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	<title>sinistra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 07 Jan 2026 15:44:43 +0000</lastBuildDate>
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	<title>sinistra &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>I would prefer not to. Conflitto non è solo scontro</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/i-would-prefer-not-to-conflitto-non-e-solo-scontro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" data-type="post" data-id="8994" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’epoché e il conflitto. La generazione Alpha e il tempo schermo, i due punti di rottura tra popolazione e classe dirigente, i cittadini sospesi, la ‘formula della creazione’ e lo spazio del possibile: oggi contropotere è immaginare e strutturare nuove forme di organizzazione sociale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Siamo in un periodo di grande trasformazione sociale e di maggiore incertezza rispetto al passato. Gli strascichi della pandemia, i conflitti armati, la riduzione del potere di acquisto delle famiglie, la stagnazione dell’economia […] sono tutti elementi che modificano in modo netto lo scenario. Siamo passati dalle certezze a un’incertezza continua. In questo scenario le aziende devono adeguare i loro posizionamenti” (1); perché “le persone oggi non comprano solo scarpe: cercano significato e visione. Il marketing non è più uno slogan, ma un dialogo continuo. Si passa dal comando netto e quasi autoritario a una domanda che riconosce le paure di insuccesso e l’ansia generazionale” (2). La prima citazione è di Sandro Castaldo, professore ordinario del Dipartimento di marketing dell’università Bocconi; la seconda è della giornalista Brittaney Kiefer, sulla rivista di marketing Adweek. Entrambe si riferiscono alla nuova campagna pubblicitaria della Nike lanciata a metà settembre, che ha visto lo slogan <em>Just</em><em> Do It</em>, coniato nel 1988, trasformarsi nel <em>Why Do It? “</em>Una preoccupazione forte degli italiani in passato era l’ambiente” continua Castaldo, “molti hanno constatato scarsi impatti nella pratica delle politiche ambientali e oggi le preoccupazioni sono altre […] Nell’attuale situazione di incertezza le nuove generazioni hanno bisogno di sapere il perché, ovvero il motivo profondo che dovrebbe spingere all’azione. […] Pertanto le aziende si adeguano cercando di cogliere questa esigenza di pragmatismo e riscontro empirico”.</p>



<p>In poche parole, la frustrazione, l’incertezza per il futuro, l’ansia da prestazione, la delusione, la sensazione di impotenza che le giovani generazioni vivono nell’attuale società capitalistica – sempre più competitiva e passata dal Green New Deal alla propaganda di guerra – vengono incorporate negli slogan pubblicitari e sfruttate, dallo stesso capitalismo che le crea, per alimentare i consumi e la profittabilità del capitale. Un circolo vizioso che intrappola la generazione Z, senza che essa riesca a opporre resistenza. I cosiddetti <em>nativi digitali </em>connessi h24, infatti, si ritrovano, nella gran parte, privi del bagaglio culturale che permetterebbe loro di elaborare un pensiero critico capace di disinnescare la dinamica capitalismo-consumismo, cogliendone i tratti sistemici e le perverse correlazioni. Una mancanza che non è unicamente causata dalla virtualizzazione del mondo prodotta dallo sviluppo digitale, ma di certo smartphone, chat e social hanno reso strutturale un approccio veloce e superficiale là dove prima regnava la lentezza dell’approfondimento, del ragionamento e della trasmissione del sapere. Se questa è la realtà per chi è nato tra la metà degli anni Novanta e il 2010, quella che attende la generazione Alpha rischia seriamente di essere peggiore. Definita la <em>generazione schermo, </em>i cosiddetti <em>screenager</em> sono venuti al mondo tra il 2010 e il 2024, e sono i primi umani che con tablet, smartphone e computer hanno intrattenuto uno stretto e costante rapporto fin dai primi vagiti. Che società stiamo costruendo per loro? Cosa gli consegniamo per difendersi da un futuro di frustrazione, ansia da prestazione, delusione, sensazione di impotenza?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il futuro della generazione Alpha</h4>



<p>“Bambini che sempre più vengono letteralmente calmati, addormentati, svezzati attraverso lo smartphone […] padri che cullano l’infante tenendo sempre lo smarphone in mano. Poi madri che lo allattano mentre guardano lo smartphone. Infine genitori che lo guardano attraverso lo smartphone per fare un filmino dei suoi primi passi. Che cosa cambia in questi sguardi?” si chiede Simone Lanza ne <em>L’attenzione contesa. Come il tempo</em><em> schermo modifica l’infanzia</em> (Armando Editore, 2025)&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" data-type="post" data-id="8994" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 93</a></p>



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		<title>Contro il politically correct</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/contro-il-politically-correct/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[politically correct]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[La morale, il linguaggio, il pensiero associativo e la pratica denotativa; fintamente emancipativo e mai antisistemico, perché il politicamente corretto ci immobilizza socialmente divenendo regressivo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" data-type="post" data-id="4936" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La morale, il linguaggio, il pensiero associativo e la pratica denotativa; fintamente emancipativo e mai antisistemico, perché il politicamente corretto ci immobilizza socialmente divenendo regressivo</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Political correctness. Tanto se n’è scritto negli ultimi anni, in termini positivi e negativi. Nato nell’ambiente liberal statunitense dei <em>cultural studies</em> alla fine degli anni ‘80, si è poi diffuso in tutto il mondo occidentale. Tuttora mantiene nella sfera culturale e politica di sinistra una posizione di sostegno – anche se voci critiche iniziano a emergere – mentre a destra è spesso contestato. Per quanto le dinamiche della sua evoluzione già si trovassero nell’iniziale impostazione del pensiero, è difficile immaginare che alla nascita fosse possibile prevedere le caratteristiche conformistiche e repressive che ha raggiunto oggi. </p>



<p>Jonathan Friedman inizia a scriverne, in termini di appunti per un ipotetico libro, nel 1997; continua a ragionarci nei primi anni Duemila, e lascia gli scritti nel cassetto; riprende più volte il manoscritto, aggiornandolo, e infine lo pubblica nel 2017. In Italia esce nel 2018, per i tipi di Meltemi, con il titolo “Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime”. Il testo è interessante perché Friedman è un antropologo, e la sua riflessione si interroga sulla natura strutturale del politicamente corretto come forma di comunicazione e sul contesto che ne consente l’emersione fino a farlo divenire una pratica dominante. “Criticato e discusso in una serie di pubblicazioni, [il politicamente corretto] ancora non è stato analizzato dal punto di vista antropologico” scrive Friedman nell’introduzione; per concludere: “Questo non è un libro sui pro e i contro di una forma specifica di politicamente corretto […] è piuttosto una critica generale di tutte le forme di politicamente corretto come mezzo di soppressione del dibattito”. Il libro si focalizza sulla realtà svedese, Paese nel quale l’autore vive, principalmente sul tema del multiculturalismo, e partendo da un’esperienza personale si apre a un’analisi complessiva: qui interessa prendere a spunto giusto alcuni elementi, per ragionare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La morale</h4>



<p>Difficile negare che il politically correct sia figlio del postmoderno; nel bene e nel male, lo sono anche i cultural studies. Un punto di partenza che diviene rilevante solo se la riflessione approfondisce cosa questo significhi. Marc Augé, non per caso anch’esso antropologo (ed etnologo), è andato oltre parlando di “surmodernità”, una condizione caratterizzata dall’eccesso, di tempo, di spazio e di ego: ci interessa quest’ultima. La fine delle grandi narrazioni dell’epoca moderna, così come le aveva individuate Lyotard, ovvero la fine della <em>credenza</em> nelle grandi narrazioni, ha distrutto il senso collettivo e creato un individuo che si considera un mondo a sé, costretto a interpretare da sé e per sé le informazioni, sempre più globali e invasive (h24) che lo raggiungono, nella ricerca di una produzione individuale di senso. Un Uomo disorientato, perché privo di una Verità universale emancipatrice. Le grandi narrazioni infatti – illuminismo, idealismo, marxismo – si auto-legittimavano come sapere, e dunque come Verità, proprio in quanto universalistiche ed emancipative.</p>



<p>È qui che il testo di Friedman può aggiungere un tassello alla riflessione. Le grandi narrazioni non avevano bisogno di usare argomenti <em>morali</em> per imporsi, perché potevano pretendere di asserire Verità evidenti e assolute. Diversamente il politically correct, che al pari di una grande narrazione ambisce all’egemonia e all’universalismo – anche se sarebbe più corretto parlare di ‘globalismo’, che è altra cosa, perché ha radici economiche, nel sistema capitalistico, sulle quali si sta cercando di costruire e imporre una cultura cosmopolita – ritrovandosi privo della potenza intellettuale dell’epoca moderna ha fatto della morale l’elemento prioritario, costruendo un’ideologia politica che si basa sulla presunta esistenza di alcune <em>auto</em>-evidenti verità <em>morali</em> sul mondo. Le ripercussioni culturali e politiche di una simile posizione sono importanti.</p>



<p>La categoria della morale pretende di stabilire universalmente e insindacabilmente ciò che è ‘buono’ e ciò che è ‘cattivo’, ciò che è ‘giusto’ e ciò che è ‘sbagliato’. Non a caso è una categoria da sempre appannaggio dello spazio religioso, e privato, mentre a quello politico, e pubblico, è sempre appartenuto il concetto di ‘etica’ e soprattutto la sfera razionale, che significa argomentazione, riflessività critica, confutazione. La morale non si discute, non contempla un dibattito perché non implica un ragionamento, così come non si discutono i dogmi e la fede. Il politically correct poggia su questi meccanismi: pretende di essere portatore dell’unica ‘giusta’ visione e da questa posizione reprime il dibattito, squalificando sul piano personale l’interlocutore contrario ed evitando di aprire un confronto razionale nel merito di ciò che l’interlocutore afferma. È l’utilizzo del “pensiero associativo”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il linguaggio</h4>



<p>Il politicamente corretto opera per mezzo di classificazioni e catene associative di classificazioni, afferma Friedman. Classifichiamo sempre in categorie, fa parte del nostro modo di interagire con gli altri e di leggere il mondo, avere una ‘griglia’ ci è necessario per comprendere e muoverci. Questo naturale processo diventa un problema quando lo leghiamo alla pratica associativa, perché quest’ultima è incompatibile con l’argomentazione razionale. Critichi il multiculturalismo e le politiche di immigrazione, dunque (associazione) sei un razzista e di destra; critichi il Ddl Zan, dunque (associazione) sei un omofobo e un transfobico e di destra. Ne consegue che, invocando la morale della ‘giusta’ posizione che il politically correct rivendica per sé, non viene aperto un dibattito bensì eliminato l’interlocutore, e con esso il pensiero critico che porta. È la dinamica della <em>cancel culture</em> (1) e, anche quando non si arriva a tanto, il confronto tra posizioni diverse è viziato e manca di onestà intellettuale.</p>



<p>Il politicamente corretto pone inoltre al centro il linguaggio come meccanismo politico, nella convinzione che possa modificare la realtà. Il discorso è ampio e indubbiamente le parole creano categorie di pensiero e la influenzano – il linguaggio nato con il Covid-19 ne è un esempio e tutti ne stiamo facendo esperienza (2) – ma il politically correct compie un passaggio ulteriore: l’atto del denotare è visto come qualcosa che <em>crea</em> la realtà, invece di riferirsi a essa. Istituendo un controllo sul linguaggio stabilisce cosa può essere detto e cosa taciuto, quali parole si possono pronunciare e quali non devono essere utilizzate, così imponendo una nuova realtà totalizzante attraverso la censura di chi vi si oppone, grazie all’uso del meccanismo associativo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La società</h4>



<p>Due sono le questioni che solleva.</p>



<p>La prima, dall’alto. Nel momento in cui il politicamente corretto è invocato e portato avanti dalle élite culturali di un Paese, con la visibilità mediatica che ne consegue – ed è ciò che oggi avviene in Italia e nel mondo occidentale in generale – significa che la sfera intellettuale si è indebolita: può prendere piede infatti solo dove l’argomentazione razionale non è più una pratica agita, dove la razionalità intesa come capacità di ragionamento e confutazione è in declino e dunque la mediocrità regna, perché dove c’è acritica accettazione intellettuale c’è conformismo, e dove c’è conformismo c’è mediocrità.</p>



<p>La seconda, dal basso. L’Uomo surmoderno non ha punti di appoggio: individualizzato, privo di grandi narrazioni e di Verità, il pensiero dominante lo spinge ad abbracciare una cultura cosmopolita che tuttavia ancora non gli appartiene, in una contraddizione continua con le sue radici inevitabilmente locali – nazionali o regionali, e sempre storiche. Incapace di definire la propria identità personale, ne scaturisce un’insicurezza che lo porta a una eccessiva dipendenza dal riconoscimento altrui, che vuol dire finire per essere <em>controllati</em> dagli altri. Il politically correct consegna una definizione morale: farla propria significa sentirsi dalla parte ‘giusta’ e socialmente accettati nel porto tranquillo del conformismo, senza nemmeno dover argomentare la propria posizione; rifiutarla vuol dire avere la forza di ritrovarsi socialmente dalla parte ‘sbagliata’ e la capacità argomentativa per difendersi da accuse di razzismo, omofobia, ecc. E così il politicamente corretto si impone, in una classica dinamica top-down – o pensiero dominante-dominati, si sarebbe detto nel Novecento – impedendo lo sviluppo di una capacità critica e fagocitando, depotenziandole, le battaglie politiche nate dal basso: il politically correct non è mai antisistemico.</p>



<p>L’egemonia che è riuscito a conquistarsi non è infatti esente da logiche di dominio, economiche e politiche. Se alla nascita l’idea ispiratrice del politically correct era quella di una trasformazione culturale nel segno del rispetto di differenti sensibilità e punti di vista, oggi è, paradossalmente, divenuto lo strumento per silenziare un pensiero ‘diverso’, antagonista.</p>



<p>Il multiculturalismo non mette in discussione le catene del valore internazionali utili al capitalismo, le delocalizzazioni della produzione nei Paesi del Terzo mondo a salari da fame, l’imperialismo diretto o delle guerre per procura per il controllo di risorse o spazi geopolitici strategici da cui migliaia di persone scappano per non morire, arrivando nel ‘Primo mondo’; l’identità di genere declinata individualmente, e ancor più quella “percepita” contenuta nel Ddl Zan, archivia in cantina le battaglie femministe che lottavano contro il concetto di genere socialmente agito, in un’ottica di rivendicazione ed emancipazione collettiva e non certo individuale (3).</p>



<p>Fintamente emancipativo, il politicamente corretto ci immobilizza socialmente, divenendo quindi regressivo. La destra lo rifiuta in nome di un tradizionalismo valoriale che ci incatena a una visione culturalmente eurocentrica, spesso maschilista e sempre patriarcale; la sinistra lo promuove sposando l’individualismo contro il concetto di classe sociale. Entrambe le posizioni reggono il gioco al capitalismo, non toccando infatti, nel proprio approccio, il piano sistemico dell’economia. “I valori progressisti sono diventati un potente strumento di branding” utile ai profitti delle imprese, mentre il politically correct promuove un “radicalismo sociale” che non mette in discussione disuguaglianze e sfruttamento causati dal capitalismo, contro un “radicalismo economico” potenzialmente antisistemico (4): Marx direbbe che il politicamente corretto si muove nella “vita celeste” senza intaccare la “vita terrena”.</p>



<p>“Mai convinto che distruggendo il capitalismo si sarebbe automaticamente distrutto il razzismo, ero tuttavia consapevole che non era possibile distruggere il razzismo senza spazzare via le sue radici economiche”: parole di Huey Newton, fondatore, insieme a Bobby Seale, delle Black Panthers (5). “Il tuo nemico è altrove non sono gli immigrati” recitava uno striscione a maggio, a Milano: nell’indeterminatezza di quel “altrove” sta tutta la drammatica incapacità di una analisi sistemica da parte delle nuove generazioni di sinistra. Incapacità figlia della rimozione del sapere storico anticapitalista – che cos’è il capitalismo, quale realtà sociale crea, con quali meccanismi agisce, come si è sviluppato nel tempo fino a oggi – operata delle generazioni precedenti a quella attuale, dunque non è a queste ultime e nemmeno al politically correct che si deve imputare tale responsabilità; e c’è chi afferma che radicalismo sociale e radicalismo economico potrebbero essere due battaglie che si tengono l’una con l’altra, e in teoria può essere, ma non oggi. Perché la cultura del radicalismo economico si è perduta ed è quindi interamente da ricostruire, mentre il politically correct è divenuto l’unico strumento del radicalismo sociale: e rifiutando l’argomentazione razionale e creando conformismo, rende ancora più difficoltosa la rinascita di un pensiero antisistemico realmente e collettivamente emancipativo.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Giovanna Baer,<em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/la-cancel-culture-e-il-woke-capitalism/" data-type="post" data-id="4949" target="_blank"> La cancel culture e il woke capitalism</a></em>, pag. 10</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Elisabetta Groppo, <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.rivistapaginauno.it/virus-volant-verba-manent-il-lessico-al-tempo-del-covid-19/" target="_blank"><em>Virus volant, verba manent? Il lessico al tempo del Covid-19</em></a>, Paginauno n. 72/2021 </p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Daniela Danna, <a href="https://rivistapaginauno.it/se-il-genere-cancella-il-sesso/"><em>Se il genere cancella il sesso</em></a>, Paginauno n. 66/2020</p>



<p class="has-small-font-size">4) Giovanna Baer, art. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Iacopo Adami, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/la-colonia-interna/" data-type="post" data-id="4980" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La colonia interna</a></em>, pag. 60 </p>
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		<title>La cancel culture e il woke capitalism</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-cancel-culture-e-il-woke-capitalism/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Baer]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jul 2021 12:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021) I valori progressisti come strumento di branding delle imprese, il “radicalismo sociale” e il “radicalismo economico” Il 7 luglio dello scorso anno un gruppo di giornalisti, scrittori e docenti universitari (e fra loro alcune delle più celebrate menti del dibattito civile americano, fra cui Noam Chomsky) ha pubblicato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-73-luglio-settembre-2021/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 73, luglio – settembre 2021</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>I valori progressisti come strumento di branding delle imprese, il “radicalismo sociale” e il “radicalismo economico”</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il 7 luglio dello scorso anno un gruppo di giornalisti, scrittori e docenti universitari (e fra loro alcune delle più celebrate menti del dibattito civile americano, fra cui Noam Chomsky) ha pubblicato su Harper’s Magazine un documento condiviso dal titolo <em>A letter on justice and open dibate</em> (“Una lettera sulla giustizia e la libertà di dibattito”) (1) che ha fatto molto discutere. La lettera parla di una dinamica esplosa sulla scena pubblica americana solo in tempi recenti, ma i cui effetti – secondo i firmatari – rischiano di paralizzare l’esercizio del libero pensiero. Le istituzioni culturali statunitensi stanno in effetti affrontando un momento di dura prova. </p>



