediscono il soccorso umanitario, bombardando i mercati, incendiando i raccolti e uccidono il bestiame. Nonostante il Consiglio di sicurezza dell’ONU abbia riconosciuto il legame tra fame e conflitto nella Risoluzione 2417, il blocco degli aiuti umanitari rimane una modalità comune in tutte le zone di conflitto del mondo, dove continuano gli attacchi ai civili, alle coltivazioni, al bestiame e alle riserve d’acqua, in gran parte impunemente. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Covid-19 e ricadute economiche </h4>



<p>A più di un anno e mezzo dopo che la pandemia di Coronavirus è stata dichiarata, l’economia ha registrato un declino causato dai lockdown e dalle chiusure delle frontiere, delle imprese e dei commerci che ha peggiorato la situazione per le persone più svantaggiate, e portato a un’impennata della fame. L’attività economica globale è diminuita del 3,5% e la povertà è aumentata del 16%. </p>



<p>In tutto il mondo, 33 milioni di lavoratori hanno perso la loro occupazione nel 2020. La pandemia ha portato a una disoccupazione di massa che causa 3,7 trilioni di dollari di perdita di reddito da lavoro – l’equivalente del 4,4% del Pil globale del 2019. Gli shock economici alimentati principalmente dalla pandemia hanno spinto alla fame oltre 40 milioni di persone in 17 Paesi – rispetto ai quasi 24 milioni dell’anno precedente. È un aumento di quasi il 70% e non tiene conto dei 3 miliardi di persone che non potevano permettersi una dieta sana anche prima della pandemia – una cifra che quest’anno probabilmente aumenterà. </p>



<p>A livello globale, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati di quasi il 40% dall’anno scorso, l’aumento più alto che si sia registrato in più di un decennio. È stato guidato da una maggiore domanda di biocarburanti, lockdown e chiusure di frontiere che continuano a interrompere i flussi alimentari. L’inflazione alimentare sta rendendo il cibo inaccessibile per molte persone, anche quando è disponibile. Questo è particolarmente vero per le persone in Paesi come lo Yemen o Haiti, che importano la maggior parte dei loro alimenti e non possono offrire sussidi, meccanismi di controllo dei prezzi o trasferimenti di denaro per aumentare il potere d’acquisto delle persone.</p>



<p>I prezzi più alti non hanno necessariamente generato maggiori profitti per i produttori di cibo, specialmente i piccoli agricoltori che non potevano permettersi di comprare semi e fertilizzanti o trasportare i loro prodotti ai mercati. Senza adeguate strutture di stoccaggio o accesso ai mercati, gli agricoltori sono stati costretti a vendere a qualsiasi prezzo, anche in perdita, o a vedere i loro raccolti marcire. Come risultato, l’88% degli agricoltori nigeriani intervistati lo scorso agosto ha indicato di aver perso metà del reddito durante la pandemia. Anche i lavoratori agricoli a giornata hanno perso il loro reddito, perché non erano in grado di raggiungere i campi. </p>



<p>La pandemia ha messo a nudo anche il più grande aumento della disuguaglianza da quando esiste il dato, ossia dall’inizio delle registrazioni statistiche. Mentre i piccoli produttori di cibo hanno perso il loro reddito, i ricavi delle dieci principali aziende produttrici di alimenti e bevande sono aumentati di quasi 10 miliardi di dollari dal 2019 al 2020. L’aumento di queste entrate aziendali, da sole, sarebbe stato più che sufficiente per pagare l’appello umanitario per la sicurezza alimentare per il 2021. </p>



<p>Inoltre, le persone più emarginate, tra cui le donne, i lavoratori informali, i poveri urbani e quelli che vivono in insediamenti informali, sono stati i più colpiti dalla pandemia. A livello globale, la perdita di lavoro per le donne è stata del 5% rispetto al 3,9% degli uomini, ed è costata almeno 800 miliardi di dollari di perdita di reddito nel 2020. Si stima che altre 47 milioni di donne in tutto il mondo cadranno in povertà estrema nel 2021. </p>



<p>Una lezione chiave della pandemia è che i programmi di protezione sociale per le persone in difficoltà – come il denaro o l’assistenza alimentare – sono strumenti importanti da usare per affrontare la fame. Tuttavia, globalmente più di quattro miliardi di persone, ovvero più della metà della popolazione mondiale, non avevano alcuna protezione nel 2020. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La disuguaglianza nei vaccini alimenta la fame </h4>



<p>L’ineguale distribuzione e accesso ai vaccini Covid-19 – in gran parte a causa dei monopoli delle compagnie farmaceutiche e dell’inazione dei Paesi ricchi – rallenteranno qualsiasi ripresa economica e rendono la fuga dalla fame e dalla povertà molto più difficile per milioni di persone in tutto il mondo. La Camera di Commercio Internazionale ha stimato che, a dati odierni, la disuguaglianza dei vaccini potrebbe costare al mondo circa 9,2 trilioni di dollari in perdite economiche, con emergenti punti caldi della fame come l’India, che perde potenzialmente fino a 786 miliardi di dollari o oltre il 27% del Pil. </p>



<p>Mentre i Paesi ricchi come gli Stati Uniti hanno visto la fame diminuire dall’avvio della campagna vaccinale, la pandemia continua a distruggere la vita e i mezzi di sussistenza di milioni di persone nei Paesi poveri. Oxfam ha calcolato che al tasso di vaccinazione attuale, i Paesi a basso reddito aspetterebbero 57 anni per vaccinare completamente le loro popolazioni. Il virus minaccia di causare altri 132 milioni di persone denutrite a causa della perdita di posti di lavoro, redditi distrutti e cattiva salute. Le persone che affrontano la fame e la malnutrizione sono anche più a rischio di contrarre malattie tra cui il Covid-19. </p>



<p>L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che sono necessarie 11 miliardi di dosi per vaccinare tutto il mondo a un livello del 70%, il punto in cui la trasmissione potrebbe essere significativamente colpita. A meno che i Paesi ricchi non smettano di tenere in ostaggio le ricette dei vaccini, il virus continuerà a imperversare in Paesi senza risorse sufficienti, mettendo a rischio milioni di vite e spingendone ancora di più sull’orlo del baratro. La soluzione sta nel fatto che tutti i governi si accordino urgentemente per un accordo temporaneo che deroghi le leggi sulla proprietà intellettuale sulle tecnologie sanitarie Covid-19, in modo che i produttori qualificati di tutto il mondo possano aumentare la produzione. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Clima </h4>



<p>Nel 2020, il mondo ha visto il record di 50 miliardi di dollari di danni causati da disastri climatici estremi (tra cui 6 miliardi di dollari nel solo Honduras); disastri esacerbati dal cambiamento climatico che sono stati il principale motore che ha spinto quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi a livelli di crisi alimentare. Nonostante questo, i governi hanno ritardato l’azione per affrontare la crisi climatica, per concentrarsi sulla pandemia. </p>



<p>Il riscaldamento globale sta aumentando la frequenza e l’intensità dei disastri legati al clima come tempeste, inondazioni e siccità. Gli ultimi sette anni sono stati i più caldi, con il 2020 che ha registrato il record. Annualmente, i disastri climatici sono più che triplicati dal 1980, con un evento meteorologico estremo attualmente registrato a settimana. </p>



<p>L’agricoltura e la produzione alimentare hanno sopportato il 63% dell’impatto di questi shock da crisi climatica, e sono i Paesi vulnerabili e le comunità povere che meno hanno contribuito al cambiamento climatico a esseri i più colpiti. Per esempio, nelle parti dell’India orientale colpite dal ciclone Amphan nel 2020, gli agricoltori hanno perso i loro raccolti e i pescatori hanno perso le loro barche, e quindi le loro principali fonti di reddito. </p>



<p>Allo stesso modo, l’anno scorso nell’Africa orientale cicloni più numerosi e più forti hanno contribuito a piaghe senza precedenti di locuste del deserto, che portano a un’importante interruzione dell’approvvigionamento alimentare che riduce la disponibilità e l’accessibilità del cibo per milioni di persone nel Corno d’Africa e nello Yemen.</p>



<p>La frequenza e l’intensità dei disastri causati dal clima eroderanno la capacità di resistere agli shock delle persone che già vivono in povertà. Ogni catastrofe li porta in una spirale verso il basso di crescente povertà e fame.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Rapporto Oxfam International, 9 luglio 2021, disponibile integralmente in inglese qui <a href="https://www.oxfam.org/en/research/hunger-virus-multiplies-deadly-recipe-conflict-Covid-19-and-climate-accelerate-world">https://www.oxfam.org/en/research/hunger-virus-multiplies-deadly-recipe-conflict-Covid-19-and-climate-accelerate-world</a>. In questo estratto non sono riportate le note a piè di pagina, relative alle fonti documentali dei dati inseriti nel rapporto, che si possono trovare nel testo completo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il virus della disuguaglianza *</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-virus-della-disuguaglianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 13:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[L’accusa di Oxfam International: “La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Oxfam International</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-71-febbraio-marzo-2021/" data-type="post" data-id="4505" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 71, febbraio – marzo 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’accusa di Oxfam International: “La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua”</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">La crisi del coronavirus si è abbattuta su un mondo già estremamente disuguale. Un mondo in cui uno sparuto gruppo di oltre 2.000 miliardari possedeva più ricchezza di quanta non ne potesse spendere in un migliaio di vite; un mondo in cui quasi metà dell’umanità era costretta a sopravvivere con meno di 5,50 dollari al giorno. Un mondo in cui, in 40 anni, la quota del surplus di reddito andata all’1% più ricco era oltre il doppio di quella fluita alla metà più povera della popolazione globale e in cui, negli ultimi 25 anni, lo stesso 1% più ricco ha bruciato il doppio di carbone rispetto al 50% più povero, acuendo l’attuale crisi climatica e ambientale. Un mondo in cui il crescente divario tra ricchi e poveri ha alimentato e aggravato antiche disuguaglianze di genere e razza.</p>



<p>La disuguaglianza è il prodotto di un sistema economico distorto e improntato allo sfruttamento, le cui radici affondano nei principi neoliberisti e nel condizionamento della politica da parte delle élite. Ha sfruttato ed esacerbato sistemi basati su disuguaglianza e oppressione croniche, ossia il patriarcato e il razzismo strutturale radicati nella supremazia bianca. Questi sistemi sono le cause primarie dell’ingiustizia e della povertà: generano enormi profitti, accumulati nelle mani di un’élite patriarcale bianca, sfruttando persone che vivono in povertà, donne e comunità razzializzate e storicamente emarginate e oppresse in tutto il mondo. La disuguaglianza fa sì che vi siano più malati e meno persone istruite che vivono una vita felice e dignitosa; avvelena la politica, alimenta l’estremismo e il razzismo, ostacola la lotta alla povertà, condanna molte più persone alla paura e lascia a poche la speranza.</p>



<p>Quest’estrema disuguaglianza significa che miliardi di persone vivevano già al limite delle proprie possibilità quando è scoppiata la pandemia: non avevano né risorse né alcuna forma di sostegno per resistere alla tempesta economica e sociale che essa ha creato. Oltre tre miliardi di persone non avevano accesso all’assistenza sanitaria, tre quarti di tutti i lavoratori non avevano accesso a forme di protezione sociale come il sussidio di disoccupazione o l’indennità di malattia, e nei Paesi a basso e medio-basso reddito oltre la metà degli occupati si trovava in condizione di povertà lavorativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dall’inizio della pandemia i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri</h4>



<p>Nei primi mesi della pandemia il mercato azionario ha subìto un crollo che ha causato una drastica riduzione della ricchezza finanziaria dei miliardari. Questa battuta d’arresto è stata però di breve durata: nel giro di nove mesi i 1.000 miliardari più ricchi, principalmente uomini e bianchi, hanno recuperato tutta la ricchezza che avevano perso. I governi hanno fornito alle proprie economie un sostegno senza precedenti e il mercato azionario è tornato a espandersi, facendo lievitare i patrimoni miliardari anche mentre l’economia reale si trovava ad affrontare la più profonda recessione da un secolo a questa parte. Dopo la crisi finanziaria del 2008 sono stati necessari cinque anni affinché la ricchezza dei miliardari tornasse ai livelli pre-crisi. A livello mondiale, tra il 18 marzo e il 31 dicembre 2020 la ricchezza dei miliardari ha registrato un’impennata di ben 3.900 miliardi di dollari arrivando a toccare quota 11.950 miliardi. Tale cifra è pari a quella spesa dai governi del G20 in risposta alla pandemia. Il patrimonio dei 10 miliardari più ricchi al mondo è complessivamente aumentato di 540 miliardi di dollari nei nove mesi presi in esame.</p>



<p>A seguito del blocco dei voli commerciali, in tutto il mondo sono aumentate a dismisura le vendite di jet privati. Mentre il Libano si trova ad affrontare una vera e propria implosione economica, i suoi super-ricchi vanno a rilassarsi in località di montagna. Qualsiasi Paese si prenda in esame, sono sempre i più abbienti a essere meno colpiti dalla pandemia e a recuperare più velocemente i propri livelli di ricchezza; rimangono però tra i maggiori responsabili delle emissioni di carbonio e contribuiscono in maniera più incisiva alla crisi climatica.</p>



<p>Tutto ciò accade mentre il mondo è colpito dal più grande shock economico dopo la Grande Depressione e centinaia di milioni di persone perdono il lavoro e affrontano la miseria e la fame a causa della pandemia. Questo shock è destinato a invertire il trend decrescente della povertà globale a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Si stima che nel 2020 l’aumento del numero totale di persone che vivono in povertà potrebbe essersi attestato tra 200 e 500 milioni. Ci vorranno oltre dieci anni perché il numero di persone che vivono in povertà possa tornare al livello precedente la crisi.</p>



<p>La pandemia ha rivelato come per la maggior parte degli abitanti del pianeta la distanza dalla miseria equivalga a un solo stipendio. Vivono con una somma giornaliera che va da 2 a 10 dollari, affittano due stanze in uno slum per la loro famiglia, prima della crisi riuscivano a tirare avanti e cominciavano a sognare un futuro migliore per i propri figli. Sono tassisti, parrucchieri, piccoli commercianti. Sono guardie di sicurezza, addetti alle pulizie, cuochi. Sono operai, sono contadini. La crisi del coronavirus ci ha mostrato come, per la maggior parte dell’umanità, non vi sia mai stata una via d’uscita definitiva dalla povertà e dall’insicurezza bensì, al massimo, una temporanea e fragilissima tregua.</p>



<p>Di fronte a tali sofferenze è assolutamente assurdo, sia dal punto di vista logico che morale che economico, permettere che i miliardari traggano vantaggio dalla crisi. Le loro crescenti ricchezze dovrebbero invece essere usate per combattere la crisi e per salvare milioni di vite e garantire fonti di sostentamento a miliardi di persone.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Con la pandemia la disuguaglianza potrebbe aumentare come mai prima d’ora</h4>



<p>Anche se è troppo presto per avere un quadro completo della situazione, la maggior parte degli studi iniziali suggerisce che la disuguaglianza possa essere aumentata in modo significativo. Questo punto di vista è supportato dal sondaggio condotto da Oxfam tra 295 economisti di 79 Paesi, tra cui eminenti economisti mondiali come Jayati Ghosh, Jeffrey Sachs e Gabriel Zucman. L’87% degli intervistati riteneva che nel loro Paese la disuguaglianza di reddito sarebbe aumentata o fortemente aumentata a seguito della pandemia, un’opinione espressa dagli economisti di 77 Paesi su 79. Oltre metà degli interpellati riteneva inoltre che la disuguaglianza di genere sarebbe probabilmente o molto probabilmente aumentata, e oltre due terzi pensavano lo stesso in merito alla disuguaglianza razziale. Due terzi dei partecipanti al sondaggio ritenevano inoltre che i loro governi non avessero un piano adeguato e coerente di lotta alle disuguaglianze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il coronavirus ha acuito le disuguaglianze preesistenti</h4>



<p>La pandemia ha colpito molto più duramente le persone in stato di povertà rispetto ai ricchi e ha avuto effetti particolarmente devastanti sulle donne, la popolazione di colore, gli afro-discendenti, i popoli indigeni e le comunità storicamente emarginate e oppresse in tutto il mondo. Le donne, e in misura maggiore le donne razzializzate, sono più esposte degli uomini al rischio di perdere il lavoro a causa del coronavirus. In America Latina gli afro-discendenti e i popoli indigeni, già emarginati, hanno subìto conseguenze peggiori rispetto al resto della società, sono più esposti al rischio di morte e ancora di più al rischio di povertà.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Salute</h4>



<p>Il coronavirus ha portato alla luce le fragilità di sistemi sanitari pubblici scarsamente attrezzati e sottofinanziati; ha inoltre rivelato i limiti dei sistemi sanitari privati, basati sul privilegio dei più ricchi, in momenti di crisi come quella che stiamo affrontando. La probabilità di morire per Covid-19 è molto più alta per chi è povero e probabilmente è ancora più elevata per gli appartenenti alle comunità di colore o indigene. In Brasile, ad esempio, gli afro-discendenti sono molto più esposti al rischio di morte rispetto ai brasiliani bianchi. Se il loro tasso di mortalità fosse uguale a quello dei bianchi, a giugno 2020 oltre 9.200 afro-discendenti sarebbero stati ancora vivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Istruzione</h4>



<p>Nel 2020 oltre 180 Paesi hanno temporaneamente chiuso le proprie scuole. Nel periodo di chiusura simultanea, quasi 1,7 milioni di bambini e ragazzi sono rimasti a casa. Nei Paesi più poveri la pandemia ha privato gli alunni di quasi quattro mesi di frequenza scolastica, contro le sei settimane dei Paesi ad alto reddito. Si stima che la pandemia cancellerà i benefici ottenuti grazie ai progressi globali degli ultimi 20 anni nel campo dell’istruzione femminile, con conseguente aumento della povertà e della disuguaglianza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lavoro e mezzi di sostentamento</h4>



<p>Centinaia di milioni di posti di lavoro sono andati persi a causa della pandemia. L’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza (CRI, Commitment to Reducing Inequality) pubblicato da Oxfam e Development Finance International rivela che 103 Paesi sono andati incontro alla pandemia con almeno un terzo della propria forza lavoro privo di diritti e tutele, quali ad esempio l’indennità di malattia. La crisi del coronavirus ha messo brutalmente a nudo le disuguaglianze nel mondo del lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, il 90% dei lavoratori nel quartile di reddito superiore ha diritto ai congedi di malattia retribuiti, mentre nel quartile inferiore solo il 47% gode di tale diritto. Nei Paesi a basso reddito il 92% delle donne svolge lavori informali, pericolosi o insicuri. La pandemia ha anche causato una crescita esponenziale dei lavori sottopagati o non retribuiti, svolti prevalentemente da donne e in particolare da donne appartenenti a gruppi emarginati per motivi razziali ed etnici. Una catastrofica perdita di reddito non bilanciata da adeguate misure di supporto ha determinato un aumento incontrollato della fame: secondo stime di pochi mesi fa, entro la fine del 2020 almeno 6.000 persone al giorno sarebbero morte per fame conseguente al Covid-19.</p>



<pre class="wp-block-preformatted"> 
<strong>Il costrutto sociale della razza</strong>
Oxfam usa il termine razza non come categoria biologica ma come costrutto sociale. L’espressione “gruppi razzializzati” è usata in riferimento a tutti quei gruppi che non godono dei privilegi della popolazione bianca a causa di processi di razzializzazione determinati da specifiche dinamiche sociali. Un sistema sociale razzializzato è “un sistema in cui i livelli economici, politici, sociali e ideologici sono parzialmente determinati dalla collocazione dei soggetti in categorie o gruppi razziali”. Alcune società sono altamente razzializzate; in altre la stratificazione non si esplica a livello di razza ma di etnia all’interno dello stesso contesto razziale, come in molti Paesi africani e asiatici, oppure a livello di  casta in quei Paesi dove il sistema di caste costituisce la principale forma di oppressione sistemica.
 La specificità è importante quando si parla di gruppi razzializzati. Questo documento utilizza i termini neri, afro-discendenti, popoli indigeni e comunità storicamente emarginate e oppresse per fornire la più ampia specificità possibile. Il termine ha tuttavia dei limiti: non menziona in modo specifico altre identità razziali o etniche che sono incluse nella voce “comunità storicamente emarginate e oppresse”. </pre>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Estratto dal Rapporto Oxfam International, gennaio 2021, disponibile integralmente qui <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/Sintesi_report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza_FINAL.pdf">https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/Sintesi_ report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza_FINAL.pdf</a>. In questo estratto non sono riportate le note a piè di pagina, relative alle fonti documentali dei dati inseriti nel rapporto, che si possono trovare nel testo completo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il virus dei poveri</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/covid-19-il-virus-dei-poveri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=4134</guid>

					<description><![CDATA[Sindemia: a morire sono i poveri. Cosa mostrano i dati del Center for Disease Control and Prevention statunitense e quelli dell’ultimo rapporto Istat: perché non si tratta solo di comorbidità con malattie croniche e di accesso al sistema sanitario, ma anche di classe sociale. E cosa ci dice sulle diseguaglianze future]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-70-dicembre-2020-gennaio-2021/" data-type="post" data-id="4126" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 70, dicembre 2020 – gennaio 2021</em>)</a></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sindemia: a morire sono i poveri. Cosa mostrano i dati del Center for Disease Control and Prevention statunitense e quelli dell’ultimo rapporto Istat: perché non si tratta solo di comorbidità con malattie croniche e di accesso al sistema sanitario, ma anche di classe sociale. E cosa ci dice sulle diseguaglianze future</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Secondo lo storico austriaco Walter Scheidel (classe 1966), il gran numero di decessi causati dalle catastrofi, come la peste, le guerre o le grandi siccità, avrebbe nel lungo periodo un effetto benefico sull’economia. Nel suo libro <em>The great leveler: violence and the history of inequality from the stone age to the twenty-first century</em> (Il Mulino, 1989), Scheidel sostiene che gli shock violenti causati da gravi eventi avversi giochino un ruolo cruciale nel ridurre la disuguaglianza, perché la scarsità di forza lavoro che ne consegue spinge verso l’alto i salari. Pare <em>purtroppo</em> che “la grande livella” non stia affatto funzionando con la pandemia da Covid-19. Sembra anzi che il coronavirus produca l’effetto opposto, e cioè che acuisca gli svantaggi socioeconomici delle fasce di popolazione più fragili.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e gli USA</h4>



<p>Il 5 luglio scorso il New York Times ha pubblicato un articolo dal titolo <em>The fullest look yet at the racial inequity of coro</em><em>navirus </em>(1). Il giornale è riuscito a ottenere dal CDC (Center for Disease Control and Prevention) i dati su 1,45 milioni di casi di Covid, relativi al periodo gennaio-maggio 2020. Questi dati riguardano 974 contee, che nel loro insieme rappresentano circa il 55% della popolazione statunitense. Gli autori del pezzo hanno calcolato i tassi di infezione e di mortalità raggruppando i casi relativi a ogni <em>county</em> per etnia e fascia d’età; e hanno poi confrontato i risultati con le più recenti stime della popolazione effettuata dal Census Bureau (2). La conclusione cui sono giunti è che il coronavirus negli USA ha colpito in modo sproporzionato i cittadini neri e latinoamericani, sia nelle aree urbane che in quelle suburbane e rurali, e in tutte le fasce d’età. In particolare, l’analisi del Times dimostra che i latinoamericani e gli afroamericani hanno avuto il triplo delle probabilità di contrarre l’infezione rispetto ai bianchi, e quasi il doppio delle probabilità di morire a causa del virus rispetto ai bianchi. “Il razzismo sistemico non si manifesta solo nel sistema giudiziario penale”, ha commentato Quinton Lucas, sindaco (nero) di Kansas City. Nel suo Stato, il Missouri, il 40% degli infetti sono neri o latini, benché questi gruppi costituiscano solo il 16% della popolazione dello Stato.</p>



<p>Secondo gli esperti, le circostanze che hanno reso i componenti di queste categorie sociali più vulnerabili al virus sono essenzialmente tre: molti di loro hanno professioni che non possono essere svolte da remoto (come fare le pulizie, il commesso, lavorare in un call center o effettuare consegne a domicilio), dipendono dai trasporti pubblici per i loro spostamenti e abitano in appartamenti angusti o in case in cui convivono più generazioni della stessa famiglia. In poche parole, sono più poveri.</p>



<p>Per esempio, nella contea di Fairfax, appena fuori dai confini di Washington D.C., il numero di residenti bianchi è tre volte superiore a quello dei latini, ma il numero di cittadini latini che è risultato positivo al Covid è quattro volte superiore a quello dei bianchi. Fairfax è una delle <em>county</em> più ricche degli USA: il reddito familiare medio dei suoi residenti è 120.000 dollari, il doppio di quello medio nazionale, pari a 60.000 dollari (3). L’elevato potere di acquisto ha spinto al rialzo il costo degli alloggi: nel 2017 un appartamento con una sola camera da letto costava quasi 64.000 dollari all’anno (4). Di conseguenza, le famiglie con un reddito modesto devono ammassarsi in case che impediscono ogni tipo di privacy, figuriamoci il distanziamento sociale in tempo di pandemia. Inoltre i membri di queste famiglie sono spesso obbligati a spostarsi fisicamente per recarsi sul posto di lavoro (o per cercarne uno); e, infine, il rischio di ammalarsi, quando si vive in alloggi troppo piccoli, è aggravato dalla pressione per continuare a lavorare o per tornare rapidamente al lavoro, magari in un ambiente a rischio.</p>



<p>E ciò che succede a Fairfax succede in tutto il Paese: negli USA, come dimostrano i dati del censimento del 2018, il 43% dei lavoratori neri e latinoamericani hanno professioni che non possono essere svolte a distanza (la percentuale di bianchi occupata in mansioni analoghe è del 25%). Inoltre, secondo l’American Housing Survey (un sondaggio finanziato dal Dipartimento degli alloggi e dello sviluppo urbano [5]), i latinoamericani hanno il doppio delle probabilità rispetto ai bianchi di risiedere in un’abitazione affollata.</p>



<p>Tenuto conto che le cifre nazionali sottovalutano in una certa misura la disparità (il Covid è molto diffuso fra gli americani anziani, categoria che annovera una percentuale di cittadini bianchi più elevata rispetto ad altre fasce d’età), la situazione risulta ancora peggiore: i latinoamericani di età compresa tra i 40 e i 59 anni sono stati infettati a un tasso cinque volte superiore a quello dei bianchi; mentre fra i morti, più di un quarto dei latini aveva meno di 60 anni (tra i bianchi deceduti, solo il 6% era così giovane).</p>



<p>Il tasso di mortalità più alto tra i neri e i latinoamericani è stato spiegato, in parte, sulla base di una maggiore incidenza in queste etnie di problemi di salute cronici, tra cui il diabete e l’obesità (le malattie dei poveri). Ma i dati del CDC rivelano un significativo squilibrio nel <em>numero</em> di casi di infezione, non solo nei decessi, un fatto che, secondo gli scienziati, sottolinea che le disuguaglianze siano solo in parte correlate ad altri problemi di salute.</p>



<p>In altri termini, benché senza dubbio la comorbidità giochi un ruolo importante nel tasso di mortalità per coronavirus, il primo fattore che determina la morte è aver contratto l’infezione, e il Covid è molto più diffuso tra le persone che non possono lavorare da casa: anche molti bianchi hanno patologie croniche ma, grazie al <em>remote working</em>, non sono esposte al virus e quindi non si ammalano e non muoiono. “Le differenze nei tassi di infezione sono impressionanti”, ha dichiarato Jennifer Nuzzo, epidemiologo e professoressa presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, e a suo parere non dipendono principalmente dalle condizioni di salute sottostanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e l’Italia</h4>



<p>Quasi in contemporanea al Times, il 3 luglio, l’Istat ha pubblicato il Rapporto annuale 2020 sulla situazione del Paese (6), che quest’anno si è concentrato sugli effetti della pandemia in Italia. L’ente di statistica ha effettuato un’operazione molto simile a quella dei giornalisti del NYT, cioè ha aggregato i dati per classi sociali (definite questa volta in base al reddito e non all’etnia) e ha osservato l’andamento dei tassi di mortalità. Le conclusioni, sorprendentemente (date le differenze socioeconomiche fra l’Italia e gli USA, in particolare nel sistema sanitario), sono molto simili. “Nel marzo 2020 e, in particolare, nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, oltre a un generalizzato aumento della mortalità totale, si osservano maggiori incrementi dei tassi di mortalità, in termini tanto di variazione assoluta quanto relativa, nelle fasce di popolazione più svantaggiate, quelle che già sperimentavano, anche prima della epidemia, i livelli di mortalità più elevati. Uno scarso livello di istruzione, povertà, disoccupazione e lavori precari influiscono negativamente sulla salute e sono correlati al rischio di insorgenza di molte malattie (ad es. quelle cardiovascolari, il diabete, le malattie croniche delle basse vie respiratorie e alcuni tumori), che potrebbero aumentare il rischio di contrarre il Covid-19 e il relativo rischio di morte” (7).</p>



<p>Le classi di reddito sono state stabilite dall’Istat sulla base del livello di istruzione, universalmente riconosciuto come la migliore <em>prox</em>y (8) della condizione socioeconomica, dal momento che è direttamente correlato sia con la condizione occupazionale che con la classe sociale. Ebbene, se si considera l’andamento della mortalità nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 marzo 2020, le persone con un basso livello di istruzione presentano <em>sempre</em> un livello di mortalità più elevato di quelle a medio e alto reddito.</p>



