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	<title>tangentopoli &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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		<title>Il caso Mose e il fallimento della normativa anticorruzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2014 08:58:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
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					<description><![CDATA[L’inefficacia della legge quando la ‘dazione ambientale’ diventa Sistema]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Davide Corbetta</p>



<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-39-ottobre-novembre-2014/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 39, ottobre &#8211; novembre 2014</a>)</em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L’inefficacia della legge quando la ‘dazione ambientale’ diventa Sistema</p></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Il Mose, la nuova Tangentopoli veneta</h4>



<p>“Attualmente l’immagine dell’Italia è quella di un Paese a elevato grado di corruzione percepita sia da parte dei cittadini che da parte di imprese e analisti”. Lo afferma nel dicembre scorso l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) nel “Rapporto sul primo anno di attuazione della legge n. 190/2012”, ovvero la norma contenente “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”.</p>



<p>C’è poco da stupirsi, dunque, se dopo i casi Eni (1) ed Expo (2) adesso tocchi al maxi appalto del Mose, il sistema di contenimento delle acque nella laguna di Venezia, una diga mobile in costruzione alla bocca del porto di Chioggia avente come unico concessionario del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti il Consorzio Venezia Nuova (Cvn), cordata di aziende in rapporti ‘amicali’ nella politica che conta che dal 1984 si occupa della realizzazione di tutti gli interventi nella laguna veneta. A confermarlo le dichiarazioni del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Venezia, secondo cui “il Consorzio Venezia Nuova si comporta come una vera e propria lobby, o gruppo di pressione, per ottenere le modifiche normative d’interesse” (3), ovvero i tetti massimi di stanziamento dei finanziamenti Fas (Fondo aree sottoutilizzate).</p>



<p>Al teatrino delle mazzette, come si potrà ben dedurre, partecipano attori già noti: imprenditori, dirigenti pubblici e politici, senza distinzione di schieramento. Uno spettacolo già visto negli anni ‘90, così simile nella prassi che viene da chiedersi se si tratti di una nuova Tangentopoli, la prova dell’efficacia di un Sistema che sopravvive da decenni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il triangolo delle tangenti: politici, funzionari pubblici, imprenditori</h4>



<p>Nel lungo elenco degli indagati, il nome più illustre è sicuramente quello di Giorgio Orsoni (Pd), ex sindaco della Serenissima, accusato di finanziamento illecito ai partiti in quanto, candidato alle comunali di Venezia nel 2010, ricevette dal Cvn contributi personali, in contati, pari a 450 mila euro, e per conto del comitato elettorale pari a 110 mila euro. I soldi, come già testato dal Sistema negli anni ‘90, sarebbero stati procurati emettendo fatture false, in altre parole d’importo maggiorato rispetto alla prestazione reale: una&nbsp;<em>svista contabile</em>&nbsp;di circa 25 milioni di euro.</p>



<p>Orsoni, scaricato dagli ‘amici’ del partito, che l’hanno invitato alle dimissioni, non ha inizialmente voluto lasciare la poltrona (si è poi dimesso il 13 giugno), chiedendo un patteggiamento ai magistrati e continuando a dichiararsi innocente, pur ammettendo di aver avuto rapporti con un altro personaggio chiave della vicenda, il capo del Cvn, Giovanni Mazzacurati: a detta del sindaco la richiesta al Consorzio di finanziamenti per la campagna elettorale sarebbe stata sollecitata dallo stesso partito, che allo scoppio dello scandalo ha poi voluto farlo fuori dal governo della città. Che Orsoni sia direttamente, o per imposta volontà del Pd, colpevole di finanziamento illecito, il suo comportamento rientra comunque nei casi di inconferibilità stabiliti dal D.lgs. n. 39/2013 recante “Disposizioni in materia di inconferibilità e incompatibilità d’incarichi presso le pubbliche amministrazioni e presso gli enti privati di controllo pubblico”. Come discusso nel rapporto Anac, per inconferibilità si intende i casi in cui vi sia la “condanna per reati di pubblici uffici contro la pubblica amministrazione”, e questo “preclude la possibilità di essere destinatari d’incarichi amministrativi di vertice e d’incarichi dirigenziali, interni ed esterni, in pubbliche amministrazioni, enti pubblici ed enti di diritto privato in controllo pubblico, di livello nazionale o territoriale” (4). Tutto questo per evitare i conflitti d’interesse che sorgono tra la politica e chi esercita le pubbliche funzioni, un obiettivo che, almeno nello stato attuale delle cose, sembra un’utopia.</p>



<p>Oltre a Orsoni, infatti, sono molti i funzionari pubblici coinvolti: c’è Marco Milanese (Pdl), consigliere politico al ministero dell’Economia voluto da Tremonti, già indagato nell’inchiesta P4, accusato di aver ricevuto dal Cvn la cifra di 500 mila euro per influire sulle concessioni finanziarie del Mose; Giampiero Marchese (Pd), consigliere regionale coinvolto in un sospetto finanziamento da 33 mila euro per le regionali del 2010; e due nomi di prestigio nella pubblica amministrazione veneta: Renato Chisso, assessore regionale alle Infrastrutture, e Giancarlo Galan, ex presidente della regione Veneto, di Forza Italia. Entrambi incarcerati con l’accusa di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio. Chisso, dalla fine degli anni Novanta ai primi mesi dello scorso anno, avrebbe ottenuto dal Cvn uno stipendio annuale di circa 250 mila euro, affinché concedesse dei nulla osta regionali necessari ai lavori del Mose.</p>



<p>Cifra ben più consistente, invece, quella beneficiata dall’ex presidente della regione Veneto, grazie alle quote di partecipazione detenute nelle società Adria Infrastrutture e Nord-Est Media, secondo i pm “canali della corruzione” per lo scambio di soldi tra Galan e Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, azienda leader nella cordata Cvn (5). Un milione di euro circa, è questo lo&nbsp;<em>stipendio</em>&nbsp;annuale percepito da Galan: 900 mila tra il 2006 e il 2007, affinché desse parere favorevole alla Commissione valutazione impatto ambientale della regione per i progetti alle bocche di porto di Malamocco e Chioggia, e altri 900 mila l’anno successivo, affinché intercedesse sul rilascio di parere favorevole per il progetto finale del Mose presso la Commissione per la salvaguardia di Venezia.</p>



<p>Galan si è professato più volte innocente, anche davanti alla prova del coinvolgimento di Paolo Venuti, suo commercialista e prestanome nella società Pvp, il quale deteneva le quote in Adria Infrastrutture e Nord-Est Media per una cifra che si aggirava attorno ai 431 mila euro, ed era in possesso di documenti che attestavano operazioni commerciali con il sud-sud est asiatico tra la Thea Italia spa, che ha sede proprio nello studio di Venuti, e società indonesiane. Operazioni fatte per conto di Galan, come emerso dalle intercettazioni telefoniche dei coniugi Venuti.</p>



<p>Vediamo ora il terzo soggetto centrale nelle vicende tangentizie: l’imprenditore. Abbiamo citato Piergiorgio Baita, che non è nuovo al vecchio sistema della ‘dazione ambientale’, anzi, si potrebbe definire un veterano di quello che già prima dell’inchiesta Mose era considerata la “Tangentopoli veneta” (6). Baita, infatti, era il direttore della società Iniziativa, un’altra cordata di costruttori locali che, dietro il pagamento di mazzette, e con trattativa privata, negli anni ‘90 si aggiudicava i lavori in tutto il territorio veneto, così come stabilito da accordi tra Dc e Psi: “In pratica, le imprese si autoassegnavano i lavori” (7).</p>



<p>Oggi Baita è presidente della Mantovani, che oltre a contribuire alla costruzione delle barriere architettoniche nella laguna si è aggiudicata un appalto da 160 milioni per la realizzazione della piastra del sito espositivo di Expo 2015. Secondo la guardia di finanza di Venezia, Baita avrebbe distratto fondi riguardanti il Mose per 20 milioni di euro, suddividendoli in depositi esteri, destinati a finanziare amministratori pubblici e partiti in cambio di commesse. I soldi sarebbero stati recapitati dal titolare della finanziaria BMC Broker William Colombelli, con il solito escamotage della falsa fatturazione di consulenze tecniche inesistenti, bonificate su conti correnti a San Marino e successivamente ritirati con prelevamenti in contanti dallo stesso Baita e dall’ex segretaria personale di Giancarlo Galan.</p>



<p>Insieme a Baita, nella lista degli indagati sono finiti anche: Roberto Meneguzzo, amministratore delegato della Palladio Finanziaria; Emilio Spaziante, generale in pensione della guardia di finanza accusato di aver ricevuto denaro dal Cvn per “influire in senso favorevole sulle verifiche fiscali e sui procedimenti penali aperti nei confronti del Consorzio Venezia Nuova” (8); Vittorio Giuseppone, magistrato della Corte dei Conti, che avrebbe percepito uno stipendio di circa 400 mila euro tra il 2000 e il 2008, e circa 600 mila euro tra il 2005 e il 2006 per, come dichiarato dal gip, “accelerare le registrazioni delle convenzioni presso la Corte dei Conti da cui dipendeva l’erogazione dei finanziamenti concessi al Mose e al fine di ammorbidire i controlli di competenza della medesima Corte dei Conti sui bilanci e gli impieghi delle somme erogate al Consorzio Venezia Nuova”; Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato delle Acque, che ha incassato circa 900 mila euro, sempre da Cvn, oltre ad aver fatto assumere in ruoli chiave di aziende del Consorzio sia la figlia che il fratello; e Franco Morbiolo, presidente del Coveco, consorzio di cooperative rosse che, come spiegato da Baita, avevano “il compito di rapportarsi con la sinistra romana e locale” (9), quindi il compito di foraggiare il Pd coprendosi dietro altre società che fungevano da origine dei pagamenti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La prevenzione secondo l’Anac</h4>



<p>Secondo il rapporto Anac la prevenzione alla corruzione deve basarsi su quattro strumenti che devono coinvolgere più livelli di governo: trasparenza, formazione, codici di comportamento e analisi del rischio. Quando però a essere implicati sono proprio i soggetti che assumono ruoli chiave nell’amministrazione, quanto possono essere efficaci questi strumenti? Un primo campanello di allarme arriva dalla relazione sull’efficacia della legge 190/2012, analizzando le denunce dei reati di concussione, corruzione per atto di ufficio, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio e istigazione alla corruzione.</p>



<p>Prendendo in esame il periodo che va dal 2006 al 2011, risulta che i condannati per corruzione prevalgono sempre su quelli per concussione, tuttavia il trend dei primi è in decrescita mentre quello dei secondi in aumento. I reati di concussione, ovvero quelli di “pubblico ufficiale, o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità” (10), passano dallo 0,43 per 100 mila abitanti nel 2006 allo 0,72 nel 2011, con il picco massimo di 0,88 nel 2009; i reati di corruzione per cui è stata avviata un’azione penale, invece, sono passati dall’1,59 per 100 mila abitanti del 2006 all’1,24 nel 2011, con il picco massimo di 2,01 nel 2009. Lo stesso discorso vale per le condanne: sono in aumento quelle per i reati di concussione, cresciute dallo 0,23 per 100 mila abitanti nel 2007 allo 0,57 nel 2011, e in diminuzione quelle per corruzione, dall’1,27 nel 2007 allo 0,76 nel 2011 (vedi tabella 1).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="116" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/mose-tabella1.jpg" alt="" class="wp-image-2272" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/mose-tabella1.jpg 600w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/mose-tabella1-300x58.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Tabella 1. Fonte: Anac, Rapporto sul primo anno di attuazione della legge n. 190/2012, dicembre 2013 (i valori si intendono per 100 mila abitanti)<br></figcaption></figure></div>



<p>La maggior parte dei reati di corruzione e concussione avviene nelle amministrazioni statali (62%), poi nei Comuni (12%), nelle Asl e aziende ospedaliere (12%) e negli enti di previdenza e assistenza (12%). I settori più colpiti sono: affari economici generali, commerciali e del lavoro, servizi generali tra cui amministrazione finanziaria e fiscale, sanità, ordine pubblico e sicurezza, difesa. La maggior parte delle sentenze riguarda appalti per lavori pubblici, per forniture e per servizi, ed è importante notare come la maggior parte dei citati in giudizio tra le figure politiche siano sindaci, assessori e consiglieri comunali.</p>



<p>Uno dei settori più a rischio, dunque, è quello dei contratti pubblici. Per fronteggiare il problema è stato avviato un gruppo di lavoro cui partecipa l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture; il fine è individuare e impostare degli indicatori validi come campanelli di allarme per potenziali rischi di corruzione. L’Anac ha eseguito un’analisi sulle società di controllo pubblico per verificare la messa in pratica dei princìpi deliberati dalla legge 190/2012. Di queste società l’80% ha già adottato modelli di organizzazione e controllo conformi alle direttive anticorruzione, mentre il 20%, costituito principalmente da soggetti regionali o locali, non ha adottato misure di prevenzione o contrasto.</p>



<p>“Circa i due terzi delle società interpellate ha costituito, nel rispettivo sito, la sezione Amministrazione trasparente, mentre meno di un terzo ha individuato uffici per il controllo sull’attuazione della normativa in questione e ha organizzato un sistema per consentire ai cittadini l’accesso civico. In definitiva emerge una maggiore attenzione all’attuazione della disciplina sostanziale, ossia alla pubblicazione delle informazioni, che a quella diretta a garantire l’effettività, ossia ai sistemi di controllo” (11). Le società locali risultano quelle maggiormente conformate, mentre quelle regionali e statali si limitano alla sola pubblicazione dei bilanci.</p>



<p>Le aree a rischio di corruzione sono quelle che riguardano i rapporti tra le società partecipate e le amministrazioni pubbliche, oltre a quei processi gestionali come la stipula dei contratti di servizio, i rapporti con enti di controllo diversi dai soci, e la determinazione della tariffa dei servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni. Altro dato interessante sono le 191 segnalazioni giunte all’Anac, di cui il 65% provenienti da privati mentre il 35% dalle amministrazioni pubbliche: di queste ultime più della metà sono eseguite dai Comuni e solo il 12% dai ministeri. Il 78% riguarda “omessa o parziale pubblicazione di dati relativi a organi politici, a consulenze e collaborazioni, retribuzione dei dirigenti, ai bandi di gara e di concorso, ai provvedimenti amministrativi e agli atti di pianificazione e governo del territorio” (12).</p>



<p>Ma quanto pesano, in termini economici, questi dati sulla corruzione?<br>Ossia quanto incidono sul bilancio pubblico?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Costi pubblici della corruzione privata</h4>



<p>Dare una risposta alla domanda è semplice, basta guardare quanto il solo progetto del Mose stia costando al Paese. Nel 2011 furono stanziati ben 630 milioni di euro, ma a questi bisogna aggiungere i costi di collaudo, 26 milioni, che costituiscono le maxi parcelle prese dai dirigenti: Vincenzo Pozzi, ex presidente dell’Anas, ha incassato 1,2 milioni di euro; Pietro Cucci, attuale presidente dell’Anas, 747 mila euro, di cui 480 mila fatturati; Piero Buoncristiano, direttore del personale Anas in pensione, più di mezzo milione, oltre al posto di ad nel Cav (la società che gestisce le strade fra Anas e Veneto); altri dirigenti Anas, tra cui l’ex direttore generale Abato e il braccio destro di Cucci, Alfredo Bajo, tra i 240 mila e i 400 mila euro; Vincenzo Fortunato, ex magistrato ordinario e del Tar nonché liquidatore dello Stretto di Messina, ha incassato 535 mila euro. E la lista è ancora allunga: 272 soggetti.</p>



<p>Il Mose, a oggi, è costato complessivamente 5,6 miliardi di denaro pubblico: 2,2 in più rispetto a quanto previsto nel 2003 e 2 in più rispetto al 2010, quando c’è stato l’incremento più consistente proprio nel momento in cui a capo c’era Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato delle Acque già citato. La scadenza del progetto era inizialmente fissata per il 2010, ma è stata posticipata dopo l’aggiunta di costi per l’aggiornamento dei prezzi, per inserimenti architettonici chiesti da enti locali, per gestione e manutenzione delle paratie, per realizzazione di un sistema informativo e di opere di compensazione e riqualificazione ambientale imposte dalla Commissione europea; per ora, la scadenza prevista è il 2016.</p>



<p>Ascoltando le dichiarazioni di Baita, almeno un miliardo è servito solo ad alimentare il Consorzio Venezia Nuova, dato avvalorato dalle indagini della magistratura per la quale il Cvn avrebbe consegnato alla classe politica 22,5 milioni di tangenti, distribuiti tra “sindaci e presidenti di regione, magistrati delle acque e della Corte dei Conti, consiglieri regionali, finanziari, spioni” (13). E poi ci sono i benefit, come quelli di cui ha usufruito Emilio Signorini, ex responsabile dipartimento a supporto del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica che ha il compito di distribuire fisicamente i finanziamenti concessi dal governo: sebbene non sia indagato nell’inchiesta Mose, è stata provata la sua vicinanza a imprenditori veneziani, e soprattutto al Cvn che gli avrebbe pagato una vacanza in toscana nel 2011.</p>



<p>Vicenda trasversale è quella che coinvolge il sindaco di Verona, Flavio Tosi, che fu anche assessore alla Sanità regionale nel periodo in cui alla presidenza della Regione c’era Galan. Tosi aveva l’incarico di dare il via libera all’ex segretario generale della sanità veneta, Giancarlo Ruscitti, affinché si procedesse alla costruzione del nuovo ospedale di Padova, il cui costo massimo stimato si aggirava intorno a 1,7 miliardi di euro. Ruscitti, tra gli indagati del caso Mose, divenne consulente di Coveco, incarico che gli fruttò 200 mila euro, per favorire l’ingresso dell’onnipresente Consorzio Venezia Nuova nella gara di appalto per la costruzione dell’ospedale.</p>



<p>“Contratto miliardario, come detto, con almeno 200 milioni di denaro pubblico, da realizzare col rodato sistema del project financing e sul quale ci sono molti pretendenti” (14). Stando a un’intercettazione ambientale dei pm veneziani il sindaco di Verona pose le seguenti condizioni a Ruscitti: avere il consenso anche del sindaco di Padova (Zanonato, Pd), dismettere il vecchio progetto nel caso di realizzazione di quello nuovo, recuperare fondi internazionali e far partecipare ai lavori solo le società e le persone da lui indicate.</p>



<p>Altra affinità con il Mose è che a presentare il progetto dell’ospedale, alla fine valutato 600 milioni con metà dei posti letto previsti inizialmente, è stata una joint venture tra l’australiana Bovis Lend &amp; Lease e la Palladio di Roberto Meneguzzo, altro indagato per la diga della laguna.</p>



