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	<title>Internazionale &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Sun, 21 Jun 2026 13:56:04 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Internazionale &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: L’IMMUNITÀ. Cisgiordania. Il sistema giudiziario militare israeliano e le denunce dei palestinesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:10:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Yesh Din Reati commessi da soldati israeliani contro palestinesi nel decennio 2016-2025: solo nel 22% delle denunce sono state avviate indagini e nello 0,9% sono stati emessi atti di accusa. Yesh Din mostra il funzionamento di una struttura giudiziaria concepita per garantire l’immunità ai militari e, contemporaneamente, evitare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale “Da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Yesh Din</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Reati commessi da soldati israeliani contro palestinesi nel decennio 2016-2025: solo nel 22% delle denunce sono state avviate indagini e nello 0,9% sono stati emessi atti di accusa. Yesh Din mostra il funzionamento di una struttura giudiziaria concepita per garantire l’immunità ai militari e, contemporaneamente, evitare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale</p>
</blockquote>



<p>“<em>Da Sde Teiman, la verità sul sistema di giustizia militare israeliano è venuta alla luce. Ritirando tutte le accuse contro i soldati ripresi mentre abusavano di un detenuto palestinese, Israele ha abbandonato l’intera farsa della responsabilità.” Così la testata israeliana +972 titolava l’articolo di Michael Sfard (1), che il 21 marzo scorso commentava la decisione di un procuratore militare israeliano di ritirare le imputazioni contro cinque soldati israeliani, in forza nella base militare di Sde Teiman trasformata in centro di detenzione per palestinesi, accusati di aver picchiato un detenuto palestinese e “di avergli lacerato il retto con un oggetto appuntito – un atto parzialmente ripreso da una telecamera di sorveglianza in un filmato poi diffuso”. “La chiusura del caso e l’annullamento dell’accusa contro gli imputati per orribili maltrattamenti fisici”, continua Sfard, “hanno liberato la verità dalle catene di menzogne ​​in cui era stata imprigionata dall’apparato di propaganda israeliano. [&#8230;] La verità è che in Israele non è mai esistito, o almeno non da diversi decenni, un sistema di forze dell’ordine che si impegni realmente a ritenere i soldati responsabili quando uccidono, umiliano o abusano dei palestinesi. La verità è che esiste un sistema che di fatto garantisce l’immunità ai soldati quando le loro vittime sono palestinesi, e che addirittura si impegna per ottenere questo risultato. La verità è che i rari casi di accertamento delle responsabilità che il sistema produce hanno lo scopo di nascondere questa realtà e di respingere l’affermazione secondo cui in Israele non ci sono punizioni per chi nuoce ai palestinesi”. Un’affermazione confermata dai dati annualmente raccolti dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, per la quale Michael Sfard svolge il ruolo di consulente legale.</em></p>



<p><em>A dicembre 2025 </em><em>Yesh Din</em><em>pubblica il Data Report </em>Duration of Processing of Complaints Concerning Israeli Soldiers’ Offenses against Palestinians in the West Bank, <em>relativo ai dati 2016-2025, di cui pubblichiamo qui un estratto con traduzione a cura di Pagin</em><em>auno (</em><em>2</em><em>).</em>..</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Libertà vs sottomissione. Desiderio di autoritarismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/liberta-vs-sottomissione-desiderio-di-autoritarismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[autoritarismo]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere “Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dagli Stati Uniti trumpiani all’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Censis, cresce il desiderio di ‘uomo forte’. Perché? Dove nasce? A quale pulsione risponde? È il risultato di quale processo sociale che vede tra loro interagire fattori economici, psicologici e ideologici? Per non sottovalutare e per sfuggire alle facili semplificazioni, Erich Fromm può aiutarci a comprendere</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Ma il fischiare nel buio non porta luce. La solitudine, la paura e lo sgomento rimangono; le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della ‘libertà da’; debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione a un capo o il conformismo ossessivo delle democrazie.”<br>Erich Fromm,<em> Fuga dalla libertà</em></pre>



<p class="has-drop-cap">Un sondaggio Reuters/Ipsos, pubblicato il 26 gennaio scorso (1), fotografa un 39% di statunitensi che approva la politica di Trump in materia di immigrazione, e tra questi il 13% ritiene addirittura che il governo non stia facendo abbastanza; è un sondaggio su scala nazionale condotto tra il 23 e il 25 gennaio, ossia appena prima e subito dopo l’uccisione del secondo cittadino a Minneapolis da parte di agenti ICE. Reuters evidenzia come la maggioranza degli statunitensi disapprovi, ma il punto non è certo questo: perché dopo l’omicidio, da parte di ufficiali pubblici, di due persone in meno di un mese, l’approvazione popolare dovrebbe essere allo zero percento. E invece, se restringiamo il sondaggio al solo elettorato Repubblicano, il 55% ritiene che gli sforzi degli agenti ICE per affrontare l’immigrazione irregolare “sono più o meno giusti”, e per il 23% “non sono abbastanza”; appena il 20% pensa che l’ICE sia andata “troppo oltre”.</p>



<p>Andando indietro di qualche mese, a fine settembre 2024 il Pew Research Center (2) registra il 69% di statunitensi convinti che Trump stia tentando di esercitare un potere maggiore rispetto ai Presidenti precedenti, e il 49% tra loro lo considera negativo per il Paese. Ma, di nuovo, se guardiamo al solo elettorato Repubblicano, è il 49% a ritenere che Trump stia abusando del proprio potere, e solo per il 14% è una cosa negativa: il 24% lo ritiene positivo e il 10% “non sa”. In aggiunta, il 74% degli elettori Repubblicani pensa che nel suo attuale mandato Trump abbia “sicuramente” o “probabilmente” reso più efficiente la funzionalità del governo, migliorato la reputazione degli Stati Uniti nel mondo (73%) e gestito un’amministrazione aperta e trasparente (70%).</p>



<p>Tirando le somme, la base elettorale Repubblicana, che ha portato Trump alla Casa Bianca, continua in larga maggioranza ad approvarne la politica, per quanto quest’ultima si stia rivelando sempre più autoritaria.</p>



<p>Se veniamo a noi, l’annuale rapporto Censis (3), uscito a dicembre 2025, fotografa un’Italia nella quale il 38,7% dei cittadini ritiene la democrazia non più adeguata in un epoca storica, come l’attuale, in cui contano forza e aggressività, e il 29,7% considera i regimi autocratici più adatti a governare il mondo di oggi. Un terzo degli italiani, dunque, sembra guardare con favore a una forma politica autoritaria. Non è un dato che si possa archiviare con un’alzata di spalle. Eppure, come Reuters non dà rilevanza al 39% di statunitensi che sostiene la violenta politica anti-immigrazione di Trump, così i principali media italiani liquidano in una riga il desiderio di autoritarismo di un terzo della popolazione italiana, limitandosi a osservare che l’incertezza ampiamente diffusa porta a cercare sicurezza nell’uomo forte. Tutto qui. Cosa questo davvero significhi, non importa. Difficile dire se la superficialità con cui viene trattato il dato sia figlia dell’intenzione di non voler dare troppa visibilità a una simile realtà – posizione che rivelerebbe la consapevolezza della sua drammatica importanza – oppure derivi, al contrario, dall’incapacità a prenderla sul serio, nell’idea che rappresenti un mero insignificante <em>scivolone</em>, nella convinzione che il regime democratico non sarà mai davvero messo in discussione. Nel primo caso, è ovvio che non è ignorandola, che la realtà muta; nel secondo, la cecità storica unita a un vuoto idealismo, non può che portare rovine&#8230;</p>



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<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: LA CARCERAZIONE. Morti palestinesi in custodia israeliana: sparizioni forzate, uccisioni sistematiche e insabbiamenti</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-la-carcerazione-morti-palestinesi-in-custodia-israeliana-sparizioni-forzate-uccisioni-sistematiche-e-insabbiamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 13:35:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Physicians for Human Rights Israel Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale 94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Physicians for Human Rights Israel</p>



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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-95-marzo-aprile-2026/" data-type="post" data-id="9312" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 95, marzo – aprile 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Physicians for Human Rights Israel denuncia sparizioni, uccisioni e insabbiamenti all’interno dei centri di detenzione militari e delle prigioni di Israele: una pratica che definisce sistematica, normalizzata e istituzionale</p>
</blockquote>



<p><em>94 palestinesi deceduti nei centri di detenzione israeliani tra ottobre 2023 e agosto 2025: 68 provenivano dalla Striscia di Gaza e 26 dalla Cisgiordania occupata o possedevano la cittadinanza israeliana. È ciò che denuncia Physiciansfor Human Rights Israel (PHRI), dopo aver incrociato informazioni raccolte dalle istituzioni israeliane (tramite richieste di accesso agli atti), testimonianze di palestinesi incarcerati, dati pubblicatida altre organizzazioni per i diritti umani e segnalazioni dirette – nei casi in cui il PHRI stesso è stato coinvolto nella presentazione di denunce mediche. Risultati che “indicano l’esistenza di una politica ufficiale da parte delle autorità carcerarie israeliane che prende di mira i palestinesi detenuti”, evidenzia il PHRI, “in grave violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto interno e internazionale, e che porta a un numero senza precedenti di morti trai palestinesi in custodia”.</em></p>



<p><em>Physicians for Human Rights Israel è un’organizzazione</em><em>con sede a Tel Aviv, fondata nel 1988 da un gruppo di medici israeliani e oggi supportata da oltre 3.500 membri e volontari; assiste gratuitamente ogni anno più di 20.000 </em><em>persone, fornendo assistenza medica “principalmente</em><em>a migranti, rifugiati e residenti palestinesi in Cisgiordania e Gaza”, attraverso cliniche mobili; allo stesso tempo, si legge sul sito, PHRI lavora per modificare strutture e politiche discriminatorie e abusive nei confronti dei palestinesi nei Territori Occupati. A novembre 2025 esce con il report </em>Deaths of Palestinians in Israeli Custody: Enforced Disappearances, Systematic Killings and Cover-ups, <em>di cui pubblichiamo qui un estratto, con traduzione a cura di Paginauno</em><em>. Il report analizza la “politica di sparizione forzata perseguita e mantenuta dall’esercito israeliano”; “documenta l’uccisione sistematica di palestinesi nei centri di detenzione militari e nelle prigioni gestite dell’Autorità Penitenziaria Israeliana”; e infine “denuncia i tentativi delle istituzioni di Israele di insabbiare le circostanze dei decessi dei detenuti palestinesi”. Pratiche che il PHRI individua come istituzionali: “Il forte aumento del numero di palestinesi morti nelle strutture carcerarie israeliane dal 7 ottobre 2023, rispetto agli anni precedenti, dimostra che, dall’inizio della guerra, l’uccisione di palestinesi in custodia è diventata un ulteriore strumento di Stato per l’oppressione palestinese, [&#8230;] una pratica normalizzata derivata direttamente dalla politica ufficiale dello Stato”. E conclude: “il destino di centinaia di palestinesi di Gaza detenuti dall’esercito israeliano rimane a tutt’oggi sconosciuto&#8230;</em></p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>DENTRO ISRAELE: IL FANATISMO. Rapporto sull’antisemitismo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/dentro-israele-il-fanatismo-rapporto-sullantisemitismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’Antisemitismo, Stato di Israele</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il rapporto annuale del Ministero israeliano per la Lotta all’Antisemitismo. Intriso di estremismo religioso, il report governativo annulla la differenza tra antisemitismo e antisionismo e incorpora l’ideologia sionista nell’ebraismo: ne consegue il diritto divino del popolo ebraico alla “patria eterna” che include Cisgiordania e Gerusalemme, e l’accusa di antisemitismo a qualsiasi critica verso lo Stato di Israele</p>
</blockquote>



<p><em>Tra i ministeri dello Stato di Israele vi è il Ministero per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo (1). Se è comprensibile che una realtà statuale come quella israeliana contempli una simile istituzione, per la storia stessa del popolo ebraico, lascia esterrefatti il fanatismo religioso di cui ne sono intrise la politica e l’operato.</em></p>



<p><em>Settimanalmente tale Ministero opera una schedatura delle cosiddette “proteste anti-israe</em><em>liane significative” in programmazione in diversi</em><em> Paesi (2), contrassegnandole per grado di ri</em><em>schio: “b</em><em>asso (possibilità di lievi disordini/copertura mediatica), medio (potenziale rischio di violenze</em><em> minori/gravi disordini), elevato (probabile coinvolgimento di violenze), molto elevato (probabile verificarsi di violenze significative che </em><em>causano lesioni gravi)”. A titolo di esempio, viene</em><em> etichettata di rischio ‘medio’ “una manifestazione pubblica prevista per il 7 novembre da</em><em>vanti alla sede del Consiglio regionale [della</em><em> </em><em>Sardegna] organizzata dal Comitato sardo di</em><em> solidarietà con la Palestina”, e dettagliata come </em><em>segue: “L’evento invita la presidente Alessan</em><em>dra Todde e il governo regionale della Sardegna a prendere una posizione ferma contro le attività della RWM Italia, un’azienda produttrice di armi di proprietà tedesca con sede a Domusnovas, in Sardegna. La protesta nasce dalle continue critiche rivolte alla RWM per la produzione e l’esportazione di bombe e armi, che sareb</em><em>bero utilizzate in conflitti internazionali, in particolare dall’Arabia Saudita e da Israele”</em><em> (3). Si tratta di una manifestazione che si inscrive nella più vasta attività di protesta, di diversi comitati sardi, contro i progetti di espansione della RWM finalizzati a produrre, in col</em><em>laborazione con l’azienda israeliana UVision Air Ltd, droni utilizzati dall’IDF; dunque, il</em><em> Ministero per </em><em>la Lotta all’Antisemitismo considera </em><em>“anti-israeliano”</em><em> opporsi alla produzione di armamenti e </em><em>rivendicare una “Sardegna terra di pace e solidarietà” (4).</em></p>



<p><em>Annualmente, lo stesso Ministero pubblica un report ben più corposo intitolato </em>Rapporto sull’Antisemitismo <em>(5</em><em>)</em><em>; l’ultimo – al momento in cui si scrive – è uscito ad aprile 2025 e riporta i dati dei dodici mesi del 2024. Ne riportiamo un estratto, con traduzione a cura di Pa</em><em>ginauno, rimandando al report originale per</em><em> maggiori dettagli e note.</em></p>



<p><em>Due sono gli aspetti che lasciano sconcertati.</em>..</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 94</a></p>



<p>copia digitale PDF: <strong>3,00 euro</strong><br>copia cartacea: <strong>12,00 euro</strong></p>



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<p></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fuorche-il-silenzio-trentasei-voci-di-donne-afghane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:50:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8905</guid>

					<description><![CDATA[Le testimonianze delle donne afghane che dall’agosto 2021 scendono in piazza contro il ritorno del regime dei Talebani, sfidando la prigione e la tortura: la loro voce e i loro racconti per capire cosa significhi essere donna, ieri e oggi, in Afghanistan: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Daniela Meneghini, Nayera Kohestani</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le testimonianze delle donne afghane che dall’agosto 2021 scendono in piazza contro il ritorno del regime dei Talebani, sfidando la prigione e la tortura: la loro voce e i loro racconti per capire cosa significhi essere donna, ieri e oggi, in Afghanistan: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”</p>
</blockquote>



<p><em>L’8 luglio scorso la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso due mandati di arresto (*): il primo per Haibatullah Akhundzada, leader supremo dei talebani, il secondo per Abdul Hakim Haqqani, Presidente della Corte Suprema dei talebani; entrambi sono al potere “almeno dal 15 agosto 2021”, dichiara la CPI, dopo il fallimentare ritiro degli Stati Uniti dal Paese. L’accusa è di aver commesso, “ordinando, inducendo o istigando”, il crimine contro l’umanità di persecuzione per motivi di genere contro donne e ragazze, e di persecuzione per motivi politici contro persone che si op</em><em>pongono alle leggi discriminatorie, “anche passivamente o per omissione”,</em><em> e dunque considerate persone “alleate delle donne e delle ragazze”. Nel dettaglio, Akhundzada e Haqqani hanno “attuato una politica governativa che ha portato a gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali della popolazione civile afghana, in relazione a condotte di omicidio, detenzione, tortura, stupro e sparizione forzata”, prendendo di mira “specificamente donne e ragazze” e negando loro, “attraverso decreti ed editti”, il “diritto all’istruzione, alla privacy e alla vita familiare, nonché alla libertà di movimento, espressione, pensiero, coscienza e religione”. Persecuzione tuttora in corso che “comprende non solo gli atti di violenza diretta, ma anche forme di danno sistemico e istituzionalizzato, inclusa l’imposizione di norme sociali discriminatorie”.</em></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="200" height="321" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92.jpg" alt="" class="wp-image-8907" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
</div>


