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	<title>Renato Curcio &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
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	<title>Renato Curcio &#8211; Rivista Paginauno</title>
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		<title>Intelligenze artificiali e intelligenze sociali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 14:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[La tecnica e il sociale non vanno confusi: la tecnica è lo strumentale e lo strumentale funziona in modo diverso dalla vita. Renato Curcio aggiunge un altro tassello al suo percorso di ricerca]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-89-gennaio-febbraio-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 89, gennaio – febbraio 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La tecnica e il sociale non vanno confusi: la tecnica è lo strumentale e lo strumentale funziona in modo diverso dalla vita. Renato Curcio aggiunge un altro tassello al suo percorso di ricerca</p>
</blockquote>



<p><em>Incontro-dibattito sul libro </em><a href="https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/novita/519-intelligenze-artificiali-e-intelligenze-sociali.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Intelligenze artificiali e intelligenze sociali di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2024)</em></a><em>, presso il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Milano, 29 settembre 2024</em></p>



<p class="has-drop-cap">Questo libro è il seguito di un percorso di ricerca che faccio dal 2015, quindi da un po’ di anni, sul rapporto tra il vivente e lo strumentale, cioè tra le tecnologie nel senso generale del termine – le macchine – e l’umano, come momenti di un tipo di società, quella capitalistica, che sempre più li incrocia e li ibrida. Dopo il periodo della digitalizzazione, quindi di un capitalismo che era passato dal macchinismo industriale a una più complessa tecnologia digitale – che già aveva cambiato moltissime modalità di lavorare ma anche di entrare in relazione – con l’intelligenza artificiale si è fatto un passo ulteriore. Un passo che è stato guardato, da una parte con la curiosità che spesso caratterizza la grande stampa, una curiosità legata alla pubblicità, per cui si parla molto di una certa tecnologia perché questo la promuove – ed è il caso di dispositivi come ChatGPT, che a un certo punto viene immesso nel mercato e nel consumo un po’ come era stato fatto, a suo tempo, coi social network, mitizzandone le potenzialità, le caratteristiche, le prospettive ecc. –; d’altro canto è tuttavia anche vero che, al di là delle mitizzazioni propagandistiche, queste tecnologie progressivamente non solo hanno cambiato, e stanno cambiando, il nostro modo di vivere, ma lo stanno facendo molto velocemente e profondamente, mentre non cambia la nostra capacità di entrare in relazione consapevole con questi strumenti. Questo libro, quindi, parla e si interessa dell’intelligenza artificiale in relazione all’immaginario, ossia in relazione a uno dei problemi di fondo del cambiamento sociale, perché nessun cambiamento sociale si è mai prodotto senza che si generasse un immaginario istituente.</p>



<p>Gramsci è conosciuto in tutto il mondo soprattutto per il suo grande contributo relativo al concetto di egemonia: sostanzialmente in che modo le classi sociali – e soprattutto quelle che hanno il potere, quindi che si collocano in una situazione di forza rispetto alle altre – costruiscono la cattura dell’immaginario dei cittadini, con quali strumenti li portano a sé; in breve, come esercitano il loro dominio. Noi viviamo in Occidente, dove il concetto di egemonia è fondamentale per aiutarci a comprendere cosa succede. Per rimanere nel dopoguerra, il dominio è stato ed è costruito su una cattura dell’immaginario strumentata con la scuola, con i quotidiani, con la radio, con la televisione, con tutta una serie di strumenti che costruiscono delle narrazioni sugli eventi. Negli anni Sessanta, un grandissimo sociologo americano, Charles Wright Mills, e un grande giornalista americano che lavorava anche con Mills, Walter Lippmann, hanno scritto interessanti lavori sulla costruzione degli pseudo-ambienti come narrazioni del potere: tutti i poteri creano delle realtà sostitutive agli eventi, perché tanto i cittadini non li possono osservare direttamente. Noi vediamo l’Ucraina o la Palestina attraverso gli occhi di Repubblica, del Corriere della sera, della Stampa o di qualche blog, di qualche manifesto, di un canale radio o televisivo&#8230; li vediamo insomma sempre attraverso dei media, che ce li presentano in un certo modo; salvo forse alcuni di noi, non abbiamo alcuna contezza di questi mondi, non li abbiamo mai incontrati, non abbiamo probabilmente mai nemmeno conosciuto qualcuno che proviene da questi mondi, o li abbiamo conosciuti distrattamente perché abbiamo letto un libro o ci siamo un po’ informati. La costruzione di pseudo-ambienti è quindi la tecnica fondamentale con la quale viene creato progressivamente un immaginario istituito, con la quale la società istituisce un modo di apprendere e di vedere le cose. È il motivo per cui oggi, in tutta l’Europa, l’immaginario istituito rispetto a quel che sta accadendo nell’area palestinese è che bisogna difendere Israele da un’aggressione: è indubbio che questo sia uno pseudo-ambiente informativo. Questi processi sono stati studiati da Gramsci, come citavo prima – ma possiamo ricordare anche molti altri, come la Scuola di Francoforte – tuttavia con l’intelligenza artificiale è intervenuta una nuova tecnologia la cui caratteristica è molto diversa: oggi non è più vero, e men che meno lo sarà in tendenza, che i media tradizionali svolgano una funzione significativa. McLuhan lo possiamo proprio mettere in biblioteca. Il suo “il media è il messaggio” è stato un grandissimo contributo ma oggi non è più vero, se non nella misura in cui il media è diventato un media personalizzato, non più un media per tutti ma un media per ciascuno.</p>



<p>Ma prima di parlare delle tecnologie vediamo quali sono le aziende che producono l’intelligenza artificiale, qual è la loro storia&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-89-gennaio-febbraio-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 89</a></p>



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		<title>Sovraimplicazioni: capitalismo cibernetico, intelligenza artificiale, Gaza, resistenza</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/sovraimplicazioni-capitalismo-cibernetico-intelligenza-artificiale-gaza-resistenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 13:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Sovraimplicazioni: processi che attraverso i dispositivi digitali si configurano come meta-contesti obbliganti agendo sulla nostra vita. L’ultima riflessione di Renato Curcio sul capitalismo cibernetico]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-87-luglio-settembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 87, luglio – settembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Sovraimplicazioni: processi che attraverso i dispositivi digitali si configurano come meta-contesti obbliganti agendo sulla nostra vita. L’ultima riflessione di Renato Curcio sul capitalismo cibernetico</p>
</blockquote>



<p><em>Nel suo ultimo libro, </em><a href="https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/495-sovraimplicazioni.html" data-type="link" data-id="https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/495-sovraimplicazioni.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sovraimplicazioni. Le interferenze del capitalismo cibernetico nelle pratiche di vita quotidiana</a><em> </em><em>(Sensibili alle foglie, 2024), Renato Curcio affronta il concetto di ‘sovraimplicazione’ e lo analizza nei diversi territori toccati dal capitalismo digitale. “I processi di sovraimplicazione,” scrive Curcio, “si configurano come meta-contesti obbliganti dai quali […] non possiamo prescindere anche se quasi mai vengono evocati o, quando accennati, restano poco approfonditi per ciò che attiene il versante ideologico della loro funzione”; versante importantissimo per quanto riguarda “la sovranità tecno-digitale, anche egemonica, esercitata da un pugno di aziende – Google, Facebook, Amazon, Microsoft, OpenAI, Apple – che, pur non formalmente dichiarata, grava di fatto sia sul sistema di alleanze euro-statunitense, sia su Internet, come sua infrastruttura, sia infine su ciascuno di noi”. Sovraimplicazioni che dunque agiscono nel sistema geopolitico e in quello economico capitalistico, nell’ambito delle comunicazioni e all’interno dei social network, nell’intelligenza artificiale e nelle nostre “solitudini connesse”, con lo spettro di un nuovo paradigma disciplinare che va già concretizzandosi. Il testo che segue è tratto dall’incontro-dibattito sul libro avvenuto il 12 maggio 2024 presso il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Milano.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Partiamo dalle macchine e da un domanda che è forse tra le più inquietanti: le macchine esistono fuori dalla storia o dentro la storia? Le macchine di oggi sono diverse da quelle presenti nella società industriale dei decenni passati: all’epoca non comunicavano fra loro, erano strumenti come potevano esserlo una zappa o un rastrello o una falce: c’eri tu e la macchina, che era in qualche modo una protesi che utilizzavi per svolgere un tipo di attività. C’era un rapporto tra la specie – in questo caso l’umano –, c’era un’epoca – gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta –, c’era un sistema di macchine che usavi che era di proprietà di qualcuno, per esempio la Fiat, che era un capitalista, il quale faceva utilizzare delle macchine per costruire altre macchine, per realizzare un profitto. Quindi, la prima riflessione che dobbiamo fare sulla nozione di ‘macchina’ è questa: le macchine non esistono fuori dalla storia. E se esistono nella storia, esistono in un’epoca, e in quell’epoca si decide la relazione tra te e la macchina.</p>



<p>Nella società industriale la relazione era quella accennata prima, era una società capitalistica che funzionava in quel modo. Anche oggi siamo in una società capitalistica, anzi ipercapitalistica, ma le macchine non sono più nella stessa relazione con noi, perché mentre le utilizziamo esse fanno delle operazioni per conto loro, comunicando con un’infinità di soggetti. Mi riferisco a macchine ordinarie come lo smartphone, uno strumento diventato indispensabile per sopravvivere in quest’epoca. Le macchine dunque, a questo punto, non svolgono più la funzione di prima ma un’altra, cioè <em>sovraimplicano</em> l’uso che noi ne facciamo e ci pongono di fronte a problemi molto seri. Ho messo al centro di una riflessione la nozione di ‘sovraimplicazione’ perché troppo spesso viene tralasciata, non vista, sparisce dallo sguardo, eppure è quella che decide cosa sta succedendo e a cosa stiamo assistendo quando guardiamo quella macchina fare qualcosa.</p>



<p>Dicevamo che siamo in una società capitalistica ma il capitalismo non è più quello di un tempo. Oggi non c’è nemmeno più la localizzazione, i luoghi: il luogo Stato, il luogo nazione degli anni Sessanta e Settanta, non è il luogo geopolitico in cui ci troviamo ora; è vero che c’è una continuità, e per questo ho dedicato un capitolo del libro a questa sovraimplicazione, ma è una continuità che ha preso delle forme piuttosto curiose. La continuità, per esempio, del passaggio in Italia alla prima società industriale è legato alla fine della seconda guerra mondiale, quando l’Italia è uno dei Paesi che ha perso la guerra, un Paese sconfitto, un Paese che per tirarsi su deve pagare un prezzo, che gli viene chiesto in termini molto chiari nella spartizione del mondo fatta dai vincitori. Allora c’era l’Unione Sovietica, oltre a Stati Uniti e Inghilterra. Come sappiamo, in questa spartizione l’Italia andrà a finire sotto un Paese in qualche misura ‘garante’ – gli Stati Uniti – in una forma di colonizzazione. Dal ‘45 in poi l’Italia è una colonia che decide, all’interno del modo di produzione capitalistico, di fare un percorso di crescita con i fondi che gli vengono dati per la ricostruzione, e in quel percorso deve in qualche modo fare patti con chi la colonizza. Ne fa due: uno è la NATO – che rientra a pieno titolo nella forma capitalistica che si svilupperà, perché è la NATO a decidere come fare la ricostruzione militare dell’Italia –, l’altro sono i patti del 1954, patti segreti – sfido chiunque a dirmi cosa c’è scritto in quegli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti – che affidano agli USA quattro luoghi sul suolo italiano, le famose basi americane extra territoriali. Quattro basi in cui gli Stati Uniti hanno collocato i loro strumenti e che possono utilizzare per ciò che decidono utile – vi ricorderete tutti di Sigonella, che ha portato anche a una crisi politica. Il punto è che il capitalismo italiano cresce all’interno di questa sovraimplicazione militare, anche come progettualità tecnologica.</p>



<p>L’Italia è un Paese dove ci sono persone piuttosto sveglie, e le prime figure capitalistiche non sono solamente coloro che prendono i fondi dagli Stati Uniti e li utilizzano per la ricostruzione industriale, c’è anche Olivetti, per esempio, che ne fa un uso completamente diverso. Olivetti mette in piedi un’azienda sulla base di quella del padre, ossia un’impresa elettromeccanica tecnologicamente molto avanzata, e alla fide degli anni Cinquanta si rende conto che si può fare un salto tecnologico dall’elettromeccanica all’elettronica; inizia dunque a cercare a livello mondiale qualche figura particolarmente brillante e trova Mario Tchou, un ingegnere cinese formatosi anche negli Stati Uniti e con una lunga storia di ricercatore alla spalle. I due vanno a studiare i primi lavori nelle università statunitensi e nei laboratori di ricerca sul computer, ne traggono un’idea, la elaborano con l’Università di Pisa e tirano fuori il primo computer a transistor della storia della nostra specie. È stato un passo di una fantasia e di una capacità creativa straordinarie, pensare una cosa che non c’era. Hanno creato un computer che dava i punti all’IBM. Questa operazione entra però in conflitto con la sovraimplicazione militare. All’epoca la tecnologia era ancora quella delle schede perforate, e Olivetti crea questo computer che è più veloce, più piccolo, multifunzionale: quanto è grande il mercato di una simile nuova tecnologia? Quanto il mondo. Quindi Olivetti va a Mosca e va a New York, e cosa gli succede? Che nel 1960 viene trovato morto sul treno che da Milano va in Svizzera, in un vagone vuoto, e nessuno fa un’autopsia. E cosa succede a Mario Tchou? Che nel 1960 muore in un rocambolesco incidente di cui nessuno ha mai saputo dare una spiegazione. E cosa succede alla Olivetti? Che un comitato di garanti dice che forse si è spinta troppo avanti con questa storia dell’elettronica, e che è meglio dare il settore alla General Electric. La Olivetti dunque resta un’industria elettromeccanica e la tecnologia elettronica si sviluppa negli Stati Uniti, grazie anche agli aiuti statali.</p>


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<figure class="alignleft size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="303" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/sovraimplicazioni-curcio-87.jpg" alt="" class="wp-image-9450" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/sovraimplicazioni-curcio-87.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/07/sovraimplicazioni-curcio-87-198x300.jpg 198w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
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<p>Qual è il punto che voglio focalizzare con questo esempio? Che alla sovraimplicazione militare vediamo affiancarsi la sovraimplicazione economica e la sovraimplicazione tecnologica. Non è vero che lo sviluppo tecnologico avviene sulla base delle idee che i ricercatori e gli imprenditori elaborano; avviene sulla base dei sistemi politici che lo consentono o che lo negano. In Italia non è stato possibile pensare a uno sviluppo delle tecnologie così come, negli stessi anni, non è stato possibile pensare a uno sviluppo delle nostre fonti energetiche. Due situazioni, per quanto qui semplificate, che ci dicono una cosa molto importante: quando parliamo di macchine, parliamo di sistemi politici, di sistemi e di tecnologie che sono interconnessi. Quando parliamo di intelligenza artificiale, di città, smart city&#8230; parliamo di ChatGPT, certo, parliamo di qualcosa che può organizzare meglio un ufficio e altro, ma parliamo anche di Gaza, di cosa sta avvenendo in terra di Palestina; parliamo delle macchine più distruttive sulla faccia della Terra, utilizzate per massacrare la gente. Questa è l’intelligenza artificiale. È Habsora, una tecnologia organizzata intorno a un archivio di fonti documentarie che Israele costruisce da anni, a partire semplicemente dagli smartphone e da WhatsApp. Su WhatsApp passano infinità di messaggi, è possibile rastrellare qualsiasi genere di fonte, raccattare, usare, sistemare, ma soprattutto è possibile raccogliere le fonti documentarie di chi lo usa e della sua rete: WhatsApp è costruito per consentire gruppi – il gruppo famiglia, il gruppo degli amici, il gruppo degli amanti, il gruppo dei collaboratori&#8230; – informazioni che consegniamo a Facebook, o meglio a Meta, la corporation che utilizza Facebook, Instagram, WhatsApp ecc. non solo per sorvegliare, etichettare e creare un profilo di ciascuna persona, ma per costruire le sue reti di relazione. Reti che dopo un po’ sono talmente ovvie, evidenti e dichiarate, che consentono di dire: il signor X è militante nella formazione politica X e i suoi amici più stretti sono A, B, C, D mentre gli altri sono conoscenti, li ha tenuti fuori da un gruppo e sono dentro un altro. Questa tecnologia ha consentito una mappatura assoluta, per esempio, dell’intero mondo palestinese; una mappatura che permette di dire che il tal dei tali abita al settimo piano di un certo palazzo, alla finestra 22, e che ha delle reti che lo identificano come uno che ha molte relazioni in quel particolare mondo. Quindi sai chi è, sai dov’è, sai il suo grado e gli dai anche un punteggio: lo qualifichi non solo come un interessante obiettivo dal punto di vista della sorveglianza, ma per la sua graduatoria di relazioni molto alta. Questo ti consente di fare una terza operazione: dire alle tue macchine che lo colpiranno, quando deciderai che deve essere colpito, la quantità di ‘danno collaterale’ accettabile rispetto al suo grado di importanza. Importanza minima: tre civili morti; media: dieci civili morti; alto livello: X civili morti. Con questo tipo di operazione vengono dunque ulteriormente ridimensionate, nel senso di sovraimplicate, le informazioni, nel quadro di un’idea militare-politica del loro utilizzo.</p>



<p>Anche qui siamo di fronte a un rapporto tra macchine: quella che uso io, lo smatphone, che produce informazioni; il recupero di queste informazioni; e il loro utilizzo dentro un’altra macchina, che è la macchina bellica. È qualcosa che viene fatto ormai quotidianamente in tutti i Paesi di frontiera, dove in questo momento ci sono massacri. O può essere fatto a Milano, in qualunque giorno. Le tecnologie sono pronte, sono in vendita e vengono proposte: Israele vende le proprie garantendo la loro IA come sperimentata sul campo. E vende la penultima versione, tenendosi il modello più avanzato, che usa per controllare l’utilizzatore della tecnologia che ha venduto. Per esempio: se il governo peruviano acquista queste macchine ed è contento di utilizzarle contro le persone che in qualche modo lo osteggiano, Israele è a sua volta contenta di sorvegliare il governo peruviano. Vale per tutti, ed è la ragione per cui 143 Paesi all’ONU votano per lo Stato di Palestina e nove, tra cui Stati Uniti e Israele, ovviamente, si oppongono. Stanno semplicemente dicendo che sono in grado tecnologicamente e geopoliticamente di decidere loro i danni collaterali, il possibile e il non-possibile nella nostra vita.</p>



<p>E allora la domanda che ci dobbiamo fare è: ma cosa sta veramente succedendo a questo mondo? Perché è vero che siamo ancora all’interno di una modalità capitalistica diventata abnorme; è vero che le tecnologie ci vengono raccontate dal lato soprattutto generativo, e non dal lato distruttivo; ma è altrettanto vero che quelle distruttive stanno facendo decine di migliaia di morti tutti i giorni. E noi come stiamo vivendo tutto questo? Che differenza c’è tra un cittadino tedesco negli anni Quaranta e noi, oggi? Nessuna. Le informazioni circolano come allora. In Germania tutti sapevano che potevano andare a prendere i prigionieri al campo di concentramento al mattino, farli lavorare, e poi riportarli; lo sappiamo perché è pieno di memorie di persone che lo raccontano. Ho parlato personalmente con alcune di loro, che mi hanno detto di essere sopravvissute perché avevano trovato una persona che le prendeva al campo di concentramento, le faceva lavorare e le riconsegnava la sera, ma tra la sera e la mattina dava loro anche da mangiare. Oggi tutti noi sappiamo cosa sta avvenendo a Gaza, anche se i telegiornali non lo raccontano come lo sto raccontando io. Preferiscono narrare altre storie, far vedere cose impattanti, parlare di terrorismo. Ma chiunque voglia informazioni su ciò che sta accadendo e perché, può facilmente trovarle. Ci sono persone che da almeno un anno hanno messo a rischio il loro posto di lavoro – e alcuni l’hanno già perso – in Google, Facebook, Apple, Microsoft perché fanno sit-in contro le tecnologie di guerra sviluppate nelle loro aziende, perché stanno andando in giro a parlare nelle università e nei laboratori. Non è vero che non si sanno le cose, è vero che c’è una specie di intorpidimento all’interno dei contesti geopolitici occidentali che ci lascia piuttosto tiepidi di fronte a cose straordinarie, come la mobilitazione degli studenti in moltissime università, che stanno organizzando tendopoli e pretendono di parlare di guerra, ponendo un problema che è lo stesso che ho posto all’inizio, ovvero: le macchine non sono neutre, in quest’epoca le macchine o uccidono o servono per fare soldi, quindi per sfruttare ancora di più: vogliamo tenerci questo, vogliamo stare in una società capitalistica? Se la risposta è Sì, la discussione è finita. Benissimo, siamo liberi, ognuno fa quel che vuole. Se pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, allora si tenga anche i 37.000 morti di Gaza perché sono suoi. Perché non sono solo dello Stato israeliano, sono anche di tutti quelli che dicono che va bene così. Nel ‘68 Berkeley scese in campo perché c’era la guerra in Vietnam e perché stava succedendo un fatto infinitamente lontano nella nostra memoria ma molto simile: si utilizzava la tecnologia di allora, defoglianti che massacravano per via chimica, per attaccare i guerriglieri. Non si è fatta una piega dopo Hiroshima e Nagasaki, eppure era talmente ovvio ed evidente che quelle bombe servivano a nulla, salvo dire ai sovietici, i primi ad arrivare ai campi di concentramento, non ci provate a fare un altro passo verso l’Europa. Si sono fatti 200.000 morti subito e altri 300.000 negli anni successivi, 500.000 morti per dare un messaggio politico. Oggi gli storici lo riconoscono, ma noi non siamo stati capaci di vedere la gravità di ciò che accadeva e di farla diventare un terreno essenziale della nostra vita. Eppure abbiamo alle spalle un bagaglio teorico straordinario. Marx, nel secondo volume dei Grundrisse – c’è una bellissima tesi di laurea fatta a Trento nel 1967 su questo – sviluppa un chiaro ragionamento sul fatto che è impossibile pensare alla tecnologia come neutra, per una ragione molto semplice ed evidente: negli ‘oggetti’ si oggettivizza tutto il sapere presente su quel territorio, ma si oggettivizza in macchine che sono oggetti a loro volta di un mercato, e in quel mercato esse funzionano per realizzare rapporti di dominio e sfruttamento. Fuori di lì non c’è una scienza, non c’è una tecnica e non ci sono neanche le macchine.</p>



<p>Questo è il punto su cui dobbiamo riflettere. Perché oggi siamo di fronte a un ulteriore salto delle macchine, che ci viene presentato nella forma più edulcorata e stupida possibile, che è quella di ChatGPT, un piccolo strumentino di tecnologie generative. Ormai sappiamo come funzionano. Quando le utilizziamo non usiamo solo macchine a cui poniamo una domanda; esse vanno a pescare in un archivio di argomenti etichettati – più vasto è, meglio è –, fanno associazioni, costruiscono probabilità statistiche e su quella base danno una risposta che, a seconda di come è integrato questo insieme di tecnologie con altre sotto-tecnologie e con la linguistica, dà una risposta più o meno soddisfacente. È ovvio che nel tempo la risposta sarà sempre più soddisfacente, perché, come tutte le macchine, si perfezionerà ulteriormente. Ma il punto non è questo. Il punto è che per far sì che ti dia quella risposta, occorre dire a quelle macchine cosa non va detto, muovendosi dentro margini etici, per esempio; se c’è la parola ‘Gaza’, allora la macchina deve rispondere che non è autorizzata a rispondere, che è una parola che ha a che fare con un vocabolario che non ha ancora approfondito. Ci sono mille risposte per non rispondere e mille vincoli etici, morali e di altro genere per rispondere. Nel libro ho inserito un capitolo su come funzionano Twitter e Facebook, il sistema dei pesi e dei contrappesi, come vengono costruiti per far sì che siano date certi tipi di risposte che vengono definite di ‘allineamento’: per esempio i cosiddetti ‘messaggi d’odio’. Ma come tutti sappiamo, l’etica, la morale ecc. dipendono molto dalla posizione di ognuno nelle classi, nel mondo e come cittadino del mondo. Ho usato appositamente questo termine, ‘cittadino del mondo’, perché in un mondo geopoliticamente polarizzato come quello di oggi, la collocazione di questo cittadino decide dove sta: se è nel contesto geopolitico statunitense, le sovraimplicazioni sono già determinate. Ossia ci sono una serie di implicazioni ovvie, implicite, che non si vedono ma che dei poteri rendono obbligatorie. Sono dei contesti obbliganti, strutturati, dentro i quali tu transiti e con cui devi fare i conti perché se li riproduci, come ti viene chiesto, non fai altro che riprodurre esattamente la logica di potere e la logica capitalistica del contesto geopolitico. Questo è il punto. Quindi non fai altro che fare lo stesso lavoro che fa un soldato israeliano sul fronte. Mi dispiace dirlo, ma è proprio così. Lo stesso lavoro che facevano e che hanno fatto per anni i cittadini tedeschi di fronte ai campi di concentramento: c’erano, si sapeva.</p>



<p>Io non mi identifico con il contesto geopolitico occidentale, sono contento di essere una parte, una minuscola parte della specie umana, per cui chiunque, in qualunque altra parte del mondo, è un cittadino come me, e so cosa dire, mi è molto chiaro: io non sto dalla parte di chi sta massacrando dei cittadini come me, che però hanno la sventura, invece di vivere a Roma o a Milano, di vivere in un territorio della Palestina. E se uno è greco-ortodosso, l’altro è musulmano, l’altro è cristiano, a me non importa affatto. Anche tra noi, probabilmente, uno è un po’ più anarchico, l’altro sarà un po’ più comunista, l’altro sarà un po’ più ateo e l’altro un po’ più religioso. Insomma, sarà una discussione che faremo se dobbiamo farla e se ci fa piacere farla. Ma è una discussione, una riflessione sulle differenze che gli umani hanno. Ne abbiamo tante, è giusto discuterle, è giusto affrontarle, però questo non deve ledere la solidarietà di specie. Perché la solidarietà di specie è un problema di fondo. Quando qualcuno dice che ci sono degli umani che possiamo bruciare vivi, irrorare con il Napalm, o altri che possiamo semplicemente sterminare in quanto danno collaterale – che di per sé è un’umiliazione estrema: non ti uccido perché sei mio nemico ma perché ho per bersaglio una persona, e poiché tu gli stai vicino ammazzo anche te, i tuoi figli e tuo nonno – dov’è il punto in cui ci si può identificare con una cosa del genere? Ecco, questa è una riflessione sulle tecnologie che ci porta a guardare le loro sovraimplicazioni.</p>



<p>C’è poi il problema del rapporto tra le relazioni e le connessioni. Le prime siamo abituati, non dico proprio a conoscerle, ma a viverle, perché siamo cresciuti con dei genitori, degli amici, siamo andati a scuola&#8230; Quindi abbiamo un po’ imparato a vivere in presenza con altri, ed è un’esperienza che abbiamo fatto, fino a pochi anni fa, per dodici ore al giorno, per tutto il tempo di veglia. Oggi abbiamo uno smartphone in tasca, ma per essere su questo dispositivo dobbiamo costruirci un’identità cibernetica: uno username, una password, ti iscrivi a un sistema e a quel punto puoi comunicare. E qui c’è immediatamente un salto tra ciò che succede nella vita di relazione e ciò che accade nella vita di connessione. Un salto evidente. Nella vita di relazione, l’altro lo vedi. La percezione in presenza utilizza i cinque sensi. Senti il calore, guardi i linguaggi non verbali, fai tante cose a cui nemmeno pensi, hai un territorio. Quando sei in connessione non vedi, non senti; quando andiamo in assenza ci viene dato semplicemente, se noi diamo uno username, la facoltà di collegarci con altri che sono in giro per il mondo. Quindi ampliamo enormemente la rete delle connessioni, non delle relazioni: lì, tu non vivi relazioni. Ti connetti grazie a un sistema di macchine, che mentre sei connesso fa su di te un insieme di operazioni: stabilisce che sei proprio tu con username e password, stabilisce che sei qui, con altri che a loro volta sono connessi con il proprio smatphone, ecc. Non solo si può sapere assolutamente tutto, ma si può entrare in quelle macchine, con spyware, che possono registrare, ma anche fare in modo di inserire qualcosa. E tenete presente che è una tecnologia oggi venduta da Amazon. Chi si dota di Alexa, per esempio, si dota di un sistema che funziona in relazione alla sua vita. Tu fornisci le tue vibrazioni sonore, individuali, ed entro un minuto Alexa è in grado di duplicare interamente il tuo ‘sistema vocale’, e nessuno potrebbe mai contestare che non sei tu ad aver detto quelle cose, perché la duplicazione tecnologica è perfetta. Quindi quando siamo in connessione, siamo in un mondo tecnico che non ci appartiene più; è altro, appartiene a chi è padrone di quel sistema. Siamo in un pseudo-ambiente.</p>



<p>Questo vale anche per l’informazione, e la relativa sovraimplicazione. Tu non puoi vedere cosa accade oggi a Gaza, non sei a Gaza. Puoi solamente vedere un pseudo-ambiente che è il modo in cui Gaza viene rappresentata da Tg1, Tg2, Tg3, Al Jazeera e altri mille canali. Puoi vedere mille rappresentazioni. Qual è quella vera? Il rapporto con gli pseudo-ambienti è un rapporto religioso, di fede. Ossia decidi di fidarti di quel canale piuttosto che dell’altro, oppure ti guardi venticinque canali perché stasera non hai niente da fare e cerchi di farti un’idea, ma se quei venticinque canali sono dello stesso proprietario avrai venticinque meme: venticinque rappresentazioni che differiscono solo dal punto di vista del linguaggio, perché quel canale è visto maggiormente da persone anziane, quell’altro da giovani ecc. E qui entra la linguistica computazionale, un settore in altissimo sviluppo nelle università e nei laboratori, che adatta il messaggio a un pubblico prestabilito così come, se vogliamo andare ancora più a fondo, lo adatta a livello individuale. Con la stessa facilità tecnologica, senza fare alcuno sforzo, perché tu stesso fornisci le informazioni necessarie, se utilizzi 4.000 parole o 40.000, e rendi possibile coniugare il messaggio in un dizionario di frequenza individualizzato.</p>



<p>Tutto ciò avviene per via connettiva, non per via relazionale, e questi pseudo-ambienti sono costrutti tecnologici, artefatti; e come persone, oggi viviamo in connessione, in media, più di sei ore del nostro tempo di veglia. Tendenzialmente, entro due o tre anni, vivremo otto/nove ore in questi pseudo-ambienti, perché le istituzioni stanno facendo in modo che la maggior parte delle nostre attività venga fatta in connessione. Siamo quindi sempre più dentro un mondo costruito da aziende che hanno in mano queste tecnologie e possono manipolarle con facilità, perché sono tutte chiuse, brevettate, e noi ci troviamo spaesati. Potremmo chiedere più trasparenza, ma come la si può chiedere quando la maggior parte dei cittadini è molto contenta di poter utilizzare WhatsApp, Facebook ecc.? È contenta per mille ragioni, spesso completamente immaginarie: pensa di poter aumentare la rete delle proprie relazioni, ma è un inganno. Tra le connessioni e le relazioni non c’è alcun interscambio, è ormai ampiamente verificato: le connessioni non diventano relazioni. E quando lo diventano, sono un problema, come mostrano le storie dei siti d’incontri e il loro hackeraggio. È una storia nota, a noi interessa solamente per dire quanto sia fragile il mondo delle connessioni, quanto sia complicato, quanto sia sfruttabile e utilizzato, ma quanto sia soprattutto differente dalla vita di relazione.</p>



<p>Vorrei fosse molto chiaro che il mio non è un discorso contro la tecnologia, che c’è e dobbiamo viverci; è un discorso di consapevolezza di cosa sono gli strumenti, una consapevolezza che dobbiamo accrescere e costruire i luoghi per poterlo fare, e dobbiamo ragionare sui contesti obbliganti che impongono, le sovraimplicazioni. Dobbiamo anche tenere presente che Internet è una tecnologia che ha ancora molto da crescere, ma è il passato, perché è già sostituita dal sistema satellitare, che avrà delle vie di comunicazione ancora più complicate. Non avremo più alcuna possibilità di uscire dalle mappature che ci vengono cucite addosso, nel senso che, come sapete, i sistemi satellitari sono perfettamente in grado di identificare anche quante persone ci sono dietro un cespuglio, attraverso sensori di calore e di altro tipo – tutti quei sensori che oggi vengono utilizzati nelle guerre, in associazione all’intelligenza artificiale, alla gestione da remoto ecc.</p>



<p>In conclusione, dobbiamo ridare un grande valore alla vita di relazione. Quello che molti stanno facendo in questo momento, si riuniscono, fanno delle tendopoli, si incontrano, stanno insieme, parlano, discutono, creano occasioni. E poi bisogna fare resistenza. Non ci sono santi. Resistenza attiva, ossia mettere l’accento sulla vita di relazione, ricostruire tessuti di incontro e fare resistenza anche sui luoghi di lavoro, come stanno facendo lavoratori delle aziende tecnologiche pagando un prezzo altissimo. Certo è che la stragrande maggioranza della nostra specie dovrà scegliere come andare avanti; ammesso che l’andare avanti sia un’opzione possibile nei prossimi tempi, perché anche questo è uno dei problemi che le tecnologie ci pongono. Siamo sull’orlo di un abisso. Quel che si è visto a Gaza in questo periodo ci mette di fronte a un livello di disumanizzazione tale del conflitto, dello scontro, che non si è mai visto. E ci mette di fronte a un’umanità sbigottita, che guarda in parte inorridita, in parte no, questa vicenda. E quindi ci mette di fronte a una situazione veramente importante nella vita sociale. Dovremo decidere come andare avanti, perché è inimmaginabile il silenzio su una situazione di questo genere. Nemmeno l’ONU è rimasta silenziosa. Dobbiamo domandarci dove siamo oggi. Non lo sa nessuno. Sappiamo però, o almeno io so per me, che vedere ciò che vedo è intollerabile, è una prospettiva che non posso pensare come possibile per la mia specie: risolvere i conflitti in quel modo, eliminare i popoli di minoranza esistenti, è impensabile. La specie che pensa di eliminare una parte della specie, ma non all’interno di un’idea di guerra – “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, un’idea orrenda ma almeno conteneva un’idea di mediazione – qui non c’è neanche più una guerra, c’è un’unica dichiarazione di sterminio. Cosa facciamo, assumiamo una prospettiva nella quale il più forte uccide tutti gli altri? E qui non c’entra proprio niente cosa pensa uno e cosa pensa l’altro, è del tutto irrilevante quando tu elimini donne, bambini, anziani&#8230; tutti. Quando si arriva al punto che si eliminano le parole ‘pace’ e ‘guerra’, al punto che le cose non hanno più un nome ma solamente un dato di fatto, ossia strisce di sangue che non finiscono più, è un problema talmente enorme che una soluzione di consapevolezza chiara, ma anche di resistenza, bisogna immaginarla. Per fortuna, nelle università italiane, europee e statunitensi si stanno costruendo movimenti che riprendono a parlare e soprattutto che si ritrovano in presenza, non in internet, che si incontrano, si toccano, si scambiano, e tutto ciò ci mette di fronte alla speranza che da queste cose possano emergere nuovi processi sociali.</p>
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		<title>Il capitalismo cibernetico. (E andare oltre)</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-capitalismo-cibernetico-e-andare-oltre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nuovo modo di produzione, una nuova formazione sociale e una nuova forma di potere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/numero-78-luglio-settembre-2022/" target="_blank"><em>(Paginauno n. 78, luglio – settembre 2022</em>)</a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Un nuovo modo di produzione, una nuova formazione sociale e una nuova forma di potere</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size">Incontro-dibattito sul libro Il capitalismo cibernetico. Dopo il panottico, oltre la sorveglianza, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2022), presso il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Milano, 10 aprile 2022</p>