<p>Per finire non bisogna dimenticare i soldi versati dall’ormai monopolista degli appalti veneti, il Cvn, alla fondazione VeDrò, controllata dall’ex premier Enrico Letta. I 150 mila euro donati dal Consorzio contribuirono a sostenere la campagna elettorale di Letta nel 2007, e l’operazione avvenne per tramite di Arcangelo Boldrin per il quale fu “predisposto un incarico fittizio per un’attività concernente l’arsenale di Venezia” (15). I diretti interessati smentiscono la vicenda, nonostante ciò nel 2012 Mazzacurati spedì una lettera indirizzata al tesoriere della fondazione che aveva per oggetto “Contributo al progetto VeDrò 2012”: è la lettera per il primo versamento da 20 mila euro. Sono inoltre le dichiarazioni di Mazzacurati e Capecchi (tesoriere dell’Italia Futuro Servizi, controllata dal gruppo VeDrò, e quindi raccoglitore di fondi per Enrico Letta) a confermare i rapporti tra l’ex premier e Mazzacurati.</p>



<p>“È però evidente che la corruzione non è solo un problema di architettura delle istituzioni giuridiche e politiche ma anche un problema socio-culturale, che è esso stesso all’origine dell’indebolimento della governabilità del Paese nel suo complesso, e di alcune aree in particolare” (16). C’è da domandarsi se la legge stia facendo abbastanza per affrontare un problema, divenuto ‘dazione ambientale’ già negli anni ‘80, e che continua a dilagare senza controllo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Le debolezze nella normativa anticorruzione</h4>



<p>“La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza […] e che l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica” (17). La legge 190/2012 è nata dalla necessità di prevenire la corruzione, non soltanto combatterla, e di prestabilire una serie di interventi utili a tenere monitorata la situazione e nell’eventualità correggerla. La difficoltà, come acclarato dall’inchiesta del Mose e da tutte le inchieste di corruzione e concussione che l’hanno preceduta, risalendo fino a Tangentopoli, sta nel riuscire a intervenire con una classe politica e imprenditoriale che ha inquinato il tessuto economico pubblico fino a questi livelli.</p>



<p>È la stessa Associazione nazionale anticorruzione ad affermare che l’attore politico, colui che dovrebbe per primo avere a cuore la prevenzione e il contrasto alla corruzione, non mostra sufficiente “dedizione” a questo impegno. “Significativo al riguardo è il fatto che, nonostante i reiterati solleciti dell’Autorità, al 28 novembre 2013 non tutti i ministeri abbiano nominato il Responsabile della prevenzione della corruzione (Rpc) e che ritardi analoghi siano presenti a livello di enti nazionali e territoriali” (18). Il compito del Rpc è attuare la politica anticorruzione all’interno di ciascuna amministrazione, oltre a dover assicurare l’efficacia del Piano triennale di prevenzione alla corruzione (Ptcp).</p>



<p>Anche sui Ptcp c’è stata scarsa attenzione da parte dell’amministrazione pubblica, in quanto “poche amministrazioni hanno sviluppato un approccio integrato all’interno dei Piani della performance e previsto obiettivi, indicatori e target di trasparenza e integrità all’interno dei Piani stessi”.<br>Insomma, le pubbliche amministrazioni sono restie ad assumersi le loro responsabilità, e “sembrano privilegiare il rispetto formale di tempi e procedure piuttosto che la consapevole attuazione di un’efficace politica di prevenzione della corruzione”.</p>



<p>L’Anac rileva la difficoltà della pubblica amministrazione ad adeguarsi alla norma, che prevede una maggiore gamma di responsabilità dirigenziali e il pericolo che questi adottino un approccio formale al problema, rallentando così i procedimenti amministrativi. La questione, dunque, sta nel dare piena attuazione al decreto. Stesso intoppo riscontrato con la legge 33/2013 “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”, perché “l’ampliamento dei soggetti tenuti a darne attuazione, la necessità di adattare una normativa unica ad amministrazioni ed enti estremamente diversificati, nonché l’abnorme estensione del numero degli obblighi di pubblicazione” (19) sono difficili da sostenere, e hanno portato dubbi interpretativi da parte degli stessi soggetti che dovrebbero attuarli.</p>



<p>Il rapporto dell’Autorità nazionale, dunque, mette in evidenza che la trasparenza, come strumento di controllo sociale, non è efficace, o almeno non lo è ancora, “anche a causa della ritrosia o dell’incapacità della maggior parte delle amministrazioni a generare e diffondere informazioni relative ai servizi erogati e ai relativi costi, la cui pubblicazione è necessaria per rendicontare la performance verso l’esterno”. Problemi di applicazione della normativa riguardano sia le società partecipate dalle pubbliche amministrazioni, giacché sono poco chiari i riferimenti alle attività di pubblico interesse disciplinate dal diritto nazionale o dell’Unione Europea, sia le società quotate e loro controllate a cui non si applica la trasparenza, dove ‘quotazione’ e ‘controllo’ possono assumere significati molteplici. Le risposte che l’Anac trova utili, in questo caso, sono due: “Definire la soglia minima della quota di partecipazione pubblica alla quale collegare gli obblighi di trasparenza”, e pubblicare i dati sui servizi resi, che riportino, per esempio, la contabilizzazione dei costi.</p>



<p>In aggiunta, “è da segnalare anche la mancanza di una tutela espressa della riservatezza di quanti effettuano segnalazioni all’Autorità”. Secondo il rapporto, nel primo anno di vita della legge 190/2012 non c’è stata un’importante richiesta né di verifica né di controllo. La maggior parte di queste segnalazioni è stata fatta da soggetti privati, mentre non esistono dipendenti pubblici che abbiano segnalato problemi nelle loro amministrazioni. Molte segnalazioni, inoltre, non hanno dato il via a iniziative dell’Autorità per due ragioni: la prima è che la richiesta arrivava a termine o durante un processo in cui erano già state investite specifiche autorità competenti a investigare sul caso, e ad adottare provvedimenti; la seconda è che la segnalazione non riguardava competenze dell’Anac: “In alcuni di questi casi la richiesta d’intervento risulta già inviata a numerose istituzioni e si configura più come una ‘speranza’ di ottenere ‘giustizia’, dopo inutili tentativi esperiti in diverse direzioni, che come una richiesta mirata a contrastare fenomeni corruttivi”.</p>



<p>Una spinta forte di contrasto al problema, naturalmente, deve venire dalla società civile: cittadini e imprese che hanno il compito di assumersi l’incarico di consultare i piani triennali e segnalare situazioni d’incompatibilità e mancato rispetto della norma.</p>



<p>È tuttavia lo stesso ente anticorruzione a far presente come l’esperienza maturata abbia dimostrato che la normativa sull’anticorruzione e la trasparenza non viene sfruttata, evincendolo dalla “limitata dimensione delle segnalazioni, prevalentemente orientate a problematiche di trasparenza nelle realtà di piccole dimensioni, spesso originate dalla dialettica politica locale”. L’Anac ha svolto controlli sui siti dei ministeri e degli enti nazionali, trovando scarsa qualità nei dati pubblicati, specialmente quelli relativi agli uffici e alle strutture che non riguardano direttamente l’amministrazione centrale, che quindi non trattano in modo approfondito quelle sul territorio, oltre a essere dati non sempre aggiornati e completi rispetto ai contenuti delle norme. Le informazioni riguardanti la struttura dei ministeri sono compilate solo al 46%. Risultano incompleti anche i dati relativi a consulenti e collaboratori, che mancano di: documenti che attestino l’assenza di conflitto d’interessi, titolarità di cariche in enti di diritto privato finanziati dalla pubblica amministrazione, svolgimento di attività professionali, curricula vitae, atti di conferimento degli incarichi. Anche per i dirigenti stesso discorso: atti per svolgimento d’incarichi, titolarità di cariche in enti di diritto privato finanziati dalla Pa, svolgimento di attività professionali, attestati assenza conflitto d’interesse, e informazioni sulle retribuzioni.</p>



<p>Gli uffici che collaborano con organi politici, invece, tendono a non pubblicare dati che riguardano il personale utilizzato, i consulenti e i dirigenti. Più o meno le stesse mancanze delle pubblicazioni degli enti. L’opinione di Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, è che ci sono anche altre regole bisognose di cambiamenti, poiché “è innegabile che il sistema degli appalti deve essere ripensato” ma “revocare un appalto laddove s’individuino reati rischia di compromettere tutto il lavoro svolto per quella particolare manifestazione”. “La legge anticorruzione del 2012 prevede che possano essere inserite nei contratti clausole tipo patti d’integrità, che consentono la revoca del contratto laddove si ravvisino fatti di corruzione” (20).</p>



<p>Innalzamento del minimo della pena per il reato di corruzione e niente vitalizio per chi è stato condannato per corruzione e mafia, sono invece le proposte del Pd dopo lo scoppio dello scandalo Mose. La corruzione è attualmente condannata dal codice penale nell’art. 319 “Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, e negli articoli 319-bis “Circostanze aggravanti” e 319-ter “Corruzione in atti giudiziari”, per i quali la pena aumenta se riguarda, nel primo caso il “conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l’amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene”, nel secondo caso quando i reati sono commessi per “favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo”. Il disegno di legge del Pd vuole inasprire ulteriormente queste pene, prevedendo anche altre norme contro la corruzione: autoriciclaggio, snellimento del processo penale e reintroduzione del reato di falso in bilancio. Oltre a “semplificazione delle procedure e delle gare d’appalto, interdizione per i rappresentanti del popolo che tradiscono il mandato e disonorano la politica e le istituzioni e il divieto per imprese corruttrici di partecipare a gare future”, come ha affermato Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia della Camera (21).</p>



<p>Buoni propositi, come quelli che spinsero alla legiferazione del decreto 190/2012, e a tutte le altre leggi nate per contrastare la corruzione in ogni sua forma, ma la storia passata e recente ci ha dimostrato che in un Paese capitalista solo buoni propositi possono rimanere, “e proprio in una società e in un momento storico in cui crisi economica e crisi di valori procedono di pari passo quali conseguenze aberranti dell’alienante civiltà dei consumi e in cui l’individuo ha necessariamente smarrito il senso della propria dignità di essere umano” (22).</p>



<h4 class="wp-block-heading">Un fenomeno non solo italiano</h4>



<p>Come spiegato nella relazione Anac, il fenomeno della corruzione, oltre a portare a una diminuzione della fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, nella classe politica e nella pubblica amministrazione, altera anche il funzionamento del mercato, “penalizzando le imprese sane e limitando o impedendo nuove iniziative imprenditoriali”; in più, “distribuisce le risorse pubbliche in modo non efficiente”. La corruzione incide sui costi delle infrastrutture e degli appalti pubblici, e questo fa sì che sia difficile capire lo stato attuale delle opere pubbliche e distinguere tra inefficienza e difficoltà causate dalla corruzione; e non consola il fatto che ormai sia divenuta un fenomeno globale.</p>



<p>Nella classifica del 2013 sulla corruzione percepita stilata da Transparency International, Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia occupano le posizioni più alte, su una scala che va da zero (altamente corrotto) a 100 (molto pulito); Austria, Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito si attestano su valori medio-alti; Italia, Grecia, Spagna e Portogallo si trovano in posizioni decisamente peggiori. L’indice italiano è pari a 43 (23).<br>Germania e Austria sono gli unici due Paesi europei che non hanno ancora adottato una convezione anticorruzione, né quella europea né quella dell’Onu.</p>



<p>Stando allo studio pubblicato da Visa Europe e realizzato dalla società di consulenza internazionale At Kearney, nel 2013 l’economia sommersa tedesca è stata la più alta, in valore assoluto, tra gli Stati europei, con i suoi 351 miliardi di euro (13% del Pil), contro quella italiana di 333 miliardi (21% del Pil); le mazzette tedesche hanno pesato per 250 miliardi di euro, quelle italiane per 280 miliardi. La Corte dei Conti, invece, stima la corruzione nostrana in 60 miliardi, dato immaginario poiché calcolato come risultato di una proporzione tra valore stimato della corruzione mondiale e Pil italiano.</p>



<p>A questo punto, pensare che il problema dipenda solo da un sistema di amministrazione o da una legge non adeguata, è riduttivo; quel che è certo, è che i costi della corruzione, calati nel contesto economico, contribuiscono alla creazione di una società civile sempre più impoverita.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. Davide Corbetta, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/nuove-tangenti-eni-effetti-del-neoliberismo-sul-mercato-mondiale-di-gas-e-petrolio/" data-type="post" data-id="2722" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nuove tangenti Eni: effetti del neoliberismo sul mercato mondiale di gas e petrolio</a></em>, Paginauno n. 33/2013</p>



<p class="has-small-font-size">(2) Cfr. Domenico Corrado, <em><a href="https://rivistapaginauno.it/expo-2015-il-lavoro-diventa-gratuito/" data-type="post" data-id="1520" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Expo 2015: il lavoro diventa gratuito</a></em>, Paginauno n. 38/2014, Expo e la Via d’Acqua, Paginauno n. 37/2014</p>



<p class="has-small-font-size">(3) <em>Mose, inchiesta sugli appalti: arrestato il sindaco di Venezia. Chiesta custodia cautelare per Galan</em>, La Repubblica, 4 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(4) Anac, “Rapporto sul primo anno di attuazione della legge n. 190/2012”, dicembre 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(5) <em>Mose, spunta un affare da 50 milioni, fermato il commercialista di Galan</em>, Il Messaggero, 6 agosto 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(6) Cfr. Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio, <em>Mani Pulite, la vera storia</em>, Editori Riuniti, 2002</p>



<p class="has-small-font-size">(7) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(8) <em>Mose, inchiesta sugli appalti: arrestato il sindaco di Venezia. Chiesta custodia cautelare per Galan</em>, La Repubblica, 4 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(9) <em>Mose, il Cencelli delle mazzette, al Pd soldi tramite le coop</em>, Il Messaggero, 8 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(10) Art. 317, Codice penale, Libro II – Dei delitti in particolare</p>



<p class="has-small-font-size">(11) Anac, rapporto cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(12) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(13) G. Caporale e C. Zunino,<em> Mose, un miliardo bruciato in tangenti e consulenze</em>, La Repubblica, 7 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(14) G. Paolucci e E. Vallin, <em>Mose, c’è un nuovo filone sulla Sanità veneta, e nei verbali spunta Tosi</em>, La Stampa, 16 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(15) A. Massari e D. Vecchi, <em>Mose, ecco i soldi per la fondazione di Enrico Letta</em>, Il fatto quotidiano, 15 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(16) Anac, rapporto cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(17) Karl Marx,<em> Il Capitale</em></p>



<p class="has-small-font-size">(18) Anac, rapporto cit.</p>



<p class="has-small-font-size">(19)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(20) A. Massari e D. Vecchi, <em>Inchiesta Mose, Cantone: «Più grave di Expo». Orlando: «Intristito ma non stupito»</em>, La Repubblica, 5 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(21) C. Marincola, <em>Mose, stretta Pd: corrotti puniti come i mafiosi</em>, Il Messaggero, 9 giugno 2014</p>



<p class="has-small-font-size">(22) Karl Marx, <em>Il Capitale</em></p>



<p class="has-small-font-size">(23) Anac, rapporto cit.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nuove tangenti Eni: effetti del neoliberismo sul mercato mondiale di gas e petrolio</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/nuove-tangenti-eni-effetti-del-neoliberismo-sul-mercato-mondiale-di-gas-e-petrolio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 13:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[gas]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Russia, Algeria, Nigeria, il mercato di gas e petrolio, gli investimenti, i contratti esteri e le ricadute sociali di un Sistema mondiale]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-33-giugno-settembre-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 33, giugno &#8211; settembre 2013)</a></em></li></ul>



<p class="has-small-font-size">Davide Corbetta</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Russia, Algeria, Nigeria, il mercato di gas e petrolio, gli investimenti, i contratti esteri e le ricadute sociali di un Sistema mondiale</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">197 milioni di euro, è questa la tangente che il Cane a sei zampe, attenendosi ai documenti sequestrati dal nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza, avrebbe sborsato per accaparrarsi la commessa da 11 miliardi riguardante gli appalti in Algeria del Progetto Medgaz e Mle. Una joint venture con la multinazionale di Stato algerina Sonatrach (prima società africana nel mercato del gas), pagatrice insieme a Saipem (1) della mazzetta versata alla Pearl Partners Limited di Hong Kong, intermediaria nell’operazione. Lo scambio sarebbe avvenuto per tramite di Farid Noureddine Bedjaoui, rappresentate legale della società cinese, nonché nipote dell’ex ministro degli Esteri algerino.</p>



<p>Ha tutti i connotati di un ‘intrigo mondiale’, quello spiegato dal ‘pentito’ Tulio Orsi, ex direttore generale di Saipem in Algeria, e che vede coinvolti, per concorso in corruzione internazionale, l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, e l’ex direttore dell’area Engineering &amp; Construction di Saipem, Pietro Varone. Secondo la procura di Milano, Scaroni partecipò ad almeno uno dei cinque incontri avvenuti in alberghi di lusso di Milano e Parigi, cui presero parte esponenti delle società algerine sub-contrattiste di Saipem, i manager di Eni, e Farid Noureddine Bedjaoui; Varone, invece, fu l’uomo chiave per entrare nel mercato estero, e si occupò di emettere fatture su operazioni mai eseguite, atte a creare quei fondi neri che servirono a <em>oliare</em> faccendieri e politici algerini.</p>



<p>L’accusa, per il Cane a sei zampe e le sue consociate, poggia sul decreto n. 231/2011, che all’art. 5 disciplina la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche stabilendo che “l’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio: a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a)”.</p>



<p>Le prime teste a saltare sono state quelle del vicepresidente e amministratore delegato di Saipem, Pietro Franco Tali, e del suo direttore finanziario, Alessandro Bernini; altre eventuali responsabilità sono ancora tutte da ricercare, a partire dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, che dopo il coinvolgimento della Sonatrach, messo con le spalle al muro da una parte dell’esercito e dell’intelligence a lui ostile, vede a rischio la rielezione per il 2014. Nel frattempo la magistratura algerina ha bloccato altri due conti correnti della Saipem Contracting Algerie (una società di Saipem in nord Africa), dopo che a gennaio erano già stati fermati depositi per 79 milioni di euro.</p>



