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	<title>Società &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<description>Rivista di approfondimento politico e culturale</description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 May 2026 14:50:02 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Società &#8211; Rivista Paginauno</title>
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	<item>
		<title>AI relazionali e dipendenza psicologica</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/ai-relazionali-e-dipendenza-psicologica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:20:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[chatbotAI]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni umane]]></category>
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					<description><![CDATA[AA.VV.* I rischi delle relazioni umano-AI: uno studio longitudinale calibrato per dose ed esposizione rivela che un rapporto emotivo con un chatbot AI può attivare dipendenza psicologica, non dà alcun benessere nel tempo e manipola la consapevolezza umana relativa alle macchine L’utilizzo di AI Companion è ormai diffuso (1) e, sempre più, tutti i modelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">AA.VV.*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>I rischi delle relazioni umano-AI: uno studio longitudinale calibrato per dose ed esposizione rivela che un rapporto emotivo con un chatbot AI può attivare dipendenza psicologica, non dà alcun benessere nel tempo e manipola la consapevolezza umana relativa alle macchine</p>
</blockquote>



<p><em>L’utilizzo di AI Companion è ormai diffuso (1) e, sempre più, tutti i modelli AI generici, da ChatGPT a Gemini a Claude, sono anch’essi strutturati per cercare di instaurare relazioni con l’utente. Fortunatamente, iniziano a moltiplicarsi anche le ricerche che si interrogano sui relativi impatti psicologici sull’umano. Lo Studio* di cui pubblichiamo qui un estratto – eliminando i passaggi più tecnici per una maggiore comprensione anche ai non addetti ai lavori, e al quale rimandiamo per il testo integrale, le note, la bibliografia e i dettagli sulla metodologia applicata – analizza 100 modelli AI rilasciati tra il 2023 e il 2025 ed è tra i primi studi clinici che, grazie a un approccio randomizzato longitudinale, ha potuto approfondire gli effetti psicologici del rapporto umano-AI calibrati per dose (intensità del comportamento relazionale) ed esposizione (interazioni ripetute nel tempo). La dipendenza, scrivono gli autori, può emergere in seguito a ripetute esposizioni, e si manifesta quando il ‘piacere’ di un’esperienza si disaccoppia dal ‘desiderio’ dell’esperienza stessa; è esattamente ciò che è affiorato nelle quattro settimane dell’esperimento, su una quota del campione rappresentativo della popolazione adulta della Gran Bretagna.</em>..</p>



<p><strong>Continua a leggere acquistando il</strong> <a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">numero 96</a></p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Hannah Rose Kirk (Università di Oxford, UK AI Security Institute), Henry Davidson (UK AI Security Institute), Ed Saunders (UK AI Security Institute), Lennart Luettgau (UK AI Security Institute), Bertie Vidgen (Università di Oxford, Mercor), Scott A. Hale (Università di Oxford, Meedan), Christopher Summerfield (Università di Oxford, UK AI Security Institute); <em>Neural steering vectors reveal dose and exposure-dependent impacts of human-AI relationships</em>, 18 febbraio 2026, pubblicato su Arxiv.com (Cornell University) con licenza Creative Commons 4.0</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alla fine dell’arcobaleno</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/alla-fine-dellarcobaleno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 14:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimo Numero]]></category>
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					<description><![CDATA[Il caso Epstein, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini ed Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick: ovvero, il cuore di tenebra dell’Occidente È il 1996 quando viene segnalato per la prima volta all’FBI l’interesse di Jeffrey Epstein per la pornografia minorile, nonché i suoi comportamenti sessuali abusivi, da Maria Farmer, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-96-maggio-giugno-2026/">(Paginauno n. 96, maggio – giugno 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il caso <strong>Epstein, Salò o le 120 giornate di Sodoma</strong> di Pier Paolo Pasolini ed <strong>Eyes Wide Shut</strong> di Stanley Kubrick: ovvero, il cuore di tenebra dell’Occidente</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">È il 1996 quando viene segnalato per la prima volta all’FBI l’interesse di Jeffrey Epstein per la pornografia minorile, nonché i suoi comportamenti sessuali abusivi, da Maria Farmer, allora collaboratrice del finanziere per l’acquisto di opere d’arte. Segue un nulla di fatto.</p>



<p>Un decennio dopo, nel 2005, i genitori di una ragazza di quattordici anni presentano una denuncia alla polizia di Palm Beach, Florida, per molestie sessuali avvenute sulla figlia nella residenza di Epstein. Sulla scia di questo caso, anche altre ragazze minorenni si fanno avanti per denunciare abusi analoghi, occorsi nello stesso periodo. Eppure già nel 2006 la polizia chiude le indagini preliminari, con Epstein incriminato solo a livello statale e accuse decisamente ridimensionate – in particolare, per induzione alla prostituzione. Anche l’FBI, tuttavia, sta conducendo, a questo punto, un’indagine per accertare l’esistenza di altre vittime e complici, la quale si interrompe bruscamente nel 2008, quando viene raggiunto un controverso accordo di patteggiamento con il procuratore federale Alexander Acosta, per cui il finanziere è registrato come <em>sex offender</em> e condannato a diciotto mesi di prigione, scontati in gran parte con permessi di uscita. A tal proposito, un reportage della giornalista Vicky Ward pubblicato su <em>The Daily Best</em> nel 2019 parla dell’esistenza di una fonte anonima, secondo la quale Acosta avrebbe riferito ai membri della squadra di transizione alla Casa Bianca di Donald Trump che, tra il 2007 e il 2008, gli era stato detto di “lasciar perdere” Epstein, poiché “apparteneva all’intelligence” (1). Il procuratore ha sempre negato questa versione. Tuttavia, tra i milioni di file resi pubblici il 30 gennaio 2026, emerge il memorandum dell’FBI FD-1023 dell’ottobre 2020 (2), il quale, pur non costituendo una prova giudiziaria, darebbe ragione alla fonte di Vicky Ward. Qui si legge, infatti, che sarebbe stato l’avvocato di Epstein, Alan Dershowitz, a riferire ad Acosta il coinvolgimento dell’accusato con i servizi segreti, in particolare il Mossad, da cui lo stesso Dershowitz sarebbe stato contattato per un <em>debriefing</em>, dopo i colloqui telefonici intercorsi tra lui e il finanziere (3).</p>



