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	<title>spese militari &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Wed, 21 Aug 2024 16:21:08 +0000</lastBuildDate>
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	<title>spese militari &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>Ukraine Support Traker. Quali Paesi aiutano l’Ucraina e come?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ukraine-support-traker-quali-paesi-aiutano-lucraina-e-come-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[Nel rapporto del Kiel Institute, i numeri di un anno di aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dettagliati per Paese e tipologia]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Kiel Institute for the World Economy *</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-82-aprile-maggio-2023/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 82, aprile – maggio 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nel rapporto del Kiel Institute, i numeri di un anno di aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dettagliati per Paese e tipologia</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il Giappone e i Paesi scandinavi, in particolare, si sono impegnati a fornire ulteriore sostegno all’Ucraina all’inizio del 2023. È questo è il risultato dell’ultima analisi dei dati dell’Ukraine Support Tracker, che ora copre i primi dodici mesi dall’avvio del conflitto. Nel complesso, i nuovi impegni all’inizio dell’anno sono stati relativamente modesti.</p>



<p>Rispetto al dicembre 2022, si registra un calo degli importi dei nuovi aiuti promessi all’Ucraina. Nel nuovo periodo di riferimento, dal 16 gennaio al 24 febbraio 2023, sono stati impegnati 12,96 miliardi di euro, in gran parte provenienti da pochi donatori.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="462" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina.jpg" alt="" class="wp-image-8187" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Kiel Institute for the World Economy</figcaption></figure>
</div>


<p>I più importanti sono i Paesi scandinavi, con Norvegia (1,11 miliardi di euro, con un aumento del 90%), Svezia (0,33 miliardi di euro, +41%), Danimarca (0,24 miliardi di euro, +33%) e Finlandia (0,56 miliardi di euro, +165%) particolarmente generosi. Tra gli altri Paesi spiccano il Giappone, che si è impegnato a fornire nuovi e significativi aiuti finanziari per 5,1 miliardi di euro sotto forma di prestiti, e i Paesi Bassi con 2,5 miliardi di euro, destinati tra l’altro a un nuovo sistema Patriot.</p>



<p>Una nuova tendenza è l’adozione di orizzonti di pianificazione più lunghi. In precedenza, gli impegni di aiuto erano a breve termine e difficili da prevedere; solo gli Stati Uniti si vincolavano per un intero esercizio finanziario. Ora, altri Stati come il Regno Unito e i Paesi Bassi stanno seguendo questo modello, promettendo di fornire nel 2023 lo stesso ammontare di aiuti del 2022. La Norvegia ha persino annunciato un programma pluriennale di sostegno all’Ucraina con aiuti finanziari e militari per un valore di circa 7 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. [&#8230;]</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="600" height="462" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2.jpg" alt="" class="wp-image-8188" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/08/ucraina2-300x231.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Kiel Institute for the World Economy</figcaption></figure>
</div>


<h4 class="wp-block-heading">Informazioni sull’Ukraine Support Tracker</h4>



<p>L’Ukraine Support Tracker elenca e quantifica gli aiuti militari, finanziari e umanitari promessi all’Ucraina dal 24 gennaio 2022 (attualmente fino al 24 febbraio 2023). Copre 40 Paesi, in particolare gli Stati membri dell’Ue, altri membri del G7, nonché Australia, Corea del Sud, Turchia, Norvegia, Nuova Zelanda, Svizzera, Cina, Taiwan e India. Inoltre, le istituzioni dell’Ue sono incluse come donatore separato. Il tracker elenca gli impegni tra governi; le donazioni private o quelle di organizzazioni internazionali come FMI non sono incluse nel database principale. I flussi diretti verso altri Paesi, come per esempio la Moldavia, non sono inclusi.</p>



<p>Per quanto riguarda le fonti, il database combina fonti governative ufficiali con informazioni provenienti dai media internazionali. Gli aiuti in natura, come forniture mediche, cibo o attrezzature militari, sono quantificati sulla base dei prezzi di mercato o di informazioni relative a crisi precedenti che hanno comportato aiuti governativi. In caso di dubbio, vengono utilizzati i limiti superiori dei prezzi.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">*Estratto (tradotto) del comunicato stampa del 4 aprile 2023, sull’aggiornamento dei dati dell’Ukraine Support Tracker, Kiel Institute for the World Economy</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dai mercenari ai contractor. Il diritto internazionale e l’ipocrisia dell’ONU</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dai-mercenari-ai-contractor-il-diritto-internazionale-e-lipocrisia-dellonu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dura lex]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[militare]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
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					<description><![CDATA[Il neoliberismo trasforma la sicurezza in merce, lo Stato perde il monopolio della forza e l’ONU privatizza le missioni di pace: storia di un’ascesa favorita dal diritto internazionale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-81-febbraio-marzo-2023/" data-type="post" data-id="6737" target="_blank">(Paginauno n. 81, febbraio &#8211; marzo 2023)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il neoliberismo trasforma la sicurezza in merce, lo Stato perde il monopolio della forza e l’ONU privatizza le missioni di pace: storia di un’ascesa favorita dal diritto internazionale</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“Esprimiamo serie preoccupazioni per il reclutamento, il finanziamento, l’uso e il trasferimento di mercenari e attori legati ai mercenari dentro e fuori le diverse situazioni di conflitto in tutto il mondo. In molti casi, la presenza di questi attori privati ​​prolunga il conflitto, agisce come fattore destabilizzante e mina gli sforzi di pace. Gli esperti sono anche preoccupati dal fatto che il reclutamento e l’invio di mercenari e attori legati ai mercenari nelle zone di conflitto esacerba il rischio che i conflitti si diffondano in altre regioni. […] Il Gruppo di Lavoro ha ampiamente evidenziato i modelli di gravi abusi e violazioni commessi impunemente da questi attori, come esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, stupri, violenze sessuali e di genere, detenzioni arbitrarie e torture.”</p>



<p>Sono parole del Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the right of peoples to self-determination (“Gruppo di Lavoro sull’uso dei mercenari come mezzo per violare i diritti umani e impedire il diritto dei popoli all’autodeterminazione”, indicato d’ora in poi con ‘Gruppo di Lavoro’), istituito nel 2005 dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU; parole espresse nella dichiarazione rilasciata il 4 marzo 2022 (1), che si conclude ribadendo, per l’ennesima volta: “Tutti dovrebbero astenersi, in ogni circostanza, dall’utilizzare, reclutare, finanziare o addestrare mercenari o attori legati ai mercenari. […] gli Stati dovrebbero attuare un’efficace regolamentazione internazionale e nazionale. Gli abusi dei diritti umani e le violazioni del diritto umanitario da parte dei mercenari non devono restare impuniti”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il Gruppo di Lavoro dell’ONU</h4>



<p>Nel 1987 la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (oggi Consiglio per i Diritti Umani) nomina un “Relatore speciale sull’uso dei mercenari come mezzo per impedire l’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Precedentemente il Consiglio di sicurezza ONU aveva emesso Risoluzioni sull’utilizzo di mercenari per rovesciare i governi della Repubblica Democratica del Congo (1967), della Repubblica popolare del Benin (1977) e della Repubblica delle Seychelles (1981), e per tutti gli anni ‘60 l’Assemblea Generale aveva adottato diverse Risoluzioni che chiedevano l’attuazione del diritto all’autodeterminazione nel contesto coloniale africano; la delibera che istituisce il Relatore speciale riconosce che il mercenarismo è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali.</p>



<p>Nel 2005 al Relatore speciale subentra il Gruppo di Lavoro, incaricato di studiare – attraverso missioni conoscitive, studi tematici e singole denunce – le violazioni dei diritti umani commesse da mercenari<em> </em>e dalle Società Militari e di Sicurezza Private (<em>P</em><em>rivate Military and Security Com</em><em>panies</em>, PMSC); sono infatti queste ultime, come vedremo, e non il tradizionale mercenarismo, ad avere mutato la dinamica dei conflitti a partire dagli anni ‘90. Il mandato evolve dunque, riconoscendo e focalizzando due attori e non più uno, e pone tra gli obiettivi la creazione di una regolamentazione internazionale vincolante per le PMSC e il miglioramento di quella già esistente sul mercenarismo (2).</p>



<p>Oggi possiamo dire che qualche risultato è stato raggiunto, soprattutto sul piano della consapevolezza e della denuncia, ma praticamente nulla su quello fattuale. Se i mercenari sono ora ridotti a essere una figura marginale, infatti, è solo perché, in linea con i cambiamenti politici ed economici degli ultimi trent’anni, sono stati sostituiti da efficienti aziende private che li ‘regolarizzano’, assumendoli a contratto e vendendoli a ‘clienti’ sotto forma di ‘servizi’. Si sono trasformati nei <em>contractor</em>, nell’alveo di un diritto internazionale umanitario che permette loro di agire tra le righe di normative lasciate intenzionalmente inadeguate rispetto ai mutamenti avvenuti. È in atto un tentativo di regolamentazione da parte delle Nazioni Unite, ma mostra a sua volta forti limiti. D’altra parte la stessa ONU utilizza le PMSC nelle operazioni di peacekeeping, e tutto assume il profilo del paradossale.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dai mercenari alle PMSC</h4>



<p>Su 28 guerre civili scoppiate in Africa tra il 1950 e il 2002, tredici hanno visto la partecipazione conclamata di mercenari: Katanga (ora Repubblica democratica del Congo) e Biafra (Nigeria) tra le più documentate sotto questo aspetto, con Francia, Belgio e Gran Bretagna impegnate nell’ingaggio ufficioso di bande di <em>cani sciolti</em> di ogni nazionalità e di esperti ex militari passati al mercenarismo. L’obiettivo è sempre stato economico: mantenere il controllo sulle risorse naturali anche dopo la fase di decolonizzazione (3). Governi occidentali, governi dei neo-Stati africani, oppositori interni, compagnie minerarie, gruppi di interesse privati&#8230; tutti hanno utilizzato mercenari negli anni ‘60, ‘70 e ‘80, soprattutto nel continente africano ma anche in Asia e in America Latina. Parliamo di figure individuali, generalmente veterani della seconda guerra mondiale o dei conflitti regionali successivi, non organizzati fra loro e spesso reclutati per passaparola; in cambio di denaro offrivano, soprattutto, ciò che nessun esercito regolare poteva dare: difendere interessi illegittimi nascondendo i mandanti. Fare insomma il lavoro sporco.</p>



<p>A partire dagli anni ‘90 la realtà muta: nascono le <em>Private </em><em>Military and</em><em> Security Companies</em>, la cui principale funzione non è celare l’identità di chi le ingaggia – che comunque resta un <em>plus</em> e una possibilità ancora utilizzata – ma affiancare gli eserciti regolari alla luce del sole. Fare direttamente la guerra, semplicemente. Nei soli anni ‘90 le PMSC addestrano i soldati di 42 Stati e partecipano a più di 700 conflitti (4). Tre sono gli elementi che nel decennio si compenetrano rendendone possibile la configurazione e l’ascesa.</p>



<p>Primo: la fine della guerra fredda. Il crollo del Muro porta al progressivo globale ridimensionamento delle forze militari nazionali: il numero di soldati effettivi passa da 28,7 milioni nel 1988 a 22,3 milioni nel 1997, con una riduzione del 22%. Il calo avviene soprattutto negli Stati Uniti, in Europa e nei Paesi dell’ex blocco sovietico (5). Accanto, si registra un surplus di armamenti che vengono resi disponibili alla vendita.</p>



<p>Secondo: l’attuazione di politiche neoliberiste. Dagli Stati Uniti (Reagan) e dalla Gran Bretagna (Thatcher) soffia il vento del “meno Stato, più mercato”, che diviene pensiero dominante nelle società capitalistiche. I Paesi avviano privatizzazioni ed esternalizzazioni: welfare, industria, settore bancario, energia, trasporti&#8230; il pubblico arretra a favore dei privati.</p>



<p>Terzo: l’imporsi dagli USA della cosiddetta <em>Revolution in Military Affairs</em> (RMA). Gli sviluppi tecnologici richiedono maggiore competenza tecnica, e prende piede la teoria che un numero relativamente piccolo di persone ben addestrate e dotate di armi a tecnologia avanzata possa facilmente avere la meglio su una forza militare più numerosa ma scarsamente addestrata e dotata di attrezzature meno sofisticate.</p>