<p>Tutte le accuse sono state respinte dall’imputato più in vista: “Le tangenti non solo sono illegali, ma danneggiano il nostro business. La nostra reputazione è sempre stata una delle nostre caratteristiche all’estero e, per quanto riguarda Saipem, società indipendente, né Eni né io abbiamo mai avuto un coinvolgimento in atti illeciti” (2). Così afferma Scaroni, che ha inoltre assicurato come, dall’inizio del suo mandato, Eni non abbia mia fatto uso di contratti con intermediari. Perché allora difendere Saipem? Salvo poi, in altre dichiarazioni, prenderne le distanze sostenendo che: sì, Saipem ha nel suo marchio il Cane a sei zampe, del resto Eni è azionista di maggioranza, “ma è un’azienda che non possiamo né vogliamo controllare perché lavora, e con grande successo, con i nostri competitor” (3). Una società quindi che Eni non vuole controllare, ma al cui consiglio di amministrazione Scaroni ha suggerito, vista l’indagine, un cambio di management. </p>



<p>Quanto è davvero estranea Eni, una delle principali aziende italiane, controllata dallo Stato attraverso una partecipazione del 30%, al sistema delle tangenti? Quali sono i suoi profitti, considerando che è uno dei più grandi operatori mondiali nel campo del gas e del petrolio, competitivo non solo sul mercato algerino ma anche in quello russo e nigeriano? E che impatto ha la sua supremazia, quasi monopolista, nei territori esplorati e colonizzati da pozzi di trivellazione, condutture per gas metano e oleodotti?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Dalla maxi-tangente Enimont alla presunta corruzione in Nigeria</h4>



<p>Il fondo Knight Vinke, che da anni investe in Eni, ha chiesto lo <em>spin-off</em> della Saipem, che a causa degli scandali tangenti in cui è coinvolta ha fatto perdere valore sul mercato all’intero gruppo – per l’esattezza 7 miliardi di capitalizzazione in tre settimane. Una situazione inevitabile poiché Eni, oltre a prestare il logo all’azienda d’impiantistica, le <em>fornisce</em> clienti, manager, impiegati e persino l’amministratore delegato. “Il management dell’Eni sostiene che con Saipem ci sono sinergie, ma se ci sono è perché Saipem è controllata dall’Eni e allora è più difficile sostenere nel contempo che le gestioni delle due società sono separate” (4) scrive Eric Knight a Scaroni, e conclude affermando che l’unica soluzione è staccare la spina alla Saipem, distribuendo le azioni ai soci Eni, tra cui anche lo Stato italiano, in modo che gli investitori possano decidere autonomamente quali titoli e quali rischi mettere in portafoglio.</p>



<p>Insomma, una netta presa di posizione sulla vicenda da parte di un importante azionista del gruppo, benché Scaroni continui a sostenere con assoluta certezza che “né Eni né io abbiamo mai avuto un coinvolgimento in atti illeciti”. Affermazione che ribadisce con forza l’estraneità della sua gestione Eni al vecchio sistema nato, cresciuto, e si credeva morto nella Prima Repubblica, quando la società è entrata di prepotenza nelle cronache di Tangentopoli.</p>



<p>Nel 1990 ci fu la cosiddetta “madre di tutte le tangenti”, 140 miliardi di lire che Montedison dovette pagare ai principali partiti italiani (socialisti, democristiani, socialdemocratici, repubblicani, liberali e leghisti) affinché Eni, all’epoca holding di Stato, acquistasse dal gruppo Ferruzzi le azioni (2.805 miliardi di lire) di maggioranza della joint venture Enimont. Un’operazione voluta degli stessi partiti che si erano opposti all’idea di Raul Gardini, patron della Montedison, di privatizzare la chimica italiana, e che fece anche guadagnare a Eni 10 milioni e mezzo di dollari, denaro che la Montedison avrebbe fatto pervenire alla stessa emettendo una fattura intestata all’Allied Engineering di Londra (5).</p>



<p>Sempre in quell’anno, però, ci fu un’altra vicenda meno nota e la cui trama ha tappe del tutto similari ‘all’intrigo mondiale’ che oggi vede coinvolti l’Ente nazionale idrocarburi e la Sonatrach. La decisione spettò all’allora presidente Eni, Gabriele Cagliari, e a Pio Pigorini, presidente di Snam, all’epoca società del gruppo. Gli incontri avvennero in alberghi di lusso, soprattutto Roma, e il tramite fu un certo mediatore libico, Omar Yehia, al quale Cagliari e Pigorini chiesero di intercedere col governo algerino affinché rivedesse i prezzi di fornitura del gas metano. Una ‘prestazione di intermediazione’ da 30 milioni di dollari, tale la commissione occultata con il solito criterio delle fatturazioni fasulle, emesse da società allocate nei paradisi fiscali e giustificate dalla necessità di “raddoppiare il gasdotto che collegava la Sicilia con l’Algeria, attraverso la Tunisia e il Canale di Sicilia. I lavori sarebbero stati appaltati alla Saipem” (6). A<em> mangiare</em>, oltre Omar Yehia (22 milioni di dollari), furono anche il presidente di Saipem, Paolo Ciaccia (2,1 milioni di dollari), la Dc (310 mila dollari e 1 miliardo di lire) e il Psi (3,5 miliardi di lire) (7).</p>



<p>E Paolo Scaroni? L’attuale amministratore delegato di Eni, quando la stessa contrattava con mediatori libici e politici concussi, era presidente della Techint, un’impresa che in quegli anni si buttò nella produzione del petrolio, specialmente in America latina. La Techint, come molte altre aziende italiane, entrò a far parte della cosiddetta “spartizione degli appalti ambientali” quando pagò mazzette per ottenere appalti da Enel. Fu lo stesso Scaroni a dichiarare, nel ‘92: “Dal 1985 a oggi, ho versato al Partito socialista circa 2 miliardi e mezzo, sempre su richiesta dell’onorevole Balzamo (segretario amministrativo del Psi, nonché cassiere delle tangenti pagate al partito, <em>n.d.a.</em>), consegnandogli denaro a volte in contanti e a volte su conti esteri” (8). Scaroni patteggiò 1 anno e 4 mesi, denunciando che in un Paese in cui affari e governo erano così collegati, dove i politici controllavano le istituzioni, era quasi impossibile lavorare diversamente.</p>



<p>Eppure fu proprio per volere della politica, del secondo governo Berlusconi, che nel 2002 Scaroni venne nominato amministratore delegato di Enel, e in seguito, circa due mesi dopo l’inizio del terzo governo Berlusconi, di Eni. Ed è sempre grazie alla politica, del fiduciario Berlusconi, che Eni ha potuto aggredire con successo il mercato russo dell’amico Putin. Proprio come la materia del corpo si rinnova sempre con nuovi atomi, quindi rimane lo stesso corpo, ma nel contempo è un altro, nuovo, corpo rinnovato, anche il Cane a sei zampe e il suo amministratore si sono rinnovati nel corso degli anni, come prodotto del moderno capitalismo neoliberista. E non solo in Algeria.</p>



<p>In Nigeria, l’High Court inglese sta indagando su un’altra ‘mancia’: 1,1 miliardi di dollari che la Royal Dutch Shell avrebbe pagato al governo nigeriano nel 2011, in cambio dell’appalto per il blocco petrolifero OPL245. A beneficiare della tangente la zona assegnataria del blocco, Malabu, e più propriamente la persona che controlla il territorio, ovvero l’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete, condannato nel 2007 per riciclaggio in Francia. È stato lo stesso Etete a dichiarare di aver accettato tangenti e usato identità false per coprire il titolare del denaro, reimpiegato per acquistare proprietà immobiliari. “Gli atti depositati presso l’High Court rivelano che in realtà Eni e il suo partner Shell erano preparati a trattare direttamente con Etete e che lo avevano incontrato di persona in diverse occasioni” (9). Funzionari di Eni, tra cui il direttore generale Claudio Descalzi, avrebbero avvicinato Etete nel 2009 e nel 2010, e almeno una volta all’Hotel Principe di Savoia, a Milano, proprio come avvenne nel 1990 con Yehia, e recentemente con Farid Noureddine Bedjaoui. “Riteniamo che il governo di una nazione sovrana non debba essere messo in discussione e che l’aver siglato un accordo direttamente con esso garantisca la completa trasparenza della transazione” (10) è la difesa di Eni, ma se la transazione era completamente trasparente come faceva il gruppo italiano a non essere a conoscenza del destinatario finale dei soldi?</p>



<p>Quello Eni-Shell non è l’unico caso aperto nel Paese africano. La procura di Milano ha chiesto per Saipem la confisca di 24,5 milioni di euro e una sanzione di 900 mila euro per un’altra “presunta corruzione in Nigeria” (11). Snamprogetti (incorporata da Saipem nel 2006) avrebbe pagato oltre 180 milioni di dollari in tangenti, versati a esponenti politici e dirigenti nigeriani tra il 1994 e il 2004, per aggiudicarsi sei impianti di trasporto e stoccaggio del gas a Bonny Island, del valore di 6 miliardi di dollari.</p>



<p>Dopo che la magistratura ha iniziato a scoperchiare il calderone delle tangenti degli ultimi vent’anni, non stupisce che, all’ultimo G8 americano, l’Unione europea si sia sentita in dovere di prendere l’impegno – a livello di etica ufficiale, ovviamente – di discutere nuove leggi sulla trasparenza dei pagamenti tra le compagnie petrolifere e i governi, scelta che vincola anche lo Stato italiano. Stupisce, piuttosto, che nonostante gli ‘intrighi mondiali’ e la guerra per il miglior appalto al prezzo più economicamente vantaggioso (vantaggioso per il Capitale), si chieda ancora ai governi, date le mutevoli condizioni del mercato, di farsi garanti nel procacciamento del gas. Anzi. Scaroni ha affermato, parlando di approvvigionamenti, che “le nuove regole del gioco non consentono più alle imprese europee di svolgere questo ruolo, che ritorna a essere un tema di carattere sovrano, di spettanza dei governi e dell’Unione europea” (12).</p>



<p>Di quali nuove regole si tratta, esattamente? Forse di quelle denunciate dal Servizio anti-corruzione e trasparenza del ministero della Funzione pubblica. Una recente indagine ha messo in evidenza come il giro di affari delle tangenti ammonti ormai a circa 60 miliardi l’anno, tanto che l’Italia si trova al 72° posto su 176 nella classifica di Transparency International sul CPI, ovvero l’indice che misura la percezione della corruzione sia nel settore pubblico sia privato, a livello mondiale. “Corruzione, opacità, scarsi livelli d’integrità, uniti a deboli sistemi di controllo e valutazione non comportano solamente una mancanza di moralità ed eticità nella governance del Paese, ma hanno un impatto negativo devastante sull’economia e la credibilità dell’intero sistema Paese” (13). “I mutamenti puramente quantitativi” diceva Marx, “si risolvono a un certo punto in differenze qualitative”. Com’è mutata la qualità del capitale di Eni?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il bilancio Eni 2012 e i progetti futuri</h4>



<p>Eni ha chiuso il 2012 con un utile netto di 7,13 miliardi, in crescita del 2,7% sul 2011, e ha staccato un dividendo di 1,08 euro per azione. Risultato che fa gola a molte aziende italiane, come lo stipendio dei due amministratori delegati sotto inchiesta per corruzione internazionale.<br>È una puntata della trasmissione Report sugli ‘affari’ del Cane a sei zampe a rivelarci che i compensi di Paolo Scaroni nel 2011 sono ammontati a 4,8 milioni di euro (più un bonus di 1 milione per “il significativo apporto professionale profuso nella realizzazione degli obiettivi aziendali” e comprendente il trattamento di fine mandato 2008-2011 [14]), cifra aumentata fino a 6,3 milioni nel 2012. Salario di tutto rispetto che l’ad ha giustificato sostenendo che “la gran parte delle persone che io conosco e che fanno il mio mestiere lavorerebbe anche se guadagnasse la metà, me compreso. Ma c’è il mercato del quale non si può non tenere conto. Credo che la strada giusta sia quella di una maggiore sensibilità più che quella di una rigidità regolamentare” (15). L’ex amministratore delegato di Saipem, Pietro Franco Tali, nel 2012 ha invece percepito compensi per 6,95 milioni di euro, comprensivi di una buona uscita per Tfr e incentivazione all’esodo da 3,81 milioni, e un bonus da 2,28 milioni.</p>



<p>Insomma, l’economia dell’Ente nazionale idrocarburi fa pensare a tutto fuorché alla crisi, che rimane per la piccola industria, mentre il grande Capitale pare difendersi grazie al sistema corruttivo reiterato dagli anni Novanta e all’internazionalizzazione dei processi di produzione e distribuzione. “La circolazione delle merci” diceva Marx, “è il punto di partenza del capitale. Esso appare solo lì dove la produzione delle merci e la loro circolazione sviluppata, vale a dire il commercio, sono arrivate a un certo grado di sviluppo”, dal XVI secolo in poi inteso come sviluppo del commercio nel mercato mondiale. Proprio a causa della condizione economica globale, nel rendiconto dell’esercizio 2012 Eni ha preannunciato un 2013 incerto, specialmente per gas e petrolio che sono soggetti ai rischi geopolitici. Nonostante ciò, la produzione degli idrocarburi è prevista in crescita rispetto all’anno trascorso, mentre quella del gas è in linea col passato. Questo perché, se da una parte è vero che, a causa della crisi, i consumi del gas sono calati del 15% in cinque anni (ovvero 150 miliardi di metri cubi di gas in meno rispetto ai 630 miliardi preventivati), dall’altra l’Italia rimane pur sempre un Paese che consuma annualmente 78 miliardi di metri cubi di gas.</p>



<p>Punti forti del Cane a sei zampe, a suo dire, sono i miglioramenti dei progetti di sviluppo, che hanno incrementato le riserve, e le esplorazioni, che hanno fatto crescere la produzione del 7%. Oltre alle zone d’interesse di cui abbiamo parlato finora, e su cui torneremo più avanti, il gruppo italiano sta concentrando le proprie attività, esplorative e non, in Mozambico (Africa), nel mare di Barentes (Indonesia), nell’isola cipriota e in Norvegia.<br>Proprio sull’isola di Cipro, un consorzio formato all’80% da Eni e al 20% dalla coreana Kogas ha vinto la gara internazionale per le attività di esplorazione e produzione in tre blocchi situati nelle acque del bacino del Levantino, più di 12 mila chilometri quadrati. Nel mare norvegese, invece, Eni è riuscita a ottenere il giacimento di Skuld di Norne, bacino con riserve fino a 90 milioni di barili, capitalizzati in un investimento di circa 10 miliardi di corone norvegesi.</p>



<p>E si tratta solo dell’inizio, per un’azienda che punta ad avere 20 miliardi di flusso di cassa entro il 2016, registrando una crescita del 5-6% l’anno (700 miliardi di barili di petrolio al giorno) che permetterebbe di coprire impieghi programmati con 56,8 miliardi tra il 2013 e il 2016, investimenti che fungerebbero anche da ‘polizza assicurativa’ nel caso in cui il petrolio tornasse a 90 dollari al barile. Aggredire il mercato internazionale ha i suoi costi, e forse per questo l’Italia è uno dei Paesi che paga più caro il gas, circa il 30% in più rispetto alle altre nazioni della zona euro. Perché, allora, non impiegare maggiori risorse nella penisola? Piano di disinvestimenti nel mercato italiano degli idrocarburi Prima di tutto occorre dare un’occhiata al piano di investimenti di Snam, società ex gruppo Eni e dall’ottobre scorso controllata dalla Cassa depositi e prestiti, ossia il ministero del Tesoro.</p>



<p>Entro il 2020 l’ex consociata prevede di stanziare 10,8 miliardi con lo scopo di svilupparsi in campo internazionale e rafforzare le infrastrutture in Italia: 6,2 miliardi saranno infatti destinati ad aumentare la flessibilità del sistema italiano, per diminuire la dipendenza energetica attraverso flussi bidirezionali con l’Europa centrale. Più nello specifico: 3,7 miliardi saranno impiegati per incrementare di 1.000 km la rete di trasporto, 1 miliardo nello stoccaggio e 1,5 miliardi nella distribuzione. Eni, dal canto suo, continua a ribadire le difficoltà nel settore del gas per il nostro Paese: nel Piano strategico 2013-2016 evidenzia come “le prospettive per il mercato del gas, in particolare in Italia, rimangono difficili soprattutto a causa del contesto macroeconomico che continua a essere debole. Di conseguenza, sul mercato italiano persiste un eccesso di offerta, dovuto anche a una mancanza di capacità fisica di esportazione che permetta il flusso verso l’estero dei consistenti volumi di gas acquistati e trasportati in Italia grazie a contratti di fornitura ‘take or pay’”. L’unico progetto italiano del gruppo prevede di ottimizzare i cicli di produzione e ridurre i costi, con la conversione in bioraffineria dello stabilimento di Sannazzaro.</p>



<p>Di opinione diversa è il presidente di OMC 2013 (Offshore Mediterranean Conference &amp; Exhibition 2013), che nel corso della fiera tenutasi a Ravenna il marzo scorso ha evidenziato l’importanza dell’Italia come punto di collegamento tra due continenti, quello europeo e quello africano, ma anche col Medioriente e l’Asia. Una posizione geografica che può creare vantaggi al business, attirando l’interesse delle principali Oil Company europee, del nord Africa e del Medioriente (16). Da parte sua, l’allora sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, ha affermato come sia evidente “l’interesse dell’Italia all’efficienza energetica e allo sviluppo delle rinnovabili contestualmente alla valorizzazione delle risorse nazionali di idrocarburi. Due gli obiettivi raggiungibili: l’incremento dell’attuale produzione di olio e gas portando il contributo al fabbisogno energetico nazionale dal 7% al 14%, investimenti per circa 15 miliardi di euro e un incremento dell’occupazione nel settore (17)”.</p>



<p>Il nostro Paese, dunque, potrebbe trarre ricchezza dagli idrocarburi, nonostante ciò Eni continua a sostenere l’impossibilità di lavorare a causa di impedimenti sulle esplorazioni, dettati dalla politica, dai comitati e dai sottocomitati, che spingono la società freneticamente verso l’estero. Bisogno incombente di emigrare, che deriva dalla preoccupazione di un incremento dell’export del gas dagli Usa. </p>



<p>Si tratta del cosiddetto <em>shale gas</em>, ovvero di gas non convenzionale estratto da una particolare roccia argillosa, grazie al quale la produzione interna degli Stati Uniti è aumentata del 50% e ha toccato quota 624 miliardi di m3 nel 2009, con oltre il 10% di shale gas e prospettive al 2035 di una produzione di gas da shale pari al 26% della produzione nazionale. Il nuovo shale gas impone la rinegoziazione dei contratti take or pay per riallineare i prezzi del gas acquistato alle nuove condizioni di mercato, che vedranno a breve una massiccia esportazione di gas liquido dagli Usa all’Europa. Per queste ragioni Eni sta chiudendo (a quale prezzo?) altri contratti take or pay in Egitto, Libia e Algeria, dove ha sempre lavorato senza perdite di produzione. Uno sviluppo maggiore verso l’area nordafricana, dato che i rapporti con la Russia si stanno incrinando a causa di una grossa vertenza con l’Unione europea sulla rivendita del gas.</p>



