Sovraimplicazioni: processi che attraverso i dispositivi digitali si configurano come meta-contesti obbliganti agendo sulla nostra vita. L’ultima riflessione di Renato Curcio sul capitalismo cibernetico
Nel suo ultimo libro, Sovraimplicazioni. Le interferenze del capitalismo cibernetico nelle pratiche di vita quotidiana (Sensibili alle foglie, 2024), Renato Curcio affronta il concetto di ‘sovraimplicazione’ e lo analizza nei diversi territori toccati dal capitalismo digitale. “I processi di sovraimplicazione,” scrive Curcio, “si configurano come meta-contesti obbliganti dai quali […] non possiamo prescindere anche se quasi mai vengono evocati o, quando accennati, restano poco approfonditi per ciò che attiene il versante ideologico della loro funzione”; versante importantissimo per quanto riguarda “la sovranità tecno-digitale, anche egemonica, esercitata da un pugno di aziende – Google, Facebook, Amazon, Microsoft, OpenAI, Apple – che, pur non formalmente dichiarata, grava di fatto sia sul sistema di alleanze euro-statunitense, sia su Internet, come sua infrastruttura, sia infine su ciascuno di noi”. Sovraimplicazioni che dunque agiscono nel sistema geopolitico e in quello economico capitalistico, nell’ambito delle comunicazioni e all’interno dei social network, nell’intelligenza artificiale e nelle nostre “solitudini connesse”, con lo spettro di un nuovo paradigma disciplinare che va già concretizzandosi. Il testo che segue è tratto dall’incontro-dibattito sul libro avvenuto il 12 maggio 2024 presso il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Milano.
Partiamo dalle macchine e da un domanda che è forse tra le più inquietanti: le macchine esistono fuori dalla storia o dentro la storia? Le macchine di oggi sono diverse da quelle presenti nella società industriale dei decenni passati: all’epoca non comunicavano fra loro, erano strumenti come potevano esserlo una zappa o un rastrello o una falce: c’eri tu e la macchina, che era in qualche modo una protesi che utilizzavi per svolgere un tipo di attività. C’era un rapporto tra la specie – in questo caso l’umano –, c’era un’epoca – gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta –, c’era un sistema di macchine che usavi che era di proprietà di qualcuno, per esempio la Fiat, che era un capitalista, il quale faceva utilizzare delle macchine per costruire altre macchine, per realizzare un profitto. Quindi, la prima riflessione che dobbiamo fare sulla nozione di ‘macchina’ è questa: le macchine non esistono fuori dalla storia. E se esistono nella storia, esistono in un’epoca, e in quell’epoca si decide la relazione tra te e la macchina.
Nella società industriale la relazione era quella accennata prima, era una società capitalistica che funzionava in quel modo. Anche oggi siamo in una società capitalistica, anzi ipercapitalistica, ma le macchine non sono più nella stessa relazione con noi, perché mentre le utilizziamo esse fanno delle operazioni per conto loro, comunicando con un’infinità di soggetti. Mi riferisco a macchine ordinarie come lo smartphone, uno strumento diventato indispensabile per sopravvivere in quest’epoca. Le macchine dunque, a questo punto, non svolgono più la funzione di prima ma un’altra, cioè sovraimplicano l’uso che noi ne facciamo e ci pongono di fronte a problemi molto seri. Ho messo al centro di una riflessione la nozione di ‘sovraimplicazione’ perché troppo spesso viene tralasciata, non vista, sparisce dallo sguardo, eppure è quella che decide cosa sta succedendo e a cosa stiamo assistendo quando guardiamo quella macchina fare qualcosa.