<p>Inoltre, se si analizza un secondo indicatore, il rapporto standardizzato di mortalità (RM), la situazione è ancora peggiore. Il RM misura l’eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti, ed è in questo senso una misura dell’effetto negativo degli svantaggi socioeconomici sulla mortalità degli individui. Nel mese di marzo 2020 assistiamo a un incremento del differenziale nelle aree ad alta diffusione dell’epidemia, più marcato per le donne: il RM varia negli uomini da 1,23 di marzo 2019 al 1,38 di marzo 2020 e nelle donne da 1,08 a 1,36. Dall’analisi per classi di età emerge un aumento del rapporto di mortalità negli individui con livello di istruzione basso (rispetto a coloro con un livello alto) nella classe di età 65-79 anni, sia per gli uomini (da 1,28 a 1,58), sia per le donne (da 1,19 a 1,68). Le donne subiscono un peggioramento rilevante anche nella classe di età precedente (35-64 anni), dove il rapporto passa da 1,37 a 1,76. Non si osservano invece delle variazioni significative rispetto al 2019 nella popolazione più anziana (≥80). Ciò significa che nel mese di marzo in tutte le classi di età (tranne per gli over 80), lo svantaggio socioeconomico ha spinto verso l’alto il tasso di mortalità.</p>



<p>In Lombardia, la regione più colpita dalla prima ondata di Covid-19, i risultati confermano le conclusioni a livello nazionale, con una sottolineatura interessante: nel mese di marzo 2020 il RM non è cresciuto nelle aree a bassa diffusione del virus in nessuna delle classi di età considerate.</p>



<p>Dunque, è stata proprio l’epidemia ad acuire le diseguaglianze preesistenti, e si è accanita sui cittadini con un basso titolo di studio, non necessariamente anziani. Il caso più interessante è senza dubbio quello delle donne meno istruite di età compresa fra 35 e 64 anni, che vedono aumentare il proprio RM del 28%.</p>



<p>Le differenze possono essere imputate a un rischio più elevato di contrarre l’infezione oppure a una maggiore vulnerabilità preesistente (il problema della comorbidità, che a sua volta è collegato a condizioni socioeconomiche più sfavorevoli). È lo stesso dilemma cui ha dovuto rispondere il New York Times, e l’Istat è della stessa opinione: “Condizioni socioeconomiche svantaggiate espongono le persone a una maggiore probabilità di vivere in alloggi piccoli o sovraffollati, riducendo la possibilità di adottare le misure di distanziamento sociale”. Un’analisi del Bruegel (un think tank europeo che si occupa di economia) ha rilevato come, in Italia, i cittadini che rientrano nel 10% delle famiglie con i redditi più elevati abbiano a disposizione una media di quasi 76 metri quadri pro capite, mentre quelli che rientrano nel 10% più basso si fermano all’esatta metà, 33 metri circa pro capite. Inoltre, le abitazioni più ampie, e quindi più costose, sono occupate da inquilini con un grado di istruzione superiore e impiegati in lavori ad alto reddito, in larga parte convertibili in forme di smart working. Gli appartamenti più piccoli, al contrario, sono popolati da una fascia di inquilini con un grado di istruzione inferiore, associati a lavori a termine e più difficili da eseguire da remoto (9).</p>



<p>Come già sottolineato a proposito degli Stati Uniti, sono le occupazioni che, più di altre, espongono i lavoratori al rischio di contagio. Tra queste ci sono ovviamente le professioni sanitarie (soprattutto durante la prima ondata, in cui anche negli ospedali mancavano i dispositivi di protezione individuale), insieme a tutte le altre mansioni che non offrono possibilità di smart working o che non godono delle necessarie tutele, come i lavori in agricoltura, nella vendita al dettaglio e nella grande distribuzione, nel trasporto pubblico, i servizi di pulizia, di assistenza e cura dei bambini e degli anziani. La popolazione con un basso livello di istruzione, e le donne in particolare, hanno inoltre una maggiore probabilità di avere condizioni occupazionali e di reddito instabili, molto spesso lavorano in nero (si pensi alle donne delle pulizie, alle badanti, alle tate) per cui “non possono permettersi”, qui come negli States, di fermarsi nemmeno quando si ammalano.</p>



<p>L’Istat è d’accordo con il Times nel ritenere che la diffusione del contagio e la mortalità abbiano sicuramente una relazione anche con il livello di intensità relazionale dei flussi SL (scuola/lavoro), ovvero con il fenomeno del pendolarismo, poiché coloro che utilizzano mezzi pubblici affollati vedono aumentare le probabilità di essere contagiati e, di conseguenza, di morire per Covid.</p>



<p>Allo stesso modo, la maggiore incidenza di malattie croniche nelle fasce di popolazione con le condizioni socioeconomiche più svantaggiate (disturbi cardiovascolari, obesità e diabete) costituisce, in Italia come negli USA, un ulteriore fattore di rischio che contribuisce ad ampliare le diseguaglianze legate all’infezione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="409" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23.jpg" alt="" class="wp-image-4573" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/02/23-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Salute diseguale con le risposte alla pandemia, Giuseppe Costa, 22 Settembre 2020. Fonte: Sbilanciamoci.info</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Il fallimento del welfare</h4>



<p>Come è noto, i sistemi sanitari europei e statunitensi fanno riferimento a modelli opposti: welfare nei Paesi principali della Ue, a orientamento privatistico negli USA. La possibilità per tutti i cittadini di accedere a un’assistenza sanitaria pubblica avrebbe dovuto mitigare nel nostro Paese gli effetti negativi degli svantaggi economici, almeno in relazione ai tassi di mortalità. Evidentemente questo non è avvenuto, principalmente perché il welfare italiano è stato così depauperato negli anni da risultare quasi ininfluente: “Il livello territoriale non è riuscito ad arginare l’emergenza con tempestività e i casi di Covid-19 si sono dovuti riversare negli ospedali che, a loro volta, si sono dimostrati in difficoltà nel fronteggiare una simile pressione, a causa della costante diminuzione delle risorse economiche, del personale sanitario e dei posti letto subita nel corso degli ultimi decenni”, dice l’Istat.</p>



<p>Secondo la Corte dei Conti (10), tra il 2009 e il 2018 si è verificata una riduzione, in termini reali, delle risorse destinate alla sanità particolarmente consistente, che ha acuito i divari in termini di spesa sanitaria pubblica pro capite. Gli strumenti utilizzati per il controllo della spesa in Italia sono stati, principalmente, la contrazione delle prestazioni, il riordino della rete ospedaliera, la riduzione dei posti letto e del personale sanitario. Secondo le stime dell’Ocse (11), nel 2018 la spesa pro capite in Germania e in Francia era, rispettivamente, doppia e superiore del 60% a quella italiana. Al 19 novembre 2020, il tasso di mortalità per Covid è stato pari al 1,5 % in Germania (13.662 deceduti su 892.00 contagiati), al 2,3% in Francia (49.232 morti per 2,14 milioni di infezioni), e al 3,6% in Italia (47.870 decessi su 1,31 milioni di casi accertati). Dal confronto fra i tassi di mortalità e la spesa sanitaria pro capite, emerge come la mortalità diminuisca all’aumentare della spesa sanitaria. E non è tutto: “Un prezzo che la sanità pubblica ha pagato all’austerità è stato anche quello di non riuscire ad assicurare uniformità di salute e di opportunità di accesso alle cure sull’intero territorio nazionale e per tutte le categorie sociali”, dice l’Istat e, come è logico, il prezzo maggiore lo hanno pagato le categorie più deboli.</p>



<p>Se consideriamo che la spesa sanitaria complessiva, pubblica e privata, ammontava, nel 2018, a 155 miliardi di euro (dati Istat), dei quali il 74,2% a carico della componente pubblica, il 23,1% a carico delle famiglie, e la quota residuale (del 2,7%) coperta dai regimi di finanziamento volontario (anche questi a carico del cittadino), dato che la mortalità per Covid aumenta al diminuire della spesa sanitaria, i soggetti più poveri, che non possono permettersi servizi sanitari privati o un’assicurazione sanitaria, muoiono per la pandemia più dei cittadini benestanti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I nuovi poveri</h4>



<p>Il rapporto 2020 della Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia (12), intitolato <em>Gli anticorpi della solidarietà</em> e pubblicato il 17 ottobre, cerca di restituire una fotografia delle gravi conseguenze economiche e sociali dell’attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19. Il nostro Paese ha registrato nel secondo trimestre del 2020 una marcata flessione del Pil, la più preoccupante dall’avvio delle serie storiche (-12,8%); l’occupazione ha registrato un calo di 841 mila occupati rispetto al 2019; il tasso di disoccupazione è diminuito, ma solo perché sono aumentati vistosamente gli inattivi (i cittadini che hanno smesso di cercare un lavoro). Secondo i dati, dal 2019 al 2020 l’incidenza dei “nuovi poveri” (coloro che si sono rivolti alla Caritas per la prima volta) è passata dal 31% al 45% (quasi una persona su due). È aumentato in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani e delle persone in età lavorativa; è calata, invece, la grave marginalità. Stiamo dunque assistendo a una fase di “normalizzazione” della povertà, come accadde per effetto dello shock economico del 2008. Ma nel 2019, alla partenza della pandemia, la situazione era molto più deteriorata: il numero dei poveri assoluti era pari a 4,6 milioni di individui, più del doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers.</p>



<p>I dati Istat sulla povertà nel 2019 (pubblicati lo scorso giugno) (13), riportano che, prima della pandemia, le famiglie povere erano quasi 1,7 milioni, pari al 7,7% della popolazione. Tra le categorie più vulnerabili si registrano le famiglie del Mezzogiorno, le famiglie numerose con 5 o più componenti, le famiglie con figli minori, i nuclei di stranieri (tra loro l’incidenza della povertà è pari al 24,4%, a fronte del 4,9% nelle famiglie di soli italiani) e le persone meno istruite. Continua inoltre la correlazione negativa tra l’incidenza della povertà e l’età della persona di riferimento, il che significa che sono i giovani le persone più colpite dalla mancanza di mezzi, in particolare i nuclei famigliari under 34 risultano i più svantaggiati (l’incidenza della povertà nei nuclei 18-34 anni è pari all’8,9%, tra gli over 65 pari al 5,1%). È ancora molto alto il peso della povertà tra i minori (tra loro la quota sale all’11,4%), per un totale in valore assoluto di oltre 1,1 milioni bambini e ragazzi in stato di povertà. Ovviamente, a pagare il prezzo più alto sono le persone in cerca di un’occupazione (19,7%); tuttavia, anche tra chi possiede un lavoro, la percentuale risulta decisamente più alta della media: tra le famiglie di operai in particolare l’incidenza della povertà si attesta al 10,2%. I dati Istat confermano poi la maggiore vulnerabilità delle persone che non possono permettersi una casa di proprietà: le oltre 726 mila famiglie povere in affitto rappresentano infatti il 43,4% di tutte le famiglie povere.</p>



<p>Questa situazione è aggravata da almeno altri due fattori. In Italia l’indice di concentrazione di Gini è tra i più alti in Europa, 0,33 nel 2018 (in Francia nello stesso periodo era pari a 0,29, in Danimarca a 0,26). Questo indicatore misura le diseguaglianze nella distribuzione del reddito, ed è un numero compreso tra 0 e 1: valori bassi indicano una distribuzione abbastanza omogenea (lo zero indica la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito); valori alti del coefficiente indicano una distribuzione diseguale (1 corrisponde alla massima concentrazione, che si verifica quando una sola persona percepisce tutto il reddito del Paese, mentre il resto della popolazione ha un reddito nullo). Secondo Oxfam, una organizzazione no profit, nel 2019 in Italia il 20% della popolazione deteneva il 70% di una ricchezza complessiva di 9.297 miliardi di euro, contro il 13,3% nelle mani del 60% più povero della popolazione (14). Inoltre il nostro Paese ha una bassissima mobilità sociale, il che significa che la classe sociale di appartenenza influisce pesantemente sulle opportunità future: chi nasce ricco rimane ricco e chi nasce povero rimane povero. In Italia occorrono ben cinque generazioni per migliorare il proprio status socioeconomico e il 31% dei figli di genitori a basso reddito è ‘condannato’ allo stesso livello di entrate della sua famiglia (15).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le prime conseguenze economiche del Covid</h4>



<p>Tra aprile e maggio 2020 la Banca d’Italia ha condotto un’indagine straordinaria sulle famiglie italiane per raccogliere informazioni sulla situazione economica e sulle aspettative durante la crisi legata alla pandemia di Covid-19. I risultati, pubblicati il 26 giugno (16) offrono uno spaccato sconfortante (e si era solo alla prima ondata dell’epidemia): oltre la metà della popolazione ha dichiarato di aver subito una contrazione nel reddito familiare a causa delle misure adottate per il contenimento dell’epidemia. L’impatto è stato particolarmente grave per i lavoratori autonomi: quasi l’80% ha subìto un calo nel reddito e il 36% di loro ha perso oltre la metà del reddito familiare. Più di un terzo degli individui ha dichiarato di disporre di risorse finanziarie liquide sufficienti per meno di tre mesi a coprire le spese per i consumi essenziali della famiglia; questa quota ha superato il 50% per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine. Quasi il 40% degli individui indebitati ha dichiarato di avere difficoltà nel sostenere le rate del mutuo a causa della crisi sanitaria, e quasi il 60% riteneva che, anche quando l’epidemia fosse terminata, le spese per viaggi, vacanze, ristoranti, cinema e teatri sarebbero stati comunque inferiori a quelle pre-crisi.</p>



<p>Le famiglie povere hanno dovuto affrontare anche problematiche nuove, innanzitutto le difficoltà connesse con la didattica a distanza, che si manifestano nell’impossibilità di poter accedere alla strumentazione adeguata (tablet, pc, connessioni wi-fi), ma non solo. Colpiscono, poi, i numerosi segnali di allarme delle Caritas inerenti la dimensione psicologica: si rileva un evidente aumento durante il lockdown del disagio psicologico-relazionale, dei problemi connessi alla solitudine e delle forme depressive. I centri di ascolto riferiscono anche un accentuarsi delle problematiche familiari, in termini di conflittualità di coppia e genitori-figli (come è prevedibile quando si costringono gli individui entro i confini angusti delle mura domestiche), violenza e difficoltà di accudimento di bambini piccoli o di familiari colpiti dalla disabilità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e i disturbi emotivi</h4>



<p>Il Covid-19 non mette a dura prova solo i polmoni. Ammalarsi può causare anche ripercussioni psichiatriche serie, come depressione, ansia, insonnia e disturbo post-traumatico da stress. Lo avevano dimostrato i ricercatori del San Raffaele di Milano (17) e ora le loro conclusioni vengono confermate da una ricerca molto più ampia condotta dall’Università di Oxford (18). Lo studio, pubblicato su <em>The Lancet Psychiatry</em>, ha preso in esame un database elettronico con i dati di 69 milioni di americani, inclusi 62.364 casi di Covid-19. Secondo i ricercatori inglesi, al 20% dei pazienti infetti da coronavirus viene diagnosticato un disordine psichiatrico entro 90 giorni dall’inizio della malattia. I disturbi più comuni sono ansia, depressione e insonnia, ma la ricerca suggerisce anche che questi soggetti abbiano un più alto rischio di ammalarsi di demenza rispetto a coetanei sani: “I sopravvissuti al Covid-19 sembrano essere a maggior rischio di malattie psichiatriche, e una diagnosi psichiatrica precedente potrebbe essere un fattore di rischio indipendente per il Covid-19”. Il terreno socioeconomico è sempre stato un fattore certo nel determinare i problemi di salute mentale: “È sufficiente analizzare la storia della psichiatria moderna, dall’industrializzazione sino ai giorni nostri, per constatare che tutte le più grandi crisi di tipo politico o socio-economico hanno agito da catalizzatori di una psichiatrizzazione delle marginalità sociali. Nel testo <em>Recovery from Schizophrenia: Psychiatry and Political Economy</em>, Richard Warner dimostrava proprio questo rapporto stretto tra crisi economiche e ricoveri in ospedali psichiatrici”, afferma Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (SIEP), componente del Consiglio Superiore di Sanità e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena (19). “In un’ottica di analisi delle misure anti-Covid, la prima cosa da fare, per evitare questi effetti, è lavorare sulla riduzione della povertà, che come si sa è la più diffusa delle malattie. Ridurre il gap tra condizioni di garanzia e chi non ha i basilari strumenti per la sussistenza”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Covid-19 e la Dad</h4>



<p>Per quanto riguarda il sistema scolastico in Italia, le possibili disparità pre-Covid riguardavano le possibilità di accesso all’istruzione; la frequenza in età regolare della scuola dell’obbligo; i rendimenti (cioè l’acquisizione di competenze cognitive, misurata dai test PISA e INVALSI); e l’indirizzo di scuola secondaria frequentato. Le ultime tre fonti di disuguaglianza sono collegate alle origini sociali delle persone, segnatamente al livello di istruzione delle famiglie: quanto più elevato è il livello di istruzione dei genitori, tanto più è possibile che i figli riescano ad accedere regolarmente fino ai gradi superiori della scuola secondaria.</p>



<p>Insieme al livello di istruzione, anche le possibilità economiche influenzano sia i rendimenti che il tipo di istruzione superiore scelto: quanto più la famiglia ha disponibilità economiche, tanto più è probabile che lo studente riesca a ultimare la scuola superiore e a frequentare i licei (20), ed eventualmente l’università, migliorando le proprie prospettive reddituali future. Con la didattica a distanza tutte le disuguaglianze si sono acuite, innanzitutto perché non tutte le zone del Paese sono ugualmente coperte da connessione internet; e poi perché una quota non banale della popolazione scolastica non ha accesso diretto o indiretto a strumenti come tablet, pc portatili, o smartphone. “Si sono acuite anche le disparità a livello di capitale culturale della famiglia di origine […]. In questa situazione nuova, rappresenta una grande differenza vivere in una famiglia con genitori che possono aiutare nei compiti, nelle risposte alle interrogazioni e possono accedere in modo oculato a internet. Se il capitale culturale familiare è insufficiente, c’è una capacità differenziale di mediazione culturale che i genitori istruiti possono esercitare nei confronti dei loro figli a parità di strumentazione informatica o di accesso alla rete” afferma Antonio Schizzerotto, professore emerito di Sociologia del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento.</p>



<p>Accanto a questi elementi, c’è il problema delle dinamiche di classe e dell’attenzione differenziale che un insegnante può dare in presenza e non può invece dare via internet: durante i collegamenti è più difficile anche solo verificare l’effettiva frequenza dello studente. Inoltre nella didattica a distanza vengono meno due importanti componenti: l’abitudine a interagire con ruoli adulti diversi da quelli familiari e la possibilità di avere un contesto sociale formato da coetanei. “Ciò vale soprattutto per la scuola primaria e la secondaria di primo grado, dove la mancanza di questi elementi aggiuntivi può complicare il livello di crescita, non solo cognitivo ma anche quello della capacità di assumere i vari ruoli sociali e di avere un processo di socializzazione completo”.</p>



<p>Le ripercussioni sul piano economico e sociale dovute al virus produrranno quindi un allargamento della forbice delle disuguaglianze già presenti, rendendo i figli dei genitori poveri ancora meno attrezzati di oggi per le loro sfide future. Secondo Tania Toffanin, professoressa di Sociologia dell’educazione all’Università di Padova, c’è il rischio che questa ondata pandemica abbia un impatto diretto sulla tenuta dei livelli di scolarizzazione. “Finita la pandemia, ci saranno infatti molte persone che non potranno permettersi di continuare la loro istruzione secondaria e terziaria. Basti pensare, ad esempio, ai ragazzi e alle ragazze che si mantenevano all’università attraverso lavori legati al turismo o alla ristorazione, oppure alle famiglie che non avranno più risorse disponibili per sostenere questo sforzo economico […] Sarebbe intellettualmente disonesto non sottolineare la valenza di genere, di classe e razziale della pandemia, che porterà in luce la polarizzazione sociale spesso abilmente occultata, ma sempre presente, nel nostro Paese” (21).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Conclusioni</h4>



<p>Nelle società in cui il virus colpisce, aggrava le conseguenze della disuguaglianza, aumentando i problemi delle fasce più fragili delle popolazioni. Le ricerche suggeriscono non solo che coloro che si trovano nelle classi socioeconomiche più basse sono più suscettibili a essere infettati dal Covid-19, ma che è anche più probabile che ne muoiano. Perfino coloro che riusciranno a non ammalarsi subiranno una perdita di reddito (e di assistenza sanitaria nel Paesi privi di welfare), potenzialmente su vasta scala.</p>



<p>Contemporaneamente, la disuguaglianza stessa può agire come moltiplicatore della diffusione e della mortalità della pandemia: le ricerche sul virus dell’influenza hanno dimostrato che la povertà e la disuguaglianza possono esacerbare i tassi di trasmissione e di mortalità per tutti (22).</p>



<p>Questo ciclo si rafforza a vicenda: la pandemia aumenta il numero di coloro che saranno poveri ed emarginati domani, rendendo la società sempre più ingiusta e sempre più fragile, sia dal punto sanitario, sia per quanto riguarda fenomeni come il populismo, l’animosità razziale e le morti per disperazione (quelle derivanti dall’alcolismo, dal suicidio o dall’overdose di droghe): “Tutti questi fattori sono interconnessi”, ha dichiarato al New York Times la dottoressa Nicole A. Errett, ricercatrice in materia di politica sanitaria pubblica e disastri naturali presso il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Washington: “Le vulnerabilità sociali preesistenti non fanno che peggiorare dopo un disastro, e questo è un esempio perfetto”.</p>



<p>Le categorie che hanno subìto gli effetti peggiori della pandemia sono tre: donne, giovani e lavoratori con contratto a termine: “La crisi riconducibile al Covid-19 ha, di fatto, bloccato in gran parte l’economia ufficiale, quasi del tutto l’economia sommersa che negli ultimi decenni è stata un vero e proprio ammortizzatore sociale” dichiara Gian Maria Fara, presidente di Eurispes (23). “Il sommerso ha consentito a milioni di famiglie monoreddito di integrare le entrate familiari attraverso lavori occasionali o anche stabili non dichiarati. Numerose altre famiglie, che non possono contare sul lavoro ufficiale di almeno uno degli appartenenti, sopravvivono grazie all’arte di ‘arrangiarsi’ messa in atto dai diversi componenti della famiglia che, faticosamente, riescono a mettere insieme il pranzo con la cena”. L’Italia, ma più in generale il modello occidentale, si trova così davanti a un’ulteriore profonda e drammatica prova, perché il Covid-19 salda insieme la crisi economica, la crisi sociale e la crisi della politica e delle istituzioni.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/05/us/coronavirus-latinos-african-americans-cdc-data.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/05/us/coronavirus-latinos-african-americans-cdc-data.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Il Census Bureau è l’ufficio interno allo U.S. Federal Statistical System che si occupa delle analisi demografiche</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/LFE305218#LFE305218" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.census.gov/quickfacts/fact/table/US/LFE305218#LFE305218</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a href="https://www.fairfaxcounty.gov/news2/who-we-are-in-fairfax-county-in-2018-annual-demographics-report/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.fairfaxcounty.gov/news2/who-we-are-in-fairfax-county-in-2018-annual-demographics-report/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.census.gov/programs-surveys/ahs.html" target="_blank">https://www.census.gov/programs-surveys/ahs.html</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>6)</em> Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/capitolo2.pdf" target="_blank">https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/capitolo2.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em><em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size"><em>8) </em>La proxy è un indicatore statistico che descrive il comportamento di un determinato fenomeno non osservabile direttamente </p>



<p class="has-small-font-size"><em>9)</em><strong> </strong>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I" target="_blank">https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>10) Cfr. </em><a href="https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/RappCoord/RappCoord2020">https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/ RappCoord/RappCoord2020</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.oecd.org/els/health-systems/health-data.htm" target="_blank">http://www.oecd.org/els/health-systems/health-data.htm</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>12)</em><strong> </strong>Cfr. http://s2ew.caritasitaliana.it/materiali/Rapporto_Caritas_2020/Report_CaritasITA_2020.pdf</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf" target="_blank">https://www.istat.it/it/files/2020/06/REPORT_POVERTA_2019.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>14)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Disuguitalia_2020_final.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Disuguitalia_2020_final.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>15)</em> Cfr. <a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://24plus.ilsole24ore.com/art/cosi-coronavirus-fa-esplodere-disuguaglianze-sociali-italia-ADsrL2I</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. <a href="https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Evi-preliminari-ind-straord-famiglie.pdf">https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2020/Evi-preliminari-ind-straord-famiglie.pdf</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>17)</em><strong> </strong>Cfr. <a href="https://www.repubblica.it/salute/2020/11/17/news/covid_disturbi_psichiatrici_per_il_20_dei_pazienti-274727855/?ref=RHTP-BH-I274746038-P1-S4-T1">https://www.repubblica.it/salute/2020/11/17/news/covid_disturbi_psichiatrici_per_il_20_dei_pazienti-274727855/?ref=RHTP-BH-I274746038-P1-S4-T1</a></p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr. <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30462-4/fulltext">https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30462-4/fulltext</a></p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/disuguaglianze-sociali-covid19-starace" target="_blank">https://ilbolive.unipd.it/it/news/disuguaglianze-sociali-covid19-starace</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>20) </em>Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.amnesty.it/covid-19-e-didattica-a-distanza-come-nascono-le-disuguaglianze-a-scuola/" target="_blank">https://www.amnesty.it/covid-19-e-didattica-a-distanza-come-nascono-le-disuguaglianze-a-scuola/</a> </p>



<p class="has-small-font-size"><em>21) </em>Cfr. <a href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemia-non-solo-scuola-disuguaglianze" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://ilbolive.unipd.it/it/news/pandemia-non-solo-scuola-disuguaglianze</a></p>



<p class="has-small-font-size"><em>22) </em>Cfr. <a href="https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/coronavirus-inequality.html">https://www.nytimes.com/2020/03/15/world/europe/coronavirus-inequality.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.insidertrend.it/2020/06/20/societa/societa-emergenza-coronavirus-la-pandemia-sta-aumentando-le-disuguaglianze-economiche-e-sociali-secondo-gian-maria-fara-eurispes-dovremo-essere-capaci-di-superare-il-cosiddetto-sta/" target="_blank">https://www.insidertrend.it/2020/06/20/societa/societa-emergenza-coronavirus-la-pandemia-sta-aumentando-le-disuguaglianze-economiche-e-sociali-secondo-gian-maria-fara-eurispes-dovremo-essere-capaci-di-superare-il-cosiddetto-sta/</a> </p>



<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il drammatico Rapporto Caritas 2020</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-drammatico-rapporto-caritas-2020/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisa Simoncelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2020 10:40:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[Uscito il 17 ottobre, il rapporto Caritas di quest'anno fotografa la situazione Covid-19]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uscito il 17 ottobre, il <a href="https://www.caritas.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_preview.mostra_pagina?id_pagina=9114" data-type="URL" data-id="https://www.caritas.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_preview.mostra_pagina?id_pagina=9114" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rapporto Caritas di quest&#8217;anno</a> fotografa la situazione Covid-19. In sintesi:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>nell&#8217;ultimo anno i “nuovi poveri” (persone che si rivolgono alla Caritas per la prima volta) sono passati dal 31% al 45% del totale</li><li>il numero dei poveri assoluti è più che raddoppiato nell&#8217;Italia pre-Covid rispetto all&#8217;Italia pre-crisi del 2007 (vedi grafico 1)</li><li>tra aprile e maggio, i mesi più duri del lockdown, metà delle famiglie italiane ha registrato una diminuzione del reddito (tenendo conto anche dei sostegni ricevuti), e il 14,9% ha avuto una riduzione oltre il 50% (vedi grafico 2)</li><li>L’impatto è stato più negativo tra i lavoratori indipendenti: quasi l’80% ha subìto un calo nel reddito e per il 36% la caduta è stata di oltre la metà</li></ul>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="422" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/caritas-2020-1.jpg" alt="" class="wp-image-3921" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/caritas-2020-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/caritas-2020-1-300x211.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>Il monitoraggio della Caritas ha individuato due fasi:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>marzo-maggio (lockdown)<ul><li>incremento delle persone sostenute (450 mila circa in tutte le Caritas), il 30% di “nuovi poveri” (per la prima volta alla Caritas)</li><li>prevalgono disoccupati, persone con impiego irregolare, dipendenti che aspettano lacassa integrazione, precari o intermittenti senza ammortizzatori sociali</li><li>si registrano problemi con didattica a distanza (non ci sono gli strumenti necessari), disagio psicologico (isolamento, solitudine), problemi familiari (violenza, difficoltà legate all’accudimento dei figli)</li></ul></li><li>giugno-agosto (ripresa)<ul><li>il 54% delle diocesi vede miglioramento, in media calano gli assistiti (1.200 vs 2.290 prima fase) e i nuovi ascolti (305 vs 868 della prima fase)</li><li>il 43% delle diocesi riconosce l&#8217;impatto del Reddito di Emergenza (REM)</li><li>per il 54% delle Caritas le richieste sono ancora riconducibili al Covid (restano i segni)</li><li>l&#8217;83% delle diocesi ha fatto un lavoro di supporto alle richieste dei fondi governativi</li><li>si sono attivati sostegni economici specifici per piccoli commercianti e lavoratori autonomi (2.073 persone) dedicati a sostenere le spese più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, utenze, acquisti utili alla ripartenza dell’attività, ecc.)</li></ul></li></ul>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="352" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/caritas-2020-2-2.jpg" alt="" class="wp-image-3922" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/caritas-2020-2-2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/caritas-2020-2-2-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p>Prendendo a confronto il periodo 15 maggio/15 settembre, 2019 e 2020, Caritas registra:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>un aumento degli assistiti (il 12,7% in più, sottostimato per difficoltà aggiornamento schede)</li><li>un aumenta delle donne, degli italiani, dei giovani tra 18 e 34 anni (problema del lavoro), dei coniugati, delle famiglie con figli e con minori</li><li>una diminuzione della “grave marginalità” (la percentuale di persone senza dimora, di stranieri, magari di passaggio, e delle persone sole) contro una nuova fase di “normalizzazione” della povertà, come già successo con la crisi del 2008</li></ul>