<p>Il motivo è semplice: Mosca non accetta che le società europee, cui smercia gas naturale, lo rivendano ai distributori europei, quindi ai consumatori finali (privati o industrie) a prezzi di mercato, impedendogli così di controllare le tariffe finali. La russa Gazprom sta cercando di staccarsi dalla collaborazione col Cane a sei zampe, attraverso nuovi progetti che escluderebbero l’Ucraina dal transito del metano proveniente dalla Russia, estromettendo di conseguenza la maxi-pipeline (63 bmc di gas l’anno) in programma con Eni e altre due compagnie petrolifere. Il primo progetto è quello stipulato con la polacca EuroPolGaz, per ampliare il gasdotto Yamal-Europa che porta gas dalla Siberia occidentale fino in Germania: 33 miliardi di metri cubi l’anno che si vorrebbero aumentare di 15 miliardi per giungere in Ungheria e Slovacchia; il secondo riguarda l’olandese Gasunie e il raddoppio, da 55 a 110 miliardi di metri cubi, del North Stream che collega Russia e Germania, in futuro anche il Regno Unito.</p>



<p>Nell’<em>Antidühring</em>&nbsp;Engels scriveva che le funzioni sociali di produzione e scambio sono influenzate da azioni esterne, si condizionano l’una con l’altra e agiscono l’una con l’altra; le loro condizioni mutano a seconda del Paese e della generazione (epoca storica). Produzione e scambio stanno quindi condizionando non solo il mercato del gas, nel quale Eni si muove, ma anche i rapporti sociali, sia nazionali che internazionali.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Contratti <em>take or pay</em> e ribassi del costo benzina, gli effetti sociali della produzione in Italia</h4>



<p>Secondo Marx, “la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale; [&#8230;] in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce (18). Se questo è vero, allora bisognerebbe capire come produzione e scambio condizionino un Paese che consuma 78 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 20 derivano da contratti take or pay stipulati con la russa Gazprom.</p>



<p>Si tratta di contratti d’acquisto che prevedono, per l’acquirente, l’obbligo di pagare, per intero oppure parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas o petrolio stabilita in fase contrattuale, anche nel caso che tale gas o petrolio non vengano poi ritirati; questo fa sì che il conseguente calo della domanda ricada sull’acquirente (e fornitore sul mercato), in questo caso Eni, che infatti sta cercando di rinegoziare l’80% delle forniture stipulate non solo con Gazprom ma anche con Statoil, Noc e Sonatrach, che costano all’azienda 1,5 miliardi di euro.</p>



<p>Come abbiamo detto l’Italia è il Paese in cui il gas costa più caro, e la colpa principalmente è dovuta a questi contratti, che sono stati formalizzati nel 2007 quando lo shale gas americano era già più competitivo. Perché quindi stipulare un accordo a prezzi sfavorevoli in partenza? Tornando alla puntata di Report sugli ‘affari’ del Cane a sei zampe, ci interessa la dichiarazione di Bill Emmott, ex direttore di The Economist: “In Gran Bretagna si dà per scontato il rapporto politico e d’affari tra Berlusconi e Putin. Ho parlato con uomini dei nostri servizi segreti e sanno bene che si tratta di un business personale. Poi certo, tutto passa per gli accordi con le aziende di Stato in Italia, ma è innanzitutto una questione personale. […] I servizi segreti britannici ritengono che con Putin abbia relazioni corrotte sulle questioni riguardanti il gas”. </p>



<p>La puntata di Report ha scatenato una denuncia da parte di Eni a Milena Gabanelli, e una richiesta di risarcimento alla Rai di 25 milioni di euro per danni all’immagine dell’azienda. “Nella citazione che ci è arrivata, contestano tutto” ha dichiarato la conduttrice, “a partire dal titolo. Contestano che il maggior costo del gas dovuto ai contratti take or pay con la Russia finisca sulle bollette, quando lo stesso Scaroni ha chiesto in un’audizione al Senato che non siano gli azionisti a farsene carico. La ricostruzione dell’opacità nei contratti con il Kazakistan. Le critiche alla campagna sconti della scorsa estate. La questione ambientale in Basilicata. Perfino la remunerazione di Scaroni, pubblicata sul sito dell’Eni, e di cui abbiamo spiegato il meccanismo delle stock option pagate per cassa. Ce n’è di spazio in 145 pagine&#8230;” (19).</p>



<p>La stessa Eni che poi destina decine di milioni di euro alle campagne di marketing, come quella della scorsa estate sul ribasso dei costi del carburante alle stazioni Eni e Agip, dopo aver segnato rincari continui nei mesi precedenti. Secondo le stime del gruppo è stato venduto, senza alcun guadagno, 1 miliardo di litri di carburante, applicando 20 centesimi in meno al litro nei fine settimana. Un’operazione che ha reso la situazione dei gestori ancora più critica: secondo la Cisl Fegica, sindacato dei benzinai, le circa 4.300 pompe a marchio Eni sono indebitate di oltre 300 milioni di euro, e per poter aderire all’iniziativa Iperself h24, ovvero offrire gli sconti alla macchinetta self service anche di giorno, il gestore doveva rinunciare fino al 70% del margine definito sindacalmente.</p>



<p>Eni, in questo modo, non ha violato solo la norma che obbliga al rispetto degli accordi sindacali, ma anche la legge 27/2012 sulle liberalizzazioni. Per i gestori significa niente mercato all’ingrosso, che potrebbe rendere più trasparente la formazione del prezzo della benzina. E niente nuovi contratti per liberarli dal controllo delle grandi compagnie, e servirsi direttamente sul mercato, come avviene per le pompe bianche.</p>



<p>Per quanto il mercato possa non essere affatto sinonimo di concorrenza. La Guardia di finanza di Varese ha infatti avviato un’inchiesta nei confronti di diverse compagnie petrolifere – Shell, Tamoil, Eni, Esso, TotalErg, Kuwait Petroleum – che tra gennaio 2011 e marzo 2012 hanno aumentato ingiustificatamente i prezzi. Le accuse sono di truffa, rialzo e ribasso fraudolento dei prezzi sul mercato e manovre speculative su merci. Anche l’Authority per la concorrenza e il mercato e il ministero dello Sviluppo economico hanno aperto un’istrutoria. Pare che fondi d’investimento in materie prime come petrolio, rame, argento ecc. e i fondi indicizzati quotati in borsa, gli EFT sul petrolio, siano stati influenzati da azioni speculative messe in atto dalle compagnie petrolifere sotto indagine, attraverso strumenti di finanza derivata finalizzati al mantenimento di prezzi elevati sui mercati del greggio di loro proprietà, allo scopo di poter imporre alti prezzi alle pompe. Il Condacons ha lanciato una class action sui prezzi dei carburanti cui possono aderire 34 milioni di automobilisti, che si costituiranno parte offesa, per richiedere il risarcimento.</p>



<p>Questi, dunque, sono gli effetti prodotti dal modo di distribuzione e di produzione di Eni, gli effetti del capitalismo globalizzato che gode quando aumenta la produzione e soffre nel momento in cui diminuisce, e la distribuzione diventa diseguale. Un modo di distribuzione e produzione, non dimentichiamolo, che secondo le indagini della magistratura ancora in corso poggia anche sul pagamento di tangenti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’inquinamento al delta del Niger, conseguenza della moderna distribuzione del Capitale</h4>



<p>Mentre per l’High Court inglese e la procura italiana fioccano mazzette, sversamenti di greggio che inquinano la zona e rovinano la vita di contadini e pescatori – più di 20 milioni di persone dipendono dall’ecosistema del territorio – sono le conseguenze dell’attività estrattiva di petrolio al delta del Niger. In questa zona, dalla fine degli anni ‘50, sono state autorizzate a trivellare petrolio sia Eni che Shell. Da allora, al delta si stima siano stati riversati più di 1 milione di galloni di petrolio. A detta delle compagnie petrolifere, la causa del disastro ambientale è nei sabotaggi e nei furti, mentre per la popolazione i problemi sono da cercarsi nella mancata manutenzione e nelle tubature vecchie. Il sospetto più diffuso, per molti, è che questi sversamenti, mai quantificati, siano un metodo utilizzato dalle compagnie petrolifere per coprire ammanchi fiscali, ed estrarre sottobanco quantità indefinite di petrolio.</p>



<p>A marzo di quest’anno Eni è stata costretta a chiudere gli impianti onshore della Swamp Area a causa del cosiddetto bunkering, il sabotaggio degli oleodotti per rubare il greggio, azione che produce inevitabilmente danni ambientali. Associazioni ambientaliste come l’Environmental Rights Action accusano invece Eni e la sua Nigerian Agip Oil Company di aver provocato loro stesse il disastro ambientale nella zona. E, oltre a Eni, anche Shell, che invece di rispondere alle accuse ha messo in discussione le competenze del tribunale olandese, attivato da un gruppo di pescatori e contadini stanchi della situazione.</p>



<p>Nel maggio 2012 Amnesty International ha organizzato una mobilitazione contro Eni e la Nigerian Agip Oil Company, affinché revisionassero tutti i progetti degli impianti relativi al petrolio e al gas, soprattutto in merito al loro impatto ambientale, consultando la popolazione della zona, rendendo pubblici i risultati, e bonificando le aree inquinate dal petrolio. Secondo Amnesty International le aziende Eni, Total e Shell sono avvantaggiate dal debole tessuto normativo nigeriano, tanto da scavalcare anche i più elementari diritti umani. “L’inquinamento ha contaminato il suolo, l’acqua e l’aria del delta del Niger contribuendo inoltre alla violazione del diritto alla salute e a un ambiente sano, del diritto a condizioni di vita dignitose, inclusi il diritto al cibo e all’acqua, nonché del diritto a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro.</p>



<p>Basti considerare che la maggior parte della popolazione vive di fonti di sostentamento tradizionali, come la pesca e l’agricoltura” (20).<br>Le persone bevono acqua contaminata e cibo avvelenato dal petrolio, e il governo nigeriano (corrotto?) non prende alcun provvedimento. Problemi esistenti fin da quando Eni opera in Nigeria. “Nei siti produttivi di Eni sono inoltre presenti le torce di gas, bruciato durante l’estrazione del petrolio. A causa di questa pratica, detta gas flaring, gli abitanti convivono con una polvere nera che si deposita nelle case, sui vestiti e sugli alimenti e in molti lamentano problemi di salute, per effetto degli agenti nocivi e cancerogeni sprigionati da tali torce.</p>



<p>La qualità di vita viene inoltre compromessa dal rumore delle torce di gas nonché dall’odore acre e dall’illuminazione che esse producono nell’area circostante ventiquattro ore su ventiquattro” (21). Secondo il rapporto UNEP 2001, ci vorranno trent’anni e miliardi di dollari per ripristinare l’ecosistema naturale, ed Eni e Shell dovrebbero farsi carico del peso economico di questa immensa operazione.</p>



<p>Comrade Sunny Ofehe, fondatore e direttore dell’ong Hope for Niger Delta Campaign, intervistato da Africa News nel marzo scorso, ha spiegato come le aziende petrolifere creino, oltre ai disastri già visti, anche emissione di gas serra – il gas estratto viene subito bruciato e introdotto nell’atmosfera – e disoccupazione. Le aziende petrolifere non sono infatti tenute ad assumere forza lavoro locale, che viene utilizzata solo per impieghi dequalificanti e di breve durata. “Le compagnie del petrolio non permettono occupabilità in loco. Se invece questo avvenisse, i nigeriani non sarebbero costretti ad andarsene. E se anche decidessero di farlo, una maggiore cultura e specializzazione gli permetterebbe di integrarsi più facilmente” afferma Comrade Sunny Ofehe. I contadini non ricevono nemmeno i rimborsi per l’usufrutto dei loro terreni. E conclude: “Le popolazioni del delta del Niger potrebbero ritornare a vivere di pesca e agricoltura se calasse la domanda di greggio: una risorsa che si è rivelata più un costo che una benedizione per il popolo nigeriano”.</p>



<p>Un’altra soluzione, tuttavia, potrebbe essere che, una volta “stabilito il carattere sociale dei mezzi di produzione, sia la società ad appropriarsi dei mezzi e delle forze produttive, sottraendole a qualsiasi altra direzione. Così il carattere sociale dei mezzi di produzione e dei prodotti viene fatto valere con piena consapevolezza dai produttori e si trasforma nella più potente leva della produzione stessa. Le forze socialmente attive agiscono allo stesso modo delle forze naturali che, una volta comprese, vengono assoggettate per i propri fini” (22).</p>



<p>La&nbsp;<em>politica delle mance</em>&nbsp;dei grandi monopoli di fatto, dunque, non è più solo un contratto tacito che mette in rapporto di lavoro corruttori e concussori, presidenti e ministri di governo, con dirigenti e amministratori delegati; non è più solo un sistema che danneggia esclusivamente il loro business o la loro reputazione, nazionale e internazionale; è un meccanismo finanziario occulto e consolidato che ha visto il suo sviluppo maggiore con la politica neoliberista, la libera circolazione dei capitali e la globalizzazione dei mercati. Un nuovo ingranaggio, nel sistema di produzione e distribuzione delle materie prime necessarie a soddisfare i bisogni primari, che incide direttamente sulla popolazione dell’intero pianeta, peggiorandone le condizioni di vita.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">(1)Società d’impiantistica del gruppo Eni che “ha un forte orientamento verso attività oil &amp; gas in aree remote e in acque profonde ed è leader nella fornitura di servizi d’ingegneria, di procurement, di project management e di costruzione, con distintive capacità di progettazione ed esecuzione di contratti offshore e onshore, anche ad alto contenuto tecnologico quali la valorizzazione del gas naturale e degli oli pesanti”. Fonte: sito dell’azienda</p>



<p class="has-small-font-size">(2) G. Navach, <em>Eni, Scaroni: “È possibile fare affari senza pagare tangenti”</em>, Reuters Italia, 15 febbraio 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(3) M. Panara,<em> Scaroni l’esploratore “Dalla rendita al rischio come sarà l’Eni di domani”</em>, in La Repubblica, 18 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(4) A. Olivieri, <em>«Per Eni meglio scorporare subito Saipem»</em>, in Il Sole 24 ore, 28 febbraio 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(5) Cfr. G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio,<em> Mani Pulite. La vera storia</em>, Editori riuniti, 2001</p>



<p class="has-small-font-size">(6)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(7)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(8)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(9) Eni era a conoscenza che il pagamento di 1,1 miliardi di dollari era destinato a un pregiudicato che riciclava denaro, in globalwitness.org, 11 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(10) <em>Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(11) <em>Eni-Nigeria, pm Milano: confisca di 24,5 mln più sanzione per Saipem</em>, Reuters Italia, 26 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(12) L. Pagni, <em>Gas, in Europa il mercato è crollato del 15% in quattro anni e ora arriva lo “shale” dagli Usa</em>, in La Repubblica, 20 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(13) Transparency International Italia, CPI 2012 Indice di percezione della corruzione, dicembre 2012</p>



<p class="has-small-font-size">(14) R. Ricciardi,<em> Eni, la remunerazione di Scaroni sale da 4,9 a 6,4 milioni in un anno</em>, in La Repubblica, 9 aprile 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(15) M. Panara, <em>Scaroni l’esploratore “Dalla rendita al rischio come sarà l’Eni di domani”</em>, in La Repubblica, 18 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(16) Cfr.<em> L’Eni: “In cinque anni consumi di gas calati del 15%”</em>, in Romagna noi, 20 marzo 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(17)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(18) F. Engels, <em>Antidühring</em>, 1878</p>



<p class="has-small-font-size">(19) S. Rizzo,<em> Gabanelli: “Difendo il diritto di fare inchieste in un Paese civile”</em>, in Corriere della Sera, 2 aprile 2013</p>



<p class="has-small-font-size">(20)<em> Petrolio, inquinamento e povertà nel delta del Niger</em>, Amnesty.it</p>



<p class="has-small-font-size">(21)<em> Ibidem</em></p>



<p class="has-small-font-size">(22) F. Engels, op. cit.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta (parte 3/3)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-3-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 13:20:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=2572</guid>

					<description><![CDATA[Gli anni Ottanta e la corruzione: la complicità di banche e imprese di Stato nel giro dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-31-febbraio-marzo-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 31, febbraio &#8211; marzo 2013)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli anni Ottanta e la corruzione: la complicità di banche e imprese di Stato nel&nbsp;<em>giro</em>&nbsp;dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca</p>
</blockquote>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/" data-type="post" data-id="2568" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la prima parte dell&#8217;articolo</a></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-2-3/" data-type="post" data-id="2570" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la seconda parte dell&#8217;articolo</a></p>



<p class="has-drop-cap">Scrittore e informatore decidono di mangiare al bar del Pio Albergo Trivulzio. Mentre aspettano i panini, l’informatore dice di aver saputo che hanno ristrutturato il reparto, «quello di cui ti ho parlato la prima volta che ci siamo visti. Cessi rotti e via dicendo, quello per poveri cristi, ricordi? Beh,» prosegue, e sposta la sedia avvicinandosi al suo interlocutore, «vuoi sapere chi ha pagato per ristrutturarlo?» Lo scrittore somma uno più uno e annuisce divertito. Proprio lui, dice l’informatore: l’uomo più odiato dagli italiani. E aggiunge: «Io non l’ho mai potuto soffrire; e mica da oggi, sin dai tempi di Craxi. Bada bene, è un’informazione indiretta, me l’hanno riferita altri che lavorano qui dentro. Per cui, trattala con le pinze. Ha dato una caterva di soldi, dopo la morte della madre; divisi in due blocchi. I lavori li ha fatti chi voleva lui, naturalmente, ma questo è un dettaglio. E sai perché ha donato tutti quei soldi? Perché tutti i vecchi che vengono qui dentro devono avere lo stesso trattamento di sua madre, la stessa dignità di fronte alla morte.»</p>



<p>Lo scrittore abbassa la testa sul bicchiere di vinaccio che hanno ordinato per indorare i panini. Ricorda una battuta raccolta di volata dentro un carcere di massima sicurezza: “Ci sono menzogne in Paradiso e verità all’Inferno”. Quindi recupera il discorso: «L’ultima volta eravamo rimasti al tuo ingresso nel giro delle aste.»<br>«Cosa vuoi sapere?»<br>«Se guadagnavi bene, tanto per cominciare.»<br>L’ironia spunta nella smorfia dell’informatore: «Soldi, soldi… Non si trattava solamente di quello. Anche, ma non valeva per tutto quello che facevi. A volte, semplicemente, ti mettevi a disposizione.» Si porta il bicchiere alle labbra, quindi lo riappoggia sul tavolo e sorride: «Qualcosina, ma niente rispetto ai guadagni sui lavori che ci arrivavano dal giro dei fallimenti.» E aggiunge che il cuore del business era Milano. Molto più che Roma.</p>