<p>Giungiamo così al 2011, quando lo Stato di New York classifica Epstein come <em>sex offender</em> di livello massimo&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Olimpiadi Milano: gli hotel e il dietro le quinte dello spettacolo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/olimpiadi-milano-gli-hotel-e-il-dietro-le-quinte-dello-spettacolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rettori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 11:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[appalto manodopera]]></category>
		<category><![CDATA[hotel]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[olimpiadi]]></category>
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					<description><![CDATA[Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L&#8217;intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Bassi salari, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute: il lavoro negli hotel milanesi che hanno i prezzi alle stelle. L&#8217;intervista a Simonetta Sizzi di Si Cobas</p>
</blockquote>



<p>In questi giorni la capitale italiana del lusso sta ospitando, insieme a Cortina, i Giochi olimpici invernali 2026. Dopo Expo 2015, si tratta di un altro grande evento che ha portato investimenti pubblici – <a href="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" data-type="link" data-id="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tre miliardi e mezzo</a> dei circa sei totali –, attirato investimenti privati – incentivati dagli oneri di urbanizzazione <a href="https://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" data-type="link" data-id="https://www.giannibarbacetto.it/2023/03/20/oneri-durbanizzazione-milano-resta-il-paradiso-fiscale-dellimmobiliare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">più bassi d’Europa</a> – e che si inserisce nella logica di ristrutturazione urbana e sostituzione sociale del <a href="https://rivistapaginauno.it/il-modello-milano-la-messa-a-valore-di-una-citta/" data-type="post" data-id="6959" target="_blank" rel="noreferrer noopener">‘modello Milano’</a>. Un processo di gentrificazione e turistificazione per una città che diventa sempre più attrattiva per i ricchi e sempre più inaccessibile per lavoratrici e lavoratori. Un modello basato su un’alta rendita immobiliare per i fondi di investimento, bassa tassazione sui redditi e sulla successione per i benestanti che qui spostano la residenza – l’ufficio anagrafe registra <a href="https://www.henleyglobal.com/publications/wealthiest-cities-2025/top-50-cities-millionaires" data-type="link" data-id="https://www.henleyglobal.com/publications/wealthiest-cities-2025/top-50-cities-millionaires" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un milionario ogni dodici abitanti</a> – e uno stile di vita desiderabile per classi abbienti, vip e turisti facoltosi che vengono a <em>consumare</em> la città per brevi periodi: aperitivi da più di mille euro, menù ricercati in ristoranti gourmet, serate in locali esclusivi e prezzi alle stelle per l’<em>experience</em> di una notte negli hotel di lusso.</p>



<p>Per tutto il periodo delle Olimpiadi, a Milano sfileranno capi di Stato, politici e celebrities, in una città blindata con ‘zone rosse’ inaccessibili e un’ingente militarizzazione, per prevenire e reprimere il dissenso di quella parte di popolazione che rifiuta le paillettes a cinque cerchi e denuncia una quotidianità fatta di precarietà, bassi salari, sfruttamento e affitti insostenibili. Un dissenso che la città vetrina non può permettersi, soprattutto nel momento in cui si trova sotto i riflettori del mondo. “Ogni cosa ha un prezzo”, <a href="https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sala-olimpiadi-foz37ydo" data-type="link" data-id="https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sala-olimpiadi-foz37ydo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato</a> il sindaco Sala in merito ai disagi per la cittadinanza che porteranno i Giochi, e la compressione dei diritti è il più salato. Perché una città attrattiva deve saper vendere l’immagine di città pacificata.</p>



<p>È questa la realtà con cui hanno dovuto fare i conti anche le lavoratrici degli hotel milanesi, che il 6 febbraio avevano convocato un presidio sotto la sede dell’associazione datoriale Federalberghi in corso Venezia, in concomitanza con la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Grazie alle limitazioni imposte dalle zone rosse, la Questura ha potuto vietare la manifestazione: “Ci hanno confinato in Piazzale Loreto”, racconta Simonetta Sizzi di Si Cobas, che da anni segue le lavoratrici, “e non abbiamo neanche avuto la possibilità di stare sotto uno degli alberghi dove lavorano, visto che si trovano tutti in una zona abbastanza centrale di Milano”. Un presidio convocato per denunciare “le condizioni contrattuali e lavorative che sono costrette a subire le cameriere ai piani che lavorano negli hotel, e che come sindacato abbiamo continuato a denunciare in tutti questi anni”, spiega Sizzi.</p>



<p>Una realtà di cui avevamo già <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">scritto</a> nel 2020 e che oggi è addirittura peggiorata.</p>



<p><strong>Partiamo dalla situazione contrattuale&#8230;</strong></p>



<p>Innanzitutto chiediamo l&#8217;unificazione in un unico contratto collettivo per tutte le lavoratrici: ora il datore di lavoro può scegliere quale applicare tra una ventina di contratti disponibili. Si va dal Multiservizi-pulizie, con una paga di circa sette euro lordi all&#8217;ora, a uno dei migliori del Turismo, come l’AICA, che prevede poco più di otto euro all&#8217;ora. Ma tra questi ci sono anche alcuni veri e propri ‘contratti pirata’, nel senso che hanno una paga oraria ancora più bassa di quella del Multiservizi-pulizie, non prevedono la quattordicesima, i permessi retribuiti e in alcuni casi nemmeno la malattia. Contratti che vengono applicati anche in hotel a quattro o cinque stelle.</p>



<p><strong>Le lavoratrici sono assunte direttamente dagli alberghi?</strong></p>



<p>No, da società esterne che hanno l’appalto per le pulizie.</p>



<p><strong>Una prassi ormai consolidata anche nel settore alberghiero&#8230;</strong></p>



<p>Tra l’altro con una novità: da dopo il Covid viene usato il contratto a chiamata, che precedentemente non esisteva. Prima avevi un contratto a tempo determinato, che dopo un po&#8217; diventava a tempo indeterminato; adesso c&#8217;è questo contratto a chiamata e le lavoratrici non sanno mai quanti giorni lavoreranno in un mese e, ovviamente, avendo bisogno di uno stipendio, ogni volta che le chiamano corrono a lavorare.</p>



<p><strong>Una turnistica che diventa imprevedibile e insostenibile&#8230;</strong></p>



<p>Sì, perché un giorno ti chiamano, poi ti lasciano a casa dieci giorni, poi fai venti giorni di lavoro consecutivo senza pause. Sono costrette ad accettare queste condizioni.</p>



<p><strong>Condizioni di estrema precarietà.</strong></p>



<p>Anche perché la maggior parte delle lavoratrici sono straniere, quindi accettano qualsiasi tipo di contratto per non perdere il lavoro e vedersi revocare il permesso di soggiorno.</p>



