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	<title>sequestro moro &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Mon, 22 Jul 2024 11:11:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>sequestro moro &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Archivio Moro: il sequestro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/archivio-moro-sequestro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 12:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Continua l’assurdità del sequestro giudiziario]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 77, aprile – maggio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Continua l’assurdità del sequestro giudiziario</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa iniziale è stata di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!); man mano che la vicenda giudiziaria procede, incredibilmente l’accusa si modifica. Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Ora stiamo seguendo anche la vicenda del sequestro dell’archivio.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Per il gip “nell’archivio di Persichetti possibili nuove informazioni sul sequestro Moro”</h4>



<p>Il gip del tribunale di Roma Valerio Savio ha sciolto il proprio riserbo, autorizzando la richiesta di incidente probatorio avanzata dal pm Eugenio Albamonte il 23 novembre scorso. Lo ha fatto senza attendere l’udienza del 17 dicembre prossimo, nella quale il giudice deve pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio storico e degli altri documenti familiari, portati via dalla polizia di prevenzione e dalla digos romana nel corso della lunga perquisizione avvenuta, all’inizio dell’estate passata, nella mia abitazione. Inoltre, l’autorizzazione alla estrazione della copia forense è stata fornita senza quelle garanzie di tutela richieste dal mio legale, perché – afferma il gip – queste afferiscono alla fase processuale. Ma l’incidente probatorio è stato introdotto nella riforma del codice di procedura proprio per consentire l’assunzione di prove con le forme e le garanzie del dibattimento (quindi del processo) durante le indagini preliminari.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Anticipazione del giudizio</h4>



<p>Una prosa alquanto contorta, come l’intera vicenda che col passare dei mesi si avvita sempre più su se stessa. Una volta tradotto, il passo del gip vuole significare che tra i documenti del mio archivio, raccolti in anni di pazienti ricerche tra archivio di Stato, archivio storico del Senato, archivio della Corte d’appello di Roma e fonti aperte, potrebbero trovarsi informazioni utili ad accertare nuovi rilievi penali, a carico o discarico, di Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. A questo punto viene facile obiettare che gli inquirenti sarebbero potuti dare a cercare queste ipotetiche informazioni direttamente nei vari archivi istituzionali da me frequentati, anziché venire a parassitare il mio lavoro, criminalizzando per giunta la mia attività di ricerca. In fondo, se queste informazioni le ho trovate io – come ipotizza il gip – avrebbero potuto scovarle anche gli inquirenti e i giudici. Ma di quali informazioni si tratta?</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-77-aprile-maggio-2022/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 77</a></p>



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		<title>Il reato inesistente</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-reato-inesistente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 13:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Prosegue l’assurda vicenda giudiziaria del sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti sul caso Moro, a caccia di un reato che la procura non trova]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-75-dicembre-2021-gennaio-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 75, dicembre 2021 – gennaio 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Prosegue l’assurda vicenda giudiziaria del sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti sul caso Moro, a caccia di un reato che la procura non trova</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa iniziale è stata di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!); man mano che la vicenda giudiziaria procede, incredibilmente l’accusa si modifica. Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Ora stiamo seguendo anche la vicenda del sequestro dell’archivio.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">«Manca il reato», il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti</h4>



<p>Manca «una formulata incolpazione anche provvisoria», con queste parole il gip Valerio Savio ha liquidato l’inchiesta aperta dal pm Eugenio Albamonte nei miei confronti. Lo scorso 8 giugno la polizia di prevenzione, insieme a Digos e Polizia postale, col pretesto di cercare materiale riservato proveniente dalla Commissione parlamentare Moro 2, che ha chiuso i battenti nel febbraio del 2018, aveva sottratto il mio intero archivio storico, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli e altro materiale privato della mia famiglia.</p>



<p>Da cinque mesi ormai il mio materiale d’archivio e tutti i miei strumenti di lavoro (telefonino, computer, tablet, pendrive e hard disk) sono trattenuti dalle forze di polizia senza un motivo giuridicamente valido.</p>



<p>Non è indicato con chiarezza alcun reato, afferma il gip in risposta alla richiesta di incidente probatorio che il mio avvocato, Francesco Romeo, aveva avanzato di fronte alle intenzioni del pm di avviare per proprio conto accertamenti tecnici non ripetibili sul materiale sequestrato senza garanzie giuridiche per la difesa, che avrebbe solo potuto assistere senza poter intervenire sulla scelta delle modalità di ricerca e analisi dell’enorme materiale portato via e che solo in minima parte riguardava l’oggetto della perquisizione. Per queste ragioni, l’avvocato Romeo aveva chiesto al gip di effettuare una valutazione «con forme e secondo modalità non lesive del diritto alla riservatezza ed alla privacy personale dell’indagato nonché della sua privacy familiare» e in forma «limitata ai soli dati e documenti informatici di interesse non relazione alle ipotesi di reato oggetto di contestazione da individuare tramite chiavi di ricerca costituite da parole chiave».</p>



<p>L’incidente probatorio non può essere ammesso – risponde il gip – poiché «in atto contestazione non ve n’è alcuna, neanche provvisoria», motivo che impedisce l’accertamento di un eventuale reato con dispendio di inutili energie e costi a carico dell’Erario.</p>



<p>Dopo la risposta del tribunale del riesame, del 2 luglio scorso, che aveva già dato un colpo importante all’inchiesta della procura romana, ritenendo assenti le condotte di reato specifiche ascrivibili ai capi di imputazione indicati dal pm, ovvero il 270 bis cp (l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico) e il favoreggiamento in relazione all’ipotesi di divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e suggerendo a questi di ricorrere a un più idonea ipotesi di reato, la violazione di segreto politico, 262 cp, il giudice per le indagini preliminari è andato ben oltre. Per il gip nel fascicolo dell’accusa manca una contestazione chiara, «con un minimo di delineazione» dell’ipotesi di reato.</p>



<p>Tre anni di indagini estremamente invasive, per giunta ancora non concluse, condotte attraverso forzature continue, clonazione di telefonini, intercettazioni telefoniche a raffica, intercettazioni ambientali e pedinamenti, intercettazione del traffico di posta elettronica, costate migliaia di euro di soldi pubblici, sono pervenute alla impossibilità di formulare una contestazione chiara e definita. Questa è la surreale storia iniziata nel gennaio del 2019 da una grottesca indagine della Digos di Milano conclusasi con un’archiviazione ma subito ripresa dalla procura romana. Una caccia ai fantasmi, una pesante intromissione nella libertà di ricerca storica e nel lavoro giornalistico.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Kafka e l’archivio di Persichetti</h4>



<p>Si è tenuta mercoledì 10 novembre l’udienza della prima sezione della Corte di cassazione sul ricorso contro la decisione del Riesame che aveva confermato il sequestro del mio archivio storico.</p>



<p>Per la Corte di cassazione allo stato attuale delle indagini è legittimo ipotizzare che la diffusione, l’8 dicembre 2015, a meno di 48 ore della pubblicazione ufficiale, di alcune pagine della prima bozza di relazione annuale della Commissione Moro 2, rientri nella fattispecie del reato di rivelazione di notizie riservate. I giudici della suprema Corte hanno rigettato il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Romeo contro la decisione del Tribunale del riesame che nel luglio scorso aveva modificato il capo d’imputazione da cui era scaturito il sequestro, l’8 giugno precedente, del mio archivio storico e delle cartelle cliniche e scolastiche dei miei figli e di altro materiale amministrativo e strettamente personale della mia famiglia.</p>



<p>All’epoca i giudici del Riesame non avevano accolto l’impianto accusatorio presentato dal pm Eugenio Albamonte, sulla base del quale Polizia di prevenzione, Digos e Polizia postale mi avevano fermato in strada e avevano poi perquisito per l’intera giornata l’abitazione della mia famiglia portando via tutti i miei strumenti di lavoro: computer, telefonino, tablet e altri supporti su cui era raccolto il mio intero archivio digitale, e in parte anche del materiale cartaceo, tra cui alcuni schizzi della via di fuga seguita dal commando brigatista che portò a termine il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo del 1978, utilizzati per la ricostruzione della vicenda e confluiti nelle pagine del primo volume sulla storia delle Brigate rosse, uscito presso DeriveApprodi nel marzo 2017.</p>



<p>I giudici del Palazzaccio hanno ritenuto valida la correzione delle iniziali contestazioni mosse dalla procura che poggiavano sul favoreggiamento e l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale. Le motivazioni della decisione, estremamente laconica nella formulazione del dispositivo («la Corte rigetta il ricorso e condanna alle spese processuali»), verranno rese note non prima di tre settimane. Durante l’udienza, tenutasi il 10 novembre, il procuratore generale ha chiesto il rigetto del ricorso ritenendo «in re ipsa» la dimostrazione del reato, provando a celare dietro l’esercizio retorico della tautologia la propria carenza argomentativa. L’avvocato Romeo, nel sottolineare le carenze di motivazione del Riesame, ha ricordato come l’unica figura titolata per legge ad apporre il segreto di Stato è il Presidente del Consiglio e che non esiste alcuna fonte giuridica che apparenti il Presidente di una Commissione parlamentare alle funzioni proprie del capo del governo. Perché una informazione possa rientrare nell’ambito della tutela del segreto di Stato o del segreto politico – ha aggiunto – occorrono specifici requisiti assenti in una bozza di elaborato parlamentare che sarebbe stata resa nota a poche ore di distanza dalla sua diffusione. Il destino pubblico della bozza in questione è un dato che rende vana qualsiasi ipotesi di danno per la sicurezza dello Stato e della Costituzione. Come può esserci violazione di segreto in un testo redatto per essere deliberato e reso di pubblico dominio? Contraddizioni irrisolvibili su cui il collegio di Cassazione ha preferito sorvolare.</p>



<p>Oltretutto le bozze di relazione non rientrano nemmeno tra i materiali sui quali la Commissione parlamentare poteva apporre, tramite il suo presidente, un qualsiasi livello di classificazione. Stando alla normativa interna che la stessa Commissione aveva deliberato al momento di avviare i propri lavori, le bozze prodotte non erano assimilabili a documenti giudiziari, documenti amministrativi o di governo classificati, documenti privati o classificati al momento dell’acquisizione. La richiesta di riservatezza aveva dunque un semplice valore funzionale legato a ragioni di opportunità: consentire la conduzione dei lavori e delle discussioni in serenità, senza pressioni o turbative esterne. Le notizie riservate che hanno rilevanza penale devono essere omogenee a quelle oggetto di segreto di Stato, non sembra questo il caso anche perché la vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle vetture utilizzate dai brigatisti in via Fani e la suggestiva ipotesi di un garage o di una base compiacente nella zona, notizie contenute nelle pagine della bozza incriminata, sono argomento dibattuto da almeno tre decenni: fin dai tempi del primo processo Moro, affrontato nella prima Commissione d’inchiesta sul sequestro e tema di un’ampia pubblicistica complottista. Se queste fake news sono assimilabili a segreti di Stato, è folta la schiera di chi lo ha violato impunemente da decenni.</p>



<p>La decisione della suprema Corte rende ancora più intricata la vicenda, perché il prossimo 17 dicembre il gip Valerio Savio dovrà pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio senza tener conto della decisione del Tribunale del riesame e della Cassazione. La giustificazione giuridica del sequestro resta infatti ancorata alle ipotesi di accusa iniziali, il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, già bocciati dal gip quando ha rigettato la richiesta di incidente probatorio. A dicembre il giudice dovrà dire se le modalità del sequestro sono state eseguite correttamente o se sono andate oltre il mandato senza che sia intervenuta a sanarle la successiva ratifica del pubblico ministero. La polizia è entrata in casa con un’indicazione limitata alla ricerca di materiali afferenti alla commissione Moro 2 ma all’atto del sequestro ha svaligiato l’intero archivio informatico del nucleo familiare, portando via materiali legalmente raccolti in altre sedi: archivio centrale dello Stato, archivio del tribunale, archivio della Commissione stragi, biblioteche e fonti aperte. Nulla a che vedere con i materiali della Commissione scaricati tutti via web dal sito di un noto membro della Commissione stessa.</p>



<p>Cosa farà il pm Albamonte nel caso il gip dovesse accogliere la richiesta dell’avvocato Romeo e dissequestrare tutto l’archivio o buona parte di esso? Risequestrerà nuovamente l’archivio sulla base del nuovo capo d’imputazione suggerito dal Riesame e convalidato dalla Cassazione? Impazzirebbe anche Kafka…</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Prosegue la caccia al reato inesistente, la procura non molla l’archivio di Persichetti</h4>



<p>La caccia al reato inesistente che il pm Eugenio Albamonte conduce da tempo nei miei confronti ha conosciuto un nuovo colpo di scena. Ignorando la decisione del Tribunale del Riesame e della Cassazione, il 12 novembre scorso il responsabile delle inchieste sul terrorismo e i reati informatici della procura di Roma ha messo da parte l’imputazione di associazione sovversiva e ha rilanciato l’accusa di favoreggiamento. Dopo l’iniziale violazione di segreto d’ufficio da cui l’indagine era partita siamo giunti al quinto cambio di imputazione in 12 mesi.</p>



<p>Il 2 luglio scorso il tribunale del riesame aveva stabilito che le accuse utilizzate per consentire alla polizia di svuotare il mio archivio erano prive delle condotte di reato. La procura si era limitata a enunciare le accuse (associazione sovversiva e favoreggiamento) senza riportare circostanze, modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come a dire: “Sono convinto che hai fatto questo, ma non so quando, come e dove, ma siccome sono un pm faccio come il marchese del Grillo: intercetto le tue comunicazioni, ti faccio pedinare e poi ti sequestro tutto quello che hai in casa, anche le cose di tua moglie e dei tuoi figli. Qualcosa alla fine troverò!”.</p>



<p>I giudici del Riesame avevano proposto una ipotesi di reato alternativa: la violazione di notizia riservata che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando avevo inviato tramite posta elettronica alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della Commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo. Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse, poi uscito nel 2017 per DeriveApprodi. Tra queste c’era l’ex brigatista Alvaro Lojacono, ormai cittadino svizzero, che poi aveva girato il testo ad Alessio Casimirri da decenni riparato in Nicaragua, dove ha acquisito la nazionalità. Una lettura giuridica, quella del Riesame, che la Cassazione lo scorso 10 novembre ha convalidato, anche se al momento non se ne conoscono i motivi. La procura, però, si tiene lontana da questa ipotesi di reato nella consapevolezza che non si tratti di notizie riservate di rilevanza penale. Nel frattempo un altro giudice, il gip Nicola Savio, si era pronunciato sul fascicolo dell’accusa ritenendo che mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria». Ragione che lo aveva condotto a rigettare l’incidente probatorio che il mio difensore aveva richiesto per contrastare l’intenzione del pm di ficcare il naso comunque tra le mie cose, prima ancora che lo stesso gip si fosse pronunciato sulla legittimità del sequestro nell’udienza prevista il prossimo 17 dicembre. Per tutta risposta il pm ha presentato una nuova domanda di incidente probatorio provando questa volta a precisare meglio accusa e condotte di reato.</p>



<h5 class="wp-block-heading">Il lavoro storico messo sotto accusa</h5>



<p>Secondo la procura le pagine della bozza di relazione da me inviate, nelle quali si affrontava l’episodio delle vetture brigatiste abbandonate in via Licinio Calvo subito dopo il sequestro del leader Dc in via Fani, non avevano come finalità la ricostruzione corretta del percorso di fuga del commando brigatista e la confutazione delle fake news che circolano da decenni sulla vicenda, poi confluita nelle pagine del libro pubblicato nel 2017, ma servivano per il favoreggiamento dei due ex Br. Per la procura in quelle bozze si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Accusa – come ha rilevato l’avvocato Romeo nelle sue controdeduzioni – difficile da sostenere sul piano giuridico: come avrebbe potuto concretizzarsi il reato di favoreggiamento in una vicenda giudiziaria conclusasi da diversi decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato sia per Casimirri che per Lojacono? Ammesso che possano ancora esistere fatti nuovi, questi sarebbero già assorbiti dalle condanne o largamente prescritti e non potrebbero rivestire più alcuna rilevanza penale ma solamente storica.</p>



<p>Se non c’è una valida ragione giuridica che tiene in piedi l’accusa, qual è allora il movente che spinge il pubblico ministero?</p>



<p>Ascoltato nel dicembre 2020 in qualità di persona informata sui fatti, l’ex presidente della Commissione Moro 2 Giuseppe Fioroni aveva sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». Per poi suggerire che «in tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle Brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo». Una tesi che si scontra con la logica e la realtà dei fatti.</p>



<p>I temi dell’indagine parlamentare erano facilmente desumibili dalle audizioni pubbliche, accessibili sul sito di radio radicale, trascritte sul portale della Commissione stessa e dalle riunioni dell’ufficio di presidenza i cui verbali venivano sistematicamente resi noti. Le piste seguite dalla Commissione erano di dominio pubblico, continuamente rilanciate da indiscrezioni giornalistiche, interviste e commenti di commissari molto loquaci. Inoltre i lavori dell’organo di inchiesta parlamentare erano destinati a divenire di dominio pubblico, di lì a poco, con la pubblicazione della prima relazione annuale sullo stato dei lavori il 10 dicembre 2015. Alle «terze persone», accennate da Fioroni, sarebbe bastato attendere qualche ora per conoscerli. Cosa sarebbe mai cambiato in quel breve lasso di tempo? Quel «qualcuno» non aveva certo bisogno di leggere le bozze dedicate a via Licinio Calvo per informarsi. C’è molta presunzione nelle affermazioni all’ex politico di fede andreottiana, giustamente non più rieletto dopo la fallimentare esperienza dell’organismo parlamentare da lui presieduto.</p>



<p>Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, <em>Il Tempo</em>, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour <em>Penthouse</em>, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuati senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista <em>Op</em>. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima Commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, <em>La tela del ragno</em>, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.</p>



<h5 class="wp-block-heading">Gli ultimi accertamenti della Commissione</h5>



<p>Nell’ultimo periodo della sua attività la Commissione Moro 2 ha raccolto la testimonianza di una coppia che alla fine del 1978 viveva in via dei Massimi 91, strada situata nella parte più alta della Balduina. I due hanno raccontato di aver ospitato per alcune settimane, sul finire dell’autunno 1978, sei mesi dopo la fine del sequestro, una persona che poi riconobbero essere il brigatista Prospero Gallinari. Dalla vicenda sono scaturite alcune querele nei confronti di uno dei membri della Commissione parlamentare che aveva impropriamente tirato in ballo una giornalista tedesca totalmente estranea all’episodio.</p>



<p>All’epoca il comprensorio di via dei Massimi 91 apparteneva allo Ior, Istituto per le opere religiose, ente finanziario del Vaticano. Amministratore unico era Luigi Mennini, padre di don Antonio Mennini, il confessore e uomo di fiducia dello statista democristiano, vice parroco della chiesa di Santa Lucia a cui durante il sequestro i brigatisti consegnarono su indicazione dello stesso Moro diverse sue lettere. Alcuni consulenti della Commissione si erano lungamente soffermati sull’ipotesi che Alessio Casimirri fosse in qualche modo «intraneo» all’ambiente che risiedeva o circolava in quell’immobile, perché il padre Luciano era in quegli anni responsabile della sala stampa vaticana, senza comprendere quali fossero le rigide regole della compartimentazione e della logistica all’interno delle Brigate rosse, che non poggiava certo sulle relazioni familiari. I successivi accertamenti della Commissione non hanno tuttavia trovato conferme e al momento di chiudere i battenti è stato chiesto alla procura di proseguire le indagini.</p>



<p>Come si evince da alcune audizioni pubbliche della Commissione, la coppia che aveva fornito ospitalità a Gallinari proveniva da un’area politica subentrata nelle Brigate rosse dopo la conclusione del sequestro Moro e che aveva relazioni con Adriana Faranda e Valerio Morucci, incaricati dalla colonna romana di trovare una sistemazione a Gallinari dopo l’abbandono repentino della base di via Montalcini nell’estate del 1978.</p>



<p>Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e storiografico dell’accusa che mi viene mossa, mentre appare sempre più evidente l’adesione di polizia e procura a ipotesi complottiste, che non si limitano più a inquinare e depistare le conoscenze storiografiche sulla vicenda Moro ma pretendono di esercitare il controllo assoluto sulla storia degli anni Settanta.</p>
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		<item>
		<title>La polizia della storia</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-polizia-della-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Oct 2021 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[La magistratura, il caso Moro e il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti: contro la ricerca indipendente sugli anni ‘70]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-74-ottobre-novembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 74, ottobre – novembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La magistratura, il caso Moro e il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti: contro la ricerca indipendente sugli anni ‘70</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa è di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, accusa associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!). Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Ora stiamo seguendo anche la vicenda del sequestro dell’archivio.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In Italia esiste un organismo di Polizia che si occupa di storia. Proprio così, si intromette nell’attività di ricerca, sorveglia il lavoro dello storico, ascolta le sue conversazioni con le fonti, intercetta le caselle di posta elettronica, sequestra archivi. Come in una sorta di scenario orwelliano si erge a Ministero della verità e con il suo occhio minaccioso amministra il passato, decide chi può scrivere, recinta gli argomenti, filtra i contenuti e sopratutto gli autori. Decide insomma come e chi può scrivere la storia. Questo nuovo organismo si chiama Polizia di Prevenzione, ex Ucigos, una struttura che nasce dalle ceneri della dissolta e famigerata Uar. Di sicuro non lo sapevate, a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020 (N.224/B1/Sez.2 /18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un rapporto che fa seguito a una lunga serie di indagini originate nel gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore e intensa attività investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia dalla fine del 2015 a oggi, e ancora domani e dopodomani, poiché l’attività investigativa e “tecnica” è tuttora in essere. Un attacco frontale al mio lavoro di ricerca che ha portato, l’8 giugno scorso, a una lunga perquisizione nella mia abitazione e al sequestro del mio intero archivio digitale, dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile. Non è stato portato via solo il materiale d’archivio raccolto e prodotto negli ultimi 15 anni, ma la storia della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli, il nostro passato, la nostra intimità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’irruzione nel passato</h4>



<p>Questi nuovi storici con l’uniforme si intromettono nel lavoro complicato e complesso della ricostruzione del passato, fanno irruzione in quella bottega dove il ricercatore come un artigiano impasta le sue mani con la polvere del tempo: raccoglie documenti, testimonianze, tenta di colmare i buchi della memoria, rappezza brandelli di ricordi, tracce spezzettate, indizi che pazientemente prova a rimettere insieme, soprattutto a interrogare. Ma a questi nuovi sbirri del passato tutto ciò non interessa. Nella visione poliziesca della storia i testimoni, gli attori, i soggetti e i gruppi sociali vengono sostituiti dai colpevoli, dai fiancheggiatori e dalle vittime. Le sfumature non esistono, il contrasto è netto, bianco e nero, luce e tenebre, buoni e cattivi. Il terreno storiografico è solo un pretesto per cercare nuovi colpevoli, arrestare gli scampati, affibbiare nuovi ergastoli. La storia si fa riserva di caccia, un safari dove conquistare un trofeo da mostrare in manette a una conferenza stampa con tanto di selfie. </p>