<p>Rispetto al REM (Reddito di Emergenza), Caritas registra:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>è la misura più richiesta ma anche quella più rifiutata</li><li>è stata prevalentemente richiesta da nuclei composti da adulti over 50, soprattutto single e monogenitori con figli maggiorenni</li><li>chi chiede il REM è sovrapponibile a chi prende il Reddito di cittadinanza: nuclei a reddito basso, single, coppie senza figli, anziani</li><li>difficoltà a riceverlo per lentezze burocratiche, poca chiarezza / scarso orientamento su come funziona, difficoltà ad aggiungerlo ad altri ammortizzatori sociali</li><li>le difficoltà hanno favorito chi già era inserito nel sistema di welfare e scoraggiato o escluso chi non percepiva alcun sostegno pubblico al reddito</li></ul>



<p>Un anno fa siamo andati per le strade di Milano per trasformare i numeri della Caritas in persone: Teresa, Rosario, Fausto, Martina, Marco&#8230; e tanti altri (<a href="https://www.rivistapaginauno.it/milano-ho-visto-un-povero-te-vist-cuse/" data-type="post" data-id="122" target="_blank" rel="noreferrer noopener">leggi l&#8217;inchiesta</a>). Cosa significa ritrovarsi tra le fila dei senzatetto e a bussare alle porte della Caritas? Dormire per strada? Vivere in una casa popolare e mangiare alle mense dei poveri? Trovare posto al dormitorio di Casa Jannacci?</p>



<p>I numeri erano già drammatici. A questa situazione la Caritas oggi aggiunge un nuovo tipo di povertà, che si prospetta:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>poco supporto dal welfare pubblico per chi già non ce l’ha</li><li>lavoratori autonomi più vulnerabili</li><li>oscillazione dentro e fuori la povertà per chi si colloca a ridosso della soglia di povertà</li><li>il colpo sui minori: coloro che subiscono povertà nel presente hanno poche possibilità di migliorare la propria situazione in futuro</li></ul>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Milano. Ho visto un povero. T’è vist cus’é?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/milano-ho-visto-un-povero-te-vist-cuse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elisa Simoncelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 14:49:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=122</guid>

					<description><![CDATA[Essere poveri a Milano: come ci si ritrova tra le fila dei senzatetto e a bussare alle porte della Caritas? Quante risorse spende il Comune? Inchiesta tra chi dorme per strada, chi vive in una casa popolare e mangia alle mense dei poveri, chi trova posto a Casa Jannacci.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<ul class="wp-block-list"><li>(<a href="http://rivistapaginauno.it/numero-64-ottobre-novembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paginauno n. 64, ottobre &#8211; novembre 2019</a>)</li></ul>
</div></div>



<p class="has-small-font-size">Raffaella Berardi, Daria Diotallevi, Elisa Simoncelli</p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>Essere poveri a Milano: come ci si ritrova tra le fila dei senzatetto e a bussare alle porte della Caritas? Quante risorse spende il Comune? Inchiesta tra chi dorme per strada, chi vive in una casa popolare e mangia alle mense dei poveri, chi trova posto a Casa Jannacci.</em></p></blockquote>
</div></div>



<p class="has-drop-cap">“Da sola è difficile. Come fai a dormire da sola in strada con tutti gli uomini che ci sono? Se hai un uomo accanto nessuno ti tocca i cartoni, ma se sei sola il cartone non lo trovi. Perché qui è una battaglia, senza si può morire di freddo. Quindi il cartone è essenziale, più della coperta.” Teresa (1) dorme e vive per strada da un anno. “L’impatto è stato devastante. La prima cosa che viene in mente è: che cosa ho fatto per finire qua? Quel che mi sta capitando, non me lo sono meritato.”</p>



<p>Teresa non è la sola. Basta fermarsi nelle vie del centro di Milano al calare della sera per assistere a un completo cambio di scenario: le stesse strade che di giorno sono popolate da fashion designer, top manager e turisti, di notte sono territorio di chi non ha dimora e aspetta che i negozi chiudano per accamparsi davanti alle vetrine. Mentre in altri quartieri più periferici, davanti alle ‘mense per i poveri’ le code si formano ore prima che aprano le porte, e lì tante sono le persone che una casa ce l’hanno, spesso popolare, ma non i soldi per fare la spesa. È l’altra faccia della scintillante Milano, prima città in Italia – su 107 analizzate – per qualità della vita secondo la classifica del Sole 24 ore per l’anno 2018 (2).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La ricca Milano del Sole 24 ore</h4>



<p>Redatta in base a 42 indicatori suddivisi in 6 macro aree (3) – Ricchezza e consumi, Affari e lavoro, Ambiente e servizi, Demografia e società, Giustizia e sicurezza, Cultura e tempo libero – come sa ogni buon ricercatore, il modo in cui vengono estratti e interpretati i dati è basilare per il risultato di una ricerca. Per cui non sorprende che una classifica stilata dal quotidiano di Confindustria parta proprio da depositi bancari e Pil pro capite, magnificando Milano che in questi due numeri risulta prima. Banale anche sottolineare che i dati ottenuti non sono altro che la media del pollo.</p>



<p>Stesso discorso per l’alto prezzo di vendita al mq degli immobili (dove Milano si posiziona al secondo posto), per le spese per viaggi e turismo (7ima) e per i consumi in beni durevoli (11esima). Allo stesso tempo i ricercatori del Sole sembrano non cogliere il fatto che già solo all’interno dell’area ‘Ricchezza e consumi’, compaiono due dati in controtendenza: la città della Madonnina è ultima (perché in questo caso fortunatamente il dato viene letto in negativo) quanto a costo degli affitti, che risultano i più cari tra i capoluoghi analizzati, e ha un altissimo tasso di protesti (103esima, quintultima). Una città gonfia di soldi depositati in conti bancari e un’umanità a latere che si arrabatta ancora fra cambiali e rate scadute. La media del pollo incomincia ad assumere una sua fisionomia.</p>



<p>Un altro tema che mostra le contraddizioni nascoste della città è il comparto ‘Giustizia e sicurezza’: Milano viene considerata una città poco sicura per l’alto numero di denunce presentate – senza chiedersi se ciò sia indice di una criminalità pervasiva o di una maggiore fiducia nelle istituzioni, ma questo è un altro discorso. Ciò che qui rileva, è che accanto a parametri che possono essere considerati nella media nazionale (durata media dei processi e cause pendenti ultratriennali) troviamo un alto numero di scippi e borseggi e di rapine (106esima in entrambe le categorie), di furti in autovetture (97esima) e di delitti di stupefacenti (92esima). Una microcriminalità legata a un disagio economico e sociale.</p>



<p>Non fosse che una classifica pubblicata dal Sole 24 ore contribuisce con i suoi titoloni, ripetuti ad libitum, a creare il mito del “Miracolo Milano” (e ad alzare i prezzi delle case e dei beni), la si potrebbe facilmente derubricare a un divertissement impostato con criteri miopi e dalla grafica molto cool. Invece tocca occuparsene, perché una città è un organismo complesso da valutare. La Milano altra, che alcuni dati fanno intuire, è il rovescio della prima, e nella narrazione spesso manca. Che cosa significa essere poveri a Milano?</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri della Caritas Ambrosiana</h4>



<p>Quanti siano i milanesi sotto la soglia di povertà relativa e assoluta è un dato che l’assessorato alle Politiche sociali non possiede. E questo è il primo dato importante. O sintomo, a seconda di come lo si voglia chiamare. Perché se non si ha chiaro il quadro della situazione, diventa più difficile mettere in campo azioni a contrasto.</p>



<p>Con i suoi 370 centri d’ascolto sparsi per la diocesi, con il Siloe (centro d’orientamento per persone con problemi lavorativi ed economici), il Sai (servizio accoglienza immigrati) e il Sam (per le persone senza dimora), la Caritas Ambrosiana copre il territorio di Milano, Varese, Monza, Lecco e relative province. Potenza, capillarità e storia fanno dell’organismo pastorale un’autorità in materia di contrasto alla povertà. E i dati sui loro utenti, per quanto parziali, sono quanto di più vicino alla realtà. L’ultimo report pubblicato per l’anno 2017 (4) fotografa un campione di 11.335 persone incontrate in 54 centri d’ascolto e nei tre servizi sopra indicati – a fronte di una stima di circa 80.000 persone totali che vi si sono rivolte. Pur non riguardando solo Milano, i dati raccolti sono significativi per il capoluogo lombardo in quanto relativi al 51% del campione.</p>



<p>Il numero di persone che ha varcato la porta per chiedere un aiuto è diminuito dell’8,8% rispetto al 2016 e del 28,3% rispetto al 2008, anno della crisi economica (il dato è aumentato fino al 2010 per poi iniziare a diminuire dal 2011, fino a raggiungere nel 2017 i valori pre crisi), ma se lo si scorpora per provenienza l’immagine assume contorni diversi: nel 2017 la componente straniera è ancora maggioritaria (il 59,1%) ma è calata del 3,3% rispetto al 2016 e del 14,9% dal 2008 e, a specchio, sono gli italiani a essere aumentati delle stesse percentuali; segno che la componente italiana mostra una maggiore difficoltà a riprendersi dalla crisi. Che la situazione sia cronica è fotografata anche dal fatto che il 56% degli assistiti è in carico ai centri e servizi Caritas da 1-2 anni, il 12% da 3-4 anni e il 30,7% da almeno 5 anni.</p>



<p>Significativo anche che a fronte di una diminuzione degli utenti sia aumentato il numero di richieste per persona, evidenziando ancora l’acutizzarsi di alcune situazioni. Le domande di alimentari e buoni mensa sono le più frequenti (37,2%), in calo del 12,7% rispetto al 2016 ma aumentate del 49,2% dal 2008. Tra i bisogni evidenziati, invece, quello di un lavoro accomuna italiani e stranieri, ma se per i secondi è la prima necessità (circa il 60%) per gli italiani è maggiore la richiesta di una integrazione economica: solo il 45% infatti cerca un’occupazione mentre il 53% ha problemi di reddito, rivelando l’esistenza di un’area di working poor. Questo nonostante molti più italiani risultino disoccupati di lungo periodo (44,1%) rispetto agli stranieri (29%), indice da una parte di situazioni ormai cronicizzate e dall’altra, si suppone, di un maggiore accesso al welfare dovuto alla cittadinanza e di una più solida protezione famigliare.</p>



<p>In controtendenza il dato relativo al Sam: le persone con problemi abitativi che si sono rivolte al servizio della Caritas sono aumentate del 23,4% rispetto al 2016. Le richieste di abitazione sono sempre state quelle con l’incidenza più bassa, segnala il report, ma tra il 2008 e il 2017 il valore è passato dal 4,2% all’8,3%, e l’incremento è dovuto principalmente agli italiani: tra gli stranieri infatti si è registrato un aumento del 6,8%, mentre tra gli italiani l’incremento è stato del 133,9%.</p>



<p>Stretto infine il rapporto fra povertà educativa e non solo fragilità e-conomica ma anche cronicità della povertà, per cui uscirne diventa molto più difficile: tra gli italiani il 66,1% non va oltre la licenza media inferiore, anche se il 14,2% ha un diploma e il 3,5% addirittura la laurea. Non si pensi tuttavia sia il risultato di un dato generazionale: il 63,1% degli italiani che si sono rivolti alla Caritas nel 2017 ha tra i 25 e i 54 anni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dormire per strada</h4>



<p>Teresa ha 68 anni ed è in strada da uno, da quando, dopo un divorzio che racconta burrascoso, è andata in causa con il marito e la casa è finita all’asta, che significa non poterci vivere e non poter richiedere un alloggio popolare. Messicana di origine, in Italia da moltissimi anni, parla un italiano eccellente.</p>



<p>Teresa non faceva ancora parte degli homeless cittadini nelle sere del febbraio 2018, quando la Fondazione De Benedetti ha messo in atto “racCONTAMI 2018. 3° Censimento dei senza dimora a Milano”, pubblicato nell’aprile successivo (5). I volontari hanno contato 2.608 persone: 8 erano ricoverate in ospedali, 579 dormivano all’addiaccio e 2.021 avevano trovato ospitalità nelle strutture di accoglienza notturna. Tra le seconde, 33 erano sul bus 90 – una linea notturna – 49 dentro veicoli e 80 in stazione Centrale; le restanti per strada. Anche in questo caso il 2008 è l’anno del primo censimento, e dall’esplosione della crisi economica le persone senza dimora sono aumentate fino al 2013, per poi assestarsi e non tornare ai valori pre crisi: erano 1.594 nel 2008 e 2.614 nel 2013. Le donne che dormono in giacigli di fortuna all’aperto costituiscono il 6%, mentre sono il 17% nei dormitori.</p>



<p>Per ragioni di sicurezza, Teresa ha scelto di non dormire nella zona del centro città, come invece fanno molti senzatetto: “Ho dormito a Novate, Bollate, Quarto Oggiaro, ma non per strada, negli orti: anche ora ho trovato rifugio in un orto, insieme ad altre tre donne” racconta. “Ci siamo fatte amiche dei cani, portiamo loro qualche panino che riceviamo in giro, li trattiamo bene e loro in cambio ci fanno da guardiani. Poi abbiamo gli amici topi. Quelli hanno un orecchio fenomenale e quando sentono un pericolo si riuniscono in gruppo, avvisandoci. Prima i topi mi facevano paura, specie quelli grossi, ora non dico che gli darei un bacino, però… Mi sento abbastanza sicura perché sono con altre donne. Con gli uomini non voglio starci.”</p>



<p>Per lungo tempo ha fatto la traduttrice, poi donna delle pulizie, badante, stiratrice. Tutto in nero, così che oggi non riesce ancora ad avere la pensione. “Avrei dovuto prenderla già da qualche anno ma mi mancano parecchi contributi di quando lavoravo presso ricche famiglie milanesi.” Mentre ci parla le suona il telefono, uno di quei vecchi cellulari che ti permettono giusto di parlare e poco altro. Al termine della conversazione sorride: “Per domani ho un lavoro. Guadagno 4 euro! Porto a spasso un cane. La paga sarebbe di 9/10 euro, ma siccome c’è un’intermediaria&#8230; C’è sempre una russa, una di quei posti lì, che vigila e prima bisogna parlare con lei”. Succede anche per le pulizie di casa. A volte la chiamano per fare qualche ora, ma bisogna sempre smezzare con il ‘caporale’ che ti procura il lavoro e la paga, da 8 euro l’ora, scende a 4.</p>



<p>Quando incontriamo Teresa sono quasi le nove di una sera d’estate, in piazza San Carlo, lungo corso Vittorio Emanuele e a pochi passi da San Babila. Con i capelli grigi raccolti a coda di cavallo un po’ spettinata, è seduta sotto le colonne della chiesa a dar da mangiare ai piccioni, che le si accalcano intorno. La piazza è uno dei luoghi di distribuzione degli aiuti. Quella sera è un’associazione vegana a offrire cibo caldo. Da piazza del Duomo in poi, allo scoccare di una certa ora, sono molti i gruppi che si alternano, anche contemporaneamente, a portare aiuti alle persone che dormono sotto i portici del centro (più di 150 stando alle rilevazioni del censimento della Fondazione De Benedetti) o che convergono qui per incontrarli.</p>



<p>Gruppi formali, appartenenti a organizzazioni, e gruppi informali, di semplici cittadini che si danno appuntamento sui social, come “Volontari per un sostegno ai senzatetto. Milano” che abbiamo incontrato una sera e poi seguito nel loro percorso. Chi distribuisce cibo caldo, chi panini, pizzette o biscotti, chi succhi di frutta, e poi fazzolettini e salviette umidificate e vestiti. Ci si rende ben presto conto che girano talmente tanti gruppi che i clochard si trovano nella condizione di poter scegliere cosa accettare e cosa rifiutare, sia in merito al cibo che all’abbigliamento, in base alle esigenze e anche al gusto personale, se un paio di pantaloni piace oppure no. Un atteggiamento che sorprende, finché non si comprende che la stretta sopravvivenza non è un problema: lo è uscire dalla condizione di bisogno, una volta che ci si è finiti dentro.</p>



<p>Anche Teresa è in piazza San Carlo per raccogliere aiuti: “Per mangiare bisogna muoversi. Però la soluzione non è questa del panino, perché con 4 euro ti puoi comprare un litro di latte, qualche biscotto e sei a posto. L’aiuto deve essere concreto e non è il reddito di cittadinanza, che non serve a niente. Io sono in grado di lavorare e non voglio vivere sulle spalle del governo. A uno di noi gli hanno trovato lavoro, ora ripara biciclette. Questo è un aiuto concreto. Il panino, se io guadagno, me lo compro. Rientrare nella società, questo è quello che vorrei. E non solo per me. Guarda quel signore alto, con la borsa” lo indica fra le persone in fila per mangiare, “è un avvocato: lui e la moglie dormono sulla 73”.</p>



<p>Teresa ha un figlio che non sa che la madre vive per strada. “Pensa che io abbia trovato lavoro come badante e che viva lì o con delle amiche. Ci vediamo in quello che crede essere il mio giorno libero, oppure se manifesta l’intenzione di venirmi a trovare, rispondo che sto uscendo, che sono impegnata.”</p>



<p>Anche le figlie di Rosario non sanno che lui è in strada, ne è a conoscenza solo un fratello. Quando lo incontriamo in aprile sotto i portici di piazza Armando Diaz, Rosario sta fumando un sigaro perché, spiega, le sigarette gliele chiedono sempre e si finisce a comprarle per gli altri. Capelli grigi e un maglione sgargiante che si fa notare sotto un vecchio giaccone di marca, Rosario è seduto su un cartone: accanto ha una colomba di Pasqua appena regalatagli da una signora passata di lì e si appoggia a un sacco a pelo che proprio quel giorno gli ha procurato una delle suore di via Ponzio, dove si reca per mangiare e farsi la doccia. Senza sacco a pelo, la sera precedente ha dovuto dormire in una delle ultime cabine telefoniche rimaste in città: “Per fortuna me lo ha procurato, perché c’è ancora freddo”.</p>



<p>Secondo il censimento della Fondazione De Benedetti, il 78% delle persona che dormono all’aperto possiedono coperte o sacchi a pelo per riparasi (percentuale che scende al 61% fra quanti cercano riparo nelle stazioni). Solo il 30% possiede qualche be-ne in più, custodito in valigie o sacchi. Alcuni dormitori, alcuni drop-in, forniscono anche il servizio di magazzino.</p>



<p>Rosario ha quasi 67 anni, palermitano ma a Milano dal ‘68. Non vuole compagnia – “Io non do confidenza a nessuno” – ma due chiacchiere le fa volentieri. Dorme in strada da un paio di settimane ma non è la prima volta: separato dalla moglie quando le figlie erano piccole, ha dormito per circa sette anni all’aeroporto di Linate, poi a casa di una figlia quasi cinque anni, ora è di nuovo per strada. Muratore specializzato, ha lavorato finché ha potuto ma anche quando lavorava i soldi non bastavano per pagare un affitto. Ora aspetta la pensione, sperando di trovare poi un monolocale fuori Milano, vicino a dove abita la figlia: “Cosa devo fare? Mica posso sempre stare fuori così, poi qui in inverno è brutto”.</p>



<p>Racconta così la sua giornata: “Di giorno vado in corso Ventidue Marzo. C’è una macchinetta dove il caffè costa 50 centesimi ed è buonissimo. Non lo prendo al bar perché costa un euro. Dopo mi siedo su una panchina e aspetto, perché la mensa apre alle 11:30, dal martedì alla domenica; il lunedì è chiusa e mi arrangio. Magari vado in viale Monza perché vicino al mercato comunale c’è un negozio dove il kebab costa solo 1,50 euro. E alla sera, quando questo negozio chiude, vengo qui a dormire”. E la prospettiva, per questo inverno, è di rifugiarsi nuovamente in aeroporto. I pochi soldi che ha in tasca dipendono dalla fortuna e dalla generosità della gente: “C’è quando va bene, c’è quando non va bene”.</p>



<p>Situazioni che si ripetono. Fausto viene dalla provincia di Siracusa, “ho fratelli e sorelle, sanno che vivo a Milano ma non sanno che non ho più un lavoro e sono senza casa”. Capelli e barba folti e bianchi, dichiara di avere 55 anni ma l’aspetto gliene regala almeno una decina in più. Gentile e schivo parla a bassa voce ed è di poche parole: “Lavoravo in una ditta che produce cartongesso. A causa di una malformazione ai piedi ho perso il lavoro e da sette anni vivo per strada”. La patologia di cui soffre lo costringe a stare seduto molte ore al giorno e così passa il suo tempo a confezionare semplici braccialetti in cotone che poi vende ai passanti in cambio di un’offerta libera. Accanto a lui, un borsone di medie dimensioni contiene tutta la sua roba che porta a “lavare in lavanderia ogni venti giorni circa, e poi vado alle docce”.</p>



<p>Come Teresa, Laura non dorme in centro. Ha trovato riparo sotto una pensilina del parcheggio della stazione di Greco-Pirelli, ma le sue motivazioni sono diverse: “Sono stata a dormire qui in centro ma c’è molto rumore. Di notte fanno le pulizie e ti svegliano, e alle cinque e mezza ti devi alzare. Poi ci sono tantissimi scarafaggi enormi. Forse perché ci sono molti negozi che servono da mangiare. Così mi sono spostata”. All’incirca 50 anni, una folta chioma di capelli crespi che raccontano di una tinta bionda fatta alcuni mesi prima, Laura racconta di problemi nel paese di origine, in una provincia lombarda, da cui è dovuta andare via, e di una casa di proprietà che ha in quel luogo ma che affitta, vivendo di quell’entrata: “Per quel che prendo non mi posso permettere di spendere 250/350 euro solo per un posto letto in città. Non ne ricavo così tanto”.</p>



<p>È in strada dal 2011, e i genitori lo sanno. Ha fatto l’operaia, la domestica fissa, la lavapiatti, la badante, le pulizie nelle camere d’albergo. “Adesso sto andando in questi centri diurni, nei drop-in, dove ricevono il bollettino sulle offerte di lavoro”, e ha fatto domanda per una casa popolare. Evidenzia i problemi igenici di una vita di strada, in particolare per una donna: “Ho difficoltà soprattutto per i bagni, perché bagni pubblici in giro non se ne trovano più e se entri nei bar, devi consumare. In alternativa ti devi nascondere dietro alle macchine ed è un casino poi farsi il bidet, soprattutto se hai le mestruazioni. Io mi sono organizzata con delle salviettine e a volte tengo delle magliette di cotone piegate come assorbente. Per il resto vado a fare la doccia dai frati. Ti danno il cambio: mutandine, reggiseno, maglietta, calzini, oltre naturalmente a shampoo e bagnoschiuma”. Ma dai frati si può andare solo una volta alla settimana e così Laura elenca l’agenda dei clochard, fatta di luoghi e orari dove si possono avere dei servizi, dislocati nei diversi punti della città.</p>



<p>Cesare è invece tra i senzatetto che dormono sulla 90. “Non ci sono solo io, saremo almeno una ventina. Poi, verso il mattino, incominciano a salire quelli che devono andare a lavorare e oramai ci conoscono tutti. Non ci fanno neanche più caso. Io mi metto sempre nell’angolo, appena dietro la portiera, e infilo la borsa dietro le gambe. Dormi con un occhio sì e uno no, per cui arrivi al mattino che hai dormito e non hai dormito, però finora sono sempre sceso con la mia roba.” Bergamasco ma a Milano fin dalla prima infanzia, quasi settantenne, ha lavorato “41 anni e mezzo in magazzino. Capo magazziniere per la precisione. Allora i soldi giravano”.</p>



<p>Cesare è quello che si suole definire un personaggio: teatrante, istrionico, affascinate. Deve essere stato un bell’uomo e in parte lo è ancora oggi. Traspare un’eleganza innata, indossa gioielli d’acciaio, una catena con un crocifisso moderno e stilizzato al collo, un orologio al polso e alcuni anelli alle dita. Giusto alcuni particolari lo tradiscono, come l’immancabile zainetto che accompagna tutti i senzatetto e il fatto che camminando per strada non possa fare a meno di buttare un occhio nei vari cestini della spazzatura che incontra. Racconta della sua infanzia a Porta Vittoria, quando i genitori facevano i custodi, lavoro che ha fatto anche lui; di una compagna amata per venticinque anni ma morta da molto tempo e del matrimonio successivo con una una signora cinese, che – parole sue – scoprirà poi fare “il mestiere più antico del mondo”.</p>



<p>Nel 1983 ottiene una casa popolare che poi perde a causa della sua nuova professione: quella di “testa di legno” per società da mandare in fallimento. Occupazione che lo spedirà dritto a San Vittore. Nel 2012 inizia la sua vita da homeless. Famigliari non ne ha. Oggi il suo principale problema è che non riesce a percepire neanche la pensione sociale, perché ha perso la residenza. Per le istituzioni non esiste. Secondo il censimento della Fondazione De Benedetti, il 39% delle persone che vengono ospitate nei dormitori pubblici è nella stessa situazione (il dato per le persone che sono state trovate in strada non è indicato), anche se esiste la possibilità di stabilire una residenza fittizia presso parrocchie, dormitori, vie inesistenti create ad hoc, e il Comune di Milano ha messo a disposizione cinque sportelli dove richiederla (il progetto prevede che aumentino fino a diventare uno per municipio).</p>



<p>Mancanza di comunicazione da parte delle istituzioni, scollamento, diffidenza sono forse le ragioni per cui una percentuale così ampia di persone non ha ancora usufruito di un servizio fondamentale per accedere a qualsiasi diritto sociale. Nel caso di Cesare però c’è la paura di essere ricondotto in carcere: “Purtroppo ho qualche problema con i documenti. C’è un cavillo che non mi permette di farli, altrimenti dovrei tornare dentro per via dell’evasione dagli arresti domiciliari, perché non avevo più la casa, e c’è una notifica a mio sfavore per non essermi presentato a processo nel 2012. Ma ho preso appuntamento con l’assistente sociale, vediamo&#8230;”</p>



<p>Seduto in Piazza San Babila, inappuntabile nel suo giubbotto leggero blu, capelli corti e barba del secondo giorno, Tommaso siede di fronte alle vetrine di una banca su un cartone. Accanto a lui, nascosto ordinatamente, lo zaino con gli effetti personali. Poco distanti, giacciono altri cartoni contenenti i suoi beni: “Ma sai quante persone si fermano qui da me la mattina e mi chiedono di cosa ho bisogno? Qui mi conoscono tutti”.</p>



<p>Il primo giorno in piazza San Babila è datato sei anni fa, ma la vita da senzatetto per Tommaso è iniziata prima: il 26 settembre 2006. 69 anni, faceva il capocuoco in Germania quando il 9 luglio 2006, “il giorno che l’Italia ha vinto ai mondiali”, un incidente sul lavoro gli paralizzò un braccio: “Non potevo muovermi. Le ultime dita della mano ancora non riesco a muoverle: se devo fare dei lavori in cui serve stringere le dita, non posso”. Divorziato, due figli grandi in un’altra città del Nord che “forse sanno, forse no” che vive per strada. Racconta, e non è l’unico tra le persone che abbiamo incontrato, delle lotte per i cartoni, per un sacco a pelo, che sfociano in risse con tanto di coltelli. Bisogna tenersi addosso tutto, “io le scarpe non le tolgo più quando dormo”, possono rubarti ogni cosa, “è pericoloso tutti i giorni”.</p>



<p>Tommaso non crede all’industria della carità milanese, con veemenza critica le associazioni che, a suo dire, distribuiscono scatolette di carne in scadenza e cibo freddissimo anche d’inverno, “che tutti ne prendono ma poi i bidoni sono pieni. Quando la gente mi domanda di queste associazioni, io rispondo: non dategli niente! È meglio allungare 5 euro a qualcuno che incontrate per strada”. Non vuole saperne neanche delle mense: “Se vai a mangiare devi fare la tessera, perciò vuol dire che prendi soldi, no? Allora su di me tu soldi non ne mangi. Io sono di questo parere qua. Ce le ho tutte le tessere, ma ci sono andato i primi tempi, poi basta. Anzitutto devi andare lì due ore prima a fare la coda, e per stare fermo lì, sto qua. Mangiare non è un problema perché i 5 euro, i 10 euro, ce li abbiamo sempre”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Alla mensa dei poveri: l’Opera San Francesco</h4>



<p>Quest’anno la mensa dei frati cappuccini di viale Concordia ha compiuto 60 anni. L’ente benefico che dal 2017 ha aperto una seconda sede in piazza Velasquez, zona San Siro, accoglie all’anno quasi 25 mila persone, erogando in totale 712 mila pasti, 57 mila docce e kit di igiene personale e 9 mila cambi d’abito. I dati relativi al 2018 dicono che sono italiani il 13% degli utenti e che il numero è cresciuto del 3,5% rispetto all’anno precedente; il 71% sono uomini e più della maggioranza (64%) è nella fascia di età che va dai 25 ai 54 anni, ma si registra anche una crescita dei giovani (18/25 anni), che rappresentano il 17% dell’utenza totale.</p>