<p>Le proteste per la giustizia razziale di Black Lives Matter e in generale dei movimenti che chiedono una maggiore uguaglianza e inclusione sociale sono riuscite a ottenere grandi risultati (per esempio la riforma dei Corpi di polizia), ma hanno anche “intensificato una nuova serie di atteggiamenti morali e di impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme sulla libertà di espressione e di tolleranza delle differenze in favore del conformismo ideologico”. Il libero scambio di informazioni e idee, la linfa vitale di una società liberale, sta diventando ogni giorno più ristretto, sostituito, secondo i firmatari, dall’intolleranza verso i punti di vista opposti, il facile ricorso alla pubblica gogna e all’ostracismo, e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in un’accecante certezza morale. </p>



<p>“I redattori vengono licenziati per aver pubblicato pezzi controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti viene impedito di scrivere su certi argomenti; i professori vengono indagati per aver citato opere di letteratura in classe; un ricercatore viene licenziato per aver fatto circolare uno studio accademico sottoposto a revisione paritaria; e i capi delle organizzazioni vengono estromessi per quelli che a volte sono solo errori maldestri. Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare incidente, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie”.</p>



<p>La lettera si riferisce alla cosiddetta <em>cancel culture</em>, un termine che deriva dallo slang afroamericano e si è diffuso su Black Twitter (2) per significare la decisione personale, talvolta seria, talvolta scherzosa, di ritirare il supporto dato in precedenza a una persona o a una causa. Intorno al 2015, il movimento femminista #MeToo ha fatto sua questa forma di protesta e l’ha utilizzata nella sua battaglia contro i predatori sessuali, come Harvey Weinstein o Robert Kelly. Da allora, la cancel culture è vista, soprattutto in prospettiva liberal, come lo strumento ideale per dar voce alle minoranze (le donne, i singoli gruppi razziali, i movimenti lgbt, ecc.), che possono, attraverso l’enorme cassa di risonanza del web, denunciare abusi e chiedere a coloro che detengono ricchezza, potere e privilegi di assumersi finalmente le proprie responsabilità e rimediare alle ingiustizie. Come scriveva l’opinionista nera Danielle Butler nel 2018: “What people do when they invoke dog whistles like ‘cancel culture’ is illustrate their discomfort with the kinds of people who now have a voice and their audacity to direct it towards figures with more visibility and power” (3). Purtroppo, i social media sono passati molto velocemente dal chiedere responsabilità (<em>accountability</em>) a pretendere che i cattivi (reali o immaginari) vengano puniti per le loro colpe (anche d’opinione) immediatamente, in modo esemplare e senza contraddittorio.</p>



<p>Ligaya Mishan del New York Times (4) spiega che l’azione di denuncia iniziale è deflagrata in una vasta gamma di interventi on e off line (dalle minacce allo stalking, dall’ostilità all’intimidazione, per arrivare in qualche caso addirittura alle lesioni personali) portati avanti nei confronti di individui percepiti come “tossici” (cioè il cui pensiero o comportamento viene ritenuto pericoloso da una determinata comunità di individui), con l’obiettivo di convincere il presunto reo a fare ammenda e a “non peccare più”, oppure a essere permanentemente bannato dai circoli sociali. La cancel culture, in altre parole, si è trasformata in una moderna caccia alle streghe.</p>



<p>Il 28 maggio dello scorso anno, David Shor, un analista politico, ha avuto l’idea di pubblicare via Twitter una considerazione. Era passato poco tempo dalla morte di George Floyd, e accanto a pacifiche proteste di massa si erano verificati molti saccheggi e altri atti vandalici sia a Minneapolis che altrove. Shor, citando una ricerca del politologo di Princeton Omar Wasow, ha suggerito che la reazione dell’elettorato moderato a questi gesti violenti avrebbe potuto aiutare la rielezione di Trump (5). Ari Trujillo Wesler, la fondatrice di OpenField, una app di propaganda democratica, lo ha subito accusato in una serie di tweet di essere “anti-nero”. Il giorno seguente Shor si è scusato per il tweet (e perché mai?, ci chiediamo) e tuttavia poco dopo è stato licenziato. Shor ha firmato un accordo di non divulgazione che gli impedisce di parlare liberamente della vicenda, e Civis, la società per cui lavorava, non intende commentare, ma la <em>consecutio temporum</em> degli avvenimenti non lascia spazio a dubbi (6).</p>



<p>Emmanul Cafferty è un uomo alto, calmo e muscoloso, sulla quarantina, nato e cresciuto in una comunità operaia multirazziale a sud di San Diego, e lavorava come autista per la San Diego Gas &amp; Electric Company. Alla fine di una giornata di lavoro del giugno 2020 stava guidando verso casa sul suo camioncino, con un braccio fuori dal finestrino, quando una macchina l’ha pericolosamente superato a un incrocio. Al semaforo successivo il guidatore lo ha aspettato e ha iniziato a insultarlo facendogli il gesto che significa “ok” e fotografandolo con lo smartphone, al che Cafferty, perplesso, gli ha ricambiato il gesto e se ne è andato sperando di togliersi dai guai (7). </p>



<p>Due ore dopo Cafferty è stato chiamato dal suo capo: gli è stato comunicato che qualcuno aveva postato su Twitter delle foto che lo ritraevano alla guida del furgone della società mentre faceva il gesto dell’“ok” alla telecamera, un gesto che, secondo il misterioso delatore, era “tipico dei suprematisti bianchi” (8), e dozzine di persone stavano chiamando la società per chiedere le sue dimissioni. Alla fine della telefonata il malcapitato si è ritrovato sospeso senza stipendio e il lunedì successivo è stato licenziato in tronco. Tuttavia sarebbe stato perlomeno strano che Cafferty simpatizzasse per la supremazia bianca: le sue origini sono al 75% latine (lo sono sia la madre che la nonna paterna), non si è mai interessato di politica (non è nemmeno iscritto al registro elettorale) e la San Diego Gas &amp; Electric Company, a cui ha fatto causa, non è riuscita a presentare in tribunale alcun precedente razzista che lo riguardi. Eppure, il suo impiego non gli è stato ancora restituito.</p>



<p>Isabel Fall ha pubblicato nel 2020 sulla rivista Clarkesworld un racconto intitolato <em>I Sexually Identify as an Attack Helicopter</em> (“Mi identifico sessualmente in un elicottero d’attacco”), che parla della disforia di genere, cioè del malessere che si sperimenta quando non ci si riconosce nel proprio sesso biologico. Il racconto ha fatto infuriare molti lettori: la Fall è stata accusata di transfobia, è stata molestata, i suoi dati personali sono stati pubblicati online ed è stata bannata dai social media. Peccato che Isabel Fall fosse lo pseudonimo usato da una scrittrice trans per raccontare la sua lotta personale alla disforia di genere, e che la vicenda l’abbia obbligata a rivelare la sua vera identità e a fare outing per difendersi dalle accuse (9).</p>



<p>Niel Golightly, 62 anni, il capo delle comunicazioni della compagnia aerea Boeing, si è dimesso il 2 luglio del 2020 con una lettera di scuse per un articolo che aveva pubblicato nel 1987, quando era un giovane ufficiale di Marina. In quest’articolo, Golightly si schierava contro la presenza delle donne nell’esercito americano. Un dipendente molto zelante ha portato all’attenzione dei vertici della società il vecchio pezzo (peraltro scritto in un periodo in cui l’argomento era culturalmente molto controverso, anche da parte femminile), chiedendo la testa del dirigente. Dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis nel mese di maggio, l’amministratore delegato della Boeing, David Calhoun, aveva dichiarato che l’azienda non avrebbe tollerato “bigottismi di qualsiasi tipo” e che la società avrebbe “raddoppiato la determinazione per eliminare comportamenti che violano i nostri valori e feriscono i nostri colleghi”. </p>



<p>“L’articolo che ho scritto – e che conteneva opinioni che ho successivamente cambiato – è una lettura dolorosa. Dolorosa perché [queste opinioni] sono sbagliate. Dolorosa perché sono offensive per le donne” afferma Golightly nella lettera di dimissioni, pubblicata sul New York Times (10). Sempre Golightly ha dichiarato in un’intervista successiva che le opinioni che ha espresso quando era un giovane pilota non rappresentano in alcun modo ciò in cui crede oggi, e che le persone dovrebbero avere spazio per maturare e cambiare le loro idee man mano che le loro carriere progrediscono senza essere giudicati per ciò che pensavano decenni fa. Del resto, quante opinioni degli americani del 1987 reggerebbero a un esame secondo gli standard di oggi?</p>



<p>Gli esempi possibili di <em>cancel culture</em> sono tantissimi, e il boicottaggio non si ferma a persone che vivono nel presente, ma si estende a personaggi storici, libri, opere d’arte, in uno sforzo a tutto tondo di riscrivere la storia: le statue di George Washington e Thomas Jefferson vengono divelte o imbrattate perché i due Padri Fondatori possedevano schiavi, libri contro la discriminazione razziale come <em>Huckleberry Finn</em> di Tom Sawyer e <em>How to Kill a Mockbird</em> (<em>Il buio oltre la siepe</em>) di Harper Lee vengono tolti dalla lista dei libri di scuola perché contengono la “n word”(nigger), il film <em>Via col vento</em> (vincitore di nove premi Oscar) è stato rimosso dalla piattaforma HBO perché giudicato razzista, e così via, in un trionfo di <em>mob justice</em> sempre meno condivisibile.</p>



<p>Loretta Ross, 67 anni, è davvero una figura improbabile contro cui ingaggiare una guerra culturale. Professoressa allo Smith College (i suoi corsi sono <em>Supremazia bianca nell’era di Trump</em> e <em>Giustizia riproduttiva</em>), Ross è una femminista nera radicale che lavora per i diritti civili da quarant’anni ed è una dei firmatari della lettera di denuncia su Harper’s Magazine, per la quale lei stessa è stata <em>called out</em>. “C’è una tale ironia nell’essere chiamata fuori per aver chiamato fuori la cultura del call-out”, ha detto. “È stato davvero esilarante” (11). A suo parere, <em>cancel culture</em> significa che “le persone cercano di espellere chiunque non sia perfettamente d’accordo con loro, piuttosto che rimanere concentrate su coloro che traggono profitto dalla discriminazione e dall’ingiustizia”.</p>



<p>Mantenere il focus sulle piccole violazioni individuali del contratto sociale non aiuta gli invisibili, le minoranze, l’inclusione sociale. La teoria dei criminologi George L. Kelling e James Q. Wilson (che postulava come la repressione dei crimini minori avrebbe impedito quelli più grandi) (12) messa in pratica dalla polizia USA negli anni Ottanta non ha ridotto il tasso di criminalità, ma ha condotto alla piaga dello <em>stop-and-frisk</em>: la gente comune, innocente e il più delle volte di colore, viene costantemente trattata come sospetta, e di conseguenza viene fermata, perquisita e interrogata senza alcuna vera ragione. E non è nemmeno un fenomeno nuovo, a dire il vero. In una conversazione del 1972 con Michel Foucault, il filosofo francese Benny Lévy (che allora utilizzava il <em>nom de guerre</em> di Pierre Victor) sottolineava l’ingiustizia profonda fra il trattamento riservato, alla fine della seconda guerra mondiale, a “quelle giovani donne la cui testa fu rasata perché erano andate a letto con i tedeschi”, mentre un gran numero di coloro che avevano collaborato attivamente con i nazisti (industriali, politici, intellettuali) rimanevano impuniti: “Così al nemico fu permesso di sfruttare a suo favore questi atti di giustizia popolare: e non parliamo del vecchio nemico – le forze di occupazione naziste – […] ma del nuovo nemico, la borghesia francese” (13).</p>



<p>“Nonostante gli ingegneri libidici del capitale rivendichino l’egualitarismo dei social media&#8230; questi sono allo stato attuale un territorio nemico, dedicato alla riproduzione del capitale” ha scritto il critico culturale britannico Mark Fisher nel suo saggio del 2013 <em>Exiting the Vampire’s Castle</em> (14), che ha profetizzato la <em>cancel culture</em> attuale. Twitter non è l’equivalente digitale della pubblica piazza, per quanto venga propagandato come tale. Pensiamo che sia uno spazio aperto perché non paghiamo l’ingresso, dimenticando che è un’impresa commerciale, impegnata ad ammassarci al suo interno, in cui siamo clienti ma anche lavoratori a costo zero costantemente impegnati a rendere la piattaforma sempre più preziosa. E la prima legge del Castello dei Vampiri (CDV) è individualizzare e privatizzare tutto: “Mentre in teoria sostiene di essere a favore della critica strutturale, in pratica il CDV non si concentra mai su nulla se non sul comportamento individuale. […] L’attuale classe dirigente propaga ideologie di individualismo, mentre tende ad agire come una classe. Il Castello dei Vampiri fa l’opposto: a parole gli importa solo di ‘solidarietà’ e ‘collettività’, mentre agisce sempre come se le categorie individualiste imposte dal potere reggessero davvero”.</p>



<p>Secondo Fisher, una sinistra che non ha la classe al suo centro può essere solo un gruppo di pressione liberale, a maggior ragione oggi che i valori progressisti sono diventati un potente strumento di branding. L’editorialista del New York Times Ross Douthat, in riferimento a quelle aziende che usano il sostegno a cause considerate di sinistra come uno strumento di marketing, ha coniato il termine <em>woke capitalism</em>. Invece di riformare le proprie politiche e strategie, queste aziende gravitano verso segnali a basso costo e alta risonanza. Scrive Helen Lewis su The Atlantic (15): “Coloro che detengono il potere all’interno delle istituzioni amano gesti progressisti vistosi, come pubblicare sui social media post solenni e monocromatici che deplorano il razzismo; nominare la loro prima donna nel consiglio di amministrazione; licenziare impiegati di basso livello stigmatizzati dalle community online; perché ciò li aiuta a preservare il proprio potere. A quelli che stanno in cima, invece, sproporzionatamente bianchi, maschi, ricchi e altamente istruiti, non viene chiesto di rinunciare a nulla”. In altri termini, la <em>cancel culture</em>, dipinta come lo strumento a lungo atteso dalle minoranze per far finalmente sentire la propria voce, è in realtà una dimostrazione dell’indisponibilità delle istituzioni a tollerare qualsiasi controversia. Lewes lo definisce <em>attivismo sintetico</em>: fa sentire i membri dei social media pieni di entusiasmo, buoni sentimenti e impegno sociale quando in effetti costoro non cambiano una virgola del mondo reale.</p>



<p>Negli Stati Uniti, il <em>diversity training</em> (la formazione alla diversità) vale 8 miliardi di dollari all’anno, secondo Iris Bohnet, professore di Politica pubblica alla Kennedy School di Harvard. Eppure, dopo aver analizzato i programmi di ricerca condotti sia negli Stati Uniti che in Paesi in una situazione di post-conflitto come il Ruanda, ha concluso: “Purtroppo non ho trovato un solo studio che abbia rilevato che il <em>diversity training</em> porti effettivamente a una maggiore diversità”. Ma le aziende adorano questi strumenti, prodotti da un approccio concettuale che considera il pregiudizio come un difetto morale degli individui piuttosto che un prodotto dei sistemi, e che pertanto incoraggia il pentimento personale, piuttosto che la riforma istituzionale. Perché aumentare i salari a minoranze e donne, quando si può far seguire ai dipendenti un seminario?</p>



<p>Ciò che è vitale comprendere, secondo Lewis, è la differenza fra radicalismo economico e radicalismo sociale, che potrebbe essere descritta, con un linguaggio più simile a quello di Fisher, come la differenza tra identità e classe. In sintesi, tutto ciò che non altera la struttura di classe o la distribuzione del reddito è socialmente radicale, mentre tutto ciò che costa realmente potere o denaro alla classe dominante è economicamente radicale. La parità di salario è economicamente radicale, mentre assumere un amministratore delegato donna o appartenente a una minoranza è socialmente radicale. Cambiare il nome di un edificio in un’università è socialmente radicale, mentre aumentare del 5% la quota di ammissioni destinate ai neri ed eliminare il sistema delle “ammissioni ereditate” (16) sarebbe economicamente radicale. Il capitale ha sottomesso la working class organizzata distruggendo la coscienza di classe, soggiogando ferocemente i sindacati e convincendo i lavoratori a identificarsi con i loro interessi individuali invece che con gli interessi della classe cui appartengono. Per mantenere lo status quo cosa c’è di meglio di una ‘sinistra’ che sostituisce la politica di classe con un individualismo moraleggiante e che, lungi dal costruire solidarietà, diffonde paura e insicurezza?</p>



<p>La <em>cancel culture</em>, invece di aiutare le classi deboli a ottenere giustizia sociale e condizioni di vita più accettabili, mira a dividerci gli uni dagli altri, illudendoci di contare qualcosa quando in effetti abbiamo sempre meno potere. Jodi Dean, teorica politica e professore di Scienze Politiche allo Smith College di New York, ha isolato una nuova entità che ha definito <em>capitalismo comunicativo </em>(17). Il capitalismo comunicativo consiste nella fusione fra democrazia e capitalismo in un’unica formazione neoliberista, realizzata sul web, che sovverte gli impulsi democratici delle masse incoraggiando l’espressione emotiva rispetto al discorso logico. Secondo Dean, da un lato le nostre pratiche quotidiane di ricerca, collegamento e comunicazione online intensificano la nostra dipendenza dalle reti di informazione cruciali per il dominio finanziario e aziendale del neoliberalismo. Dall’altro, il capitalismo comunicativo cattura i nostri interventi politici, formattandoli come contributi di intrattenimento, in un processo che li svuota di ogni efficacia, ma fa sentire noi protagonisti e coinvolti. Divide et impera: il motto è sempre quello.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1)</em><a href="https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/">https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Black Twitter è una community del social network Twitter in gran parte costituita da utenti afroamericani, la cui attività è incentrata su questioni di interesse per la comunità nera</p>



<p class="has-small-font-size">3) <a href="https://www.vox.com/22384308/cancel-culture-free-speech-accountability-debate" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.vox.com/22384308/cancel-culture-free-speech-accountability-debate</a></p>



<p class="has-small-font-size">4) <a href="https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) <a href="https://www.vox.com/2020/7/29/21340308/david-shor-omar-wasow-speech">https://www.vox.com/2020/7/29/21340308/david-shor-omar-wasow-speech</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) <a href="https://nymag.com/intelligencer/2020/07/david-shor-cancel-culture-2020-election-theory-polls.html">https://nymag.com/intelligencer/2020/07/david-shor-cancel-culture-2020-election-theory-polls.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">7) <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/06/stop-firing-innocent/613615/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/06/stop-firing-innocent/613615/</a></p>



<p class="has-small-font-size">8) Il simbolo “ok” rappresenta per la supremazia bianca le lettere WP, che sono le iniziali di <em>White Power</em> </p>