<p>Muta la visione complessiva. Dall’essere considerata ‘bene pubblico’, la sicurezza diviene una <em>merce</em> acquistabile sul mercato sotto forma di <em>servizio</em>: quando serve, come serve, a prezzi ritenuti vantaggiosi grazie alla concorrenza. Nasce un settore commerciale aperto a una nuova tipologia di azienda privata, che va a prendere possesso di un terreno fino a quel momento indisponibile perché monopolio esclusivo dello Stato: l’uso della forza. Con tutto ciò che ne consegue, come vedremo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le PMSC</h4>



<p>Non esiste una definizione univoca e ufficiale delle PMSC. Sulla carta, sono due diverse tipologie di società: le <em>Private </em><em>Military Companies</em> (PMC) forniscono servizi militari, le <em>Private </em><em>Security Companies</em> (PSC)<em> </em>di sicurezza. Le prime quindi dovrebbero muoversi in teatri di guerra, le seconde nello spazio delle pratiche di polizia. Il fatto stesso che l’acronimo generalmente usato le tenga insieme (PMSC), mostra quanto la distinzione sia inconsistente e fuorviante, perché quasi tutte le imprese – sicuramente le più grandi e quotate – forniscono entrambi i servizi, e perché molti di quelli classificati come ‘sicurezza’ si svolgono in situazioni conflittuali, anche quando non apertamente dichiarate. Il Gruppo di Lavoro dell’ONU definisce dunque “una società militare e/o di sicurezza privata come un’entità aziendale che fornisce, a scopo di lucro, a realtà pubbliche o private, servizi militari e/o di sicurezza” (6).</p>



<p>Il ventaglio è estremamente ampio: pianificazione strategica, addestramento, intelligence, investigazione, comunicazioni; ricognizione terrestre, marittima o aerea; operazioni di volo di ogni tipo, con o senza equipaggio (droni); supporto logistico, materiale e tecnico; sorveglianza satellitare, qualsiasi genere di trasferimento di conoscenze con applicazioni militari o di polizia; sorveglianza armata o protezione di edifici, installazioni, proprietà e persone; combattimento e sicurezza nelle zone di conflitto.</p>



<p>Sempre più, nelle analisi critiche, viene a cadere anche la distinzione tra ‘funzioni passive’ di difesa/protezione e ‘funzioni attive’ di combattimento offensivo sul campo: perché le prime possono trasformarsi nelle seconde al rapido mutare della situazione sul terreno (la protezione di un sito o un convoglio diventa azione offensiva non appena viene attaccato), ma soprattutto perché attività come consulenza e addestramento dei soldati influiscono sostanzialmente sulle loro capacità in battaglia; così come intelligence, sorveglianza, operazioni di volo – sempre più con droni – intervengono attivamente negli scontri armati, modificandoli; e non si può definire estraneo al combattimento nemmeno il supporto logistico. Ogni funzione insomma, in una situazione di conflitto, sostiene e concorre alla guerra, anche se non preme il grilletto.</p>



<p>Le PMSC sono società commerciali private come ogni altra: sono regolarmente inscritte nel Registro delle Imprese dei Paesi dove hanno le sede legale e/o operativa, sono quotate in Borsa, hanno una struttura organizzativa tipicamente aziendale, sono finalizzate al profitto e competono apertamente fra loro sul mercato internazionale per aggiudicarsi le gare d’appalto indette da Stati, istituzioni e organizzazioni di vario tipo, pubbliche o private, come ONU, Unione europea, Ong o associazioni umanitarie, nonché imprese – spesso minerarie ed estrattive, ma non solo. Possono essere multinazionali – e avere la sede in paradisi fiscali – e, a loro volta, subappaltare servizi ad altre società. Attingono a un bacino di reclutamento tramite database di professionisti (generalmente ex militari) disponibili a chiamata e offrono contratti individuali di breve o lunga durata e ben pagati – i numeri sono riservati, ma pare che le retribuzioni superino da due a dieci volte quelle delle forze armate: un dato che spesso provoca la fuoriuscita di soldati e ufficiali dal pubblico a favore del privato. Muovendosi in tal modo, sono in grado di mettere insieme squadre operative in breve tempo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">È il business, bellezza!</h4>



<p>Nel 2021 il mercato mondiale dei servizi militari e di sicurezza ha raggiunto 241,7 miliardi di dollari; si prevede che arriverà a quota 366,8 miliardi entro il 2028, a un tasso di crescita annuo del 7,2%. Gli analisti individuano nella lotta al terrorismo sia interno che esterno, nelle tensioni geopolitiche tra USA, Europa, Cina e Russia e negli appalti già pianificati per l’ammodernamento delle forze armate, un grande potenziale di crescita (7). Dall’altra parte, il pubblico continua a retrocedere. Non si può certo affermare che viviamo in un’epoca pacificata, eppure il numero globale di militari effettivi persiste nella diminuzione. L’ultimo report USA del 2021 riporta i dati del 2019: sono 20,4 milioni (8) (erano 28,7 milioni nel 1988 e 22,3 nel 1997, come abbiamo visto).</p>



<p>Non ha alcun senso dare la caccia ai più cattivi, sia in termini di aziende che di Stati: tutte le principali aziende si equivalgono, offrendo i medesimi servizi, e tutti gli Stati le utilizzano. Con poco timore di essere smentiti, si può dichiarare che non c’è oggi terreno – che si tratti di guerra aperta, di conflitto a bassa intensità o di situazione di rischio – che non veda qualche PMSC in azione. Di fatto impossibile avere i numeri che possano tracciare un quadro complessivo: i contratti di appalto sono confidenziali, in nome della sicurezza. Sappiamo dalle cronache locali che i privati sono presenti in Yemen, Libia, Siria, Bielorussia, Afghanistan e Ucraina e sono stati determinanti nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Sono attivi anche nelle guerre dei cartelli in Messico e nel Golfo di Aden contro la pirateria. Il gruppo Wagner, collegato agli interessi russi, è in Ucraina, Africa, Medio Oriente e America Latina e il settore è in crescita anche in Cina. Ci sono poi aziende che lavorano per gruppi considerati terroristi, come Malharma Tactical, una PMSC con sede in Uzbekistan che si rivolge esclusivamente agli estremisti jihadisti (9).</p>



<p>I gruppi societari maggiori restano quelli statunitensi e britannici, che hanno inaugurato il settore – Constellis, di cui fa parte Academi (ex Blackwater, nota per il massacro di Nisour Square in Iraq, nel 2007: 17 morti e 20 feriti, tutti civili), G4S, DynCorp, Military Professional Resources (MPRI), Erinys International, Allied Universal, Aegis Defense Services – ma aumentano le società in Israele, Sudafrica e Colombia – terra di mercenari addestrati dagli Stati Uniti ai tempi della guerra al narcotraffico: oggi i colombiani sono ritenuti professionalmente preparati ed economicamente convenienti rispetto alle PMSC nordamericane, e hanno il pregio di essere numerosi: la maggior parte di loro proviene dalla fascia più povera della popolazione, con ben poche prospettive sociali ed economiche (10).</p>



<p>Se vogliamo qualche numero dobbiamo andare indietro nel tempo: a distanza di anni, sappiamo qualcosa sulle guerre in Iraq e Afghanistan relativamente agli Stati Uniti. Nel primo conflitto il picco è stato nel 2008: 160.000 contractor ingaggiati, in un rapporto di 1 a 1 con le forze armate. Nel secondo il livello massimo si è toccato nel 2012: c’erano più privati che truppe regolari: quasi 114.000 contractor contro 85.600 soldati, il 57% (11). Tra il 2003 e il 2016 il Dipartimento di Stato USA ha speso 196 miliardi di dollari in appalti a PMSC per la guerra in Iraq (12), e 108 miliardi per quella in Afghanistan tra il 2007 e il 2016 (13). Denaro pubblico con cui le <em>P</em><em>rivate Military and Security Companies</em> hanno fatto profitti, facendo la guerra.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Forze armate vs contractor</h4>



<p>I sostenitori delle PMSC elencano una serie di caratteristiche che le renderebbero la scelta migliore da parte degli Stati. Il generale Fabio Mini ha lo sguardo pragmatico di chi la guerra la conosce per esperienza diretta, e dunque ci offre un’analisi particolarmente utile sui singoli punti (14).</p>



<p>Flessibilità. È indubbia. Le aziende private tendono ad assumere qualsiasi tipo di incarico e spesso firmano i contratti senza avere a portata di mano ciò che è necessario. “La regola generale è: tu chiedi e noi forniamo. Qualunque cosa possa essere”.</p>



<p>Competenza. Le società rivendicano maggiore qualità operativa rispetto alle forze armate e affermano di avere <em>ereditato</em> dal settore pubblico un immenso patrimonio di conoscenze, tecnologie e formazione. “Se è vero, oltre ad aver perso quel patrimonio ora lo Stato deve pagare per averlo” afferma Mini; “se non è vero, le PMSC guadagnano un sacco di soldi per niente o per qualcosa già disponibile a livello pubblico”.</p>



<p>Convenienza economica. La presunta economicità del settore privato è controversa e deve ancora essere dimostrata. Il servizio di per sé può essere più vantaggioso, se non si conta che lo Stato ha già sostenuto le spese per la formazione dei militari, e l’evasione e l’elusione fiscale che la maggior parte delle PMSC realizza insediandosi nei paradisi fiscali.</p>



<p>Professionalità. Le PMSC attirano anche personale inesperto con grave instabilità psicologica. “Il processo di selezione è normalmente molto rigoroso, tuttavia per le competenze relative a compiti violenti o altamente tecnici nonché a lavori banali, gli standard non sono stabiliti secondo requisiti etici” scrive Mini. E continua: “Il fatto è che soldati normali e ben addestrati, che mantengono il loro equilibrio psicologico dentro e fuori dal servizio, sono difficili da ottenere, e quelli che lo hanno perso rappresentano un grande rischio. Quando le società private offrono davvero personale di alta qualità è perché hanno assunto professionisti militari, di sicurezza o d’élite di alta qualità. Questi individui vengono sottratti al circuito istituzionale e quindi per la collettività non sono un guadagno, ma una perdita”.</p>



<p>Esiste tuttavia una caratteristica su cui tutti concordano, annoverandola tra i punti che più fanno pendere l’ago della bilancia a favore dei privati: le PMSC limitano – o addirittura eliminano – i costi politici della guerra: del dispiegamento di soldati all’estero, dei morti e dei feriti e dei funerali di Stato in televisione, delle eventuali accuse di abusi, irregolarità e violazione dei diritti umani. Consentono dunque anche di aumentare il numero di missioni militari e di alzare l’asticella del grado di rischio che un Paese è disposto ad affrontare. Lo stesso Mini riconosce che la “nebbia legale” nella quale le PMSC si muovono – e che vedremo – è stata accolta con favore da chi affida loro gli appalti, siano governi o organizzazioni internazionali, e “da molti comandanti militari che preferirebbero trattare con società private non regolamentate piuttosto che confrontarsi con la varietà di vincoli legali e operativi sull’uso dei propri soldati. In un ciclo perverso, la mancanza di regolamentazione promuove un’ulteriore espansione delle operazioni non regolamentate”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il monopolio della forza</h4>



<p>Sappiamo che nel pensiero liberale, da Hobbes in poi, il contrattualismo ha affidato allo Stato il monopolio della forza. Che lo stato di natura dal quale gli uomini dovevano uscire fosse considerato violento o pacifico, a seconda dei diversi pensatori, lo Stato moderno nasce come istituzione astratta, creata dall’Uomo e basata sul consenso. Nello Stato di diritto, la forza diviene legittima – discostandosi quindi dalla violenza, per quanto di violenza continui a trattarsi – perché autorizzata da una norma: tutti i poteri – anche quello deputato all’uso della forza – sono sottoposti al rispetto della legge. La <em>violenza privata</em> cede quindi il passo alla <em>forza pubblica</em>. Lo Stato costituzionale vede poi l’unione della forza e della giustizia: l’esercizio della prima deve essere finalizzato esclusivamente all’affermazione della seconda, scritta nei diritti e nelle libertà della Carta fondativa dello Stato.</p>



<p>Via via stratificandosi, il concetto di Stato moderno è dunque giunto fino a noi, ponendo alcune fondamenta indiscutibili: la forza è <em>esclusivamente</em> pubblica, la violenza privata è sempre <em>unicamente</em> violenza.</p>