<p>È con queste aspettative che il nuovo Ministero della verità – avrebbe detto Orwell – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha portato alla stesura del primo volume del libro <em>Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera</em>, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «<em>Peraltro </em>– scrivono nella loro informativa – <em>Persichetti emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani” e di ribadire che “via Fani fu in tutto e per tutto un’azione operaia</em>”. <em>Finalità più volte esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro, come per esempio a pagina 9, dove si legge testualmente</em> “… <em>Ciò che preme sottolineare qui per restare sul terreno della critica è la sordità cognitiva delle narrazioni dietrologie, impermeabili alle smentite accumulatesi nel tempo. Le teorie del complotto, a causa del loro divenire circolare, si sottraggono alla verifica della coerenza interna ed esterna delle loro asserzioni”</em>».</p>



<p>Quella coerenza che sembra mancare anche ai poliziotti della memoria, come vedremo meglio tra un po’.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una ricostruzione veritiera</h4>



<p><em>«Si tratta di documenti </em>– proseguono gli autori del testo –<em> che forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di conversazioni tra il 2006 e il 2016”».</em> Ricostruzione che ad avviso della Polizia di prevenzione appare veritiera poiché <em>«La lettura delle mail induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la presunzione di poter discutere in forma “riservata” […] Una analisi integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale” presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Non un ricercatore ma un favoreggiatore</h4>



<p>Talmente veritiera che secondo i poliziotti non «avrei», in realtà sarebbe stato più corretto scrivere ‘avremmo’ (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sarei macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «<em>la mancata trasposizione </em><em>nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email</em><em> implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il </em><em>memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni</em><em> militanti delle Br</em>».</p>



<p>Affermazione impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato della Commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine, vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su via Fani).</p>



<p>È un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quarant’anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «<em>cassato</em><em> completamente</em>» dal libro «<em>le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente</em>» (tornerò tra poco sulla questione), ma la cosa davvero gratuita è il movente scelto dalla Polizia di prevenzione per giustificare questa presunta omissione. Secondo il Primo dirigente Di Petrillo e il vice Ispettore Vallocchia avrei intenzionalmente svolto «<em>generale opera di rivisitazione del ruolo </em>[<em>dei brigatisti latitanti</em> – anche se Loiacono è cittadino svizzero e ha scontato per intero la condanna] <em>nell’azione di via Fa</em><em>ni, assumendo anche i margini di una</em><em> possibile forma di favoreggiamento</em>».</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un lavoro rigoroso</h4>



<p>Chiunque abbia letto il libro conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti. Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione, collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco. </p>



<p>Nonostante ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del prigioniero. Il confronto con gli altri testimoni che abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore. Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che furono alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione a spostare il furgone (p. 184).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il suggeritore</h4>



<p>Quello del ricercatore è un lavoro paziente e ostinato che non si arresta mai e negli anni successivi siamo più volte tornati sulla questione. Cosa c’entri questo lavorio storiografico con il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, potete valutarlo da soli. Forse bisognerebbe chiederlo all’ex presidente della Commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che nel verbale di sommarie informazioni reso il 1 dicembre 2020 davanti al pm Eugenio Albamonte e ai vertici della Polizia di Prevenzione, ribadendo una sua personale e indimostrata ipotesi sulla presenza di un garage “amico” dei brigatisti in via dei Massimi 91, circostanza che smentirebbe – a suo dire – l’abbandono delle tre vetture del commando brigatista in contemporanea in via Licinio Calvo e la fuga attraverso le scalette che portano verso via Prisciano, ha sostenuto che vi sarebbero «<em>ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti</em>». E fin qui nulla da obiettare. Ognuno può pensarla come vuole, anche se la disciplina dei riscontri richiede elementi concreti e verificabili, non illazioni senza fondamento. Il problema sorge quando Fioroni insinua che «<em>In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo</em>». Lavori e stati di avanzamento destinati a diventare di dominio pubblico, quindi se quello fosse stato il fine di “queste terze persone” sarebbe bastato attendere. Di Fioroni, delle attività della sua Commissione, dei suoi carteggi con Loiacono e delle sue proposte indecenti, parleremo nella prossima puntata.</p>



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<h4 class="wp-block-heading">Polizia, procure e dietrologia, la santa alleanza contro la ricerca indipendente sugli anni ‘70</h4>



<p>(<em>Articolo pubblicato in data 6 luglio 2021 sul blog <a href="https://insorgenze.net/">insorgenze.net</a></em>)</p>



<p>Il tribunale del riesame ha rigettato il ricorso contro il sequestro del mio archivio, degli strumenti di lavoro e comunicazione, computer, smartphone, tablet e ogni altro supporto informatico, l’intero l’archivio fotografico di mia moglie, lo spazio cloud dove erano stoccati oltre al mio materiale storiografico anche le cartelle cliniche, amministrative e scolastiche dei miei figli.</p>



<p>All’udienza che doveva esaminare l’impugnazione presentata dal mio legale, tenutasi venerdì 2 luglio, era presente il pm titolare del decreto di sequestro. Una circostanza del tutto irrituale, non accade praticamente mai che i procuratori della Repubblica vengano a difendere le proprie ragioni in udienze del genere. Il pm probabilmente nutriva qualche timore sulla fondatezza delle sue decisioni ed è venuto in prima persona a cauzionarle. In aula, a dire il vero, non si è soffermato – come ci attendevamo e sarebbe stato logico – sulle ragioni che hanno giustificato la scelta dei capi d’imputazione. Nulla ha detto sul presunto favoreggiamento, ancora meno sul 270 bis. Eppure era stato appena chiamato in causa dall’avvocato Romeo che chiedeva quali fossero gli altri associati, le condotte censurate, il ruolo organizzativo presunto nell’associazione (semplice partecipante? Promotore? Organizzatore? Finanziatore?), i proclami, le azioni realizzate o programmate.</p>



<p>Anche sulla natura “riservata” dei documenti che avrei divulgato, il titolare delle indagini ha glissato velocemente, sostenendo che tutti i regolamenti inevitabilmente danno luogo a interpretazioni soggettive e che dunque sarebbe servito a poco soffermarsi su una discussione del genere. Non si capisce però, se le cose stanno così, perché la sua interpretazione soggettiva dovrebbe essere prevalente. In ogni caso stando all’articolo 2 della “Deliberazione sul regime di divulgazione degli atti e dei documenti”, stabilito dalla stessa Commissione presieduta dal presidente Giuseppe Fioroni il 15 ottobre 2014, sono considerati documenti riservati «<em>gli atti giudiziari, i documenti provenienti dalle autorità amministrative e di governo per i quali sia stato raccomandato l’uso riservato, documenti provenienti da soggetti privati per i quali sia stata richiesta la riservatezza, infine documenti che al momento dell’acquisizione siano stati classificati come tali</em>». Insomma secondo le regole che si è data la Commissione Moro 2, le Relazioni di bilancio annuale e tantomeno le loro bozze, che in un altra nota non assumono alcuna fattispecie documentale ma al contrario vengono ritenute «inesistenti», non sono documenti riservati. E non potrebbe essere altrimenti trattandosi di documenti politici, risultato di una discussione, di emendamenti e di un voto finale.</p>



<p>In un Paese normale la discussione si sarebbe conclusa qui. Ma in Italia il sistema Giustizia non funziona così e i pm dettano legge così il responsabile dell’accusa ha preso la parola narrando i suoi impegni professionali, i numerosi filoni d’inchiesta aperti che ha ereditato dalle attività irrisolte della Commissione Fioroni e che in parte condivide con la procura generale. Ha tirato fuori dal cilindro una serie di argomenti che non erano indicati nel provvedimento di sequestro e nelle carte depositate, impedendo alla difesa così di sviluppare le proprie controdeduzioni.</p>



<p>Ha spiegato che potrebbero esserci in giro altre prigioni dove Moro sarebbe stato rinchiuso nei 55 giorni del sequestro e dunque che ci sarebbero in giro ancora degli ex brigatisti mai catturati, affittuari o titolari di quelle abitazioni (sembrava recitasse a memoria i libri di Flamigni o Cucchiarelli), ha poi tirato fuori il cartellino fotosegnaletico falso su Alessio Casimirri (1) finito tra le mani della Commissione Moro, chiedendosi se quel documento fosse la prova dell’arresto di Casimirri e della sua successiva liberazione e quindi delle coperture di cui si sarebbe giovato nelle istituzioni o se invece quel documento fosse un falso, messo lì da pezzi “deviati” degli apparati. Sono passati tre anni dalla chiusura dei lavori della Commissione e il fatto che il responsabile dell’inchiesta non sia stato in grado di accennare uno straccio di risposta sulla questione, partendo da un assunto che era già palese all’epoca ovvero che quel cartellino era un falso, ma oggi pensi che la soluzione del mistero passi per il mio archivio e le cartelle cliniche di mio figlio, la dice lunga.</p>



<p>Infine, <em>dulcis in fundo</em>, come una serie americana, ha tirato fuori l’Fbi, l’indagine internazionale (probabilmente una semplice rogatoria) sulle caselle postali elettroniche di Alessio Casimirri, ormai cittadino nicaraguense. L’intercettazione del suo traffico email avrebbe portato – ha spiegato il pm – alla scoperta di conversazioni con Alvaro Lojacono Baragiola, suo compagno nelle Br al momento del sequestro Moro, e oggi cittadino svizzero, Paese dove ha scontato una lunga condanna per la sua appartenenza alle Brigate rosse. I due si sarebbero intrattenuti spesso sulle vicende di via Fani ricostruendone alcuni passaggi. Fatto grave, secondo il pm, era che Lojacono conversasse prima con Persichetti che poneva domande, sollevava questioni e poi ne parlasse con Casimirri. Non ho ancora avuto accesso a queste carte, e nemmeno i giudici del riesame che hanno deciso sulla parola del pm, posso solo ipotizzare che con tutta probabilità ciò avveniva negli anni in cui era in corso il lavoro preparatorio che ha portato al libro “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”.</p>



<p>Con tutta evidenza, in quegli scambi non ci sono nomi nuovi, altrimenti le autorità di polizia sarebbero già intervenute, ma ai loro occhi questa normale attività di interrogazione delle fonti testimoniali, proprie di un lavoro di ricerca storiografica, appare sospetta, degna di ulteriori accertamenti e sequestri. A più di quarant’anni dai fatti, la polizia vuole ficcare il naso nella ricerca storica, criminalizzando l’attività di studio e ascolto delle fonti. Il pubblico ministero ha inviato un chiaro messaggio ai giudici del riesame: non intralciate le mie indagini, non cassate il mio sequestro esplorativo perché altrimenti bloccate la scoperta dei segreti di questo Paese che per forza di cose passano per casa Persichetti.</p>



<p>Altro dato emerso nell’udienza di venerdì è la sovrapposizione tra indagini della procura, attività delle forze di polizia e narrazioni dietrologiche. Un fronte comune schierato contro la ricerca indipendente. Le fonti testimoniali e chi va a scomodarle d’ora in poi dovranno saperlo: se provano a ricostruire quegli anni al di fuori dei circuiti istituzionali legittimi sono passibili di reato associativo e favoreggiamento. La storia è sotto sequestro, il rapimento Moro è recintato col filo spinato.</p>



<p>Di seguito potete leggere la dichiarazione che ho depositato davanti al riesame e che ricostruisce il lavoro preparatorio del libro e i rapporti intrattenuti con la Commissione Fioroni nel 2015.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dichiarazione di Paolo Persichetti ai giudici del tribunale del riesame presso il Tribunale di Roma – udienza del 2 luglio 2021</h4>



<p>Nelle carte dell’indagine depositate dal pubblico ministero dottor Eugenio Albamonte emerge una rappresentazione della mia biografia esistenziale e della mia attività di ricerca deformata e fuorviante.</p>



<p>Quando nel settembre del 1991 mi sono recato in Francia in possesso del mio passaporto ho iniziato ha lavorare in una scuola di lingue, dove tenevo dei corsi di alfabetizzazione e primo livello in alcune grosse società che formavano i propri dipendenti all’impiego della lingua italiana. L’anno successivo ho ripreso gli studi iniziati nel dipartimento di Storia della Sapienza di Roma riuscendo a iscrivermi presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Parigi 8, Vincennes-Saint Dénis. Questa doppia attività di studio e lavoro si è bruscamente interrotta nel novembre 1993, quando in esecuzione di un mandato di arresto internazionale per l’esecuzione della pena a cui ero stato condannato in Italia in via definitiva dopo la mia partenza per la Francia, sono stato arrestato nei locali delle prefettura di place d’Italie dove ero stato convocato per il ritiro del permesso di soggiorno.</p>



<p>Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione sono stato scarcerato. Appena le condizioni lo hanno permesso, sono tornato all’università dove ho completato gli studi con un diploma di laurea e un master. Successivamente ho avuto accesso alla scuola dottorale della facoltà dove mi ero laureato, ho vinto un posto Ater, insegnamento e ricerca, e una piccola borsa di studio del Ministero della Cultura. Attività di insegnamento e studio che si è interrotta il 24 agosto del 2002 quando in serata sono stato fermato in strada, caricato su un’autovettura e condotto direttamente in Italia, dove alle prime ore dell’alba del giorno successivo la polizia francese mi ha consegnato alle autorità italiane nell’area antistante il tunnel del Monte Bianco.</p>



<p>Nei primi anni di detenzione non ho più avuto accesso ad alcun computer e per l’intero periodo di esecuzione pena non mi è stato possibile riallacciare rapporti con nessuna università per completare il mio percorso dottorale. Ottenuta la semilibertà ho iniziato a lavorare nella redazione del quotidiano “Liberazione”, dove sono rimasto fino alla chiusura, poi sono passato al settimanale “Gli Altri”. Negli anni successivi ho collaborato con diversi altri quotidiani: “Il Garantista”, “Il Dubbio”, “il Riformista”. Nel 2015 collaboravo con “Il Garantista”.</p>



<p>Nell’agosto 2013, quando da pochi mesi avevo ottenuto l’affidamento in prova, un episodio di morte in culla intercorso al mio secondogenito ha bruscamente modificato la mia esistenza e quella della mia famiglia. Nonostante una pronta reazione e la disperata corsa verso l’ospedale il bambino è giunto al pronto soccorso in arresto cardiaco. Durante il tragitto gli avevo praticato la respirazione bocca a bocca. Rianimato il piccolo è rimasto in stato di coma per diverse settimane.</p>



<p>Il danno ipossico-ischemico ha provocato una situazione di paralisi cerebrale e tetraparesi. Da allora non ho più potuto lavorare. Sono diventato caregiver di mio figlio portatore di una tracheotomia e peg, mi occupo quotidianamente della gestione di tutti i rapporti con le amministrazioni, Asl, ospedale, centri riabilitativi, attività scolastica. Dopo il primo anno interamente trascorso nei vari reparti d’ospedale, nel maggio del 2014 siamo stati domiciliati a casa dove è iniziata una intensa e proficua attività riabilitativa.</p>



<p>Davanti a questa nuova condizione esistenziale che mi impediva di proseguire l’attività intellettuale precedente, di mantenere quella poliedricità di interessi e temi affrontati, ho deciso comunque di mantenere fermo, nei limiti del possibile, l’impegno di studio e ricerca sugli anni &#8217;70. Nei ritagli di tempo, con grandi sforzi e fatica, anche solo per poche ore a settimana, ho iniziato a frequentare biblioteche e archivi d’ogni tipo alla ricerca di materiali e documenti, oltre a raccogliere tutto quello che i vari portali e le fonti aperte presenti sul web consentivano di rintracciare. Ho scoperto così, quasi per caso, le carte della direttiva Prodi versate in archivio di Stato, 27 faldoni che ho consultato interamente per quasi tre anni, previa autorizzazione ministeriale che all’epoca era richiesta. Successivamente è arrivata la direttiva Renzi e altri materiali di notevole interesse (materiale digitale interamente sequestrato lo scorso 8 giugno). Da qui è nata l’idea di un progetto editoriale complesso, insieme a due altri studiosi, che è poi sfociato nel 2017 nella pubblicazione di un primo volume, “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”. Successivamente ho chiesto anche l’accesso agli archivi della Corte d’appello depositati presso l’aula bunker di Rebibbia. Nel frattempo con i miei colleghi ho avviato anche un lavoro di ascolto delle fonti orali disponibili e raggiungibili. Da qui lo scambio di email posto all’attenzione delle indagini della procura.</p>



<p>Poiché nel frattempo era stata istituita una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda del sequestro e della uccisione di Aldo Moro, è iniziato un parallelo lavoro, sempre con i miei colleghi, di studio dei nuovi materiali accessibili prodotti dalla nuova Commissione (fondamentalmente audizioni) e di interazione con la Commissione stessa, almeno fino al maggio 2016, quando ci è stato impedito di tenere un convegno.</p>



<p>Preso contatto con un suo membro, insieme ai miei colleghi abbiamo formulato delle proposte come l’audizione, novità assoluta rispetto al passato, di studiosi del caso Moro molto critici rispetto alle ricostruzioni complottiste della vicenda. Grazie a questo lavoro, tra il giugno e il luglio 2015 sono stati auditi il professor Marco Clementi, il documentarista del Senato e in passato archivista della Commissione Stragi, dottor Vladimiro Satta, e un giovane studioso, il dottor Gianremo Armeni, autore di una brillante monografia su via Fani che avevo recensito sul “Garantista” dove nel frattempo avevo pubblicato una sequenza di 5 articoli molto critici sulle ipotesi di ricerca privilegiate dalla Commissione Fioroni.</p>



<p>Queste persone hanno portato all’attenzione della Commissione uno sguardo nuovo, una metodologia differente, una quantità rilevante di nuove informazioni e nuovi documenti.</p>



<p>In particolare il professor Clementi, con il quale collaboravo in modo stretto, nel corso della audizione del 17 giugno 2015, ha depositato delle foto e un verbale di interrogatorio del testimone Alessandro Marini, che hanno poi condotto il teste a ritornare sulle sue precedenti dichiarazioni e ammettere che nessuno sparo aveva colpito il parabrezza del suo motorino, danneggiatosi nei giorni precedenti l’agguato di via Fani a causa di una caduta dal cavalletto, come risulta nel verbale d’interrogatorio del 1994 (da me trovato presso l’Archivio storico del Senato e da tutti sempre ignorato) e le foto attestavano. Circostanza rilevante poiché metteva definitivamente in dubbio le ricostruzioni che parlavano delle presenza di una moto Honda nella dinamica dell’azione di via Fani. Il professor Clementi ha depositato anche un fonogramma proveniente da Beirut, scovato nelle direttiva Renzi, inviato dal colonnello Giovannone che attestava per la prima volta l’esistenza del “Lodo Moro”, infine uno schizzo di Mario Moretti che ricostruiva la dinamica dell’azione di via Fani.</p>



<p>Attiro la vostra attenzione su questa singolare circostanza che mi vede accusato di essermi procurato e aver divulgato documenti riservati, in realtà la bozza di una relazione che non è un documento primario, quando in realtà è accaduto l’esatto contrario: con il mio lavoro ho fatto pervenire all’attenzione della Commissione documentazione di significativa rilevanza.</p>



<p>Nel luglio del 2015 era stato audito il ministro degli Esteri che nel riassumere le vicende estradizionali aveva riportato delle informazioni errate riguardo alla posizione del dottor Alvaro Loiacono Baragiola. Il dottor Baragiola, dopo aver ascoltato su Radio radicale l’audizione, mi comunicò il suo disappunto e l’intenzione di intervenire sulla questione. Informai il membro della Commissione con cui ero in contatto, il quale a sua volta ne parlò con il Presidente Fioroni che si mostrò subito interessato. In effetti nell’autunno del 2015 la Commissione Moro 2 aveva avviato una nuova fase: il presidente della Commissione si era convinto della necessità di audire gli ex militanti delle Br che in passato avevano sempre rifiutato, in ragione delle ricostruzioni complottiste avanzate dalle Commissioni. In alcune dichiarazioni pubbliche aveva dichiarato che era venuto il momento di ascoltare questi brigatisti. L’intenzione di intervenire espressa dal dottor Baragiola sembrava quindi confortare i progetti del Presidente Fioroni.</p>



<p>Tra il novembre e la fine del dicembre 2015 ci fu un intenso lavorio che portò a uno scambio di lettere tra il dottor Baragiola e il Presidente Fioroni, un flusso comunicativo che mi pose inevitabilmente nella posizione di veicolatore dei reciproci messaggi che passavano attraverso una terza persona, un membro della Commissione. È nell’ambito di questo contesto, assolutamente noto al Presidente Fioroni, che ho inviato alcune pagine della bozza della prima relazione attinenti a un punto cruciale della vicenda, su cui si focalizzava l’attrito tra il nostro lavoro di ricostruzione del sequestro e l’ipotesi portata avanti dalla Commissione, ovvero l’abbandono in via Licinio Calvo delle tre vetture con cui i brigatisti erano fuggiti da via Fani. Ed è a partire dalle richieste di chiarimenti fatte a più testimoni, non solo al dottor Baragiola, che è iniziato il lungo percorso di ricostruzione dell’azione di via Fani in tutti i suoi aspetti, logistici e politici.</p>



<p>Un lavoro condotto in completa trasparenza, senza alcun artificio cospirativo, attraverso le email e i vari social e appuntamenti in presenza con le fonti residenti in Italia.</p>



<p>Consentitemi, infine, di concludere con una domanda: vista l’insistenza sul mio passato nelle carte depositate dalla procura, in particolare su un singolo segmento di quel passato, vi chiedo se avrò mai diritto a 59 anni compiuti, dopo aver scontato per intero la condanna, dopo aver trascorso 11 anni in esilio, ad avere un presente?</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h4 class="wp-block-heading">Lo strano comportamento della procura, accusa Persichetti di avere diffuso informazioni riservate ma ignora le ripetute fughe di notizie segretate che hanno contrassegnato l’attività della Commissione Moro presieduta da Fioroni</h4>



<p> (<em>Articolo pubblicato in data 20 agosto 2021 sul blog <a href="https://insorgenze.net/">insorgenze.net</a></em>) </p>