<p class="has-drop-cap">Come prima cosa, vi devo annoiare con alcune premesse, altrimenti rischiamo di parlare sopra il mondo, sopra le cose che viviamo e che accadono. Due o tre premesse relative al contesto dentro il quale siamo calati da così tanti anni – fin dall’Ottocento – da non riuscire più a vederlo; è quasi diventato un termine privo di significato, una parola che non ha più emozione e che non sappiamo nemmeno più esattamente cosa sia: parlo del capitalismo. Per la nostra vita quotidiana, negli ultimi venti o trent’anni il capitalismo ha acquisito più significati tra loro intrecciati e che, allo stesso tempo, segnano grandi mutamenti per quel che riguarda le forme del potere che vi corrispondono.</p>



<p>‘Capitalismo’, alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento, è la macchina a vapore e i telai. Quindi è Marx con tutte le sue riflessioni sul capitale, e oggi possiamo anche studiarlo nell’accademia però non ci dà molta emozione, perché i telai non ci sono più, quelle fabbriche neppure e i luddisti neanche. Siamo in un altro capitalismo.</p>



<p>Poi c’è stato il capitalismo industriale e qui, almeno i più vecchi di noi, qualcosa ancora ricordano: le fabbriche, le manifestazioni, i tanti operai. Ma oggi quel capitalismo non c’è più, proprio nelle <em>cose</em>: in un edificio c’è una università, un altro ospita eventi&#8230; E non ci sono più nemmeno i cortei di lavoratori che attraversavano questo viale, migliaia e migliaia di operai. Anche se siamo più vicini all’emozione, al ricordo, eravamo giovani e sono cose che rammentiamo e che per noi hanno significato, quel capitalismo non c’è più.</p>



<p>Negli ultimi vent’anni ci siamo poi avvicinati a un’idea di capitalismo digitale che ha introdotto un tipo di strumenti prima inesistenti, che non sono stati percepiti nella loro particolarità perché avevano un carattere assolutamente diverso rispetto a tutti quelli conosciuti nella storia della nostra specie. Fino al capitalismo industriale, gli strumenti mediavano l’attività delle donne e degli uomini rispetto a un territorio e a un ambiente. Servivano a fare qualcosa. Una pialla, un tornio, una penna erano strumenti che mediavano un’attività: c’eri tu e c’era lo strumento. Con il capitalismo digitale sono entrati in scena gli strumenti digitali, che hanno una natura totalmente diversa: comunicano tra di loro. Le zappe non comunicavano con i rastrelli, le penne biro non comunicavano con le stilografiche. Gli strumenti hanno quindi iniziato a fare un’altra operazione: mentre mediavano la tua attività con il mondo, comunicavano fra di loro. Pensate a uno smartphone: funziona perché è in relazione a dei server, a banche dati, a reti, è dentro una rete, è il nodo di una rete, è il momento di una rete, e quindi <em>fa cose</em> per consentire a te di <em>fare cose</em>.</p>



<p>Questo cambiamento è avvenuto pian piano, senza che si discutesse veramente, tant’è che anche le persone più sensibili a questi temi non hanno lì per lì percepito l’implicazione ultima di questa capacità degli strumenti di comunicare fra loro. Così non si sono accumulate conoscenze, riflessioni e anche attenzioni ai rischi e ai pericoli che si andavano accumulando nell’arco di pochissimi anni. E siamo arrivati al momento in cui il capitalismo digitale si è fatto più maturo, e alle soglie del capitalismo cibernetico, rendendoci conto che aziende che vent’anni fa non esistevano neppure erano diventate le prime imprese al mondo per fatturato, per profitti e per numero di utenze. </p>



<p>Nel capitalismo industriale, quando pensavamo a una grande fabbrica, il riferimento era la General Motor o, qui in Italia, la Fiat, che contava 110 mila lavoratori. Oggi parliamo di aziende che sono infinitamente e immensamente più ampie e che hanno, sì e no, 20-25 mila lavoratori, come Facebook, ma 4 miliardi di utenti, e in vent’anni si sono costruite un capitale gigantesco fornendo un servizio gratuito. Questa sorta di <em>bacchetta di re Mida</em>, di valore sorto dal nulla, è stata vissuta da tutti in modo passivo e parassitario: visto che dà un servizio, che c’è di male, prendiamo e vediamo a cosa può servire. Quindi l’analisi degli strumenti non è andata avanti. Siamo arrivati però a oggi, al punto in cui – prendo un fatto accaduto in questi giorni e solo a titolo di esempio – questo strumento che utilizziamo per un’infinità di cose ha cominciato a dire che i messaggi di odio contro un certo leader politico, un certo esercito, una certa etnia, una certa popolazione, sono ammessi, mentre per un altro leader politico non sono ammessi. Ossia ha iniziato a dire: usate pure il mio strumento, però io stabilisco e decido cosa questo strumento consente. Era una consapevolezza che chiunque avrebbe dovuto avere senza dover arrivare fin qui, perché è già accaduto negli anni passati che Facebook facesse da filtro alle informazioni per i palestinesi e a popoli di tutto il mondo; tuttavia non ha prodotto un grande dibattito.</p>



<p>E questa è in effetti una pre-premessa.</p>



<p>Stabilito ciò, personalmente da anni mi occupo dell’impatto delle tecnologie digitali, e ho seguito un percorso che partiva dagli strumenti per cercare di vedere quali e come si implicavano con la nostra vita. Sono arrivato fin qui, fino al punto in cui ho dovuto rivedere il paradigma, e quindi questa sera vi parlo dell’ultimo mio lavoro che rovescia lo sguardo. Non cambia strada, ma rovescia lo sguardo.</p>



<p>Visto che ci siamo dimenticati del contesto in cui questi strumenti lavorano, ripartiamo da lì, dalla parola ‘capitalismo’, ossia da cosa è questo capitalismo: non cosa era, non cosa è stato, cos’è oggi, cos’è in questo preciso momento questo tipo di formazione sociale e questo tipo di modo di produzione. Aziende come Facebook, ma anche Google, sono imprese che in pochi anni hanno <em>rastrellato</em> valore per miliardi e miliardi di dollari. Siamo cioè di fronte a società che sono le più quotate in borsa, quindi le maggiori per capitalizzazione, e nello stesso tempo quelle che fanno più profitti. Siamo quindi di fronte a imprese, prima che tecnologiche, capitalistiche.</p>



<p>La produzione di valore, l’accumulazione, il rastrellamento di questo valore, devono allora essere guardati con estrema attenzione, perché la vera novità storica è che i produttori di questo valore siamo diventati tutti noi. Improvvisamente abbiamo scoperto che qualunque sia il nostro orientamento politico, la nostra sensibilità rispetto ai generi culturali o alla sessualità o ai tipi di amicizie, qualunque sia l’ambito della nostra vita, è ormai messo a valore dal contesto digitale. In qualche misura, in qualche modo, produce valore. Ma magari producesse solo valore. Produce anche potere. Perché questo valore si definisce in termini di forme particolari e uniche di potere che non conoscevamo fino a oggi, e che dobbiamo cercare di conoscere velocemente, perché leggiamo ancora quel che accade con paradigmi che analizzano in una chiave non più attuale.</p>



<p>Ci sono oggi tre scuole di pensiero che ci raccontano le forme del potere.</p>



<p>Una è quella che in Italia è portata avanti da un certo tipo di sinistra, anche emblematicamente ben istituita nell’accademia, e afferma che uno dei problemi più seri che abbiamo davanti è il fatto che le democrazie in cui viviamo utilizzano l’emergenza, l’eccezione, come normalità. Il richiamo è a Carl Schmitt, un giurista tedesco che nei primi anni del ‘900, aderendo al partito nazionalsocialista, cominciò a guardare le democrazie dell’epoca ritrovandovi un abuso dello Stato di eccezione, al punto da farlo divenire normale e creare una forma autoritaria della democrazia. È un discorso che abbiamo sentito fare anche in questi ultimi tempi, e che molti noti e famosi intellettuali italiani portano, dicendo che siamo di fronte a forme di governo che fanno dell’eccezione e dell’emergenza la normalità, e dunque siamo dentro a uno Stato autoritario. Ma questa è una verità letta con gli occhi del ‘900, che nulla ci dice sul mondo in cui viviamo.</p>



<p>Intanto perché quel mondo, nel quale è stata formulata questa teoria, non c’è più da nessuna parte: all’epoca l’Italia era una nazione, c’era un’ideologia nazionalista, c’era persino un duce, c’era il fascismo; c’era un’alleanza con i tedeschi e ogni Paese faceva un po’ quel che voleva. Dopo il ‘45 l’Italia è diventata una colonia americana, in base ad accordi di spartizione del territorio occidentale – ci sono i documenti di Jalta – e siamo costretti a prenderne atto. Siamo pieni di basi missilistiche, di basi di droni, da qui parte un po’ di tutto. Siamo una piccola colonia americana, ci siamo adattati e lì siamo cresciuti, anche gridando, all’epoca del capitalismo industriale, “No alla NATO!”, “Usciamo dalla NATO!”, perché non ci era molto chiaro quanto fossimo piccoli, in quel contesto, nel dopoguerra. L’Italia non solo è una colonia ma è anche un Paese vincolato, da una serie di patti, a quella che si chiama Unione europea, un’aggregazione di Stati – a loro volta, quasi tutti, colonia degli Stati Uniti – che cercano di darsi un propria dimensione di potere, relativamente modesta, ma propria. È una realtà che smonta completamente il discorso sul potere dello Stato di eccezione. E infatti è sufficiente che emerga una situazione di eccezione, come quella di questi tempi, che immediatamente l’Italia corre ai ripari sotto l’ombrello della NATO. Quindi questa teoria va bene per i libri, per le discussioni teoriche, ma non per la realtà della nostra vita, da un punto di vista storico quotidiano.</p>



<p>Il secondo paradigma di lettura del potere, più diffuso e molto abusato, è quello del panottico, il potere foucaultiano, il potere disciplinare. È un discorso assolutamente sensato: ci sono istituzioni, non solo il carcere ma anche la famiglia, la scuola, la chiesa ecc. che determinano e decidono delle modalità di vita legate a una forma di potere centrata sulla sorveglianza degli appartenenti a quel contesto istituzionale. Prendiamo il carcere, per fare l’esempio più estremo – ma Foucault ha analizzato anche gli ospedali e altri spazi –: vi si trova una modalità di esercizio del potere un po’ subdola, che cerca di evitare l’ostentazione della violenza – che in quel rapporto gerarchico è insita e intrinseca – attraverso un coinvolgimento indiretto delle persone che vivono in quella istituzione. Si dice: siete tutti osservati, quindi se fate qualcosa che non va bene subirete una punizione; ostento un occhio che vi guarda, e chi trasgredisce si prende una bacchettata sulle mani. Lo fa uno, due, tre volte, alla fine una persone si abitua ad accomodarsi in quel contesto, che vuol dire che dissocia una parte di se stesso e casomai, per non prendere troppe legnate, fa qualcosa quando non è vista, ossia si attrezza e si organizza dentro una sorveglianza permanente.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="304" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-2.jpg" alt="" class="wp-image-7039" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-2.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2023/07/1-2-197x300.jpg 197w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
</div>


<p>Questa idea ha preso un po’ la mano nella lettura delle cose, perché è vero che succede questo – sono stato personalmente all’interno delle carceri – ma non esattamente come raccontato dal paradigma panottico. Perché è vero che per non prendere una legnata posso in qualche modo accomodarmi in un luogo di adattamento, ma in quel luogo respiro un po’ e poi, in qualche misura, mi aggrego con Tizio, Caio e Sempronio per immaginare un rovesciamento di quel sistema di potere. Quindi non è vero che il panottico genera, alla fin fine, un’assuefazione all’adattamento. Almeno non è così nella mia esperienza, tant’è che ho fatto delle rivolte; poi mi hanno punito, la dinamica della punizione quindi è vera. Dunque, certamente i poteri si reggono su questo meccanismo, tuttavia oggi, questo dispositivo ci dice assolutamente nulla sull’esperienza che stiamo conducendo. Andava così nelle società precedenti ma ora, all’interno di una società dove sono io stesso a produrre le informazioni della mia sorveglianza, perché mai dovrei pormi il problema di qualcuno che mi osserva? Il problema che mi devo porre è osservare me stesso: che cosa sto facendo. Perché se sono io a dirti “guarda che sto rubando la marmellata”, come posso poi affermare che c’è qualcuno che mi osserva sempre e dunque non posso rubare la marmellata e devo agire diversamente? È un paradosso che nasce da un livello di tecnologia. È un paradosso che nasce solo con il capitalismo digitale, e anzi in una fase molto avanzata del capitalismo digitale, in cui io divento l’osservatore di me stesso, senza saperlo, e il produttore dell’osservazione su me stesso, senza saperlo. O meglio, senza averne contezza, senza averne una precisa cognizione.</p>



<p>Veniamo ora al punto che riguarda la forma del potere cibernetico. Perché nel frattempo le tecnologie hanno fatto un passo e utilizzato un dispositivo che è stato studiato ai tempi della seconda guerra mondiale sul piano militare: un dispositivo cibernetico.</p>



<p>Lo possiamo identificare così: vogliamo colpire un aereo con un proiettile. Non possiamo sparare dov’è l’aereo ora, perché la pallottola impiegherà un determinato tempo per arrivare; dobbiamo quindi calcolare la rotta, la velocità, e sparare un po’ più in là. Poniamo che facciamo male i conti e sbagliamo il primo colpo: con questo errore possiamo correggere la rotta, capire di avere sbagliato perché non abbiamo calcolato bene l’angolatura, la resistenza dell’aria, mille cose… Alla fine riesco a colpirlo. Bene, questo è lo stesso meccanismo di Amazon e di Netflix, tanto per fare i nomi di due strutture che tutti conosciamo. Vediamo Netflix, la più semplice da cogliere.</p>



<p>La prima domanda che questo servizio vi pone, prima ancora che vi possiate persino abbonare, è molto semplice: “Dimmi un film che ti è piaciuto nella tua vita”. È il primo punto per costruire un dispositivo cibernetico. Tu rispondi, poi farai le tue scelte, e da quel momento gli algoritmi riescono a lavorare sempre meglio, conoscendo i tuoi gusti, gli orientamenti, per proporti dei prodotti che più facilmente acquisterai perché più vicini alla tua sensibilità. In tendenza, le proposte saranno sempre più vicine, così alla fine diventerai un consumatore sempre più fidelizzato. È un esempio banale, ma utile per capire il meccanismo della dimensione cibernetica e il rovesciamento del rapporto con il potere: di là ho una macchina artificiale intelligente, di qua ho un umano. In questo rapporto nasce un dialogo, ma è l’umano che lo conduce. Quindi sono io che conduco il gioco che progressivamente determina sia la produzione di valore – perché ogni mia azione produce un dato o un insieme di dati – sia la dimensione di potere – perché ogni <em>quid</em> di valore che produco è un <em>quid</em> di potere su di me, che verrà esercitato.</p>



<p>Il punto in cui siamo è quindi quello di entrare progressivamente in una dimensione di questa natura, dalla quale non possiamo più uscire. Perché i contesti dentro cui queste macchine intelligenti funzionano, e dentro cui noi funzioniamo, sono diventati sempre più obbliganti. Faccio un esempio: se una famiglia ha bisogno di ricevere i buoni pasto perché non ha da mangiare, e vorrebbe avere un diritto che è previsto da una legge, deve fare la SPID, cioè un’identità digitale. Deve passare dalla ‘vita di relazione’ alla ‘vita di connessione’ all’interno del sistema internet, e se non è lì, non riceverà i buoni pasto. Ma dover avere un’identità digitale non significa avere una delle tante identità che possiamo avere nella vita: è un’identità interna al sistema di internet e interna al sistema dello Stato.</p>



<p>Questo tipo di progressiva induzione a entrare nel continente digitale è una tendenza dalla quale non possiamo assolutamente più uscire, e più ci entriamo, più entriamo in una dimensione di potere. È questa la terza famiglia di potere, che alcuni ricercatori, Shoshana Zuboff per esempio, hanno definito ‘di sorveglianza’. È vero e falso nello stesso tempo. Perché, per un verso, la sorveglianza è gestita da enti che sono istituzionali (lo Stato, SPID ecc.) o privati, cioè direttamente aziende che realizzano un accaparramento progressivo di dati perché è funzionale al loro fatturato; però è falso nella misura in cui tutto ciò funziona solo se io lo metto in movimento. Quindi non c’è qualcuno che mi sorveglia, ma una <em>co-azione</em> nella sorveglianza. Il capitalismo cibernetico apre la sua nuova fase storica proprio in questo passaggio: dall’uso degli strumenti digitali si passa alla <em>co-gestione individuale</em> degli strumenti digitali.</p>



<p>È una co-gestione facilmente visibile nel fatto che quasi tutti voi avete uno smartphone e quindi, in questo momento, siete esattamente nella condizione di essere produttori di valore, perché qualunque cosa facciate – telefonate ai vostri figli, alle persone che amate, volete comprarvi un’automobile, un libro, un dolce – produce valore; non per voi ma per il dispositivo, cioè per le applicazioni che utilizzate. E qualunque valore producete, genera potere: il potere di queste grandi aziende planetarie.</p>



<p>Ora, però – e qui nasce un problema – queste imprese cominciano a proporsi anche come un potere che sta stretto nei poteri degli Stati. Facciamo un esempio storico: il periodo di Trump. C’è stata un’elezione negli Stati Uniti e una contestazione sul risultato finale, tra Biden e Trump; ci sono stati tumulti&#8230; non ci interessa qui sapere se erano organizzati o no, il mio è un discorso puramente teorico. In quel momento è successo un fatto storico, mai accaduto: Twitter e Facebook hanno deciso autonomamente di chiudere l’account istituzionale di Trump, l’account presidenziale, @POTUS, non gli account personali del Signor Trump. Queste due aziende, che in quel momento stavano decidendo le dimensioni di percezione sociale di quel che stava accadendo, prendono la decisione di imporre il loro sguardo sul mondo, togliere la parola al Presidente degli Stati Uniti ancora in carica.</p>



<p>Si è generata una discussione piuttosto in sordina, tutt’ora molto interessante e vivace, sulla nuova natura del potere, perché qui non solo abbiamo una dinamica cibernetica che genera un accrescimento di economia e di potere per alcune imprese, ma un potere che si prende l’arbitrio, o può prendersi l’arbitrio quando vuole, di chiudere la bocca a chiunque, compreso il Presidente dello Stato in cui sta. Alcuni ricercatori quindi, Kate Crawford soprattutto, iniziano a dire che non possiamo più leggere il mondo del potere come un mondo a sé, e il mondo del capitale come un mondo a sé, perché questa realtà non c’è più. Quando parliamo di queste aziende parliamo di potere militare, potere economico e potere politico,<em> insieme</em>; potere culturale, per metterci anche Gramsci e l’egemonia. Cioè parliamo di un intreccio che è intrinseco e strutturale a quell’istituzione, e quindi non ci consente nemmeno più di fare quelle annose discussioni di fine ‘800, e anche ‘900, sulla base economica e la sovrastruttura. Non è proprio più possibile farlo. Siamo entrati in un’epoca in cui il contesto non è più né quello economico, né quello politico, né quello militare, ma il loro intreccio. E non solo. Il loro intreccio non è una teoria, si chiama internet; il loro intreccio è una struttura portante, un’infrastruttura dalla quale non solo non ci possiamo più liberare perché fa parte della nostra vita ma è un’infrastruttura che ha un padrone, che si chiama Stati Uniti.</p>



<p>Sapete che la gestione dei domini di internet è americana. Possono eliminare domini, tant’è che il ministro delle Infrastrutture digitali dell’Ucraina aveva chiesto agli Stati Uniti di staccare la spina ai domini russi. Ed è molto interessante perché ci dice due cose – non politiche, seguite il mio ragionamento puramente tecnico –: la prima, che è possibile. Esiste infatti la gestione centralizzata dei domini di quello che consideriamo un mondo globale. La seconda: non è del tutto vero. La risposta sottile che Cina e Russia hanno dato, infatti, è stata: se vuoi giocare a questo gioco, giochiamo pure, siamo in grado di autonomizzare la nostra rete. Quindi internet comincia a essere una realtà in declino, proprio nel momento in cui noi arriviamo faticosamente a capire che è l’infrastruttura del nostro mondo. Domani, dopodomani, potrebbe diventare <em>una</em> delle strutture, e aprire quindi la strada a un multipolarismo politico, militare, economico di cui non conosciamo assolutamente i confini, ma che sicuramente ha più nulla a che vedere con la storia che è iniziata con la seconda guerra mondiale e ci ha portato fin qui.</p>



<p>Il mio lavoro, quindi, è un lavoro di frontiera. Se come modo di produzione capitalistico siamo giunti a questa dimensione cibernetica, intrecciata e gestita sostanzialmente dall’infrastruttura di internet occidentale, siamo anche una parte del mondo che deve decidere non solo se uscire o non entrare dalla Nato, ma anche se uscire o non entrare nel capitalismo. È diventato un problema che riguarda la nostra vita futura. E dunque è diventato di nuovo importante discutere di che cos’è, effettivamente, il capitalismo. Questa è la premessa del mio discorso.</p>



<p>Non voglio farvi stare qui per delle ore, quindi taglio un po’ per i campi. Mi limiterò a due passaggi essenziali, che sono conseguenti. Questo internet e questa digitalizzazione della nostra vita, che problemi ci sta ponendo? Ce ne pone di due tipi, allo stesso tempo molto forti e molto difficili da risolvere, che hanno a che fare con un’altra serie di problemi e con un’altra serie di movimenti che esistono in giro per il mondo, che non riguardano il digitale ma l’ambiente e le fonti energetiche.</p>



<p>Attualmente internet consuma il 10% della produzione di energia elettrica di tutto il mondo. È una quantità spaventosa, enorme, e secondo alcune stime è anche più alta. Ma internet è un sistema in espansione, che non può fare a meno di moltiplicarsi in modo esponenziale. Vi spiego perché, ed è molto semplice. Per garantirsi la sopravvivenza – quello che chiamano un ‘problema di sicurezza’ – i server che conservano i dati che sono la ricchezza accumulata e che noi produciamo, moltiplicano le loro vite. Un esempio semplice: quando inviate un’email, poniamo con gmail, su Google, questa email viene immediatamente mandata in sei diverse parti del mondo, in sei banche dati, perché se ci fosse un hackeraggio da qualche parte le altre cinque subentrano, se cade una bomba da un’altra parte ne restano quattro; ma se ne restano quattro, immediatamente queste quattro ne producono altre sei, ed è un percorso infinito di reduplicazione dei dati. Perché?</p>



<p> Perché i dati non servono soltanto a realizzare valore e potere, ma a tantissime altre cose. A internet per crescere, per esempio, e sulla crescita è fondata l’intelligenza artificiale: bisogna addestrare le macchine a non fare troppi errori. Perché se uso il riconoscimento facciale, e poi i software confondono una scimmia con una persona, capite che ci possono essere seri problemi. Così seri che Londra, per esempio, la metropoli europea con il maggior numero di telecamere sparse per la città, ha dovuto rinunciare al riconoscimento facciale perché il numero degli errori valutati in sede giudiziaria era esageratamente alto. Ha quindi dovuto implementare la ricerca sui volti, e per farlo ci vogliono miliardi di persone che carichino su internet le foto dei genitori, dei nonni, dei figli; occorre tempo, perché una persona cambia negli anni e gli algoritmi devono essere addestrati a riconoscere il cambiamento, e anche aspetti più tecnici. Ci vogliono quindi infinite quantità di dati, e i dati che introduciamo in internet servono anche a questo, ma devono essere reduplicati. Una reduplicazione infinita che significa energia sprecata, sprecata per la nostra specie, perché utilizzata per tenere in piedi questa immensa memoria di aziende private che se ne servono solamente per fare i loro profitti. È un problema che ci riguarda.</p>



<p>In più, questa energia deve essere prodotta. Come? Con il carbone, come durante il capitalismo ottocentesco? No, non abbiamo più le macchine a vapore. Con il petrolio? È un po’ più complicato, perché abbiamo visto Afghanistan, Iraq, Libia, anzi li stiamo vedendo: ovunque ci sia una goccia di petrolio, c’è una guerra. Una guerra il cui numero di morti è infinitamente superiore al numero di morti di questo conflitto che stiamo vedendo in questi giorni, che ci fanno apparire come la guerra delle guerre. Non dimentichiamoci l’Iraq, non dimentichiamo che quel Paese è stato raso al suolo per un signore che si è presentato alle telecamere di tutto il mondo con un boccettino, dicendo che era la prova che stavano fabbricando armi biologiche per minacciare l’umanità. In questo momento siamo dentro un processo di costruzione della percezione: nelle nuove forme del potere è una delle prime cose messe in atto attraverso, appunto, la dimensione cibernetica. Vale a dire non più con un’operazione di massa, come nel Novecento: televisione radio e giornali. Oggi potete anche non leggere i giornali, non guardare la televisione, tanto tutto passa nel circuito internettiano, cioè dalla costruzione dell’informazione personalizzata.</p>



<p>Quindi, primo punto: fonte energetica e quantità di energia che viene spesa a questo fine. Non a scopo di puro consumo, cioè fare pubblicità, per farti comprare i biscotti che più ti piacciono o farti vedere il film più vicino alla tua sensibilità, ma per la costruzione della percezione sociale degli eventi. Ed è un problema che ha a che fare con i poteri che si incrociano in queste grandi aziende capitalistiche, quindi con questa nuova forma di potere che è quella che io chiamo ‘cibernetico’.</p>



<p>La seconda dimensione che ci pone questo mondo è quella della sua alimentazione. Internet non è solamente una macchina che va a elettricità, per cui ha bisogno di questa fonte energetica, ma è una macchina elettromagnetica. Tutta l’intelligenza artificiale funziona sull’elettromagnetismo, è indispensabile per le automobili a batteria elettrica e per tutte le batterie che vengono utilizzate dai dispositivi digitali, e ha bisogno di materie prime come il litio, il tantalio, il cromo, il cobalto, il coltan e via di seguito. Una trentina di metalli che vengono chiamati ‘metalli rari’ e ‘terre rare’, presenti solo in alcune parti del mondo (1). Ed ecco che allora internet chiama le guerre per controllare questi metalli, senza i quali non si può sviluppare.</p>



<p>Uno dei paradossi più interessanti creati da questa situazione è il rapporto tra il mondo occidentale e la Cina. Sappiamo che la grande maggioranza dei dispositivi sono assemblati in Cina, ma sono anche prodotti lì, da aziende occidentali, per la semplice ragione che la Cina, prima produttrice di terre rare, non vuole venderle. Ha chiuso il mercato già anni fa, dicendo: volete questi minerali? Bene, ve li vendiamo, ma venite a produrre da noi. Ebbene questo ciclo, rispetto al ragionamento che facevo prima, crea un grosso paradosso, perché se internet perde la sua dimensione globale, vale a dire la capacità di essere gestibile e gestito in tutto il mondo senza discriminazioni – come invece sta avvenendo in questi ultimi mesi – significa che dobbiamo andare incontro a una trasformazione degli equilibri nati dalla seconda guerra mondiale, sia per quel che riguarda l’Occidente, sia per quel che riguarda Taiwan, sia per quel che riguarda gli assetti geopolitici globali. È un problema strettamente implicato alla tecnologia, non ci può essere sviluppo tecnologico se non lo si risolve. E lo si può fare in due soli modi. </p>



<p>Uno: con le guerre, che è quello che purtroppo stiamo vedendo. Due: con una presa di consapevolezza che è giunto il momento – questa è la mia tesi – di dire che con il capitalismo bisogna farla finita. È giunto il momento in cui storicamente il capitalismo comincia a dimostrare di non essere il modo di produzione in grado di consentire uno sviluppo pacifico dell’umanità. Anzi, è un problema. E non solo, come abbiamo detto negli anni passati, perché crea sfruttamento che produce diseguaglianze. In ambito occidentale sono diventate talmente enormi da non poter essere neanche più quantificate. Tim Cook, di Apple, ha un salario mensile 1.460 volte superiore al salario medio dei suoi dipendenti. Sono le sproporzioni equivalenti a quelle che abbiamo nel mondo. Nel contesto occidentale, una massa generalizzata di persone – come voi, come me – sopravvive in uno stato di quasi povertà, galleggia, si barcamena, cerca di non finire nel disastro. Tutte le piccole e medie strutture – non parliamo di quelle culturali, che fanno un lavoro come il mio, che hanno a che fare con un mercato poverissimo, ma persino chi produce le pizze – oggi sono in uno stato simile. E nello stesso tempo abbiamo aziende che negli ultimi due anni, e in particolare negli ultimi due mesi, hanno aumentato del 44% i loro profitti. Come Leonardo, che in Italia produce armi e che ha nell’Italia un governo che dispone che una bella quota di fondi nazionali vadano per le armi all’Ucraina. Questa è una menzogna. I fondi non vanno all’Ucraina, vanno alla produzione della Leonardo, che è anche l’azienda che, insieme a Microsoft, dovrebbe gestire il cloud italiano nel processo della digitalizzazione dell’amministrazione pubblica. Leonardo insieme a Microsoft, vale a dire insieme al più grosso cloud che c’è al mondo, americano.</p>



<p>Tiro le somme di questo discorso. Siamo di nuovo di fronte a un problema: capire bene cos’è oggi il capitalismo. Perché la nostra vita dipende da questo, perché lo sviluppo di questa dinamica di conflitto geopolitico mette in discussione anche la nostra vita, intesa come biologia, perché, è evidente – è implicito in quel che ho detto – che il filo conduttore del discorso è la non esistenza dell’area geopolitica europea. Esiste solo strumentalmente agli interessi degli Stati Uniti e alla soluzione del conflitto che riguarda il mondo del capitalismo cibernetico, ossia per le fonti energetiche e le terre rare. Un conflitto nel quale l’ambiente e gli umani sono sacrificati, sono quelli che devono pagare il prezzo. E allora dobbiamo decidere se lo vogliamo pagare e come, e cosa possiamo fare, visto che siamo stati singolarizzati al punto che negli ultimi vent’anni sono state distrutte tutte le forme elementari di socialità e di appartenenza. Il capitalismo cibernetico si vanta di essere in grado di comunicare e di operare con ciascun individuo della società, non con aree in quanto tali. <em>Ciascun individuo</em>, perché è con ciascun individuo che fa il suo gioco di economia e di potere. Da questo punto di vista dobbiamo porci questo problema, ed è la domanda di oggi. Una domanda che chiede una riflessione sulla differenza radicale che esiste tra le <em>connessioni</em> e le <em>relazioni</em>.</p>



<p>In ‘connessione’ siamo singole unità che producono valore e potere per chi sta facendo questo brutto gioco nei confronti delle nostre vite. Ma nella realtà, non siamo in primo luogo persone cibernetiche; lo siamo solo in secondo. In primo luogo siamo delle persone reali, qui presenti. E ci incontriamo. Dobbiamo recuperare la dimensione della persona. Nel libro cito un documento della National Security Agency americana in cui si distingue tra ‘persone cibernetiche’ e ‘persone’: afferma che il loro compito, come internet, è mappare l’intero universo delle persone cibernetiche. Chi sono le persone cibernetiche? Tutte le persone che dispongono di un dispositivo cibernetico, vale a dire uno smartphone, uno strumento mobile, un tablet o un computer. Mapparle tutte è ormai un gioco da ragazzi, creare un sistema adeguato di banche dati – quello che tutti gli Stati più arretrati come l’Italia stanno facendo, con la digitalizzazione della pubblica amministrazione – e poi lavorare sulla persona cibernetica per ottenere effetti sulla persona reale.</p>



<p>Noi dobbiamo rovesciare il percorso. Non mappare nessuno e cercare di ricostruire quei sistemi di legami che sono stati distrutti, legami volontari, tra persone, perché si possa di nuovo riprendere a immaginare dei percorsi che, casomai utilizzano le tecnologie digitali, casomai utilizzano persino l’intelligenza artificiale, ma in un contesto non capitalistico. Questo è il compito che ci aspetta, se ci daranno il tempo per realizzarlo.</p>



<p>Introduco una parola che mi auguro trovi attenzione, perché anche questa è una parola con una lunga storia ma una breve vita: autogestione. Oggi possiamo pensare di andare oltre il capitalismo immaginando dei percorsi di autogestione vera, profonda. Come Sensibili alle foglie viviamo da trent’anni in totale autogestione, fuori dalle dimensioni istituzionali note, e ci troviamo veramente bene. Ci confrontiamo con le strutture di autogestione dell’America Latina, e ne stanno nascendo diverse anche in Europa. Si possono immaginare forme organizzative efficienti, assolutamente competitive, diciamo così, e fuori dalle dimensioni proposte dal mercato delle merci. Lo dico in una prospettiva ampia, non minoritaria, come una linea di uscita dal capitalismo che non dice “prima dobbiamo sconfiggere questo modo di produzione, poi, dopo…”. Non è accaduto così all’origine della storia del capitalismo stesso: la borghesia si è formata all’interno del contesto delle aristocrazie dentro il quale c’erano re, forme di potere completamente diverse; le botteghe artigiane hanno cominciato a costruire il loro mondo, a costruire un nuovo modo di produzione, che è un nuovo modo di vivere, di relazionarsi agli altri, di concepire gli strumenti, di progettarli, di immaginarli&#8230; e quindi anche di immaginare le tecnologie digitali. Possiamo fare tante cose, e naturalmente questo è un sentiero di esplorazione.</p>



<p>Io oggi sono qui, con i miei libri, con altri libri della casa editrice, che mi sono portato in giro per l’Europa in questo modo; vado dove qualcuno ha piacere di chiamarmi, porto il mio lavoro, incontro persone, costruisco relazioni, e sopravvivo a questo mondo solo con le relazioni che sono riuscito a crearmi. Allora: qual è la mia ricchezza sociale? I rapporti. Più rapporti istituisco e costruisco, più ho ricchezza. Aumentare le nostre possibilità di relazione significa diventare più ricchi, nel senso che vi dava Marx: diceva che ci sono due forme di ricchezza, il denaro e le relazioni. Se capiamo bene l’importanza delle relazioni, allora capiamo quale crimine viene compiuto tutti i giorni quando ci viene proposto di spostare online le iniziative, i dibattiti, gli incontri&#8230;</p>



<p>Non è artigianato, badate bene: è una modalità di vivere. Come Sensibili alle foglie abbiamo 500 autori, ai quali chiediamo di fare esattamente quel che faccio io; abbiamo libri che hanno superato le 10.000 copie vendute senza passare per nessuna pubblicità. Questo ci consente di andare avanti, di costruire dei passi, di acquisire nuove conoscenze. Non c’è qualcuno che finanzia la ricerca, eppure sono vent’anni che faccio ricerca, con i cantieri sociali, e la pubblico: non c’è nessuna istituzione che la sostiene. Ecco cosa intendo con ‘autogestione’. Non una formula. Siamo in un ambiente dove la parola ‘autogestione’ ha una lunghissima storia, non mi sarei mai permesso di usarla dandogli una forma: porto un’esperienza, e mi sembra che riflettere su un’esperienza sia una cosa importante.</p>