<p>Non è un cavillo in punta di diritto, come può sembrare. Perché se ci muoviamo all’interno dei confini tracciati dal contrattualismo, quella che le <em>Private </em><em>Military and Security Companies</em> esercitano è una forma privata di violenza organizzata, agita al fine di trarre un profitto economico: in uno Stato di diritto non è consentita, è un reato. Oltretutto, se la sicurezza di un cittadino non è più garantita da istituzioni pubbliche – forze armate e polizia – ma da aziende private, non si configura più come un diritto: divenendo merce, come abbiamo visto, si trasforma concettualmente in qualcosa disponibile <em>solo</em> a chi abbia denaro per acquistarla. O a <em>chiunque</em> abbia denaro per acquistarla – come le società minerarie ed estrattive. Le basi teoriche utilizzate fino a oggi ne escono stravolte e svuotate.</p>



<p>Certo, se usciamo dal pensiero liberale e adottiamo lo sguardo di Marx, l’aporia si sana. Per Marx lo Stato è <em>borghese.</em> Non è affatto quell’istituzione neutrale legittimata a esercitare la forza in quanto affermazione della giustizia, ma la sovrastruttura che favorisce e protegge gli interessi della borghesia, ossia del Capitale; ed esercita violenza, che è violenza <em>di classe</em>. Davanti alle PMSC, questa lettura mantiene logica e coerenza: il neoliberismo inaugurato negli anni ‘90 ha smantellato il monopolio della violenza dello Stato aprendo il ‘settore’ al libero mercato, di modo che il capitalismo ne potesse trarre profitti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il diritto internazionale umanitario</h4>



<p>La prima definizione di ‘mercenario’ è del 1977 ed è contenuta nell’art. 47 del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949, considerate la base del diritto internazionale umanitario (15). Mercenario è colui che: a) sia appositamente reclutato, localmente o all’estero, per combattere in un conflitto armato; b) di fatto prenda parte diretta alle ostilità; c) prenda parte alle ostilità spinto dal desiderio di ottenere un profitto perso­nale, e al quale sia stato effettivamente promesso, da una Parte in con­flitto o a suo nome, una remunerazione materiale nettamente superiore a quella promessa o corrisposta ai combattenti aventi rango e funzioni similari nelle forze armate di detta Parte; d) non sia cittadino di una Parte in conflitto, né residente di un territorio controllato da una Parte in conflitto; e) non sia membro delle forze armate di una Parte in conflitto; f) non sia stato inviato da uno Stato non Parte nel conflitto in missione uffi­ciale quale membro delle forze armate di detto Stato. Queste sei caratteristiche sono <em>cumulative</em>: tutte devono essere soddisfatte.</p>



<p>È immediatamente evidente che la definizione non può essere applicata al personale di una PMSC, il quale può non avere direttamente un ruolo attivo nel combattimento ma funzioni di logistica, addestramento, intelligence ecc.; oppure può essere di nazionalità di una parte in conflitto (come i contractor statunitensi nella guerra USA in Afghanistan e Iraq); dimostrare poi che la retribuzione sia “nettamente superiore” è praticamente impossibile, vista la riservatezza dei contratti; infine, è sufficiente incorporare i contractor nelle forze armate, limitatamente al tempo del conflitto, per escluderli dalla categoria del mercenario. Oltretutto, il Protocollo si applica ai soli conflitti<em> ar</em><em>mati internazionali</em> e non vieta il mercenarismo: il suo obiettivo è negare alla figura del mercenario lo status di combattente e di prigioniero di guerra – che certo non è un dettaglio da poco: traccia la separazione tra militare e civile, con tutto ciò che ne consegue in termini di diritto internazionale umanitario e di giurisdizione.</p>



<p>Per la criminalizzazione occorre aspettare la “Convenzione internazionale contro il reclutamento, l’uso, il finanziamento e l’addestramento dei mercenari”, adottata dall’ONU nel 1989 (16). Come esplicitato nel titolo stesso, considera reato non solo il mercenarismo in sé ma tutte le attività collegate (reclutamento, uso, finanziamento e addestramento); si applica inoltre non solo a un conflitto armato internazionale ma “in ogni altra situazione”, e obbliga gli Stati firmatari a perseguire o estradare i presunti autori dei reati. È indubbiamente un passo avanti – anche se non è stato creato alcun organismo internazionale con il compito di monitorare, controllare e guidare l’attuazione della Convenzione – ma di contro la definizione di mercenario sostanzialmente ricalca quella del Protocollo del 1977: l’attività delle PMSC e dei contractor non può quindi essere qualificata come reato.</p>



<p>A livello regionale, nel 1977 vede la luce la “Convenzione per l’eliminazione del mercenarismo in Africa” redatta dall’Organizzazione per l’Unità Africana (oggi Unione Africana) (17). Segnati fortemente dall’uso dei mercenari sul proprio territorio nella fase di decolonizzazione, come abbiamo visto, i Paesi del continente africano pongono particolare attenzione al mercenarismo e lo criminalizzano nello stesso anno in cui il I Protocollo delle Convenzioni di Ginevra si limita a connotarlo. Tuttavia ne incorporano la definizione – con solo una modifica al punto c): deve esserci compenso materiale ma non necessariamente “nettamente superiore” a quello delle forze armate. Anche questo trattato internazionale quindi non può essere applicato al personale delle PMSC.</p>



<p>Nulla più. Qui termina il diritto internazionale umanitario relativo al mercenarismo. I suoi limiti sono evidenti, dovuti principalmente all’epoca in cui è stato scritto: gli anni ‘70 e ‘80. È chiaro che i <em>contractor</em> delle PMSC nate negli anni ‘90 sono mercenari, ma sfuggono a una regolamentazione che risulta datata. Anche se, di fatto, nemmeno i mercenari tradizionali sono stati messi al bando, perché la Convenzione del 1989 che li criminalizza è stata ratificata da appena 36 Paesi su 193 – e da nessuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU – e quella regionale dell’Organizzazione per l’Unità Africana da 30 Stati su 55.</p>



<p>In un blando quanto inconsistente tentativo di legittimarsi, PMSC, Stati e organizzazioni varie hanno stilato linee guida, codici di condotta e standard globali che richiamano il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani – <em>Voluntary </em><em>Principles on Security and Human Rights</em> (2000), <em>Montreux Document</em> (2008), <em>International Code of Conduct for Security Service </em><em>Providers</em> (ICOC, 2010) – ma si tratta di <em>soft law</em>, di auto-regolamentazione non vincolante.</p>



<p>La mancanza di un diritto internazionale pone le PMSC sotto la giurisdizione delle sole leggi nazionali, con quel che ne consegue: data la struttura sovrastatale, le aziende hanno gioco facile a impiantare le proprie sedi in Paesi che hanno vincoli legali meno stringenti, o disposti a non volerle perseguire in caso di violazioni. La Relazione del 2021 del Gruppo di Lavoro dell’ONU (18) denuncia la “carenza di informazioni pubbliche sui dettagli operativi e sui contratti di queste società con i loro clienti, che rimangono riservati”; la “mancanza di chiarezza in merito alle gerarchie contrattuali, alle strutture aziendali e ai rapporti tra società madri, filiali e subappaltatori”; il fatto che “queste società vengono spesso costituite, sciolte, fuse e trasferite o operano attraverso più filiali: ciò è associato a molteplici livelli contrattuali e assicurativi in tutte le giurisdizioni, il che complica ulteriormente l’accertamento a quale livello dovrebbe ricadere la responsabilità quando si verificano violazioni dei diritti umani”. È la stessa natura aziendale delle PMSC a rendere difficoltosa la ricostruzione della responsabilità: “L’opacità che circonda le condizioni in cui il personale è schierato, compresi i meccanismi di comando e controllo applicabili, oscura l’attribuzione di responsabilità e ha consentito a tali attori di operare con apparente impunità”.</p>



<p>L’approfondimento del Gruppo di Lavoro del 2020 (19) ha stabilito che “sebbene la maggior parte degli Stati disponga di sistemi per il monitoraggio delle PMSC che operano nel loro territorio, questi sistemi spesso non si estendono alle attività all’estero; mentre i processi di monitoraggio interno non riguardano generalmente il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale ma tendono piuttosto a concentrarsi sulle violazioni di ‘attività consentite, licenze, autorizzazioni, assunzioni e altri processi amministrativi’, con conseguenti possibili sanzioni amministrative”. Oltretutto, “il perseguimento del personale PMSC dinanzi ai tribunali nazionali è impegnativo, a causa di fattori quali la giurisdizione, la raccolta e la conservazione delle prove, lo svolgimento di indagini nei territori d’oltremare, la volontà degli Stati di perseguire tali casi e il trasferimento del personale”.</p>



<p>Senza contare che la riservatezza dei contratti può servire intenzionalmente a nascondere il coinvolgimento di un Paese in un conflitto, permettendogli di eludere le sue responsabilità in caso di violazione del diritto internazionale: “I rapporti condivisi suggeriscono che, in alcuni casi, ciò viene fatto proprio con l’obiettivo infausto di fornire una ‘negabilità plausibile’”. Mentre “il Gruppo di Lavoro continua a ricevere informazioni sul personale militare e di sicurezza privato che sarebbe stato coinvolto in violazioni dei diritti umani, comprese sparizioni forzate, esecuzioni sommarie, uccisioni indiscriminate, sfruttamento e abuso sessuale” (20).</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’ONU e la privatizzazione della pace</h4>



<p>La relazione del Gruppo di Lavoro all’Assemblea Generale del 2014 (21) è focalizzata sull’utilizzo da parte dell’ONU delle PMSC, nelle operazioni di peacekeeping. I contractor assolvono principalmente a compiti di protezione delle sedi, dei convogli e del personale dell’organizzazione; a training, consulenza e analisi del rischio; forniscono equipaggiamento militare e relativa manutenzione (elicotteri, veicoli ecc. comprensivi di autisti), attività di sminamento, comunicazioni e logistica. Tra le prime e più note missioni quella in Bosnia nel 1992, dove l’ONU ha ingaggiato quattro aziende con contratti che hanno coinvolto circa 2.000 contractor per quattro anni.</p>



<p>Anche per le Nazioni Unite tutto comincia negli anni ‘90, e ricalca il percorso degli Stati. Sempre più spesso il Paese ospitante la missione non è in grado di garantire la sicurezza al personale dell’ONU; in seconda battuta, gli Stati vengono meno all’obbligo di mettere a disposizione militari delle proprie forze armate per consentire l’operatività delle missioni; infine, la mancanza di capacità interna dell’organizzazione stessa: da una parte i Paesi si oppongono all’aumento del personale, principalmente per ragioni finanziarie, dall’altra quello esistente non è adeguatamente formato, difficile da ridistribuire tra le varie sedi, privo di una ‘unità di comando’ unica interna e, non ultimo, economicamente costoso.</p>



<p>Di nuovo, conoscere i dati per avere un quadro non è facile. Tra l’altro, i contractor si possono trovare anche tra le fila del contingente messo a disposizione dagli Stati, che in missione inviano i privati anziché le proprie forze armate. Lo stesso Gruppo di Lavoro denuncia la mancanza di pubblicità e trasparenza dei contratti, lamentando il fatto che ottenere qualche numero dal Dipartimento ONU per la Sicurezza e la Protezione è stato un “compito impegnativo”. Sappiamo così che nel maggio 2014 le Nazioni Unite utilizzavano circa 30 aziende private, tra operazioni di peacekeeping e missioni politiche; ipotizziamo che i numeri non possano essere che aumentati.</p>



<p>Ovviamente, il tema del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani si pone ancor più prepotentemente quando le PMSC si muovono in missioni di peacekeeping sotto la bandiera delle Nazioni Unite; e registra enormi deficit. La Relazione denuncia la mancanza di controllo da parte dell’ONU di ciò che avviene sul campo: spesso le PMSC ingaggiano personale locale, e si verificano casi come quello in Somalia nel 2012: “Il Gruppo di Lavoro è stato informato che diversi fornitori di servizi di sicurezza locali erano milizie basate su clan, che operavano dietro una facciata corporativa al fine di nascondere il coinvolgimento di singoli signori della guerra. […] quando si stipulano accordi per la fornitura di sicurezza privata questo modello è stato riscontrato in altri Paesi, incluso, implicitamente, il rischio di essere visti come parziali – ostacolando la percezione dell’indipendenza e dell’imparzialità delle Nazioni Unite agli occhi delle popolazioni locali”.</p>