<p class="has-small-font-size">9) <a href="https://www.theverge.com/2020/1/22/21076981/isabel-fall-clarkesworld-attack-helicopter-short-story-gender-art-controversy" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theverge.com/2020/1/22/21076981/isabel-fall-clarkesworld-attack-helicopter-short-story-gender-art-controversy</a></p>



<p class="has-small-font-size">10) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/2020/07/08/business/boeing-resignation-niel-golightly.html" target="_blank">https://www.nytimes.com/2020/07/08/business/boeing-resignation-niel-golightly.html</a> </p>



<p class="has-small-font-size">11) <a href="https://www.nytimes.com/2020/11/19/style/loretta-ross-smith-college-cancel-culture.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2020/11/19/style/loretta-ross-smith-college-cancel-culture.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">12) <a href="https://www.theatlantic.com/magazine/archive/1982/03/broken-windows/304465/">https://www.theatlantic.com/magazine/archive/1982/03/broken-windows/304465/</a></p>



<p class="has-small-font-size">13) <a href="https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.nytimes.com/2020/12/03/t-magazine/cancel-culture-history.html</a></p>



<p class="has-small-font-size">14) <a href="https://www.opendemocracy.net/en/opendemocracyuk/exiting-vampire-castle/">https://www.opendemocracy.net/en/opendemocracyuk/exiting-vampire-castle/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">15) h<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.theatlantic.com/international/archive/2020/07/cancel-culture-and-problem-woke-capitalism/614086/" target="_blank">ttps://www.theatlantic.com/international/archive/2020/07/cancel-culture-and-problem-woke-capitalism/614086/</a> </p>



<p class="has-small-font-size">16) Il sistema delle “ammissioni ereditate” è il meccanismo per cui nelle famiglie più ricche l’ammissione a una data università è garantita di padre in figlio</p>



<p class="has-small-font-size">17) <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.jstor.org/stable/j.ctv11smj29" target="_blank">https://www.jstor.org/stable/j.ctv11smj29</a> </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sovranità costituzionale: in fondo a sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sovranita-costituzionale-in-fondo-a-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 17:57:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=222</guid>

					<description><![CDATA[Il Manifesto sottoscritto da Rinascita, Patria e costituzione e Senso comune e la strada tracciata da Thomas Guénolé di La France Insoumise]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-62-aprile-maggio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 62, aprile &#8211; maggio 2019)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il Manifesto sottoscritto da Rinascita, Patria e costituzione e Senso comune e la strada tracciata da Thomas Guénolé di La France Insoumise</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">La proposta politica di queste elezioni europee registrerà un vuoto a sinistra. Probabilmente inevitabile, in questa fase. Da un lato la sopravvivenza, nonostante il crollo di consensi, di un partito come il Pd, che pur avendo più nulla del pensiero di sinistra si posiziona ancora su quel lato dell’arco parlamentare, crea l’illusione che la sinistra sia ancora politicamente rappresentata e cattura i voti di un elettorato che nella gran parte non è nemmeno più socialdemocratico ma si sente ancora ideologicamente lì posizionato (se il Pd si decidesse a dichiararsi un partito liberale di centro farebbe un’operazione di verità, cosa che ovviamente non ha la convenienza elettorale a fare).</p>



<p>Dall’altro la difficoltà vissuta dal pensiero di sinistra nel comprendere il presente, le sue dinamiche economiche e sociali, e aggiornarsi di conseguenza, l’ha portato a essere assente per lungo tempo sul piano culturale, il primo da sviluppare per poter poi formulare una proposta politica, con il risultato che i partiti – al plurale, viste le numerose divisioni – di sinistra hanno perso terreno anno dopo anno fin quasi a scomparire. Intendiamoci: non si sta affermando che le categorie storiche del pensiero di sinistra siano superate: la principale, il conflitto Capitale/lavoro, è oggi più viva che mai, così come i meccanismi con cui il capitalismo riesce a superare ogni sua crisi; ma la realtà dei Paesi a capitalismo avanzato, ancor più in un sistema globalizzato come quello attuale, è divenuta più complessa di quella del Novecento.</p>



<p>Il lavoro è stato reso ‘flessibile’ e precario ed è dunque diventato una lotta individuale, molto è divenuto cognitivo mentre il lavoratore è stato trasformato in ‘capitale umano’ e l’idea di ‘classe’ è scomparsa; la finanziarizzazione, la libera circolazione dei capitali e la catena del valore divenuta internazionale hanno reso meno individuabile e raggiungibile, anche nelle lotte, la proprietà contro cui aprire il conflitto, mentre il dumping sociale ha innescato quello tra lavoratori; il capitalismo digitale ha messo a valore la vita e non più solo il lavoro. Il pensiero critico di sinistra non è riuscito a evolvere alla stessa velocità con cui la realtà mutava, ha tenuto fermi parole e schemi, teorici e pratici, del secolo scorso e ha perso la capacità di parlare alle nuove generazioni che quella realtà vivevano, il cui immaginario è stato dunque colonizzato dal pensiero dominante neoliberista; quando lentamente è riuscito a tornare a leggere la società, si è ritrovato a dover costruire su macerie.</p>



<p>Le ragioni per cui, all’interno di questa Unione europea, sia impossibile per un Paese attuare politiche economiche anche solo socialdemocratiche, sono state analizzate più volte su queste pagine, entrando nel merito dei Trattati che la costituiscono, nel loro percorso storico di costruzione e nella loro impostazione neoliberista e ordoliberista; allo stesso modo sono state analizzate le ragioni per cui quei Trattati non sono modificabili, e dunque la Ue stessa non sia riformabile – in estrema sintesi, non ci stancheremo mai di ripeterlo, molto banalmente solo un voto all’unanimità tra 27/28 Paesi – 19 per l’eurozona – può cambiare il contenuto dei Trattati, un’ipotesi irrealistica (1).</p>



<p>Un partito di sinistra dunque, che miri a realizzare un programma politico minimamente keynesiano, che ponga al primo posto la lotta alla diseguaglianza crescente, alla disoccupazione, all’erosione dei diritti sociali e della democrazia, allo svilimento del lavoro e allo stallo economico, non può che mettere al primo punto la questione dell’uscita dell’Italia dall’Unione europea. E anche su questo la sinistra è entrata in crisi.</p>



<p>Il grosso scoglio da affrontare è stato il concetto storico di internazionalismo. Negli ultimi tre decenni – a eccezione del breve periodo del movimento no global, a cui è stata tagliata la testa al G8 di Genova del 2001 con straordinaria efficacia militare – la sinistra ha progressivamente confuso l’idea di internazionalismo con quella di cosmopolitismo, fino a non vederne più le differenze e a far confluire la prima nella seconda (2), ritrovandosi così a promuovere un concetto perfettamente integrato e culturalmente funzionale alla costruzione di una globalizzazione capitalista di impianto neoliberista, e a sostenere un’Unione europea che a quella costruzione fornisce un contributo attivo con la sua visione politica e le sue regole.</p>



<p>L’appropriarsi poi del concetto di nazione da parte della destra, che lo ha declinato in nazionalismo, ha fatto sì che a sinistra l’idea di sovranità nazionale, da riconquistare in quanto unico spazio all’interno del quale possa esprimersi un conflitto sociale che porti a un riequilibrio dei rapporti di forza tra Capitale e lavoro, fosse messo al bando (3).<br>Ma dopo anni di paralisi, qualcosa ha finalmente iniziato a muoversi.</p>



<p>Il 9 marzo scorso a Roma è stato presentato il “Manifesto per la sovranità costituzionale”, sottoscritto da Rinascita, Patria e Costituzione e Senso comune. Una realtà appena nata che ha l’ambizione a trasformarsi in partito, consapevole, nelle parole conclusive pronunciate a Roma, che la strada per farlo è tutta ancora da percorrere e per nulla semplice. In estrema sintesi si tratta di una proposta socialdemocratica, nel riconoscimento che in passato una simile posizione si sarebbe definita riformista ma allo stato attuale delle cose ha valenza rivoluzionaria, e di fatto è così.</p>



<p>Rimandiamo a una lettura integrale del Manifesto nei suoi vari punti (4), un aspetto tuttavia è da sottolineare: sorprende la puntualizzazione, fatta più volte, di voler tenere insieme un rinnovato socialismo con il “cristianesimo sociale”, “l’umanesimo laico della tradizione socialista e l’umanesimo cristiano”, la citazione di papa Francesco e della sua enciclica Laudato sii.</p>



<p>L’aver posto come snodo centrale la costruzione di una società nella quale i principi della Costituzione italiana siano attuati non solo sul piano formale ma anche sostanziale – uguaglianza, equità, solidarietà e giustizia sociale, piena occupazione, limitazione e governo del mercato e funzione sociale della proprietà privata – e affermare che storicamente nella stesura della Costituzione si siano tenute insieme la cultura socialista con quella cristiana – ma anche quella liberale, allora, da qui la prima parte dell’art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera” – non dovrebbe significare tuttavia sentire la necessità, oggi, in un programma politico, di includere un riferimento religioso. Ma tant’è. Una premessa che non entusiasma, ma vedremo come si declina.</p>



<p>Al di là di questo, qui interessa porre una riflessione a margine: occorre avere ben chiara la strada da percorrere, e dichiararlo.</p>



<p>Nel Manifesto è evidenziato come l’Unione europea ponga un limite invalicabile per l’attuazione di un simile programma politico, ed è scritto che il quadro europeo in cui muoversi non è l’attuale Ue ma “una confederazione di democrazie nazionali sovrane che affrontino assieme (ma non in antagonismo con il resto del mondo) le sfide della pace, della salvaguardia ambientale e della giustizia sociale”; non è tuttavia dichiarata esplicitamente l’intenzione di uscire dalla Ue né dall’eurozona. Negli interventi sul palco a Roma (5) qualche relatore l’ha affermato senza mezzi termini, ma l’impressione è che sia ancora l’elefante dentro la cristalleria che la maggior parte evita di guardare. E per le ragioni sopra evidenziate, questo è il primo punto da chiarire o l’intero programma resta chiacchiere.</p>



<p>Una volta sciolto questo nodo, ce n’è un altro altrettanto importante: come uscire?</p>



<p>Allo stato attuale non è presente nei Trattati una norma che preveda l’abbandono dell’eurozona – esiste solo l’art. 50 che contempla l’uscita dall’Unione europea, e la Brexit rende evidente quanto sia difficoltoso attuarla anche senza la complicazione ulteriore della moneta unica. Ciò significa che si calpesterebbe non solo un terreno finora inesplorato, ma dove non esistono regole di sorta su cui fare affidamento. Un salto nel vuoto che spaventa la maggior parte dei cittadini, anche coloro che si rendono conto che restando all’interno dell’Unione nulla cambierà mai; per questo l’istinto conservatore ha il sopravvento. Diventa dunque fondamentale, se si vuole diventare partito e candidarsi a cercare consenso elettorale per poter realizzare il programma scritto nel Manifesto, mettere nero su bianco questo percorso; se non lo si fa, comprensibilmente non arriveranno nemmeno i voti che si potrebbero raccogliere, perché tutto assume il sapore dell’irrealizzabile.</p>



<p>Thomas Guénolé, politologo, membro di La France insoumise e co-direttore della Scuola di formazione politica del partito, pubblica un articolo su Le Monde diplomatique di marzo, che può offrire uno spunto di partenza per l’elaborazione di una strategia. È un intervento interessante perché estremamente ancorato alla realtà e delinea un percorso preciso da mettere in atto nei confronti dell’Unione europea. Non parte dall’obiettivo di volerne uscire, ma tracciando un processo a tappe non esclude di arrivarci.</p>



<p>Primo: disobbedire. In due modi: utilizzando la clausola dell’opting-out (6) per gli accordi non ancora sottoscritti, e non rispettando le regole di quelli già firmati (il Fiscal compact, per esempio). Una volta salita al governo, scrive Guénolé, anche all’interno di una coalizione più ampia ma concorde sugli obiettivi, La France insoumise inizierà a disobbedire a tutte le regole Ue che impediscano l’attuazione del programma politico presentato alle elezioni.</p>



<p>Secondo: iniziare a elaborare un nuovo Trattato europeo e proporlo ai governi degli altri Stati membri. Nulla impedisce infatti che un’organizzazione europea parallela nasca tra i Paesi che decidano di farlo, in una negoziazione che inevitabilmente lascerà sul tavolo qualcosa, e saranno poi i cittadini, tramite referendum, a decidere se l’accordo raggiunto debba o meno essere sottoscritto. In sintesi, per questo nuovo Trattato La France insoumise propone l’abolizione dei vincoli di Maastricht ai bilanci statali, la fine delle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici e la possibilità di ri-nazionalizzare dove già si è fatto entrare il privato, una moratoria su debiti pubblici al fine di valutare la quota del ‘debito odioso’ (7), la modifica dello statuto della Bce che deve tornare a dialogare con la politica e porre al primo punto del proprio mandato la piena occupazione e l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi dell’eurozona, l’introduzione della Tobin Tax (la tassazione sulle transazioni finanziarie) e la separazione tra banche d’affari e banche commerciali.</p>



<p>Terzo: nel frattempo, la disobbedienza messa in atto produrrà tre scenari possibili.</p>



<p>Il primo: la resa dei Paesi ordoliberisti e l’adozione di un Trattato di rifondazione dell’Unione europea da parte di tutti i suoi Stati membri; Guénolé evidenzia subito come questa possibilità sia altamente improbabile.</p>



<p>Secondo scenario: sottoscrizione tra i governi dei Paesi che intendono elaborare un nuovo Trattato di un accordo che metta immediatamente in atto un opting-out e una disobbedienza alle regole collettiva; Guénolé ritiene l’avverarsi di questa possibilità molto probabile.</p>



<p>Terzo scenario: interruzione dei negoziati da parte della Commissione europea e conseguente uscita unilaterale dalla Ue della Francia e dei Paesi che stanno elaborando un nuovo Trattato, successiva sottoscrizione del nuovo Trattato e nascita di un’altra Unione europea.</p>



<p>Guénolé considera questa terza opzione altamente improbabile perché una rottura drastica, che porterebbe a un tuffo nel vuoto, non conviene a nessuno, nemmeno alla Germania, ed è dunque ragionevole pensare che davanti alla possibilità di negoziato offerta dal secondo scenario, le trattative con i Paesi paladini dell’ordoliberismo possano trovare un punto di accordo in un compromesso che porti a una riscrittura delle regole.</p>



<p>Ma, sottolinea Guénolé, è indispensabile che La France insoumise abbia un Piano B nel caso il terzo scenario si verifichi. Perché “in qualsiasi negoziato, per ottenere un accordo soddisfacente bisogna avere una ‘soluzione alternativa’, vale a dire una via d’uscita unilaterale di fronte all’interruzione delle trattative; e, soprattutto, essere realmente preparati ad attuarla se il ca-so lo richiedesse. Non prevedere un tale scenario significa indicare fin dall’inizio agli interlocutori che sarà sufficiente far saltare i negoziati per la capitolazione dell’altra parte”. La France insoumise dunque, intraprende questa strada pronta a uscire dall’euro, sul piano ideologico e soprattutto pratico.</p>



<p>La Francia non è l’Italia. Ha più forza contrattuale da spendere all’interno dell’Unione, soprattutto nel rapporto con la Germania, quindi le pressioni che può esercitare sono indubbiamente maggiori. Questo non esclude tuttavia che il Capitale cosmopolita non possa mettere in atto un attacco finanziario anche sui titoli pubblici francesi, facendo impennare il famigerato spread e innescando le conseguenze note, come ha più volte agito su quelli italiani – e prima ancora sui cosiddetti PIIGS – per piegare le politiche governative ai dettami neoliberisti, qualora se ne volessero allontanare. Il movimento dei gilet gialli, oltretutto, rende la realtà sociale francese tutt’altro che doma, quindi la situazione è delicata.</p>



<p>Per quanto diversa dunque, non si può dire che oggi la Francia si trovi in una fase tale per cui, il percorso che traccia Guénolé per La France insoumise possa essere ragionevolmente ipotizzato oltralpe ma non in Italia. Questo significa che la strada che propone Guénolé può essere un buon punto di partenza per riflettere e disegnare un percorso simile.</p>



<p>Il Manifesto per la sovranità costituzionale offre un’analisi teorica per comprendere dove siamo e dove andare, ma un partito ha anche l’obbligo di tracciare la via pratica. La sinistra italiana, finalmente tornata a leggere il presente, deve liberare il cittadino dalla sensazione di impotenza di trovarsi in un vicolo cieco, e può farlo solo se offre un modo concreto per cambiarlo, il presente.</p>



<p>Occorre dichiarare senza mezzi termini i passi che si vogliono fare nei confronti dell’Unione europea, scrivere questo benedetto Piano B, e presentare tutto con chiarezza. A quel punto anche la democrazia riacquisterà un senso, perché si potrà tornare a scegliere tra alternative politiche reali e non fittizie come ora, tra due diverse proposte di società e futuro. Tra darwinismo sociale e diritti sociali; tra sfruttamento e dignità del lavoro; tra diseguaglianza ed equità; tra competizione individuale e solidarietà; tra destra e sinistra.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Articoli sull’Unione europea, a firma di Giovanna Cracco, a far data da dicembre 2010</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Alessandro Somma, Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale, Derive e Approdi</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Manifesto-per-la-sovranit%C3%A0-costituzionale-4.pdf" target="_blank">https://www.patriaecostituzione.it/wp-content/uploads/2019/02/Manifesto-per-la-sovranit%C3%A0-costituzionale-4.pdf</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. <a rel="noreferrer noopener" href="http://patriaecostituzione.it/gli-interventi-del-9-marzo-2019/" target="_blank">http://patriaecostituzione.it/gli-interventi-del-9-marzo-2019/</a></p>



<p class="has-small-font-size">6) L’opting-out è la possibilità concessa a uno Stato membro di non aderire o aderire successivamente a talune disposizioni di un accordo</p>



<p class="has-small-font-size">7) Per ‘debito odioso’ si intende un debito non vincolante in quanto illegittimamente contratto da un governo nel nome di uno Stato e destinato a soddisfare interessi diversi da quelli pubblici e collettivi, nella piena consapevolezza dei creditori e nell’incoscienza dei cittadini; i prestiti devono essere stati utilizzati per attività che non hanno portato benefici alla cittadinanza nel suo complesso</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>De Benoist e la Fondazione Feltrinelli: cronaca di un mancato pensiero di sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/de-benoist-e-la-fondazione-feltrinelli-cronaca-di-un-mancato-pensiero-di-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jun 2018 19:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[De Benoist]]></category>
		<category><![CDATA[nuova destra]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=192</guid>