<p>I tre anni di attività della seconda Commissione parlamentare sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono stati contrassegnati dalle ripetute violazioni del protocollo interno che regolava il regime dei documenti da mantenere riservati o segretati. Durante i suoi lavori abbiamo assistito a una continua rincorsa all’anticipazione di notizie, o presunte tali, dove il più delle volte roboanti effetti d’annuncio servivano a colmare l’assenza di fatti nuovi. È andata avanti così fino al febbraio 2018, quando a causa della conclusione della legislatura la Commissione ha dovuto chiudere anticipatamente i battenti senza essere in grado di produrre una relazione conclusiva. Nel frattempo commissari e consulenti avevano intrattenuto relazioni privilegiate con la stampa, fatto filtrare veline, notizie, documenti, fake news, avvalendosi anche di giornalisti che svolgevano la funzione di <em>house organ</em>, e ognuno come poteva si era avvalso di consulenze esterne e informali. Normale amministrazione di un organo eminentemente politico che però nella legge istitutiva si era dato anche delle prerogative giudiziarie, dando vita a un ibrido dalle molte e irrisolte ambiguità.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le ripetute fughe di notizie riservate ignorate dalla procura</h4>



<p>Nonostante queste continue fughe di notizie siano avvenute sotto gli occhi di tutti la procura di Roma, che pure con la Commissione intratteneva continui scambi, ha sempre girato il capo altrove ignorando le ripetute irregolarità.</p>



<p>Una rapida inchiesta ci ha permesso di individuare almeno cinque episodi (ma il numero è probabilmente superiore) nei quali esponenti della Commissione hanno diffuso sui media notizie o documenti riservati o segretati. Queste violazioni, due delle quali avvenute prima del dicembre 2015, hanno riguardato la diffusione di verbali segretati di tre testimoni, due escussi dai consulenti della Commissione e dallo stesso presidente, uno audito in seduta segreta dalla Commissione stessa, e due notizie riservate raccolte dai consulenti. Si trattava di materiale documentale di prima mano funzionale allo sviluppo di successivi approfondimenti investigativi, la cui divulgazione poteva nuocere allo sviluppo degli ulteriori accertamenti. A questa prima circostanza bisogna aggiungere che la divulgazione sui media è avvenuta spesso attraverso un uso sapientemente selezionato di stralci e notizie tale da distorcere il contenuto stesso delle informazioni presenti nei verbali e nei documenti, dandone in pasto all’opinione pubblica una versione finalizzata ad avvalorare ipotesi cospirazioniste che i commissari o i consulenti protagonisti di queste indiscrezioni appoggiavano. In questo modo accanto alla violazione delle regole di riservatezza si è dato corpo anche alla circolazione di fake news, in taluni casi di vere e proprie azioni di depistaggio informativo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Primo episodio</h4>



<p>Il 13 marzo 2015 il deputato Gero Grassi, membro tra i più attivi della Commissione, rivelava l’acquisizione da parte della Commissione di alcune musicassette ritrovate nell’aprile del 1978 in via Gradoli. L’informazione era contenuta in una informativa riservata prodotta dal magistrato Antonia Gianmaria, una consulente che lavorava per la Commissione. La notizia appariva sui maggiori quotidiani, Corriere della sera, Repubblica, Stampa. «Da quel che si conosce dagli atti – spiegava imprudentemente Grassi – erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione, presto ne conosceremo il contenuto e valuteremo la rilevanza per le nostre indagini». L’entusiasmo appena velato di Grassi era dovuto alla convinzione che le audiocassette contenessero gli interrogatori di Moro. Non era affatto vero: i nastri provenivano da tre sequestri avvenuti in epoche diverse nelle basi brigatiste di via Gradoli, via delle Nespole e nell’abitazione di viale Giulio Cesare. Contenevano in prevalenza selezioni musicali, come riferivano i verbali dell’epoca acquisiti successivamente dalla prima Commissione Moro. </p>



<p>All’appello non mancavano cassette: alcune erano vuote, altre contenevano canzoni di Francesco Guccini, Gabriella Ferri, Bob Dylan, Enzo Jannacci, il duo di Piadena, canti rivoluzionari, gli Intillimani, il sax di Fausto Papetti, una – recitava il verbale – era «registrata da ambo le parti in lingua inglese». Altre due cassette ritrovate nel gennaio 1982 all’interno della base del Partito guerriglia di via delle Nespole, ma per un errore iniziale attribuite al sequestro effettuato in viale Giulio Cesare, dove Faranda e Morucci avevano trasferito l’archivio della “Brigata contro” dopo la loro uscita dalle Br, contenevano il messaggio telefonico di un mitomane e le dichiarazioni di una teste (Chiarantano) interrogata da un ufficiale dei carabinieri appartenente ai servizi segreti, Pignero, da cui scaturì l’inchiesta del generale Dalla Chiesa del maggio 1979 contro ambienti della estrema sinistra genovese, accusata ingiustamente di far parte della colonna genovese delle Br. Si trattava di materiale di provenienza processuale e le dichiarazioni della teste erano riportate integralmente sulle pagine di <em>Lotta continua</em> dell’epoca.</p>



<p>Un testo dell’Ansa del 16 marzo 2015, ore 8,27, che riprendeva le affermazioni di Grassi raccoglieva anche le proteste del vicepresidente della Commissione Gaetano Piepoli: «Il riserbo e la prudenza – dichiarava – sono l’unica bussola che la ricerca della verità ha per non smarrirsi nel labirinto delle infinite ipotesi».</p>



<h4 class="wp-block-heading">Secondo episodio</h4>



<p>Per due giorni consecutivi, il 17 e il 18 novembre 2015 sulle pagine di <em>Repubblica</em> il giornalista Paolo Berizzi ebbe modo di riportare ampi stralci del verbale segretato dell’escussione di Raffaele Cutolo, avvenuta il 14 settembre precedente nella sezione 41 bis del carcere di Parma. Le ennesime dichiarazioni dell’ex capo della Nuova camorra organizzata sulla vicenda Moro erano state raccolte dal tenente dei carabinieri Leonardo Pinelli e dal magistrato Gianfranco Donadio, entrambi consulenti della Commissione e che il giorno successivo protocollarono il verbale insieme alle osservazioni e proposte di approfondimento investigativo. Qualche manina interessata farà pervenire due mesi dopo a <em>Repubblica</em> il documento segretato. La vicenda provocò anche una coda polemica: un membro della Commissione, il deputato Fabio Lavagno, denunciò la fuga di notizie in una dichiarazione pubblica sottolineando per altro come fossero riportate in modo distorto. Il giornalista di <em>Repubblica</em> replicò che le fonti che avevano ispirato i suoi articoli erano interne alla Commissione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Terzo episodio</h4>



<p>Il 5 settembre 2017 viene audito dalla Commissione in seduta segreta Pietro Modiano, ex direttore generale di Intesa San Paolo, divenuto nel frattempo presidente della società che gestisce gli aeroporti milanesi. Modiano viene sentito in relazione all’ipotesi di legami tra le Brigate rosse e la ‘ndrangheta calabrese durante il rapimento Moro. Il contenuto dell’audizione era stato anticipato all’Ansa il giorno precedente dal solito Gero Grassi: «Uno dei commissari che ha segnalato la volontà di Modiano di far conoscere quello che apprese anni fa spiega quello che potrebbe essere almeno uno degli elementi rilevanti dell’audizione» scriveva l’Ansa: «Modiano era molto amico di Don Cesare Curioni (il capo dei cappellani delle carceri italiane utilizzato come canale di trattativa con le Br dal Vaticano) e quindi potrebbe rivelare particolari inediti sulla conoscenza che il sacerdote aveva del mondo brigatista. Ricordando anche che Don Curioni era presente all’obitorio quando fecero l’autopsia ad Aldo Moro». Secondo quanto riportato da Gero Grassi nel suo <em>Aldo Moro, la verità negata</em>, Pegasus edizioni 2018, durante l’audizione segreta Modiano avrebbe rivelato che poco dopo l’omicidio Moro il sacerdote suo amico gli avrebbe riferito «che chi ha sparato materialmente è Giustino De Vuono, calabrese». Al netto del gioco di specchi dei <em>de relato</em>, dove amici e conoscenti riportano fantasmagoriche affermazioni di defunti, assolutamente non verificabili, ciò che qui interessa è la circostanza che il contenuto dell’audizione segretata, oltre a essere anticipata appare su due lanci dell’Ansa del 5 settembre, ore 17:37 e in un libro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quarto episodio</h4>



<p>Il 20 Settembre 2017 è lo stesso presidente della Commissione, Giuseppe Fioroni, a rivelare all’Ansa il ritrovamento del corpo di Giustino De Vuono, nonostante l’informazione fosse contenuta in un atto da lui stesso classificato riservato. L’episodio, alquanto surreale, viene raccontato da Fabio Lavagno nel volume, <em>Moro. L’inchiesta senza finale</em>, Edup ottobre 2018, scritto insieme a Vladimiro Satta. A p. 56 si riportano gli stralci essenziali della dichiarazione di Fioroni: «Il Presidente della Commissione d’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro, Giuseppe Fioroni, a proposito della figura del criminale Giustino De Vuono […] rende noto che ‘tramite l’Arma dei Carabinieri è stato possibile stabilire con certezza la sua data di morte e il luogo di sepoltura: De Vuono, ristretto, nel carcere di Carinola dal 16 marzo 1991, venne ricoverato il 1 novembre del 1994 nell’ospedale di Caserta, già operato per aneurisma fissurato, e lì morì il 13 novembre dello stresso anno. La salma di de Vuono venne tumulata nella tomba di famiglia presso il cimitero di Scigliano […]». La figura di De Vuono, come abbiamo visto, è ritenuta centrale da alcuni narratori complottisti. A loro avviso infatti era presente in via Fani e sarebbe stato l’esecutore materiale dell’uccisione di Moro, per questo aiutato dai Servizi ed esfiltrato all’estero. Da qui le strenue ricerche condotte dalla Commissione per infine ritrovarlo inumato in un paesino della provincia di Cosenza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Quinto episodio</h4>



<p>Il 17 marzo 2016 Francesca Musacchio sul <em>Tempo</em> riportava ampi stralci del verbale segretato di escussione che Angelo Incandela, ex maresciallo delle guardie di custodia del supercarcere di Cuneo, aveva rilasciato dieci giorni prima, il 7 marzo, nei locali della questura di Torino davanti al presidente della Commissione Giuseppe Fioroni e al consulente Guido Salvini (p. 200 della relazione sull’attività svolta dalla Commissione, dicembre 2017). Incandela avrebbe riferito di un incontro con il generale Dalla Chiesa, presente anche Pecorelli, e poi di carte che il generale gli avrebbe chiesto di nascondere all’interno del carcere e successivamente ritrovare con una perquisizione camuffata. L’ex maresciallo lasciava intendere che si trattasse del memoriale Moro o di parte di esso ritrovato dagli uomini del generale in via Monte Nevoso a Milano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo strabismo investigativo della procura e la caccia al reato</h4>



<p>Dopo cinque anni di assoluta inerzia davanti alle continue fughe di notizie provenienti dall’interno della Commissione Moro 2, alla fine del 2020 la procura di Roma si è improvvisamente interessata ad alcune mie email. Si trattava dell’invio a una cerchia ristretta di persone di alcune pagine della prima bozza di relazione annuale nelle quali si affrontava l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo. La trasmissione era avvenuta l’8 dicembre 2015, meno di 48 ore prima della sua pubblicazione ufficiale. Secondo la procura quella spedizione costituiva una fuoriuscita di documentazione riservata, nonostante fosse di natura ben diversa rispetto ai documenti segretati resi pubblici nei cinque episodi prima descritti. La relazione è un testo politico, sottoposto a emendamenti e voto finale, che riassume per sommi capi audizioni – già pubbliche – e l’indirizzo delle indagini intrapreso dalla Commissione, non un verbale di interrogatorio o una relazione su indagini in corso scritta dai consulenti.</p>



<p>L’inchiesta della procura partiva da una serie di informative della Polizia di prevenzione realizzate dopo una lunga attività investigativa, nata almeno un paio di anni prima e scaturita dal monitoraggio dei rifugiati politici degli anni ‘70. In un rapporto del novembre 2020 la Dcpp ipotizzava la presenza del reato di <em>rivelazione di segreto d’ufficio</em> (326 cp), accusa mossa contro ignoti. In un nuovo rapporto del mese successivo venivo identificato come il responsabile della divulgazione di questo materiale e contemporaneamente veniva modificato il titolo del reato da rivelazione di segreto d’ufficio a <em>favoreggiamento</em> (378 cp). Dopo le dichiarazioni del presidente della defunta Commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, sentito come teste informato, il pubblico ministero titolare dell’inchiesta introduceva una nuova imputazione: <em>associazione sovversiva con finalità di terrorismo </em>(270 bis) a corredo del favoreggiamento. Nello scorso mese di luglio, il tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sulla legittimità del sequestro del mio materiale d’archivio, dei miei strumenti di lavoro e dei documenti e materiali amministravi, sanitari e scolastici dei miei figli, avvenuto l’8 giugno precedente, riteneva la sottrazione del materiale legittima se inquadrata sotto un diverso titolo di reato: la <em>rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità</em> (262 cp), smontando di fatto il quadro accusatorio disegnato della procura. Nel giro di 8 mesi ho così assistito alla successione di ben quattro imputazioni per un unico episodio. Questa difficoltà nell’inquadrare giuridicamente il presunto fatto-reato addebitatomi rivela quanto sia fragile e pretestuosa l’inchiesta condotta dalla Polizia di prevenzione e dalla procura di Roma che con tutta evidenza mira ad altro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le insinuazioni del Presidente della Commissione Moro 2</h4>



<p>Tra i contatti a cui avevo inviato alcune pagine della bozza di relazione, tutti legati al lavoro di ricerca storica che stavo conducendo insieme a Marco Clementi e Elisa Santalena in vista della pubblicazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse e del sequestro Moro uscito nel 2017 (<em>Bri</em><em>gate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera</em>, edizioni DeriveApprodi), erano presenti persone coinvolte nel sequestro. Si trattava di ex militanti delle Brigate rosse a cui avevo chiesto di vagliare il capitolo della “Relazione” e fornire la propria versione dei fatti, spunto da cui partire per una ricostruzione minuziosa poi sfociata in un capitolo del libro.</p>



<p>Nel corso della sua testimonianza Giuseppe Fioroni aveva insinuato un diverso scenario, sostenendo che fossero le informazioni contenute nella bozza il vero movente della divulgazione anticipata. Secondo l’ex presidente, le indagini condotte dalla Commissione sulla possibile presenza di un garage compiacente o di una base dei sequestratori nei pressi della zona di via Licinio Calvo, avrebbero messo in allarme l’ambiente degli ex brigatisti. Da qui l’insinuazione che la diffusione in un circuito ristretto di quelle pagine non fosse dettata da ragioni di polemica storica, ovvero l’intenzione di contrastare le ricostruzioni dietrologie promosse dalla Commissione perché travisavano i fatti, ma dalla necessità di carpire notizie in anticipo (48 ore sic!) sulla direzione delle indagini. Io sarei stato dunque una sorta di agente infiltrato!</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il capitolo su Licinio Calvo non conteneva anticipazioni <strong>o notizie riservate</strong></h4>



<p>Fioroni tuttavia dimentica di dire che il capitolo su via Licinio Calvo non conteneva notizie riservate ma fantasie ampiamente note. Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò già nel dicembre 1978 un articolo della rivista glamour <em>Penthause</em>, divenuta una delle maggiori referenze della Commissione Fioroni. Soprattutto entrò nella sfera giudiziaria quando il pm Amato raccolse questa voce durante le udienze del primo processo Moro. Successivamente se ne occupò la prima Commissione Moro e la leggenda fu ripresa nella pagine del libro di Sergio Flamigni, <em>La tela del ragno</em>, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica. Alla luce di questi precedenti, con buona pace del povero Fioroni, l’allarme tra gli ambienti vicini ai brigatisti sarebbe dovuto scattare diversi decenni prima.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il presunto favoreggiamento</h4>



<p>C’è un altro aspetto davvero singolare di questa vicenda che merita di essere sottolineato: nelle informative della Polizia di prevenzione mi viene contestato di aver riportato nelle pagine del libro dedicate a via Fani solo parte di quanto contenuto nelle email intercorse tra me e uno dei partecipanti al rapimento Moro. Ad avviso dei funzionari di polizia avrei trattenuto dei passaggi che avrebbero consentito di attenuare il ruolo di Alvaro Loiacono Baragiola nella vicenda. Affermazione davvero ardita perché oltre a non esser vera in punto di fatto, nel volume si ricostruisce nel dettaglio – come mai era avvenuto in precedenza – il ruolo avuto da “Otello” in via Fani; dal punto di vista giuridico (che poi è l’argomento dirimente in questa circostanza) l’eventuale difesa di una persona, per giunta condannata in via definitiva per quei fatti, non comporta alcun favoreggiamento penale. Altrimenti quanti scrittori o giornalisti che hanno scritto libri o preso le difese pubbliche di un imputato o di un condannato avrebbero dovuto essere accusati di favoreggiamento? Mi pare superfluo ricordare che l’intento del mio lavoro non era quello di difendere o condannare qualcuno ma ricostruire, il più fedelmente possibile, contesto e dinamica dei fatti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">«Chi controlla il passato controlla il futuro»</h4>



<p>La vera questione che questa indagine solleva è l’inaccettabile intromissione del Ministero dell’Interno e della procura della Repubblica nel lavoro complicato e complesso di ricostruzione del passato. In una delle ultime relazioni dei servizi di sicurezza (2019) si puntava l’indice contro la ricerca storiografica indipendente sugli anni ‘70. A preoccupare gli apparati era la presenza di una lettura non omologata di quel periodo, etichettata come «propaganda», rispetto alle versioni storiografiche ufficiali. Il pericolo – scrivevano gli estensori del testo – è quello di «tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti», un «impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”» che – sempre secondo i Servizi – rischia di trovare consensi «nell’uditorio giovanile».</p>



<h4 class="wp-block-heading">Siamo un Paese dove polizia e magistratura pretendono di decidere cosa un ricercatore debba scrivere in un libro</h4>



<p>Nonostante il quasi mezzo secolo trascorso gli anni ‘70 fanno fatica a ritagliarsi un posto nella storiografia, suscitando ancora grossi timori in settori di peso delle istituzioni che pretendono di mantenere una tutela etica su quel periodo, estendendo all’infinito la logica dell’emergenza antiterrorismo fino a occupare il campo della conoscenza del nostro passato. Da alcuni anni è venuto meno il monopolio delle fonti sugli anni ‘70, un accesso più fluido alla documentazione (direttiva Prodi e Renzi) ha democratizzato la ricerca storica, in passato nelle mani della magistratura e delle commissioni parlamentari con la loro scia di consulenti e periti. Agli apparati, come ai dietrologi, tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte aveva messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a negare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia, secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita a una sorta di nuovo negazionismo storiografico. Recintare lo spazio storiografico degli anni ‘70, stabilire chi può fare storia, è l’obiettivo di fondo di questa inchiesta giudiziaria.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://insorgenze.net/2017/10/23/la-commissione-moro-inciampa-ancora-falso-il-documento-su-casimirri/" target="_blank">https://insorgenze.net/2017/10/23/la-commissione-moro-inciampa-ancora-falso-il-documento-su-casimirri/</a> </p>
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		<title>Se fare storia è un reato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/se-fare-storia-e-un-reato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[Paginauno ha pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti</p></blockquote>



<p><em>L’8 giugno scorso, su mandato della Procura di Roma, la polizia ha sequestrato a Paolo Persichetti il suo archivio. L’intero archivio di lavoro costruito in anni. L’accusa è di “divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro”, accusa associata al reato di favoreggiamento e al reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (!). Sia in merito al sequestro che ai reati sollevati, l’azione della Procura di Roma è surreale e inammissibile, oltre a sapere di atto intimidatorio. Persichetti è oggi il più competente studioso del caso Moro e il suo archivio probabilmente il più approfondito; da anni, nella veste di storico, attraverso articoli e libri, documenti e fonti alla mano, Persichetti smonta complottismi e dietrologie costruiti intorno al rapimento Moro, facendo pian piano luce. Senza l’archivio non può continuare a farlo.Se i reati sollevati sono, come sembra e ipotizza lo stesso Persichetti, “reati chiavistello” per poter agire con strumenti di indagine più invasivi – per esempio lo stesso sequestro dell’archivio – le domande da porsi sono: la ricerca storica, in Italia, è controllata dalla magistratura? Sono i processi giudiziari e/o le Commissioni parlamentari a dover consegnare una ‘Verità di Stato’ che nessun studioso deve porre in discussione? Quanto pesa ancora oggi la vicenda Moro? Paginauno ha già pubblicato, sul sito online e nella rivista cartacea, articoli di Paolo Persichetti sul caso Moro, e continueremo a farlo. Qui <a href="https://rivistapaginauno.it/quando-moro-chiese-aiuto-alla-cia-per-contrastare-le-brigate-rosse/" data-type="post" data-id="4973" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ne pubblichiamo un altro</a>, anticipato dall’articolo con cui lo stesso Paolo Persichetti ha reso pubblico il sequestro subìto, sul suo blog</em> <a rel="noreferrer noopener" href="https://insorgenze.net/" target="_blank"><em>Insorgenze.net</em></a><em>.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. </p>



<p>Un tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di <em>telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale</em>. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.</p>



<p>La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.</p>



<p>L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.</p>



<p>Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.</p>



<p>Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni &#8217;70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.</p>



<p>Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.</p>



<p>Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.</p>



<div class="wp-block-buttons is-layout-flex wp-block-buttons-is-layout-flex"></div>
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		<title>Quando Moro chiese aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/quando-moro-chiese-aiuto-alla-cia-per-contrastare-le-brigate-rosse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021) Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<p class="has-drop-cap">Aldo Moro era convinto che il terrorismo non avesse solo un carattere politico ma anche una dimensione internazionale. Pochi mesi prima del suo rapimento, in un incontro avvenuto nello studio di via Savoia con l’ambasciatore degli Stati Uniti Richard Gardner, affrontò la questione sostenendo che il fenomeno della lotta armata era «probabilmente sostenuto dall’Est, forse dalla Cecoslovacchia». Aggiunse che il terrorismo italiano e tedesco erano «profondamente legati» e mossi da un medesimo disegno: «Minare le società democratiche sulla frontiere Est-Ovest». </p>



<p>Contrariamente a quel che si ritiene oggi, Moro era convinto che lo sviluppo delle azioni dei gruppi armati avrebbe rafforzato gli obiettivi di governo del Pci: «Un’escalation incontrollata dell’ordine pubblico» – affermava lo statista democristiano – avrebbe reso impossibile ogni opposizione alle richieste, che provenivano dalle «public demands», di «inclusione» e «partecipazione del Pci al governo per porre fine alla violenza» e «ristabilire l’ordine pubblico». Argomenti che spinsero Moro a esortare gli Stati Uniti affinché assumessero «un ruolo attivo nel combattere il terrorismo», chiedendo a Gardner una «maggiore assistenza e cooperazione» da parte dell’intelligence statunitense con i servizi di sicurezza italiani» (1).</p>