<p>«Io ero dentro un giro potentissimo che vantava il presidente di una famosa banca e un altro che ricopriva incarichi al vertice di grandi aziende controllate da un importante gruppo italiano. I nomi ormai li sai, ma te li tieni per te. Comunque, ti faccio un esempio tra i tanti che mi sono capitati per le mani. Era il Residence dei… naturalmente non ti dico il vero nome, se no risalgono subito a me. Diciamo: il Residence dei figli di Gesù Bambino, va bene? Nel paese tal dei tali. Questo era il giro: un costruttore falliva e la sua pratica finiva nelle mani del curatore fallimentare. All’epoca lavoravamo con un ragioniere (di cui non puoi, non devi scrivere il nome, ribadisce fissando lo scrittore dritto negli occhi). Quando occorreva mi chiamava per propormi un’operazione, così ci incontravamo in un ufficio in centro dove lavorava una donna, il cui marito era l’uomo degli incarichi di vertice – persona perbene, altroché, in auge ancora oggi, ogni tanto finisce inquisito ma la sfanga sempre. Era lui il punto di riferimento per le banche.»</p>



<p>«L’uomo di cui parli,» chiede lo scrittore, «è stato per caso indagato di recente?» La sua voce si sovrappone alla parole dell’informatore, il quale sembra – o finge di – non sentire e prosegue.<br>«Chiarito come fare, andavo dal curatore fallimentare e mi mettevo d’accordo. Ciò significa che mi chiedeva una fideiussione per l’importo richiesto. Per questo non c’erano problemi, visto che ne avevamo di affidabilissime, legate ad aziende di Stato.» L’uomo intreccia le dita e ruota le mani a mostrare un legame ramificato e solido. «Era tutto collegato. Scientifico.» Beve. «Quindi, entrava in gioco quel presidente del gruppo bancario, che provvedeva a erogare un importo pari al valore dell’immobile acquisito.»<br>«Nel caso specifico del Residence dei figli…?»<br>«&#8230; di Gesù Bambino? (ride) Ventisette miliardi di vecchie lire. Naturalmente veniva costituita una s.r.l. con tanto di amministratore – un vecchio pensionato con un piede già nella fossa – al quale era garantito un mensile di cinque milioni di lire. Ottenuto il finanziamento, la società iniziava i lavori, con molta lentezza, e riconosceva a ogni partecipante all’operazione il compenso pattuito. Tutti felici, quindi. A quel punto, nel giro di un paio di mesi, la società era pronta per fallire e il giochino cominciava da capo con gli stessi protagonisti.»<br>«E adesso,» chiede lo scrittore, «questo residence cos’è diventato?»<br>«Adesso è diventato case abitative. Ma ce n’è voluto di tempo perché vedessero la luce.»</p>



<p>Lo scrittore pensa a quei nomi entrati nell’inchiesta di Mani Pulite e usciti tutti assolti. Pensa ad altri nomi legati alla mafia, il braccio armato, senza il quale l’informatore, all’epoca, mai sarebbe arrivato a contattare uno dei tanti big che garantivano la fideiussione. Pensa che ancora oggi sono in circolo nel sistema economico del Paese e a quanto sia ingenuo sperare che l’attività capitalistica possa svilupparsi nella piena legalità. Come se corruzione e sfruttamento legalizzato non fossero le basi dell’intero impianto sociale.<br>E pensa alle nuove forze politiche, ai giornalisti manettari, al Papa che benedice Mario Monti per le prossime elezioni, che richiamano a una società etica senza però mettere in discussione il sistema nelle sue fondamenta, nella sua essenza. Lo spettacolo deve proseguire.<br>La ramificazione mimata dall’informatore, altro non è che il risultato di una struttura burocratica e intricata, costruita in modo tale da rendere disonesta buona parte dei suoi elementi. Una macchina relazionale mirata a coinvolgere persone che spesso finiscono per comportarsi illegalmente senza nemmeno più esserne consapevoli, come se queste fossero ormai legate, in un rapporto di osmosi, al sistema di elevazione dogmatica del profitto.</p>



<p>Una considerazione, quest’ultima, che evidenzia quanto ingenuo sia chi ancora pensa di potere aggiustare tutto questo semplicemente ribaltando una logica culturale, magari delegando in primis la scuola perché insegni agli italiani, sin da piccoli, a pagare le tasse e a non accettare o proporre mazzette. Pensa a tutto questo, lo scrittore, e quasi senza accorgersene dice: «Tutto regolare, allora, a parte la ciclica eutanasia dell’impresa edile.»<br>L’informatore conferma. Tutto regolare a parte, anche, altri due o tre particolari.<br>I soldi della fideiussione, per quanto garantiti da solide realtà istituzionali, non c’erano. C’erano però le fi rme autentiche del presidente e del vice della grande banca italiana, i quali intascavano decine di milioni, a seconda degli importi erogati. A quel punto, l’informatore tornava dal curatore per completare l’iter burocratico. Tutto a posto, dal momento che quest’ultimo non si preoccupava di controllare ulteriormente, anche perché se lo avesse fatto, sarebbe emerso immediatamente che i soldi non c’erano. Per cui si faceva bastare, primo, il documento originale; secondo, che si acquistasse il bene immobile, e, terzo, che la banca erogasse il mutuo. Grazie a questo rondò, compravi a dieci miliardi una proprietà che ne valeva venti, con l’intento dichiarato di ristrutturarla. Ricevevi dalla banca i soldi – parte dei quali serviva a ungere di qua e di là. Tecnicamente iniziavi i lavori – chiasso e polvere per un paio di giorni, magari assumendo tre operai. Facevi fallire la società appena incassato il mutuo – e, con essa, un vecchio non più perseguibile per limiti d’età. Tornavi di nuovo, lavato e asciugato, dal curatore, per fare ripartire il giro. Tanto il problema della fideiussione non esisteva, perché se non controlli subito, un domani restano le firme, e quelle sono autentiche, così come i timbri.»</p>



<p>Lo scrittore riflette un attimo, quindi chiede: «Appalti, fallimenti, ricostruzioni… c’era qualche altro modo di fare soldi?»<br>«Come no! Ho fatto anche il fattorino.»<br>«Ovvero?»<br>«Mi dicevano: “Prendi ‘sti quattrocento milioni e portali al casello di Verona”. Non ci mandavano mai più giù della Toscana. I soldi erano dentro una valigetta; io arrivavo lì dove incontravo un altro fattorino, e la scambiavo con la sua. Dietro a questi passaggi di mano c’erano grandi banchieri. Non guadagnavo molto, ma prestarmi a questi viaggi mi accreditava tra le persone giuste. Pensa questa: nel… (fa due conti a mente, quindi…) nel ’91, sì: nel ’91, a Milano. Ai tempi delle prime isole pedonali. Arrivo lì con il mio socio, ognuno con la propria Mercedes. Hai presente due megalomani? Le avevamo acquistate perfettamente uguali. Siamo venuti in città per partecipare a una riunione, e dal momento che la strada che conosciamo per arrivare in centro, vicino al Duomo, è bloccata, decido di chiamare…» si morde il labbro. «Certe volte avrei voglia di fartelo scrivere questo nome… A ogni modo: chiamo ‘il punto di riferimento per le banche’ per spiegargli la situazione. Credimi, nel giro di un paio di minuti arrivano da noi due poliziotti in moto che ci chiedono cortesemente di seguirli e, a sirene spiegate, ci ‘scortano’ senza ulteriori ostacoli, proprio in piazza Duomo, puntuali per la riunione. Lo vedi cosa s’intende realmente quando si afferma che il pubblico è privato e che il privato è pubblico?»</p>



<p>C’è un concetto che l’informatore ama ripetere spesso durante gli incontri con lo scrittore: vogliamo condannare quel sistema? Bene, condanniamolo. Peccato che oggi sia uguale ad allora. Anzi. Il sistema dell’appalto pubblico è ancora più agevole per i ‘furbi’.<br>«Una volta dovevi almeno fare la fatica di aprire le buste con cautela e aggirare il problema della ceralacca. Oppure diventavi ditta fiduciaria e a quel punto saltavi la gara. In quel caso, era direttamente il ministero degli Interni che ti diceva di rimaneggiare quel determinato caseggiato: “Sta crollando un poggiolo, spicchettali un po’ tutti”. E quando avevi finito ti chiedeva anche di ricostruire, e lì stava il vero guadagno, perché a quel punto staccavi ordini su ordini, finché non terminavi l’intero lavoro. Per questo i costi degli appalti aumentavano. Oggi, invece, sul regolamento degli appalti, c’è scritto che viene assegnato un punteggio in base a determinate caratteristiche. Questo cosa significa? Che se io faccio un ribasso del 15% e un altro lo fa del 16, non è detto che vinca io. La scelta del vincitore dell’appalto prevede anche un punteggio derivante da un insieme di cose. È proprio questo ‘insieme di cose’ il modo per rendere arbitraria la decisione di chi decide degli appalti. È l’azienda che si riserva la facoltà di decidere. E dove sta la differenza rispetto ad allora? Nel fatto che la specie si è evoluta.»</p>



<p>Nel frattempo, la stesura del romanzo prosegue. Il periodo dei fallimenti infonde nel protagonista un sentimento di onnipotenza. I soldi entrano a getto continuo, personaggi potentissimi, per un loro tornaconto personale, sono a sua disposizione. Lo scrittore vuole mostrare questo Eldorado e costruisce due scene in sequenza.<br>Un giorno, al culmine della fortuna, l’uomo, ormai quarantenne, entra in una nuova filiale appartenente al grande gruppo bancario il cui presidente è suo amico. Forte di questo contatto, chiede un fido di duecento milioni di lire. Come da prassi, il direttore domanda garanzie e lui, senza stare lì a perdere tempo, gli risponde di lasciar perdere. Così esce e da un bar chiama il presidente. Gli dice che quel rincoglionito di direttore gli ha chiesto delle garanzie.<br>«Adesso dove sei?» chiede il presidente.<br>«Dentro un bar.»<br>«Dammi dieci minuti e ti richiamo sul cellulare. Rimani in zona.»<br>All’ora di chiusura della banca, il direttore della filiale lo chiama, chiedendogli di andare da lui, anche subito. Il protagonista, con faccia tosta, gli fa notare che ormai è tardi, che a quell’ora la<br>banca è chiusa.<br>«Non si preoccupi, l’aspetto!»<br>Il protagonista torna in banca e nel giro di un quarto d’ora apre due fidi da duecento milioni l’uno.</p>



<p>La seconda scena è ancora più rappresentativa del momento in cui il successo arriva all’apice e assume risvolti psicologici.<br>Da bambino il protagonista sognava di comprare una Mercedes. Lo sognava. Era la sua Rosebud. Nella seconda metà degli anni Ottanta entra in una concessionaria d’auto e chiede di vederne una. Inizia con una piccolina, una 240. Però la voglio in due giorni!, dice. Ma non riesco in due giorni, risponde il venditore. Non mi interessa, se vuoi che la compri, due giorni! E dopo due giorni l’auto arriva.<br>Passano due, tre mesi e ritorna: “Caro mio, che razza di macchina… è un chiodo, non va, è troppo lenta…”<br>Nell’arco di un anno e mezzo arriva a possedere la 5000 presidenziale. Nella concessionaria ormai gli fanno gli inchini. E così i bancari. Se anche va in rosso non ci sono problemi, basta che faccia circolare i soldi. È convinto di vivere in un pozzo senza fondo, di indossare la giacca magica di buzzatiana memoria.</p>



<p>«Le fatture erano firmate dai vari ministeri, le banche per me aprivano anche alle cinque del pomeriggio, mi stendevano davanti la passiera rossa. I funzionari venivano in cantiere a proporre mutui. Lavoravo con San Paolo, Banca nazionale del Lavoro, Credito italiano. Poi Cariplo. Allora si sporcavano volentieri le scarpe nel fango dei cantieri, per venirmi a trovare.»<br>La miniera sputa oro: l’impresa va avanti, l’attività all’estero anche e si apre un mondo in cui gira denaro contante, valigette con dentro 400 milioni, il sistema di telefonate, “alle due stanotte devi essere al casello di Pisa nord”, scambi di valigette con sconosciuti… finché…</p>



<p>«Quando ti sei accorto che stava per finire tutto?»<br>«Che la situazione fosse grave l’ho capito a metà del ’93. Per chi c’era dentro era ormai chiaro perché alle prime notizie dello scandalo, i funzionari di Roma non firmavano più. Al sesto piano del ministero del Tesoro, un giorno sono entrato, in jeans e maglietta, e ho detto a un tal geometra che l’avrei buttato giù dalla finestra. Era una carogna che fino ad allora aveva sempre intascato bei soldi da me. Sapeva, come molti altri come lui (ed erano tanti!), di essere colpevole. Aveva sempre firmato i Sal (Stato di Avanzamento Lavori, n.d.a.) senza battere ciglio, e adesso aveva tirato giù la clér. Dalla sera alla mattina avevano smesso e il problema diventava tutto dell’imprenditore. Mi hanno chiamato loro, ero in vacanza nel sud Italia e quando sono arrivato mi hanno dato la bella notizia: il giochino era finito e stava per cominciare il fuggi fuggi generale, lo scaricabarile, il salviamo il salvabile. Io avevo tirato fuori 70 milioni ed ero andato in rosso, la banca aveva dismesso sorrisi e gentilezza e così mi sono trovato nei casini. Quello è stato il primo caso: dopodiché non ha firmato più nessuno. Infatti lo Stato ci ha guadagnato bene in tutto questo casino, perché non ha più regolarizzato i numerosissimi appalti in essere. Ma certo nessuno imprenditore a quel punto si sarebbe sognato di andare a lamentarsi.»</p>



<p>Finché, in una delle ultime scene, il protagonista comprende che la faccenda si sta aggravando. Esattamente quando, una domenica mattina («In seguito sarebbe diventato un classico»), lo Stato si incarna in un paio di personaggi in borghese. Suonano e si trova davanti due… «Hai presente il Monnezza, in jeans… abbigliamento informale, per intendersi. Era la polizia giudiziaria: possiamo entrare?, possiamo appartarci? Io andavo di là e svegliavo le mie figlie. Dobbiamo farle delle domande, e poi, alla fine, cercavano di farti parlare. Quando vedevano che su certe cose non mollavi, ti lasciavano l’avviso di garanzia.»</p>



<p>Terminati i loro panini, i due si alzano. L’informatore tiene ancora nascosto dentro il taschino il registratore. Camminano lungo i corridoi della casa di riposo, nel viavai di medici e infermiere.<br>Una volta, un famoso avvocato milanese ha raccontato allo scrittore un aneddoto dei tempi di Tangentopoli. Pare che un giudice incoronato con onori e gloria durante quel periodo, avesse l’abitudine di tenere sulla scrivania due faldoni, uno a destra e uno a sinistra, con l’inquisito che gli stava seduto di fronte.<br>Lei, gli intimava il magistrato, ha due possibilità. Rientrare in questo incartamento (mano sul faldone di destra) e allora se la sbriga velocemente. Oppure rientrare in quest’altro (mano sul faldone a sinistra), e qui la cosa rischia di diventare più lunga assai.</p>



<p>«Io ho ricevuto ventinove avvisi di garanzia» sta dicendo adesso l’informatore. «Credo di aver perso in fotografia con Poggiolini, sai quello dei soldi nascosti nel puff. Avevo smesso di girare l’Italia per fare i lavori e adesso cominciavo a percorrerla in lungo e in largo passando da un tribunale all’altro. Perché gli appalti allora li prendevi a Bolzano come a Palermo. Spesso sono stato chiamato a testimoniare in un caso in cui ero anche inquisito. In una situazione del genere, puoi avvalerti della facoltà di non rispondere. Così mi capitava di trottare per chilometri e chilometri, di arrivare in tribunale, aspettare, quindi sedermi davanti al giudice, pronunciare la famosa formula: mi avvalgo della facoltà… E arrivederci e grazie, ripartivo. E mi rimborsavano anche le spese.»</p>



<p>Nell’ultima scena del romanzo, il protagonista è chiamato in una città del nord per rispondere come testimone in un’inchiesta in cui non è indagato. Non può quindi rifiutare di rispondere. È lì, perché ha svolto dei lavori alla scuola militare, agli alloggi degli uffi ciali. In più ne ha fatti altri da quelle parti, nell’hinterland, per le gare delle case popolari.<br>Il giudice, oggi magistrato famoso, gli pone una semplicissima domanda: “Ma come ha fatto, lei, da piccola impresa artigiana a trasformarsi nella grande azienda con sessantadue operai e tredici impiegati?”<br>L’uomo ci pensa sopra un attimo. Risponde: “Si vede che ero bravo”. Nell’aula scoppia la rabbia del magistrato. “O forse ero bello. O forse, chissà, ho avuto culo”.<br>Il magistrato allora si alza, va da un agente. Torna con un paio di manette e le lascia cadere sul tavolo. Dice: “L’avviso: se continua così, io la sbatto dentro”.<br>L’informatore solleva le spalle. Non ha fatto nomi ed è uscito da quel periodo senza un soldo in tasca.</p>
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		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta (parte 2/3)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-2-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 11:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli anni Ottanta e la corruzione: il meccanismo degli appalti, il microsistema e i parassiti delle tangenti, raccontati da un protagonista dell’epoca]]></description>
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<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-30-dicembre-2012-gennaio-2013/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 30, dicembre 2012 &#8211; gennario 2013)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli anni Ottanta e la corruzione: il meccanismo degli appalti, il microsistema e i parassiti delle tangenti, raccontati da un protagonista dell’epoca</p>
</blockquote>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la prima parte dell’articolo</a></p>



<p class="has-drop-cap">Era un giochino che rendeva a tutti. Il vincitore dell’appalto intascava ‘l’anticipazione’ e riconosceva come dazione di favore il 10% della cifra incassata. «Detto in soldoni,» precisa l’informatore, «se tu portavi a casa un miliardo, dovevi consegnare cento milioni. Oggi non esiste più quello che ti chiede il 10%. Vuole di più, tutti e subito, prima ancora che tu abbia incassato. Allora, almeno, li davi appena li intascavi.» Lo scrittore ridacchia nel vedere oggi il ministro della Giustizia Paola Severino parlare con piglio severo di nuova Tangentopoli; perché è sempre più chiaro che questa gente non si possa più prendere sul serio, dato che ora il fenomeno corruzione si avvale proprio della copertura di un sistema di Stato privatizzato. E il verbo ‘privatizzare’ non è proprio il dogma cantato da Mario Monti e la sua ghenga?</p>