<p><em>Per comprendere il reale significato delle parole della CPI occorre leggere le testimonianze raccolte nel libro </em>Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane<em>, uscito per le edizioni Jouvence nel novembre</em> <em>2</em><em>024, di cui pubblichiamo qui la Premessa e una delle trentasei testimonianze. Non serve aggiungere parole a questi testi. La Premessa – a firma di Daniela Meneghini, docente di Lingua e letteratura persiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia e curatrice dell’edizione italiana – traccia l’appassionata e </em><em>necessaria contestualizzazione; le testimonianze vanno lette. Tutte.</em></p>



<p>“<em>[&#8230;] le donne afghane con le loro proteste hanno rovinato i </em><em>piani occidentali” scrive Mohammad Asef Soltanzadeh, intellettuale</em><em> afghano che ha lasciato il Paese e oggi vive in Danimarca, che firma la Postfazione al libro; “I Paesi occidentali [&#8230;] tagliano e cuciono tutto da soli, non c’è dubbio: loro stessi costruiscono i talebani e poi li combattono, e in seguito con un’altra mossa li rimettono al potere. I Paesi occidentali, abbellendo il volto dei talebani e addolcendo la loro ferocia di fronte al mondo, volevano giustificare il loro agire, ovvero fare una guerra, costruire e poi adoperarsi per una transizione verso la ‘pace’. Da tale prospettiva hanno giurato che i talebani non sono più i talebani del passato mentre lo erano, lo sono e lo saranno. [&#8230;] I talebani hanno privato le donne dei loro diritti di esseri umani e se le donne non avessero messo in atto le loro proteste, state certi che gli occidentali le avrebbero rappresentate come faceva comodo a loro”.</em></p>



<p>“<em>Our silent is due to compulsion, not consent”, scandiscono insieme</em><em> alcune donne nel documentario </em>Shot the voice of Freedom<em> di Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana che ha raccolto le trentasei testimonianze confluite nel libro dopo aver filmato le manifestazioni e la resistenza delle donne contro l’attuale regime talebano: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3e9a418c40854028bc7ec97f54a225f7">Premessa</h4>



<p>Daniela Meneghini</p>



<p>Questo volume rappresenta una proposta unica nel panorama editoriale italiano e rara anche in una prospettiva geografica più ampia. Trentasei donne afgane ci raccontano, in lingua dari (1), ognuna con parole e stile propri, la loro vita fino alla primavera del 2022, il momento in cui Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana, costretta dalla latitanza, chiude le interviste e la raccolta degli scritti delle attiviste. Le donne che incontriamo in questo volume si impegnano, prive di ambizioni letterarie, a dare conto delle loro esistenze e delle loro proteste spinte dall’urgenza di un evento ben preciso: il ritorno dei talebani al governo dell’Afghanistan il 15 agosto del 2021, con la conseguente imposizione di norme che negano alle donne, per l’ennesima volta in quella terra, i più elementari diritti. A tale negazione corrisponde una prassi oppressiva, intimidatoria e violenta di fronte a qualsiasi manifestazione di dissenso. Trentasei donne ci parlano di questo, di come sono arrivate a quell’agosto 2021, radicando i loro racconti in una realtà storica e sociale che non è separabile dal percorso delle loro vite. Nella consapevolezza di quelle radici, le testimonianze partono quasi sempre dall’infanzia – essere bambine, ragazze e poi donne in diversi contesti della società afgana – e arrivano ai giorni delle proteste avviate subito dopo quel 15 agosto. Le proteste sono il filo che lega queste donne, che le unisce nello spirito, nelle azioni, nella solidarietà e nella progettualità; le manifestazioni contro la negazione dei propri diritti fondamentali e la richiesta di libertà sono il denominatore comune di queste testimonianze, sono il disegno finale composto da vite diversissime che si incontrano, si riconoscono e si sostengono in vista di un obiettivo condiviso. A scrivere o a parlare sono nella maggior parte dei casi donne e ragazze che nessuno conosceva, ma che hanno compiuto azioni di enorme coraggio, opponendosi alle armi dei talebani per le strade di Kabul, di Herat, di Mazar-e Sharif, ecc. Ognuna arriva a quel 15 agosto da un percorso proprio, da famiglie di diversa estrazione sociale, culturale ed economica: ogni storia ha dunque la sua specificità, nessuna è uguale all’altra, ma la richiesta di <em>libertà</em> le accomuna indissolubilmente, senza condizioni legate alle origini e alle esperienze vissute. Una parola, <em>libertà</em>, per noi in certa misura usurata, ma densa di senso per le donne afghane che si trovano di fronte a un governo che nega loro la libertà in tutte le sue espressioni basilari: libertà di studio, di movimento, di lavoro, di scelte di vita.</p>



<p>Le donne che scrivono queste testimonianze sono giovani, alcune giovanissime e le loro parole accendono un fuoco se si accetta la sfida di una lettura libera da pregiudizi e da visioni stereotipate: ciò che viene raccontato è di una sincerità toccante e spesso avvolto da una ingenuità e da una innocenza che scuotono. Una lettura senza pregiudizi in questo caso significa una lettura priva della proiezione dei nostri modelli: dei modelli femministi, prima di tutto, del modello culturale e religioso, ovviamente, ma anche priva di qualsiasi idea rigida di libertà e di emancipazione&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887">numero 92</a></p>



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		<title>L’influenza di Big Crypto nelle elezioni statunitensi</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/linfluenza-di-big-crypto-nelle-elezioni-statunitensi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 16:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[bitcoin]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[criptovaluta]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[lobby]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<ul class="wp-block-list"></ul>
</blockquote>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 91, maggio – giugno 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Mentre Trump firma ordini esecutivi affossando le valute digitali delle banche centrali e favorendo le criptovalute private, le società del settore, da Coinbase a Ripple, spendono 260 milioni per condizionare la corsa elettorale per il Congresso, sostenendo trasversalmente candidati Repubblicani e Democratici</em></p>
</blockquote>



<p><em>I</em><em>l 23 gennaio Trump firma l’ordine esecutivo</em><em> Strengthening American Leadership in Digital Financial Technology (1), con cui apre la strada </em><em>alle criptovalute. Premettendo che “il settore delle risorse digitali svolge un ruolo cruciale</em><em> nell’innovazione e nello sviluppo economico negli Stati Uniti, nonché nella leadership interna</em><em>zionale della nostra nazione”, l’atto intende</em><em> “proteggere e promuovere la capacità dei singoli cittadini e delle entità del settore privato di </em><em>accedere e utilizzare per scopi legittimi reti</em><em> blockchain pubbliche e aperte senza persecuzioni, inclusa la capacità di sviluppare e distribui</em><em>re software, di partecipare all’estrazione e alla convalida, di effettuare transazioni con altre</em><em> persone senza censura illegittima e di mantene</em><em>re l’autocustodia delle risorse digitali”. Contemporaneamente, l’ordine presidenziale è la</em><em> pietra tombale sul progetto di dollaro digitale emesso dalla FED e, in generale, sull’utilizzo all’interno degli Stati Uniti di qualsiasi valuta digitale nazionale: si legge infatti esplicitamente l’intenzione di “adottare misure per proteggere gli americani dai rischi delle valute digitali delle banche centrali (CBDC), che minacciano la stabilità del sistema finanziario, la privacy individuale e la sovranità degli Stati Uniti, anche vietando l’istituzione, l’emissione, la circolazione e l’uso di una CBDC all’interno della giurisdizione degli Stati Uniti”. Ciò non significa che gli USA, come Stato, si auto-escludono dalle monete digitali, anzi. L’executive order specifica infatti la volontà di “promuovere e proteggere la sovranità del dollaro statunitense, anche attraverso azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di stablecoin legali e legittime basate sul dollaro in tutto il mondo”. In soldoni – è il caso di dirlo – cosa sta mettendo in piedi Trump?</em></p>



<p><em>Sintetizzando, si può affermare che il neoeletto Presidente statunitense chiuda la porta del mercato delle criptovalute alle banche centrali – </em><em>e dunque alle istituzioni pubbliche – e lasci</em><em> campo libero ai soli privati</em><em>. Mettendo una pietra al collo, di fatto, anche all’idea di un euro digitale, da tempo accarezzata dalla BCE. Una delle peculiarità delle valute a controllo centrale, ma digitali, sarebbe infatti la interoperatività a livello internazionale (euro digitale con </em><em>dollaro digitale con yuan digitale ecc.), che</em><em> l’amministrazione Biden aveva promosso; ma se ora il dollaro, valuta di riferimento mondiale per le transazioni finanziarie e commerciali, viene a mancare, è chiaro che l’interno sistema perde di senso. Trump dunque sceglie </em><em>stablecoin ancorate al dollaro, emesse da società private, per inserire gli Stati Uniti nel mondo delle valute digitali e così preservare, a suo avviso, il dominio dollarocentrico. Non è, come è evi</em><em>dente, una decisione di poco conto. Significa iniziare a intaccare il monopolio statale della moneta.</em><em> Difficile non intravedervi il pensiero</em><em> anarco-capitalista (2), così diffuso nell’ambiente Tech che ha sostenuto Trump nella corsa elettorale.</em></p>



<p><em>Il 6 marzo, con un altro ordine esecutivo (3), il Presidente USA istituisce una “riserva strategica di bitcoin”, nella previsione di ampliarla ad altre criptovalute al fine di “stabilire una riserva di asset digitali degli Stati Uniti”. Al momento nel conto andranno “tutti i bitcoin detenuti dal Dipartimento del Tesoro che sono stati definitivamente confiscati come parte di procedimenti penali o civili [&#8230;] o in soddisfazione di qualsiasi sanzione pecuniaria civile imposta da qualsiasi Dipartimento esecutivo o agenzia”; ciò non toglie che “il Segretario del Tesoro e il Segretario del Commercio svilupperanno strategie per acquisire ulteriori bitcoin governativi, a condizione che tali strategie siano neutrali per il bilancio e non impongano costi incrementali ai contribuenti degli Stati Uniti”. La società di dati blockchain Arkham Intelligence, che tiene traccia dei grandi portafogli di criptovalute, stima che le attuali disponibilità del governo USA sommino oltre 198.000 Bitcoin (4): al valore di metà marzo, parliamo di circa 17 miliardi di dollari. In sé non è una cifra importante, ma anche in questo caso è la decisione a essere peculiare: una criptovaluta emessa da privati entra tra le riserve di uno Stato. E tra gli addetti ai lavori – pur registrando addirittura delusione perché Trump ha, per ora, negato la possibilità che gli Stati Uniti acquistino bitcoin sul mercato, limitandosi a quelli già confiscati in procedimenti giudiziari – già si immaginano altri Paesi istituire riserve di bitcoin, con ciò che può comportare in termini di crescita per il settore privato delle cripto: “Con l’espansione delle riserve, l’infrastruttura</em> <em>per i servizi finanziari Bitcoin dovrà seguire, tra cui soluzioni di portafoglio, framework di regolamento on-chain e binari più forti tra Bitcoin e sistemi fiat. La riserva segna un cambiamento nel ruolo di Bitcoin all’interno del sistema finanziario globale, da attività speculativa a strumento di riserva macroeconomica legittimo e riconosciuto” (5).</em></p>



<p><em>Il punto da focalizzare, tuttavia, è che</em><em> Trump non è solo. Sempre più figure politiche in corsa alle ultime elezioni statunitensi, trasversalmente tra Repubblicani e Democratici, hanno espresso valutazioni positive sulle criptovalute, spesso modificando la posizione criti</em><em>ca precedentemente assunta. Secondo un Re</em><em>port di </em><em>Public Citizen uscito ad agosto scorso, </em>Big Crypto, Big Spending<em>, le società di cripto hanno fortemente influenzato la tornata elettorale per il Congresso, spendendo milioni di dollari per sostenere o attaccare i candidati a favore o contrari. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati rilevanti, da noi aggiornati a marzo 2025, con tabelle a cura di Paginauno. Il nodo centrale da non perdere di vista, continuando a osser</em><em>vare ciò che accade nell’incrocio tra Stato e mercato, è quanto il settore tech stia conqui</em><em>stando a grandi falcate territori un tempo ontologicamente monopolio di Stato (6), con il potere che ne deriva.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Alle ultime elezioni statunitensi le società di criptovalute hanno investito molto denaro per far sì che la regolamentazione del settore diventi una questione prioritaria per i candidati. Il maggior beneficiario dei versamenti aziendali è stato Fairshake PAC, un super PAC che a giugno 2024 ha raccolto 202,9 milioni – diventati 260 a dicembre 2024 – la maggior parte dei quali proviene da imprese del settore&#8230;</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-91-maggio-giugno-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 91</a></p>



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		<title>Stati Uniti. La censura dei libri nelle scuole</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stati-uniti-la-censura-dei-libri-nelle-scuole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[Mentre Trump denuncia l’invasività della cultura gender e della teoria critica della razza nelle scuole e dichiara di voler chiudere il Dipartimento dell’Istruzione federale, dal 2023 diversi Stati già hanno approvato leggi che vietano libri nelle biblioteche e nei programmi scolastici: più di 10.000 testi censurati nel solo 2024. Il Report di PEN America]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Mentre Trump denuncia l’invasività della cultura gender e della teoria critica della razza nelle scuole e dichiara di voler chiudere il Dipartimento dell’Istruzione federale, dal 2023 diversi Stati già hanno approvato leggi che vietano libri nelle biblioteche e nei programmi scolastici: più di 10.000 testi censurati nel solo 2024. Il Report di PEN America</p>
</blockquote>



<p><em>Nella Piattaforma politica presentata dal partito Repubblicano alle ultime elezioni statunitensi, vinte da Trump, al punto 16 si legge: “Tagliare i finanziamenti federali a tutte le scuole che promuovono la teoria critica della razza, l’ideologia gender e altri contenuti razziali, sessuali o politici inappropriati per i nostri bambini”. Nel dettaglio, “i repubblicani credono che le famiglie debbano avere il potere di scegliere la migliore istruzione per i propri figli” e quindi “ripristineranno i diritti dei genitori nell’istruzione” uniti a “conoscenze e competenze, non CRT (teoria critica della razza,</em> n.d.a.<em>) e indottrinamento di genere”. Ne consegue la promessa: “Chiuderemo il Dipartimento dell’Istruzione a Washington DC e lo rimanderemo negli Stati, dove appartiene, e lasceremo che gli Stati gestiscano il nostro sistema educativo come dovrebbe essere gestito”. Appena insediato, Trump ha tenuto fede all’impegno, iniziando a muoversi per attuare la chiusura del Dipartimento. Cosa questo comporti ne può dare un’idea il Report che PEN America pubblica annualmente dal 2021, monitorando la censura dei libri scolastici attuata nei vari Stati a opera, soprattutto, di leggi statali che dal 2023 hanno iniziato a prendere sempre più piede, colpendo con il loro divieto libri che includono rappresentazioni di sesso, persone o personaggi LBGTQ+ e persone o personaggi di colore. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati del </em>Report Banned in the USA: Beyond the Shelves<em> uscito a novembre 2024. Dopo l’ondata di censura messa in atto dal politically correct e dalla cancel culture negli ultimi anni, proveniente da sinistra, ora è venuto il turno della censura di destra. Riusciranno prima o poi gli Stati Uniti a lasciare i libri nelle mani dei lettori?</em></p>



<p class="has-drop-cap">Da luglio 2023 a giugno 2024, l’indice di divieti di libri scolastici di PEN America ha registrato 10.046 casi di divieti in 29 Stati e 220 distretti scolastici pubblici; sommati con i dati precedenti, da luglio 2021 i casi di divieti diventano 15.940, avvenuti in 43 Stati e 415 distretti scolastici.&nbsp;</p>