<p>A scriverlo è lo storico Giovanni Mario Ceci nel volume <em>La Cia e il terrorismo italiano. Dalla strage di piazza Fontana agli anni Ottanta (1969-1986)</em> (Carocci 2019). I report dell’agenzia di Langley, dell’ambasciata Usa a Roma e di altri attori dell’amministrazione statunitense, che l’autore cita nel libro, ribaltano l’attuale vulgata <em>mainstream </em>sulle ragioni complottiste che avrebbero portato al rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, sgretolando la convinzione stratificata da decenni di un sequestro sponsorizzato e supervisionato, addirittura con l’apporto diretto di forze esterne al mondo brigatista, per impedire l’alleanza tra Dc e Pci e l’entrata di quest’ultimo nel governo. </p>



<p>Nell’incontro del 4 novembre del 1977, lo statista democristiano fece capire agli americani che l’unico vero modo che avevano per arrestare la progressione elettorale del Pci e le sue ambizioni governative era intervenire su quelle che, a suo avviso, erano le matrici della sovversione interna italiana, ovvero la strategia di destabilizzazione della società che avrebbe trovato sostegno nelle interferenze sovietiche. Attività che, secondo Moro, non era finalizzata a sabotare l’avvicinamento del Pci all’area di governo ma semmai a favorirla rafforzando la sua immagine di unica forza politica in grado di salvare le istituzioni calmierando le spinte antisistema dei movimenti sociali ed esercitando la sua capacità di forza d’ordine&#8230;</p>



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		<item>
		<title>Il Pci, Moro e gli amici americani</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-pci-moro-e-gli-amici-americani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:15:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[pci]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[I contatti, la “diplomazia delle conferenze”, il viaggio negli USA di Napolitano e il mancato viaggio di Berlinguer]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I contatti, la “diplomazia delle conferenze”, il viaggio negli USA di Napolitano e il mancato viaggio di Berlinguer</p>
</blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Maggio 1978, il viaggio mancato di Berlinguer negli Usa</h4>



<p>Nel luglio del 1977 la nuova Amministrazione Carter autorizza l’apertura di un ufficio di corrispondenza de <em>l’Unità</em> a Washington. La direzione del giornale in accordo con quella del Pci inviò sul posto un giornalista di provata esperienza, Alberto Jacoviello, che oltre al ruolo di corrispondente svolse nei fatti anche quello di ambasciatore del Pci in ambienti accademici e politici (1). L’ambasciatore Usa in Italia, Richard Gardner, rivendicò per sé questo passo: “Fin dai miei primi mesi come ambasciatore ero riuscito a convincere Washington ad approvare l’apertura di un ufficio dell’‘Unità’ nella capitale statunitense” (2). Un lavoro che cominciò a dare presto i suoi frutti: il 18 novembre 1977 giunse alla sezione Esteri del Pci una lettera dal Dipartimento di scienze politiche dell’università di Yale. Su sollecitazione della professoressa Yasmine Ergas, intenzionata a tradurre il libro di Enrico Berlinguer, <em>La politica internazionale dei comunisti italiani </em>(3), il professor Joseph La Palombara (4) chiedeva se il segretario del Pci fosse disponibile a scrivere una prefazione per la traduzione americana. La missiva era in realtà un buon pretesto per sondare nuovamente le intenzioni del segretario comunista sulla possibilità di un suo viaggio negli Stati Uniti. La Palombara chiedeva anche se Berlinguer potesse prendere in considerazione un invito, del quale non abbiamo però altra fonte o conferma, formulato un po’ di tempo prima dalla sua università per recarsi a Yale come “Chubb Fellow”, una posizione di prestigio per i conferenzieri propria della Yale University. Questa posizione, proseguiva La Palombara, “è la formula con la quale Santiago Carrillo è stato qui questa settimana e sono certo che potrà dire che è una formula ideale” (5). </p>



<p>Invitato per un ciclo di conferenze, il segretario dei comunisti spagnoli Santiago Carrillo era giunto a Yale quattro giorni prima, il 14 novembre 1977, tenendo una serie di incontri durante i quali aveva evitato di presentarsi come “ambasciatore dell’eurocomunismo” per non irritare eccessivamente il Pcus. Nonostante questa precauzione riuscì lo stesso a suscitare scalpore, in Spagna e in Europa, dichiarando – senza aver prima consultato nessun altro dirigente del suo partito – che il Pce non era più “leninista”. L’affermazione colpì favorevolmente Brzezinski, il quale compilò una sua personale classifica di affidabilità, ritenendo i comunisti italiani e francesi destalinizzati, a differenza dei portoghesi, ma ancora troppo leninisti (6).</p>



<p>Nel resto della sua lettera, La Palombara spiegava di non voler minimizzare “i problemi concernenti le norme e la realizzazione di questo tipo di visita […]. Naturalmente ci vorrà un certo tempo, una considerevole riflessione ed una accurata preparazione per sistemare tutto in modo che sia soddisfacente per Berlinguer. Il mio parere è che tale visita potesse coincidere con l’uscita qui del libro di Berlinguer. Per favore, può seguire questa questione e farmi sapere quale sia il Suo pensiero per risolverla?” (7).   </p>



<p>La lettera di La Palombara ha una indubbia rilevanza storiografica: scopriamo infatti che erano ben due i dirigenti del Pci invitati negli Stati Uniti. La circostanza solleva interessanti interrogativi poiché il visto finale lo ottenne solo Napolitano, responsabile della politica economica del Pci, e non il segretario generale Berlinguer. La proposta di La Palombara si arenò perché un secondo invito per tenere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti programmato per il mese di maggio 1978 pervenne a Berlinguer l’8 febbraio 1978 da una seconda sede, la New York University. La lettera, indirizzata al responsabile dell’ufficio Esteri del Pci Segre, era firmata da Norman Birnbaum, sociologo dell’Amherst College ed esponente dell’ala sinistra del partito democratico statunitense. L’invito, era stato preceduto da un incontro a gennaio con lo stesso Segre (8). Secondo Pons, che dedica alla vicenda un succinto commento, il viaggio di Berlinguer non ebbe luogo “forse a causa dell’affare Moro” (9). Se è probabile che l’esito mortale del sequestro e gli effetti che produsse sul quadro politico abbiano indotto Berlinguer a rinunciare al viaggio, dagli archivi del Pci emergono anche segnali di una certa prudenza verso l’invito di Birnbaum. Franco Calamandrei, senatore e membro della Commissione esteri, che ebbe modo di incontrare l’universitario americano il 19 gennaio 1978, scrisse in una relazione inviata al partito che il docente era stato “indicato fra i tanti più o meno collegati con la Cia” (10). Una voce, più che un’informazione, fin troppo generica ma forse sufficiente per consigliare prudenza.</p>



<p>Anche altre circostanze invitarono alla cautela, come la collocazione politica del docente, molto critica nei confronti dell’Amministrazione Carter, situazione che poteva sollevare problemi di opportunità diplomatica per una viaggio così delicato. Resta senza risposta, invece, l’esito infruttuoso dell’invito di La Palombara e a oggi non sappiamo se fu una scelta autonoma dell’Amministrazione Usa, che ritenne di selezionare l’esponente del Pci considerato più affidabile (Giorgio Napolitano), oppure una decisione interna al gruppo dirigente comunista.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-black-color has-text-color has-link-color wp-elements-9935a9c9a56da1f3362c4c53d2a2dfca">Il Pci e gli amici americani</h4>



<p>Dalla metà degli anni Settanta il Pci e l’ambasciata americana avviano una sorta di ‘politica dei contatti’, una tessitura che passava attraverso relazioni di vario livello, soprattutto riservate, in alcune circostanze molto formali anche di natura pubblica, con esponenti della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Eurocomunismo e compromesso storico, le due novità politiche introdotte da Berlinguer, avevano dato al Pci un rilievo internazionale attorno al quale ruotava l’inevitabile attenzione e l’interesse delle cancellerie occidentali, per capire meglio i possibili sviluppi della situazione, adeguarsi alla possibile entrata nel governo del più importante partito comunista d’Occidente, che alle elezioni regionali del 1975 aveva compiuto un balzo di 5 punti, minacciando il primato trentennale della Dc.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il rapporto Boies</h4>



<p>Proprio nel 1975 fu preparata una relazione, nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e forse funzionario della Cia sotto copertura, nella quale si prospettava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. L’opinione però era in contrasto con le convinzioni del segretario di Stato, Henry Kissinger, e per queste ragioni non produsse effetti immediati; tuttavia, come ha spiegato il professor Joseph La Palombara, era condivisa da molti (11). D’altronde, prosegue La Palombara, “vari personaggi che all’epoca testimoniarono al Congresso sul ‘caso Italia’ ne erano convinti, e le elezioni del 1976 confermarono l’onda lunga comunista. Scrissi in quel momento che m’aspettavo anch’io il Pci al governo, ma non da solo e non senza problemi” (12). La Cia sosteneva la necessità di aprire rapporti con il Pci e di individuarne gli interlocutori giusti in vista di un suo probabile accesso al governo e l’analisi di Boies era frutto di un lavoro protratto nel tempo: il 13 agosto 1974, infatti, Sergio Segre, responsabile della sezione Esteri del Pci, aveva già riferito a Berlinguer di alcuni incontri avuti con Boies poco tempo prima del suo rientro negli Stati Uniti. In procinto di lasciare l’ambasciata, Boies aveva quindi presentato a Segre il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel corso di quell’incontro – riferisce Segre – il nuovo primo segretario dell’ambasciata Usa aveva ritenuto maturi i tempi di “un dialogo fruttuoso” tra le parti “superando le barriere di questi anni” (13).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La politica dei contatti</h4>



<p>Prima del 1975, scrive Silvio Pons, Segre era stato il solo esponente del Pci ammesso ad avere rapporti con l’ambasciata americana (14), ma dal 1975 anche Luciano Barca entrò a far parte di quella dinamica. E fu proprio Barca a raccontare per primo l’incontro tra un membro della Direzione del Pci ed emissari del governo degli Stati Uniti: “Nel giugno del ‘75, per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Weenick, con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del Pci, prende contatto con me (ovviamente autorizzato da Berlinguer). È la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del Pci, anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. In realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano. </p>



<p>Poiché gli incontri cominciarono a essere periodici e a entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre a Weenick la necessità di incontrare, prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta, membro della Segreteria e nostro ‘ministro degli Esteri’. La richiesta spaventò evidentemente l’ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito a pranzo da Piperno (noto ristorante situato nel Ghetto a Roma, <em>n.d.a.</em>). Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: «Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli Esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me». Così è iniziato l’incontro, e Weenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo” (15).</p>


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<figure class="alignleft size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="280" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/08/1-3.jpg" alt="" class="wp-image-5293"/></figure>
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<p>Alla vigilia del primo incontro Barca aveva cercato di capire se il funzionario dell’ambasciata americana fosse un uomo della Cia: “Mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca, a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici” (16). Che Weenick fosse veramente un agente sotto copertura della Cia incaricato di raccogliere da fonti dirette informazioni sulla evoluzione del Pci non è del tutto certo (ed è anche secondario), e anni dopo Barca ricevette una diversa informazione che situava il funzionario alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Ciò che risulta rilevante sul piano storico è il fatto che due importanti dirigenti del Pci, su mandato del segretario e della sezione Esteri del partito, si incontrarono per diverso tempo con un funzionario che consapevolmente ritenevano essere un membro dell’agenzia di intelligence Usa.</p>



<p>L’esito degli incontri fu molto positivo, tanto che poi “sono cominciati ad arrivare altri americani, anche quelli della Exxon tra gli altri, tutti in cerca di assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica: non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava. Molti rappresentanti di gruppi americani, forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica, apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità (1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito” (17).</p>



<p>Tra i cablo inviati dalla sede diplomatica romana al Dipartimento di Stato ce n’è uno del 2 maggio 1978 che riferisce il risultato di una delle conversazioni periodiche che Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che “l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro” e ha “fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra”. “Sin dal rapimento – sono le parole di Barca riportate nel cablo – nel corso dell’ultimo anno il Pci ha consegnato al ministero degli Interni informazioni anche su alcuni nostri amici che riteniamo stiano partecipando a gruppi delle Br presenti in certe aziende come Sip e Siemens”. Alle osservazioni del funzionario che lamenta un articolo di Macaluso apparso su l’Unità nel quale si suggerisce il coinvolgimento della Cia nel rapimento Moro, Barca replica: “La direzione del Pci ha ordinato, a lui e altri, di astenersi dal ripetere tali accuse senza fondamento poiché il Pci non ha alcun elemento che possa suggerire un coinvolgimento della Cia nel rapimento” (18).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Carter e “la diplomazia delle conferenze”</h4>



<p>Con l’arrivo alla Casa Bianca di Jimmy Carter, nel gennaio 1977, trovò nuovo slancio la “diplomazia delle conferenze” ossia l’idea di ricorrere alla politologia come arma diplomatica, invitando negli Usa gli esponenti dell’Eurocomunismo a tenere dei cicli di lezioni nelle università. Sostenere lo sganciamento dei partiti comunisti occidentali dalla sfera d’influenza sovietica rientrava nella strategia americana, che mirava a rafforzare le spinte di dissenso all’interno del campo socialista. “Prima di fare una richiesta formale all’Amministrazione abbiamo comunque sondato l’ambiente”, racconta La Palombara: “Cyrus Vance [il nuovo segretario di Stato] lo conoscevo da prima, in qualità di membro del consiglio d’amministrazione della Yale University. ‘Zibig’ Brzezinski, che ora era consigliere per la Sicurezza nazionale, avrebbe già potuto dirci se l’idea era ok”.</p>



<p>Anche il presidente Carter era informato, spiega La Palombara, “perché Brzezinski non era certamente in grado, da solo, di mutare la politica dei visti ai dirigenti comunisti. A tal fine, inoltre, occorreva un lavoro di preparazione con il Congresso americano, e con i nostri sindacati, Afl-Cio, da sempre ferocemente anticomunisti. Insomma non bastava che Brzezinski bussasse allo studio ovale, soprattutto dopo le elezioni italiane del 1976” (19). Tra coloro che si attivarono per creare un canale di comunicazione tra la nuova Amministrazione statunitense e il Pci troviamo Franco Modigliani, futuro premio Nobel per l’economia, che venne più volte consultato dal Dipartimento di Stato sulla situazione economica e politica italiana. Questi aveva consigliato l’apertura al Pci e alla Cgil, ritenuti i soli in grado di arginare la protesta sociale e far accettare i sacrifici richiesti. Nel corso del 1976 aveva più volte incontrato Napolitano, in quel momento responsabile del settore economico del Pci (20).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La diplomazia personale di Giorgio Napolitano</h4>



<p>Nel novembre del 1976, dunque prima dell’insediamento ufficiale di Carter, giunse in visita a Roma il senatore Ted Kennedy. Sembrò l’occasione ideale per un incontro con un esponente del Pci, o almeno questa era la convinzione di Napolitano che, sia pur privo di incarichi nella politica estera del partito, fece di tutto per accreditarsi. L’entourage del senatore Kennedy agì in modo prudente e sotto stretta osservazione dell’ambasciata, che riferiva ogni suo movimento al Dipartimento di Stato. Oltre al presidente della Repubblica Leone, al presidente del consiglio Andreotti e al presidente della Fiat Gianni Agnelli, i politici ammessi agli incontri ufficiali furono solo i segretari della Dc, Zaccagnini, e del Psi, Craxi. Il responsabile dell’ufficio Esteri del Pci, Sergio Segre, ricevette un invito unicamente per la cena di cortesia insieme ad altri trenta ospiti. Kennedy non volle che l’evento fosse fotografato e l’ambasciatore Volpe riportò a Kissinger ogni minimo dettaglio, anche la disposizione a tavola degli invitati. In quella circostanza, riferisce Volpe in un documento stilato per il Segretario di Stato, “ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato” (21). Una dimostrazione della pervicacia del personaggio e della propensione a tessere una sua diplomazia personale accanto a quella del partito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La politica di “non interferenza, non indifferenza”</h4>



<p>Nel marzo del 1977 arrivò da parte della nuova Amministrazione democratica un primo prudente segnale di cambiamento: il Segretario di Stato Vance e il ministro del Tesoro Michael Blumenthal stilarono un memorandum per il presidente dove si tracciavano le linee della cosiddetta politica di “non interferenza, non indifferenza”, riguardo alla scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Nello stesso documento si davano indicazioni meno rigide sui visti d’ingresso da rilasciare ai dirigenti del Pci e si fornivano nuove direttive sulla “politica dei contatti” da tenere con gli esponenti di quel partito. Era questo il quadro all’interno del quale doveva operare il nuovo ambasciatore scelto da Washington: Richard N. Gardner, giovane avvocato e professore di diritto internazionale alla Columbia University (22).</p>



<p>Divisa al suo interno su quelli che sarebbero stati gli sviluppi della situazione politica italiana, l’Amministrazione statunitense assumeva una posizione di prudenza, e apparentemente attendista, che in sostanza chiedeva al Pci di fornire le conferme del proprio mutato atteggiamento in politica internazionale, dando prova della propria affidabilità, prima di essere chiamata ad assumere una diversa posizione nei suoi confronti. Gardner aveva il compito di svolgere, come vedremo, questa “politica degli esami”, un delicato lavoro di approfondimento e verifica. “Ricevemmo dettagliate istruzioni dal Dipartimento di Stato – scriverà nelle sue memorie – che consentivano un approfondimento dei contatti con il Partito comunista”, estese anche a funzionari del Pci con o senza incarichi pubblici ma con modalità che non suscitassero “l’impressione che i comunisti avessero improvvisamente guadagnato il favore americano”. Fu così che Martin Weenick, il funzionario addetto ai rapporti con il Pci che aveva già contatti regolari con Sergio Segre e “occasionali con altre tre o quattro persone”, poté “vedere anche membri di spicco della segreteria del partito, come Pajetta e Napolitano” (23).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ramificazione dei contatti tra esponenti Pci e funzionari dell’ambasciata</h4>



<p>L’estensione e l’approfondimento di queste relazioni fu tale che, racconta sempre l’ambasciatore, in un bilancio “della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale” (24). A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: “Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse”.</p>



<p>Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1° aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro. “Il Console ha osservato – scrive Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie”.</p>



<p>Nel luglio successivo il console approfondì i suoi contatti incontrando “due dozzine di funzionari Pci” della Lombardia arrivando alla conclusione che il “Pci in questa regione ha attraversato dei cambiamenti fondamentali” fino al punto da “far dire a molti responsabili locali sostanzialmente onesti che essi sostengono il modello di democrazia occidentale, inclusa la lealtà a Comunità europea e Nato”. Il giudizio tuttavia non era condiviso dall’ambasciata di Roma che in un cablo del 19 luglio parlava di “conclusioni troppo ottimistiche” che a giudizio dell’ambasciatore Gardner non trovavano riscontro tra i dirigenti nazionali del partito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Basta con la Dc”, il dibattito in via Veneto</h4>



<p>Il 3 marzo Allen Holmes, vice di Gardner e soprattutto Deputy Chief of Mission, ovvero diplomatico più alto in grado in via Veneto – perché Gardner era un ambasciatore di nomina politica – firmò un telegramma di undici pagine intitolato <em>A dissenting of American politicy in Italy</em> nel quale mostrava di dissentire radicalmente dalla politica estera statunitense condotta fino a quel momento in Italia. Il testo metteva in forma un’opinione minoritaria ma presente nell’Amministrazione Carter, che riteneva ormai superata “l’attitudine interventista” e la convinzione che l’Italia dovesse ancora essere considerata “una nazione a sovranità limitata”. Il diplomatico suggeriva a Washington una “revisione politica che deve affrontare i fatti”, i quali mostravano che l’alleanza con i democratico-cristiani aveva comportato “diversi svantaggi”, trasformando l’America in “un fattore della politica interna italiana” che “ci porta a sminuire i fallimenti della Dc e a sopravvalutare la sua capacità di autoriformarsi”. </p>



<p>Il bilancio, secondo Holmes, era fallimentare: “Dovremmo essere onesti e ammettere che la perpetuazione al potere di un singolo partito non significa avere una democrazia sana” e che se in trent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a “rafforzare la democrazia in Italia farebbero bene a lasciar perdere”. Per il vice di Gardner andava rivisto “l’immutabile atteggiamento rispetto al Pci che invece sta cambiando”; a suo avviso l’Amministrazione Usa era ferma “alle analisi del 1950 che lo descrivevano come il partito dei poveri mentre l’arricchimento della popolazione ha portato a un suo rafforzamento” e “la tradizione rivoluzionaria del Pci non è quella russa, i comunisti italiani non sanno nulla del comunismo russo e i suoi leader sono intellettuali marxisti dell’Ovest non dell’Est”. Per il Deputy Chief di via Veneto, “la collaborazione con il governo Andreotti dal 1976, gli atteggiamenti responsabili sull’ordine pubblico, le posizioni moderate sull’economia, la formale accettazione della Nato e della Comunità europea, il discorso di Berlinguer al XIV Congresso del partito e la decisione della Cgil di abbandonare l’Organizzazione internazionale del lavoro [non potevano essere considerate] operazioni di facciata”<em>.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Il viaggio negli Usa di Napolitano, in pieno sequestro Moro</h4>



<p>“Come sapete, qualche mese fa ho ricevuto e ho accolto in linea di massima l’invito di alcune università a recarmi negli Stati uniti per un giro di conferenze e seminari nella prima metà del mese di aprile”. A scrivere è Giorgio Napolitano in una lettera indirizzata il 2 febbraio 1978 alla segreteria del suo partito. Più avanti nel testo il dirigente comunista entra nei dettagli della preparazione e della organizzazione del viaggio: “In particolare il prof. La Palombara alcune settimane or sono mi ha detto di aver parlato personalmente con l’ambasciatore Gardner e di aver ricevuto assicurazioni in proposito. Accenni nello stesso senso mi ha fatto il professor Modigliani, venuto ancor più di recente in Italia. Infine avevo parlato anche io, come alcuni compagni sanno, col primo segretario dell’ambasciata americana, il quale mi aveva solo raccomandato di avanzare per tempo la richiesta del visto. Se voi siete d’accordo, io dunque inoltrerei senz’altro la richiesta del visto e preciserei alle università che mi hanno invitato, il mio periodo di soggiorno negli Stati uniti che dovrebbe cominciare il 4 o 5 aprile e durare una quindicina di giorni. Si tratta infatti di trascorrere due o tre giorni in ciascuna delle tre università che mi hanno invitato (Princeton, Yale, Harvard) e di avere inoltre alcuni giorni per contatti, discussioni ecc. che è possibile avere a New York e a Washington. Per quanto riguarda questa possibilità di incontri fuori dal giro delle università, ho preso accordi con Jacoviello quando è venuto a Roma e posso fare affidamento su diversi altri amici e canali negli Stati Uniti. Avremo comunque tempo di parlare nel merito dell’atteggiamento da tenere nel corso delle discussioni che potrò avere negli Stati Uniti” (25).</p>