<p>Come si promuove questo incontro? Quando io faccio un incontro a Roma, lo promuovo mandando personalmente un’infinità di messaggi a tutta una serie di persone che sono in relazione con il nostro lavoro, che a loro volta, se hanno il piacere di farlo, e se ritengono di volerlo fare, possono parlarne ad altri. Come girano i nostri libri? Io li porto qui, poi se interessa a qualcuno di voi, ne parlerà a qualcuno; può darsi che da ciò venga fuori un’altra persona che acquista il libro, e via di seguito. Qual è il dispositivo relazionale? Il centro non è l’email che mandi, ma il sistema delle relazioni che costruisci; e se lo metti veramente al centro, significa che metti il corpo prima della persona cibernetica, poni la persona al primo posto. Fai l’operazione rovesciata rispetto alla NSA.</p>



<p>Se lo facciamo tutti, costruiremo grandi reti di ricchezza sociale che possono aiutarci a capire molto meglio cosa vuol dire andare oltre il capitalismo, e non solamente fare una lotta anti-capitalistica. Oggi bisogna fare un’altra cosa, non essere contro qualcuno, perché serve a nulla. Bisogna proprio dirgli: non mi interessi. Mi interessa una cosa più ricca, più ampia, più gratificante, più profonda, più proiettata in un futuro, che è il futuro della nostra specie, perché quello che ci propone questo sistema è soffocare, finire lì dentro e poi in una prigione senza via d’uscita, una prigione che tu stesso contribuisci a chiudere.</p>



<p>Una cosa importante, che vorrei non venisse travisata: non dico che non bisogna usare quel che c’è nel mondo. C’è, bisogna capirlo e utilizzarlo con giudizio. Lo sforzo creativo che dobbiamo fare è intraprendere un percorso diverso, che porta anche a un immaginario tecnologico diverso. Io penso che sia possibile, non è un’utopia. Io sono estremamente centrato sul presente. Il futuro lo concepisco solo come progettualità di un presente che è in atto, legato a una pratica che è in corso. Una pratica che immagina, istituisce un futuro, non singolare, ma relazionale. Perché le strade che si possono aprire si moltiplicano, si allargano, si arricchiscono mano a mano che la tua rete di relazioni si intensifica e si arricchisce, si sperimenta, si conosce e quindi riflette su se stessa e su quale sia il futuro migliore per sé. Il ‘per sé’ che una volta era una vecchia discussione teorica – la classe in sé e la classe per sé – oggi lo dobbiamo pensare non nel quadro della riflessione di Lukács di tanti anni fa – molto interessante e grande letteratura di una storia passata – ma come un ‘per sé’ quotidiano. Quel che faccio, che mi porta più in là su questo terreno che è oltre il capitalismo, è già oltre il capitalismo. A modo suo, come può esserlo, come la borghesia poteva esserlo dentro&nbsp;l’aristocrazia. È un immaginario che dobbiamo costruire insieme, attraverso la priorità delle relazioni. Di tutto il resto, si tratta solo di prendere atto che c’è, e cercare di evitare che ci distrugga.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. analisi di Giovanna Cracco, pag. 6, <a rel="noreferrer noopener" href="https://rivistapaginauno.it/capitalismo-e-ambientalismo-la-transizione-non-ecologica/" target="_blank"><em>Capitalismo e ambientalismo. La transizione (non) ecologica</em></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nella città di Erech</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/nella-citta-di-erech/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 17:20:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3800</guid>

					<description><![CDATA[Inclusione-esclusione, dispositivi di controllo sociale, potere disciplinare che conforma codici di comportamento, interiorizzazione di valori: ripartiamo dalle basi per leggere le pratiche di potere oggi messe in atto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-69-ottobre-novembre-2020/" data-type="post" data-id="3704">(Paginauno n. 69, ottobre – novembre 2020)</a></em></li>
</ul>



<p class="has-small-font-size">Renato Curcio e Nicola Valentino</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Inclusione-esclusione, dispositivi di controllo sociale, potere disciplinare che conforma codici di comportamento, interiorizzazione di valori: ripartiamo dalle basi per leggere le pratiche di potere oggi messe in atto.</p>
</blockquote>



<p><em>Con il Covid-19 sono state messe in atto specifiche pratiche di potere. L’intervento che segue è tratto dal libro “Nella città di Erech”, di Renato Curcio e Nicola Valentino (Sensibili alle foglie, 2001); un testo da rileggere e trarne spunto. Il pdf del libro è distribuito gratuitamente dalla libreria online di Sensibili alle foglie (<a href="http://libreriasensibiliallefoglie.com" data-type="URL" data-id="libreriasensibiliallefoglie.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.libreriasensibiliallefoglie.com</a>).</em></p>



<h4 class="wp-block-heading">Enkidu</h4>



<p>Una delle più antiche storie di questa civiltà, che oralmente già veniva tramandata almeno quattromila anni prima di Cristo, inizia col racconto del combattimento tra il sovrano della città di Erech, Gilgamesh, e il selvatico Enkidu, che non essendo mai entrato nella città degli uomini era in tutto simile agli animali.</p>



<p>Enkidu, il corpo interamente coperto di pelo, vestito di pelli, trascorreva il suo tempo errando per la campagna in compagnia degli animali; con loro si accoppiava, come questi si nutriva di erbe incolte e si dissetava con l’acqua delle fonti. Così almeno viene descritto dai primi narratori assiri, hittiti e urriti, i cui racconti furono accolti nelle prime versioni scritte ospitate già nel 628 a.C. nella biblioteca del re Assurbanipal.</p>



<p>Questa coppia di combattenti, d’intensità archetipale, racchiude il codice genetico di un dispositivo relazionale che ancora oggi orienta naturalmente il nostro sguardo. Gilgamesh ed Enkidu, rappresentano rispettivamente l’incluso nella città degli uomini e l’escluso. Il primo per due terzi divino e per un terzo umano, il secondo per tre terzi animale, senza condivisioni umane e ancor meno divine.</p>



<p>Nelle città-stato della Mesopotamia, nelle <em>polis </em>greche dove tutti coloro che vivevano fuori delle mura erano classificati <em>etnos</em>, come pure nelle <em>civitas </em>della penisola che abitiamo, un muro perimetrale ha fin dalle origini preteso di delimitare e significare gli spazi identitari e le loro forme di relazione. Un muro di pietra, non solo una metafora; una pietrificazione degli spazi e degli sguardi che si son dati un limite, una epistemologia, una filosofia, una letteratura e una mitologia del limite.</p>



<p>Nel recinto delle mura s’è dunque progressivamente consolidato e “naturalizzato” un dispositivo relazionale fondato sulla dicotomia inclusione-esclusione. In questa dicotomia gli esclusi non sono soltanto gerarchicamente inferiori agli inclusi; assai peggio essi sono privati della loro qualità specifica, vengono disumanizzati, spersonalizzati, animalizzati. Diventano non-umani.</p>



<p>Il codice dell’inclusione nelle città-stato non è più costituito dalla voce degli antenati autorevoli tramandata da bocca a orecchio generazione dopo generazione. Sono le leggi consigliate da un dio e scritte su una stele che invece debbono essere interiorizzate fino al punto di apparire a ciascun cittadino la fonte più intima della propria autonoma coscienza. L’occhio sostituisce l’orecchio, la scrittura soppianta l’oralità e, mentre diviene il linguaggio ufficiale del potere, induce una radicale trasformazione antropologica, ridisegna la mappa della neurofisiologia umana, produce un nuovo modo sociale di apprendere e rappresentare il mondo, di comunicare, e una nuova tecnologia di controllo dei comportamenti. È in questo punto della storia che nasce il soggetto pre-scritto, capace di trasformare in coscienza la “narrazione” del potere, e di conformarsi ai luoghi comuni di una identità collettiva (1).</p>



<p>Il buon cittadino, il “cittadino normale”, in questa filigrana, è per così dire un incluso perfettamente addomesticato, adattato, conformato, e “normato”; educato ad una certa gamma di discipline che omologano insieme all’anima il suo corpo. Murato fuori e murato dentro ma inconsapevolmente cieco rispetto all’esistenza di quelle mura.</p>



<p>Alla perimetrazione esterna, ieri della città-stato, e oggi della città globale, corrisponde la perimetrazione interna del suo sguardo, dei suoi sensi, del suo stato ordinario di coscienza indotto a disconnettere da sé quanto viene sovranamente riprovato e condannato all’esclusione: ciò che viene messo fuori dal luogo comune esteriore dovrà essere nel contempo disaggregato e disconnesso interiormente.</p>



<p>Un’altra implicazione di questa figura archetipale è che essa istituisce un’istituzione, fonda la regola impalpabile della relazione con chi è fuori dal luogo comune. E questa regola stabilisce, per quanto la riguarda, anche la sua dogana. All’alt! che essa decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena. Oppure in una guerra. Possiamo partire da qui, da Enkidu e Gilgamesh, da Aristotele e gli <em>etnos</em>, da questa istituzione relazionale originaria, per guardare nel torbido e nell’opaco di tutto ciò che con apparente lucidità chiamiamo istituzione.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una parola ambigua: istituzione</h4>



<p>Istituzione: l’atto dell’istituire o il risultato di quest’atto? Come tante altre parole anche istituzione si distingue per la sua vaghezza. Inutile cercare appigli nei fondali o nelle nuvole dei suoi significati: ciò che si trova trasmette un’incertezza. Una certa sociologia, quella di Talcott Parsons e dei suoi allievi, o quella di Emile Durkheim, e un’omologa etnologia hanno risolto la questione formulando un modello statico dell’istituzione entro cui essa si traduce in un quadro strutturato e stabilizzato di attività sociali, di norme, regole e funzioni. Così intesa l’istituzione langue nella sua passività e non conosce il fermento della vita. Un certo orientamento culturale europeo, che ha preso le mosse negli anni ‘40 ed è sfociato poi nell’analisi istituzionale, si è mosso sul versante opposto mettendo in evidenza la natura processuale e dinamica dell’istituzione.</p>



<p>È a questo orientamento costruttivista, attento alle pratiche istituenti che si muovono sotto la coltre di ciò che è già stato istituito, che anche noi grosso modo ci riferiamo almeno per quanto riguarda alcuni strumenti analitici di base. Che preferiamo dichiarare subito nella loro forma elementare per non lasciare il lettore inutilmente col fiato sospeso. In quei costrutti sociali che chiamiamo istituzione confluiscono ordinariamente tre grandi tensioni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una tensione attiva, vale a dire il lavoro che istituisce, il fatto di istituire un ordine. Con Georges Lapassade possiamo chiamare gli attori di questa produzione istituente, istituenti ordinari;</li>



<li>una tensione passiva, e cioè la resistenza di un ordine istituito, il muro delle norme e il pantano delle consuetudini consolidate. Le personificazioni di questa conservazione saranno allora i guardiani dell’istituito;</li>



<li>una tensione processuale, come dire i processi di istituzionalizzazione. L’istituzione è allora il risultato di questi processi e gli attori delle prime due istanze, da questo terzo movimento, vengono messi a nudo e svelati nelle loro personali implicazioni.</li>
</ul>



<p>Ma poiché questi processi sono rilevati, in definitiva, da chi li analizza, occorre spingere la nozione di implicazione ad un livello ancora più profondo. È ciò che ha fatto René Lourau insistendo particolarmente sul fatto che l’istituzione, in definitiva, è ciò che viene alla luce negli enunciati delle implicazioni di ciascuno dei partecipanti all’analisi (2).</p>



<p>Secondo Pichon Riviere e Armando Bauleo, un ulteriore elemento fondante di questo quadro analitico sarebbe il ‘compito’ intorno a cui si organizzano le tensioni enunciate. In sostanza, precisa Leonardo Montecchi, che a questo orientamento si ispira, “noi pensiamo che le istituzioni non siano solo un processo tra momento istituente ed istituito, processo che possiamo pensare su un piano orizzontale, ma che siano caratterizzate da compiti – la salute, l’educazione, la difesa, ecc. – che le fondano in quanto gruppi e che specificano la loro attività produttiva su di un piano verticale” (3). Ma è possibile che i compiti di un’istituzione siano inafferrabili come i sogni e che gli stessi attori non sappiano bene cosa stiano sognando. Figuriamoci poi gli analisti e i socioanalisti.</p>



<p>Servendoci di questi primi strumenti analitici è possibile cogliere la differenza specifica tra una famiglia e un manicomio, tra un campo di concentramento e un ospedale, tra una scuola e una prigione? È ragionevole, ponendo in altro modo la stessa domanda, utilizzare la distinzione corrente tra istituzioni ordinarie, come ad esempio la famiglia, e istituzioni totali, come l’ospedale psichiatrico giudiziario?</p>



<p>[…]</p>



<h4 class="wp-block-heading">Istituzioni ordinarie e istituzioni totali</h4>



<p>Possiamo riprendere, a questo punto, le due domande lasciate in sospeso. La nozione di istituzione totale è stata proposta dal sociologo americano Ervin Goffman, indotto ad interessarsi di carceri e manicomi in seguito al coinvolgimento diretto in una istituzione psichiatrica di una persona a lui cara. In <em>Asylums</em> (4)<em> </em>il suo saggio più noto e meglio articolato, egli afferma che: “Uno degli aspetti fondamentali della società moderna è che l’uomo tende a dormire, a divertirsi e a lavorare in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità e senza alcuno schema razionale di carattere globale”.</p>


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<figure class="alignleft size-large"><img decoding="async" width="200" height="321" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/03/Nella-citta-di-Erech.jpg" alt="" class="wp-image-4644" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/03/Nella-citta-di-Erech.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2021/03/Nella-citta-di-Erech-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
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<p>La caratteristica principale delle istituzioni totali sarebbe allora proprio la rottura delle barriere che abitualmente separano le tre sfere principali della vita di ogni individuo: la famiglia, il lavoro, il divertimento. Lo sguardo di Goffman si ferma qui: alle apparenze, alla superficie. Sotto questa apparenza tuttavia, altri ricercatori – Michel Foucault e Franco Basaglia in particolare – hanno messo bene in evidenza un dispositivo disciplinare e di potere che unifica alla radice quelle “sfere della vita” che Goffman, invece, considera separate l’una dall’altra da precise barriere.</p>



<p>Michel Foucault, ad esempio, nella sua lettura dei dispositivi del controllo sociale che si sono affermati negli ultimi secoli, enfatizza il potere disciplinare, vale a dire quell’insieme di pratiche e di conoscenze orientate sugli individui allo scopo di renderli conformi a determinati codici di comportamento. Un potere distribuito ed articolato in tutte le istituzioni – dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alla prigione e al manicomio – più che identificato in una specifica istituzione (5). Soprattutto un potere che lavora per indurre in tutte le persone che ricadono sotto il suo dominio una forte interiorizzazione o internalizzazione di valori, modelli identitari, contenuti di significato riferibili alla normalità; e che tratta gli incorreggibili (6) per recuperarli alla conformità, per rinormalizzarli.</p>



<p>L’incorreggibile, per Foucault, è “colui che oppone resistenza a ogni disciplina” e, quindi, manifesta il fallimento delle tecniche di addestramento e delle procedure di raddrizzamento familiari. Proprio per ciò richiama una nuova tecnologia del raddrizzamento e della correzione. La nozione di incorreggibile nasce nel XVIII secolo e implica la genesi delle istituzioni correzionali e trattamentali moderne. Il continuum della società disciplinare, sarebbe quindi operante, nello scenario foucaultiano, proprio nell’esercizio sui corpi, nella microfisica di questo potere.</p>



<p>Se proviamo a tradurre in un modello relazionale la nozione di potere disciplinare ci appare una struttura gerarchica entro cui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>un attore gestisce rigidamente un codice normativo (custode del codice);</li>



<li>un altro attore viene costretto a stare nella relazione conformando i suoi comportamenti a quel codice (iniziato). Se non si conforma subisce una penalizzazione (esclusione) e un trattamento correzionale.</li>
</ul>



<p>Franco Basaglia articola ulteriormente questo sguardo e mette al centro della sua riflessione la divisione dei ruoli e la relazione di potere che ad essa corrisponde. Rispetto alle tre sfere principali della vita indicate da Goffman egli afferma anzitutto che “la famiglia è fonte di contrasti, di contraddizioni, che le fabbriche distruggono l’uomo, che il tempo libero è un momento di alienazione della persona” (7). E, più in generale, precisa che: “Famiglia, scuola, fabbrica, università, ospedale, sono istituzioni basate sulla netta divisione dei ruoli: la divisione del lavoro (servo e signore, maestro e scolaro, datore di lavoro e lavoratore, medico e malato, organizzatore e organizzato). Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha. Dal che si può ancora dedurre che la suddivisione dei ruoli è il rapporto di sopraffazione e violenza fra potere e non potere, che si tramuta nell’esclusione da parte del potere, del non potere; la violenza e l’esclusione sono alla base di ogni rapporto che s’instauri nella nostra società” (8). </p>



<p>Divisione dei ruoli, esercizio di potere, violenza ed esclusione caratterizzano ogni istituzione e nella società occidentale vengono giustificati come necessità intrinseca alla finalità dell’istituzione: l’educazione (famiglia, scuola): trattamento educativo; la malattia (ospedale, ospedale psichiatrico): trattamento terapeutico; la ‘colpa’ (carcere): trattamento risocializzante. Questa giustificazione, fissata in norma, definisce il limite, il confine, la ‘linea di colore’ “fra un bene che si accoglie (che siamo noi) e un male che si rifiuta (che sono loro)” (9). Loro, i diversi, i rifiuti, gli elementi di disturbo, gli irriducibili, gli esclusi. Ovvero le contraddizioni generate dalle relazioni dominanti nell’inclusione ma che gli inclusi non vogliono vedere e cercano di far sparire. Le istituzioni dell’esclusione, sono così “aree di scarico e di compenso delle proprie contraddizioni dove la società relega e nasconde le proprie contraddizioni” (10). Se, in generale, ciò che caratterizza le istituzioni è la netta divisione tra chi ha il potere e chi non ne ha, più in particolare in che consiste, allora, se esiste, la differenza specifica tra le istituzioni ordinarie e le istituzioni dell’esclusione?</p>



<p>Nelle istituzioni considerate ordinarie (famiglia, scuola, azienda, banche, partiti, ospedali, centri sociali, ecc.) la dialettica istituente/istituito prevede per tutti gli attori della relazione la possibilità di esercitare una azione istituente in conflitto con l’istituito. Nelle micro-dimensioni, nelle dinamiche molecolari, gli attori che subiscono le torsioni esercitate da chi si erge a guardiano dell’istituito possono opporre azioni che istituiscono processi avversativi alla richiesta correzionale o di conformazione: processi di istituzionalizzazione.</p>



<p>Questa attività istituente ordinaria è ciò che Georges Lapassade e altri hanno chiamato “costruzione della realtà sociale quotidiana”. Le istituzioni ordinarie mantengono dunque un certo grado di elasticità e porosità in modo tale da non escludere, almeno potenzialmente, un esito trasformativo dell’azione dell’istituente ordinario. Nelle istituzioni totali viceversa, questo orizzonte che ammette mutamenti non è affatto presente. Processi avversativi ordinari alle richieste di correzione, adeguamento e rinormalizzazione che i guardiani dell’istituito impongono, per quanto presenti e attivi tra la “popolazione detenuta”, hanno scarsissime probabilità di decollare per via ordinaria. Al contrario, in forme apertamente violente – come nel noto caso dei pestaggi avvenuti nel 2000 nel carcere di San Sebastiano, a Sassari – o più sottili – come nei trasferimenti punitivi – essi vengono istituzionalmente sanzionati.</p>



<p>Se una trasformazione qualitativa essenziale può prodursi essa, in genere, dipende da istituenti straordinari (movimenti sociali, rivoluzioni, ecc.) che investono con la loro azione collettiva le macrodimensioni della formazione sociale. Ciò del resto è inscritto nel codice fondativo di queste istituzioni, vale a dire nel momento in cui l’istituzione stessa viene istituita. Proprio questo atto fondatore infatti nega ad uno degli attori – il recluso, l’internato – lo status di cittadino persona e con ciò il suo diritto a poter esercitare una tensione attiva di mutamento.</p>



<p>Potremmo quindi dire che le istituzioni totali in cui si viene rinchiusi contro la propria volontà – ergastolo, manicomio giudiziario, carcere, ospedale psichiatrico, campo di concentramento – hanno la caratteristica di esercitare un controllo assoluto dello spazio, del tempo (presente e futuro), dalla quantità e della qualità delle relazioni che può vivere la persona internata. Sono anelastiche e non porose. La relazione tra gli attori che le fanno vivere è gerarchica, unidirezionale, intransitiva e resistente ad ogni dialettica ordinaria. Esercitano costitutivamente una torsione relazionale mortificante sull’attore recluso.</p>



<p>Ma, se questa è principalmente l’operazione che le istituzioni totali svolgono verso le persone istituzionalizzate, verso l’esterno esse agiscono – come del resto le istituzioni economiche, educative, sanitarie … – creando il bisogno di sé (11). La salvaguardia dell’istituzione viene garantita dal mito che l’istituzione riesce a creare di se stessa, indicando i valori su cui si fonda, e dalla capacità di creare nella società la percezione di una carenza di questi valori.</p>



<p>Questa attività verso l’esterno va rimarcata perché implica tutti i cittadini, li corresponsabilizza rispetto all’esistenza di quella istituzione. È emblematico ricordare che sull’ergastolo di Santo Stefano, costruito nel 1764, era scritto: “Finché la santa legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato e la proprietà”.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1) </em>Jaynes Julian, <em>Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, </em>Milano 1984, Adelphi</p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>Lourau René, <em>Actes manqués de la recerche, </em>Paris 1994, PUF</p>



<p class="has-small-font-size">3) Montecchi Leonardo, <em>Le officine della dissociazione, </em>dattiloscritto, 1999</p>



<p class="has-small-font-size">4) Goffman Erving, <em>Asylums</em>, Torino 1968, Einaudi </p>



<p class="has-small-font-size"><em>5</em><em>) </em>Foucault Michel, <em>Sorvegliare e punire.</em><em> Nascita della prigione, </em>Torino 1993, Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">6) Foucault Michel, <em>Gli anormali, </em>Milano 2000, Feltrinelli </p>



<p class="has-small-font-size"><em>7) </em>Basaglia Franco, <em>Conferenze brasiliane, </em>Milano 2000, Raffaello Cortina Editore</p>



<p class="has-small-font-size">8) Basaglia Franco (a cura di), <em>L’istituzione negata</em>, Milano 1968, Einaudi</p>



<p class="has-small-font-size">9) Basaglia Franco, “L’esclusione (la soluzione finale)”, in AA.VV., <em>Le scelte del 68, </em>Milano 1998, Libro del Leoncavallo</p>



<p class="has-small-font-size">10) Basaglia Franco (a cura di), <em>L’istituzione negata, </em>Milano 1968, Einaudi </p>



<p class="has-small-font-size"><em>11) </em>Illich Ivan, <em>Nello specchio del passato</em>, Como 1992, RED </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Capitalismo digitale. Il futuro colonizzato</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-il-futuro-colonizzato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 17:49:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[dna]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.rivistapaginauno.it/?p=3383</guid>

					<description><![CDATA[Tra presente addomesticato e futuro colonizzato, algoritmi predittivi, IA, lavoratori obsoleti e lavoratori de-territorializzati: responsabilità e via d’uscita]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-66-febbraio-marzo-2020/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 66, febbraio – marzo 2020)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tra presente addomesticato e futuro colonizzato, algoritmi predittivi, IA, lavoratori obsoleti e lavoratori de-territorializzati: responsabilità e via d’uscita</p>
</blockquote>



<p class="has-small-font-size">Incontro-dibattito sul libro <em>Il futuro colonizzato</em><em>. Dalla virtualizzazione del</em><em> futuro al presente addomesticato</em>, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2019), presso il Csa Vittoria, Milano, 24 ottobre 2019</p>



<p class="has-drop-cap">Vorrei iniziare leggendo due frammenti di due interviste uscite recentemente sui giornali internazionali e italiani; sono poche righe, ma penso che potranno ben introdurci al tema che cercheremo in qualche modo di raccontare.</p>



<p>La prima è di Leonard Kleinrock, un uomo importante nella storia di Internet, anzi si può dire il primo uomo: è stato quel ricercatore che nel 1969 è riuscito a mettere per la prima volta in contatto due computer. Per tanti anni ha poi lavorato ai progetti di nascita della rete ed è noto agli studenti di tutte le università perché è il fondatore dell’informatica come disciplina universitaria. A ottobre ha dichiarato: “Il nostro Internet era etico, di fiducia, gratis, condiviso. Oggi è passato da risorsa digitale affidabile a moltiplicatore di dubbi, da mezzo di condivisione a strumento con un lato oscuro. Internet consente di arrivare a milioni di utenti a costo zero in maniera anonima, e per questo è perfetto per fare cose malvagie: spam, addio alla privacy, virus, furto d’identità, pornografia, pedofilia, fake news. Il problema è nato quando si è voluto monetizzarlo: si è trasformato un bene pubblico in qualcosa con scopi privati che non ha la stessa identità del passato”. Kleinrock quindi afferma che ci sono due fasi: una prima in cui è nato Internet come progetto scientifico e di ricerca, che aveva comunque un’intenzione pubblica, e una seconda in cui qualcuno ha cominciato a monetizzarlo ed è diventato una cosa ‘malvagia’.</p>



<p>Edward Snowden, che conosciamo tutti, in un’altra intervista ha sintetizzato così il suo punto di vista: “Alle origini Internet era il luogo in cui tutti erano uguali, un luogo dedicato alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Ben presto però Internet è stata colonizzata dai governi e dalle grandi aziende per trarne profitto e potere. Oggi Internet è americana sia per l’infrastruttura che per il software. Le principali aziende, Google, Facebook, Amazon, sono americane e quindi sono soggette alla legislazione americana. Il problema è che sono soggette a politiche segrete, politiche segrete americane, che permettono al governo statunitense di sorvegliare virtualmente ogni uomo, donna o bambino che abbia mai usato un computer o fatto una telefonata, e di tenere a memoria permanente, conservare cioè tutti i dati possibili, per più tempo possibile, anzi per l’eternità. Dopo l’11 settembre 2001 si è passati dalla tradizionale intercettazione mirata a obiettivi specifici a una vera e propria sorveglianza di massa. Oggi la sorveglianza di massa è un processo di censimento infinito. Sarebbe una tragedia se ci abituassimo all’idea di una sorveglianza costante e indiscriminata: orecchie che sentono tutto, occhi che vedono tutto, memoria vigile e permanente”.</p>



<p>Kleinrock e Snowden sono quindi d’accordo sul paradigma principale con cui presentare la storia di Internet: c’è stato un primo momento in cui tutto era bello, pulito, limpido, trasparente, pubblico, e un secondo momento in cui la monetizzazione, oppure le esigenze strategiche, hanno fatto sì che si passasse appunto a una monetizzazione e a un sistema di sorveglianza di massa. Chi sta seguendo il lavoro che sto facendo da qualche anno su questi temi sa che le critiche di Snowden e di Kleinrock sono sostanzialmente il percorso di ricerca che abbiamo sviluppato dal 2015, e fa piacere vedere che il fondatore di Internet oggi concorda con la critica più radicale che è stata portata. Tuttavia oggi la rete non è neanche la seconda fase, non è questo inferno che viene raccontato dopo un iniziale periodo di Eden. Oggi Internet ha fatto un passo qualitativo estremamente rilevante ed estremamente coperto; <em>rilevante</em> perché ha modificato la sua capacità di colonizzazione sia della rete che dell’immaginario dei cittadini, <em>coperto</em> perché una forte campagna per la costruzione di un’egemonia culturale si è sviluppata sulle grandi testate giornalistiche e nel campo dell’editoria, allo scopo di presentare il volto di Internet come il volto del futuro, del progresso, della scienza. Si è quindi iniziato a mettere in gioco un paradigma molto importante, quello del dominio del pensiero scientifico rispetto alle titubanze etiche che spingono molte persone ad avere delle incertezze nella valutazione e nel giudizio. Il lavoro che vi porto è una riflessione sui punti cardine di questo salto di qualità, riflessione che abbiamo fatto lo scorso anno in due cantieri a Roma e a Milano.</p>



<p>Questo passaggio qualitativo consiste in una innovazione tecnologica di forte portata dal punto di vista tecnico-scientifico: è legata all’invenzione di algoritmi <em>predittivi</em>, capaci di lavorare su grandi masse di dati per realizzare dei costrutti di realtà virtuale che riguardano apparentemente il futuro, ma che sono invece la condizione del presente. Mi spiego meglio.</p>



<p>Quando pensiamo il futuro lo pensiamo con il nostro bagaglio culturale, che è quello del Novecento, dell’Ottocento e di tutti i secoli precedenti; lo pensiamo come qualcosa linearmente più in là di oggi, il futuro è da domani in poi. Quando gli algoritmi predittivi pensano il futuro, invece, non lo pensano in questo modo: non è domani, è oggi, anzi è ieri. Il futuro che cercano di costruire parte da tutto ciò che noi abbiamo riversato all’interno delle banche dati dei server che li hanno costruiti. Questa massa di informazioni contiene schemi di orientamento, di desiderio, di attesa, schemi di comportamento che possono essere utilizzati proprio per essere giocati sulle stesse persone che li hanno prodotti; schemi che possono essere immaginati come dei costrutti ingegneristici di realtà virtuale da realizzare, perché sono già realizzati nell’attesa delle persone.</p>



<p>Cercherò di uscire un po’ dal discorso generale per farvi vedere come questo nuovo paradigma, che consente di realizzare il futuro nelle attività produttive del presente – che consente quindi nel dare a chi chiede ciò che sta chiedendo, nel dargli esattamente ciò che lui desidera, ciò che lui stesso ha costruito con il sistema di marketing intelligente, creato sulla base delle potenzialità e delle capacità attuali – stia lavorando per imporre un orientamento culturale e della nostra vita sociale. Sceglierò due territori che sembrano lontanissimi dalla nostra quotidianità, ma non lo sono affatto: l’ingegneria genetica e l’intelligenza artificiale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="301" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/08/1-44.jpg" alt="" class="wp-image-3384"/></figure>
</div>


<p>Tra il ‘90 e il ‘91 si è accesa un’importante discussione internazionale intorno alla figura di Craig Venter, uno scienziato che dopo aver lavorato per il Ministero della Sanità americana, nel 1991 è passato al campo privato e ha aperto diversi istituti e aziende con il progetto di fare interventi sul DNA, portandosi dietro i 30.000 geni da lui scoperti negli anni della sua collaborazione con gli enti pubblici. Nel 2000 una di queste imprese, la Celera Genomics, ha dato l’annuncio della prima stesura del sequenziamento del genoma umano; da qui vennero espresse da più parti forti preoccupazioni in relazione all’intenzione di far brevettare l’intero genoma umano. Il punto è che dagli anni ‘90 l’ingegneria genetica sta lavorando sulla raccolta dei dati sul DNA della popolazione mondiale, con un investimento di miliardi di dollari, ed è un processo costruito attraverso Internet: a un certo punto Venter ha infatti avuto bisogno di una potenza di calcolo e di strutture che promuovessero a grandi numeri la raccolta di DNA, e nel 2005 ha stretto un accordo con Google, che è oggi il più grande raccoglitore a livello mondiale di DNA. Ci sono siti, come 23andMe per esempio, che per 99 dollari vi danno un quadro quasi completo del vostro DNA – non possono darlo completo perché le istituzioni sanitarie dal 2013 lo impediscono, per non creare allarme per le diagnosi.</p>



<p>Oggi il DNA è raccolto da dietologi, su Internet ci sono un’infinità di agenzie che vi mandano a casa un tampone con cui voi date il vostro DNA in cambio di una dieta personalizzata; la stessa cosa se avete un problema di calvizie; ci sono addirittura ristoranti in Giappone che creano porzioni di sushi calibrate sulle necessità alimentari del cliente dedotte dall’analisi del suo DNA consegnato, sempre attraverso un tampone, al momento della prenotazione. Ci sono programmi televisivi come “Finding Your Roots” che, analizzando il DNA, raccontano le storie della discendenza genetica delle persone. Nel cantiere che abbiamo svolto a Roma, una ragazza che studia all’Università di Tor Vergata ha spiegato proprio questo tipo di lavoro che ha svolto. È chiaro che in una società complessa come quella attuale, con persone che arrivano da tutti i continenti, per molti può essere interessante sapere chi era il nonno, o se si proviene dal Kenya piuttosto che dall’Irlanda o dall’Italia, ma tutto ciò è funzionale a una raccolta gigantesca di DNA. Qual è lo scopo?</p>



<p>Esperimenti ne sono già stati fatti, come ha raccontato le stesso Venter in diversi saggi. Per esempio sugli animali, avendo molti dati a disposizione, si può intervenire: un progetto mirava a creare maiali geneticamente modificati dotati di polmoni, cuore, reni e fegato da trapiantare negli esseri umani. Lavorare sul DNA non è quindi un’operazione che ha a che fare solo con l’idea generale di mappatura e conoscenza, o con lo studio necessario per poter prevenire malattie genetiche, come l’Alzheimer, che potrebbero essere curate attraverso un intervento sul DNA; ha a che fare anche con altre cose. In Cina, per esempio, He Jiankui, uno scienziato della più importante università cinese con forti riflessi internazionali, ossia Shenzhen, ha dichiarato nel 2018, prima in un convegno accademico poi su Internet, di avere effettuato il primo intervento su embrioni umani modificandoli geneticamente (1).</p>



<p>L’esperimento scientifico è riuscito ma è anche stato fortemente discusso sul piano etico. Tuttavia il problema che vi pongo è molto semplice: sappiamo dai tempi che furono, che laddove un’operazione scientifica è possibile, verrà fatta. Ci può essere chi è d’accordo e chi non lo è, ma non saranno delle barriere etiche a impedire qualcosa. Non sono state barriere etiche a impedire alle acciaierie Krupp di andare a sviluppare la loro attività dentro i campi di concentramento, o a impedire per un paio d’anni, qualcuno dice anche per più anni, a scienziati, tecnici, operai e lavoratori di costruire la bomba atomica nel più assoluto silenzio. Poi la bomba atomica esplode e allora si dice che gli effetti sono disastrosi; si scoprono i campi di concentramento e si dice che gli effetti sono disastrosi. Saranno pur disastrosi ma la Bayer vende ancora l’aspirina, non ha neanche cambiato nome, eppure è l’azienda che ha fatto il Zyklon B, il gas tossico che ha ucciso centinaia di migliaia di persone. Oggi siamo esattamente nella stessa condizione: allora si è fatto il Zyklon B, si è fatta la bomba atomica, oggi si fa il lavoro sul DNA. Un processo che va nella direzione del post umano, della prospettiva transumanista, del ‘potenziamento’ in varie forme degli umani; sperimentazioni che si fanno strada grazie alla zona ‘grigia’ di istituzioni militari e sportive.</p>



<p>Questo lavoro di ingegneria genetica è estremamente rilevante perché passa attraverso la struttura di Internet, è costruito da aziende pubbliche e private, ma nello stesso tempo è realizzato da noi, perché siamo noi che lo facciamo. E con questo vorrei mettere una prima idea forte in questo ragionamento: è bene analizzare i contesti in cui viviamo, come stanno lavorando, ma soprattutto è bene non tirarci fuori dalla responsabilità su come funziona. Perché se è possibile che quei contesti funzionino in quel modo, è perché noi stiamo facendo passi che consentono a quei contesti di funzionare in quel modo.</p>