<p>Con ‘divieto di lettura di libri scolastici’ PEN definisce qualsiasi azione intrapresa contro un libro in base al suo contenuto; l’azione può essere messa in atto da contestazioni di genitori o della comunità, da decisioni amministrative, da azioni dirette o minacciate da parte di legislatori o altri funzionari governativi, e porta a rimuovere completamente un libro, precedentemente accessibile, dalla disponibilità degli studenti, o a limitarne l’accesso temporaneamente o permanentemente.</p>



<p>Per l’anno scolastico 2023-24 PEN ha rilevato tre tipi di divieti&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>USA. Mandate for Leadership 2025. Il programma conservatore dell’Heritage Foundation</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/usa-mandate-for-leadership-2025-il-programma-conservatore-dellheritage-foundation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8301</guid>

					<description><![CDATA[Cosa significa oggi definirsi Conservatore? "Mandate for Leadership 2025" dell’Heritage Foundation è un testo fondamentale per comprendere la crisi della società statunitense e dove stanno andando gli USA, che Trump vinca o meno: un documento da leggere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Cosa significa oggi definirsi Conservatore? <em>Mandate for Leadership 2025</em> dell’Heritage Foundation è un testo fondamentale per comprendere la crisi della società statunitense e dove stanno andando gli USA, che Trump vinca o meno: un documento da leggere</p>
</blockquote>



<p><em>Tutti gli analisti USA concordano nel ritrarre gli Stati Uniti come un Paese spaccato in due: Repubblicani e Democratici, per semplificare, anche se i due partiti non rispecchiano a pieno le sfumature e la complessità di posizioni, su diversi temi, dei cittadini statunitensi. Forse è meglio dire, di nuovo semplificando, conservatori e progressisti, con tutto ciò che storicamente le due definizioni si portano dietro, nella politica interna ed estera degli USA. Che a novembre Trump vinca o meno, dunque, il testo pubblicato nell’aprile 2023 dall’Heritage Foundation, </em>Mandate for Leadership 2025. The Conservative Promise, <em>resta fondamentale per comprendere cosa significhi oggi, negli Stati Uniti, definirsi ‘conservatore’; ricordando che il potente think tank non è l’estremo mondo MAGA, anche se dopo averlo osteggiato nella campagna presidenziale del 2016 si è poi fortemente avvicinato a Trump durante la sua presidenza, riuscendo a influenzarne la politica e, in tutta evidenza, rimanendo a sua volta influenzato. Nell’attuale corsa alla Casa Bianca, Trump h</em><em>a negato che il progetto Heritage rappresenti il suo programma politico, e la fondazione ha affermato di non parlare per alcun candidato o campagna in particolare – anche se diversi estensori del testo hanno fatto parte della precedente amministrazione Trump (1). </em>Mandate for Leadership 2025 <em>(2) conta ben 900 pagine e si presenta come il “lavoro dell’intero movimento conservatore”, il “prodotto </em><em>di oltre 400 studio</em><em>si ed esperti di politica”, “un programma preparato</em> da <em>e </em>per<em> i conservatori </em><em>che saranno pronti il ​​primo giorno della prossima Amministrazione a salvare il nostro Paese”, e una sintesi della prefazione che qui riportiamo – i corsivi contenuti sono del testo originale – dà chiaramente l’idea della visione politica complessiva. Visione che sarebbe errato liquidare velocemente come ‘la solita destra’ tradizionalista e religiosa, anti-statale e neoliberista; non perché non lo sia, ma perché la questione centrale è come la sinistra, anche statunitense, sia riuscita a resuscitare un consenso popolare di massa verso simili posizioni abbracciando globalizzazione e delocalizzazioni, libero mercato e finanziarizzazione dell’economia, e occupandosi principalmente – se non unicamente – di diritti civili e immigrazione.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Quarantaquattro anni fa – si legge nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – gli Stati Uniti e il movimento conservatore erano in grave difficoltà, internamente frammentati e strategicamente alla deriva. Oggi l’America e il movimento conservatore stanno attraversando un’era di divisione e pericolo simile a quella della fine degli anni ‘70. Sotto l’élite dominante e culturale di oggi, l’inflazione sta devastando i bilanci familiari, le morti per overdose di droga continuano ad aumentare, e i bambini soffrono la normalizzazione tossica del transgenderismo, con drag queen e pornografia che invadono le biblioteche scolastiche. Le élite contemporanee hanno persino riutilizzato i peggiori ingredienti del ‘radical chic’ degli anni ‘70 per costruire il culto totalitario noto come ‘The Great Awokening’, la cultura woke, mentre oltreoceano una dittatura comunista totalitaria a Pechino è impegnata in una Guerra Fredda strategica, culturale ed economica contro gli interessi, i valori e il popolo americano. La cosa più allarmante di tutte è che le fondamenta morali della nostra società sono in pericolo.</p>



<p>Il primo <em>Mandate for Leadership </em>fu pubblicato nel gennaio 1981, lo stesso mese in cui Ronald Reagan prestò giuramento alla presidenza. Entro la fine di quell’anno, più del 60% delle sue raccomandazioni erano diventate politiche e Reagan era sulla buona strada per porre fine alla stagnazione, rilanciare la fiducia e la prosperità americane e vincere la Guerra Fredda. Oggi il nostro establishment politico e la nostra élite culturale hanno ancora una volta spinto l’America verso il declino; ma ora conosciamo la via d’uscita, anche se le attuali sfide non sono quelle degli anni ‘70. L’eredità di <em>Mandate for Leadership, </em>e in effetti dell’intera Reagan Revolution, è che se i conservatori vogliono salvare il Paese, abbiamo bisogno di un piano audace e coraggioso. Questo libro è il primo passo in quel piano. I suoi trenta capitoli espongono centinaia di raccomandazioni politiche chiare e concrete per gli uffici della Casa Bianca, i dipartimenti del Gabinetto, il Congresso e le Agenzie, le Commissioni e i Consigli.</p>



<p>Questo libro – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – è il lavoro dell’intero movimento conservatore, esprime raccomandazioni su cui l’accordo è già stato raggiunto all’interno del movimento, e ruota intorno a quattro fronti che decideranno il futuro dell’America:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>ripristinare la famiglia come fulcro della vita americana e proteggere i nostri bambini;</li>



<li>smantellare lo Stato amministrativo e restituire l’autogoverno al popolo americano;</li>



<li>difendere la sovranità, i confini e la ricchezza della nostra nazione dalle minacce globali;</li>



<li>garantire i nostri diritti individuali, concessi da Dio, a vivere liberamente, ciò che la nostra Costituzione chiama “le benedizioni della libertà”.</li>
</ul>



<p>Per quanto riguarda il primo punto – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – il prossimo Presidente conservatore dovrà impegnarsi a perseguire la vera priorità della politica: <em>il benessere della famiglia americana. </em>In molti modi, l’<em>intero </em>scopo della centralizzazione del potere politico è quello di <em>sovvertire </em>la famiglia, sostituendo gli amori e le lealtà <em>naturali </em>delle persone con <em>quelli innaturali.</em> Le istituzioni che fungono da mattoni di qualsiasi società sana sono: matrimonio, famiglia, lavoro, chiesa, scuola, volontariato. La comunità più importante in ognuna delle nostre vite, e nella vita della nazione, è la famiglia, e oggi è in crisi. Il 40% dei bambini nasce da madri nubili, più del 70% per i bambini neri. Non esiste un programma governativo che possa sostituire il vuoto scavato nell’anima di un bambino dall’assenza di un padre: è una delle principali cause della povertà, della criminalità, delle malattie mentali, del suicidio degli adolescenti, dell’abuso di sostanze, del rifiuto della chiesa e dell’abbandono scolastico delle scuole superiori. Il mondo non ha mai visto una società fiorente, sana, libera e prospera in cui la maggior parte dei bambini cresce senza i genitori sposati. Se le tendenze attuali continueranno, ci dirigeremo verso l’implosione sociale.</p>



<p>Oggi la sinistra minaccia lo status di esenzione fiscale delle chiese e delle organizzazioni caritatevoli che rifiutano il progressismo woke; presto si rivolgeranno alle scuole e ai circoli cristiani con lo stesso intento totalitario. Il prossimo Presidente conservatore deve rendere le istituzioni della società civile americana obiettivi difficili per i guerrieri della cultura woke, iniziando con l’eliminazione dei termini ‘orientamento sessuale e identità di genere’, ‘diversità, equità e inclusione’, ‘genere’, ‘uguaglianza di genere’, ‘equità di genere’, ‘consapevolezza di genere’, ‘sensibilità di genere’, ‘aborto’, ‘salute riproduttiva’, ‘diritti riproduttivi’. La pornografia che oggi si manifesta nell’onnipresente propagazione dell’ideologia transgender e nella sessualizzazione dei bambini, non ha diritto alla protezione del Primo Emendamento. I suoi fornitori sono predatori di bambini e sfruttatori misogini delle donne. Il loro prodotto crea dipendenza come qualsiasi droga illecita ed è psicologicamente distruttivo come qualsiasi crimine. La pornografia dovrebbe essere messa al bando. Le persone che la producono e la distribuiscono dovrebbero essere imprigionate. Gli educatori e i bibliotecari pubblici che la distribuiscono dovrebbero essere classificati come criminali sessuali registrati. E le aziende di telecomunicazioni e tecnologia che ne facilitano la diffusione dovrebbero essere chiuse. E nelle nostre scuole, la questione dell’autorità dei genitori sull’istruzione dei figli è semplice: le scuole sono al servizio dei genitori, non viceversa.</p>



<p>Ma le promesse pro-famiglia espresse in questo libro, e centrali per l’agenda del prossimo Presidente conservatore, devono andare ben oltre la tradizionale e ristretta definizione di “problemi familiari”. Ogni minaccia alla stabilità familiare deve essere affrontata. Considerate il nostro approccio alle Big Tech: le peggiori di queste aziende si approfittano dei bambini, come gli spacciatori, per renderli dipendenti dalle loro app mobili. Molti dirigenti della Silicon Valley notoriamente non lasciano che <em>i loro figli </em>abbiano smartphone, tuttavia guadagnano miliardi di dollari rendendo dipendenti i figli degli altri. TikTok, Instagram, Facebook, Twitter e altre piattaforme di social media sono specificamente progettate per creare le dipendenze digitali che alimentano la malattia mentale e l’ansia, per logorare i legami dei bambini con i genitori e i fratelli. La politica federale non può permettere che continui questo abuso sui minori su scala industriale.</p>



<p>Infine, i conservatori dovrebbero celebrare con gratitudine la più grande vittoria pro-famiglia di una generazione: l’annullamento della sentenza sull’aborto <em>Roe v. Wade</em><em>, </em>una decisione che per cinque decenni ha preso in giro la nostra Costituzione e ha facilitato la morte di decine di milioni di bambini non ancora nati. Ma la decisione <em>Dobbs </em>è solo l’inizio. I conservatori negli Stati e a Washington, inclusa la prossima Amministrazione conservatrice, dovrebbero spingere il più possibile per proteggere i nascituri in ogni giurisdizione americana. In sintesi, il prossimo Presidente ha la responsabilità morale di guidare la nazione nel ripristino di una cultura della vita in America.</p>



<p>In merito al secondo punto – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – per smantellare lo Stato amministrativo e restituire l’autogoverno al popolo americano, il modo più sicuro è ridurre le dimensioni del governo federale, e la sua portata, a qualcosa che assomigli all’intento costituzionale originale. I conservatori desiderano un governo più piccolo non per il suo bene in sé, ma per il bene della prosperità umana.</p>



<p>Considerate il bilancio federale. In base alla legge attuale, il Congresso è tenuto ad approvare un bilancio (e 12 progetti di legge di spesa specifici per argomento) ogni singolo anno; l’ultima volta che l’ha fatto è stato nel 1996. Perché i leader dei partiti negoziano un disegno di legge di spesa multimiliardario, lungo diverse migliaia di pagine, e poi lo votano prima che chiunque, letteralmente, abbia avuto la possibilità di leggerlo. Il tempo del dibattito è limitato. Gli emendamenti sono proibiti. E tutto questo è sostenuto da una deadline di mezzanotte, quando il precedente disegno di legge di spesa “omnibus” scadrà e il governo federale “chiuderà i battenti”. Questo processo non è stato concepito per dare potere a 330 milioni di cittadini americani e ai loro rappresentanti eletti, ma piuttosto alle élite dei partiti che negoziano segretamente senza alcun controllo o supervisione pubblica. Il comportamento e gli incentivi dei leader del Congresso non sono diversi da quelli delle élite globali, le quali isolano le decisioni politiche (su clima, commercio, salute pubblica ecc.) dalla sovranità degli elettori nazionali. Il controllo pubblico e la responsabilità democratica rendono la vita più dura ai decisori politici, quindi li aggirano. Non è disfunzione: è corruzione.</p>



<p>Abbiamo poi il potere dello ‘Stato amministrativo’. Il Congresso approva leggi intenzionalmente vaghe che delegano il processo decisionale a un’Agenzia federale, i cui burocrati, non solo non eletti ma apparentemente non licenziabili, colgono al volo l’occasione per colmare il vuoto creato dalla codardia pavoneggiante del Congresso. Così abbiamo:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>una combinazione di burocrati eletti e non eletti presso L’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, che strangola silenziosamente la produzione energetica nazionale attraverso processi normativi difficili da comprendere;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento della Sicurezza Interna, che ordinano alle Agenzie di controllo delle frontiere e dell’immigrazione di aiutare i migranti a entrare impunemente nel nostro Paese in modo criminale;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento dell’Istruzione, che iniettano razzismo, anti-americanismo, propaganda astorica nelle aule scolastiche americane;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento di Giustizia, che costringono i distretti scolastici a minare gli sport femminili e i diritti dei genitori per soddisfare gli estremisti transgender;</li>



<li>i burocrati woke del Pentagono, che costringono le truppe a partecipare a seminari di “addestramento” sul “privilegio bianco”;</li>



<li>i burocrati del Dipartimento di Stato, che infondono nei programmi di aiuti esteri degli Stati Uniti un estremismo consapevole riguardo all’“intersezionalità” e all’aborto.</li>
</ul>



<p>C’è poi un’altra questione: la spesa federale incontrollata è la linfa vitale segreta del Great Awokening. Quasi ogni centro di potere detenuto dalla sinistra è finanziato o sostenuto, in un modo o nell’altro, attraverso la burocrazia del Congresso.</p>



<p>Negli affari esteri, nella strategia globale, nel bilancio federale e nell’elaborazione delle politiche, lo stesso schema emerge ripetutamente: le élite centralizzano il potere verso l’alto e lontano dal popolo americano: verso trattati e organizzazioni sovranazionali, verso ‘esperti’ di sinistra, verso i burocrati di carriera non eletti dello Stato amministrativo.</p>



<p>Lo Stato amministrativo non andrà da nessuna parte finché il Congresso non agirà per recuperare il proprio potere dai burocrati e dalla Casa Bianca. Ma nel frattempo, ci sono molti strumenti esecutivi che un coraggioso Presidente conservatore può usare per ammanettare la burocrazia, spingere il Congresso a tornare alla sua responsabilità costituzionale, restituire il potere su Washington al popolo americano, riportare lo Stato amministrativo all’obbedienza e indebolire e de-finanziare i guerrieri della cultura woke che si sono infiltrati in ogni istituzione in America. <em>The Conservative Promise </em>illustra come utilizzare molti di questi strumenti, tra cui: come licenziare burocrati federali presumibilmente ‘non licenziabili’; come chiudere uffici e sedi corrotte e dispendiose; come mettere a tacere la propaganda woke a <em>ogni </em>livello di governo; come ripristinare l’autorità costituzionale del popolo americano sullo Stato amministrativo; e come risparmiare innumerevoli soldi dei contribuenti, facendo queste cose. Infine, il Presidente può ripristinare la fiducia e la responsabilità del pubblico nei confronti della nostra funzione governativa più importante di tutte: la difesa nazionale. Il popolo americano desidera un esercito pieno di militari altamente qualificati in grado di proteggere la patria e i nostri interessi all’estero. Il prossimo Presidente conservatore deve porre fine agli esperimenti sociali di sinistra con l’esercito, ripristinare <em>la guerra </em>come sua unica missione e stabilire la sconfitta della minaccia del Partito Comunista Cinese come sua massima priorità.</p>