<p>A leggere i giornali e a sentire i tiggì, si ha l’impressione che la corruzione sia una realtà improvvisamente riapparsa, dopo quasi vent’anni, come uno di quei pupazzi a molla pigiati dentro le scatole. Nel 2008, quando il governo aveva soppresso l’istituto dell’“Alto commissariato per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione”, l’informazione non aveva dedicato molto spazio alla notizia. Così come aveva passato sottotraccia la pesante relazione sullo stato della corruzione in Italia scritta dall’Alto commissario.<br>Alla stessa maniera, stupisce sentire parlare il ministro Severino come parlerebbe una persona che non abbia mai avuto rapporti con il mondo degli affari in Italia; come se, nei panni di avvocato, non avesse difeso, tra i suoi clienti: l’Eni, la Telecom, la Sparkle, Geronzi, Formigoni, Francesco Caltagirone (vicenda Enimont) e Giuliano Acampora (accusato di corruzione in atti giudiziari nel processo Imi-Sir). Realtà e personaggi che l’ambiente l’hanno vissuto e lo vivono decisamente dall’interno. Protagonisti in passato, protagonisti oggi e protagonisti in futuro, al punto che viene da chiedersi se davvero la Storia, in Italia, sia un concetto vuoto, inesistente. La Severino, grazie alla corruzione ha guadagnato sia in capitale sociale che in capitale economico.</p>



<p>La relazione fraterna costruita costantemente sul filo dell’illegalità, tra politici e grande imprenditoria, richiama la riflessione che Marx nella “Digressione sul lavoro produttivo” riconduce al biblico ‘albero del peccato’: “Il delitto sottrae una parte dell’eccessiva popolazione al mercato del lavoro. Diminuisce così la concorrenza tra la classe lavorativa. Il criminale appare così uno di quei fattori naturali di equilibrio che aprono tutta una prospettiva di utili occupazioni. Il delitto chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando così un’azione produttiva simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine. Dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non è allo stesso tempo l’albero della conoscenza?”.</p>



<p>Giusto. Che cosa sono, in fondo, il project finance, il federalismo, la deregulation, la spending review e tante altre belle formuline magiche, se non una potente azione produttiva, la cui realizzazione è commissionata in un triplice passaggio che transita dall’imprenditore al politico, per finire nelle mani di brillanti tecnici i quali, questi ultimi, studiano nell’ombra la maniera di mantenere l’Italia saldamente nelle mani delle solite facce?<br>Naturalmente curando di tenere sempre in piedi, ben visibile, la sagoma di cartone della democrazia, davanti agli occhi dei cittadini gonzi. Occorrono creatività e mani rapide. È in questo modo che l’albero del peccato diventa l’albero della conoscenza.</p>



<p>L’informatore ha un moto d’ira, perché, dice, i partiti allora avevano, malgrado tutto, una connotazione politica e un’identità di cui gli iscritti erano coscienti. Poi, certamente c’è stata quella realtà che sta raccontando allo scrittore. Ma, aggiunge, se prima la competizione economica consisteva nello spartirsi frazioni di spesa pubblica, oggi i partiti hanno consegnato questa spesa al Capitale perché diventasse profitto privato. E questo non è altro che un investimento protetto degno di uno Stato assistenziale. Ma da qui, la deriva: per farlo i partiti si sono trasformati in comitati d’affari, e buonanotte alla democrazia e alla mediazione politica tra le parti sociali.</p>



<p>Il personaggio che riceve la telefonata misteriosa in cui viene a conoscere la percentuale del giusto ribasso che gli consente di aggiudicarsi l’appalto (1) è il protagonista di un’ascesa sociale che ha caratterizzato il destino di molti altri come lui. Inizia come impresa pseudo artigiana, una s.a.s., insieme a un amico che gli presta il nome e a un operaio. Una piccola società edile che svolge piccoli lavoretti: la signora che lo chiama per l’appartamento e minuzie di questo tipo, così che, per parecchi anni, il lavoro più grosso tra quelli effettuati rimane la restaurazione di un palazzo. Fino a quando suo padre – un socialista di vecchio stampo – gli presenta un onorevole che è solito aiutare durante le campagne elettorali.</p>



<p>L’informatore sorride, come se il volto di questa persona gli fosse improvvisamente riapparso davanti: «Un giorno questo onorevole mi chiama per dirmi di andare con lui a Roma perché vuole farmi conoscere una persona. Quella persona era Bettino Craxi, che allora era già famoso pur non essendo ancora presidente del Consiglio o lo statista, o comunque la persona che mirava a diventare uno statista. Così andammo lì, lo incontrai e parlammo. Mi chiese cosa facevo, se volevo allargarmi, e da lì è cominciato un periodo che io considero meraviglioso. Prima di tutto perché ho imparato molte cose. Certo, se avessi avuto maggiore esperienza in certe situazioni mi sarei comportato diversamente e certe cose non le avrei fatte. Ma non nel senso che potreste intendere tu o la morale comune (adesso il suo sguardo ironico fissa lo scrittore). Ricordi cosa ti dissi quando ho accettato di raccontarti la mia storia? Non chiedermi di rinnegare quel periodo. Sono stati anni bellissimi e peccato solo per quell’epilogo. Forse sarebbe bastato che i vertici avessero dettato una strategia comune da adottare davanti ai giudici, anche se forse eravamo veramente in troppi per poter raggiungere tutti. Invece si è scatenato il fuggi fuggi, lo scaricabarile. O forse sarebbe bastato che io fossi stato meno ingenuo e oggi sarei ricco, lavorerei ancora ad alti livelli e sarei tenuto in alta considerazione da molta gente che so io. Sarebbe stato sufficiente fare qualche mese di galera, come hanno fatto molti; dopo essermi preoccupato di imboscare un bel po’ di soldi, va da sé. Ma allora avevo paura del carcere; ma allora avevo trentasette anni e lavoravo da quando ne avevo undici. Capirai che ero un po’ stufo. Come tanti altri!, dirai tu. Può darsi, ma bisogna esserci dentro alle situazioni per poterle giudicare, come al contrario sono soliti fare molti giornalisti forcaioli che un’ora di lavoro vero in vita loro non l’hanno mai fatta.»</p>



<p>Dall’essere una s.a.s., nell’arco di sei, sette mesi un altro socio entra nell’azienda. È una persona che il protagonista conosce, è il factotum di una ditta che fa coloriture, sempre presente in cantiere. «Era una persona che risolveva problemi, hai presente quel personaggio buffo in quel film con John Travolta? E così, siamo diventati un’azienda con tredici impiegati e sei operai. E questo è potuto accadere perché siamo entrati nel giro degli affari pubblici.» L’informatore incontra Craxi parecchie volte, e con lui diverse altre persone. Ogni volta Craxi gli dice: Scendi a Roma che ti presento a una persona: lui ti spiegherà cosa devi fare&#8230;</p>



<p>«Mi dava del tu e io continuavo a chiamarlo onorevole e altre volte presidente. Il meccanismo degli appalti pubblici ruotava, come ti dicevo, intorno all’anticipazione, ovvero: quando ti aggiudicavi il lavoro, se, mettiamo, ammontava a 4 miliardi, 400 milioni te li davano subito come anticipo. Prendevi il 10% per l’acquisto materiali. C’erano aziende che nemmeno iniziavano i lavori. È così che si è ingrandita la mia azienda&#8230;»<br>Lo scrittore lo guarda perplesso: in questo caso niente tangente, allora. Dove stava il guadagno per il&#8230; partito? «Capisco cosa vuoi dire, ma devi inserire questo aspetto in un sistema molto, ma molto ampio e diffuso.»</p>



<p>Dopo il primo aggancio con il leader socialista passa qualche mese, finché un giorno Craxi lo chiama dicendogli di presentarsi a Roma con due operai. Operai, è un termine generico, spiega l’informatore, è un termine molto generico; così si reca a Roma e Craxi gli dice: Abbiamo acquistato un appartamento. «C’erano quegli enti tipo Mutilati di guerra, Maternità e infanzia&#8230; che venivano pian piano smantellati. Come questi immobili si liberavano, loro li acquistavano per pochi soldi rispetto al loro valore di mercato. Erano appartamenti che avevano location di alto lignaggio, che so: in centro in Piazza San Pietro e Paolo. Questi immobili molte volte andavano all’asta, anche se più spesso all’asta non ci arrivavano proprio perché la vendita avveniva prima, purché fosse remunerativa. Così loro acquistavano – non so dire se ‘loro’ fosse il partito o Craxi in prima persona. Io a lui non ho mai dato niente direttamente, ad altra gente che gli gravitava attorno sì, ma a lui mai. Anche se tra noi intercorreva un discorso bello chiaro: io ti passo l’affare, ma il 10% deve venire al partito.»</p>



<p>Acquisiscono quindi questo appartamento per 400 milioni, e quella mattina, appunto, Craxi gli chiede degli operai: Dove sono? Perché entro dieci giorni l’appartamento deve essere a posto. «Si trattava,» ricorda l’informatore, «di 210 metri quadrati, e completare i lavori in quel breve lasso di tempo non era un’impresa molto facile da realizzare.» Non ci siamo capiti, gli dice allora Craxi, stucco, pittura e cambiare le tratte («Perché allora c’erano ancora le vecchie prese di plastica giallognole»). E deve essere finito. Tranquillizzato, l’informatore gli risponde che se si tratta solo di questo, non ci sono problemi. ‘Stucco e pittura’ significa un lavoretto molto rapido, di facciata. </p>



<p>«Ero in soggezione, perché Craxi era molto carismatico, figurati se mi sarei mai sognato di chiedergli lì per lì quanto mi avrebbe dato per questo lavoro. Così, giunto in aeroporto, mentre aspettavo l’aereo, chiamai l’onorevole che ci aveva presentati. Gli dissi che avrei mandato gli operai, ma&#8230; E lui mi rispose dicendomi che dovevo stare tranquillo e di fare quello che mi veniva chiesto perché mi sarei trovato bene. Io mi fidai, in fondo mi aveva detto di non preoccuparmi.»</p>



<p>Dentro l’appartamento entrano tre o quattro operai, insieme all’informatore, ci rimangono per dieci, quindici giorni e lo rimettono a posto abbastanza bene. L’informatore avvisa l’incaricato di Craxi, il quale arriva e verifica che il lavoro sia stato realizzato ad arte. Alla fine si complimenta con lui. «Solo che io avevo sempre dentro questo pensiero dei soldi. Non che fosse una grande cifra, ma la mia paura era che mi avessero chiesto un’offerta, giusto per cominciare, per conoscermi. D’altro canto, io e il mio sparuto gruppetto di lavoratori eravamo in trasferta: avevo messo gli operai a dormire in albergo&#8230;»</p>



<p>Ma il timore della fregatura stenebra molto presto. Dopo una settimana, l’incaricato di Craxi gli consegna 60 milioni in contanti e gli dice di contarli, ma l’informatore, figurarsi, non ha problemi di quel tipo perché si fida. D’altro canto, è felicissimo poiché le spese da lui sostenute ammontano a poco meno di 10 milioni. Si reca all’aeroporto, s’infila nel primo bagno, si chiude dentro e, seduto sul water, attacca a contare le banconote.<br>Il bello è che, consegnandogli i contanti dentro una busta bianca, l’incaricato gli dice che a breve avrebbe provveduto al saldo.</p>



<p>L’informatore sorride al ricordo, come se i soldi fossero adesso lì, materiali, da prendere solo allungando la mano: «In totale presi 180 milioni! In seguito venni a sapere che quell’immobile era stato venduto per 2 miliardi e 800 milioni! Certo è che da quel momento avevo conquistato la loro fiducia. Mi chiamavano e mi dicevano: domani mattina devi andare a XY a vedere la caserma dell’esercito. Appalto da 6 miliardi. È lì che è cominciato, per quanto mi riguarda, il discorso appalti pubblici. Appalti manovrati. Con tutto il complicato meccanismo di giro di telefonate di cui ti ho già raccontato.»</p>



<p>Di questi meccanismi qualcuno ha scritto, pur sempre rimanendo all’interno di una radiografia del macrosistema. L’informatore, nei suoi racconti, sottolinea sempre di avere conosciuto personalmente Craxi, ma di avere avuto a che fare con l’intero arco politico che, nel suo complesso, agiva allo stesso modo. La Dc, il Pci, erano tutti coinvolti; arrivava sempre il personaggio che a un certo punto chiedeva di metterti una mano sul cuore. Ma c’è un altro volto tra i tanti protagonisti che gravitano intorno alla galassia di appalti e tangenti, che è rimasto sempre in ombra: quello dei finanzieri. Questi seguivano il dispositivo del buono e del cattivo.</p>



<p>«Erano due, arrivavano e uno cominciava dicendo: guardi qui, c’è una bolla sbagliata (all’epoca erano entrate in vigore le prime bolle di consegna), non va bene. Io naturalmente chiedevo a quanto ammontasse la multa, anche perché non mi risultava che si trattasse di un errore così grave. Per cui chiedevo: due milioni? E quello: sì, due milioni questa. Così, tra tutte le bolle sbagliate mi veniva ventilata una stangata da paura. E se cercavo di contrattare, questo rimaneva rigido sulle sue posizioni. Ma no, non se ne parla neanche, affermava indignato, quasi prospettandomi l’accusa di tentata corruzione. Sembrava il massimo dell’onestà e del rigore professionale.»</p>



<p>Il romanzo è strutturato su tre diverse temporalità costruite in modo tale da permettere una riflessione sul tema dell’inesistenza della Storia in un Paese come l’Italia: gli inizi, l’ascesa e la caduta, e oggi. Nello schema generale, solamente due scene prevedono la Guardia di finanza come protagonista, una all’interno della parte centrale, nella fase del successo, e l’altra ambientata nel 2011. La prima prosegue il giorno dopo la questione delle bolle sbagliate, quando in ufficio gli arriva l’altro, quello rimasto silenzioso dietro le quinte della ribalta su cui ha recitato il collega onesto e incorruttibile.</p>



<p>Scrivendo la scena, lo scrittore rammenta una novella di Verga poco nota: La chiave d’oro. Un giudice, appena giunto sul luogo di un delitto, accusa di omicidio il canonico, proprietario del terreno su cui è stato rinvenuto il cadavere di un poverocristo in cerca di cibo per sfamarsi. Il giudice si infuria di fronte al silenzio del canonico e minaccia di legarlo e di farlo portare in carcere. In realtà, Verga sta descrivendo il gioco della concussione/corruzione che sta avvenendo tra i due, in maniera molto sottile, attraverso messaggi cifrati, inscritti nell’atteggiamento esageratamente rabbioso del giudice. Tanto più questi minaccia di mettere il canonico in manette e di portarlo dentro, e tanto più il canonico comprende che il giudice è disponibile.</p>



<p>Con i due militari delle Fiamme gialle accade la medesima cosa. Il finanziere silenzioso arriva da solo nell’ufficio dell’informatore e chiede di scusare il collega. Posso fare qualcosa?, chiede il protagonista del romanzo. Sa, risponde l’agente, il collega è nervoso, si sposa la figlia. Va beh, cosa gli serve? «Bada, non chiedevo mai: cosa gli devo dare? Sai, sono persone suscettibili. Io avevo un mobilificio al quale spedivo persone di questo genere, quando si trattava di arredamento. Il proprietario sapeva già di dovergli dare quello che chiedevano e di addebitarlo a me. Questi erano la zona morta dell’intero gioco perché non portavano alcun guadagno. Erano parassiti che si facevano forti della divisa che indossavano. E non è che se pagavi una volta, dopo eri tranquillo. No! Non so se la voce girasse all’interno, ma quelli continuavano a uscire ed era tutte le volte la stessa storia, anche se con protagonisti diversi. Boh, forse si scambiavano favori anche tra loro (sorride). A un certo punto, mi andava anche bene. In seguito buona parte degli imprenditori di quell’epoca ha taciuto su episodi simili, però, in quel momento, tutto sommato, andava bene a tutti.»</p>



<p>La seconda scena è ambientata nel 2011. Il protagonista ha sessant’anni, e la sua vita è la conseguenza di quanto gli è accaduto in passato. Lavora ancora nello stesso ambiente, come il lettore ha già capito, ma in posizioni di minore rilievo. Un uomo, un finanziere, gli chiede un preventivo di lavoro su un rustico da poco acquistato. «In realtà, definirlo ‘rustico’ è un eufemismo. Sarebbe meglio dire ‘rudere’, ma sarebbe ancora una definizione impropria perché è persino peggio di un rudere: una cosa indegna. Riesci a immaginarla?» Lo scrittore sorride e annuisce.</p>



<p>«Fino al primo piano, questo rudere è pieno di ogni tipo di rifiuto. C’è un albero cresciuto dentro casa, ci sono materassi, biciclette, televisori, roba da mangiare, c’è di tutto. Come se la gente che vive lì intorno avesse eletto quello spazio a pattumiera del quartiere. Bon, gli ho fatto il preventivo. Tieni conto che a me veniva 9.000 euro ma ho chiesto al mio capo di permettermi di abbassarlo a 7.750, così se mi avesse chiesto un ulteriore sconto, avrei arrotondato a 7.000. Ci stavamo dentro e avremmo pagato la gente, anche se impiccati. In fondo, avevamo pur sempre a che fare con uno della Guardia di finanza. Nessun problema per il mio capo, così sono andato dal tizio e gli ho mostrato il preventivo. Indovina? Quello si è arrabbiato, dicendo di avere chi avrebbe fatto il lavoro per 8.000 euro, tetto compreso. Porto qui tre marocchini, diceva, che in tre giorni mi liberano tutto.» L’informatore fa una breve pausa a sottolineare la gravità di quelle parole, ancor più se uscite da quella bocca. Dice: «Io i marocchini non li ho, ma nemmeno li avrei mandati. Se mi arriva l’Asl a controllare, io chiudo, mentre a lui non succede nulla. Il bello è che questi dovrebbero essere coloro che controllano che non circoli il nero.»</p>



<p>Tornando agli anni Ottanta, l’informatore, una volta introdotto nel saturnale degli appalti pubblici, entra a far parte dell’ambiente. Conosce persone importanti e diventa a sua volta conosciuto. Si è comportato bene, è uno che quando prende un impegno lo assolve al meglio. Adesso cominciano a chiamarlo anche per altre operazioni; cose che egli svolge ai margini dell’attività edile. Un incaricato gli dice: domani mattina c’è una vendita all’asta di un terreno a Napoli, 200 mq, al massimo devi arrivare a questa cifra&#8230; «Mi dicevano di firmare tutto, che nell’arco di un’ora mi sarebbe arrivata la disponibilità economica sul conto – un conto, beninteso, aperto apposta. Così, io andavo là, non rilanciavo oltre la cifra limite che mi era stata imposta, quindi firmavo i documenti, con i quali mi impegnavo a formalizzare l’acquisto entro quindici giorni, l’incaricato versava i soldi sul conto, io compravo e intestavo alla mia azienda, quindi vendevamo.</p>