<p>Ora chiarirò questo pensiero spostandomi sul territorio dell’intelligenza artificiale, che non vive nei laboratori ma negli smartphone. Qualunque smartphone è pieno di dispositivi di IA, ne elenco alcuni: quando digitate un testo, la scrittura è gestita da programmi di intelligenza artificiale, che possono correggere ma fare anche altre operazioni – come scrivere un articolo che esce su un giornale sportivo ed è firmato da una sigla, oppure un intero libro: ci sono editori che stanno pubblicando, senza dirlo, libri scritti da algoritmi, relativi a generi che possono essere altamente standardizzati. Quando usate il localizzatore, le mappe che utilizzate sono un software ad altissima concentrazione di IA: un localizzatore non sta nel vostro smartphone ma in un sistema di satelliti, di triangolazioni e di calcoli, che vengono fatti su di voi e sul vostro dispositivo, in un lontano e indecifrabile territorio. Le chiavi di sicurezza con cui aprite il vostro dispositivo, l’impronta digitale oppure la voce, sono altri dispositivi di intelligenza artificiale.</p>



<p>Anzi diciamo di più: sono dispositivi di IA che hanno bisogno di qualcuno che li usi perché si devono perfezionare, sono come degli allievi che hanno bisogno di qualcuno che gli faccia scuola. E chi gli fa scuola? Chi li utilizza. Se dico “Siri ordinami un caffè al bar”, sto facendo l’addestratore di un dispositivo di intelligenza artificiale. A luglio il Guardian ha denunciato l’esistenza di aziende a cui vengono appaltati i lavori di messa a punto di questi algoritmi, perché Alexa, Siri, Cortana ecc. sono relativamente giovani e fanno ancora molti errori, magari non capiscono che una parola pronunciata non è “Ehi Siri” e si accendono, registrano casomai per ore e un normale consumatore non se ne rende neanche conto. Bisogna dunque raffinare l’addestramento e lo fanno aziende terze. Apple, Amazon ecc. consegnano ad altre imprese queste registrazioni affinché lavorino per capire i processi da migliorare. Noi siamo quindi, in questo senso, coloro che fanno migliorare i dispositivi: più c’è raccolta di interventi orali, più c’è materiale per metterli a punto. Quindi diventiamo dei lavoratori a nostra insaputa, non pagati ma questo è il meno: lavoriamo a produrre un miglioramento di un dispositivo che stiamo utilizzando, e sarà un dispositivo dal quale sempre più dipenderemo. Questo è un ciclo estremamente rilevante.</p>



<p>I consigli per l’e-commerce di Netflix, Amazon ecc. usano lo stesso software, sono tutti dispositivi di IA. Chi ha utilizzato Netflix sa che prima ancora di potersi iscrivere fa una domanda: “Dimmi un film o una serie televisiva che ti sono piaciuti”. Lo fa perché è la domanda a partire dalla quale un algoritmo di IA comincia a lavorare. Inizio a sapere che ti è piaciuto un film di fantascienza, o d’amore, o drammatico; ti ho inquadrato, ho un’idea di te. Poi ti dico “iscriviti” e mi farai un ordinativo, e avrò già due elementi su di te, poi ne avrò tre, quattro, cinque. Poi ti proporrò io, a partire da quei cinque, una serie di cose che ho e potrebbero interessarti, e tu mi dirai sì oppure no, e io avrò sempre più cognizione di chi sei dal punto di vista dei tuoi gusti musicali, cinematografici ecc. Questo però non lo fanno umani ma macchine, software che noi perfezioniamo utilizzandoli.</p>



<p>Questa è la produzione di futuro. Mentre costruisce la conoscenza della persona, un algoritmo predittivo costruisce la proposta da fare a quella persona, costruisce l’idea di offrirle, a partire da una maggiore conoscenza delle sue inclinazioni, il prodotto che le dovrà essere venduto. Addirittura Netflix, visto che abbiamo fatto questo esempio, può decidere che cosa produrre, avendo chiaro qual è la platea delle persone, gli orientamenti e i numeri; può decidere di proporre una serie che è estratta dal passato ma è il futuro, che uscirà fra tre mesi ma è già costruita da noi.</p>



<p>La stessa impostazione è applicabile al sistema di comunicazione politico, oggi in Italia ne abbiamo tre: la cosiddetta <em>bestia</em> di Salvini, la piattaforma Russeau dei Cinque stelle e ora anche Renzi con la sua struttura americana che utilizza il software nato dalla Cambridge Analytica. Non mi interessa discuterne sul piano politico, voglio dire che ci sono agenzie che di mestiere utilizzando gli algoritmi predittivi per profilare le persone e vendere questa massa di informazioni. E allora a un certo punto la predizione sarà che, nel popolo della rete, in quel momento, su un micro-problema c’è un certo tipo di orientamento, e il profilo social del politico alle 14:25 posterà quel tweet; alle 16:27 il problema sarà un altro e anche stavolta ci sarà il post, e via di seguito. Ovviamente il condizionamento dell’opinione pubblica è gestito anche dall’Unione europea con le proprie strutture, negli Stati Uniti per costruire un orientamento dell’opinione pubblica di aree interne della popolazione, la Russia fa la stessa cosa&#8230;</p>



<p>IA significa anche cose molto più sconvolgenti. Negli Stati Uniti, in alcuni Stati, c’è un software che giudica se una persona arrestata può o meno ottenere i domiciliari in attesa del processo o se deve andare in carcere. Si tratta di un algoritmo che analizza l’intera storia di questo essere umano, eventuali fatti che in precedenza l’hanno messo in contatto con la legge, incrocia dati e alla fine emette un giudizio: il software decide, il giudice ratifica. La categoria degli avvocati chiaramente ha reagito, chiedendo cosa ci stanno a fare se tutto avviene così automaticamente da non poterlo neanche discutere, e hanno domandato di poter almeno leggere i criteri con cui l’algoritmo emette il giudizio; ebbene gli è stato negato, perché il software è di una società privata e dunque è coperto da brevetto, segreto. Siamo di fronte al fatto che per la prima volta delle persone vengono giudicate da macchine, da software e non da altri umani (2).</p>



<p>Senza contare, nel libro anche questo aspetto è affrontato, che al discorso dell’intelligenza artificiale si lega la “singolarità”, quella soglia di discontinuità oltre la quale si realizzerebbe una “esplosione” dell’IA e il suo sviluppo sfuggirebbe alla capacità umana di prevederne gli ulteriori sviluppi. E anche qui entriamo in una nuova era definita post umana.</p>



<p>Si possono fare molti altri esempi, ma il punto che mi preme mettere in evidenza è, per entrambi i casi, sia per la raccolta di DNA che per lo sviluppo dell’IA, il coinvolgimento attivo dell’utilizzatore nella sua colonizzazione. Uso la parola <em>colonizzazione</em> perché stiamo parlando esattamente di un processo coloniale, un processo attraverso il quale un potere si rivolge a un territorio, e agli umani che sono su quel territorio, per renderli simili a se stesso. Sappiamo che tutte le colonizzazioni nel mondo sono funzionate attraverso la distruzione della cultura, dei popoli, delle etnie, delle tradizioni locali, del folclore e delle storie. Cioè un potere viene e ti dice: in questo territorio possiamo fare un bellissimo campo da tè, perché il tè serve all’Inghilterra. Poi dirà: ma come, non ti piace il tè? Prova ad assaggiarlo e lo venderò anche a te. Il processo coloniale è un processo di assimilazione alla cultura del colonizzatore. Questo ciclo lo possiamo studiare a partire da Cristoforo colombo nell’America precolombiana, in Africa, in India, dove volete, e troveremo sempre questa logica attraverso la quale un potere esterno interviene su un territorio umano e ambientale e lo rende simile a una propria progettualità. Qui il territorio è la rete, ed è un territorio che, nel libro precedente (3), abbiamo chiamato <em>continente</em>, un continente virtuale che non c’entra con le dimensioni nazionali. Il problema del colonizzatore è certamente imporsi sul territorio, ma è anche e soprattutto far sì che il colonizzato lo diventi con la sua testa.</p>



<p>Negli anni ‘60, quando c’era la resistenza dei neri americani, veniva portata avanti un’importante battaglia culturale su questo, quando dicevano: tu sarai un nero, ma sei un nero con la testa di bianco. Oggi la stessa battaglia la fanno i palestinesi e i curdi. Il colonizzato è di fronte a due vie: adattarsi, sparire, non fare più la resistenza perché paga un prezzo troppo alto, oppure fare qualcosa, sarà poco, sarà nulla, ma forse lascia una traccia che non è la traccia che il colonizzatore vuole. Faccio questi esempi volutamente per mettervi di fronte al problema della logica della colonizzazione, che vince solo laddove il colonizzato si lascia coinvolgere nel disegno del colonizzatore. La colonizzazione di Internet è un dato di fatto. Kleinrock e Snowden dicevano che all’inizio non c’era la monetizzazione, casomai c’erano i servizi di sicurezza, c’era una ricerca che coinvolgeva i docenti dell’università e i ricercatori, c’era un’altra idea, poi a un certo punto questa tecnologia è stata colonizzata da aziende che vi hanno visto la possibilità di fare soldi, e hanno cominciato a fare i capitalisti. Ossia quello che sono, non è che hanno fatto un’altra cosa. Non è che Facebook e le altre sono aziende diverse dalla Fiat o da qualunque altra impresa. Facebook è una società, anche quotata in Borsa, che ha un algoritmo che precede tutti gli altri: lo scambio disuguale. È molto semplice, è il fondamento del capitalismo. È un algoritmo che dice: ti do uno spazio, ti do le mie condizioni per gestirlo, se tu ci vuoi venire mi dai i tuoi dati. In questo scambio però i dati valgono molto di più di quel che restituisce questo servizio, perché altrimenti non avrebbe alcun senso: nessuno comprerebbe le azioni e Facebook non sarebbe, dopo nemmeno quindici anni, una delle prime aziende mondiali per capitalizzazione e per profitti.</p>



<p>Questo è un punto importante da capire: quando parliamo di colonizzazione parliamo di questo dispositivo, che è alla base del capitalismo, e consiste nell’imporre l’algoritmo del suo modo di produzione. Se lo impongo non solo al presente ma anche ai costrutti di futuro che ricavo dal tuo passato, capite che non abbiamo più nessun futuro davanti a noi. Diventiamo coloro che producono il futuro desiderato da chi produce gli algoritmi predittivi, diventiamo semplicemente i realizzatori di quel futuro che non c’è ancora solo per modo di dire, perché è già presente nell’azione che facciamo per costruirlo; ma si può realizzare solo alla condizione che lo facciamo vivere, perché se c’è una resistenza non può funzionare.</p>



<p>Vorrei ora spostare l’attenzione sul mondo del lavoro. Il libro affronta anche il territorio del controllo sociale, ma qui vorrei focalizzarmi su quello del lavoro. Vi racconto due storie che fanno da paradigma.</p>



<p>La prima riguarda un’azienda della logistica austriaca, la Knapp AG. A un certo punto ha deciso di ristrutturare i suoi magazzini chiedendo ai lavoratori di indossare degli <em>smart glass</em>, occhiali capaci di costruire una realtà virtuale degli oggetti che vedono. Questo significa che se un lavoratore è di fronte a uno scaffale, non ha più bisogno di andare a controllare la merce con un lettore di codice, gli basta guardarlo e l’occhiale restituisce tutte le informazioni; ha quindi le mani libere e può fare altro, per esempio alimentare dei carrelli. Può dunque fare un doppio lavoro, e ciò significa che questa ristrutturazione riduce della metà i lavoratori e aumenta la produttività complessiva. Nello stesso tempo l’occhiale mi traccia, controlla e tiene memoria di tutto quello che sto facendo, quanto impiego per ogni operazione, quante pause mi prendo&#8230; consente di costruire una lettura in tempo reale della mia produttività. Questo tipo di ristrutturazione ha portato la Knapp a diventare la prima azienda della logistica austriaca e modello per tutte le imprese del settore.</p>



<p>Un altro esempio è il porto di Rotterdam, che a un certo punto ha deciso di eliminare i lavoratori portuali, anche in questo caso grazie agli algoritmi di IA e ai sensori. Ha costruito un sistema di navi drone che entrano all’interno del porto guidate da sensori, delle gru di 125 metri che scaricano i container e li posizionano su veicoli senza pilota, che viaggiando su piste virtuali li portano in magazzini dentro i quali altri sensori stabiliscono dove vanno allocati. Oggi il porto di Rotterdam è uno dei più automatizzate al mondo ed è interamente guidato da remoto, da alcuni lavoratori che fanno un’analisi d’ufficio di quel che sta avvenendo.</p>



<p>Questi due esempi mostrano un progressivo inserimento, nelle nostre vite quotidiane lavorative, di interventi macchinici, un cambiamento che produce sicuramente lavoratori sempre più specializzati a far funzionare i software IA, ma anche lavoratori obsoleti. Questi ultimi sono una categoria di lavoratori di straordinario interesse perché oggi è la più estesa: non sono lavoratori che non lavorano, sono semplicemente stati buttati fuori dal vecchio modo di lavorare perché le loro capacità, le loro competenze, possono essere trasferite a macchine e robot a un costo minore del loro salario. Sono lavoratori che si reimpiegano, per esempio, in lavori de-territorializzati.</p>



<p>In uno dei cantieri su questi temi, una ragazza ha raccontato che lavora con il suo smartphone per un’azienda angloamericana che ha in appalto un servizio nell’aeroporto di Dallas, e ha sede a Sacramento, a Derry e a Austin; il suo lavoro per questa impresa consiste nel produrre informazioni, attraverso i profili social dell’aeroporto di Dallas, per i viaggiatori che vi transitano – l’albergo, il taxi, una qualunque informazione – ma anche messaggi emozionali del tipo: “Siamo felici di averti con noi! È la prima volta a Dallas?”. Il passeggero riceverà la risposta nella sua lingua, se è giapponese gliela darà una lavoratrice de-territorializzata che sta in Giappone, se è italiano una lavoratrice che sta in Italia ecc. Quindi abbiamo lavoratori regolarmente pagati da aziende disseminate nel mondo, che non hanno ufficio e non hanno un territorio e vivono nella ricerca di un lavoro, e nel frattempo raccolgono il DNA per un programma televisivo americano o producono messaggi per l’aeroporto di Dallas. Questi lavoratori stanno diventando la maggioranza, ed è una nuova forma di lavoro che nasce dalla disintegrazione delle forme precedenti e dei diritti, perché in questa frantumazione, che nasce dalla creazione di lavoratori obsoleti che si riciclano in vari modi, spariscono completamente i diritti.</p>



<p>Come si esce da questa situazione? Ci sono quattro risposte. La prima è quella che dà la parte moderata dei gestori della rete: se ne esce con una umanizzazione e una democratizzazione della tecnologia, garantendo una maggiore privacy. Ma Kleinrock stesso, per esempio, ha negato possa esserci. È un buon pensiero ma molto ipocrita. È un’idea insostenibile, che non può essere documentabile e neanche realizzata, perché all’interno del modo di produzione capitalistico non si può democratizzare se non nella misura in cui modo il produzione capitalistico ritiene che si possa fare. Vale a dire: se non c’è una guerra in corso posso benissimo parlare del PKK, ma se i curdi diventano un problema Facebook chiude i profili di chi ne parla.</p>



<p>Seconda risposta, più seria, quella che dà Kleinrock: una collettività senza monetizzazione. Però poi lui stesso ci pensa un po’ e dice: sarebbe come chiedere alle grandi compagnie di rispettare la privacy dei loro clienti, e al momento è una battaglia persa. Quindi Kleinrock afferma che si dovrebbe demonetizzare la rete, ma si rende conto che chiedere questa cosa a Facebook, Google, Amazon ecc. è inutile perché siamo all’interno del modo di produzione capitalistico, e demonetizzare vuol dire chiudere, vuol dire strutturare un altro modo di produzione.</p>



<p>Snowden dà una terza risposta, ed è qualcosa che già sta accadendo in Europa e in altre parti del mondo: decentralizzare la rete. Insieme a Berners-Lee, un altro dei fondatori di Internet, Snowden ritiene che occorre fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trasmettere i nostri dati per fornire i servizi; sarebbe come dire eliminare la possibilità di tracciare gli utilizzatori dei servizi ed eliminare quindi la memoria, dunque poter navigare liberamente. Questo impedirebbe di profilare e di far lavorare gli algoritmi predittivi. Snowden e Berners-Lee stanno lavorando a dei progetti di decentralizzazione, e anche in Italia ci sono alcuni siti che lo stanno facendo, piccoli raggruppamenti che costruiscono reti alternative. Sono sperimentazioni molto belle e interessanti, ma all’interno del modo di produzione capitalistico fin dagli anni ‘60 ci sono piccole comunità che autogestiscono la propria attività: ciò non genera una critica profonda al sistema dentro il quale siamo inseriti, genera una sottrazione. Una sottrazione importante ma una sottrazione è una sottrazione. Significa fate pure, colonizzate quel che volete, finché c’è un po’ di terra in cui posso creare una comunità con i miei amici e una famiglia e vivere secondo diversi criteri di relazione e di produzione della vita, faccio questa scelta. Penso sia interessante conoscere queste esperienze, ma noi viviamo all’interno di un sistema in cui più di 5 miliardi di persone sono inserite in questo modo di produzione, di consumo e di relazione, ed è all’interno di questa complessità che dobbiamo sviluppare il nostro pensiero. Per cui anche la soluzione di Snowden è interessante, vedremo dove andrà la sperimentazione di nuove reti decentrate, ma per ora resta una piccola sperimentazione.</p>



<p>La quarta risposta, infine, tocca il problema che mi sta più a cuore dal punto di vista delle conclusioni di questo tipo di percorso: la decolonizzazione. Sono assolutamente convinto che occorra porsi in posizione attiva e non passiva rispetto all’azione colonizzante. Personalmente mi interessa una tecnologia libera, vera, che attrezzi non il modo di produzione capitalistico ma un modo di produzione non fondato sullo scambio disuguale, quindi mi interessa portare la critica a Facebook, Amazon ecc. non sulla superficie ma sulla radice. La radice qual è? È il modo di produzione dentro il quale queste aziende scambiano le merci o producono le tecnologie. E poiché sappiamo che le tecnologie non sono neutre ma portano dentro di sé l’intenzione di chi le genera, si possono costruire in un modo o in un altro. Oggi chi colonizza il mondo nelle sue diverse forme ha in mente di costruire tecnologie che sono armi di sfruttamento, come quelle della logistica di cui ho parlato prima, un’arma attraverso la quale dei lavoratori vengono portati all’esaurimento delle loro energie. Siamo all’interno di una società secondo cui, per alcune ricerche che cito nel libro, si lavora più tempo fuori dal luogo di lavoro che dentro, e soprattutto fuori da qualunque tipo di immaginario di relazione: persone che si portano a casa il lavoro perché devono finirlo, che in metropolitana lavorano ancora, magari con Whatsapp.</p>



<p>Questo è quindi il punto vero di aggressione contro le tecnologie di dominio, e non comincia su Internet ma fuori, nella vita di relazione tra corpi. Perché quando siamo in rete abbiamo delle identità extra corporee che non sono più i processi dissociativi che nell’arco di migliaia di anni, come umani, abbiamo sperimentato, ma uno sdoppiamento attraverso il quale una nostra parte, dissociata, vive in un continente le cui regole non sono quelle della relazione dei corpi. Quindi in rete le identità si trovano in territori che non possono gestire, vivono su piattaforme di altri che ci sottopongono a enormi pericoli. Per questo credo che sia fuori dalla rete, nel rapporto tra i corpi laddove le persone si incontrano, si conoscono, si confrontano e discutono, il punto da cui può partire una riflessione per un pensiero critico nei confronti dei limiti delle tecnologie esistenti. Occorre riprendere la capacità di vivere in gruppi umani che si pongono il problema degli strumenti che usano, e non perché hanno a cuore la demonizzazione degli strumenti che ci sono, quelli ci sono e continueranno a esserci e saranno più brutali che mai, ma per capire di quali vogliamo dotarci per poter produrre in altro modo la nostra vita quotidiana e la nostra vita di relazione. Questa è la posta in palio della battaglia. O riusciamo come <em>sapiens sapiens</em>, come umani, a restare umani, nel senso di sviluppare la nostra capacità anche in quest’epoca, oppure inesorabilmente l’oggettivazione che questa struttura crea di ciascuno di noi ci farà diventare semplicemente pezzi della macchina, quindi dei colonizzati che, <em>obtorto collo</em> oppure felicemente oppure senza neanche più capire se ci va bene o male, non faranno che riprodurre gli interessi, le linee strategiche, le traiettorie che sono quelle dell’1% della popolazione mondiale che ha in mano i nostri destini.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size"><em>1) </em>Cfr. G. Baer, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/genome-editing-le-modifiche-al-dna-umano/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Genome editing. Le modifiche al DNA umano</a></em>, pag. 14 (n.d.r.) </p>



<p class="has-small-font-size"><em>2) </em>Cfr. G. Baer, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/usa-giustizia-artificiale-big-data-ia-e-algoritmi-predittivi-nei-tribunali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">USA: giustizia artificiale. Big data, IA e algoritmi predittivi nei tribunali</a></em>, Paginauno n. 65/2019 (n.d.r.)</p>



<p class="has-small-font-size"><em>3)</em> Cfr. R. Curcio, <em><a href="https://www.rivistapaginauno.it/lalgoritmo-sovrano-identita-digitale-sorveglianza-totale-sistema-politico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’algoritmo sovrano. Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico</a></em>, Paginauno n. 60/2018 (n.d.r.) </p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;algoritmo sovrano. Identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/lalgoritmo-sovrano-identita-digitale-sorveglianza-totale-sistema-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 16:09:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Mano militare e mano economica nel continente di internet: identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico, e poi rottura/negazione delle classi sociali e fuga nella finzione: la costruzione di una nuova forma di totalitarismo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-60-dicembre-2018-gennaio-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>(Paginauno n. 60, dicembre 2018 &#8211; gennaio 2019)</em></a></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Mano militare e mano economica nel continente di internet: identità digitale, sorveglianza totale, sistema politico, e poi rottura/negazione delle classi sociali e fuga nella finzione: la costruzione di una nuova forma di totalitarismo</p></blockquote>



<p>Incontro-dibattito sul libro <em>L’algoritmo sovrano. Metamorfosi identitarie e rischi totalitari nella società artificiale</em>, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2018), presso il Csa Vittoria, Milano, 27 settembre 2018</p>



<p class="has-drop-cap">Questo ultimo libro,<em> L’algoritmo sovrano</em>, riflette sui cambiamenti delle relazioni di potere che stiamo vivendo, in quella che è una grande trasformazione antropologica che riguarda non solo la rete, in quanto dimensione tecnologica, ma anche la formazione del sociale in cui siamo inseriti. Ci hanno abituati a immaginare le relazioni di potere, almeno nella loro forma più organizzata, con le analisi di Weber o Foucault, per non fare citazioni classiche del marxismo; questo significa che in epoca moderna abbiamo guardato il potere all’interno di un mondo che non c’è più, perché negli ultimi trent’anni, dal 1990/91, in questo mondo è entrato un nuovo continente: internet. È questo il primo punto su cui voglio suggerirvi uno sguardo. Dobbiamo cominciare a guardare internet in questo modo perché è un territorio che prima non c’era, e all’interno del quale si giocano ormai i destini dell’economia, della comunicazione, della politica, di fatto tutti i destini della vita delle persone che vivono nei continenti storici. Le relazioni faccia a faccia sono diventate paradossalmente secondarie rispetto alle relazioni alias-alias che caratterizzano la presenza nel continente di internet.</p>



<p>Internet nasce negli Stati Uniti per concorso di due forze, quella militare e quella scientifica, studi legati a università americane che avevano iniziato a immaginare una comunicazione tra computer, quindi la costruzione di una rete. Quando parliamo di ‘rete’ stiamo entrando progressivamente in un territorio molto materiale, perché la rete è una cosa materiale, che esiste, dentro la quale succedono delle cose, ma è un territorio molto diverso dalla rete delle relazioni: è una rete di connessioni, sono computer, macchine, che entrano in relazione. Quando parliamo di internet parliamo quindi di una società artificiale, non naturale, e questo è un punto importante, perché man mano che questa rete si è espansa ha portato con sé lo stigma dei suoi iniziatori, quindi una bandiera, che è quella degli Stati Uniti, alzata con due mani: una è militare e una è di imprese audaci che già lavoravano con i computer, che però fino a quel momento erano solo dei calcolatori e da lì iniziano a diventare delle entità che entrano in una relazione tra di loro, cioè costruiscono rete.</p>



<p>In questo continente che si è sviluppato a una velocità spaventosa, a cui noi come umani non siamo abituati, siamo entrati progressivamente; per quel che riguarda l’Occidente, in trent’anni siamo arrivati a contare circa l’80-85% delle persone coinvolte nella rete, in relazione nel lavoro, nella comunicazione, nelle attività di qualunque genere, persone che ormai operano più ore nella rete che al di fuori. In questo nuovo continente siamo entrati pian piano considerandolo normale, ma anche sedotti dagli aspetti di comodità, affascinati dalle molte operazioni possibili che questo territorio ci consente di fare: mandare una mail, fare un gruppo Whatsapp, dire quel che pensiamo su un social, Facebook ecc., fare circolare delle fotografie.</p>



<p>In trent’anni questo territorio è diventato un continente estremamente esteso e presuntuoso, al punto da chiamarsi world wide web, darsi dunque una dimensione mondiale, “noi siamo il mondo di internet”; è assolutamente falso. Non è vero che internet è il mondo, è un mondo, ed è il mondo americano; c’è anche un mondo altrettanto potente, quello cinese, dove navigano circa un miliardo di persone, che non funziona con il codice americano, ha strutture simili nell’ambito della ricerca, dei social ecc. ma fa capo a un altro continente e a un’altra bandiera, quella cinese appunto. E c’è anche un terzo continente, quello russo, ad altissimo livello tecnologico. Se dovessimo fare delle graduatorie non sapremmo oggi quali di questi mondi è il più potente. Quando si parla di cyberwar si parla di questo, del fatto che tra questi continenti, che riguardano ormai la grande maggioranza della popolazione mondiale, c’è un conflitto ampio ed estremamente profondo perché riguarda il potere, chi lo eserciterà, chi riuscirà a colonizzare i territori che gli altri stanno colonizzando. E qui entro nel secondo punto.</p>



<p>Un continente si sviluppa nella misura in cui dei coloni istituiscono al suo interno delle colonie. Per esempio i greci nell’VIII secolo a.C. decisero di fondare una serie di colonie nel sud Italia, ad Agrigento, Crotone, Catania ecc. Costruire una colonia, da un punto di vista tecnico, significa compiere un atto materiale molto preciso: prendere degli uomini, una barca, metterla in mare, andare in un posto, stabilirsi, dire: “Qui adesso ci sto io. Chi vuole può entrare nella mia colonia, se qualcuno si oppone gli taglio le testa”. Le colonie hanno sempre funzionato così, noi europei abbiamo una grandissima storia di colonie, da Cristoforo Colombo in poi abbiamo colonizzato quasi tutti gli altri continenti. Anche l’Italia ha una lunga storia di colonie atroci, per esempio siamo andati in Eritrea, in Somalia, in Libia, tra la fine dell’Ottocento e la fine del fascismo, abbiamo portato le camicie nere, i soldati. Fare una colonia significa quindi impiantarsi materialmente su un territorio.</p>



<p>Non appena è nato il territorio di internet, e sono stati i militari a renderlo un territorio possibile per operatori non militari, quindi dal 1990 in poi con il passaggio tecnico dell’http, il protocollo di internet, una serie di aziende ha cominciato a impiantare colonie. I primi tempi sono state fondate con una strategia, perché quel continente inesplorato appena nato bisognava frequentarlo e sapere come fare, non bastava aprire una propria ‘postazione’ perché senza un sistema di relazione non succedeva nulla; i primissimi anni sono stati infatti caratterizzati da un duro scontro tra una serie di imprese che cercavano di impiantare dei motori di ricerca. È quella che è stata chiamata “la guerra dei motori di ricerca”, un processo che progressivamente ha fatto fuori i concorrenti finché le aziende più potenti, come Google, si sono affermate e oggi sono il crocevia attraverso il quale noi entriamo in relazione con informazioni, documenti, situazioni, indirizzi ecc.</p>



<p>Questi motori di ricerca esplorano una porzione di mondo, e sono in una posizione strategica, nel senso che tutte le nostre transazioni passano attraverso una domanda che gli poniamo. Si inventano dunque una strategia di scambio diseguale molto interessante. Dicono: io mi sono impiantato, posso raggiungere questo continente o gran parte di esso, più divento forte più raggiungerò altri indirizzi, sono in grado quindi di fare questo servizio, se tu lo vuoi mi fai una domanda e io ti rendo possibile questa operazione di connessione, ma in cambio mi dai i tuoi dati e metadati. I dati sono la domanda che scrivi in Google, i metadati sono il dispositivo da cui fai la domanda, l’ora, il luogo, il tempo che stai su quel territorio.</p>



<p>A molti è sembrata una cosa logica, non se ne sono visti i pericoli per molto tempo, e quindi anche le piattaforme che progressivamente si sono affermate, come Facebook, hanno iniziato a ragionare nello stesso modo: io ti do uno spazio in una piattaforma tu in cambio mi dai i tuoi dati, cioè i contenuti che carichi e tutto ciò che riguarda il tempo, il giorno, l’ora, il dispositivo con cui fai queste operazioni.</p>



<p>È uno scambio diseguale perché quando queste strutture si sono affermate hanno offerto un servizio gratuito e si sono prese dei dati che noi abbiamo dato gratuitamente, però se facciamo un bilancio lo scambio non è affatto gratuito perché noi siamo rimasti dei cittadini in braghe di tela e queste strutture in pochissimi anni sono diventate le prime company del mondo per fatturato e capitalizzazione; quindi ciò che gli abbiamo dato è stato il materiale attraverso cui loro hanno costruito una profonda penetrazione nel mondo capitalistico, sia dal lato della raccolta del denaro connesso all’utilizzo di questi dati, sia dal punto di vista della capitalizzazione vera e propria, gioco di Borsa e di tutto ciò che ne è seguito.<br>Scambio diseguale dunque, questo è il secondo punto. La colonizzazione quindi è impiantare una colonia per realizzare uno scambio diseguale attraverso il quale realizzare un profitto mastodontico, e nello stesso tempo un controllo delle informazioni di tutti coloro che vivono su quel continente.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/copertina-Algoritmo-sovrano.jpg" alt="" class="wp-image-218" width="390" height="586" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/copertina-Algoritmo-sovrano.jpg 520w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/06/copertina-Algoritmo-sovrano-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></figure></div>



<p>L’ulteriore domanda che ci possiamo porre a questo punto è: qual è l’interesse di un’impresa a impiantare una colonia all’interno di questo continente? Ce ne sono due: il primo molto materiale, che abbiamo analizzato prima – prendo i tuoi dati, li vendo a strutture industriali, di servizi ecc. che possono avere interesse a fare pubblicità, ricerche di mercato e via di seguito –; il secondo è invece un’operazione più complessa di questa: incidere sui processi identitari delle persone che entrano nel mio continente.</p>



<p>Se entri nel mio continente e mi dai le tue informazioni, io ho una opzione di potere su di te: non solo ti porto via il tempo e i dati, ma inizio a conoscerti. Faccio un esempio che apparentemente non c’entra ma fa capire il meccanismo. Nel 2020 in Nuova Zelanda un robot chiamato Sam si presenterà alle elezioni politiche. È un robot dotato di un dispositivo di intelligenza artificiale, prodotto dall’università di Wellington insieme a due aziende private. Questo robot dice: “Io mi presento alle elezioni politiche ma non ho alcun programma, questa è la mia forza. Vengo da voi e vi dico: sarò il politico che vi rappresenta, non ho nessuna idea.</p>



<p>Il gioco funziona così: fatemi una domanda, cosa vi interesserebbe?” Una persona risponde portare l’acqua nel rione tale, e Sam incamera questa informazione; poi un’altra e un’altra ancora e le elabora, le divide in categorie e stabilisce delle priorità e delle maggiori incidenze di alcune richieste su altre, e restituisce un programma politico che è sicuramente vincente perché sarà il punto di vista della maggioranza su ciascun problema che le persone hanno posto. Quindi alle elezioni avrà una fortissima possibilità di vincere. Questo esempio ci interessa anche per un altro punto di questa mia analisi, che vedremo, ma intanto voglio farvi riflettere sul fatto qui non siamo davanti a una realtà che si propone di vendere delle informazioni, neanche di utilizzarle a fini pubblicitari, ma di vincere delle elezioni; vale a dire fare un gioco di potere partendo da un dispositivo di intelligenza artificiale.</p>



<p>Questo punto ci pone un problema tecnico immediato che è un problema di linguaggio, espressioni che vengono utilizzate quando si parla di queste cose; per esempio, ‘identità digitale’. Se cerco il significato di questa definizione ne trovo venti, trenta, e ne ricavo una grande confusione di idee perché non riesco a capire se si intende Renato Curcio, cioè una persona, oppure il mio dispositivo, lo smartphone che ho in tasca. È un aspetto fondamentale perché, come dicevo all’inizio, su internet sono le macchine a comunicare, e non comunicano con me ma con il mio dispositivo. È importante avere ben chiaro che quando io vado su internet siamo un due ad andarci, io e il dispositivo che utilizzo. Quindi ci sono due identità, ed è importante distinguerle. Esistono dei sistemi di controllo, che vedremo, che prima che alle persone sono interessati ai loro dispositivi, ed è molto importante perché è un tipo di tecnologia, poi c’è il problema dell’identità di Renato Curcio.</p>



<p>Facciamo gli esempi di Facebook. Se apro un profilo sulla piattaforma, sul libro delle facce, posso mettere la mia fotografia, quella del mio cane, di qualcun altro, di una signora che non conosco ma così mi garba, nessuno mi dirà niente. Facebook identifica il mio dispositivo e mi dà l’autorizzazione ad aprire un profilo, in quanto ha l’IP da cui partono i messaggi, e quello gli interessa; che poi io mi chiami Renato o Filippo o addirittura al femminile, per Facebook è irrilevante. Anzi, è rilevantissimo, ma da un punto di vista di studi di psicologia sociale: io so che il proprietario di quel dispositivo è Filippo, e so che si presenta al femminile e comincia a intrattenere delle relazioni con il mondo.</p>



<p>Questo è uno straordinario scenario per chi vuole fare un lavoro sulle molteplicità identitarie delle persone e soprattutto sui giochetti identitari che le persone fanno tra di loro, su Facebook o su qualunque altro social network. Se registro e storicizzo quei dati, mi danno l’insieme di due tagli di lettura: uno possiamo chiamarlo il taglio della ‘dissonanza identitaria’, l’altro lo ‘storico delle dissonanze’ di una certa persona. È una questione fondamentale perché le dissonanze identitarie sono la caratteristica della nostra vita, noi viviamo di dissonanze identitarie, Bauman parlava del “guardaroba identitario”: in ufficio vesto un’identità, con gli amici un’altra, nel privato ancora un’altra e sui media non ne parliamo.</p>



<p>La distinzione tra l’identificazione del dispositivo e i processi identitari è quindi molto importante, ed è una situazione che potremmo definire di doppia sovranità. Nel continente virtuale ci troviamo infatti di fronte a due interessi, che corrispondono alle due forze che l’hanno creato, e abbiamo visto che una è quella militare, interessata innanzitutto ai dispositivi, molto meno alle identità: le istituzioni di sorveglianza vogliono sapere dov’è un certo dispositivo. Per questa ragione gli Stati Uniti hanno vietato per legge che i militari americani, di qualunque ordine e grado, utilizzino uno smartphone Huawei, dichiarando che non possono avere in tasca un dispositivo cinese che li localizza, perché significa dire alla Cina dove sono dislocati i militari statunitensi.</p>