					<description><![CDATA[What is Left/What is Right: De Benoist e la povertà intellettuale di una sinistra che ricorre alla censura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-58-giugno-settembre-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 58, giugno &#8211; settembre 2018)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>What is Left/What is Right: De Benoist e la povertà intellettuale di una sinistra che ricorre alla censura</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Doveva essere una serata dedicata al confronto culturale e politico, ma le ragioni elettorali sono prevalse. Il protagonista della vicenda è noto ai lettori di Paginauno, ovvero il filosofo e teorico della nouvelle droite Alain de Benoist, invitato dalla Fondazione Feltrinelli il 13 febbraio scorso per un dibattito con lo studioso Piero Ignazi, politologo bolognese autore di diversi studi sulla cultura e la politica di destra, e la moderazione affidata al giornalista Gad Lerner. L’evento è stato invece cancellato – per essere riproposto successivamente – a seguito delle proteste di alcuni accademici schierati a sinistra, che hanno reputato sbagliata la scelta di far parlare un intellettuale da loro considerato “neofascista”.</p>



<p>Il dibattito, parte di una serie di conferenze indette dalla Fondazione dal tema What is Left/What is Right, nato con l’intento accademico di “comprendere e definire il futuro di sinistra e destra nel XXI secolo”, come riporta il sito della Fondazione stessa, era stato preceduto il 30 gennaio con l’invito, compartecipi le stesse personalità – Ignazi e Lerner – di Florian Philippot, europarlamentare francese eletto nelle file del Front national, ex direttore della campagna elettorale di Marine Le Pen, fra i fautori della dédiabolisation del partito populista francese e, dopo la rottura con la casa madre – per una storia di conflitti d’interesse – animatore del movimento Les Patriotes, che lo stesso Philippot definisce ai microfoni della Fondazione come “non identitario, non nazionalista e profondamente repubblicano”, anche se propone un forte controllo dell’immigrazione e ha come obiettivo la Frexit, cioè la rottura della Francia con l’Unione europea e i suoi diktat.</p>



<p>È bastato fare il nome di Philippot per scatenare reazioni. Come dirà poi Lerner nell’introdurre il dibattito, la casella email della Fondazione è stata letteralmente bombardata da lettere di protesta di cittadini che criticavano la presenza di un “fascista” in quello che è notoriamente un centro di ricerca connotato a sinistra, visto il corposo archivio del movimento operaio e dei partiti socialisti, comunisti e della sinistra extraparlamentare. È sembrato che la Fondazione avesse dato troppo spazio a due figure di destra a scapito della sinistra, senza alcun contraddittorio; cosa non esatta.</p>



<p>Le prime polemiche contro Philippot sono poi esplose contro Alain de Benoist. L’evento del 13 febbraio infatti, dopo i fatti di Macerata e a poche settimane dalle elezioni politiche del 4 marzo, nel bel mezzo di una campagna elettorale che è stata connotata anche, spesso strumentalmente, dallo scontro fascismo/antifascismo, viene quindi cancellato per non lasciare spazio di tribuna all’uomo simbolo della destra culturale anti-globalista francese. La lettera degli studiosi antifascisti, partita da una raccolta firme apparsa su change.org e ripresa dal blog collettivo Lavoro Culturale e dalla sezione blog di Mediapart, giornale online di informazione indipendente, porta il titolo polemico What has been left?, ovvero: “Cos’è stata la sinistra?”.</p>



<p>Il verbo, volutamente al passato, accusa la Fondazione: “Vi impegnate per democrazia e antifascismo, ma siamo indignati per la vostra cecità politica. Fare parlare due esponenti dell’estrema destra aggiunge solo altra confusione e legittima la loro strategia di de-demonizzazione”. “Anche noi facciamo ricerca”, spiegano gli accademici, “e proprio in virtù dei nostri lavori, non possiamo che essere indignate e indignati dalla vostra cecità politica”. “Proprio perché studiamo l’estrema destra siamo sorprese e sorpresi nel vedere che la vostra Fondazione, di cui apprezziamo l’impegno per la democrazia e l’antifascismo, ha invitato due noti rappresentanti dell’estrema destra francese, quali Alain de Benoist e Florian Philippot, a intervenire in un ciclo di conferenze su cosa significhi destra e sinistra.</p>



<p>Un ciclo di conferenze inserito, peraltro, all’interno di un percorso ideato perché gli elettori si orientino in vista delle elezioni politiche del 4 marzo”. Secondo gli studiosi, “ad accomunare attori molto diversi come de Benoist e Philippot è il ‘nativismo’, una visione del mondo secondo la quale gli Stati dovrebbero essere abitati solo da ‘nativi’ e, dunque, ogni persona (o idea) diversa sarebbe problematica per la sopravvivenza delle comunità nazionali. Una visione così omogenea ed escludente della società è in contraddizione con il pluralismo che caratterizza la democrazia”.</p>



<p>Inoltre, “le ricerche scientifiche sul Front national mostrano come la de-demonizzazione del partito guidato oggi da Marine Le Pen sia una strategia di comunicazione politica, non un lavoro di rottura ideologica rispetto alle posizioni di Jean-Marie Le Pen. Fare intervenire Philippot significa chiaramente contribuire, anche involontariamente, a questa strategia di normalizzazione. Neanche la nuova formazione di Philippot, Les Patriotes, si allontana da questo ragionamento, come chiaramente dimostrato nell’articolo a sua firma pubblicato sul vostro sito. Sostituire, infatti, la dicotomia politica tra destra e sinistra con un lessico che vede contrapposti ‘patrioti’ e ‘mondialisti’ ne è esempio emblematico: Ni droite, ni gauche: Français! è stato a lungo uno slogan di Jean-Marie Le Pen e Samuel Maréchal” (1).</p>



<p>Messa così sembra che la Fondazione si sia limitata a dare il microfono ai due personaggi, senza contraddittorio, mentre a entrambi i dibattiti era prevista la presenza di Gad Lerner, da sempre vicino alla sinistra liberal e autore di un endorsement a favore di +Europa, una delle formazioni maggiormente europeiste e neoliberiste tra quelle che si sono presentate alle ultime elezioni, e con de Benoist doveva dialogare anche il prof. Piero Ignazi, studioso dei movimenti di estrema destra e certamente non di simpatie destrorse.</p>



<p>Inoltre, a guardare il calendario degli incontri, la Fondazione ha dato spazio a personalità di un certo spessore ascrivibili alla sinistra, come Paul Mason, giornalista economico inglese, scrittore e autore del saggio Postcapitalismo, intellettuale di riferimento del nuovo Labour Party di Jeremy Corbyn, restauratore di una linea socialista nello storico partito della sinistra inglese e critico verso la degenerazione liberal e mercatista impressa precedentemente da Tony Blair, e Yanis Varoufakis, economista ed ex ministro delle finanze greco del governo Tsipras, in un confronto con l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.</p>



<p>In una lettera, il segretario generale della Fondazione ha risposto agli accademici sottolineando che “fa parte dello scopo che abbiamo dato alla nostra istituzione, e in realtà appartiene a pieno titolo alla nostra cultura, la promozione di un confronto plurale e la creazione di uno spazio che non assecondi una tesi ma si impegni nella promozione della conoscenza e dell’informazione utili per promuovere capacità critica. Rispettiamo la vostra posizione ma riteniamo che la peculiarità del nostro ruolo, in Italia e in Europa, sia proprio quello di contribuire a fondare la società del futuro, da una parte esaltando le radici dell’antifascismo, che trovano ampio spazio nei nostri archivi e nelle nostre ricerche, ma dall’altra anche promuovendo l’incontro di opinioni diverse e l’ascolto delle ragioni degli avversari, che di un contesto propriamente democratico sono il fondamento” (2).</p>



<p>“Non avevo alcuna intenzione di immischiarmi nella campagna elettorale italiana”, ha ribattuto Alain de Benoist all’email della Fondazione Feltrinelli. “Mi sembra che lei abbia ceduto alle pressioni della piccola bolla che fomenta l’odio che vi ha indirizzato una grottesca ‘lettera aperta’ e intimato di non darmi la parola. Peccato”. “Non ho chiesto di essere invitato a questa conferenza. La Fondazione Feltrinelli mi ha contattato la scorsa estate per invitarmi. Mi dissero che volevano organizzare un ciclo di conferenze sulla questione Destra-Sinistra. Era l’argomento di uno dei miei ultimi libri, che è anche stato tradotto in italiano: Populismo. La fine della destra e della sinistra (Arianna, Bologna, 2017).</p>



<p>&#8220;Ho accettato l’invito, che poi è stato confermato più volte lo scorso gennaio. Pochi giorni fa, ho sentito parlare di una ‘lettera aperta’ alla Fondazione Feltrinelli nella quale si diceva, per ragioni non chiare, che questo invito era in qualche modo scandaloso e si chiedeva di cancellare l’annunciata discussione. Questa lettera è stata firmata da italiani di cui non ho mai sentito parlare e da quattro o cinque studiosi francesi completamente sconosciuti, a eccezione di Eric Fassin, un sostenitore estremista dell’ideologia gender, lo stesso Eric Fassin che qualche mese fa aveva dibattuto con me abbastanza normalmente alla radio pubblica France-Culture”.</p>



<p>“Secondo me (la proposta di censura, n.d.a.) non è solo incredibilmente intollerante e pieno di odio, ma anche estremamente stupido. Prova ad attribuirmi tesi che non sono mai state le mie, e prova a stabilire una connessione tra me e Florian Philippot, che non ho mai incontrato una sola volta in tutta la mia vita (in 45 anni inoltre non ho mai votato per il Front national)” (3).</p>



<p>Secondo il teorico della nouvelle droite, i firmatari dell’appello non hanno mai veramente letto nulla dei suoi testi, fermandosi forse ai primi saggi, scritti nei tardi anni Sessanta, quando, di fatto, de Benoist era legato alla destra radicale francese. Ma come veniva ribadito in un’intervista rilasciata a Michel Marmin e pubblicata nel 1985 su Eléments, l’organo del Grece, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne, l’associazione che elabora in Francia il discorso metapolitico della nouvelle droite, ogni approccio pertinente lo studio di tale corrente filosofica – come di tutti i pensieri – esige assolutamente una periodizzazione, dato che considerare tutti i lavori a essa riconducibili come “‘contemporanei’ […] rende il fenomeno letteralmente incomprensibile” (4).</p>



<p>È ciò che è stato fatto in questa rubrica dal dicembre 2012, quando è nata, e nel mio saggio uscito per i tipi di Paginauno nel 2014, La Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist, e non certo per promuovere il pensiero della nouvelle droite, superfluo dirlo, ma perché un dibattito politico e culturale si basa sulla conoscenza e sul confronto delle visioni contrapposte.</p>



<p>Oltretutto, si toglie il microfono a de Benoist – per poi ridarglielo il 6 aprile, dopo le elezioni, sempre accanto al prof. Ignazi e a Gad Lerner – ma, come evidenzia Stefano G. Azzarà nel blog Materialismo Storico, non lo si sottrae alla sinistra liberale: “I firmatari si indignano per la presenza alla Fondazione Feltrinelli di de Benoist e Philippot. Ma cosa avrebbero e hanno avuto da dire a proposito dei numerosi incontri ai quali la medesima Fondazione ha invitato esponenti liberal statunitensi o europei, personaggi che hanno sostenuto e sostengono quel progetto di ricolonizzazione del mondo che passa per le infinite guerre Nato e Usa degli ultimi decenni? Sono autori e professori che rappresentano una destra diversa, perché universalista-immediatista, ma certamente non meno pericolosa di quella particolarista, comunitarista o eurasiatista; anzi in questa fase forse più pericolosa perché assai più efficace.</p>



<p>Eppure, nessuno ha mai protestato per la loro presenza in Italia, forse in omaggio a quel defunto paradigma unitario antifascista che però proprio i liberali hanno per primi revisionato e al quale occorrerebbe oggi contrapporre un autonomo revisionismo di sinistra. È giusto allora criticare de Benoist e al limite – in caso di stato d’eccezione – anche impedirne le conferenze. Ma solo se hai già contestato e cacciato, per dire, Berman o Walzer.</p>



<p>Questa sarebbe vera lotta culturale: altrimenti siamo al consueto facile sguardo occidentocentrico che rimuove la sorte di tutti coloro che non risiedono o non sbarcano sul Sacro Suolo delle Libertà. A parte alcuni nomi, sembra la tipica operazione della polizia morale a convenienza degli intellettuali ‘di sinistra’, con in prima fila i veri rossobruni del Manifesto (diritti civili + bombe Nato) impegnati nella loro eterna polemica contro i rozzobruni” (5).</p>



<p>Fermo restando infatti che il comunitarismo debenoistiano, pur non essendo più “nativista” – accusa alla nouvelle droite che poteva reggere negli anni Settanta – ha nell’attuale “differenzialismo” il rischio concreto di promuovere esclusione e separatismo fra allogeni e autoctoni, dall’altra parte l’universalismo, forte nell’attuale sinistra, porta avanti un processo di uniformizzazione economica e culturale in senso capitalista e liberale. Entrambe le posizioni, da un punto di vista culturale, sono figlie della crisi del 1989, della fine delle ‘grandi narrazioni’, della filosofia postmoderna, della “modernità liquida” di Zygmunt Bauman, della forma-mentis della “perenne contemporaneità”.</p>



<p>Secondo Azzarà, la categoria del postmoderno ha accompagnato, negli ultimi lustri, una “sconfitta organica di sistema che va dal politico all’economico sino all’immaginario”. Una sconfitta che ha coinvolto persino il linguaggio, come mostra la trasformazione “di due termini centrali del nostro lessico politico, quali quello di ‘democrazia’ (svuotata di ogni contenuto economico-sociale egualitario e di ogni riferimento alla partecipazione attiva dei gruppi sociali e ridotta a un formalistico rito elettorale) o di ‘riforme’ (un termine che significa oggi l’esatto opposto di ciò che significava in origine e cioè non redistribuzione ma accentramento delle risorse a esclusivo favore dei ceti dominanti)” (6).</p>



<p>È quella che i politologi liberali dei primi anni Novanta, come Francis Fukuyama, hanno descritto come The End of History, la fine della storia, che approdata al suo fine, il trionfo del pensiero liberale sulle altre grandi narrazioni, sia quella fascista che la comunista, perde ogni altra finalità. In risposta però si sviluppano nuove dicotomie, nuove conflittualità, nuove narrazioni. Ed è così che a destra abbiamo le “nuove sintesi” elaborate dalla nouvelle droite (Marco Revelli, in uno studio sul neodestrismo del 1984, compara lo sviluppo di tale scuola in Francia e in Italia in corrispondenza con la crisi della rappresentanza e lo sviluppo del postfordismo) (7), che non rinnegano le vecchie idee moderne ma tengono testa a quella postmoderna, animando una contro-narrazione che ha l’obiettivo di diventare egemonica.</p>



<p>Il problema è che di fatto, al momento, l’obiettivo l’ha raggiunto, perché al contrario la sinistra mainstream – diversa è la realtà della rete, dove circola un’elaborazione teorica – non rappresenta da tempo una posizione critica rispetto al presente, e infatti non è in grado politicamente e culturalmente di contrastare una destra populista e reazionaria oggi capace di penetrare fra i ceti popolari, come hanno dimostrato anche in Italia le ultime elezioni. E non è certo rifiutando di confrontarsi con de Benoist e le sue posizioni su sovranità, democrazia, multipolarismo, geopolitica, immigrazione, sociobiologia… che l’intellighenzia di sinistra riuscirà a sviluppare nuovamente un pensiero che possa dare una risposta alla deriva neoliberista e alla crescita delle disuguaglianze prodotta dai processi di globalizzazione del Capitale; un pensiero che sia di sinistra, e non liberale, né di destra.</p>



<p class="has-small-font-size">1) What has been left? Lettera aperta alla Fondazione Feltrinelli, in <a href="https://www.change.org/p/what-has-been-left-lettera-aperta-alla-fondazione-feltrinelli" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.change.org/p/what-has-been-left-lettera-aperta-alla-fondazione-feltrinelli</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) S. Cafasso, Fondazione Feltrinelli chiude all’ideologo della nouvelle droite, Lettera 43, 5 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) M. Scaglia, Le idee fanno paura. Alain de Benoist al Foglio: “La Fondazione Feltrinelli ha ceduto a chi fomenta l’odio”, Barbadillo, 8 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">4) M. Marmin, Vers nouvelle convergences. Entratien avec Alain de Benoist, in Elément n. 56, inverno 1985</p>



<p class="has-small-font-size">5) S. G. Azzarà, De Benoist, Walzer, gli intellettuali di sinistra e la lotta culturale: un appello sbagliato e un contro-appello che non lo è di meno, Materialismo storico, 10 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">6) S. G. Azzarà, Democrazia cercasi, Imprimatur 2014, p. 301</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. M. Revelli, “La nuova destra”, in F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, 1984, pp. 118-214 e D. Cofrancesco, “La nuova destra dinanzi al fascismo”, in Aa.Vv., Nuova Destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta, Istituto storico della Resistenza, Cuneo 1983, pp. 75-113</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sinistra e Unione europea. Aspettando Godot</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sinistra-e-unione-europea-aspettando-godot/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 15:02:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[sovranità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1229</guid>

					<description><![CDATA[La sinistra ci è o ci fa? Davanti all’evidenza normativa dell’impossibilità a modificare i Trattati, la sinistra continua a portare avanti la narrazione della “riformabilità dell’Europa” e accusa chi parla di uscita dall’euro di tradire il pensiero internazionalista: ignoranza o altro?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-57-aprile-maggio-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 57, aprile &#8211; maggio 2018)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La sinistra ci è o ci fa? Davanti all’evidenza normativa dell’impossibilità a modificare i Trattati, la sinistra continua a portare avanti la narrazione della “riformabilità dell’Europa” e accusa chi parla di uscita dall’euro di tradire il pensiero internazionalista: ignoranza o altro?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Ogni volta che una persona di sinistra afferma che l’Unione europea così com’è non va bene, ma la soluzione non è uscirne, la si deve cambiare dall’interno – rendendola più democratica, una coesione di popoli e di ideali, sociale e politica e non solo economica e monetaria, l’Europa del welfare e degli investimenti produttivi e non del Fiscal Compact e dell’austerity – una domanda assale chi scrive. In una brutale sintesi:&nbsp;<em>ci è o ci fa?</em></p>



<p>Il riferimento, si intende, è a esponenti politici, studiosi, intellettuali, giornalisti, persone insomma per le quali approfondire la realtà, leggere documenti, interrogarsi è dovere del mestiere che hanno scelto; cittadini impegnati in altre occupazioni non hanno tempo, fonti e canali per farlo, e dunque non possono che fare propri e replicare il pensiero e l’analisi che vengono loro offerti dall’informazione e dalla politica di sinistra – a scanso di equivoci, non si iscrive qui il Partito democratico all’area di sinistra, e nemmeno i fuoriusciti di Liberi e Uguali; e neanche il gruppo L’Espresso, quotidiano Repubblica in testa.</p>