<p>Napolitano lavorava da almeno tre anni a questo appuntamento con un impegno e uno zelo personale che lasciano trapelare il desiderio di accreditarsi in tutti i modi come l’interlocutore privilegiato di quell’avvicinamento a Ovest (vedi i ripetuti tentativi di accreditarsi al ricevimento dato da Ted Kennedy durante la sua visita a Roma nel novembre 1976), a cui la segreteria di Berlinguer stava lavorando da quando aveva preso in mano le redini del Pci. Convinto di essere giunto nell’anticamera del governo sulla spinta di una progressione elettorale che sembrava inarrestabile, il vertice comunista riteneva fondamentale, per poter compiere indenne il passo finale, ottenere l’avallo dell’Amministrazione statunitense.</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Se il Pci ottiene un attestato di rispettabilità dagli Usa, la vittoria elettorale sarebbe inevitabile”</h4>



<p>Già nel 1975 era pervenuto a Giorgio Napolitano un primo invito a recarsi negli Stati Uniti per tenere un ciclo di conferenze promosso dallo stesso Centro studi che poi lo avrebbe invitato di nuovo nel 1978. In quell’occasione non fu possibile dare seguito alla richiesta, in quanto il Dipartimento di Stato gli negò il visto, così come lo negò a Segre, che stava per recarsi a Washington con una delegazione dell’Istituto Affari Internazionali. Per protesta l’intera delegazione (compreso Gianni Agnelli) rinunciò al viaggio (26). L’incidente si risolse nel novembre quando Segre e Franco Calamandrei poterono infine entrare negli Usa come membri di una delegazione dell’Unione interparlamentare guidata da Giulio Andreotti, che svolse il ruolo di garante.</p>



<p>A individuare la figura di Napolitano era stato un piccolo gruppo di accademici che comprendeva, oltre al citato La Palombara, Stanley Hoffmann di Harvard, Nick Wahl di Princeton e Zbigniew Brzezinski, docente alla Columbia University, esponente della commissione Trilateral e futuro consigliere della Sicurezza nazionale del presidente Carter. Si trattò, sempre secondo le parole di La Palombara, di un primo tentativo di apertura verso l’eurocomunismo rivolto all’Amministrazione Ford. Con una lettera alla Casa Bianca, inviata da Wahl e firmata da Hoffmann, “volevamo indagare se l’esecutivo fosse disposto ad adottare un’interpretazione più morbida dei visti d’ingresso per un numero limitato di eurocomunisti europei che consideravamo importanti. Ma il risultato fu, come sappiamo, negativo. Si incaricò di bloccare tutto Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato retto da Kissinger” (27). La pubblicazione nel 2015 dei <em>Kissinger cables</em>, le comunicazioni tra Henry Kissinger e le ambasciate Usa di tutto il mondo, ha permesso di conoscere meglio i retroscena di questo rifiuto.</p>



<p>Era l’agosto del 1975 quando l’ambasciatore a Roma John Volpe scriveva al suo superiore: “Nell’aprile scorso, abbiamo raccomandato di non rilasciare un visto a Giorgio Napolitano, che voleva recarsi negli Stati Uniti per tenere conferenze in quattro università” (28). Dalle comunicazioni emerge che della faccenda si era occupato direttamente lo stesso Kissinger il quale, anche se in un cablo all’ambasciatore Volpe qualificava la richiesta “intempestiva”, mostrava di avere una lettura complessa delle posizioni interne al Pci. Nel 1976, infatti, scrisse che “i comunisti non sono tutti uguali” e tra questi distingueva Napolitano che “ha confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno Stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico” (29). </p>



<p>La decisione americana, dettata da realpolitik, era legata tra le altre ragioni alla necessità di non fare gesti che legittimassero, e quindi favorissero elettoralmente, il Pci, forza politica in forte ascesa e con ulteriori margini di progresso. “Non c’è dubbio – scriveva ancora Volpe nell’agosto dello stesso anno – che il rilascio di visti per Berlinguer e per altri alti funzionari del Pci giocherebbe a favore della loro rispettabilità democratica agli occhi dell’elettorato italiano. E come ha detto Berlinguer a Moro, «se il Pci dovesse ottenere un attestato di rispettabilità, la vittoria sarebbe inevitabile»” (30). Negare il visto d’ingresso avrebbe suscitato delle critiche ma sarebbe stato, concludeva l’ambasciatore, “il danno minore per gli Stati Uniti e per la causa della democrazia in Italia di quanto lo sarebbe lo sfruttamento da parte del Pci del rilascio dei visti come una sorta di presunta indicazione del fatto che il governo americano ha accettato le credenziali democratiche del Pci” (31).</p>



<h4 class="wp-block-heading">18 marzo 1978, è arrivato il visto grazie ad Andreotti</h4>



<p>Il 18 marzo 1978 Napolitano annunciò che aveva ricevuto finalmente il visto per gli Usa (32). Il viaggio, che sarebbe durato due settimane, era nato da un’iniziativa del Centro per gli studi europei diretto dal professor Stanley Hoffmann dell’università di Harvard. L’intenso programma di incontri, seminari e conferenze era coordinato dal professor Peter Lange, un italianista in contatto con La Palombara. A sbloccare il visto di Napolitano aveva anche contribuito l’intercessione di Andreotti, come avrebbe rivelato egli stesso: “Mi diedi da fare anch’io con l’ambasciata statunitense a Roma perché quel visto fosse concesso. Si trattava infatti di un’occasione importantissima: Napolitano poté spiegare agli americani l’evoluzione del Pci e il senso della politica che il suo partito perseguiva in quegli anni” (33). In una lettera autografa del 9 maggio 2006, conservata presso l’archivio Andreotti, Napolitano appena eletto al Quirinale rendeva omaggio a quel gesto che creò le basi della sua futura carriera istituzionale (34): “Non dimentico come ti adoperasti per il buon esito di quella mia prima missione negli Stati Uniti: venni a chiederti consiglio nel tuo studio a Palazzo Chigi, mi assicurasti il sostegno della nostra ambasciata a Washington, mi mettesti in contatto con Dini, a casa del quale potei incontrare il rappresentante del Fondo monetario” (35).</p>



<p>Una confidenza importante quella a cui si lasciò andare Napolitano, che lasciava trapelare uno dei segreti del suo viaggio negli Usa, tenuto nascosto ai militanti del Pci. Nella sua nota alla Segreteria Napolitano riferiva che avrebbe “ritirato, ovviamente, il visto e deciso con voi se partire alla data stabilita, in relazione al modo in cui si evolverà la vicenda Moro e la situazione complessiva” (36).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le perplessità della Direzione: chi parte? Napolitano o Berlinguer?</h4>



<p> A suscitare perplessità tra i massimi dirigenti del Pci sui tempi del viaggio, il cui inizio era previsto per il 3 aprile, non era soltanto il rapimento Moro o l’esame parlamentare della legge sull’aborto, i cui margini di approvazione erano strettissimi, tanto che la partita si sarebbe giocata con pochi voti di differenza (37). Sullo sfondo, molto probabilmente, c’era il sopra ricordato invito a Berlinguer stesso di recarsi negli Stati Uniti, che non a caso chiese a Napolitano di verificare la possibilità di un rinvio.</p>



<p>In una seconda lettera indirizzata il 23 marzo a Berlinguer, Natta e al resto della Segreteria, emergono i sondaggi fatti per valutare un possibile ritardo del viaggio: “Secondo il suggerimento datomi da Berlinguer stamattina – scrive Napolitano – ho telefonato oggi pomeriggio a Jacoviello per chiedergli di sondare con gli amici americani la possibilità di far slittare – data la coincidenza con le votazioni sull’aborto – di almeno una dozzina di giorni tutte le date del mio programma di conferenze e incontri negli Stati Uniti. Jacoviello mi ha risposto di considerarlo impossibile – dato che ci sono volute settimane per combinare i diversi impegni e fissare le date – e ha aggiunto che mentre, ovviamente, eventuali ulteriori aggravamenti della situazione dell’ordine democratico potrebbero risultare talmente drammatici da giustificare l’annullamento, il rinvio sine die del mio viaggio sarebbe difficile spiegarlo agli amici americani con la faccenda delle votazioni sull’aborto. Se ne potrebbe dare un’interpretazione politica (un ripensamento politico sul mio viaggio) con conseguenze alquanto negative” (38).</p>



<p>Napolitano voleva assolutamente partire. Lo si capisce dalla cura degli argomenti che sceglie per far comprendere agli altri dirigenti del suo partito quanto un rinvio rischiasse di provocare malintesi diplomatici, che avrebbero azzerato il faticoso obiettivo di allacciare rapporti con le autorità statunitensi ed essere finalmente riconosciuti come una potenziale forza di governo che non avrebbe messo in discussione gli equilibri geopolitici. “Detto ciò – continua la sua lettera alla Segreteria – lascio valutare a voi i due lati della questione: l’annullamento del viaggio (posso anche provare a telefonare direttamente all’americano Peter Lange che ha collaborato alla definizione di tutto il programma, per vedere se è possibile uno spostamento di 12-15 giorni anziché un rinvio sine die, ma l’opinione negativa di Jacoviello mi sembra fondata) e il rischio che il margine di maggioranza nelle votazioni sull’aborto risulti talmente ristretto da rendere decisivo il mio voto. Si può anche – come si diceva stamattina con Natta – verificare l’evolversi della situazione nel corso delle votazioni e prima di quella finale, riservandosi di richiamarmi ove ciò appaia indispensabile (anche se alcuni degli impegni di maggior rilievo politico sono previsti per gli ultimi giorni della mia permanenza negli Usa: in modo particolare l’incontro di New York è previsto per il giorno 14)” (39).</p>



<h4 class="wp-block-heading">3 aprile, parte Napolitano con una ricca agenda di appuntamenti</h4>



<p>La Segreteria comprese le ragioni e il 3 aprile Napolitano lasciò l’Italia per New York. Anche se non era il primo dirigente del Pci a fare ingresso negli Usa, la sua visita costituiva una novità assoluta, come lui stesso sottolineò in un articolo-resoconto scritto al suo rientro e apparso su <em>Rinascita</em> del 5 maggio 1978: “La novità e il significato dell’avvenimento stavano nel fatto stesso del rilascio del visto” (40), concesso in deroga alla legislazione (lo Smith Act del 1940 e il McCarran Act del 1950) che impediva il rilascio di permessi di entrata per chi era ritenuto una “minaccia” per il Paese (i comunisti tradizionalmente rientravano in quella categoria). “Per la prima volta – prosegue Napolitano – un membro della Direzione del Pci [era stato] invitato in quanto tale negli Stati Uniti per illustrare la politica del Pci, e non come componente di una delegazione unitaria, di carattere parlamentare o regionale o comunale” (41), come era stato in precedenza per Pecchioli e Segre.</p>



<p>Il programma degli incontri era davvero molto fitto (42): si andava dai confronti con gli staff dirigenziali e le redazioni dei più noti quotidiani e settimanali, come il New York Times, il Washington Post, Newsweek, o i top editors di Time e Fortune, a conversazioni private con rappresentanti del mondo degli affari e del mondo politico e culturale, fino alle conferenze nelle università di Princeton, Harvard e Yale. Chiudevano l’esperienza alcuni seminari al Centro di ricerca della politica estera della John Hopkins University di Washington e al Centro di studi strategici della Georgetown University diretto da Kissinger, nonché importanti incontri con gruppi e centri decisionali come il Lehman Institute e il Council on Foreingn Relations dove, a detta di La Palombara, la visita raggiunse il suo culmine davanti a un uditorio composto da avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale (43).</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Le Brigate rosse non sono marionette di un complotto reazionario ma figli degeneri del marxismo rivoluzionario”</h4>



<p>I temi affrontati durante gli incontri furono la politica estera del Pci, la sinistra europea, la politica economica, in particolare la posizione del Pci sull’intervento dello Stato nell’economia e, ovviamente, il terrorismo. Se ne parlò, scrisse Napolitano su Rinascita, fin dal primo giorno nella redazione di Newsweek: “Si discute sulle sue cause, sulla sua dimensione internazionale e sulla rilevanza e virulenza in Italia. Mi sembra che venga apprezzato il nostro impegno a non seguire la troppo facile strada della riduzione del fenomeno a complotto reazionario – le Brigate rosse come marionette, opportunamente travestite, della reazione – e a fare invece i conti con le degenerazioni, fino al delirio ideologico e al crimine più barbaro, dell’ispirazione rivoluzionaria del marxismo e del movimento comunista” (44).</p>



<h4 class="wp-block-heading">A casa di Agnelli in Park Avenue</h4>



<p>Pochi giorni dopo a Princeton si registrò un episodio particolare: al momento delle domande un giovane studente, esprimendosi in un buon inglese, dopo aver rilevato contraddizioni nell’esposizione di Napolitano, chiese quali legami restassero ancora tra gli scritti del giovane Marx e la politica del Pci. Alla fine egli stesso si presentò al dirigente comunista: era Edoardo Agnelli, il figlio di Gianni (45).</p>



<p>La trasparenza impiegata nel caso dell’aneddoto su Edoardo Agnelli non trovò seguito quando si trattò di riferire l’incontro, mantenuto segreto per trentacinque anni, che Napolitano ebbe con il padre, Gianni Agnelli, nella sua casa in Park Avenue, a New York. L’episodio venne rivelato dal protagonista soltanto nel 2013: “Fui condotto – raccontò Napolitano – da Furio Colombo nella casa dell’Avvocato in Park Avenue. Sapeva che ero in America, voleva conoscermi. Parlammo vivacemente, dei miei incontri americani in primo luogo, ma anche dell’Italia naturalmente. Curioso, attento, gentile. E, di certo, uomo di visione internazionale. Ecco l’impressione che mi fece subito Agnelli in quell’incontro che rappresentava un inedito o quasi, perché credo che fino a quel momento l’Avvocato conoscesse di persona pochissimi esponenti nazionali del Pci oltre a Giorgio Amendola e Luciano Lama, che aveva avuto come controparte sindacale. Così cominciò una conoscenza, nacque un interesse reciproco, e si avviò un rapporto che ebbe poi tappe interessanti e particolari in seguito” (46).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Magro bilancio ma pieno accordo sulla linea della fermezza</h4>



<p>La missione negli Stati Uniti aveva “acceso un interesse” verso il Pci, aperto “canali di comunicazione e confronto” che da lì bisognava percorrere. Fu quello il bilancio del viaggio negli Usa tirato da Napolitano al suo rientro (47). Secondo l’esponente comunista, il contatto di notevole ampiezza avuto “con ambienti rappresentativi del mondo universitario e culturale americano, in alcuni dei suoi centri più importanti e più impegnati politicamente” sarebbe stato estremamente utile poiché era convinto “che tra questo mondo e le sedi di elaborazione della politica ci sia comunicazione, non separazione”.</p>



<p>In sostanza il suo viaggio aveva permesso all’Amministrazione Carter di rimettere in discussione diffidenze e pregiudizi verso i comunisti italiani. Nonostante ciò il favore accademico raccolto era rimasto privo di risultati politici. Il Pci non ottenne la benedizione auspicata, anche perché la situazione politica italiana stava evolvendo velocemente. Alle elezioni amministrative parziali del maggio 1978 il Pci subì un primo segnale di arresto che spinse Berlinguer ad accennare un’autocritica sulla politica del compromesso storico: “Siamo stati generosi forse fino al livello della ingenuità, anche perché a questa nostra generosità e lealtà non ha corrisposto eguale lealtà da parte di altri partiti e da parte della stessa Democrazia cristiana” (48).</p>



<p>Nel gennaio del 1979 il Pci uscì dalla maggioranza di governo, tardiva decisione che non impedì la durissima sconfitta elettorale del giugno 1979, dove i comunisti arretrarono per la prima volta dalla nascita della Repubblica, perdendo quattro punti percentuali e un milione e mezzo di voti.</p>



<p>Addebitare quel risultato alla politica di logoramento che gli americani avevano ricalcato sulla strategia elaborata da Moro, sarebbe riduttivo. Nessuno aveva obbligato il Pci a scegliere la strada del compromesso storico. I comunisti pagavano il prezzo della loro inadeguatezza di cultura politica che il decennio aveva portato in superficie: la scelta di strategie fondate sull’autonomia del politico nel momento di massimo protagonismo dei movimenti sociali, probabilmente ne mise a nudo l’incapacità di interpretare quelle domande di radicale mutamento, che avevano osteggiato nonostante ne avessero ricavato un vantaggio elettorale alla metà degli anni Settanta. Non a caso, l’unico vero risultato politico incassato durante il viaggio di Napolitano negli Usa fu la totale sintonia sulla strategia della fermezza da mantenere di fronte al sequestro di Moro, e più in generale verso i sommovimenti sociali di quel periodo. La politica americana era dettata dalla realpolitik: nel momento in cui il Pci non sembrava più in grado di varcare la soglia di Palazzo Chigi, per gli Usa veniva meno il problema di concedergli eventuali <em>atout</em>, anche se ciò non impedì l’ulteriore approfondimento della “politica dei contatti”. Il 20 luglio 1978 l’ambasciatore Gardner, in accordo con il Dipartimento di Stato, sottoscrisse un memorandum che “apriva un nuovo corso, autorizzando un numero molto maggiore di funzionari d’ambasciata a intrecciare rapporti con i membri del partito comunista” (49).</p>



<h4 class="wp-block-heading">La processione dei dirigenti del Pci davanti al cancello di Villa Taverna</h4>



<p>Si veda anche Un’altra ‘gaffe’ dell’ambasciatore, <em>l’Unità</em>, 22 luglio1978 Le nuove procedure consentirono inviti formali per esponenti del Pci che ricoprivano incarichi pubblici, dal sindaco di Roma al presidente della Camera, nessuna preclusione nei rapporti con i giornalisti de l’Unità e grande disponibilità in ambito culturale (50). Il problema dell’Amministrazione Usa restava sempre quello di non dare adito all’equivoco che questo diverso atteggiamento verso il Pci, questo lavoro di conoscenza di una parte d’Italia rimasta fino a quel momento ai margini, potesse essere interpretato come un lasciapassare per l’ingresso del Pci al governo. Per aggirare questo rischio Gardner ottenne da Brzezinski e Vance un’ulteriore concessione: fu stabilito un protocollo segreto che consentiva all’ambasciatore in persona di incontrare in privato alcuni esponenti di primo piano del Pci, come Emanuele Macaluso, Ugo Pecchioli e lo stesso Napolitano.</p>



<p>Il primo incontro avvenne a casa di Cesare Merlini, presidente dell’Istituto Affari internazionali, in cui si stabilirà una consuetudine di incontri protetti da riservatezza assoluta. Per evitare fughe di notizie l’ambasciatore riferì direttamente a Carter e Brzezinski senza mai inviare telegrammi a Washington. Napolitano ne parlò solo con Berlinguer (51). Nonostante l’impegno assunto, però, fu proprio Gardner – per rispondere a chi negli Usa criticava il suo operato – a far trapelare la notizia sul Los Angeles Times. Oltre ai ricevimenti a Villa Taverna, si riferiva che “Gardner aveva incontrato funzionari del partito comunista soltanto in occasioni private” e si lasciava chiaramente intendere che avesse visto “almeno due dei membri della segreteria del partito: Giorgio Napolitano e Giancarlo Pajetta”. L’articolo riportava anche valutazioni politiche sull’esito degli incontri, “apparsi deludenti”, inquadrandoli in una strategia che mirava a “incoraggiare e accelerare il processo di occidentalizzazione del partito” (52). Il tiro giocato dall’ambasciatore Usa provocò indignate proteste sulla stampa del Pci e un duro editoriale di Eugenio Scalfari, su <em>la Repubblica</em>, con il titolo “L’ambasciatore delle gaffes” (53), ma non mise fine alla processione dei dirigenti del Pci davanti al cancello di Villa Taverna.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Pasquale Chessa,<em> L’ultimo comunista</em>, Chiarelettere, 2013, cit., p. 129</p>



<p class="has-small-font-size">2) R.N. Gardner, <em>Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981</em>, Mondadori, Milano 2004, p. 244</p>



<p class="has-small-font-size">3) E. Berlinguer, <em>La politica internazionale dei comunisti italiani. 1975-76</em>, Editori Riuniti, Roma, 1976</p>



<p class="has-small-font-size">4) Politologo della università di Yale, tra i maggiori esperti della politica italiana, nel biennio 1980-81 fu capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma</p>



<p class="has-small-font-size">5) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, f. 1185. L’originale in inglese della lettera si trova nel microfilm 0310, f. 1184</p>



<p class="has-small-font-size">6) <em>l’Unità</em>, 16 novembre 1977</p>



<p class="has-small-font-size">7) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">8) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Esteri lettera 8 febbraio 1978, b. 2477</p>



<p class="has-small-font-size">9) S. Pons, <em>Berlinguer e la fine del comunismo</em>, Einaudi, 2006, cit., p. 135</p>



<p class="has-small-font-size">10) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, 1978, Segreteria, Microfilm 7801, f. 0087, citato in P. Chessa, <em>L’ultimo comunista</em>, Chiarelettere, 2013, cit., p. 139 </p>



<p class="has-small-font-size">11) Intervista a Joseph La Palombara di G. Cubeddu, <em>Alla ricerca della solidarietà nazionale</em>, aprile 2008, p. 3 (<a href="http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">12) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">13) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 080, Estero 1974, f. 401</p>



<p class="has-small-font-size">14) S. Pons, <em>Berlinguer e la fine del comunismo,</em> Einaudi, 2006, cit., p. 50</p>



<p class="has-small-font-size">15) L. Barca, <em>Il Pci e l’Europa</em>, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (<a href="http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/">http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/</a>), scaricato il 26 aprile 2016), ma anche L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, Rubettino Roma, 2005, vol. II, pp. 601-603</p>



<p class="has-small-font-size">16) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">17) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">18) M. Molinari, <em>Governo ombra. I documenti segreti degli USA sull’Italia degli anni di piombo</em>, Rizzoli, 2012, p. 109-112. Barca riferisce anche che Macaluso “è stato rimproverato per non aver informato il partito sul coinvolgimento di una figlia acquisita in un gruppo di estrema sinistra”. Si trattava di Fiora Pirri Ardizzone</p>