Dicevamo che siamo in una società capitalistica ma il capitalismo non è più quello di un tempo. Oggi non c’è nemmeno più la localizzazione, i luoghi: il luogo Stato, il luogo nazione degli anni Sessanta e Settanta, non è il luogo geopolitico in cui ci troviamo ora; è vero che c’è una continuità, e per questo ho dedicato un capitolo del libro a questa sovraimplicazione, ma è una continuità che ha preso delle forme piuttosto curiose. La continuità, per esempio, del passaggio in Italia alla prima società industriale è legato alla fine della seconda guerra mondiale, quando l’Italia è uno dei Paesi che ha perso la guerra, un Paese sconfitto, un Paese che per tirarsi su deve pagare un prezzo, che gli viene chiesto in termini molto chiari nella spartizione del mondo fatta dai vincitori. Allora c’era l’Unione Sovietica, oltre a Stati Uniti e Inghilterra. Come sappiamo, in questa spartizione l’Italia andrà a finire sotto un Paese in qualche misura ‘garante’ – gli Stati Uniti – in una forma di colonizzazione. Dal ‘45 in poi l’Italia è una colonia che decide, all’interno del modo di produzione capitalistico, di fare un percorso di crescita con i fondi che gli vengono dati per la ricostruzione, e in quel percorso deve in qualche modo fare patti con chi la colonizza. Ne fa due: uno è la NATO – che rientra a pieno titolo nella forma capitalistica che si svilupperà, perché è la NATO a decidere come fare la ricostruzione militare dell’Italia –, l’altro sono i patti del 1954, patti segreti – sfido chiunque a dirmi cosa c’è scritto in quegli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti – che affidano agli USA quattro luoghi sul suolo italiano, le famose basi americane extra territoriali. Quattro basi in cui gli Stati Uniti hanno collocato i loro strumenti e che possono utilizzare per ciò che decidono utile – vi ricorderete tutti di Sigonella, che ha portato anche a una crisi politica. Il punto è che il capitalismo italiano cresce all’interno di questa sovraimplicazione militare, anche come progettualità tecnologica.
L’Italia è un Paese dove ci sono persone piuttosto sveglie, e le prime figure capitalistiche non sono solamente coloro che prendono i fondi dagli Stati Uniti e li utilizzano per la ricostruzione industriale, c’è anche Olivetti, per esempio, che ne fa un uso completamente diverso. Olivetti mette in piedi un’azienda sulla base di quella del padre, ossia un’impresa elettromeccanica tecnologicamente molto avanzata, e alla fide degli anni Cinquanta si rende conto che si può fare un salto tecnologico dall’elettromeccanica all’elettronica; inizia dunque a cercare a livello mondiale qualche figura particolarmente brillante e trova Mario Tchou, un ingegnere cinese formatosi anche negli Stati Uniti e con una lunga storia di ricercatore alla spalle. I due vanno a studiare i primi lavori nelle università statunitensi e nei laboratori di ricerca sul computer, ne traggono un’idea, la elaborano con l’Università di Pisa e tirano fuori il primo computer a transistor della storia della nostra specie. È stato un passo di una fantasia e di una capacità creativa straordinarie, pensare una cosa che non c’era. Hanno creato un computer che dava i punti all’IBM. Questa operazione entra però in conflitto con la sovraimplicazione militare. All’epoca la tecnologia era ancora quella delle schede perforate, e Olivetti crea questo computer che è più veloce, più piccolo, multifunzionale: quanto è grande il mercato di una simile nuova tecnologia? Quanto il mondo. Quindi Olivetti va a Mosca e va a New York, e cosa gli succede? Che nel 1960 viene trovato morto sul treno che da Milano va in Svizzera, in un vagone vuoto, e nessuno fa un’autopsia. E cosa succede a Mario Tchou? Che nel 1960 muore in un rocambolesco incidente di cui nessuno ha mai saputo dare una spiegazione. E cosa succede alla Olivetti? Che un comitato di garanti dice che forse si è spinta troppo avanti con questa storia dell’elettronica, e che è meglio dare il settore alla General Electric. La Olivetti dunque resta un’industria elettromeccanica e la tecnologia elettronica si sviluppa negli Stati Uniti, grazie anche agli aiuti statali.