<p>Priva di una regolamentazione internazionale, anche l’ONU ha fissato policy e linee guida per l’utilizzo delle PMSC, nel 2012; ma siamo al punto che “è opinione del Gruppo di Lavoro che le linee guida non affrontino la questione della responsabilità in caso di violazioni dei diritti umani commesse da società militari e di sicurezza private”, non prevedendo “indagini penali, cause civili e/o interdizioni” nei confronti delle aziende né la “pubblicazione di queste informazioni, ove possibile”. Senza tenere conto che “un’ulteriore preoccupazione per l’uso di società militari e di sicurezza private nelle operazioni di pace è che sono entità guidate dal mercato e la continua instabilità sostiene il settore. Ciò lascia aperte domande sugli interessi di queste società private nei risultati del processo di pace” (22).</p>



<p>Esiste infine un altro aspetto, più nascosto ma tutt’altro che secondario. La crescente dipendenza dalla sicurezza privata porta a un ruolo significativo delle PMSC nel plasmare sia la ‘politica di protezione’ delle missioni umanitarie – comprese quelle di Ong e organizzazioni varie – che le ‘politiche di sicurezza’ dell’ONU: lo spazio umanitario è trattato come carico di minacce, e la concettualizzazione dei problemi di sicurezza influenza e ridefinisce direttamente l’ambiente in cui le missioni intervengono.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La resa</h4>



<p>Nel 2010 il Gruppo di Lavoro ha presentato una proposta di regolamentazione delle PMSC, sulla quale il Consiglio per i Diritti Umani tuttora discute (23)<em>.</em> Tra gli aspetti più rilevanti la rivendicazione del monopolio della forza dello Stato: “Ci sono funzioni coerenti con il principio del monopolio statale dell’uso legittimo della forza che uno Stato non può esternalizzare o delegare alle PMSC, in nessun caso. Tra queste vi sono: la diretta partecipazione alle ostilità, allo svolgimento di operazioni di guerra e/o di combattimento; alla cattura di prigionieri, all’elaborazione di leggi, allo spionaggio, all’intelligence, al trasferimento di conoscenze con applicazioni militari, di sicurezza e di polizia; l’uso e attività correlate alle armi di distruzione di massa; l’uso e attività correlate ai poteri di polizia, in particolare i poteri di arresto o di detenzione, compreso l’interrogatorio dei prigionieri”. Include poi prescrizioni che obbligano i Paesi a uno stretto controllo sulle PMSC (registro, licenze, monitoraggio dell’import/export di servizi militari e di sicurezza, training sul diritto internazionale umanitario e norme sull’uso della forza e delle armi da fuoco), e l’adozione di una legislazione che garantisca la punibilità del personale delle società per le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani.</p>



<p>È facilmente ipotizzabile che la proposta non diverrà diritto internazionale, o se accadrà, sarà ratificata da ancora meno Paesi della Convenzione del 1989, che vietava l’uso del mercenarismo. Le ragioni sono evidenti: diversi Stati – su tutti USA e Gran Bretagna – hanno smantellato intere funzioni all’interno delle forze armate, e si ritiene che ormai non potrebbero combattere una guerra senza le aziende private (24). Nessuno può dunque permettersi di criminalizzare l’attività delle PMSC.</p>



<p>Proprio per questo, a ben vedere, la regolamentazione avanzata delude. Persa per persa, il Gruppo di Lavoro dell’ONU poteva permettersi maggiore coerenza e onestà intellettuale. Perché se la proposta è positiva – in ottica liberale – nel rimettere al centro la questione del monopolio statale della forza, tuttavia si inserisce nell’aleatoria distinzione tra funzioni attive (combattimento offensivo) e funzioni passive (difesa/protezione), vietando l’esternalizzazione delle prime e consentendo quella delle seconde – quando abbiamo visto come ogni attività contribuisca alla guerra, dall’addestramento alla logistica, dalla comunicazione al pilotaggio dei droni da ricognizione. Non solo. C’è un aspetto forse ancora più fondamentale. Se regolamentare le PMSC è preferibile al vuoto legale nel quale operano da trent’anni, è anche vero che significa legittimarle. Significa legalizzare un settore che ha tutta la convenienza ad alimentare i conflitti e l’insicurezza; in grado di moltiplicarli offrendo i propri servizi a chi ha denaro per comprarli. Significa accettare la trasformazione in merce di un ‘bene pubblico’, accettare l’entrata della guerra e delle missioni di peacekeeping nel libero mercato dei profitti. È una resa all’esistente invece di una caparbia resistenza contro ogni conflitto.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Una versione di questo articolo è stata pubblicata nel 20° Rapporto sui diritti globali 2022, a cura di Associazione Società Informazione Onlus</p>



<p class="has-small-font-size">1) UN Working Group, <em>Statement by the UN Working Group on the use of mercenaries warns about the dangers of the growing use of mercenaries around the globe</em>, <a href="https://www.ohchr.org/en/statements/2022/03/statement-un-working-group-use-mercenaries-warns-about-dangers-growing-use">https://www.ohchr.org/en/statements/2022/03/statement-un-working-group-use-mercenaries-warns-about-dangers-growing-use</a>, 4 marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">2) Cfr. UN Working Group, <em>Mercenarism and Private Military and Security Companies</em>, aprile 2018</p>



<p class="has-small-font-size">3) Cfr. Nihal El Mquirmi, <em>Private Military and Security Companies: A New Form of Mercenarism? / Presence of Foreign Fighters: Concessions for Security?</em>, in Policy Center for the New South, febbraio/marzo 2022</p>



<p class="has-small-font-size">4) Cfr. Fabio Mini, <em>An Analysis of Private Military and Security Companie</em><em>s</em>, in European University Institute, luglio 2010</p>



<p class="has-small-font-size">5) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Ex</em><em>penditures and Arms Transfers 1998 (WMEAT)</em>, <a href="https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://2009-2017.state.gov/documents/organization/110701.pdf</a>, aprile 2000</p>



<p class="has-small-font-size">6) UN Working Group, <em>Report of the Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination</em>, 5 luglio 2010 </p>



<p class="has-small-font-size">7) Cfr. Vantage Market Reasearch, <em>Private Military Security Services Market,</em> <a href="https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.vantagemarketresearch.com/industry-report/private-military-security-services-market-1578</a>, maggio 2022</p>



<p class="has-small-font-size">8) Cfr. U.S Department of State, Bureau of Verification and Compliance, <em>World Military Expenditures and Arms Transfers 2021 (WMEAT)</em>, <a href="https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.state.gov/world-military-expenditures-and-arms-transfers-2021-edition/</a>, 30 dicembre 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">9) Cfr. Matthew Sutherland, <em>Market for Force: The Emerging Role of Private Military and Security Companies</em>, in Security Distillery, 17 marzo 2021</p>



<p class="has-small-font-size">10) Cfr. Pietro Orizio, <em>L’assassinio di Jovenel Moïse ed il “business” dei golpe improvvisati in America Latina</em>, in Analisi Difesa, <a href="https://www.analisidifesa.it/2021/09/lassassinio-di-jovenel-moise-ed-il-business-dei-golpe-improvvisati-in-america-latina/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.analisidifesa.it/2021/09/lassassinio-di-jovenel-moise-ed-il-business-dei-golpe-improvvisati-in-america-latina/</a>, 21 settembre 2021</p>



<p class="has-small-font-size">11) Cfr. US Congressional Research Service, <em>Department of Defense. </em><em>Contractor and Troop Levels in Iraq and Afghanistan: 2007-</em><em>2017</em>, 28 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">12) Cfr. US Congressional Budget Office, <em>Contractors’ Support of US Operations in Iraq</em>, agosto 2008 e USA Congressional Research Service, <em>Department of Defense. </em><em>Contractor and Troop Levels in Iraq and Afghanistan: 2007-</em><em>2017</em>, 28 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">13) Cfr. US Congressional Research Service, <em>Department of Defense. </em><em>Contractor and Troop Levels in Iraq and Afghanistan: 2007-</em><em>2017</em>, 28 aprile 2017</p>



<p class="has-small-font-size">14) Fabio Mini, op. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">15) Cfr. Convenzioni di Ginevra, <em>Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, </em>1977 </p>



<p class="has-small-font-size">16) Cfr. ONU, <em>Convenzione internazionale contro il reclutamento, l’uso, il finanziamento e l’addestramento dei mercenari, </em>1989</p>



<p class="has-small-font-size">17) Cfr. Organizzazione per l’Unità Africana, <em>Convenzione per l’eliminazione del mercenarismo in Africa, </em>1977 </p>



<p class="has-small-font-size">18) UN Working Group, <em>Impact of the use of private military and security services in humanitarian action</em>, 2 luglio 2021 </p>



<p class="has-small-font-size">19) UN Working Group, <em>Use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination</em>, 28 luglio 2020</p>



<p class="has-small-font-size">20) UN Working Group 2021, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">21) Cfr. UN Working Group, <em>Use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the exercise of the right of peoples to self-determination</em>, 21 agosto 2014 </p>



<p class="has-small-font-size">22) UN Working Group 2021, op. cit. </p>



<p class="has-small-font-size">23) Cfr. UN Working Group 2010, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">24) Cfr. Fabio Mini, op. cit. </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Spese militari: il primato della violenza nel mercato neoliberista della guerra</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/spese-militari-il-primato-della-violenza-nel-mercato-neoliberista-della-guerra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Nov 2013 10:19:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[Le spese militari e le ‘missioni di pace’ del Capitale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-35-dicembre-2013-gennaio-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 35, dicembre 2013 &#8211; gennaio 2014)</a></em></li></ul>



<p class="has-small-font-size">Davide Corbetta</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Le spese militari e le ‘missioni di pace’ del Capitale</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Il ruolo dell’Italia nel quadro internazionale della pace</h4>



<p>Era il 21 agosto 2013 quando fonti dell’opposizione al governo siriano di Bashar al-Assad denunciarono l’uso di armi chimiche contro centinaia di persone, nei sobborghi di Ghouta, Ain Tarma, Zamalka e Jobar, nella regione di Guta. Alle parole sono seguite le immagini dei cadaveri, accatastati principalmente nei centri medici, mandate in onda dai canali al Jazeera e al Arabiya, accusati in seguito dal regime siriano di sostenere i terroristi.<br>Discordanti le reazioni delle due principali potenze mondiali, riunite a New York nel Consiglio di Sicurezza, dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Da una parte il fronte russo si è schierato in difesa del governo di Assad, valutando l’uso delle armi chimiche come una provocazione pianificata dai terroristi; dall’altra gli Usa, pronti a minacciare un tempestivo intervento armato contro il regime.</p>



<p>L’Italia ha deciso di seguire la via dell’Onu, rifiutando una immediata risposta militare, mentre la delegazione delle Nazioni Unite sta ancora indagando a est di Damasco. Ruolo, quello dell’Onu, apparso&nbsp;<em>messianico</em>&nbsp;nelle parole del premier Letta, che lo ha definito “guardiano ultimo della pace” (1), chiarendo che il compito del nostro Paese è di dare assistenza ai profughi siriani, aiuto umanitario supportato da un esborso finanziario di 80 milioni di dollari.</p>



<p>La ‘primavera araba’, tuttavia, non è l’unica priorità del ‘governo dalle larghe intese’, ed è stato sempre Enrico Letta a ricordare gli impegni presi con la Somalia per la costruzione di uno Stato federale. L’Italia, attraverso le parole del presidente del Consiglio, ha così pronunciato fedeltà all’Onu, ai suoi obiettivi, e al suo percorso ‘politico’ di pace, ribadito anche al G20 di San Pietroburgo; ma quanto è davvero ‘politico’ questo percorso?</p>



<p>Per essere assaliti dai dubbi basta leggere l’intervento del premier in Senato, quando definisce “essenziale” la partecipazione umanitaria in Siria “per evitare il collasso di economie di Paesi la cui stabilità è preziosa, come la Giordania, o il Libano dove, tra l’altro, opera in modo efficace un avamposto dell’Italia, l’Unifil” (2). La linea che divide ‘percorso umanitario di pace’, e ‘interessi economici di pace’ è molto sottile. Come si configura il quadro economico della sicurezza internazionale? Quanto costano le missioni militari alle casse pubbliche? E quali sono i moventi che spingono il governo a sostenere questi costi, a scapito di altri?</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’influenza del quadro internazionale negli equilibri economici</h4>