<p class="has-small-font-size">19) La Palombara, <em>Alla ricerca della solidarietà nazionale</em>, op. cit. p. 3 </p>



<p class="has-small-font-size">20) F. Modigliani, <em>L’impegno civile di un economista</em>, a cura di Pier Francesco Asso, Protagon – Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, 2007, pp. 35-37, cit. in P. Chessa, <em>L’ultimo comunista. La presa del potere di Giorgio Napolitano,</em> Chiarelettere, Roma 2013, p. 140</p>



<p class="has-small-font-size">21) <em>la Repubblica</em>, 8 aprile 2013, «Quell’incontro con Napolitano che Ted Kennedy rifiutò tre volte»</p>



<p class="has-small-font-size">22) R.N. Gardner, <em>Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981</em>, Mondadori, Milano 2004 Italy, cit.</p>



<p class="has-small-font-size">23) Ivi, p. 124. Cfr L. Barca, <em>Il Pci e l’Europa</em>, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (<a href="http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/">http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">24) R.N. Gardner, <em>Mission Italy,</em> cit., p. 125 </p>



<p class="has-small-font-size">25) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0317, Estero, Lettera di Giorgio Napolitano alla segreteria, 2 febbraio 1978, f. 1152</p>



<p class="has-small-font-size">26) <em>la Repubblica</em>, 3 aprile 1999 </p>



<p class="has-small-font-size">27) Intervista a Joseph La Palombara di G. Cubeddu, <em>Alla ricerca della solidarietà nazionale</em>, aprile 2008, p. 2-3 (<a href="http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm">http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">28) S. Maurizi, <em>Espressonline</em>, 8 aprile 2015. Vedi <a href="http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900</a></p>



<p class="has-small-font-size">29) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">30) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">31) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">32) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, Direzione sezione estero, Stati Uniti, «Nota di Giorgio Napolitano alla segreteria», 18 marzo 1978 (514/S), ff. 2156-57</p>



<p class="has-small-font-size">33) R. Rotondo, «Napolitano in Usa, così Andreotti mediò», Avvenire, 17 aprile 2013</p>



<p class="has-small-font-size">34) Giorgio Napolitano fu presidente della Camera dei deputati nella XI legislatura dal 1992 al 1994; ministro dell’Interno nel primo governo Prodi, 1996-1998; senatore a vita dal 2005; presidente della Repubblica con doppio mandato dal maggio 2006 fino al gennaio 2015</p>



<p class="has-small-font-size">35) <em>Avvenire</em>, 17 aprile 2013 </p>



<p class="has-small-font-size">36) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">37) La legge 194 che introduceva l’interruzione volontaria della gravidanza venne approvata dalla Camera il 14 aprile 1978, alla fine di una seduta fiume di 36 ore, con 308 voti favorevoli (quelli di Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e di un drappello di democristiani) e 275 contrari (quasi tutta la Dc, Msi, e per ragioni opposte i Radicali e il Pdup-Dp). Un mese più tardi, il 18 maggio 1978, venne approvata in via definitiva al Senato senza subire alcuna ulteriore modifica, con 160 voti a favore e 148 contrari</p>



<p class="has-small-font-size">38) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, Direzione sezione estero, Stati Uniti, Nota di Giorgio Napolitano alla segreteria, 23 marzo 1978 (533/S), f. 2158 </p>



<p class="has-small-font-size">39) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">40) G. Napolitano, «Il Pci spiegato agli americani. Taccuino di viaggio negli Usa», <em>Rinascita</em>, 5 maggio 1978, p.32</p>



<p class="has-small-font-size">41) <em>Ibidem</em> </p>



<p class="has-small-font-size">42) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, f. 2146, A. Jacoviello, <em>l’Unità</em>, 5 aprile 1978</p>



<p class="has-small-font-size">43) J. La Palombara, op. cit., pp. 5-6</p>



<p class="has-small-font-size">44) G. Napolitano, op. cit., p. 32 </p>



<p class="has-small-font-size">45) Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0322, f. 2148, <em>l’Unità</em>, 9 aprile 1978</p>



<p class="has-small-font-size">46) <em>la Repubblica</em>, 13 gennaio 2013</p>



<p class="has-small-font-size">47) G. Napolitano, op. cit., p. 32 </p>



<p class="has-small-font-size">48) Rapporto di Enrico Berlinguer alla riunione dei segretari regionali, 25 maggio 1978, <em>l’Unità</em>, 26 maggio 1978</p>



<p class="has-small-font-size">49) N. R. Gardner, op. cit., p. 244 </p>



<p class="has-small-font-size">50) Ivi, pp. 244-245</p>



<p class="has-small-font-size">51) Ivi, p. 244, Cf. Presentazione del libro di Gardner a Roma, 4 settembre 2004. (<a href="https://www.radioradicale.it/scheda/161849/mission-italy-gli-anni-di-piombo-raccontati-dallambasciatore-americano-a-roma-1977" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.radioradicale.it/scheda/161849/mission-italy-gli-anni-di-piombo-raccontati-dallambasciatore-americano-a-roma-1977</a>)</p>



<p class="has-small-font-size">52) Ivi, p. 259, articolo ripreso dal <em>International Herald Tribune</em>, 20 luglio 1978</p>



<p class="has-small-font-size">53) <em>la Repubblica</em>, 21 luglio 1978. </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Uomo di potere, martire e profeta, la doppia narrazione pubblica della figura di Aldo Moro, prima e dopo il sequestro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/uomo-di-potere-martire-e-profeta-la-doppia-narrazione-pubblica-della-figura-di-aldo-moro-prima-e-dopo-il-sequestro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Persichetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 10:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[lotta armata]]></category>
		<category><![CDATA[sequestro moro]]></category>
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					<description><![CDATA[La narrazione dell’uomo politico prima e dopo il sequestro, la strumentale costruzione di una memoria, l’intervista postuma di Scalfari, il Memoriale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-63-luglio-settembre-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 63, giugno-ottobre 2019)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La narrazione dell’uomo politico prima e dopo il sequestro, la strumentale costruzione di una memoria, l’intervista postuma di Scalfari, il Memoriale</p></blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“E poi, se si pensa al caso estremo di Moro, che come mi disse in un incontro il suo collaboratore Corrado Guerzoni, non era un uomo di potere, bensì era il potere nella sua indivisibilità e unicità.”<br>Miguel Gotor,&nbsp;<em>Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica</em>, Paperfirst 2019, p. 17</pre>



<p class="has-drop-cap"><br>Nel 1998 fu inaugurata a Maglie, davanti al palazzetto natale della famiglia, una statua in bronzo di Aldo Moro. L’opera raffigura il presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana con sottobraccio una copia del quotidiano l’Unità, organo del Partito comunista italiano. Secondo lo scultore Antonio Berti (1) il monumento doveva simboleggiare la strategia perseguita dal politico democristiano, le sue aperture e la sua vocazione inclusiva. Un omaggio alla visione prospettica della politica italiana che nelle intenzioni dell’artista doveva disvelare il messaggio contenuto nell’esperienza politica di Moro.</p>



<p>Una metafora di quei mutamenti che sarebbero potuti intervenire se non fosse stato ucciso dalle Brigate rosse la mattina del 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di sequestro trascorsi nell’appartamento-prigione di via Montalcini 8, a Roma. A dire il vero, al momento della sua inaugurazione, il 23 settembre 1998, da parte del presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, avversario storico di Moro dentro al partito, l’opera suscitò sconcerto tra gli ex democristiani che vi scorsero un tradimento della vita politica dello statista pugliese, una rimozione più che una celebrazione della sua storia.</p>



<p>Nel turbine delle inchieste giudiziarie di Mani pulite (2) che avevano portato alla dissoluzione del partito, e morto anche lo scultore (il bronzo venne realizzato postumo su un suo bozzetto), nessuno si era più occupato del progetto dopo che nel 1993 la Direzione della Dc aveva approvato l’opera. A guidare il governo in quel momento era Romano Prodi, un democristiano cresciuto sulle poltrone dell’Iri, capo di una coalizione (l’Ulivo) che riuniva ex Pci, che nel frattempo avevano preso il nome di Democratici di sinistra, ed ex esponenti della sinistra democristiana, raccolti prevalentemente nel Partito popolare italiano.</p>



<p>La Dc era scomparsa insieme a tutte le altre forze politiche di quella che ormai era definita ‘Prima repubblica’. L’edificazione controversa della statua materializzava perfettamente la nuova air du temps: la narrazione postuma di un Aldo Moro impegnato a creare le condizioni politiche dell’alternanza, avvenire raffigurato in una intervista postuma di cui parleremo più avanti, quella ipotetica “terza fase” che avrebbe permesso al Pci di salire al governo senza scosse di sistema. Il bronzo di Maglie simboleggiava il momento di cesura che fondava questa ‘seconda esistenza’ dello statista pugliese, una lettura della sua ‘lezione politica’ largamente accettata e condivisa nei decenni successivi.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Pasolini, Sciascia e Petri: il processo alla Democrazia cristiana</h4>



<p>Durante la sua prima esistenza, l’esperienza politica morotea, i suoi anni di governo, le sue vicissitudini parlamentari, il suo linguaggio ellittico, avevano suscitato giudizi e apprezzamenti molto meno consensuali. Inviso alla destra per l’esperienza del centrosinistra (3), Moro era molto criticato anche a sinistra e preso di mira da quegli ambienti intellettuali più impegnati che vedevano nella sua figura politica l’essenza democristiana dell’occupazione del potere. Un’immagine diametralmente opposta a quella diffusa dopo la sua morte. Con una serie di articoli apparsi tra l’agosto e il settembre 1975 (4), Pier Paolo Pasolini aveva chiesto un processo alla Democrazia cristiana, “un processo penale, dentro un tribunale”, dal quale i processati uscissero “ammanettati fra i carabinieri” (5).</p>



<p>Nel corso delle sue invettive lo scrittore fece più volte ricorso alla figura del “Palazzo”, inteso come metafora del potere, divenuto poi d’uso comune, rivendicando la necessità di portare a giudizio “i gerarchi della Dc” (6). Pasolini accusava la classe di governo democristiana di “una quantità sterminata di reati […] indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (7) (almeno in quanto colpevole incapacità di punire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità nell’abbattimento ‘selvaggio’ delle campagne, responsabilità nell’esplosione ‘selvaggia’ della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori” (8).</p>



<p>Quasi due anni dopo, il 10 marzo del 1977, Aldo Moro – divenuto nel frattempo Presidente del Consiglio nazionale della Dc – in un clamoroso discorso tenuto davanti alle Camere riunite a difesa di Luigi Gui, un suo collega di partito accusato di corruzione nella vicenda delle tangenti versate per l’acquisto di aerei militari della Lockheed (9), rispose a Pasolini con dei toni inusuali nel suo stile, gridando – seppur con la sua vocina flebile e gentile –: “Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare” (10). Con il voto compatto del suo partito e il sostegno dei neofascisti del Msi, Gui venne salvato, ma inevitabilmente quel giorno Moro divenne l’emblema del “regime”, l’amministratore di quel “Palazzo” evocato da Pasolini, il politico che rivendicava sfacciatamente la trentennale impunità del suo partito e che offriva al Paese l’immagine arroccata di una Dc sorda a ogni richiesta di trasparenza e cambiamento.</p>



<p>È nella temperie di questo clima che Leonardo Sciascia concepì Toto Modo (11), un giallo fantapolitico nel quale si mettevano all’indice i peccati dei notabili democristiani riunitisi nel labirintico eremo di Zafer per eseguire gli esercizi spirituali secondo le regole di Sant’Ignazio di Loyola alla ricerca di un irraggiungibile rinnovamento morale. Elio Petri, due anni dopo, nel 1976, suscitò scandalo ispirandosi liberamente al testo dello scrittore di Racalmuto da cui tirò fuori un film dallo stesso titolo, protagonisti Gian Maria Volontè, a cui venne affidata un’interpretazione di Moro dal realismo impressionante, capace di mettere in luce tutti i tic del potere e Michel Piccoli, nella veste di un Andreotti crudele puparo trovato morto a chiappe scoperte (personaggi entrambi assenti nel libro).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Scalfari, gli omissis, l’antelope Coobler e l’intervista postuma</h4>



<p>Il 14 ottobre 1978 Eugenio Scalfari pubblicò una intervista postuma di Aldo Moro (immagine 1). Nella premessa il direttore de la Repubblica spiegava di aver incontrato per l’ultima volta il Presidente del consiglio nazionale della Dc il 18 febbraio 1978, un mese prima del suo rapimento, nel pieno della trattativa in corso con il Pci per il varo della nuova maggioranza di governo che poi vedrà la luce il 16 marzo. Si trattava – scriveva Scalfari – del primo incontro “da quando, nella primavera del 1968, si era svolto alla Camera dei deputati un appassionato dibattito sullo scandalo Sifar, sul ‘piano Solo’ architettato dal generale Giovanni De Lorenzo e sugli ‘omissis’ con i quali Moro aveva mutilato i documenti che i giornalisti dell’Espresso avevano addotto in loro difesa. In quel dibattito, tra lui presidente del Consiglio e me deputato socialista indipendente, c’era stato uno scontro assai vivace. Dopo d’allora, più nulla: dieci anni di rottura, quando c’incontravamo nei corridoi di Montecitorio, ciascuno dei due guardava da un’altra parte per evitare il saluto”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale1.jpg" alt="" class="wp-image-916" width="274" height="492" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale1.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale1-167x300.jpg 167w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" /></figure></div>



<p>I giornalisti di cui parlava Scalfari erano Scalfari stesso, allora direttore de l’Espresso, e Lino Jannuzzi, che a partire dal maggio del 1967 con una serie di articoli aveva rivelato un progetto di golpe ideato nel marzo del 1964 dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo. Denuncia da cui era scaturita una causa giudiziaria (12). L’incontro si sarebbe tenuto in via Savoia, dove Moro aveva il suo ufficio: una sorta di quartier generale della sua corrente politica, situato in un grosso appartamento dove era conservato il suo prezioso archivio e lavoravano collaboratori e segretarie.</p>



<p>Moro – scrisse Scalfari – parlò per due ore e acconsentì che venissero presi appunti su quanto diceva, chiedendo tuttavia che non fossero utilizzati, “almeno per ora”. Un impegno mantenuto fino a quel 14 ottobre, quando Scalfari impresse un nuovo corso agli eventi di fronte all’accelerazione improvvisa della situazione dovuta al ritrovamento, il primo ottobre, nella base brigatista di via Monte Nevoso 8, a Milano, del dattiloscritto della memoria difensiva di Moro, perché, come ebbe a scrivere lui stesso: “Intorno alle parole di Moro s’è combattuta e tuttora si combatte una battaglia importante, una battaglia politica” (13).</p>



<p>Fin dalla sua uscita la Repubblica non mostrò grande riguardo verso Aldo Moro e così la mattina del 16 marzo, nella edizione apparsa prima che si diffondesse la notizia del sequestro, in un articolo a firma Francesco Scottoni, Moro era stato indicato come la possibile “Antelope Coobler”, nome in codice sotto il quale si sarebbe celato il collettore della tangente pagata dalla Lockeed (14) (immagini 2 e 3). L’articolo scomparve dalla edizione straordinaria che sostituì la precedente. Successivamente, nel corso della prigionia, Moro fu descritto da un ampio schieramento politico e giornalistico come una vittima della sindrome di Stoccolma, un politico privo di senso dello Stato autore di lettere che non erano moralmente e materialmente ascrivibili alla sua persona.</p>



<p>Durante le riunioni della Direzione del Pci, oltre a denunciare l’uso di violenza psichica e preparati chimici per far collaborare il prigioniero, furono espressi giudizi pesantissimi nei confronti del prigioniero, per Aldo Tortorella, “il problema della vita di Moro non [era] facile: perché intanto è un democristiano e poi per il fatto in sé”, venne evocata anche una possibile debolezza umana di Moro (15). La Repubblica assumendo un ruolo di quotidiano-partito, da schierare nella lotta quotidiana per supplire alle presunte carenze dei partiti e stimolare la loro azione dall’esterno, si candidò a svolgere la funzione guida del fronte della fermezza (16): “Oggi sappiamo – ha riconosciuto Miguel Gotor nel suo Il memoriale della repubblica – che Scalfari sbagliava, […] ma la volontà di piegare la realtà alla necessità, come egli scriveva, di «combattere una battaglia importante, una battaglia politica» contro «il partito della trattativa» faceva premio su qualsiasi altra considerazione” (17).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img decoding="async" width="600" height="275" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale2.jpg" alt="" class="wp-image-917" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale2-300x138.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Immagine 2</figcaption></figure></div>



<p>Una posizione – continua sempre Gotor – che “rifletteva l’incattivimento di una campagna di negazione dell’autenticità del pensiero di Moro, iniziata dal governo al fine di attenuare il potere di ricatto delle Brigate rosse durante il sequestro, che sarebbe proseguita sul suo cadavere trasformato in ‘statista’ dalla retorica nazionale, a patto, però, che quelle parole non fossero le sue. Era un visibile ricatto morale e politico, di raro ed elaborato cinismo: l’esaltazione della figura del ‘martire’ doveva necessariamente corrispondere alla negazione del suo ultimo pensiero. Le circostanze e le intenzioni avevano trasformato Moro in un loquace fantasma postumo, un fantasma dattiloscritto, di quelli che non potevano fare paura” (18).</p>



<p>Echi di questa posizione si ritrovavano a conclusione dell’intervista postuma, dove Moro avrebbe chiesto a Scalfari se nutriva “ancora del rancore per quella vecchia storia degli omissis”. In risposta, Scalfari riferì di averlo rimproverato, ricordandogli che “in quell’occasione violò la Costituzione perché rese impossibile l’esercizio della difesa dell’imputato che è un principio per chi crede nella democrazia”. La replica di Moro, sempre secondo il direttore di la Repubblica, avrebbe fornito la prova della infondatezza “della tesi di coloro che descrivono Moro come personaggio indifferente allo Stato”.</p>



<p>Questi infatti rispose, o meglio avrebbe risposto: “Ha ragione. Ma vede, c’è un altro principio nella Costituzione, ed è quello di tutelare lo Stato anche col segreto quando ciò sia indispensabile per garantire la sicurezza. Io, come presidente del Consiglio, dovetti scegliere tra l’uno e l’altro principio. Questa è la mia giustificazione. Comunque mi dispiacque molto d’esser stato costretto a fare quella scelta”. Argomento che avrebbe confermato Scalfari nella convinzione “che la voce che cominciò a parlare pochi giorni dopo dal ‘carcere del popolo’ non era la stessa che avevo ascoltato in via Savoia”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="390" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale3.jpg" alt="" class="wp-image-918" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale3.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale3-231x300.jpg 231w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>Il direttore di la Repubblica si riferiva alla richiesta di scambio di prigionieri avanzata da Moro durante la prigionia. In realtà, nella lettera a Cossiga, recapitata il 29 marzo, dove si richiamava esplicitamente la ragion di Stato, Moro spiegava con argomentazioni giuridiche proprie del suo patrimonio culturale di professore di diritto e procedura penale, che nella situazione in cui si trovava: “La dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato.</p>



<p>Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile”. Elencava di seguito una serie di precedenti storici a sostegno della sua tesi (19). Nella successiva lettera a Zaccagnini, recapitata il 4 aprile, evocava le norme sullo stato di necessità e ricordava come “queste idee [fossero state] già espresse a Taviani per il caso Sossi e a Gui a proposito di una legge contro i rapimenti” (20). Circostanza ribadita nel famoso stralcio manoscritto del Memoriale recapitato tra il 9 e 10 aprile, meglio noto come lettera a Taviani (21).</p>



<p>Alla luce di queste parole si può senza dubbio convenire con Scalfari che Moro non fosse affatto indifferente alla ragion di Stato, come l’episodio degli omissis aveva dimostrato. Tuttavia nella ragioni motivate dal prigioniero essa avrebbe dovuto giustificare lo scambio di prigionieri, non negarlo, conciliandosi nella fattispecie anche col principio umanitario. Una concezione capovolta rispetto alla interpretazione della ragion di Stato difesa da Scalfari che, in un editoriale del 21 aprile 1978, davanti al dilemma “Sacrificare un uomo o perdere lo Stato”, non aveva avuto dubbi sulla scelta da fare (22).</p>



<p>Nelle intenzioni del direttore di la Repubblica, l’intervista postuma del 14 ottobre rappresentava una strumentale riabilitazione della figura politica di Moro dopo il calvario della prigionia, una resurrezione utilitaristica che attribuiva al suo messaggio una dimensione profetica. Nel corpo dell’intervista, con una nettezza e un linguaggio lontani dalle cautele delle sue complesse alchimie linguistiche, Moro affermava che la Democrazia cristiana sarebbe stata pronta a farsi da parte per facilitare l’ingresso del Partito comunista al governo: “Non è affatto un bene – avrebbe spiegato il leader Dc – che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana […]. La nostra democrazia è zoppa fin quando la Democrazia cristiana sarà inchiodata al suo ruolo di unico partito di governo. Dobbiamo operare in modo che ci siano alternative reali di governo alla Dc”. Per questa ragione egli stava lavorando per favorire una “seconda fase in cui il Pci potrà governare con la Dc”, perché questo sarebbe stato “l’interesse egoistico della stessa Dc”, liberata finalmente “dalla necessità di governare a tutti i costi” e non più in grado “di tenere da sola” un Paese alla sfascio, travolto dalle tensioni sociali.</p>



<p>Rendendo pubblica questa conversazione, Eugenio Scalfari realizzava una operazione politica di grande portata e – come vedremo più avanti – di sofisticata manipolazione (23): egli consegnava al Paese quello che avrebbe dovuto essere il testamento politico di un Moro libero nei suoi intendimenti, “l’ultima e più netta espressione del suo pensiero politico”, come scrisse Enzo Forcella a commento del testo (24). Un pensiero autentico opposto alle parole recluse apparse nelle lettere rese note durante il sequestro oppure presenti nel dattiloscritto appena ritrovato in via Monte Nevoso, tanto che sorge spontanea una domanda: per quale motivo un messaggio carico di un tale significato politico e morale non era stato rivelato nei mesi precedenti, all’indomani della sua morte, nelle settimane che seguirono il cordoglio e il lutto?</p>



<p>La singolarità di questa testimonianza postuma di Moro consiste nel fatto che una lettura sincronica delle altre testimonianze presenti non conferma affatto le affermazioni riportate da Scalfari. Appena due settimane prima dell’incontro col direttore de la Repubblica, il 2 febbraio 1978, Moro aveva ricevuto l’ambasciatore americano Richard Gardner, il quale scrisse nel suo diario che il leader Dc “riteneva necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il Pci in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri” (25).</p>