<p>Non si sa cosa preferire. Se la persona<em>&nbsp;ci è</em>, due sono le possibilità. La propaganda, martellante e pervasiva da oltre vent’anni, ha fatto a tal punto presa che l’ideologia europeista – un sacco vuoto riempito di grandi valori al fine di disarmare la critica con una narrazione potente e universale: pace, progresso, libertà&#8230; – è stata assorbita acriticamente anche da chi avrebbe dovuto possedere la chiave di lettura politica e gli strumenti culturali per andare oltre l’etica ufficiale; dunque, prima possibilità, la natura dell’Unione europea non è stata&nbsp;<em>d’emblée&nbsp;</em>approfondita – nel percorso storico, politico, economico, contenuto dei Trattati e poteri delle istituzioni create – e ciò significa che la persona non ha assolto al dovere imposto dal proprio ruolo professionale. Seconda possibilità: la natura della Ue è stata approfondita, ma il pregiudizio favorevole ha offuscato la capacità di analisi.</p>



<p>Se la persona<em>&nbsp;ci fa</em>, siamo davanti a una sola posizione: il rifiuto consapevole di portare avanti una battaglia politica e culturale perché penalizzante nel breve termine. L’europeismo è stato associato all’internazionalismo – non si sa su quali basi teoriche, a dir la verità, se non una superficiale semplificazione del concetto stesso di internazionalismo – e la rivendicazione di una sovranità statale equiparata al nazionalismo di destra, se non addirittura di matrice fascista. In questa narrazione divenuta dominante a sinistra, spiegare la ragioni per cui<em>&nbsp;questa</em>&nbsp;è l’Unione europea e un cambiamento nella sua natura non potrà mai avvenire – proponendo appunto l’analisi del suo percorso storico, politico, economico, contenuto dei Trattati e poteri delle istituzioni create (1) – e dunque non c’è altra scelta che attrezzarsi per uscirne, è un processo culturale prima che politico e quindi lento e complesso, una posizione che sarebbe criticata e nell’immediato accusata di tradire il pensiero di sinistra, e di conseguenza soggetta a perdere consensi per strada: elettori o lettori.</p>



<p>Non per puntare il dito, ma perché non ci si vuole nemmeno nascondere dietro quel dito,<em>&nbsp;ci è o ci fa</em>&nbsp;è una domanda che chi scrive si pone ogni volta che legge Il Manifesto (2) e che si è posto davanti al programma elettorale di Potere al Popolo (PaP) e alle dichiarazioni rilasciate dalla rappresentante Viola Carofalo: “Dobbiamo lavorare su due livelli: un Plan A e un Plan B. Non siamo contrari all’Europa in senso nazionalista, ma l’Unione Europea così com’è non va bene. È da riformare perché con la gabbia dell’austerity e coi vincoli del pareggio di bilancio, in questi anni, ci hanno imposto soltanto smantellamento dello stato sociale, tagli a servizi, sanità, scuola, pensioni e compressione dei diritti sul lavoro. La risposta non sta nell’inseguire le destre<br>né nell’abbracciare il concetto di sovranità nazionale – sono e resto internazionalista – ma nella costruzione di un’Europa che dia diritti e opportunità alle classi popolari. Questo è il piano A. Ma se si scoprisse che questi trattati non sono riformabili dall’interno, o che non ci siano i rapporti di forza per farlo, guardiamo con interesse a un piano B. Non moriremo per l’Europa, siamo disposti anche a rompere con essa. Non ci interessa la sovranità nazionale, quella è un feticcio, ma un’unione con gli altri Paesi del Sud Europa, in difficoltà come l’Italia, coinvolgendo anche gli Stati del Nord Africa. Un’Europa del Mediterraneo – popolare e solidale – contro la locomotiva tedesca” (3).</p>



<p>Ora: le politiche imposte dall’Unione europea, quella che chiamiamo austerity ma non solo, anche il divieto di politica industriale, la libera circolazione dei capitali (leggi delocalizzazioni) ecc. sono<em>&nbsp;incorporate</em>&nbsp;nei Trattati, non il frutto di una visione politica che gli Stati<em>&nbsp;forti</em>&nbsp;impongono agli Stati&nbsp;<em>deboli</em>&nbsp;– la Grecia e le mani legate di Tsipras, a cui è mancata la volontà di lasciare unilateralmente l’Eurozona (voltando così le spalle al voto popolare espresso nel referendum) devono pur essere serviti almeno a comprendere cosa sono ontologicamente i Trattati Ue, altrimenti siamo al&nbsp;<em>giorno della marmotta.</em></p>



<p>L’ideologia liberista è alla base della creazione della Ceca, la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, primo passo verso l’Unione e istituita nel 1951, e la teoria ordoliberale di stampo tedesco vi si è innestata, con la sua impostazione dogmatica di ‘regole fisse’ economiche e monetarie, euro e Bce, contenute nel Trattato di Maastricht del 1992. Non è possibile riformare tale struttura cambiando singoli articoli o parti dei Trattati: vanno interamente riscritti, il che significa farne prima carta straccia.</p>



<p>Rapporti di forza per poterlo fare: un bagno di realtà è necessario. L’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea (TUE) fissa le procedure di revisione di tutti i Trattati: senza entrare in tecnicismi (4), le modifiche devono essere approvate all’<em>unanimità</em>&nbsp;dal Consiglio europeo (capi di Stato e di governo dei Paesi Ue) e ratificate da tutti i Parlamenti nazionali. Quindi, a meno di ipotizzare – e qui non siamo nel mondo dei sogni ma nell’iperuranio metafisico – la salita al governo&nbsp;<em>contemporaneamente</em>&nbsp;in tutti i 28 Stati Ue di partiti di sinistra, i rapporti di forza per riscrivere i Trattati non ci sono. Punto.</p>



<p>Il Manifesto ci è o ci fa? Difficile dirlo. Di certo ha un’enorme responsabilità nella costruzione della narrazione del ‘cambiamento interno’ dominante a sinistra, perché da sempre è stato un punto di riferimento per l’area cosiddetta movimentista o antagonista.</p>



<p>Potere al Popolo ci è o ci fa? Se la natura tecnica dell’Unione europea non è stata approfondita, è una mancanza grave per chi chiede un voto. Perché accanto a realtà che da anni analizzano il piano politico della Ue – i Trattati – non mancano nemmeno figure, ben note al mondo della sinistra, che portano avanti la puntuale disamina dell’aspetto strettamente economico, arrivando a dimostrare e a concludere che l’unica via per poter attuare politiche anche solo socialdemocratiche è uscire dalla moneta unica. Una a citarle tutte, l’economista Sergio Cesaratto, che anche in un recente articolo intitolato<em>&nbsp;E mo chi voto?</em>, pubblicato il 3 febbraio sul suo blog e ripreso da diverse testate online italiane e straniere, dopo aver mostrato – per l’ennesima volta – le ragioni economiche per cui “privati della sovranità monetaria la democrazia è monca”, si ritrovava a dover concludere: “La sinistra si presenta con programmi economici inadeguati e non è un caso che l’intellighenzia economica di sinistra non sia stata coinvolta nella predisposizione dei progetti politici né di Liberi e Uguali né di Potere al Popolo” (5).</p>



<p>Tuttavia, c’è un&nbsp;<em>ma</em>. Va riconosciuto a Potere al Popolo l’esistenza di un Piano A e di un Piano B – anche se il programma elettorale è ben più vago delle affermazioni della Carofalo, e non vi è citato alcun Piano B: contiene solo un generico “rompere l’Unione europea dei Trattati” e un “costruire un’altra Europa” con i popoli della sponda sud del Mediterraneo, unite alla proposta di una maggiore democrazia di natura referendaria. Probabile che la disponibilità a uscire dall’Europa, non messa per iscritto ma affermata nelle interviste, la si debba alla presenza della realtà Eurostop all’interno di PaP, che però non è riuscita a spostare l’asse della formazione politica sulla sua posizione.</p>



<p>Ciò significa tuttavia che PaP è incappato nelle analisi&nbsp;<em>bandite</em>&nbsp;dal pensiero dominante di sinistra. Questo, unito al mantra del rifiuto della sovranità nazionale e dell’internazionalismo, e alla contemporanea proposta di un’unione con gli altri Paesi dell’area mediterranea – e anche qui, una riflessione seria sui rapporti di forza necessari per attuarla non sarebbe male – dà l’impressione di essere davanti all’incapacità, o alla mancanza di volontà, di sostenere una posizione politica scomoda perché attualmente minoritaria.</p>



<p>Peccato, perché sarebbe stata una buona occasione per aprire una discussione che già paga un ritardo più che ventennale a sinistra, di cui vediamo le conseguenze nell’impoverimento delle condizioni di vita e nella trasformazione della società, compreso il suo spostamento a destra; ragione per cui oggi il piano su cui muoversi è culturale, avviando un dibattito, e non elettorale, all’inseguimento di un 3% per entrare con un piedino in Parlamento (e poi fare cosa, visti gli attuali rapporti di forza?).</p>



<p>E invece PaP, con la visibilità che ha avuto, ha gravemente contribuito a rafforzare l’errata narrazione della riformabilità dell’Unione europea anziché iniziarne il percorso di smantellamento. Secca citare Bersani, ma sembra che siam qui a pettinare le bambole.</p>



<p>Purtroppo anche la sinistra presente al Parlamento europeo, quindi in una posizione privilegiata per la comprensione perché a stretto contatto con la realtà dei Trattati, non è da meno. E proprio per questo, qui la domanda ha inevitabilmente una risposta: ci fa.</p>



<p><em>The future of the Eurozone</em>&nbsp;è uno studio commissionato dall’eurodeputato del Sinn Féin, Matt Carthy, e scritto dal consigliere Emma Clancy, della GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica: Izquierda Unida, Podemos, Linke, Syriza, L’Altra Europa con Tsipras ecc.) (6). È un documento importante.</p>



<p>Finalmente le politiche imposte dalla Ue agli Stati, soprattutto dopo la crisi del 2007 e con quella successiva dei debiti sovrani del 2010, sono studiate non in quanto scelte contingenti rivelatesi sbagliate – tipico approccio della narrazione del ‘cambiamento interno’ – ma nella loro&nbsp;<em>natura strutturale</em>, architettura degli stessi Trattati. Viene analizzata, entrando nel merito della teoria economica, l’ideologia ordoliberale e spiegato perché il problema sono l’euro e la Bce così come Maastricht li ha costruiti: cosa comporta, in termini di politiche economiche e quindi sociali, la perdita di sovranità monetaria per un Paese, e l’esistenza di una banca centrale autonoma dalla politica e avente come unico obiettivo la stabilità dei prezzi attraverso il controllo dell’inflazione – e non anche la piena occupazione, come la Fed statunitense e in generale le banche centrali. Una condizione che abbinata all’ossessione ordoliberale del pareggio di bilancio svuota di qualsivoglia potere il governo eletto.</p>



<p>Se ne consiglia la lettura integrale, ma vale la pena riportare un paio di passaggi: “I Paesi all’interno di un’area di valuta comune non possono effettuare svalutazioni competitive per aumentare le proprie esportazioni, ma possono attuare politiche interne per realizzare una ‘svalutazione interna’, abbassando il tasso di cambio reale nei confronti dei Paesi vicini. Il principale modo per farlo è comprimere i salari: questo fa abbassare i prezzi. La Germania ha attuato consapevolmente questa politica per diversi decenni, a spese dei lavoratori tedeschi, milioni dei quali lavorano ma vivono in povertà […] la competitività delle esportazioni tedesche [è aumentata] e si è ridotta quella degli altri Paesi dell’Eurozona. L’attenzione della Ue alle riforme strutturali, in particolare la riforma del mercato del lavoro, al fine di conseguire una maggiore ‘flessibilità’, è stata una caratteristica costante dell’agenda europea da Maastricht in poi. È stato un elemento importante della Strategia per l’occupazione del 1994 e dell’Agenda di Lisbona 2010 adottata nel 2000, che aveva originariamente lo scopo di rendere la Ue ‘la più competitiva e dinamica economia’ entro il 2010; vi erano inclusi un pilastro economico, un pilastro sociale e un pilastro ambientale.</p>



<p>&#8220;Nel 2005, l’Agenda di Lisbona è stata rivista dal Consiglio europeo e dalla Commissione: il verdetto è stato che l’Agenda non riusciva a raggiungere il suo obiettivo, e così si è deciso di abbandonare i pilastri sociali e ambientali e concentrarsi su quello economico. Nel 2010 l’Agenda è stata rilanciata con un nuovo piano decennale, la Strategia Europa 2020 […]. Il ‘progresso’ degli Stati membri nell’attuazione delle riforme strutturali che facilitano il movimento al ribasso dei salari è strettamente monitorato attraverso il processo del semestre europeo […] Le élite dell’eurozona credono (o sostengono di credere) che solo se le ‘rigidità salariali’ negli Stati membri vengono superate, tanto la disoccupazione quanto gli squilibri commerciali scompariranno; solo se la popolazione di un Paese viene costretta a lavorare a bassi salari, si avrà la piena occupazione; la conseguente stagnazione della domanda interna farà diminuire i prezzi, e il tasso di cambio reale del Paese, prima disallineato e troppo alto, riacquisterà l’equilibrio, con conseguente aumento dell’esportazione.</p>



<p>&#8220;L’austerità imposta dalla Troika non era progettata solo per riguadagnare la ‘fiducia’ del mercato nei titoli di Stato dei governi periferici, ma anche per facilitare le svalutazioni interne negli Stati membri mediante una forma di terapia d’urto. Ovviamente, questo aggiustamento facilita non solo la riduzione degli squilibri commerciali ma anche un netto aumento della quantità di ricchezza trasferita dal lavoro al capitale”.</p>



<p>E ancora: “Le decisioni prese dalla Bce in risposta alla crisi sono state estremamente importanti sul piano politico […] I due atti più sorprendentemente politici sono stati la minaccia della Bce di tagliare la liquidità di emergenza allo Stato irlandese se non accettava di richiedere un piano di salvataggio, e la sua decisione di tagliare la liquidità di emergenza alle banche greche a metà del 2015, minacciando Syriza che la Grecia sarebbe stata costretta a uscire dall’Eurozona se non si sottometteva alle condizioni della Troika, che erano state clamorosamente respinte dagli elettori greci in un referendum. La possibilità di trattenere il credito ai governi eletti conferisce alla Bce (istituzione non eletta,<em>&nbsp;n.d.a.</em>) l’enorme potere di imporre le scelte politiche ai Paesi. […] Una costruzione, quella della Bce, che riflette la volontà di ‘depoliticizzare’ la politica economica esternalizzandola a tecnocrati apparentemente indipendenti (e questa è l’impostazione ordoliberale,&nbsp;<em>n.d.a.</em>), al fine di indebolire la resistenza a decisioni che sono fortemente politiche e che hanno profonde conseguenze redistributive per la società”.</p>



<p>Esiti di tale puntuale analisi e soluzioni proposte? Le solite. “Cambiare le regole […] contrastare l’espansione dell’Eurozona […] votare per rifiutare l’incorporazione del Fiscal Compact nel trattato sul funzionamento della Ue […] spingere per rivedere il Patto di stabilità e crescita […] respingere le proposte di altri trasferimenti di poteri di sorveglianza sulla politica fiscale degli Stati membri […] espandere il mandato della Bce che deve riguardare non solo l’inflazione ma anche l’occupazione e la crescita”.</p>



<p>Tutte cose, come abbiamo visto, inattuabili, a meno di un’<em>onda rossa</em>&nbsp;che travolga l’insieme dei Paesi europei. Unica novità, non di poco conto – perché è indubbio che uscire dall’euro non è una passeggiata, per di più senza l’esistenza, com’è attualmente, di regole condivise per metterlo in atto, significa muoversi al buio – la proposta di promuovere la creazione di una “opzione di un’uscita negoziata dalla zona euro che sia legale e praticabile per gli Stati membri che scelgono di farlo a causa della loro situazione economica”. Peccato che subito dopo si riveli la natura difensiva e attendista della proposta: “Per i Paesi che vogliono rimanere all’interno dell’Eurozona devono essere sviluppate protezioni e garanzie, perché non possono essere ricattati o cacciati fuori dalla moneta comune contro la loro volontà durante una crisi”. E sul solco della solita narrazione, il documento conclude affermando che “i Trattati devono essere immediatamente modificati, e se i Trattati non possono essere cambiati, allora coloro che vogliono un cambiamento fondamentale dovranno necessariamente ricorrere ad altre opzioni”.</p>



<p>Quel&nbsp;<em>se</em>&nbsp;è una presa in giro scritto da chi, come già sottolineato, per la sua posizione interna alle istituzioni europee non può non sapere che la modifica è praticabile solo con una unanimità politica interna al Consiglio europeo, che mai ci sarà. E anche le ultime parole appaiono paradossali, dopo 70 pagine nelle quali si è mostrato perché l’Unione europea è questa e non può essere diversa: “Soprattutto, l’ideologia dell’austerity, sbagliata e fallita che ha plasmato l’architettura e le politiche della zona euro e della Ue, deve essere messa in discussione, perché durante questa crisi politica esiste un’opportunità per convincere le persone che è possibile agire per costruire un’Europa migliore e sociale”.</p>



<p>Quando la sinistra smetterà di inscenare Samuel Beckett sulla pelle dei popoli europei?<br>Anche oggi Mr. Godot non verrà.<br>Well? Shall we go?<br>Yes, let’s go.<br>They do not move.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Vedi articoli precedenti nei quali sono stati affrontati alcuni di questi aspetti:<em> Giovanna Cracco, <a href="http://rivistapaginauno.it/leuropa-vista-da-sinistra/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’Europa vista da sinistra</a></em>, Paginauno n. 39/2014, Giovanna Cracco, <em><a href="http://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</a></em>, Paginauno n. 41/2015, Giovanna Cracco,<em> <a href="https://rivistapaginauno.it/europa-la-democrazia-dei-triloghi/" data-type="post" data-id="1222" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa: la democrazia dei triloghi</a></em>, Paginauno n. 42/2015, Giovanna Cracco, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/ordoliberismo-il-piano-biopolitico/" data-type="post" data-id="2325" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ordoliberismo. Il piano biopolitico</a></em>, Paginauno n. 53/2017</p>