<p>“L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” (3) e ogni anno il ministero della Difesa redige una direttiva concernente la politica militare che la Repubblica democratica dovrà sposare. L’ultima, per l’anno 2013, è stata terminata in data 19 dicembre 2012, dieci giorni prima l’approvazione del Disegno legge n. 3653 “recante proroga delle missioni internazionali delle Forze Armate e di Polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo, e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione”, presentato dal governo montiano dell’austerity.</p>



<p>La direttiva, nel pieno rispetto delle “forme politiche della società borghese” (4), cerca prima di tutto di delineare un quadro della sicurezza internazionale ascrivendolo a quelle dinamiche politiche che si sommano a trasformazioni culturali, come nuove lingue e religioni, che stanno modificando l’ordinamento sociale. “Il processo che ha condotto all’integrazione nell’Unione di un numero crescente di Paesi, ha messo in moto un profondo cambiamento culturale, oltreché politico e giuridico, capace di trasformare pacificamente il continente europeo e di proiettare i suoi effetti su tutte le regioni circostanti” (5).</p>



<p>Secondo il quadro delineato dal ministero della Difesa, dunque, sono gli stravolgimenti politici (e di modello politico) a influenzare i modelli sociali e culturali di una Europa definita prospera e altamente sviluppata; ma è bene ricordare che l’Europa, prima di tutto, è una ‘regione’ nata per le necessità economiche degli Stati dominanti che ne fanno parte. Il suo modello politico, così come il suo campo di potere militare, costituiscono la sovrastruttura di un modello economico, i cui equilibri risentono dell’espansione dell’area asiaticopacifica, che sgomita per ottenere maggior peso nei mercati internazionali.</p>



<p>La crescita del benessere, prosegue la direttiva del ministero, favorisce due cose: la nascita di nuove classi medie nei Paesi emergenti, e l’aumento di consumo delle risorse primarie, come energia, acqua e cibo, provocando di conseguenza un “aumento dei consumi globali di risorse naturali molto più rapido rispetto alla crescita della disponibilità. Per alcune di queste risorse si è passati da un’era di relativa abbondanza, a un’era di scarsità” (6). Il bisogno, perciò, è quello di cercare nuove fonti d’energia, spingendo per un mutamento nelle condizioni geoeconomiche e negli equilibri politici esistenti. “Un’era di scarsità” che fa aumentare i costi alimentari, come prodotti agricoli e zootecnici, e quel fenomeno che tocca quotidianamente le coste del nostro Paese: le migrazioni, dovute sì alla diminuzione delle risorse naturali, ma anche alla mancanza di sicurezza in aree di conflitto, o prive di governo. Le difficoltà economiche dei Paesi occidentali, conclude il ministero della Difesa, stanno mettendo in pericolo anche gli equilibri internazionali, in special modo la disparità delle finanze pubbliche. Per questa ragione è stato sottoscritto un “trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione europea” (7), ovvero nuove regole per risanare i bilanci, che dal gennaio 2013 dovranno raggiungere nel breve termine una posizione di pareggio, riducendo il debito pubblico nel medio periodo a un livello non superiore al 60% del Pil.</p>



<p>Di conseguenza il dovere assunto dal nostro Paese nei confronti dell’Europa è di rafforzare la propria posizione di bilancio, e di migliorare la stabilizzazione finanziaria, senza venir meno, prima ancora che agli obblighi nei confronti dei cittadini, agli oneri militari per la ‘gestione della crisi’ e il ‘ripristino della sicurezza’. “L’Italia deve saper concorrere a iniziative multilaterali, caratterizzate da un significativo impegno militare, per affrontare in tempi brevi e in maniera risolutiva, crisi che dovessero accendersi in aree o contesti di critica rilevanza per la sicurezza del Paese e della stabilità internazionale” (8).</p>



<p>Una politica economica militare è inevitabile, poiché sono le forze armate a garantire la sovranità nazionale, specialmente in un contesto come quello della Ue, dove la sovranità ‘dovrebbe’ essere condivisa. Per fare ciò la direzione che dà il governo è quella di migliorare il livello, in termini di prontezza, addestramento ed equipaggiamento, del personale militare, anche a discapito, come avviene nelle logiche imprenditoriali per il massimo sfruttamento del capitale, di ridurre la dimensione quantitativa delle forze utilizzate. Appoggiare la Nato, l’Onu e gli altri partner europei influenzerà sempre le scelte nazionali, e le ‘missioni di pace’ fanno parte di queste scelte, in quanto schierano in campo risorse il cui compito è di condizionare lo stato geopolitico, e gli equilibri politici esistenti, soprattutto fuori dall’Europa. Basta dare un’occhiata agli obiettivi fissati nel Disegno legge n. 3653, e agli altri costi militari, per rendersene conto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le spese militari per le ‘missioni di pace’</h4>



<p>I costi di ‘pace’ regolamentati dal Disegno legge n. 3653 si dividono in due Capi: disposizioni riguardanti le missioni internazionali eseguite dalle forze armate e dalla polizia, e disposizioni a sostegno dei processi di ricostruzione della pace e di stabilizzazione delle cooperazioni internazionali. Gli incarichi di impatto maggiore, sia per quantità di costo, sia per qualità degli obiettivi, sono presenti principalmente nel primo Capo.</p>



<p>Partendo dall’art. 1 comma 1 apprendiamo che l’Italia, per il periodo che va dal primo gennaio al 30 settembre 2013, ha autorizzato una spesa di 427 milioni di euro, prorogata poi nel 4° trimestre per altri 125 milioni di euro (9), al fine di sostenere le missioni Isaf ed Eupol in Afghanistan (vedi Tabella 1). Lo scopo non è solo quello degli aiuti umanitari, ma anche di supportare il governo afghano nell’estendere la sorveglianza, attraverso la costituzione di un corpo di polizia civile, che interagisca in modo corretto col sistema giudiziario penale. Un programma in cui è impegnata l’arma dei carabinieri, in attività di addestramento delle forze di polizia locali. Un investimento complessivo di 550 milioni di euro che sposta l’obiettivo umanitario di ricostruzione dell’identità sociale e civile, all’istituzione di un potere di controllo punitivo più efficace.</p>



<p>Al comma 2, invece, per “creare le condizioni di pace” in Libano e al confine con lo Stato di Israele, le spese autorizzate ammontano a 119 milioni di euro, più la proroga del 4° trimestre di 40 milioni. Un costo che agevolerà il passaggio del personale delle Nazioni Unite e il “dispiegamento delle forze armate libanesi”.</p>



<p>Obiettivi simili per le missioni dei carabinieri Msu, Eulex Kosovo, e Joint Enterprise-Balcani (comma 3), uno sforzo da 52 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti altri 22 milioni di proroga per il “mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica, a supporto delle autorità locali e per il reinserimento dei rifugiati”. Tutto sempre in nome dello sviluppo di un sistema giudiziario locale.</p>



<p>Discorso a parte, che dopo vedremo, merita il comma 11, inerente i 45 milioni di euro per l’antipirateria, e le missioni Ue Atalanta e Nato Ocean Shield nelle acque somale, dalle quali è giunto il barcone di cinquecento immigrati che nell’ottobre scorso si è inabissato al largo di Lampedusa, causando più di trecento vittime.</p>



<p>Ciò che ci interessa adesso, piuttosto, è ricordare che ai costi delle missioni sopra esposte, vanno aggiunti ancora i 144 milioni di euro autorizzati (comma 18) per “assicurazioni trasporti infrastrutture”, ovvero esborsi per infrastrutture utilizzate durante le missioni, i contratti di assicurazione del personale, e le spese di trasporto.</p>



<p>Ci sono poi le iniziative di cooperazione in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Myanmar, Somalia, Sudan e Sud Sudan, che hanno lo scopo di sostenere la ricostruzione di questi Paesi, ma anche di formare il loro sistema giudiziario penale, altri oneri che aggiunti a quelli sopra esposti compongono la cifra finale che il Disegno legge n. 3653 ha autorizzato per i mandati di pace: 936 milioni di euro totali, ai quali vanno aggiunti i 303 milioni di euro della proroga per il 4° trimestre 2013 (vedi Tabella 1).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="596" height="174" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab1.jpg" alt="" class="wp-image-2657" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab1.jpg 596w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab1-300x88.jpg 300w" sizes="(max-width: 596px) 100vw, 596px" /><figcaption>Tabella 1. Disposizioni Disegno legge n. 3653/2012, art. 1 (in milioni di euro)</figcaption></figure>
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<p>Una cifra esorbitante, incrementata dal governo in un trimestre in cui l’opinione pubblica doveva già fare i conti con l’aumento dell’aliquota Iva dal 21 al 22%, che porterà le famiglie a spendere in media 300 euro in più all’anno. Quando i prezzi di benzina e diesel crescono ancora di 1,5 e 1,4 centesimi euro/litro, la disoccupazione giovanile raggiunge il record del 40,1% (10) e il fabbisogno statale di settembre è cresciuto sino a 4,1 miliardi di euro in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.</p>



<p>Del resto, come ci ricorda Marx con la concezione materialistica della storia: “La produzione, e con la produzione lo scambio dei suoi prodotti, sono la base di ogni ordinamento sociale”. Ciò che si produce (‘missioni di pace’) e il modo in cui si distribuisce ciò che viene prodotto, sono le cause ultime di ogni mutamento della società (11).<br>Malgrado ciò, quelli del Disegno legge n. 3653 e proroga, non sono gli unici costi militari.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Altri costi militari: gli F-35 Joint Strike Fighter</h4>



<p>Ritornando per un attimo alla direttiva ministeriale in materia di politica militare, si può notare come il ministero della Difesa presti molta attenzione alle attività che concorrono allo sviluppo economico e tecnologico. L’ottimizzazione delle capacità industriali nazionali, nel settore della difesa, avviene soprattutto in ambito europeo. “La conseguente accelerazione del processo di realizzazione di un mercato europeo della difesa costituisce un’esigenza ineludibile per garantire equipaggiamenti avanzati al minor prezzo possibile in un mercato di dimensioni continentali, anche al costo di una maggiore competizione sui mercati nazionali” (12).</p>



<p>Il ministero dello Sviluppo economico favorisce l’industria nazionale della ‘difesa’, specialmente nel settore aerospaziale, sviluppo e produzioni di sistemi d’arma ecc., per la creazione di prodotti che soddisfino le esigenze nazionali, ma anche le esportazioni internazionali, al fine di “garantire al Paese il giusto ritorno economico degli investimenti” (13).</p>



<p>La visione di un mercato europeo condiviso non ha tuttavia impedito di cercare collaborazione con soggetti industriali statunitensi, come è avvenuto per l’appalto degli F-35 Joint Strike Fighter, un esempio di spreco bellico. Il supercaccia verrà prodotto nello stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, proprietà della Alenia Aermacchi, società del gruppo Finmeccanica, uno dei leader nel settore aeronautico internazionale, che “fornisce prodotti e sistemi di qualità e prestazioni superiori per costruire un portafoglio di capitali intangibili che comprende le competenze di tipo tecnologico, manageriale e imprenditoriale” (14).</p>



<p>Capitali ‘intangibili’ come i 90 velivoli destinanti ad aeronautica e marina, che costeranno circa 100 milioni di euro ciascuno (15), importo compreso nei 2 miliardi e mezzo già investiti dall’Italia in questo progetto nato nel 2001. Gli F-35 dovranno rimpiazzare le 250 unità formate dagli AV-8B HARIER della marina, gli AMX e i Tornado dell’aeronautica.</p>



<p>Lo stabilimento di Cameri, che rappresenta il restante miliardo investito, è stato costruito apposta per l’assemblaggio dei supercaccia la cui produzione, secondo il generale Domenico Esposito, dirigente dei programmi di armamento dell’aeronautica, porterà 18,6 miliardi di dollari alle imprese nazionali, e lavoro a 10 mila italiani. Una previsione che, tuttavia, pecca di un problema di fondo: i Paesi coinvolti nel programma (Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Olanda, Turchia, Canada, Australia, Danimarca e Norvegia) non sono obbligati ad acquistare gli aerei dallo stesso stabilimento, potendo scegliere di approvvigionarsi presso il produttore diretto, ovvero l’americana Lockheed, già ai ferri corti proprio con Finmeccanica per la contesa sulla gara di appalto dei nuovi aerei di addestramento Aermacchi M346. Terminate le 90 unità già pianificate, dunque, la spesa di 2 miliardi e mezzo, e l’impiego di 10 mila lavoratori, potrebbe rivelarsi un investimento a perdere nel lungo periodo.</p>