<p>Tra le persone in coda non solo homeless, ma anche e soprattutto chi pur avendo una casa popolare e una minima entrata non ce la fa ad arrivare a fine mese e cerca di risparmiare almeno su cibo e bollette: “Sono disoccupata senza nessun tipo di reddito, cinque anni fa mi sono trovata dopo 28 anni senza lavoro” racconta Martina, milanese, 63 anni. “Mangiando fuori a mezzogiorno e sera non consumo gas né corrente, vengo anche a lavarmi qua”. Martina condivide con naturalezza la sua situazione: “Non mi sono suicidata perché ho trovato questo. È tutta brava gente, altrimenti mi vergognerei, qui non mi ha mai messo a disagio nessuno”. È in coda insieme a due signori anziani, tra cui Paolo, 69 anni, che ha lavorato trent’anni anni ma poi ne ha fatti dieci di disoccupazione e ora prende meno di quanto gli sarebbe spettato con una pensione regolare, e “non basta”.</p>



<p>Poi c’è Marco, 60 anni, che come Martina fa la doccia “un po’ qua un po’ là, risparmio sull’energia però non ho il gas”, perché non riesce a pagarlo. Viene da un passato di tossicodipendenza e di carcere, oltre che dalla cirrosi epatica che lo limita parecchio anche nei pasti. Manovale, muratore, imbianchino, “una volta uscito dal carcere ho lavorato tantissimo in nero. Mi arrangiavo, ma quando ho denunciato uno che non mi ha pagato, si è sparsa la voce e da allora non mi ha più dato lavoro nessuno”. Da Verona, città natale, si è trasferito da tempo a Milano, “ma qua i soldi se ne vanno via negli affitti altissimi”; quindi la solita parabola, dormitorio, mensa, fino alla scoperta dell’epatite C e la cirrosi conclamata, la casa popolare e la pensione d’invalidità, 290 euro che non bastano per vivere.</p>



<p>C’è chi lavorava come metalmeccanico in una ditta di acciaio che produceva telai: buona paga, una casa in affitto e una famiglia. Poi è arrivato il 2008 e l’azienda ha perso due appalti e dimezzato il personale. Alessandro, che oggi ha 54 anni, perde il lavoro, i soldi non bastano più e sopraggiungono attacchi d’ansia e depressione. “Dopo aver portato curricula a tutta Milano e dintorni ho pensato: qua tocca arrangiarsi”. Ed è entrato nel gorgo delle mense pubbliche e dei dormitori, prima di riuscire ad avere la casa popolare nel 2015. “Mi sono fatto anche diversi anni di galera perché all’improvviso, senza una lira, non mi restava che andare a rubare” racconta. In piazza Cantore si teneva un mercato sottobanco di articoli rubati: “Mi dicevano: procurami del Chivas, del Glen Grant, whisky di ottima marca. Altri mi ordinavano pezzi grana e vaschette di affettati. Tutta roba che costa. Ho tirato avanti così per anni, poi l’ultima volta che sono stato in carcere ho detto basta, non posso continuare a fare una vita del genere”. Oggi vive con la pensione d’invalidità di 290 euro e per farcela tutti i giorni, almeno a pranzo, viene in mensa.</p>



<p>C’è Alina, ucraina di 71 anni, un’invalidità al 90% a causa di un tumore, che sembra guarito, e di un pacemaker, e la pensione minima di 540 euro, che vive non lontana da Bergamo. È arrivata in Italia nel 2000 lasciando in Ucraina tre figli che oggi aiuta economicamente come può perché “là è tutto caro”. In viale Concordia viene spesso e non solo a mangiare, “vengo tre o quattro giorni a settimana, uso le docce e mi danno biancheria intima, maglietta e calzini. Ho un abbonamento agevolato che posso utilizzare in tutta la Lombardia e così arrivo qui”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Più di un letto: da dormitorio di viale Ortles a Casa Jannacci</h4>



<p>“In dormitorio non ci vado, non mi piace. C’è troppa gente e ti fregano qualsiasi cosa” spiega Rosario quando gli chiediamo di raccontarci perché preferisce dormire in strada. La sua esperienza risale a più di dieci anni fa: “Inoltre sono troppo arroganti quelli che ci lavorano. Ho dormito in quello di viale Ortles e cosa potevo mai lasciare nell’armadietto? L’asciugamano, il dentifricio, lo spazzolino e lo shampoo, qualche slip e pantalone, calze. Alla sera arrivo e vedo l’armadietto aperto. Sono andato a reclamare e cosa mi hanno risposto? Perché lasci le cose nell’armadietto? E dove devo lasciarle se non lì? Sono andato via e non sono più tornato”.</p>



<p>Anche Fausto ai dormitori preferisce la strada: “Sono stato in quello in via Sammartini, poi sempre in strada. Non torno in dormitorio, non mi piace”.</p>



<p>Teresa invece in un dormitorio non è mai stata e per il momento non vuole sentirne parlare: “Non ho intenzione di andarci, dovreste sentire quello che ne dicono. Finché me la cavo, finché posso…”</p>



<p>Laura è stata più volte in viale Ortles, “solo l’emergenza freddo, però, l’ultima volta due anni fa. Una camerata di donne. Ma fanno un casino. Invece di dormire c’è chi urla, poi c’è chi russa, c’è chi non si lava. I bagni sono lontani, e io di notte mi devo alzare tante volte. E rubano. Devi tenere tutto nell’armadio. Io lavavo la roba e la mettevo nei bagni ad asciugare, e spariva”.</p>



<p>Tommaso è andato a vedere il dormitorio di via Mambretti: “Stanze belle, grandi, pulite, ma ragazzi miei, i calzini sporchi buttateli fuori perché appena salivi le scale, morivi. Poi non ti danno garanzia, dormi in questa camera dove ci sono 20 persone: o mi mostri i certificati medici, e allora non c’è problema, ma se non me li dai io non vado. Io sono più sicuro qua”.</p>



<p>Sui dormitori si registra un misto di brutte esperienze, sentito dire e disinformazione. Poi certo non sono tutti uguali. Quello di viale Ortles, un’istituzione a Milano – ha aperto nel 1957 e pare sia la struttura pubblica operativa più grande e più antica d’Europa – sicuramente oggi non è quello di qualche anno fa. Denominato nel 2014 Casa dell’Accoglienza, intitolata a Enzo Jannacci, rappresenta un caso di cambiamento non meramente nominale, da quando nel 2011 si è trasformato da struttura emergenziale, che soddisfaceva bisogni primari come mangiare e dormire, a struttura polifunzionale, che si fa carico dei singoli con progetti individuali.</p>



<p>In questo passaggio la prima cosa che è mutata sono le regole d’accesso, per cui non è più possibile presentarsi per la notte ma si entra solo attraverso i servizi sociali o il Casc, il Centro di aiuto in stazione Centrale. Sostenuto il colloquio e superati alcuni test medici (tra cui il test Mantoux per la tubercolosi), la permanenza avviene previa accettazione di un progetto personale. “Ogni ospite ha un assistente sociale e un educatore di riferimento” spiega Massimo Gottardi, direttore di Casa Iannacci da aprile 2017, funzionario del Comune di Milano e operativo nell’ambito dei servizi sociali dal 1987. “Un progetto nominale deve esserci. Può essere un inserimento lavorativo o imparare una lingua o un’accoglienza finché non si trova una via d’uscita migliore della struttura”, specifica Claudio Viganò, della Cooperativa Spazio Aperto Servizi che ha vinto il bando del Comune e responsabile coordinatore del personale medico, sociosanitario e infermieristico della struttura. Percorsi individuali che si avvalgono anche di progetti sul lato più burocratico, come quello chiamato “Più Inps” che aiuta gli ospiti ad accedere ai diritti sociali che nemmeno sanno di avere, come una pensione legata agli anni di lavoro effettuati, o l’Unità diritto alla salute, per l’assistenza sanitaria.</p>



<p>In teoria il tempo massimo di soggiorno è un anno. Ma a seconda del progetto avviato si può prorogare di qualche mese, fino ad arrivare anche a due anni e oltre, in alcuni casi. Come per Maria, 39 anni, originaria della Basilicata, che ha sconfitto un tumore e resta a Milano anche perché “in Basilicata non ci sono strutture idonee per curarmi, qui per qualsiasi cosa faccio controlli, chiamano l’auto medica e mi fanno accompagnare”. Ospite in viale Ortles da tre anni, con una riconosciuta inabilità al lavoro al 100%, percepisce la pensione di invalidità ed è rientrata in un programma del Comune di accompagnamento all’indipendenza per persone senza dimora con particolari fragilità, e a breve dovrebbe trasferirsi in un appartamento in co-housing.</p>



<p>Oppure Pietro, 63 anni, una vita da camionista, “34 anni di contributi però sono vecchio per lavorare e giovane per andare in pensione”. Segnato anche lui da una malattia, la tubercolosi. “L’ho fatta due volte, sono rimasto a casa in mutua un anno e poi ho chiuso con il lavoro ed è cominciata questa discesa, questo rotolamento continuo, la discesa agli inferi come la chiamo io”. È passato direttamente dall’ospedale al dormitorio, ora percepisce anche lui la pensione di invalidità, 290 euro al mese, e attende quella d’anzianità.</p>



<p>Ma c’è anche chi ha un lavoro. “Un nostro ospite ha un contratto a tempo indeterminato in un’azienda qua vicina” racconta Viganò, “un bello stipendio, ma non sufficiente per pagarsi un affitto a Milano”. Una storia di precedenti penali alle spalle, niente casa popolare perché “non ha i requisiti, piuttosto che mandarlo in strada e perdere un tempo indeterminato, lo tieni qua anche tre anni. Però sappiamo che alla fine riazzera tutto e può ricominciare la sua vita”.</p>



<p>“Il turnover comunque è alto” spiega Gottardi. E una volta usciti non si può rientrare per dodici mesi, poi si può tornare a fare domanda. “Succede che ritornino. Però facciamo in modo che non ci sia continuità, che escano per vedere come funziona la loro vita esterna alla casa; se poi rientrano vuol dire che qualcosa è fallito precedentemente nel progetto di autonomia”.</p>



<p>Secondo l’ufficio stampa dell’assessorato alle Politiche sociali, a Milano i posti letto per senzatetto sono circa 2.200 e arrivano a 2.700 con il Piano Freddo (novembre-aprile), dislocati su una trentina di strutture, pubbliche o private convenzionate.</p>



<p>&nbsp;I numeri di Casa Iannacci, realtà pubblica, sono importanti (vedi tabelle 1 e 2): due padiglioni femminili e cinque maschili, 482 letti che diventano 633 nel Piano Freddo, quando l’aumento viene gestito allestendo camerate da 35/38 posti ciascuna, mentre per gli ospiti ‘ordinari’ ci sono piccole stanze a due. Chi ha un lavoro o una pensione contribuisce con 1,50 euro al giorno (più 1,50 per il pasto, se usufruisce della mensa interna), per chi ha nulla il soggiorno è gratuito. Non è certo un importo che fa la differenza nel bilancio della struttura, sottolinea Gottardi, “è una responsabilità pedagogica e formativa. Li devi responsabilizzare un po’. Se gli dai tutto gratis non riesci poi più a lavorare sugli obiettivi che vuoi raggiungere”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-1024x637.png" alt="" class="wp-image-132" width="512" height="319" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-1024x637.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-300x187.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-768x478.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-1536x955.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-750x466.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1-1140x709.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-1-1.png 1584w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Tabella 1. Fonte: Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci</figcaption></figure></div>



<p>24 operatori del Comune più, facenti capo alla cooperativa Spazio Aperto, altri 24 operatori sociosanitari e 6 jolly; 7 infermieri e 7 medici, più 3 del Comune (l’infermeria è un punto nevralgico perché permette di non andare a congestionare il pronto soccorso degli ospedali: aperta otto ore al giorno con la presenza del medico e gli infermieri h24); 6 assistenti sociali, 6 educatori, 2 coordinatori, un’amministrativa; un’ottantina di persone in tutto, a cui si aggiungono gli addetti alle pulizie – nota dolente: appena 12 persone, che fanno capo a un’altra impresa vincitrice di un bando a parte, e sono evidentemente insufficienti per una simile struttura.</p>



<p>“C’è chi dice che qui si sta male” scherza Gottardi, alludendo alla nomea che ancora il dormitorio si porta dietro “ma abbiamo una lista d’attesa di 100 persone che hanno già fatto il colloquio per entrare e 240 che aspettano di farlo”. Fuor di battuta, il dato è indicativo, e si unisce a un altro dettaglio: sempre più persone appartenenti al ceto medio e con una scolarizzazione medio alta si sono presentate alle porte della struttura. “Non saprei quantificarlo percentualmente” dice Viganò, che lavora a Casa Iannacci dal 2007, “ma almeno negli ultimi 5 anni abbiamo assistito a un aumento di persone che avevano in mano una o anche due lauree. Abbiamo avuto avvocati, ingegneri, dirigenti. Costituiscono sempre una minoranza, ma sono in aumento”.</p>



<p>Non solo. “Sono aumentati moltissimo anche i soggetti con disturbi psichiatrici” prosegue Viganò, “qui ne vedi di tutti i colori: dalla schizofrenia ai border, ai problemi di parafilia. È un problema sociale. Viviamo in una società sempre più individualista e per converso sempre meno centrata sulla rete di relazioni. Le conseguenze sono quelle che io, tra virgolette, chiamo patologie legate all’ego”. Quasi la metà degli ospiti soffre di problemi psichiatrici di varia entità. Dovrebbero essere accolti in strutture idonee, ma non ci sono o sono insufficienti. “C’è una forte correlazione fra la mancanza di una casa e i problemi psichiatrici, ma questo è fisiologico. Il problema è anche che non sempre si riesce ad avere una diagnosi,” specifica Viganò, “pur essendoci comunque un problema evidente.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-1024x526.png" alt="" class="wp-image-134" width="512" height="263" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-1024x526.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-300x154.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-768x394.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-1536x788.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-750x385.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2-1140x585.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-2.png 1584w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Tabella 2. Fonte: Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci</figcaption></figure></div>



<p>Classico esempio: una persona va a fare la visita psichiatrica e risponde coscientemente, si rileva un piccolo problema paranoide: poi entra e ti distrugge tutto. Bisogna vivere la quotidianità, è il tempo che rivela. E de-vo dire che in più di dieci anni che sono qua, mi sono reso conto che quando parli con l’ospite, quello che provano è sempre un problema esistenziale, una perdita di significato della vita e valoriale. Che poi sfocia nel disturbo. Quindi se si riuscisse a lavorare soprattutto sul ricostruire un senso, ridare un obiettivo, ridare una finalità all’esistenza, non dico che vai a risolvere il problema psichiatrico, però sei sulla buona strada della guarigione, soprattutto per l’uscita da questa struttura”. “Casa Jannacci non è una realtà d’accoglienza per tutti i senza dimora” spiega il direttore, “ma a volte diventa l’unica che può e vuole accoglierli, e quindi noi li ammettiamo.</p>



<p>Non sempre funziona. Un po’ di tempo fa avevamo accolto una persona che sarebbe stata da comunità terapeutica. Una sera ha bevuto, è andato in escalation, ha iniziato a spaccare tutto, a picchiare, ha messo le mani addosso a una donna in infermeria. Abbiamo chiamato la polizia e sono riusciti a fermarlo in sei. Portato all’ospedale in psichiatria lo hanno sedato, si è messo tranquillo, dimesso il giorno dopo e riaccompagnato qui con l’autoambulanza. In quel caso abbiamo chiuso i cancelli”.</p>



<p>C’è di tutto: l’accumulatore seriale, che ogni settimana riesce a riempire la stanza con qualsiasi genere di oggetti; ci sono state due signore che continuavano a litigare perché sostenevano di parlare con la Madonna e di essere le uniche portatrici della Parola; e c’è stato quello che è salito su una gru minacciando di buttarsi. Ma ci sono anche casi superati positivamente. “Il più grosso successo lo abbiamo avuto con un ospite che ha accettato di fare una cura farmacologica” conclude Gottardi: “Tutti i giorni va in infermeria e si fa dare la dose giusta di medicinale. Ora è uno dei più attivi qui dentro: cura l’orto e la lavanderia”.</p>



<p>I furti erano e sono un problema. “Mi hanno rubato addirittura una confezione di brioche” racconta Maria, “ci sono continui furti, dal più grande al più piccolo”. A Pietro invece non hanno mai rubato nulla. Entrambi però segnalano tensioni, liti, “è successo anche che spuntassero fuori coltelli. Ci sono persone che bevono dentro, anche se non si potrebbe, o che arrivano già belle cariche da fuori” racconta Pietro, “lattine di birra vuote in giro se ne trovano, nei bagni, nei corridoi. Controlli ce ne sono, ma la struttura è grande e siamo in 500. Gli operatori fanno quello che possono, ma non possono controllare tutto”.</p>



<p>A marzo 2017 un servizio di Striscia la Notizia documentò una situazione al collasso: alcool, spinelli, voci di prostituzione, scoppi di violenza. Nessuno collega ufficialmente la cosa, fatto sta che la direzione cambiò, e ad aprile arrivò Gottardi. Che non nega che i problemi ci siano: “Quello dell’alcol fa scattare tutte le difficoltà della vita di comunità. Cosa faccio quando un ospite arriva ubriaco? Lo lascio fuori, e so per certo che sarà oggetto di ruberie, lo picchieranno ecc. oppure lo faccio entrare e allora sbatte le porte, sveglia gli altri, litiga? Il regolamento dice che non può entrare ubriaco, quindi da regolamento lo espello, e così ho ricreato una situazione di disagio di un’altra persona disperata sulla strada. Lo accolgo, ho creato una situazione di disagio all’interno”. Scelta per niente facile.</p>



<p>“Facciamo sempre lo stesso esempio” continua Gottardi: “480 persone, come si può vivere insieme? Serve il rispetto. Allora dico che se di notte il mio vicino parla al cellulare, non mi alzo dal letto per dargli un pugno. Gli ospiti sanno che qui abbiamo un operatore 24h, lo chiamano e ci pensa lui a intervenire. Di notte dalle 21:00 alle 07:00 ci sono cinque persone più le guardie giurate e quando accadono episodi gravi le forze dell’ordine intervengono tempestivamente. Non voglio negare che qui si fumi una canna, perché succede anche in strada, ma come operatori non possiamo nemmeno fare perquisizioni: puoi chiedere a un ospite di farti vedere cosa ha dentro lo zaino, ma se rifiuta non possiamo perquisirlo. Anche per questo stiamo avviando un crowdfunding per comprare uno scanner da installare all’ingresso”.</p>



<p>“Se abbiamo il minimo sospetto chiediamo agli operatori di controllare,” aggiunge Viganò, “magari anche ogni ora, nelle stanze. Le segnalazioni ci sono arrivate, di spaccio o di prostituzione, ma sono sempre state smentite, mai vista prostituzione qui. Con questo non voglio dire che non ci siano problemi, droghe ogni tanto ne troviamo, ma le cose vengono amplificate”. “È una città nella città” conclude Gottardi, “con tutte le sue dinamiche: c’è quello che si fa una canna, c’è il pazzo, l’etilista, il ladro, l’onesto, il laureato, il lavoratore, il disoccupato&#8230; c’è tutto quanto”.</p>



<p>Servono case. Banale dirlo, ma è la questione centrale. Case popolari e co-housing. “Delle 480 persone che vivono qua, almeno 80 hanno una capacità di acquisto media che va da 260 a 700 euro al mese: se avessero la risorsa abitativa in co-housing, sarebbero fuori di qui”.</p>



<p>Poi serve l’ascolto. “È un bisogno meno tangibile ma è quello più importante. Il bisogno di ascolto che hanno queste persone è infinito, e non sempre si ha una risposta perché, diciamocelo in faccia, con sei educatori a stare ad ascoltare i bisogni di cinquecento persone, vai avanti non so quanti anni&#8230; però è la base. Una volta che crei una relazione, da lì capisci anche i bisogni materiali”.</p>



<p>Infine, il welfare, sempre più svuotato. “Si è passati dal welfare state, al civile, al welfare di comunità&#8230; ma i bisogni sono sempre quelli”.</p>



<p>Viale Ortles non è più solo un dormitorio ma è anche qualcosa di più di una casa d’accoglienza; è talmente tante cose che merita un discorso a parte (vedi box a fine articolo).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La guerra tra poveri</h4>



<p>Il fenomeno dell’immigrazione si lega a un quantità significativa di stranieri che accedono ai servizi sociali. I numeri si ritrovano nel rapporto Caritas, nel censimento della Fondazione De Benedetti, in Casa Jannacci. Dall’altra parte abbiamo l’aggravarsi della situazione economica degli italiani. “Noi ormai l’abbiamo definita la guerra tra poveri, perché c’è un istinto di sopravvivenza: troppi stranieri, non ce lo potevamo permettere”, dice Alessandro. “Loro chiamano noi razzisti ma sono loro razzisti verso di noi. Ti accogliamo, ti diamo una mano, ti diamo indicazioni, ti dico dove rivolgerti per l’assistenza sociale, ti aiuto in tutti i modi e tu poi non centri neanche il buco nelle turche. Lo fanno apposta, lo fanno a sfregio”.</p>



<p>Una conflittualità rivolta a tutte le etnie. “Nelle nostre case di quella gente lì non ce n’è” sottolinea Cesare parlando dei cinesi e riferendosi al bergamasco. “Sputano e questo vale come cento parole, è proprio disprezzo” lamenta Marco degli albanesi. “C’è rivalità per il panino” dice Teresa, che non vede di buon occhio le persone di origine araba. E racconta di un gruppo di quattro maghrebini, assegnatari di case popolari, che prende le cose distribuite dai volontari per venderle al mercato: “E io mi arrabbio perché sono in strada e ho diritto ad avere le salviette umide, che servono a me e non a lui che le va a rivendere”. E poi “le suore, se vedono che indossi lo chador ti aiutano mentre a noi dicono: ve la potete cavare” continua sempre più contrariata, “a loro pagano l’affitto della casa, la luce e il gas. A loro! E come mai ai tanti italiani che chiedono aiuto, a noi, dicono che possiamo lavorare? Perché, quelli non possono lavorare? Non è vero che non parlano italiano, lo parlano meglio di noi!”</p>



<p>Un’ostilità di cui non è immune nemmeno Casa Iannacci. “Ci sono quelli di colore, i marocchini, le zingare. E le donne tra loro si azzuffano” racconta Maria. “Io non sono razzista, però con certe tipologie di educazione non ci vivo, non le accetto. La prepotenza, la maleducazione, l’arroganza, mi disturbano. Io rispetto le loro religioni e le loro usanze però la tua libertà finisce dove comincia la mia. Ogni volta che succede qualcosa qui dentro, c’è di mezzo una persona di colore” afferma Pietro. “Io ho lavorato da quando avevo diciotto anni, questi ragazzi, su cento che sono qui, cinque vengono da dove c’è guerra, gli altri novantacinque vengono qua a fare nulla, sono vestiti, dormono, mangiano. Se a 25 anni dovevo fare il mantenuto così come lo fanno loro, io sarei impazzito” continua, e conclude: “L’idea diffusa è sempre la solita: con gli stranieri prendono soldi con noi italiani no, perché la comunità europea, non so, dà 35 euro al giorno per una persona di colore, per noi ne dà cinque. Non sarà sicuramente vero, però che si prendano i soldi e che adesso tendano a favorire le persone di colore, è vero”.</p>



<p>Sono convinzioni e sentimenti basati su esperienze personali, sentito dire, cattiva informazione, ma è indubbio che la difficoltà di convivenza tra culture diverse, già presente nella normalità, si estremizza in situazioni al limite della sopravvivenza. Ciò che porta è anche una diffusa simpatia per Salvini e la Lega nord e la convinzione, come dice un amico di Tommaso, che “sono cambiate le cose. La sinistra una volta era per il popolo ma adesso è la destra che fa per il popolo”.</p>



<p>“Si parla di integrazione ma poi quando devi integrare non è facile” riconosce con schiettezza Viganò: “Qui ci sono più di 50 culture diverse e sono proprio visioni del mondo diverse. Il rispetto per una cultura occidentale ha un significato che non è lo stesso per un marocchino, per un eritreo o per una persona dell’Est”. Quello su cui punta Gottardi è il rispetto, “tra di loro, tra loro e gli operatori, e verso la struttura”.</p>



<p>L’insegnamento del rispetto ha senza dubbio un valore, restano però le cause della povertà su cui si innesca la guerra tra poveri, e su queste gli enti che lavorano nel sociale possono fare ben poco. “Quelli che parlano tanto, loro vivono bene” conclude Marco, mentre aspetta di mangiare alla mensa di San Francesco: “Vivono nei quartieri alti, venissero a vivere dove vivo io”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri del Comune</h4>



<p>La spesa del Comune per l’assessorato Politiche sociali, Salute e Diritti non è da poco: secondo l’ufficio stampa, “il bilancio di previsione 2019 ammonta a 267 milioni di euro, di cui 166 di risorse comunali e circa 100 di spese finanziate, vale a dire il 6,5% del bilancio complessivo del Comune di Milano, nella parte di spesa corrente”. Nello specifico, il Comune gestirà nel 2019 52 milioni di euro di risorse per interventi di contrasto alla povertà e sostegno al reddito (vedi grafico 3), a cui vanno aggiunti 6 milioni per i contributi Rei erogati da Inps. Questo non contando le numerose associazioni, Ong ed enti privati che popolano l’offerta di servizi, caricandosi di un numero anche considerevole di assistiti, come nel caso di Opera San Francesco.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-1024x447.png" alt="" class="wp-image-135" width="768" height="335" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-1024x447.png 1024w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-300x131.png 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-768x336.png 768w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-1536x671.png 1536w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-750x328.png 750w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3-1140x498.png 1140w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/inchiesta-poverta-tabella-3.png 1584w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>Grafico 3. Fonte: ufficio stampa dell’assessorato Politiche sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano</figcaption></figure></div>



<p>La collaborazione tra pubblico e privato sembra essere una costante e indubbiamente è qualcosa su cui il Comune fa affidamento: sempre l’ufficio stampa dell’assessorato parla di 19 associazioni del terzo settore con cui collabora solo per le unità mobili diurne e notturne per monitorare la situazione di chi non accetta il ricovero nelle strutture, e quando si va a vedere il numero di persone impiegate nel contrasto alla povertà, i numeri sono chiari: pubblici, operanti alle dipendenze dirette del Comune, tra le 50 e le 100 unità, a seconda dei periodi dell’anno; privati, operanti alle dipendenze di aziende esterne vincitrici di appalti, fra le 500 e le 1.000 unità. Difficile invece quantificare le persone in carico ai servizi sociali perché, specifica l’ufficio stampa, spesso accedono a più di un servizio; ma nel 2018 sono state 29.891, “non tutte ovviamente inseribili nella fascia della grave emarginazione”, e 2.500 nuovi ingressi al Casc, il Centro aiuto stazione centrale.</p>



<p>Giunti alla fine, è evidente che abbiamo cercato di mettere a fuoco la povertà italiana e non straniera, che si registra a Milano. Per una ragione precisa: da un lato, la presenza di un welfare famigliare dovrebbe, si suppone, rendere più difficile finire in mezzo a una strada, dall’altra la cittadinanza consente di accedere, senza le difficoltà registrate dagli stranieri, al welfare pubblico, dai sostegni al reddito a una casa popolare. Eppure nelle storie di molte delle persone intervistate si ritrova un solo evento (la perdita del lavoro, una malattia, un divorzio) che è stato sufficiente a gettarle irreversibilmente fuori dalla normalità di una casa e di un reddito. Il problema non è l’assistenza alla povertà, come abbiamo visto a Milano si sopravvive, ma la difficoltà di fondo a ridimensionare la povertà stessa, in una società in cui si registrano sempre più diseguaglianze sociali.</p>



<p>È un problema sistemico, che classifiche come quelle del principale quotidiano economico italiano fingono di non vedere o, ancora peggio, non vedono, in uno sguardo escludente. C’è da chiedersi per quanto si può andare avanti a escludere: l’impoverimento, per quanto tamponato da aiuti pubblici e privati, non è una condizione inevitabile, si lega alla realtà economica, sociale e politica, e c’è un numero finito di Marco, Rosario e Teresa che una società può reggere e, forse, un limite etico oltre il quale una collettività non dovrebbe andare.</p>



<pre class="wp-block-preformatted"><span class="has-inline-color has-vivid-red-color"><strong>Casa dell’Accoglienza Enzo Iannacci</strong>