<p><strong>Quindi il punto è il sistema degli appalti, che favorisce una gara al ribasso tra le varie aziende, con tutto ciò che ne consegue in termini di bassi salari e minori tutele&#8230;</strong></p>



<p>Sì, perché ovviamente a vincere l&#8217;appalto è la società che offre all&#8217;hotel il minor prezzo. Poi però, per stare nei costi, queste aziende si rifanno sulle lavoratrici, appunto con contratti orrendi o pagando a cottimo. E stiamo vedendo che questa prassi si sta diffondendo tantissimo, per cui anche le poche imprese che vogliono fare le cose per bene, applicando il contratto del turismo migliorativo e pagando a ore, perdono gli appalti che vanno alle società che si muovono al ribasso. E in questo modo ci guadagnano solo gli hotel a danno delle lavoratrici.</p>



<p><strong>La questione del pagamento a cottimo era già emersa nella <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta</a></strong> <strong>del 2020. È ancora così quindi?</strong></p>



<p>Sì, sono pagate a camera, di fatto è un lavoro a cottimo integrale legalizzato che viene adottato in quasi tutti gli alberghi: magari stanno in hotel otto ore e vengono pagate solo per le camere che puliscono, quindi non per tutte le ore di presenza. Tra l’altro sono quasi tutte assunte part-time, e la paga base su un part-time è uno stipendio ancora più misero.</p>



<p><strong>A questo proposito, nella <a href="https://rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti-1/" data-type="post" data-id="7556" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra inchiesta</a> </strong><strong>alcune lavoratrici ci hanno raccontato di avere tempistiche molto strette per pulire le stanze e che se non riescono a stare nei limiti non vengono pagate. Ma il punto, ci dicevano, è che spesso è materialmente impossibile stare nei tempi&#8230;</strong></p>



<p>Esatto. Ultimamente poi gli hotel, con la scusa dell&#8217;ecologia, hanno inserito anche le cosiddette &#8216;camere green&#8217;, per cui il cliente può chiedere che la camera non venga pulita e può rifiutare il servizio anche dopo il terzo giorno. Quando però va via, magari dopo una settimana, quella camera deve essere pulita in venti minuti, mezz’ora. Ma è evidente che è impossibile.</p>



<p><strong>Avete provato a contattare direttamente i committenti degli appalti, ossia gli hotel?</strong></p>



<p>Con noi non parlano, li mettiamo in copia nelle comunicazioni ma non rispondono mai, mentre le aziende che assumono le lavoratrici dicono che la colpa è del committente. Si rimbalzano la responsabilità.</p>



<p><strong>Tornando alle condizioni di lavoro, oltre alla velocità </strong><strong>con cui devono pulire le camere,</strong><strong> quali altre problematiche denunciate?</strong></p>



<p>I carichi di lavoro molto pesanti che devono sopportare. Dopo il Covid gli hotel hanno tagliato tutti i costi che hanno ritenuto inutili, per esempio il lavoro di supporto ai piani svolto dai facchini: prima aiutavano le lavoratrici a portare i carrelli carichi di materiale, a spogliare le camere, aprire o chiudere i divani-letto, ribaltare i materassi, tutti lavori fisicamente faticosi. Adesso invece i facchini si limitano a portare in camera le valigie del cliente.</p>



<p><strong>L’aumento dei carichi di lavoro sta avendo conseguenze sulla salute delle lavoratrici?</strong></p>



<p>Stanno aumentando gli infortuni e le malattie. Lavoratrici che a trentacinque, quarant’anni iniziano ad avere dolori fisici, ernie, a non riuscire a muoversi.</p>



<p><strong>Dunque la situazione è sensibilmente peggiorata.</strong></p>



<p>Prima avevano un aiuto maggiore, ma non solo. C’era anche una maggiore sicurezza per le lavoratrici per quanto riguarda l’interazione con i clienti, essendo presente un addetto della sicurezza ai piani. Ci sono stati anche tentativi di violenza, per dire.</p>



<p><strong>Mentre ora cos’è cambiato?</strong></p>



<p>Hanno tolto anche quello. Quindi se una volta episodi di quel tipo erano ridotti perché c&#8217;era un servizio ai piani che controllava, ora i rischi sono maggiori.</p>



<p><strong>Avete trovato una soluzione per sopperire a questa mancanza?</strong></p>



<p>Sì, ora sono le lavoratrici che si organizzano. Nei grandi alberghi in cui siamo presenti come rappresentanza sindacale, abbiamo ottenuto che le lavoratrici non possano più entrare da sole nelle camere quando è presente il cliente.</p>



<p><strong>Quindi: salari bassi, poche tutele, lavoro a cottimo, contratti a chiamata, rischi per la sicurezza e per la salute. Nel frattempo gli hotel, con le Olimpiadi a Milano, hanno prezzi alle stelle&#8230;</strong></p>



<p>I prezzi sono triplicati, una camera che costava duecento euro adesso ne costa quattrocento-seicento. Ma anche i carichi e i ritmi di lavoro sono aumentati ulteriormente, devono fare tutto ancor più velocemente e perfettamente.</p>



<p><strong>Visto il picco di attività di questo periodo, per le lavoratrici è previsto un riconoscimento economico?</strong></p>



<p>No, non è stato riconosciuto nulla né dalle società né dagli hotel, assolutamente niente. Tra l’altro è stato detto loro che in questo periodo nessuno può chiedere permessi; io sono riuscita ad avere dei permessi sindacali per quattro lavoratrici, gli altri me li hanno rifiutati. Nessuno si può assentare.</p>



<p><strong>Anche perché di fatto sono sotto ricatto, considerati i contratti con cui sono assunte.</strong></p>



<p>Esatto, se si assentano poi gliela fanno pagare, e con il contratto a chiamata magari poi non le chiamano più.</p>



<p><strong>Quali sono i prossimi passi che avete in programma?</strong></p>



<p>Sicuramente se ci saranno da fare azioni sindacali negli hotel siamo pronti a farle, ma finché non saranno finite le Olimpiadi, con la scusa della zona rossa non ci sarà permesso di andare sotto Federalberghi. Quindi per la parte istituzionale dobbiamo aspettare che sia finito tutto per poter riprendere questa lotta.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il cuore e l’anima. L’umano e l’empatia artificiale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/il-cuore-e-lanima-lumano-e-lempatia-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanna Cracco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:50:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nuove Tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo digitale]]></category>
		<category><![CDATA[chatbotAI]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni umane]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9147</guid>