<p>La costruzione della pace, più nello specifico degli strumenti per la pace, deve passare dalle regole del capitale, nella proprietà privata dei mezzi di produzione. La domanda, a questo punto, è se gli interessi che il massimo capitalista, lo Stato, ha nella sicurezza del nostro Paese, si limitino soltanto agli armamenti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Missioni di pace del capitale: le risorse energetiche nei Paesi in conflitto</h4>



<p>Siria, Libia, Iraq, e più in generale Medio Oriente e Nord Africa, oltre a essere le zone in cui l’Italia investe di più in termini di missioni di pace, formano anche uno degli snodi centrali per le filiere di idrocarburi, gas-naturale e petrolio, gestiti dal nostro Ente Nazionale degli Idrocarburi: l’Eni. Dando uno sguardo alla Relazione finanziaria 2012 del Cane a sei zampe, è facile capire come mai, a discapito della situazione economica nazionale, si approvino costi internazionali delle forze armate e di polizia per 1,27 miliardi di euro.</p>



<p>Nel 2012 la crescita del 7% nella produzione degli idrocarburi è dovuta soprattutto all’apertura del pozzo esplorativo A1-108/4, il quale ha permesso di riavviare le attività esplorative onshore in Libia, e che grazie ai suoi impianti, e a quelli presenti in Iraq, ha portato l’utile operativo 2012 adjusted della Divisione Exploration &amp; Production a 18,52 miliardi di euro, +15,2% rispetto al 2011.<br>Libia e Iraq dove sono presenti una missione per “attività di assistenza, supporto e formazione”, una della guardia di finanzia, e la cosiddetta “Giustizia – Partecipazione magistrato EUJUST LEX-Iraq”, per un costo totale nel 2013 di 17,6 milioni di euro (16).</p>



<p>Il settore degli idrocarburi, invece, è sostenuto dallo sviluppo di altre aree in Nord Africa, Africa Sub-Sahariana, Venezuela e Kazakistan, “con la possibilità di sfruttare i vantaggi legati a un’approfondita conoscenza geologica delle zone, alle significative sinergie tecnico-produttive e alle consolidate relazioni con i Paesi produttori” (17), Paesi per i quali sono previsti “fondi fiduciari Onu destinati a Middle East North Africa e al Gruppo di Contatto per la lotta alla pirateria”, sovvenzione di 700 mila euro (18), e la “partecipazione ai processi di pace nell’Africa sub-sahariana, rifinanziamento dell’Italian African Peace Facility Fund e per l’erogazione di un contributo all’UNPOS”, dal totale di 2,6 milioni di euro (19).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="604" height="159" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab2.jpg" alt="" class="wp-image-2658" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab2.jpg 604w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab2-300x79.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab2-600x158.jpg 600w" sizes="(max-width: 604px) 100vw, 604px" /><figcaption>Tabella 2. Pozzi produttivi petrolio e gas naturale in quota Eni, anno 2012. Fonte: Relazione finanziaria Eni 2012<br>&nbsp;</figcaption></figure>
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<p>Le stesse zone, inoltre, sono spinte dalla maggior presenza di pozzi produttivi dei quali Eni, nel 2012, detiene il 33,2% per la produzione di petrolio, e il 29,7% per la produzione di gas naturale (vedi Tabella 2), che tradotto in termini di lavorazione giornaliera, sempre nel 2012, diventano 614 mila barili di petrolio e condensati, 81 milioni di metri cubi di gas naturale e 1,1 milione di boe di idrocarburi (vedi Tabella 3).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="597" height="231" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab3.jpg" alt="" class="wp-image-2659" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab3.jpg 597w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab3-300x116.jpg 300w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /><figcaption>Tabella 3. Estrazione Eni petrolio e gas naturale, anno 2012. Fonte: Relazione finanziaria Eni 2012</figcaption></figure>
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<p>Per rendersi conto della portata di approvvigionamento che hanno questi territori basti pensare che in Italia, dove ci sono 242 pozzi di petrolio, dei quali Eni detiene l’81%, e 621 pozzi di gas naturale, in quota Eni per l’86%, nel 2012 sono stati prodotti, al giorno, soltanto 63 mila barili di petrolio e condensati, 19,7 milioni di metri cubi di gas naturale, e 189 mila boe di idrocarburi. Nello stesso periodo, Eni ha poi acquistato 62,21 milioni di tonnellate di petrolio, di cui il 19% dall’Africa Occidentale, il 10% dall’Africa Settentrionale e l’8% dal Medioriente.</p>



<p>La sicurezza nei principali Paesi produttori di petrolio, gas e idrocarburi, significa dunque sicurezza di approvvigionamenti, di ricerca, e di crescita degli utili, e forse per questa ragione il Cane a sei zampe ha riavviato di buon animo le attività onshore in Libia, e incrementato lo sviluppo in Iraq grazie a nuovi contratti che ne espanderanno la capacità di trattamento, raddoppiando nel 2014 l’attuale livello produttivo. Dato confortato anche dall’impiego degli investimenti tecnici nell’anno 2012, che mentre per Africa settentrionale, Africa Sub-Sahariana, Kazakistan e il resto dell’Asia è di ben 6,1 miliardi di euro, in Italia arriva soltanto a 776 milioni (vedi Tabella 4).</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="591" height="256" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab4.jpg" alt="" class="wp-image-2660" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab4.jpg 591w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/spesemilitaritab4-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 591px) 100vw, 591px" /><figcaption>Tabella 4. Investimenti Eni, anno 2012 (in milioni di euro). Fonte: Relazione finanziaria Eni 2012</figcaption></figure>
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<p>Nel corso del 2012 Eni ha riavviato le attività produttive e le esportazioni di gas in Libia, bloccate l’anno precedente a causa del conflitto, con ovvie ripercussioni sul volume di affari e il reddito operativo, ma la Libia non è l’unico territorio che ha messo a rischio il commercio internazionale degli idrocarburi. Anche per la Siria degli aiuti umanitari, e degli 80 milioni di dollari di finanziamento, gli interessi della pace hanno ceduto il passo agli interessi della produzione. In base al Regolamento UE n. 442/2011 del Consiglio datato 9 maggio 2011 “concernente misure restrittive in considerazione della situazione in Siria”, l’Unione europea ha congelato ogni risorsa economica (20), imponendo il divieto di acquistare, importare o trasportare dalla Siria il petrolio greggio o altri prodotti petroliferi (21).</p>



<p>Dalla Siria, l’Italia importava 55 mila barili di greggio al giorno (22), che insieme ad altri prodotti petroliferi si traducevano in 1,04 miliardi di euro l’anno. La decisione della Ue di chiudere i rapporti commerciali col Paese arabo ha portato perdite di 1,13 miliardi di euro in importazioni, e 1,6 miliardi di euro in esportazione, oltre ad avere chiuso l’accesso alle riserve di gas del cosiddetto ‘bacino del levante’ (esteso tra le acque siriane, israeliane e libanesi), un giacimento da 3,4 trilioni di metri cubi di gas e 1,7 miliardi di barili di petrolio. Guadagno che andrà nelle tasche di chi foraggerà con armi e munizioni le fazioni in rivolta nel regime di Assad.</p>



<p>“Le cause ultime di ogni mutamento sociale, e di ogni rivolgimento politico, vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna, e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio” (23), e se la chiusura dei rapporti commerciali con la Libia prima, e con la Siria poi, ha causato danni principalmente all’industria, cosa succede quando a essere toccate sono le vite umane di chi, da quei Paesi, tenta di fuggire ogni giorno?</p>



<h4 class="wp-block-heading">La tragedia di Lampedusa: il primato della violenza</h4>



<p>Come accennato sopra, a ottobre scorso le coste italiane hanno dovuto vivere l’ennesima tragedia del mare, con l’affondamento, nei pressi dell’isola di Cipro, di una nave con a bordo 500 profughi in fuga dalla Somalia. Il carrozzone della politica si è stretto nel cordoglio e nello sgomento, mentre la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta, a carico di ignoti, per omicidio plurimo colposo, naufragio colposo, e favoreggiamento all’immigrazione clandestina.</p>



<p>Secondo Fortress Europe, osservatorio sulle vittime dell’immigrazione (24), nel canale di Sicilia, dal 1994 a oggi sono morte oltre 6.200 persone. Molti imputano la colpa della tragedia alla legge Bossi-Fini, e alla mancanza di una politica di accoglienza degli immigrati nel nostro Paese, nondimeno proprio in quei territori da cui ogni giorno i profughi scappano in direzione dell’Italia, ci sono già missioni militari che prevedono il controllo delle acque.</p>



<p>Secondo l’articolo 1, comma 11 del disegno legge n. 3653 (vedi Tabella 1), più la relativa proroga per il 4° trimestre, 45 milioni di euro sono il costo destinato al contrasto della pirateria nelle acque somale, e alla protezione delle navi PAM (Programma Alimentare Mondiale) che trasportano aiuti umanitari, anche con presenza sulle navi di elementi armati, aventi l’autorità di usare la forza per dissuadere, prevenire e reprimere atti di pirateria.</p>



<p>Nonostante questo, i barconi ricolmi di profughi continuano a scappare agli occhi ‘vigili’ delle forze Nato, perciò si è sentita la necessità di istituire una nuova missione, denominata “Mare nostrum”, che dal 18 ottobre scorso ha il compito di fronteggiare il flusso delle navi profughe al largo del Mediterraneo, e di controllare le frontiere affinché si blocchino sul nascere le partenze dei ‘viaggi della speranza’. L’operazione prevede l’uso dei droni, decine di elicotteri e cinque navi della marina, e secondo le affermazioni del ministro della Difesa Mario Mauro, costerà più di un milione e mezzo di euro al mese, da spendersi fintanto che si terrà opportuno continuare col mandato.</p>



<p>E pensare che per il controllo del canale di Sicilia esiste da più di dieci anni una missione, a cui il nostro Paese ha finora contribuito con 230 milioni di euro. Si chiama Active Endeavour, e opera proprio in quel quadrante costituito dall’asse Libia-Sicilia, insieme a una pattuglia area dell’Alleanza Militare che controlla la tratta Tunisia-Italia. Eppure, come riportato dall’inchiesta uscita a ottobre su L’Espresso (25), secondo un dossier dell’Institute for foreign policy analysis la colpa delle tragedie in mare è dovuta a due grosse mancanze: i controlli sulla trasmissione dei dati raccolti, e un corretto scambio di informazioni tra Nato e Frontex (Agenzia europea delle frontiere). Il motivo è semplice: mentre Frontex è un dispositivo civile delle forze dell’ordine, l’Active Endeavour rimane un’operazione militare, i cui obiettivi, più che i barconi di migranti, sono i mercantili pirata, la caccia ai sommergibili e al sempre utile spauracchio del terrorismo.</p>



<p>I 230 milioni investiti dall’Italia, è evidente, non stanno rendendo quanto avrebbero dovuto, e così vite umane continuano ad annegare nel Mediterraneo, mentre altri 303 milioni di euro nell’ultimo trimestre 2013 finanzieranno le missioni militari di un Paese in recessione, supercaccia da 100 milioni di euro sono pronti al decollo, e migliaia di barili di petrolio e milioni di metri cubi di gas stanno per rivitalizzare lo sviluppo del capitale privato.</p>



<p>Cosa dovremmo concludere da tutto questo? Che le missioni di ‘pace’, di qualunque tipo esse siano, portano coercizione e consenso, i quali non sono altro che il prodotto del rapporto tra il potere economico e il suo conseguenziale potere politico. Come abbiamo visto per il caso degli F-35, o della produzione di petrolio, gas naturale e idrocarburi, è il movimento di capitale che necessita di coercizione e consenso (26). L’introduzione delle armi nella storia fu un progresso economico industriale, e un progresso della distribuzione borghese. L’esercito è diventato fine dello Stato e fine a se stesso, mercato e sistema produttivo di una merce che è uguale ad altre merci. È la concorrenza economica tra Stati a creare la necessità di denaro per la corsa agli armamenti.</p>