Blu, rosse, argentate. Nuove o più arrugginite. Da adulto o da bambino. Saranno almeno un centinaio le biciclette accatastate in un angolo del cortile. A prima vista può sembrare il covo di una banda specializzata in furti e invece è l’esatto contrario, perché la ciclofficina, nata cinque anni fa e gestita dall’associazione culturale MiRaggio, è il perfetto emblema della politica portata avanti da Casa Jannacci: attenzione/aiuto agli ospiti verso l’emancipazione e apertura alla città.
Diverse persone che soggiornano nella struttura lavorano come rider: a loro, e a qualsiasi ospite lo chieda, l’associazione tiene corsi di manutenzione o esegue riparazioni al solo costo del materiale impiegato, se l’ospite ha un lavoro e può permettersi di pagare la spesa, altrimenti gratuitamente. Le biciclette che stazionano in cortile sono donazioni di amministratori condominiali che ciclicamente svuotano i palazzi, o donazioni di negozi che in promozione rottamano le vecchie biciclette scontandole sulle nuove. Sistemate, vengono cedute a prezzi popolari agli ospiti della casa o a credito, come forma di investimento nel loro lavoro. Ma anche vendute agli esterni, che qui possono portare i loro mezzi a riparare
Sono più di 500 le persone che da gennaio a giugno hanno varcato il cancello che dà su via Calabiana per portare qui la propria bicicletta ad aggiustare, complice anche la risonanza mediatica che ha avuto l’iniziativa. Molti vengono per curiosità, per vedere com’è l’ex dormitorio dall’interno, e chiedono di poter fare un giro. “Aprire la Casa a quei cittadini che vogliono conoscere il tema della povertà, dell’emarginazione” sottolinea il direttore Gottardi, “significa abbassare i pregiudizi e gli stereotipi. Abbiamo aperto per due anni e una volta sono venute, in un week end, 80 persone, e la volta dopo 180, e alla fine del giro c’è sempre qualche visitatore che dice: la pensavo diversa, pensavo fosse sporca e abitata da persone vestite male. Rimangono stupiti. E poi spesso tornano portandoci libri, vestiti, elettrodomestici. L’apertura dà anche la possibilità agli ospiti di relazionarsi con i cittadini e poter trovare un posto di lavoro o instaurare relazioni significative, amicali, al di fuori”.
Da otto anni a Milano la Prima della Scala è diventato un evento diffuso con proiezioni in varie zone della città, problematiche e non. Casa Jannacci è uno dei luoghi dove è possibile assistere allo spettacolo, e dal 2017 la visione non è più riservata ai soli ospiti. “Una nostra ospite ha trovato lavoro” racconta Gottardi, “tre giorni dopo la messa in onda su Rai 3 della Prima diffusa, una persona mi chiama e mi dice che sta cercando una badante per sua madre. Vorrebbe che fosse una nostra ospite. L’equipe socioeducativa ha individuato cinque persone e gli ha sottoposto cinque curricula fra i quali ha scelto. Complimentandosi in seguito con noi per la persona che gli avevamo mandato. Se non avessimo aperto a quest’evento ci saremmo persi questa occasione. Perché tu non sai mai chi può venire, e da cosa nasce cosa”.
Le attività organizzate all’interno sono tante. C’è la squadra di calcio, il coro, la biblioteca con i libri donati, quattro postazioni pc e wifi gratuito, il bollettino lavoro sempre aggiornato e il gruppo di lettura in collaborazione con la biblioteca di via Oglio; c’è il cinema sotto le stelle e l’anguriata, il corso di teatro e quello di meditazione, tutte attività aperte anche al pubblico esterno. “Non solo ogliamo fare in modo che la struttura dialoghi con la città” spiega il direttore “ma che diventi una risorsa per i cittadini. Quanto può costare un corso di meditazione o di canto? Chi magari non può permetterseli, può venire qui. Ai nostri partecipanti non chiediamo di pagare, solo di essere coerenti e costanti. Così la Casa perde il suo aspetto negativo e diventa un patrimonio per la comunità”.
C’è l’orto sinergico e il progetto Fulmine in collaborazione con l’associazione Arte in Tasca, che ha creato un laboratorio all’interno di Casa Jannacci nel quale alcuni ospiti realizzano sabot, ciabatte, sandali, scarpe, tutto fatto a mano: i ritagli di cuoio e pellame e gli accessori necessari alla fabbricazione sono donati dalle aziende che li producono e il ricavato delle vendite viene utilizzato per acquistare nuovo materiale. Ci sono anche la falegnameria e la sartoria al centro diurno, uno spazio volto a rispondere al bisogno educativo di alcuni ospiti particolarmente fragili. E i volontari, otto in totale, registrati all’albo dei volontari del Comune di Milano. “Sono preziosi perché ci supportano nei progetti e nelle attività della casa” spiega Gottardi, “per esempio, stiamo portando avanti il progetto biblioteca e un volontario insieme a un nostro ospite e a un operatore sta facendo la catalogazione dei libri. In più, abbiamo anche ragazzi del servizio civile”.
In uno dei tanti magazzini che si trovano all’interno del quadrilatero, vengono stoccati elettrodomestici, mobili e suppellettili donati dalle persone. Solitamente servono per aiutare gli ospiti che riescono a trovare una sistemazione abitativa, ma in alcuni casi, su segnalazione del Centro di ascolto Caritas della parrocchia San Luigi, vengono donati a semplici abitanti del quartiere che ne hanno bisogno. E anche questo, per Gottardi è un modo per combattere la cattiva fama che si porta dietro il dormitorio e diventare invece una ricchezza per la città.
C’è poi il progetto triennale attivato con l’Accademia di Belle Arti di Brera, che prevede il coinvolgimento degli studenti della laurea specialistica. Ai ragazzi è affidato il compito di restituire colore e bellezza ai muri di alcuni spazi comuni, e così in Casa Iannacci ci si imbatte anche nella riproduzione fedele di uno dei rosoni del Duomo di Milano. L’obiettivo, spiega Gottardi, è sempre quello di far dialogare la città con la Casa e viceversa, ed è anche un modo per rendere più decorosi gli spazi in una struttura che ha 62 anni. Non solo, ci sono ospiti che collaborano ai lavori di ristrutturazione e mantenimento: “All’interno abbiamo una squadra che volontariamente dà una mano. Tutto è nato per caso, quando alcuni di loro mi hanno detto: direttore, nell’attesa di trovare lavoro, invece di stare qui ad annoiarmi posso dare una mano, sono imbianchino, idraulico, ecc. Non possiamo riconoscergli nulla economicamente, ma abbiamo accolto la richiesta e li abbiamo ingaggiati. Ovviamente sono assicurati”. Ed è così che l’ingresso e la portineria della struttura a fine giugno erano occupati da vernici, pennelli e persone al lavoro.
“Noi cerchiamo di far sì che i nostri ospiti si stacchino da Casa Jannacci” spiega Gottardi accompagnandoci in giro per la struttura, “che taglino il cordone ombelicale”. Per questo aspetto fondamentali sono i progetti, ancora in fase di definizione, di creare un laboratorio di educazione domestica e un appartamento in condivisione. “Ci siamo accorti” prosegue Gottardi “che molti dei nostri ospiti quando ottengono una casa popolare o trovano un alloggio in autonomia, non sono più in grado di farsi la spesa e cucinare, dopo aver trascorso anni a mangiare alle mense pubbliche. L’idea quindi è di organizzare un laboratorio bisettimanale per quelle persone che sono in uscita o per coloro che sono interessati a riacquistare i gesti della vita quotidiana, in una cucina da realizzare completamente a norma”.
Al secondo piano, sopra la biblioteca, dovrebbe invece venire realizzato un appartamento: sei stanze da due con un’ampia cucina e zona soggiorno in condivisione. Una sorta di situazione intermedia fra il dormitorio e un’abitazione privata, dedicato a quegli ospiti che hanno già un lavoro ma che non sono ancora pronti per la vita autonoma.
Per Gottardi l’equipe è una ruota fondamentale dell’ingranaggio e sottovalutare l’ambiente di lavoro in cui opera il team è un rischio da non correre, perché influenza il rapporto con gli ospiti. “La capacità che deve avere il responsabile di una struttura è capire qual è il clima di lavoro e agire su ciò se serve. Prima cambi il clima di lavoro, poi le procedure e di conseguenza le modalità operative. Quando sono arrivato gli uffici amministrativi non comunicavano, spesso le persone nemmeno si salutavano. Gli operatori erano divisi in serie A e serie B: quelli del Comune di Milano erano gli eletti, quelli della cooperativa gli schiavetti. Non arrivi in un posto così dicendo che vuoi cambiare questo e quello, perché prima devi creare un clima di lavoro diverso, un gruppo”.
E il cambiamento incide anche sul rapporto tra gli operatori e gli ospiti. “Mi hanno detto che non avevano mai visto direttori girare per il centro e parlare agli ospiti. Sembra una banalità ma fermarsi a parlare con loro, salutarli, chiamarli per nome, significa fargli capire che sono rispettati. Si tratta di piccoli gesti che fanno cambiare la percezione delle cose perché, magari, c’è l’ospite arrabbiato che vuole spaccare la struttura ma non lo fa proprio in virtù del buon rapporto che ha con l’equipe. Se invece il rapporto è negativo la struttura te la distrugge due volte”.In una realtà pubblica, com’è Casa Iannacci, c’è dunque un indirizzo politico, che è quello attuato dal 2011 nella trasformazione da dormitorio a centro polifunzionale, ma come spesso capita le persone fanno la differenza e Gottardi, per sua formazione, ha dato una svolta più decisa all’approccio sociale verso gli ospiti e alle azioni di comunità. E sembra dare risultati positivi.
Il mandato del direttore di Casa Iannacci è biennale, va per bando comunale, e quello di Gottardi è prossimo alla scadenza. Vedremo se sarà riconfermato e, aspetto tutt’altro che marginale, i fondi pubblici non devono mancare.</span></pre>



<p class="has-small-font-size">1) Per tutti i soggetti intervistati in strada e davanti alla mensa dell’Opera San Francesco sono stati utilizzati nomi di fantasia; la scelta è dettata dal fatto che, anche chi non ha espressamente chiesto l’anonimato, ha parenti a cui non vuole far sapere la sua attuale condizione<br>2) Cfr. <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/qualita-vita-2018-milano-vince-la-prima-volta-AEDSdbyG" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilsole24ore.com/art/qualita-vita-2018-milano-vince-la-prima-volta-AEDSdbyG</a><br>3) Cfr. <a href="http://lab24.ilsole24ore.com/qdv2018/indexT.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://lab24.ilsole24ore.com/qdv2018/indexT.html</a><br>4) Cfr. <a href="https://www.caritasambrosiana.it/osservatorio/rapporto-sulle-poverta/materiali-dati-2017-report" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.caritasambrosiana.it/osservatorio/rapporto-sulle-poverta/materiali-dati-2017-report</a>. Al momento della stesura dell’articolo non era ancora disponibile il Rapporto relativo al 2018<br>5) Cfr. <a href="http://www.frdb.org/be/file/_scheda/files/racCONTAMI2018_risultati_conteggio.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.frdb.org/be/file/_scheda/files/racCONTAMI2018_risultati_conteggio.pdf</a></p>
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		<title>Per chi sta realmente lavorando questa economia?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/per-chi-sta-realmente-lavorando-questa-economia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 14:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[Europa, teoria economia e giustizia sociale: mentre si proponeva una procedura d’infrazione sulla base di numeri decimali e cifre ipotetiche, nell’Eurozona e in Italia povertà, working poor e diseguaglianza aumentano ogni anno: per chi sta lavorando questa economia?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-63-luglio-settembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 63, luglio-settembre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Europa, teoria economia e giustizia sociale: mentre si proponeva una procedura d’infrazione sulla base di numeri decimali e cifre ipotetiche, nell’Eurozona e in Italia povertà, working poor e diseguaglianza aumentano ogni anno: per chi sta lavorando questa economia?</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 3 luglio scorso la Commissione europea ha ritirato la proposta di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (1), dichiarando che terrà il Paese sotto stretta osservazione e se ne riparlerà in autunno, in fase di manovra finanziaria 2020. L’ha fatto perché l’Italia ha messo sul piatto 7,6 miliardi, modificando le proprie politiche economiche così come la Commissione aveva richiesto. Problema risolto? No. E per comprendere quanto sia irrisolto, occorre fare un passo indietro e tornare sul Rapporto con cui il 5 giugno la Commissione Ue aveva proposto l’apertura della procedura d’infrazione.</p>



<p>Per leggerlo (2), la sola volontà non è sufficiente; occorre saltare lo steccato ed entrare nel territorio dell’ostinazione, per poi accettare di muoversi nello spazio dell’incredulità. Dapprima è la fatica a dominare, per la sequela di cifre e percentuali che in modo ossessivo si ripetono, dopodiché arriva la sensazione di essere finiti in un mondo parallelo, nel quale le coordinate con cui dovremmo misurare il reale, non esistono.</p>



<p>Da parte sua, con titoli di scatola in prima pagina, editoriali, analisi e aperture di telegiornali che rappresentano come legittima la posizione della Commissione Ue, nemmeno l’informazione mainstream ha aiutato a giugno e non aiuta tuttora a restare aggrappati alla realtà, anzi contribuisce a eliminare dal discorso pubblico ogni riflessione che entri nel merito. La narrazione sulla bontà dei ‘vincoli di bilancio’ introdotti da Maastricht è pensiero dominante da quasi tre decenni, dunque non stupisce l’acritico recepimento del ‘torto’ e della ‘ragione’; eppure la capacità di ragionamento, per quanto atrofizzata, avrebbe dovuto avere un sussulto davanti alla lettura del Rapporto, e la realtà, per quanto negata, si presenta oggi agli occhi in modo talmente drammatico e prepotente che dovrebbe essere impossibile evitare di guardarla.</p>



<p>Se l’applicazione di una teoria economica allarga la forbice della diseguaglianza sociale e aumenta la povertà, deve essere messa in discussione. Alla radice, nella sua impostazione di base, non in superficie, cercando compromessi che non ne modificano l’impianto. “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” ha affermato a fine giugno Elizabeth Warren, senatrice democratica in corsa alle primarie del partito, al primo dibattito televisivo della campagna e-lettorale: “Sta lavorando alla grande per una piccola minoranza di persone, la minoranza più in alto. Sta lavorando alla grande per i colossi farmaceutici, non per le persone che stanno cercando di ottenere una ricetta gratuita per un farmaco. Sta andando alla grande per le persone che vogliono investire nelle prigioni private, non per gli afroamericani e i latini le cui famiglie vengono distrutte, le cui vite vengono distrutte, le cui comunità vengono rovinate. Sta andando alla grande per i colossi delle compagnie petrolifere che vogliono trivellare ovunque, non per il resto di noi che guarda i cambiamenti climatici incombere sulle nostre vite. Quando hai un governo, quando hai un’economia che va alla grande per chi ha soldi e non va alla grande per tutti gli altri, questa è corruzione, pura e semplice. Dobbiamo dirlo. Dobbiamo attaccarlo a testa alta. E abbiamo bisogno di fare cambiamenti strutturali nel nostro governo, nella nostra economia e nel nostro Paese”.</p>



<p>Non si tratta qui di voler prestar fede alle parole pronunciate in un comizio elettorale, ma di registrare che una figura politica, tutt’altro che marginale come la Warren e non certo socialista, perlomeno le può pubblicamente pronunciare. Accade negli Stati Uniti, che ha dato i natali al neoliberismo con Reagan, e non in Europa, culla della socialdemocrazia del dopoguerra. È pur vero che al neoliberismo non è mai appartenuto il rigido dogmatismo che caratterizza l’ordoliberismo, teoria dominante nella Ue da Maastricht in poi. Ed è la ragione per cui il passaggio dalla socialdemocrazia al neoliberismo e successivamente all’ordoliberismo, ha profondamente mutato le società dei Paesi dell’Eurozona.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="848" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1.jpg" alt="" class="wp-image-1205" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab1-1-212x300.jpg 212w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 1</figcaption></figure></div>



<p>La socialdemocrazia era un pensiero politico che cercava di mitigare e arginare lo sfruttamento del lavoro e l’utilitarismo insito nel capitalismo, in nome di una morale – vale la pena scomodare il termine di fronte a un’economia che ha superato anche il confine dell’immoralità per divenire amorale – che aveva il suo fondamento nella giustizia sociale. Se si riconosceva alla libera impresa una capacità propulsiva in ambito economico, si era tuttavia ben consapevoli che il sistema capitalistico è incompatibile con i principi di equità, benessere collettivo, diritti sociali; che la valutazione di ciò che è o meno positivo per la collettività richiede un criterio diverso da quello dei prezzi di mercato e del profitto. Da qui la creazione del welfare, la convinzione che è il pubblico, e non il privato, a dover mantenere il controllo in alcuni ambiti, che è la politica a dover regolare l’economia, pena non solo la creazione di una società profondamente ingiusta e diseguale, ma il venir meno della democrazia. Sono queste le coordinate del tutto assenti nel Rapporto di giugno, sostituite da una sequela astratta di numeri sulla base dei quali la vita di milioni di persone viene mantenuta, o gettata, nell’imbarbarimento e nella povertà.</p>



<p>È necessario riportare alcuni brevi stralci del Rapporto della Commissione per rendersi conto di che cosa stiamo parlando. “Il deficit del bilancio pubblico italiano ha segnato il 2,1% del Pil nel 2018. Secondo il Programma di stabilità e le previsioni di primavera 2019 della Commissione, si prevede che sarà rispettato il valore di riferimento del trattato del 3% del Pil nel 2019. Tuttavia, il valore di riferimento sarà superato nel 2020, in base alle previsioni della Commissione, nell’ipotesi di un mancato cambiamento nelle politiche. Il Programma di stabilità prevede un disavanzo al 2,4% del Pil nel 2019 e al 2,1% nel 2020, prima di ridursi ulteriormente al-l’1,8% del Pil 2021 e all’1,5% nel 2022. […] Pertanto, l’Italia è attualmente conforme al criterio del deficit come definito nel Trattato e nel regolamento (CE) n. 1467/97, sebbene vi sia il rischio che il criterio del disavanzo non venga rispettato nel 2020 sulla base delle previsioni di primavera 2019 della Commissione, nell’ipotesi di un mancato cambiamento nelle politiche”. Questo per quanto riguarda il parametro del deficit.</p>



<p>In merito al debito pubblico: “Dopo aver registrato una crescita media annua di 5 punti percentuali durante la recessione a due fasi del 2008-2013, il rapporto debito pubblico/Pil si è attestato intorno al 131,5% nel 2014-2017, per poi salire al 132,2% nel 2018. […] Per il 2019, il Programma di stabilità prevede che il rapporto debito/Pil aumenti ulteriormente fino al 132,6%, ossia di 0,4 punti percentuali rispetto al livello del 2018. […] La Commissione prevede che il rapporto debito/Pil dell’Italia aumenterà molto più marcatamente nel 2019, al 133,7%. […] Per il 2020, il Programma di stabilità prevede che il rapporto debito/Pil diminuisca al 131,3% cioè 1,3 punti percentuali rispetto al livello 2019. […] La Commissione, invece, si aspetta che il rapporto debito/Pil dell’Italia continui a salire nel 2020, al 135,2%. […] Complessivamente, questa analisi suggerisce quindi che prima facie il criterio del debito ai fini del trattato e del regolamento (CE) n. 1467/97 non è soddisfatto nel 2018, 2019 e 2020, sia in base al Programma di stabilità che alle previsioni di primavera 2019 della Commissione”.</p>



<p>Non è focus di questo articolo ragionare sull’infondatezza dei parametri di Maastricht (3% deficit, 60% rapporto debito pubblico/Pil) che nessun pensiero economico ha mai teorizzato e che la realtà di un Paese a capitalismo avanzato come il Giappone provvede da anni a smentire, e nemmeno entrare nelle dinamiche dell’ordoliberismo; questioni che sono già state trattate in analisi precedenti (3). Ciò su cui si vuole qui riflettere sono altri due aspetti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="724" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2.jpg" alt="" class="wp-image-1206" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab2-249x300.jpg 249w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 2</figcaption></figure></div>



<p>Per prima cosa, è innegabile che l’apertura di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia avrebbe creato problemi al Paese. Ciò è dovuto alla comunione di due fattori: l’attuale struttura del sistema finanziario – mercati globalizzati e libera circolazione dei capitali – e l’architettura monetaria dell’euro: una banca centrale per 19 Paesi, che ha come unico mandato il controllo dei prezzi con il monitoraggio del valore dell’inflazione intorno al 2%, e non anche la piena occupazione (a differenza della Fed statunitense, per esempio); e ha come tassativo divieto, salvo casi eccezionali (il “Whatever we takes” di Draghi in piena tempesta sul debito sovrano dei Piigs nel 2012), l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi euro, azione che consentirebbe di mantenere stabile il tasso di interesse pagato sul debito pubblico. L’unione di questi due fattori pone l’Italia del tutto indifesa di fronte alla speculazione finanziaria sui suoi bond sovrani; una dinamica che si scatena – l’abbiamo già vista in opera più volte, con l’impennarsi dello spread – con il duplice obiettivo di mettere pressione politica al governo e di fare facili profitti.</p>



<p>Il punto è che le conseguenze di questa architettura finanziaria ricadono sulla vita delle persone, e anche questo l’abbiamo già visto. Sempre. Sia nell’eventualità che il governo avesse ‘abbassato la testa’ e modificato le politiche economiche per evitare la procedura d’infrazione, co-me è stato, sia nel caso avesse deciso di andare allo scontro con l’Unione europea e l’aumento della spesa per interessi sui titoli di Stato avesse portato a una minore disponibilità finanziaria nel bilancio pubblico. Perché ciò che ci consegna la teoria neoliberista e l’esperienza fin qui vissuta, è che i tagli riguardano sempre il welfare e non altri ambiti di spesa – in linea con tale pensiero, lo stesso Rapporto di giugno della Commissione punta il dito sulla riforma delle pensioni, la cosiddetta Quota 100, criticandola aspramente e affermando che torna “indietro su elementi delle precedenti riforme pensionistiche, peggiorando la sostenibilità delle finanze pubbliche a medio termine”.</p>



<p>La Commissione dunque ha creato le condizioni per una (ulteriore) riduzione della spesa sociale nella politica economica italiana e quindi un (ulteriore) impoverimento di una parte di cittadini, sia nel caso che la procedura si fosse avviata, sia nell’eventualità contraria.<br>L’ha fatto sulla base di cosa? Non solo di due (due!) numeri – e anche fossero fondati per qualche teoria e-conomica il ragionamento non cambierebbe – ossia il parametro del deficit e il rapporto debito pubblico/Pil, non prendendo in considerazione nell’analisi nessun altro dato (il coefficiente di Gini, l’indice di povertà, il tasso di disoccupazione&#8230;); l’ha fatto su numeri che sono frazioni di decimali (nel 2018 il rapporto debito pubblico/Pil anziché diminuire è aumentato dello 0,7%); l’ha fatto su dati previsionali, ipotetici, futuri. L’aumento dello 0,7% è infatti l’unico numero consolidato contenuto nel Rapporto di giugno, tutti i restanti sono aleatori: il parametro del deficit rischia di essere superato nel 2020 e il criterio del debito non sarà soddisfatto nel 2019 e nel 2020.</p>



<p>Entrare maggiormente nel dettaglio dei numeri, ragionare sui decimali, le percentuali e sul torto e la ragione delle previsioni, così come cercare compromessi e flessibilità su tali parametri, è del tutto fuorviante, perché significherebbe accettare le premesse, i presupporti, l’architettura di un pensiero economico che non solo non ha tra le proprie coordinate la giustizia sociale ma che mira a imporre anche al pubblico, alla politica, di non occuparsene. La visione, basata sulla logica competitiva in ogni ambito di vita, è quella del darwinismo sociale. E questo è il secondo a-spetto su cui riflettere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="718" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4.jpg" alt="" class="wp-image-1209" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab4-251x300.jpg 251w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 4<br>&nbsp;</figcaption></figure></div>



<p>Gli ultimi dati Eurostat, qui riportati in diverse tabelle, parlano senza bisogno di tanti commenti.<br>Le persone a rischio povertà (Tabella 1) nell’Eurozona sono il 22%, un dato che in dodici anni, dal 2005 al 2017, si è mantenuto costante, senza diminuire; in Italia, nel 2004 erano il 26,2%, nel 2017 sono salite al 28,9%. Stiamo parlando di 74 milioni di persone nella zona euro e di 17,4 milioni di persone in Italia. I dati della Grecia, che ha vissuto la troika e il passaggio più rapido e violento al neoliberismo/ordoliberismo, sono i più spaventosi: il 32,9% delle persone nel 2003 era a rischio povertà, sono il 34,8% nel 2017: 3,7 milioni. Essere a rischio povertà significa, secondo la definizione Eurostat: “Avere un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito medio nazionale […] avere condizioni di vita gravemente condizionate da una mancanza di risorse, che si riflette nella corrispondenza ad almeno 4 su 9 delle seguenti privazioni: non potersi permettere di i) pagare l’affitto o le bollette, ii) tenere la casa adeguatamente calda, iii) affrontare spese impreviste, iv) mangiare carne, pesce o un equivalente proteico ogni due giorni, v) una settimana di vacanza lontano da casa, vi) auto, vii) lavatrice, viii) TV a colori, ix) telefono”. È importante sottolineare che i dati sono calcolati dopo i trasferimenti sociali, ossia comprendono l’apporto del welfare; quello stato sociale che il neoliberismo/ ordoliberismo sta smantellando.</p>



<p>I lavoratori part time a rischio povertà (Tabella 2) – il cosiddetto fenomeno dei working poor – sono passati nell’Eurozona dall’essere il 10,9% nel 2007 al 14,4% nel 2017; in Italia, la percentuale è aumentata dal 14,6% al 18,6%. I lavoratori full time a rischio povertà (Tabella 3) erano il 7% nel 2007 nei Paesi euro e sono il 7,8% nel 2017; in Italia sono cresciuti dall’8,5% all’11,1%. È l’effetto dell’aumento dello sfruttamento lavorativo in nome del profitto, attuato con la liberalizzazione del mercato del lavoro, la precarietà, la progressiva eliminazione dei diritti dei lavoratori.</p>



<p>Il coefficiente di Gini misurato sul reddito (4) (Tabella 4), espresso in centesimi nelle tabelle Eurostat, è passato dal 30 al 30,5 nell’Eurozona (2007-2017) e dal 32 al 32,7 in Italia. La diseguaglianza è quindi aumentata. E occorre anche tenere presente che quello di Gini è un indice che, calcolando un rapporto, presenta il limite di restare invariato se il reddito dei più ricchi e quello dei più poveri crescono nella stessa proporzione, e quindi di non tenere conto della forbice fra i valori assoluti, che in realtà aumenta (se ‘A’ possiede 10.000 dollari e ‘B’ 100.000, ed entrambi raddoppiano il loro reddito, il coefficiente di Gini non cambia, anche se il divario è salito da 90.000 a 180.000 dollari).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="721" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1.jpg" alt="" class="wp-image-1208" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/europa-eco-giustizia-sociale-tab3-1-250x300.jpg 250w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 3</figcaption></figure></div>



<p>I dati degli Stati europei, a 19 o a 27/28, non sono omogenei, com’è ovvio che sia. È la dimostrazione che qualsiasi teoria economica deve confrontarsi con il reale, con la struttura finanziaria, economica e manifatturiera del Paese, che è il risultato della sua Storia, la sua politica, la sua realtà sociale. Non esiste una ‘ricetta’ buona per tutti, o meglio: esiste una ricetta buona per il grande Capitale economico e finanziario, globalizzato. Ma se assumiamo che l’economia è una fra le tante attività u-mane, che deve porsi al servizio delle persone, le ricette devono essere diverse a seconda della realtà sociale a cui vengono applicate. Ed è proprio ciò che nega la globalizzazione. Chiedersi “Per chi sta realmente lavorando questa economia?” è una domanda di una semplicità disarmante, eppure è proprio il punto di partenza di una riflessione che la classe politica al governo da trent’anni ha eliminato dalla sua visione. Ma se la politica cessa di essere l’ambito attraverso il quale gli esseri umani costruiscono e vivono in comunità, stabilendone i diritti e i principi fondanti e la loro valenza superiore rispetto a interessi di parte – a questo servono le Carte Costituzionali (5) – ecco che anche la democrazia viene meno. Ed è la considerazione finale che porta la lettura del Rapporto di giugno della Commissione.</p>



<p>Ventotto persone riunite in un organo sovranazionale non eletto dai cittadini hanno il potere di valutare, giudicare e infine assolvere o condannare, proponendo l’apertura di una ‘procedura tecnica’, la politica attuata da un governo democraticamente eletto. C’è poco da urlare al ‘pericolo fascista’ o ‘populista’. Karl Polanyi lo aveva definito “doppio movimento”: all’eccesso di liberalismo economico risponde una reazione per ristabilire protezione sociale. In un sistema capitalistico, la depoliticizzazione dell’economia porta impoverimento in larghi strati della popolazione; storicamente, per arginare il conseguente conflitto sociale si è avuto un ritorno a un controllo della politica sull’economia. Può avvenire da destra, e così è stato con il fascismo dopo le liberalizzazione economiche e il mercato autoregolato costruito nell’Ottocento, oppure da sinistra, il New Deal di Roosevelt. Se oggi la sinistra non comprende che non si tratta di cambiare le regole di Maastricht, politica peraltro inattuabile (6), ma di rovesciare il tavolo e andarsene (7), per riprogettare una realtà completamente diversa, interamente sua è la responsabilità della società che si va costruendo in questa fase storica.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/communication_to_the%20_council_aftercollege_-_final.pdf" target="_blank"> https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/communication_to_the _council_aftercollege_-_final.pdf</a><br>2) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/com2019_532_it_en.pdf%20" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/economy-finance/com2019_532_it_en.pdf</a><br>3) Cfr. articoli sull’Unione europea, a firma di Giovanna Cracco, a far data da dicembre 2010<br>3) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en" target="_blank">https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-and-fiscal-policy-coordination/eu-economic-governance-monitoring-prevention-correction/macroeconomic-imbalance-procedure/alert-mechanism-report_en</a><br>4) Il coefficiente di Gini misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1, o può essere espresso anche in centesimi: il valore 0 corrisponde alla pura equidistribuzione, la situazione in cui tutti percepiscono lo stesso reddito; valori via via maggiori indicano una distribuzione più diseguale, fino al valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione in cui una persona percepisce tutto il reddito del Paese e la restante popolazione non ha reddito<br>5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="http://rivistapaginauno.it/lunione-europea-di-hayek/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>L’Unione europea di Hayek</em></a>, Paginauno n. 61/2019<br>6) Solo un voto all’unanimità tra 27/28 Paesi – 19 per l’eurozona – può cambiare il contenuto dei Trattati, un’ipotesi irrealistica<br>7) Cfr. Giovanna Cracco, <em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/sovranita-costituzionale-in-fondo-a-sinistra/" target="_blank">Sovranità costituzionale. In fondo a sinistra</a></em>, Paginauno n. 62/2019</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Usa: allarme oppioidi. Epidemia da deindustrializzazione</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/usa-allarme-oppioidi-epidemia-da-deindustrializzazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 09:53:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[delocalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[oppioidi]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2931</guid>