<p>Terzo punto: difendere la sovranità, i confini e la ricchezza della nostra nazione dalle minacce globali. Gli Stati Uniti appartengono a “Noi il popolo” – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em>. Ogni autorità governativa deriva dal consenso del popolo, e il successo della nostra nazione deriva dal carattere del suo popolo. Il diritto del popolo americano a governare se stesso è il rovescio del nostro dovere: non possiamo delegare ad altri il nostro obbligo di garantire le condizioni che consentono alle nostre famiglie, comunità locali, chiese e sinagoghe e quartieri, di prosperare. La responsabilità ricade su ognuno di noi, quindi ognuno di noi deve avere la libertà di perseguire il bene per se stesso e per coloro che sono affidati alle nostre cure. Per la maggior parte degli americani, questo è buon senso. Ma a Washington DC e in altri centri di potere di sinistra come i media e l’accademia, questa affermazione di educazione civica di base è bollata come incitamento all’odio. Le élite progressiste parlano in termini altisonanti di <em>apertura, progresso, competenza, cooperazione </em>e <em>globalizzazione. </em>Ma troppo spesso, questi termini sono solo cavalli di Troia retorici che nascondono la loro vera intenzione: spogliare “Noi, il popolo” della nostra autorità costituzionale sul futuro del nostro Paese.</p>



<p>Le élite aziendali e politiche americane non credono negli ideali a cui è dedicata la nostra nazione: autogoverno, stato di diritto e libertà ordinata. Di certo non si fidano del popolo americano e disdegnano le restrizioni che la Costituzione pone alle loro ambizioni. Credono in una sorta di ordine wilsoniano del XXI secolo secondo il quale l’élite manageriale ‘illuminata’ e altamente istruita gestisce ogni cosa, anziché le umili e patriottiche famiglie operaie che costituiscono la maggioranza di quello che le élite chiamano con disprezzo “fly-over country”. Ma la raffinatezza intellettuale, i titoli di studio avanzati, il successo finanziario e tutti gli altri indicatori dello status di élite, non hanno alcuna attinenza con la conoscenza dell’unica questione maggiormente necessaria per governare: cosa significa vivere bene. Questa conoscenza è disponibile a ciascuno di noi, non importa quanto umili siano le nostre origini o quanto modesti siano i nostri risultati. È possibile leggere nel libro della natura umana, di cui tutti noi abbiamo la chiave per il solo fatto di possedere la nostra comune umanità. Una delle grandi premesse della vita politica americana è che chiunque possa leggere in quel libro, deve avere voce nel decidere il corso e il destino della nostra Repubblica.</p>



<p>I politici progressisti e gli esperti americani, o non riescono a comprendere questa premessa, o la rifiutano intenzionalmente. Sostengono con entusiasmo organizzazioni sovranazionali come le Nazioni Unite e l’Unione europea, che sono gestite quasi interamente da persone che condividono i loro valori e sono per lo più isolate dall’influenza delle elezioni nazionali. Ecco perché sono ansiosi che l’America firmi trattati internazionali su tutto, dai brevetti farmaceutici al cambiamento climatico ai “diritti del bambino”, e perché quei trattati invariabilmente approvano politiche che non potrebbero <em>mai </em>passare attraverso il Congresso degli Stati Uniti.</p>



<p>Ecco perché la sinistra progressista di oggi sostiene così sfacciatamente le frontiere aperte, nonostante la crisi umanitaria senza legge che la sua politica ha creato lungo il confine meridionale degli Stati Uniti. Cerca di epurare il concetto stesso di Stato-nazione dall’ethos americano, non importa quanto questo aumenti la criminalità o diminuisca le risorse per scuole e ospedali o i salari per la classe operaia. L’attivismo per le frontiere aperte è un classico esempio di ciò che il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer chiamava “grazia a buon mercato”: promuovere pubblicamente la propria virtù senza rischiare alcun inconveniente personale. In effetti, l’unico impatto diretto delle frontiere aperte sulle élite pro-frontiere aperte è che il flusso costante di immigrazione illegale diminuisce i salari delle loro governanti, dei loro giardinieri e camerieri.</p>



<p>“Grazia a buon mercato” descrive appropriatamente anche la relazione amorosa della sinistra con l’estremismo ambientalista: coloro che soffrono di più delle politiche che l’ambientalismo vorrebbe mettessimo in atto sono gli anziani, i poveri e i vulnerabili. Nel profondo, l’estremismo ambientale è decisamente anti-umano. La tutela e la conservazione sono soppiantate dal controllo della popolazione e dalla regressione economica. Gli ideologi ambientalisti vieterebbero i carburanti che alimentano quasi tutte le auto, gli aerei, le fabbriche, le fattorie e le reti elettriche del mondo.</p>



<p>Gli stessi obiettivi sono il cuore del sostegno dell’élite alla globalizzazione economica. Per trent’anni, i leader politici, economici e culturali americani hanno abbracciato e arricchito la Cina comunista e il suo genocida Partito Comunista, svuotando al contempo la base industriale dell’America. Ciò che poteva essere iniziato con buone intenzioni è ora diventato chiaro. Il commercio senza restrizioni con la Cina è stato una catastrofe. Ha reso una manciata di aziende americane enormemente redditizie, distorcendo i loro incentivi commerciali <em>dai </em>bisogni del popolo americano. Per una generazione, i politici di entrambi i partiti hanno promesso che l’impegno con Pechino avrebbe fatto crescere la nostra economia, iniettando al contempo i valori americani in Cina. È accaduto il contrario. Le fabbriche americane hanno chiuso. I posti di lavoro sono stati esternalizzati. La nostra economia manifatturiera è stata finanziarizzata. E per tutto il tempo, le aziende che ne hanno tratto profitto non sono riuscite a esportare i nostri valori di diritti umani e libertà; piuttosto, hanno importato i valori antiamericani della Cina nei loro piani alti.</p>



<p>Poi è arrivata l’ascesa di Big Tech, che ora è meno un <em>contributore </em>all’economia statunitense e più uno strumento del governo cinese. In cambio di manodopera a basso costo e di un trattamento speciale normativo da parte di Pechino, le più grandi aziende tecnologiche americane incanalano dati sugli americani verso il PCC. Consegnano proprietà intellettuali sensibili con applicazioni militari e di intelligence per continuare a far circolare i soldi. Lasciano che Pechino censuri gli utenti cinesi sulle loro piattaforme. Lasciano che il PCC stabilisca le proprie politiche aziendali sulle app mobili. E interferiscono a favore delle priorità politiche del nostro rivale a Washington. Se si vuole comprendere il pericolo rappresentato dalla collaborazione tra Big Tech e PCC, basta guardare TikTok: utilizzata da 80 milioni di americani ogni mese e incredibilmente popolare tra le ragazze adolescenti, è in effetti uno strumento di spionaggio cinese. I legami tra TikTok e il governo cinese non sono laschi e non sono una coincidenza. Lo stesso si può osservare in molti college e università degli Stati Uniti: attraverso gli Istituti Confucio del PCC, Pechino è riuscita a compromettere e cooptare il nostro sistema di istruzione superiore tanto quanto ha fatto con le aziende americane. Si tratta insomma di capire due cose: la Cina è un nemico totalitario degli Stati Uniti, non un partner strategico o un concorrente leale; le élite americane hanno tradito il popolo americano.</p>



<p>Tutti questi problemi si risolvono non potando e rimodellando le foglie, ma sradicando gli alberi, radici e rami. Le organizzazioni e gli accordi internazionali che erodono la nostra Costituzione, lo stato di diritto o la sovranità popolare, non dovrebbero essere riformati: dovrebbero essere abbandonati. L’immigrazione illegale dovrebbe essere fermata, non mitigata; il confine sigillato, non riorganizzato. L’impegno economico con la Cina dovrebbe essere interrotto, non ripensato. La nostra base manifatturiera e industriale dovrebbe essere ripristinata, non deteriorata ulteriormente. Gli Istituti Confucio, TikTok e qualsiasi altro ramo della propaganda e dello spionaggio cinese dovrebbero essere messi fuori legge, non semplicemente monitorati. Le università che prendono soldi dal PCC dovrebbero perdere il loro accredito, carattere e idoneità ai fondi federali.</p>



<p>Il prossimo Presidente conservatore dovrebbe poi andare oltre la mera difesa degli interessi energetici americani e passare all’offensiva, affermandoli in tutto il mondo. Il predominio americano sul mercato energetico globale sarebbe una buona cosa, per il mondo e, cosa più importante, per <em>“Noi, il popolo”. </em>Non si tratta solo di posti di lavoro, anche se scatenare la produzione energetica interna ne creerebbe milioni; non si tratta solo di salari più alti per i lavoratori che non sono andati all’università, anche se riceverebbero gli aumenti che hanno perso per due generazioni. Il dominio strategico energetico a spettro completo faciliterebbe il rilancio dell’intero settore industriale e manifatturiero americano, mentre separiamo la nostra economia dalla Cina. A livello globale, riequilibrerebbe il potere lontano dai regimi pericolosi in Russia e Medio Oriente. Costruirebbe potenti alleanze con nazioni in rapida crescita in Africa, e ci fornirebbe la leva per contrastare le ambizioni cinesi in Sud America e nel Pacifico. A livello locale, guiderebbe miliardi di dollari di investimenti privati nelle comunità che sono state colpite dalla globalizzazione dagli anni ‘90.</p>



<p>Infine l’ultimo punto: garantire i nostri diritti individuali, concessi da Dio, a vivere liberamente, ciò che la nostra Costituzione chiama “le benedizioni della libertà”. La Dichiarazione d’Indipendenza – si legge sempre nella Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – ha affermato la convinzione dei Padri Fondatori dell’America che “tutti gli uomini sono creati uguali” e dotati di diritti dati da Dio alla “Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità”. È quest’ultimo, “la ricerca della Felicità”, a essere centrale nell’eroico esperimento americano di autogoverno. Quando i Fondatori parlavano di “ricerca della Felicità”, ciò che intendevano oggi potrebbe essere inteso in sostanza come “ricerca della Beatitudine”. Vale a dire, un individuo deve essere libero di vivere come ordinato dal suo Creatore, di prosperare. La nostra Costituzione concede a ciascuno di noi la libertà di fare non ciò che vogliamo, ma ciò che dovremmo. Questa ricerca della buona vita si trova principalmente nella famiglia: matrimonio, figli, cene del Ringraziamento e simili. Molti trovano la felicità attraverso il loro lavoro. Pensate agli insegnanti appassionati o ai professionisti sanitari che conoscete, agli imprenditori o agli idraulici che si buttano nelle loro attività, a chiunque veda un lavoro ben fatto come una ricompensa personale. La devozione religiosa e la spiritualità sono le più grandi fonti di felicità in tutto il mondo.</p>



<p>Gli Stati Uniti restano la società più innovativa e in ascesa al mondo. Il governo dovrebbe smettere di cercare di sostituire le proprie preferenze a quelle del popolo, e il prossimo Presidente conservatore dovrebbe sostenere il genio dinamico della libera impresa contro le cupe miserie del socialismo diretto dall’élite. Le immagini satellitari notturne della penisola coreana mostrano il sud del Paese, dominato dal libero mercato, illuminato, con case, aziende e città elettrificate da una costa all’altra. Al contrario, la Corea del Nord comunista è quasi completamente oscura, fatta eccezione per il piccolo puntino della capitale, Pyongyang, dove un dittatore psicotico e i suoi compari vivono. L’impero sovietico è stato un fallimento sociale ed economico. La Corea del Nord, nonostante l’opulenza dei suoi tiranni, è una delle nazioni più povere del mondo. Cuba è così corrotta che la sua gente rischia regolarmente la vita per scappare in Florida su zattere. Il Venezuela era un tempo la nazione più ricca del Sud America; oggi, un decennio dopo che un dittatore marxista ha preso il potere, il 94% dei venezuelani vive in povertà. Persino lo Stato natale del senatore socialista Bernie Sanders, il Vermont, è stato costretto ad abrogare il sistema sanitario statale come pagatore unico appena tre anni dopo averlo creato.</p>



<p>Vediamo la stessa corruzione espressa a livello individuale ogni volta che gli attivisti miliardari per il clima, che vogliono mettere al bando i trasporti alimentati a carbonio, volano a conferenze di alto livello sui loro jet privati. O quando i politici favorevoli alle chiusura per il Covid-19, come l’ex presidente della Camera Nancy Pelosi e il governatore della California Gavin Newsom, sono stati sorpresi dal parrucchiere o a cenare in ristoranti di lusso dopo aver fatto la morale su come tutti gli altri, durante la pandemia, dovessero stare a casa e rinunciare a tali lussi. Per i socialisti, che sono quasi sempre benestanti, il socialismo non è un mezzo per pareggiare i risultati, ma un mezzo per accumulare potere.</p>



<p>Al contrario, nei Paesi con un alto grado di libertà economica, le élite non sono al comando perché <em>tutti </em>sono al comando. Le persone lavorano, costruiscono, investono, risparmiano e creano secondo i propri interessi e al servizio del bene comune dei loro concittadini.</p>



<p>Il prossimo Presidente dovrebbe promuovere politiche economiche pro-crescita che stimolino nuovi posti di lavoro e investimenti, salari più alti e produttività. L’agenda dovrebbe includere la riforma fiscale e normativa e l’applicazione delle norme antitrust contro i monopoli aziendali. Dovrebbe promuovere opportunità educative al di fuori del sistema dominato dai woke di scuole pubbliche e università, tra cui scuole professionali, programmi di apprendistato e alternative ai prestiti agli studenti che finanziano i loro sogni e non gli accademici marxisti. Dovrebbe reprimere la corruzione del capitalismo clientelare che consente alle più grandi aziende americane di trarre profitto dall’influenza politica piuttosto che dall’impresa competitiva e dalla soddisfazione del cliente.</p>



<p>Sono anche necessarie riforme analoghe pro-crescita per la società civile americana. L’America non è un’economia; è un Paese. La libertà economica non è l’unica libertà importante. La libertà di religione, la libertà di parola e la libertà di riunione rappresentano anch’esse componenti chiave della promessa americana. Oggi, oltre al problema della censura delle Big Tech, vediamo oratori universitari zittiti, genitori indagati e arrestati per aver tentato di parlare alle riunioni del consiglio scolastico, e donatori di cause conservatrici molestati e intimiditi. Il prossimo Presidente conservatore deve difendere i nostri diritti del Primo Emendamento.</p>



<p>Questo libro, questo programma, l’intero <em>Progetto 2025</em> – conclude la Prefazione a <em>Mandate for Leadership 2025</em> – è un piano per unire il movimento conservatore e il popolo americano contro il dominio delle élite e i guerrieri della cultura woke.</p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">1) Cfr. <a href="https://www.cbsnews.com/news/what-is-project-2025-trump-conservative-blueprint-heritage-foundation/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.cbsnews.com/news/what-is-project-2025-trump-conservative-blueprint-heritage-foundation/</a></p>



<p class="has-small-font-size">2) Qui il testo completo <a href="https://static.project2025.org/2025_MandateForLeadership_FULL.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://static.project2025.org/2025_MandateForLeadership_FULL.pdf</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>John Wainwright. Anatomia di una rivolta</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/john-wainwright-anatomia-di-una-rivolta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2024 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Carlo Osta L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher [&#8230;]]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Carlo Osta</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-88-ottobre-novembre-2024/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 88, ottobre – novembre 2024)</a></em></li>
</ul>



<p><em>L’immigrazione, la violenza della polizia, le sommosse, il razzismo e la politica che lo cavalca; il National Front, gli Skinheads, il Paki-bashing, il Nigger-bashing e il Wog-bashing; i Teddy Boys, il Commonwealth Immigrants Act e la distinzione tra Patrial e Non Patrial; la campagna elettorale del 1979 del Partito Conservatore di Margaret Thatcher carica di retorica anti-immigrazione. In </em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Anatomia-di-una-rivolta-John-Wainwright.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Anatomia di una rivolta</a><em> </em><em>– pubblicato in Italia da Paginauno – John Wainwright viviseziona la dinamica di un riot e Carlo Osta, nella Postfazione al romanzo che qui pubblichiamo, contestualizzando i fatti e ricostruendoli storicamente, rivolta dopo rivolta ricorda quanto la violenza razziale faccia parte della società britannica.</em></p>