Qual è il punto che voglio focalizzare con questo esempio? Che alla sovraimplicazione militare vediamo affiancarsi la sovraimplicazione economica e la sovraimplicazione tecnologica. Non è vero che lo sviluppo tecnologico avviene sulla base delle idee che i ricercatori e gli imprenditori elaborano; avviene sulla base dei sistemi politici che lo consentono o che lo negano. In Italia non è stato possibile pensare a uno sviluppo delle tecnologie così come, negli stessi anni, non è stato possibile pensare a uno sviluppo delle nostre fonti energetiche. Due situazioni, per quanto qui semplificate, che ci dicono una cosa molto importante: quando parliamo di macchine, parliamo di sistemi politici, di sistemi e di tecnologie che sono interconnessi. Quando parliamo di intelligenza artificiale, di città, smart city… parliamo di ChatGPT, certo, parliamo di qualcosa che può organizzare meglio un ufficio e altro, ma parliamo anche di Gaza, di cosa sta avvenendo in terra di Palestina; parliamo delle macchine più distruttive sulla faccia della Terra, utilizzate per massacrare la gente. Questa è l’intelligenza artificiale. È Habsora, una tecnologia organizzata intorno a un archivio di fonti documentarie che Israele costruisce da anni, a partire semplicemente dagli smartphone e da WhatsApp. Su WhatsApp passano infinità di messaggi, è possibile rastrellare qualsiasi genere di fonte, raccattare, usare, sistemare, ma soprattutto è possibile raccogliere le fonti documentarie di chi lo usa e della sua rete: WhatsApp è costruito per consentire gruppi – il gruppo famiglia, il gruppo degli amici, il gruppo degli amanti, il gruppo dei collaboratori… – informazioni che consegniamo a Facebook, o meglio a Meta, la corporation che utilizza Facebook, Instagram, WhatsApp ecc. non solo per sorvegliare, etichettare e creare un profilo di ciascuna persona, ma per costruire le sue reti di relazione. Reti che dopo un po’ sono talmente ovvie, evidenti e dichiarate, che consentono di dire: il signor X è militante nella formazione politica X e i suoi amici più stretti sono A, B, C, D mentre gli altri sono conoscenti, li ha tenuti fuori da un gruppo e sono dentro un altro. Questa tecnologia ha consentito una mappatura assoluta, per esempio, dell’intero mondo palestinese; una mappatura che permette di dire che il tal dei tali abita al settimo piano di un certo palazzo, alla finestra 22, e che ha delle reti che lo identificano come uno che ha molte relazioni in quel particolare mondo. Quindi sai chi è, sai dov’è, sai il suo grado e gli dai anche un punteggio: lo qualifichi non solo come un interessante obiettivo dal punto di vista della sorveglianza, ma per la sua graduatoria di relazioni molto alta. Questo ti consente di fare una terza operazione: dire alle tue macchine che lo colpiranno, quando deciderai che deve essere colpito, la quantità di ‘danno collaterale’ accettabile rispetto al suo grado di importanza. Importanza minima: tre civili morti; media: dieci civili morti; alto livello: X civili morti. Con questo tipo di operazione vengono dunque ulteriormente ridimensionate, nel senso di sovraimplicate, le informazioni, nel quadro di un’idea militare-politica del loro utilizzo.
Anche qui siamo di fronte a un rapporto tra macchine: quella che uso io, lo smatphone, che produce informazioni; il recupero di queste informazioni; e il loro utilizzo dentro un’altra macchina, che è la macchina bellica. È qualcosa che viene fatto ormai quotidianamente in tutti i Paesi di frontiera, dove in questo momento ci sono massacri. O può essere fatto a Milano, in qualunque giorno. Le tecnologie sono pronte, sono in vendita e vengono proposte: Israele vende le proprie garantendo la loro IA come sperimentata sul campo. E vende la penultima versione, tenendosi il modello più avanzato, che usa per controllare l’utilizzatore della tecnologia che ha venduto. Per esempio: se il governo peruviano acquista queste macchine ed è contento di utilizzarle contro le persone che in qualche modo lo osteggiano, Israele è a sua volta contenta di sorvegliare il governo peruviano. Vale per tutti, ed è la ragione per cui 143 Paesi all’ONU votano per lo Stato di Palestina e nove, tra cui Stati Uniti e Israele, ovviamente, si oppongono. Stanno semplicemente dicendo che sono in grado tecnologicamente e geopoliticamente di decidere loro i danni collaterali, il possibile e il non-possibile nella nostra vita.