					<description><![CDATA[“Oppio oblio da ogni pena”, una dipendenza psico-fisica da farmaci che colpisce la middle class bianca impoverita: 115 morti al giorno, il governo ha dichiarato l’emergenza per la salute pubblica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-57-aprile-maggio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 57, aprile &#8211; maggio 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Oppio oblio da ogni pena”, una dipendenza psico-fisica da farmaci che colpisce la middle class bianca impoverita: 115 morti al giorno, il governo ha dichiarato l’emergenza per la salute pubblica</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Negli Stati Uniti la chiamano “opioid epidemic”, o più semplicemente&nbsp;<em>opidemic</em>, il New York Times la definisce “the deadliest drug crisis in American history” e miete più vittime della guerra in Iraq, circa 115 persone al giorno, cosi tante che nel 2017 il Department of Health and Human Services (l’equivalente del nostro Ministero della Sanità e degli Affari sociali) l’ha dichiarata una emergenza di salute pubblica (1). Si tratta dell’incremento esponenziale delle morti per overdose dovute all’abuso di oppioidi, consumati sia sotto forma di farmaci antidolorifici, regolarmente prescritti o acquistati clandestinamente (oggi anche via internet), sia come droga da strada. Lo scopo di queste molecole non e quello di curare una patologia ma di bloccare il dolore, di qualunque tipo: post-operatorio o di natura neoplastica, dolori cronici, cefalee e comune mal di schiena, ma da secoli funzionano anche da anestetico contro il dolore emotivo e psicologico come quello causato dal lutto, dalle delusioni, dalla disperazione o dalla paura.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri</h4>



<p>I dati sono davvero impressionanti. Nel 2016 circa 11,5 milioni di cittadini americani dai dodici anni in su hanno abusato di oppioidi legalmente prescritti, secondo la Substance Abuse and Mental Health Services Administration (2). Durante il 2016, nello Utah, circa un terzo della popolazione si e visto prescrivere legalmente un oppioide, e nello stesso anno in una decina di Stati il numero delle prescrizioni ha superato quello degli abitanti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="615" height="476" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic1.jpg" alt="" class="wp-image-2932" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic1.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic1-300x232.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic1-600x464.jpg 600w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></figure>
</div>


<p>Le ricette regolari, secondo la società di ricerche di mercato IMS Health, erano 112 milioni nel 1992, ma nel 2012 hanno toccato la cifra record di 282 milioni. In seguito il dato ha iniziato a diminuire lentamente, per assestarsi a 236 milioni nel 2016. Più di due milioni di americani hanno sviluppato una dipendenza o hanno abusato di medicinali prescritti dal medico e di droghe da strada. Vi e stato un drammatico incremento dell’uso di oppioidi anche in gravidanza e la NAS (Neonatal Abstinence Syndrome, sindrome neonatale da astinenza) dal 2000 al 2012 e aumentata del 500%: il feto, che ha sviluppato una dipendenza dagli oppioidi contenuti nel sangue della madre, al momento del parto subisce una fortissima crisi di astinenza, spesso tale da ucciderlo. Nel 2016, circa 948.000 persone (sempre dai dodici anni in su) hanno utilizzato eroina: quando si diventa dipendenti dagli antidolorifici, in genere si passa all’eroina perché e più economica dei farmaci prescritti. Il National Institute of Drug Abuse stima che la meta dei giovani che utilizza eroina per via intravenosa vi sia arrivata dopo aver abusato di antidolorifici, e che 3 su 4 nuovi eroinomani abbiano iniziato il loro cammino sulla strada della dipendenza partendo da farmaci legalmente prescritti (3).</p>



<p>Nel 2016, delle 63.600 morti totali per overdose, il 66,4% era da imputarsi all’abuso di oppioidi. I dati del CDC, Centers for Desease Control and Prevention (4), relativi alla mortalità, evidenziano che il numero delle morti attribuite alla sola overdose di eroina e aumentato del 533% fra il 2002 e il 2016, passando da 2.089 a 13.219. Oltre alle overdose, negli Usa sono tornati a salire i tassi di epatite C, HIV e altre malattie che proliferano con lo scambio di aghi infetti.</p>



<p>Fra il 2007 e il 2016, il farmaco più prescritto e stato l’idrocodone, commercializzato con il nome di Vicodin (ricordate il Doctor House?): 6,2 miliardi di pillole vendute nel 2016. Il secondo oppioide in graduatoria e l’ossicodone (Percocet), 5 miliardi di compresse (5). I medici dichiarano di sentirsi pressati perché prescrivano oppioidi piuttosto che i normali antidolorifici da banco, o terapie alternative come la fisioterapia o l’agopuntura, da un lato perché i pazienti li richiedono espressamente, dall’altro perché i trattamenti sono più costosi o meno accessibili. E come potrebbe essere diversamente?</p>



<p>Negli Usa non esiste un sistema sanitario pubblico. Si va dal medico perché si ha un terribile mal di schiena: il dottore potrebbe correttamente voler accertare la causa, ma una radiografia costa dai 200 ai 1.000 dollari, una risonanza magnetica parte da 3.500 dollari e la TAC raggiunge la cifra di 12.000 dollari. Se poi si volessero approfondire le possibili soluzioni con una visita specialistica, si potrebbero spendere altri 4.000 dollari. Non prendiamo nemmeno in considerazione l’eventualità di un intervento chirurgico (una banale appendicectomia costa dai 28.000 ai 65.000 dollari e oltre). I pazienti a basso reddito o disoccupati, che non hanno il denaro per sottoscrivere un’assicurazione sanitaria, a volte non possono nemmeno permettersi il pronto soccorso (a partire da 100/150 dollari), figuriamoci la diagnostica per immagini.</p>



<p>Invece, una boccetta da 60 compresse di Vicodin (idrocodone) costa 14 dollari, una confezione da 120 di Percocet (ossicodone) meno di 23 dollari, e il risultato e assicurato (6).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Oppioidi: l’oblio di ogni pena</h4>



<p>L’oppio si ottiene da un bellissimo fiore, il&nbsp;<em>Papaver somniferum</em>, un papavero alto fino a 150 centimetri che cresce naturalmente nei climi temperati in una moltitudine di colori, non ha bisogno di fertilizzanti, non attira particolari parassiti ed e resistente quanto le erbacce. Alcuni oppioidi, come la morfina e la codeina, sono derivati naturali del papavero da oppio, che viene oggi coltivato soprattutto in Asia, America Centrale e Sud America. L’eroina (un tempo considerata un farmaco) e sintetizzata dalla morfina, mentre altre molecole, come l’idrocodone e l’ossicodone, sono oppioidi semisintetici, prodotti in laboratorio ‘ritoccando’ chimicamente le molecole naturali.</p>



<p>Il fentanyl e il metadone, infine, sono oppioidi totalmete sintetici. Il primo e stato sviluppato in origine come anestetico chirurgico, ma viene anche utilizzato per alleviare il dolore da tumore terminale: data la sua potenza (100 volte superiore alla morfina, 50 volte superiore all’eroina), anche una piccola quantità può risultare fatale, e in effetti, il fentanyl prodotto e distribuito illegalmente e uno dei responsabili principali delle recenti ondate di overdose (7). Il metadone e invece usato in medicina come analgesico nelle cure palliative, e soprattutto per ridurre l’assuefazione nella terapia sostitutiva della dipendenza da stupefacenti. Le più recenti indicazioni dell’OMS (8) prescrivono per il dolore lieve-moderato i cosiddetti&nbsp;<em>oppioidi minori</em>&nbsp;(codeina e tramadolo), da soli o in associazione con il paracetamolo, mentre per il dolore moderato-grave viene suggerita la somministrazione degli&nbsp;<em>oppioidi maggiori</em>: morfina, metadone, ossicodone, idromorfone, fentanyl e brupenorfina.</p>



<p>Anche se sono soggetti a prescrizione medica, gli antidolorifici oppioidi vengono comunemente abusati, da un lato perché provocano rapidamente&nbsp;<em>tolleranza</em>&nbsp;(l’efficacia del farmaco si riduce con l’assunzione ripetuta, per cui e necessaria una dose sempre più alta di principio attivo per curare il dolore), dall’altro perché causano una fortissima&nbsp;<em>dipendenza psico-fisica</em>. Gli oppioidi infatti si legano alle aree del cervello che controllano il dolore e le emozioni, causando un aumento dei livelli di dopamina nell’insieme delle strutture cerebrali responsabili del sistema della ricompensa, dalle quali dipendono per esempio l’apprendimento, il piacere e il desiderio. Ciò provoca un intenso effetto analgesico ed euforizzante, di cui presto non si riesce più a fare a meno, insieme ad altri intensi effetti collaterali (sedazione, stipsi, disturbi cognitivi, convulsioni&#8230;), fra i quali il più pericoloso e la&nbsp;<em>depressione respiratoria</em>, cioè la diminuzione della frequenza del respiro (fra 3 e 4 atti al minuto a dosaggi corretti). Tuttavia, se si assume una dose troppo alta di farmaco, semplicemente si smette di respirare. E quando si smette di respirare, si muore.</p>



<p>L’oppio, da migliaia di anni, libera dal dolore e dalle sofferenze e seduce gli uomini con le sue briciole di paradiso. Era un farmaco quando ancora non si conosceva la medicina: abbiamo testimonianze certe della coltivazione del Papaver somniferum già nelle rovine del Neolitico, ma i suoi effetti erano probabilmente conosciuti da ancora più tempo.</p>



<p>Omero la chiama “una sostanza meravigliosa”, “un farmaco contrario al pianto e all’ira, che conduce all’oblio di ogni pena”, perché coloro che ne fanno uso “non versano una lacrima per tutto il giorno, nemmeno per la morte della madre o del padre, nemmeno se un fratello o un figlio vengono uccisi davanti ai loro occhi” (Odissea, IV, 219-228). Documenti scritti dei Sumeri che risalgono al 4000 a.C. lo definiscono&nbsp;<em>Hul Gil</em>, pianta della gioia: furono proprio i Sumeri a diffondere l’uso del papavero da oppio presso altri popoli, come gli Assiro-Babilonesi e gli Egiziani. Ippocrate, il padre della medicina (460 a.C.), consigliava l’oppio contro numerosi mali, e nell’antica Roma, Galeno (129 d.C) teneva cosi tanto all’oppio da affermare che&nbsp;<em>sine opio medicina claudicat&nbsp;</em>(senza l’oppio la medicina zoppica).</p>



<p>I monaci benedettini (anno 529) riportano le prime ricette a base di oppio per l’anestesia&nbsp;<em>(Ypnoticum adiutorium</em>) in preparazione di interventi chirurgici e, in seguito, il suo uso venne ufficialmente approvato e consigliato prima dalla Scuola Salernitana, e poi dalle Università. La tradizione attribuisce all’alchimista svizzero Paracelso (1500) l’invenzione del&nbsp;<em>laudano</em>, una tintura a base di alcool e oppio che ebbe un enorme e duraturo successo in tutto l’Occidente (viene prodotta ancora oggi col nome di ‘tintura di oppio’), anche se in realtà l’oppio venne aggiunto dai suoi discepoli nel secolo successivo e la sua formulazione definitiva si deve al medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689).</p>



<p>La morfina e stata scoperta a Einbeck, in Germania, da Friedrich Wilhelm Adam Serturner (1783-1841), ventunenne assistente di un farmacista. Con pochissimi strumenti e molta curiosità, Serturner si era interessato alle proprietà mediche dell’oppio, molto usato dai dottori del XVIII secolo. In una serie di esperimenti effettuati nel proprio tempo libero e pubblicati nel 1806, Serturner riusci a isolare un composto alcaloide organico dieci volte più potente dell’oppio lavorato. Battezzo la sostanza&nbsp;<em>morfina</em>&nbsp;dal nome di Morpheus, il dio greco dei sogni, perché tendeva a provocare il sonno. Nel corso dello XIX secolo furono scoperte la codeina (Robiquet, 1832) e la papaverina (Merck, 1848).</p>



<p>Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, prima degli inizi del Novecento, la vendita di oppioidi era assolutamente libera e l’uso quasi domestico. Morfina e laudano erano presenti in preparazioni vendute al pubblico come rimedio per tosse, raffreddore, diarrea e mal di denti. Negli Usa esisteva addirittura uno sciroppo brevettato nel Maine nel 1849, il&nbsp;<em>Mrs. Winslow’s Soothing Syrup</em>, contenente solfato di morfina, che venne venduto fino al 1930 per placare i dolori da dentazione dei neonati e per calmare i bimbi insonni, anche se l’American Medical Association gia nel 1911 lo aveva definito un&nbsp;<em>baby killer</em>. Dal 1861 al 1965, durante la guerra civile americana, la morfina veniva comunemente usata come anestetico nei campi di battaglia, e molti soldati divennero morfinomani durante il conflitto (9).</p>



<p>L’eroina, derivata per acetilazione dalla morfina, fu sintetizzata la prima volta nel 1874 dal ricercatore britannico C.R. Wright, ma la sperimentazione sugli animali non diede risultati interessanti. Venne risintetizzata nel 1897 da Felix Hoffmann, un chimico tedesco che lavorava per la Bayer, in un periodo in cui l’acetilazione era una tendenza diffusa per la ricerca di molecole più attive (Hoffmann realizzo l’acetilazione dell’acido salicilico, ottenendo l’aspirina, undici giorni prima di sintetizzare l’eroina). L’intento era quello di ottenere un farmaco più efficace della codeina nel sedare la tosse, la tubercolosi e le patologie respiratorie, e le effettive proprietà sedative sul centro del respiro della molecola (le stesse che portano a morte nell’overdose) furono inizialmente interpretate come i sintomi di una migliorata efficienza respiratoria.</p>



<p>Si credeva che l’eroina fosse priva di effetti collaterali (soprattutto che non desse ne la dipendenza ne l’assuefazione che rendevano pericolosa la morfina), e dal 1899 la Bayer inizio a commercializzarla senza alcuna restrizione. In breve tempo si inizio a impiegarla nelle più disparate patologie pneumologiche, ma anche neurologiche, ginecologiche, o come terapia analgesica, e l’eroina divenne velocemente uno dei farmaci più venduti in assoluto. E vero che l’eroina ha un’azione ipnotica inferiore a quella della morfina e consente dosaggi più bassi (perché e 50 volte più potente), ma provoca una dipendenza fortissima che si instaura rapidamente. Nel 1905 la città di New York consumava circa due tonnellate di eroina all’anno.</p>



<p>Nel 1914, il Congresso approvo L’Harrison Narcotic Act, che imponeva la prescrizione medica per qualunque farmaco derivato dall’oppio. Gli importatori, i produttori e i distributori di narcotici dovevano registrarsi al Dipartimento del Tesoro e pagare tasse sui farmaci. Nel 1924, l’Anti-Heroin Act bandi dagli Stati Uniti la produzione e la vendita di eroina, e nel 1970 il Controlled Substances Act creo una classificazione della pericolosità degli oppioidi sulla base delle loro capacita di provocare assuefazione e dipendenza: l’eroina venne inserita nella Categoria 1 (la più pericolosa), mentre la morfina, il fentanyl, l’ossicodone e il metadone nella Categoria 2. Il Vicodin (idrocodone) venne inizialmente incluso nella Categoria 3 e non venne riassegnato alla Categoria 2 fino all’ottobre del 2014.</p>


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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="625" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic4.jpg" alt="" class="wp-image-2933" style="width:250px;height:313px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic4.jpg 500w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic4-240x300.jpg 240w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>
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<p>Storicamente, qualunque tentativo per bandire, distruggere o proibire gli oppioidi e stato vano. Ciò ha molto a che fare con il tipo di esperienza che queste molecole sono in grado di assicurare, un argomento che di solito si evita di affrontare per il timore di incoraggiarne l’uso. Gli alcaloidi dell’oppio alterano lo stato di coscienza in un modo altamente specifico, che rende chi ne fa uso almeno temporaneamente felice, tanto felice da voler continuare, a dispetto delle più tragiche conseguenze. Le migliori descrizioni degli effetti dell’oppio ci vengono dagli scrittori e dai poeti che lo hanno adorato e odiato, e fra di essi vi sono molti esponenti del Romanticismo anglosassone, da Coleridge a Byron, da Shelley a Keats.</p>



<p>La prima e più efficace testimonianza di come gli oppioidi modifichino la percezione e quella contenuta nel romanzo autobiografico&nbsp;<em>Le confessioni di un mangiatore di oppio</em>, pubblicate nel 1821 da Thomas De Quincey. De Quincey descrive ciò che ha provato come “un abisso di piacere divino” capace di travolgere, “il segreto della felicita, di cui i filosofi hanno discusso per tanti secoli”, tale da riconciliare “le speranze che fioriscono in vita con la pace della tomba”.</p>



<p>Gli fa eco, un secolo più tardi, lo scrittore francese Jean Cocteau: “L’oppio rimane unico e l’euforia che induce e migliore della stessa salute. Ad esso devo le mie ore perfette”. Gli alcaloidi contenuti nell’oppio hanno questo effetto perché colpiscono dei recettori presenti normalmente nel nostro cervello, chiamati recettori µ-oppioidi (MOR). Le sensazioni che proviamo in esperienze come l’amore, l’amicizia o l’orgasmo vengono chimicamente replicate dai derivati del papavero in modo rapido e intenso, enfatizzando cio che si sperimenta in una vita sociale attiva e feconda. Dal momento che fanno sparire in un attimo non solo il dolore fisico, ma anche quello esistenziale, queste molecole coinvolgono chi ne fa uso in una relazione in cui la passione (per la droga) e più forte della paura (delle conseguenze).</p>



<p>L’oppio rende liberi da tutte le paure, compresa la paura della morte. Come osserva Cocteau, “qualunque cosa si ottenga nella vita, anche l’amore, corre su un treno diretto verso la morte. Fumare oppio e come scendere dal treno in corsa”. Ma il lato oscuro del papavero si rivela nei sintomi della dipendenza:&nbsp;<em>craving</em>&nbsp;incontrollabile, pensieri ossessivi sul reperimento e l’utilizzo di oppioidi, mutamenti della personalità, problemi economici, scarse prestazioni lavorative o scolastiche, rifiuto delle responsabilità familiari, isolamento sociale, rifiuto dell’igiene personale, abitudine al bere, ansia, sbalzi di umore, insonnia, cefalea, amnesia, cambiamento delle abitudini alimentari, perdita di peso, nausea, tumefazione del volto, tremore delle mani. Una lista infinita a cui, se si decide di rinunciare alla droga, si aggiungono anche i sintomi da astinenza: incubi da svegli, crampi allo stomaco, febbre, forti dolori muscolari, ansia, vomito, dissenteria, e altro ancora. Si comincia col paradiso, e si finisce all’inferno.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Origini dell’epidemia</h4>



<p>Gli analisti fanno risalire l’origine della crisi attuale al 10 gennaio 1980, data in cui una lettera intitolata “Dipendenza rara nei pazienti trattati con narcotici” venne pubblicato sul New England Journal of Medicine (10). Non si trattava di un vero e proprio studio, e si limitava a riportare in cinque frasi (101 battute) l’incidenza della dipendenza in una popolazione molto specifica di pazienti ospedalizzati, strettamente monitorati. Gli autori, Jane Porter e il Dr. Hershel Jick della Boston University, riferivano che dei loro 11.000 pazienti trattati con narcotici, solo quattro avevano sviluppato una dipendenza dai farmaci.</p>



<p>Tuttavia la lettera, pubblicata sulla rivista di medicina più prestigiosa degli Usa, inizio a essere citata diffusamente per dimostrare che gli oppioidi erano una terapia sicura in caso di dolore cronico. Le compagnie farmaceutiche rassicurarono la comunità medica che i pazienti non sarebbero diventati dipendenti dagli antidolorifici, e quando nel 1995 Purdue Pharma lancio l’OxyContin, una versione a lento rilascio dell’ossicodone, e lo pubblicizzo aggressivamente come un farmaco sicuro (nel 2007 il governo federale metterà sotto accusa la Purdue Pharma per pubblicità ingannevole nei confronti dei medici e dei consumatori; la società e stata ritenute colpevole di tutte le accuse e ha dovuto pagare danni per 634,5 milioni di dollari), i tempi erano maturi per la svolta. Come ha dichiarato Bridget G. Brennan, procuratore speciale di New York per l’emergenza narcotici, “l’epidemia non si e sviluppata finché non vi e stato un grande surplus di oppioidi, cominciato con i farmaci antidolorifici”.</p>



<p>I pazienti iniziarono a chiedere oppioidi sempre più spesso, e i dottori a prescriverli, perché, come spiega Sam Quinones nel suo libro&nbsp;<em>Dreamland&nbsp;</em>(2015), tutto ciò capitava in un momento in cui la classe medica veniva pressata per essere sempre più efficiente nella gestione delle terapie (si dovevano ‘processare’ i pazienti più in fretta).</p>



<p>Dal momento che diagnosticare la causa di un dolore e difficile e richiede tempo (ed e anche costoso per il paziente, come abbiamo sopra sottolineato), la logica di ‘una ricetta e via’ inizio a essere quella vincente, e ogni strategia differente venne rapidamente abbandonata in favore delle nuove pillole magiche. Ma molti dei risultati superlativi vantati dalle società farmaceutiche per le nuove molecole erano stati ottenuti su pazienti strettamente monitorati, spesso ospedalizzati. Nessuno aveva voluto immaginare il potenziale di pericolosità di flaconi e flaconi di oppioidi nelle mani di pazienti liberi di dosarli a proprio piacimento.</p>



<p>A poco a poco i medici si sono accorti di aver creato un esercito di tossicodipendenti, e sono corsi ai ripari tagliando le prescrizioni, che fra il 2010 e il 2015 sono diminuite del 18%. Tuttavia, invece di migliorare la situazione, questa mossa se possibile l’ha peggiorata: lasciati senza oppioidi, in preda<em>&nbsp;sia</em>&nbsp;al dolore&nbsp;<em>sia</em>&nbsp;ai terribili effetti dell’astinenza, gli&nbsp;<em>addicted</em>&nbsp;si sono riversati sul mercato nero delle pillole e sull’eroina da strada. A sviluppare il commercio illegale dei farmaci ha contribuito il fatto che il governo federale ha iniziato a meta degli anni ’80 a sostituire le prestazioni sanitarie per i poveri con i cosiddetti&nbsp;<em>disability benefits</em>, che coprono i farmaci oppioidi. Un flacone che costa 3 dollari a chi e assicurato con il Madicaid puo valere anche 10.000 dollari per strada, e cosi innumerevoli esponenti della middle class americana si sono trasformati in spacciatori.</p>



<p>Uno studio ha mostrato che il 75% di chi e dipendente da antidolorifici ha iniziato con farmaci che gli sono stati dati da un amico, da un familiare o da uno spacciatore. Negli ultimi anni la crisi si e poi intensificata grazie a un afflusso di eroina a basso prezzo (oggi costa un terzo rispetto ai primi anni ’90) e di oppioidi sintetici ancora più economici, tipicamente fentanyl, spacciati da cartelli della droga basati all’estero (l’eroina proviene soprattutto dal Messico e il fentanyl dalla Cina). Il fentanyl e particolarmente letale: dal momento che e cinquanta volte più potente della stessa eroina, e il preferito da chi ha sviluppato una forte dipendenza da oppioidi, ma per la stessa ragione e praticamente impossibile da dosare. Dato che qualche cristallo in più e sufficiente per precipitare in overdose (il fentanyl illegale viene spacciato sotto forma di cristalli, mentre quello legale in cerotti o lecca-lecca), gli agenti di polizia lo hanno soprannominato&nbsp;<em>manufactured death</em>, cioè “morte prefabbricata” (11).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La risposta della politica</h4>



<p>L’opidemic ha raggiunto una dimensione tale che, oltre a rappresentare un rischio per la salute pubblica, sta diventando un problema anche per il bilancio e la sicurezza nazionale. Secondo il CDC, il costo economico dell’abuso di antidolorifici oppioidi legalmente prescritti, che include il costo delle terapie mediche e farmacologiche, la perdita di produttività, il trattamento della dipendenza e l’incremento dei costi per il sistema giudiziario, sarebbe pari a 78,5 miliardi di dollari l’anno, una cifra che fa tremare i polsi dell’apparato sociosanitario statunitense. Quarantanove dei cinquanta Stati (all’appello manca il Missouri che si sta attrezzando) hanno attuato dei programmi di monitoraggio delle prescrizioni farmacologiche, per individuare i fenomeni di<em>&nbsp;doctor shopping</em>&nbsp;(gli addicted cercano di ottenere più ricette facendosi visitare da più medici).</p>



<p>Nel 2016 la legge denominata 21st Century Cures Act ha allocato 1 miliardo di dollari su due anni in fondi per la gestione dell’emergenza, e nell’aprile del 2017 Tom Price, segretario dell’Health and Human Services, ha annunciato la distribuzione della prima tranche di 485 milioni di dollari (12), ma basta confrontare le cifre per accorgersi che quella stanziata e solo una goccia nel mare. Il 26 ottobre 2017 Trump ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria nazionale, e il 9 febbraio scorso sono stati stanziati 6 miliardi in fondi per la prevenzione della dipendenza e il rafforzamento delle forze di polizia impegnate a combattere l’abuso di oppioidi (13).</p>



<p>Anche la giustizia penale ha alzato la guardia, e nell’agosto 2017 l’Attorney General, Jeff Sessions, ha annunciato la messa a punto di una Opioid Fraud and Abuse Detection Unit, una unita investigativa specializzata la cui&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;e perseguire penalmente i responsabili di frodi sanitarie collegabili all’abuso di oppioidi (14). Il Dipartimento di Giustizia intende anche nominare pubblici ministeri specializzati in questo tipo di reati, che opereranno nell’ambito di un progetto pilota triennale che coinvolgerà dodici giurisdizioni nazionali.</p>



<p>Inoltre, le assemblee legislative degli Stati stanno introducendo protocolli per regolare le cosiddette&nbsp;<em>pain clinic</em>&nbsp;(strutture specializzate nella gestione di pazienti con dolore cronico) e nuove&nbsp;<em>guidelines</em>&nbsp;per limitare la quantità di oppioidi che un singolo medico può prescrivere (15), mentre L’HHS ha stilato un programma in cinque punti per prevenire le dipendenze, migliorare i servizi di trattamento e ricovero, migliorare i target dei farmaci anti-overdose, ottenere informazioni più precise e dettagliate sul fenomeno e incentivare la ricerca.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Middle class bianca impoverita: opidemic da deindustrializzazione</h4>



<p>Sebbene oggi l’abuso di oppioidi negli Usa mieta più vittime dell’epidemia di Aids al suo picco (negli anni ’90), il problema non ha ancora fatto scattare nella popolazione turbamento e preoccupazione. “Per risolvere la crisi potrebbe essere sufficiente applicare severe restrizioni alla possibilità dei medici di prescrivere gli oppioidi, ma da un lato le potenti lobby farmaceutiche sono ostili alla sola idea, perché gli Usa sono la loro Terra Promessa (basti pensare che secondo l’International Narcotics Control Board, nel 2015 gli americani hanno consumato circa il 99,7% della produzione mondiale di idrocodone e più dell’80% di quella di ossicodone; Figura 2, pag. 30), dall’altro i sondaggi lasciano intendere che i normali elettori americani vogliano poter accedere senza difficoltà ad antidolorifici economici ed efficaci” (16). E quindi un argomento a rischio consenso da trattare in campagna elettorale.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="615" height="345" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic2.jpg" alt="" class="wp-image-2934" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic2.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic2-300x168.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic2-600x337.jpg 600w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></figure>
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<p>Sorprendentemente, tuttavia, uno dei pochi politici americani ad aver fatto riferimento al problema negli ultimi anni e Donald Trump, e secondo alcuni esperti questo lo ha aiutato ad acquisire il sostegno degli elettori nella&nbsp;<em>rust-belt area</em>, la zona in cui si concentrava un tempo la produzione industriale americana e che oggi versa in una fase di profondo declino. La dipendenza da oppioidi, infatti, spesso si manifesta ed e prevalente nelle comunità bianche povere: quelle lasciate indietro dalla globalizzazione e che hanno votato per Trump.</p>



<p>Come scrive Andrew Sullivan in un illuminante articolo pubblicato a febbraio sul New York Magazine, “di tutti i campanelli d’allarme sociale che suonano nell’America contemporanea, questo [l’opidemic] e senza dubbio il più squillante” (17). Ci sono molti modi per spiegare quello che sta accadendo, ma non si può non rilevare che “il più antico antidolorifico conosciuto dall’umanità e diventato il modo in cui la democrazia liberale più evoluta placa i suoi tormenti”. Ed e significativo, da questo punto di vista, che le droga che hanno conquistato gli Usa non siano gli eccitanti, ma i tranquillanti: quel che si cerca non e una vita più intensa, ma un riparo. L’oppio seduce con la serenità della solitudine, con il riposo del sonno. “Come l’LSD aiuta a spiegare gli anni ’60, la cocaina gli anni ’80 e il crack gli anni ’90, cosi l’oppio definisce una nuova era. [&#8230;] La dimensione e la tragicità di questo fenomeno e il segno di una civiltà nella crisi peggiore della sua esistenza, di una nazione travolta dal mondo post-industriale che cambia alla velocità della luce, di una cultura che ha voglia di arrendersi, rapita dal fascino del ritirarsi nell’incoscienza. L’America, che ha inventato lo stile di vita moderno, sta oggi cercando di sfuggirvi”.</p>