<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-drop-cap">Gli eventi narrati in <em>Anatomia di una rivolta</em> e la rappresentazione delle dinamiche che scatenano l’episodio di violenza in strada, hanno il loro seme nel contesto di tensione latente della multietnica società britannica. Una storica disarmonia che affonda le sue radici nelle relazioni all’interno della composizione sociale e in una sommersa conflittualità, alimentata da strati di crescente sfiducia verso le istituzioni ufficiali.</p>



<p>Wainwright descrive con precisione il meccanismo attraverso il quale, con la morte di Benjamin Swale, si innesca un vorticoso processo che sfocia nel tentativo di assalto alla centrale di polizia. Una rappresentazione che riporta alla mente i disordini per le strade di Londra nell’agosto del 2011, disordini che nei loro caratteri generali non si discostano dagli eventi immaginati da Wainwright e avvengono in reazione a un fatto, e inserite in un contesto, che delineano la profondità della questione razziale all’interno della storia britannica, seppure con alcune diversità legate al periodo preso in considerazione dallo scrittore.</p>



<p>Il 2011 è un anno denso di eventi per la storia del Regno Unito. A partire da marzo, il conflitto in Libia vede impegnato il contingente britannico in un ruolo di primo piano. In aprile, milioni di persone in ogni parte del mondo assistono alle celebrazioni del matrimonio tra il principe William e Kate Middleton. In luglio, <em>News of the World</em>, il settimanale di proprietà del gruppo Murdoch, interrompe la sua pubblicazione in seguito alle evoluzioni dello scandalo sulle intercettazioni.</p>



<p>Nel pomeriggio di sabato 6 agosto, circa un centinaio di persone stanno marciando verso la centrale di polizia di Tottenham, a Londra, in una manifestazione organizzata per la morte di Mark Duggan, avvenuta pochi giorni prima, in circostanze poco chiare. Il ragazzo, 29 anni e di etnia mista, è stato colpito da un proiettile sparato da un poliziotto, mentre era sotto sorveglianza per un sospettato coinvolgimento in attività criminali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Anatomia-di-una-rivolta-John-Wainwright.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" width="200" height="299" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2024/10/wainwright-88.jpg" alt="" class="wp-image-8317"/></a></figure>
</div>


<p>Alle sei di sera, la polizia locale di Tottenham richiede l’invio di rinforzi. Il passaparola riguardante un agente di polizia che ha costretto sul marciapiede una ragazzina di sedici anni colpendola con uno sfollagente, aumenta il livello di tensione. Un’ora più tardi, la centrale è bersagliata dal lancio di pietre e bottiglie, e il pianterreno viene evacuato. Nelle ore successive, inizia un saccheggio ai danni di banche, negozi e altri esercizi commerciali della zona; una folla di circa duecento persone attacca il Tottenham Hale Retail Park, mentre un altro centinaio fa irruzione nel vicino centro commerciale di Wood Green. I disordini continuano per tutta la notte, e nella giornata di domenica si estendono ai quartieri di Enfield, Hackney, Walthamshow e Croydon. Lunedì, violenze avvengono anche in altre città inglesi, a Birmingham, Liverpool, Nottingham e Manchester. Il pomeriggio di mercoledì, con l’incremento degli agenti di polizia a Londra, dai 3.000 di sabato pomeriggio ai 16.000, la situazione ritorna sotto il controllo delle forze dell’ordine.</p>



<p>Questa esplosione di violenza è un fatto straordinario nella storia del Regno Unito. Per quattro giorni migliaia di persone prendono parte ai disordini, e la polizia perde il controllo su una vasta parte del territorio, compresi i due terzi dell’area metropolitana di Londra. Il Parlamento viene convocato d’urgenza e il primo ministro Cameron deve rientrare dalle vacanze all’estero. Cinque sono le vittime civili alla fine dei disordini e circa tremila le persone in stato di arresto.</p>



<p>Ci sono vari motivi per affermare una diversità tra questi episodi e le rivolte razziali degli anni precedenti. Una prima importante differenza è rintracciabile nella composizione dei partecipanti, tra i quali meno della metà sono le persone di colore, mentre un terzo sono bianchi. Tutti sono accomunati dalla precarietà delle condizioni di vita e da un misto complesso di svantaggi che va dalle difficoltà nel ricevere un’istruzione al degrado delle aree abitate, dall’incremento nella disoccupazione, soprattutto giovanile, al latente clima di sfiducia verso le istituzioni.</p>



<p>Il bersaglio principale delle rivolte è la polizia. L’inizio dei disordini avviene in seguito a un episodio che la vede protagonista. Allo stesso modo, la polizia è il bersaglio principale delle rivolte nel romanzo, cominciate in rappresaglia per la morte di un ragazzo di diciannove anni nativo delle Indie Occidentali, a seguito delle percosse subite dagli agenti.</p>



<p>Il clima di tensione descritto nel romanzo, ambientato nella cittadina immaginaria di Beechwood Brook, trae ispirazione dagli episodi di violenza che avvengono nel quartiere di Brixton a Londra nel 1981, ma riassume le dinamiche alla base dei disordini del 2011 e di altri episodi simili della recente storia britannica. La capacità di John Wainwright nel descrivere le procedure interne al lavoro di polizia proviene dalla sua esperienza personale che lo vede impegnato come agente per vent’anni nello Yorkshire. E la restituzione della verosimiglianza di quelle reali dinamiche nella finzione narrativa è la principale motivazione che lo spinge a iniziare la scrittura di <em>Crime Novel</em>, romanzi di argomento criminale, in contrapposizione con la maggioranza della produzione del periodo: “Avendo letto una serie di <em>detective stories</em>” dichiara in una delle sue rare interviste, “mi ero reso perfettamente conto, come funzionario di polizia, che gli scrittori non avevano la benché minima idea di ciò che in realtà fosse un’indagine su un delitto e che non si fossero mai preoccupati di fare una ricerca su questo argomento. In particolare quando si svolgeva un’indagine su un delitto, questa veniva fatta da un sergente di polizia, mentre io sapevo che, nella realtà, ai sergenti di polizia non era neanche permesso di vedere la vittima dell’omicidio”.</p>



<p>Da queste considerazioni nasce in Wainwright la motivazione per la scrittura del primo romanzo <em>Death in a sleeping city</em>, la storia di alcuni killer della mafia che uccidono un traditore in una città della provincia inglese. Il manoscritto impressiona Lord Haringe, editor del Collins Crime Club, che rimane affascinato dalle abilità di narratore di Wainwright e dalla perfetta conoscenza della polizia e dei suoi metodi, e diventa un caso rarissimo di opera prima pubblicata dal primo editore che l’abbia letta. Il duro e disciplinato lavoro degli anni successivi lo porta alla scrittura di circa sessanta romanzi, tra i quali <em>Brainwash</em> (pubblicato in Italia nel 2015 da Paginauno con il titolo <em>Stato di fermo</em>) adattato due volte per il cinema. “Scrivo in media dieci ore al giorno, per sette giorni la settimana, annacquando i fatti (frutto dell’esperienza nella polizia) finché alla lettura ‘suonano’ come un romanzo”.</p>



<p>Nato a Leeds, nello Yorkshire, nel 1921, Wainwright ha combattuto nell’aviazione britannica durante la Seconda Guerra Mondiale e, a guerra conclusa, è entrato nella polizia dove ha trascorso vent’anni in servizio. “La migliore polizia che abbiamo avuto in Inghilterra è stata quella del secondo dopoguerra. Era una forza ben disciplinata, che attirava gli uomini appena congedati dall’esercito”. Più volte espressi nelle parole dei poliziotti più anziani in servizio in <em>Anatomia di una rivolta</em>, la critica verso i metodi attuali e il confronto con un lavoro di polizia che appartiene a un’epoca precedente, sono guidati da un profondo senso morale. Una rigorosa componente etica che, presente in tutti i suoi romanzi, è un tratto caratteristico della visione del mondo di Wainwright e uno dei principali veicoli del coinvolgimento nella finzione romanzesca. La profondità del dilemma al quale si trova di fronte Tallboy, e l’insieme di forza e schiettezza con i quali si fa carico delle sue scelte e le porta avanti, sono emblematici di questa visione; allo stesso modo il misto di spietatezza e compassione che Tallboy ammira in Ripley ne sono una rappresentazione efficace.</p>



<p>Un senso morale inflessibile, quello dell’uomo tutto d’un pezzo, che durante la sua lunga carriera nella polizia non permette a Wainwright avanzamenti nella scala gerarchica, e che in varie occasioni viene messo alla prova. Negli anni Cinquanta effettua l’arresto di un uomo per guida pericolosa, il quale risulta poi essere un personaggio di rilievo all’interno del consiglio della contea. Il vice capo della polizia gli ordina di ritirare la denuncia, preoccupato per l’imbarazzo che potrebbe generare dal caso, e lui rifiuta di obbedire. “Scoppiò un putiferio” ricorda Wainwright. “Il vice capo mi urlò che, finché fosse rimasto in carica lui, non avrei fatto neanche un passo avanti e sarei rimasto un semplice poliziotto di zona. A suo credito, devo dire che era un uomo di parola”.</p>



<p>Negli anni successivi si laurea in legge all’Università di Londra, studiando per sette anni nel tempo libero con l’aiuto della moglie Avis, ma nonostante non fossero molti i poliziotti di zona laureati in legge, anche questo non si rivela di aiuto per la carriera.</p>



<p>Quando il primo romanzo appare nelle librerie, Wainwright viene convocato di nuovo dal vice capo della polizia che, nell’accesa discussione che segue, pretende l’interruzione della sua attività di scrittore. “Mi disse che dovevo smettere di scrivere. Io replicai che non poteva ordinarmelo, perché nel regolamento della polizia non c’era niente che lo vietasse. L’avevo letto bene, e lui no. E in ogni caso avevo già firmato un contratto per tre libri”. Durante gli anni successivi, continua a scrivere e a fare il poliziotto, fino a quando, arrivato al quarto romanzo, soffre di un esaurimento nervoso. “Il medico mi disse: «Lei si crede d’essere Dio, ma non lo è. Dunque, faccia una scelta tra i suoi due mestieri.» Mi mancavano solo cinque anni per arrivare alla pensione, ma non ho avuto esitazioni e mi sono tolto l’uniforme. Allora, Avis e io abbiamo acquistato un piccolo bungalow a Flamborough, e l’enormità di quello che avevo fatto mi ha colpito come una mazzata in testa quando un mattino, svegliandomi, ho pensato: dio mio, adesso devo scrivere per guadagnarmi da vivere”.</p>



<p>Da quel momento inizia a scrivere regolarmente una media di duemila parole al giorno, sette giorni su sette, producendo per molto tempo sei libri l’anno. Nonostante la prolificità della produzione, i romanzi di Wainwright non hanno un carattere seriale, mantengono tra loro un’originalità di tematiche e denotano una brillante capacità di reinventarsi e attingere spunto da situazioni ogni volta nuove.</p>



<p><em>Anatomia di una rivolta</em> viene pubblicato in un momento importante della storia del Regno Unito per le relazioni razziali. Il clima di tensione descritto nel romanzo rispecchia la realtà conflittuale della società britannica, accesa e alimentata dalle difficoltà nei rapporti tra le sue varie comunità etniche. Un profondo dissidio che affonda le sue radici nello sviluppo storico e politico.</p>



<p>L’immigrazione dalle Indie Occidentali e dai Paesi del Commonwealth ha un grande incremento negli anni del secondo dopoguerra, quando in molti decidono di trasferirsi in quella che l’istruzione coloniale ha contribuito a dipingere come “Mother Britain”, alla ricerca di migliori condizioni di vita. La ricezione della nuova quotidianità da parte degli immigrati non è generalmente positiva, e le parole del padre di Benjamin Swale nel romanzo, quando ricorda la povertà calda del villaggio nel quale è cresciuto e la paragona alle difficoltà della sua vita attuale, sono esplicative della percezione comune di molti degli immigrati in quel periodo. Un trasferimento reso possibile dall’assenza di restrizioni legali verso gli spostamenti all’interno dei Paesi dell’ex impero britannico, e motivato dalla grande richiesta di manodopera nelle infrastrutture e nei generali lavori per la ricostruzione. Molti lavorano nel settore pubblico, in un impiego simile a quello di Bob Cameron nelle ferrovie.</p>



<p>All’interno di questo quadro, la questione dell’immigrazione entra nel dibattito pubblico e politico. Gli argomenti principali sono le problematiche derivate dall’incremento della popolazione di colore, in termini di lavoro, abitazione e aumento del crimine. A questo proposito, viene varata una legge nel 1948, il British Nationality Act, che sancisce una differenza legale tra i cittadini del Regno Unito e quelli dei Paesi del Commonwealth, pur mantenendo inalterata la possibilità di spostarsi all’interno dei Paesi.</p>



<p>Tra la fine degli anni ‘40 e gli anni ‘50, il numero degli episodi di violenza ai danni della comunità di colore registra un considerevole aumento. Nel maggio del 1948 una folla di circa duecento bianchi lancia delle pietre verso un ostello dove risiedono dei lavoratori di origine indiana. Un altro ostello, dove vivono delle persone di colore, viene attaccato a Depthford nel luglio del 1949. Nel 1954, ci sono due giorni di violenze ai danni della comunità di colore, nei quali le case di alcune famiglie sono attaccate con delle bombe molotov.</p>



<p>Quando nel romanzo la gang dei fratelli Keegan va “a caccia di negri” fa ciò che viene considerato un divertimento da molti ragazzi bianchi di quel periodo. Il 1958 è un anno importante in questo senso. È uno di quegli strani anni nei quali l’Inghilterra sperimenta le temperature sopra la media di un’estate afosa. Da giugno a settembre, il Paese è surriscaldato dai raggi del sole e le persone escono più spesso per ‘rifugiarsi’ nei parchi o semplicemente per sedere sui gradini di fronte alla porta di casa. Durante quelle lunghe sere, sono in molti nei pub del quartiere di Notting Hill, un’area nella zona ovest di Londra, abitata da un mix cosmopolita di bianchi della classe lavoratrice e nativi delle Indie Occidentali.</p>



<p>In luglio, iniziano in maniera sporadica una serie di attacchi ai danni della popolazione di colore che aumentano gradualmente in frequenza e brutalità. La prima settimana di agosto un uomo di colore viene aggredito da un gruppo di giovani bianchi nei pressi della stazione della metropolitana di Ladbroke Grove. Il 23 agosto del 1958, un gruppo di nove ragazzi bianchi sale in auto per un tour della zona ovest di Londra che si conclude con tre uomini di colore in ospedale per diverse settimane, e i nove giovani in prigione per quattro anni.</p>



<p>Il fine settimana seguente c’è un altro incidente. Un litigio tra una donna svedese e il marito giamaicano attira le attenzioni di un gruppo di ragazzi bianchi che si avvicina alla coppia, minacciando lui. La situazione si risolve in una rissa dopo l’intervento di alcuni amici dell’uomo. Alcune sere dopo, una folla di circa cento giovani ragazzi bianchi armati di bastoni, coltelli e sbarre di metallo si raduna nei pressi della stazione della metropolitana di Latimer Road. Viene attaccato un gruppo di ragazzi di colore, una donna viene ferita a una spalla con un coltello e un ragazzino di dieci anni alla bocca con una bottiglia rotta.</p>



<p>Le violenze continuano nei giorni successivi, scatenando la reazione della popolazione di colore. L’attacco a un club frequentato da nativi delle Indie Occidentali si conclude con la fuga di una folla di giovani bianchi sotto il lancio di diverse bombe molotov e con il successivo intervento della polizia che ripristina il controllo sulla zona. È un segnale di allarme che le violenze potrebbero assumere le dimensioni di una guerra razziale. Un pericolo a cui più volte si accenna nel corso del romanzo, un rischio che viene percepito nella tensione quotidiana in alcune zone dei principali centri abitati.</p>



<p>Gli eventi di Notting Hill sono considerati un punto di svolta importante. La rivolta in sé e la copertura mediatica portano l’argomento dell’immigrazione al centro del dibattito politico e contribuiscono, in maniera determinante, a politicizzare la popolazione di colore. Se inizialmente il problema si identifica nella mancanza di rispetto verso la legge dei ‘Teddy Boys’, i ragazzi bianchi protagonisti delle violenze, successivamente i disordini vengono interpretati come una reazione popolare al sentimento di oppressione, provocato dalla massiccia ondata migratoria. Viene più volte richiesto al governo, sia dal Partito Conservatore sia dai laburisti, di porre un freno all’immigrazione, “al tremendo afflusso di persone di colore” nelle parole di George Rogers, parlamentare laburista per North Kensington.</p>