					<description><![CDATA[Relazioni umane vs relazioni umano-macchina. Rosanna Ramos ha sposato il suo bot Eren Kartal e non è una vecchia pazza eccentrica: gli AI Companion sono una realtà diffusa e lo sviluppo dell’empatia artificiale mira a integrarsi con avatar, androidi antropomorfi e robotica tattile: ma fare l’amore con una macchina non sarà la risposta alla solitudine [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" data-type="post" data-id="9143" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Relazioni umane vs relazioni umano-macchina<strong>. </strong>Rosanna Ramos ha sposato il suo bot Eren Kartal e non è una vecchia pazza eccentrica: gli AI Companion sono una realtà diffusa e lo sviluppo dell’empatia artificiale mira a integrarsi con avatar, androidi antropomorfi e robotica tattile: ma fare l’amore con una macchina non sarà la risposta alla solitudine competitiva della società dell’accelerazione</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Il compagno AI che si prende cura di te. Sempre qui per ascoltare e parlare quando hai bisogno di un amico empatico. Sempre dalla tua parte. Un amico, un partner o un mentore: trova il compagno perfetto in Replika.”<br>Replica.com</pre>



<p class="has-drop-cap">Un uomo su tre (31%) e una donna su quattro (23%), tra i 18 e i 30 anni, dichiara di chattare con un sistema di intelligenza artificiale progettato per simulare un partner romantico (Grafico 1, pag. 9); tra questi, il 29% degli uomini e il 17% delle donne afferma di “preferire la comunicazione con un programma AI piuttosto che interagire con una persona reale in una relazione” (Grafico 2, pag. 11), perché “i programmi di intelligenza artificiale sono ascoltatori migliori e li comprendono più delle persone reali”, e, indipendentemente dal genere, “il 21% concorda sul fatto che parlare con un programma di intelligenza artificiale sia un modo accettabile per sentirsi amati e legati in una relazione”. Lo rivela uno studio del Wheatley Institute pubblicato a febbraio 2025 (1), relativo a un campione di quasi 3.000 persone residenti negli Stati Uniti, che sottolinea come i dati siano strettamente relativi alle app AI per relazioni romantiche: “I tassi di utilizzo sono quindi probabilmente più elevati se si includono tutte le forme di interazione con l’intelligenza artificiale”, come amicizia o semplice compagnia. “Forse l’aspetto più importante di questo studio” conclude il rapporto, “è che l’utilizzo di tecnologie AI progettate per simulare partner romantici […] è più diffuso di quanto si possa pensare”&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Vedo non vedo</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/vedo-non-vedo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Iacopo Adami]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Il processo di gentrificazione in rapporto allo spazio geografico, alla classe sociale, alla ‘razza’ e all’identità in Blindspotting di Carlos Lopez Estrada Gentrificazione: processo afferente alla sociologia urbana, che può comprendere la riqualificazione e il mutamento fisico e della composizione sociale di aree urbane marginali, con conseguenze spesso non egualitarie sul piano socio-economico. Questa la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-94-gennaio-febbraio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 94, gennaio – febbraio 2026)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il processo di gentrificazione in rapporto allo spazio geografico, alla classe sociale, alla ‘razza’ e all’identità in <strong>Blindspotting di Carlos Lopez Estrada</strong></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">Gentrificazione: processo afferente alla sociologia urbana, che può comprendere la riqualificazione e il mutamento fisico e della composizione sociale di aree urbane marginali, con conseguenze spesso non egualitarie sul piano socio-economico. Questa la definizione del termine, coniato nel 1964 dalla sociologa inglese Ruth Glass, data dall’Enciclopedia Treccani. Del resto, già la sua radice, <em>gentry</em> – parola che designa la piccola nobiltà anglosassone – la dice lunga sulla natura classista di tale fenomeno; il quale risulta oggi particolarmente aggressivo e manifesto in pressoché tutte le metropoli occidentali. Certo l’ideologia neoliberista, lasciata libera di imperversare indisturbata dopo la capitolazione dell’URSS nel 1991, ha dato una spinta decisiva alla riprogettazione delle città in maniera tale che potessero garantire una maggiore estrazione di plusvalore. Come ricordato da Giovanna Cracco in un articolo del 2023, uscito su queste pagine, risale al 1999 la pubblicazione di un numero monografico della rivista <em>Urban life</em>, il quale “definisce le ‘città competitive’, dando risalto alla lettura puramente economicistica della sociologia urbana e ufficializzando l’entrata del pensiero neoliberista nelle politiche cittadine. Il pubblico – il welfare delle case popolari e dell’assistenza ai cittadini più poveri così come la gestione del patrimonio culturale e architettonico – cede il passo alla privatizzazione e alle partnership pubblico/privato, e la città diviene un ‘moltiplicatore della crescita economica’ e un ‘centro di innovazione’ che deve competere sul mercato delle città globali per attirare capitali e investimenti” (1). Non per niente, il 1999 è anche l’anno in cui viene dato alle stampe il romanzo <em>Motherless Brooklyn</em> di Jona than Lethem, dal quale Edward Northon, nel 2019, avrebbe tratto l’omonimo film, spostando l’ambientazione dalla fine del secolo scorso agli anni Cinquanta, quasi a suggerire una continuità storica tra la gentrificazione di ieri e di oggi; perché è appunto questo il tema affrontato dal libro e dalla sua versione cinematografica, dove la città di New York – e la zona di Brooklyn, in particolare – risulta l’effettiva protagonista della vicenda nel contesto di una vera e propria pulizia etnica, operata a scapito degli strati più deboli della popolazione, soprattutto afroamericana, e a beneficio del Capitale. La stessa dinamica trattata, seppur in forma diversa, dal film <em>Blindspotting</em> (2018) di Carlos López Estrada, dove a essere al centro dell’analisi è Oakland, California. Qui, fin dai titoli di testa, viene evidenziato il tema delle <em>due città</em> – il riferimento letterario è a un romanzo di Dickens – con una linea nera che divide lo schermo a metà, mostrando diverse scene di vita metropolitana a destra e a sinistra; frattura che, come vedremo, è destinata ad assumere una fitta rete di significati in rapporto allo spazio geografico, alla classe sociale, alla ‘razza’ e all’identità a essi associata. Ma procediamo per ordine…</p>



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			</item>
		<item>
		<title>L’altro carcere. La detenzione femminile tra doppia trasgressione e aggravio di pena</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/laltro-carcere-la-detenzione-femminile-tra-doppia-trasgressione-e-aggravio-di-pena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[politica/economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9012</guid>