<p>Con ciò ammettendo che i dispositivi hanno dei sensori che comunicano e possono dire a un’altra macchina dove sono. Questo è vero anche per Samsung, Apple, per qualunque smartphone: le case produttrici possono tranquillamente identificarli nello spazio e nel tempo.<br>Quindi il volto di internet legato alla mano militare comincia a presentarsi come un volto inquietante, perché legato all’idea di sorveglianza totale, poiché fin dall’inizio ha come intenzione pratica, assolutamente oggettiva, quella di far circolare dispositivi che le persone utilizzano per la comunicazione, il lavoro, l’acquisto ecc., che sono identificati nello spazio e nel tempo.</p>



<p>Questo sistema di sorveglianza totale si muove su più piani. Uno è quello della categorizzazione delle persone che frequentano il continente. L’uso commerciale è facilmente comprensibile: se ho tutti i dati delle persone dai 16 ai 18 anni di sesso femminile nell’area romana che si interessano di musica, posso avere una rapida algoritmica elaborazione dei gusti di quella popolazione femminile ed è un’informazione che può essere di straordinario interesse per le industrie che producono musica. Posso raggruppare i dati per classi di età, gruppi regionali, aree cittadine, qualunque cosa, anche per tipologia politica, come il comunistometro o anarchistometro, un rilevatore dei libri che compriamo su internet che qualcuno ha definito così, divertendosi: è chiaro che se per due anni continuo a comprare i libri di Proudhon avrò un certo tipo di orientamento e se compro i libro di Hitler ne avrò un altro, non sono rilevazioni difficili da fare. Ne è interessato Amazon o anche Netflix.</p>



<p>Chi ha quest’ultimo, sa che prima di potervi accedere ha dovuto rispondere a una domanda semplice e banale: quali sono le categorie di film e di serie televisive che ti interessano di più? Netflix in pratica fa l’operazione di Sam: non so niente di te ma da questo momento comincio a studiarti. Tu dici che ti piace Philip Dick, oppure Manzoni, Netflix ti categorizza con un certo tipo di orientamento e poi lo verifica: se il giorno dopo compri l’opposto ti classificherà come uno spettatore vago e indistinto, ma se poi continui a cercare le stesse serie televisive saprà quali hai visto e quali no, quelle che ha in catalogo e come offrirtele, e aumenterà le probabilità di venderti un prodotto.</p>



<p>Abbiamo dunque due percorsi, quello dell’identità dei dispositivi e quello dell’identità delle persone, che puntano a cose diverse ma si incontrano entrambi con due problemi piuttosto sconvolgenti.</p>



<p>Il primo è che se andiamo a vedere i dispositivi, ci accorgiamo che esiste un’infinità di macchine che sono state taroccate, un’infinità di smartphone che non si fanno identificare, di computer che ti rimandano da server a server ma non sai dove, che ci sono addirittura dei computer zombi che non solo non sono da nessuna parte ma sono nel tuo computer, e tu non lo sai. Un hacker può impiantare nel tuo computer un computer fantasma, collegare questo zombi con tanti altri e fare un’operazione di hackeraggio, rendendo impossibile risalire al computer da cui è partita. Questi oggetti operativi ma non identificabili sono quelli utilizzati nelle campagne di fishing, ma non solo, perché interessano molto anche la politica.</p>



<p>Se andiamo invece a vedere l’identità abbiamo un altro problema. Dentro Facebook, per esempio, ci sono 200 milioni di profili inesistenti, falsi, costruiti solo per fare operazioni, così come il 20% di quelli su Twitter. E questa è ancora una microparte, perché poi abbiamo i casi come Telecom/Tim e le sim card legate a identità false, o le persone che si fanno passare per altre, come lo scrittore inglese Roger Jon Ellory, che sotto altra identità scriveva entusiastiche recensioni dei suoi libri su Amazon, o Tommasa Giovannoni Ottaviani, la moglie di Renato Brunetta, che sotto falso nome, Beatrice Di Maio, aveva aperto un profilo Twitter da cui lanciava a raffica tweet contro l’allora Presidente del Consiglio Renzi e contro il Presidente della Repubblica Mattarella; oppure anche il caso di Amina Arraf, la blogger che dalla Siria dava notizie in tempo reale, tenuta in gran conto per un po’ dall’informazione internazionale, finché non si è scoperto che era in realtà Tom MacMaster, un dottorando di Edimburgo, che scriveva dalla Scozia.</p>



<p>Queste storie sono interessanti per riflettere sul fatto che quando ci muoviamo sul lato delle identità incontriamo territori sconosciuti. Su internet esistono siti che forniscono un’identità falsa completa: nome, cognome, professione, telefono, mail, via, nonni, curriculum ecc. Per non parlare dei morti ancora operativi con i loro profili, Pannella, per dirne uno.</p>



<p>Ricapitolando: sul piano dei dispositivi gli Stati sanno dove sono le macchine, le macchine non sono tutte identificabili; sul piano delle identità le aziende interessate ad avere dati sono poco interessate a sapere fino a che punto e a che gioco stai giocando, perché avendo uno storico possono facilmente profilare anche i falsi profili e vedere con sistemi di esclusioni quelli che servono per fare pubblicità e soldi e quelli che servono per fare numero – un aspetto importante perché più utenti ha una piattaforma, più raccoglie pubblicità.</p>



<p>Ora proviamo a fare un passo un po’ più inquietante, e consentitemi di fare un’operazione di tipo metodologico che Marx consigliava e che è stata poi sviluppata da Henri Lefebvre, e si chiama ‘metodo regressivo progressivo’: per guardare un certo problema può essere utile fare tre passi indietro e un piccolo esercizio di specchio.</p>



<p>Se scendiamo nel momento totalitario per eccellenza del Novecento, quindi nazismo e anche fascismo – e qui utilizzo una nozione di totalitarismo in modo tecnico, non mi addento nella polemica tra storici se il fascismo sia stato totalitario o meno – e utilizzo l’analisi profonda che ne hanno fatto soprattutto Hannah Arendt e Bauman, vedo che tre punti fondamentali dei sistemi totalitari li ritroviamo nel continente di internet.</p>



<p>Primo: quando andiamo a vedere la base sociale ci troviamo di fronte a persone singolarizzate. I sistemi totalitari rompono i sistemi organizzativi e di legami, rompono l’idea stessa di classe. Non ci può essere una classe perché c’è una dimensione plebiscitaria, in piazza Venezia a un comizio del duce non ho una differenza tra operai e padroni, prefetti, poliziotti e chiunque altro: indipendentemente dai loro interessi singolari, sono uniti in una solitudine totale, siamo in una folla di persone solitarie non unite da legami reali di interessi comuni. Questo è un aspetto che ritroviamo sia nel nazismo che nel fascismo.</p>



<p>Secondo: la negazione delle differenze di classe. È un punto importante perché Casaleggio, o anche Salvini, affermano che non c’è più né destra né sinistra. È una tesi di Mussolini. Arendt l’ha scritta e documentata nei tre volumi sul totalitarismo, nel secondo. Oggi ritroviamo questa polverizzazione dei concetti e delle relazioni. Populismo è una parola priva di senso, perché non c’è nessun popolo in una situazione di insieme quando gli interessi sono i più diversi: il proprietario della piattaforma Foodora e il fattorino di Foodora potranno stare accanto in una manifestazione ma non hanno un interesse comune sul piano politico, perché quest’ultimo prevede la rappresentanza degli interessi di qualcuno, e in un contesto capitalistico gli interessi del fattorino e gli interessi di chi ha piattaforma non corrispondono.</p>



<p>Terzo: quello che Arendt chiama la “fuga nella finzione”, ed è un corollario del punto precedente. È chiaro che se i tuoi interessi non sono comuni, devo creare una finzione dentro la quale questi interessi diventano comuni. La post-verità di oggi per esempio, una verità che è intenzionale, non reale, costruita perché funzionale a uno scopo. Oggi la creazione di finzioni è un’attività lavorativa, ci sono agenzie che lo fanno, per esempio la Casaleggio Associati è una struttura nata parecchi anni fa per fare marketing politico ed economico, e il marketing è la costruzione di una finzione che ti induca a comprare quella bambola, o una pubblicità che ti invogli a seguire una proposta di acquisto o una proposta politica.</p>



<p>Questi tre momenti si uniscono a un quarto, che è quello su cui voglio portare la vostra attenzione. Accennavo prima che il controllo sociale sta diventando molto predittivo e preventivo: perché devo aspettare che una persona rubi una mela se attraverso il monitoraggio dei profili posso individuare delle categorie di rischio che sono quelle che più probabilmente ruberanno una mela? Questa è un’idea positivista, nata negli anni Trenta durante il fascismo, ed è molto importante sia perché il positivismo paradossalmente veniva dal mondo socialista, e ha influenzato il pensiero moderno fino a oggi, sia perché è il fondamento del pensiero scientifico della rete.</p>



<p>Oggi l’università di Google, la Singularity University, più di 100 sedi in moltissimi Paesi e aperta anche a Roma e a Milano, insegna esattamente questo: tu hai a che fare con dei numeri, una logica quantitativa, non con altri tipi di problemi; la rete è fatta di numeri e di algoritmi e funziona solo se stai dentro quel sistema, che è chiuso e positivo e devi quindi leggere con il criterio delle leggi delle scienze positive – la matematica, la fisica ecc. È importante questo nesso con il positivismo perché inventa l’idea di delitto possibile, che si sviluppa nel Novecento e dà origine in Italia alla nascita della polizia scientifica, ed è su questa base che viene inventato il cartellino Ottolenghi, il cartellino segnaletico.</p>



<p>Ottolenghi era un positivista e l’approccio era questo: poniamo che se uno ha rubato una mela un giorno, è verosimile che la possa rubare ancora; quindi intanto gli prendiamo due cose, le impronte digitali, che mettiamo su un cartellino, e la fotografia; la prossima volta che qualcuno ruberà una mela, per prima cosa andremo a vedere quelli della categoria ‘rubatori di mele’, poi se non lo troviamo lì faremo delle indagini. Questa idea all’epoca aveva a che fare con la carta e con la fotografia, eravamo nel Novecento, oggi ha a che fare con la biometria. Vale a dire: visto che so che con la tua identità fai i giochi che vuoi, e te lo lascio fare perché mi può servire sul piano psicologico per fare delle profilazioni, per identificarti faccio delle operazioni più serie: ti prendo le impronte biometriche, le metto su un chip e le fisso su una carta elettronica, dopodiché ti attribuisco un numero unico, perché io lavoro con i numeri, e ti identifico nel mondo con un codice unico: quel codice, quel pattern facciale, quelle impronte digitali e quella scansione dell’iride. Non è fantascienza, sono sistemi politici reali che partono dall’India e arrivano all’Italia. Quattro esempi molto precisi.</p>



<p>Primo. L’India è un Paese di 1,3 miliardi di persone e ha un Ministero dell’Informatica tra i più avanzati del mondo, perché ci sono alcune università di informatica e matematica pura che sono tra le migliori a livello globale. Nel 2009 il ministro inventa una carta elettronica per la soluzione di un grande problema, il sistema delle sovvenzioni alle persone più povere. Si tratta di costruire un sistema che consenta di non dare due volte lo stesso contributo alla stessa persona, che caso mai si fa passare per un’altra. Viene creata una carta elettronica che comprende tre caratteristiche biometriche: le impronte, il pattern facciale e la scansione dell’iride. Viene detto agli indiani che la carta è volontaria, non c’è nessun obbligo, tuttavia chi ce l’ha sarà favorito, passerà per primo perché la sua richiesta di sovvenzioni può essere gestita con molta tranquillità. Averla viene quindi posto come vantaggio e si lascia ai cittadini la scelta. Oggi la Aadhaar Card è obbligatoria e non serve più per i contributi ma per pagare le tasse, acquistare una sim telefonica, prenotare un treno, per qualunque tipo di operazione.</p>



<p>Secondo. Nel 2014 la Cina, dopo aver studiato a lungo i pregi e i limiti di una struttura di questo genere, perfeziona il dispositivo e fa una carta che si chiama ‘carta di credito sociale’ e la propone volontariamente ai cittadini. Contiene gli stessi tre riferimenti biometrici, pattern facciale, impronte digitali e iride, e la presenta nel quadro di un gioco nazionale a premi, un gioco importante per la cittadinanza, un gioco democratico, che consiste nel fatto che chi si doterà di questa carta acquisirà un punteggio per le sue attività. Per esempio: paghi le bollette della luce regolarmente? Tutti i mesi ricevi 10 punti. Hai un curriculum scolastico perfettamente in regola? 10 punti. Hai perso un anno? 9 punti. Non hai pagato una bolletta? 8 punti. Un computer fa poi la somma in tempo reale e la popolazione cinese viene gerarchizzata in base a un punteggio chiamato ‘punteggio di affidabilità’. La genialità della proposta cinese sta nel fatto che il sistema a premi è quello dei videogiochi, di Facebook, i mi piace, e funziona perché è ciò con cui le ultime generazioni crescono.</p>



<p>È un aspetto interessante perché è un dispositivo che fa giocare una partita in cui ti senti più cittadino di un altro se ottemperi a tutte le regole che gli algoritmi hanno stabilito. Ma le regole le ha fissate chi governa, e questo significa che sto costruendo un sistema di obbedienza al quale tu corrispondi oppure no; se non corrispondi a ciò che io, come Stato, reputo sia il bene, ti tolgo dei punti. E te li tolgo se frequenti tra i tuoi amici degli ex carcerati, frequentali pure ma perdi due punti; oppure te ne do se sei un ottimo lavoratore, ossia non ti rifiuti di fare ore in più se ti vengono richieste. Teniamo presente che questo sistema dei punti oggi esiste dentro la Fca, l’ex Fiat: a Melfi ci sono i cartelloni su cui in tempo reale i lavoratori vedono quanti punti di produttività hanno con i ritmi che stano seguendo.</p>



<p>Terzo. Da un paio d’anni in Svezia tutti hanno una carta elettronica biometrica, il Ministero del Futuro l’ha inventata dicendo ai cittadini: perché siete così sciocchi da tenervi la carta d’identità, la carta di credito, il passaporto, tanti documenti dentro un portafoglio quando potete averne uno solo, un codice unico con i dati biometrici e un microchip con tutte le operazioni che vi riguardano? Pochi mesi fa il Ministero del Futuro se n’è inventata un’altra. Ha detto: la carta elettronica si può perdere. Ha quindi fatto una proposta per 3.000 volontari che si sottoponessero a un esperimento, trasferire la carta digitale sottopelle – in Svezia non è una novità, da tempo si possono anche prenotare i treni con un microchip sottopelle e in fabbriche e università ci sono lavoratori e docenti che ce l’hanno. Ebbene, il Ministero ha dovuto chiudere l’esperimento dopo pochissimo tempo perché si sono presentate molte più persone.</p>



<p>Ora veniamo all’Italia, dove dal 2014 esiste la carta d’identità elettronica. Le cose vanno talmente a rilento che non sono state neanche discusse. Se andate all’ufficio anagrafe portando una fotografia formato tessera fatta a una macchinetta qualsiasi non va bene, bisogna farla con quella del municipio, perché deve avere delle caratteristiche specifiche, di fatto il pattern facciale; vi chiedono poi di mettere i polpastrelli del dito indice di entrambe le mani in uno scanner, e sono le impronte digitali; vi assegnano infine un numero, che non è il numero della carta d’identità, come una volta. Il Ministero dell’Interno invia poi un documento a casa con due parti di codice, per attivarla, e c’è scritto che il microchip ad altissima tecnologia contenuto nella carta d’identità elettronica consentirà di fare tutte le operazioni con l’amministrazione dello Stato. In conclusione c’è un codice PIN e un codice PUC, un codice unico e le impronte biometriche. Siamo esattamente nell’arco di Cina e India.</p>



<p>Questo sistema è importante perché farà saltare tutti i sistemi di falsificazione identitaria, trasferendo in tasca con uno smartphone, o prima o poi sottopelle, l’identificazione non l’identità, il processo di verificazione.</p>



<p>Definisco questo percorso ‘tendenzialmente totalitario’. ‘Tendenzialmente’ perché a differenza degli scienziati e dei docenti che insegnano l’intelligenza artificiale, che sono assolutamente convinti che entro gli anni Venti/Trenta del 2000 i sistemi AI riusciranno a gestire per intero la società artificiale, e quindi la AI sarà così potente da rendere l’intelligenza umana assolutamente subalterna, e il sistema macchinico prenderà il sopravvento sull’umano così come lo conosciamo dall’homo sapiens a oggi, io non sono invece affatto convinto che l’homo sapiens sia arrivato alla fine della sua storia. Per due ragioni.</p>



<p>La prima è legata a un’osservazione generica della storia di questa specie. Negli ultimi 7-8000 anni, che sono quelli che storicamente possiamo valutare con più attendibilità, la nostra specie ha fatto molti passi, sicuramente nel campo tecnologico ma anche psico-sociale e di sistemi, ma non è ancora riuscita, per esempio, a risolvere il problema della convivenza; siamo una specie che non sa convivere, facciamo guerre di tutti i tipi, ci ammazziamo l’un l’altro, siamo dentro sistemi conflittuali ancora fortemente primitivi, ancora pensiamo che se uno viene da un altro Paese del mondo gli chiudiamo le porte in faccia. Quindi penso che questa specie deve fare ancora tanti passi evolutivi che sono la condizione stessa della sua crescita e realizzazione, e credo che voler delegare a una intelligenza macchinica il destino e la vita della nostra specie sia la più atroce delle prospettive totalitarie.</p>



<p>Seconda cosa, ho ancora fiducia che le persone, gli umani, sappiano fare un ragionamento molto semplice intorno all’uso della tecnologia, vale a dire che non si tratta di essere contro, io non sono contro la tecnologia, sono felice che l’umanità abbia inventato la scrittura, la ruota, l’elettricità, la macchina e qualsiasi altra cosa, quello che non mi rende felice è ciò che non ha fatto felice milioni di persone, ossia che questo oggi avvenga all’interno di un sistema capitalistico, che è un modo di produzione assolutamente barbaro, arcaico, superato dalle sensibilità comuni.</p>



<p>Ci dobbiamo quindi sbarazzare di queste prospettive partendo dal territorio degli umani, ricomponendo un sistema di legami che ci facciano capire che dobbiamo affrontare insieme i problemi del nostro sviluppo senza chiudere le porte in faccia a nessuno, e anzi dotandoci delle tecnologie idonee a sfruttare nel modo migliore le risorse del mondo per stare bene tutti. Quindi il punto è una prospettiva diversa, non un uso diverso degli strumenti, e non è una polemica banale sull’intelligenza artificiale, è una polemica che riguarda la specie, non la tecnologia. Questo è il senso del mio ragionamento, ed è anche il senso per cui ritengo che continuare a sviluppare questo tipo di ricerca e di riflessione sia un’esigenza sociale profonda.</p>



<p>Chiudo lanciando un allarme che è politico e riguarda la metamorfosi del sistema italiano. Siamo all’interno di un processo di trasformazione del sistema politico da sistema politico novecentesco a un sistema digitale, e questa trasformazione ha una caratteristica: il soggetto politico delle campagne elettorali non sono più i politici, non sono più gli umani, ma sono delle agenzie. In Italia ci sono due agenzie potenti. Una è la Casaleggio Associati, ed è l’agenzia del Movimento 5 stelle, l’altra è Sistemi Intranet, ed è l’agenzia di Salvini, molto meno nota ma altrettanto potente.</p>



<p>Sono agenzie per le quali lavorano moltissimi tecnici e studiosi dei sistemi digitali, quella di Salvini è gestita da Luca Morisi, un digital philosopher, e quella di Casaleggio prima da Gianroberto Casaleggio e ora dal figlio. Casaleggio padre era uno dei massimi conoscitori e tecnici delle reti internet, e precedentemente di quelle aziendali – è stato dentro Olivetti. Ha lavorato con l’Italia dei valori di Di Pietro, per costruire il primo sistema informatico sperimentale che però non ha funzionato molto bene, e ha inventato un sistema più complesso, il sistema 5 stelle, che è quello in cui ci troviamo. Non mi interessa entrare nel merito delle politiche dei due partiti, ma dei dispositivi.</p>



<p>Queste strutture, che lavorano sia sul piano dell’identificazione dei dispositivi sia su quello della manipolazione dell’identità, sono agenzie che operano a un unico scopo: profilare le identità politiche del corpo elettorale per realizzare dei sistemi di intervento personalizzato, di micro-target, per la manipolazione delle scelte. È qualcosa che abbiamo già visto all’opera negli Stati Uniti con la campagna presidenziale di Obama ma soprattutto in quella di Trump, e che abbiamo visto sotto forma di un grande scandalo, quello della Cambridge Analytica, che aveva a che fare con Steve Bannon, uno dei massimi esponenti del suprematismo bianco della destra radicale americana e dei grandi capitalisti che hanno portato al potere Trump.</p>



<p>A Bruxelles Bannon ha aperto una sede, The Movement, che ha lo scopo di connettere e collegare le agenzie che in Europa lavorano per partiti consimili, e la prospettiva sono le elezioni europee del 2019. Siamo quindi dentro una grandissima campagna elettorale che riguarderà tutti i Paesi della Ue. Queste operazioni non le fa Salvini e non le fa Di Maio, non le fanno i singoli politici ma delle agenzie, che sono legate a università che hanno dei nomi molto forti; Link Campus, per esempio, da cui proviene l’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Sono università che lavorano con i Paesi e i servizi di tutto il mondo, con i contractor e con i militari.</p>



<p>Stiamo insomma andando in una certa direzione. Io vi propongo di non guardarla soltanto nella sua quotidianità, battute e controbattute dell’uno contro l’altro, ma nelle sue strutture profonde, vale a dire in chi organizza questa operazione sul web, sul continente virtuale, per catturare attenzione e voti e manipolare le scelte dei sistemi elettorali.</p>
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		<title>La società artificiale. Controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-societa-artificiale-controllo-sociale-lavoro-e-trasformazione-del-sistema-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 10:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sorveglianza]]></category>
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					<description><![CDATA[Incontro-dibattito sul libro La società artificiale. Miti e derive dell’impero virtuale, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2017), presso il Csa Vittoria, Milano, 14 settembre 2017]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list"><li><em><a rel="noreferrer noopener" href="http://rivistapaginauno.it/numero-55-dicembre-2017-gennaio-2018/" target="_blank">(Paginauno n. 55, dicembre 2017 &#8211; gennaio 2018</a>)</em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>La società artificiale. Miti e derive dell’impero virtuale</strong>, di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2017), presso il Csa Vittoria, Milano, 14 settembre 2017</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Il lavoro di ricerca è sempre un lavoro teso su una corda, nel senso che stiamo cercando di affrontare dei processi sociali nuovi, che ci sorprendo perché, come abbiamo tentato di dire soprattutto nel primo lavoro,<em>&nbsp;L’impero virtuale</em>&nbsp;(1), sono processi ad altissima velocità storica e sorpassano la nostra capacità di adattamento. Il tempo, la storia, dell’Ottocento e del Novecento, per rimanere negli ultimi due secoli, aveva un passo molto più lento: il lavoratore del sud Italia che veniva a lavorare alla Pirelli a Milano o alla Fiat di Torino, poteva arrivare anche digiuno di quella che era una cultura del mondo del lavoro, sindacale, di classe ecc., e aveva poi il tempo per entrare progressivamente nei problemi che stava vivendo insieme ai diversi contesti che attraversava e che erano abbastanza omogenei: i contesti urbani dei quartieri, quelli di fabbrica, i contesti sociali più organizzati. Oggi questo non c’è più. Oggi i tempi sono talmente violenti e veloci che ci mettono di fronte a delle dinamiche che sono mondiali, e che solo dieci anni fa non esistevano.</p>



<p>Facebook, per esempio, che nel 2007 entra come processo sociale non più riferito a un piccolo gruppo di università, e dieci anni dopo raggiunge i due miliardi di utenti. È quindi comprensibile che le persone che vi si sono riversate lo vivano più esperenzialmente e intuitivamente che avendone contezza e gli strumenti per leggere che cos’è, come funziona, come funzionano loro stessi mentre utilizzano questo tipo di strumenti. Ne<em>&nbsp;L’impero virtuale</em>&nbsp;dunque abbiamo cercato di affrontare l’insorgere di questo tipo di processi sociali, legati a una tecnologia particolare, che hanno sorpreso abitudini, consuetudini, modi di leggere la realtà e di viverla in tutti i campi: nel lavoro, nel consumo, nello svago, nella vita di relazione.</p>



<p>Come secondo passaggio ci siamo concentrati sul terreno del mondo del lavoro, con&nbsp;<em>L’egemonia digitale</em>&nbsp;(2), cercando di capire come e fino a che punto gli sguardi che noi avevamo – che derivano dalla storia dell’organizzazione del lavoro che ha caratterizzato il Novecento, una discussione partita già nell’Ottocento con Marx e la forte elaborazione di quali erano le dinamiche profonde del modo di produzione capitalistico rispetto al mondo del lavoro – reggevano nella nuova situazione.</p>



<p>Questi due lavori ci hanno però messo in evidenza un loro limite, che possiamo considerare ovvio in qualche modo perché erano approcci nuovi, e che ritengo anche un valore: entrambi nascevano da un’esperienza prevalentemente narrativa, all’interno di cantieri sociali. Ci eravamo appoggiati alle persone che vivevano in modo diretto nei luoghi più significativi dei processi che volevamo guardare, e attraverso le loro narrazioni avevamo cercato di costruire un territorio a partire dal quale fosse poi possibile passare a un momento di analisi più profondo. Ma questo poneva il limite della dimensione fenomenologica: le persone raccontavano storie che erano emblematiche, sistemate attraverso una serie di verifiche, ed è ovvio che se lavoratrici e lavoratori raccontano, seppur con parole diverse, sempre la stessa storia, quella storia diventa oggetto di una riflessione e ci consente di passare dalla sua narrazione fenomenologica a individuarne le dinamiche più profonde.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="454" src="http://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-29.jpg" alt="" class="wp-image-2198" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-29.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/07/1-29-198x300.jpg 198w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure></div>



<p>È vero però che alcuni momenti della microfisica del potere delle storie che raccontavano erano, da un punto di vista tecnologico, talmente complessi e talmente banalizzati dalle parole con cui venivano narrati, che spesso si aveva la sensazione di aver capito di cosa si stava parlando e invece, andando poi a fondo, non era così chiaro. E quindi in quest’ultimo lavoro,&nbsp;<em>La società artificiale</em>, fatto insieme a gruppi di persone che a Roma e a Milano hanno voluto accompagnare questa riflessione e con incontri svolti su territori specifici che poi vedremo, lo sforzo è stato cercare di andare a vedere le dinamiche più profonde dei processi che avevamo raccontato, esplorato e cercato di capire nei due lavori precedenti.</p>



<p>Per farlo abbiamo utilizzato una metodologia rigorosa, ossia abbiamo assunto un analizzatore, come si fa nel lavoro socioanalitico più tecnico, a partire dal quale poter guardare questi processi, e l’abbiamo selezionato per evidenza. Ora: le evidenze, dal punto di vista anche della ricerca scientifica, sono molto importanti, si parte da lì, bisogna poi però cercare di capire cosa sono. L’evidenza da cui siamo partiti è un’evidenza fenomenologica che tutti possiamo facilmente verificare: sempre più, in modo invasivo e pervasivo, la nostra vita di relazione in tutti i campi, quindi relazioni interpersonali, di lavoro, nel mondo del consumo, nello svago, nelle dinamiche di gruppo, viene spezzata da una intermediazione digitale, vale a dire da uno strumento che si frappone tra una persona e l’altra.</p>



<p>Voglio ricordare che la vita di relazione è il fondamento della sociabilità, di quel tipo di vita che noi chiamiamo società, che non è, ovviamente, un gruppo di persone che stanno insieme, ma è un insieme di legami che tengono insieme delle persone; quindi nella storia della nostra specie il fondamento vitale dello stare insieme, delle comunità, dei popoli, dei gruppi, delle dimensioni collettive, non riposa sulle caratteristiche dei singoli ma sulla qualità dei legami che essi istituiscono tra loro, senza i quali non ci sarebbe alcuna vita sociale; saremmo chissà dove ma sicuramente non nel mondo delle società umane, nel mondo che ha 3/400.000 anni, almeno 70.000 dei quali rintracciabili, e che ha una profondità storica. La storia dunque fino a oggi è storia di legami. Ebbene, l’intermediazione digitale che viviamo ora è il fondamento di un passaggio da&nbsp;<em>relazioni</em>&nbsp;tra umani a<em>&nbsp;connessioni</em>&nbsp;tra umani, vale a dire a un tipo completamente diverso del modo di stare insieme rispetto alla storia della nostra specie.</p>



<p>Come prima cosa prendiamo quindi atto che l’intermediazione è un evento di rottura<em>&nbsp;qualitativa</em>&nbsp;nella storia della specie, una rottura profonda nel modo di stabilire rapporti perché li trasforma in connessioni, e quindi modifica il piano&nbsp;<em>caldo</em>&nbsp;dello stare insieme. Che non è solo un modo di dire, si riferisce proprio a una temperatura corporea: se voi amate una persona, in un rapporto corpo a corpo, la temperatura del vostro corpo aumenta, c’è un’energia termica; se voi usate delle parole c’è un’energia sonora; poi c’è un’energia di spazio, di luce, c’è la vicinanza, la lontananza, la prospettiva&#8230; I legami sono materiali e sono basati su energie, per cui se io li intermedio vado a mettere un ‘paletto’ di cambiamento rispetto a un problema evolutivo che ci ha messo decine di migliaia di anni per portarci qui.</p>



<p>Guardando allora gli strumenti di intermediazione, lo smartphone è il feticcio globale per eccellenza di quest’epoca, uno strumento che vedremo come e perché consente di mettere in relazione persone a distanza ma anche di consultare motori di ricerca, individuare la nostra posizione all’interno di una città, pagare un acquisto, ordinare una pizza ecc. Questo strumento, che è solo uno dei dispositivi di intermediazione digitale, è diventato oggetto della nostra riflessione. Rispetto ai due lavori precedenti, questo libro quindi comincia a dare un frutto che ci potrà essere utile per approfondire ulteriormente.</p>



<p>Abbiamo cominciato a vedere che rispetto a tutti gli strumenti elaborati da 70.000 anni a questa parte – dico 70.000 perché mi reggo sui lavori dei paleontologici e degli archeologi che hanno consentito di disotterrare, dalle viscere della storia e della terra, gli strumenti utilizzati fino a qui in varie parti del mondo – questi strumenti digitali hanno una caratteristica qualitativamente diversa. Vi faccio un’analisi darwiniana, non quella elaborata da Marx, dai materialisti, ma dagli antropologi. La storia degli strumenti è stata quella di mediare delle abilità umane in modo da rendere progressivamente possibile una trasformazione del mondo circostante: abbiamo immaginato una selce, una pietra appuntita per tagliare la pelle di un orso, la ruota per rendere possibile dei trasporti, la scrittura per registrare dei conti ma nello stesso tempo per creare una nave, per trasferire la memoria della cultura orale sulla pietra di modo da fissare la parola, che è mutante e flessibile.</p>



<p>Quindi abbiamo costruito tanti strumenti che erano sempre strumenti di mediazione di un immaginario, di una capacità, di una abilità, rispetto a un ambiente o ad altri umani. Il tipo di relazioni e di legami di cui accennavo sopra sono stati progressivamente arricchiti, per cui si è passati dal nulla all’energia, dall’angoscia dell’altro e del diverso a una mediazione più complessa, che era la parola, a una più complessa ancora che era la scrittura, a una più complessa ancora che erano le macchine, che è poi stato anche il macchinismo industriale del Novecento.</p>



<p>Fino a questo punto siamo sempre stati di fronte allo stesso tipo di problema: lo strumento media un’abilità, una capacità, e poi sarà di proprietà di qualcuno e allora ci saranno delle lotte, ma qui non è questo il punto, mi interessa portare l’attenzione sulla sua qualità. Con gli strumenti digitali ci troviamo in un contesto completamente mutato: gli strumenti, pur continuando a svolgere questa funzione, ne svolgono anche un’altra che prima non esisteva e che li caratterizza: comunicano tra loro e con delle piattaforme remote. Vale a dire che fanno un lavoro sul lavoro, e ciò avviene all’insaputa di chi li utilizza.</p>



<p>Vi racconto una storia, vera, che abbiamo registrato nei nostri cantieri, per far comprendere cosa intendo. La chiameremo la storia di Amalia, un’operatrice turistica. Un bel giorno l’agenzia per la quale Amalia lavora tira fuori i risultati di una ricerca, svolta in una determinata regione, che si proponeva di capire come si muovevano i turisti in quella zona. Ebbene la ricerca era stata costruita non interpellando degli umani ma monitorando gli impulsi e i messaggi emessi dai dispositivi digitali dei turisti. In questo modo era stato possibile distinguere i dispositivi che appartenevano alle persone che vivevano in quella regione, e quindi escluderli, poi verificare quanto tempo ogni turista restava in quella zona, quali alberghi aveva scelto, quali luoghi visitato, quali consumi ecc. Un’intera ricerca, che ha definito le politiche di un grande territorio sociale, non ha dunque interpellato umani ed è stata fatta esclusivamente monitorando, all’insaputa dei loro proprietari, il movimento di smarphone, tablet, palmari. È una storia importante perché ci mette di fronte alla microfisica della nuove forme sociali, che può essere sviluppata attraverso alcuni passaggi.</p>



<p>Innanzitutto questi strumenti possono essere monitorati perché al loro interno hanno un dispositivo tecnologico che si chiama ‘sensore’, ed è un dispositivo particolare che consente di tradurre un suono, una luce, una pressione, una temperatura, un evento qualunque che avvenga nel mondo esterno, in una grandezza quantitativa misurabile e trasmissibile, che noi conosciamo come ‘dati’.</p>



<p>I dati sono grandezze fisiche materiali che nascono da una misurazione e da una traduzione operata in un linguaggio matematico, che è l’unico linguaggio che possono capire le strumentazioni digitali, fondato sul codice 1/0. Dobbiamo riflettere sul concetto di ‘dati’. Perché la retorica ufficiale è quotidiana, non passa giorno che i giornali non scrivano “i dati ci dicono&#8230;”. La parola ‘dati’, però, bisogna essere molto chiari su questo, non significa nulla. Quando parliamo di dati non sappiamo affatto di cosa stiamo parlando, per una ragione tecnologica ma soprattutto sociale: i dati sono privati, brevettati, appropriati da una serie di agenzie o di aziende che sono proprietarie dei dispositivi che noi utilizziamo.</p>



<p>Quando compriamo un Samsung o un Apple o un dispositivo digitale qualunque e lo mettiamo in tasca, quello strumento genera dati interni e trasformazioni continue del mondo esterno in informazioni, che vengono trasmesse a piattaforme che non sappiamo neanche dove siano nel mondo. È difficile saperlo anche perché vivono in un non luogo che viene chiamato molto famigliarmente ‘la nuvola’, in un sistema di server sparpagliati in giro per il mondo, forse per il cielo, in un sistema di satelliti, ma non ha importanza; la cosa fondamentale è che non sappiamo dove siano e quindi dove vadano a finire le produzioni che, volenti oppure no, facciamo. Utilizzandolo, quello strumento trasforma la tua voce, le immagini che inserisci, le domande che fai su Google, le mail che spedisci, i gruppi WhatsApp a cui partecipi, le applicazioni varie che utilizzi ecc. in un’infinità di dati.</p>