<p class="has-small-font-size">2) Salvo rare e positive sorprese, come l’articolo di Gianpasquale Santomassimo,<a rel="noreferrer noopener" href="https://ilmanifesto.it/il-grande-sconfitto-e-il-mito-europeista/" target="_blank"><em>&nbsp;Il grande sconfitto è il mito europeista</em></a>, uscito sul Manifesto l’11 marzo 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Giacomo Russo Spena, intervista a Viola Carofalo,&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/carofalo-potere-al-popolo-noi-sinistra-dal-basso-vogliamo-ridare-speranza-ai-delusi-dalla-politica/" target="_blank"><em>Carofalo (Potere al Popolo): “Saremo la sorpresa elettorale, siamo l’unica lista di sinistra”</em></a>, Micromega, 21 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">4) Per approfondire i dettagli si rimanda al sito dell’Unione europea&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Aai0013" target="_blank">Eur-lex https://eurlex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Aai0013</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Sergio Cesaratto,<a rel="noreferrer noopener" href="https://politicaeconomiablog.blogspot.com/2018/02/e-mo-chi-voto.html?spref=fb" target="_blank"><em>&nbsp;E mo chi voto?</em></a>, Politica&amp;EconomiaBlog, 3 febbraio 2018</p>



<p class="has-small-font-size">6)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.mattcarthy.ie/wp-content/uploads/The-future-of-the-Eurozone.pdf" target="_blank"><em>The future of the Eurozone,</em></a>&nbsp;ottobre 2017</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Die Partei: comici in politica anche in Germania</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/die-partei-comici-in-politica-anche-in-germania/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 11:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Grosse koalition e crisi della sinistra spingono i comici in politica]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-56-febbraio-marzo-2018/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 56, febbraio &#8211; marzo 2018)</a></em></li></ul>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><em>di Christian Caurla</em></td></tr></tbody></table></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Grosse koalition e crisi della sinistra spingono i comici in politica</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Sono un socialdemocratico disilluso”, spiega l’uomo rivelando infine il suo volto sotto l’iconico cappuccio nero che indossa prima di ogni spettacolo. Nel piccolo teatro più di duecento persone lo osservano in silenzio. La fioca luce di un piccolo riflettore illumina Nico Semsrott, comico e politico berlinese che insieme al suo partito, il Die Partei, ha sconvolto l’opinione pubblica tedesca nel corso dell’ultima campagna elettorale. Hanno appeso controversi manifesti accanto ai lampioni delle strade di Berlino con scritto “Un nazista potrebbe impiccarsi qui”.</p>



<p>Si sono infiltrati nei gruppi Facebook gestiti da sostenitori dell’AfD, il partito di estrema destra, e hanno buttato fuori gli amministratori poco prima delle elezioni. Hanno raccolto fondi pubblici vendendo soldi grazie a una falla nel sistema dei rimborsi (in Germania è prevista la restituzione a ogni partito del doppio del totale speso per la campagna elettorale). Il loro programma include la ricostruzione del muro di Berlino e il loro leader, Martin Sonneborn – caporedattore del periodico satirico&nbsp;<em>Titanic</em>&nbsp;dal 2000 al 2005 – oggi siede nel Parlamento europeo.</p>



<p>Beppe Grillo ha creato il Movimento 5 stelle in Italia; Jón Gnarr ha fondato il Besti Flokkurinn, un partito politico-satirico che nel 2010 ha vinto le elezioni comunali di Reykjavík, Islanda; le dichiarazioni politiche di Russell Brand, attore e comico inglese, hanno dominato le prime pagine dei quotidiani britannici; Jan Böhmermann, comico tedesco, ha causato una crisi diplomatica tra Germania e Turchia con il suo ‘poema’ satirico dedicato a Erdogan. Perché i comici&nbsp;<em>entrano</em>&nbsp;in politica?</p>



<p>“Ha a che vedere con la cultura di una nazione”, ragiona Andreas Rinke, corrispondente per Reuters ed esperto in politica tedesca. L’anti-intellettualismo, inteso come sentimento di sfiducia verso la professionalità e la competenza in favore d’idee populiste, ha molte cause sistemiche. Il ruolo dei social media è senza dubbio importante, ma altri fattori non vanno dimenticati. “La televisione ha una forte influenza sulla politica. I canali privati sono inevitabilmente portati a dedicare più tempo a figure come quella di Trump, perché gli garantiscono maggiori ascolti”. Inoltre “un sistema elettorale maggioritario e basato sul voto al diretto candidato piuttosto che alla lista del partito tende a favorire forti personalità”.</p>



<p>Eppure in Germania i canali pubblici godono ancora di un grande seguito e il sistema elettorale è<br>per lo più proporzionale. “Qui il successo di un partito è ancora in larga parte basato sulla sua credibilità. I leader dell’AfD cercano sempre di presentarsi in modo serio, mentre il problema dei socialdemocratici non è l’eccesso di sobrietà, ma la somiglianza al partito conservatore di Angela Merkel.” Die Partei, invece, agisce in modo del tutto opposto. E sebbene il suo consenso sia irrilevante (nelle scorse elezioni federali ha raccolto l’1%, comunque in forte aumento rispetto allo 0,2% delle precedenti votazioni del 2013), l’esistenza stessa di un partito satirico in un Paese connotato da una forte stabilità politica come la Germania è significativa, soprattutto vista l’intensità dell’ultima campagna elettorale.</p>



<p>Ma ora tutto è tranquillo nel backstage del Mehringhof Theater, Berlino. La minuscola stanza è arredata con due raggrinziti divani in pelle e un piccolo frigo. Il vecchio pavimento di legno è scheggiato e non c’è spazio per una scrivania. Appeso al muro, un orologio dall’aspetto moderno targato Ikea stona nell’altrimenti<em>&nbsp;vintage location</em>. Il suo regolare ticchettio scandisce il mormorio di circa duecento persone in attesa di Semsrott. Lui siede su uno dei due divani. Appunti sulle ginocchia, cerca per l’ultima volta di ricordare tutte le battute preparate per la serata. Dà un’ultima occhiata all’orologio: cinque minuti ed entra in scena. Dopo un ultimo pesante sospiro, Nico ripiega i fogli in tasca e s’incammina verso il palco.</p>



<p>Potendo osservare un oratore professionista – come un comico o un politico – prima di un importante discorso, probabilmente lo si vedrebbe impegnato in una serie di esercizi di riscaldamento. Sono fondamentali per ‘portare la voce in maschera’ e sciogliere i muscoli prima della performance. Non Nico, che immobile sbircia il pubblico dietro le tende nere. Il che è doppiamente strano, considerando che è sia un comico che un politico.</p>



<p>Comicità e politica sono collegate per molte ragioni. La satira politica è tra i generi più popolari, e gli strumenti linguistici padroneggiati da un comico possono essere efficacemente utilizzati in politica. “L’idea di base è che la verità è divertente”, spiega Noah Telson, comico e fondatore del Comedy Café Berlin, uno dei maggiori centri di improvvisazione nella città e luogo in cui molti attori uniscono la passione per il teatro all’interesse politico. Con il suo comodo maglione a righe e la voce squillante, Telson sembra ancora lo stesso teenager ribelle che ha passato buona parte della propria infanzia protestando contro gli interventi di guerra decisi dal governo Bush. “Sono un improvvisatore, ma c’è molto di politico in questo” ragiona passando una mano tra i folti capelli rossi. “Se si analizza il modo in cui l’improvvisazione funziona, si scopre che si basa sulle stesse premesse della ribellione politica. È un esercizio di comportamenti sovversivi. Sta tutto nel prendere un’idea e rovesciarla completamente, per mostrare quanto falsa o ridicola sia”.</p>



<p>“Quando Trump è stato eletto, ho preso il primo aereo per Washington per protestare”, racconta il comico Chris Rock, che come Telson considera l’impegno politico e quello teatrale interessi inseparabili. I sottili occhiali squadrati da amante di video game e i lunghi capelli arruffati da californiano si addicono al suo ex lavoro di&nbsp;<em>software developer</em>&nbsp;a San Diego. Prima di trasferirsi a Berlino, Rock decise di scrivere una lunga email per chiedere consiglio alle persone più importanti nella sua vita. All’epoca la sua passione principale non era ancora il teatro, ma il karate, che – come molte arti marziali – è una disciplina codificata su un’elevata forma di rispetto verso il proprio avversario; elemento raro nell’attuale dibattito politico. “I populisti non giocano con le stesse regole, e i partiti tradizionali hanno dimenticato come vincere. In questo nuovo confronto l’ironia è un’arma molto più efficace”. Idealista e determinato, Rock non ha ascoltato l’opinione dei suoi amici quattro anni fa. Si è fermato l’attimo prima di inviare quella mail, e ha deciso che se ne sarebbe andato in ogni caso. “Non ha importanza cosa sia giusto o sbagliato, si tratta di fare ciò che è necessario. E in questo momento dobbiamo fermare l’estrema destra”.</p>



<p>Anche molte battute di Semsrott ridicolizzano le dichiarazioni di AfD. Ogni anno aggiunge tra i venti e i trenta minuti al proprio spettacolo. Quest’anno ha anche preparato una presentazione con le slide, ma PowerPoint è famoso per funzionare perfettamente solo finché non se ne ha bisogno. “Fuori in cinque secondi” gli sussurra l’assistente. Dopo un ultimo sguardo intimidatorio al cavo VGA che collega il suo vecchio portatile al proiettore, incrociando le dita, Nico entra in scena.</p>



<p>Le tende si alzano, un boato di applausi lo accoglie. Contro lo schermo bianco alle sue spalle, Semsrott sembra uno schizzo disegnato con Adobe Illustrator per lo storyboard di un film di Wes Anderson. Tutto è perfettamente simmetrico. Lui si muove appena. Le sue braccia ciondolano lentamente, come marionette appese alle spalle che rispondono alla minima vibrazione della voce. Immersi nella tonalità piatta del monologo, gli spettatori siedono a occhi spalancati sul bordo della sedia, cercando di cogliere ogni battuta nascosta.</p>



<p>Intorno a loro, una dozzina di poster riflettono la luce verde dell’uscita di emergenza in una sala altrimenti completamente buia. Può sembrare tutto improvvisato, ma non lo è. Da molti anni Nico ha fatto della satira politica il proprio lavoro, ma solo recentemente ha scelto di entrare direttamente in politica con il Die Partei. Perché? “Perché i politici stanno facendo satira!” risponde prontamente.” Questa mi sono dimenticato di dirla stasera…”.</p>



<p>La relazione tra politica e comicità è aggrovigliata e si muove in entrambe le direzioni. Politici come Boris Johnson, Nicolas Farage, Donald Trump e Silvio Berlusconi sono anche&nbsp;<em>performer</em>. In un momento nel quale la dignità non è certo la moneta politica più battuta, devono il loro successo all’autenticità che hanno saputo trasmettere. Non sorprende quindi che professionisti addestrati nella medesima forma di intrattenimento e che utilizzano le stesse armi linguistiche, riescano a fronteggiarli con maggior successo.</p>



<p>“Sia come strategia retorica che come disposizione di coscienza, l’ironia è una sorta di antidoto contro il pensiero fermamente ideologico”. Matthew Stratton, professore all’università UC Davis e autore de&nbsp;<em>The Politics of Irony in American Modernism</em>, ha studiato a lungo l’interazione tra i due ambiti. Poiché l’ironia funziona implicando l’opposto di quanto detto, può anche essere utilizzata per esporre e contrastare dichiarazioni e decisioni politiche, trasformandosi in una potente arma nell’arsenale delle opposizioni. Di conseguenza, a volte un comico può contrapporsi a prese di posizione ideologicamente orientate più efficacemente di un giornalista.</p>



<p>Il caso americano è esemplare:<em>&nbsp;late night comedian</em>&nbsp;come Samantha Bee, John Oliver, Stephen Colbert e Seth Meyers sono diventati rock star nell’era Trump. “Il giornalismo ha le sue regole, e per una ragione. Ma l’impiego della satira può avere effetti benefici per il sistema”. Paul Hockenos, giornalista e analista politico a Berlino, difende il ruolo della professione, ma riconosce che la tendenza tipica delle testate giornalistiche a ricercare scoop per avere più lettori e&nbsp;<em>audience</em>&nbsp;può promuovere fake news e non informare correttamente l’opinione pubblica. Un comico, d’altro canto, può smascherare la bufala e irridere chi la divulga.</p>



<p>Se il contributo dei comici al dibattito politico può dunque essere considerato in modo positivo, altrettanto non è necessariamente valido per il loro diretto impegno politico. Per quanto efficaci, infatti, le dichiarazioni satiriche del Die Partei non offrono alcuna reale soluzione. Uno dei punti del programma politico, per esempio, propone di “complicare ulteriormente il sistema di tassazione, cosicché le grandi compagnie non possano più trovare scappatoie”. E poiché perfino gli stessi membri del partito riconoscono che deve esistere una seria classe politica, non è chiaro quale sia la funzione di comicipolitici come Semsrott, né se il loro intervento sia proficuo per il dibattito politico.</p>



<p>“Non rende il dibattito più costruttivo, non fa bene all’intera discussione. È una reazione” conferma Nico. Disillusi dai socialdemocratici e spaventati dalla rinascita delle destre, l’avvento di comici-politici è piuttosto un indicatore della crisi della sinistra. “Non ci sentiamo rappresentati dall’SPD perché lavora contro i poveri e i giovani: Schröder ha smantellato il nostro welfare più gravemente di qualunque conservatore” continua Semsrott. “Ci dovranno sempre essere politici seri, ma quando tutti falliscono non resta che piangere o ridere. Io sono per il ridere, ma la mia è una risata amara. Forse la situazione è così disperata che in futuro sarò più impegnato politicamente”.</p>



<p>Nico parla lentamente, le parole sono oscure e dense di significato, un boccone amaro di rabbia e speranza. “Questo è il mio nemico: la radicalizzazione e la semplificazione di ogni aspetto della nostra vita. L’intero sistema dei social media si basa solo su sì o no, pollice in alto o in basso. Ma c’è molto, molto di più! L’ironia rivela l’ambivalenza. È l’arma degli indifesi. Un atto di protesta. Una richiesta di aiuto”.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Populismo e sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/populismo-e-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Luca Andriola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 08:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Uno strumento politico: se la sinistra non risponde al bisogno di protezione sociale il popolo va a destra]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-53-giugno-settembre-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 53, giugno &#8211; settembre 2017)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Uno strumento politico: se la sinistra non risponde al bisogno di protezione sociale il popolo va a destra</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Fra le caratteristiche della globalizzazione neoliberista vi è stata non solo la graduale finanziarizzazione dell’economia, ma il lento predominio del mercato sulla politica. Questo primato è oggi più evidente che mai: le multinazionali moderne, grazie alle politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni, caratterizzate da una liberalizzazione senza eguali del commercio e delle deregolamentazioni di beni e di capitali, non sono semplicemente delle compagnie capitalistiche dedite a far profitti, ma delle vere e proprie superpotenze economiche mondiali, che assumono migliaia di lavoratori in ogni parte del mondo, e i fatturati di alcune di esse sono spesso maggiori del Pil di alcuni Stati: già nel 2011, Yahoo registrava 6,3 miliardi di dollari di vendite, contro i 6,13 miliardi del Pil della Mongolia, o ancora la Nike, con ben 19,15 miliardi, superava il Pil del Paraguay (18,5 miliardi). Uno studio dell’Institute of Policy Studies ha mostrato che tra le principali 200 potenze economiche mondiali, 133 sono multinazionali e solo 67 sono Stati.</p>



<p>Questa realtà, con la relativa arma del ricatto ai governi – si veda il dibattito sul TTIP – trae sempre più profitti dallo sfruttamento di persone e materie prime, violando i diritti umani e rendendosi complice della distruzione del pianeta, ma anche di un fenomeno importante: lo svuotamento della democrazia rappresentativa. Le citate multinazionali, infatti, sono alla base di una graduale estensione del modello politico-amministrativo degli Stati Uniti, dove possono esercitare il loro potere influenzando le decisioni dei governi tramite gruppi di pressione (le famose lobby) e supportando economicamente i partiti in assenza di un finanziamento pubblico. Si aggiunge l’impoverimento dovuto alla globalizzazione, e abbiamo da una parte l’allontanamento dei cittadini dalla politica, dall’altra l’ascesa di movimenti definiti ‘populisti’.</p>



<p>Nel suo saggio&nbsp;<em>Sinistra e popolo. Il conflitto nell’era dei populismi</em>&nbsp;(Longanesi, 2017), il sociologo Luca Ricolfi delinea tre fasi storiche corrispondenti all’era post-industriale: la fase della riapparizione (1972-84), con la nascita del Front national lepenista, della Liga Veneta nell’Italia nord-orientale e del Partito del progresso in area scandinava; la fase della proliferazione (1984-2008), con la Lega Nord di Umberto Bossi dal 1987, col clamoroso ballottaggio in Francia nel 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen; e, infine, la fase di sfondamento (2008-2016), nella quale i partiti populisti sono arrivati ad avere consensi tra il 10 e persino il 20%.</p>



<p>I recenti avvenimenti politici, dalla Brexit in Gran Bretagna alla vittoria di Trump fino al ballottaggio francese fra il centrista Macron e Marine Le Pen si inseriscono in quest’ultima fase, dato che la Brexit è stata portata avanti dal populista Ukip, mentre il miliardario Trump, pur Repubblicano, inserisce il partito in questa nuova tradizione, cavalcando le dirette conseguenze della globalizzazione.</p>



<p>I partiti populisti sembrano aver intercettato meglio, a differenza di vasti settori della sinistra progressista, quel bisogno di protezione sociale ricercato dai ceti popolari. Solo che, nota Ricolfi, la intercettano in senso securitario, una protezione contro l’insicurezza causata dalla crisi, dall’immigrazione che a volte reca con sé l’incognita dell’<em>altro</em>, portatore di una cultura diversa e della paura di nuove minacce, come quella del terrorismo. Ma al posto di comprenderli, vasti settori della sinistra sostengono che questi sono timori del tutto irrazionali: “La ragione per cui la sinistra non vede le richieste di protezione del popolo è semplicemente che quello non è più il suo popolo. La sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza Via non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa [&#8230;] è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale, al cui centro non vi sono più né operai, né ceti deboli, né i cosiddetti ultimi”.</p>



<p>Il sociologo si domanda allora qual è il cuore della nuova costituency della nuova sinistra: “I ceti medi riflessivi, come ebbe a battezzarli lo storico Paul Ginsborg [&#8230;] gli strati forti del sistema sociale, quanti cioè posseggono le risorse materiali per poter esperire la globalizzazione come un’opportunità, e le risorse culturali per poter apprezzare i valori della sinistra”. “Con milioni di persone che avevano perso il loro lavoro – scrive Ricolfi – con quartieri divenuti invivibili per la presenza massiccia di immigrati, con servizi sociali sempre più contesi fra nativi e stranieri, con città e aeroporti presi di mira dal terrorismo islamico, l’attardarsi della cultura progressista sui problemi post-moderni dei raffinati ceti urbani, dai matrimoni gay al linguaggio sessista, dalle quote rosa all’ambiente, è parsa a molti, prima ancora che offensiva, del tutto fuori dalla realtà”.</p>