E allora la domanda che ci dobbiamo fare è: ma cosa sta veramente succedendo a questo mondo? Perché è vero che siamo ancora all’interno di una modalità capitalistica diventata abnorme; è vero che le tecnologie ci vengono raccontate dal lato soprattutto generativo, e non dal lato distruttivo; ma è altrettanto vero che quelle distruttive stanno facendo decine di migliaia di morti tutti i giorni. E noi come stiamo vivendo tutto questo? Che differenza c’è tra un cittadino tedesco negli anni Quaranta e noi, oggi? Nessuna. Le informazioni circolano come allora. In Germania tutti sapevano che potevano andare a prendere i prigionieri al campo di concentramento al mattino, farli lavorare, e poi riportarli; lo sappiamo perché è pieno di memorie di persone che lo raccontano. Ho parlato personalmente con alcune di loro, che mi hanno detto di essere sopravvissute perché avevano trovato una persona che le prendeva al campo di concentramento, le faceva lavorare e le riconsegnava la sera, ma tra la sera e la mattina dava loro anche da mangiare. Oggi tutti noi sappiamo cosa sta avvenendo a Gaza, anche se i telegiornali non lo raccontano come lo sto raccontando io. Preferiscono narrare altre storie, far vedere cose impattanti, parlare di terrorismo. Ma chiunque voglia informazioni su ciò che sta accadendo e perché, può facilmente trovarle. Ci sono persone che da almeno un anno hanno messo a rischio il loro posto di lavoro – e alcuni l’hanno già perso – in Google, Facebook, Apple, Microsoft perché fanno sit-in contro le tecnologie di guerra sviluppate nelle loro aziende, perché stanno andando in giro a parlare nelle università e nei laboratori. Non è vero che non si sanno le cose, è vero che c’è una specie di intorpidimento all’interno dei contesti geopolitici occidentali che ci lascia piuttosto tiepidi di fronte a cose straordinarie, come la mobilitazione degli studenti in moltissime università, che stanno organizzando tendopoli e pretendono di parlare di guerra, ponendo un problema che è lo stesso che ho posto all’inizio, ovvero: le macchine non sono neutre, in quest’epoca le macchine o uccidono o servono per fare soldi, quindi per sfruttare ancora di più: vogliamo tenerci questo, vogliamo stare in una società capitalistica? Se la risposta è Sì, la discussione è finita. Benissimo, siamo liberi, ognuno fa quel che vuole. Se pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, allora si tenga anche i 37.000 morti di Gaza perché sono suoi. Perché non sono solo dello Stato israeliano, sono anche di tutti quelli che dicono che va bene così. Nel ‘68 Berkeley scese in campo perché c’era la guerra in Vietnam e perché stava succedendo un fatto infinitamente lontano nella nostra memoria ma molto simile: si utilizzava la tecnologia di allora, defoglianti che massacravano per via chimica, per attaccare i guerriglieri. Non si è fatta una piega dopo Hiroshima e Nagasaki, eppure era talmente ovvio ed evidente che quelle bombe servivano a nulla, salvo dire ai sovietici, i primi ad arrivare ai campi di concentramento, non ci provate a fare un altro passo verso l’Europa. Si sono fatti 200.000 morti subito e altri 300.000 negli anni successivi, 500.000 morti per dare un messaggio politico. Oggi gli storici lo riconoscono, ma noi non siamo stati capaci di vedere la gravità di ciò che accadeva e di farla diventare un terreno essenziale della nostra vita. Eppure abbiamo alle spalle un bagaglio teorico straordinario. Marx, nel secondo volume dei Grundrisse – c’è una bellissima tesi di laurea fatta a Trento nel 1967 su questo – sviluppa un chiaro ragionamento sul fatto che è impossibile pensare alla tecnologia come neutra, per una ragione molto semplice ed evidente: negli ‘oggetti’ si oggettivizza tutto il sapere presente su quel territorio, ma si oggettivizza in macchine che sono oggetti a loro volta di un mercato, e in quel mercato esse funzionano per realizzare rapporti di dominio e sfruttamento. Fuori di lì non c’è una scienza, non c’è una tecnica e non ci sono neanche le macchine.