					<description><![CDATA[Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Caterina Cazzola</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Inchiesta sulla detenzione femminile: cosa significa essere detenute in una struttura a misura maschile? Incide sui corsi professionalizzanti e sul reinserimento a fine pena? Esiste una condanna morale per aver trasgredito al ruolo sociale di genere che la società ancora impone alla donna? Da uno sguardo di insieme al carcere della Dozza di Bologna</p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap">“La presa di coscienza dell’istituzione carceraria femminile è avvenuta in un secondo momento rispetto alla nascita del carcere, quando la storiografia, la sociologia, la filosofia e gli studi di genere, anche di stampo femminista, hanno approfondito l’argomento, mostrando un vuoto: le elaborazioni teoriche sui penitenziari avevano infatti trattato come neutro ciò che in realtà neutro non era: il carcere era sempre stato genderizzato.” Così ci introduce al tema Costanza Agnella, assegnista di ricerca in Sociologia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Eppure ancora oggi, quando si parla di donne e carcere, il focus è unicamente sull’aspetto della maternità, nell’ottica di proteggere il legame madre-figlio e gli interessi del minore. Ma la donna non è certo solo questo. Cosa significa essere detenute in una struttura, di fatto, a misura maschile? Comporta un aggravio di pena per le donne? Comporta un minor accesso a corsi professionalizzanti e maggior difficoltà di reinserimento a fine pena? E come viene percepita socialmente la donna che commette un reato? Esiste tuttora una condanna morale per aver trasgredito non solo alla legge, ma al ruolo sociale di genere che la società le impone? In altre parole, il carcere finisce per essere lo specchio di una società che non è ancora riuscita a liberarsi dei fantasmi del patriarcato?</p>



<p>Con uno sguardo di insieme e un focus sul carcere della Dozza di Bologna, tra dati, report, analisi e interviste, abbiamo viaggiato all’interno dell’universo della carcerazione femminile, per cercare risposte alle nostre domande e tentare di comprendere cosa significhi oggi essere una detenuta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I numeri</h4>



<p>Al 31 marzo 2025 (1) sono 2.703 le donne recluse nelle carceri italiane, pari al 4,3% della popolazione detenuta complessiva. Una percentuale che è rimasta sostanzialmente stabile nel corso degli ultimi decenni. Il censimento più recente che offre l’associazione Antigone, nel report <em>Senza respiro</em> del 29 maggio scorso, restituisce una fotografia altrettanto statica dei crimini femminili: la categoria maggiormente rappresentata si conferma essere quella dei reati contro il patrimonio, che alla fine del 2024 rappresenta il 29,1% (contro il 23,6% per i detenuti uomini); seguono i reati contro la persona (18,6%) e legati alla droga (14,1%), entrambi in linea con le percentuali maschili; infine i reati collegati alle armi (2,4% per le donne e 6,4% per gli uomini) e l’associazione di stampo mafioso, che pesa il 4,1% sui reati femminili e il 6,4% su quelli maschili.</p>



<p>La Relazione annuale dell’anno giudiziario 2025 (2), che riporta dati al 30 giugno 2024, aggiunge che le detenute, pur costituendo una porzione esigua sul totale delle persone carcerate, partecipano in modo significativo alle attività istruttive e lavorative che si svolgono all’interno degli istituti: 1.254 donne lavorano, quasi il 50%, con un lieve incremento di occupazione rispetto all’anno precedente. 1.025 sono alle dipendenze della stessa amministrazione penitenziaria e 229 di datori di lavoro esterni. All’interno delle carceri, quindi, lavorano più le donne che gli uomini: il 50% contro il 32,9% della popolazione carceraria complessiva.</p>



<p>Quella femminile sembrerebbe pertanto una situazione di restrizione quasi ‘privilegiata’, caratterizzata da numeri bassi, scarsa pericolosità dei reati e alto livello di professionalizzazione, teso a un più veloce reinserimento sociale. Eppure, dall’incrocio dei dati di Antigone (3) e del dossier <em>Morire di Carcere</em> di Ristretti Orizzonti (4), emerge un’altra realtà e non è rassicurante. Non è nuovo il numero allarmante di persone che si toglie la vita negli istituti di pena: 70 suicidi nel 2023, <em>almeno </em>91 nel 2024 – <em>almeno</em> perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare –, 61 tra il 1° gennaio e il 13 settembre 2025. Disaggregando i numeri per genere, Antigone evidenzia come nel 2023 il tasso di suicidi femminili sia sensibilmente superiore a quello maschile: il primo si attesta a 16 casi ogni 10.000 persone, il secondo a 11,8. In aggiunta, il 63,8% delle donne fa regolarmente uso di psicofarmaci, contro 41,6% degli uomini. Spicca anche il dato relativo agli atti di autolesionismo: 31 ogni 100 donne, più del doppio dei 15 ogni 100 registrati tra i detenuti uomini. Tutti numeri rimasti stabili e che indicano  livelli elevati di tensione e malessere.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La questione di genere</h4>



<p>È evidente allora che a dispetto di generiche statistiche, per le donne il carcere sia particolarmente più gravoso da un punto di vista psicologico. Viene dunque da chiedersi se la differenza di genere, accanto alle ovvie diversità dovute a fattori biologici, dovrebbe imporre alla detenzione femminile un’altra strutturazione rispetto alla carcerazione maschile&#8230;</p>



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		<item>
		<title>Cinque cerchi di separazione. Storie di barriere di genere infrante nello sport</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/cinque-cerchi-di-separazione-storie-di-barriere-di-genere-infrante-nello-sport/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 14:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=9016</guid>

					<description><![CDATA[Prima escluse, poi fatte entrare dalla porta di servizio, poi pagate meno per fare le stesse cose, e ancora esigua minoranza nelle sedi in cui si prendono le decisioni: per entrare nel mondo dello sport le donne hanno superato ogni genere di resistenza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-93-novembre-dicembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 93, novembre – dicembre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Prima escluse, poi fatte entrare dalla porta di servizio, poi pagate meno per fare le stesse cose, e ancora esigua minoranza nelle sedi in cui si prendono le decisioni: per entrare nel mondo dello sport le donne hanno superato ogni genere di resistenza</p>
</blockquote>