<p>L’epidemia di tossicodipendenze da oppiacei del 1860-80 negli Usa (probabilmente più vasta, anche se molto meno intensa di quella odierna, dato il tipo di farmaci disponibili), costituiva la risposta al dramma della guerra civile, alla trasformazione del territorio causata dall’industrializzazione, ai grandi cambiamenti sociali che generavano un acuto stress emotivo. Questo fenomeno era presente anche nella classe lavoratrice inglese all’inizio del 1800: un piccolo esercito di esseri umani si era spostato dalle campagne – dove l’ambiente era familiare, l’ordine sociale conosciuto, le tradizioni rispettate – alle città industrializzate. Lo stress psicologico cui erano sottoposti diede all’oppio un fascino che nemmeno l’alcool riusciva a eguagliare: alcuni storici stimano che il 10% del reddito familiare nell’Inghilterra della rivoluzione industriale venisse speso in oppio. Allo stesso modo, nel 1870, l’oppio era più diffuso negli Usa di quanto non lo sarebbe stato il tabacco cento anni dopo. “Si e tentati di domandarsi – scrive Sullivan – se in futuro la crisi che stiamo vivendo non sarà spiegata come il tentativo di sfuggire dallo stesso tipo di trauma, ma provocato da cause opposte”. In altri termini, se l’industrializzazione ha provocato un’epidemia da oppio, la deindustrializzazione sta alimentando un meccanismo dello stesso tipo.</p>



<p>Ed effettivamente la opidemic non ha preso piede ovunque con la stessa intensità, e certamente non fra i cittadini impegnati, multietnici, ad alto reddito che abitano le grandi città delle due coste. Il papavero ha invece trovato dimora nelle comunità che costituiscono il cuore dell’America, nelle piccole città e nei villaggi costituiti intorno a una fabbrica o a una miniera, la cui vita civica si esauriva col lavoro. A differenza dell’Europa, dove città e villaggi esistevano ben prima della rivoluzione industriale, l’America non ha una storia pre-industriale, dal momento che le società dei nativi sono state cancellate. La distruzione della spina dorsale industriale americana, dovuta agli effetti della globalizzazione in un Paese dove le forze di mercato operano con pochissime restrizioni, ha provocato pertanto una sofferenza non solo economica, ma anche culturale e perfino spirituale.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="615" height="320" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic3.jpg" alt="" class="wp-image-2935" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic3.jpg 615w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic3-300x156.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/opidemic3-600x312.jpg 600w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /><figcaption class="wp-element-caption">Figura 3. Usa, tassi trimestrali di sospette overdose da oppioidi per regione<br>Fonte: Centers for Disease Control and Prevention</figcaption></figure>
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<p>La demografia dell’opidemic parla chiaro (18): l’ampia maggioranza delle overdose da oppioidi (80%) riguarda cittadini bianchi non ispanici, mentre i cittadini ispanici e i neri contano ciascuno per il 10%. Le overdose sono aumentate del 30% fra luglio 2016 e settembre 2017 in quarantacinque su cinquanta Stati, ma nel Midwest sono cresciute del 70% (Figura 3, pag. 33). Secondo gli economisti Anne Case e Angus Deaton della Princeton University (quest’ultimo ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2015), la crescita delle “morti per disperazione” in particolare fra gli americani bianchi senza diplomi universitari, e innanzitutto il risultato della stagnazione dei salari negli ultimi quarant’anni e della diminuzione dei posti di lavoro disponibili (19).</p>



<p>Una delle immagini più vivide che hanno gli americani delle tossicodipendenze, racconta Sullivan, e quella di un topo in una gabbia, che preme il dispenser di acqua a cui e stata aggiunta morfina ancora e ancora, fino a morirne. Diversi anni più tardi, come riporta Johann Hari nel suo libro Chasing the scream (2015), l’esperimento e stato replicato, ma questa volta con un gruppo di controllo. In una gabbia vi era il famoso topo con l’erogatore di morfina, come nell’esperimento originale. In un’altra gabbia, invece, vi era il topo, il dispenser di morfina, e ruote per correre, palline colorate per divertirsi, molto cibo da mangiare e altri roditori per giocare o accoppiarsi: una specie di parco dei divertimenti, insomma.</p>



<p>I risultati sono stati, e il caso di dirlo, stupefacenti: i topi nel parco-giochi hanno consumato solo un quinto della morfina rispetto al topo solo nella gabbia. Si e cosi scoperto che una delle determinanti della tossicodipendenza e l’ambiente: in altri termini, se si privano gli individui degli stimoli di una comunità e di tutta l’ossitocina che una sana vita sociale genera (l’ossitocina e un ormone che funziona da neurotrasmettitore del sistema nervoso centrale, grazie al quale proviamo piacere nell’attività sessuale e nelle relazioni interpersonali) i paradisi artificiali diventano molto più affascinanti. L’America post-industriale, dice Sullivan, e un parco giochi che si sta trasformando in una gabbia.</p>



<p>La deindustrializzazione e la rivoluzione tecnologica hanno modificato la realtà economica e culturale, ancora più intensamente per coloro che non hanno avuto accesso a un’istruzione universitaria. E l’immigrazione di massa, per molti cittadini bianchi, ha aumentato la sensazione di abbandono culturale. Sono passati quarant’anni da quando il professore di Harvard Daniel Bell ha pubblicato<em>&nbsp;The Cultural Contradictions of Capitalism</em>, ma la sua visione e stata profetica: le forze di mercato, competitive, individualistiche, edonistiche, hanno finito col minare i fondamenti della stabilita sociale indebolendo i legami garantiti dalla tradizione, dalla religione e dall’associazionismo (paradossalmente i valori strutturali del capitalismo protestante).</p>



<p>Il progetto americano ha sempre avuto un punto debole nella mancanza di un significato collettivo, ma per lungo tempo una eccezionale etica del lavoro, una pletora di legami civici ed etnici, e un’infinita di opzioni religiose facevano in modo che ognuno potesse facilmente scegliere uno scopo o uno dei significati della vita disponibili.</p>



<p>Alexis de Tocqueville considerava questa la chiave del successo della democrazia americana, ma<br>temeva non potesse durare. E cosi e stato. Negli ultimi decenni i legami tradizionali che garantivano una soddisfacente vita collettiva sono stati sostituiti da distrazioni a basso costo. Le dipendenze – dal lavoro, dal cibo, dalla televisione, dai film pornografici, dalle droghe – sono ovunque. Il differimento della gratificazione, che era il cuore dello stile di vita borghese, ha perso il suo appeal sull’anima americana, che chiede oggi piaceri rapidi e rapidamente fruibili per placare il vuoto di comunicazione, di famiglia, di comunità, di felicita.</p>



<p>Se, parafrasando Marx, la religione era l’oppio della società industriale, oggi l’oppio e la religione dell’America post-industriale, e finché non si riempirà questa assenza di significato, il papavero continuerà a fiorire.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. sito U.S. Department of Health and Human Services,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.hhs.gov/opioids/about-the-epidemic/" target="_blank">&nbsp;https://www.hhs.gov/opioids/about-the-epidemic/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Report&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.samhsa.gov/data/sites/default/files/NSDUH-FFR1-2016/NSDUH-FFR1-2016.pdf" target="_blank"><em>Key Substance Use and Mental Health Indicators in the United States: Results from the 2016 National Survey on Drug Use and Health</em></a>, settembre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Dr. Sanjay Gupta,<a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2014/08/29/health/gupta-unintended-consequences/index.html" target="_blank"><em>&nbsp;Unintended consequences: Why painkiller addicts turn to heroin</em></a>, CNN, 2 giugno 2016</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.cdc.gov/drugoverdose/epidemic/index.html" target="_blank"><em>Understanding the Epidemic</em></a>, 30 agosto 2017</p>



<p class="has-small-font-size">5) Tutti i dati sono disponibili sul sito della Dea,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.dea.gov/docs/DIR-040-17_2017-NDTA.pdf" target="_blank"><em>Report 2017 National Drug Threat Assessment,</em></a>&nbsp;ottobre 2017</p>



<p class="has-small-font-size">6) È possibile confrontare i prezzi dei vari oppiacei su <a href="https://www.goodrx.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.goodrx.com</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/specials/health/painkiller-opioid-addiction" target="_blank"><em>&nbsp;America’s opioid epidemic</em></a>, CNN, marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">8) Ginevra 1996, disponibili per esempio su <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ulss12.ve.it/docs/file/pubbl_medici/LINEE%20GUIDA%20_DOLORE.pdf" target="_blank">http://www.ulss12.ve.it/docs/file/pubbl_medici/LINEE%20GUIDA%20_DOLORE.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">9)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2017/09/18/health/opioid-crisis-fast-facts/index.html" target="_blank"><em>Opioid Crisis Fast Facts</em></a>, CNN, 2 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Nadia Kounang,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2017/06/01/health/opioid-epidemic-1980-letter-origins-study/index.html" target="_blank"><em>One short letter’s huge impact on the opioid epidemic</em></a>, CNN, 2 giugno 2017</p>



<p class="has-small-font-size">11) Brian MacQuarrie,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.bostonglobe.com/metro/2017/07/27/dea/TFsSiM6h83snc5f9cbRAdN/story.html" target="_blank"><em>&nbsp;N.E. fentanyl deaths ‘like no other epidemic’</em></a>, Boston Globe, 27 luglio 2017</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. comunicato stampa<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.hhs.gov/about/news/2017/04/19/trump-administration-awards-grants-states-combat-opioid-crisis.html" target="_blank"><em>&nbsp;Trump Administration awards grants to states to combat opioid crisis,</em></a>&nbsp;U.S. Department of Health and Human Services, 19 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. Eli Watkins,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://edition.cnn.com/2018/02/11/politics/kellyanne-conway-opioid-cnntv/index.html" target="_blank"><em>Conway touts new funding targeting opioid crisis</em></a>, CNN, 11 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">14) Cfr. U.S. Department of Justice,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.justice.gov/opa/pr/attorney-general-sessions-announces-opioid-fraud-and-abuse-detection-unit" target="_blank"><em>Attorney General Sessions Announces Opioid Fraud and Abuse Detection Unit</em></a>, 2 agosto 2017</p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. National Conference of State Legislatures, 31 gennaio 2018<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.ncsl.org/blog/2017/01/31/preventing-opioid-misuse-legislative-trends-and-predictions.aspx" target="_blank">&nbsp;http://www.ncsl.org/blog/2017/01/31/preventing-opioidmisuse-legislative-trends-and-predictions.aspx</a></p>



<p class="has-small-font-size">16) Gillian Tett,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ft.com/content/bd466ca6-fe07-11e6-96f8-3700c5664d30" target="_blank"><em>&nbsp;The drugs that kill more than pain</em></a>, Financial Times, 4 marzo 2017</p>



<p class="has-small-font-size">17) Andrew Sullivan,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://nymag.com/consent.html?redirect_uri=%2Fdaily%2Fintelligencer%2F2018%2F02%2Famericas-opioid-epidemic.html%3Fvia%3Dgdpr-consent&amp;redirect_host=nymag.com&amp;orig_qs=" target="_blank"><em>The Poison We Pick,</em></a>&nbsp;New York Magazine, 20 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">18) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.drugabuse.gov/drugs-abuse/opioids/opioid-overdose-crisis#ten" target="_blank"><em>Opioid Overdose Crisis</em></a>, National institute on drug abuse, marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">19) Cfr. Anne Case e Angus Deaton,<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.washingtonpost.com/gdpr-consent/?destination=%2fopinions%2fthe-truth-about-deaths-of-despair%2f2017%2f09%2f12%2f15aa6212-8459-11e7-902a-2a9f2d808496_story.html%3futm_term%3d.bb81baf3caf5&amp;utm_term=.2f4b143c75d1" target="_blank"><em>&nbsp;The media gets the opioid crisis wrong. Here is the truth,</em></a>&nbsp;The Washington Post, 12 settembre 2017</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Ei purtava i scarp del tennis. La povertà in Italia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ei-purtava-i-scarp-del-tennis-la-poverta-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Apr 2017 08:31:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
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					<description><![CDATA[Fenomeno socialmente condizionato, l’8% della popolazione vive nell’indigenza assoluta e il 14% in povertà relativa: ultimi della classifica, gli homeless]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-52-aprile-maggio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paginauno n. 52, aprile &#8211; maggio 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Fenomeno socialmente condizionato, l’8% della popolazione vive nell’indigenza assoluta e il 14% in povertà relativa: ultimi della classifica, gli homeless</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Milano, Porta Ticinese, mezzanotte. A due passi dai Navigli, dalla nuova Darsena, dalla Milano dell’Expo. Sotto i portici dove una volta c’era una banca, cumuli di stracci e cartone, perpendicolari al muro, ben distanziati come tombe. Che sono esseri umani e non rifiuti in attesa della raccolta differenziata te lo dice soltanto l’istinto, e a volte il rantolo di un respiro, perché di loro non vedi nulla, né testa, né braccia, né gambe. Sono tanti, troppi, un cimitero di vivi, che non si parlano e non si toccano, nemmeno per scaldarsi. Di giorno scompaiono chissà dove, non ce n’è traccia fra le vetrine scintillanti, sulle rive dei canali, e nemmeno nei dibattiti televisivi. Ma ogni notte ricompaiono, col tempo bello e con quello brutto, discretamente, quando la gente perbene già dorme. Li chiamano homeless, clochard, barboni, e sono i più poveri fra i poveri: quelli che una casa non ce l’hanno.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Povertà assoluta, povertà relativa e disuguaglianza</h4>



<p>La povertà corrisponde a una condizione di vulnerabilità economico-sociale in ragione della quale un individuo può accedere in modo limitato a beni e servizi sociali d’importanza vitale, e costituisce la principale causa di esclusione sociale e di emarginazione. Le scienze sociali utilizzano diverse definizioni di povertà: la&nbsp;<em>povertà assoluta</em>&nbsp;consiste nella mancanza di risorse sufficienti al consumo di un certo insieme di beni e servizi (inseriti in uno specifico&nbsp;<em>paniere</em>) che soddisfano le necessità essenziali (per esempio cibo, alloggio, abbigliamento, assistenza medica, ecc.): di conseguenza, vengono definite ‘povere’ le famiglie le cui disponibilità economiche non raggiungono questa soglia minima, che varia a seconda della numerosità del nucleo.</p>



<p>Tuttavia, per valutare la condizione di un singolo individuo, o di una singola famiglia, si deve tener conto anche del livello generale di benessere della comunità nella quale il singolo (o la famiglia) è inserito, perché la povertà è quel che si dice un fenomeno ‘socialmente condizionato’; il concetto di&nbsp;<em>povertà relativa</em>&nbsp;tiene conto di questo aspetto utilizzando un indice statistico di posizione (solitamente la media o la mediana), al di sotto del quale ricadono i redditi dei ‘relativamente poveri’, ossia di coloro che conducono uno stile di vita peggiore dello standard della collettività cui appartengono.</p>



<p>La povertà relativa è strettamente legata alla definizione di disuguaglianza, nel senso che la condizione di un individuo povero inserito in una comunità in cui nessuno dispone delle risorse per soddisfare i bisogni essenziali è molto diversa da quella di un individuo che ha il necessario per vivere, ma si trova all’interno di una società in cui alcuni consumano molto e altri pochissimo. Nel primo caso, dove tutti sono poveri in senso assoluto, nessuno lo è in senso relativo, perciò non vi sono condizioni di disuguaglianza; nel secondo caso, pur non essendoci povertà in senso assoluto (poiché i bisogni essenziali sono soddisfatti), vi è un’elevata povertà relativa, e di conseguenza un alto tasso di disuguaglianza sociale.</p>



<p>Secondo gli ultimi numeri distribuiti dall’Istat (1), oggi in Italia 4,6 milioni di persone (1,58 milioni di famiglie), corrispondenti a circa l’8% della popolazione, vivono nell’indigenza assoluta. Il dato è il peggiore dal 2005, e mentre l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative, cresce invece quella misurata in termini di persone. Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con quattro componenti (da 6,7% del 2014 a 9,5), soprattutto tra le coppie con due figli (da 5,9% a 8,6) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4% a 28,3).</p>



<p>L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%), soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24 a 32,1%), ma i segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nelle aree metropolitane (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6 a 7,5%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce invece all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4%, è quello delle famiglie con persona di riferimento più vecchia di 64 anni) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).</p>



<p>La probabilità di essere poveri è cresciuta soprattutto tra chi si trova ai margini del mercato del lavoro, come i giovani e coloro che sono in cerca di occupazione, ma sempre più spesso anche chi un impiego ce l’ha non è al sicuro da ristrettezze e immiserimenti: l’incidenza della povertà assoluta si è ampliata infatti tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%). Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%), perché i pensionati in genere possono contare su un reddito dignitoso e certo.</p>



<p>Anche la povertà relativa risulta stabile in termini di famiglie, mentre aumenta in termini di persone: il problema della disuguaglianza riguarda oggi 8,3 milioni di individui, pari al 13,7% dei residenti (erano il 12,9% nel 2014). Analogamente a quanto segnalato per l’indigenza assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, tra le famiglie con persona di riferimento operaio (18,1% dal 15,5 del 2014) o di età compresa fra i 45 e i 54 anni (11,9% dal 10,2 del 2014). Peggiorano le condizioni delle famiglie con membri aggregati (23,4% contro il 19,2 del 2014) e di quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (29% dal 23,9 del 2014), soprattutto nel Mezzogiorno (38,2% dal 29,5 del 2014), dove risultano relativamente povere quasi quattro famiglie su dieci.</p>



<p>E se il confronto fra i nuovi dati e quelli del 2014 è negativo, quello con i dati del 2005 ha del terrificante, perché non solo le persone in povertà assoluta sul territorio nazionale sono cresciute del 141% (al Nord addirittura del 300%), ma la condizione di indigenza, secondo altri indicatori, potrebbe coinvolgere ancora più persone: per esempio il 38,6% delle famiglie, che non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005), o quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione (in aumento del 65%), oppure quelle che non consumano pasti proteici almeno tre volte a settimana (in rialzo dell’81%).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La homelessness</h4>



<p>All’interno di chi si trova in condizioni di povertà assoluta, la situazione più grave è quella che nei Paesi anglosassoni viene definita&nbsp;<em>homelessness</em>&nbsp;e che rappresenta un fenomeno sociale complesso, dinamico e multiforme, “che non si esaurisce nella sola sfera dei bisogni primari ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, specie sotto il profilo relazionale, emotivo ed affettivo” (2).</p>



<p>La traduzione italiana più diffusa per&nbsp;<em>homeless</em>&nbsp;è il termine&nbsp;<em>persona senza dimora</em>, dove per dimora si intende “un luogo stabile, personale, riservato e intimo, nel quale la persona possa esprimere liberamente e in condizioni di dignità e sicurezza il proprio sé, fisico ed esistenziale” (3). L’espressione differisce da un termine di uso abituale per definire il medesimo fenomeno,&nbsp;<em>persona senza fissa dimora</em>, la quale ha una specifica connotazione burocratico-amministrativa e indica la condizione di una persona che, non potendo dichiarare un domicilio abituale, è priva di iscrizione anagrafica o ne possiede soltanto una fittizia.</p>



<p>La fattispecie, per legge, si applica principalmente a categorie come nomadi, girovaghi, commercianti ambulanti e giostrai, che condividono con le persone senza dimora la mancanza di una residenza e di un domicilio stabili, ma non necessariamente vivono la condizione di deprivazione tipica delle persone senza dimora. Ciò che connota le persone senza dimora è infatti una situazione di disagio abitativo, più o meno grave, che è parte determinante di una più ampia situazione di povertà estrema. Dal punto di vista delle politiche e dell’intervento sociale, in tale situazione è presente “un bisogno indifferibile e urgente, tale da compromettere, se non soddisfatto, la sopravvivenza della persona secondo standard di dignità minimi” (4).</p>



<p>Definire la homelessness in modo omogeneo, uniforme e convincente è sempre stato un problema per i Paesi occidentali. FEANTSA (la federazione europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora) ha sviluppato negli ultimi anni la classificazione ETHOS (European Typology on Homelessness and Housing Exclusion), acronimo inglese traducibile con “Tipologia europea sulla condizione di senza dimora e sull’esclusione abitativa”, che rappresenta il punto di riferimento maggiormente condiviso a livello internazionale (5) e che si basa sull’elemento oggettivo della disponibilità o meno di un alloggio e del tipo di alloggio di cui si dispone.</p>



<p>Attraverso l’assunzione dell’abitare come condizione imprescindibile per l’inclusione sociale, ETHOS si pone dal un lato l’obiettivo di chiarire i percorsi e i processi che conducono all’esclusione abitativa, dall’altra di offrire una definizione concettuale misurabile, comune ai vari Paesi europei, e che può essere aggiornata annualmente per tenere conto delle evoluzioni del fenomeno. La griglia definitoria di ETHOS individua diverse situazioni di disagio abitativo, raggruppate per intensità, in quattro macro-categorie concettuali (senza tetto, senza casa, sistemazione insicura, sistemazione inadeguata), dettagliate poi attraverso le categorie operative che classificano le persone senza dimora e in grave marginalità in riferimento alla loro condizione abitativa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Chi sono le persone senza dimora</h4>



<p>Secondo le&nbsp;<em>Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia</em>, le persone senza dimora sono riconducibili a uno dei seguenti profili. Persone senza un valido titolo di soggiorno sul territorio nazionale: sebbene in Italia esista il reato di clandestinità (le persone senza permesso di soggiorno dovrebbero essere arrestate), il diritto internazionale umanitario e le convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese portano Governo e Regioni ad affermare che è dovere delle istituzioni farsi carico anche di queste situazioni. Inoltre, “ignorare queste situazioni crea gravi problematiche di salute e di sicurezza pubblica producendo un aggravio dei costi degli interventi e acuendo la percezione sociale diffusa di insicurezza e disordine”.</p>



<p>Profughi e richiedenti asilo: in linea teorica, profughi e richiedenti asilo non dovrebbero far parte del popolo degli homeless. Durante l’attesa per il riconoscimento dello status giuridico di rifugiato, è possibile ottenere un permesso di soggiorno valido per attività lavorativa ed essere accolto nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), o nello Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati). Nel caso di un avvenuto diniego della richiesta di asilo, lo straniero può presentare ricorso avverso la decisione della Commissione territoriale.</p>



<p>Donne senza dimora: per le donne la vita di strada è particolarmente drammatica, innanzitutto perché questa condizione le espone alla violenza, e secondariamente per i problemi igienico-sanitari specifici della fisiologia femminile (sia l’igiene quotidiana che l’igiene specifica durante il periodo mestruale diventano problemi insormontabili che esitano in problemi ginecologici importanti): “Tutto questo senza considerare gli aspetti di stigmatizzazione per la rottura con un sé sociale che porta le donne a vivere come una devastante sofferenza la perdita di una situazione alloggiativa, la perdita del riconoscimento del ruolo che da sempre le è riconosciuto di garante della tenuta di una situazione famigliare stabile, rispetto in particolare alla cura della casa e dei figli, ruolo che è ancestralmente ancorato alla donna” (6).</p>



<p>La condizione di homelessness è particolarmente drammatica per le madri: la separazione dai figli è una delle esperienze più frequenti, e al contempo una delle più laceranti per queste donne, e costituisce un trauma che non trova possibilità di recupero.</p>



<p>Giovani senza dimora: l’aumento della grave emarginazione in questa categoria (soprattutto nei grandi centri urbani) è un fenomeno che preoccupa seriamente gli operatori sociali. “Un numero sempre maggiore di giovani in età compresa fra i 18 e i 25 anni si trova privo di un sostegno familiare e di una rete sociale solida, privo di mezzi di sostentamento (per la difficoltà a reperire un impiego dovuta alla congiuntura economica attuale e anche a un livello di istruzione mediamente basso), in un isolamento che li conduce a vivere l’esperienza della strada. Quale che sia la motivazione che li ha portati alla vita in strada, non è pensabile inserire ragazzi, che pur si trovano in una situazione di grave marginalità, in circuiti legati all’homelessness, e nel momento in cui vi si trovano loro malgrado inseriti, diventa importante farli uscire quanto prima” (7).</p>



<p>Infatti, con la permanenza in strutture dedicate alle persone senza dimora e nel contatto stretto e quotidiano con chi ne usufruisce, i ragazzi tendono ad attivare meccanismi adattivi che li portano ad assumere i comportamenti tipici dell’esclusione sociale. Di conseguenza “l’ambiente dedicato alla grave marginalità può disincentivare l’attivazione delle proprie risorse, che, per la giovane età e per quanto compromesse, sono comunque vitali e riattivabili più facilmente che in soggetti in cui il periodo prolungato di vita sulla strada ha stratificato abitudini e schemi mentali tipici della stessa” (8).</p>



<p>All’interno di questa categoria la situazione peggiore è quella dei giovani immigrati, per i quali la condizione di isolamento, solitudine, mancanza di possibilità di reinserimento in una situazione famigliare o amicale positiva assume una particolare rilevanza.</p>



<p>Le persone senza dimora con più di 65 anni: il problema per gli anziani che vivono in strada e che non possono più soggiornare nei dormitori (per raggiunti limiti di età), ricade in quello più generale delle persone anziane che non possono continuare a vivere sole presso il proprio domicilio, e prevede l’utilizzo di forme abitative stabili e in vario grado assistite.</p>



<p>Le persone senza dimora con problemi di salute fisica, psichica e di dipendenza: l’incidenza della malattia fisica e mentale e dell’abuso di sostanze – fino alla dipendenza grave – nella popolazione homeless è quasi doppia rispetto alla popolazione generale, come evidenziano molti studi attuati a livello nazionale e internazionale. Una ricerca effettuata nel 2014 in Gran Bretagna e che ha coinvolto 2.590 soggetti senza dimora (9) ha rilevato che il 73% degli intervistati riferisce sintomi di natura fisica e il 41% li accusa da diverso tempo; che il 35% di loro è stato portato almeno una volta in pronto soccorso negli ultimi sei mesi e che, nello stesso periodo, il 26% è stato ricoverato in ospedale per un periodo più o meno lungo.</p>



<p>Inoltre, l’80% del campione riferisce qualche forma di disturbo mentale, il 45% ha ricevuto la diagnosi di malattia mentale da parte di uno specialista, il 39% assume sostanze stupefacenti o è stato ricoverato per le conseguenze di un abuso, e infine il 27% è stato ricoverato almeno una volta per cause legate all’abuso alcolico. D’altra parte, il sondaggio ha evidenziato anche come questi soggetti non ricevano l’aiuto di cui hanno disperatamente bisogno: il 15% di coloro che soffrono di problemi di salute di natura fisica non riceve le cure necessarie, mentre il 17,5% di quanti soffrono di malattie mentali e il 16,7% degli alcolizzati ha dichiarato di desiderare qualche forma di supporto, ma di non riceverne nessuna.</p>



<p>Di fatto non vengono quasi mai attuati interventi sulle determinanti sociali (per esempio le condizioni igieniche e ambientali, il contesto relazionale, la casa, il lavoro, l’accesso ai servizi, la disponibilità di denaro, ecc.) della malattia fisica e mentale che potrebbero evitare nei soggetti vulnerabili nuovi esordi della malattia, un aggravamento dei disturbi esistenti o l’insorgere di nuove patologie. Inoltre la condizione di homelessness aumenta i tassi di malattia respiratoria nonché il rischio di malattie infettive, mentre la ricca disponibilità di droghe e alcolici scadenti che la vita di strada e la vita ai limiti della legalità offrono a coloro che non hanno dimora aumenta la pericolosità del consumo delle sostanze psicotrope.</p>



<p>“Tra gli italiani si rilevano maggiormente i casi di soggetti con patologie psicotiche molto gravi che durano da anni e che spesso non sono mai state trattate da specialisti. Per quanto riguarda gli immigrati (specie richiedenti asilo) è conosciuta la situazione di soggetti gravemente traumatizzati da condizione di tortura subita, di guerra vissuta o di esperienza drammatica dell’uccisione dei propri familiari davanti agli occhi in modo brutale – è il caso dei numerosi soggetti che sbarcano sulle coste della nostra penisola – che possono sviluppare importanti reazioni psichiche (che la psichiatria definisce Disturbo Post Traumatico da Stress o DPTS) che si aggravano ulteriormente quando si presentano occasioni, anche lievi, di riedizione del trauma subito. Così può capitare che un soggetto che ha resistito per anni a una condizione di tortura abbia poi un crollo psichico nel nostro Paese se viene guardato con sospetto da soggetti in divisa o se viene strattonato, o se si sente isolato e soffre la lontananza dei familiari. Traumi apparentemente banali fungono da detonatore e ‘risvegliano’ la sofferenza relativa a fatti ben più gravi” (10).</p>



<p>Persone senza dimora che subiscono discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere: in Italia il genere e l’orientamento sessuale delle persone senza dimora sono variabili ancora poco studiate, ma appaiono fortemente significative in tutte le ricerche nazionali e internazionali svolte (negli Usa si stima che tra i giovani homeless una percentuale almeno del 30% sia costituita da lesbiche, gay, bi o transessuali). Le problematiche specifiche sono ovviamente collegate alla discriminazione e allo stigma (aggressioni verbali o fisiche, rifiuti nelle richieste di lavoro, senso di inferiorità, difficoltà a formulare richieste d’aiuto). Se molto spesso già la povertà in sé è oggetto di stigma, il vivere in un contesto culturale che discrimina genere o orientamento sessuale moltiplica il problema.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri</h4>



<p>Nel dicembre 2015 l’Istat, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (Fio.PSD) e la Caritas italiana hanno presentato la&nbsp;<em>Seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema</em>&nbsp;(11). L’analisi, condotta nel 2014 (e che intende aggiornare i dati della prima indagine, condotta nel 2011), stima siano più di 50.000 le persone che nei mesi di novembre e dicembre hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine.</p>