Questo è il punto su cui dobbiamo riflettere. Perché oggi siamo di fronte a un ulteriore salto delle macchine, che ci viene presentato nella forma più edulcorata e stupida possibile, che è quella di ChatGPT, un piccolo strumentino di tecnologie generative. Ormai sappiamo come funzionano. Quando le utilizziamo non usiamo solo macchine a cui poniamo una domanda; esse vanno a pescare in un archivio di argomenti etichettati – più vasto è, meglio è –, fanno associazioni, costruiscono probabilità statistiche e su quella base danno una risposta che, a seconda di come è integrato questo insieme di tecnologie con altre sotto-tecnologie e con la linguistica, dà una risposta più o meno soddisfacente. È ovvio che nel tempo la risposta sarà sempre più soddisfacente, perché, come tutte le macchine, si perfezionerà ulteriormente. Ma il punto non è questo. Il punto è che per far sì che ti dia quella risposta, occorre dire a quelle macchine cosa non va detto, muovendosi dentro margini etici, per esempio; se c’è la parola ‘Gaza’, allora la macchina deve rispondere che non è autorizzata a rispondere, che è una parola che ha a che fare con un vocabolario che non ha ancora approfondito. Ci sono mille risposte per non rispondere e mille vincoli etici, morali e di altro genere per rispondere. Nel libro ho inserito un capitolo su come funzionano Twitter e Facebook, il sistema dei pesi e dei contrappesi, come vengono costruiti per far sì che siano date certi tipi di risposte che vengono definite di ‘allineamento’: per esempio i cosiddetti ‘messaggi d’odio’. Ma come tutti sappiamo, l’etica, la morale ecc. dipendono molto dalla posizione di ognuno nelle classi, nel mondo e come cittadino del mondo. Ho usato appositamente questo termine, ‘cittadino del mondo’, perché in un mondo geopoliticamente polarizzato come quello di oggi, la collocazione di questo cittadino decide dove sta: se è nel contesto geopolitico statunitense, le sovraimplicazioni sono già determinate. Ossia ci sono una serie di implicazioni ovvie, implicite, che non si vedono ma che dei poteri rendono obbligatorie. Sono dei contesti obbliganti, strutturati, dentro i quali tu transiti e con cui devi fare i conti perché se li riproduci, come ti viene chiesto, non fai altro che riprodurre esattamente la logica di potere e la logica capitalistica del contesto geopolitico. Questo è il punto. Quindi non fai altro che fare lo stesso lavoro che fa un soldato israeliano sul fronte. Mi dispiace dirlo, ma è proprio così. Lo stesso lavoro che facevano e che hanno fatto per anni i cittadini tedeschi di fronte ai campi di concentramento: c’erano, si sapeva.
Io non mi identifico con il contesto geopolitico occidentale, sono contento di essere una parte, una minuscola parte della specie umana, per cui chiunque, in qualunque altra parte del mondo, è un cittadino come me, e so cosa dire, mi è molto chiaro: io non sto dalla parte di chi sta massacrando dei cittadini come me, che però hanno la sventura, invece di vivere a Roma o a Milano, di vivere in un territorio della Palestina. E se uno è greco-ortodosso, l’altro è musulmano, l’altro è cristiano, a me non importa affatto. Anche tra noi, probabilmente, uno è un po’ più anarchico, l’altro sarà un po’ più comunista, l’altro sarà un po’ più ateo e l’altro un po’ più religioso. Insomma, sarà una discussione che faremo se dobbiamo farla e se ci fa piacere farla. Ma è una discussione, una riflessione sulle differenze che gli umani hanno. Ne abbiamo tante, è giusto discuterle, è giusto affrontarle, però questo non deve ledere la solidarietà di specie. Perché la solidarietà di specie è un problema di fondo. Quando qualcuno dice che ci sono degli umani che possiamo bruciare vivi, irrorare con il Napalm, o altri che possiamo semplicemente sterminare in quanto danno collaterale – che di per sé è un’umiliazione estrema: non ti uccido perché sei mio nemico ma perché ho per bersaglio una persona, e poiché tu gli stai vicino ammazzo anche te, i tuoi figli e tuo nonno – dov’è il punto in cui ci si può identificare con una cosa del genere? Ecco, questa è una riflessione sulle tecnologie che ci porta a guardare le loro sovraimplicazioni.