<p>La maggior parte della sinistra parlamentare condanna le violenze come atti di teppismo. Ma emergono altri punti di vista e vengono proposte delle azioni per eliminare la discriminazione dalla società britannica. Tom Driberg, chairman del Partito Laburista, parlando a un congresso delle Trade Unions, dichiara che “il problema reale non è la pelle nera, ma il pregiudizio bianco”. “Anche se negli anni precedenti c’è stata una massiccia immigrazione,” dice all’interno dello stesso intervento, “ci sono solo 190.000 persone di colore nella nostra popolazione di più di 50 milioni.”</p>



<p>Negli anni tra il ‘58 e il ‘68 si assiste alla radicalizzazione della questione razziale all’interno del dibattito politico. Durante i primi anni ‘60, la campagna per il controllo sull’immigrazione assume un’importanza primaria per il Partito Conservatore, all’interno del Parlamento e attraverso i mezzi di comunicazione, e nelle elezioni del 1964 diventa uno dei temi principali. Nel 1968 viene introdotto il <em>Commonwealth Immigrants Act</em>, rivolto al controllo del flusso di persone di origine africana e asiatica con il passaporto britannico in entrata nel Regno Unito.</p>



<p>In questo periodo, Enoch Powell, parlamentare del Partito Conservatore, dichiara che l’immigrazione avrebbe trasformato radicalmente la società britannica, in un modo che “non aveva paragoni nella storia degli ultimi duemila anni”. In una serie di discorsi di grande successo presso l’elettorato conservatore, afferma che “la soluzione sul lungo periodo è il rimpatrio degli immigrati presenti nel Regno Unito”.</p>



<p>Nel 1971 uno dei primi compiti eseguiti dal governo conservatore appena eletto è il passaggio dell’Immigration Act. La legge basa il controllo dell’immigrazione su una singola distinzione tra “Patrial” e “Non Patrial”. Rientra nei <em>Patrial </em>chi è nato, adottato o naturalizzato cittadino britannico, o nato da genitori di cui uno dei due è britannico, o che abbia uno dei nonni britannico. Solo i <em>Patrial </em>hanno il diritto di risiedere nel Regno Unito.</p>



<p>Nel 1972, quella che viene chiamata “Ugandan Asians Crisis” crea una nuova situazione di tensione. Il generale Idi Amin, presidente dell’Uganda, annuncia l’espulsione di tutti gli asiatici presenti all’interno del Paese, la maggior parte dei quali in possesso di un passaporto britannico. Di conseguenza, il Regno Unito viene ritenuto, in ambito internazionale, il principale responsabile per la loro sorte. La notizia che il governo avrebbe accettato l’ingresso di 27.000 asiatici è ricevuta con ostilità da una parte della stampa e da molti politici, tra i quali Powell. L’evento costituisce un momento importante per le politiche dell’estrema destra, e una crescita nel consenso per il National Front, il partito di estrema destra che nel 1967 ha riunito il British National Party (BNP) e la League of Empire Loyalist (LEL).</p>



<p>Negli anni ‘70, Paki-bashing, Nigger-bashing, Wog-bashing, divengono termini di uso corrente per descrivere gli attacchi immotivati a persone asiatiche o di colore. Il movimento degli Skinheads, emerso alla fine degli anni ‘60, si diffonde negli anni successivi, i tratti predominanti sono il senso di appartenenza alla classe lavoratrice bianca e la difesa territoriale.</p>



<p>Nel 1970, nella zona est di Londra, ci sono vari episodi di quello che viene etichettato come Paki-bashing. In un periodo di circa tre mesi, 150 persone sono aggredite e un uomo viene accoltellato a morte a qualche metro da casa. Violenti episodi di razzismo vengono registrati anche in diverse scuole della zona. Nel 1972 un ragazzino asiatico viene accoltellato da un compagno di scuola bianco che lo minaccia, dicendo: “Se non tagli i capelli e non la smetti di portare quel turbante, ti uccideremo”. Nel 1973 ci sono tre morti per aggressioni di probabile stampo razzista a Coventry, Leicester e Birmingham.</p>



<p>Prove di un diretto coinvolgimento dei gruppi di estrema destra all’interno delle violenze razziste vengono raccolte dal parlamentare Paul Rose, nella metà degli anni ‘70. “Queste violenze,” dichiara Rose, “non sono il frutto di una campagna organizzata, ma l’espressione di una cultura nella quale la violenza è accettata e approvata”. Uno studio di Nigel Fielding, sul ruolo del National Front negli attacchi verso la popolazione di colore del periodo, nota invece la difficoltà nel distinguere gli attacchi organizzati direttamente dal partito da quelli frutto di un’azione isolata da parte dei residenti.</p>



<p>Tra il 1978 e il 1981, diversi sviluppi dal punto di vista politico contribuiscono ad alimentare il clima di tensione. Negli anni dal 1976 al 1979 la retorica del Partito Conservatore durante la campagna per le elezioni, e in particolare del leader dell’opposizione Margaret Thatcher, assume un carattere progressivamente più severo nei confronti dell’immigrazione. Nello stesso periodo, le organizzazioni contro il razzismo crescono in dimensioni e visibilità, opponendosi al National Front nelle manifestazioni organizzate. Si forma un nuovo gruppo, il Joint Commitee Against Racialism, che avrà un ruolo importante nel riconoscimento ufficiale delle aggressioni a sfondo razzista.</p>



<p>Alle elezioni del 1979, i risultati elettorali decretano una netta perdita nel consenso del National Front, al quale segue il declino politico a la frammentazione. Il Partito Conservatore, dopo la sconfitta nel 1974, individua nella severità in materia di immigrazione un tema chiave per la conquista dell’elettorato, considerando il successo del National Front nel corso degli anni ‘70 come un chiaro indicatore della centralità della questione razziale e delle paure rispetto all’immigrazione. Il sentimento contrario, già presente all’interno del Partito Conservatore, viene strategicamente rafforzato da Margaret Thatcher. Il segretario, William Whitehall, dichiara che la linea politica seguita dal partito avrebbe “messo fine all’immigrazione per come era stata conosciuta negli anni dal secondo dopoguerra”. Il 30 gennaio del 1978, Margaret Thatcher dichiara in un’intervista: “I cittadini britannici sono molto spaventati che il Paese possa essere inondato da persone di una diversa cultura,” e aggiunge: “Dobbiamo offrire la prospettiva di una fine dell’immigrazione a eccezione di, naturalmente, casi umanitari.”</p>



<p>Il partito conservatore inizia la campagna per elezioni del 1979 con l’impegno di una maggiore severità sui controlli di immigrazione. Il manifesto promette un nuovo British Nationality Act che ridefinirà la cittadinanza britannica, la fine della possibilità di insediamento a seguito di una permanenza temporanea, limiti sull’ingresso e sui permessi di lavoro dei familiari dei residenti, e l’introduzione di un nuovo sistema di regolamentazione degli ingressi.</p>



<p>Il governo laburista, in carica dal 1974 al 1979, mantiene inalterata la struttura del controllo sull’immigrazione stabilita negli anni precedenti. Si oppone all’Immigration Act del 1971 ma non considera il tema come una delle priorità. Introduce il Race Relations Act nel 1976, inasprendo le pene in materia di discriminazione razziale, ma allo stesso tempo perde forza in Parlamento a causa dell’esigua maggioranza.</p>



<p>Una più diretta opposizione nei confronti del razzismo viene da altre sfere della politica di estrema sinistra. Movimenti come la Anti-Nazi League, Rock Against the Racism (RAR), e la Campaign Against Racism and Fascism crescono dal 1976 in avanti. Il RAR specialmente vede una crescita interna con l’anti-autoritarismo della cultura punk. Dal 1978 vengono organizzati vari concerti rock e manifestazioni in diverse parti del Regno Unito, la prima delle quali attrae a Londra circa 80.000 persone.</p>



<p>Gli episodi di violenza a sfondo razzista aumentano in frequenza verso la fine degli anni ‘70 e nei primi anni ‘80. Nel 1981, a seguito di un incontro tra rappresentanti del Joint Commitee Against Racialism e il Segretario del Partito Conservatore, viene avviata un’inchiesta sulle violenze e le attività delle presunte organizzazioni coinvolte. I risultati confermano l’incremento nel biennio 1980-81, e individuano in persone legate al movimento degli skinheads i principali responsabili. Atti frequenti come aggressioni, insulti, finestre rotte e scritte sui muri, si alternano a gravi episodi di violenza. In alcune aree urbane, l’inchiesta riporta che famiglie di origine asiatica siano spaventate all’idea di uscire di casa.</p>



<p>Sono tre i principali episodi di disordine pubblico che si registrano nei primi anni ‘80: nell’aprile del 1980, dei violenti scontri nell’area di St Paul, a Bristol, tra gruppi di residenti prevalentemente di colore e la polizia; nell’aprile del 1981 a Brixton, Londra, tra la polizia e una folla di giovani di colore; nel luglio del 1981, nell’area di Toxteth a Liverpool, l’area di Southall a Londra, e in molte altre zone della capitale, compresa Brixton.</p>



<p>Dopo le violenze a Brixton, tra il 10 e il 13 aprile del 1981, il governo Thatcher ordina che venga condotta un’inchiesta speciale, presieduta da Lord Scarman. L’inchiesta è assai più limitata di quelle americane successive alle rivolte razziali degli anni ‘60, ma ha un impatto mediatico notevole e influisce sul comportamento successivo del governo e delle istituzioni.</p>



<p>Altre violenze su larga scala avvengono nel settembre e nell’ottobre del 1985, con disordini a Birmingham, Liverpool e nelle aree di Tottenham e Brixton a Londra. Mentre altri episodi minori si registrano nel 1986 e nel 1987.</p>



<p>La copertura mediatica degli eventi ha un carattere complesso e ambiguo. Da un lato contribuisce a stabilire un collegamento diretto tra gli episodi di violenza e folle di giovani neri che si scontrano con la polizia, dall’altro esprime una forte resistenza verso l’idea che quello che accade nel Regno Unito sia paragonabile alle rivolte razziali degli Stati Uniti negli anni ‘60. Per esempio, il <em>Financial Times</em> descrive gli episodi di Bristol come “una rivolta multirazziale contro la Polizia”. Secondo il <em>Guardian</em>: “Gli scontri a Bristol: razziali ma non razzisti”.</p>



<p>Le diversità negli approcci della stampa verso le rivolte rispecchiano l’ampio spettro delle differenti reazioni da parte della sfera politica, che variano dalla spiegazione delle rivolte come un deliberato attacco verso l’ordine e la legge, fino al considerarle come una diretta conseguenza del degrado di certe aree nei principali centri urbani.</p>



<p>Il periodo compreso tra aprile e luglio del 1981 è una fase cruciale per il dibattito pubblico e politico sulle relazioni razziali. I toni e le argomentazioni di una parte del partito conservatore e della stampa si inaspriscono. Enoch Powell, che non si è espresso durante i disordini a Bristol, dichiara in più occasioni nel 1981 che non si possono comprendere le rivolte se non riferendole all’immigrazione e alla razza. Durante una sessione in parlamento, dichiara che, nella prospettiva di un incremento della popolazione dovuto all’immigrazione, dei disordini sarebbero stati inevitabili, e che “il Regno Unito non ha ancora visto nulla”.</p>



<p>Le rivolte e i disordini portano in primo piano, nel dibattito politico, i pericoli per l’ordine pubblico e le difficoltà della polizia nelle aree urbane in cui la popolazione è composta da etnie diverse. Si tratta di un tema nuovo, nato in gran parte negli anni ‘70, durante i quali molte campagne sono incentrate sull’idea che il Regno Unito stia diventando una società profondamente violenta, e minacciata da forze estranee che minano il tessuto morale della nazione.</p>



<p>La preoccupazione enunciata da Bo Robinson sulla possibilità di una guerra tra bianchi e neri, dove non ci sarebbe bisogno di uniformi, e il rischio a cui si accennava in precedenza più volte menzionato all’interno del romanzo, sono sintomatici del clima di incertezza e paura. Uno stato di insicurezza che viene alimentato dalle discussioni politiche e dai resoconti della stampa. Il <em>Daily Mail</em> parla di “un’armata di giovani neri”. Il titolo del <em>Daily Star</em> sui disordini del 1981 è “Fiamme d’odio.” Il <em>Daily Mirror</em> preannuncia un’ondata di violenze che potrebbe travolgere Manchester, Birmingham e altre città. Le problematiche legate al mantenimento dell’ordine pubblico e la paura che le violenze possano diventare una parte della quotidianità nella storia del Regno Unito sono anche il risultato del dover fronteggiare una situazione per certi versi inedita. I dubbi di Tallboy, all’interno del romanzo, sull’efficacia del sistema di polizia, sono spesso alimentati anche dalla constatazione del cambiamento nei crimini dei quali la polizia è chiamata a occuparsi, in aggiunta ai riferimenti a un’epoca precedente del lavoro di polizia nel quale i compiti da svolgere, le situazioni da affrontare e il modo di agire, erano più chiari.</p>



<p>All’interno delle discussioni pubbliche sul pregiudizio razziale e le problematiche legate al mantenimento dell’ordine, si fa un costante riferimento alla disoccupazione, in particolare giovanile, e alle varie forme di povertà e svantaggi sociali che ne derivano. Dal 1980 si fa strada l’ipotesi che le rivolte siano in gran parte il risultato della situazione di degrado nella quale la popolazione di colore del Regno Unito vive e delle condizioni delle aree in cui abita. Con la pubblicazione dell’inchiesta Scarman nel novembre del 1981, i risultati vengono analizzati con l’obiettivo di evitare il ripetersi di una situazione simile. Vengono individuati quattro principali problematiche: il degrado nelle abitazioni e un’insufficiente spesa del governo a proposito, la mancanza di strumenti di sostegno di carattere sociale e culturale, l’inadeguata offerta sostitutiva in termini di istruzione per le famiglie a basso reddito, e l’alto tasso di disoccupazione, in particolare giovanile. Scarman descrive quelle che sono considerate le ipotesi prevalenti sulle cause delle rivolte – il carattere oppressivo nella condotta della polizia, l’ottenimento delle attenzioni della sfera politica – come semplicistiche. Descrive le rivolte come il frutto di una situazione complessa che non esclude quelle ipotesi ma le inserisce in un quadro più articolato. I fattori coinvolti riguardano le problematiche della polizia nel mantenere l’ordine in un contesto di degrado e deprivazione, problemi di carattere sociale, culturale ed economico delle aree disagiate, e gli svantaggi quotidiani di ordine economico e sociale sperimentati dalla popolazione di colore e in particolare dai giovani.</p>



<p>L’area di Primrose Street all’interno della cittadina immaginaria di Beechwood Brook, il degrado della pavimentazione stradale e le condizioni degli edifici, rispecchiano la situazione di molte aree periferiche delle città inglesi, dove una popolazione composta da persone di varie etnie condivide una situazione di svantaggio sociale, sfiducia nelle istituzioni e un clima generale di rassegnazione verso le possibilità di un cambiamento. Una situazione ulteriormente complicata, per i giovani nati nel Regno Unito da genitori immigrati, dal non sentirsi completamente integrati nella società britannica ma allo stesso modo non identificarsi nella cultura dalla quale i genitori provengono.</p>



<p>Un’ultima chiave di lettura per i fatti dei primi anni ‘80, più difficile da categorizzare, può essere definita come ‘marginalità politica’. Questo aspetto riceve molta attenzione all’interno degli studi sulle rivolte negli Stati Uniti, ma non è percepito come altrettanto importante nelle rivolte nel Regno Unito. Il sentimento di alienazione e di impotenza è spesso sperimentato dai personaggi all’interno del romanzo. Dai componenti della famiglia Swale, ognuno dei quali lo vive a suo modo, da Williams per il quale diventa spesso tema di riflessione e azione, fino al confronto tra Billy e Bob Cameron all’ospedale con l’agente Meredith, e la loro decisione di agire, motivata dalla sfiducia verso la polizia e le istituzioni.</p>