<p>Come conseguenza, le masse sono passate armi e bagagli alla Le Pen, a Salvini, all’a-ideologico Grillo ecc., i <em>populisti</em> di destra. Ma sono nati anche soggetti politici a sinistra definiti populisti. È il caso degli spagnoli di Podemos e, in Francia, di Jean-Luc Mélenchon, fuoriuscito dal Partito socialista su posizioni neo-giacobine, socialiste ed ecologiste per animare prima il Parti de Gauche, poi il movimento La France Insoumise, lista che aggrega comunisti, ecologisti e gauchisti fondata per sostenere la sua candidatura nel febbraio 2016, ispirandosi alla révolution citoyenne del presidente Rafael Correa in Equador; ci sono poi anche il socialista Bernie Sanders, dei Democratici americani, e il laburista di ‘estrema’ sinistra Jeremy Corbyn.</p>



<p>La definizione di “populismo di sinistra” ha acceso da tempo un dibattito nella sinistra europea. Se negli Usa Judith Butler ne parla come reazione a Trump e per creare una “democrazia radicale” che dia voce agli “screditati”, Ernesto Laclau nel 2005 pubblica&nbsp;<em>La ragione populista&nbsp;</em>(Laterza), un saggio che, attraverso Gramsci, rovescia la prospettiva, affermando che fino a oggi il populismo è non solo stato degradato ma denigrato, condannato moralmente a esser appiattivo alle ragioni della destra per screditate le masse. Per Laclau è un metodo, non un’ideologia o una mentalità, che rende equivalenti posizioni politiche che non lo sono, e crea una polarità, una divisione, che prima non esisteva: quella fra “dominati” e “dominanti”.</p>



<p>Laclau avanza un’interpretazione originale di Gramsci e dei suoi concetti di egemonia, di blocco storico e di guerra di posizione, per affermare una visione non essenzialista del politico: non ci sarebbe, per Laclau, nessuna relazione diretta tra condizione sociale e posizione politica, ma la politica sarebbe il frutto di un’attività soggettiva di costruzione di un Noi da contrapporre a un Loro, grazie anche alla capacità di definire parole d’ordine che raccolgono e sintetizzano le tante rivendicazioni parziali che scaturiscono dai conflitti nella società.</p>



<p>Contro il “razzismo sociale” denunciato dall’inglese Owens Johns, che in&nbsp;<em>Chavs: the demonization of working class</em>&nbsp;pubblicato nel 2012 mostrava un’ostilità da parte di certi settori progressisti diretto non più contro i padroni, gli sfruttatori, i ricchi, ma contro i&nbsp;<em>chavs</em>, i&nbsp;<em>coatti</em>, gli sfruttati, la classe operaia, temuta o sbeffeggiata per la sua progressiva marginalità sociale e i suoi modi popolari, Laclau elogia il socialismo popolare – ripreso dal leader spagnolo di Podemos Iglesias, da Jeremy Corbyn, da movimenti come Nuit Debout e da Mélenchon – che può consegnare lo strumento con il quale tracciare una divaricazione essenziale per la nascita di un populismo di sinistra credibile, assente nella scena italiana.</p>
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		<item>
		<title>Krisis. Il rifiuto da destra che interroga la sinistra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/krisis-il-rifiuto-da-destra-che-interroga-la-sinistra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 09:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Brexit e Trump, la rivolta da destra alla globalizzazione: e la sinistra? Dispersione delle lotte, spostamento sui diritti civili, utopie internazionaliste su un’Europa diversa: la sinistra paga l’abbandono della chiave economica e l’incapacità a leggere il presente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Brexit e Trump, la rivolta da destra alla globalizzazione: e la sinistra? Dispersione delle lotte, spostamento sui diritti civili, utopie internazionaliste su un’Europa diversa: la sinistra paga l’abbandono della chiave economica e l’incapacità a leggere il presente</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Alla fine, le persone hanno iniziato a dire&nbsp;<em>basta</em>. Lo hanno fatto prima gli inglesi con la Brexit e poi gli statunitensi con l’elezione di Trump. Un rifiuto che ha spaccato come una mela entrambi i Paesi: 51,9% Leave contro 48,1% Remain in Gran Bretagna, con un’affluenza del 72,2%; 46,4% Trump e 47,9% Clinton per il voto popolare negli Usa, con il 53,9% dei votanti (il meccanismo dei ‘grandi elettori’ ha poi portato la vittoria al candidato Repubblicano). Colpisce la forza del No: 17,4 milioni di inglesi e 62,2 milioni di americani lo hanno espresso resistendo alla battente campagna mediatica degli organi di informazione mainstream, schierati in blocco per il Sì.</p>



<p>In Gran Bretagna, un’analisi disaggregata del voto pubblicata dal Telegraph (1) mostra come abbiano votato in maggioranza per il Remain solo la Scozia, Londra e l’Irlanda del Nord; nel resto del Paese ha vinto il Leave, con le ex zone manifatturiere Midlands, Yorkshire e Nord-Est, oggi impoverite e disoccupate dopo deindustrializzazioni e delocalizzazioni, che hanno visto le percentuali più alte di rifiuto.</p>



<p>Negli Usa, gli exit pools pubblicati dal New York Times (2) evidenziano come la Clinton abbia registrato un aumento di voti nelle fasce sociali ad alto reddito (+9% tra i 100 e i 200.000 dollari), pur non raggiungendo la maggioranza in un elettorato tradizionalmente Repubblicano, e come Trump abbia invece guadagnato consensi tra le classi meno agiate, storicamente Democratiche: +16% sotto i 30.000 dollari e +6% dai 30.000 ai 50.000 (3).</p>



<p>È chiaro che in una elezione giocano molti fattori, ma una tendenza si può comunque cogliere – ci sono arrivati perfino alcuni editorialisti di punta embedded alla politica neoliberista, colti di sorpresa dai risultati di entrambe le votazioni, e che nelle analisi precedenti al voto avevano del tutto ignorato la questione di classe su cui sia Trump che lo Ukip stavano facendo leva in campagna elettorale. Semplificando, il Sì rappresentava la globalizzazione, la linea di continuità con le attuali politiche economiche, e dunque accordi di libero scambio tra Paesi e libera circolazione di capitali, merci e persone; il No proponeva un cambiamento, una chiusura delle frontiere agli stranieri e un freno al libero mercato internazionale di merci e capitali.</p>



<p>Sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti il rifiuto alla globalizzazione ha indossato le vesti del nazionalismo, declinato come patria e sentimento culturale di appartenenza (<em>Make America Great Again</em>), e come contratto sociale tra lo Stato e i suoi cittadini (<em>Britain First</em>); una posizione che si è anche tradotta nella demonizzazione dell’immigrazione e, soprattutto negli Usa, delle minoranze e dell’Islam.</p>



<p>Disaggregando i voti statunitensi, il Pew Research Centre di Washington (4) ha evidenziato come mormoni (61%), bianchi evangelici (84%) e bianchi cattolici (60%) abbiano votato a forte maggioranza per Trump; sul piano etnico, il 58% dei bianchi ha dato la sua preferenza al candidato Repubblicano contro appena il 37% di voti alla Clinton, mentre il 65% dei latinos e l’88% dei neri si è schierato con Hillary – appena il 29% dei primi e l’8% dei secondi con Trump. La questione identitaria quindi, declinata sia in senso religioso che etnico, ha avuto la sua importanza.</p>



<p>Ma è la conseguenza di una situazione, la causa scatenante è l’impoverimento. Non per la classe dirigente neoliberista, ovviamente, che ha tutto l’interesse a tralasciare la lettura economica del voto per focalizzarsi su quella identitaria. Può così accusare di pericoloso ‘populismo’ sia Trump che Farange, condannarli da un punto di vista morale ed etico, e lanciare l’allarme sulla deriva xenofoba e razzista del ‘popolo’ – fino a spingersi a mettere in dubbio il principio del suffragio universale quando non dà un risultato conforme ai desiderata.</p>



<p>Con questo approccio può non solo evitare il confronto sugli effetti sociali delle politiche neoliberiste, e procedere sulla stessa strada, ma anche continuare a produrre una rappresentazione positiva della sua ideologia: di pari passo con la globalizzazione andrebbero i diritti dell’Uomo, la libertà di movimento, l’uguaglianza, l’uscita dall’oscurantismo culturale che genera razzismo e xenofobia e dal nazionalismo che genera ripiegamento e chiusura, in nome di una apertura al mondo intero e di una emancipazione dell’umanità tutta; diritti, progresso e capitalismo viaggerebbero insieme, insomma.</p>



<p>Anche l’analisi che vuole sia una ribellione anti-establishment, anti-sistema e dunque genericamente antipolitica contro l’élite, di destra e di sinistra (corrotta, impaludata con le lobby, privilegiata ecc.), mira a nascondere l’aspetto economico del No. Non c’è dubbio che almeno in parte siamo di fronte alla rivolta dell’<em>uomo qualunque</em>, ma resta il fatto che establishment e sistema sono neoliberisti da trent’anni; dunque&nbsp;<em>essere contro</em>&nbsp;significa essere contro le politiche attuate. Senza dimenticare che l’etichetta ‘antipolitica’ serve anche a squalificare, a non riconoscere la patente di legittimità politica, a chiunque critichi la globalizzazione.</p>



<p>Infine, anche la lettura secondo cui negli Usa non ha vinto Trump ma ha perso la Clinton, poiché il primo ha grosso modo conservato i voti Repubblicani rispetto alle precedenti elezioni mentre la seconda ha perduto quasi 2,5 milioni di consensi, esclude volutamente dall’analisi il fatto che il programma protezionista in campo economico di Trump non rappresenta affatto la tradizionale posizione Repubblicana, da sempre a favore della globalizzazione; al punto che una buona parte del partito aveva ingaggiato una battaglia contro il suo stesso candidato.</p>



<p>Detto questo, non si può certo negare che Trump e Farange abbiano strumentalizzato il disagio delle fasce più povere della popolazione e della white middle class depauperizzata incanalandolo nei binari del razzismo e della xenofobia; d’altra parte si posizionano entrambi politicamente a destra, dunque non deve sorprendere. Il problema infatti è dalla parte opposta, a sinistra; perché (finalmente) è in atto una rivolta popolare contro la globalizzazione, ma ha preso le caratteristiche di una ribellione di destra.</p>



<p>La sinistra è da decenni in una crisi profonda; lo riconosce ormai tutta l’area che possiamo definire antagonista. Le ragioni sono molteplici. Il crollo dell’Urss ci ha consegnato il fallimento del cosiddetto comunismo reale, lasciandoci orfani di un’utopia che non si è realizzata e a tal punto disorientati da non saperne immaginare, nel reale – che nella teoria siamo bravi tutti – un’altra.</p>



<p>Lo sviluppo tecnologico ci ha portati al capitalismo digitale, al lavoro cognitivo, volontario – consapevole o meno – e gratuito, e gli strumenti di lettura dei meccanismi di sfruttamento del lavoro validi nel Novecento arrancano nella difficoltà di aggiornarsi. Ma fedele a una visione finalistica della Storia che la Storia stessa ha negato, la sinistra si ritrova ad analizzare le contraddizioni interne al sistema capitalistico, le sue crisi cicliche e strutturali, la caduta tendenziale del saggio di profitto, le retribuzioni scese sotto il livello di sussistenza e dunque il crollo della domanda ecc., nell’escatologica attesa della sua implosione e nella spasmodica ricerca di quale sia la nuova composizione di classe su cui far leva per rovesciarlo.</p>



<p>Le battaglie per i diritti civili (sacrosanti, intendiamoci!), quella relativa all’identità di genere soprattutto, ha portato una parte del movimento ad allontanarsi dalle questioni sociali, con la conseguente frammentazione delle lotte ma anche, pian piano, la perdita di pensiero politico. Non si tratta di non riconoscere l’importanza del tema, ma femminismo, diritti degli omosessuali ecc. sono battaglie su cui aveva senso focalizzarsi negli anni Settanta-Ottanta, perché prive di voce e rappresentanza; ma da quando il Pci ha avviato il percorso Pds-Ds-Pd e sposato il neoliberismo, le ha fatte proprie sostituendole a quelle del lavoro, e hanno dunque trovato da tempo un referente politico che le sta portando avanti, per quanto lentamente. È paradossale che una parte della sinistra antagonista si sia prodotta nello stesso spostamento ideologico operato dalla sinistra governativa. Una vignetta circolata in rete nei giorni di approvazione della legge sulle unioni civili sintetizza perfettamente la questione: due uomini festeggiano felici la possibilità di unirsi davanti alla legge: “Che bello possiamo sposarci” dice uno, e l’altro risponde: “Sì, ma con quali soldi?”.</p>



<p>Il principio dell’internazionalismo, infine, oltre a continuare a produrre un’astratta quanto vaga narrazione universalistica e collettiva di emancipazione della classe lavoratrice mondiale a cui, nell’attuale postmodernismo, non crede più nessuno – soprattutto le giovani generazioni, nate postmoderne – produce nei centri sociali innamoramenti come quello per il Rojava e sforzi per organizzare carovane e dibattiti concentrati sul capire come quell’esperienza di democrazia dal basso possa essere attuata qui da noi. Confronti che spesso eludono una questione di fondo: i curdi, oltre a rivendicare il diritto a uno Stato e a un territorio, hanno creato e difendono quella realtà con le armi; qui il movimento non riesce nemmeno a concepire la violenza su una vetrina, come ha dimostrato la divisione in cui si è prodotto dopo i fatti del May Day di Milano del 2015.</p>



<p>Ma soprattutto l’internazionalismo impedisce lo sviluppo di un’analisi, e di un concreto progetto, che faccia i conti con l’evoluzione sovranazionale e globalizzata che ha conosciuto il capitalismo, e il conseguente impatto registrato sullo spazio di sovranità di uno Stato. E qui sta lo snodo che consegna la ribellione popolare di oggi alla destra.</p>



<p>Il caso Europa è emblematico. Pur essendo ormai del tutto evidente la natura neoliberista dell’Unione fin dalle sue fondamenta – basta leggere i vari trattati che dalla Ceca fino a quello di Lisbona passando per Maastricht l’hanno istituita e strutturata (5) – la gran parte della sinistra antagonista si ostina a portare avanti l’idea di un’Europa unita ma diversa, modificata in senso socialdemocratico – ché ormai di anticapitalismo quasi non si parla più, proprio perché a causa del disorientamento non sappiamo più immaginare una concreta alternativa all’attuale struttura economica, con il paradosso di ritrovarci a rimpiangere, e a difendere, quella socialdemocrazia che fino agli anni Settanta la sinistra extraparlamentare ha combattuto.</p>



<p>E dunque il problema è l’egemonia della Germania e il suo ordoliberismo, senza il quale chissà mai che Europa potremmo avere. Una lettura che resiste anche davanti al fallimento di Tsipras, guardando allora a Podemos, come se due rappresentanti di governi socialdemocratici seduti in Commissione europea potessero mutare i rapporti di forza in una Unione di 27 Paesi (6), o come se fosse ipotizzabile che un vento socialdemocratico tornasse a soffiare sugli Stati europei tutti, mutando a maggioranza i partiti al potere – soprattutto ora, che a tirare è la corrente di destra, e che i cittadini hanno ormai chiaro che per questa Unione devono ringraziare anche i partiti socialdemocratici di un tempo, che tradendo i propri valori l’hanno così costruita.</p>



<p>La forza di un pensiero politico sta nel suo essere vivo; nella capacità di relazionarsi con il presente, con il mutare della Storia, non per negarsi ma al contrario per divenire più forte. Non è un oggetto sacrale da chiudere in una vetrinetta, ma qualcosa da interrogare continuamente.<br>Vedere nell’Unione europea un passo avanti nella direzione dell’internazionalismo di sinistra significa voler restare a tal punto fedeli a un principio da forzare la lettura della realtà. Così come non vedere che oggi l’ambito statuale è l’unico in grado di porre un freno alla globalizzazione attraverso politiche monetarie, fiscali e di investimenti – in una parola attraverso quella politica economica che l’Unione europea ha sottratto ai Paesi – significa essere ciechi. Oltretutto lo Stato resta tuttora l’unico spazio nel quale possa essere esercitata la democrazia contro le decisioni sovranazionali prese nei ristretti consessi politici ed economici non elettivi. E tra l’altro per chi (compreso chi scrive) ha cessato da tempo di credere alla democrazia per come si è strutturata nei Paesi occidentali, evidenziandone la falsa natura, la Brexit e l’elezione presidenziale Usa hanno mostrato quanto possa invece avere ancora una sua forza.</p>



<p>È indubbio che le implicazioni economiche e finanziarie di un’uscita dall’Europa sono enormi, e a sinistra non mancano economisti che le stanno studiando. C’è chi, come Cesaratto (7), considera più fattibile un’uscita&nbsp;<em>a caldo</em>, dovuta a una crisi sociale o politica a cui l’Europa si dimostri incapace o non intenzionata a rispondere, piuttosto che un’uscita unilaterale<em>&nbsp;a freddo</em>, programmata. Di certo, vista l’aria che tira, se la sinistra non accetta di confrontarsi seriamente sulla questione, consegnerà l’Europa alla destra.</p>



<p>Perché non le sottrarrà mai la ribellione in atto contro la globalizzazione se si infila nel coro che urla semplicisticamente al ‘fascismo’, invece di evidenziare quanto le politiche della destra siano tutt’altro che anti-sistema. Se Trump riuscirà a riportare la manifattura dentro i confini Usa, è facilmente immaginabile che lo farà a colpi di incentivi e sgravi fiscali, mentre i nuovi posti di lavoro creati continueranno a essere soggetti allo sfruttamento più violento (8).</p>



<p>Non sottrarrà mai alla destra la ribellione se si limita a opporre i diritti umani al problema dell’immigrazione. Solo chi non vive in periferia può ostinarsi a negare quanto, in situazioni economicamente disagiate – e gli immigrati approdano in questo tipo di quartieri – tra disoccupazione e uno stato sociale sempre più ridotto al minimo, la convivenza tra culture diverse diventi difficoltosa e provochi rabbia, attriti, conflitti, che alla lunga sfociano nel razzismo e nella xenofobia. I&nbsp;<em>buoni sentimenti</em>&nbsp;(perché così sono percepiti quando si taglia sul cibo per arrivare a fine mese) dei diritti umani qui non trovano casa. Ed è dura ammetterlo, ma le campagne di raccolta fondi e assistenza agli immigrati messe in piedi dai centri sociali, che poi non muovono un dito per sostenere la lotta dei lavoratori dell’impresa accanto contro i licenziamenti – e in questi anni ce ne sono state parecchie – spostano a destra le persone prive di una chiave di lettura economica rispetto a ciò che sta accadendo.</p>



<p>Non si tratta di fare una classifica della disperazione ma, appunto, di tornare a un pensiero politico che ha nell’economia la sua forza, nella capacità di leggere i meccanismi del capitalismo, le dinamiche di sfruttamento del lavoro, gli immigrati utilizzati come ‘esercito di riserva’ per innescare un generale abbassamento dei salari e la strumentalizzazione della ‘guerra fra poveri’ su cui fa leva la destra, funzionale al Capitale.</p>