C’è poi il problema del rapporto tra le relazioni e le connessioni. Le prime siamo abituati, non dico proprio a conoscerle, ma a viverle, perché siamo cresciuti con dei genitori, degli amici, siamo andati a scuola… Quindi abbiamo un po’ imparato a vivere in presenza con altri, ed è un’esperienza che abbiamo fatto, fino a pochi anni fa, per dodici ore al giorno, per tutto il tempo di veglia. Oggi abbiamo uno smartphone in tasca, ma per essere su questo dispositivo dobbiamo costruirci un’identità cibernetica: uno username, una password, ti iscrivi a un sistema e a quel punto puoi comunicare. E qui c’è immediatamente un salto tra ciò che succede nella vita di relazione e ciò che accade nella vita di connessione. Un salto evidente. Nella vita di relazione, l’altro lo vedi. La percezione in presenza utilizza i cinque sensi. Senti il calore, guardi i linguaggi non verbali, fai tante cose a cui nemmeno pensi, hai un territorio. Quando sei in connessione non vedi, non senti; quando andiamo in assenza ci viene dato semplicemente, se noi diamo uno username, la facoltà di collegarci con altri che sono in giro per il mondo. Quindi ampliamo enormemente la rete delle connessioni, non delle relazioni: lì, tu non vivi relazioni. Ti connetti grazie a un sistema di macchine, che mentre sei connesso fa su di te un insieme di operazioni: stabilisce che sei proprio tu con username e password, stabilisce che sei qui, con altri che a loro volta sono connessi con il proprio smatphone, ecc. Non solo si può sapere assolutamente tutto, ma si può entrare in quelle macchine, con spyware, che possono registrare, ma anche fare in modo di inserire qualcosa. E tenete presente che è una tecnologia oggi venduta da Amazon. Chi si dota di Alexa, per esempio, si dota di un sistema che funziona in relazione alla sua vita. Tu fornisci le tue vibrazioni sonore, individuali, ed entro un minuto Alexa è in grado di duplicare interamente il tuo ‘sistema vocale’, e nessuno potrebbe mai contestare che non sei tu ad aver detto quelle cose, perché la duplicazione tecnologica è perfetta. Quindi quando siamo in connessione, siamo in un mondo tecnico che non ci appartiene più; è altro, appartiene a chi è padrone di quel sistema. Siamo in un pseudo-ambiente.
Questo vale anche per l’informazione, e la relativa sovraimplicazione. Tu non puoi vedere cosa accade oggi a Gaza, non sei a Gaza. Puoi solamente vedere un pseudo-ambiente che è il modo in cui Gaza viene rappresentata da Tg1, Tg2, Tg3, Al Jazeera e altri mille canali. Puoi vedere mille rappresentazioni. Qual è quella vera? Il rapporto con gli pseudo-ambienti è un rapporto religioso, di fede. Ossia decidi di fidarti di quel canale piuttosto che dell’altro, oppure ti guardi venticinque canali perché stasera non hai niente da fare e cerchi di farti un’idea, ma se quei venticinque canali sono dello stesso proprietario avrai venticinque meme: venticinque rappresentazioni che differiscono solo dal punto di vista del linguaggio, perché quel canale è visto maggiormente da persone anziane, quell’altro da giovani ecc. E qui entra la linguistica computazionale, un settore in altissimo sviluppo nelle università e nei laboratori, che adatta il messaggio a un pubblico prestabilito così come, se vogliamo andare ancora più a fondo, lo adatta a livello individuale. Con la stessa facilità tecnologica, senza fare alcuno sforzo, perché tu stesso fornisci le informazioni necessarie, se utilizzi 4.000 parole o 40.000, e rendi possibile coniugare il messaggio in un dizionario di frequenza individualizzato.
Tutto ciò avviene per via connettiva, non per via relazionale, e questi pseudo-ambienti sono costrutti tecnologici, artefatti; e come persone, oggi viviamo in connessione, in media, più di sei ore del nostro tempo di veglia. Tendenzialmente, entro due o tre anni, vivremo otto/nove ore in questi pseudo-ambienti, perché le istituzioni stanno facendo in modo che la maggior parte delle nostre attività venga fatta in connessione. Siamo quindi sempre più dentro un mondo costruito da aziende che hanno in mano queste tecnologie e possono manipolarle con facilità, perché sono tutte chiuse, brevettate, e noi ci troviamo spaesati. Potremmo chiedere più trasparenza, ma come la si può chiedere quando la maggior parte dei cittadini è molto contenta di poter utilizzare WhatsApp, Facebook ecc.? È contenta per mille ragioni, spesso completamente immaginarie: pensa di poter aumentare la rete delle proprie relazioni, ma è un inganno. Tra le connessioni e le relazioni non c’è alcun interscambio, è ormai ampiamente verificato: le connessioni non diventano relazioni. E quando lo diventano, sono un problema, come mostrano le storie dei siti d’incontri e il loro hackeraggio. È una storia nota, a noi interessa solamente per dire quanto sia fragile il mondo delle connessioni, quanto sia complicato, quanto sia sfruttabile e utilizzato, ma quanto sia soprattutto differente dalla vita di relazione.