<p>Le diversità di origini e di mentalità nella galleria dei personaggi presenti in <em>Anatomia di una rivolta</em> lo rende un ritratto verosimile della realtà multietnica di una cittadina dell’Inghilterra del Nord, dove non si è preparati ad affrontare le violenze che ci si aspetta in un grande centro ma che, nella sua composizione sociale, presenta tutti gli ingredienti perché una situazione di tensione possa accendersi fino all’esplosione. La conoscenza diretta del lavoro di polizia di Wainwright lo porta a una descrizione puntuale della progressività di questo processo, e del sommarsi di una serie di individualità che trovano nella folla un veicolo per la soddisfazione dei propri scopi, o semplicemente un modo per sfogare un variegato misto di disagio e rabbia. Un’aggregazione che, per usare una metafora del romanzo, da singole pagliuzze conduce alla formazione di un pagliaio, in attesa della scintilla dalla quale si scatena il fuoco.</p>
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		<title>Germania, working class: la fine del German Dream</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 17:02:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dalla working class ai working poor. La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.]]></description>
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<p class="has-small-font-size">Julia Friedrichs*</p>



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<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-84-dicembre-2023-gennaio-2024/">(Paginauno n. 84, dicembre 2023 – gennaio 2024)</a></em></li>
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<p>Dalla working class ai working poor. La rottura della mobilità sociale: generazioni di lavoratori qualificati che hanno investito in formazione si ritrovano con redditi al limite della sopravvivenza, in una società dove la linea di demarcazione è divenuta quella del capitale familiare: ricchezza, scuole elitarie, contatti.</p>
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<p><em>La Germania è in recessione. Ma non è questa crisi economica a causare la crisi sociale. Essa affonda le radici nell’epoca in cui il Paese era indicato come il motore d’Europa e il modello da seguire, con la sua ‘economia so</em><em>ciale di mercato’ (l’ordoliberismo) e il</em><em> </em><em>mercantilismo vincente. Uno svilup</em><em>po basato sulla sottaciuta graduale </em><em>trasformazione della </em>working class<em> in</em><em> </em>working poor<em>, una dinamica che abbiamo visto all’opera anche in Italia. Con uno sguardo dall’interno e ben </em><em>lontano dalla narrazione positiva che</em><em> normalmente circonda lo Stato tedesco, Julia Friedrichs, autrice di “</em><em>Working Class: Waru</em><em>m wir Arbeit brau</em><em>chen, von der wir leben können”</em><em>&nbsp;(“Working class: perché abbiamo bisogno di un lavoro che ci consenta di vive</em><em>re”) è giunta alla conclusione, tra da</em><em>ti e interviste, che oggi i lavoratori </em><em>lottano per garantirsi la mera soprav</em><em>vivenza. “I nati in Germania Ovest nel</em><em>l’immediato dopoguerra,” scrive in que</em><em>sto articolo, “ovvero i genitori dei</em><em> quarantenni di oggi, sono riusciti ad avanzare in tutte le fasce di reddito; anche i lavoratori non qualificati sono riusciti a farlo. Il 90% dei nati negli anni del miracolo economico ha guadagnato più dei propri genitori”. Non è più così per le generazioni successive: “Solo uno su due dei nati nel 1980 riesce a superare il reddito di</em><em>sponibile dei genitori”. E non si trat</em><em>ta di formazione adeguata o di posto di lavoro: “Il mondo professiona</em><em>le moderno è troppo frammentato</em><em> per poter semplicemente suddividere le persone in colletti bianchi e colletti blu. Gli operai non lavorano più sottoterra, solo raramente in fabbri</em><em>ca alla catena di montaggio. Oggi puliscono, insegnano, portano pa</em><em>cchi su per le scale e biancheria sporca giù per le scale, siedono alla cassa del supermercato o riempiono gli scaffali. Installano internet veloce e rispondono al numero verde. Si prendono cura del nonno o di noi quando </em><em>siamo malati”. Per Julia Friedrichs,</em><em> nelle società attuali la linea di de</em><em>marcazione è il capitale. Quello di na</em><em>scita, che proviene dalla famiglia:</em><em> ricchezza, titoli di studio, contatti. I differenti tipi di capitale che indicava </em><em>il sociologo Bourdieu: economico, cul</em><em>turale e sociale. Chi non li ha – la</em><em> maggior parte – “sono persone che non detengono azioni di società, non possiedono condomini, non si aspettano eredità. Persone per le quali il </em><em>motto è: reddito netto uguale bud</em><em>get mensile”. Corrono per stare fer</em><em>mi, come su una scala mobile ne</em><em>ll’opposto senso di marcia. Running to stand still.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La generazione successiva a quella dei baby boomer, nella sua gran parte sarà la prima, dopo la seconda guerra mondiale, a non superare economicamente i propri genitori. Sebbene l’economia sia cresciuta per un decennio, la maggioranza delle persone di questo Paese ha poco capitale e nessuna ricchezza.</p>



<p>Creare ricchezza con i propri sforzi è diventato più difficile, soprattutto per le giovani generazioni. La metà di loro teme di diventare povera in età avanzata.</p>



<p>Siete mai saliti su una scala mobile contro il senso di marcia cercando di opporvi alla discesa dei gradini? È una brutta sensazione. Si calcia e si scalcia, ma non si riesce a fare progressi. Con un grande sforzo si riesce al massimo a resistere.</p>



<p>Oppure – altro esempio – vi è mai capitato di usare un ascensore che all’improvviso ha sobbalzato e si è bloccato, invece di portarvi ai piani superiori? Di colpo lo spazio appare angusto. Ad alcune persone sembra di essere a corto d’aria. Il tempo che manca alla liberazione si allunga. Non è un bel momento.</p>



<p>Naturalmente – e questo è il sollievo – entrambe le situazioni possono essere risolte rapidamente: si scivola finalmente giù per la scala mobile in segno di resa, e l’ascensore riparte dopo la riparazione. Fatto!</p>



<p>E se non fosse così?</p>



<p>Immaginate per un attimo di essere intrappolati per sempre in una delle due posizioni. Perché sono proprio quelle che gli economisti usano come metafora per caratterizzare la realtà di molti giovani: “Running to stand still”, correre per restare fermi, cioè per non scivolare; e “Broken Elevator”, un ascensore rotto che impedisce alle persone di salire ai piani sociali più alti.</p>



<p>All’inizio di dicembre 2021 l’OCSE, insieme alla Fondazione Bertelsmann, ha pubblicato un importante studio sullo stato della classe media. Il report ha formulato una diagnosi che era già stata preannunciata in molti risultati individuali: per le giovani generazioni, la promessa di un avanzamento, fatta dall’economia sociale di mercato, non viene mantenuta. Secondo lo studio, infatti, “la classe media tedesca si è ristretta rispetto alla metà degli anni Novanta. Tra il 1995 e il 2018 si è ridotta”.</p>



<p>Per molti anni il reddito disponibile, e quindi il tenore di vita di molte famiglie della classe media, ha ristagnato. I giovani sono stati più colpiti rispetto agli anziani. Letteralmente, si legge: “Dall’epoca dei baby boomer in poi, è diventato più difficile per ogni generazione successiva passare alle classi di reddito del ceto medio”.</p>



<p>Nonostante il boom dell’economia avvenuto prima della pandemia sia stato costante e robusto e anche se la generazione più giovane ha investito più tempo e sforzi nella propria formazione rispetto a quelle precedenti; anche se molte aziende lamentano da tempo la mancanza di lavoratori qualificati e – se si crede alle leggi della domanda e dell’offerta – i pochi giovani potrebbero in realtà essere meglio retribuiti rispetto ai baby boomer, che abbondano in numero.</p>



<p>Le misurazioni dell’economista Timm Bönke confermano questa conclusione. Per gli studi sul reddito durante il ciclo di vita, lui e i suoi colleghi scavano tra i dati dei fondi pensione e del Socio-Economic Panel, provenienti dai micro-censimenti e dalle indagini sul reddito dei consumatori a partire dal 1962. Il team confronta e analizza: <em>chi</em> guadagna <em>quanto</em> nell’arco della propria vita? E come si rapporta il reddito dei genitori con quello dei figli?</p>



<p>I nati in Germania Ovest nell’immediato dopoguerra, ovvero i genitori dei quarantenni di oggi, sono riusciti ad avanzare in tutte le fasce di reddito; anche i lavoratori non qualificati sono riusciti a farlo. Il 90% dei nati negli anni del miracolo economico ha guadagnato più dei propri genitori. Timm Bönke: “Per i nati dopo, invece, questo non è più vero. Solo uno su due dei nati nel 1980 riesce a superare il reddito disponibile dei genitori”.</p>



<p>Eppure il reddito nazionale pro capite è cresciuto del 53% dal 1980. Quindi la torta è diventata molto più grande. Se fosse stata distribuita allo stesso modo, a un certo punto tutti i figli adulti avrebbero dovuto superare i loro genitori in termini di reddito disponibile. Ma non è così.</p>



<p>È come se una parte della generazione più giovane fosse stata indirizzata dalla scala mobile sicura che portava i genitori verso l’alto, a una scala mobile verso il basso. Ora stanno correndo per aggrapparsi in qualche modo. <em>Running to stand still.</em></p>



<p>Ovviamente i giovani stanno ancora salendo le scale della vita. O probabilmente, è più esatto dire che iniziano il loro viaggio da un pianerottolo più alto. Ma questi sono i giovani dotati di capitale fin dalla nascita, grazie alle loro famiglie: ricchezza, titoli di studio, contatti. Coloro che invece sono in corsa contro la retrocessione possono essere delineati con precisione: sono quelli che appartengono alla schiera dei post-baby boomers, che non hanno beni, né capitali, che dipendono unicamente dal lavoro delle loro mani e delle loro teste. La nuova classe operaia.</p>



<p>Spesso si sostiene che in Germania sia scomparsa da tempo. Che possiamo solo essere suddivisi in gruppi di consumatori, distinti dal fatto che alcuni volano a Maiorca per i mandorli in fiore, altri a Ibiza per le feste. Una falsità che si basa anche sul fatto che ci aggrappiamo a immagini e definizioni superate.</p>



<p>Oggi gli operai non lavorano più sottoterra, solo raramente in fabbrica alla catena di montaggio. Oggi puliscono, insegnano, portano pacchi su per le scale e biancheria sporca giù per le scale, siedono alla cassa del supermercato o riempiono gli scaffali. Installano internet veloce e rispondono al numero verde. Si prendono cura del nonno o di noi quando siamo malati.</p>



<p>La classe operaia è diventata più variegata, più femminile, più migrante, più propensa a svolgere lavori di servizio, ma vale sempre lo stesso discorso: sono persone che lavorano per avere soldi per mantenersi. Persone che non detengono azioni di società, non possiedono condomini, non si aspettano eredità. Persone per le quali il motto è: reddito netto uguale budget mensile.</p>



<p>I due economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez stratificano la popolazione degli Stati Uniti in base alla loro ricchezza. In fondo alla scala, l’ampia working class, le persone senza capitale, ben il 50%. Poi la classe media: il 40%. La classe medio-alta è il successivo 9%. E i ricchi sono l’1% superiore. Se si segue questa logica, anche&nbsp;in Germania&nbsp;la maggior parte delle persone sono lavoratori. Perché, nonostante l’economia sia in crescita da un decennio, la maggioranza di questo Paese non possiede quasi nessun capitale, nessun patrimonio.</p>



<p>Se si mettono in fila tutti i cittadini adulti, il patrimonio del tedesco medio è pari a circa 20.000 euro. Se si ripete la stessa cosa con le sole donne che in Germania pagano un affitto, la mediana equivale a 5.000 euro. Come si può vedere, nel nostro ricco Paese, troppa poca ricchezza arriva fino alla metà inferiore della piramide. E molti sulla scala mobile hanno l’impressione, giustamente, che tutti gli sforzi non siano sufficienti per uscire da questa situazione.</p>



<p>“La Germania ha un’uguaglianza insolitamente bassa di opportunità e mobilità tra le generazioni”, scrive Marcel Fratzscher, presidente del Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (Istituto Tedesco per la Ricerca Economica). Il reddito dei figli è strettamente legato a quello dei genitori più di quanto accada in quasi tutti gli altri Paesi industrializzati, afferma. E prosegue: “Sta diminuendo drasticamente la percentuale di giovani con un livello di istruzione medio-basso che riesce a entrare nella classe media”. Dal 1995 le loro possibilità di avanzamento sono diminuite. La working class è bloccata nel <em>b</em><em>roken elevator</em>e corre per tenere il passo della scala mobile.</p>



<p>Questo per quanto riguarda i risultati astratti. Ma dietro a tutto questo ci sono molte vite individuali che non sono affatto astratte. Persone che avevano progetti che non si sono ancora realizzati. Speranze che non si sono ancora realizzate. Dietro ci sono le grandi domande, quasi filosofiche, come il valore del lavoro e chi lo misura. E quelle che ci poniamo ogni mattina: come fai a motivarti ad andare avanti quando sai che tutto il tuo sforzo probabilmente non ti porterà su per la scala mobile?</p>



<p>In un punto della rete che nel sottosuolo&nbsp;tiene insieme Berlino, Sait riempie il suo carrello delle pulizie con un litro di detergente, stracci, carta igienica, sacchi blu e cartone a mano dalle 6:30 di ogni giorno lavorativo. Quando l’ascensore si rompe di nuovo, come stamattina, Sait non ha altra scelta se non quella di tenere aggrappato al proprio corpo il carrello inclinato lungo la scala mobile. Così scende, sotto le strade della città.&nbsp;</p>



<p>Sait pulisce le stazioni della metropolitana di Berlino da 18 anni. In ognuna segue la stessa routine. Pulisce le banchine, le scale, l’area di uscita. Svuota i cestini della spazzatura, spazza, deterge se ci sono macchie: se qualcosa è stato versato, urina secca, resti di escrementi. Pulisce freneticamente anche le biglietterie automatiche. Il suo programma gli concede 40 minuti per stazione. Se impiega più tempo, ha un ‘meno’, e per recuperarlo deve lavorare ancora più velocemente alla stazione successiva.</p>



<p>Una volta terminata la pulizia, spinge il carrello nella metropolitana per andare alla stazione successiva. Questo è il momento che vive come il peggiore del turno, quando lui, che garantisce la pulizia, viene percepito&nbsp;dagli altri come sporco. I carrelli, dice Sait, vengono utilizzati in tre turni e i sacchi di raccolta vengono cambiati solo una volta alla settimana. Vorrebbe poter riporre i suoi materiali di pulizia dentro degli armadietti, in ogni stazione. Ma questo, sospetta, sarebbe probabilmente troppo costoso. Quindi non ha altra scelta che portarli da una stazione all’altra. “Ora immagina”, dice, “hai il tuo panino in mano, io sto salendo, ho appena pulito vomito e piscio e lo straccio puzza. È in quel momento che ti allontani da me, ovviamente!”</p>



<p>Nell’autunno 2019 Sait guadagnava 10,56 euro lordi all’ora. Adesso sono diventati poco più di 12 euro l’ora. Ma in cambio deve fare più stazioni in meno ore. Il suo turno è stato accorciato. Sait guadagna circa 1.700 euro netti al mese. Ha due figli. Quello maggiore ora sta facendo un apprendistato e guadagna soldi extra. Per fortuna. Perché prima Sait si recava al Sozialamt (ufficio per l’assistenza sociale, <em>n.d.a.</em>) mese dopo mese e si faceva dare un’integrazione dello stipendio. Gli piacerebbe poter sfamare la sua famiglia con il suo lavoro. Ma non è sufficiente. Anche sua moglie guadagna facendo la sarta in una piccola sartoria. Perché molte cose che deve pagare sono diventate più costose. L’affitto: 500 marchi per tre stanze, è quanto costava il suo appartamento negli anni ‘90, ora però sono 700 euro. L’elettricità: raddoppiata. I contributi sociali: aumentati. Il fatto che uno come lui possa permettersi una buona vita non è più possibile, dice Sait, e in questo modo riassume sobriamente tutte le statistiche e gli studi apparsi sulla situazione dei lavoratori come lui.</p>