<p>Nei tre precedenti incontri che si tennero lungo tutto il 1977, Moro aveva spiegato al diplomatico Usa che da parte democristiana non c’era mai stata la volontà di condividere il potere con i comunisti, ma che la situazione economico-sociale e la forza elettorale che avevano raggiunto imponevano delle concessioni. Non potendo andare a elezioni anticipate, che avrebbero rischiato di rafforzare ulteriormente il Pci, bisognava mantenere le redini del governo, aprendo ai comunisti l’ingresso nella maggioranza e coinvolgendoli nella elaborazione di un programma di governo senza concedere loro alcun ministero.</p>



<p>Una strategia rivolta a impegnare il Pci nella difesa dello Stato avvalendosi della sua capacità di fare argine contro la protesta sociale (26). Il 5 novembre 1977, annotava sempre Gardner dopo un altro incontro con Moro, “il Pci non è più in grado di sfruttare i vantaggi di un partito di opposizione, cominciava a incontrare difficoltà e a temere la possibilità di una futura perdita di voti. Tenendo i comunisti a metà strada, un po’ dentro e un po’ fuori, sarebbe stato possibile logorali” (27).</p>



<p>In queste testimonianze non solo non si intravede la mitologica “terza fase”, quella che avrebbe visto la Dc rinunciare al governo del Paese in favore del Pci, ma nemmeno tracce di quella seconda in cui Dc e Pci si sarebbero trovati accanto in un governo di coalizione. D’altronde è noto che fu Moro stesso a depennare la lista dei ministri concordata dal Pci con Andreotti e Zaccagnini, nella quale era prevista la presenza di tre indipendenti di sinistra, eletti nelle liste di Botteghe oscure. Imposizione che provocò il disappunto e l’amarezza di Zaccagnini, il quale aveva riferito ai suoi intimi l’intenzione di dare le dimissioni da segretario della Dc (28) e la collera dei dirigenti del Pci che si trovarono davanti al fatto compiuto, tanto che l’Unità non fece in tempo a togliere una surreale intervista ad Alessandro Natta, braccio destro di Berlinguer, che annunciava l’ingresso di ministri graditi al Pci nel nuovo governo (29).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ottobre 1978, Monte Nevoso e il ritrovamento della memoria difensiva di Moro</h4>



<p>Il primo ottobre 1978, dopo un complessa indagine durata alcuni mesi, i carabinieri dei nuclei speciali antiterrorismo, da poche settimane nuovamente guidati dal generale Dalla Chiesa, fecero irruzione nella base brigatista di via Monte Nevoso 8, nel quartiere milanese di Lambrate. Nella stessa operazione vennero smantellate altre basi, arrestati due dei quattro membri dell’esecutivo nazionale, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, catturata Nadia Mantovani e presi altri militanti della colonna Walter Alasia. La base di Monte Nevoso conteneva l’archivio storico dell’organizzazione. Su un tavolino, all’interno di una cartellina azzurrina, venne rinvenuto un dattiloscritto: si trattava della memoria difensiva di Aldo Moro che Nadia Mantovani aveva da pochi giorni preso in mano dopo che le era stato affidato l’incarico di predisporre l’opuscolo, annunciato nel comunicato numero 6, del 15 aprile precedente, all’interno del quale sarebbero state rese note al movimento rivoluzionario le dichiarazioni di Moro.</p>



<p>Nei decenni successivi la mancata pubblicazione dell’interrogatorio di Moro durante il sequestro ha dato corpo a una vastissima letteratura di stampo prevalentemente complottista che ha accusato le Br di non aver rispettato l’impegno preso durante il sequestro. In realtà i brigatisti nelle due circostanze precedenti l’annuncio del 15 aprile, in cui avevano affrontato il tema della pubblicazione dell’interrogatorio di Moro, si erano limitati a scrivere: “Le informazioni che abbiamo così modo di recepire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario” (comunicato numero 3 del 29 marzo), e “confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario” (comunicato numero 5 del 10 aprile).</p>



<p>Le Br avevano solo annunciato l’intenzione di rendere pubbliche le risposte di Moro senza mai specificare il momento esatto in cui ciò sarebbe avvenuto. Per altro esse indicavano una condizione preliminare: ovvero la verifica delle parole di Moro che inevitabilmente avrebbe richiesto del tempo (e solo con il secondo ritrovamento del 1990 si è compreso quanto fosse complessa e consistente la mole degli scritti prodotti dal leader democristiano durante i 55 giorni) e dunque precluso qualsiasi possibilità di pubblicazione immediata di quelle carte.</p>



<p>Non trovano fondamento dunque le accuse di incoerenza o addirittura di connivenza con supposte ‘entità’ intervenute durante il sequestro, o addirittura mandanti del rapimento stesso, per recuperare le dichiarazioni di Moro. Queste congetture, elaborate essenzialmente attorno a quella che è stata definita la teoria del “doppio ostaggio” (30), che avrebbe visto separare il destino del prigioniero da quello delle sue rivelazioni o addirittura dei documenti più scottanti che Moro teneva nel suo archivio privato di via Savoia (31), al di là della consueta assenza di riscontri, non hanno mai superato il requisito essenziale della prova logica.</p>



<p>Rapire un’autorità pubblica depositaria di possibili segreti Nato (32) da carpire avrebbe avuto senso solo se l’ente promotore fosse appartenuto al blocco orientale, ipotesi che non ha potuto giovarsi nemmeno dei lavori condotti dalla commissione Mitrokhin, anch’essa pervenuta a un nulla di fatto nonostante la fine del blocco socialista e l’apertura dei suoi archivi. Contro ogni evidenza, l’ipotesi che ha riscontrato maggiore successo è stata quella opposta che scorge nel campo atlantico-occidentale l’ente o gli enti che avrebbero sovradeterminato i brigatisti, o promosso il rapimento, se non addirittura operato al loro posto con la tecnica della “false flag”.</p>



<p>Senza mai trovare un’adeguata soluzione all’aporia verso cui simili congetture conducono, gli spericolati sostenitori di questo tipo di ricostruzioni non sono mai riusciti a spiegare perché servizi segreti, governi, forze occulte occidentali o chi per loro, avrebbero dovuto far rapire, lasciar rapire o sequestrare in prima persona, un’autorità depositaria indiretta di segreti che gli enti stessi di matrice atlantica inevitabilmente possedevano, oltretutto in misura notevolmente superiore e in forma diretta in quanto fonti originarie degli stessi.</p>



<p>In parole più semplici: perché mai ambienti Nato avrebbero dovuto facilitare il rapimento di Moro per estorcergli il segreto della esistenza della rete Stay behind di cui loro stessi erano i promotori? Quesito che non trova risposta anche quando, riconosciuta l’autonomia delle Br, ci si domanda perché mai queste avrebbero corso il rischio di un’azione di fuoco come quella di via Fani per prendere in ostaggio un’autorità depositaria di segreti e poi evitare accuratamente di renderli pubblici?</p>



<p>Per ovviare a queste deficienze logiche ultradecennali, in tempi recenti si è corsi ai ripari elaborando delle varianti che hanno introdotto la presenza di un “patto del silenzio”, un accordo tra Br e gli enti (la Dc, settori dello Stato o altri enti) che avrebbero tratto un utile dalla scomparsa di Moro e dal recupero dei suoi segreti. Secondo questi autori le dichiarazioni di Moro, le dinamiche e i luoghi del sequestro sarebbero state la merce di scambio di questo “patto d’omertà” (33). Elaborazione che, come sempre, quando è costretta a scendere dal piano della congettura a quello della prova, non è in grado di fornire riscontri sui tempi, le modalità, i luoghi e i termini di questo patto, i vantaggi che ne avrebbero tratto le Brigate rosse.</p>



<p>Nel libro intervista con Rossanda, Moretti spiega che durante il sequestro le Br resero pubblici solo quei testi di Moro che potevano incidere “direttamente sullo scontro che [era] in atto”, dunque le lettere e lo ‘stralcio’ su Paolo Taviani, estratto dalle riposte che Moro andava fornendo durante l’interrogatorio e che affrontava il nodo dello scambio dei prigionieri al centro dell’interesse dei brigatisti.</p>



<p>Il Memoriale – aggiunge Moretti – verrà preservato per le fasi successive, “avrà valore in seguito. Lo utilizzeremo in un secondo momento. Curiosamente sembra che abbia più valore oggi [1993, N.d.A.], a distanza di quindici anni, che non allora” (34), chiosa ironicamente il dirigente brigatista. Non a caso l’annuncio sulle modalità (“attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestini delle Organizzazioni Combattenti”) e sui tempi (“verranno utilizzate per proseguire con altre battaglie il processo al regime e allo Stato”) di diffusione delle dichiarazioni di Moro arriverà solo una volta conclusa la fase dell’interrogatorio del prigioniero. Riconosciuta la sua colpevolezza e pronunciata la condanna, secondo la strategia perseguita dai brigatisti si doveva aprire la seconda fase del sequestro: quella della trattativa vera e propria che mai decollerà.</p>



<p>Da quanto appreso durante una conversazione tenuta con Lauro Azzolini: la divulgazione della memoria difensiva di Moro faceva parte – come abbiamo già visto – del “progetto di sviluppo dell’azione Moro con il proseguimento della ‘Campagna di primavera’ che consisteva nello sviluppare il contenuto del Memoriale per preparare nuove azioni” (35). Le Br avevano deciso di utilizzare parti del Memoriale come materiale da inserire in eventuali rivendicazioni di attentati contro personalità citate da Moro proprio nella sua difesa scritta. Circostanza che spiega, ulteriormente, perché il suo contenuto non poteva essere anticipato senza mettere in allarme i futuri obiettivi e dunque pregiudicare gli sviluppi successivi dell’azione brigatista.</p>



<p>Questo progetto offensivo fu stroncato dal durissimo colpo inferto alla colonna milanese che faceva seguito a quanto era già accaduto il 17 maggio precedente a Roma con la scoperta della tipografia di via Pio Foà 31 e la cattura di Enrico Triaca (36), che dopo un interrogatorio sotto tortura portò gli inquirenti nell’appartamento di via Palombini 19. Due basi importanti della struttura logistica della colonna romana, adibite per il lavoro di comunicazione e propaganda (37). Questa prima perdita, pochi giorni dopo la riconsegna del corpo di Moro in via Caetani, aveva obbligato le Br a rivedere tempi e modi della pubblicazione dell’interrogatorio.</p>



<p>Il 23 giugno 1978 furono scarcerati dalla Corte d’assise di Torino, che aveva appena concluso il processo contro il cosiddetto “nucleo storico”, Nadia Mantovani e Vincenzo Guagliardo perché avevano oltrepassato i termini di carcerazione preventiva. L’esecutivo brigatista individuò subito nella Mantovani, che aveva una formazione universitaria, la persona più adatta per portare a termine l’opuscolo con l’interrogatorio e le lettere di Moro selezionate per la pubblicazione. Sottoposti alla misura del soggiorno obbligato, Mantovani e Guagliardo fecero perdere le loro tracce alla fine di luglio. In quella circostanza la Mantovani integrò le fila della colonna Walter Alasia e dopo un primo veloce passaggio nella base di Monte Nevoso, a seguito dello scandalo suscitato dalla sua fuga, venne condotta per precauzione in una baita di montagna dove trascorse il resto dell’estate (38).</p>



<p>A fine settembre, come riferì Franco Bonisoli nel corso di una deposizione durante il processo Metropoli, i documenti di Moro vennero portati in via Monte Nevoso: “Arrivarono a Milano già battuti a macchina, erano stati battuti tutti a Roma. Furono portati in via Monte Nevoso da me, pochi giorni prima del mio arresto”. Nella stessa circostanza Bonisoli e Azzolini ribadirono, che “in via Monte Nevoso dovevano esserci delle fotocopie degli originali degli interrogatori di Moro; non molto diversi da quello che è poi uscito in forma dattiloscritta” (39) (immagine 4).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="404" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale4.jpg" alt="" class="wp-image-919" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale4.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale4-300x202.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Immagine 4</figcaption></figure></div>



<p>Il dattiloscritto ritrovato nel 1978 raccoglieva, secondo il verbale di perquisizione, sessantotto pagine: ventinove riguardavano una selezione di lettere, le altre quarantanove il testo della memoria difensiva vera e propria; tutto fu raccolto in una cartellina color carta da zucchero. Si trattava di una prima stesura degli scritti di Moro che Franco Bonisoli e Nadia Mantovani avrebbero dovuto innanzitutto controllare, ed eventualmente integrare con il resto delle fotocopie di manoscritto una volta riordinate e accompagnare con un’analisi politica del testo. Tutti questi documenti, le fotocopie manoscritte delle lettere e della memoria difensiva, che spesso conteneva più stesure di un medesimo testo, furono raccolti in una cartellina marrone. Azzolini la nascose in una intercapedine ricavata sotto una finestra (le sue impronte digitali furono rinvenute su alcuni fogli), chiusa da un pannello sigillato e poi verniciato con molta cura, davanti al quale era stato posto un piccolo mobiletto (40).</p>



<p>Convinti che i carabinieri avessero trovato l’integralità dei documenti, anche quelli celati nell’intercapedine, Franco Bonisoli e altri brigatisti nel luglio 1982, durante le udienze del processo Moro, nel rivendicare l’autenticità continuamente messa in discussione del dattiloscritto, chiesero di allegare agli atti del processo le fotocopie degli originali che erano nella base. “Se venisse allegata agli atti – affermò Bonisoli – quella famosa cartelletta marrone, contenente tutti gli scritti di Aldo Moro durante la sua prigionia […] avreste anche voi elementi maggiori per vedere l’autenticità di quegli scritti o meno” (41).</p>



<p>Lungo tutto il decennio ’80, Bonisoli, Azzolini, Mantovani e altri esponenti della Walter Alasia continuarono a denunciare il mancato ritrovamento delle fotocopie dei manoscritti, del denaro e delle armi che erano state riposte nella intercapedine, che non risultavano nell’inventario indicato nei verbali di perquisizione dell’appartamento di Monte Nevoso, senza mai essere presi sul serio dall’autorità giudiziaria. Il timore che in quelle carte vi fossero rivelazioni dirompenti sul malaffare e la corruzione del partito democristiano, sui retroscena delle stragi e dei tentati golpe o su questioni di natura strategica, come accordi o patti segreti riguardanti la Nato e gli Stati Uniti, fece tremare il sistema politico e gli alti comandi militari e mise in fibrillazione le redazioni dei giornali.</p>



<p>In effetti la memoria difensiva di Moro si era sviluppata attorno a un nucleo di sedici quesiti formulati dal comitato esecutivo delle Br che coprivano l’intero trentennio di vita repubblicana. Ai brigatisti interessava capire in che modo lo Stato imperialista delle multinazionali (42) interagisse in Italia, quali fossero le fonti di finanziamento della Dc e i suoi rapporti con gli Stati Uniti e le banche, quale il ruolo della grande stampa nel progetto di ristrutturazione capitalistica, da loro definito “neogollista”. Avevano chiesto lumi sul ruolo avuto dal Fondo monetario internazionale (che aveva fornito un prestito all’Italia per tamponare il debito), quale era stato l’apporto di singole personalità democristiane come Andreotti, Fanfani, Cossiga e Taviani, il ruolo giocato dal grande capitale industriale, e in particolare il significato dell’entrata diretta in politica della famiglia Agnelli (nel 1976 Umberto Agnelli era stato eletto senatore nelle file della Democrazia cristiana).</p>



<p>Avevano fatto domande sulla Montedison, sulla presidenza della Repubblica, sul ruolo svolto dal generale De Lorenzo e dal presidente della Repubblica Segni nelle vicende del ‘piano Solo’. Altri quesiti affrontavano il ruolo di De Gasperi, la strategia della tensione e la strage di piazza Fontana, la ricostruzione dell’ultima crisi di governo e il coinvolgimento del Pci nella maggioranza, la politica italiana in Medio Oriente. Infine le Br avevano cercato di capire se esistesse un coordinamento Nato contro le guerriglie europee.</p>



<p>La risposta di Moro, piuttosto contorta e sostanzialmente negativa, espressa in due diverse stesure presenti nelle fotocopie di manoscritto dell’ottobre 1990, mancava invece nel dattiloscritto reso pubblico dalla magistratura, su pressione del governo, il 17 ottobre 1978. A questo testo si aggiungevano ventotto lettere, diciotto delle quali erano inedite, o meglio non erano note ufficialmente: tra queste c’erano missive dirette al Papa, Zaccagnini, Cossiga, Fanfani, Piccoli, Waldheim e collaboratori di Moro, oltre ad altre versioni della lettera alla Dc (43).<br>Ampi stralci del Memoriale ritrovato filtrarono molto presto. Giorgio Battistini su la Repubblica pubblicò una serie di anticipazioni sempre più dettagliate nei numeri del 6, 7, 8 e 10 ottobre 1978. Sembra accertato che la fonte del giornalista fosse il generale Enrico Galvaligi, stretto collaboratore di Dalla Chiesa (44).</p>



<p>La conoscenza anticipata, rispetto all’opinione pubblica, dei contenuti delle carte di Moro aveva anche permesso di avviare una campagna di ridimensionamento delle temute rivelazioni che vi erano presenti. Miriam Mafai, importante firma del quotidiano, scriveva in un commento di quei giorni largamente condiviso: “Il fatto che il dossier sia stato trovato in uno dei covi delle Br non basta infatti a sancirne l’autenticità” (45). Moro non era stato Moro durante la prigionia e ora che era morto, e le sue parole riapparivano, avrebbe continuato a non esserlo. I dirigenti democristiani annunciarono che l’organo del partito, il Popolo, non avrebbe pubblicato nemmeno uno stralcio delle “confessioni”, non ritenendole “moralmente ascrivibili” alla sua persona, anche se a loro avviso il documento non conteneva rivelazioni sensazionali e la sua pubblicazione non poteva nuocere alla sicurezza dello Stato (immagine 5).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="444" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale5.jpg" alt="" class="wp-image-920" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale5.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale5-300x222.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Immagine 5</figcaption></figure></div>



<p><br>Di fronte alle continue indiscrezioni sui contenuti delle “confessioni”, il governo fu spinto a divulgare la parte del dattiloscritto che riguardava la memoria difensiva. Quando fu chiaro che ciò sarebbe avvenuto, Scalfari bruciò sul tempo tutti presentando, il 14 ottobre, tre giorni prima che venisse reso pubblico il Memoriale, la sua intervista postuma. Il testo avrebbe fondato la narrazione futura di un altro Aldo Moro, trasfigurandone non solo il testamento scritto durante la prigionia, ma anche la condotta politica tenuta durante le trattative per il varo del nuovo governo Andreotti, quando con grande abilità aveva tenuto testa a tutti: a chi nella Dc non voleva il Pci nell’area di governo, ai dubbi degli americani, alle richieste iniziali del Pci, rimasto ancora una volta fuori dal governo, chiudendo la crisi con l’ennesimo monocolore democristiano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il secondo ritrovamento di Monte Nevoso</h4>



<p>Il 9 ottobre 1990, durante alcuni lavori di ristrutturazione dell’appartamento, nel frattempo dissequestrato, un muratore dopo aver divelto le mattonelle dal pavimento si accorse della presenza del pannello che copriva l’intercapedine ricavata dalle Br nel 1978 e diede l’allarme (immagine 6). Al suo interno furono rinvenuti quattrocentoventi fogli, costituiti dalle fotocopie di duecentoventinove fogli del manoscritto di Moro con le risposte ai quesiti dei brigatisti e di sessantatré lettere scritte da Moro in prigionia, quarantanove delle quali risultarono sconosciute, il tutto contenuto in una cartellina marrone. Oltre alle fotocopie, c’erano anche sessanta milioni in banconote ormai fuori corso provenienti dal sequestro Costa, una pistola, un fucile mitragliatore, detonatori e munizioni avvolti in giornali del settembre 1978. Si trattava del materiale di cui i brigatisti avevano ripetutamente denunciato la scomparsa negli anni precedenti.</p>



<p>Questo secondo ritrovamento scatenò un enorme polverone politico che si sovrappose a un’altra vicenda che stava emergendo in quei mesi, ovvero la presenza della rete Stay behind, rinominata “Gladio” in Italia (46), la cui esistenza venne ufficialmente riconosciuta dal presidente del consiglio Andreotti il 24 ottobre 1990. Come vedremo tra poco, gli scritti di Moro per dodici lunghi anni ignorati diverranno il pretesto di una narrazione strumentale della storia italiana.</p>



<p>L’esegesi del manoscritto in fotocopia condotta nei decenni successivi, oltre a confermare la piena autenticità degli scritti di Moro, lucido e padrone del suo pensiero, consapevole della situazione e perfettamente in grado di interloquire con i brigatisti mantenendo una propria autonoma posizione e strategia, ha condotto all’inserimento, seppur tardivo, dei suoi scritti dalla prigionia nell’opera omnia, edita dalla Presidenza della repubblica (47). L’attento lavoro di raffronto ha accertato che la memoria dattiloscritta ritrovata il primo ottobre 1978 è un derivato del manoscritto rinvenuto in fotocopia, sempre in via Monte Nevoso dodici anni dopo: “Non vi sono brani del primo ritrovamento che non trovino collocazione nel secondo” (48). Nelle fotocopie del manoscritto, molto più vasto rispetto al dattiloscritto, sono presenti dei brani ulteriori.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale6.jpg" alt="" class="wp-image-921" width="450" height="602" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale6.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/aldo-moro-sequestro-narrazione-memoriale6-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption>Immagine 6</figcaption></figure></div>



<p>Salvo una sola eccezione, si tratta di nuove stesure di risposte, riscritte da Moro in maniera più dettagliata e non riportate nel dattiloscritto, probabilmente perché realizzate quando l’interrogatorio e la sua ritrascrizione erano già chiusi. Il prigioniero continuò a scrivere fino agli ultimi giorni di vita, e spesso ritornò sui suoi precedenti testi, anche con dei collage di fogli, sostituiti e scritti con penne di diverso colore, correggendoli e rielaborandoli (49). In alcuni casi, nel dattiloscritto vi sono dei brani che riassumono le diverse stesure realizzate da Moro su determinati quesiti. L’unico argomento che non vi è riportato, e qui veniamo alla sola eccezione prima richiamata, riguarda la risposta che Moro aveva fornito in due diverse stesure alla domanda sulla eventuale presenza di un coordinamento antiguerriglia nella Nato, ovvero se a livello intergovernativo fosse stata predisposta una struttura del genere, e, in caso positivo, da chi fosse diretta e quali Paesi coinvolgesse (50).</p>