<p><em><strong>Pubblichiamo l’introduzione di Rudi Ghedini al testo </strong></em><a href="http://www.edizionipaginauno.it/Cinque-cerchi-di-separazione-Federico-Greco.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Cinque cerchi di separazione. Storie di barriere di genere infrante nello sport</strong></a><em><strong> di Federico Greco, Edizioni Paginauno, 2021</strong></em></p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Masha e Billie Jean</strong><br>Rudi Ghedini</h4>



<p>Ho davanti un’immagine, la fotografia di due tenniste di generazioni diverse, una bruna e una bionda, riunite all’anteprima di un film uscito nel 2017.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="300" height="453" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/5-cerchi-separazione-1-93.jpg" alt="" class="wp-image-9018" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/5-cerchi-separazione-1-93.jpg 300w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/11/5-cerchi-separazione-1-93-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>
</div>


<p>All’epoca, la prima aveva 64 anni, corti capelli scuri, piccola di statura, portava enormi occhiali rosa; nata a Long Beach, nel 2009, Barack Obama le aveva attribuito la <em>Medal of Freedom</em>.</p>



<p>Di anni, l’altra ne aveva trenta, alta, bionda, portamento da top model, abitino nero scollato; nata a Niagan, nella Russia siberiana e cresciuta negli Stati Uniti, ha preferito soffrire sui campi da tennis anziché sfilare sulle passerelle.</p>



<p>La prima si chiama Billie Jean King e ha trionfato in dodici tornei del Grande Slam (sei volte a Wimbledon), la seconda è Maria Sharapova, dei grandi tornei ne ha vinti solo cinque, ma per anni è stata la sportiva più pagata al mondo.</p>



<p>Potessi mostrarvela, questa fotografia – facile rimediare sul web – vi inviterei a notare lo sguardo adorante della bionda nei confronti della bruna. Uno sguardo di ammirazione e di riconoscenza; Masha si piega sulle gambe per attenuare i trenta centimetri di differenza, si fa piccola, sa bene che senza Billie Jean la sua vita sarebbe stata molto meno sfolgorante. Le due erano presenti all’anteprima di <em>Battle of the Sexes</em>, regia di Jonathan Dayton e Valerie Faris, un film che racconta un momento storico e, per Masha, cattura l’attimo che può giustificare tanta ammirazione e tanta riconoscenza.</p>



<p>Nonostante ottimi attori, come Emma Stone e Steve Carell, Battle of the Sexes è uno di quei film in cui la potenza della trama non viene eguagliata dalla qualità cinematografica. Viene ricostruita una storia ve-ra, la rovente rivalità che portò una tennista ad accettare la sfida sguaiata di un maschilista: davanti a mille telecamere, Billie Jean King affrontò Bobby Riggs, cinquantacinquenne, già vincitore di Wimbledon e dello US Open. Merito del film è mostrare come stessero le cose nel tennis professionistico alla metà degli anni Settanta, la differenza abissale fra uomini e donne. Fu Billie Jean King, con la sua determinazione, a denunciare e scardinare una discriminazione che oggi sembra inconcepibile. È grazie a Billie Jean se abbiamo assistito alla progressiva parificazione dei premi nei tornei, ed è grazie a Billie Jean – oltre che alla sua avvenenza – se Masha ha potuto guadagnare cifre iperboliche&#8230;</p>



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		<item>
		<title>Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/fuorche-il-silenzio-trentasei-voci-di-donne-afghane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:50:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8905</guid>

					<description><![CDATA[Le testimonianze delle donne afghane che dall’agosto 2021 scendono in piazza contro il ritorno del regime dei Talebani, sfidando la prigione e la tortura: la loro voce e i loro racconti per capire cosa significhi essere donna, ieri e oggi, in Afghanistan: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Daniela Meneghini, Nayera Kohestani</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" data-type="post" data-id="8887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le testimonianze delle donne afghane che dall’agosto 2021 scendono in piazza contro il ritorno del regime dei Talebani, sfidando la prigione e la tortura: la loro voce e i loro racconti per capire cosa significhi essere donna, ieri e oggi, in Afghanistan: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”</p>
</blockquote>



<p><em>L’8 luglio scorso la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso due mandati di arresto (*): il primo per Haibatullah Akhundzada, leader supremo dei talebani, il secondo per Abdul Hakim Haqqani, Presidente della Corte Suprema dei talebani; entrambi sono al potere “almeno dal 15 agosto 2021”, dichiara la CPI, dopo il fallimentare ritiro degli Stati Uniti dal Paese. L’accusa è di aver commesso, “ordinando, inducendo o istigando”, il crimine contro l’umanità di persecuzione per motivi di genere contro donne e ragazze, e di persecuzione per motivi politici contro persone che si op</em><em>pongono alle leggi discriminatorie, “anche passivamente o per omissione”,</em><em> e dunque considerate persone “alleate delle donne e delle ragazze”. Nel dettaglio, Akhundzada e Haqqani hanno “attuato una politica governativa che ha portato a gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali della popolazione civile afghana, in relazione a condotte di omicidio, detenzione, tortura, stupro e sparizione forzata”, prendendo di mira “specificamente donne e ragazze” e negando loro, “attraverso decreti ed editti”, il “diritto all’istruzione, alla privacy e alla vita familiare, nonché alla libertà di movimento, espressione, pensiero, coscienza e religione”. Persecuzione tuttora in corso che “comprende non solo gli atti di violenza diretta, ma anche forme di danno sistemico e istituzionalizzato, inclusa l’imposizione di norme sociali discriminatorie”.</em></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="321" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92.jpg" alt="" class="wp-image-8907" srcset="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92.jpg 200w, https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/voci-donne-afghan-1-92-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></figure>
</div>


<p><em>Per comprendere il reale significato delle parole della CPI occorre leggere le testimonianze raccolte nel libro </em>Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane<em>, uscito per le edizioni Jouvence nel novembre</em> <em>2</em><em>024, di cui pubblichiamo qui la Premessa e una delle trentasei testimonianze. Non serve aggiungere parole a questi testi. La Premessa – a firma di Daniela Meneghini, docente di Lingua e letteratura persiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia e curatrice dell’edizione italiana – traccia l’appassionata e </em><em>necessaria contestualizzazione; le testimonianze vanno lette. Tutte.</em></p>