<p>«Ero entrato nel giro dei fallimenti. È lì che ho conosciuto autentici pezzi da novanta, tuttora in giro, rispettati come persone perbene. Figure di rilievo nel mondo dell’economia e della finanza». L’informatore fa una lunga pausa, quindi riprende: «Sai, è un peccato non poter fare i nomi, ma&#8230; credimi, non ho scelta. Tu non hai idea della gente che queste persone perbene avevano alle spalle. Individui dai metodi spicci. E visto che sono ancora tutti in attività, chi tra i rispettabili e chi nella criminalità organizzata, mi spiacerebbe che all’improvviso si ricordassero di me. E poi tu non hai la scorta&#8230;»</p>



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<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/" data-type="post" data-id="2568" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong>&nbsp;<em><strong>(parte 1/3)</strong>,</em></a><em>&nbsp;</em>Walter G. Pozzi<br><em>Gli anni Ottanta e la corruzione:&nbsp;la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca</em></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-3-3/" data-type="post" data-id="2572" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong>&nbsp;<em><strong>(parte 3/3)</strong></em></a><em>,&nbsp;</em>Walter G. Pozzi<br><em>La complicità di banche e imprese di Stato nel</em>&nbsp;giro&nbsp;<em>dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta (parte 1/3)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-1-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 10:20:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Percorsi storici]]></category>
		<category><![CDATA[anni 80]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli anni Ottanta e la corruzione: la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-29-ottobre-novembre-2012/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 29, ottobre &#8211; novembre 2012)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli anni Ottanta e la corruzione: la normalità delle mazzette ricostruita da un protagonista dell’epoca</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Milano 2012, Pio Albergo Trivulzio. Un’auto entra nel parcheggio; ad attenderla c’è un drappello di persone. Appena sceso, Ignazio La Russa viene accolto da vigorose strette di mano. Mescolatosi al gruppo di persone, l’ex missino viene inghiottito dall’edificio e comincia il suo giro lungo i corridoi e i piani, dentro il ricovero per anziani che i milanesi chiamano Baggina.<br>Lo scrittore osserva la scena: accanto a lui c’è un uomo, è lì per fargli da Virgilio. Indica l’auto e dice: «<em>Tel chi</em>&nbsp;il balilla! Ogni tanto arriva insieme al Romano, questo è un po’ un loro feudo. Fino a non molto tempo fa non c’era il reparto di odontoiatria, facevano giusto qualche visita e poco altro. Adesso c’è un intero reparto dove il primario è il cognato di Ignazio, e un nipote (suo figlioccio, si dice) fa il medico. Qui dentro c’è anche un reparto pagato da Berlusconi, il ‘Mamma Rosa’, che a tutti gli effetti è un albergo a cinque stelle, con armadi firmati, tutte robe di marca, mica robetta. Dopo ti porto a vederli. Una volta per piantare un portasapone hanno bucato un tubo: immediatamente sono arrivati gli operai ad aggiustarlo, il che è un bene. Peccato che in un altro reparto ci sono bagni che non funzionano da un sacco di tempo. E dentro ci sono anziani in carrozzella. Il buon Ignazio quando viene qui un salto dagli ospiti del Mamma Rosa lo fa volentieri, negli altri reparti non l’ho mai visto entrare. (Ridacchia) Tranne ovviamente che in odontoiatria.»</p>



<p>Nel frattempo il piazzale si è svuotato. L’informatore dà di gomito allo scrittore: «Te ne racconto una così ti faccio ridere» dice. «Questa con i mattoncini marrone è la palazzina dirigenziale. Nuova. Invitano il presidente delle onlus dei disabili, non ricordo il nome, ma uno importante. Tutti contenti dell’evento fissato per il 14 agosto. Peccato che il 13 qualcuno si accorge che c’è il montascale, c’è l’ascensore idoneo, c’è tutto tranne un piccolo particolare: la rampa d’accesso per i disabili. Così si sono dati da fare in fretta e furia e hanno fatto la rampa promettendosi che sarebbe dovuta durare due o tre giorni al massimo per l’occasione ed evitare figure, e poi l’avrebbero costruita bene. È ancora lì dopo quasi tre anni. (Ride) Va beh, vieni, andiamo giù.» I due si spostano e scendono sotto terra. Lo scrittore lascia cadere un piccolo registratore dentro il taschino della camicia del suo informatore. Adesso gli cammina accanto, alla sua sinistra: «Così, se parli guardando me la registrazione viene bella chiara.» Perfetto, risponde l’uomo.</p>



<p>«Sai, per scrivere il mio romanzo ho pensato che fosse giusto tornare qui, dove l’inchiesta Mani pulite ha avuto inizio. A farmi un’idea di come funzionino le cose a vent’anni dall’arresto di Mario Chiesa.» L’informatore sorride e gli dice che da quel che ne sa lui le cose sono cambiate. Non girano più tangenti. «Allora era una regola talmente diffusa che tutto passava solo per tangenti. Oggi non è così. Le tangenti sono sicuramente molte meno, ma sono più care, e lo scambio passa attraverso favori, come chiedere all’impresa di fare dei lavori in casa che non saranno mai pagati&#8230;» «O pagare la vacanze, o pagare la casa&#8230;» butta lì lo scrittore. «Eh&#8230;» risponde l’uomo, strizzando l’occhio. «Riguardo agli appalti,» prosegue, «devi tenere conto che l’ente può dare direttamente il lavoro, evitando la gara, fino a un massimo di 20.000 euro. Ci sono ditte qui dentro che lavorano bene già da qualche anno, per cui non avrebbe senso correre il rischio di cambiare fornitore solo perché ottieni un prezzo più basso. Insomma, è anche giusto: il fornitore devi anche un po’ conoscerlo. Alle volte, allora, per evitare la gara si spacchetta l’ordine. Se costa troppo, ok, non si può fare, però, se costa 100 mila euro, ecco che vengono fatti cinque ordini: un ordine di fornitura di piastrelle, uno di serramenti, e così via. In questo modo l’azienda-amica porta a casa comunque i soldi, però spacchettati.</p>



<p>«Ti faccio un esempio. Vedi queste piastrelle del pavimento? Le fughe tra una piastrella e l’altra sono tutte rovinate. Un anno e mezzo fa, fare questo pavimento e quello di là, e fare il collegamento tra i due, è costato 100 mila euro. Questa era una lucidatura che andava fatta a piombo normale, e avrebbe resistito. È durata un giorno: alla sera era tutto perfetto, le fughe bianche stuccate bene, guarda adesso che disastro. Non è nemmeno colpa dell’impresa – detto tra virgolette – ma dal responsabile della manutenzione che ha preso il lavoro solo perché l’offerta era bassa. Adesso il funzionario lo hanno allontanato, adesso si occupa di conti e c’è da sperare che coi numeri acchiappi un po’ di più. Ecco, questo è il classico caso di soldi buttati. </p>



<p>«Il problema è alla base, perché non vengono piazzati dei tecnici che se ne intendano. Se uno si occupa di manutenzione deve essere un tecnico, capace, deve capire, individuare. Qui invece arrivano per conoscenza, per agganci anche politici. Per esempio, ora, a gestire tutto il dipartimento di manutenzione c’è un personaggio che viene da Pirelli Real. Un immobiliarista. Lo si può concedere per la gestione del patrimonio, però come gestore della manutenzione è difficile dire cosa ne possa sapere. Il fatto è che nemmeno si avvalgono di consulenti: decidono di testa loro.»</p>



<p>L’informatore guarda lo scrittore e sorride. Gli dice che, se fa il bravo, dopo lo porta a vedere il figlioccio di Ignazio: «Prima però ti porto alla chiesa, vedrai. Tra poco lì crolla il soffitto. C’è anche la relazione scritta di un esperto che lo dice, ma in direzione non sembrano molto preoccupati di questo. Lì dentro è tutto fatiscente. Crepe dappertutto, la parete ha colori diversi da un metro all’altro, e il pavimento&#8230; le piastrelle sono di eternit. Sono di amianto. Il primo lavoro da fare sarebbe rimuoverle. È vero che è abbastanza compatto, ma sempre di amianto si tratta. La curia dice che i lavori li deve fare il Trivulzio, e il Trivulzio dice: io ce l’ho ma è cosa vostra. Che il Signore li protegga entrambi, è proprio il caso di dirlo.» Ride.</p>



<p>La decisione di scrivere un ‘romanzo mai scritto sugli anni Ottanta’ gli è venuta assistendo ai rivolgimenti politici degli ultimi anni. La mancanza di un pensiero politico ha contribuito a creare un antagonismo molto simile a quello che ha buttato giù la prima Repubblica: da una parte i politici, molti dei quali presenti all’epoca del tonfo, anche se in seconda e terza fila e in veste di portaborracce; e dall’altra i sostenitori dei magistrati, gli anticasta, contro una politica dei corrotti. La convinzione di quest’ultimo blocco sociale – di quelli che hanno nella destrorsa triade giustizialista Grillo-Travaglio-Saviano il loro riferimento – è che possa esistere, in un sistema di tipo capitalistico, un Potere (nella sua forma una e trina: politico, economico e giornalistico) in grado di governare in piena legalità. Come se chiunque prenda in mano lo Stato non dovesse decidere se stare con i grandi Capitalisti (che da sempre proteggono la ricchezza muovendo ognuno i propri burattini politici) o con la massa di salariati, oggi mai tanto depredati dai padroni storici dell’Italia; come se una volta conquistato il Parlamento, fosse possibile rimanere neutrali.</p>



<p>La prima Repubblica italiana ha terminato il suo corso nel 1992, in quella manciata di giorni passati tra l’arresto a Milano di Mario Chiesa (17 febbraio), pescato con la tangente in mano, e l’esecuzione a Palermo di Salvo Lima (12 marzo), il viceré democristiano ucciso perché Cosa nostra si era sentita tradita da Andreotti. Da un polo all’altro dello Stivale, le due colonne su cui l’economia si era appoggiata a partire dal primo dopoguerra si mostrarono improvvisamente con vivida eloquenza: corruzione e mafia.</p>



<p>Oggi quelle due colonne sono ancora in piedi, fosforescenti e più robuste di prima. La cosiddetta fine delle ideologie le ha fortificate, contribuendo a modificare geneticamente i partiti, trasformandoli in comitati d’affari e in biechi servitori del potere economico. Caligola aveva incoronato il cavallo per dimostrare che l’impero romano era così autosufficiente da potere essere governato da chiunque. Se guidi un mezzo, devi guidarlo come a quel mezzo compete. Se chiami un meccanico ad aggiustare il motore, i cambiamenti lo porteranno a funzionare meglio. Mani pulite ha svolto la funzione del meccanico.</p>



<p>Lungi dal curare l’Italia dalla sua malattia storica, ha permesso al Capitale di ripulirsi dalle scorie legate alla vecchia partitocrazia organizzata per gestire lo scontro Est-Ovest, e di ‘rimodernare’ i propri programmi nell’ottica di un Parlamento privo di ogni forma di opposizione al sistema. Ne è sorto il fiore del secondo millennio: Silvio Berlusconi e la nuova forma politica di cui è stato portatore: il conflitto d’interesse. Il pool di magistrati che ha scoperchiato Tangentopoli è stato l’involontario traghettatore di tutti i vizi della politica e dell’economia italiana, dalla terra del prima alla terra del poi.</p>



<p>La Storia degli anni Ottanta non l’hanno scritta i giudici e non l’hanno scritta i loro agiografi. Libri e articoli su quel periodo riducono a una sequela di dati, di arresti, di accuse, di suicidi, di patteggiamenti, di cifre, secondo il modello del giornalismo di oggi, ridotto a cronaca giudiziaria. Ma la vita vera che pulsava in quegli anni non è mai stata raccontata. Quella Storia avrebbe potuto raccontarla solo la narrativa, nel momento in cui avesse rinunciato a condannare senza capire le influenze sociali che hanno caratterizzato quell’epoca.</p>



<p>È il Romanzo la scienza delle relazioni, l’unica forma di racconto capace di mostrare, di aiutare la gente a capire come funzionano determinate dinamiche sociali. L’informatore lo dice chiaro allo scrittore: «Io ero inseguito dagli amministratori che mi bloccavano per strada e mi dicevano di essere socialisti. Volevano essere presentati a qualcuno e volevano che lo facessi io. Il bello è che io non ero socialista. Ma questo nemmeno era importante: il colore politico non era in questione. I magistrati non hanno mai nemmeno tentato di colpire un sistema, e se oggi possiamo dire che l’unico a pagare dei vertici politici di allora è stato Craxi, lo si deve al fatto che l’unica cosa che stava loro a cuore era che chi entrava nei loro uffici facesse il suo nome. Gli altri non hanno avuto bisogno di scappare. Perché alla fine, le uniche domande vere non ce le ha mai rivolte nessuno. Nessuno ha mai chiesto perché lo facevamo tutti. Perché eravamo così tanti.»</p>



<p>Ma, pensa lo scrittore, questa non è una domanda che possano porsi i giornalisti di cronaca giudiziaria, o gli editorialisti che interpretano i fatti per raggiungere una verità di comodo. Altrimenti sarebbero costretti ad ammettere che la corruzione è parte integrante del capitalismo. Anzi, è l’anima stessa del capitalismo. </p>



<p>Negli anni Ottanta la politica italiana si era data il compito di abbattere le ultime resistenze di piazza. I sindacati, durante i 35 giorni di occupazione operaia della Fiat, avevano svolto per benino il loro dovere nei confronti degli Agnelli, vendendo a una canzone le ultime resistenze del movimento operaio. Quattro anni dopo, Berlinguer, autore di una svolta politica con la quale aveva ripudiato l’entrismo degli anni Settanta, muore lasciando il posto ai miglioristi – di cui Giorgio Napolitano era uno dei principali esponenti – che in seguito hanno banchettato bellamente sul cadavere degli operai. Nello stesso periodo, il quadrupede anglofono Thatcher-Reagan conduceva l’Occidente nella trappola neoliberista e avviava l’era dello smantellamento dello stato sociale e dello sfruttamento all’osso dei lavoratori.</p>



<p>A questa stregua, lo scrittore, prima di cominciare a scrivere deve partire dal presupposto che la morale capitalistica altro non è che l’apoteosi della prevalenza dell’interesse privato. E che il quadrupede anglofono ha propagandato per tutto l’Occidente il culto dell’immagine, l’individualismo e il mito dei soldi facili. Gli anni Ottanta e le persone formatesi in quel decennio sono stati il prodotto di questo mantra. Scrittori compresi che, in quel vortice vuoto, hanno sguazzato, riducendo la narrativa a mero intrattenimento e guadagnandone, guarda caso, in termini di immagine e di soldi. Essendone il prodotto, non sono in grado di confrontarsi con quella stagione.</p>



<p>Restituire vita alla vita è il compito di un narratore. Lavorare sui piccoli gesti, mostrare le emozioni, le paure di un uomo che nasce privo di capitale sociale, in una famiglia dove i soldi sono stati sempre tirati, che il primo letto lo ha avuto a diciotto anni perché il padre ha vinto 70.000 lire al totocalcio, senza i quali mai avrebbe potuto comprarlo; un uomo che da piccolo ha sempre sognato una Mercedes, al punto di rendere chiodo fisso il desiderio, e che a un dato momento della sua vita corona il sogno entrando in una concessionaria, con milioni di lire a disposizione sul conto corrente.</p>



<p>Forse proprio questo è il limite dei vari resoconti giornalistici sugli anni Ottanta: l’avere parlato della corruzione limitandosi a notificare quella dei partiti e dei capitani d’industria, della loro collusione, dimenticando per strada che la storia è più reale quando si verticalizza l’analisi, se si mostrano i dispositivi attraverso cui le scelte politiche instaurano nel corpo della popolazione una determinata conformazione mentale per condizionarne il modo di agire. Per questo tocca alla narrativa far sentire la propria voce, raccontare le storie di miriadi di persone simili a quest’uomo. Perciò lo scrittore lo sceglie come protagonista del suo romanzo sugli anni Ottanta.</p>



<p>Un uomo venuto dal nulla, un uomo ritrovatosi un giorno della sua vita nell’ufficio di Craxi e che, qualche anno più tardi uscirà furente dalla filiale di una banca e chiamerà al telefono il presidente del più grande gruppo bancario dell’epoca; un uomo che ha brigato con uomini che oggi, nel 2012, vengono indicati dai media come modelli d’italiano vincente, che pure a quell’epoca sono stati protagonisti d’inchieste, in appello scagionati con tante scuse. Uomini usciti dalla tempesta giudiziaria, tra gli onori della cronaca, a testa alta, e che pure erano lì, seduti insieme all’informatore, in riunioni, coinvolti nel cosiddetto malaffare, in seguito assolti dal tribunale e, di conseguenza, dalla Storia: «Uomini che con Craxi hanno mangiato, che grazie a lui si sono arricchiti e che, una volta scoppiato il casino, gli hanno girato le spalle allontanandosi fischiettando con le mani sporche affondate nelle tasche. Prova a leggere la loro pagina su Wikipedia. Assolti con i risarcimenti dello Stato. Candidi e puliti come puttini.»</p>



<p>Parlando con alcuni protagonisti dell’epoca, lo scrittore ha notato che nei vari scambi di denaro, nelle valigette gonfie di milioni che partivano da un casello dell’autostrada a un altro, nelle gare di appalto pilotate, non c’era la sensazione di compiere un reato, bensì l’adesione a una regola di scambio consolidata e perpetuata da tutti. Tutti collegati da uno stesso filo. Ungere qualcuno era necessario per poter lavorare, ma veniva fatto senza che questo venisse considerato un problema. Quasi ci fosse una conformazione naturale, psicologica, un’osmosi tra l’individuo e la società dentro cui questi si trovava a vivere. Fino a diventarne un ingranaggio. Anche perché la posta in palio rendeva conveniente l’investimento.<br>Permetteva di aderire perfettamente al modello imperante non solo da un punto di vista economico, ma anche umano: «Ricordi? Immagine, individualismo e soldi facili. Come diceva quell’altro scemo? Lo yankee. È il mercato, bellezza.» Individuo, eppure&#8230; è incredibile notare come negli anni Ottanta il Potere sia stato capace di creare un mostro sociale nella forma di paradosso: l’individualismo come forma di massificazione, vigente ancora oggi.</p>