<p>Se la sinistra antagonista non torna a concentrarsi sul lavoro, e non fa un bel tuffo nell’acqua gelida del presente, liberandosi di sogni internazionalistici irrealizzabili – oggi è molto più concreta una collaborazione in senso solidaristico tra Stati dotati di sovranità sulle proprie politiche economiche – non avrà che da puntare il dito su se stessa per l’ondata di destra che sta sommergendo l’Europa e il mondo occidentale.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-results-and-live-maps/" target="_blank">http://www.telegraph.co.uk/news/2016/06/23/leave-or-remain-eu-referendum-results-and-live-maps/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr.&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="https://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=1" target="_blank">http://www.nytimes.com/interactive/2016/11/08/us/politics/election-exit-polls.html?_r=0</a></p>



<p class="has-small-font-size">3) In merito ai dati statistici statunitensi che mostrano una ripresa economica e un calo del &#8211; la disoccupazione in atto nell’ultimo anno, rimando a un’inchiesta di Zeit di settembre: ciò che ci si dimentica spesso di analizzare, infatti, è la qualità del lavoro oggi creato, per lo più sottopagato. L’articolo evidenzia come perfino nella Silicon Valley, una delle zone più ricche degli Stati Uniti, centinaia di migliaia di persone, pur facendo due/tre lavori, non riescono a sopravvivere e si ritrovano in coda per l’assistenza alimentare. Cfr. Moritz Aisslinger,&nbsp;<em><a rel="noreferrer noopener" href="http://www.zeit.de/2016/38/silicon-valley-kalifornien-usa-armut/komplettansicht" target="_blank">Die armen Kinder vom Silicon Valley</a></em>, Zeit, 22 settembre 2016</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr.<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/11/09/behind-trumps-victory-divisions-by-race-gender-education/" target="_blank">&nbsp;http://www.pewresearch.org/fact-tank/2016/11/09/behind-trumps-victory-divisions-by-race-gender-education/</a></p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/leuropa-vista-da-sinistra/" data-type="post" data-id="1231" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>L’Europa vista da sinistra</em></a>, Paginauno n. 39/2014</p>



<p class="has-small-font-size">6) Cfr. Giovanna Cracco,<a href="https://rivistapaginauno.it/europa-lillusione-socialdemocratica-di-syriza-e-podemos/" data-type="post" data-id="1241" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Europa: l’illusione socialdemocratica di Syriza e Podemos</em>,</a> Paginauno n. 41/2015</p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Sergio Cesaratto,<em>&nbsp;Sei lezioni di economia</em>, segnalato su Paginauno n. 50/2016</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/" data-type="post" data-id="899" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</a></em>, Paginauno n. 50/2016</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;opinione pubblica mercificata</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lopinione-pubblica-mercificata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 12:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[antagonismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da raziocinante a manipolata, in quale spazio il pensiero antagonista può opporsi a quello dominante neoliberista?</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È difficile avere oggi un’idea della dimensione di quella che possiamo genericamente chiamare ‘area antagonista’, inserendo nella definizione ogni realtà culturale o movimentista della società civile che si muove in senso critico rispetto al pensiero dominante neoliberista; da quella più ‘radicale’, che si oppone al capitalismo, di cui il neoliberismo è solo l’attuale fase, a quella ‘socialdemocratica’, che non mette in discussione il sistema economico ma mira semplicemente a mitigarne le caratteristiche di sfruttamento dell’uomo e delle risorse ambientali, attraverso la difesa di uno stato sociale in fase di smantellamento e dei cosiddetti beni comuni.</p>



<p>Difficile perché le lotte sono frammentate, ciascuna chiusa nella propria singola identità – per la casa, per l’acqua pubblica, contro l’Expo, la riforma della scuola, la Tav&#8230; – e non fa eccezione nemmeno la battaglia per il lavoro, che pur avendo un unico tema si divide in tanti terreni di scontro quante sono le aziende che licenziano, delocalizzano, impongono ricatti ai lavoratori in termini di retribuzione e orario per non chiudere gli stabilimenti.</p>



<p>La debolezza delle lotte, intesa come incapacità di incidere sull’esistente, modificandolo, è evidente. Sconta sicuramente la frammentazione, l’incapacità di comprendere che la lotta è una, sebbene articolata su più campi, perché dietro le singole tematiche vi è un ‘nemico’ comune, ossia il sistema capitalistico: privatizzazioni e riduzione del welfare rispondono alla necessità del Capitale di espandersi in nuovi ambiti, il maggior sfruttamento, ossia bassi salari e lavoro precario a uso e consumo delle oscillazioni della domanda del mercato, risponde al bisogno di recuperare maggiori margini di profitto, ed entrambe le operazioni servono al capitalismo per salvarsi dall’attuale crisi – fino alla prossima, ovviamente.</p>



<p>Ma l’area antagonista sconta anche l’esclusione dal dibattito pubblico, che si muove sui canali mainstream, televisione su tutti e poi grandi giornali, e quando riesce a esservi presente fa i conti con la difficoltà di spostare l’opinione pubblica dalla propria parte.</p>



<p>Non è una questione che possa essere elusa, perché i mezzi a disposizione per cambiare l’esistente sono ben pochi; non è più il tempo di rivoluzioni, e non si vede all’orizzonte un partito che possa dare rappresentanza concreta al pensiero critico, ancor meno a quello radicale. Non resta quindi che la pubblica opinione, in teoria un potere ‘dal basso’ in grado di imporre cambiamenti alla politica. O almeno questo era quando è nata.</p>



<p>Non si può parlare di opinione pubblica senza citare Habermas. Nel suo saggio del 1962,&nbsp;<em>Storia e critica dell’opinione pubblica</em>, lo studioso ne evidenzia innanzitutto i natali borghesi. Tra Inghilterra e Francia, il percorso che si snoda fra il XVII e il XVIII secolo vede la nascita di libelli, opuscoli e riviste nelle quali fa la sua comparsa l’articolo ‘dotto’, l’argomentazione razionale; una nuova classe sociale, la borghesia commerciale, crea una sfera nella quale privati cittadini, raccolti come pubblico, rivendicano il ruolo di attori insieme all’autorità dello Stato nella regolamentazione dello scambio di merci e lavoro, disponendosi a costringere il potere a legittimarsi dinanzi alla rappresentanza pubblica del nascente gruppo sociale.</p>



<p>È un ceto che inizia a essere dominante dal punto di vista economico ma non lo è ancora sul piano politico, e dunque attacca il sistema di potere vigente. In antitesi alla Corte nascono i salotti, dove borghesi e aristocratici iniziano a incontrarsi, poi la nuova classe in ascesa si autonomizza e fanno la loro comparsa i caffè, luoghi nei quali si discute di arte, commerci e politica. In una società nella quale il modello liberale sta divenendo dominante e afferma, come presupposto, che tutti possono diventare borghesi, sempre più le questioni di cui si discute assumono valore di ‘interesse generale’; l’interesse della nuova classe viene dunque proposto come interesse della società. Ciò significa, ed è un punto focale, che l’opinione pubblica nasce come rappresentanza borghese, ossia di un interesse di classe, e grazie alla forza economica che possiede.</p>



<p>È Marx a evidenziarne la natura classista, mentre John Stuart Mill e Tocqueville, da buoni liberali, si pongono il tema del suo contenimento nel momento in cui, con la diffusione della stampa e della propaganda, il pubblico si amplia e perde l’esclusività borghese; mentre viene quindi implicitamente riconosciuto che non tutti possono accedere alla proprietà privata, negando dunque il presupposto iniziale, un’opinione pubblica non più coesa negli interessi da difendere ma divenuta terreno di scontro di interessi contrapposti deve essere sottoposta a una limitazione. Perché rischia di divenire un ‘giogo’ per il potere politico, che può emanare leggi ‘sotto la pressione della piazza’, ed essere dominata dal punto di vista dei molti e dei mediocri; la stampa, infatti, per aumentare la diffusione ha abbassato il proprio livello culturale, e l’opinione pubblica è divenuta più una spinta al conformismo, dominata dalle passioni della massa, che una forza critica razionale contro il potere; può dunque servire per limitarlo, ma non deve influenzarlo. Occorre quindi strutturare una sorta di gerarchia, nella quale un’élite di pochi cittadini istruiti e potenti si faccia carico di influenzare l’opinione pubblica con scritti e discorsi.</p>



<p>Chiaramente si può concordare con parte dell’analisi dei due pensatori – il minore livello culturale, la spinta al conformismo – ma è il presupposto di base il punto fondamentale: lo Stato di diritto borghese nato sull’idea della libera autodeterminazione di una società civile raziocinante diviene reazionario nel momento in cui nella sfera pubblica fanno sentire la propria voce le classi subalterne.</p>



<p>Alla sua nascita, la locuzione&nbsp;<em>pubblic opinion</em>&nbsp;identifica l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio; ufficialmente conserva tuttora questo significato, ma è chiaro che oggi non lo rappresenta più. Il percorso che l’ha portata a trasformarsi da spazio critico a dimensione manipolata è andato di pari passo con la crescita della società dei consumi.</p>



<p>La sfera letteraria, che ha prodotto quella politica, si trasforma in un consumo culturale di massa che ha ben poco a che fare con una crescita intellettuale: il fine è vendere una merce, non ‘educare’ un vasto pubblico, quindi il livello del pensiero si abbassa. Scompaiono i circoli, e le discussioni vengono formalmente organizzate in convegni, seminari, e poi tribune politiche e programmi televisivi e radiofonici, appannaggio di quella élite auspicata da Mill e Tocqueville, e diventano anch’esse bene di consumo; il pubblico, sia esso borghese o classe lavoratrice, diviene ascoltatore e spettatore: riceve un pacchetto di opinioni preconfenzionato e in assenza degli strumenti culturali per metterlo in discussione lo assorbe, incapace di ribattere e parlare.</p>



<p>Nascono le pubblicità commerciali e gli uffici di pubbliche relazioni, che si occupano di costruire il consenso intorno a una merce come a una persona; una forma di consenso che ha più nulla a che vedere con i criteri del ragionamento ma si basa su una fascinazione emotiva indotta da un’operazione pubblicitaria. Sulla materia oggetto di promozione non viene infatti aperto un pubblico dibattito ma inscenata una rappresentazione: le discussioni in Parlamento come quelle in televisione diventano spettacoli (talk<em>&nbsp;show</em>, appunto), e la sfera pubblica non è più il luogo in cui si manifesta la critica ma lo spazio in cui prende forma l’acclamazione.</p>



<p>Ne&nbsp;<em>L’uomo a una dimensione</em>&nbsp;Marcuse scrive che “la cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia promossa dalla cultura di massa diffusa dai mass media: apparentemente impolitica, in quanto promuove semplicemente un prodotto, è in realtà fortemente politica, perché contiene in sé l’ideologia capitalista, che non agisce più sul pensiero ma si concretizza nello spazio dei comportamenti: l’abitudine al consumo di merci che vanno a soddisfare falsi bisogni, indotti ed eterodiretti per alimentare un sistema produttivo che per fare profitti ha bisogno di crescere incessantemente.</p>



<p>Il pensiero politico critico, dunque, quando non viene censurato e riesce a raggiungere il dibattito pubblico, oggi ha davanti a sé come vero antagonista non tanto un pensiero politico contrapposto, ma un’ideologia trasformatasi in merce, promossa a suon di slogan pubblicitari, inconsapevolmente assorbita da una massa di cittadini divenuti consumatori. Ed è chiaro che un pensiero politico che si oppone alla mercificazione dell’esistente non è&nbsp;<em>vendibile</em>&nbsp;sui media, televisione e grandi quotidiani, che sono gli strumenti principali di diffusione dell’ideologia dei consumi; non può raccogliere consenso tra quel pubblico.</p>



<p>Il problema è che quel&nbsp;<em>pubblico</em>&nbsp;è oggi l’opinione pubblica: una massa di consumatori analfabeti funzionali, spettatrice di messinscene politiche, manipolata da una ristretta élite di&nbsp;<em>opinion maker</em>&nbsp;che si occupa di dirigerla promuovendo il pensiero neoliberista sotto forma di concetti estremamente superficiali e semplificati. Di fatto la&nbsp;<em>pubblic opinion</em>, nel suo reale significato, non esiste più.</p>



<p>Quando nei primi anni Novanta nasce il web, il mondo antagonista che dopo il riflusso degli anni Ottanta è tornato a organizzarsi nel Movimento della Pantera e nei centri sociali, vede nella nuova tecnologia una possibilità di azione; un mezzo per creare una rete di collegamento e comunicazione tra le varie realtà, innanzitutto, attraverso la messaggistica e le mailing list, e successivamente uno strumento per fornire contenuti. Parallelamente al Movimento no global nascono realtà come Indymedia e Autistici/Inventati, che grazie alla nuova tecnologia iniziano a produrre controinformazione in opposizione all’informazione mainstream, raccontando direttamente le manifestazioni e creando siti web nei quali il pensiero critico può esprimersi e confrontarsi. La rete sembra essere quello spazio libero che mancava, un territorio in cui poter far crescere una rete antagonista globale, parallelamente e in opposizione alla globalizzazione del Capitale.</p>



<p>La rapida diffusione della cultura e del movimento no global tra il 1999 di Seattle e il 2001 di Genova dà l’impressione, e la speranza, che una nuova opinione pubblica antagonista possa crearsi grazie al web, e che il suo peso possa incidere sul potere politico ed economico nel momento in cui si concretizza scendendo in piazza, in manifestazioni di una tale partecipazione e forza da ricordare quelle degli anni Settanta del Novecento.</p>



<p>La violenza della repressione messa in atto a Genova taglia le gambe al movimento, ma forse sull’ennesimo processo di riflusso seguito al G8 e allo stato di eccezione messo in piedi dopo l’11 settembre 2001 molto di più ha inciso la trasformazione della stessa rete che aveva permesso la nascita di quella opinione pubblica raziocinante. Il Capitale aveva già iniziato la colonizzazione del territorio del web attraverso la cosiddetta new economy – è del 2000 l’esplosione della bolla finanziaria delle dot.com – e la rete diventa&nbsp;<em>social</em>. Nasce MySpace e poi Facebook, Twitter e social network di ogni genere.</p>



<p>Ora il pensiero antagonista deve lottare per non essere marginalizzato in quello stesso spazio che aveva creduto di poter usare a proprio vantaggio, e che è divenuto non solo un altro territorio in cui il Capitale promuove e diffonde l’ideologia della mercificazione, contribuendo a creare lo stesso pubblico dei media mainstream e lo stesso consumo culturale di massa, ma anche un luogo di compensazione di frustrazione e alienazione e uno strumento che disinnesca il conflitto: condivido un post critico, metto un ‘mi piace’ a un articolo di un sito di controinformazione, segno la mia partecipazione a un dibattito e poi non non vado, e ho l’impressione di aver fatto qualcosa, di avere ‘contato’, mentre ho fatto nulla che possa minimamente incidere sull’esistente.</p>



<p>In aggiunta, dal punto di vista della crescita intellettuale indispensabile alla creazione di un’opinione pubblica raziocinante, il web si è trasformato in una contraddizione paradossale: non ha problemi fisici di spazio e ha minimi costi economici, a differenza del supporto cartaceo, può dunque contenere articoli lunghi di analisi e approfondimento, e invece ha eliminato quel tipo di lettura ‘lenta’ e ragionata promuovendo la velocità, l’articolo breve, l’informazione superficiale, l’ansia di essere continuamente aggiornati su tutto ciò che accade senza avere né gli strumenti né il tempo per comprenderlo davvero, in una continua deconcentrazione.</p>



<p>Che fare, dunque?<br>Se c’è una cosa che il percorso dell’opinione pubblica borghese insegna è innanzitutto che la sua partenza è culturale e di classe. Per cercare di modificare l’esistente occorre dunque per prima cosa (ri)costruire una cultura di classe, e poi trasformarla in opinione pubblica. Certo, da questa parte è più arduo: la borghesia era ceto dominante economico – dunque aveva soldi – e agiva in una società liberale che già rispecchiava il suo modello di sistema produttivo; doveva solo conquistare il potere politico, e trasformare in borghese lo Stato. Ma resta il fattore culturale come punto centrale: è dalla sfera letteraria che nasce quella politica.</p>



<p>Non è un caso infatti che la crescita della società dei consumi sia andata di pari passo con lo svuotamento della cultura di sinistra – non solo politica, anche letteraria e cinematografica – fino al suo totale annientamento che ha registrato come contraltare la mercificazione totale dell’esistente e la vittoria dell’ideologia neoliberista. Si tratta dunque di ripartire da lì, dalla sfida culturale, ma non per farne un esercizio astratto bensì per radicarla nella conflittualità sociale esistente.</p>



<p>Occorre poi capire che i media mainstream non possono essere il terreno di questa battaglia e il loro pubblico non può essere conquistato; per quanto rappresenti la maggioranza, è a tal punto annichilito e manipolato che ora non si può che rinunciarci. È nella rete che si muove quella ristretta minoranza di persone che sente il bisogno di informarsi, capire, approfondire in modo critico; si deve dunque accettare che solo il web, pur con tutto ciò che rappresenta in termini di colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (1), può essere lo spazio in cui il pensiero antagonista può muoversi e crescere. È una contraddizione, ma bisogna essere consapevoli che non esiste più alcun territorio che il Capitale non abbia conquistato e mercificato, dunque l’alternativa sarebbe l’immobilità, e non è un’alternativa.</p>



<p>Come non lo è quella messa in atto da molti centri sociali, che si sono ripiegati all’‘interno’ in forme di autogestione mutualistica e hanno rinunciato a opporsi alle dinamiche di potere che si muovono all’‘esterno’ nella società.</p>



<p>È poi fondamentale che l’area antagonista comprenda che il nemico è uno e che la frammentazione delle lotte gioca a suo vantaggio; e se c’è una cosa che il web può offrire è proprio la connessione tra le diverse conflittualità in campo.</p>



<p>Ma il mondo virtuale va sfruttato per uscirne, per creare luoghi fisici di incontro, confronto, progettualità e lotte comuni. Perché la partecipazione virtuale è una non-partecipazione; non c’è alcuna differenza tra l’essere spettatore di un talk show televisivo e mettere un click a un dibattito senza andarci: in entrambi i casi si resta muti davanti a uno schermo. Ma allo stesso modo, scendere in piazza senza la forza di un bagaglio culturale, soprattutto oggi, nella complessità finanziaria ed economica dell’attuale capitalismo, significa essere disarmati di fronte all’ideologia neoliberista e dunque comunque perdenti. L’opinione pubblica è raziocinante. La lotta è teoria e prassi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Renato Curcio, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" data-type="post" data-id="1104" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</a></em>, Paginauno n. 47/2016</p>
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