<p>“<em>[&#8230;] le donne afghane con le loro proteste hanno rovinato i </em><em>piani occidentali” scrive Mohammad Asef Soltanzadeh, intellettuale</em><em> afghano che ha lasciato il Paese e oggi vive in Danimarca, che firma la Postfazione al libro; “I Paesi occidentali [&#8230;] tagliano e cuciono tutto da soli, non c’è dubbio: loro stessi costruiscono i talebani e poi li combattono, e in seguito con un’altra mossa li rimettono al potere. I Paesi occidentali, abbellendo il volto dei talebani e addolcendo la loro ferocia di fronte al mondo, volevano giustificare il loro agire, ovvero fare una guerra, costruire e poi adoperarsi per una transizione verso la ‘pace’. Da tale prospettiva hanno giurato che i talebani non sono più i talebani del passato mentre lo erano, lo sono e lo saranno. [&#8230;] I talebani hanno privato le donne dei loro diritti di esseri umani e se le donne non avessero messo in atto le loro proteste, state certi che gli occidentali le avrebbero rappresentate come faceva comodo a loro”.</em></p>



<p>“<em>Our silent is due to compulsion, not consent”, scandiscono insieme</em><em> alcune donne nel documentario </em>Shot the voice of Freedom<em> di Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana che ha raccolto le trentasei testimonianze confluite nel libro dopo aver filmato le manifestazioni e la resistenza delle donne contro l’attuale regime talebano: “Il nostro silenzio è dovuto alla coercizione, non al consenso”.</em></p>



<h4 class="wp-block-heading has-vivid-red-color has-text-color has-link-color wp-elements-3e9a418c40854028bc7ec97f54a225f7">Premessa</h4>



<p>Daniela Meneghini</p>



<p>Questo volume rappresenta una proposta unica nel panorama editoriale italiano e rara anche in una prospettiva geografica più ampia. Trentasei donne afgane ci raccontano, in lingua dari (1), ognuna con parole e stile propri, la loro vita fino alla primavera del 2022, il momento in cui Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana, costretta dalla latitanza, chiude le interviste e la raccolta degli scritti delle attiviste. Le donne che incontriamo in questo volume si impegnano, prive di ambizioni letterarie, a dare conto delle loro esistenze e delle loro proteste spinte dall’urgenza di un evento ben preciso: il ritorno dei talebani al governo dell’Afghanistan il 15 agosto del 2021, con la conseguente imposizione di norme che negano alle donne, per l’ennesima volta in quella terra, i più elementari diritti. A tale negazione corrisponde una prassi oppressiva, intimidatoria e violenta di fronte a qualsiasi manifestazione di dissenso. Trentasei donne ci parlano di questo, di come sono arrivate a quell’agosto 2021, radicando i loro racconti in una realtà storica e sociale che non è separabile dal percorso delle loro vite. Nella consapevolezza di quelle radici, le testimonianze partono quasi sempre dall’infanzia – essere bambine, ragazze e poi donne in diversi contesti della società afgana – e arrivano ai giorni delle proteste avviate subito dopo quel 15 agosto. Le proteste sono il filo che lega queste donne, che le unisce nello spirito, nelle azioni, nella solidarietà e nella progettualità; le manifestazioni contro la negazione dei propri diritti fondamentali e la richiesta di libertà sono il denominatore comune di queste testimonianze, sono il disegno finale composto da vite diversissime che si incontrano, si riconoscono e si sostengono in vista di un obiettivo condiviso. A scrivere o a parlare sono nella maggior parte dei casi donne e ragazze che nessuno conosceva, ma che hanno compiuto azioni di enorme coraggio, opponendosi alle armi dei talebani per le strade di Kabul, di Herat, di Mazar-e Sharif, ecc. Ognuna arriva a quel 15 agosto da un percorso proprio, da famiglie di diversa estrazione sociale, culturale ed economica: ogni storia ha dunque la sua specificità, nessuna è uguale all’altra, ma la richiesta di <em>libertà</em> le accomuna indissolubilmente, senza condizioni legate alle origini e alle esperienze vissute. Una parola, <em>libertà</em>, per noi in certa misura usurata, ma densa di senso per le donne afghane che si trovano di fronte a un governo che nega loro la libertà in tutte le sue espressioni basilari: libertà di studio, di movimento, di lavoro, di scelte di vita.</p>



<p>Le donne che scrivono queste testimonianze sono giovani, alcune giovanissime e le loro parole accendono un fuoco se si accetta la sfida di una lettura libera da pregiudizi e da visioni stereotipate: ciò che viene raccontato è di una sincerità toccante e spesso avvolto da una ingenuità e da una innocenza che scuotono. Una lettura senza pregiudizi in questo caso significa una lettura priva della proiezione dei nostri modelli: dei modelli femministi, prima di tutto, del modello culturale e religioso, ovviamente, ma anche priva di qualsiasi idea rigida di libertà e di emancipazione&#8230;</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Noialtri. Sulla natura relazionale dell’identità personale</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/noialtri-sulla-natura-relazionale-dellidentita-personale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 09:35:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Io e l’identità. Uno, nessuno e centomila: la natura multiforme e strutturalmente relazionale dell’identità personale si intreccia con la libertà e l’imprevedibilità umane]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-small-font-size">Paolo Parrottino*</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-92-settembre-ottobre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 92, settembre – ottobre 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’Io e l’identità. Uno, nessuno e centomila: la natura multiforme e strutturalmente relazionale dell’identità personale si intreccia con la libertà e l’imprevedibilità umane</p>
</blockquote>



<pre class="wp-block-verse">“Chi, scendendo in se stesso, non si ferma<br>alla quiete dei primi ripari,<br>ma decide di condurre l’avventura<br>fino in fondo, viene ben presto<br>precipitato lontano da ogni rifugio.”<br>E. Mounier, <em>Il Personalismo</em></pre>



<p class="has-drop-cap">“Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me che io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’<em>estraneo inseparabile da me</em>!” (1).</p>



<p>L’esperienza dell’estraneità a se stessi è il tema centrale del celebre racconto di Luigi Pirandello <em>Uno, nessuno e centomila</em>. Attraverso il materiale, filosoficamente spurio, di un grande letterato come Pirandello, si può esemplificare in maniera efficace la <em>dinamicità</em> dell’identità personale, costellata da una miriade di <em>personaggi</em>, uno per ogni relazione intrattenuta.</p>



<p>La molteplicità di tali personaggi, però, non è da intendersi come il segno di una finzione, di rapporti inautentici, quanto piuttosto come la manifestazione più naturale della <em>multiformità</em> identitaria, considerata nell’esistenza concreta di un singolo, il quale, intrattenendo numerose relazioni, costruisce <em>con l’altro</em> i vari <em>personaggi</em> che compongono la propria <em>personalità</em>, ossia la sua identità personale in un dato periodo storico (2).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-full"><img decoding="async" width="200" height="301" src="https://rivistapaginauno.it/wp-content/uploads/2025/08/Parrottino-92.jpg" alt="" class="wp-image-8923"/></figure>
</div>