Vorrei fosse molto chiaro che il mio non è un discorso contro la tecnologia, che c’è e dobbiamo viverci; è un discorso di consapevolezza di cosa sono gli strumenti, una consapevolezza che dobbiamo accrescere e costruire i luoghi per poterlo fare, e dobbiamo ragionare sui contesti obbliganti che impongono, le sovraimplicazioni. Dobbiamo anche tenere presente che Internet è una tecnologia che ha ancora molto da crescere, ma è il passato, perché è già sostituita dal sistema satellitare, che avrà delle vie di comunicazione ancora più complicate. Non avremo più alcuna possibilità di uscire dalle mappature che ci vengono cucite addosso, nel senso che, come sapete, i sistemi satellitari sono perfettamente in grado di identificare anche quante persone ci sono dietro un cespuglio, attraverso sensori di calore e di altro tipo – tutti quei sensori che oggi vengono utilizzati nelle guerre, in associazione all’intelligenza artificiale, alla gestione da remoto ecc.
In conclusione, dobbiamo ridare un grande valore alla vita di relazione. Quello che molti stanno facendo in questo momento, si riuniscono, fanno delle tendopoli, si incontrano, stanno insieme, parlano, discutono, creano occasioni. E poi bisogna fare resistenza. Non ci sono santi. Resistenza attiva, ossia mettere l’accento sulla vita di relazione, ricostruire tessuti di incontro e fare resistenza anche sui luoghi di lavoro, come stanno facendo lavoratori delle aziende tecnologiche pagando un prezzo altissimo. Certo è che la stragrande maggioranza della nostra specie dovrà scegliere come andare avanti; ammesso che l’andare avanti sia un’opzione possibile nei prossimi tempi, perché anche questo è uno dei problemi che le tecnologie ci pongono. Siamo sull’orlo di un abisso. Quel che si è visto a Gaza in questo periodo ci mette di fronte a un livello di disumanizzazione tale del conflitto, dello scontro, che non si è mai visto. E ci mette di fronte a un’umanità sbigottita, che guarda in parte inorridita, in parte no, questa vicenda. E quindi ci mette di fronte a una situazione veramente importante nella vita sociale. Dovremo decidere come andare avanti, perché è inimmaginabile il silenzio su una situazione di questo genere. Nemmeno l’ONU è rimasta silenziosa. Dobbiamo domandarci dove siamo oggi. Non lo sa nessuno. Sappiamo però, o almeno io so per me, che vedere ciò che vedo è intollerabile, è una prospettiva che non posso pensare come possibile per la mia specie: risolvere i conflitti in quel modo, eliminare i popoli di minoranza esistenti, è impensabile. La specie che pensa di eliminare una parte della specie, ma non all’interno di un’idea di guerra – “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, un’idea orrenda ma almeno conteneva un’idea di mediazione – qui non c’è neanche più una guerra, c’è un’unica dichiarazione di sterminio. Cosa facciamo, assumiamo una prospettiva nella quale il più forte uccide tutti gli altri? E qui non c’entra proprio niente cosa pensa uno e cosa pensa l’altro, è del tutto irrilevante quando tu elimini donne, bambini, anziani… tutti. Quando si arriva al punto che si eliminano le parole ‘pace’ e ‘guerra’, al punto che le cose non hanno più un nome ma solamente un dato di fatto, ossia strisce di sangue che non finiscono più, è un problema talmente enorme che una soluzione di consapevolezza chiara, ma anche di resistenza, bisogna immaginarla. Per fortuna, nelle università italiane, europee e statunitensi si stanno costruendo movimenti che riprendono a parlare e soprattutto che si ritrovano in presenza, non in internet, che si incontrano, si toccano, si scambiano, e tutto ciò ci mette di fronte alla speranza che da queste cose possano emergere nuovi processi sociali.