<p>Abbiamo poi gli algoritmi. Questi dati non servirebbero a nulla se non fossero analizzabili, e a questo servono gli strumenti chiamati algoritmi. Anche sugli algoritmi c’è una retorica diffusa e sembra che si sappia esattamente di che cosa si parli, e invece è un grandissimo mistero perché gli algoritmi di Google, Amazon, Facebook ecc. sono brevettati, proprietari, non sono leggibili; possiamo quindi fare un lavoro intuitivo, non di conoscenza.</p>



<p>Riassumendo: i sensori, che non abbiamo inserito noi nel dispositivo e che non controlliamo, trasmettono dati di tutti i tipi su ciò che facciamo, questi dati si situano in non luoghi che sono proprietari, e sono analizzati da degli algoritmi, sempre proprietari, per restituirci qualcosa direttamente sui nostri strumenti, che può essere pubblicità, induzioni, comandi e tante altre cose. Questo percorso, che qui ho appena accennato, nel libro è raccontato in modo più tecnico,<br>per chi è interessato a capire bene come funzionano queste cose.</p>



<p>Qui però mi interessa sviluppare l’implicazione sociale e politica di questi processi, e la dimensionerò su tre territori: controllo sociale, lavoro e trasformazione del sistema politico.</p>



<p>L’aspetto del controllo sociale è estremamente importante perché ci riguarda tutti. Lo vediamo anche attraverso alcune parole che si sono lentamente insinuate nel linguaggio corrente, man mano che il sistema politico elaborava le tecnologie per realizzarlo. Per esempio la parola ‘radicalizzazione’. Chiunque ci ragioni per cinque minuti capisce che questa parola non vuol dire assolutamente nulla, a meno che non la si voglia significare decidendo qual è, di quel processo, il punto che va bene; dopo di che dirò che il signor Rossi, rispetto a ciò che a me va bene, si sta radicalizzando, vale a dire sta assumendo degli atteggiamenti che non mi vanno bene. Radicalizzazione è quindi una parola che misura un potere unilaterale che viene dall’alto. Ecco allora che i dati diventano interessanti, quelli che, seguendo il linguaggio comune dei giornali, chiameremo Big data – un’altra espressione che non significa niente, basta ragionarci un momento:&nbsp;<em>Big</em>&nbsp;è una parola inglese che indica una dismisura, enorme, moltissimo, e<em>&nbsp;data</em>&nbsp;è una parola latina che sta per ‘fatti’.</p>



<p>Ora: se volessimo andare ad analizzare l’espressione da un punto di vista strettamente semantico, non solo dunque diremmo che non significa nulla ma anche che è un trucco, perché che si possa analizzare dei&nbsp;<em>fatti</em>&nbsp;utilizzando dei dati, che sono delle grandezze<em>&nbsp;numeriche</em>, è un’idiozia assolutamente falsa. Noi siamo all’interno di un pensiero storico, dialettico, che ci ha abituato a pensare i processi sociali come<em>&nbsp;processi</em>, appunto, non come fatti: ossia come rapporti che si misurano attraverso una lotta, una difesa, una resistenza, un’aggressione. I processi sociali sono questo, sono sempre stati il contendersi dei territori all’interno dei quali i rapporti sociali sono gerarchici.</p>



<p>Quindi è ovvio, per esempio, che qualcuno cerchi di imporre un ritmo di lavoro e qualcun altro cerchi di resistergli; se raccontassimo il lavoro eliminando questa contesa, cosa ci capiremmo mai? Ma adesso abbiamo insigni scienziati, che scrivono libri importanti, raccomandati in molte università, nei quali si afferma che l’analisi sociale si può fare grazie ai Big data, cioè alla quantità di dati che oggi possono essere raccolti, e può essere trasformata in una fisica sociale, vale a dire in una lettura numerica e quantitativa dei processi.</p>



<p>Questo passaggio è importante, perché i computer possono elaborare queste grandezze fisiche e possono quindi trasformare la lettura dei processi in una&nbsp;<em>curiosa</em>&nbsp;pretesa, quella di indovinare il futuro, di leggerlo: attraverso l’analisi dei Big data posso leggere i processi sulla base delle loro probabilità di avverarsi. Vale a dire: se monitorizzo attentamente Luigi, grazie a tutti i dati che produce, posso tirare le somme e dire che, rispetto ai suoi orientamenti, potrebbe essere tentato di radicalizzarsi e dunque diventare un militante di una pericolosa organizzazione politica.</p>



<p>L’analisi su cui lavora tutto questo mondo, da un punto di vista propriamente metodologico, è quella probabilistica, ed è un’analisi che confina il<em>&nbsp;possibile</em>&nbsp;nel&nbsp;<em>probabile</em>; ma il punto è che il possibile ha la caratteristica fondamentale di non essere probabile. Il processo che genera un’invenzione rompe tutte le probabilità. È un fatto nuovo, e l’ingresso nella storia dei processi sociali più radicali avviene a un certo punto, non prima e non dopo, perché una combinazione di legami, tensioni, discussioni, pratiche, reazioni e controreazioni genera in un particolare contesto una rottura delle probabilità di stabilità; fino al giorno prima tutto veniva mediato, da quel giorno qualcosa è saltato.</p>



<p>Quindi la rottura della probabilità è la logica dell’invenzione, della rivoluzione, del cambiamento; se fosse tutto probabile noi saremmo semplicemente dei fantocci che esprimono nel presente una realtà passata, che ha prodotto come probabilità quel comportamento, ma noi, per fortuna, possiamo smentire le probabilità. E questo è un punto molto importante perché proprio qui si gioca l’idea del cambiamento del mondo o della sua perpetuazione all’interno del modo di produzione capitalistico. Quindi il controllo sociale sulla base delle probabilità cerca di ingabbiarci e convincerci che il mondo funziona sulla base delle probabilità.</p>



<p>Per quanto riguarda il territorio del lavoro, grazie a questi strumenti siamo a un passaggio enorme: dal taylorismo – che è un po’ la filosofia di massima generale del capitalismo nella sua fase avanzata – a una fase post tayloristica, caratterizzata dalla sostituzione degli strumenti meccanici di mediazione del lavoro fino a qui utilizzati, con gli strumenti digitali.</p>



<p>Analizziamo tre fenomenologie comuni di questo cambiamento. La prima possiamo chiamarla la fenomenologia dei guinzagli elettronici. L’abbiamo evidenziata prevalentemente ne&nbsp;<em>L’egemonia digitale</em>, nel quale raccontavamo la storia del lavoratore della Leroy Merlin che un giorno si trova davanti un bracciale, e dal momento in cui lo indossa il dispositivo inizia a trasmettere qualsiasi tipo di dati: i movimenti del lavoratore nel reparto, i tempi che impiega per compiere un’operazione ecc. In tempo reale, sempre sul display del bracciale, il lavoratore riceve le informazioni su come deve correggere il suo lavoro, se lo deve accelerare, ritardare, quali parti deve svolgere, qual è il livello di produttività che in quel momento lo caratterizza e se quel livello corrisponde o meno alla produttività attesa dall’azienda: se corrisponde l’azienda gli dà un feedback positivo e dei punti, se è al di sotto gli toglie punti.</p>



<p>Nasce dunque questo gioco terribile del tenere in mano il lavoratore attraverso una piattaforma remota. Questa è una storia vera, e i bracciali sono in uso alla Leroy Merlin in tutta Italia ed Europa, ma sono centinaia di migliaia oggi le persone che lavorano con guinzagli elettronici di questo tipo, perché con il passare del tempo sono arrivati anche in altri territori. L’Acea, per esempio, a Roma, la Publiacqua a Firenze, aziende rispetto alle quali il governo stesso ha investito miliardi per riconvertire l’organizzazione del lavoro all’interno di una digitalizzazione spinta, con il risultato di avere moltissimi lavoratori che non riescono a svolgere i propri compiti all’interno degli schemi algoritmici costruiti da questi strumenti. Senza dimenticare l’implicazione sulla salute e quella sull’esclusione sociale.</p>



<p>La seconda fenomenologia ce l’hanno mostrata i lavoratori di Foodora, nel territorio che è quello della consegna a domicilio di cibo e che lavorano in un combinato che è smartphone/piattaforma. È un combinato importantissimo, intanto perché lo smartphone è il loro, e quindi lo strumento di lavoro ce lo mette il lavoratore, poi perché elimina completamente decine e decine di anni di lotte sul tempo di lavoro. Per questi lavoratori infatti il tempo di lavoro è determinato strettamente dal tempo di produttività, dal lavoro reale che essi svolgono, e che è monitorato direttamente dalla piattaforma e dal loro smartphone. Ciò significa che il tempo di attesa tra una consegna e l’altra, che è tempo necessario allo svolgimento&nbsp;<em>just in time</em>&nbsp;del lavoro, non viene assolutamente preso in considerazione. E abbiamo una sempre più estesa quantità di lavoratori all’interno di questo combinato smartphone/piattaforma, nel mondo dei trasporti, della logistica ecc.</p>



<p>La terza fenomenologia entra nel territorio della robotica, e devo ringraziare i lavoratori di Pomigliano, di Cassino, di Torino, del Lazio, che hanno lavorato con noi e ci hanno raccontato com’è il lavoro nelle linee robotizzate. Le retoriche ricorrenti sui robot sono due: una afferma che alleviano la fatica, e quindi bene che ci siano, alleggeriranno lo strazio e la sofferenza del lavoro; la seconda sostiene che se è vero che i robot eliminano un po’ di forza lavoro, tuttavia costruiscono i presupposti per nuove figure lavorative. Ebbene, sia su base diretta che di letteratura corrente qualificata, penso di poter dire che sono due retoriche entrambe false.</p>



<p>Innanzitutto perché nel modo del lavoro robotizzato avviene un passaggio terribile, che è quello della gestione del tempo e dello spazio del lavoro da una metrica cronometrica, basata sul tempo del lavoratore più veloce ma pur sempre cronometrata sugli umani, a una procedura algoritmica, dove sono i robot che definiscono il tempo del movimento delle linee in cui si lavora. E lo definiscono anche per gli spazi vuoti, perché la presenza di umani, non essendo eliminabile completamente dalle dimensioni di produzione, deve coprire i buchi robotici, là dove i robot non sono in grado di operare. Sia a Cassino che a Pomigliano, per esempio, i lavoratori fanno tre movimenti soltanto, concepiti all’interno del movimento dei robot, e hanno 50 secondi per farli, e in questo modo il tempo si è totalmente saturato.</p>



<p>Ma ciò che mi interessa mettere in evidenza sono due aspetti. Il primo è che il tempo di lavoro ha cambiato registro ed è diventato un tempo algoritmico, costruito su una progettazione di produttività complessiva all’interno della quale il movimento degli umani non è contrattabile: si può fare solo così. Il secondo è che proprio per questo, il tempo medio di vita lavorativa di un lavoratore è di tre anni. Ora: quando voi comprate un’auto, l’avete garantita per cinque anni. L’auto ha un tempo di vita garantito dall’azienda superiore al tempo di vita di chi ci lavora. E infatti la contrattualistica di tutte le aziende robotizzate prevede la possibilità di dimensionare i contratti in modo che poco prima della scadenza dei tre anni il lavoratore sparisce dalle linee.</p>



<p>Questo ci dice una cosa molto seria, che ora mi limito ad accennare ma spero il prossimo anno di poterla presentare: oggi vediamo che nei laboratori di ricerca militare si stanno studiando i soldati potenziati, vale a dire soldati che hanno la possibilità di operare al di sopra del tempo fisiologico. Se la nostra vista è dieci decimi, possiamo immaginare una modificazione tecno-genetica che la porti a dodici, ed è qualcosa che già esiste: ora molti soldati in campo di battaglia hanno una vista di dodici decimi, vedono di notte. Esistono già soldati Nato e dell’esercito americano che sono in grado di non dormire per quattro/cinque giorni, grazie a una modifica genetica che consente di alterare il ritmo biologico della veglia e del sonno; esistono soldati in grado di resistere a quattro/cinque/sei giorni di tortura, perché non sentono il dolore, grazie a una specie di anestetico, non chimico ma tecno-biologico.</p>



<p>Il problema di cui nessuno sta parlando è quello dei lavoratori aumentati, potenziati. Perché se devo portare avanti una produzione in cui lavoratori umani mi serviranno sempre, a un ritmo sempre più alto, avrò bisogno di ridurne il numero il più possibile, per pagarli meno, e quindi potenziare la loro capacità di resistenza alla fatica. Se pensate che sia un’esagerazione, chiedete ai medici del lavoro. È un aspetto che abbiamo affrontato in&nbsp;<em>Mal di lavoro</em>, che racconta come uno dei problemi oggi più terribili e poco conosciuti sia la farmacologizzazione del mondo del lavoro: abbiamo già una grandissima quantità di lavoratrici e lavoratori che per stare nelle tempistiche di queste nuove organizzazioni del lavoro si imbottiscono di psicofarmaci. Ecco quindi che il problema del lavoro robotizzato ci mette di fronte a queste realtà a e doverle raccontare, perché entro pochissimi anni più del 60% di tutte le professioni verrà robotizzato.</p>



<p>Come terzo territorio abbiamo la trasformazione del sistema politico in un sistema elettorale. L’Ottocento e il Novecento sono stati secoli in cui si sono aperti grandi conflitti, perché c’erano posizioni legate a interessi e forme culturali che ci portavano da qualche parte: c’era il fascista, il<br>comunista, il socialista, l’anarchico, c’era una fede o una cultura politica e una strategia, che faceva sì che persone che la esprimevano, la incorporavano, la rappresentavano, la vivevano quotidianamente, si presentassero anche al mondo sociale per dialettizzare la loro posizione e chiedere consensi oppure divieti. La trasformazione la si vedeva attraverso uno scontro di interessi mediati da forme culturali che assumevano una forma politica, che si poteva confrontare nel Parlamento oppure poteva esplodere in una rivoluzione.</p>



<p>Ebbene, questo non c’è più. I partiti esistono ancora ma sono diventati trasversali, non sono più centrati su un punto di vista di una fede e una cultura politica, che non esiste più perché non è più necessaria. Se oggi qualcuno è in grado di recuperare milioni di dati sui profili individuali di ciascuno di noi, visto che già solo con uno smartphone in tasca tutti li produciamo abbondantemente, perché mai darsi la pena di avere una fede politica? Il problema diventa semplicemente costruire un sistema di algoritmi che mi dica dov’è ognuno di noi, quindi passare da uno sguardo di gruppo a uno sguardo individuale, profilare ogni persona e poi studiare delle strategie semantiche per intervenire singolarmente sul suo dispositivo – caso mai attraverso dei robot, che si chiamano<em>&nbsp;chatbot</em>, e altre tecniche – per dargli ragione. È la tecnica più efficace. Questo è ciò che viene insegnato oggi nelle università, ma soprattutto ci sono grandi agenzie che lo implementano.</p>



<p>Le due recenti campagne elettorali americane, di Obama prima e di Trump successivamente, sono state costruite da pool di scienziati e da agenzie, la Cambridge Analytica in particolare – la più grossa agenzia del mondo che lavora su cento Paesi raccogliendo i dati di tutti gli elettori di ciascun Paese – che lavorano tutto l’anno sui profili politici ed emozionali, in modo da poter intervenire con ‘giochi’ – che sono gli stessi, sul piano mercantile, che applica Amazon quando comprate i prodotti – sulle convinzioni di ognuno, per dargli ragione nel nome e nel quadro di un soggetto politico.</p>



<p>Questa trasformazione è in atto anche in Italia, la vediamo nelle fenomenologie ma anche attraverso un curioso fenomeno, che attualmente è molto piccolo per un verso e anche molto fragile per un altro, che tuttavia è particolarmente significativo, ed è la Casaleggio Associati. Di fatto è un’azienda che, come la Cambridge Analytica, produce campagne di questo genere, basta andare sul sito e vedere cosa vende. La cosa interessante è che in Italia questa tecnologia è stata sperimentata attraverso una forma apparentemente politica, che è quella del Movimento 5 stelle. La combinazione di questi due aspetti è stata analizzata da alcuni centri di ricerca internazionali – li cito nel libro di modo che sia ben chiaro che non sto facendo un discorso politico sui 5 Stelle, non è quello che mi interessa fare, ma focalizzarmi su questo aspetto.</p>



<p>In Italia è stata applicata un’evidente trasformazione del sistema politico in un sistema di gestione degli elettori. La Piattaforma Rousseau è diventata oggetto di studi in molte università in Europa, sono in contatto con alcuni ricercatori che sono incuriositi dal fatto che in Italia non ci sia alcuna consapevolezza di ciò, nonostante sia evidente. Anche per stessa dichiarazione della piattaforma: se si leggono i documenti, è chiaramente scritto che Rousseau è una piattaforma di profilazione delle persone che aderiscono, o che cascano in questo tipo di cattura di quello che è un potenziale elettorato, né di destra né di sinistra. Vale a dire un elettorato gestito sulla base dei propri dati: cosa pensi, e vediamo come lo possiamo combinare rispetto a un intervento elettorale che faccia ottenere quel risultato che interessa ai partiti elettorali, cioè andare al governo.</p>



<p>Voglio concludere con quattro punti, che costituiscono per un verso la conclusione del lavoro che ho presentato, ma per un altro aprono un terreno che voglio enunciare, in modo che sia ben chiaro dove va a parare questo tipo di discorso; è un terreno sul quale penso di dover lavorare il prossimo anno, perché è inquietante e terribile. Lo definirei la formazione di un totalitarismo digitale, vale a dire la trasformazione del sistema politico non solo in un sistema elettorale, ma in un&nbsp;<em>non sistema politico</em>, ossia in una gestione dell’elettorato, dei cittadini, attraverso i Big data. È un processo già in corso e molto avanzato, e che configura un nuovo tipo di totalitarismo perché è senza dittatore, senza simboli, o meglio, i simboli diventano quelli dei grandi marchi, Microsoft, Apple, Google, Samsung&#8230; le grandi strutture che hanno in mano i tre sistemi operativi che gestiscono oggi 3,5 miliardi di smartphone. Possiamo dire che questa è la prospettiva per evidenze fenomenologiche molto forti.</p>



<p>La prima è che l’intermediazione digitale cresce, crescono i dati, cresce la concentrazione capitalista, una crescita che alcuni definiscono esponenziale, sicuramente è smisurata, e quindi la potenzialità di intervento di appropriazione dei dati sarà sempre maggiore.</p>



<p>La seconda è che non siamo di fronte semplicemente a una crescita di dispositivi e dati, ma anche di disuguaglianze sociali. La concentrazione capitalistica aumenta in pochissime aziende, che hanno non solo i più alti fatturati ma anche i più bassi livelli di occupazione, e anche il padroneggiamento della ricerca scientifica su questi dispositivi; hanno praticamente in mano le sorti di questo processo. Vorrei fosse ben chiara una cosa: crescita delle disuguaglianze significa polarizzazione di classi.</p>



<p>Quello che vediamo non è lo sparire delle classi ma il suo polarizzarsi. Come ha detto Warren Edward Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo, la lotta di classe esiste eccome, e l’hanno vinta sostanzialmente queste grandi strutture; ci sono riuscite perché riescono a nasconderla, a mascherarla, a presentarsi come interclassiste, come forze legate alla tecnologia, alla scienza. Naturalmente la variabilità delle figure del Novecento sta cambiando, ma vorrei solo ricordare che Marx l’ha scritto in molte opere che la variabilità del lavoro è semplicemente in funzione degli strumenti tecnologici che si mettono in atto; non è che il mondo capitalistico è quello in cui c’era la borghesia industriale e il proletariato di fabbrica, questa è una banalizzazione, un’ingiuria nei confronti dell’analisi marxista, che ha sempre sostanzialmente riconosciuto che le classi si determinano nella loro&nbsp;<em>variabilità</em>, parola di Marx, e nella loro consistenza, a seconda dell’andamento del processo del modo di produzione capitalistico.</p>



<p>Ora insieme alla variabilità e alla consistenza vediamo anche un aumento straordinario della produttività delle parti di lavoro vivo che restano, e soprattutto un fenomeno nuovo, inquietante, che è la produzione di una nuova categoria di esclusi sociali; non è l’equivalente del<br>sottoproletariato di un tempo, i diseredati, ma sono gli esclusi digitali. Oggi all’Acea i lavoratori che hanno cinquant’anni se ne vanno per disperazione; a Roma un lavoratore si è suicidato lasciando una precisa lettera in azienda, nella quale ha scritto che ha lavorato lì per quarant’anni e poi si è trovato a dover fare i conti con tablet, Gps, strumenti di tutti i tipi, che poteva anche imparare a utilizzare, ma il punto è che non solo non aggiungevano niente al suo lavoro ma gli impedivano di farlo, e spiegava le ragioni.</p>



<p>Le persone che non si digitalizzano vengono quindi buttate fuori dal mondo del lavoro, quasi con vergogna, come non fossero all’altezza delle nuove tecnologie, e invece si tratta di fare conti violentissimi con delle abilità lavorative che vengono annientate per un unico motivo, pagare meno o addirittura nulla il lavoro. Perché oggi, ed è un altro aspetto, noi produciamo gratuitamente lavoro gratuito, con le nostre domande a Google, quello che carichiamo su Facebook ecc., miliardi e miliardi di dati che hanno portato Zuckemberg in dieci anni dall’essere uno studente di università a uno degli uomini più ricchi del mondo. Quindi anche rispetto alla teoria marxista classica, sarebbe interessante sviluppare un aggiornamento, per vedere come al pluslavoro, che resta l’elemento centrale su cui si sviluppa lo sfruttamento capitalistico, si aggiunge un plus di dati che genera valore, e che costituirà la base della polarizzazione di classe.</p>



<p>Ci sono poi altri problemi che si possono intuire facilmente: se la concentrazione capitalistica si organizza intorno a un pool di aziende, a un’oligarchia digitale mondiale, nasce anche un problema relativo alle sovranità nazionali: che senso ha oggi parlare di Stati e nazioni? Aziende private producono dispositivi digitali secretati per parlamentari, ministri, potentati di varia natura; producono sistemi elettorali elettronici, come quello utilizzato nelle ultime elezioni in Kenia e che è stato elaborato da un’azienda francese. Tutto questo si va a incastonare sulla trasformazione dei sistemi politici in sistemi elettorali.</p>



<p>Terzo e ultimo punto, infine: questo processo è sostenuto da un fortissimo movimento culturale, che oggi attraversa le più importanti università del mondo, e si chiama transumanesimo. Ridotto all’essenziale e nella sua dimensione atroce, il transumanesimo afferma che questa intermediazione digitale non solo è inarrestabile, ma è positiva, perché sta sempre più collegando i singoli cittadini, lavoratori, consumatori, ad apparati di intelligenza transumana, che sono le macchine di intelligenza artificiale, e più ci connetteremo più avremo vantaggi. Le stiamo già utilizzando, quando poniamo una domanda a Google, nei sistemi di scrittura, per muoverci all’interno di una città che non conosciamo con un Gps ecc. Sistemi di intelligenza artificiale che sono in mano ad aziende private, e che ora sono esterni ai corpi ma già esiste un’azienda in Svezia, la Epicenter, e un’azienda americana che gli fa da controcanto, che stanno lanciando l’implementazione di dispositivi digitali incorporati sottopelle: chip con i quali i lavoratori aprono la porta dell’ufficio, senza più dover avere il badge e gestiscono i loro strumenti. Che significa, in pratica, che riducono il loro tempo di lavoro, e dunque aumentano la loro produttività.</p>



<p>Per questo tale processo verrà sempre più implementato e darà origine, come dicono i transumanisti, a un’inesorabile e inevitabile passaggio, dall’<em>homo sapiens</em>, che è la nostra specie fin qui, a un&nbsp;<em>oltre uomo</em>, digitalizzato, implementato, in relazione diretta con i sistemi di intelligenza artificiale. Certo qualcuno non si adatterà, non lo vorrà, peggio per lui perché sarà una sottoclasse. Questo è il punto su cui si affaccia oggi non una capacità di documentazione, ma una necessità di studio e di approfondimento in tutti i campi della vita sociale. Studio e approfondimento e lavoro collettivo che non hanno come obiettivo una maggiore conoscenza, ma una capacità di auto-organizzazione per invalidare il principio che il progresso sociale si identifica con l’implementazione tecnologica.</p>



<p>L’anno scorso avevo lasciato questo incontro dicendo che eravamo di fronte a una domanda: in che rapporto sta questa innovazione tecnologica con l’idea storica di progresso? Il passo che oggi mi sento di problematizzare è proprio questo: ora io sono assolutamente convinto che siamo di fronte a una divaricazione netta tra l’innovazione tecnologica e il progresso sociale. Oggi il progresso sociale deve riprendere in mano seriamente la questione dei legami, vale a dire la questione della capacità di vivere in modo evoluto insieme, e quindi deve accoppiare l’idea di classe all’idea di specie. Oggi lotta di classe è la possibilità di evitare a questa specie una terribile deriva, che è la deriva robotica e, come dicono alcuni, cyborg, dei cittadini e di questa nostra futura società.</p>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. Renato Curcio, <a href="http://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</em></a>, Paginauno n. 47/2016<strong><br></strong>2) Cfr. Renato Curcio,<a href="capitalismo-egemonia-digitale.php.html"><em> </em></a><em><a href="http://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</a></em>, Paginauno n. 50/2017</p>
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		<title>Capitalismo digitale. Controllo, mappe culturali e sapere procedurale: progresso?</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/capitalismo-digitale-controllo-mappe-culturali-e-sapere-procedurale-progresso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Dec 2016 10:13:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[Nuove tecnologie ed egemonia digitale: come ci stanno cambiando? Tablet gestiscono e controllano il lavoro, smartphone creano le nostre mappe concettuali e ci chiudono in un sapere procedurale: l’innovazione tecnologica è progresso sociale? È ora di domandarselo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-50-dicembre-2016-gennaio-2017/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 50, dicembre 2016 &#8211; gennaio 2017</a>)</em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Nuove tecnologie ed egemonia digitale: come ci stanno cambiando? Tablet gestiscono e controllano il lavoro, smartphone creano le nostre mappe concettuali e ci chiudono in un sapere procedurale: l’innovazione tecnologica è progresso sociale? È ora di domandarselo</p>
</blockquote>



<p><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;</em>L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro<em>, a cura di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2016), presso il Csa Vittoria, Milano, 20 ottobre 2016</em></p>



<p class="has-drop-cap">La letteratura sul mondo di internet, sui cambiamenti che la nuove tecnologie digitali stanno generando, è abbastanza vasta. Tuttavia è una letteratura tendenziosa, perché o affronta il problema in maniera molto teorica oppure dal lato dei social network, che in apparenza è quello più diffuso o quello su cui si cerca di attirare maggiormente l’attenzione. Ma questo territorio, pur nella sua importanza – noi abbiamo cercato di farne una lettura con&nbsp;<em>L’Impero virtuale</em>, un lavoro che ha preceduto questo – è un aspetto secondario, perché il vero nodo delle tecnologie digitali è ciò che caratterizza il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario a quello che tutti chiamano capitalismo digitale. Un passaggio interno al modo di produzione capitalistico, e dunque anche al modo di consumo, di conduzione delle mappe culturali, e questo caratterizza una trasformazione sociale profondissima che non coinvolge soltanto alcuni aspetti della vita sociale e comunicativa, ma il nostro modo di essere all’interno della società, alla radice.</p>



<p>Il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario – che ha dominato l’Ottocento, il Novecento e l’inizio del secolo attuale, e che tuttora occupa uno spazio consistente del modo di produzione capitalistico, benché in declino – a quello attuale, rappresentato da una oligarchia industriale e produttiva completamente nuova che quindici anni fa non esisteva (aziende come Google, Amazon, Facebook&#8230;), è caratterizzato da due tendenze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: una è l’enorme velocità delle transazioni e delle trasformazioni.</p>



<p>Un’azienda che quindici anni fa non c’era e che oggi è quella che ha il più alto fatturato del mondo e investe tre miliardi di persone sul pianeta, è un problema, perché ci mostra una velocità di sviluppo incommensurabile a confronto con la General Motors, per esempio, l’impresa che negli anni Sessanta aveva il fatturato maggiore. Nei secoli scorsi ci sono voluti cent’anni alle aziende automobilistiche per acquisire una posizione di mercato significativa a livello mondiale, qui stiamo invece parlando di soggetti produttivi nati in pochissimi anni, e con un’occupazione irrisoria rispetto ai livelli precedenti – Google, la più grossa struttura mondiale per importanza, fatturato, coinvolgimento di persone, in tutto il mondo non ha più di 50.000 persone alle sue dipendente, cioè nulla.</p>



<p>Ma a questa enorme velocità corrisponde una enorme lentezza nella percezione delle trasformazioni che queste strutture ci mettono sotto gli occhi e nelle tasche, nelle mani, nel portafoglio, e rispetto alle quali ci dobbiamo confrontare. Poiché solo quindici anni fa queste aziende non esistevano, era molto difficile prevedere le modalità con cui avrebbero operato, tant’è che oggi arranchiamo nella difficoltà di non applicare, in una maniera ingenua o pigra, le chiavi interpretative che si sono sviluppate nell’Ottocento e nel Novecento. In questo doppio movimento di velocità enorme e lentezza ci troviamo dunque spaesati, ed è qui che cogliamo oggi uno dei più grossi problemi e delle più grandi lacune, perché una persona spaesata non è in grado di affrontare la dimensione con cui si deve confrontare, che è una dimensione di malessere, di immense aree che vengono polarizzate verso la povertà, espulse dai livelli di consumo. Esiste oggi un nuovo tipo di esclusione sociale, quella tecnologica, digitale: interi gruppi sociali vengono buttati fuori dal mondo.</p>



<p>Questo è il quadro, e per entrarci inizierò raccontando una storia che ha toccato il nostro cantiere sociale, emblematica e interessante. È la storia di un lavoratore di un’azienda importante leader nel mondo, la Leroy Merlin, e che chiamerò Filippo.</p>


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<figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="295" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/10/1-4.jpg" alt="" class="wp-image-3872"/></figure>
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<p>Un giorno Filippo va a lavorare come al solito, e l’azienda gli dice: da oggi tu dovrai utilizzare questo bracciale elettronico, un tablet che entra in funzione con il badge, appena Filippo fa il suo ingresso in azienda. Filippo va allo spogliatoio e poi al punto di lavoro, dove è abituato a incontrare il capo reparto che gli dà le indicazioni per la giornata. Ma lì non trova nessuno e sente invece un beep beep provenire dal suo tablet sul braccio, lo guarda, e vi trova scritte sette operazioni che deve compiere. Sullo schermo appare: operazione numero 1, spostare il bancale X dal posto Y al posto Z, 7 minuti; operazione numero 2, spostare un altro bancale, 12 minuti, e via di seguito. Filippo si accinge a svolgere il suo compito e trova un altro lavoratore, che è stato convogliato anche lui dal suo tablet su quel bancale per fare quell’operazione, ma non si possono parlare perché al primo saluto che si scambiano, il tablet dice: dovete lavorare, non chiacchierare, se chiacchierate vi leviamo punti.</p>



<p>Quali punti? Lo scoprono dopo la prima operazione. Fanno il lavoro in 8 minuti, e il tablet segnala che ci hanno messo un minuto in più del previsto, dunque gli verranno tolti 120 punti; ma indica anche che se nella seconda operazione impiegheranno un po’ meno dei 12 minuti previsti, dei punti verranno aggiunti, quindi potranno tornare in equilibrio. Finite le sette operazioni, il tablet gliene assegna immediatamente altre, per esempio è entrata tanta gente in negozio quindi dice a Filippo di andare al posto X a fare l’operazione Y per 42 minuti, ecc. Filippo quindi scopre che da quel momento viene remunerato con dei punti, e che la sua vita non è più regolata da relazioni prossimali con una gerarchia, ma che la gerarchia è incorporata in uno strumento che è diventato il suo capo.</p>



<p>Abbiamo raccolto tante storie di questo genere, e sono tutte uguali. L’aspetto interessante, intanto, è che il tablet bracciale è prodotto dalla Motorola, un’azienda tra le prime a essersi formate nella produzione di telefoni cellulari a livello internazionale e che poi ha lavorato soprattutto con il Dipartimento di Stato americano per la tecnologia digitale, e oggi è leader nella produzione di strumenti del controllo.</p>



<p>Cerchiamo quindi di capire che cosa significhi oggi il controllo del lavoro, quanti versanti ha. Rimaniamo all’interno di questa storia per vedere cosa ci insegna, al di là dello sgomento, sul cambiamento della modalità della gestione del lavoro in azienda. Non abbiamo più una gerarchia<br>prossimale, relazioni tra lavoratori, ma un mutamento radicale di quella che è stata la categoria principale di lettura del mondo del lavoro in tutto il Novecento, ossia la categoria del ‘tempo’.</p>



<p>Sappiamo tutti che storicamente i contratti retribuiscono ore di lavoro – l’azienda compra lavoro e lo paga tanto all’ora – e si articolano intorno a una categoria di tempo che è il tempo orario; sono state fatte quindi, e si fanno tuttora, lotte per diminuire l’orario, aumentare la retribuzione oraria ecc. Ora, nel passaggio al capitalismo digitale, questa categoria di tempo non ha più alcun valore, perché ciò che viene misurato dal bracciale non è l’ora di lavoro ma quanto lavoro viene fatto realmente all’interno di un’ora.</p>



<p>Quindi siamo dentro una retribuzione che non è più del tempo di lavoro ma della produttività in tempo reale. Questo cambia completamente il quadro, perché è immediatamente chiaro che la quantità di lavoro che un lavoratore deve svolgere per rimanere all’interno del precedente standard è, se non raddoppiata, sicuramente molto intensificata. Quindi il cambiamento dell’idea di tempo comporta un cambiamento dell’idea di intensità dello sfruttamento.</p>



<p>Si modifica però anche l’idea di spazio, perché qual è lo spazio tra due persone che sono intermediate da un dispositivo digitale? Possono essere migliaia di chilometri. Prendiamo i droni, per esempio, che vengono lanciati in Afghanistan, Siria o Iraq, da una base che sta in Italia o negli Stati Uniti. Esiste oggi la possibilità in tempo reale di vedere un territorio, esplorarlo, decidere con un impulso di mandare un drone e colpire, stando in una stanza a 100, 1.000 chilometri. Quindi la distanza non si misura più in metri o chilometri, ma in tecnologia.</p>



<p>Questo è un problema di fondo, perché pone la domanda: la tecnologia della Motorola, da chi è realmente gestita? Da un capo che sta in una stanza al terzo piano, oppure da un ufficio che gestisce 40/50 strutture della Leroy Merlin in giro per l’Italia o per l’Europa? È una questione importante, perché ci dice che la mutazione dello spazio comporta anche il fatto che i lavoratori, benché spazialmente vicini in metri, ma dotati ognuno di un dispositivo digitale che li collega a una piattaforma, sono in termini di spazio, di distanza tecnologica, lontanissimi.</p>



<p>Questa mutazione profonda dell’idea di tempo e di spazio ci pone un problema che ora vorrei spostare dal mondo del lavoro a tutti i mondi, un aspetto che riguarda ciascuno di noi in termini molto concreti e pratici. Gli smartphone sono ormai diventati una tecnologia digitale che indossiamo, che ci portiamo in tasca, e dobbiamo capire come questo ragionamento si concretizza attraverso questa tecnologia con la quale abbiamo una maggiore famigliarità.</p>