<p>Nel celebre romanzo di Pirandello, il protagonista misconosce tale struttura dell’universo identitario, ribellandosi a personaggi che non sente propri, in quanto accreditatigli forzatamente da altri. Il suo tentativo di fuga, però, ignorante delle dinamiche identitarie, non avrà altro esito che quello di riportarlo alla situazione di partenza.</p>



<p>Vitangelo Moscarda, che è <em>il</em> protagonista del capolavoro pirandelliano, conduce una vita disinteressata, scevro da qualsiasi impegno mantiene se stesso, Dida – sua moglie – e la cagnolina Bibì, nell’agiatezza di chi, ricco erede di un’importante banca di Richieri (3), può permettersi di delegare i propri affari agli amici Stefano Firbo e Sebastiano Quantorzo.</p>



<p>Per i compaesani, però, egli non era affatto Vitangelo Moscarda, piuttosto era l’<em>usurajo </em>(4): così lo vedevano e così lo chiamavano. Nulla a che vedere con il sempliciotto Gengè – questo il nome datogli da sua moglie – “sciocchino ma carino” (5) un buon marito tutto sommato, con i propri gusti e i propri modi di pensare. Un peccato, però, che di quel Gengè, Vitangelo non sapesse nulla, e nulla avessero a che fare i suoi gusti e i suoi pensieri con i gusti e i pensieri di Gengè, di quell’estraneo. È ovvio che, allo stesso modo, Vitangelo Moscarda era <em>uno</em> per l’amico Firbo, e <em>un altro</em> per il Quantorzo.</p>



<p>Tutti <em>Vitangeli estranei </em>al protagonista del racconto: un’identità multiforme, una per ciascun interlocutore, la cui presa di coscienza porterà Moscarda alla pazzia.</p>



<p>Tutto ebbe inizio da uno specchio e da un dolorino al naso&#8230;</p>



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<div style="height:100px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="has-small-font-size">* Pubblichiamo l’introduzione, a firma dell’autore, al testo <a href="http://www.edizionipaginauno.it/Noialtri-Paolo-Parrottino.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Noialtri. Sulla natura relazionale dell’identità personale</em>, Paolo Parrottino, Edizioni Paginauno</a>, 2025</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stati Uniti. La censura dei libri nelle scuole</title>
		<link>https://rivistapaginauno.it/stati-uniti-la-censura-dei-libri-nelle-scuole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rivista Paginauno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://rivistapaginauno.it/?p=8583</guid>

					<description><![CDATA[Mentre Trump denuncia l’invasività della cultura gender e della teoria critica della razza nelle scuole e dichiara di voler chiudere il Dipartimento dell’Istruzione federale, dal 2023 diversi Stati già hanno approvato leggi che vietano libri nelle biblioteche e nei programmi scolastici: più di 10.000 testi censurati nel solo 2024. Il Report di PEN America]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<ul class="wp-block-list">
<li><em><a href="https://rivistapaginauno.it/numero-90-marzo-aprile-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(Paginauno n. 90, marzo – aprile 2025)</a></em></li>
</ul>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Mentre Trump denuncia l’invasività della cultura gender e della teoria critica della razza nelle scuole e dichiara di voler chiudere il Dipartimento dell’Istruzione federale, dal 2023 diversi Stati già hanno approvato leggi che vietano libri nelle biblioteche e nei programmi scolastici: più di 10.000 testi censurati nel solo 2024. Il Report di PEN America</p>
</blockquote>



<p><em>Nella Piattaforma politica presentata dal partito Repubblicano alle ultime elezioni statunitensi, vinte da Trump, al punto 16 si legge: “Tagliare i finanziamenti federali a tutte le scuole che promuovono la teoria critica della razza, l’ideologia gender e altri contenuti razziali, sessuali o politici inappropriati per i nostri bambini”. Nel dettaglio, “i repubblicani credono che le famiglie debbano avere il potere di scegliere la migliore istruzione per i propri figli” e quindi “ripristineranno i diritti dei genitori nell’istruzione” uniti a “conoscenze e competenze, non CRT (teoria critica della razza,</em> n.d.a.<em>) e indottrinamento di genere”. Ne consegue la promessa: “Chiuderemo il Dipartimento dell’Istruzione a Washington DC e lo rimanderemo negli Stati, dove appartiene, e lasceremo che gli Stati gestiscano il nostro sistema educativo come dovrebbe essere gestito”. Appena insediato, Trump ha tenuto fede all’impegno, iniziando a muoversi per attuare la chiusura del Dipartimento. Cosa questo comporti ne può dare un’idea il Report che PEN America pubblica annualmente dal 2021, monitorando la censura dei libri scolastici attuata nei vari Stati a opera, soprattutto, di leggi statali che dal 2023 hanno iniziato a prendere sempre più piede, colpendo con il loro divieto libri che includono rappresentazioni di sesso, persone o personaggi LBGTQ+ e persone o personaggi di colore. Pubblichiamo qui una sintesi dei dati del </em>Report Banned in the USA: Beyond the Shelves<em> uscito a novembre 2024. Dopo l’ondata di censura messa in atto dal politically correct e dalla cancel culture negli ultimi anni, proveniente da sinistra, ora è venuto il turno della censura di destra. Riusciranno prima o poi gli Stati Uniti a lasciare i libri nelle mani dei lettori?</em></p>



<p class="has-drop-cap">Da luglio 2023 a giugno 2024, l’indice di divieti di libri scolastici di PEN America ha registrato 10.046 casi di divieti in 29 Stati e 220 distretti scolastici pubblici; sommati con i dati precedenti, da luglio 2021 i casi di divieti diventano 15.940, avvenuti in 43 Stati e 415 distretti scolastici.&nbsp;</p>



<p>Con ‘divieto di lettura di libri scolastici’ PEN definisce qualsiasi azione intrapresa contro un libro in base al suo contenuto; l’azione può essere messa in atto da contestazioni di genitori o della comunità, da decisioni amministrative, da azioni dirette o minacciate da parte di legislatori o altri funzionari governativi, e porta a rimuovere completamente un libro, precedentemente accessibile, dalla disponibilità degli studenti, o a limitarne l’accesso temporaneamente o permanentemente.</p>



<p>Per l’anno scolastico 2023-24 PEN ha rilevato tre tipi di divieti&#8230;</p>



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