<p>“Che cosa appare precisamente come l’elemento primitivo della stessa violenza? La potenza economica, la disponibilità dei mezzi della grande industria” (27). Tutti i conflitti trovano motivazione nella produttività, più o meno sviluppata del lavoro umano. “La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova, è lo strumento con cui si compie il movimento della società, e che infrange forme politiche irrigidite e morte” (28).</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1)<em>&nbsp;Onu: Letta, in Siria ne abbiamo difeso ruolo guardiano pace</em>, AGI.it, 25 settembre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(2)&nbsp;<em>Letta sulla Siria: soluzione politica unica opzione. Mosca trasmette piano a Usa</em>, IlSole24 ore, 11 settembre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(3) Costituzione della Repubblica italiana, art. 52</p>



<p class="has-small-font-size">(4) Friedrich Engels,<em>&nbsp;Antidühring</em></p>



<p class="has-small-font-size">(5) Direttiva ministeriale in merito alla politica militare per l’anno 20132</p>



<p class="has-small-font-size">(6) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">(7) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">(8) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">(9) Le cifre riguardanti la proroga del 4° trimestre sono prese da N. Cottone,&nbsp;<em>Il Consiglio dei ministri proroga le missioni pace</em>, IlSole24 ore, 4 ottobre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(10) Cfr. Occupati e disoccupati (dati provvisori), Istat.it, 1 ottobre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(11) Friedrich Engels, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(12) Direttiva ministeriale cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(13) Ibidem</p>



<p class="has-small-font-size">(14)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://www.aleniaaermacchi.it/it-IT/AboutUs/Pagine/Mission.aspx" target="_blank">http://www.aleniaaermacchi.it/it-IT/AboutUs/Pagine/Mission.aspx</a></p>



<p class="has-small-font-size">(15) Cfr.&nbsp;<em>F35, il piano della Difesa per i 90 aerei. Ognuno costa 100 milioni di euro</em>, Il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(16) Cfr. Capo 1 art. 1 commi 14, 25, 26 Disegno di legge n. 3653 e relativa proroga 4° trimestre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(17) Relazione finanziaria Eni, 2012</p>



<p class="has-small-font-size">(18) Cfr. Capo 2 art. 6 comma 2 Disegno di legge n. 3653</p>



<p class="has-small-font-size">(19) Cfr. Capo 2 art. 6 comma 8 Disegno di legge n. 3653</p>



<p class="has-small-font-size">(20) Regolamento UE n. 442/2011, art. 4 par. 2</p>



<p class="has-small-font-size">(21) Decisione 2011/273/PESC del 9 maggio 2011</p>



<p class="has-small-font-size">(22) Cfr. G. Micalessin,<em>&nbsp;Fine degli affari Italia-Siria, ecco quanto ci costa la guerra</em>, Il Giornale, 29 agosto 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(23) Friedrich Engels, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(24)&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://fortresseurope.blogspot.it/" target="_blank">http://fortresseurope.blogspot.it/</a></p>



<p class="has-small-font-size">(25) Cfr. G. Di Feo,&nbsp;<em>Lampedusa e spese militari. Quella missione Nato inutilizzata</em>, L’Espresso, 14 ottobre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(26) Cfr. G. Cracco,<em>&nbsp;<a href="https://rivistapaginauno.it/guerra-e-capitalismo-lipocrisia-del-dibattito-sulle-spese-militari/" data-type="post" data-id="1828" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Guerra e capitalismo, l’ipocrisia del dibattito sulle spese militari</a></em>, Paginauno n. 33/2013</p>



<p class="has-small-font-size">(27) Friedrich Engels, op. cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(28) Ibidem</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Guerra e capitalismo. L’ipocrisia del dibattito sulle spese militari</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/guerra-e-capitalismo-lipocrisia-del-dibattito-sulle-spese-militari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 09:38:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[industria armi]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1828</guid>

					<description><![CDATA[Dove si nasconde il nocciolo del problema]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-33-giugno-settembre-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 33, giugno &#8211; settembre 2013)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dove si nasconde il nocciolo del problema</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il&nbsp;<em>Conflict Barometer</em>, la pubblicazione annuale dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research, per il 2012 registra 396 conflitti in corso nell’intero pianeta, nove in più rispetto al 2011 – occorre sottolineare che secondo la metodologia utilizzata per la classificazione, all’interno di un Paese o fra Paesi diversi possono esistere più conflitti contemporaneamente, a seconda degli attori (Stati, gruppi, fazioni) coinvolti. 188 sono classificati “conflitti non violenti” (105 controversie e 83 crisi), 43 “guerre altamente violente” e 165 “crisi violente”, per un totale quindi di 208 conflitti armati, il numero più alto mai registrato dall’istituto a partire dal 1945. I principali teatri sono l’Africa sub-sahariana (19 guerre e 37 conflitti violenti), la zona dell’Asia e dell’Oceania (10 guerre e 55 conflitti), il Medioriente e l’area del Maghreb (9 guerre e 36 conflitti). Angola, Chad, Congo, Etiopia, Niger, Sudan, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria le guerre maggiormente note all’opinione pubblica, ma nulla rende più l’idea della localizzazione dei conflitti dello sguardo d’insieme che può offrire una mappa (vedi figura 1).</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="605" height="260" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo1.jpg" alt="" class="wp-image-1829" style="width:605px" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo1.jpg 605w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo1-300x129.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo1-600x258.jpg 600w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption class="wp-element-caption">Figura 1. Fonte: Conflict Barometer 2012, Heidelberg Institute for International Conflict Research<br>&nbsp;</figcaption></figure>
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<p>Il Rapporto Sipri 2013 (Stockholm International Peace Research Institute), relativo all’anno 2012 e pubblicato ad aprile scorso, denuncia una spesa militare globale di 1.753 miliardi di dollari, pari al 2,5% del pil mondiale. Nel conteggio sono inclusi acquisti di armamenti spese per il personale civile, militare e paramilitare, spese di ricerca, spese per le missioni, comprese quelle definite di peacekeeping, e le spese a vario titolo contenute nei bilanci dei ministeri della Difesa dei diversi Stati.</p>


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<figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="300" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo2.jpg" alt="" class="wp-image-1830" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo2.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo2-150x150.jpg 150w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo2-100x100.jpg 100w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo2-75x75.jpg 75w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Figura 2. Fonte: Sipri 2013, Quote di spesa militare mondiale 2012 dei 15 Stati con la spesa più alta</figcaption></figure>
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<p>Enormità della cifra a parte, gli aspetti rilevanti sono due: appena 15 Paesi hanno speso, complessivamente, l’82% della spesa mondiale (vedi figura 2); il 58%, sempre della spesa mondiale, è stata effettuata dagli Stati del nord America (40%) e dell’Europa occidentale (18%), ossia da Paesi appartenenti a quell’area in cui non si registrano conflitti armati in corso (vedi figura 3). Dal 2001, sottolinea il Rapporto, anno di avvio della “guerra globale al terrorismo”, a oggi, gli Usa hanno incrementato la propria spesa militare del 69%, arrivando a spendere, nel 2012, 682 miliardi di dollari; tuttavia la crisi economica inizia ora a pesare anche sul bilancio della Difesa americano, che registra un decremento del 8% rispetto al picco del 2010. </p>



<p>Nell’area dell’Europa occidentale la punta massima di spesa si è avuta nel 2009 (+9% rispetto al 2001), per poi registrare un forte calo, anch’esso dovuto alla spending review dei vari conti pubblici, che ha portato a una riduzione complessiva del 1,5% nel periodo 2001-2012. Nel 2012 l’Onu ha gestito 29 missioni internazionali, 14 delle quali nell’Africa sub-sahariana e 8 fra Medioriente e Maghreb; l’Unione europea ne ha comandate 14, tra Europa, Medioriente, Asia e Africa sub-sahriana; la Nato è in Afghanistan ormai da dodici anni, poi è in Kosovo, in Somalia, nel mar Mediterraneo, nel mare del Corno d’Africa e nel Golfo di Aden, e dal dicembre scorso sul confine Turchia-Siria; nel 2011 ha condotto il conflitto in Libia e lasciato l’Iraq, dopo la guerra avviata nel 2003.</p>



<p>La recessione economica e i tagli al welfare hanno attirato l’attenzione, anche in Italia, sulle spese militari; la vicenda dei caccia F35 – 13 miliardi di euro la spesa stimata solo per l’acquisto, esclusa la successiva manutenzione – e i casi di presunta corruzione internazionale hanno alzato il ‘livello’ della notizia, e ora l’opinione pubblica chiede a gran voce la riduzione delle spese per la Difesa, che secondo i dati dello stesso ministero (1) sono ammontate a 20 miliardi di euro nel 2012 e cresceranno ulteriormente nei prossimi anni (20,9 miliardi nel 2013, 20,5 previsti nel 2014, 21 nel 2015).</p>


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<figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="298" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo3.jpg" alt="" class="wp-image-1831" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo3.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo3-150x150.jpg 150w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo3-100x100.jpg 100w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/guerra-capitalismo3-75x75.jpg 75w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption class="wp-element-caption">Figura 3. Fonte: Sipri 2013, Quote regionali di spesa militare mondiale 2012</figcaption></figure>
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<p>Prima dell’attuale crisi sono state la guerra in Afghanistan nel 2001 e quella in Iraq nel 2003 a far entrare nel dibattito pubblico la questione spinosa della guerra – precedentemente, il bombardamento della ex Jugoslavia nel 1999, autorizzato dal governo presieduto da D’Alema, non aveva più di tanto scaldato gli animi. Gli italiani si sono scoperti pacifisti, i balconi si sono riempiti di svolazzanti bandiere della pace e l’articolo 11 della Costituzione che “ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali” si è impresso nelle menti dei cittadini. Inutilmente, poiché l’Italia ha sempre partecipato alle missioni Nato e Onu avviate dal 2001 in poi.</p>



<p>Tuttavia, sia il dibattito sul pacifismo, prima, che la mera questione economica dovuta alla crisi, poi, risentono di un’ipocrisia di fondo, che chiama in causa il pensiero politico di sinistra il quale, avvolgendosi nella bandiera arcobaleno, da Bertinotti in poi, ha eluso una questione fondamentale che risponde alla domanda: perché i Paesi a capitalismo avanzato vanno in guerra nei teatri dell’Africa sub-sahariana, dell’Asia, del Medioriente e del Maghreb? Per assicurarsi il controllo diretto di materie prime fondamentali, gas e petrolio soprattutto ma non solo, è la risposta di una fetta sempre più grande di cittadini che negli ultimi anni si è vaccinata, fortunatamente, contro la propaganda dell’”esportazione della democrazia” e della “guerra globale al terrorismo”. Già, ma questo che cosa significa?</p>



<p>Nel 1902 l’economista John Atkinson Hobson, di idee liberali e progressiste, non certo un marxista, pubblicò il saggio&nbsp;<em>Imperialismo &#8211; Uno studio</em>. I tre decenni precedenti erano stati caratterizzati da quel fenomeno politico ed economico definito<em>&nbsp;imperialismo</em>, che aveva portato alla spartizione del mondo a opera delle nazioni europee e degli Stati Uniti, con la creazione di imperi coloniali.</p>



<p>Quando quella fase storica terminò, con lo scoppio della prima guerra mondiale, non esistevano più sul pianeta ‘terre di nessuno’, ossia territori che non appartenessero a una nazione. Analizzando la nascita e lo sviluppo del fenomeno, e inserendolo nel contesto economico, Hobson sostenne che l’imperialismo è nella natura stessa del capitalismo: “L’imperialismo americano è stato il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso avanzamento del capitalismo che non poteva trovare un’utilizzazione all’interno e che aveva bisogno di mercati stranieri per merci e investimenti” scrisse l’economista; “Le stesse necessità esistevano nei Paesi europei, e, come si ammette, spingevano i governi sulla stessa via. Sovrapproduzione nel senso di un impianto manifatturiero troppo esteso, e capitale eccedente che non riusciva a trovare solidi investimenti all’interno del Paese, hanno costretto la Gran Bretagna, la Germania, l’Olanda, la Francia a collocare quote sempre crescenti delle proprie risorse economiche fuori dell’area del loro presente dominio politico, e quindi a stimolare una politica di espansione così da integrare le nuove aree”.</p>