<p>Il romanzo che sta per nascere dovrà essere costruito per rispondere alla domanda che nessuno storico e nessun magistrato ha mai rivolto ai protagonisti dell’epoca. Probabilmente perché la risposta era implicita nella consequenzialità della dinamica azione-conseguenza. La verità tipica dei tribunali, che scarica l’intera responsabilità sull’individuo. Il movente? Il denaro. Lo scrittore si chiede se verrà mai il giorno in cui un processo non si accontenterà più di dare risposta alla domanda sul movente e chiederà di conoscere anche le influenze che quel movente hanno prodotto. Così da portare alla sbarra la società vigente, l’ordine costituito. Fino ad allora, la terra di nessuno dell’influenza sociale toccherà al narratore dissodarla e analizzarla per comprendere la natura dei suoi frutti. E i calli sulle mani saranno le medaglie al suo valore di scrittore.</p>



<p>Secondo l’ormai consueto inizio in medias res, a casa del protagonista una sera squilla il telefono. All’epoca non esistevano i cellulari, e questo telefono è un classico apparecchio grigio a disco. L’uomo risponde con carta e biro in mano. Aspettava questa telefonata.</p>



<p>Una voce mai sentita prima pronuncia un nome che non è il suo. “Mi sa che ha sbagliato numero”. E dall’altra parte: “Ah, mi scusi, ma questo non è il&#8230;” e snocciola il numero telefonico sbagliato che l’uomo prontamente appunta sul foglio. La telefonata si chiude, l’uomo apre un cassetto, ne estrae un sacchetto pieno di gettoni, esce di casa ed entra in una cabina telefonica. Digita il numero che si è appena appuntato. Dall’altra parte, una voce che non conosce gli dice: “Domani mattina alle 7.30 presentati qui con un offerta pari a&#8230; e un ribasso del 12,28”. Dopodiché l’informatore, di cui il protagonista del romanzo è l’alterego, si presenta puntuale e si aggiudica l’appalto. «Guarda che succede ancora oggi, non ti credere. Anche se sigillano le buste con la ceralacca non è difficile aprirle se hai una pentola e dell’acqua da far bollire. Poi le richiudi con dell’Attack e non resta alcuna traccia, nessuno se ne accorge&#8230;»</p>



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<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-2-3/" data-type="post" data-id="2570" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong> <em><strong>(parte 2/3)</strong></em></a><em>, </em>Walter G. Pozzi<br><em>Il meccanismo degli appalti, il microsistema e i parassiti delle tangenti, raccontati da un protagonista dell’epoca</em></p>



<p><a href="https://rivistapaginauno.it/il-romanzo-mai-scritto-sugli-anni-ottanta-parte-3-3/" data-type="post" data-id="2572" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il romanzo mai scritto sugli anni Ottanta</strong> <em><strong>(parte 3/3)</strong></em></a><em>, </em>Walter G. Pozzi<br><em>La complicità di banche e imprese di Stato nel</em> giro <em>dei fallimenti e delle tangenti, raccontata da un protagonista dell’epoca</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Giustizia: la riforma salvacorrotti</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/giustizia-la-riforma-salvacorrotti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Pozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 09:08:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[magistratura]]></category>
		<category><![CDATA[tangentopoli]]></category>
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					<description><![CDATA[L'estremo tentativo di salvare un sistema nazionale retto dalla corruzione, per difendersi dagli attacchi della magistratura]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-10-dicembre-2008-gennaio-2009/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 10, dicembre 2008 &#8211; gennaio 2009)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;estremo tentativo di salvare un sistema nazionale retto dalla corruzione, per difendersi dagli attacchi della magistratura</p></blockquote>



<p><em>“Corruzione e indifferenza politica: sono braccio e mente l’una dell’altra”.</em><br>Honoré de Balzac (1842)</p>



<p class="has-drop-cap">La fretta di agire e l’accordo totale tra le parti politiche non sono mai un segno di salute per una democrazia. È quanto sta accadendo con la ‘riforma della giustizia’ sulle cui note da mesi i politici si strusciano tra loro in uno strano balletto da casa di tolleranza.<br>È da un po’ che in Parlamento se ne parla; da qualche anno. Dalla grande paura di Tangentopoli. Con l’ansia di chi sta per perdere il controllo di qualcosa di importante.<br>Difficile comprendere, quindi, la serenità di molti editorialisti nell’accogliere i proclami di rinnovamento da parte del guardasigilli. La loro coscienza appare fin troppo selettiva nell’accettare, <em>sic et simpliciter</em>, tutte le argomentazioni provenienti dal Parlamento, quali ‘la riforma dell’assetto costituzionale della magistratura’ o ‘la velocizzazione del processo’, come se l’attuale quadro politico italiano non presentasse alcuna anomalia. Al contrario, alcuni giornali, Corsera in testa, si prestano volentieri a fare da cassa di risonanza ai proclami riformisti (più che ai programmi, ancora piuttosto evanescenti) che il governo, con l’appoggio dell’opposizione, dice di volere attuare quanto prima.</p>



<p>Viene da chiedersi quale percezione abbiano Battista, Panebianco, Romano, Galli della Loggia della società italiana, e se abbiano mai sentito parlare del profondo stato di corruzione in cui versano economia e politica; o se siano a conoscenza dell’esistenza di quella diffusa realtà nazionale che risponde al nome di criminalità organizzata, e di quella componente sociale, oggi preponderante nel mondo degli affari, definita borghesia mafiosa.</p>



<p>Non tutto il mondo è paese. Occorre sapere che quando si parla di corruzione in Italia ci si confronta con una realtà che non trova eguali nel resto d’Europa. Al punto che gli stessi cittadini italiani non hanno più alcuna percezione del problema. Come se, al termine delle inchieste di Mani Pulite, e dopo la mancata pulizia, fosse stata definitivamente assorbita e metabolizzata a livello di società civile; quasi che il codice morale degli italiani avesse accettato la corruzione come si accetta una normale prassi del sistema. Eppure chiunque in Italia sa che oggi, nel 2008, si paga per tutto, per avere un posto letto in corsia, per superare un esame universitario, per diventare notaio, per saltare la fila. L’unica cosa che si può dire, per giustificare un simile stato di passività, è che in effetti, rispetto ai tempi di Tangentopoli, corrotti e corruttori si sono fatti più attenti. Ciò non toglie che la quantità di denaro nero che circola per il Paese sia impressionante, una buona parte del quale rientra nell’economia in chiaro attraverso operazioni di riciclaggio al Nord come al Sud (1). Non di meno, non desta sospetto a questi analisti della politica il fiorire di centri commerciali sempre più grandi, in reciproca concorrenza spaziale ancor prima che commerciale.</p>



<p>Corrompere, a livello di amministrazioni locali, è diventata la regola; in molte città e paesi italiani non viene assegnato un appalto senza passare per la criminalità organizzata, e la collusione di professionisti e colletti bianchi con le attività mafiose è diventata una prassi sempre più diffusa.<br>Un quadro cui va aggiunta tutta una serie di altri reati che spaziano dall’abuso d’ufficio, ormai depenalizzato da accorte rimodulazioni della legge, alla sottrazione di fondi pubblici.</p>



<p>È probabile che la scarsa percezione del fenomeno da parte degli italiani sia dovuta al silenzio tombale dei media. Non ne parlano proprio, malgrado studi in materia dicano, senza possibilità di fraintendimento, che esiste in Italia una vera e propria economia della corruzione, con le proprie logiche e le proprie regole, di entità difficile da accertare, ma che con certezza si assesta su valori ingenti.</p>



<p>E mentre nel contesto internazionale si sviluppa un clima di particolare interesse per la lotta alla corruzione, mentre aumentano le convenzioni in materia, attivate per garantire una parità di condizioni che consenta una reale concorrenza delle imprese sul mercato globale, in Italia il governo, per tutta risposta, sopprime (25 agosto 2008) – davanti alla sorpresa di Drago Kos, presidente del GRECO (Group of States against corruption) – l’istituto dell’<em>Alto commissariato per la prevenzione ed il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione</em>. Una dimostrazione del disinteresse (o di un interesse di tipo doloso) dei governanti riguardo al problema.</p>



<p>Sapere che le funzioni dell’Alto commissario, dopo la chiusura di una struttura che cominciava a dare i primi frutti a livello di analisi e di monitoraggio nazionale del fenomeno, siano passate al ministro delle attività pubbliche Brunetta, non induce all’ottimismo. È questi, infatti, un uomo dalla cui bocca non è mai uscito un sospiro che denunciasse, adesso che il compito della repressione è nelle sue mani, i costi che la corruzione comporta per lo Stato italiano e, quindi, per i contribuenti. Gli verrà un colpo, al termine della guerra ai ‘suoi’ dipendenti, ai writers e ai medici ospedalieri, quando leggerà l’ultimo rapporto annuale dell’anticorruzione e apprenderà che, rispetto ai costi economici, culturali e sociali dovuti alla vasta corruzione in auge tra i suoi colleghi, gli sprechi della pubblica amministrazione sono una piuma. O forse lo sa bene, ma sa altrettanto bene che il governo, a braccetto con l’opposizione (escluso Di Pietro), ha una più diretta convenienza a combattere quella parte di magistratura sana che persegue con ostinazione il diffuso mercato di ‘scambi e favori’ economici.</p>



<p>Alla luce dello stato della macrocorruzione e della microcorruzione in Italia, il canone interpretativo del fenomeno da porre in cima al&nbsp;<em>cahiers de doléances</em>&nbsp;non può che essere l’analisi economica della situazione italiana, senza la quale non è possibile comprendere come e quanto il forte interesse privato – che pratica la corruzione (sotto la protezione politica) per limitare la libera concorrenza – oggi orienti e condizioni l’operato politico.</p>



<p>In Italia la parola Giustizia è un concetto flessibile che oscilla tra l’atto arbitrario dei primi capitribù e la moderna giurisprudenza. Alla voce arbitrario, il vocabolario dà queste due definizioni: che dipende dalla volontà, dall’opinione del singolo – senza cioè riscontri oggettivi – e illegittimo, abusivo. Un atto di usurpazione delle cui origini la memoria collettiva ha perso le tracce. Quasi che Giustizia e Legge avessero una genesi metafisica o divina. Berlusconi, in tal senso, riporta gli italiani ai tempi delle prime comunità e rivela loro quanto l’architettura legale sia implicata nella difesa di un sistema e di interessi privati. Nel suo doppio ruolo di imprenditore e di politico, il Cavaliere rappresenta una curiosa anomalia, non solo perché legittima il conflitto d’interessi, ma, e soprattutto, perché, al di là di una specifica volontà personale, restituisce con ogni sua azione una verità negata sulla sostanza della pratica del potere tout court.</p>



<p>Per questo motivo sarebbe sbagliato pensare alla riforma della giustizia promossa dal suo uomo Angelino Alfano (una creatura di Marcello Dell’Utri, in verità), come una questione personale con la giustizia. Anche, ma non solo. La riforma della giustizia, così come verrà concepita, salvaguardando Berlusconi dai suoi guai, asfalterà la via di salvezza a un intero sistema politico ed economico retto da un regime di corruzione degno del Terzo mondo. Per cui è normale che, dopo centocinquant’anni di un potere che ha elevato l’illegalità a sistema di controllo del mercato, i capitani d’industria e le varie lobby degli affari – accortisi di quanto la situazione dell’illegalità rischi di esplodere loro tra le mani – abbiano deciso di catturare lo Stato per controllare la magistratura, ovvero, l’unica realtà in grado di creare loro problemi. </p>



<p>Perché, in un momento in cui il capitalismo rischia di implodere, va da sé che gli effetti globali della crisi in Italia risultino accentuati, in un Paese in cui, oltre al ‘normale’ sfruttamento dei lavoratori, è stata usata la corruzione come arma di dominio del mercato in stretto abbraccio con una politica fortemente protezionistica. Sta tutta qui l’anomalia italiana. Oggi è solo più evidente grazie all’affermazione di Berlusconi il quale, se da un lato ha tolta dall’ombra questa verità, per altri versi ha contribuito a garantire all’Impresa il diretto condizionamento dei più alti livelli istituzionali, al punto di permettere a banche, finanzieri, industriali e professionisti, di prendere decisioni e garantirsi, senza ulteriori mediazioni, situazioni di monopolio e vantaggi fiscali; di crearsi rendite di posizione; di allocare risorse economiche in territori a concentrazione mafiosa; di decidere degli investimenti pubblici, che privilegiassero, come sempre nei Paesi ad alto tasso di corruzione, la realizzazione di nuove opere. In poche parole di erigere a forma di potere il sistema mafioso.</p>



<p>Non è un caso che l’economia italiana ristagni ormai da qualche anno, segnando tutta una serie di effetti di cui la vasta diffusione della corruzione è direttamente responsabile. E cioè: alterazione dei prezzi sul sistema dei mercati, impedimento di una libera concorrenza, alterazione del mercato dell’offerta del lavoro con la prospettazione di facili guadagni, chiusura delle imprese sane, inibizione dell’avvio e dello sviluppo di nuove attività, inquinamento degli appalti pubblici, distorsione delle allocazioni delle risorse finanziarie. Ragion per cui, come sottolinea l’ultima relazione redatta dall’Alto commissario: “Il costante sviluppo di questi raffronti evidenzia una significativa correlazione tra la corruzione e i fattori indicatori della crescita economica, nel senso che ad alti livelli di corruzione corrisponde un basso livello di Prodotto Nazionale Lordo, un basso tasso di crescita del Pil, un alto fattore di rischio per gli investimenti, un alto costo del denaro e un complessivo effetto di scoraggiamento degli investimenti esteri” (2).</p>



<p>Contro un fenomeno tanto invasivo la legislazione non ha mai opposto un contrappeso. Negli ultimi quindici anni la normativa italiana anticorruzione, al contrario, si è molto addolcita, lasciando cadere verso il basso un forte incentivo a delinquere che contraddice la favola della predisposizione degli italiani a eludere la legge. Teoria buona a giustificare l’operato della loro classe politica. Vero semmai è il contrario. Senza scomodare le complesse teorie marxiane su struttura e sovrastruttura, nel caso dell’Italia è sufficiente ricorrere a un vecchio adagio popolare secondo cui il pesce puzza sempre dalla testa.</p>



<p>Per paradosso, oggi il nuovo pericolo per la classe dirigente italiana arriva dall’Unione europea, da quando questa ha adottato un sistema di norme che favoriscono la lotta alla criminalità e che l’Italia è costretta, seppure già con notevole ritardo, a recepire nel proprio ordinamento penale, per una questione di credibilità e di immagine di fronte ai consessi internazionali ed europei. Queste riguardano, neanche a farlo apposta, proprio la corruzione e non prospettano alcunché di buono per i gruppi di potere del Paese.</p>



<p>Dai tempi di Tangentopoli, il quadro economico italiano è molto mutato. Privatizzare è il nuovo dogma a cui anche lo Stato si è adeguato. Ne è seguita una riorganizzazione del sistema pubblico, grazie alla quale sono state trasferite diverse competenze a enti privati o a società, come tali vincolate alle regole del diritto privato. Da allora gli appalti per le grandi opere pubbliche possono venire assegnati con procedure di tipo privatistico, anche attraverso la diffusione di nuove figure economiche, quali il general contractor (Impregilo è uno di questi). All’interno del processo di rinnovamento, la corruzione ha prodotto i propri anticorpi e si è evoluta come un perfetto organismo mutante, rendendosi ancora più invisibile dal momento che le logiche interne delle nuove realtà sono insondabili e avvolte dal mistero. </p>



<p>Se a ciò si aggiunge che ai manager di queste società, non avendo la qualifica di pubblici ufficiali, non possono venire imputati i reati di corruzione e di concussione, si fa presto a capire quali agevolazioni siano state assicurate alla pratica dell’illegalità. Una specie di saturnale che la Ue e l’Onu puntano a debellare, chiedendo all’Italia proprio di eliminare la differenza tra corruzione e concussione, di estendere il reato al settore privato e di adottare il provvedimento della confisca dei beni e dei proventi per chi corrompe, già in vigore nel caso dei condannati per mafia.</p>



<p>Non è una richiesta che l’Italia possa rifiutare, e infatti fino a ora ha tergiversato non poco, beccandosi parecchie tirate d’orecchie. È per questo motivo che adesso la riforma della giustizia viene contrabbandata come un’urgenza nazionale. Niccolo’ Ghedini, meglio noto come l’avvocato di Berlusconi, si è già messo duramente al lavoro. Forgiato da anni e anni di studi e applicazioni che permettessero al suo datore di lavoro di sfuggire ai tanti processi, rappresenta l’uomo giusto al posto giusto. E come contraltare si è proposto Luciano Violante. Perfettamente bipartisan. Anche perché nessuno vuole che qualche magistrato si ponga di traverso alla tanto decantata governabilità, proprio adesso che è stata raggiunta e ogni forma di opposizione parlamentare è stata debellata, magari aprendo nuovi filoni d’inchiesta sul modello di Mani Pulite. Cosa ne sarebbe dell’Italia! Per questo motivo il Parlamento varerà la riforma della giustizia con un atto arbitrario. </p>



<p>E pur non dimenticando la parte demagogica da servire a pranzo e a cena agli italiani parlando di giusta durata del processo, di responsabilità civile del magistrato, di macchina della giustizia più efficiente, di separazione delle carriere, di revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale, di privacy, e accanendosi contro un’intera popolazione di indifesi e senza voce, di carcerati, prostitute, extracomunitari; pur non dimenticando questo, brigherà nell’ombra i propri interessi per introdurre un pacchetto di soluzioni a protezione della macrocriminalità di politici, mafiosi e affaristi di ogni sorta e grado. Verranno spostati i paletti in sede d’inchiesta per impedire che qualche pezzo grosso possa venire processato, negando magari l’uso di importanti strumenti di investigazione quali le intercettazioni telefoniche. E potrebbe anche proporre di consegnare la direzione delle indagini alla polizia giudiziaria, sottomettendo la Giustizia all’arbitrio del governo per toglierla al pubblico ministero. Ma tutto questo riguarda l’aspetto tecnico del come, quello dell’azione. E conterà ben poco a quel punto, quando si sa bene che sono costretti a farla e che quindi la faranno.</p>



<p>In fondo lo Stato anche in passato si è sempre mosso per garantire le esigenze di stabilità. È vero che prima di oggi la posta in gioco è stata la preservazione del sistema di produzione e dello sfruttamento del lavoratore, mentre adesso si tenta di salvare l’illegalità. Ma forse non c’è nemmeno tutta questa differenza. Alla fine il come sarà sicuramente il meglio possibile per politici e affaristi.<br>Resterà sotto gli occhi di tutti la Riforma della giustizia, simile – magra consolazione – a una silenziosa ammissione di colpa.</p>



<p class="has-small-font-size">(1) Cfr. <em>Belpaese Connection</em> di Giovanna Baer, Paginauno n. 9/2008<br>(2) <em>Il Fenomeno della corruzione in Italia 2007</em>, Relazione dell’Alto commissario anticorruzione</p>
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