<p>Naturalmente, Sait è quello che i sociologi chiamano un “non qualificato”. Si può raccontare la sua vita lavorativa come lui stesso fa in maniera autocritica: come conseguenza del suo fallimento nel sistema educativo. Un apprendistato, o addirittura una laurea, avrebbero aumentato le sue possibilità. Ma la vita di Sait non potrebbe essere raccontata anche in un modo completamente diverso?</p>



<p>David Graeber, l’etnologo della London School of Economics, morto troppo presto nel 2020, ha scritto nel suo libro <em>Bullshit Jobs</em>: “Supponiamo di svegliarci tutti una mattina per scoprire che non solo gli infermieri, gli addetti alla raccolta di spazzatura e i meccanici sono scomparsi, ma che anche gli autisti di autobus, i venditori di cibo, i vigili del fuoco e i cuochi di fast food sono stati trasportati in un’altra dimensione: le conseguenze sarebbero catastrofiche”. Non è del tutto chiaro, invece, se il mondo soffrirebbe se sparissero tutti i gestori di private equity, gli esperti di marketing, gli specialisti delle assicurazioni o gli addetti al telemarketing. “Ma è proprio lì che lavorano molte delle persone che percepiscono stipendi particolarmente alti”.</p>



<p>E alcuni di loro guardano anche dall’alto in basso coloro che si occupano di loro in vari modi. Che il lavoro di Sait sia necessario e significativo è indiscutibile. Che lo faccia in modo corretto e affidabile, anche senza una laurea, è altrettanto indiscutibile. Quindi perché una persona come Sait non dovrebbe avere il diritto di sperare di poter costruire, su questo lavoro, una vita sicura e buona?</p>



<p>Una generazione prima, era ancora possibile. Anche per i non qualificati. Anche il padre di Sait era un operaio a Berlino. Lavorava come autista al mercato all’ingrosso. Sua madre era una casalinga. La famiglia aveva tre figli. A quel tempo, racconta Sait, era possibile vivere bene con un solo reddito. La famiglia poteva affittare un appartamento spazioso, andare al ristorante, in vacanza, suo padre poteva persino risparmiare. È perché erano più frugali, come sostengono alcuni anziani? In ogni caso, il fatto è che, al netto dell’inflazione, il padre di Sait guadagnava più di quanto guadagna oggi suo figlio.</p>



<p>Nelle parole del grande economista Marcel Fratzscher suona più o meno in questo modo: “La percentuale di giovani con un livello di istruzione medio-basso che riesce a entrare nella classe media, sta diminuendo drasticamente”.</p>



<p>Oppure, come dice Bettina Kohlrausch, direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca della Fondazione Hans Böckler: “Un’occupazione lavorativa remunerata non è più una promessa di sicurezza”, soprattutto per i più giovani. E questo considerando che la loro preparazione, prima di entrare nel mercato del lavoro, è significativa.</p>



<p>A conti fatti, nessuna generazione è stata più istruita di quella attuale. All’inizio degli anni Cinquanta, il 15% di ogni coorte in Germania Ovest frequentava il ginnasio, oggi quasi il 50%. Nel 1950, 100.000 giovani andavano all’università, oggi oltre due milioni. Certo, l’Abitur (esame di maturità, <em>n.d.a.</em>) non è più così impegnativo come poteva esserlo quando solo una classe ristretta ed elitaria lo sosteneva. Ma è ancora più impegnativo del Volksschulabschluss (certificato di scuola elementare, <em>n.d.a.)</em>, che era il titolo di studio più comune nella generazione degli over 65.</p>



<p>Certo, l’espansione dell’istruzione ha cancellato alcune disuguaglianze che ancora caratterizzavano la generazione dei nostri genitori e nonni: quelle tra ragazzi e ragazze e tra aree urbane e rurali. Ma non quella tra i figli degli accademici e quelli della working class. Questo divario invece è cresciuto.</p>



<p>Per capirlo, facciamo un breve esempio aritmetico: immaginiamo che un medico donna guadagni 3.000 euro e un infermiere uomo 1.500; e che entrambi raddoppino il loro stipendio. La dottoressa ne prende 6.000, l’infermiere 3.000. In termini percentuali, tutti e due ricevono la stessa cifra in più, ma il divario tra loro aumenta. È esattamente ciò che è accaduto nelle scuole e nelle università. Se si osserva il background sociale degli studenti prima e dopo l’espansione dell’istruzione, si noterà che un numero maggiore di diplomati di tutte le classi va all’università. Ma è proprio questo che ha aumentato il vantaggio dei figli degli accademici.</p>



<p>Un esempio: nel 1969, il 3% dei figli di operai iniziava l’università, nel 2000 era il 7%, più del doppio. Tra i figli dei dipendenti pubblici, la quota è passata dal 27% nel 1969 al 53% nel 2000. In seguito, il metodo di conteggio è stato modificato, quindi le statistiche non sono più confrontabili. Il risultato, tuttavia, rimane: la percentuale di coloro che studiano è aumentata in tutti gli strati sociali. Allo stesso tempo, però, il divario è cresciuto a svantaggio dei figli della classe operaia.</p>



<p>Inoltre, se l’Abitur è il <em>new normal</em>, ha perso decisamente valore, come tutti gli altri certificati. Il sociologo Aladin El-Mafaalani scrive: “Laddove una volta nessun titolo di studio o titoli di base sarebbero stati sufficienti per iniziare una carriera, ora sono necessari titoli di studio medi e superiori”.</p>



<p>Secondo un paragone popolare, è come essere in uno stadio. Se un solo tifoso si alza in piedi, vede meglio. Ma se uno alla volta si alzano tutti, il vantaggio viene meno. Nello stadio delle generazioni successive a quella del baby boom, chi è rimasto seduto ha una visuale molto scarsa. Ma anche chi si è alzato, cioè chi si è diplomato – studiando – allungandosi fino alla punta dei piedi, non ha più la garanzia di vedere ciò che accade, e non ha più la garanzia della sicurezza economica.</p>



<p>Al telefono, Alexandra ha detto che la sua vita è governata da un grande senso di insicurezza. Né lei né suo marito Richard se lo aspettavano all’inizio della loro carriera. Come avrebbero potuto? Due laureati con lode. Alexandra si è diplomata al conservatorio con ‘ottimo’ e poi ha aggiunto l’esame di concertista e la tesi di dottorato. Non si può investire di più nella propria formazione. Anche la sua professione, insegnante di pianoforte, è molto richiesta. Le liste d’attesa sono lunghe.</p>



<p>Alexandra e Richard vivono molto appartati. Ma in qualsiasi altro posto, anche una casa piccola come la loro sarebbe inaccessibile. Il bungalow è stato costruito nel 1977 e ha il riscaldamento a gasolio nel seminterrato. Per la ristrutturazione è stato utilizzato un Bausparsvertrag (contratto di risparmio edilizio, una sorta di mutuo, <em>n.d.a.</em>) e hanno dovuto finanziare interamente il prezzo di acquisto. Oggi pagano 1.300 euro al mese per interessi, rimborso, elettricità, acqua e riscaldamento a gasolio. Fortunatamente non si è rotto nulla per molto tempo. Perché Alexandra e suo marito Richard sono insegnanti di musica a contratto. I loro datori di lavoro – sei scuole di musica – hanno esternalizzato i rischi della vita a loro due.</p>



<p>Alexandra e Richard sono assunti per 21-27 euro lordi all’ora. Alcuni compensi non vengono aumentati da dieci anni. Durante le vacanze o quando sono malati, non guadagnano nulla.</p>



<p>Sul tavolo del soggiorno c’è un foglio di carta sul quale hanno disegnato il loro programma settimanale. Un capolavoro di logistica, che conduce due attivissimi micro imprenditori ai loro 110 allievi. Sarebbe opportuno avere una seconda auto. Ma è fuori discussione.</p>



<p>Non sono poveri, sottolinea Alexandra. Entrambi guadagnano circa 1.600 euro netti al mese, e lei gestisce il denaro in modo disciplinato: tiene un libro dei conti, cerca offerte per il cibo e per i vestiti.</p>



<p>Il budget è un problema risolvibile nella maggior parte dei mesi. Come musicista, si impara presto che non si ottiene nulla senza disciplina. E così questa virtù è diventata il loro strumento di gestione della vita. L’insicurezza pesa di più. Alexandra, Richard e i due bambini devono sempre restare in funzione. A nessuno è permesso ammalarsi per un periodo di tempo prolungato. Ogni evento imprevisto fa vacillare la struttura della loro vita, che hanno costruito con molto lavoro.</p>



<p>Alexandra e Richard appartengono al tipo di persone che molti di coloro che hanno ancora in testa le vecchie immagini e definizioni della classe operaia, non assocerebbero certo al termine working class. Ma il mondo professionale moderno è troppo frammentato per poter semplicemente suddividere le persone in colletti bianchi e colletti blu in base ai titoli di studio, ai posti di lavoro. No. La linea di demarcazione decisiva nelle società attuali è il capitale.</p>



<p>E proprio come Sait, Alexandra e Richard vivono di mese in mese. Anche loro non hanno beni. Nessuna riserva per i momenti difficili. E non ci sono solo loro. Ad esserne altrettanto colpiti sono make-up artist, insegnanti dei centri di formazione per adulti, assistenti sociali, giornalisti, fisioterapisti.</p>



<p>Se si va a trovare Alexandra in uno dei suoi luoghi di lavoro – un’aula di musica in una scuola elementare, carta da parati in truciolato alle pareti, moquette di velluto blu sul pavimento – è facile tornare indietro agli anni Ottanta della Germania Ovest. In un’epoca in cui il lavoro di Sait non era ancora affidato a subappaltatori e gli insegnanti di scuola di musica come Alexandra erano ancora assunti a tempo indeterminato, con tutte le benedizioni del welfare state – contributi previdenziali, indennità di malattia, ferie.</p>



<p>Gli anni Ottanta hanno segnato la fine dell’era del capitalismo più addomesticato che i Paesi industrializzati occidentali abbiano mai sperimentato. Il normale rapporto di lavoro era la norma, almeno per la metà maschile della popolazione, il tasso di retribuzione era elevato, il divario tra gli stipendi più alti e i redditi medi era ridotto. All’epoca, un membro del consiglio di amministrazione riceveva in media 14 volte il salario dei suoi dipendenti, oggi 50 volte. I patrimoni non erano così distanti. Le possibilità di promozione erano maggiori. Chi era povero negli anni ‘80 aveva solo il 40% di probabilità di rimanere tale cinque anni dopo. Oggi questo rischio è salito al 70%.</p>



<p>Per questo molti economisti considerano gli anni ‘80 come un punto di svolta per la classe operaia. Nei Paesi occidentali, che in termini di reddito erano diventati sempre più uguali nei decenni del dopoguerra, la tendenza si è invertita: le disuguaglianze di ricchezza e di reddito sono aumentate.</p>



<p>Le cause sono numerose. Non c’è una sola ragione. Ma piuttosto, fatalmente, c’è tutta una serie di ostacoli accumulati sulla strada dei membri più giovani della working class, mentre tentavano la loro scalata. Alcuni si possono rapidamente etichettare qui con una parola chiave: globalizzazione, deregolamentazione, ascesa del capitalismo finanziario. Tutto questo è stato avvertito anche dalla classe operaia. Parti di aziende sono state delocalizzate, la forza lavoro nel Paese è stata messa sotto pressione. I salari del 40% più povero – adeguati all’inflazione – sono cresciuti a malapena per più di due decenni.&nbsp;</p>



<p>I sindacati si sono indeboliti.&nbsp;Anche i partiti socialdemocratici. E gli economisti promettevano che la ricchezza si sarebbe più o meno automaticamente riversata verso il basso se si fossero concessi sgravi fiscali solo a chi già possedeva molto.</p>



<p>Un altro ostacolo che blocca le scale alle giovani generazioni viene raramente menzionato. Probabilmente anche perché non è stato messo lì da potenze lontane come i super-ricchi del mondo o i politici di spicco, ma da chi ti è molto più vicino: le colleghe più anziane, il consiglio di fabbrica, i tuoi stessi genitori. Alcuni chiamano la generazione di coloro che oggi hanno circa settant’anni, la ‘generazione d’oro’. Da un punto di vista economico, i nati nella Germania Ovest del dopoguerra si sono sempre trovati nella fase di vita giusta al momento giusto. In età avanzata, questa generazione è più prospera di qualsiasi altra coorte che l’ha preceduta – e presumibilmente anche di quelle che le succederanno.</p>



<p>Il giornalista televisivo Sven Kuntze, un tempo corrispondente della ARD a Bonn, New York e Washington, scrive in un libro sulla sua generazione che sono cresciuti come “figli del miracolo economico”, in un’atmosfera di sconfinata fiducia. Le cose andavano sempre meglio. Chi andava in bicicletta presto si poteva comprare la moto e poi la prima auto, e i viaggi per le vacanze si spostavano inesorabilmente verso sud. Si aprivano piscine ovunque, si costruivano scuole. Lo Stato era quasi privo di debiti. Kuntze ricorda che “ovunque l’occhio dell’adolescente guardasse, c’erano nuovi inizi e ottimismo”.</p>



<p>Chi era giovane a quel tempo “doveva solo afferrare” le opportunità. È così che un’ex redattrice, appena andata in pensione, descrive la situazione nell’intervista. Ha iniziato la sua carriera sapendo che tutto era possibile. Quando fu promossa a capo redazione, tutto questo non sarebbe stato più vero per chi l’avrebbe seguita. Le posizioni fisse erano state tagliate. Nelle riunioni del personale, ha dovuto togliere ai suoi freelance la speranza della sicurezza che lei stessa aveva sperimentato fin dall’inizio. Ed è anche consapevole del fatto che coloro che verranno dopo di lei, non avranno in alcun modo la stessa sicurezza di cui lei oggi gode, in vecchiaia. Fino all’inizio degli anni ‘90, le emittenti hanno fatto costose promesse pensionistiche ai loro redattori, che ora, ohimè, stanno intaccando i bilanci attuali. Uno dei negoziatori di allora afferma adesso che l’intera faccenda “probabilmente non era stata calcolata in questo modo sulla tabella di marcia”. Sembra che questa fosse una specialità della generazione del dopoguerra. Fondo pensione? Clima? Opportunità di avanzamento? “Probabilmente non era stato calcolato in questo modo sulla linea del tempo”.</p>



<p>Fra molti lavoratori dipendenti ci sono quindi diverse generazioni di pensionati: quelli che “hanno una buona pensione”, quelli che “hanno <em>ancora</em> una buona pensione” e poi i più giovani, le cui pensioni aziendali sono spesso inferiori o sono state limitate e che – ovviamente – dovranno anche cavarsela con una pensione statale più bassa. Dovrebbero quindi provvedere privatamente alla loro vecchiaia, come si dice sempre. Cosa che – come possono spiegare in dettaglio non solo Sait e Alexandra – è difficilmente possibile quando i salari non aumentano, ma le spese sì. <em>Running to stand still. </em>Correre per restare fermi.</p>



<p>Nella prima primavera durante la pandemia, la working class ha vissuto una breve stagione di rispetto, persino di riverenza. Improvvisamente, tutti coloro che – come Sait – sarebbero altrimenti passati inosservati, pulendo o curando o raccogliendo, sono stati visti come eroi della crisi. Al Bundestag tedesco, i deputati si sono alzati in piedi – standing ovation per tutti coloro che, con il loro lavoro, “fanno letteralmente funzionare il Paese”, come li ha ringraziati la cancelliera Angela Merkel. E Herbert Grönemeyer ha cantato: “Sono gli eroi di questi tempi / Le nostre spine dorsali / La nostra posizione / Osano attraversare i loro confini lontani / Per voi e per me / Prendono il Paese nelle loro mani”.</p>



<p>Quando si è bloccati in un ascensore rotto, questa attenzione può sembrare inizialmente confortante. Ma per le persone in quella situazione, sarebbe più importante che l’ascensore ripartisse rapidamente. Sappiamo cosa aiuterebbe la riparazione: salari più alti, una ridistribuzione del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza, alloggi che anche la classe operaia possa permettersi, scuole che istruiscano tutti, sicurezza sociale che sostenga tutte le generazioni. Chi si impegna deve poter ottenere qualcosa.</p>



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<p class="has-small-font-size">*Articolo pubblicato sul blog VocidallaGermania, 24 agosto 2023, sotto diritti Creative Commons</p>
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