<p>Innanzitutto, essa ci pone di fronte un primo problema fondamentale: funziona se si è connessi. Vale a dire che il nostro telefono, come il Gladiator di Filippo, funziona solo dentro un sistema di connessioni: il dispositivo di Filippo è connesso con la piattaforma, il nostro con internet. Già questo ci dice una cosa, ossia che non siamo noi, come persone, in connessione, ma lo sono gli strumenti, gli oggetti sono connessi tra di loro. Da questa connessione usciamo molto ridimensionati rispetto agli ultimi 30/40.000 anni di storia.</p>



<p>L’umanità ha impiegato decine di migliaia di anni per imparare a operare con delle tecnologie strumentali (il fuoco, la ruota, la scrittura ecc.). Sono strumenti che venivano manovrati da chi li utilizzava – il meccanico il cacciavite, il muratore la cazzuola, lo studente la penna. Lo strumento si qualificava dunque come una specie di protesi del corpo, e attraverso questo potenziamento strumentale venivano realizzate delle operazioni. Con Gladiator, con lo smartphone, succede esattamente l’opposto: il rapporto non è più tra corpo e strumento, unilaterale in questo senso, ma è rovesciato, perché è lo strumento che decide cosa fa, cosa può fare e cosa farà quel corpo. Gladiator dice a Filippo cosa fare, se lo ha fatto bene o male, se ci ha messo troppo tempo o poco, se gli mette punti o glieli toglie&#8230; vale a dire lo gestisce: lo strumento ha il comando di Filippo. Filippo lo indossa, ma paradossalmente è Filippo che è indossato dallo strumento.</p>



<p>Guardiamo ora la microfisica del potere di questa relazione con lo strumento. Che cosa succede quando utilizziamo lo smartphone? Prima operazione, lo connettiamo, ossia lo strumento si connette; seconda operazione, vogliamo mandare una email, un messaggino, una domanda su Google, facciamo dunque un’azione, un’operazione che in termini tecnici si chiama ‘produzione di un documento’. Nel momento in cui realizziamo questa operazione, lo strumento ne fa subito un’altra che dice: alle ore 22.30, nella città di Milano, dal dispositivo XY è stato prodotto il documento Z. Poi prende i due documenti e li mette in due armadi: in uno archivia la vostra domanda, nell’altro il metadocumento, cioè la possibilità di richiamarlo.</p>



<p>Moltiplicate queste operazioni per 50, 200 miliardi di produzioni di documenti in un giorno, ed è facile capire che siamo dentro una situazione in cui delle imprese, proprietarie dei brevetti e degli strumenti che utilizziamo, ricevono 30/40 miliardi di domande, quindi un patrimonio di informazioni che hanno la caratteristica di essere trasformazioni del vostro atto; in una parola, ‘dati’. Che non sono nostri.</p>



<p>Noi abbiamo fatto una produzione di un dato e l’abbiamo consegnata ai proprietari del dispositivo, i quali l’hanno inserita nei loro armadi e a questo punto hanno un patrimonio di migliaia di dati ogni giorno, su cui faranno operazioni di varia natura: di ricerca, commerciali, economiche, li venderanno ecc., e ci faranno grandi affari. Questa è la ragione per cui questi strumenti vengono dati gratuitamente, perché sul nostro lavoro produttivo le aziende fanno miliardi di profitti.</p>



<p>Se guardiamo questo meccanismo da un punto di vista di classe, la produzione di questi dati diventa produzione di plusvalore assoluto, vale a dire io produco un documento senza essere compensato che costituirà la base della ricchezza del padrone a cui lo consegno, quindi è una produzione di lavoro gratuito. Ci troviamo quindi improvvisamente all’interno di un panorama in cui oggi nel mondo miliardi di persone stanno producendo gratuitamente plusvalore per aziende capitalistiche, che sono proprietarie non solo delle tecnologie ma anche dei dispositivi tecnologi, perché ce li vendono, e noi ne siamo in possesso perché li abbiamo comprati e tutti i mesi paghiamo una quota per connetterci a internet.</p>



<p>Ma c’è un’altra implicazione. Una volta che abbiamo prodotto dei dati, questi vengono registrati, vale a dire restano in quegli armadi insieme con i metadati che li identificano, sicché ogni ulteriore vostro dato consentirà, attraverso i metadati che lo riguardano, di specificarvi e tirarvi fuori come un pesce rosso dall’acquario nel momento cui qualcuno lo vorrà. Per cui se qualcuno vorrà sapere cosa avete fatto in un determinato giorno sarà sufficiente un algoritmo particolare per pescare in questi armadi e tirare fuori il vostro profilo, una traccia del vostro passaggio nel mondo. È chiaro quindi che non stiamo solo producendo ricchezza per altri, ma anche un controllo su noi stessi, esattamente come Filippo che con ogni operazione produce valore per l’azienda e traccia del suo operato.</p>



<p>Dopo sei mesi sarà possibile verificare tutte le sue tracce, e magari vedere che il suo rendimento è sostanzialmente costante ed è un profilo basso, per cui meglio licenziarlo che tenerlo. Attraverso le tracce che noi lasciamo esiste ormai la possibilità di documentare momento per momento la vita delle persone, e in questo senso l’idea di controllo sociale oggi si fonda intimamente e profondamente con l’idea di produzione del valore; non sono più due momenti legati a due istituzioni. Abbiamo quindi istituzioni nuove che hanno la caratteristica di sommare insieme questi due momenti, che storicamente erano assegnati a istituzioni diverse che operavano con strategie diverse.</p>



<p>Giusto per fare un’osservazione che andrebbe sviluppata, possiamo anche dire che chi produce plusvalore assoluto storicamente sono gli schiavi: veniva dato loro solo il sufficiente per mangiare, per rimanere in vita. Tutta la storia del movimento operaio si è sviluppata per appropriarsi di una parte, sempre maggiore, del valore prodotto. Stiamo quindi entrando in un’era in cui il capitalismo digitale recupera l’idea di schiavitù, e la ripropone sotto forma di un lavoro volontario e gratuito disseminato e suadente, per cui, in qualche misura, non lo percepiamo neppure come tale, perché attraverso ideologie come quella della trasparenza, del&nbsp;<em>mettete tutti i vostri dati in rete, le fotografie, i viaggi, i selfie</em>, stiamo entrando in un’idea nuova del controllo sociale, perché autogenerato dagli stessi controllati; e dovremmo capirne a fondo le implicazioni.</p>



<p>Facciamo un ulteriore passo: cosa succede in ciascuno di noi mentre produciamo un documento? Compiamo un atto, il dispositivo lo cattura, e in questa operazione cattura anche le operazioni mentali che abbiamo compiuto, perché possiamo compiere solo quelle operazioni che il dispositivo accetta. Questo è un passaggio importante, legato al titolo del libro, che recupera un’idea di Gramsci, quella di egemonia, in una maniera molto particolare. Il dispositivo produce le strategie mentali attraverso cui lo possiamo usare, perché se non lo utilizziamo secondo quelle strategie, obbligatorie per farlo operare, non funziona; se non ci adattiamo a digitare con il pollice, a richiamare le app in un certo modo, a fare quei passaggi da un simbolo a un altro, lo strumento non funziona; c’è, ha tutte le potenzialità, ma ha delle mappe concettuali implicite che si svelano solo nel momento in cui noi impariamo a utilizzarle, e quindi ci abituiamo a utilizzarle.</p>



<p>È un passaggio di una potenza trasformativa gigantesca, perché cambia completamente l’intera storia del Novecento dal punto di vista della colonizzazione dell’immaginario, vale a dire della costruzione dell’egemonia. E qui Gramsci ci viene in aiuto. Analizzando il problema del potere, Gramsci aveva proposto una sottilissima discussione tra quella che è la linea del dominio e l’opportunità, da parte dei dominatori, di metterla in secondo piano. Sottilmente aveva detto: è ovvio che il potere è dominio, altrimenti non sarebbe potere; ha il potere di fare qualcosa e anche di sottomettere qualcuno, ha la forza per farlo, quindi è dominio; ma è altrettanto ovvio che un potere che ha la forza del dominio ha più interesse a usarla il meno possibile, perché significa vivere in un territorio costantemente teso. Se dunque riesce a costruire delle rappresentazioni delle situazioni, tali che le persone dominate le facciano proprie, ecco che i dominati non confliggeranno più con il potere, ma utilizzeranno le sue stesse rappresentazioni per spiegarsi la propria situazione e accettarla.</p>



<p>Da qui noi leggiamo la funzione della scuola, degli intellettuali, degli apparati culturali, dei giornali, dei catechismi, delle scuole di partito ecc., perché ogni gruppo di potere deve costruire delle rappresentazioni che in qualche misura facciano presa sulle persone; con McLuhan poi il ragionamento si è allargato ai media, come base della trasformazione dei modi di vedere e di concettualizzare la realtà.</p>



<p>Oggi questo discorso lo possiamo prendere e buttare alle ortiche, non ha più alcun significato. Benché ci siano ancora tutti questi strumenti, la dinamica di produzione dell’egemonia non funziona più così. Oggi ti viene venduto, e tu lo compri, un oggetto che ti è diventato indispensabile per sopravvivere in questo tipo di mondo, e vai a lavorare e hai delle tecnologie che operano nello stesso modo. L’intermediazione tecnologico-digitale sta diventando onnivora, mangia ogni aspetto della vita, e si attiva secondo mappe concettuali incorporate che funzionano nella misura in cui tu le metti in funzione, vale a dire produci strategie mentali per farlo, per adattartici, e queste mappe culturali diventano quelle con le quali vivi. È in atto una discussione, molto pericolosa, sulla servitù volontaria; molti filosofi, bravi e interessanti per diverse cose, ci inducono progressivamente a pensare che dato lo stato di passività che c’è in giro, le persone ormai si fanno volontariamente schiave.</p>



<p>Ma il problema qui non è la volontarietà. Filippo non ha alcuna volontarietà a usare il suo tablet, non può non usarlo, perché altrimenti viene socialmente escluso dal lavoro; gli studenti della seconda elementare di Biella o di Bari non possono non usare i tablet della Samsung, dati gratuitamente, perché un’idea nuova di scolarizzazione dice che occorre digitalizzare la scuola, e quindi elimino il cartaceo e ti do un tablet, e alla piccola età della tua prima socializzazione non ti dico più cosa devi pensare ma come devi usare uno strumento, che ti insegnerà le mappe concettuali con cui tu potrai stare al mondo.</p>



<p>Mappe concettuali volute, prodotte, costruite da aziende proprietarie capitalistiche, che oggi hanno in mano l’universo sociale dentro il quale ci muoviamo. Quindi la produzione di mappe culturali non passa più per una via ‘alta’, l’intellettuale che dice dovete pensare così, il prete ecc.; tutto ciò esiste tuttora e ci sarà ancora per un po’ di tempo, ma adesso abbiamo un ragazzo che a quattordici anni ha già lo strumento in tasca, e se si vuole procurare delle informazioni deve imparare le procedure per farlo.</p>



<p>Deve cioè imparare una mappa con cettuale che le precedenti generazioni non hanno mai appreso in giovane età, che è il sapere procedurale, che non è conquista di una conoscenza ma di una procedura con cui io conquisto una conoscenza. Se io conosco quella procedura mi procuro una app che mi dice come fare ad arrivare in un posto anche se non conosco la città, prendo il navigatore e gli dico: dimmi come fare ad arrivare là. E di questa strada, del percorso che ho fatto per arrivarci, non conoscerò mai nulla, non conoscerò la città, solo le procedure per procurarmi le conoscenze.</p>



<p>È una modalità completamente nuova perché queste conoscenze che andiamo a procurarci sono il famoso armadio secondo; quando pongo la domanda, infatti, i dispositivi che la analizzano sono in grado di leggere tutte le domande che ho fatto e di darmi la risposta più conveniente per le strutture produttive. Per esempio: se oggi negli Stati Uniti due persone chiedono a Google come andare da una via all’altra, hanno due soluzioni diverse; è un dispositivo già operante, in Italia non ancora ma arriverà, che prima di darti la risposta traccia il tuo profilo e vede, per esempio, che sei uno che legge libri, e allora ti dirotta su una via dove sono presenti delle librerie. Dà quindi una risposta rispetto a un’idea di consumo.</p>



<p>Dispositivi, app, smartphone, intermediazioni tecnologico-digitali filtrano dunque oggi la produzione delle nostre conoscenze e progressivamente generano mappe culturali, che già significa imporre, costruire egemonia, vale a dire il modo attraverso cui guardiamo il mondo e ce lo rappresentiamo. E se sono in grado di leggere il tuo profilo e di curvare la tua rappresentazione del mondo a una serie di seduzioni che colgono nel tuo vissuto, ho in mano una capacità non solo di controllo sociale di tipo poliziesco, ma una ben più interessante che è il controllo dei processi di consumo, oggi misura dell’esistenza. Non esiste più infatti un’idea di cittadinanza fuori da un’idea di consumo: se non siamo in grado di pagarci l’affitto, le cure, i tram, andiamo a piedi, ci sbattono fuori casa e dalla dimensione sociale, ci escludono digitalmente.</p>



<p>A tal punto tutto questo è oggi diventato una questione seria che nelle più grandi università americane, lo potete verificare facilmente, non si può più entrare soltanto sulla base del reddito e del merito, che erano i due criteri essenziali, ma ne è stato istituito un terzo: la reputazione digitale. Vale a dire che se tu, Filippo, chiedi di entrare nella mia università, io vado a vedere chi sei nel mondo, e scopro che non hai Linkedin, non sei su Facebook, non utilizzi Twitter e non metti le tue fotografie su Instagram, e mi chiedo: chi sei, un terrorista? Ti tieni fuori da ciò che a me consente di profilarti? E allora non ti prendo. L’assenza dai media, dalla produzione sistematica e continuativa di informazioni, quindi l’assenza di tracciabilità, è oggi diventata una penalizzazione sociale.</p>



<p>C’è quindi una pressione a essere sempre più presenti. Ma questo non vale solo per le grandi università americane, anche per le imprese che assumono. Esistono programmi che fanno la lettura del profilo digitale, e sono in vendita normalmente, quelli più economici non funzionano particolarmente bene ma già con un costo medio si può avere in mano qualcosa di buono, oltre a esserci intere agenzie che fanno questo lavoro per le aziende. E non filtrano le assunzioni nell’esercito o nei servizi segreti, ma per normali lavori.</p>



<p>Dunque sempre più il cerchio si stringe, sempre più diventa importante capire bene questa intermediazione, perché ne dipenderà il nostro futuro scolastico, sanitario, nel mondo dei trasporti – quello della reputazione digitale era un criterio molto importante imposto da Uber all’inizio, per esempio, non solo ai suoi autisti ma anche ai clienti che volevano salire sulle automobili, dunque siamo alla profilazione di chi viaggia.</p>



<p>Voglio chiudere il ragionamento ponendovi quattro grandi territori di riflessione che abbiamo in qualche misura assunto come territori di tendenza forte.</p>



<p>Il primo è di per sé ovvio, ma ha un’implicazione fortissima sul piano culturale, ed è il trionfo della ‘quantità’. Quando parliamo di tecnologie digitali parliamo di parti dell’esperienza umana che sono traducibili in dati, vale a dire in numeri. Tutta la tecnologia digitale funziona a base quantitativa, occorre trasformare delle conoscenze in numeri e dati, perché poi ci saranno altre modalità, gli algoritmi, che leggeranno questi numeri e creeranno i profili e tutto ciò cui abbiamo accennato. La trasformazione quantitativa del mondo, lo si coglie intuitivamente, è una delle caratteristiche costitutive del capitalismo, che trasforma in valore e in denaro l’attività umana. Facebook funziona con i ‘mi piace’, le visualizzazioni&#8230; numeri. La scuola sta cambiando, entra il registro elettronico e poi il metodo Invalsi, e io comincio a valutarti solamente in base a degli algoritmi che leggono la trasformazioni in numeri del tuo percorso scolastico.</p>



<p>Stessa cosa per le carriere dei docenti: quelle universitarie sono regolate dai numeri delle pubblicazioni annuali, dal numero di pubblicazioni su riviste particolarmente quotate, dal numero di citazioni che ricevono i libri pubblicati ecc. Tutto ciò dà origine a un numero finale, e il prof. Filippi avrà 184 e il prof. Rossi 122, e il numero più alto, ovviamente, vince. La trasformazione in quantità è un grande problema perché ci rende ciechi rispetto alla questione fondamentale dell’esistenza umana, che è sempre stata quella di generare qualcosa che prima non esisteva, e dunque la creatività e la capacità di creare una qualità diversa che non è certo numerabile. Se appiattiamo il mondo alla sua dimensione quantitativa uccidiamo una parte dell’anima della nostra specie, quella che ha sempre creato il futuro, la trasformazione, il cambiamento.</p>



<p>La seconda direttrice è ciò che abbiamo chiamato ‘autismo digitale’, ovvero la morte del&nbsp;<em>noi</em>. È una terribile esperienza umana che vediamo tutti i giorni in metropolitana, nei treni, perfino in casa, in teatro, in chiesa&#8230; persone che ormai sono connesse, transitano da un posto all’altro senza guardare nessuno e niente, non conoscono più l’ambiente, il territorio, la faccia delle persone che gli sono intorno, guardano nello schermo. È una chiusura non nel proprio corpo, come l’autismo dei detenuti nei campi di concentramento, persone che non ce la facevano più a sopportare la realtà che stavano vivendo e si chiudevano in loro stesse; l’autismo digitale è&nbsp;<em>entrare</em>&nbsp;nel dispositivo, esservi risucchiati come corpi, vite, storie.</p>



<p>È un’esperienza che dal Giappone agli Stati Uniti alla Svezia oggi viene studiata con enorme preoccupazione, in Giappone c’è un’enormità di giovani che non esce più dal virtuale, dalla connessione, di casa, che entra in relazioni soltanto per queste vie. Gli psichiatri li hanno chiamati&nbsp;<em>hikikomori</em>, ma persino a Milano e a Roma c’è un gruppo di medici e psichiatri che si stanno interessando a questa situazione. E non è una patologia che riguarda delle persone, è una tendenza sociale che dobbiamo imparare a guardare, a conoscere e ad affrontare tutti insieme, perché è un problema che riguarda il nostro modo di vivere e non il modo di vivere di qualcuno che è diventato una vittima predestinata, quasi ci fossero persone più deboli che non ce la fanno.</p>



<p>Il terzo territorio è quello che abbiamo definito ‘obesità tecnologica’. È quel&nbsp;<em>rimpinzamento</em>&nbsp;di tecnologia creato da una dinamica di dipendenza. Quando voi avete un dispositivo tecnologico, da quel momento dipendete dagli aggiornamenti continui, di cui lo strumento non vi chiede minimamente notizia perché già assumendolo li avete autorizzati, sono fatti in vostro nome. Ma gli aggiornamenti sono anche predisposizioni del dispositivo per nuove app, oppure per portarvi via quello che ci mettete dentro. Quindi si entra in una dipendenza tecnologica che è obbligatoria, ed è un problema serio perché questo ci metterà di fronte a una trasformazione profondissima del rapporto di proprietà. È ciò di cui si sente parlare in merito alle automobili automatiche, che andranno senza autista: saranno pochissime aziende ad averle, tu potrai usarle, ci sali sopra, paghi con la carta di credito, la utilizzi, ma il parco macchine non sarà più gestibile da te ma nelle tecnologie e nelle forme che loro decideranno.</p>



<p>Esistono tre implicazioni dell’obesità tecnologica: l’esternalizzazione delle conoscenze, della memoria e dell’intelligenza. Tre operazioni che cambiano la nostra antropologia. Ho già fatto accenno al sapere procedurale: non serve che tu sappia delle cose, le conoscenze ci sono, c’è bisogno che tu impari a prenderle. Questo significa che le conoscenze le hanno altri, tu puoi avere le procedure per procurartele. La tua memoria poi, non è più tua. Nel momento in cui l’hai scritta sul digitale, hai caricato le tue fotografie, i ricordi del giorno in cui ti sei innamorato, hai fatto un viaggio ecc., tutto finisce negli armadi di queste strutture, e se vorrai recidere il rapporto con quel social network non ti verranno più restituite. Ma anche se è la posta elettronica, è la stessa cosa, come ha mostrato lo scandalo di Yahoo, tutte le mail consegnate ai servizi di sicurezza. Il punto non è se abbiamo qualcosa da temere, ma che non abbiamo più controllo sulle cose che facciamo, non c’è più intimità con le nostre produzioni.</p>



<p>L’esternalizzazione dell’intelligenza è infine la cosa più grave che sta succedendo, e va sotto la voce di intelligenza artificiale. Significa che se oggi un medico deve preparare una terapia per la cura di un cancro, per esempio, benché brillante, studioso, il migliore, può avere accesso a 3.000 diagnosi, avrà studiato 5.000 casi&#8230; ma io, IBM – che si installerà a Milano nella zona dell’ex Expo con i soldi del governo italiano – se mi dai i dati di un determinato caso lo comparo con otto miliardi di casi che esistono nel mondo, perché prendo i dati di tutto il pianeta, dunque i miei algoritmi fanno diagnosi migliori. E i medici dovranno prenderne atto, dice IBM, quindi tanto vale che si convenzionino con noi e ci diano tutte le loro informazioni. Ma IBM è un’azienda privata, ha degli algoritmi proprietari e brevettati, nessuno sa quali siano: quali operazioni fa sulla salute dei cittadini di tutto il mondo?</p>



<p>La quarta tendenza, infine, non vorrei venisse letta in una sfumatura un po’ moralistica: è lo smarrimento del limite. La questione dei limiti è molto importante nella storia dell’umanità, che l’ha sempre regolata con dei tabù culturali, non uccidere i tuoi figli, per esempio, perché c’è stato un periodo in cui i figli venivano sacrificati agli dei. La discussione dei limiti ha dunque una natura etica ma nello stesso tempo un’implicazione politica, e stabilire dei limiti è molto importante.</p>



<p>Per esempio: nella seconda guerra mondiale non sono stati stabiliti molti limiti rispetto al rastrellamento delle persone di un orientamento politico o di un’appartenenza supposta etnica, per cui i nazisti in Germania e i fascisti in Italia hanno pensato di prendere delle persone – omosessuali, comunisti, zingari, anarchici, ebrei&#8230; – e chiuderle in campi di concentramento e ucciderle; oppure gli americani non hanno stabilito molti limiti quando, finita la guerra, senza averne alcun bisogno, hanno sganciato due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki, 200.000 morti subito e altri 300.000 dopo.</p>



<p>È stata la tecnologia a generare questo superamento dei limiti? La tecnologia c’era. O è stato Truman? O sono stati Hitler e Mussolini? O è stato un governo? O è stato l’esercito americano, o il pilota che ha sganciato la bomba? Ecco, questo è un problema di limiti. Dobbiamo sapere che a volte delle capacità umane possono compiere atti, gesti, pratiche, che in quanto umani riteniamo di non volere e non potere compiere. Oggi esiste una discussione filosofica molto importante nelle comunità scientifiche che lavorano sulla tecnologia, in particolare in un filone che si chiama transumanesimo, al quale afferiscono e aderiscono tutte le grandi figure dell’oligarchia tecnologica digitale; essi dicono che la tecnologia non si deve porre dei limiti, come affermava il capitalismo, l’importante è andare avanti, l’innovazione tecnologica è di per sé un valore positivo.</p>



<p>Io dico invece che a questo punto ci viene posta una domanda politica serissima e veramente importante, perché riguarda la filosofia, l’etica, la responsabilità che ognuno di noi si prende nel mondo: qual è il significato che vogliamo dare alla parola ‘progresso’? È una discussione difficilissima da fare. Che significato vogliamo dare a questa parola che ci ha riempito di scritti, giornali, libri, riviste per gli ultimi due secoli? Il progresso tecnologico visto come una possibilità di emancipazione e di crescita, una possibilità di migliorare le umane sorti&#8230; chi non si è collocato nel campo del progresso e del progressismo? Tutti gli scritti di Marx vanno in questa direzione, tutta una serie di orientamenti nei territori ci hanno sempre visto, come sinistra, porci su questo terreno, dove la parola progresso era abbinata comunque allo sviluppo delle tecnologie – poi certo se ne faceva la critica dicendo, con Marx, che nelle tecnologie si interiorizzano i rapporti di produzione, dei valori impliciti, e dunque dobbiamo fare differenziazioni.</p>



<p>Io oggi invece pongo una questione di fondo: se non sia giunto il momento in cui l’idea di progresso sociale prenda le distanze dall’idea di innovazione tecnologica. Perché siamo forse arrivati su una frontiera in cui ci dobbiamo porre dei limiti molto precisi per quello che riguarda l’implementazione tecnologica, e dobbiamo metterci in grado di misurarla rispetto alle implicazioni sociali che comporta. È una discussione che bisognerà aprire ed è molto articolata, e va ben oltre una stupida separazione tra chi è pro e chi è contro. Si tratta di comprendere quale destino vogliamo, se quello di Google, dei big data, o quello di un’umanità consapevole delle sue capacità, e della possibilità di orientarle in una direzione piuttosto che un’altra.</p>
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		<title>Colonizzazione dell&#8217;immaginario e controllo sociale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/colonizzazione-dellimmaginario-e-controllo-sociale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 15:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nuovo modo di produzione capitalistico fa profitti sfruttando lavoro gratuito, colonizza l’immaginario e produce controllo sociale]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-47-aprile-maggio-2016/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paginauno n. 47, aprile &#8211; maggio 2016)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Un nuovo modo di produzione capitalistico fa profitti sfruttando lavoro gratuito, colonizza l’immaginario e produce controllo sociale</p></blockquote>



<p>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>L’Impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</strong>, Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2015) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 14 febbraio 2016</p>



<p class="has-drop-cap"><br><em>L’Impero virtuale</em>, nonostante il titolo, non è un lavoro su internet; internet è solo lo sfondo, è un territorio che oggi fa parte dello spazio in cui viviamo e quindi in qualche modo, parlando di questo libro, lo attraverseremo. Non è neanche un sermone contro le tecnologie, che esistono fin da quando un uomo ha preso in mano una clava, ossia uno strumento, e che quindi accompagnano l’intera storia dell’umanità. Non si tratta dunque di essere né pro né contro, ma di mantenere vivo un pensiero critico – che in quest’epoca fa un po’ difetto – anche sugli strumenti, soprattutto quelli che non sono né secondari né trascurabili per il fatto che investono la nostra vita, sia lavorativa che relazionale. Intendo la nostra vita di specie, cioè una vita che è trasversale e ci mette sullo stesso piano di un cittadino cinese, spagnolo, del Sudafrica ecc.</p>



<p>È una riflessione necessaria perché queste nuove tecnologie, a differenza di quelle precedenti della società industriale, si implementano a una velocità straordinaria, per cui abbiamo di fronte a noi un percorso di trasformazione sociale che va talmente veloce che la nostra capacità di coglierne il senso dello sviluppo, il significato e le implicazioni, come singoli cittadini e anche ricercatori e soprattutto come lavoratori che vivono in vario modo questi territori, è disorientata. Un disorientamento che assume due facce: quella dell’accettazione, spesso acritica, di queste tecnologie, come se fossero ormai una normalità; oppure un’accettazione molto dolorosa, perché chi deve fare i conti con un bracciale che monitorizza la sua vita lavorativa per ogni secondo di spazio e di tempo, ha certamente una relazione diversa con questi dispositivi rispetto a una persona che li utilizza in maniera acritica o superficiale.</p>



<p>In questo libro è importante il sottotitolo:&nbsp;<em>Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</em>. La proposta di ragionamento è infatti sulle tecniche e sulle modalità di colonizzazione dell’immaginario, indubbiamente la materia prima più preziosa che esista sul pianeta, perché se perdiamo la capacità di immaginare in modo autonomo prospettive che ci facciano bene, è certo che può esserci chi è interessato a immaginare per noi delle prospettive che, al contrario, tanto bene non ci fanno.</p>



<p>Siamo abituati a pensare la colonizzazione per ciò che la storia ci consegna, una storia atroce di prepotenze e di atti di forza, di guerre, di tentativi di subordinazione di altri Paesi, ma cosa significava e cosa significa in termini di pensiero critico? Per prima cosa vuol dire immaginare un ordine diverso di un certo territorio, e poi imporlo ai propri fini. Per esempio, vedo una bella prateria, immagino di trasformarla in un allevamento intensivo di mucche, ed ecco che mi approprio con la forza di quel territorio e trasformo il suo ordine in un ordine produttivo per me, al di là della storia, della cultura, di tutto ciò che quel territorio costituisce storicamente e culturalmente. La storia del colonialismo è quindi la storia dell’imposizione a dei territori di un ordine immaginario a fini produttivi.</p>



<p>È una storia violenta, realizzata in nome di una ideologia e di grandi miti, per esempio in nome della superiorità dell’Occidente che va a portare la sua cultura in altri territori. L’Italia conosce molto bene la pochezza di questo ragionamento, dalla seconda metà dell’Ottocento a tutto il periodo fascista siamo andati in Africa a portare la cultura imperiale, colonizzazioni che si sono tradotte in uso di gas tossici, iprite, arsenico&#8230; Questo ha significato anche costruire grandi fabbriche, la Montecatini è nata sulla produzione di queste sostanze che nel 1922 erano già state messe fuori legge, ma che noi abbiamo usato negli anni ‘40 soprattutto, prima in tutto il Corno d’Africa e poi nel periodo tra il ‘42 e il ‘43 nell’area più a nord.</p>



<p>Colonizzazione quindi storicamente è significato questo, ma il colonizzatore non ambisce solo ad appropriarsi delle risorse del territorio, vuole anche cambiare il modo di pensare delle popolazioni, far digerire l’idea che è un bene essere colonizzati. Questa seconda operazione culturale è quella che va sotto il nome di immaginario, ed è chiaro che è importante perché da ciò dipende una condiscendenza, un’assenza di resistenza, un’accettazione di un fatale destino; è importante che le persone accettino la schiavitù senza bisogno di mettere loro una palla al piede, perché in questo modo la partita è vinta. Il colonialismo del Novecento questa partita l’ha persa, la disfatta è sotto i nostri occhi, i Paesi colonizzatori sono ancora lì con armi di ogni tipo a cercare di averla vinta nei territori che ritengono strategici per motivi militari o economici.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="200" height="305" src="https://www.rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/1.jpg" alt="" class="wp-image-3989" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/1.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2020/11/1-197x300.jpg 197w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure></div>



<p>Ma la novità che mi interessa mettere in evidenza è che questo discorso, ancora valido per alcuni aspetti, sta per essere superato da un’intuizione piuttosto geniale. Sono una decina d’anni che il modo di produzione capitalistico, attraverso una serie di passaggi che sono stati la finanziarizzazione e poi più recentemente l’entrata in campo di nuove tecnologie digitali, ha intuito che si poteva catturare l’immaginario senza fare delle guerre e senza dichiararlo, ma seminando per il mondo una serie di dispositivi tecnologici gestibili individualmente, ossia non solo sul piano lavorativo; dispositivi che avessero in sé la capacità e la potenzialità di imporre a chi li utilizzava un ordine del discorso non legato alla parola, non legato quindi a tutta quella straordinaria fatica che è stata fatta nei secoli passati per imporre un ordine del discorso e del pensiero alle popolazioni colonizzate.</p>



<p>Detto in altre parole: se io produco un oggetto che per qualche ragione diventa attraente, riesco a trasformarlo in un oggetto del desiderio e di consumo, che consente a chi lo possiede di fare una serie di operazioni e anche di divertirsi, nonché di fare cose utili, allora posso pensare di costruire degli oggetti che funzionano a due livelli: l’uso pratico e le sue potenzialità utilizzative, e un ordine del discorso che è necessario per farlo funzionare. Per usare uno smartphone dobbiamo entrare nella sintassi di quello strumento: ha tasti, schermi, applicazioni, modalità di connessione ecc., e nella misura in cui entriamo in questo ordine di utilizzo entriamo in una sintassi di pensiero. Una modalità che porta con sé un mito potente e un’ideologia: questa è una tecnologia rivoluzionaria, che sta cambiando il modo di comunicare delle persone, che produce più libertà per tutti, afferma il mito; ma è anche un passaggio nella storia del modo di produzione capitalistico, che in tal modo si allontana dalla brutta immagine che di sé ha lasciato nei secoli precedenti e conquista un territorio di gradimento. La colonizzazione dell’immaginario è questa operazione.</p>



<p>La conduce un gruppo ristretto di grandi imprese che soltanto dieci anni fa non esistevano, e questo è un primo dato molto interessante. Google, per esempio, è del 2005, Facebook del 2004 ma dentro l’università, quando ha cominciato a diventare impresa era già il 2007. Quindi abbiamo due imprese che forniscono delle piattaforme straordinariamente curiose perché sono gratuite, e dunque siamo indotti a usare uno strumento che può essere utile per tantissime operazioni. Chiaramente la domanda diventa: come hanno fatto queste due aziende, in così pochi anni, a diventare due delle società con il più alto fatturato del mondo? E come hanno fatto a diventare le due imprese che hanno anche il più alto livello di profitto all’interno del fatturato? E ancora, come hanno fatto queste due imprese, che occupano pochissima gente, a essere due delle aziende con il più alto fatturato al mondo?</p>



<p>Perché se guardo l’azienda che detiene il primato del fatturato, ossia la Walmart, la più grande impresa di distribuzione, ho davanti una società che ha una gigantesca struttura e che porta al suo attivo 1,3 milioni di lavoratori direttamente e un altro paio di milioni indirettamente; quindi un’azienda che fa il più alto fatturato del mondo attraverso il lavoro di circa 3 milioni di persone. Dunque come fa Facebook a fare il suo altissimo fatturato con appena 25.000 lavoratori? Come fa Google, che ne ha 50.000 ma nell’intero gruppo, quindi circa 200 aziende?</p>



<p>Sono domande che ci dobbiamo porre perché noi utilizziamo gli strumenti che queste due aziende forniscono tutto il giorno, nel lavoro e nella vita privata, e la risposta è molto importante perché ci porta a guardare come sta cambiando la nostra vita sociale.</p>



<p>Una prima risposta è molto tecnica e nello stesso tempo molto chiara: quando facciamo una ricerca in Google noi produciamo un documento, e Google a sua volta produce un secondo documento sul nostro, che dice: alle ore 20.45 di mercoledì 7 gennaio 2015 dal computer xyz è stato prodotto il documento in questione; dopodiché lo registra in un server. Visto che il popolo degli utilizzatori è molto vasto, in un giorno, un mese, un anno, all’interno di Google si producono miliardi di documenti. Cosa potrà mai fare un’azienda che si ritrova con miliardi di dati? Mappe concettuali dei desideri e delle necessità delle persone di questo pianeta.</p>



<p>Può estrarre, per esempio, tutti i dati di coloro che chiedono dei farmaci contro il mal di stomaco, e per farlo ha bisogno semplicemente di un bravo matematico che introduca uno strumento tecnico, che si chiama algoritmo, capace di estrarre dei dati. Qualsiasi tipo di dato, che va a formare dei profili della tendenza di consumo: gusti musicali, sessuali, della moda ecc. Chiaramente, con in mano questi profili Google può andare da chi produce farmaci, musica, vestiti, libri, qualsiasi cosa&#8230; e venderglieli. Al contrario di quello che facciamo noi, che regaliamo la nostra domanda/ricerca a Google.</p>