<p>Nel 1916 Lenin riprende l’argomento, ampliandolo e inserendolo nella chiave di lettura marxiana, e scrive il famoso saggio&nbsp;<em>L’imperialismo – Fase suprema del capitalismo</em>. Tracciando un percorso storico ed economico – ricco di dati e cifre – Lenin mostra i passaggi attraverso i quali il sistema capitalistico ha generato, per sua ontologica natura, l’imperialismo. Dall’iniziale fase di libera concorrenza si è passati a quella dei monopoli – intesi come trust, cartelli, di poche grandi industrie – nati grazie all’accumulazione del capitale generata dai profitti, che ha consentito la ‘combinazione’ delle imprese – acquisizione di tutte le fasi della produzione, dalle materie prime ai prodotti finiti – e la loro concentrazione – fusione di società fra loro. In questa fase è nato, accanto al capitale industriale, il capitale finanziario: le banche modificano la propria funzione e dall’essere mere intermediarie nei pagamenti diventano luoghi di raccolta delle rendite in denaro che mettono a disposizione dei capitalisti, attraverso i prestiti. Il capitale liquido inattivo si trasforma in capitale attivo e produce lauti profitti finanziari. </p>



<p>Le banche crescono e anche in questo settore si innesca la logica della concentrazione, attraverso la fusione di diversi istituti e il meccanismo delle partecipazioni azionarie. Nasce il monopolio finanziario: poche banche, riunite in trust, controllano il mercato del credito a un’industria anch’essa basata su monopoli. Ne consegue una relazione di forte dipendenza reciproca, che innesca l’entrata delle banche nel capitale industriale, attraverso l’acquisto di azioni, e la presenza di banchieri nei consigli di amministrazione, e di industriali nei cda delle banche. “Le sei maggiori banche di Berlino erano rappresentate per mezzo dei loro direttori in 344 società industriali, e per mezzo dei membri dei loro consigli di amministrazione in altre 407, vale a dire in tutto in 751 società. […] A loro volta nei consigli di amministrazione di quelle sei banche sedevano (nel 1910) cinquantuno grandi industriali”.</p>



<p>Dopo l’oligarchia manifatturiera nasce anche l’oligarchia finanziaria. “Il capitale finanziario, concentrato in poche mani e godendo un monopolio di fatto, ritrae redditi giganteschi e sempre maggiori da ogni fondazione di società, dall’emissione di azioni, dai prestiti statali ecc. e consolida l’egemonia delle oligarchie finanziarie”.</p>



<p>È il passaggio che Lenin definisce dall’antico capitalismo al nuovo capitalismo, dal dominio del capitale industriale al dominio del capitale finanziario, e che individua avvenuto ai primi del Novecento. Se il vecchio capitalismo esportava merci, il nuovo esporta capitale, trascinando con sé anche l’esportazione delle merci: sempre più frequentemente, infatti, la concessione di crediti finanziari da Paesi a capitalismo avanzato al sud del mondo è condizionata all’impegno che una parte del denaro prestato venga impiegato nell’acquisto di merci prodotte nello Stato che concede il prestito. Lenin cita a esempio un rapporto del console austro-ungarico di San Paolo del Brasile, nel quale si legge: “La costruzione delle ferrovie brasiliane si compie principalmente con capitali francesi, belgi, britannici e tedeschi; questi Paesi, nel finanziare le ferrovie, pongono come condizione la fornitura di materiale ferroviario”. Nascono i monopoli internazionali.</p>



<p>Nell’industria elettrica, per esempio. A partire dal 1900 la tedesca AEG avvia fusioni e acquisizioni di altre società elettriche, fino a ritrovarsi nel 1912 a dominare quasi 200 imprese, con il sistema delle partecipazioni, a contare 34 rappresentanze all’estero – fra cui 12 società per azioni in 10 Stati, tra cui una italiana, la AEG Thomson-Houston Società italiana di Elettricità S.A – e a caratterizzarsi per l’attività ‘combinata’, inglobando società di produzione di prodotti finiti quali cavi e isolatori fino ad arrivare ad automobili e aeroplani; una crescita industriale impossibile se non vi fossero state poche grandi banche a finanziarla.</p>



<p>Non diversamente va per l’americana General Electric – la multinazionale tuttora esistente – che nasce nel 1892 dalla fusione di Edison General Electric Company, Thomson-Houston Company e altre società, divenendo immediatamente dominante sul mercato; anch’essa allargò la propria produzione fino a includere prodotti industriali di vario genere, come sistemi di trasporto, i primi ventilatori elettrici, dispositivi di riscaldamento e cottura.</p>



<p>Nel settore petrolifero, nel 1905 dominano due monopoli, tra i padri delle multinazionali odierne: la Standard Oil di Rockefeller e l’alleanza Nobel-Rothschild, quest’ultima caratterizzata da quella che oggi chiameremmo una joint venture: i fratelli svedesi estraevano il petrolio russo della zona di Baku, nel mar Baltico, la famiglia ebrea di ricchi banchieri finanziava la costruzione della linea ferroviaria verso i porti del mar Nero, per consentire l’esportazione del greggio anche nei rigidi mesi invernali. La AEG e la General Electric, la Standard Oil e i Nobel-Rothschild, si erano letteralmente spartiti i rispettivi mercati mondiali, creando un cartello e difendendo il proprio regime di ristrettissino oligopolio da nuovi possibili concorrenti.</p>



<p>È quindi il capitale finanziario, conclude Lenin, a spingere gli Stati a capitalismo avanzato verso una politica imperialistica: “Il capitale finanziario è una potenza così ragguardevole, anzi si può dire così decisiva, in tutte le relazioni economiche e internazionali, da essere in grado di assoggettarsi anche Paesi in possesso della piena indipendenza politica, come di fatto li assoggetta […]. Ma naturalmente esso trova la maggior ‘comodità’ e i maggiori profitti allorché tale assoggettamento è accompagnato dalla perdita dell’indipendenza politica da parte dei Paesi e dei popoli asserviti”; soprattutto nel settore delle materie prime. “La caratteristica fondamentale del modernissimo capitalismo è costituita dal dominio delle leghe monopolistiche dei grandi imprenditori. Tali monopoli sono specialmente solidi allorché tutte le sorgenti di materie prime passano nelle stesse mani. […] Soltanto il possesso coloniale assicura al monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta con l’avversario [il nuovo concorrente che può sottrarre fette di mercato al monopolio,&nbsp;<em>n.d.a</em>], perfino contro la possibilità che l’avversario si trinceri dietro qualche legge di monopolio statale. Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più è acuta in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie”.</p>



<p>Quanto l’analisi di Lenin, che poggia sul pensiero marxiano, abbia colto nel segno, è evidente. Di questo si sorprende solo chi rifiuta Marx a priori, assimilando il nome del pensatore di Treviri al ‘comunismo’ russo o cinese e non alla sua critica disamina dei meccanismi che reggono il sistema economico capitalistico. Senza, oltretutto, riflettere sul fatto che nel momento in cui si riconosce che gli Stati Uniti e i Paesi europei hanno conquistato l’Iraq e la Libia per appropriarsi dei ricchi giacimenti di petrolio, e l’Afghanistan per controllare il territorio attraverso cui dovevano, per ineludibili ragioni geografiche, passare le pipeline e i gasdotti che dal Kazakistan e dal Turkmenistan, sotto il controllo delle compagnie petrolifere americane, avrebbero dovuto portare l’oro nero sulle sponde pachistane dell’oceano Indiano (2), non si fa altro che confermare la validità, tuttora, dell’analisi marxiana.</p>



<p>La Libia aveva nazionalizzato gas e petrolio nel 1970, subìto un embargo economico Usa dal 1981 al 2006, con l’aggiunta dell’iscrizione nella lista degli ‘stati canaglia’, e un embargo Onu dal 1992 al 1999; nonostante dal 2006 avesse aperto le porte ai capitali stranieri e ricominciato a esportare petrolio, Gheddafi restava un ‘cavallo pazzo’ difficile da gestire.</p>



<p>L’Iraq aveva nazionalizzato il petrolio nel 1972 e a seguito della prima guerra del Golfo era sottoposto, dal 1992, a un rigido embargo economico.</p>



<p>L’Afghanistan, dopo il ritiro delle armate russe nel febbraio 1989, era un totale caos politico, diviso territorialmente tra talebani e mujaheddin dell’Alleanza del Nord.</p>



<p>Era dunque impossibile per il capitale americano ed europeo controllare le sorgenti di materie prime e il loro approvvigionamento – settore che trascina con sé l’intera economia produttiva di uno Stato – senza controllare direttamente il territorio dei tre Paesi. Lo stesso vale per le zone dell’Africa sub-sahariana, del Medioriente e del Maghreb, caratterizzate da nazioni deboli, prede di continue guerre civili per il controllo del potere – anche in questo caso economico, questioni etniche e religiose sono solo il drappo rosso da sventolare davanti al popolo-toro che finisce, inevitabilmente, sempre sconfitto in un bagno di sangue fratricida – nelle quali la stabilità politica è una chimera; e il Capitale ha bisogno di stabilità, soprattutto nel settore delle materie prime, dove prima di produrre profitti occorre fare grandi investimenti per l’estrazione.</p>



<p>Appare evidente che il neo-imperialismo – esploso dopo la fine della guerra fredda, che aveva cristallizzato la geopolitica mondiale, dividendo il pianeta in due blocchi – ha ben poco di diverso rispetto al ‘vecchio’ imperialismo analizzato da Lenin. Compreso l’aspetto che vede il capitale finanziario trascinare il capitale industriale dei Paesi a capitalismo avanzato: la gran parte dei prestiti stanziati dalla Banca mondiale all’Iraq e all’Afghanistan per la ricostruzione dei due Paesi – a titolo di esempio, l’ultimo credito dato all’Iraq, accordato il 18 dicembre scorso, è pari a 900 milioni di dollari – finisce nelle tasche delle grandi multinazionali, i monopoli mondali, e delle imprese occidentali, tramite gare di appalto internazionali.</p>



<p>E non manca nemmeno la dinamica più tradizionale legata all’imperialismo, che aveva evidenziato già Hobson, ossia la necessità, per un capitale industriale in sovrapproduzione, di nuovi mercati per merci e investimenti: valga per tutti l’esempio della Coca Cola, ritornata in Iraq nel 2005 con stabilimenti e distribuzione, dopo 25 anni di una messa al bando firmata da Saddam Hussein, e in Afghanistan nel 2006, dopo che i talebani l’avevano cacciata nel 1996.</p>



<p>Guerra, politica coloniale e imperialismo sono esistiti anche prima del capitalismo, non è questo il punto; il fatto è che sempre sono stati legati al sistema produttivo della relativa epoca storica. Necessità di schiavi, di territori per una popolazione in crescita, di risorse primarie – acqua, terra. Tuttavia oggi l’ipocrisia ha toccato il suo zenit. Perché se è ovvio che il pensiero politico di destra, espressione del Capitale, nasconda le ragioni economiche della guerra dietro gli ‘ideali’ dell’<em>esistenza celeste</em>, come la chiamava Marx – d’altra parte non riconosce nemmeno che la fonte dei profitti del capitale industriale, da cui tutto nasce, è la forza lavoro, e dunque lo sfruttamento dell’uomo – dal pensiero di sinistra è inaccettabile una posizione critica contro le guerre e le spese militari che non denunci anche il capitalismo, ossia il sistema economico, proprio di questa fase storica, che ontologicamente le produce, e che ontologicamente non può essere né ‘riformato’ né reso ‘etico’. Ma si sa, Marx è finito nell’oblio.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. Nota integrativa del ministero della Difesa al Disegno di Legge di Bilancio per l’anno 2013 e per il triennio 2013-2015</p>



<p class="has-small-font-size">(2) Salvo poi fallire nelle due prime imprese, Iraq e Afghanistan: cfr. F. Damen, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/iraq-e-afghanistan-analisi-di-un-fallimento/" data-type="post" data-id="1970" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Iraq e Afghanistan: analisi di un fallimento</a></em>, Paginauno n. 9/2008, F. Damen,<a href="https://rivistapaginauno.it/iraq-lasta-petrolifera-e-la-sconfitta-delle-oil-company-americane/" data-type="post" data-id="1972" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <em>Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane</em></a>, Paginauno n. 20/2011</p>
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