<p>La cifra corrisponde al 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati e il valore è in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille (circa 48.000 persone). Il gruppo osservato include tuttavia anche individui non iscritti in anagrafe e/o residenti in comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare: in particolare circa i due terzi delle persone senza dimora (il 68,7%) hanno dichiarato di essere iscritte all’anagrafe di un comune italiano, ma il valore scende al 48,1% tra i cittadini stranieri e sale al 97,2% tra i cittadini italiani. La quota di persone senza dimora che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7 al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7 all’11,1%).</p>



<p>Rispetto al 2011, vengono confermate anche le principali caratteristiche delle persone senza dimora: si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%) – anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44%) – o con basso titolo di studio (solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore). Cresce rispetto al passato la percentuale di chi vive solo (da 72,9 a 76,5%), e diminuisce quella di chi vive con un partner o un figlio (dall’8 al 6%); poco più della metà (il 51%) dichiara di non essersi mai sposato.</p>



<p>Anche la durata della condizione di senza dimora si allunga rispetto al 2011: diminuiscono, dal 28,5 al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi (si dimezzano quanti lo sono da meno di un mese), mentre aumentano le percentuali di chi lo è da più di due anni (dal 27,4 al 41,1%) e di chi lo è da oltre quattro anni (dal 16 sale al 21,4%).</p>



<p>Analogamente a quanto già osservato con la precedente indagine, la maggior parte delle persone senza dimora che usano i servizi a loro dedicati vive nel nord del Paese (38% nel Nord-ovest e 18% nel Nord-est), oltre un quinto (23,7%) al Centro e solo il 20,3% vive nel Mezzogiorno (11,1% nel Sud e 9,2% nelle Isole). Il risultato è fortemente legato all’offerta dei servizi sul territorio e alla concentrazione della popolazione nei grandi centri. Più di un terzo dei servizi (35,2%) ha sede nel Nord-ovest, un quarto (24,1%) nel Nord-est, mentre il 19,1% è localizzato al Centro. La parte rimanente opera nel Sud e nelle Isole, rispettivamente con quote pari al 15,1% e al 6,5%.Milano e Roma accolgono ben il 38,9% delle persone senza dimora: 23,7% nel capoluogo lombardo, una quota in leggera flessione (da 27,5 del 2011 a 23,7% del 2014) e 15,2% nella capitale. Palermo è il terzo comune dove vive il maggior numero di persone senza dimora (il 5,7%, in calo rispetto all’8% del 2011), seguono Firenze (3,9%), Torino (3,4%), Napoli (3,1%, in aumento rispetto all’1,9% del 2011) e Bologna (2%).</p>



<p>Nel 2014, sono stati 768 i servizi di mensa e accoglienza notturna per le persone senza dimora nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta la rilevazione. Rispetto al 2011, il numero è diminuito del 4,2%: i servizi di mensa passano da 328 a 315 e le accoglienze notturne da 474 a 453. Tuttavia, se si considerano le prestazioni (pranzi, cene, posti letto) mensilmente erogate si osserva un aumento del 15,4% (da 749.676 a 864.772), soprattutto per le mense, dove l’aumento è stato pari a circa il 22% (da 402.006 a 489.255). Ne deriva che, complessivamente, i servizi attivi nel 2014 erogano, in media, più prestazioni di quelli che erano attivi nel 2011: da 1.226 pasti a 1.553 per le mense e da 733 posti letto a 829 per le accoglienze notturne.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I diritti delle persone senza dimora</h4>



<p>Le persone senza dimora hanno i medesimi diritti, doveri e potestà di ogni altro cittadino, e l’ordinamento italiano non prevede diritti o interessi legittimi o doveri specifici per chi si trovi in condizioni di homelessness. In effetti il problema principale non è definire quali siano i diritti delle persone senza dimora, ma rimuovere le barriere specifiche che impediscono loro l’accesso ai diritti fondamentali garantiti a tutti, e in primo luogo al diritto alla residenza.</p>



<p>L’iscrizione anagrafica in un comune italiano, che è la chiave per accedere a ogni altro diritto, servizio e prestazione pubblica sul territorio nazionale, è stata in passato negata alle persone senza dimora in moltissimi comuni italiani. Tuttavia oggi il diritto alla residenza è pienamente esercitabile anche per gli homeless, a patto di applicare correttamente le norme e le prassi relative. Il concetto giuridico di residenza trova le sue basi nell’art. 43 del Codice Civile, che recita: “Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. La Corte di Cassazione (12) ha stabilito che per “affari e interessi” si devono intendere “tutti i rapporti e tutte le relazioni di qualsiasi natura, personali, sociali, familiari, economiche e morali, aventi per oggetto interessi di ogni genere”. Questa definizione molto ampia include anche le situazioni estreme, come quelle delle persone senza dimora, che spesso hanno relazioni deboli con il luogo nel quale eleggono il domicilio.</p>



<p>L’ordinamento giuridico prevede una norma specifica per la residenza anagrafica delle persone senza dimora (13), la quale stabilisce che “la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel Comune ove ha il domicilio, e in mancanza di questo nel Comune di nascita”. L’elezione del domicilio, nell’accezione ampia prevista dalla Cassazione, è dunque un elemento sufficiente perché una persona senza dimora possa ottenere dal comune in cui ‘gravita’ la residenza anagrafica: “Il non riconoscimento di questo diritto da parte di molti Comuni, in violazione della normativa vigente, oltre a non consentire un diritto di piena cittadinanza alle persone senza dimora, rende complicato o, più spesso, impossibile l’accesso ai servizi assistenziali e sanitari e l’esigibilità degli stessi da parte di questo specifico target di utenza” (14).</p>



<p>Il concetto è stato ulteriormente ribadito da una circolare del Ministero degli Interni (15), che definisce “contraria alla legge e lesiva dei diritti dei cittadini” qualsiasi richiesta di documentazione supplementare, non solo per le ragioni sopra citate, ma anche perché essa costituirebbe una chiara violazione dell’art. 16 della Costituzione, limitando la libertà, riconosciuta a qualsiasi cittadino, di spostamento e stabilimento sul territorio nazionale.</p>



<p>Fra i diritti negati alle persone senza dimora (e spesso anche a molte altre categorie di persone), ricadono inoltre il diritto all’alloggio, cui sono collegati altri diritti, per esempio il diritto alla salute (basti pensare com’è difficile curare malattie anche banali – una comune influenza invernale – dormendo per strada), e il diritto alla vita, alla sopravvivenza e all’integrità fisica: “Essendo accertato che la vita in strada conduce in molti casi alla morte prematura, elementari ragioni di diritto umanitario rendono evidente, anche sotto il profilo giuridico, che anche tali persone dovrebbero poter accedere, a prescindere dal loro status legale, a servizi di base per la protezione della vita e la sopravvivenza, specie quando quest’ultima sia messa particolarmente a rischio da obiettive condizioni esterne di pericolo (freddo, catastrofi ecc.)” (16).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’approccio <em>housing first</em></h4>



<p>Storicamente la gestione del problema homelessness in Italia è consistita nella ricerca di un percorso a gradini che, a partire dal tamponamento dell’emergenza, avrebbe dovuto portare le persone gravemente emarginate a conquistare un reddito decoroso e stabile e –&nbsp;<em>di conseguenza</em>&nbsp;– un alloggio adeguato. Tuttavia, sulla scia delle sperimentazioni avvenute nei Paesi anglosassoni a partire dal progetto&nbsp;<em>Pathways to housing&nbsp;</em>(un modello d’intervento creato da Sam Tsemberis negli anni Novanta a New York), si sono diffusi i modelli<em>&nbsp;housing first</em>&nbsp;(i cui protocolli scientifici sono ormai validati a livello internazionale) che capovolgono l’approccio al problema, teorizzando che solo l’accesso a una abitazione stabile, sicura e confortevole possa generare benessere nelle persone che hanno vissuto a lungo un grave disagio, e di conseguenza che per le persone senza dimora la casa sia il primo passo da cui partire nel percorso di integrazione.</p>



<p>Il modello si basa su due principi fondamentali: il<em>&nbsp;rapid re-housing</em>&nbsp;(la casa prima di tutto, come diritto umano di base) e il&nbsp;<em>case management</em>&nbsp;(la presa in carico della persona da parte dei servizi socio-sanitari): il sistema di intervento prevede dunque l’ingresso diretto della persona (o del nucleo familiare) in un appartamento e il supporto di una équipe multidisciplinare che permetta un percorso di riconquista dell’autonomia e del benessere psicofisico.</p>



<p>In questo paradigma la ricerca e la scelta degli alloggi riveste un’importanza fondamentale: reinserire le persone senza dimora in una dimensione sociale sana non significa ghettizzarle in conglomerati destinati alla loro accoglienza. Non solo è necessario che gli appartamenti selezionati siano disseminati sul territorio, ma anche che le équipe dei programmi di housing first si attivino per gestire le relazioni con i proprietari degli immobili, facilitare i rapporti con i vicini e sostenere i partecipanti nella conoscenza del quartiere, accompagnandoli quando escono dalle proprie case e aiutandoli a identificare i possibili luoghi di relazione presenti in zona (per esempio le associazioni di volontariato, le palestre e i luoghi deputati al tempo libero), affinché essi riescano a creare nuove reti sociali, trasformandosi da utenti in veri e propri cittadini.</p>



<p>L’adozione del modello housing first implica tuttavia “la necessità di fare delle politiche sociali un nodo di collegamento per una più ampia strategia di contrasto alla grave emarginazione e, più in generale, alla povertà che integri in rete le diverse competenze sia a livello nazionale che a livello locale ma soprattutto fra i diversi settori che compongono le politiche (salute, casa, istruzione, formazione, lavoro, ordine pubblico, amministrazione della giustizia, ecc.)” (17). Il che, quando non si riesce nemmeno a esprimere chiare politiche individuali, sembra francamente solo un altro bel sogno.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. La povertà in Italia, anno 2015, pubblicazione del 14 luglio 2016,&nbsp;<a href="https://www.istat.it/it/archivio/189188" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.istat.it/it/archivio/189188</a><br>2)&nbsp;<em>Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia</em>, accordo tra il Governo, le Regioni, le Province Autonome e le Autonomie locali in sede di Conferenza Unificata del 5 novembre 2015, disponibile all’indirizzo&nbsp;<a href="http://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2016/04/linee_indirizzo.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2016/04/linee_indirizzo.pdf</a><br>3)&nbsp;<em>Ibidem</em><br>4)&nbsp;<em>Ibidem</em><br>5) Si veda per esempio Kate Amore, Michael Baker e Philippa Howden-Chapman, The ETHOS Definition and Classification of Homelessness: An Analysis, all’indirizzo&nbsp;<a href="http://www.feantsaresearch.org/IMG/pdf/article-1-3.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.feantsaresearch.org/IMG/pdf/article-1-3.pdf</a><br>6)&nbsp;<em>Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia</em>, cit.<br>7)<em>&nbsp;Ibidem</em><br>8)<em>&nbsp;Ibidem</em><br>9)&nbsp;<em>The unhealthy state of homelessness. Health audit results</em>, disponibile all’indirizzo&nbsp;<a href="http://www.homeless.org.uk/facts/our-research/homelessness-and-health-research" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.homeless.org.uk/facts/our-research/homelessness-and-health-research</a><br>10<em>) Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia</em>, cit.<br>11)&nbsp;<a href="http://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2015/12/Lepersone-senza-dimora-10_dic_2015-Testo-integrale.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2015/12/Lepersone-senza-dimora-10_dic_2015-Testo-integrale.pdf</a><br>12) Sentenza 7750 del 20 luglio 1999, Corte di Cassazione, Sezione II<br>13) Articolo 2, comma 3 della legge 1228 del 24 dicembre 1954, nota come ‘Legge anagrafica’<br>14)<em>&nbsp;Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia</em>, cit.<br>15) Circolare n. 8 del 29 maggio 1995<br>16)&nbsp;<em>Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia</em>, cit.<br>17 )<em>&nbsp;Ibidem</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Krisis. Il rifiuto da destra che interroga la sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/krisis-il-rifiuto-da-destra-che-interroga-la-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 09:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Brexit e Trump, la rivolta da destra alla globalizzazione: e la sinistra? Dispersione delle lotte, spostamento sui diritti civili, utopie internazionaliste su un’Europa diversa: la sinistra paga l’abbandono della chiave economica e l’incapacità a leggere il presente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Brexit e Trump, la rivolta da destra alla globalizzazione: e la sinistra? Dispersione delle lotte, spostamento sui diritti civili, utopie internazionaliste su un’Europa diversa: la sinistra paga l’abbandono della chiave economica e l’incapacità a leggere il presente</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Alla fine, le persone hanno iniziato a dire&nbsp;<em>basta</em>. Lo hanno fatto prima gli inglesi con la Brexit e poi gli statunitensi con l’elezione di Trump. Un rifiuto che ha spaccato come una mela entrambi i Paesi: 51,9% Leave contro 48,1% Remain in Gran Bretagna, con un’affluenza del 72,2%; 46,4% Trump e 47,9% Clinton per il voto popolare negli Usa, con il 53,9% dei votanti (il meccanismo dei ‘grandi elettori’ ha poi portato la vittoria al candidato Repubblicano). Colpisce la forza del No: 17,4 milioni di inglesi e 62,2 milioni di americani lo hanno espresso resistendo alla battente campagna mediatica degli organi di informazione mainstream, schierati in blocco per il Sì.</p>



<p>In Gran Bretagna, un’analisi disaggregata del voto pubblicata dal Telegraph (1) mostra come abbiano votato in maggioranza per il Remain solo la Scozia, Londra e l’Irlanda del Nord; nel resto del Paese ha vinto il Leave, con le ex zone manifatturiere Midlands, Yorkshire e Nord-Est, oggi impoverite e disoccupate dopo deindustrializzazioni e delocalizzazioni, che hanno visto le percentuali più alte di rifiuto.</p>



<p>Negli Usa, gli exit pools pubblicati dal New York Times (2) evidenziano come la Clinton abbia registrato un aumento di voti nelle fasce sociali ad alto reddito (+9% tra i 100 e i 200.000 dollari), pur non raggiungendo la maggioranza in un elettorato tradizionalmente Repubblicano, e come Trump abbia invece guadagnato consensi tra le classi meno agiate, storicamente Democratiche: +16% sotto i 30.000 dollari e +6% dai 30.000 ai 50.000 (3).</p>



<p>È chiaro che in una elezione giocano molti fattori, ma una tendenza si può comunque cogliere – ci sono arrivati perfino alcuni editorialisti di punta embedded alla politica neoliberista, colti di sorpresa dai risultati di entrambe le votazioni, e che nelle analisi precedenti al voto avevano del tutto ignorato la questione di classe su cui sia Trump che lo Ukip stavano facendo leva in campagna elettorale. Semplificando, il Sì rappresentava la globalizzazione, la linea di continuità con le attuali politiche economiche, e dunque accordi di libero scambio tra Paesi e libera circolazione di capitali, merci e persone; il No proponeva un cambiamento, una chiusura delle frontiere agli stranieri e un freno al libero mercato internazionale di merci e capitali.</p>



<p>Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti il rifiuto alla globalizzazione ha indossato le vesti del nazionalismo, declinato come patria e sentimento culturale di appartenenza (<em>Make America Great Again</em>), e come contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini (<em>Britain First</em>); una posizione che si è anche tradotta nella demonizzazione dell’immigrazione e, soprattutto negli Usa, delle minoranze e dell’Islam.</p>



<p>Disaggregando i voti statunitensi, il Pew Research Centre di Washington (4) ha evidenziato come mormoni (61%), bianchi evangelici (84%) e bianchi cattolici (60%) abbiano votato a forte maggioranza per Trump; sul piano etnico, il 58% dei bianchi ha dato la sua preferenza al candidato Repubblicano contro appena il 37% di voti alla Clinton, mentre il 65% dei latinos e l’88% dei neri si è schierato con Hillary – appena il 29% dei primi e l’8% dei secondi con Trump. La questione identitaria quindi, declinata sia in senso religioso che etnico, ha avuto la sua importanza.</p>



<p>Ma è la conseguenza di una situazione, la causa scatenante è l’impoverimento. Non per la classe dirigente neoliberista, ovviamente, che ha tutto l’interesse a tralasciare la lettura economica del voto per focalizzarsi su quella identitaria. Può così accusare di pericoloso ‘populismo’ sia Trump che Farange, condannarli da un punto di vista morale ed etico, e lanciare l’allarme sulla deriva xenofoba e razzista del ‘popolo’ – fino a spingersi a mettere in dubbio il principio del suffragio universale quando non dà un risultato conforme ai desiderata.</p>



<p>Con questo approccio può non solo evitare il confronto sugli effetti sociali delle politiche neoliberiste, e procedere sulla stessa strada, ma anche continuare a produrre una rappresentazione positiva della sua ideologia: di pari passo con la globalizzazione andrebbero i diritti dell’Uomo, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo culturale che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera ripiegamento e chiusura, in nome di una apertura al mondo intero e di una emancipazione dell’umanità tutta; diritti, progresso e capitalismo viaggerebbero insieme, insomma.</p>



<p>Anche l’analisi che vuole sia una ribellione anti-establishment, anti-sistema e dunque genericamente antipolitica contro l’élite, di destra e di sinistra (corrotta, impaludata con le lobby, privilegiata ecc.), mira a nascondere l’aspetto economico del No. Non c’è dubbio che almeno in parte siamo di fronte alla rivolta dell’<em>uomo qualunque</em>, ma resta il fatto che establishment e sistema sono neoliberisti da trent’anni; dunque&nbsp;<em>essere contro</em>&nbsp;significa essere contro le politiche attuate. Senza dimenticare che l’etichetta ‘antipolitica’ serve anche a squalificare, a non riconoscere la patente di legittimità politica, a chiunque critichi la globalizzazione.</p>



<p>Infine, anche la lettura secondo cui negli Usa non ha vinto Trump ma ha perso la Clinton, poiché il primo ha grosso modo conservato i voti Repubblicani rispetto alle precedenti elezioni mentre la seconda ha perduto quasi 2,5 milioni di consensi, esclude volutamente dall’analisi il fatto che il programma protezionista in campo economico di Trump non rappresenta affatto la tradizionale posizione Repubblicana, da sempre a favore della globalizzazione; al punto che una buona parte del partito aveva ingaggiato una battaglia contro il suo stesso candidato.</p>



<p>Detto questo, non si può certo negare che Trump e Farange abbiano strumentalizzato il disagio delle fasce più povere della popolazione e della white middle class depauperizzata incanalandolo nei binari del razzismo e della xenofobia; d’altra parte si posizionano entrambi politicamente a destra, dunque non deve sorprendere. Il problema infatti è dalla parte opposta, a sinistra; perché (finalmente) è in atto una rivolta popolare contro la globalizzazione, ma ha preso le caratteristiche di una ribellione di destra.</p>



<p>La sinistra è da decenni in una crisi profonda; lo riconosce ormai tutta l’area che possiamo definire antagonista. Le ragioni sono molteplici. Il crollo dell’Urss ci ha consegnato il fallimento del cosiddetto comunismo reale, lasciandoci orfani di un’utopia che non si è realizzata e a tal punto disorientati da non saperne immaginare, nel reale – che nella teoria siamo bravi tutti – un’altra.</p>



<p>Lo sviluppo tecnologico ci ha portati al capitalismo digitale, al lavoro cognitivo, volontario – consapevole o meno – e gratuito, e gli strumenti di lettura dei meccanismi di sfruttamento del lavoro validi nel Novecento arrancano nella difficoltà di aggiornarsi. Ma fedele a una visione finalistica della Storia che la Storia stessa ha negato, la sinistra si ritrova ad analizzare le contraddizioni interne al sistema capitalistico, le sue crisi cicliche e strutturali, la caduta tendenziale del saggio di profitto, le retribuzioni scese sotto il livello di sussistenza e dunque il crollo della domanda ecc., nell’escatologica attesa della sua implosione e nella spasmodica ricerca di quale sia la nuova composizione di classe su cui far leva per rovesciarlo.</p>



<p>Le battaglie per i diritti civili (sacrosanti, intendiamoci!), quella relativa all’identità di genere soprattutto, ha portato una parte del movimento ad allontanarsi dalle questioni sociali, con la conseguente frammentazione delle lotte ma anche, pian piano, la perdita di pensiero politico. Non si tratta di non riconoscere l’importanza del tema, ma femminismo, diritti degli omosessuali ecc. sono battaglie su cui aveva senso focalizzarsi negli anni Settanta-Ottanta, perché prive di voce e rappresentanza; ma da quando il Pci ha avviato il percorso Pds-Ds-Pd e sposato il neoliberismo, le ha fatte proprie sostituendole a quelle del lavoro, e hanno dunque trovato da tempo un referente politico che le sta portando avanti, per quanto lentamente. È paradossale che una parte della sinistra antagonista si sia prodotta nello stesso spostamento ideologico operato dalla sinistra governativa. Una vignetta circolata in rete nei giorni di approvazione della legge sulle unioni civili sintetizza perfettamente la questione: due uomini festeggiano felici la possibilità di unirsi davanti alla legge: “Che bello possiamo sposarci” dice uno, e l’altro risponde: “Sì, ma con quali soldi?”.</p>



<p>Il principio dell’internazionalismo, infine, oltre a continuare a produrre un’astratta quanto vaga narrazione universalistica e collettiva di emancipazione della classe lavoratrice mondiale a cui, nell’attuale postmodernismo, non crede più nessuno – soprattutto le giovani generazioni, nate postmoderne – produce nei centri sociali innamoramenti come quello per il Rojava e sforzi per organizzare carovane e dibattiti concentrati sul capire come quell’esperienza di democrazia dal basso possa essere attuata qui da noi. Confronti che spesso eludono una questione di fondo: i curdi, oltre a rivendicare il diritto a uno Stato e a un territorio, hanno creato e difendono quella realtà con le armi; qui il movimento non riesce nemmeno a concepire la violenza su una vetrina, come ha dimostrato la divisione in cui si è prodotto dopo i fatti del May Day di Milano del 2015.</p>



<p>Ma soprattutto l’internazionalismo impedisce lo sviluppo di un’analisi, e di un concreto progetto, che faccia i conti con l’evoluzione sovranazionale e globalizzata che ha conosciuto il capitalismo, e il conseguente impatto registrato sullo spazio di sovranità di uno Stato. E qui sta lo snodo che consegna la ribellione popolare di oggi alla destra.</p>



<p>Il caso Europa è emblematico. Pur essendo ormai del tutto evidente la natura neoliberista dell’Unione fin dalle sue fondamenta – basta leggere i vari trattati che dalla Ceca fino a quello di Lisbona passando per Maastricht l’hanno istituita e strutturata (5) – la gran parte della sinistra antagonista si ostina a portare avanti l’idea di un’Europa unita ma diversa, modificata in senso socialdemocratico – ché ormai di anticapitalismo quasi non si parla più, proprio perché a causa del disorientamento non sappiamo più immaginare una concreta alternativa all’attuale struttura economica, con il paradosso di ritrovarci a rimpiangere, e a difendere, quella socialdemocrazia che fino agli anni Settanta la sinistra extraparlamentare ha combattuto.</p>



<p>E dunque il problema è l’egemonia della Germania e il suo ordoliberismo, senza il quale chissà mai che Europa potremmo avere. Una lettura che resiste anche davanti al fallimento di Tsipras, guardando allora a Podemos, come se due rappresentanti di governi socialdemocratici seduti in Commissione europea potessero mutare i rapporti di forza in una Unione di 27 Paesi (6), o come se fosse ipotizzabile che un vento socialdemocratico tornasse a soffiare sugli Stati europei tutti, mutando a maggioranza i partiti al potere – soprattutto ora, che a tirare è la corrente di destra, e che i cittadini hanno ormai chiaro che per questa Unione devono ringraziare anche i partiti socialdemocratici di un tempo, che tradendo i propri valori l’hanno così costruita.</p>



<p>La forza di un pensiero politico sta nel suo essere vivo; nella capacità di relazionarsi con il presente, con il mutare della Storia, non per negarsi ma al contrario per divenire più forte. Non è un oggetto sacrale da chiudere in una vetrinetta, ma qualcosa da interrogare continuamente.<br>Vedere nell’Unione europea un passo avanti nella direzione dell’internazionalismo di sinistra significa voler restare a tal punto fedeli a un principio da forzare la lettura della realtà. Così come non vedere che oggi l’ambito statuale è l’unico in grado di porre un freno alla globalizzazione attraverso politiche monetarie, fiscali e di investimenti – in una parola attraverso quella politica economica che l’Unione europea ha sottratto ai Paesi – significa essere ciechi. Oltretutto lo Stato resta tuttora l’unico spazio nel quale possa essere esercitata la democrazia contro le decisioni sovranazionali prese nei ristretti consessi politici ed economici non elettivi. E tra l’altro per chi (compreso chi scrive) ha cessato da tempo di credere alla democrazia per come si è strutturata nei Paesi occidentali, evidenziandone la falsa natura, la Brexit e l’elezione presidenziale Usa hanno mostrato quanto possa invece avere ancora una sua forza.</p>



<p>È indubbio che le implicazioni economiche e finanziarie di un’uscita dall’Europa sono enormi, e a sinistra non mancano economisti che le stanno studiando. C’è chi, come Cesaratto (7), considera più fattibile un’uscita&nbsp;<em>a caldo</em>, dovuta a una crisi sociale o politica a cui l’Europa si dimostri incapace o non intenzionata a rispondere, piuttosto che un’uscita unilaterale<em>&nbsp;a freddo</em>, programmata. Di certo, vista l’aria che tira, se la sinistra non accetta di confrontarsi seriamente sulla questione, consegnerà l’Europa alla destra.</p>



<p>Perché non le sottrarrà mai la ribellione in atto contro la globalizzazione se si infila nel coro che urla semplicisticamente al ‘fascismo’, invece di evidenziare quanto le politiche della destra siano tutt’altro che anti-sistema. Se Trump riuscirà a riportare la manifattura dentro i confini Usa, è facilmente immaginabile che lo farà a colpi di incentivi e sgravi fiscali, mentre i nuovi posti di lavoro creati continueranno a essere soggetti allo sfruttamento più violento (8).</p>



<p>Non sottrarrà mai alla destra la ribellione se si limita a opporre i diritti umani al problema dell’immigrazione. Solo chi non vive in periferia può ostinarsi a negare quanto, in situazioni economicamente disagiate – e gli immigrati approdano in questo tipo di quartieri – tra disoccupazione e uno stato sociale sempre più ridotto al minimo, la convivenza tra culture diverse diventi difficoltosa e provochi rabbia, attriti, conflitti, che alla lunga sfociano nel razzismo e nella xenofobia. I&nbsp;<em>buoni sentimenti</em>&nbsp;(perché così sono percepiti quando si taglia sul cibo per arrivare a fine mese) dei diritti umani qui non trovano casa. Ed è dura ammetterlo, ma le campagne di raccolta fondi e assistenza agli immigrati messe in piedi dai centri sociali, che poi non muovono un dito per sostenere la lotta dei lavoratori dell’impresa accanto contro i licenziamenti – e in questi anni ce ne sono state parecchie – spostano a destra le persone prive di una chiave di lettura economica rispetto a ciò che sta accadendo.</p>



<p>Non si tratta di fare una classifica della disperazione ma, appunto, di tornare a un pensiero politico che ha nell’economia la sua forza, nella capacità di leggere i meccanismi del capitalismo, le dinamiche di sfruttamento del lavoro, gli immigrati utilizzati come ‘esercito di riserva’ per innescare un generale abbassamento dei salari e la strumentalizzazione della ‘guerra fra poveri’ su cui fa leva la destra, funzionale al Capitale.</p>



<p>Se la sinistra antagonista non torna a concentrarsi sul lavoro, e non fa un bel tuffo nell’acqua gelida del presente, liberandosi di sogni internazionalistici irrealizzabili – oggi è molto più concreta una collaborazione in senso solidaristico tra Stati dotati di sovranità sulle proprie politiche economiche – non avrà che da puntare il dito su se stessa per l’ondata di destra che sta sommergendo l’Europa e il mondo occidentale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-results-and-live-maps/" target="_blank">http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-results-and-live-maps/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=1" target="_blank">http://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=0</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) In merito ai dati statistici statunitensi che mostrano una ripresa economica e un calo del &#8211; la disoccupazione in atto nell’ultimo anno, rimando a un’inchiesta di Zeit di settembre: ciò che ci si dimentica spesso di analizzare, infatti, è la qualità del lavoro oggi creato, per lo più sottopagato. L’articolo evidenzia come perfino nella Silicon Valley, una delle zone più ricche degli Stati Uniti, centinaia di migliaia di persone, pur facendo due/tre lavori, non riescono a sopravvivere e si ritrovano in coda per l’assistenza alimentare. Cfr. Moritz Aisslinger,&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.zeit.de/2016/38/silicon-valley-kalifornien-usa-armut/komplettansicht" target="_blank">Die armen Kinder vom Silicon Valley</a></em>, Zeit, 22 settembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/11/09/behind-trumps-victory-divisions-by-race-gender-education/" target="_blank">&nbsp;http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/11/09/behind-trumps-victory-divisions-by-race-gender-education/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/leuropa-vista-da-sinistra/" data-type="post" data-id="1231" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>L’Europa vista da sinistra</em></a>, Paginauno n. 39/2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/" data-type="post" data-id="1241" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</em>,</a> Paginauno n. 41/2015</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Sergio Cesaratto,<em>&nbsp;Sei lezioni di economia</em>, segnalato su Paginauno n. 50/2016</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/" data-type="post" data-id="899" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</a></em>, Paginauno n. 50/2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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