<p>E altrettanto chiaramente si possono estrarre anche dei profili molto più sottili, che non solo registrano la tendenza già data ma predittivi; si possono poi costruire delle sofisticate architetture che consentono di estrarre dati che possono interessare Stati e servizi di sicurezza, non solo aziende. Ecco quindi che abbiamo un mercato del nostro lavoro.</p>



<p>Guardiamo bene questo lavoro gratuito, perché ci siamo tanto scandalizzati, e giustamente, per il lavoro gratuito di Expo, soprattutto perché quella di far lavorare gratuitamente le persone è una tendenza, ma qui siamo di fronte a un gruppo di imprese che fa lavorare gratuitamente circa tre miliardi di persone&nbsp;<em>senza imporlo</em>, e con quel lavoro gratuito fa montagne di denaro. Se ne appropria, che in termini di analisi sociale vuol dire quello che Marx chiamava estrazione di plusvalore assoluto, cioè estraggo denaro e non ho un costo del lavoro. È esattamente, da un punto di vista tecnico, l’equivalente dello schiavismo, dei campi di concentramento, nei quali si faceva lavorare alla Volkswagen, alla Thyssen, gente rastrellata da tutta Europa. Noi stiamo assistendo al fatto che un gruppo di imprese rastrella lavoro gratuito e plusvalore assoluto in giro per il mondo, ed è per questa ragione che in pochissimi anni e con pochissimi lavoratori pagati queste aziende realizzano profitti da capogiro.</p>



<p>Profitti che ci devono interessare non tanto perché loro diventano ricchissimi e noi ci guadagniamo la vita a fatica, e non è certamente una bella cosa vedere dei processi sociali di questo genere, ma soprattutto perché queste imprese stanno investendo i capitali così rastrellati nella ricerca delle alte tecnologie, vale a dire nella ricerca di quegli strumenti che potranno consolidare sempre più il loro dominio. Questi investimenti sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sui territori che oggi sono a fondamento di tutte le più grosse imprese economiche, stanno portando via la ricerca al mondo sociale, e sono ormai in mano a pochissimi gruppi: Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Apple.</p>



<p>Da qui l’idea di guardare queste imprese non tanto come società singole ma come un’oligarchia, perché questo sono: un’oligarchia che si implica e si tiene. Facebook può esistere solamente perché ci sono Apple e Microsoft, perché è chiaro che la prima produce una piattaforma ma solo perché le altre due producono lo strumento per entrare in relazione con quella piattaforma. Quindi queste imprese si tengono a vicenda, e diventano così sempre più potenti, proprio come hanno fatto le oligarchie nel passato.</p>



<p>C’è una differenza, però: per la prima volta siamo di fronte a un’oligarchia che non è di area, cioè non è italiana, tedesca, francese ecc.; è americana, sicuramente, per la stragrande maggioranza del suo capitale – ma non solo, è anche un po’ araba e cinese – però indipendentemente da questo è un’oligarchia che ragiona in termini di mondo. Ad Amazon interessa nulla vendere i suoi prodotti in Spagna piuttosto che in Grecia, interessa vendere in tutte le parti del mondo. Gli interessa insomma creare un sistema dentro il quale le persone diventano insieme utilizzatori dei servizi e riproduttori del sistema, e questo ci mette di fronte a un movimento che, dal punto di vista della logica dello sviluppo, possiamo chiamare ricorsivo. Ossia: io produco un documento, e quel documento si ritorce contro di me come minore livello della mia libertà. È il principio delle manette americane: se muovi i polsi, le manette si stringono di più. Ecco allora che il problema diventa serio, perché non è un problema di tecnologie ma di&nbsp;<em>quali</em>&nbsp;tecnologie, e queste fanno male ai polsi, alla mia libertà.</p>



<p>Richelieu diceva&nbsp;<em>datemi una parola e vi impicco un uomo</em>; figuriamoci se diamo tutto il nostro archivio di parole, quante impiccagioni ci aspettano sull’uscio. Questo è il punto. Il controllo, gli algoritmi, le interazioni con i siti per acquistare o scaricare applicazioni, programmi ecc. sono gestiti da computer, non più da essere umani; sono macchine quelle che incamerano i documenti, e questo ci deve preoccupare anche perché nel momento in cui, per esempio, un giorno decido di tirare il collo alla gallina del mio vicino perché fa un chiasso infernale e divento un criminale, l’algoritmo andrà a vedere tutto quello che ho fatto fino a quel momento e scoprirà che, caso mai, quindici anni fa ho scritto dei versi contro le galline&#8230; e allora ecco la prova!, c’è una costanza nel tempo!</p>



<p>Ciò che voglio dire è che queste tecnologie non solo non sono ingenue, ma essendo ricorsive ci mettono in un doppio stato di soggezione: non ci si può sottrarre e nello stesso tempo se si usano si moltiplicano i loro effetti negativi.</p>



<p>Ci sono altri due aspetti particolarmente importanti su cui riflettere: la sorveglianza panottica della società e la produttività nel mondo del lavoro. Nel Novecento ci siamo abituati a osservare il controllo sociale perché è stato un secolo di conflitti. Chiunque fosse in lotta con il mondo aveva di fronte a sé una parte politica, i carabinieri, la polizia, e se aveva in mente qualche pratica poco legale, come l’attacchinaggio notturno, per esempio, doveva stare attento, e se veniva preso si trovava segnato quello che aveva fatto su un cartellino; molte persone, quando poi sono andate a lavorare dopo un po’ di militanza giovanile, si sono sentite ripetere quel che era stato scritto su quel cartellino.</p>



<p>Questo per dire che esisteva una memoria, ma il controllo era effettuato su chi si muoveva: il normale pensionato che viveva la sua vita tranquillo aveva nulla da temere, nel senso che nessun organo di polizia si interessava particolarmente a lui perché sarebbe stato uno spreco inutile di tempo.</p>



<p>Oggi questo sistema di controllo non c’è più. Proprio perché queste tecnologie lo consentono, il controllo è cambiato, ha rovesciato il suo paradigma: non ha più bisogno di controllare chi si muove, nella sua logica non ha più senso, perché chi si muove un giorno fa un attacchinaggio e un altro giorno no; ciò di cui ha bisogno è poter controllare chi si muove nel giorno e nel momento in cui vuole controllarlo, e in quel momento poter avere tutto di lui. E siccome è possibile farlo, controlla preventivamente tutti.</p>



<p>Siamo quindi di fronte a una società in cui ognuno di noi è soggetto a un controllo, non perché abbia fatto qualcosa ma semplicemente perché esiste, e quindi è un potenziale criminale. Quando prendiamo la metropolitana siamo ripresi dalle telecamere, non stiamo facendo niente di male eppure veniamo filmati, perché si suppone che un giorno qualcuno possa mettere un ordigno da qualche parte, e in quel caso la polizia potrà ripescare tutte le informazioni catturate intorno a quell’evento: le mail spedite in quei giorni, i documenti prodotti, i filmati realizzati dalle varie telecamere. Avrà una massa di documenti che, unita a banche dati molto precise, potrà consentire delle comparazioni tra i volti noti e i volti catturati. Faccio l’esempio delle banche dati delle immagini perché piattaforme come Instagram, Facebook, che invitano i loro utilizzatori a mettere sempre più foto <em>taggate</em>, ossia che abbiano il riferimento al nome della persona, consentono di costruire banche dati di volti, e oggi il controllo visivo delle facce è in grado di compararle e leggere.</p>



<p>Siamo quindi passati da un controllo a posteriori e mirato, a un controllo a priori che potrà essere mirato qualora fosse necessario, perché il materiale per farlo esiste. Questo ci mette già di fronte all’idea di una società della sudditanza, perché una popolazione soggetta a un controllo di polizia a priori è una popolazione in stato di sudditanza. Il suddito è colui che non decide le pratiche di potere che si sviluppano su di lui, le subisce e nient’altro, in nome di un’ideologia che è quella della sicurezza. Ed è francamente un’<em>idea</em>&nbsp;di sicurezza, che comporta il fatto che volontariamente e passivamente noi ci assoggettiamo a questo tipo di pratiche.</p>



<p>Anche nel mondo del lavoro è mutato il sistema di controllo a distanza dei lavoratori. Nella società industriale, fino a qualche anno fa e ancora tutt’oggi in moltissime aziende, il controllo passava attraverso dei controllori umani – il capo squadra, il capo reparto, il capo officina ecc. – quella che i sociologi chiamavano la catena del potere e che è stata studiata a lungo. L’ultimo anello controllava che il lavoratore svolgesse delle prestazioni utili per l’impresa, per esempio controllava il tempo impiegato per una certa operazione, e per farlo utilizzava un altro umano, il cronometrista, una figura che si metteva alle spalle del lavoratore e prendeva il tempo.</p>



<p>Poi diceva: stai andando troppo piano, perché tizio per fare la stessa operazione ci mette tot secondi in meno. A quel punto si apriva una contrattazione – ma tizio è tre volte più grande di me&#8230; – c’era dunque un dialogo tra umani, che a volte era un conflitto, a volte una lotta, a volte uno sciopero. Questa è la storia del movimento dei lavoratori lungo tutto il Novecento, una lotta di contrattazione della propria sopravvivenza nel mondo del lavoro, per far sì che lo sfruttamento non diventasse estremo e consentisse di rifiatare; spesso si perdeva, talvolta si riusciva a guadagnare qualche frammento di secondo, ed ecco che si respirava un po’.</p>



<p>Questo paradigma oggi è sparito. La logica dell’intero apparato produttivo, essendosi digitalizzata, ora funziona intorno a un altro paradigma, quello della concorrenza internazionale, che consente di fare studi di settore. Quanto tempo impiegano alla Volkswagen a fare l’operazione di verniciatura di una scocca, per esempio? 42 secondi. Quanto ci mettono in Giappone? 36 secondi. Quanto ci mette questo stabilimento? Un minuto. Quindi, in nome della competizione internazionale, fuori dalla quale non c’è mercato, l’azienda chiude, l’impresa stabilisce un tempo di produzione che è un tempo a priori rispetto al lavoratore, è un tempo ‘atteso’, così viene definito. Per cui l’azienda firma un contratto di lavoro, di quelli che si fanno oggi, ossia non di categoria ma singolo, in cui dice al lavoratore: vuoi venire a lavorare qui? Va bene, firmi un contratto per fare quella operazione in 32 secondi, perché il tempo atteso è questo.</p>



<p>E c’è anche un altro aspetto: il tempo atteso è controllato da un computer, perché sono i computer che fanno girare le linee di produzione, i sistemi di lavoro, a quella velocità. Prendiamo per esempio Amazon. Noi apprezziamo il fatto che se andiamo sul suo sito a cercare un libro che non troviamo ormai da nessuna parte, perché magari è fuori produzione, lì lo troviamo, è anche scontato e in due giorni arriva a casa; perfetto. Pago con la mia carta di credito, entro quindi nel sistema, il libro arriva e io sono soddisfatto. Ma qual è l’implicazione? Che per farmi avere il libro in quel modo Amazon utilizza 15.000 robot nei suoi magazzini, vale a dire fa funzionare la velocità con cui elabora il mio ordine in un tempo preciso, per esempio due minuti, di cui un minuto e 40 secondi sono per il robot, che andrà a prendere il libro in qualche scaffale, e il tempo rimanente è riservato all’imbustatore, che non può quindi che lavorare a quella velocità.</p>



<p>E allora Amazon, che ha stabilito il tempo atteso a priori, fa parcheggiare le ambulanze fuori dai suoi magazzini di logistica, e il lavoratore che crolla viene immediatamente tolto dalla linea, sostituito con un altro, messo sull’ambulanza e portato via – è uscito su Le Monde diplomatique, sul Times, sul Guardian, sui più grandi giornali internazionali, un lavoro di ricerca davvero ben fatto sul rapporto tra la salute di questi lavoratori e la velocità a cui devono lavorare, che produce capogiri, svenimenti ecc.</p>



<p>Noi siamo felici di ricevere il libro in tre giorni, ma molte persone vengono stritolate da questo dispositivo totalmente automatizzato, gestito da un sistema di computer, e che noi mettiamo in movimento quando chiediamo un libro ad Amazon; perché siamo noi che lo mettiamo in movimento. Amazon, come la Walmart, dice ai suoi lavoratori che se è diventata in pochissimi anni la più grande azienda di commercializzazione è perché fornisce dei servizi rapidi, efficaci, efficienti, e quindi se le persone la premiano andando sul suo sito a comprare, vuol dire che ha ragione: la legittimazione della sua operatività viene dai suoi utilizzatori.</p>



<p>È un discorso su cui dovremmo interrogarci molto, e che pone una questione di fondo. È un po’ scabrosa, perché ci chiama in ballo: stiamo parlando di un’oligarchia di imprese, di una nuova fase del modo di produzione capitalistico, ma stiamo parlando di noi. Questo insieme di dispositivi funziona alla sola e unica condizione che ciascuno di noi lo faccia funzionare. Nessuno lo impone, è un dato di fatto della storia dentro la quale siamo capitati, e a un certo punto, svegliandoci, ci troviamo a interrogarci, visto che non possiamo più fare a meno di questo tipo di strumenti per milioni di ragioni, su quale sia il nesso tra lo sviluppo del capitalismo digitale e la nostra responsabilità singola di utilizzatori dei suoi sistemi.</p>



<p>È una domanda inquietante perché al fondo pone la questione della responsabilità etica, una questione con cui è sempre stato difficile fare i conti, ma che nel Novecento veniva affrontata all’interno di grandi sguardi, della ragione storica del raggruppamento in cui ognuno si trovava e nella quale univa la sua azione politica e la sua responsabilità individuale, che si collocava quindi nel quadro di una militanza. Oggi siamo in una società di solitudini, dove certo esistono ancora gruppi, anarchici, comunisti o rivoluzionari di qualche genere, ma la stragrande maggioranza dei cittadini è dentro un’estrema confusione nelle sue prospettive, nelle sue pratiche, nei ricatti che subisce, nella lentezza della sua capacità di accedere a una consapevolezza dei dispositivi dentro i quali gira, che ci fanno intravedere una condizione penosa di forti solitudini che ognuno deve in qualche modo masticare e addomesticare; e ovviamente, in queste solitudini, nessuno di noi può pensare di sfidare il mondo, sarebbe non solo temerario ma anche stupido, pensare di rispondere a tutto questo alzando una bandiera personale&#8230; prendo il telefonino lo schiaccio contro una ruspa e vado a vivere nel bosco.</p>



<p>Possiamo anche fare scelte di sottrazione, ma il mondo del lavoro, della cittadinanza, della scuola, non può affrontare un passaggio così violento rispetto alla sociabilità delle persone, sottraendosi. Occorre affrontarlo. E il primo passo per farlo è la ripresa di due elementari considerazioni.</p>



<p>Primo: questo territorio di cui stiamo parlando si chiama&nbsp;<em>modo di produzione capitalistico</em>, vale a dire un modo di produzione all’interno del quale alcuni, per realizzare dei profitti, sfruttano tutti gli altri. Questo è un punto fermo che non può essere cancellato dall’ideologia della rete, che dice che siamo nel regno della libertà, che adesso ognuno può fare qualcosa di più; no, siamo all’interno di una situazione in cui un’oligarchia capitalistica sta pensando di estendere lo sfruttamento in una nuova forma, e con una capacità di forte colonizzazione dell’immaginario su tutto il pianeta. Quindi una situazione infinitamente più pericolosa di ieri.</p>



<p>Secondo: dobbiamo prendere assolutamente contezza della nostra lentezza. Noi siamo in ritardo, siamo lenti nel leggere le operazioni di potere che si realizzano attraverso il nostro corpo. È facile citare Foucault e la microfisica del potere – che significa: guarda il modo in cui il potere ti attraversa, e il modo in cui operi e agisci con le tue azioni – ma è proprio questo. Concludo quindi con un’immagine di Foucault, che ci racconta la nostra condizione ma solo a metà, proprio perché il tempo è andato così veloce che anche questa grande immagine della microfisica del potere, quella del panottico, non regge più.</p>



<p>Il panottico era un’idea portata avanti alla fine del Settecento da Bentham, un giurista inglese che in realtà aveva rubato l’idea al fratello, un industriale che lavorava per la Russia e aveva messo in piedi un grande campo di lavoro, di tipo schiavistico, per l’estrazione di sostanze all’interno di un’area. Questo industriale aveva bisogno di esercitare un controllo estremamente forte sui lavoratori, per cui si era inventato un interessante dispositivo: una torretta molto alta al centro del campo, dall’interno della quale qualcuno osservava i lavoratori. Ma l’intuizione brillante era che questo qualcuno non doveva essere visibile ai lavoratori, che dovevano sapere che c’era ma non vederlo, perché altrimenti sarebbe dovuto essere una presenza costante all’interno della torretta, e anche con mille occhi.</p>



<p>Quindi Bentham aveva immaginato un situazione coperta, in cui i lavoratori sapevano di essere controllati ma non potevano vedere se il controllore li stava effettivamente guardando. È un sistema che è filtrato anche nella nostra società, per esempio il carcere di San Vittore è costruito sull’idea panottica. L’intuizione di Bentham è chiara: siccome tu sai di essere controllato, ti comporterai esattamente come io voglio che tu ti comporti, altrimenti sei uno stupido. Quindi, di fatto, non serve nemmeno che io ti controlli, perché tu farai comunque quello che voglio, perché pensi di essere controllato. Questo era il panottico e oggi, molto spesso e a sproposito, si dice che internet è un panottico grande come il mondo. Non è vero. Internet è il rovesciamento dell’idea panottica, ed è molto più grave.</p>



<p>La rete parte dall’idea che tu non sei sorvegliato. Nei protocolli di Facebook trovate scritto che il principio fondamentale della piattaforma è la trasparenza, dunque se tu ti nascondi, se non metti tutti i tuoi dati, gli amori, cosa hai mangiato per colazione la mattina, sei un tipo sospetto: se non hai niente da nascondere butta tutto ciò che sei in Facebook, socializza e il mondo della sociabilità ti aprirà infinite porte. Da queste strutture parte quindi una proposta anti-panottica: chiedi e ti sarà dato, ti dice Google, butta le tue fotografie su Instagram, metti i tuoi post in Twitter e Facebook e ti saranno restituiti come<em>&nbsp;like</em>. E allora ecco che questa operazione diventa insidiosa, perché se le persone si convincono di non essere controllate non solo diventano i primi fornitori di quei documenti che producono tutta la ricchezza che abbiamo visto, ma anche coloro che producono tutte le informazioni che porteranno al loro controllo biopolitico, vale a dire il controllo della loro salute, delle relazioni, dei gusti ecc. È il sogno del capitalismo, trasformare il mondo in un sistema di merci, in cui non c’è solamente la merce che si compra e si vende ma anche quella che si autoproduce. È il punto estremo di un percorso che possiamo considerare piuttosto rischioso.</p>
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			</item>
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		<title>La crisi del lavoratore sociale, tra pratiche di controllo e speculazione economica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/la-crisi-del-lavoratore-sociale-tra-pratiche-di-controllo-e-speculazione-economica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Renato Curcio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 16:59:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[controllo sociale]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://rivistapaginauno.it/?p=1127</guid>

					<description><![CDATA[Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale]]></description>
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<ul class="wp-block-list"><li><em><a href="http://rivistapaginauno.it/numero-42-aprile-maggio-2015/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 42, aprile &#8211; maggio 2015)</a></em></li></ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Imprenditoria e lavoro sociale, una crisi strutturale</p></blockquote>



<p class="has-small-font-size"><em>Incontro-dibattito sul libro&nbsp;<strong>La rivolta del riso. Le frontiere del lavoro nelle imprese sociali tra pratiche di controllo e conflitti biopolitici</strong>&nbsp;a cura di Renato Curcio (Quaderni di ricerca sociale, Sensibili alle foglie) presso Piano terra (Milano), 22 febbraio 2015</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quello che è stato definito ‘stato sociale’ è in crisi. Il welfare si è rivelato essere una serie di politiche illusorie portate avanti negli anni Settanta e Ottanta, che hanno dato vita e origine a un’imprenditoria che poi è stata chiamata in vario modo: imprenditoria sociale, comunità di accoglienza ecc. Percorsi in parte contro-istituzionali, e in parte di supplenza alla mancanza di attenzione verso i problemi di grandi fasce sociali all’interno di questo Paese. C’è stata un’imprenditoria di lucro, di rapina, di mistificazione e di copertura politica – Milano la conosce bene: il governatore di un tempo si è fatto strada a partire dalle imprese messe in piedi in quegli anni – che dietro un volto sociale nascondeva un’attività semplicemente lucrosa; c’era poi un’imprenditoria che possiamo definire ‘religiosa’, che partiva da una cultura della carità, del sostegno alle fasce deboli, cose encomiabili e dignitose ma che tuttavia, in uno Stato laico, lasciano il tempo che trovano e anche insoddisfazione in quella parte di cittadinanza che, pur rispettando tutti i punti di vista religiosi, è interessata al diritto alla parità dei cittadini e non a logiche sussidiarie, di aiuto, di sostegno; abbiamo avuto, infine, un’imprenditoria con caratteristiche più laiche: è stata minoritaria, molto piccola, tuttavia è esistita.</p>



<p>È nata da persone che in genere venivano dalla militanza politica e dai centri sociali, dallo scontento rispetto al sistema, che hanno messo in piedi coraggiosi esperimenti di presenza all’interno dei territori più disastrati di questo Paese. Negli anni ’70/80 sono quindi nate alcune imprese che hanno elaborato un’idea di autosufficienza, di autonomia, di possibilità di intervento sul territorio sociale senza fare né richieste né collette.<br>Tutto questo però è il passato. Un passato remoto, vista la velocità a cui corre oggi la società.</p>



<p>Il presente è un terremoto sociale che dagli anni Novanta ha investito tutta la realtà europea, quella italiana in maniera vigorosa, e ha mandato all’aria questo ‘castello’. L’orizzonte che veniva chiamato ‘stato sociale’ dagli economisti e dai sociologi si è rivelato essere una ‘baracca’, all’interno della quale alcuni mangiavano nelle greppie più fornite di fieno – gli opportunisti trafficanti della vita sociale – altri cercavano in qualche modo di sopravvivere. È questa la fascia di imprenditoria dell’ambito sociale, ma un’impresa non si regge senza che ci siano dei lavoratori; ed è proprio in questo momento di dissesto che hanno iniziato a manifestarsi, soprattutto in città come Torino, Milano e Genova, delle avvisaglie estremamente pericolose.</p>



<p>Le istituzioni forti – la magistratura, il carcere, una serie di istituzioni che fanno la politica sociale, direttamente o indirettamente, la costruiscono e ne definiscono i confini – hanno cominciato a pretendere precise prestazioni da parte delle imprese sociali, e di conseguenza anche da parte dei loro lavoratori. Facciamo un esempio: se fino a un certo momento una grossa comunità come poteva essere quella di don Gallo a Genova, che viveva dal basso e raccoglieva gente dalla strada, poteva attuare una determinata politica nei confronti delle persone che facevano uso di sostanze, fondata sul principio della libertà di queste stesse persone di stare o non stare in comunità, da un certo punto in poi questo approccio non è stato più possibile. Progressivamente sono stati sistematicamente posti una serie di vincoli a queste imprese: attraverso i sostegni, la possibilità di prendere persone dal carcere, si è iniziato a vincolare ogni cosa a precise prestazioni: ti do una persona in affidamento, ma stai attento perché alla sera non deve uscire. Ora: in una comunità aperta, dove non ci sono sbarre, questo che cosa significa? O riconverti la tua comunità in un carcere, non lo dici, lo mascheri, ma lo fai, oppure alla prima trasgressione vieni considerato poco affidabile dalle istituzioni, e quindi perdi la possibilità di mantenerti in piedi, perdi le entrate economiche.</p>



<p>Questo insieme di spinte e controspinte, ricatti istituzionali, ha comportato una ristrutturazione poderosa nel campo dell’imprenditoria sociale: i gruppi più cinici si sono adeguati e si sono resi disponibili a trasformarsi in un carcere e a definirlo ‘comunità’. A fare, in pratica, una cosa e a chiamarla diversamente, con il nome che le istituzioni gradiscono di più. È chiaro che molti lavoratori, all’interno di questa situazione, si sono trovati dentro a una morsa: se vuoi continuare a lavorare qui diventi il testimone fedele della correttezza dell’operazione istituzionale che stiamo compiendo, se non ti va bene puoi sempre andartene.</p>



<p>È ovvio che oggi questo non è un problema che riguarda solo i lavoratori sociali, ma l’intero ambito lavorativo: è la ristrutturazione del mondo del lavoro, che funziona sul principio di prestazione e fidelizzazione dei lavoratori all’impresa, attraverso un sistema di ricatti molto complicato e molto mediato. Nell’ambito che stiamo analizzando, questa modalità sta producendo la nuova cornice dentro la quale si svolge quello che si chiama, con una parola misteriosa, ‘lavoro sociale’. Misteriosa perché francamente penso che bisognerebbe essere molto espliciti su questo: oggi la definizione di lavoro sociale non ha alcun significato, nel senso che il mondo precedente non c’è più e il mondo nuovo non c’è ancora.</p>



<p>Siamo quindi dentro una situazione in cui chi opera in questo terreno ha un problema estremamente serio di definizione di due piani della propria vita: la definizione identitaria di sé come lavoratore – non di sé come persona – e la definizione delle imprese sociali in cui lavora. Quindi: chi sei come lavoratore, che categoria di lavoro sei – è importante, perché non c’è lavoro senza definizione categoriale e senza definizione categoriale non c’è diritto – questa categoria in questo Paese che spazio sociale ha, quali caratteristiche ne definiscono i contorni? E: le imprese sociali in cui lavori, chi sono veramente, chi le autorizza a essere quello che sono, in che rapporto stanno con le politiche dello Stato che si sta riformulando e ristrutturando a passi veloci?</p>



<p>Tutte le storie raccontate nel cantiere dai diversi lavoratori sociali sono certamente storie di sofferenza, ma sono soprattutto storie di smarrimento: a un certo punto ognuno di loro si trova a dover scegliere il luogo in cui lavora – anche se fino a un certo punto, perché è il luogo in cui lavora che lo sceglie – e questa scelta è vincolata a un sistema di prestazioni fondate sostanzialmente sul ricatto lavorativo; e quando parlo di ricatto lavorativo non mi riferisco a categorie morali o etiche, ma a dispositivi sociali precisi e molto stretti.</p>



<p>Facciamo un esempio: a una comunità che lavora con persone che hanno problemi di droga viene dato in affidamento un ragazzo che si suppone abbia fatto uso o abuso di sostanze. Dopo pochi giorni però si scopre che questa persona non ha fatto né uso né abuso di droga ma è uno spacciatore, che viene consegnato alla comunità semplicemente perché il carcere se ne vuole sbarazzare – perché è un rompiscatole, perché in carcere crea troppi problemi. La comunità ovviamente sottolinea l’assurdità della situazione: qui ho gente che fa uso di sostanze, mi mandi uno spacciatore? Tra loro esistono vincoli territoriali e quindi relazioni, questo ragazzo e gli altri presenti in comunità si conoscevano bene per i vicoli della città e hanno una lunga storia di rapporti piuttosto pericolosi, dunque, in che situazione mi metti? Risposta dell’istituzione: prendere o lasciare. Questa è la realtà delle assegnazioni.</p>



<p>Anzi, diciamola in modo ancora più chiaro: l’istituzione rilancia. Metti in piedi una struttura di accoglienza di gente che viene dal carcere, propone alla comunità, persone che ti mando perché sono andate fuori di testa con la carcerazione, perché fanno uso di sostanze, perché non so dove metterle all’interno del carcere, e più gente prendi più soldi ti do; più mi metti in piedi un apparato di accoglienza più sono contento come Stato, anche perché l’Unione europea mi sta addosso perché ci sono troppi carcerati, per cui mi fa comodo sbarazzarmi di quella parte di detenuti che non ha problemi di ordine sociale, che rompe le scatole all’istituzione e che è sempre più gestita con criteri di narcosi – le carceri sono passate da un tipo di controllo fondato sui guardiani a un tipo di controllo chimico: sempre più la tranquillità degli istituti è basata sui tranquillanti, sulle sostanze, sul dormire e sull’interesse reciproco che l’istituzione e il detenuto hanno su questo stato di cose: più il carcerato sta tranquillo più avrà giorni di abbuono, e più sta tranquillo più il carcere potrà spendere meno nelle politiche di gestione.</p>



<p>Questi sono approcci che già troviamo a Firenze, a Genova, a Roma, e in questo scuro territorio si inserisce il lavoratore sociale. Osservando chi è questo lavoratore abbiamo progressivamente dovuto stilare dei profili: è ovvio che una parte sono semplicemente ragazzi e ragazze che, non trovando lavoro, cercano disperatamente di ottenerne una piccola quota. Una quota transitoria, precaria e flessibile, e soprattutto esposta a una pericolosissima sperimentazione neoliberale, quella del lavoro volontario.</p>



<p>Sempre più il ricatto lavorativo non passa solo dall’essere dentro o fuori dal mondo del lavoro, ma anche attraverso il dispositivo della&nbsp;<em>mission</em>: lavori cinque giorni pagato e due gratuitamente, in nome della&nbsp;<em>mission</em>. Ci sono parole veramente ipocrite, perché sappiamo benissimo che non c’è alcuna&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;– anche Apple parla di&nbsp;<em>mission</em>&nbsp;mentre produce qualcosa che non è certamente un prodotto senza profitto. Il lavoro volontario è una logica ormai già diffusa nelle scuole – nelle alberghiere, per esempio, dal secondo anno in poi gli studenti devono fare obbligatoriamente stage estivi gratuiti, la scuola li pretende come documento di certificazione del curriculum scolastico, ed è in tutto e per tutto lavoro gratuito, spesso in alberghi a cinque stelle; per non citare la situazione più clamorosa, quella dell’Expo e dei suoi 18.500 lavoratori volontari, e anche in questo caso lo scambio passa attraverso una certificazione dell’aver lavorato che forse, un domani, la persona potrà spendere in qualche modo. Tutto ciò è legale, governato dalle leggi di questo Paese.</p>



<p>Chi si è progressivamente adagiato dentro questo tipo di cose si è trovato pian piano a dover fare i conti con un ulteriore piano di ristrutturazione, che ha a che vedere con i soldi. Il denaro è da sempre un grande analizzatore per capire come vanno le cose, vedere come si muove è essenziale. Dunque, da dove arrivano i soldi alle imprese sociali? Oggi sempre meno dallo Stato, perché è in crisi, e sempre più da nuove istituzioni finanziarie: le fondazioni.</p>



<p>A Milano come a Torino, le fondazioni bancarie hanno ormai esercitato un’opzione forte per la trasformazione in un affare privato di quello che era il lavoro sociale, lo spazio in qualche modo immaginato da uno Stato per affrontare dei territori di difficoltà, e le caratteristiche di questo nuovo sistema sono quelle statunitensi, dove delle imprese si propongono in base a un principio economico molto semplice: il differenziale economico. Un detenuto costa allo Stato 100/120 euro al giorno, a seconda delle stime; se io, Stato, trovo una comunità che me lo prende per 50 euro, guadagno 50/70 euro al giorno per ogni carcerato. Quindi lo Stato privatizza e mette in appalto questo tipo di lavoro, che può riguardare il detenuto ma anche le persone con problemi di handicap, e le persone dei diversi circuiti pseudo-psichiatrici; potenzialmente dunque un’area sociale sempre più vasta.</p>



<p>Tutti gli analisti dei territori sociali infatti, da Bauman in giù, hanno ormai ben chiaro qual è la prospettiva che ci aspetta in Italia e in Europa: aree crescenti di persone espulse dal mondo della produzione, che verranno buttate sul territorio della inutilità sociale. Un territorio senza destino per chi ha una certa età, di disperazione per i più giovani. Un territorio che bisogna nominare, affermare che esiste, perché è vastissimo ed è uno spazio in cui oggi stanno ‘pescando’ sia le fondazioni bancarie, attraverso la logica dei bandi per costruire il differenziale economico, sia lo Stato, per introdurre nella cultura di questo Paese la logica del lavoro volontario.</p>



<p>Il punto centrale della discussione è dunque questo: chi opera su questo terreno, per destino, maledizione, scelta, oggi deve in qualche modo cercare di definire chi è e perché lo fa; e lo possono fare solo le lavoratrici e i lavoratori, perché nessun altro lo farà in questo Paese. O meglio, qualche mese fa il governo Renzi ci ha provato, e la proposta è sconcertante: si è parlato di una ristrutturazione del servizio civile, che finora ha funzionato con poche persone, portandolo a 100.000 operatori e mantenendo lo statuto economico attuale, ossia 400 euro al mese. È chiaro che con questi lavoratori, che volontariamente scelgono di andare a lavorare per 400 euro mensili, si possono andare a riempire i ranghi delle imprese del lavoro sociale. Per ora il progetto di legge è stato accantonato per mancanza di coperture economiche, ma questo è l’orientamento in atto nel Paese. Anche perché, come abbiamo detto, sempre più persone vengono espulse dal territorio del lavoro reale – in Italia il mondo industriale si sta restringendo, e chi ha un’aspirazione di vita un po’ più ampia fugge all’estero – e sempre più si espande una vasta categoria sociale che avrà bisogno di un sostegno di qualche natura. Il progetto, quindi, è quello di costruire un’economia su queste persone.</p>



<p>Diciamolo in modo crudo: 60.000 detenuti, in un Paese come l’Italia, vengono considerati troppi, ma sono pochissimi in parallelo con gli Stati Uniti, dove il penale si è fortemente espanso. Sono considerati pochi perché non c’è un’impresa privata che abbia rilevato lo spazio penale, e non ci sono imprenditori lungimiranti che si propongono di fare le carceri private; ci ha provato Monti con un disegno di legge, ma nessuno ha accettato.<br>Questo non significa che i vecchi imprenditori filibustieri, quelli che negli anni ’70/80/90 già si erano costruiti piccoli imperi economico/politici, non stiano prendendo la palla al balzo; non tanto per costruire qualcosa di chiaro e definito, ma per creare un’imprenditoria sociale mascherata, che sotto l’abito ipocrita delle&nbsp;<em>buone persone</em>&nbsp;che fanno del bene alle&nbsp;<em>povere persone</em>&nbsp;si sta ristrutturando per un’accoglienza ‘industriale’ del malessere.</p>



<p>Oggi il lavoratore sociale deve conoscere questa prospettiva, per guardarsi in faccia e scegliere. Se questo gioco non gli interessa, deve innanzitutto definirsi come categoria sociale, e rispetto a uno Stato e a una imprenditoria di questo genere deve farsi valere collettivamente, e non singolarmente: non c’è soluzione personale a problemi sistemici, e questo è un problema sistemico. Chi lo vuole affrontare si deve attrezzare per farlo, chi spera che con il tempo la situazione si chiarirà verrà semplicemente travolto da questa macchina infernale, che ha due necessità di fondo: il controllo sociale di massa e la speculazione economica sul controllo.</p>



<p>Accettare questo stato di cose significa darsi una definizione professionale di controllo sociale, e fare ciò che viene richiesto per attuare il controllo: mettere le camicie di forza, legare le persone, legarle con i farmaci, tenerle chiuse, non farle uscire, denunciarle se fanno qualcosa che non corrisponde ai piani di trattamento. Personalmente mi auguro che all’interno del mondo degli operatori sociali maturi un atto di definizione di sé a volto scoperto, che affermi chiaramente che tipo di lavoro si vuole fare e quale si rifiuta, con quali tutele e con quali diritti, e vada oltre la formula né missionari né volontari: perché questo è il presupposto, non essere né quello né questo, ma poi che cosa vuoi essere? Questo è l’obiettivo che abbiamo di fronte.</p>
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