<p>Moro aveva risposto negativamente: “Nessuna particolare enfasi era posta sull’attività antiguerriglia che la Nato avrebbe potuto in certe circostanze dispiegare”, affermando subito dopo che “ciò non vuol dire che non sia stato previsto un addestramento alla guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti e alla controguerriglia a difesa delle forze nazionali”. In una successiva stesura aveva precisato: “Con ciò non intendo ovviamente dire che non sia stato previsto e attuato in appositi o normali reparti un addestramento alla guerriglia in una duplice forma: o di guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti o controguerriglia da condurre contro forze nemiche impegnate come tali sul nostro territorio” (51).</p>



<p>Il cenno fatto da Moro, nonostante la forma succinta e criptica del brano, fu subito letto e interpretato alla luce della cronaca immediata dell’ottobre 1990 e della campagna polemica che il Pci aveva lanciato contro “Gladio”, ritenuta una struttura anticostituzionale con funzione anticomunista interna, coinvolta nei tentativi di golpe e nelle stragi degli anni Settanta. Circostanza che, pur dimostrandosi successivamente del tutto infondata (52), prestò il fianco al decollo di una prolifica narrazione dietrologica (53).</p>



<p>Il Pci, che aveva fino allora negato l’autenticità degli scritti di Moro, di fronte alla forza dirompente di quelle parole autografe, capovolse improvvisamente la sua posizione e accusò i brigatisti di non aver voluto rendere pubblico il Memoriale, come annunciato nei primi comunicati, macchiandosi così di reticenza e connivenza con quegli apparati che – secondo il partito di Botteghe oscure – avevano voluto mantenere il segreto sull’esistenza di Gladio, nonostante le ripetute denunce sulla scomparsa delle fotocopie dei manoscritti di Moro che questi ultimi avevano lanciato dalle aule dei processi.</p>



<p>Ascoltato dal pm Pomarici, dopo il secondo ritrovamento, Bonisoli confermò la convinzione brigatista che il materiale presente dietro il pannello fosse stato subito ritrovato nel 1978 e illegalmente occultato da settori degli apparati (54). Azzolini, in un colloquio con l’autore di questo testo, ha spiegato che dopo le prime denunce inascoltate emerse anche il dubbio che quel pannello non fosse stato realmente scovato. Tuttavia davanti allo smantellamento della Walter Alasia e al frazionamento dell’organizzazione, era prevalsa in loro la diffidenza verso i gruppi residui ancora attivi all’esterno, atteggiamento che impedì di organizzare il recupero delle carte. Probabilmente in questa scelta era prevalsa anche la volontà di non favorire una delle tendenze in cui si erano suddivise le Br, anche perché nel frattempo i tre militanti arrestati nel lontano ottobre 1978 avevano intrapreso la via della dissociazione dalla lotta armata.</p>



<p>Nel 1978 erano altri gli elementi che si ponevano al centro dell’attenzione politica e solo una ristrettissima cerchia di addetti ai lavori avrebbe potuto comprendere il significato pieno di quella fugace allusione fatta da Moro. L’argomento, oltretutto, non destava la curiosità dei brigatisti, ai cui occhi la presenza di una struttura militare che avrebbe avuto la funzione di operare oltre le linee avversarie in caso di invasione del territorio nazionale da parte delle forze del patto di Varsavia, era del tutto ovvia. Al contrario, per le Brigate rosse era più importante sapere come gli Stati europei stessero organizzandosi contro il “nemico interno”, ovvero i gruppi rivoluzionari che operavano in campo sociale all’interno dei suoi confini, piuttosto che ragionare su scenari di scontro e invasione dell’Europa da parte delle truppe del patto di Varsavia, che costituivano il “nemico esterno” (55).</p>



<p>L’amputazione di questo brano ha dato corso nei decenni che sono seguiti a diverse ipotesi: la prima richiama la sfera della ‘ragion di Stato’. Il testo sarebbe stato espunto durante il ritrovamento del 1978 per tutelare un segreto Nato. Ipotesi plausibile ma che contrasta con il silenzio dei brigatisti. La menomazione sarebbe stata troppo grande e significativa per non suscitare una loro reazione. Il silenzio brigatista, anziché esser letto come una indiretta smentita della menomazione del testo, è divenuto successivamente l’indizio che ha dato vita a una variante della prima ipotesi: quella di un supposto scambio nel quale i brigatisti avrebbero negoziato vantaggi penitenziari e clemenza giudiziaria in cambio del silenzio sull’amputazione del testo e le rivelazioni di Moro. Congettura che riprende la teoria del doppio ostaggio.</p>



<p>Tutte queste ipotesi: quelle legate a un intervento per tutelare i segreti di Stato, come quelle di stampo dietrologico-complottista, non prendono in adeguata considerazione il modus cogendi e agendi delle Brigate rosse, senza il quale è facile il rischio di trarre conseguenze fuorvianti. A nostro avviso, è molto più realistico ritenere, in linea con la cultura politica e operativa di una organizzazione rivoluzionaria come le Br, che le conferme cercate sulla possibile presenza di eventuali piani antiguerriglia della Nato, non rientravano nella sfera della propaganda ma in quella dell’utilizzo politico-militare da parte dell’organizzazione. Queste informazioni servivano a rafforzare le conoscenze interne del gruppo, per strutturarne meglio l’organizzazione e individuare efficaci obiettivi da colpire. Pertanto l’interesse mostrato sull’argomento, come le eventuali informazioni ottenute, dovevano rimanere riservate per non allarmare l’avversario, fornirgli elementi di vantaggio permettendogli di predisporre le necessarie contromisure.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Nato a San Piero a Sieve il 24 agosto 1904, scomparso nel 1990. Oltre al monumento a Foscolo in Santa Croce a Firenze, realizzò durante la sua carriera vari busti della famiglia reale, di Mussolini, Amedeo Duca d’Aosta e Susanna Agnelli, le statue di Alcide de Gasperi e Guglielmo Marconi</p>



<p class="has-small-font-size">2) L’offensiva giudiziaria aperta dalla procura di Milano che affossò il sistema politico della Prima repubblica a colpi di arresti, processi e condanne per corruzione, concussione, turbative d’asta, finanziamento illecito dei partiti</p>



<p class="has-small-font-size">3) La fine del centrismo (monocolori Dc alternati a esecutivi che di volta in volta imbarcavano liberali, repubblicani, socialdemocratici e missini) e l’apertura verso i socialisti contraddistinse una nuova fase politica passata sotto il nome di “centrosinistra”. Nel marzo del 1962 fu Amintore Fanfani a dare vita alla prima esperienza con un governo Dc-Pri-Psdi e l’appoggio esterno del Psi. A partire dal dicembre 1963 fino al giugno 1968 si susseguirono i tre governi Moro, definiti “centrosinistra organico”</p>



<p class="has-small-font-size">4) Il ciclo di articoli venne poi raccolto nelle Lettere luterane, per Einaudi, Torino 1976</p>



<p class="has-small-font-size">5) Le parole di Pasolini appaiono una profetica anticipazione di quel che accadrà un quindicennio più tardi quando le inchieste della procura di Milano daranno vita alla stagione di Mani pulite</p>



<p class="has-small-font-size">6) “Bisognerebbe processare i gerarchi Dc”, Il Mondo del 28 agosto 1975. Gli altri articoli sono apparsi sul Corriere della sera del 24 agosto col titolo “Il processo”, il 9 settembre in risposta alle repliche di Luigi Firpo e Leo Valiani e i successivi 19 e 28 settembre, dove si ribadiva la necessità di un processo. L’11 settembre 1975 si era rivolto al Presidente della repubblica Giovanni Leone con una lettera aperta apparsa su Il Mondo</p>



<p class="has-small-font-size">7) Il 4 agosto 1974, una bomba esplode sul treno Italicus mentre questo transitava all’interno di un tunnel presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna</p>



<p class="has-small-font-size">8) P.P. Pasolini,<em> Lettere luterane</em>, Einaudi 1976, cit., p. 113</p>



<p class="has-small-font-size">9) Lo scandalo Lockheed riguardava l’acquisto – tra il 1970 e il 1975 – da parte di vari governi, tra i quali quello italiano, di aerei da guerra (‘Ercules’) dall’azienda americana Lockheed. Si scoprì che gli americani avevano pagato delle tangenti e si sospettò di un paio di presidenti del Consiglio (Mariano Rumor e Giovanni Leone) e di due ministri della Difesa (il socialdemocratico Mario Tanassi e il Dc Luigi Gui). La Commissione Inquirente ritenne ragionevoli le accuse contro Gui e Tanassi e non quelle verso Rumor (Leone era presidente della Repubblica, dunque non indagabile) e chiese al Parlamento di rinviarli a giudizio davanti alla Corte Costituzionale</p>



<p class="has-small-font-size">10) Aldo Moro, “Discorso alla Camera dei deputati”, 9 marzo 1977, in <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1130.htm" target="_blank">http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1130.htm</a></p>



<p class="has-small-font-size">11) L. Sciascia,<em> Todo Modo</em>, Einaudi 1974, prima edizione</p>



<p class="has-small-font-size">12) Alla querela presentata da De Lorenzo fece seguito un processo nel quale i giornalisti non potettero presentare i documenti che provavano la loro denuncia a causa degli omissis opposti dal governo guidato da Moro; dopo la condanna in primo grado di Scalfari e Jannuzzi, tutto si concluse con una remissione della querela</p>



<p class="has-small-font-size">13) E. Scalfari, “Adesso Sciascia conosce la verità”, la Repubblica, 12 ottobre 1978</p>



<p class="has-small-font-size">14) “Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc”, la Repubblica, 16 marzo 1978, p. 3, Francesco Scottoni. Questa informazione apparve anche su altri quotidiani come il Corriere della sera, la Stampa e il Giorno. Il nome in codice “Anteelope”, secondo le rivelazioni americane, indicava un presidente del Consiglio negli anni dal 1965 al 1970, coinvolgendo dunque, oltre a Moro (1963-1968), il governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone (giugno-novembre 1968) e quello di Mariano Rumor (dicembre 1968-luglio 1970). I tre smentirono ogni coinvolgimento e il 29 aprile l’ambasciatore statunitense notò che, nel farlo, avevano dato l’impressione di ritenersi colpevoli a vicenda; C. Belci e G. Bodrato, 1978. <em>Moro, la Dc, il terrorismo</em>, cit., p. 71</p>



<p class="has-small-font-size">15) Per una descrizione approfondita delle discussioni tenute durante le riunioni della Direzione del Pci, si veda P. Persichetti, in M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, <em>Brigate rosse vol. 1</em>, Deriveapprodi 2017, pp. 401-454</p>



<p class="has-small-font-size">16) “Coerentemente, il direttore de la Repubblica spiegò in un’intervista che il caso Moro e più in generale il caso Brigate rosse – rappresentò la vera fondazione del giornale”, in A. Spezie, 55 giorni, Elle U Multimedia, 2000, p. 136. Citazione ripresa da M. Gotor, <em>Il memoriale della Repubblica</em>, Torino, Einaudi, 2011, p. 121</p>



<p class="has-small-font-size">17) M. Gotor, Ibid, p. 121</p>



<p class="has-small-font-size">18) M. Gotor, Ibid</p>



<p class="has-small-font-size">19) Lettera a Francesco Cossiga, recapitata il 29 marzo 1978, pubblicata sul Corriere della sera, 30 marzo 1978, anno 103, numero 175, p. 1, in M. Clementi, La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli Bur 2006 (prima edizione Odradek 2001), pp. 317-318</p>



<p class="has-small-font-size">20) Ibid, p. 319</p>



<p class="has-small-font-size">21) Ibid, pp. 319-320. Va detto che di questa posizione di Moro favorevole alla trattativa e allo scambio eventuale di prigionieri durante il sequestro Sossi non si è trovata a oggi traccia scritta. Al contrario, un suo uomo di fiducia, l’ambasciatore Gianfranco Pompei, risulta aver sostenuto con forza presso la Santa Sede la linea della fermezza tenuta dal governo Rumor. Tuttavia ciò non esclude che per prudenza Moro abbia espresso solo verbalmente, come egli stesso scrive nelle lettere, questa linea. Op. cit., Brigate rosse vol 1, pp. 315-324</p>



<p class="has-small-font-size">22) la Repubblica, p. 1, 18 aprile 1978</p>



<p class="has-small-font-size">23) Reinterpretare liberamente le parole dell’interlocutore è una prassi frequente nell’attività giornalistica di Eugenio Scalfari: per ben due volte, nel 2014 e nel marzo 2018 il Vaticano ha dovuto seccamente smentire le affermazioni virgolettate attribuite al Pontefice, Jorge Mario Bergoglio (Francesco primo), nel corso di due interviste apparse su la Repubblica che raccoglievano i colloqui intercorsi tra i due <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/03/29/news/vaticano-smentisce-scalfari-su-inferno-papa-francesco-186903/" target="_blank">https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/03/29/news/vaticano-smentisce-scalfari-su-inferno-papa-francesco-186903/</a></p>



<p class="has-small-font-size">24) E. Forcella, la Repubblica, ottobre 1978</p>



<p class="has-small-font-size">25) R. N. Gardner, Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, 2004, p. 213</p>



<p class="has-small-font-size">26) Per una ricostruzione degli incontri tra Moro e Gardner si veda, M. Clementi, E. Santalena, P. Persichetti, Op. cit., Brigate rosse vol 1, pp. 154-165</p>



<p class="has-small-font-size">27) R. N. Gardner, Op. cit., p. 169</p>



<p class="has-small-font-size">28) Gianni Gennari, “Moro, 35 anni tra enigma e tragedia”, La Stampa, 5 luglio 2012 in <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.lastampa.it/2012/07/15/vaticaninsider/moro-anni-tra-enigma-e-tragedia-1Qx9ZKJ2tZzzuDg7ApSeWI/pagina.html" target="_blank">https://www.lastampa.it/2012/07/15/vaticaninsider/moro-anni-tra-enigma-e-tragedia-1Qx9ZKJ2tZzzuDg7ApSeWI/pagina.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">29) L’Unità, colloquio con Alessandro Natta, “Mettere a frutto le maggiori possibilità di rinnovamento”, 12 marzo 1978</p>



<p class="has-small-font-size">30) G. Pellegrino con G. Fasanella e G. Sestieri, Segreti di Stato, Einaudi, 2000, p. 165</p>



<p class="has-small-font-size">31) Moro conservava nel suo ufficio documenti classificati della pubblica ammini-strazione. Dopo la sua morte l’intero archivio venne passato al vaglio da un’apposita commissione di Stato che recuperò i documenti di livello riservato o secretato. Il resto della documentazione venne acquisito dall’Archivio centrale dello Stato. Per un approfondimento sulla questione si veda, Marco Clementi in M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse, Op. cit. pp. 257-265</p>



<p class="has-small-font-size">32) Subito dopo il sequestro si attivarono le procedure di verifica sul grado di cono-scenza da parte di Aldo Moro rispetto a eventuali segreti Nato. L’accertamento che venne fatto condusse a un esito negativo, in proposito si veda M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse vol. 1, Op. cit., pp. 257-260 e Acs, Migs, b. 23 C parte A, dispacci Mae, f. 18 cartella I e ivi, b. 13, “Rischio di sicurezza connesso con il rapimento dell’on. Moro (Sisde)”, 31 marzo 1978. Secondo una testimonianza di Cossiga, Moro, in realtà, era tra i pochi politici, con Taviani e Saragat e Cossiga stesso a sapere della presenza della rete Stay behind</p>



<p class="has-small-font-size">33) Si vedano in proposito i volumi di M. Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011; S. Flamigni, Patto di omertà, Kaos, 2015 e Il quarto uomo del delitto Moro, Kaos, 2018; S. Limiti, S. Provvisionato, Complici. Il patto segreto tra DC e Br, Chiare-lettere, 2015. Un ragionamento analogo viene proposto anche dall’ex presidente della seconda Commissione Moro, Giuseppe Fioroni, in un volume scritto insieme alla giornalista A. Calabrò, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau, 2018</p>



<p class="has-small-font-size">34) M. Moretti in R. Rossanda e C. Mosca, Brigate rosse una storia italiana, Anabasi (prima edizione), pp. 158-159</p>



<p class="has-small-font-size">35) Testimonianza resa da Lauro Azzolini a Paolo Persichetti e Marco Clementi il 18 settembre 2015. Nel corso del processo Metropoli, nell’aprile del 1987, Azzolini aveva dichiarato: “Del materiale che era in via Monte Nevoso si pensava di lavorarci per renderlo pubblico accompagnato da una nostra analisi. Il nostro arresto ha bloccato questo lavoro e l’unica cosa prodotta fu l’opuscoletto sulla ‘Campagna di Primavera’ uscito, mi sembra, nella primavera successiva. Si pensava invece di raccogliere tutto il materiale in un libro, magari da far uscire normalmente nelle librerie […]”</p>



<p class="has-small-font-size">36) Per una sintesi della vicenda, M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Op. cit., pp. 500-511</p>



<p class="has-small-font-size">37) Nella base romana di via Palombini 19, situata nel quartiere Aurelio e frequentata anche da Moretti e Triaca, acquistata con il denaro del sequestro Costa nello stesso periodo in cui venne preso l’appartamento di via Montalcini (Colli Portuensi) e via Albornoz (Aurelio), vennero arrestati Gabriella Mariani e Antonio Marini (il secondo tipografo di via Pio Foà). Nella base era stata custodita la macchina Ibm impiegata per comporre il testo della risoluzione del febbraio ‘78. La cartellina marrone con documentazione ideologica e originale della “Ds febbraio 1978” trovata nella tipografia proveniva da via Palombini</p>



<p class="has-small-font-size">38) Testimonianza di Nadia Mantovani resa a Paolo Persichetti il 14 giugno 2015</p>



<p class="has-small-font-size">39) ACS, Caso Moro, MIGS, b. 20, Testimonianza resa da Franco Bonisoli alla Corte di Assise del processo Metropoli il 14-15 aprile 1987</p>



<p class="has-small-font-size">40) Resti del pannello e della vernice furono trovate nella cantina nel 1990</p>



<p class="has-small-font-size">41) CM1, vol. LXXVII, p. 108 (dichiarazioni Bonisoli)</p>



<p class="has-small-font-size">42) Sigla coniata da Lelio Basso e ripresa nei loro testi teorici dalla Brigate rosse</p>



<p class="has-small-font-size">43) Per una analisi dettagliata della memoria difensiva di Moro si rinvia a F. Biscione, Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, Coletti, Roma, 1993 e M. Clementi, La “Pazzia” di Aldo Moro, Rizzoli, Milano, 2006</p>



<p class="has-small-font-size">44) Una ricostruzione delle anticipazioni giunte a la Repubblica si trova in M. Gotor, Op. cit., pp. 95-113</p>



<p class="has-small-font-size">45) Ibid. p. 103</p>



<p class="has-small-font-size">46) Dopo una inchiesta di quattro puntate apparsa sul Tg1, tra il 28 giugno e il 2 luglio 1990, il primo agosto il presidente del consiglio Andreotti fece delle ammissioni sulla presenza della rete Stay behind alla Camera e il giorno successivo davanti alla Commissione stragi. Il 18 ottobre fece pervenire alla Commissione un testo che ne documentava la nascita</p>



<p class="has-small-font-size">47) Soltanto nel 2017 il memoriale difensivo e le lettere scritte da Moro in via Montalcini sono state inserite nell’opera omnia dello statista democristiano, riconoscendone appieno, seppur con un grave ritardo, l’autenticità e l’importanza storica, politica ed etica. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.quirinale.it/allegati_statici/moro_edizioni-opere/renato-moro_intervento.pdf" target="_blank">https://www.quirinale.it/allegati_statici/moro_edizioni-opere/renato-moro_intervento.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">48) Si veda in proposito il lavoro di F.M. Biscione, <em>Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano</em>, Coletti, Roma, 1993, p. 20. La classificazione condotta da Biscione, che scrive di un documento A (le fotocopie del manoscritto), e di un documento B (il dattiloscritto da esse derivato), non è condivisa da altri studiosi che distinguono le fotocopie del manoscritto dal manoscritto originario, poiché a loro avviso sarebbero intervenute al momento del ritrovamento, o in precedenza per opera dei brigatisti stessi, delle manipolazioni e censure. Analogo ragionamento andrebbe condotto per il dattiloscritto. Secondo Miguel Gotor sarebbe esistito un testo originario più ampio, un “ur-memoriale” nel quale sarebbero stati presenti alcuni temi poi censurati: il golpe Borghese, la fuga del nazista Kappler, il cosiddetto ‘lodo Moro’, M. Gotor,<em> Il memoriale della repubblica</em>, Op. cit</p>



<p class="has-small-font-size">49) Anche l’impiego di penne con inchiostro di diverso colore e il loro utilizzo alternato, Bic blu e nera o Tratto Pen nera e blu, ha dato adito a suggestive ricostruzioni come quella di M. Mastrogregori, La lettera blu. Le Brigate rosse, il sequestro Moro e la costruzione dell’ostaggio, Ediesse 2012, dove si ipotizza un uso finalizzato del colore per identificare le parti di testo modificate su richiesta dei brigatisti</p>



<p class="has-small-font-size">50) Le Br osservavano con attenzione i processi di integrazione europea che si stavano realizzando attorno ai temi della sicurezza e tra questi dell’antiguerriglia, attraverso la creazione di organismi europei integrati come il ‘Gruppo Trevi’, costituitosi durante la conferenza dei ministri dell’Interno tenutasi il 29 giugno 1976, quando furono approvati i termini politici della collaborazione per la lotta al terrorismo</p>



<p class="has-small-font-size">51) F.M. Biscione, Op. cit., pp. 90-92</p>



<p class="has-small-font-size">52) Si veda in proposito il lavoro di G. Pacini, Le altre Gladio, Gladio: La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991, Einaudi, 2014</p>



<p class="has-small-font-size">53) G. De Lutiis, <em>Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi</em>, Editori Riuniti, Roma, 1996; S. Flamigni,<em> Convergenze parallele. Le Brigate Rosse, i servizi segreti e il delitto Moro</em>, Kaos Edizioni, Milano, 1998; G. Flamini, <em>L’amico americano. Presenze e interferenze straniere nel terrorismo in Italia</em>, Editori Riuniti, Roma, 2005; S. Flamigni, <em>Trame atlantiche, storia della loggia massonica P2</em>, Kaos Edizioni, Milano, 2005; F. Imposimato, S. Provvisionato,<em> Doveva Morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta</em>, Chiarelettere, Milano, 2008</p>



<p class="has-small-font-size">54) Acss, Tribunale di Milano n. 16461/90, 15 ottobre 1990</p>



<p class="has-small-font-size">55) La circostanza fornisce una conferma della mancanza di rapporti con i servizi dell’Est. Se questi fossero stati attivi, infatti, il riferimento fatto da Moro all’addestramento di reparti antiguerriglia da attivare in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia avrebbe suscitato un sicuro interesse e un ulteriore approfondimento della questione</p>
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